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Tags : gip, giustizia, società

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Mani pulite

Un'immagine recente di Antonio Di Pietro, il magistrato più famoso di Mani pulite

Con i termini Mani pulite è stata designata dai media un'indagine giudiziaria condotta a livello nazionale in Italia durante gli anni Novanta. Dalle indagini emerse una sconvolgente diffusione della corruzione, della concussione e del finanziamento illecito ai partiti ai livelli più alti del mondo politico e finanziario italiano detta Tangentopoli. Furono coinvolti ministri, deputati, senatori, imprenditori, perfino ex presidenti del Consiglio.

Le inchieste furono inizialmente condotte da un pool della Procura della Repubblica di Milano (formato dai magistrati Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Ilda Boccassini e guidato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e dal suo vice Gerardo D'Ambrosio) e allargate a tutto il territorio nazionale, diedero vita ad una grande indignazione dell'opinione pubblica e di fatto rivoluzionarono la scena politica italiana. Partiti storici come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il PSDI, il PLI, il PRI sparirono o furono fortemente ridimensionati, tanto da parlare di un passaggio fra la Prima Repubblica e la Seconda Repubblica.

Il primo ad usare l'espressione Mani pulite fu il politico italiano Giorgio Amendola, deputato per il Partito Comunista Italiano, in un'intervista a Manlio Cancogni pubblicata da Il Mondo, il 10 luglio 1975, in risposta alle critiche che venivano mosse che venivano mosse all'onestà nella gestione delle amministrazioni pubbliche allo stesso Partito Comunista: "Ci hanno detto che le nostre mani sono pulite perché non l'abbiamo mai messe in pasta. Come se non si potessero avere dei grandi affari amministrando l'opposizione in una certa maniera". L'espressione Mani pulite fu ripresa e usata, per la prima volta, dal giornalista e scrittore italiano Claudio Castellacci in un libro dal titolo omonimo pubblicato nel 1977. Tre anni più tardi il presidente della Repubblica Sandro Pertini, in un discorso ai giovani, tenuto nel 1980, disse: "Chi entra in politica, deve avere le mani pulite".

In un'accezione ristretta, l'indagine "Mani pulite" è quella gemmata dal "fascicolo virtuale" (n. 9520) aperto alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano nel 1991 dal pool.

In un'accezione allargata, di "Mani pulite" si parla anche per le altre indagini per reati contro la pubblica amministrazione condotte nello stesso periodo dalla procura di Milano (es. ENI-Sai) e, più in generale ancora, in tutte le altre procure italiane che diedero corso nel medesimo periodo ad indagini contro il malaffare in politica (si parlò di "Mani pulite" napoletana per le indagini contro Francesco De Lorenzo, Antonio Gava e Cirino Pomicino, di "Mani pulite" romana per le indagini su Moschetti, di "Mani pulite" genovese, piemontese, ecc.).

Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio membro di primo piano del PSI milanese. Chiesa era stato colto in flagrante dalla polizia mentre intascava una tangente da un imprenditore, che stanco di pagare aveva chiesto aiuto alle forze dell'ordine.

La notizia fece scalpore e finì sulle prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Bettino Craxi, leader dello stesso PSI, con l'obiettivo di ritornare alla presidenza del Consiglio, dopo le elezioni politiche di primavera, negò, intervistato dal Tg3, l'esistenza della corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo isolato, una "scheggia impazzita" dell'altrimenti integro Partito Socialista che "in cinquant'anni di amministrazione a Milano, non aveva mai avuto un solo politico inquisito per quei reati".

Sotto interrogatorio, Chiesa rivelò invece che il sistema delle tangenti era molto più esteso. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di "tassa", richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come appunto la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte.

Vista la delicata situazione politica, in piena campagna elettorale, Antonio Di Pietro mantenne sulle indagini il più assoluto riserbo. Tuttavia alcune formazioni come la Lega Nord iniziarono a sfruttare la sempre più crescente indignazione popolare per catturare voti (con lo slogan "Roma ladrona!"). Altre, come la Dc sottovalutarono il "peso politico" di Mani Pulite e altri ancora come Bettino Craxi accusarono la Procura di Milano di muoversi dietro un preciso disegno politico.

Le elezioni di aprile furono segnate dal crescere dell'astensione e dell'indifferenza della popolazione nei confronti di una politica chiusa e ingabbiata negli stessi schemi dai tempi del dopoguerra, incapace di rinnovarsi malgrado gli epocali cambiamenti storici di quegli anni. Il calo di consensi investì quasi tutti i maggiori partiti: la DC calò dal 34,3 % al 29,6, il PSI che nelle precedenti consultazioni aveva toccato i suoi massimi storici, scese di un punto percentuale, PRI, PLI e PSDI conservarono le loro posizioni. Il PDS e Rifondazione Comunista, eredi del disciolto PCI, persero complessivamente un quarto dei voti. I veri vincitori delle elezioni furono la Lega Nord e La Rete, due formazioni di recente fondazione, sviluppatesi una nell'Italia settentrionale, l'altra nel Meridione, che registrarono un vero e proprio boom, facendo della moralizzazione e del rinnovamento politico dei veri e propri cavalli di battaglia.

Subito dopo le elezioni, molti industriali e politici furono arrestati con l'accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni. Una situazione grottesca accadde quando un politico socialista confessò immediatamente tutti i propri crimini a due carabinieri che erano arrivati a casa sua, per poi scoprire che erano venuti semplicemente per notificargli una multa.

Fondamentale per questa espansione esponenziale delle indagini fu la diffusa tendenza dei leader politici di privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati; questo fece sì che molti di loro si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Nel Parlamento che si formò, il Pentapartito conservava comunque la maggioranza assoluta dei seggi ma l'ondata di arresti e di avvisi di garanzia lo indebolirono fortemente. Quando a maggio le Camere appena riunite furono chiamate a votare il nuovo Presidente della Repubblica le votazioni si tennero in un clima di caos totale (in quegli stessi giorni veniva ucciso il giudice Giovanni Falcone) e fu affossata prima la candidatura di Arnaldo Forlani, poi quella di Giulio Andreotti. Alla fine, fu eletto il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, candidato dei "moralizzatori". Scalfaro, si rifiutò di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti: Bettino Craxi, che aspirava a tornare alla presidenza del Consiglio dovette rinunciare in favore di Giuliano Amato.

Ad agosto, Craxi attacca Di Pietro sull'Avanti!: Non è tutto oro quello che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt'altro che l'eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani Pulite.

Il 2 settembre 1992, il politico socialista Sergio Moroni, accusato di corruzione, si uccise. Lasciò una lettera in cui si dichiarava colpevole, dichiarando che i crimini non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Bettino Craxi segretario del PSI, molto legato a Moroni si scagliò contro stampa e magistratura denunciando la creazione di un "clima infame". La figlia Chiara è oggi deputata del Pdl ed è una delle voci più critiche nei confronti di Mani pulite.

A settembre viene resa nota un'indagine della Procura di Brescia su un ex ufficiale dei carabinieri che girerebbe l'Italia per raccogliere notizie compromettenti sulla vita privata di Di Pietro. Due suoi amici avrebbero ricevuto offerte in denaro per rivelare che il magistrato farebbe uso di droga. L'indagine viene archiviata.

Secondo alcune dichiarazioni dello stesso Craxi, il capo della polizia Vincenzo Parisi lo avrebbe incontrato e gli avrebbe riferito che era in possesso di tabulati telefonici su contatti fra Di Pietro e l'avvocato Giuseppe Lucibello su un loro misterioso viaggio in Svizzera.

L'opinione pubblica, dopo l'iniziale smarrimento, si schierò in massa dalla parte dei PM. Nacquero comitati e movimenti spontanei, furono organizzate fiaccolate di solidarietà con il pool, sui muri comparvero scritte come "W Di Pietro", "Di Pietro non mollare", "Di Pietro facci sognare" e "Di Pietro tieni duro!". Si diffusero persino slogan come "Tangente, tangente. E i diritti della gente?" o "Milano ladrona, Di Pietro non perdona!". Nei sondaggi dell'epoca, la popolarità di Di Pietro e del pool raggiunse la percentuale record dell'80%, la cosiddetta soglia dell'eroe.

Nelle elezioni locali di dicembre si confermò la crisi dei partiti tradizionali: la DC e il PSI persero ciascuno circa la metà dei voti.

Le inchieste proseguirono e si estesero in tutta Italia, offrendo un panorama di corruzione diffusa dal quale nessun settore della politica nazionale o locale appariva immune. Politici e imprenditori di primissimo piano furono inquisiti e travolti da una "pioggia di avvisi di garanzia". Tra questi anche Bettino Craxi, che a febbraio dovette dimettersi da segretario del Partito Socialista. Una mole ingentissima di procedimenti furono intentati anche contro il tesoriere DC Severino Citaristi.

Sulla spinta delle crescenti proteste popolari, il governo Amato s'impegnò a sollecitare le dimissioni di ogni suo componente raggiunto da un avviso di garanzia. Le inchieste toccarono inevitabilmente anche molti ministri, tanto che l'esecutivo raggiunse una percentuale di dimissioni senza precedenti.

Dopo alcune affermazioni di Bossi, circa il coinvolgimento di un personaggio di altissimo livello, gli stessi ambienti della Procura milanese divulgarono una "velina" alla stampa in cui si precisava che nessuna delle supreme cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidenti di camera e Senato, Presidente del consiglio) erano nel mirino delle inchieste in corso .

Le indagini fecero emergere anche l'esistenza di conti personali, dove deviare i soldi delle tangenti sfruttati quindi non solo per sostenere le spese dei partiti.

A febbraio, il socialista Silvano Larini si costituì e confessò la verità sul "conto protezione", che aveva come reale destinatario il Partito Socialista nelle persone di Martelli (percettore materiale) e Craxi; Claudio Martelli si dimise da Ministro della giustizia e si sospese dal partito, pregiudicandosi ogni possibilità di succedere a Craxi che in quelle ore era dimissionario da segretario nazionale. Martelli sarà condannato in appello nel 2001.

Nelle nuove elezioni amministrative del 6 giugno 1993 il Pentapartito conobbe un pesante tracollo: la DC perse nuovamente metà dei voti, e il Partito Socialista praticamente sparì. La Lega Nord, divenne la maggior forza politica dell'Italia settentrionale, conquistando anche la città di Milano, dove fu eletto sindaco Marco Formentini. L'opposizione di sinistra si avvicinava alla maggioranza, ma mancava ancora di unità e di leadership.

La Falange armata, formazione eversiva di destra sospettata di legami con i servizi segreti deviati, manda il primo messaggio di morte al pool.

Secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti, la mafia progetta di eliminare Di Pietro, per un favore da ricambiare verso un politico del Nord.

Il 5 marzo 1993, il governo varò un decreto legge (il decreto Conso, da Giovanni Conso, il Ministro della Giustizia che lo propose) che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti e definito per questo il colpo di spugna. Il decreto, che recepiva un testo già discusso e approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, conteneva un controverso articolo che dava alla legge un valore retroattivo, e che quindi comprendeva anche gli inquisiti di Mani Pulite; il risultato sarebbe stato una sorta di amnistia di fatto.

L'allarme che le inchieste di Tangentopoli rischiavano di infangarsi fu lanciato dal pool milanese in televisione; l'opinione pubblica e i giornali gridarono allo scandalo e il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale.

Conso diede le dimissioni; pochi giorni dopo al referendum del 23 marzo 1993 (promosso dal democristiano dissidente Mario Segni), gli elettori votarono in massa a favore dell'introduzione del sistema maggioritario. Fu un segnale politico molto forte della sempre più crescente sfiducia nei confronti della politica tradizionale; il governo Amato, intravedendo nel risultato del referendum un segnale di sfiducia nei suoi confronti, rassegnò le dimissioni.

Il Parlamento non riuscì a formare un nuovo governo politico: Scalfaro decise perciò di affidare ad aprile la presidenza del Consiglio al governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi il quale costituì un governo tecnico, il primo nella storia d'Italia. Ciampi si pose due obiettivi fondamentali: una nuova legge elettorale che doveva essere scritta sotto dettatura del referendum (approvata alla fine dell'anno, introducendo un sistema per tre quarti maggioritario) e il rilancio dell'economia (che stava vivendo una difficilissima stagnazione, con la lira precipitata ai minimi storici).

Il 30 aprile la Camera dei deputati negò l'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, uno degli inquisiti più celebri di Tangentopoli. Il giorno prima, Craxi si era presentato nell'aula e in uno storico discorso ammise di aver ricevuto finanziamenti illeciti ma si giustificò sostenendo che i partiti non potevano sorreggersi con le entrate legali e attaccò l'ipocrisia di chi all'interno del Parlamento sosteneva le tesi dei magistrati ma in realtà aveva beneficiato del sistema delle tangenti. Mentre il presidente della Camera Giorgio Napolitano, leggeva i risultati delle votazioni i deputati della Lega e del MSI insultarono i colleghi dando loro dei ladri e dei imbroglioni.

La mancata autorizzazione scatenò una reazione violentissima: diversi ministri del neonato governo diedero le dimissioni per protesta (tra di loro Francesco Rutelli e Vincenzo Visco). Studenti dei licei romani manifestarono per le strade della Capitale, alcune Università furono occupate, in molte città le sedi del PSI furono assalite dai manifestanti; la stessa sezione nazionale in Via del Corso fu oggetto di una sassaiola, scongiurata da alcune cariche della polizia.

Nel pomeriggio i partiti di sinistra (PDS, Verdi, Rifondazione Comunista e altri) indirono una manifestazione a Piazza Navona, anche il MSI ne allestì una parallela davanti a Montecitorio: entrambe chiedevano lo scioglimento delle Camere.

Al termine della manifestazione, un gruppo di persone si avvicinò all'Hotel Raphael, nel centro di Roma, che era la residenza capitolina di Craxi. Quando il leader socialista uscì dall'albergo, i manifestanti gli lanciarono oggetti di ogni tipo, soprattutto monetine; altri sventolavano banconote (gridando: Bettino, vuoi pure queste?), e nel frattempo venivano scanditi slogan contro il politico socialista che auspicavano il carcere (Bettino, Bettino il carcere è vicino) o addirittura il suicidio.

A metà marzo fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Il flusso di accuse, arresti e confessioni non si arrestò.

Nel frattempo, Di Pietro chiede una rogatoria sui conti di Craxi a Hong Kong. La Falange armata invia una nuova minaccia: gli uccideremo il figlio.

A giugno viene arrestato il primo manager Fininvest, Aldo Brancher. Il 12 luglio, Silvio Berlusconi invia un fax a Il Giornale, di cui è proprietario, intimando di sparare a zero sul pool. Ma i condirettori Indro Montanelli e Federico Orlando si rifiutano.

Il 17, Il Sabato, settimanale di Comunione e Liberazione, pubblica un dossier sulle presunte malefatte di Di Pietro, il quale sarebbe in combutta con diversi imprenditori, che in cambio di denaro, avrebbe protetto dalle indagini. Il dossier si rivelò poi falso.

Il Gico di Firenze conclude le indagini sull'Autoparco di Milano e sulle protezioni accordate dalla mafia: chiede il rinvio a giudizio per i giudici Di Pietro, Spataro, Nobili e Di Maggio. Il processo dimostrerà che l'indagine del Gico era basata sul nulla. .

Il 20 luglio 1993, l'ex-presidente dell'ENI, Gabriele Cagliari, si uccise; in seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali. Poco dopo si uccise con un colpo di pistola, anche Raul Gardini, presidente della Montedison. Gardini, aveva saputo dal suo avvocato che stava per essere coinvolto nelle indagini di Mani pulite e non voleva finire in carcere. Alcuni ipotizzarono che il suicidio di Gardini, fosse in realtà un omicidio premeditato negli ambienti politici per evitare che Gardini confessasse, ma non vi sono prove a sostegno di queste affermazioni, smentite tra l'altro anche dallo stesso Di Pietro.

Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani. Cusani era accusato di reati collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont. Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l'avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto "dipietrese"), che ne aumentarono la popolarità e l'affetto della gente e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.

Cusani non era una figura di primo piano, ma nell'affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l'ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo del disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto 93 milioni di dollari di fondi illegali. La sua difesa, fu ancora una volta che «lo facevano tutti».

Anche Lega e il disciolto Pci, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nel processo: Umberto Bossi e l'ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali; mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro, disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il celebre PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un'autentica falsità».

Il processo Enimont fu celebrato dopo quello a Cusani, riscuotendo decisamente minor interesse popolare.

Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica: il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.

Il 13 marzo 1994, Il Giornale (che dopo le dimissioni polemiche di Montanelli, è passato in mano a Vittorio Feltri) associa il nome di Curtò e dell'impreditore Salvatore Ligresti ai giudici del pool, Davigo, Di Pietro e al magistrato Francesco Di Maggio. Sono tutti soci di una cooperativa edilizia. Feltri sarà condannato per diffamazione, in quanto quella cooperativa non è mai esistita.

Il 15 la Falange armata minaccia di nuovo Di Pietro: Gli metteremo il tritolo sotto la macchina.

Il 21 aprile, 80 uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e 300 personalità dell'industria furono accusate di corruzione. A giugno si scopre che nell'inchiesta delle fiamme sporche è coinvolta anche la Fininvest. Alcuni giorni dopo, un manager della Fiat ammise la corruzione con una lettera ad un giornale.

Lo stesso giorno, Berlusconi denuncia al pg di Milano, Giulio Catelani, presunti abusi del pool nelle perquisizioni negli uffici di Publitalia.

Nel 1994, Silvio Berlusconi entra impetuosamente in politica (con le sue parole, "scese in campo") e a fine marzo vince le elezioni. Poco dopo la vittoria, Berlusconi propose pubblicamente a Di Pietro di entrare a far parte del suo governo come Ministro dell'Interno e a Davigo come Ministro della Giustizia, ma Di Pietro e Davigo rifiutano. Nel 2006, Berlusconi negò di aver mai chiesto ai due giudici di entrare nel suo governo.

Il 13 luglio 1994, il governo emanò un decreto legge (c.d. "decreto Biondi" - dall'allora Ministro della Giustizia Alfredo Biondi - spregiativamente soprannominato dai critici "salva-ladri") che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione.

La tempistica della legge sarebbe stata gestita con attenzione. Il decreto fu votato lo stesso giorno in cui alle semifinali della Coppa del Mondo, l'Italia sconfiggeva la Bulgaria, sfruttando quindi un momento in cui l'opinione pubblica era distratta dai Mondiali.

Qualche giorno dopo, furono diffuse le prime immagini dei politici accusati di corruzione che uscivano dal carcere per effetto del decreto Biondi. Fra le scarcerazioni più clamorose vi fu quella dell'ex Ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, che venne persino contestato da un gruppo di giovani mentre raggiungeva la sua abitazione nel centro di Roma. L'uscita di De Lorenzo dal carcere provocò numerose polemiche in quanto la gente trovava particolarmente odioso i furti nella sanità.

La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello Stato, incluso il c.d. "decreto Biondi", ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo, con un comunicato letto da Di Pietro in diretta televisiva, di essere assegnati ad altri incarichi.

L'opinione pubblica insorse indignata: il cosiddetto popolo dei fax inviò il proprio dissenso alle redazioni dei giornali e delle televisioni. Alleanza Nazionale e la Lega Nord, alleati del Cavaliere, minacciarono di togliere la fiducia all'esecutivo. Il decreto viene frettolosamente ritirato: si parlò in effetti di un "malinteso", e il Ministro dell'Interno Roberto Maroni sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo.

Secondo una dichiarazione dello stesso Maroni, il decreto non sarebbe stato scritto da Biondi, ma dal ministro della Difesa Cesare Previti, avvocato di Berlusconi .

Il 28 luglio viene arrestato Paolo Berlusconi, fratello del premier, con l'accusa di corruzione.

A settembre, il Ministro per i Rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara annuncia la sua intenzione di denunciare il pool per attentato alla Costituzione. Verrà denunciato solo Borrelli e in seguito assolto.

Il 29 settembre, Sergio Cusani denuncia i giudici del pool per diffamazione e omissione d'atti d'ufficio. Il generale Giuseppe Cerciello, imputato nello scandalo delle fiamme sporche, denuncia Borrelli, Colombo, Di Pietro al CSM per presunte manovre intorno al Gip Andrea Padalino. I processi dimostreranno che queste accuse erano tutte invenzioni.

Di Pietro prosegue le sue indagini contro Berlusconi: il 3 ottobre viene arrestato Giulio Tradati, altro manager Fininvest, il fratello Paolo è rinviato a giudizio. Vengono scoperte nuove prove sui fondi segreti di Craxi, tra cui una super-tangente di 10 miliardi di lire di Berlusconi al leader socialista, tramite la società off-shore All Iberian.

Il 14 ottobre, il ministro Biondi fa partire la prima ispezione contro i giudici. Per gli ispettori, le inchieste del pool sono tutte corrette. La Falange invia nuove minacce: Di Pietro ha i giorni contati. La sua vita è destinata a finire presto.

Il 18 novembre i magistrati trovano, perquisendo l'abitazione del dirigente di Canale 5, Massimo Berruti, la prova che Berlusconi avrebbe ordinato di inquinare le prove sulla corruzione Fininvest.

Il 21 novembre, su ordine di Borrelli, i carabinieri notificano per telefono a Berlusconi l'invito a comparire e gli comunicano due dei tre capi d'imputazione a lui attribuiti. La notizia viene rivelata in esclusiva l'indomani dal Corriere della Sera e il Cavaliere accusa i magistrati di aver violato il segreto istruttorio, passando la notizia al giornale. Si scoprirà poi che erano state fonti vicini al premier a passare la notizia al Corriere della Sera. Le indagini della procura di Brescia vedranno i magistrati prosciolti dall'accusa di violazione del segreto (perché il segreto cade nel momento in cui l'interessato viene a conoscenza dell'invito a comparire) e le accuse di Berlusconi archiviate.

Il 23 novembre, l'assicuratore Giancarlo Gorrini, si reca al Ministero della Giustizia e denuncia Di Pietro: lo avrebbe ricattato e avrebbe preteso da lui, un prestito di 100 milioni senza interessi, una Mercedes, l'affidamento alla moglie, l'avvocato Susanna Mazzoleni, di tutte le cause della sua compagnia, di accollarsi tutti i debiti contratti alle corse dei cavalli da un certo Eleuterio Rea. Il 24, Biondi avvia un'inchiesta parallela e segreta sul magistrato. Ma il capo degli ispettori, Dinacci, confida al giudice De Biasi (incaricato di condurre l'inchiesta) che Previti ha detto di distruggere Di Pietro e che Gorrini era stato pagato.

Il 26, Di Pietro viene avvertito dallo stesso Previti che al Ministero gli stanno preparando una polpetta avvelenata. Dopo essersi consultato con i colleghi del pool, decide di redigere una memoria da inviare al Csm. Poi cambia idea e il 6 dicembre, dopo la rogatoria nel processo Enimont, si dimette dalla magistratura per potersi difendere in sede giudiziaria dalle accuse che gli venivano rivolte. E' la fine di Mani pulite.

Qualche giorno dopo, cade il governo Berlusconi.

L'inchiesta sulle fiamme sporche è trasferita dalla Corte di Cassazione a Brescia. De Biasi archivia l'inchiesta su Di Pietro, scagionandolo completamente: I fatti non hanno nessuna rilevanza disciplinare.

A febbraio la denuncia di Cusani contro Di Pietro è archiviata dal Giudice per le indagini preliminari di Brescia. Viene sventato un attentato contro Gerardo D'Ambrosio.

Il Gico di Firenze riapre l'inchiesta Autoparco. Alla Procura viene consegnato un dossier di 263 pagine, con accuse precise contro i magistrati Di Maggio, Nobili, Armando Spataro e Ilda Boccassini. La Procura archivierà definitivamente l'inchiesta.

In primavera viene riportato da alcuni giornali, che Di Pietro si candiderà alla Camera dei deputati nelle liste del Polo delle Libertà. Di Pietro, dopo alcuni incontri con Berlusconi e Previti, nega un suo prossimo ingresso in politica chiarendo che non avrebbe appoggiato alcun partito.

Il 7 aprile Di Pietro viene denunciato dall'avvocato Carlo Taormina e dal generale Cerciello per presunte pressioni su un maresciallo dei carabinieri affinché denunciasse Berlusconi e Cerciello. Il maresciallo smentisce tutto e l'accusa viene archiviata dal GIP di Brescia.

Il 13 aprile Berlusconi sostiene in un'intervista che Di Pietro gli avrebbe confidato che non condivideva affatto l'invito a comparire stilato contro di lui, ma l'ormai ex pm smentisce.

Il 5 maggio, il Ministro della Giustizia Filippo Mancuso annuncia una nuova ispezione a Milano. I giudici avrebbero fatto pressioni sugli ispettori già inviati da Biondi affinché scagionassero il pool. Viene aperta un'inchiesta anche sui suicidi di Gabriele Cagliari e di Sergio Moroni. Le ispezioni scagionano totalmente il pool e nella relazione, Mani Pulite viene difesa per l'estrema correttezza dell'azione dei magistrati.

Il procuratore generale Catelani avvia un'indagine informale contro Borrelli. Un settimanale aveva pubblicato le foto del magistrato impegnato a cavalcare un cavallo con la siglia G.G. la quale corrisponderebbe a Giancarlo Gorrini. In realtà il cavallo apparteneva a Giovanni Gennari; Borrelli denuncia Catelani al Csm.

Il 20 maggio Berlusconi e altri dirigenti Fininvest sono rinviati a giudizio. Sono accusati di aver corrotto la Guardia di Finanza.

È a giugno del 1995 che le accuse contro Di Pietro toccano il culmine. Il PM bresciano Fabio Salomone interroga Gorrini e Pillitteri, quindi iscrive Di Pietro nel registro degli indagati per concussione: avrebbe premuto sugli imprenditori Gorrini e D'Adamo affinché si accollassero i debiti di Rea. L'11 giugno Di Pietro è inquisito per un'altra concussione ai danni di Gorrini (un prestito di 100 milioni, una Mercedes e un pacchetto sinistri dell'assicurazione di Gorrini a favore dello studio della moglie dell'ex pm, Susanna Mazzoleni). Il 19 sempre Salomone indaga Di Pietro per abuso d'ufficio e per pressioni sui politici milanesi per far diventare Rea il comandante dei vigili urbani milanesi.

Il quotidiano Il Giornale pubblica un nuovo scoop contro Davigo: il giudice sarebbe membro di una cooperativa diretta dal generale Cerciello, accusato di corruzione. In realtà Davigo aveva lasciato la cooperativa subito dopo l'ingresso di Cerciello.

Berlusconi presenta un esposto alla Cassazione per presunte fughe di notizie ai suoi danni e per l'accanimento persecutorio del pool nei confronti delle sue aziende.

Il 20 giugno si diffonde la falsa notizia che Di Pietro sarebbe stato arrestato. Poco dopo, il 30 giugno, Bettino Craxi dalla Tunisia invia un lungo fax a tutte le redazioni dei giornali in cui riporta i tabulati telefonici che gli aveva consegnato Parisi e si dichiara disponibile a farsi interrogare da Salomone. In una lettera al Giornale, Craxi spiega che "le recenti inchieste stanno dimostrando che Mani Pulite era tutta un bluff. Avevo ragione io quando sosteneva che Di Pietro era manovrato". In una successiva missiva, Craxi denuncia un viaggio di Di Pietro in Costarica, durante il quale egli avrebbe concordato con "alti esponenti della finanza internazionale" le indagini di Mani Pulite. Si scoprirà poi che Di Pietro non è mai stato in quel paese.

Nel settembre 1995 Di Pietro denuncia due agenti della sua scorta: anziché proteggerlo, riferivano ad altri i suoi spostamenti. Denuncia anche l'agente del Sismi Roberto Napoli, che confessa di averlo spiato su ordine dei servizi segreti (il cosidetto dossier Achille ordinato da un mandante sconosciuto per infagare il pool) dalla fine del 1992.

Nel frattempo però riceve nuove accuse: avrebbe pagato un affitto a prezzi stracciati un appartamento nel centro di Milano e per abuso d'ufficio nel piano d'informatizzazione della procura di Milano, da lui diretto alla fine degli anni ottanta. Accuse di ogni tipo (tra cui il falso ideologico e l'abuso d'ufficio) arrivano anche contro Davigo, Borrelli, Colombo e altri magistrati milanesi. A novembre la Procura della Repubblica di Roma indaga contro Borrelli, Davigo, Colombo e il GIP Italo Ghitti perché avrebbero ricattato il capo degli ispettori ministeriali, Ugo Dinacci, tramite un'inchiesta su suo figlio Filippo.

I sottufficiali dei carabinieri Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia vennero condannati per calunnia nei confronti di Di Pietro. Salomone ha successivamente denunciato Di Pietro per diffamazione ma la sua citazione è stata rigettata dal tribunale civile di Roma il 13 ottobre 2003.

In quello stesso anno si tengono le nuove elezioni politiche anticipate: vince la coalizione di centrosinistra de L'Ulivo. Romano Prodi è il nuovo presidente del Consiglio e Di Pietro entra nel suo governo come Ministro dei Lavori Pubblici. Si dimetterà pochi mesi dopo perché raggiunto da nuove accuse. Definitivamente prosciolto, nel 1997 si candidò al Senato per il centro-sinistra, nel collegio del Mugello rimasto vacante. Verrà eletto con oltre il 66% dei consensi battendo l'avversario del Polo, Giuliano Ferrara.

Dopo il 1994, il rischio che i processi venissero cancellati a causa della prescrizione divenne molto concreto, e la cosa era chiara sia ai giudici che ai politici. Durante questo periodo alcuni scrittori e commentatori politici ritengono di individuare una comune volontà di opporsi alla magistratura da parte di entrambe le coalizioni politiche. Secondo questi opinionisti - che all'epoca denunciarono un'asserita alleanza politica di fatto contro la magistratura - sia il Polo sia l'Ulivo (specialmente sotto la leadership di Massimo D'Alema) avrebbero ignorato le richieste del sistema giudiziario di finanziamenti per acquistare equipaggiamenti . Secondo gli stessi autori, inoltre, le riforme giudiziarie promosse dal centrosinistra avrebbero reso i già penosamente lenti processi italiani ancora più lenti e avrebbero reso più facile e frequente la caduta in prescrizione di numerosi reati. Al contrario, la totalità della dottrina ha salutato positivamente l'intento del legislatore di introdurre nell'ordinamento italiano i principi del primato del contraddittorio e della parità delle armi tra accusa e difesa - entrambi tipici dei sistemi giuridici delle democrazie liberali europee - pur manifestando talvolta qualche riserva in merito alla sua implementazione in concreto.

Nel 1998 Cesare Previti, ex manager Fininvest e parlamentare nelle file di Berlusconi, evitò il carcere grazie all'intervento del Parlamento, anche se Berlusconi e i suoi alleati erano all'opposizione. Craxi invece accumulò diversi anni di condanne definitive, e scelse la latitanza - secondo i suoi sostenitori, l'esilio volontario - ad Hammamet in Tunisia, dove risiedette dal 1994 fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio 2000.

Le elezioni politiche del 2001 segnarano la vittoria di Silvio Berlusconi e della Casa delle Libertà, la coalizione che lo sosteneva, i quali ebbero la meglio sull'Ulivo e sul suo candidato Francesco Rutelli. Antonio Di Pietro (dopo che nel 2000 aveva rotto con la coalizione di centrosinistra per non dare il suo voto di fiducia al governo di Giuliano Amato, (che per Di Pietro ostacolò da premier le sue indagini) corse da solo con il movimento L'Italia dei Valori, ma subì una dura sconfitta, non riuscendo neppure ad entrare in Parlamento.

L'esito elettorale fu considerato un segnale importante della nuova considerazione che Mani pulite aveva, a distanza di dieci anni, nell'opinione pubblica: un atteggiamento indifferente se non ostile per quella che venne considerata una stagione chiusa. Persino i politici che all'inizio degli anni novanta avevano sostenuto apertamente il pool cambiarono idea: la Lega Nord denunciò che un uso abusivo e prevaricatore della giustizia, Gianfranco Fini riconobbe i meriti dei giudici nel saper eliminare un sistema corrotto ma sostenne che essi non avevano saputo fermarsi entro i propri confini. Il pool fu accusato anche di aver voluto colpire solo i partiti di governo salvando il PCI; qualcuno giunse a parlare di "colpo di stato".

Mani pulite è tuttora al centro di un ampio dibattito storiografico e politico. Le inchieste sono state difese e rivalutate da molti sostenitori della politica pulita come Beppe Grillo, Marco Travaglio e Peter Gomez che hanno scritto libri e articoli in difesa dei magistrati. Molti hanno visto in Mani pulite una "rivoluzione pacifica della società civile", riprendendo una definizione di Indro Montanelli.

Antonio Di Pietro è oggi presidente dell'Italia dei Valori e ha posto al centro della sua battaglia politica i valori della legalità e della moralizzazione delle istituzioni.

Viene di seguito fornita una sintesi numerica dei dati della Procura della Repubblica di Milano, relativamente ai risultati delle indagini svolte dal Pool di Mani pulite di Milano. I dati coprono il periodo a partire dal 17 febbraio 1992, e sono aggiornati al 6 marzo 2002.

Gli autori del libro Mani pulite, la vera storia (2002) affermano che dei 430 assolti nel merito (il 19%), non tutti sono stati riconosciuti estranei ai fatti. Alcuni imputati (gli autori citano come esempio 250 imputati per le tangenti riguardanti la Cariplo) pur avendo commesso il fatto, non sono stati ritenuti punibili: i giudici hanno ritenuto il fatto commesso, ma li hanno assolti con la formula «il fatto non costituisce reato» in quanto non vennero considerati pubblici ufficiali. In quest'ottica gli assolti perché riconosciuti estranei ai fatti contestati scenderebbero a circa 150. Gli autori aggiungono inoltre che di quei 150 molti sono stati assolti grazie alle riforme giudiziarie dell'Ulivo, che tramite l'art. 513 c.p.p. (giudicato poi incostituzionale) e la riforma denominata «giusto processo», hanno invalidato le prove di vari procedimenti.

Vi è tuttavia da dire che nel momento in cui vi è una promessa corresponsione in denaro o altra utilità ad una persona perché questa ponga in essere un determinato atto, non vi è alcun reato, a meno che quest'ultima non sia appunto un pubblico ufficiale, nel qual caso possono profilarsi i reati di corruzione o concussione. Viceversa, come sembra essere avvenuto nella maggioranza dei processi di Mani Pulite conclusisi con l'assoluzione, la questione attiene ai rapporti tra privati cittadini che non integrano in alcun modo il fatto-reato.

È stato infine sottolineato da autorevole dottrina come l'orientamento della magistratura nel suo complesso sia stato, in quel periodo, particolarmente rigorista in ambito di reati contro la pubblica amministrazione: ciò che sarebbe stato permesso, tra l'altro, dalla peculiare indeterminatezza di fondo della fattispecie di concussione (art. 317 c.p.), ritenuta suscettibile di rilievi di incostituzionalità. È stata infatti ricondotta a concussione anche la condotta del pubblico ufficiale che aveva ricevuto danaro da privati senza aver esercitato su di loro alcun tipo di pressione, limitandosi a beneficiare degli effetti dell'operato di chi l'aveva preceduto nella carica (c.d. concussione ambientale) .

Un tale rigorismo è stato difeso dall'ex procuratore Gerardo D'Ambrosio, ancora tre lustri dopo: «Se avessimo ragionato così negli anni 90 non ci sarebbe stata Mani Pulite. Tutti coloro che indagavamo dicevano che facevano le cose per migliorare la situazione, ma noi abbiamo scoperto che invece la peggioravano con appalti inutili e vuoti. Il principio di legalità va difeso sempre e comunque».

Fin dal 1992 venne proposta l'istituzione di una Commissione parlamentare d'inchiesta su Tangentopoli, per accertare gli illeciti arricchimenti conseguiti da titolari di cariche elettive e direttive, nonché per formulare idonee proposte per la devoluzione allo Stato dei patrimoni di non giustificata provenienza e per la repressione delle associazioni a delinquere di tipo politico. Nella XI legislatura la Camera dei deputati giunse ad approvare all'unanimità, il 7 luglio 1993, un testo unificato che recepiva l'esigenza della Commissione d'inchiesta, ma il relativo disegno di legge si arenò in Commissione al Senato.

Nella successiva legislatura la proposta ottenne un parere favorevole da parte della Commissione Giustizia del Senato. Ma dopo che fu approvato un emendamento della maggioranza che puntava ad una ricerca "storiografica" che intendeva accertare se la conduzione delle inchieste avesse riscontrato omissioni o "zone bianche", che facessero pensare ad una loro conduzione selettiva o "mirata", come richiedeva dalla Tunisia, Bettino Craxi. La proposta con il discusso emendamento, che ne stravolgeva il senso, fu votata dalla Camera, nella nuova legislatura, il 3 novembre 1998, durante le quali venne rigettate, insieme alle varie discordanti proposte avanzate da gli altri gruppi parlamentari.

L'idea di una Commissione d'inchiesta riprese velocità dopo che il gruppo di Forza Italia depositò il 28 settembre 1999 una proposta di Commissione bicamerale di inchiesta sui comportamenti dei responsabili pubblici, politici e amministrativi, delle imprese pubbliche e private e sui loro reciproci rapporti (A.C. 6386); e una proposta identica di Commissione monocamerale, da istituire presso la Camera dei deputati, sempre ai sensi dell'articolo 82 della Costituzione . Lo stesso giorno proposte simili furono avanzate dallo Sdi e dai Ds.

Il 21 gennaio 2000, l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema rilanciò l'idea in un intervento alla Camera. Ma anche stavolta le divisioni e le divergenze fra i vari partiti fecero naufragare il progetto.

Lo "scivolamento" dello strumento dell'inchiesta nell'intento di riscrittura della storia del decennio passato, paradossalmente, è divenuto esplicito nella XIV legislatura. Paradossalmente, dagli eredi (anche familiari) del latitante di Hammamet non è giunta che una riedizione del testo licenziato dalla Camera il 26 gennaio 2000 (vedasi l'Atto Camera 1427, mentre l'Atto Camera 1867 riproduce il testo del Senato): la pacatezza della proposta deriva probabilmente dal diverso strumento prescelto per ottenere la "riabilitazione" del defunto, e cioè i due ricorsi dichiarati ammissibili dinanzi alla Corte dei diritti umani di Strasburgo. È invece proprio del progetto di legge n. 2019 (d'iniziativa Cicchitto e Saponara) l'aver proposto l'istituzione di una "Commissione parlamentare di inchiesta sull'uso politico della giustizia", che oltre a "disfunzioni" accerti "l'eventuale presenza all'interno dell'ordine giudiziario di orientamenti politico-ideologici e rapporti di interdipendenza con forze politiche parlamentari o extra parlamentari; l'eventuale influenza di motivazioni politiche sui comportamenti delle autorità giudiziarie; le conseguenti deviazioni della giustizia determinate dalla gestione politicamente mirata dell'esercizio dell'azione penale; l'effettività del principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale, e l'eventuale esistenza di un esercizio discrezionale e selettivo della funzione giudiziaria; gli eventuali tentativi di interferenza di magistrati, singoli o associati, con l'attività parlamentare e di Governo, in contrasto con il principio costituzionale della separazione dei poteri".

La concezione "storiografica" dell'inchiesta parlamentare acquista così addirittura una valenza punitiva: la pubblica berlina per coloro che, probabilmente non perseguibili neppure disciplinarmente, incisero così pesantemente sul corso della storia patria, in una sorta di "contrappasso" per le traversie giudiziarie in cui ancora versano esponenti politici di primissimo piano. Si comprende bene perché - alla fine - tale proposta non abbia avuto alcun seguito, e come la materia della ricostruzione storiografica di Tangentopoli sia stata alfine lasciata alla indagine storiografica tout court, senza bisogno di intermediazioni politiche o lottizzazioni di sorta.

Mentre taluno sostiene che nessun esempio sarebbe mai stato trovato per dimostrare tale accusa, altri citano i casi di alcuni suicidi giudicati eloquenti. Il manager pubblico Gabriele Cagliari, ex presidente dell'Eni, si soffocò con una busta di plastica nel carcere di San Vittore il 20 luglio 1993: nella versione poi diffusasi nell'ambiente politico sarebbe stato vittima della Procura di Milano perché, prima di compiere l'estremo gesto, avrebbe più volte chiesto ai magistrati di essere interrogato per chiarire la sua posizione. Risulta però che al momento del suicidio, per il pool di Di Pietro fosse già uomo libero, visto che ne aveva già richiesto la sua scarcerazione: Cagliari era tenuto ancora in carcere per un altro processo milanese, quello sul caso Eni-Sai (uno dei processi che portò alle condanne definitive di Craxi). Stando a quanto ricostruito successivamente a Cagliari, sentito dal pubblico ministero Fabio De Pasquale, erano stati promessi gli arresti domiciliari, probabilmente anche in virtù delle sue dichiarazioni sulla tangente che Salvatore Ligresti avrebbe pagato a DC e PSI, ma l'arresto di Ligresti il 19 luglio, che diede una ricostruzione differente dei fatti, portò la procura a ritenere che un'eventuale scarcerazione di Cagliari gli avrebbe consenstito di inquinare eventuali prove.. Pochi giorni dopo, il 23 luglio, anche l'imprenditore Raul Gardini si tolse la vita in casa a Milano, poco prima di ricevere l'avviso di garanzia per le indagini nei suoi confronti.

I detrattori di "Mani pulite" sottolineano come la misura cautelare della custodia in carcere, la massima prevista dall'ordinamento, fosse stata utilizzata nei confronti di persone per lo più incensurate, socialmente, lavorativamente e familiarmente inserite, così che qualsiasi pericolo di fuga, inquinamento probatorio o reiterazione del reato non fosse ragionevolmente ipotizzabile, o tutt'al più scongiurabile mediante semplici arresti domiciliari.

Un'altra critica riguarda il presunto uso politico della giustizia per denigrare e portare allo scioglimento partiti o movimenti politici. Si ritiene che dalle inchieste di Mani Pulite siano stati colpiti esclusivamente esponenti politici della DC o del PSI, e nessun esponente politico di rilievo del PCI.

Tuttavia in merito a queste critiche è stato fatto notare dal giornalista Marco Travaglio "che i primi due politici arrestati in Mani Pulite erano dell'ex Pci: Soave ed Li Calzi. Il pool di Milano inquisì quasi l'intero vertice del Pci-Pds milanese. E poi le prime elezioni dopo Tangentopoli non le vinsero le sinistre: le vinse Berlusconi". Inoltre furono indagati anche Marcello Stefanini, segretario amministrativo nazionale del Pds, successivamente prosciolto, e Primo Greganti, uomo legato al partito comunista che soffrì "uno dei più lunghi periodi di custodia cautelare".

Altro addebito - di tipo eminentemente processuale - fu quello fondato sullo squilibrio conoscitivo tra magistratura requirente e giudicante, che rendeva necessitate molte delle decisioni di competenza di quest'ultima (specie quelle cautelari, assunte necessariamente in assenza di contraddittorio con la difesa): già nel processo Cusani la difesa lamentava che alcune decisioni del GIP riproducevano note a margine e post-it apposti sul fascicolo con la grafia di Antonio Di Pietro. Ma solo dopo molti anni - terminato il suo lavoro a Milano e quello di membro elettivo del CSM - il GIP milanese Italo Ghitti ammise che le decisioni da lui assunte nel 1992-1993 erano spesso pedissequi accoglimenti delle richieste della Procura della Repubblica, non essendogli possibile o pratico revisionare tutti gli elementi di prova (che venivano ritenuti fondati spesso senza neppure aver avuto il tempo di esaminarli): a sua volta, sostenne Ghitti, lo stesso PM spesso prende per buone le attività di indagine effettuata dalla polizia giudiziaria, senza un reale riscontro.

Un altro acerrimo critico dei magistrati di Mani pulite è il critico d'arte e politico Vittorio Sgarbi: i suoi attacchi televisivi ai giudici ed al giustizialismo raggiunsero livelli di scompostezza tali che la Corte costituzionale, con le sentenza nn. 10 ed 11 del 2000, li sottrasse all'area dell'insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare (di cui all'articolo 68, primo comma della Costituzione).

Per la parte superiore



Scandalo Telecom-Sismi

Lo scandalo Telecom-Sismi, relativo alle presunte intercettazioni illegali (mai provate negli atti dell'inchiesta) effettuate da alcuni responsabili della sicurezza di Telecom Italia, è scoppiato nel settembre 2006, con 21 arresti di vari dipendenti di Telecom, di poliziotti e di militari dei Carabinieri e della Guardia di Finanza a seguito dell'ordinanza fiume (oltre 350 pp) del 23 settembre 2006 del GIP Dott.ssa Paola Belsito .

Tale inchiesta è parte di un capitolo più vasto, che vede numerose sinergie, sollevate anche dai giornalisti d'inchiesta Giuseppe D'Avanzo e Carlo Bonini, con i precedenti scandali Nigergate e Laziogate e con il Caso Abu Omar. In questo scenario sono da menzionare, in quanto attaccati telematicamente, i giornalisti Davide Giacalone e Fausto Carioti di Libero, e Massimo Mucchetti del Corriere della Sera, per essere autori, tra le altre, di inchieste giornalistiche su Brasil Telecom, TIM Brazil e la privatizzazione di Telecom Italia.

Tra gli arrestati, Marco Mancini (arrestato anche in relazione al sequestro di Abu Omar), ex numero 2 del SISMI, Giuliano Tavaroli, ex direttore della Security del Gruppo Telecom Italia, ed Emanuele Cipriani, investigatore che da anni ha aperto una fiorente società di investigazioni a Firenze, la Polis d'Istinto (i cui uffici sono in un appartamento della nuora di Licio Gelli, del cui marito Cipriani è amico). L'inchiesta, partita nel 2002 dal caso dell'ex-manager della Coca-Cola, pedinato e dossierato per conto dei vertici della stessa filiale italiana della Coca-Cola che avevano commissionato a fine 2000 attività per oltre 130 milioni di Lire alla Polis d'Istinto, ha in seguito portato anche alla nascita dello scandalo Laziogate.

Cipriani avrebbe costruito illecitamente, per conto di Tavaroli (all'epoca a capo della security di Telecom), numerosi dossier su varie personalità politiche, economiche e dello spettacolo, oltre a giornalisti e calciatori: non solo dossier con regolare mandato, ma arricchiti di informazioni raccolte con metodi illegali (detti "pratiche grigie", dal colore della copertina), ma addirittura dossier per i quali era stato dato incarico a Cipriani per le "vie brevi", non risultante pertanto da nessun mandato scritto (le "pratiche celesti", custodite nel cosiddetto archivio "Z": un sistema di archiviazione elettronico creato dal softwarista Mirko Meacci che si basava su tre hard-disk esterni, che per precauzione venivano custoditi nella sala consolare e richiusi in cassaforte ogni fine settimana - essendo Emanuele Cipriani anche console onorario di un paese africano - sala comunicante attraverso una porta interna con la Polis d'Istinto). E sono proprio le "pratiche celesti" che successivamente non venivano contabilizzate, anche se effettivamente si trattava di indagini commissionate dai clienti e svolte dalla rete investigativa di Cipriani, composta da investigatori privati (a volte però privi di licenza investigativa) e da pubblici ufficiali corrotti. Anche Mancini avrebbe fornito periodicamente a Cipriani numerose informazioni riservate (su conti correnti, informazioni penali, dati anagrafici, ecc.) dietro pagamento di forti somme di denaro.

Presso Mirko Meacci gli investigatori trovano dei DVD contenenti i back-up degli hard-disk con tutto l'archivio "Z", ossia le "pratiche celesti". L'accesso è criptato e solo la confessione del Cipriani, dopo un lungo periodo di detenzione cautelare, permette di stampare quei dossier, che vengono immediatamente segretati. In una pen-drive trovata a Tavaroli gli inquirenti trovano "bozze delle decisioni dell'Antitrust, comunicazioni di funzionari, atti di legali difensori nella causa di Telecom davanti all'Antitrust". Il GIP Giuseppe Gennari sottolinea "l'eccezionale gravita' del comportamento della Security di Telecom, la quale era in grado di mettere nelle mani dell'azienda (perché è ovvio che le notizie prelevate non fossero appunto di utilizzo da parte della Security) elementi di conoscenza potenzialmente in grado di interferire, gravemente e illecitamente, nell'operato di un soggetto istituzionale che dovrebbe essere massima espressione di autonomia come il Garante per il Mercato e la Concorrenza".

Figura emblematica, ma anche figura chiave per gli inquirenti, è Marco Bernardini, già collaboratore esterno del Sisde (e da questo allontanato) e poi investigatore privato a cui Cipriani appalta la parte operativa delle investigazioni. Bernardini, che in passato ha utilizzato e pagato forze dell'ordine deviate per la raccolta di informazioni da rivendere a terzi, collabora con gli inquirenti e rilascia deposizioni fiume, rivelando nuovi collegamenti ed evitando così di essere arrestato. Per un breve periodo, dopo le prime dichiarazioni, ripara all'estero in Romania, ma poi torna in Italia.

Nel gennaio e nel marzo 2007 altri provvedimenti di arresto colpiscono varie persone coinvolte nella vicenda, tra cui Fabio Ghioni e il suo Tiger Team (Andrea Pompili, Rocco Lucia), di Telecom, e nuovamente Giuliano Tavaroli (all'epoca già in carcere) e Mancini. Tra gli arresti del marzo 2007 rientrano anche ex poliziotti ed un ex agente della CIA.

A Ghioni i magistrati contestano anche di aver ottenuto, oltre che da fornitori di Telecomitalia, da Cipriani e Bernardini ingenti somme di danaro per svolgere intrusioni informatiche,su incarichi che egli stesso commissionava. Tali somme, riversate su conti esteri di prestanomi e della fiduciaria neozelandese Finefin, sono state solo in parte recuperate.

I vari capi di imputazione comprendono i reati di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto d'ufficio, appropriazione indebita, falso, favoreggiamento e riciclaggio.

Sotto la guida del commercialista cosentino, Marcello Gualtieri, trapiantato da anni a Milano e diventato fiscalista di Cipriani, quest'ultimo avrebbe costitutito all'estero un piccolo tesoro ammontante ad alcune decine di milioni di €.

Nel giugno 2007 a Tavaroli e Mancini sono stati concessi gli arresti domiciliari. Nel luglio 2007 Cipriani ottiene la scarcerazione dagli arresti domiciliari.

Alcuni dei protagonisti di questo caso sono inoltre coinvolti anche nello scandalo dell'archivio segreto di Via Nazionale e nel caso Abu Omar.

Nel novembre 2007 a Milano sono sono stati arrestati i tecnici del Tiger Team Roberto Preatoni (figlio del magnate Ernesto Preatoni) e messo ai domiciliari e Angelo Jannone (ex Tenente Colonello del ROS dei Carabinieri, già direttore della sicurezza aziendale di Telecom in brasile ), accusati a vario titolo di intrusioni telematiche e associazione a delinquere finalizzata all'illecita acquisizione di informazioni. La vicenda si inquadra nella guerra per il controllo di Brasil Telecom, con spionaggio e controspionaggio internazionale, e per la quale anche l'agenzia investigativa Kroll è stata indagata in Brasile. Jannone ha sempre respinto le accuse mossegli in particolare da Ghioni e Bernardini.

A metà luglio 2008 i tre PM di Milano titolari dell'inchiesta (Fabio Napoleone, Nicola Piacente e Stefano Civardi) depositano le 371 pagine dell'avviso di chiusura delle indagini, dopo aver convocati a fine giugno - contemporaneamente - in Procura, come ultimo atto investigativo, i vertici Telecom di allora, Marco Tronchetti Provera (ex presidente) e Carlo Buora (ex amministratore delegato) in quanto persone informate sui fatti .

Per non aver vigilato sulla propria security e sui metodi usati per avere le informazioni, i gruppi Telecom e Pirelli risultano indagati in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società, pur non essendo stati mossi addebiti contro l'ex presidente e l'ex amministratore delegato Telecom. Una lunga serie di reati sono stati invece contestati a 34 persone, accusate a vario titolo di aver messo in piedi una vera e propria associazione a delinquere al cui vertice c'era l'ex capo della security Giuliano Tavaroli. Gli indagati devono rispondere a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio. Nelle interviste rilasciate nei giorni successivi alla chiusura delle indagini, Tavaroli si difende scaricando le responsabilità sui suoi superiori, che gli avrebbero commissionate le indagini poi risultate illecite . Dagli stralci degli interrogatori di Marco Mancini, ormai accessibili presso la Procura della Repubblica di Milano, si rileva che Mancini si difende scaricando le responsabilità sui superiori e chiamando in causa il Generale Pollari.. E' il Brasile? L'inchiesta lascia fuori il filone brasiliano, sulle presunte tangenti. Ma in questo modo si perde uno spaccato importante della vicenda Kroll Opportunity. Una ricostruzione importante dei fatti proprio nei giorni in cui in Brasile il banchiere Daniel Dantas ed il faccediere Nasij Nhas vengono arrestati per associazione per delinquere e riciclggio insieme ad altre 20 persone. Ma Dantas si difende come un leone e proprio grazie all'uso strumentale del procedimento milanese, ottiene l'habeas corpus, uno strumento di diritto brasiliano che concede una sorta di immunità. Jannone, uno degli indagati, azzarda che l'esclusione delle vicende brasiliane dall'inchiesta faccia parte di una strategia dei pubblici ministeri volta ad eliminare elementi imbarazzanti rispetto alla credibilità di Bernardini Marco. E' proprio il Brasile che potrebbe scoperchiare alcuni importanti inquinamenti dell'inchiesta.

Il procedimento, nonostante la chiusura delle indagini a metà del 2007, ha subito un rallentamento dato dalla mole della documentazione raccolta. Il termine di 20 gg per la presentazione delle memorie da parte degli indagati è quindi slittato. La documentazione è stata tutta scannerizzata con metodologia OCR nella prima metà di ottobre 2008 e resa disponibile dalla Procura di Milano su due dvd a disposizione degli imputati (34 persone che rispondono a vario titolo di: associazione a delinquere, corruzione, appropriazione indebita, accesso abusivo al sistema informatico, procacciamento e diffusione di notizie attinenti alla sicurezza; 2 aziende che rispondono della violazione della legge 231 sulla responsabilità delle società) e, più tardi, anche delle parti lese (che si presume siano almeno 4200).

Al contempo fonti giornalistiche anticipano che molti degli imputati stanno già trattando il patteggiamento con i PM.

È probabile che molte delle parti lese si costituiranno parte civile nel procedimento. Ma al momento - per dimostrare le attività illegali perpetrate a loro danno e richiederne i risarcimenti - non potranno far uso dei dossier (si dice oltre 10.000) raccolti illegalmente dalla Polis D'Istinto - le cosiddette "pratiche Z", chiamate anche "pratiche celesti" (dal colore della loro copertina) - in quanto la Consulta, investita da più GIP della questione incostituzionalità della cosiddetta "legge Mastella" (che ne prevederebbe la distruzione), ha rinviato la sentenza a dopo l'approvazione da parte del Parlamento di una nuova legge sulla privacy. Legge di cui, al momento, il Parlamento non ha in programma alcuna redazione. Al riguardo, la Consulta non ha ancora espresso il proprio parere, già atteso per la fine gennaio 2009.

Nel corso dell'udienza i pubblici ministeri Stefano Civardi e Nicola Piacente, titolari dell'inchiesta c.d. Telecom, hanno ricordato che da due anni è pendente davanti alla Consulta un ricorso sulla legittimità della norma che prevede la distruzione dei dossier illeciti, e hanno chiesto al giudice di rivolgersi ancora alla Consulta. Il legale dell'imputato John Spinelli ha invece sollecitato il GIP a trasmettere le carte al GUP che la settimana successiva inizierà l’udienza preliminare. Alcuni legali delle parti lese hanno enunciato che stando alle attuali leggi nulla osta alla presa visione - da parte delle parti lese - dei dossier illecitamente formati a loro danno, e si sono pronunciati contro la distruzione dei dossier illegali, in quanto contengono le prove dei reati e servono per scoprire i mandanti, oltre che necessitare per i risarcimenti civili. In un caso è stato anche fatto presente che tale materiale è stato richiesto nell'ambito di altri procedimenti penali che sono attualmente sospesi in attesa dell'acquisizione subordinata al parere della Consulta, pendente già da ben due anni. Il GIP si è riservato di decidere nel corso della seconda udienza, che viene fissata per il 18 aprile 2009.

L'udienza è a rischio rinvio per il previsto sciopero degli avvocati.

A distanza di due anni dalla prima ventata di arresti, a Firenze si apre un'indagine fotocopia dello scandalo Telecom-Sismi: anche nel caso di Firenze, al vertice dell'organizzazione era l'ex capo della security di una grossa azienda Gucci. A seguire le indagini è il PM Ettore Squillace Greco, titolare dello stralcio fiorentino dell'inchiesta lombarda. L'inchiesta era partita dal suicidio di un agente di polizia avvenuto a Montevarchi il 18 settembre 2006. A seguito dell'ordinanza del GIP Dott.ssa Anna Sacco, sono state effettuate ventidue perquisizioni (tra cui le abitazioni di due poliziotti e due carabinieri in servizio a Firenze e di un finanziere che lavora a Latina), anche in alcune sedi della Gucci (a Scandicci/Casellina, Roma e Milano). Vengono effettuati sette arresti (cinque in carcere e due ai domiciliari) per corruzione, rivelazione di segreti d'ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici. Coinvolti, oltre che i titolari delle agenzie di investigazioni Sia, Kim e Ciani di Firenze, anche alcuni dipendenti delle stesse. Tre degli arrestati risultano aver lavorato con Emanuele Cipriani, all'epoca titolare della Polis D'Istinto (tra di questi vi sarebbe anche la sua ex-compagna, già segretaria della Polis D'Istinto per quasi un decennio).

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Giampietro Cutrino

Giampietro Cutrino, detto "Gip" (Padova, 15 maggio 1974) è un conduttore televisivo e video jockey italiano.

Nato a Padova da madre padovana e padre pugliese, Gip comincia la sua carriera sul canale musicale MTV riscuotendo un apprezzabile successo col programma MTV Mad. Proponeva nei suoi sketch alcune sfide alquanto insolite, quali mangiare vermi vivi o far passare un preservativo dalla bocca al naso. In MTV Mad lanciò anche un altro famoso vj di MTV, Biggio. Fra gli altri suoi programmi ci sono The Munchies, Krauti e Stand Up. Dal 1997 interpreta uno dei ruoli di "iena" nel programma di Italia 1 Le Iene, di cui è una delle colonne portanti grazie al suo umorismo surreale. Dal 2007 è uno dei conduttori del programma su Rai Due Balls of Steel, in cui simula un rodeo cittadino mettendosi sulle spalle dei passanti nelle strade delle città. Ha condotto Lo show più buono che ci sia, sull'emittente All Music nel 2008. Attualmente è impegnato con il progetto "One million year" (www.onemillionyear.com/) sostanzialmente una scommessa: guadagnare un milione di dollari in 365 giorni. Ha per fine un obiettivo quindi economico e si propone di realizzare tutte le idee fino ad allora tenute nel cassetto, prodotti surreali, imprese impossibili, attività deliranti e progetti politicamente scorretti accompagneranno Gip e soci attraverso un anno dedicato a fare un milione di dollari. Si parte il 01 Aprile 2009, nel frattempo Gip ci propone le sue idee, cerca partner per la realizzarle e contamina anche le Iene con il suo delirio.

Per la parte superiore



Richiesta di archiviazione

La fase delle indagini preliminari ha un esito vincolato: o il pubblico ministero esercita l'azione penale attraverso uno dei modi previsti dalla legge oppure richiede l'archiviazione delle indagini al gip. Il controllo sull'archiviazione è attività a garanzia dell'obbligo dell'esercizio dell'azione penale previsto dall'articolo 112 della Costituzione.

Il giudice può accogliere la richiesta oppure respingerla. In tale eventualità, può ritenere che siano necessarie ulteriori indagini e ne indica sia le modalità sia i tempi per espletarle, altrimenti ordina al pubblico ministero di formulare entro 10 giorni l'imputazione. Entro i 2 giorni successivi fissa l'udienza preliminare o emette il decreto di citazione diretta a giudizio. In ogni caso in cui la respinga deve immediatamente comunicare al procuratore generale presso la corte d'appello affinché possa disporre l'avocazione delle indagini.

La persona offesa dal reato se ha chiesto di essere avvertita ha diritto a ricevere avviso della richiesta di archiviazione ed entro 10 giorni dalla notificazione può proporre opposizione presentando a pena di inammissibilità della domanda l'oggetto dell'investigazione suppletiva e i relativi elementi di prova.

La richiesta di archiviazione può essere motivata da una causa di estinzione del reato, da una mancanza di condizione di procedibilità, dall'impossibilità ad identificare il presunto autore del fatto, da insufficienti elementi a suo carico o dalla mancanza di nuovi elementi in base ai quali era stata emessa una misura cautelare poi annullata dalla Corte di Cassazione. E ancora se la notizia di reato è infondata o se il fatto non è previsto dalla legge come reato.

Le indagini possono tuttavia essere riaperte su richiesta motivata del pubblico ministero al gip se sopraggiungono nuove e motivate esigenze investigative; in tal caso si procede nuovamente all'iscrizione del soggetto sottoposto alle indagini nel registro delle notizie di reato.

Per la parte superiore



Giudice dell'Udienza Preliminare

Il Giudice dell'Udienza Preliminare (detto GUP) è il giudice che all'udienza preliminare decide sulla richiesta del pubblico ministero sul rinvio a giudizio dell'indagato, sulla proposta di patteggiamento (nel qual caso emette sentenza ricorribile solo in Cassazione). Il GUP, inoltre, decide il processo laddove l'indagato richieda l'applicazione del rito abbreviato.

Può anche emettere ordinanza di non luogo a procedere se ritiene infondate la richiesta del P.M. Se un Giudice si è espresso come GUP, non può far parte del collegio giudicante lo stesso imputato per lo stesso capo di imputazione.

La figura del GUP viene introdotta con la riforma del Codice di Procedura Penale.

Il giudice dell'udienza preliminare appartiene all'ufficio del giudice per le indagini preliminari ma è previsto un complesso regime di incompatibilità tra le due funzioni. In realtà per comprendere a pieno i problemi di incompatibilità bisogna abbandonare la semplice distinzione nel nomen iuris tra GIP e GUP ed affrontare il problema sostanziale delle funzioni che svolgono i giudici "pre-dibattimentali". Il terreno sul quale si deve approdare è quello della distinzione tra giudice per l'azione penale e giudice sull'azione penale. Il primo è il giudice chiamato a decidere sulle richieste delle parti nella fase delle indagini preliminari non esprimendo alcun tipo di giudizio sugli elementi raccolti per verificare la sostenibilità dell'accusa in giudizio. Il secondo invece è colui che è chiamato a valutare tali elementi e quindi a giudicarli in seguito ad una richiesta del Pubblico ministero. A questo punto bisogna introdurre un ulteriore elemento riguardo al giudice per l'azione penale. Questi nel corso delle indagini può aver preso - per la natura dei provvedimenti richiesti dalle parti - da un lato la cognizione dell'oggetto delle indagini valutando persino gli elementi indiziari - come avviene se ha proceduto in seguito ad una richiesta di applicazione di una misura cautalare, o se ha tenuto l'udienza di convalida del fermo o dell'arresto, oppure ancora se gli è pervenuta richiesta di procedere alle intercettazoni telefoniche o ambientali - mentre dall'altro può non aver preso alcuna cognizione della causa perché ha emesso solo provvedimenti meramente ordinatori (dichiarazione di latitanza, concessione delle autorizzazioni sanitarie, dei colloqui, provvedimenti riguardanti l'incidente probatorio, restituzione del termine, concessione dei permessi). È evidente quindi che solo nel secondo caso il giudice per l'azione sia effettivamente estraneo all'oggetto del procedimento.

Il legislatore allora ha stabilito, a garanzia dell'imparzialità del giudizio, che solo il giudice per l'azione che abbia adottato provvedimenti meramente ordinatori potrà pronunciarsi sull'azione penale ex art 34 comma 2ter cpp. In caso contrario questo non sarà possibile perché il giudice si è "sporcato": si è già formato un'idea del procedimento e della responsabilità (o dell'estraneità) dell'indagato.

Fatta questa fondamentale premessa si può ora osservare che giudice per l'azione penale è sicuramente - salvo per un caso eccezionale - il GIP. Mentre il GUP è sicuramente giudice sull'azione penale. È bene però considerare questo solo un risultato approssimativo e temporaneo seppur corretto. Infatti bisogna chiedersi se un GIP può essere giudice sull'azione penale e se un GUP può essere giudice per l'azione penale. Quanto al primo quesito la risposta è certamente affermativa: Il Gip infatti sarà chiamato a verificare gli elementi raccolti dall'accusa al fine della valutazione dell'eserzio dell'azione penale sia nel caso in cui il Pubblico ministero richieda l'emissione del decreto penale di condanna, sia sulla richiesta di di giudizio immediato (chiesta sempre dal Pm), sia sul patteggiamento chiesto nella fase delle indagini preliminari. Non solo: anche quando il Pm chiede l'archiviazione della notizia del reato il Gip si pronuncerà sull'azione penale se ordinerà la formulazione dell'imputazione.

La risposta al secondo quesito è anch'essa affermativa: l'art 421bis cpp consente al giudice dell'udienza preliminare, qualora lo ritenga necessario, di disporre nuove indagini al Pubblico ministero fissando un termine per il loro compimento.

Il legislatore tace su ciò che accadrebbe nel caso in cui fosse chiamato a valutare una richiesta di applicazione di pena, sulla richiesta di archiviazione delle indagini che pur sempre presuppongono un giudizio sull'azione penale o sulla richiesta di oblazione. La risposta tuttavia deve essere affermativa nel senso di garantirne l'incompatibilità anche per questi casi.

In conclusione vale la pena di ricordare anche che sussitono specifiche cause di incompatibilità tra i giudici "pre-dibattimentali" e quelli del dibattimento. Da un lato infatti è sancito - dall'art 34 comma 2 cpp - che i giudici che si sono pronunciati sull'azione penale non possono partecipare al dibattimento. Così dunque vale per il giudice che ha tenuto l'udienza preliminare, per chi ha emesso il decreto penale di condanna, per chi ha disposto il giudizio immediato, per chi ha revocato la sentenza di non luogo a procedere, per chi ha rigettato la richiesta di applicazione della pena o di oblazione. Dall'altro sono ugualmente incompatibili per il dibattimento il giudice per le indagini che abbia emesso provvedimenti non meramente ordinatori (infatti non avrebbe senso prevedere l'incompatibilità solo riguardo al giudizio sull'azione penale e non anche a quello dibattimentale). Così accade per esempio per il giudice per le indagini preliminari che abbia deciso su una richiesta di misura cautelare.

Per la parte superiore



Giorgio Simeoni

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Giorgio Simeoni (Trevignano Romano, 15 gennaio 1959) è un politico e imprenditore italiano.

Si è laureato in giurisprudenza, ed è diventato un impreditore. È stato presidente dell'interporto di Civitavecchia e assessore alla formazione per la regione Lazio nella giunta presieduta da Storace.

È stato anche vicepresidente della medesima giunta. Inoltre è stato coordinatore della campagna elettorale di Forza Italia per le elezioni amministrative della capitale nel 2006.

Nella XV Legislatura è eletto Deputato alla Camera, nelle file di Forza Italia, nella Circoscrizione Roma 1. È membro della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici.

Nel luglio del 2006, due pubblici ministeri di Roma, propongono una richiesta d'arresto per il deputato, nell'ambito dell'inchiesta sugli scandali della sanità nel Lazio. Il Gip accoglie la richiesta, e richiede l’assenso della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, essendo egli diventato Deputato.

Nell'ambito della stessa inchiesta, il Gip ha disposto gli arresti domiciliari per l'ex segretario particolare di Simeoni, Gianpaolo Scacchi. La Giunta preposta della Camera nega però l'autorizzazione a procedere all'arresto, grazie ai voti determinanti di due deputati dell'Ulivo.

Per la parte superiore



Clementina Forleo

Maria Clementina Forleo (Francavilla Fontana, 1963) è un magistrato italiano, attualmente in servizio presso l'ufficio Gip del Tribunale di Cremona.

Ha conseguito la maturità col massimo dei voti ricevendo un premio come uno dei migliori 25 studenti in Italia ("Alfiere Del Lavoro"). Dopo essersi laureata in giurisprudenza con lode presso l'Università di Bari, partecipa ai concorsi pubblici per entrare nella polizia e nella magistratura.

Nel 1989, vincendo uno dei due concorsi, diventa commissario della Polizia di Stato ma dopo solo un mese rassegna le dimissioni per intraprendere la carriera di magistrato avendo vinto anche l'altro concorso. Durante la piccola parentesi nella polizia riceve un encomio per il lavoro svolto durante gli sbarchi dei clandestini in Puglia.

Diviene famosa come giudice quando scagionò dall'accusa di terrorismo internazionale due tunisini, Maher Boujahia e Ali Toumi, e il marocchino Mohamed Daki. Alcuni media italiani ed internazionali criticarono la sua decisione, motivata in base alla distinzione tra guerriglieri e terroristi (i primi compiono azioni contro obiettivi di natura militare, i secondi contro la popolazione civile). Tale distinzione fu ripresa e ampliata dai giudici della Corte d'Assise d'Appello. L'assoluzione fu poi annullata dalla Cassazione ed infine la seconda Corte d'Assise d'Appello, in data 23 ottobre 2007, ha rilevato la natura prettamente terroristica e non militare di alcuni dei piani contestati agli imputati ed ha condannato per terrorismo internazionale Mohamed Daki a 4 anni di reclusione mentre i due tunisini a 6 anni .

Altro fatto di dominio pubblico riguarda l'intervento della Forleo, in data 8 luglio 2005, in difesa di un extracomunitario, fermato in metropolitana senza biglietto da alcuni poliziotti, che hanno quindi tentato di arrestarlo. Il Gip è intervenuto, qualificandosi come magistrato, lamentando un eccessivo uso di violenza da parte degli agenti, che l'hanno successivamente querelata.

Il 28 agosto 2005 in un incidente automobilistico sulla strada tra Francavilla Fontana e Sava, nel brindisino, perde entrambi i genitori, il padre Gaspare Forleo, 77 anni, avvocato ed ex sindaco di Francavilla Fontana, e sua moglie Stella Bungaro, 75 anni, insegnante di matematica. L'incidente è stato definito dalla stessa Forleo "fortuito", ma su di esso sono stati espressi numerosi pareri discordanti dovuti anche alle pesanti minacce ricevute dal Magistrato e dirette anche ai suoi familiari.

A partire dall'estate 2005 Forleo ha cominciato ad occuparsi del caso Antonveneta (vedi Bancopoli): a causa di quest'ultima inchiesta il magistrato ha ricevuto critiche da diversi esponenti della maggioranza.

Nel 1992, Forleo venne criticata per non aver disposto il giudizio a seguito di una denuncia per diffamazione presentata dalla famiglia di Enzo Tortora contro il pentito Gianni Melluso, che in un'intervista ad un settimanale aveva ribadito le sue accuse nei confronti di Tortora.

Il caso Antonveneta rappresenta la svolta fondamentale della carriera del magistrato che, nelle sue precedenti pronunce giudiziarie, aveva registrato critiche dall’esterno dell’ordine giudiziario ma era stata sempre difesa dagli organismi associativi della magistratura e dal Consiglio superiore della magistratura: è infatti alla luce degli sviluppi del caso che si è intrapresa una doppia azione nei suoi confronti, una per incompatibilità ambientale/funzionale e l’altra di tipo disciplinare.

La prima iniziativa, che ha prodotto la proposta di trasferimento e di affiancamento obbligatorio di Forleo con altri colleghi, ha avuto luogo nella prima commissione del CSM e reagisce alla bufera mediatica attivata da un’intervista resa dal GIP di Milano alla trasmissione di Rai-2 “Annozero”. Nella dichiarazione Forleo rendeva noto di sentirsi esposta a rappresaglie dei potenti per le inchieste da lei condotte, e di averne fatto menzione in un esposto presentato ai carabinieri e del quale era stata investita per competenza la procura della Repubblica presso il tribunale di Brescia. Nel corso della dichiarazione resa alla commissione consiliare del CSM presieduta dalla professoressa Vacca (autrice della proposta di trasferimento, accolta all’unanimità dei presenti), il giudice Forleo espose i fatti che avevano a suo modo di vedere corroborato la convinzione esposta nella trasmissione televisiva (colloqui con il suo superiore in Tribunale e con il giudice Imposimato), ma anche i suoi antichi sospetti in ordine alla scarsa professionalità delle forze dell’ordine pugliesi ed alle fonti che avrebbero passato ai giornali i contenuti di parte del suo esposto.

La seconda iniziativa ruota intorno alle inchieste del 2007 sui cosiddetti "Furbetti del quartierino". La procura aveva intercettato delle telefonate di imprenditori sotto inchiesta per reati finanziari e alcune di queste telefonate erano dirette a parlamentari. La Legge Boato imponeva in questo caso che le intercettazioni non potessero essere usate come prova senza che il parlamento avesse concesso l'autorizzazione. La procura passò quindi le telefonate a Forleo (in qualità di GIP) che doveva valutarne la rilevanza penale ed eventualmente richiedere al parlamento il permesso di usarle. Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D'Alema, Romano Comincioli, Nicola Latorre, Salvatore Cicu) non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni gli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, "appaiono consapevoli complici di un disegno criminoso". Il presidente della Giunta delle autorizzazioni della Camera, deputato Carlo Giovanardi, definì la richiesta un’inammissibile anticipazione di giudizio, in quanto preannunciava che l’autorizzazione sarebbe servita a consentire l’iscrizione dei cinque parlamentari sul registro degli indagati. Per il Procuratore della Cassazione Delli Priscoli ciò avrebbe violato il principio secondo cui l’azione penale procede dal pubblico ministero e non dal GIP (quale è Forleo), la quale avrebbe così compiuto un atto abnorme sanzionabile disciplinarmente. Nella medesima audizione dinanzi alla prima commissione del CSM Clementina Forleo ricordò che in Procura a Milano il procuratore aggiunto Greco (in un’intervista al Sole 24 ore) condivideva la tesi che per l’iscrizione a registro occorresse la previa autorizzazione parlamentare, che la legge obbliga a far richiedere dal GIP; una tesi, peraltro, non condivisa da altre Procure, come Catanzaro, dove il pm Luigi De Magistris iscrisse Clemente Mastella a registro degli indagati in virtù di un’intercettazione di una telefonata con l’indagato Saladino senza che di questo utilizzo fosse previamente richiesta l’autorizzazione alla Camera di appartenenza di Mastella.

L’avvicinamento per approssimazioni alla strada corretta per utilizzare le intercettazioni è stato reso particolarmente difficoltoso dalla scarsa giurisprudenza sulla “legge Boato” (140/2003) e dalle molteplici e divergenti prassi esistenti tra le varie Procure. In più, il GIP Forleo era stata destinataria di moniti alquanto espliciti, in ordine alle conseguenze processuali di un utilizzo privo di autorizzazione, dall’unico documento approvato dal Parlamento nell’imminenza dell’esplosione del caso, la relazione del senatore Giovanni Crema a nome della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato nella XV legislatura. Il testo ammoniva anche la Procura di Milano alla tutela della riservatezza delle conversazioni dei parlamentari, cosa che aveva convinto la Procura per due anni a mai sbobinare le intercettazioni in questione (secondo una prassi sino ad allora seguita solo per le erronee intercettazioni dei colloqui avvocato-cliente). Clementina Forleo quindi fu particolarmente garantista, per la funzione parlamentare, nel rendere noto a che scopo intendesse utilizzare le intercettazioni (invece di richiedere l’autorizzazione “in bianco” che avanzarono altri giudici in passato), ma facendo ciò si espose alla critica di aver surrettiziamente reintrodotto l’abolita autorizzazione a procedere (allo scopo di dare massimo rilievo mediatico alla richiesta e precostituirne l’esito di accoglimento da parte della Camera, sotto l’impeto dell’opinione pubblica). La procedura di trasferimento d'ufficio, attivata presso il CSM, non ha riscontrato mala fede nella condotta di Forleo, ma ha ritenuto che le pubbliche dichiarazioni rese dall'interessata abbiano leso il decoro dell'ordine giudiziario e giustificassero il suo trasferimento in altra sede. Contro tale decisione Forleo ha proposto nel settembre 2008 ricorso al TAR del Lazio.

Più in generale la controversia giuridica appare superata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 390, depositata il 23 novembre 2007, che ha precisato che l’autorizzazione va richiesta solo se si intende utilizzare l’intercettazione nei confronti dei parlamentari, con ciò presupponendo che premessa di questo utilizzo sia l’iscrizione a registro degli indagati da parte del pubblico ministero che deve rivolgere richiesta al GIP: in coerenza con ciò, il GIP Forleo ha nel marzo 2008 ritrasmesso alla Procura presso il tribunale di Milano le intercettazioni in questione, affinché i pubblici ministeri valutino se gli elementi in esse contenuti giustifichino l’apertura del procedimento a carico dei parlamentari. La Procura ha però insistito nella sua interpretazione ed in assenza per malattia di Forleo un altro GIP ha reiterato le richieste senza prima iscrivere i parlamentari.

Il 27 giugno 2008 il CSM assolve Forleo dalle accuse riguardanti le sue dichiarazioni relative all'inchiesta Unipol, perché il fatto non costituisce illecito disciplinare.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia