Gianfranco Fini

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Inviato da murphy 28/02/2009 @ 19:00

Tags : gianfranco fini, politici, politica

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Gianfranco Fini

Gianfranco Fini (Bologna, 3 gennaio 1952) è un politico italiano. È stato presidente di Alleanza Nazionale per quindici anni, dalla fondazione nel 1993 fino al 2008.

Ha ricoperto l'incarico di vicepresidente del Consiglio dei ministri dei governi Berlusconi II e III; nel III è stato anche ministro degli Affari esteri.

Dal 30 aprile 2008 è Presidente della Camera dei deputati.

Gianfranco Fini nasce a Bologna nel 1952. Il padre, Argenio Fini (Bologna 1923 - Roma 1998), detto Sergio, era figlio di un militante comunista morto nel 1970, e fu volontario della Repubblica Sociale Italiana nella Divisione di Fanteria San Marco, e più tardi iscritto all'Associazione nazionale dei combattenti.

La madre, Erminia Marani (Ferrara 1926 - Roma 2008), era figlia di Antonio Marani, ferrarese, presente assieme a Italo Balbo alla marcia su Roma. Il nome Gianfranco fu scelto per ricordare un cugino ucciso a vent’anni dai partigiani, quando era da poco passato il 25 aprile del 1945.

Argenio Fini, prima dell'ascesa politica del figlio, si dichiarò vicino al Partito Socialista Democratico Italiano, ma dopo l'iscrizione di Gianfranco nel Movimento Sociale Italiano abbandonò l'impegno politico, per gli impegni correlati al suo nuovo lavoro in una compagnia petrolifera.

Iniziò così la sua carriera politica nel Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano.

Tre anni dopo si trasferì con la famiglia a Roma. Nell'agosto 1976 assolse agli obblighi di leva, prima a Savona, poi al distretto militare di Roma e quindi al ministero della Difesa. Nel 1977 divenne segretario nazionale del Fronte della Gioventù, per volontà di Giorgio Almirante. Al congresso giovanile era arrivato quinto su sette eletti nella segreteria; fu Almirante, di autorità, a sceglierlo, come prevedeva lo statuto, segretario.

Nel frattempo aveva conseguito la laurea in psicologia ed era diventato collaboratore al quotidiano di partito Secolo d'Italia. In quegli anni diresse anche il quindicinale del FdG "Dissenso". Allo stipendio da dirigente di partito preferì il tesserino da giornalista professionista.

Nel 1983 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Rieletto nel 1987, nel settembre dello stesso anno alla festa del partito a Mirabello, Almirante lo candidò pubblicamente come suo successore alla segreteria del partito.

Gianfranco Fini sconfigge nel congresso di Sorrento Pino Rauti e Domenico Mennitti e viene eletto segretario del partito. Col senno di poi, si potrebbe dire che se non nacque tutto nel ’68 a Bologna sicuramente tutto cominciò a nascere a Sorrento con la sconfitta dell’ala di sinistra e movimentista dell’allora Msi.

Il 22 maggio 1988 scompare Giorgio Almirante.

Rimane alla segreteria nazionale del MSI, fino al gennaio 1990 quando al successivo congresso di Rimini viene eletto Rauti, che l'anno successivo subì una forte sconfitta elettorale alle amministrative e alle regionali in Sicilia. Il Comitato centrale riporta Fini segretario a partire dal luglio del 1991, e lo resterà fino allo scioglimento del Msi avvenuto nel gennaio 1995, con la svolta di Fiuggi.

Nell'autunno del 1993, Gianfranco Fini decide di correre per la carica di sindaco di Roma, arrivando al ballottaggio contro Francesco Rutelli. Per la prima volta un esponente del MSI riceve un largo supporto. L'imprenditore Silvio Berlusconi, non ancora attivo protagonista della politica italiana, affermò in quella occasione la propria scelta elettorale ribadendo che: "Se votassi a Roma, la mia preferenza andrebbe a Fini" .

Ormai la sua ascesa politica è avviata. Dopo le vittoriose elezioni politiche del 1994, sebbene Fini non farà personalmente parte del governo Berlusconi, per la prima volta nella storia della Repubblica l'esecutivo conterà quattro ministri appartenenti al suo partito, tra cui il vice presidente del Consiglio "Pinuccio" Giuseppe Tatarella.

La svolta nel congresso di Fiuggi (25-29 gennaio 1995) segna una radicale trasformazione del MSI con la fondazione di Alleanza Nazionale, di cui Fini assume la presidenza. Decisiva la distanza netta dal fascismo. Rauti, Erra, Staiti e pochi altri vanno via dal partito per fondare il MS Fiamma Tricolore.

Gianfranco Fini è stato rieletto alla Camera dei Deputati nella circoscrizione XV (LAZIO 1), Collegio 24 Roma-Della Vittoria. Era stato eletto deputato anche nelle legislature IX, X, XI, XII, XIII, XIV e XV.

Dal 2001 al 2005 ha ricoperto l'incarico di vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, dal quale è stato nominato ministro degli Esteri nel novembre 2004 dopo l'entrata del precedente ministro Franco Frattini nella Commissione Europea. Nel febbraio del 2002 è stato nominato rappresentante del governo italiano alla Convenzione europea, per la stesura della bozza di costituzione europea.

A lui si deve tra l'altro la Legge Bossi-Fini sulla regolamentazione degli extracomunitari.

Nel febbraio 2006 fa approvare una modifica al D.P.R. n. 309/1990 (Testo Unico sugli stupefacenti), la cosiddetta Legge Fini-Giovanardi, inserita nel pacchetto sicurezza per le Olimpiadi Invernali svoltesi a Torino nel 2006. Questa abolisce la distinzione giuridica tra droghe leggere, quali la cannabis, e droghe pesanti, quali eroina o cocaina e punisce in base alla quantità di principio attivo contenuto nelle droghe.

A norma dell'art. 75 del predetto T.U., per l'uso personale sono previste alcune sanzioni amministrative, da applicarsi singolarmente o cumulativamente, a seconda delle peculiarità del caso concreto: la sospensione del passaporto, la sospensione della patente di guida, o il divieto di conseguirla, nonché la sospensione del porto d'armi. La coltivazione di una singola pianta di cannabis potrebbe essere ora punita con la reclusione da uno a sei anni.

In una visita in Israele, ha denunciato gli errori del fascismo e la tragedia dell'Olocausto, definendo le leggi razziali promosse dal fascismo come «male assoluto del XX secolo». Molti organi mediatici hanno riportato la dichiarazione estendendo il concetto di male assoluto allo stesso Fascismo.. Tuttavia in precedenza (soprattutto prima del 1994, anno in cui entra nel Governo Berlusconi I) erano state numerose le dichiarazioni apologetiche nei confronti dello stesso fascismo («Credo ancora nel fascismo, sì, ci credo» 19 agosto 1989; «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista», Il Giornale, 5 gennaio 1990; «Mussolini è stato il più grande statista nel secolo. E se vivesse oggi, garantirebbe la libertà degli italiani», 30 settembre 1992; «...chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato a gustare il dolce sapore della rivincita... Dopo quasi mezzo secolo, il fascismo è idealmente vivo...», maggio 1992; «Mussolini è stato il più grande statista del secolo... Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti», giugno 1994). In seguito rivede pubblicamente alcune sue posizioni ideologiche, e le sue esternazioni sulle leggi razziali /del fascismo «male assoluto» provocarono l'ira di molti militanti e l'uscita dal partito di Alessandra Mussolini, che fondò il movimento Libertà d'azione poi divenuto Azione sociale. Nel 2008, Fini ha ribadito il suo nuovo iter ideologico alla festa di Azione Giovani "Atreju 08" a Roma, sostenendo che la destra deve riconoscersi nei valori dell'antifascismo, puntualizzando ancora il distacco dalle ideologie che caratterizzarono il suo passato politico. La dichiarazione ha generato l'enorme dissenso di Francesco Storace, che lo ha accusato di rinfocolare odio e di dare ragione agli esponenti di estrema sinistra che hanno negato per anni la tragedia delle foibe.

Gianfranco Fini e il suo partito hanno ritrovato l'unità e la concordia nell'estate del 2005, all'indomani di un' Assemblea Nazionale che gli ha riconfermato la fiducia e ha deliberato lo scioglimento delle correnti interne, proprio in nome dell'unità. In vista delle elezioni politiche italiane del 2006 per la prima volta il suo cognome è comparso nel simbolo elettorale di AN, così come era stato richiesto da alcuni suoi sostenitori.

Nell'estate del 2006 ha, inoltre, annunciato l'imminente eliminazione della fiamma e della scritta "M.S.I." dal simbolo di Alleanza Nazionale , ponendo come termine ultimo le elezioni europee del 2009. Questa dichiarazione segna l'atto conclusivo di un'azione di rinnovamento dell'identità del partito, già avviata nel 1995 a Fiuggi, volta a scrollarsi l'eredità del Fascismo e rendendo così Alleanza Nazionale, un partito esponente di una destra moderata e moderna.

In ogni caso si è detto contrario al disegno di legge presentato dal centrosinistra per regolamentare la materia (i DICO).

A fine gennaio 2007 Silvio Berlusconi dichiarò Fini come suo successore, in caso di creazione di un partito unico, incontrando i dissensi della Lega e dell'UDC.

Dopo la nascita del nuovo soggetto politico Popolo della libertà ad opera di Silvio Berlusconi, il quale ha dichiarato di auspicare una nuova legge elettorale alla tedesca (cioè proporzionale con sbarramento), Fini in un primo tempo riferì che An non vi avrebbe fatto parte, giudicando confuso e superficiale il modo in cui il PdL era nato, e manifestando così un aperto dissenso verso l'alleato della ormai "ex coalizione".

Intesa ratificata all'unanimità all'Assemblea nazionale del suo partito del 15 febbraio 2008.

Dopo la vittoria elettorale del 14 aprile 2008, il 30 aprile 2008 viene eletto Presidente della Camera dei Deputati della XVI legislatura, al quarto scrutinio con 335 voti, su 611 votanti e maggioranza richiesta di 306 voti. Con l'elezione ha annunciato che lascerà la presidenza di An.

L'11 maggio 2008 lascia la presidenza di An: la reggenza è affidata ad Ignazio La Russa, nell'attesa del congresso che porterà alla nascita ufficiale del partito del Popolo della Libertà.

Nel suo discorso di insediamento al vertice di Montecitorio Fini si è richiamato alle festività del 25 aprile e del 1 maggio affermando che «celebrare la ritrovata libertà dell'Italia e la centralità del lavoro è un dovere cui nessuno deve sottrarsi». Fini ha inoltre fatto riferimento al superamento degli schemi ideologici del passato, ammonendo che «un'insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt'ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale». Centrale è stato il passaggio sui temi da affrontare per il nuovo Parlamento, in cui Fini ha detto che «la XVI dovrà essere davvero una legislatura Costituente». Ha quindi reso omaggio al tricolore e agli ex-presidenti della Repubblica Cossiga e Ciampi.

Pochi giorni dopo la sua elezione, a proposito del pestaggio a opera di alcuni naziskin a Verona che ha portato alla morte del giovane Nicola Tommasoli e delle bandiere di Israele bruciate da giovani dei centri sociali durante la manifestazione del 1 maggio 2008 a Torino, Fini, pur premettendo che si tratta di “fenomeni non paragonabili”, ha sostenuto che l’episodio di Torino è molto più grave perché non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni contro Israele che cercano di giustificare con una politica antisionista suscitando reazioni polemiche.

Le critiche più usuali da destra alla condotta politica di Fini sono correlate con l'accettazione di posizioni molto distanti da quelle tradizionali del suo partito. Queste accuse vengono per lo più dagli esponenti della Destra sociale, tra i quali il primo a staccarsi dall'MSI dopo il congresso di Fiuggi, il suo "rivale storico" all'interno del MSI-DN Pino Rauti, da sempre animatore dell'ala "di sinistra" di quel partito del quale arrivò a divenire segretario nel 1990 per un breve periodo.

Criticato invece dalla Lega Nord riguardo alcuni aspetti del federalismo e da Forza Italia relativamente alla giustizia. Fini è stato anche accusato di incoerenza da alcuni esponenti "teocon" per le sue posizioni a favore della famiglia , in riferimento alla separazione dalla moglie ed avendo avuto una figlia fuori dal matrimonio proprio a pochi mesi dalla sua adesione al Family Day.

Hanno destato molto scalpore le dure ed accorate accuse che Fini ha mosso al Governo Prodi in merito alla vicenda del rapimento Mastrogiacomo. Nel corso della seduta antimeridiana del 13 aprile 2007 alla Camera, Fini ha accusato Romano Prodi di aver ricattato il Presidente Afghano Hamid Karzai al fine di ritirare le truppe dall'Afghanistan e di aver tenuto all'oscuro i ministri del governo della sua decisione. Dopo le repliche stizzite da parte dell'allora maggioranza di governo per via della grave accusa, portata senza alcun elemento di supporto, Fini ha corretto il tiro delle sue affermazioni smentendo - di fatto - quanto affermato poco prima in Parlamento.

Negli anni '80 incontra Daniela Di Sotto, allora moglie di Sergio Mariani, amico e dirigente del partito. Mariani tenterà il suicidio poco dopo. . La signora Di Sotto si separa dal marito per unirsi a Fini. Nel 1985 nasce Giuliana, la loro unica figlia. Si sposa con Daniela, tre anni più tardi, a Marino .

Dopo 19 anni di matrimonio, nel giugno 2007, Fini annuncia la separazione dalla moglie. Cinque mesi dopo la separazione dalla moglie, viene resa pubblica la relazione con l'avvocato e giornalista Elisabetta Tulliani. Dalla loro relazione nascerà la figlia Carolina, il 2 dicembre 2007.

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Movimento per l'Autonomia

Il Movimento per l'Autonomia (MpA) è un partito politico italiano, fondato da Raffaele Lombardo il 30 aprile 2005, ispirato all'autonomismo ed al meridionalismo, con un orientamento marcatamente moderato e riformista. Centro propulsore e di maggior radicamento elettorale del movimento è la Sicilia, anche se fin dagli esordi s'è posto una più ampia dimensione "meridionale" (il Congresso Fondativo si è tenuto a Bari).

Il partito nasce da un dissenso interno all'UDC siciliana: Raffaele Lombardo, all'epoca presidente della Provincia di Catania ed europarlamentare, lascia il partito perché «ai partiti nazionali è stato pagato un tributo troppo alto e non sempre sono stati tutelati gli interessi della nostra terra». Intorno alla leadership di Lombardo il Movimento si è notevolmente allargato, accogliendo esponenti politici di diversa provenienza, soprattutto ex-democristiani ed ex-socialisti.

La nascita avviene nel 2005 e il primo banco di prova ufficiale sono le elezioni comunali di Catania, tenute nel mese di maggio, dove il movimento (che promuove 4 liste) appoggia la coalizione della Casa delle Libertà e col 20% contribuisce in modo determinante alla sua vittoria. Successivamente amplia le proprie fila, dichiarando la propria indipendenza da entrambi i poli della politica italiana.

Il successivo appuntamento elettorale sono state le elezioni amministrative di Messina, tenute in due turni fra novembre e dicembre 2005: l'Mpa si presenta con un proprio candidato a sindaco (che riscuote il 7%) e, al ballottaggio, non si schiera a sostegno di nessuno fra i due candidati delle coalizioni, favorendo - secondo alcuni - la vittoria del centrosinistra.

Il congresso costitutivo del Movimento si svolge dal 16 al 18 dicembre a Bari: a dispetto delle voci non viene subito annunciata alcuna "scelta di campo" fra le due coalizioni nazionali di centro-destra e centro-sinistra, proponendosi di costruire un "terzo polo nazionale", pur cercando il dialogo con i candidati premier delle coalizioni (e non coi singoli leader di partito). In pratica, Lombardo tenta di aprire un confronto diretto con Silvio Berlusconi e Romano Prodi su una piattaforma programmatica. Il Movimento ribadisce la sua collocazione al Centro, ponendo come fondamentali impegni la valorizzazione dell'autonomia della Regione Siciliana e l'impegno verso il Mezzogiorno.

Nel 2006, l'MpA decide di sciogliere ogni riserva e di formalizzare la sua intesa con la Casa delle Libertà, raggiunta tramite un accordo con la Lega Nord Padania di Umberto Bossi per porre fine alla conflittualità tra autonomia e federalismo e trasformare i conflitti in sinergie e collaborazione tra nord e sud del paese. È il caso storico di un allargamento di vedute del Carroccio, che si apre alle energie del Meridione d'Italia. L'accordo viene formalizzato il 4 febbraio 2006 da Lombardo e dal coordinatore delle Segreterie nazionali della Lega il Ministro Roberto Calderoli: esso prende il nome di "Patto per le Autonomie".

Lombardo sostiene di aver scartato l'ipotesi di un accordo con l'Unione, perché la coalizione di centrosinistra non avrebbe intenzione di inserire il ponte sullo Stretto di Messina nel programma di legislatura e per la contrarietà verso altri argomenti programmatici favoriti dalla coalizione di Romano Prodi.

Alle elezioni politiche del 2006, la lista Lega Nord-MPA raccoglie 182 mila voti (Camera) e 146 mila voti (Senato) nelle regioni meridionali. In Sicilia, la lista ottiene il 4,5% alla Camera (3 seggi) e il 4,1% al Senato (1 seggio).

In sede parlamentare, il MPA conta 5 deputati (che costituiscono una propria componente nel gruppo misto alla Camera), ossia Giovanni Roberto Di Mauro, Nicola Leanza, Carmelo Lo Monte, Giuseppe Maria Reina e Vincenzo Oliva (questi ultimi due eletti nelle liste di Forza Italia in Puglia e in Toscana, in forza dell'accordo sottoscritto). A fine legislatura diventano 7, con l'adesione di Riccardo Minardo e Ferdinando Latteri. Due sono, invece, i senatori che aderiscono al gruppo DC-PRI-IND-MPA: il siciliano Giovanni Pistorio e il friulano eletto in Liguria Giuseppe Saro.

Il 4 maggio 2006, in seguito all'incendio scoppiato nella raffineria ERG di Priolo Gargallo (SR), i deputati del MPA indicono una conferenza stampa con maschere antigas per manifestare la loro ferma opposizione alle politiche industriali di quello stabilimento petrolchimico e delle raffinerie in quel sito e in tanti altri luoghi della Sicilia e dell'Italia meridionale, richiedendo l'istituzione di una Commissione di inchiesta sull'inquinamento prodotto dalle fabbriche della zona. Reina, Lo Monte, Di Mauro e Oliva chiedono lo smantellamento degli impianti e la loro riconversione, nell'ottica di un insediamento industriale di qualità che rispetti il territorio e le popolazioni, che dia produzioni di alto livello ed occupazione qualificata, senza più inibire lo sviluppo turistico dei luoghi e danneggiare la salute dei cittadini. L'impegno per l'ambiente è rimasto uno delle priorità del movimento, che si batterà per contro l'impiego del Pet Coke a Gela e, più in generale, per uno sviluppo sostenibile.

A maggio 2006 si tengono le elezioni regionali siciliane, dove il MPA, schierato nel centrodestra a sostegno di Totò Cuffaro, si piazza come il terzo partito con il 12,5%, eleggendo 10 deputati all'Assemblea Regionale Siciliana. Leanza e Di Mauro vengono eletti deputati regionali e lasciano il posto alla Camera a Sebastiano Neri e Pietro Rao.

L'11 giugno l'MPA alle elezioni provinciali di Trapani arriva a contare 21.530 preferenze con il 9,56 % dei voti totali, contribuendo all'elezione del senatore di Forza Italia Antonio D'Alì come candidato unico della CDL (contraposto a Massimo Grillo candidato dell'Unione).

Il 30 luglio 2006 il MPA sigla un patto federativo con il neonato movimento "Nazionalisti Siciliani", il 21 novembre dello stasso anno raggiunge un'intesa politico-programmatica con Alleanza Siciliana di Nello Musumeci.

Il Movimento gioca una parte significativa nella crisi del "Governo Prodi", visto che per rafforzare la propria debole maggioranza al Senato, la coalizione de l'Unione ha tentato di coinvolgere i due senatori dell'MPA. In tale occasione il Movimento ha subordinato l'eventuale appoggio al governo ad un radicale cambiamento delle politiche per la Sicilia ed il Meridione, in particolare da un ripensamento sul Ponte sullo Stretto di Messina, opera che l'MPA ha sempre ritenuto fondamentale.

Nel marzo 2007 il Movimento sottoscrive un'intesa politico-programmatica per le elezioni comunali di Palermo, legando il proprio sostegno (che si rivelerà di nuovo decisivo) a Diego Cammarata ad un programma innovativo di decentramento, trasparenza e riforme. Nello stesso mese viene raggiunta un'intesa col Movimento Autonomista Toscano, nell'ottica della comune battaglia per il federalismo.

Nel gennaio 2008 aderiscono al Movimento gran parte degli esponenti dell'Italia di Mezzo, rappresentati, fra gli altri, dall'ex-Ministro Vincenzo Scotti.

Il 20 febbraio 2008, in vista delle elezioni politiche, anticipate per la fine del Governo Prodi II, il Movimento per l'Autonomia ha sottoscritto un accordo con il neonato Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini per un'alleanza elettorale e politica sul modello dell'accordo omologo con la Lega Nord: l'Mpa ha presentato perciò il suo simbolo in tutte le regioni centro-meridionali, apparentato con il PdL, specularmente a quanto accaduto con la Lega Nord nel Settentrione (che ha infatti presentato il proprio simbolo dalla Toscana alla Val D'Aosta).

Alle elezioni politiche del 13-14 aprile, la coalizione tra Popolo delle Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia ha ottenuto la vittoria con il 46,81% alla Camera e il 47,32% al Senato, conquistando la maggioranza assoluta in entrambe le camere. Singolarmente, il Movimento per l'Autonomia ha ottenuto, su scala nazionale, l'1,13% alla Camera e l'1,08% al Senato.

Elegge quindi 8 deputati alla Camera e 2 senatori. Il Movimento riesce ad ottenere eletti, oltre che in Sicilia, in Campania, in Puglia ed in Calabria.

Dopo un ampio ed aspro confronto l'MPA riesce a raggiungere un obiettivo fondamentale, ottenendo la designazione del proprio leader Raffaele Lombardo a candidato unitario del centro-destra alla Presidenza della Regione Siciliana. Alle elezioni del 14 aprile 2008, Lombardo riceve un consenso plebiscitario (64% dei voti), che lo manda alla guida della Regione.

Il Movimento è entrato, coerentemente al risultato elettorale, a far parte della maggioranza che sostiene il IV governo Berlusconi. Sono membri dell'esecutivo per l'MPA Giuseppe Maria Reina (Sottosegretario alle Infrastrutture ed ai Trasporti) e Vincenzo Scotti (Sottosegretario agli Esteri). Motivi di attrito intervengono circa il decreto fiscale varato dal ministro dell'Economia Tremonti, che a detta dell'MPA toglie troppi fondi al Mezzogiorno per la copertura. Il 24 giugno 2008 il Movimento decide di non votare la fiducia posta dal Governo sul provvedimento se l'esecutivo non si impegnerà a ripristinare i trasferimenti. L'impegno viene sottoscritto e l'MPA accorda la fiducia. La situazione tuttavia si ripete in occasione della posizione della questione di fiducia sul decreto legge anticrisi il 13 gennaio 2009. Il gruppo alla Camera vota la fiducia al governo, ma si astiene dal voto finale sul provvedimento, lamentando uno squilibrio fra Nord e Sud nelle politiche governative, contrario a quanto stabilito nel programma elettorale, e chiedendo un cambio di passo.

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Il Popolo della Libertà

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Il Popolo della Libertà (PdL) è una formazione politica italiana di centro-destra la cui costituzione, avvenuta ufficialmente il 28 febbraio 2008, venne annunciata nel corso di una manifestazione da Silvio Berlusconi il 18 novembre 2007 a Milano in Piazza San Babila, e che ha candidato le proprie liste alle elezioni politiche italiane del 2008, in seguito alle quali è risultato il primo partito politico italiano per numero di suffragi.

Il movimento nasce dall'incontro delle principali formazioni politiche del centro-destra italiano: Forza Italia, il partito fondato nel 1994 da Berlusconi, Alleanza Nazionale, il partito della destra italiana, assieme a gruppi minori di orientamento democristiano, liberale, socialdemocratico e centrista, che nella XVI legislatura hanno formato un gruppo parlamentare unico e che, nel progetto di Berlusconi, si unificheranno completamente.

Per le elezioni politiche del 2008 il PdL ha stretto un'alleanza con la Lega Nord, che ha presentato le sue liste nel Centro-Nord, e con il Movimento per l'Autonomia, che ha partecipato alla competizione elettorale solo nel Centro-Sud.

L'idea di costruire un partito unico di centro-destra era nata già nel 1994, all'indomani della vittoria elettorale del Polo delle libertà e della formazione del primo governo Berlusconi. Tra i promotori del progetto, oltre a Ferdinando Adornato, oggi nell'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro, vi era in particolare l'esponente di An Pino Tatarella, allora soprannominato il "ministro dell'armonia", per i suoi propositi di concordia tra tutte le forze del centro-destra .

Quest'idea, tuttavia, iniziò a concretizzarsi soltanto nell'estate del 2005, quando l'allora premier Silvio Berlusconi iniziò a ipotizzare seriamente la nascita di un soggetto politico unitario di centro-destra, il cui primo nome proposto dallo stesso Berlusconi fu Partito del popolo italiano. Berlusconi, in quell'occasione, dichiarò che la nascita del nuovo movimento unitario sarebbe avvenuta nell'autunno dello stesso anno, ma la proposta non venne realizzata.

La vittoria dell'Unione di Prodi alle elezioni del 2006 imprime una decisa accelerazione al processo unitario. Il 2 dicembre 2006, nel corso della manifestazione per la libertà a Roma contro il Governo Prodi a cui presero parte tutti i partiti della CdL, fatta eccezione per l'UDC, Silvio Berlusconi annunciò che era sua intenzione dare vita a un grande Partito della Libertà, che unisse in un unico soggetto politico il "Popolo della Libertà", vale a dire l'elettorato del centro-destra, a suo modo di vedere stanco delle divisioni interne alla coalizione. In un primo momento Berlusconi definì Gianfranco Fini come un possibile leader.

L'ipotesi di un grande partito unitario del centro-destra venne riproposta a più riprese durante la stagione politica, ottenendo da subito il consenso di Alleanza Nazionale ma non di UDC e Lega Nord, le quali si dichiararono da subito contrarie a qualsiasi processo unitario. Dopo mesi di voci, il 6 agosto 2007 Michela Vittoria Brambilla registrò il nome e un simbolo del Partito della Libertà per conto di Silvio Berlusconi, che ne risultò titolare. Questa mossa, anticipata pochi giorni prima da La Stampa ma smentita dal leader della CdL, venne spiegata da Berlusconi dicendo che l'obiettivo era quello di mettere al sicuro il nome, in modo che nessuno se ne appropriasse indebitamente, in attesa che i partiti del centro-destra si fossero messi d'accordo. Il nome e il simbolo rimanevano dunque a disposizione del progetto futuro e non dei Circoli della Libertà, guidati dalla Brambilla. Nel progetto di Berlusconi ci sarebbero state due strade per il futuro Partito della Libertà: presentarsi come partito unitario una volta raggiunto il consenso degli alleati o, in caso contrario, presentarsi come lista civica dei Circoli della Libertà come sostegno esterno a Forza Italia.

Il 18 novembre in tutta Italia si tenne l'iniziativa Subito al voto organizzata da Forza Italia, una campagna popolare di raccolta firme per chiedere nuove elezioni. Nel presentare i dati dell'iniziativa, Berlusconi,in piazza San Babila a Milano, annunciò lo scioglimento di Forza Italia e la nascita di un nuovo soggetto politico unitario del centro-destra, inizialmente da lui chiamato Partito del Popolo della Libertà, "aperto a tutti coloro che ne vogliano fare parte"; l'iniziativa, annunciata da Berlusconi di fronte a numerosi simpatizzanti parlando dal predellino della propria auto, venne ribattezzata dagli organi di stampa come la Rivoluzione del predellino.

Il 19 novembre Berlusconi, in una conferenza stampa nella quale ha presentato gli obiettivi del partito, annunciò che sarebbero stati gli elettori a scegliere il nome definitivo del partito e che si sarebbero tenute elezioni primarie per eleggere il leader. In tale occasione Berlusconi presentò il simbolo del partito e dichiarò che il nome del nuovo soggetto politico sarebbe stato scelto dagli stessi elettori nell'occasione di una seconda raccolta firme, durante la quale si sarebbero organizzate anche le prime pre-iscrizioni.

Il partito non raccolse, in quel momento, il consenso dei tre principali alleati di FI, quali la Lega, l'UDC e AN, la quale, pur avendo fino ad allora sostenuto il progetto unitario, giudicò confuso e superficiale il modo in cui esso era nato; aderirono invece da subito quasi tutti i partiti minori di matrice liberale e centrista. L'opposizione più dura venne da parte di Gianfranco Fini: «Il nuovo partito di Berlusconi? Comportarsi come sta facendo Berlusconi non ha niente a che fare con il teatrino della politica: significa essere alle comiche finali. Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione» e «Il Cavaliere ha distrutto la Casa delle Libertà e ora dovremmo bussare alla sua porta con il cappello in mano e la cenere in tasca. Non siamo postulanti. io tornare all'ovile? Sono il presidente di An, non una pecora»..

Il nome del nuovo movimento venne definito ufficialmente il 12 dicembre 2007 come Il Popolo della Libertà a seguito di una giornata di votazioni svoltasi il 2 dicembre dello stesso anno. Secondo i dati di Forza Italia l'opzione Il Popolo della libertà prevalse su Il Partito della Libertà ottenendo rispettivamente il 63,14% e il 36,86% delle preferenze. La votazione venne organizzata anche con l'ausilio dei Circoli della Libertà. Alcuni sostengono che sia stato scelto questo nome alternativo anche perché il termine "Partito della Libertà" sarebbe risultato essere un marchio di proprietà della Federazione dei Liberali Italiani, la quale il 5 ottobre avrebbe diffidato la Brambilla e Berlusconi dall'uso dello stesso e contestualmente presentato una richiesta di danni pari a 30 milioni di euro per l'uso indebito di tale marchio.

Berlusconi aveva dichiarato che l'assemblea costituente del Popolo della Libertà sarebbe avvenuta in data 27 marzo 2008 e la campagna di iscrizioni fra il 15 febbraio e il 15 marzo 2008. Tutto però venne lasciato in sospeso e fu congelata qualsiasi data per la nascita del PdL in occasione della caduta del Governo Prodi e della proclamazione da parte del Capo dello Stato di elezioni anticipate per il 13 e 14 aprile 2008. La fine del governo di centro-sinistra consentì tra l'altro un veloce riavvicinamento tra le forze politiche della CdL, i cui dissensi dopo la nascita del PdL avevano fatto temere la definitiva fine della coalizione di centro-destra.

Dopo la caduta del governo e l'indizione di elezioni anticipate, la politica italiana perse il fragile equilibrio bipolare su cui si era costruita la Seconda Repubblica. Se il centro-sinistra aveva subito lo strappo fra La Sinistra - l'Arcobaleno e il Partito Democratico, che mise fine dopo tre anni all'esperienza dell'Unione, il centro-destra apparve improvvisamente e prevedibilmente ricompattato. La scelta del Pd di correre da solo, però, ebbe effetti anche sulla CdL, che nella situazione del momento si sarebbe ritrovata come un insieme disunito di quasi venti partiti a competere contro il solo Pd. In questa situazione, vari esponenti del centro-destra espressero l'ipotesi di andare al voto con i soli quattro partiti fondatori della CdL, ma ciò non venne accolto positivamente dai "piccoli partiti" e in particolare da La Destra.

L'8 febbraio 2008 la situazione si stabilizzò con una brusca accelerata da parte di Berlusconi al processo di costruzione del Popolo della Libertà: il leader della CdL annunciò, alla trasmissione televisiva Panorama del giorno, che Alleanza Nazionale aveva trovato un accordo per entrare nel PdL e che alle vicine elezioni politiche avrebbe presentato il simbolo del nuovo partito, assieme a quello della Lega solo al Nord, la quale Lega si sarebbe alleata con il PdL senza confluirvi.

La data dell'8 febbraio venne tra l'altro a cadere proprio nel giorno anniversario della morte di Pino Tatarella, che più di tutti si era battuto per realizzare il sogno di un partito unitario di centro-destra.

L'annuncio dell'adesione di AN al nuovo partito segnò di fatto la ripresa del progetto del partito unico, messo nel cassetto in vista della crisi di governo. Mentre il 9 febbraio Berlusconi apriva la campagna elettorale del PdL al meeting dei Circoli della Libertà a piazza San Babila e lanciava il nuovo slogan «Rialzati, Italia», tutti i partiti che avevano precedentemente aderito confermarono la loro adesione, assieme alle nuove adesioni di Azione Sociale, annunciata il 9 febbraio, e ai Popolari Liberali di Carlo Giovanardi, che aveva aderito già quattro giorni prima.

Con la creazione del Popolo della Libertà, il centro-destra ha presentato perciò un quadro politico notevolmente semplificato. Estranei al PdL, oltre la Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo che hanno presentato le proprie liste rispettivamente nel Centro-Nord e nel Centro-Sud dell'Italia, restano altri due partiti della vecchia CdL: l'UDC e La Destra.

Tali partiti hanno respinto gli inviti di Berlusconi e Fini ad entrare nel Popolo della Libertà, sottolineando l'importanza di mantenere l'identità del partito, pur rimanendo nella coalizione di centro-destra, magari con un accordo simile a quello concluso con la Lega Nord. Per i leader del PdL tale soluzione non viene ritenuta praticabile ed è considerata solo un rallentamento del processo unitario. Di fronte ciò, sia L'UDC che la Destra hanno deciso di presentarsi da soli alle elezioni.

Il programma elettorale del partito, presentato da Silvio Berlusconi il 29 febbraio 2008 con lo slogan «Rialzati, Italia!», è strutturato su sette punti principali (definiti "missioni"): rilanciare lo sviluppo, sostenere la famiglia, più sicurezza, più giustizia, i servizi ai cittadini, il Sud, il federalismo, un piano straordinario di finanza pubblica.

Due dei più ambiziosi obiettivi di tale programma sono arrivare a far costare di meno lo Stato ai cittadini (non più di un terzo del PIL) e dotare il paese di tutte quelle infrastrutture di cui è carente. Per ridurre i costi punta soprattutto alla totale riorganizzazione ed informatizzazione della pubblica amministrazione, alla soppressione di tutti gli enti inutili e al dimezzamento del personale che ricopre cariche pubbliche .

La campagna elettorale del Popolo della Libertà, cominciata all'indomani della fine della legislatura, vide accendersi i toni da entrambe le parti verso le settimane precedenti al voto. In particolare, evento che inasprì i toni della campagna fu l'annuncio da parte di Silvio Berlusconi, il 22 marzo 2008, di una cordata italiana per l'acquisto della compagnia aerea di bandiera, l'Alitalia, nella quale sarebbero entrati anche, probabilmente, i figli del leader del centrodestra. L'annuncio venne visto dalla maggior parte degli avversari politici del PdL come un annuncio puramente propagandistico. Il giorno dopo Berlusconi precisò di avere soltanto auspicato un impegno di imprenditori italiani in una cordata, ma smentì una partecipazione in prima persona della sua famiglia.

Evento che contraddistinse gli ultimi giorni di campagna elettorale fu lo scontro fra PD e PdL sul confronto televisivo fra i due principali candidati premier. La legge della par condicio, infatti, prevedeva che a tutti i candidati alla presidenza del Consiglio vi fosse pari partecipazione televisiva, e il rinnovato panorama politico con quindici candidati non avrebbe permesso un duello in TV come quelli avvenuti prima delle precedenti elezioni fra Berlusconi e Romano Prodi, allora unici candidati. L'agognato duello fra Veltroni e Berlusconi, alla fine, non si tenne, ma l'ultimo giorno di campagna elettorale i due politici poterono confrontarsi nella stessa trasmissione, seppur uno dopo l'altro, a Matrix, su Canale 5, dove i due ebbero a disposizione tre quarti d'ora ciascuno.

Altro caso che inasprì i rapporti fra le due forze politiche fu la vicenda sulle schede elettorali: Berlusconi, infatti, denunciò una presunta irregolarità delle schede, che a suo avviso non esplicitavano la presenza di due coalizioni ed erano soggetti ad errore da parte dell'elettore. Particolarmente criticate furono le parole del principale alleato del PdL e capo della Lega, Umberto Bossi, il quale aveva metaforicamente minacciato di «prendere mano ai fucili» nel caso le schede fossero rimaste com'erano allora.

Le elezioni politiche del 2008 si sono concluse con un netto successo dell'alleanza di centro-destra, che ha ottenuto complessivamente il 46.81% alla Camera e il 47.32% al Senato, conquistando la maggioranza assoluta in entrambe le camere. Il Popolo della Libertà ha ottenuto singolarmente il 37.39% alla Camera e il 38.17% al Senato. La larga vittoria del centro-destra ha incoronato il PdL primo partito politico italiano.

Dopo la vittoria politica del centrodestra, il PdL e i due partiti alleati, la Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia, costituiscono la maggioranza parlamentare della XVI Legislatura, inaugurata il 29 aprile 2008 con l'elezione dei due presidenti delle Camere. I politici designati per tali compiti sono due membri del PdL: Renato Schifani al Senato (eletto lo stesso giorno) e Gianfranco Fini alla Camera (che, a causa della maggioranza più ampia richiesta alla Camera, viene eletto al quarto scrutinio il 30 aprile).

Fabrizio Cicchitto diventa presidente del gruppo parlamentare alla Camera, Maurizio Gasparri al Senato.

Il 9 maggio il Governo Berlusconi IV entra in carica con il giuramento davanti al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L'incarico era stato affidato al leader del PdL il giorno precedente, e Berlusconi aveva accettato senza la consueta "riserva", come avvenuto solitamente nelle legislature precedenti. Dei 21 ministri complessivi del Governo, 17 appartengono al Popolo della Libertà. Il 12 maggio il Consiglio dei Ministri nomina i sottosegretari del Governo.

Intanto, l'11 maggio 2008 il presidente della Camera, Gianfranco Fini, lascia la presidenza di Alleanza Nazionale e affida a Ignazio La Russa il compito di portare AN, tra la fine dell'anno e l'inizio del 2009, alla definitiva confluenza nel PdL.

I riferimenti ideali del partito si rintracciano nel cristianesimo democratico e nel liberalismo. I gruppi di origine socialdemocratica si riconducono al filone liberale sociale. I principi cattolici sono quelli della dottrina sociale della Chiesa cattolica, con particolare riferimento all'importanza del ruolo della famiglia nella società, mentre i principi liberali si delineano nel sostegno dell'iniziativa privata, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, nonché nella necessità di attuare sgravi fiscali per le piccole e medie imprese. Tra le tematiche care alla destra e ben rappresentate nel partito ci sono la priorità alla sicurezza del cittadino, la lotta all'immigrazione clandestina, il sostegno alle forze dell'ordine, come anche l'attenzione alle politiche sociali e l'importanza dell'identità nazionale. Il PdL infine sostiene la necessità di profonde riforme costituzionali che trasformino l'Italia in senso federalista e presidenzialista. Nel discorso tenuto il 9 febbraio 2008 a Milano, Silvio Berlusconi affermò che Il Popolo della Libertà sarebbe diventato il partito unico del centro-destra e che i valori che muovono il "popolo" che sostiene il movimento, sono gli stessi che Berlusconi stesso delineava nel discorso della discesa in campo del 1994 e che non ha mai mancato di sottolineare nel corso della sua azione politica. La politica per il leader di Forza Italia "deve essere al servizio dei cittadini", non i cittadini al servizio della politica ed essere "fondata più sui valori che sugli interessi".

Silvio Berlusconi ha più volte dichiarato che il Popolo della Libertà è "l'equivalente italiano del Partito Popolare Europeo, la casa dei popolari e dei liberali": se il PdL sarà un partito unico, la sua collocazione sarà, secondo Berlusconi, nel PPE. Tale prospettiva è però osteggiata da parte dello stesso PPE, con in testa il presidente Wilfried Martens, contraria ad accogliere l'adesione di Alleanza Nazionale.

Il Partito Repubblicano Italiano, per le elezioni politiche 2008, ha inserito propri candidati nelle liste del PdL (come già accaduto nel 2006 con Forza Italia per le elezioni della Camera e in parte del Senato) mantenendo però totale autonomia.

I Liberal Democratici, che inizialmente avevano aderito al PdL, ne sono fuoriusciti poco dopo le elezioni del 2008. In dissenso Lamberto Dini e Giuseppe Scalera hanno lasciato il partito rimanendo nel gruppo del PdL.

Per la parte superiore



Alleanza Nazionale

Alleanza Nazionale (AN) è un partito politico italiano di orientamento conservatore. E' nato nel gennaio 1994 inizialmente come cartello elettorale composto dal Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale e da altre personalità ed associazioni minori d'area, in particolare, liberale, democristiana e conservatrice come - in particolare - Domenico Fisichella, Giuseppe Basini, Publio Fiori e Gustavo Selva.

Nel congresso nazionale del gennaio 1995, con la cosiddetta "svolta di Fiuggi", il MSI-DN si è spostato sulle posizioni della destra classica occidentale di stampo conservatore e si è definitivamente sciolto nella nuova formazione.

Il partito, però, pur mantenendo legami storico-culturali con la tradizione del MSI-DN, ha mostrato sempre più una tendenza nazional-conservatrice, riconoscendosi nella leadership di Gianfranco Fini, promotore della svolta e leader del partito sin dalla sua fondazione.

Il partito aderisce alla lista unitaria del centro-destra italiano, denominata Il Popolo della Libertà, in procinto di diventare un vero e proprio partito entro l'autunno 2008, ed è sempre stata impegnata, a fianco di Forza Italia, nella costruzione del Polo di centrodestra. A livello europeo, aderisce all'Alleanza per l'Europa delle Nazioni e al gruppo parlamentare dell'Unione per l'Europa delle Nazioni. Ha tuttavia dimostrato l'intenzione di aderire al Partito Popolare Europeo.

A fine aprile 1993, un articolo su Il Secolo d'Italia lancia l'idea di una nuova "Alleanza Nazionale" che veda insieme i missini con chi ha idee conservatrici, come la destra democristiana (Gustavo Selva, Publio Fiori e Gaetano Rebecchini), la destra liberale (Giuseppe Basini, Gabriele Pagliuzzi e Saverio Porcari Lidestri) e intellettuali come Domenico Fisichella. L'idea, nell'immediato, viene bocciata, ma se ne discuterà per tutta l'estate del '93 e, dopo l'ottimo esito del partito alle elezioni amministrative di novembre, quando il MSI diventa il primo partito a Roma e Napoli ed elegge numerosi sindaci in comuni minori, essa segna una svolta politica, tanto che lo stesso Fini, segretario nazionale, l'11 dicembre 1993 vara ufficialmente il Movimento Sociale Italiano - Alleanza Nazionale.

Il nuovo MSI-AN debutta con la Lista "Alleanza nazionale" alle elezioni politiche del 1994 come alleato di Forza Italia al Centro-Sud per la coalizione del Polo del Buon Governo, e come indipendente al Nord: il partito raggiunge uno storico 13,4 % e diventa forza di governo. In questo modo, per la prima volta, il MSI entra a far parte di un governo, il quale, però, cadrà dopo appena otto mesi. I ministri chiamati a farne parte erano: Giuseppe Tatarella, Altero Matteoli e Adriana Poli Bortone (del MSI), Publio Fiori e Domenico Fisichella per AN.

Il 27 gennaio 1995, a Fiuggi, dopo lo svolgimento dell'ultimo congresso del MSI, avviene il primo congresso di AN, cui partecipano i circoli di "Alleanza nazionale" il cui coordinatore era Adolfo Urso. Il congresso elegge Fini primo presidente del nuovo partito, il quale afferma che «oggi finisce in Italia il lunghissimo dopoguerra».

Si consacra lì la cosiddetta "svolta governista" al partito, allargandolo a cattolici moderati e conservatori, e spingendolo verso il centro destra conservatore e liberale.

Il nome "alleanza nazionale" non è casuale: fu scelto per definire il partito o coalizione che avrebbe dovuto contrapporsi all' analoga "Alleanza Democratica", partito o coalizione che si sarebbe formato a sinistra (in previsione di un sistema a soli due partiti di cui tanto si parlava allora) e che appariva incontrastabile senza un "alleanza nazionale". AD nelle intenzioni dei suoi fondatori avrebbe dovuto rappresentare il contenitore di tutta la coalizione di sinistra, anche se poi questa intenzione naufragò a causa delle divergenze e la coalizione di sinistra finì per chiamarsi "Progressisti" nella quale l'"aborto" AD finì miseramente per confluire, seppur sopravvivendogli ancora per qualche anno.

Queste posizioni - soprattutto quella sottesa alla seconda delle affermazioni citate - causano la scissione della componente guidata da Pino Rauti, suo "rivale storico" all' interno del MSI-DN e da sempre animatore dell' ala "sinistra", il quale decide di fondare il nuovo Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

La fuoriuscita di Rauti comunque non provoca perdite di consensi, che AN vede anzi incrementare alle elezioni regionali del 1995, riuscendo anche a far eleggere un proprio esponente (Antonio Rastrelli) alla guida della regione Campania. È in questa occasione che AN, nella nuova ottica bipolare della politica italiana, partecipa alla costituzione della coalizione di centrodestra insieme a FI, Ccd e Cdu (mentre la Lega decide di correre da sola), formando il Polo per le Libertà, col quale ottiene per la prima volta importanti successi anche nelle regioni settentrionali. Nel 1996 però il Polo viene poi sconfitto dalla nuova coalizione di centro-sinistra, denominata L'Ulivo e guidata da Romano Prodi.

AN, comunque, si compiace per gli ottimi risultati raggiunti, pur se inferiori alle attese: alle elezioni del '96 è il terzo partito italiano, dopo il Partito Democratico della Sinistra e Forza Italia, con quasi 6 milioni di voti e il 15,7%, suo massimo storico.

Nel corso della XIII legislatura si verificano alcuni episodi di dissenso con Forza Italia, in particolare quando nel 1998 Berlusconi decide di far fallire la commissione bicamerale presieduta da D'Alema, appoggiata invece da AN.

Intanto i governi dell'Ulivo si susseguono: dopo la caduta del governo Prodi I (ottobre 1998), diventa presidente del Consiglio Massimo D'Alema, il primo ex-comunista alla guida di un governo italiano, episodio che viene visto da AN in maniera negativa, in quanto D'Alema non è stato eletto dal popolo: l'incarico gli viene affidato dal Presidente della Repubblica Scalfaro, dopo aver ravvisato la consistenza di una maggioranza a suo sostegno racimolata soprattutto tra i parlamentari di centro.

Per dare una risposta a simili giochi di palazzo, con cui piccoli gruppi sembrano capaci di determinare le coalizioni di governo, e al fine di proteggere il bipolarismo dalle "paludi" centriste, AN si fa promotrice insieme a Mario Segni del Referendum abrogativo dell'aprile 1999, volto ad abolire la quota proporzionale del sistema elettorale Mattarellum, considerata la causa della proliferazione dei piccoli partiti. Il referendum però non vinse per un soffio.

Alle elezioni europee del 1999 AN decide di sperimentare un nuovo progetto elettorale, in una stagione caratterizzata oramai da un'aperta competizione con Forza Italia: per allargare l'area del centro-destra e ottenere un definitivo sdoganamento, AN presenta una lista unitaria insieme al Patto Segni, movimento politico di Mario Segni (già alleato nella lotta in favore del bipolarismo), derivato della ex Democrazia Cristiana. L'alleanza, però, racimola un insuccesso, facendo cadere la forza elettorale complessiva al 10,3% (appena 3 milioni di voti) ed eleggendo soltanto 9 parlamentari europei. Dopo la sconfitta Fini dà le dimissioni; tuttavia, in seguito alle numerose manifestazioni di solidarietà in suo favore, le ritira, a patto che il partito si impegni in una raccolta di firme per riproporre lo stesso referendum che in aprile era fallito di poco.

L'anno successivo si svolgono le elezioni regionali: il Polo di centrodestra, che intanto aveva riconquistato l'adesione della Lega, vince in 8 regioni su 15 (nelle più importanti). AN recupera consensi e si attesta su un 13% complessivo, conquistando la presidenza di alcune regioni italiane, tra cui il Lazio (storica roccaforte di AN) che va a Francesco Storace.

Forti della vittoria elettorale, i partiti del centrodestra si ricompattano superando le precedenti ostilità, e si organizzano per la campagna elettorale del 2001, accusando i governi dell'Ulivo di aver fallito nel campo della politica economica e sociale. E nonostante il referendum abrogativo del 2000 (voluto da Fini l'anno prima) fallisca di nuovo, e anzi con un margine molto maggiore a causa della campagna astensionista di Forza Italia, ciò non viene vissuto come una sconfitta.

An ritorna al governo, stavolta in maniera più stabile e duratura, in seguito alla vittoria che il centrodestra riscuote alle elezioni del 13 maggio 2001: la coalizione dà origine alla nuova alleanza della Casa delle Libertà, con Berlusconi come premier, e governa l'Italia per i successivi cinque anni (vedi Governo Berlusconi II e III). AN si presenta come il secondo partito della coalizione.

Del governo entrano a far parte: Gianfranco Fini (come vicepresidente del Consiglio e, dal 18 novembre 2004, anche ministro degli Esteri), Altero Matteoli (ministro dell'Ambiente), Maurizio Gasparri (ministro delle Comunicazioni), Gianni Alemanno (ministro delle Politiche agricole), Mirko Tremaglia (ministro per gli Italiani nel mondo).

Nel corso dell'azione di governo, AN si contraddistingue nell'elaborazione di una nuova legge, correlata al mondo del lavoro, per combattere e controllare l'immigrazione clandestina, la cosiddetta Legge Bossi-Fini, che prevede l'estradizione dei clandestini dopo un periodo nei Centri di permanenza temporanei.

Sul piano economico AN spinge per una maggiore collegialità nelle scelte del governo, trovandosi alle prese col fatto che Giulio Tremonti (esponente di Forza Italia), disponendo del ministero del Tesoro, si ritrova in pratica ad avere l'ultima parola su ogni decisione. La richiesta costante di una "cabina di regia" in materia economica porterà nel 2004 alle dimissioni di Tremonti, sostituito nell'occasione da Domenico Siniscalco.

Nel frattempo il leader Fini spinge AN ad abbandonare definitivamente ogni ambiguità nei confronti del ventennio mussoliniano. Condanna apertamente il fascismo e il nazismo, in un viaggio in Israele, definendoli - in riferimento alla tragedia dell'olocausto - come il "male assoluto del XX secolo", accantonando definitivamente il rischio di posizioni anti-ebraiche e aprendosi ad istanze prevalentemente moderate.

Queste posizioni spingono Alessandra Mussolini, nipote del leader fascista Benito, a dimettersi dal partito, fondando una nuova coalizione (Alternativa Sociale) insieme ad altri movimenti neo-fascisti.

Intanto, a giugno 2004, si svolgono le elezioni europee: AN, con circa 3.750.000 voti, si attesta sul risultato dell'11,5%, eleggendo 9 parlamentari europei. Poi è la volta delle Regionali, dove si verifica la grossa rimonta del centrosinistra, con la nuova coalizione denominata L'Unione, che conquista 12 regioni su 14. AN - pur nel calo generale della CdL - si mantiene sostanzialmente stabile sulle sue più recenti affermazioni elettorali, nonostante la fuoriuscita di Alessandra Mussolini.

Il 13 settembre 2008 si è consumato l'ultimo atto sulla questione dei rapporti del partito con il fascismo. Intervenendo alla festa nazionale di Azione Giovani, a Roma, il Presidente della Camera, Gianfranco Fini ha dichiarato: Sono convinto non da oggi che la destra italiana debba senza ambiguità e reticenze dire che si riconosce in alcuni valori certamente presenti nella Costituzione: la libertà, l'uguaglianza e la giustizia sociale. Valori che hanno guidato e ancora guidano il cammino della destra e che sono valori di ogni democrazia e che a pieno titolo sono antifascisti. A ciò tuttavia ha aggiunto che se la destra italiana «ha la lucidità e la determinazione di ribadire che si riconosce in questi valori che sono nel pantheon dell'antifascismo, ecco se lo fa rende più agevole un'operazione culturale di ripristino di una verità qualche volta negata: non tutti gli antifascisti erano democratici perché chi aveva come modello l'Urss di Stalin era a pieno titolo antifascista ma non a pieno titolo un democratico». A parte qualche protesta della base del movimento giovanile di AN, nessuno dei dirigenti di partito ha criticato queste parole che hanno indirizzato AN verso la sfera del pensiero storico e politico dell'antifascismo. Aperte critiche sono invece giunte da tutti i partiti dell'estrema destra, che hanno visto in questa dichiarazione l'ultima abiura di Gianfranco Fini, diseganto da anni come un personaggio senza alcuna coerenza politica.

Intanto, dopo la sconfitta delle Regionali, il Governo entra in crisi: AN chiede il rilancio dell'esecutivo, minacciando – qualche giorno dopo l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro – di ritirare i suoi ministri dal governo. Berlusconi è costretto a dimettersi e a costituire un nuovo governo (il Governo Berlusconi III), che ritrova l'unità della coalizione puntando ad avviare una serie di politiche per il Mezzogiorno.

Fini, Matteoli, Alemanno e Tremaglia rimangono al loro posto, Mario Landolfi prende il posto di Gasparri alle Comunicazioni (Gasparri si dedicherà con maggior vigore all'attività politica nel partito) mentre Francesco Storace, che ha perduto la presidenza della Regione Lazio per pochi punti percentuali, diviene ministro della Salute al posto di Girolamo Sirchia.

Un motivo di scontro all'interno del partito è provocato dai referendum sulla procreazione medicalmente assistita, che si tengono il 12 e 13 giugno 2005: si tratta di quattro quesiti promossi dai Radicali e da alcuni partiti della sinistra italiana, che chiedono l'abrogazione di alcune parti, che pongono dei limiti all'impiego degli embrioni per la fecondazione e la ricerca scientifica, della legge recentemente approvata in Parlamento. La Chiesa cattolica si schiera apertamente contro il referendum, invitando i fedeli all'astensione, posizione che trova disponibilità anche da parte di altri partiti della maggioranza, eccetto Forza Italia, che vuole lasciare libertà di coscienza agli elettori.

Gianfranco Fini, nonostante il suo precedente parere contrario in Parlamento, annuncia di voler votare tre "Sì" (con un "No" alla fecondazione eterologa), spiazzando gran parte del partito. Queste posizioni sui temi etici, come quelle che esprimerà l'anno seguente, di cauta apertura ai diritti delle coppie di fatto, provocano malumori nel partito. I rappresentanti della "destra sociale", come Gianni Alemanno, criticano duramente Fini per la sua posizione e si crea così un gruppo di esponenti che sembrano arrivare a chiedere la sua testa, soprattutto dopo l'esito fallimentare del referendum, che ottiene soltanto il voto del 25% degli aventi diritto. La leadership di Fini, nella prima estate del 2005, viene così messa in discussione. La frattura si ricompone all'assemblea nazionale di luglio, dove il partito ritrova l'unità compromessa, approvando un documento unitario che ribadisce le posizioni del partito. In gran maggioranza, l'80% del partito, era favorevole all'astensione nel referendum, Fini ne accoglie le critiche notando che sarebbe stato un metodo migliore discuterne insieme prima di stabilire la libertà di coscienza nel voto referendario, ed ottiene così il rinnovo della fiducia.

Nell'estate dello stesso anno, in seguito alle rivelazioni del quotidiano Il Tempo su una scottante conversazione tenuta da tre "colonnelli" del partito (Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri) nella quale Fini veniva fatto oggetto di valutazioni e commenti da lui giudicati irriguardosi, il leader di AN decide di azzerare i vertici del partito per ridurre i pericoli di complotti e di una proliferazione delle correnti (da lui peraltro già dichiarate "sciolte" nel 2004). Al posto dei dirigenti rimossi subentra a far parte della segreteria politica di AN Andrea Ronchi, un fedelissimo di Fini. La frattura tra il leader e i colonnelli tuttavia si ricomporrà col passare del tempo.

Uno degli ultimi atti del Governo di centrodestra è l'approvazione di notevoli riforme costituzionali nel segno della devoluzione dei poteri dallo Stato alle Regioni, il federalismo. La "devolution", cavallo di battaglia della Lega Nord, viene approvata in via definitiva il 17 novembre 2005 con il voto favorevole di AN come di tutta la CdL.

L'approvazione di questa nuova Costituzione suscita le dimissioni dal partito di Domenico Fisichella, storico fondatore e padre spirituale di Alleanza Nazionale, contrario alla riforma, il cui federalismo considera contrario alla storia della nazione, contrario alla propria storia familiare e personale. La nozione d'interesse nazionale, voluta da AN, Fisichella la considera inutile, in quanto, essendo le questioni inerenti sottoposte al nuovo Parlamento in seduta comune, trovandosi il nuovo Senato federale con particolari connotazioni localistiche, non sarebbe oggetto di un'efficace e obiettiva valutazione.

La riforma, in ogni caso, non verrà applicata perché respinta dal referendum costituzionale del 2006 che ha visto prevalere le posizioni del "No", mentre AN e gli altri partiti del centrodestra erano schierati per il "Sì".

Tra gli ultimi atti compiuti da Alleanza Nazionale al governo vi fu anche il decreto-legge del febbraio 2006 sulla droga che abolì la distinzione fra "droghe pesanti" e droghe cosiddette "leggere", e con cui i dirigenti di AN si proponevano di ridurre gli effetti ai loro occhi nefasti del referendum abrogativo del '93, che aveva ottenuto la delegittimazione dell'uso delle droghe con una percentuale di "Sì" di poco superiore al 50%. Questo decreto accolse i favori degli alleati di AN, mentre dai suoi avversari fu visto come un tentativo estremo di ingraziarsi con un'abile mossa il favore dei propri elettori .

In occasione dell'elezioni politiche del 2006, in considerazione delle precedenti sconfitte elettorali viene sentita la necessità all'interno della CdL di presentare delle novità. Qualcuno inizialmente parla di primarie, come quelle programmate dal centrosinistra guidato da Romano Prodi, poi viene approvata una nuova legge elettorale proporzionale (che viene accettata a malincuore da AN, da sempre favorevole al maggioritario); nell'imminenza delle elezioni Fini e Casini propongono che non dovrebbe essere Berlusconi il candidato premier, ma chi all'interno della coalizione otterrà più voti, nella speranza di attrarre maggiori consensi, per compensare alle eventuali delusioni di chi nel 2001 aveva dato la fiducia a Berlusconi.

Il partito, per dare visibilità a questa nuova decisione, con l'assemblea nazionale del 15 gennaio 2006 delibera che nel simbolo da presentare alle elezioni sia presente il nome di Fini (in colore giallo, al di sotto dell'iscrizione Alleanza Nazionale).

L'idea funziona, facendo incrementare le percentuali elettorali di tutti i partiti della Cdl, ma l'intera coalizione perde le elezioni, per soli 24 mila voti alla Camera dei deputati, e per due seggi al Senato dove pure era risultata vincitrice in termini elettorali. Il risultato di Alleanza Nazionale riconferma la sua posizione di secondo partito della Cdl e di terzo partito più votato in Italia ottenendo 4,7 milioni di voti (12,3%) alla Camera e 4,2 milioni al Senato (12,4%), portando all'elezione di 71 deputati e 41 senatori.

L'insuccesso alle elezioni politiche, seppur di lievissime dimensioni, spinge i leader della Casa delle Libertà a riorganizzare il centrodestra, che molti vorrebbero trasformare in un partito unitario. Alleanza Nazionale, in questo frangente, è protagonista di una particolarissima fase: in un documento programmatico dell'estate 2006, il presidente Fini sostiene la necessità di condurre il partito verso la "famiglia popolare europea" manifestando la chiara intenzione di aderire al PPE, che raggruppa le forze moderate e conservatrici del continente. Questa decisione riceve una conferma dall'assemblea nazionale del partito, nella quale viene riconosciuta l'esistenza di una parte interna che si oppone nettamente a tale scelta paventando derive neocentriste: essa fa capo a Francesco Storace e Carmelo Briguglio.

Nel dicembre 2006, in Alleanza Nazionale si forma la fondazione FareFuturo, un think-tank che, sul modello delle fondazioni conservatrici americane e in particolare su quella di Aznar in Spagna, intende elaborare una politica conservatrice a carattere liberale nella società civile.

In ogni caso, il leader del PPE Wilfried Martens si è mostrato scettico sull'ipotesi di adesione di AN, anche se Fini ha guadagnato molta credibilità, nei confronti dei maggiori leader conservatori europei come Nicolas Sarkozy, David Cameron e José María Aznar.

A seguito di queste posizioni, il 3 luglio 2007 il Senatore Francesco Storace, eletto nelle liste di AN nel Lazio, decide di lasciare il partito e di fondare un nuovo movimento, La Destra.

Il 27 luglio anche il senatore Gustavo Selva, ex europarlamentare DC che nel 1994 aveva aderito al partito, lascia Alleanza Nazionale per passare a Forza Italia, a seguito di un episodio nel quale, invitato ad un dibattito televisivo, per evitare di arrivare in ritardo negli studi di La7 a causa del traffico, aveva finto di avere un malore per farsi trasportare da un'ambulanza del 118. Si era prima dimesso da senatore, ma poco dopo aveva ritirato le dimissioni. In AN, alcuni esponenti tra cui Gianni Alemanno avevano chiesto di adottare un provvedimento disciplinare contro Selva.

I rapporti con Forza Italia, intanto, dopo un periodo di grande compattezza esibita tra l'altro il 2 dicembre 2006 in un'imponente manifestazione contro il governo Prodi (a cui però non partecipò l'UDC), si deteriorano improvvisamente nel novembre 2007, già tesi per il fatto che Romano Prodi, pur traballante, ha appena superato lo scoglio della finanziaria; dopo che Forza Italia aveva risposto con lentezza alle richieste avanzate più volte da Fini di fondare con AN un soggetto unico, si verifica la nascita del Partito Democratico, il parito unitario del centro-sinistra, a cui Berlusconi decide ora di contrapporre un suo nuovo partito, fondato da lui personalmente senza consultare gli alleati. Questo episodio provoca la dura reazione dei veritici di AN, che si riavvicinano momentaneamente all'UDC. Dopo due mesi, tuttavia, la caduta di Prodi fa riavvicinare gli alleati.

L'8 febbraio 2008, alla vigilia delle elezioni politiche anticipate scaturite dalla caduta del Governo, Fini annuncia la fase costituente di un nuovo soggetto unitario al quale AN intende dar vita insieme a Forza Italia e ad altre formazioni minori del centrodestra: il Popolo della Libertà. Il 16 febbraio 2008 Fini ha anche dichiarato che in autunno AN si scioglierà nel nuovo soggetto, a patto che il partito sia concorde. Lo scioglimento avverrà per gradi, e si deciderà alla fine con un congresso nazionale.

Anche Gianni Alemanno ha auspicato in un'intervista che i valori di AN e di Forza Italia abbiano pari dignità all'interno del nuovo partito .

L'idea di unificare i due partiti ha riscosso un buon successo alle elezioni del 13 e 14 aprile: il Popolo della Libertà ha ottenuto, come partito singolo, il 38% dei voti, che rappresenta più della somma dei voti che AN e Forza Italia ottennero nel 2006. Alla vittoria delle politiche si aggiunse anche il successo alle elezioni amministrative di Roma, dove era candidato alla carica di sindaco l'esponente di AN Gianni Alemanno, che è stato eletto al ballottaggio col 53,7% dei voti. Fini ha dichiarato che la conquista del Campidoglio rappresenta per la destra una "vittoria storica".

In seguito alla vittoria nelle elezioni politiche, il 7 maggio 2008 AN è tornata al governo con quattro ministri: Altero Matteoli alle Infrastrutture, Ignazio La Russa alla Difesa, Andrea Ronchi alle Politiche Comunitarie e Giorgia Meloni alle Politiche Giovanili.

AN accede inoltre per la prima volta ad una delle tre cariche più prestigiose delle Repubblica, ottenendo la presidenza della Camera a cui va Gianfranco Fini.

Ufficialmente sciolte da Fini nell'ottobre del 2004, mutano, ma sono in realtà gruppi ancora presenti nel partito.

Il movimento giovanile di Alleanza Nazionale è Azione Giovani, nato anch'esso dopo la svolta di Fiuggi dalla fusione di vari movimenti giovanili di destra. L'attuale presidente di Azione Giovani è Giorgia Meloni, eletta durante il congresso nazionale svoltosi a Viterbo il 27 e 28 novembre 2004.

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Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale

Il Movimento Sociale Italiano (dal 1972: Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale) è stato un partito politico fondato il 26 dicembre 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana (come Giorgio Almirante, Pino Romualdi e Manlio Sargenti) ed ex esponenti del regime fascista (come Arturo Michelini). Il simbolo del partito fu scelto nel 1947: la "fiamma tricolore", emblema degli "arditi" della prima guerra mondiale. Il partito si sciolse il 27 gennaio 1995, confluendo, in maggioranza, nella rinnovata Alleanza Nazionale e, in piccola parte, nel continuista Movimento Sociale Fiamma Tricolore.

Il partito, che ebbe inizialmente l'appoggio del generale fascista Rodolfo Graziani, ebbe il suo battesimo elettorale nel 1948, quando ottenne il 2% dei voti alla Camera dei Deputati e lo 0,8% al Senato della Repubblica.

Con la scomparsa della lista dell'Uomo Qualunque, il MSI aumentò discretamente i suoi consensi soprattutto nel Sud Italia, dove i grandi proprietari terrieri lo sostennero in risposta alle occupazioni e alle proteste contadine dei braccianti sostenuti dal PCI.

Il MSI sostanzialmente era diviso in due tronconi: al nord socializzatori, al sud corporativisti e di fatto la divisione divenne più marcata con le elezioni che si susseguirono, nelle quali al sud i voti erano il doppio di quelli del nord con punte a volte del 15% specie a Napoli, Lecce, Catania, Reggio Calabria. Il MSI entrò negli anni cinquanta in diverse giunte comunali di importanti città in coalizione con i monarchici (Napoli, Caserta, Lecce, Bari, Foggia, Reggio Calabria, Catania, Latina, Pescara, Campobasso, Salerno), legittimandolo di fatto. Al 1950 risale inoltre la fondazione della CISNAL, sindacato vicino al MSI, il cui leader Giovanni Roberti era deputato missino.

Dopo il 5,8% dei voti ottenuto alle elezioni politiche del 1953, divenne segretario del MSI Arturo Michelini. Durante la sua segreteria, il movimento accettò l'Alleanza Atlantica (NATO) e garantì il sostegno ad un governo monocolore guidato dal democristiano Fernando Tambroni (1960). Nel 1957 la componente di sinistra del partito capeggiata da Ernesto Massi dopo le varie derive borghesi e conservatrici esce dal partito, dando vita al Partito Nazionale del Lavoro, che si candiderà soltanto nelle elezioni del 1958. Il MSI aveva già votato la fiducia ai governi Zoli e Segni II, ma stavolta fu l'unico a sostenere l'esecutivo. Da parte delle opposizioni, questa inedita alleanza fu interpretata come un avvio di svolta autoritaria e si creò un clima di grave imbarazzo per il quale la DC, in difficoltà nei confronti degli altri partiti che minacciavano di fare insorgere il Paese, costrinse Tambroni alle dimissioni; inaspettatamente, il presidente della Repubblica (Giovanni Gronchi) respinse queste dimissioni, principalmente perché nessun altro democristiano, vista la temperatura rovente del dibattito politico, accettava di sostituirlo e di comporre nuove alleanze.

Il MSI restava dunque il sostegno essenziale di quel governo e l'occasione fu sfruttata per proporsi all'attenzione generale, organizzando un congresso a Genova, città Medaglia d'Oro della Resistenza; si disse allora che la scelta di questa città da parte del movimento fosse stata intenzionalmente provocatoria; si osservi inoltre che presidente del congresso era stato nominato l'ex prefetto fascista Basile, fortemente indiziato di collaborazionismo con i nazisti. Immediatamente la protesta in Liguria esplose in manifestazioni e scioperi, ma a cavallo fra il giugno ed il luglio del 1960 vi furono anche in tutto il resto d'Italia violentissimi scontri di piazza con le forze dell'ordine. A Genova i Reparti Celere si trovarono di fatto ad ingaggiare nei caruggi una sorta di guerriglia urbana coi manifestanti e furono chiamati funzionari esterni della Polizia e dei Carabinieri. I manifestanti stavano prendendo il sopravvento costringendo la Polizia a ripiegare e fu necessaria una soluzione politica per riportare l'ordine. In conclusione al MSI fu impedito di tenere quel congresso; tuttavia questo non fu sufficiente a ristabilire la pace sociale; gli scontri successivi, particolarmente a Roma e Palermo, non furono meno violenti e provocarono una decina di morti, culminando con la strage di Reggio Emilia il 7 luglio 1960.

Dopo la caduta di questa legislatura in seguito ai fatti di Genova, il MSI fu emarginato dalla scena politica. Neanche il ritorno alla segreteria di Giorgio Almirante, esponente storico e già segretario del partito (che sostituì il più moderato Arturo Michelini, scomparso nel 1969), riuscì a migliorare questa situazione. Fu creata, nel dibattito politico, la locuzione "arco costituzionale" per indicare in pratica tutti partiti meno il MSI (la locuzione però si fondava anche sul rigetto, da parte del movimento, dei valori antifascisti contenuti nella Carta). Negli anni successivi il MSI sarebbe dunque stato palesemente tenuto al bando dalla vita politica nazionale con la sola eccezione degli inevitabili atti formali.

Almirante, grazie anche alle sue grandi capacità oratorie, seppe sfruttare politicamente questa emarginazione, costituendosi come unico partito al di fuori del presunto "regime", di cui avrebbe fatto parte una sotterranea alleanza consociativa fra la DC e le sinistre; con la crescente affermazione delle formule del centrosinistra e l'avvicinarsi delle proposte di compromesso storico, questa pretesa solitudine di opposizione guadagnò sempre più consensi.

Nel luglio del 1970, il MSI fu protagonista dei cosiddetti fatti di Reggio, quando la città calabrese insorse contro la decisione di spostare a Catanzaro il capoluogo della regione. La reazione era stata inizialmente sostenuta anche dalle sinistre, ma un esponente della CISNAL (il sindacato missino), Ciccio Franco, coniò lo slogan "boia chi molla" ed organizzò una sollevazione della destra che si produsse in una vera e propria rivolta con barricate stradali e scontri armati con la Polizia. La rivolta si sarebbe conclusa solo nel febbraio dell'anno successivo, con l'ingresso dei carri armati in città. Nelle comunali che si tennero nel giugno del 1971 il partito ottenne clamorose affermazioni a Catania con il 23% e a Reggio Calabria con il 21%. Alle elezioni regionali in Sicilia dello stesso mese, cavalcando la protesta contro i patti agrari, ottenne ben 15 deputati all'Ars su 90.

Nel febbraio del 1972 Almirante riuscì a formare un'alleanza con il PDIUM, una delle maggiori formazioni monarchiche italiane, da cui derivò anche un mutamento di denominazione del partito, ora chiamato "Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale".

Alle elezioni politiche del 1972, l'MSI-DN (nel quale si erano anche candidati molti ufficiali dell'esercito e funzionari delle Forze dell'ordine) fece registrare un considerevole successo, raccogliendo l'8,7% dei voti alla Camera e il 9,2% al Senato. Contemporaneamente, in quell'anno la procura di Milano richiamandosi alla XII disposizione transitoria mise sotto inchiesta Almirante, accusandolo di tentata ricostituzione del Partito Fascista. Un anno più tardi la Camera votò l'autorizzazione a procedere con 484 voti a favore contro 60 contrari. L'inchiesta andò avanti per qualche tempo coinvolgendo vari dirigenti missini, per essere abbandonata una volta constatato il riflusso elettorale del partito.

Negli anni '70 il consenso giovanile all'MSI-DN crebbe verticalmente ed andò ad alimentare lo scontro di piazza fra i cosiddetti "opposti estremismi". Il Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del partito (che aveva preso il posto della Giovane Italia degli anni '50-'60), si trovò opposto alla FGCI, organizzazione giovanile del partito comunista, e quelle extraparlamentari, così come le frange estreme di entrambi gli schieramenti si trovarono in qualche modo rispettivamente a contatto con gruppi armati o organizzazioni terroristiche.

La drammaticità della situazione, insanguinata da decine di uccisioni (quasi sempre di giovanissimi) in entrambi i versanti, e non meno luttuosa per le forze dell'ordine, fece del MSI-DN un partito del quale in qualche modo pubblicamente si discuteva ogni giorno, fatto che gli assicurò quell'accesso all'informazione che pure molti quotidiani (e talvolta la stessa Televisione di Stato) cercavano di negargli. Il partito era diviso fra la corrente maggioritaria almirantiana, di carattere nazionalconservatore, ed una cospicua ma minoritaria corrente più radicale facente capo a Pino Rauti (che essendo catanzarese aveva tratto giovamento politico dalla rivolta reggina), mentre presidente restava l'autorevole Romualdi. Nel 1976 vi fu anche una scissione, dalla quale si formò un nuovo partito, Democrazia Nazionale, che intendeva collocarsi dentro l'arco costituzionale e a cui aderì la maggioranza del gruppo parlamentare, ma scomparso dopo le elezioni del 1979, tra i cui artefici va citato Gastone Nencioni.

Sempre nella stessa decade, il MSI-DN fece appassionate campagne (ad esempio in occasione del referendum sul divorzio) sposando quasi appieno le posizioni della Chiesa cattolica, con l'evidente intento di sottrarre elettorato alla DC e sviluppando un fronte dialettico sulla via del moralismo, sia in opposizione alle "scandalose" posizioni del Partito Radicale e del PSI, sia costantemente segnalando scandali di malversazione e corruttela di governanti e pubblici amministratori. Ripetendo la strategia delle elezioni politiche del 1972, il MSI-DN fece ripetute e franche aperture all'elettorato militare, col quale effettivamente si stabilì una vicinanza. Diversi esponenti delle forze armate e dei servizi segreti coinvolti nelle inchieste sulla strategia della tensione furono candidati in collegi "sicuri" nelle sue fila: fu il caso, ad esempio, di Vito Miceli (che fu eletto) e Giuseppe Santovito.

Da un punto di vista tematico, il partito insisté sulla "crisi del sistema", ovvero sull'inadeguatezza della struttura istituzionale del paese ai suoi reali bisogni, testimoniata d'altra parte dall'enorme instabilità politica di cui a molti anni dalla nascita continuava a soffrire. Fu proposto anche un modello di governo alternativo basato sul concetto della Repubblica presidenziale.

Ciò malgrado, i risultati non andarono oltre un certo limite, ed anzi negli anni Ottanta il movimento subì un processo di ridimensionamento elettorale, giungendo a prendere meno del 6% dei consensi alle elezioni del 1987.

In questo periodo però gradualmente si affievolì l'emarginazione del partito e nel 1985 il MSI votò a favore della conversione in legge del decreto di liberalizzazione del mercato televisivo ed ottenne, per la prima volta nella storia repubblicana, la presidenza di una Giunta, quella delle elezioni alla Camera, con Enzo Trantino.

Dopo questo insuccesso elettorale e la morte di Almirante (22 maggio 1988) si alternarono alla segreteria del partito l'allora 35enne Gianfranco Fini (cresciuto in seno al Fronte della Gioventù), quindi Pino Rauti e dal 1991 ancora Fini, stavolta stabilmente. I primi anni '90 furono critici per il partito, ormai in piena crisi di identità e a rischio di scomparsa dopo il referendum sulla legge elettorale maggioritaria del 1993. L'opera di propaganda del partito in questo periodo, alquanto discontinua, era caratterizzata sia da un richiamo al passato fascista, testimoniato dal proposito, espresso da Fini nel 1991, di attuare il "fascismo del 2000", o dall'elezione in parlamento di Alessandra Mussolini nel 1992, o ancora dalla commemorazione del settantesimo anniversario della marcia su Roma sempre nello stesso anno; sia, d'altra parte, cavalcando nuovamente la protesta anti-sistema, ad esempio attraverso l'incondizionato sostegno espresso dall' MSI-DN all'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Allo scoppio di Tangentopoli, l'MSI-DN condusse una feroce campagna contro il pentapartito e i cosiddetti "ladri di regime", dichiarando aperto appoggio ai giudici di "mani pulite".

A fine aprile 1993, un articolo sul Secolo d'Italia a firma di Francesco Storace (allora portavoce di Fini), lanciò l'idea di una nuova alleanza nazionale che associasse i missini con altri personaggi o schieramenti di idee conservatrici, come la destra democristiana. Nell'immediato l'idea non fu accolta, per ritornare sensibilmente in auge dopo l'ottimo esito del partito alle elezioni amministrative del novembre 1993, quando l'MSI-DN risultò essere il primo partito di Roma e Napoli, eleggendo anche numerosi sindaci in comuni minori. Fu una vera svolta politica che l'11 dicembre 1993 Fini assecondò con il varo di Alleanza Nazionale, o brevemente AN. Nello spirito dell'articolo di aprile, questa formazione non fu in un primo tempo intesa come una trasformazione del MSI-DN, ma come un contenitore politico del quale l'antico partito avrebbe appunto dovuto fare parte insieme ad altri movimenti.

AN si sarebbe presentata alle elezioni politiche del 1994 come alleato di Forza Italia al Sud (Polo del Buon Governo) e da indipendente al Nord, dove però riuscì a fare suo un solo collegio maggioritario (Bolzano). In ogni caso il partito raggiunse il suo massimo storico e diventò forza di governo (maggio 1994).

Il 27 gennaio 1995, preso atto che AN si identificava in massima parte con la storica classe dirigente della Destra italiana, il MSI-DN si sciolse per lasciare definitivamente spazio alla sola Alleanza Nazionale. Fu il congresso che passerà alla storia come "svolta di Fiuggi", per via della città che ospitava l'ultima assise missina.

Rauti, da sempre animatore dell' ala sociale, insieme a una discreta parte del partito, non accettò tuttavia questo cambiamento, interpretato come un "disconoscimento" del proprio passato, e il 3 marzo 1995 fondò il Movimento Sociale - Fiamma Tricolore, rivelatasi negli anni successivi una presenza relativamente stabile all'interno del panorama politico.

Nel 2003 Gaetano Saya "rifonda" un partito che assume la denominazione Nuovo Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale.

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Source : Wikipedia