G8

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Inviato da amalia 01/03/2009 @ 14:41

Tags : g8, organizzazioni internazionali, esteri

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Processi e decisioni giudiziarie sul G8 di Genova

Voce principale: Fatti del G8 di Genova.

Un esponente delle forze di Pubblica Sicurezza, il sovrintendente Giuseppe De Rosa, è stato condannato in primo grado nell' ottobre 2004 con il rito abbreviato a 20 mesi per aver picchiato un manifestante quindicenne, a sua volta denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, ma assolto da ogni addebito, anche grazie al materiale video e fotografico della scena: ia scena era stata infatti ripresa dalla troupe del TG5 e del TG3 e da numerose fotografie e mostra de Rosa, insieme ad altri 5 agenti, di cui alcuni in borghese (tra cui Alessandro Perugini, all'epoca vicecapo della DIGOS di Genova e successivamente promosso, sotto indagine anche per i fatti della caserma di Bolzaneto) colpiscono un ragazzo dopo averlo spinto a terra, con il manganello e prendendolo a calci (nella sequenza si vede Perugini che prende la rincorsa per poterlo colpire), per poi essere portato via da un medico del 118 che era riuscito ad interrompere il pestaggio . Nel dicembre 2007 De Rosa è stato poi assolto dalla corte d'appello, in quanto l'identificazione tramite i filmati e foto (l'agente indossava casco e occhiali da sole) e tramite la testimonianza di altri agenti, che erano state ritenute sufficienti nella sentenza di primo grado, non garantirebbero l'assoluta certezza che il reato sia stato compiuto da De Rosa (art 530 comma 2 del codice penale). Per quell'episodio gli agenti che parteciparono sono indagati anche per falso e abuso di ufficio, a causa delle dichiarazioni relative ad una resistenza del ragazzo e dei suoi compagni che aveva reso necessario agire con violenza, poi riveatasi inesistente.

Tra i manifestanti che riuscirono a entrare nella zona rossa in piazza Dante durante le proteste di Attac France (venendo subito arrestati), una giornalista francese di nome Valerie Vie è stata la prima (ed unica al giugno 2008) persona condannata con sentenza definitiva (cinque mesi di reclusione, condanna decisa in primo e grado nel giugno 2004 e confermata sia dalla corte d'appello nel luglio 2007 che in cassazione nel giugno 2008) nell'ambito dei processi relativi al G8. Valerie Vie sarà anche tra le primi manifestanti ad essere portati nella caserma di Bolzaneto, dove denuncierà di essere stata maltrattata e minacciata. Il documentarista francese Raymond Depardon ha seguito l'iter dei processi che la vedono imputata e persona offesa e da questi, oltre che dalle testimonianze della Vie, ha intenzione di realizzare un documentario sulla caserma di Bolzaneto e sui giorni del G8.

Sono invece ancora in corso procedimenti giudiziari contro diversi manifestanti per gli incidenti, e contro diversi esponenti delle forze dell'ordine per le violenze a danno dei manifestanti esercitate nella caserma di Bolzaneto e nelle strade di Genova. Per l'episodio della scuola Diaz sono stati rinviati a giudizio 28 esponenti delle forze dell'ordine.

Sia 200 denunce penali per lesioni contro esponenti delle forze dell'ordine per violenze a danno dei manifestanti durante gli scontri, sia 60 denunce relative alla perquisizione della Diaz sono state archiviate (le prime già durante il 2003) per l'impossibilità di identificare gli agenti responsabili dei fatti, a causa del casco dell'uniforme e dei fazzoletti che molti di loro portavano sul viso. Nel giugno 2005 erano ancora in corso numerose cause in sede civile contro il Ministero degli Interni. Inoltre, secondo i PM del processo per le presunte violenze nella caserma di Bolzaneto, i processi contro gli esponenti delle forze dell'ordine, visto l'elevato numero di udienze previste, rischiano di concludersi con la prescrizione (i cui tempi sono stati ulteriormente ridotti dall'introduzione della legge Pecorella, ex-Cirelli) prima di una sentenza di primo grado. E uno sconto di pena di 3 anni, dovuto all'approvazione di un indulto il 29 luglio 2006, verrebbe applicato, in caso di condanna, a tutti i reati per cui risulta indagato il personale delle forze dell'ordine, e alla maggioranza dei reati per cui risultano indagati i manifestanti; verrebbero esclusi dell'indulto eventuali condannati per associazione sovversiva.

Sull'attacco ai Carabinieri in piazza Alimonda e sulla morte di Giuliani furono avviate diverse inchieste giudiziarie. Solamente tre degli assalitori, identificati dalle foto, furono rintracciati e interrogati: M.M. e E.P. di Genova, e L.F. di Pavia. M.M. si presentò agli inquirenti e si appellò agli altri affinché si presentassero a testimoniare, E.P. si presentò il 6 settembre, L.F., estraneo al gruppo, fu riconosciuto dalle foto dalla Digos di Brescia. Essi non diedero chiare spiegazioni sulle motivazioni dell'assalto alla camionetta, ma descrissero l'elevata condizione di tensione creatasi in seguito alle cariche delle forze dell'ordine alle quali, secondo la versione di alcuni di loro, avevano avevano cercato di sfuggire dirigendosi verso via Caffa dove furono nuovamente caricati.

I carabinieri Mario Placanica e Filippo Cavataio furono indagati per omicidio; i tre aggressori identificati furono indagati per tentato omicidio. Il 5 maggio 2003 il procedimento sulla morte di Carlo Giuliani è stato archiviato: il GIP Elena Daloiso prosciolse Placanica per uso legittimo delle armi, oltre che per legittima difesa come richiesto dal PM Silvio Franz.

I tre aggressori identificati furono rinviati a giudizio per vari reati.

Nel giugno 2006 Haidi Giuliani, madre di Carlo, ha inviato una raccomandata a Mario Placanica per interrompere il decorso della prescrizione, lasciando aperta la possibilità di effettuare una causa civile nei confronti dell'ex carabiniere. Eletta nel frattempo senatrice della Repubblica, la signora Giuliani ha tuttavia dichiarato di non averlo fatto per chiedere un risarcimento danni a Placanica, ma al fine di ottenere un processo "che faccia luce non solo su piazza Alimonda, su chi ha effettivamente sparato, ma anche sulle responsabilità politiche e sulla catena di comando".

Al processo per i fatti accaduti durante i giorni del G8 a Genova alla scuola media A.Diaz, il tribunale di Genova ha emesso una sentenza il 13 novembre 2008 comminando tredici condanne, per un totale di 35 anni e sette mesi (a petto di oltre 108 anni chiesti dall'accusa), e pronunciando sedici sentenze di assoluzione. Le condanne, di varia entità, hanno riguardato solo funzionari che ricoprivano all'epoca dei fatti cariche di minore rilievo all'interno della polizia.

Per quello che riguarda le cariche effettuate in piazza Manin verrano sporte dai manifestanti feriti circa sessanta querele per le lesioni subite: il Ministero dell'Interno verrà condannato a risarcire numerosi manifestanti, una volta appurato l'ingiustificato uso della violenza nei loro confronti, ma nessun responsabile delle forze dell'ordine verrà identificato a causa dei caschi della tenuta antisommossa e dei fazzoletti indossati davanti al viso. Sempre per i fatti di piazza Manin quattro agenti del reparto mobile di Bologna vennero indagati e rinviati a giudizio per falso e calunnia, in quanto avevano arrestato due giovani spagnoli con l'accusa di resistenza (secondo la versione degli agenti uno li avrebbero aggrediti con un tubo di ferro, mentre il secondo avrebbe lanciato una molotov) e il sospetto che facessero parte del "blocco nero", mentre un filmato acquisito dalla magistratura (di proprietà di Luna rossa, un'associazione di registi italiani indipendenti presenti durante il G8) mostrava uno dei due giovani che, senza apparente motivo, veniva arrestato e il secondo che, avvicinandosi per chiedere spiegazioni, subiva la stessa sorte. Le indagini successive sui due giovani dimostrarono poi come i due giovani non fossero presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente.

Nel maggio 2007 il giudice Angela Latella emette una condanna in sede civile per le violenze delle forze dell'ordine contro i manifestanti della Rete Lilliput avvenute in piazza Manin, ribadendo nelle motivazioni che "Se risulta chiaramente che la Spaccini sia stata oggetto di un atto di violenza da parte di un appartenente alle forze di polizia non si può neppure porre in dubbio che non si sia trattato né di un'iniziativa isolata, di un qualche autonomo eccesso da parte di qualche agente, né di un fatale inconveniente durante una legittima operazione di polizia". . La condanna (5000€) non è però nei confronti degli agenti che commisero gli abusi (che avendo il volto coperto dal casco non sono stati identificati) né nei confronti dei loro superiori responsabili, bensí nei confronti del Ministero degli Interni.

Il 13 maggio 2005 l'avvocato Vittorio Colosimo annuncia la volontà di Placanica di presentarsi in aula per testimoniare sui fatti ("Mario Placanica risponderà a tutte le domande dei cento avvocati dei no global, del pubblico ministero e del presidente del tribunale. Dirà tutto quello che sa come ha fatto fin dall' inizio").

Il 26 settembre 2005, durante l'udienza del processo contro i No Global, Placanica si avvale tuttavia della facoltà di non rispondere, concessagli, pur essendo chiamato come testimone e non come indagato, in quanto la sua posizione per la morte di Carlo Giuliani non era ancora stata archiviata in via definitiva.

Sempre relativamente al procedimento contro i manifestanti, il 24 maggio 2007 il giudice, su richiesta dell'avvocato difensore Ezio Menzione, ha accettato di ascoltare come testimone Mario Placanica per l'udienza del 1 giugno. Pochi giorni dopo l'avvocato ha sporto denuncia contro ignoti per aver ricevuto minacce di morte rimaste registrate nella segreteria telefonica: "Lasciate stare a Placanica , sennò vi faremo saltare in aria".. Lo stesso Placanica aveva ritrovato scritte con minacce di morte vicino alla sua abitazione alla fine dell'aprile 2007.

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti sono stati condannati a complessivi 110 anni di reclusione per i fatti del cosiddetto blocco nero e quelli di via Tolemaide. Tra i condannati 10 sono stati giudicati responsabili di devastazione e saccheggio, altri 13 per danneggiamento, 1 per lesioni. . Il reato di resistenza e' stato derubricato: la resistenza alla carica dei carabinieri è stata scriminata come reazione ad atto arbitrario e di conseguenza non costituisce reato (in pratica la reazione alla carica dei carabinieri è stata considerata legittima, solo per tre imputati, ma non i danneggiamenti successivi). Riguardo carica e operato delle forze dell'ordine le testimonianze di due funzionari dei carabinieri e due funzionari della polizia (Antonio Bruno, Mario Mondelli, Paolo Faedda e Angelo Gaggiano) sono state trasmesse ai pubblici ministeri per valutare l'ipotesi di un'accusa per falsa testimonianza (avrebbero riportato nelle loro descrizioni fatti rivelatisi non veri per giustificare il loro operato).

Il 3 dicembre 2008 un manifestante francese, accusato di aver lanciato una molotov verso le forze di polizia durante le prime cariche all'inizio agli scontri del venerdì e di aver resistito all'arresto, è stato assolto (assoluzione chiesta anche dal pubblico ministero). Il giuduce ha disposto il trasferimento degli atti alla procura, per verificare se si debba procedere contro i poliziotti che lo arrestarono durante gli scontri per i reati di falsa testimonianza e calunnia.

Alcuni agenti così come alcuni infermieri presenti a Bolzaneto affermarono sia di aver assistito (o per lo meno percepito) ad episodi di violenza, sia di aver visto arrivare nella caserma manifestanti già pesantemente feriti.

Il 4 febbraio 2004 il magistrato Alfonso Sabella, durante un interrogatorio, disse che la caserma di Bolzaneto doveva servire per un piano anti-black-block, elaborato durante un vertice in prefettura svolto il 7 luglio: in base a questo piano la caserma doveva essere operativa entro il 17 luglio o anche prima, subito dopo (e quindi prima dell'inizio del vertice) sarebbero dovuti avvenire dei fermi preventivi contro i "black bloc" già noti, e poi, grazie ad una apposita scansione dei tempi della giustizia (24 ore di fermo di polizia sommati a due giorni per effettuare gli interrogatorio da parte del pm e ad altri due giorni per essere ascoltati davanti al gip) li si sarebbe potuti trattenere fino al termine della manifestazione (Sabella sosterrà di non essere stato molto favorevole ad usare la contestazione di reati per giustificare questi fermi preventivi, ma che il tutto veniva giustificato col permettere di bloccare i gruppi più violenti in modo da far svolgere la manifestazione in maniera pacifica, anche per la sicurezza stessa dei manifestanti). In base a questa pianificazione la caserma di Bolzaneto doveva servire solo per arrestare e immatricolare questi piccoli gruppi, da trasportare poi nelle carceri tradizionali, mentre nei fatti il piano non verrà messo in atto e nessuno dei sospetti già noti verrà fermato, e in caserma il primo arrestato arriverà solo il 20 luglio quando ormai gli scontri erano già iniziati e nei giorni seguenti riceverà centinaia di fermati, un numero ben maggiore rispetto a quello per cui era stata pensata. Alessandro Garassini, l'avvocato che assisteva Sabella, a proposito delle dichiarazioni del suo assistito dichiarerà ai giornalisti: "La domanda che mi pongo dopo aver sentito il racconto del mio assistito non solo da avvocato ma anche da cittadino è chiara: perché nessuno ha fermato i violenti prima del vertice? Eppure ci sono state le riunioni preparatorie, che confermano come le segnalazioni fossero correttamente arrivate. C'era anche un piano studiato nei dettagli. Ma al momento giusto non è accaduto nulla" .

Nel luglio 2007 la Procura di Genova ha messo in dubbio l'autenticità di alcuni delle dichiarazioni ufficialmente firmate da alcuni dei fermati stranieri che erano presenti nella caserma. Secondo il perito che ha analizzato i documenti (delle "dichiarazione di primo ingresso") vi sarebbero due modelli precompilati, in cui vi era scritto che i manifestanti dichiaravano, tra le altre cose, di non temere per la propria incolumità personale e di non volere che il consolato o l'ambasciata dei loro paesi fossero avvertiti del loro stato di detenzione. Il giudice Renato De Luchi ha tuttavia respinto la richiesta dei pm di acquisire questi documenti (in quanto già agli atti del processo) e di ascoltare il perito calligrafico sosteneva la falsificazione del documenti. Alla ripresa del processo, all'inizio di ottobre, i due ispettori della polizia penitenziaria che avevano sottoscritto i verbali dei 67 stranieri arrestati nella scuola Diaz e portati nella caserma di Bolzaneto, hanno sostenuto di non aver assistito agli interrogatori e di essersi limitati a firmarne i verbali prima che fossero imbustati, quando gli interrogatori erano già terminati. Alla richiesta dei PM se non era anomalo che tra gli arrestati nessuno chiedesse di parlare con il consolato uno degli ispettori ha sostenuto che, per la sua esperienza quindicennale, normalmente nessun straniero arrestato chiedeva di essere messo in contatto con il proprio consolato.

Il 14 luglio 2008 si è concluso il processo di primo grado, con 15 condanne (variabili tra i 5 mesi e i 5 anni, per un totale di circa 24 anni) e trenta assoluzioni. L'accusa aveva chiesto la condanna di tutti e 54 gli imputati. In base alla sentenza i condannati e il ministeri dell'Interno e della Giustiiza, dovrebbero pagare anche circa 4 milioni di euro tra risarcimenti alle parti civili (155, con risarcimenti tra i 2.500 e i 15.000 euro) e spese legali (solo queste corrispondenti a circa 2,5 milioni di euro, cifra elevata a causa delle 180 udienze effettuate in tre anni). Parte del dibattito che si è sviluppato intorno alle richieste dell'accusa e delle relative sentenze, verteva sul fatto che il reato di tortura non esisteva in Italia (nè all'epoca dei fatti nè a quella della sentenza), per cui i PM avevano chiesti condanne per (tra le altre accuse) abuso d'ufficio (art. 323 del codice penale). Secondo i PM nella caserma erano state "inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'". E' stato osservato in chiave critica come i reati in questione cadranno in prescrizione nel 2009, quando presumibilmente i procedimenti penali saranno ancora in corso, e che comunque - grazie all'indulto approvato nel 2006 - anche nel caso di condanne definitive difficilmente vi sarà chi sconterà l'eventuale pena inflitta.

Nelle motivazioni si riporta anche che dopo la morte di Carlo Giuliani il venerdì pomeriggio era stato deciso che i carabineri presentia Genova non avvrebbero più svolto servizio in strada, per cui il sabato furono mandati a Bolzaneto. Secondo alcune testimonianze, rese nel processo e riportate nelle motivazioni, la condizione dei manifestanti trattenuti durante il periodo in cui di guardia alle celle vi erano i carabinieri (dal sabato sera all'alba di domenica) era meno vessatoria e si erano registrate meno violenze (per la giornata di sabato una relativa intermittenza del trattamento vessatorio accompagnato in diverse occasioni da un atteggiamento, definito più umano dalle stesse parti lese, tenuto dagli appartenenti all’Arma, i quali sono intervenuti in diverse occasioni, per quanto hanno potuto, al fine di impedire le vessazioni), oltre al fatto che ai detenuti era stato concesso di sedersi ed era stata data dell'acqua, mentre vi erano stati dei battibecchi tra dei poliziotti che volevano entrare nella zona delle celle e carabineri che avevano l'ordine di non farli passare.

L'Arma dei Carabinieri pose Placanica in "congedo assoluto" perché considerato "permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto" e nel 2005 Placanica fece richiesta di essere reimpiegato in ruoli civili statali, in ragione della "infermità permanente residuatagli in conseguenza delle lesioni e dei traumi da lui riportati a causa della violentissima aggressione". Placanica si candiderà nelle elezioni comunali del maggio 2005 nella lista civica "Catanzaro con Sergio Abramo".

Nell'ottobre 2006 il gruppo di Rifondazione comunista al Senato decise d'intitolare a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza, suscitando la disapprovazione di esponenti del centro-destra.

Nel novembre 2006 Placanica fu intervistato dal quotidiano Calabria Ora . Nell'intervista confermò nuovamente di aver sparato in aria, per due volte, ma solo dopo aver constatato l'inerzia dei colleghi e dei poliziotti nell'intervenire per allontanare i manifestanti ("potevano intervenire perché c'erano i carabinieri e anche gli agenti della polizia. Potevano fare una carica per disperdere i manifestanti e invece non hanno fatto niente. Quel momento è durato una vita") e dopo aver di conseguenza intimato ai manifestanti di allontanarsi. Placanica riferì del clima di forte tensione della piazza ("i superiori ci dicevano di stare attenti, ci raccontavano che ci avrebbero tirato le sacche di sangue infetto. Ci dicevano di attacchi terroristici. La sensazione era come se dovessimo andare in guerra"), dei "festeggiamenti" che ricevette in caserma dai colleghi, che lo soprannominarono il killer salutandolo con il "benvenuto tra gli assassini" e che gli regalarono un basco del Tuscania deridendo la morte di Giuliani ("dicevano: "morte sua vita mia", cantavano canzoni. Hanno fatto una canzone anche su Carlo Giuliani") e che lui, ancora sotto shock, rimase in disparte senza prendere parte a tali manifestazioni. Nell'intervista Placanica sostenne anche di essersi ritrovato in "un ingranaggio più grande di me" e che sul G8 non sarebbe stata detta tutta la verità, confermando ad esempio l'ipotesi formulata da alcune inchieste indipendenti, secondo cui qualcuno oltraggiò il corpo ormai esanime di Giuliani colpendolo con un sasso alla testa, dopo che le forze dell'ordine avevano già circondata e resa inaccessibile l'area circostante.

In un'intervista rilasciata a GrNews.it il giorno dopo la pubblicazione dell'intervista su Calabria Ora, Placanica si disse d'accordo sulla necessità di istituire una commissione d'inchiesta per fare chiarezza sui fatti del G8.

La proposta di legge di istituire tale commissione di inchiesta è stata votata il 30 ottobre 2007 in prima commissione alla Camera, ma è stata respinta (22 voti a favore e 22 contrari) a causa del voto contrario della Casa delle Libertà, dell'Udeur e di Italia dei Valori, oltre all'assenza dei deputati della Rosa nel Pugno. Il leader dell'Italia dei Valori, Antonio di Pietro, ha motivato il voto del senatore IdV Carlo Costantini dichiarando di non voler avallare un'inchiesta finalizzata ad indagare unicamente sull'operato delle forze dell'ordine e non anche su quello dei manifestanti.

Nonostante tale voto, accolto con rabbia e sconcerto da parte da alcuni dei partiti componenti la maggioranza di governo, l'allora presidente del consiglio Romano Prodi annunciò che la commissione d'inchiesta sui fatti del G8 di Genova avrebbe dovuto essere istituita ("è un impegno preso con il programma di governo che non intendiamo disattendere").

Per la parte superiore



G8 (politica)

I Paesi del G8

Il G8 è il forum costituito dal gruppo dei 7 Paesi più industrializzati (o più "influenti") del mondo più la Russia. Più correttamente si dovrebbe dunque parlare di G7+1. Il G7 infatti non è stato mai ufficialmente sciolto e continua regolarmente a riunirsi, se pur nella forma dei vertici dei ministri dell'economia.

Inizialmente esistevano il G6 e, con l'ingresso del Canada, il G7, il quale è poi stato a sua volta allargato alla Russia in virtù della sua potenza militare e della sua importanza politica, grazie alle quali può influire sugli equilibri mondiali. Gli altri sette Paesi sono, nell'ordine: Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada. Durante i summit, i rappresentanti dei Paesi membri discutono di importanti questioni di politica internazionale, per definire i futuri assetti del mondo. I primi sette Paesi del gruppo sono in effetti i più ricchi, secondo le stime del PIL 2007, mentre la Russia è undicesima e nelle statistiche andrebbe sostituita dalla Cina. Anche la Spagna recentemente ha superato, seppur di poco, il Canada quanto a PIL.

L'idea di un forum tra le maggiori democrazie industriali emerse già nel 1973, in risposta alla recessione globale causata dalla crisi petrolifera di quell'anno. Nel 1974 gli Stati Uniti crearono il Library Group, che riuniva le leadership finanziarie delle cinque principali nazioni industrializzate - Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e appunto gli USA.

La prima riunione "ufficiale" del Gruppo si ebbe però nel novembre 1975, in Francia, a Rambouillet, per iniziativa dell'allora presidente Valéry Giscard d'Estaing, che convocò un vertice a cui partecipò anche l'Italia. Scopo dell'incontro era decidere come affrontare la crisi petrolifera. Si affermò in quell'occasione l'idea di organizzare ogni anno un incontro tra le maggiori potenze industriali per coordinare le strategie politiche ed economiche.

All'incontro dell'anno successivo, alle sei potenze si aggiunse anche il Canada; dal 1977 partecipò anche la CEE. Il gruppo così costituito prese il nome di G7. Ad alcuni summit parteciparono anche delegati di altri Paesi: nel 1985 i leader di 15 Paesi in via di sviluppo, nel 1991 l'URSS.

Nel 1994 venne costituito il P8 (P sta per Politici), formato dalle potenze costituenti il G7 con l'aggiunta della Russia. Le riunioni di questo nuovo gruppo avrebbero dovuto svolgersi alla conclusione dei vertici del G7. Ma nel 1997 la Russia partecipò anche alla riunione del G7, e così nell'anno successivo divenne G8.

Nota: l'Unione Europea prende parte ai summit in quanto tale.

Nei Paesi del G8 vive all'incirca il 13 % della popolazione mondiale, ma vi ha origine quasi il 60% del prodotto interno lordo planetario (World Development Report 2007 della Banca Mondiale); 7 degli 8 Paesi membri sono ai primi dieci posti per PIL nominale (la Russia è attualmente 11°). Nel 1973, 1975 e 1976 erano G5, G6 e G7 le rispettivamente cinque, sei e sette, maggiori economie del mondo, misurate secondo il PIL (si veda Lista di stati per PIL (nominale)). Nel corso degli anni la Cina ha però superato Canada, Italia, Francia e Regno Unito, mentre Spagna e Brasile hanno economie più grandi della Russia.

Il summit G8 più noto resta probabilmente quello di Genova del 19-21 luglio 2001. Esso venne pesantemente contestato da migliaia di no global provenienti da ogni parte del mondo. Vi sono stati molti episodi di azione diretta, da parte dei manifestanti in parte ispirati alla tecnica del black block. Durante la reazione violenta di alcuni manifestanti alle cariche, una camionetta dei carabinieri isolata è stata assaltata e nello scontro è rimasto ucciso il manifestante Carlo Giuliani, il 20 luglio 2001. La magistratura ha assolto il carabiniere che ha sparato il colpo, Mario Placanica, per uso legittimo delle armi. Molte canzoni sono state scritte per Carlo Giuliani, la più famosa è forse "Piazza Alimonda" di Francesco Guccini. Si devono chiarire altri episodi di violenza da parte dei manifestanti, che hanno fatto molti danni alla città, e da parte delle forze dell'ordine (il più violento dei quali è quello della scuola Diaz).

Per la parte superiore



Fatti del G8 di Genova

Foto di gruppo del G8

La locuzione fatti del G8 di Genova è comunemente utilizzata per riferirsi agli episodi di violenza che hanno avuto luogo a Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, in concomitanza con la riunione del G8, e in particolare agli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti che contestavano il vertice. Gli avvenimenti di quei giorni costituiscono una delle pagine più dolorose della recente storia di Genova e, più in generale, italiana.

In occasione della riunione dei governanti dei maggiori paesi industrializzati, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso poi sfociate in gravi tumulti di piazza con scontri le cui proporzioni ed effetti non si erano mai verificate nei decenni precedenti in Italia, e che culminarono con l'omicidio di un manifestante, Carlo Giuliani, da parte di un carabiniere durante gli scontri in Piazza Alimonda.

Nei sei anni successivi ci sono state alcune condanne in sede civile nei confronti dello Stato Italiano per abusi e violenze commessi dalle forze dell'ordine. In sede penale sono stati aperti diversi procedimenti contro manifestanti e contro alcuni esponenti delle forze dell'ordine per abusi compiuti durante la manifestazione. Circa 250 di questi procedimenti (originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine per lesioni) sono stati archiviati per l'impossibilità di identificare gli agenti responsabili; in molti di questi casi, la magistratura ha però ritenuto effettivamente avvenuti i reati contestati.

La decisione di tenere a Genova una riunione del G8 aveva suscitato polemiche, proteste e preoccupazioni fin dai mesi precedenti. Nel corso delle ultime riunioni di organismi internazionali si erano verificate forti mobilitazioni di manifestanti contrari alle tendenze economiche neoliberiste, in alcuni casi sfociate in scontri.

Il movimento no-global aveva preso chiaramente forma a Seattle il 30 novembre 1999 alla Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ed era cresciuto con gli anni: per questo veniva definito come Popolo di Seattle. Nel 2001 manifestazioni e scontri si erano verificati a Davos in occasione del Forum Economico Mondiale (27 gennaio), a Goteborg, per il Summit europeo (15 giugno) e a Napoli dal 15 al 17 marzo, dove la contestazione al Global Forum sfociò in violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.

Le proteste erano finalizzate a contrastare il potere di un gruppo ristretto di capi di Stato e di governo che, forti della loro potenza economica, politica e militare, erano, a detta dei manifestanti, in grado di decidere le sorti di vaste porzioni dell'umanità. Inoltre si contestavano le politiche e le ideologie neoliberiste adottate dalle organizzazioni sovranazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario Internazionale.

Il governo italiano, insediato da poco, criticò il precedente governo per la scelta di Genova. La città era considerata inadatta a garantire una buona gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico.

I genovesi dal canto loro erano già da tempo preoccupati per i rischi connessi alla presenza in città di migliaia di persone e di capi di stato. Nelle occasioni sopra citate si erano registrati duri scontri e danni materiali da parte di gruppi di contestatori, i Black bloc. I genovesi furono invitati ad abbandonare la città mentre i mass media diedero notevole risalto alle misure di sicurezza attuate, come l'installazione delle grate di delimitazione della zona rossa o la chiusura dei tombini per timore di attentati dinamitardi.

Un fascicolo riservato di 36 pagine, intitolato "Informazioni sul fronte della protesta anti-G8", compilato dalla Questura di Genova ai primi del luglio 2001, riguardante possibili strategie dell'ala più problematica dei manifestanti, venne reso pubblico dal quotidiano genovese "Il Secolo XIX" alcuni giorni dopo il termine del G8. Il fascicolo comprendeva un'analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni, tra questi venivano individuati come intenzionati a provocare incidenti e disordini, sia gruppi vicini alle diverse realtà dei centri sociali italiani (definiti Blocco Blu e Blocco Giallo, che potevano organizzare per esempio "episodi di generico vandalismo", "blocchi stradali e ferroviari" e attacchi mirati contro le Forze dell'ordine) e ai movimenti anarchici (definiti Blocco Nero, che potevano organizzare blocchi nelle strade cittadine e organizzare azioni con piccoli gruppi di "10 o 40 elementi ciascuno"), sia gruppi legati alle organizzazioni di destra, con "Forza Nuova, Fronte Nazionale e Comunità politica di avanguardia effettuerebbero a Genova una manifestazione antiglobalizzazione" (la cui presenza di esponenti era effettivamente stata segnalata alla Questura dal Genoa Social Forum il 18 luglio) e in specifico alcuni membri di Forza Nuova che "costituirebbero un nucleo di 25-30 militanti fidati, da infiltrare tra i gruppi delle tute bianche allo scopo di confondersi tra i manifestanti anti-G8. Tale gruppo in possesso di armi da taglio avrebbero avuto come obiettivo principale di colpire i rappresentanti delle forze dell'ordine, screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8".

Su questi ultimi gruppi di destra il dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale dichiarerà, in risposta ad articoli apparsi sulla stampa, che durante il vertice le forze di polizia di Genova non avevano rilevato "la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini". Tuttavia non risulta individuato nessuno appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.

Il fascicolo inoltre elencava alcune probabili azioni dei vari gruppi di manifestanti tra cui: lancio di "frutta con all'interno lamette di rasoio" o di "letame e pesce marcio" tramite catapulte, "blocchi stradali e ferroviari", lancio di "migliaia di "palloncini con sangue umano infetto" all'interno, uso di "fionde tipo "falcon" per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell'ordine limitandone la capacità di movimento", lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell'ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso ai varchi della zona rossa. Dopo la pubblicazione del documento è stata evidenziata da più parti (soprattutto tra i gruppi di riferimento dei manifestanti) un'apparente anomalia: il dossier infatti, oltre alle possibili strategie violente elencate sopra, metteva in guardia le forze dell'ordine anche da una serie di iniziative non violente e del tutto legittime, come il "costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le Forze dell'ordine", il "munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale sul circuito Internet le immagini della protesta" o l'"affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale".

Le misure di sicurezza prevedevano una zona gialla, ad accesso limitato, ed una zona rossa assolutamente riservata, definita da qualcuno Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade ed autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti del rischio di attentati per via aerea.

Furono anche adottate apparecchiature capaci di disabilitare temporaneamente i telefoni cellulari e vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della "zona rossa" ed installate della inferriate per separare le zone "rossa" e "gialla".

Nel clima teso della vigilia, molti genovesi decisero di abbandonare la città e di chiudere i negozi anche nelle zone della città lontane dai luoghi interessati.

Furono molti gli allarme-bomba, il più delle volte immotivati. Un pacco-bomba ferì un carabiniere e un altro, a Cologno Monzese, la segretaria del giornalista Emilio Fede.

Alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, afferenti al Genoa Social Forum, organizzatore e coordinatore delle manifestazioni. Il GSF chiese tramite i portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, l'annullamento del G8. Secondo il GSF infatti la riunione dei capi di Stato e di governo era da considerarsi illegittima perché pochi uomini potenti avrebbero preso decisioni destinate a condizionare popoli non rappresentati dal G8 e perché il divieto di entrare liberamente nella zona rossa era considerato limitativo delle libertà costituzionali. Il governo rifiutò la richiesta, adducendo a motivo gli impegni internazionali presi dall'Italia, ancorché presi dal precedente governo, che in ogni caso prescindono dal governo pro-tempore in carica.

I fatti del G8 si svolsero nell'arco di quattro giorni: da giovedì 19 a domenica 22 luglio.

Il 19 luglio si svolse una pacifica manifestazione di rivendicazione dei diritti degli extracomunitari e degli immigrati a cui parteciparono moltissimi gruppi stranieri, cittadini genovesi, rappresentanti della Rete Lilliput ed anche - in coda al corteo - un piccolo gruppo di anarchici. Fu stimata la presenza di circa 50.000 persone.

Nel frattempo, in vista soprattutto di due grandi cortei organizzati per venerdì e sabato, continuarono ad affluire gruppi organizzati e singole persone, alloggiati in aree predisposte in varie zone di Genova.

La giornata di venerdì 20 luglio fu la più drammatica e si concluse con la morte di Carlo Giuliani e con gravi danni alla città.

Secondo la relazione dell'accusa un gruppo di manifestanti si procurò, a spese di un distributore Q8 situato in via Tolemaide 13 gestito da Ernesta Neri, i mezzi per attuare un attacco tipo "Black Bloc". L'allora presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenzi, segnalò, sia tramite i canali ufficiali sia nelle interviste nelle dirette televisive, la presenza di uno di questi gruppi sospetti (stimato in circa 300 persone) in un edificio scolastico di proprietà della Provincia nella zona di Quarto Inizialmente l'edificio era stato assegnato al Genoa Social Forum e ai Cobas per ospitare i manifestanti venuti da fuori città, ma i pochi che erano già entrati erano stati scacciati all'arrivo dei primi "Black Bloc". Le stesse segnalazioni provenirono, come si scoprì durante i processi, anche da molti dei cittadini residenti in zona e da diversi manifestanti. Le segnalazioni non portarono a nulla: dopo un primo controllo da parte della Polizia tra giovedì e venerdì, che avrebbe appurato la presenza di un numeroso gruppo di persone all'interno dell'edificio, non seguirà nessuna azione e i successivi controlli verranno effettuti a G8 ormai concluso e si limiteranno a constatare i danni (stimati dalla provincia in ottocento milioni di lire). Il capo gabinetto della questura di Genova si giustificherà sostenendo che il venerdì gli agenti presenti erano impegnati negli scontri, per cui non si sarebbe avuto un organico sufficiente per intervenire, mentre il sabato la vicinanza dell'edificio al corteo avrebbe garantito al protezione della folla in caso di intervento.

È da notare che il termine Black Bloc originariamente non definisce i partecipanti alle manifestazioni o agli scontri, ma un determinato tipo di manifestazione e di scontri che prevede delle azioni tipiche (marciare in blocco, vestiti di nero, allo scopo di creare un forte effetto visivo, uso sistematico del vandalismo, deviare dai percorsi imposti dalle autorità ai cortei autorizzati, costruire barricate, o anche sit-in pacifici di protesta, e così via), ma molti giornali usano impropriamente questo termine per indicare i manifestanti violenti.

Il termine fu usato dai "media" per il suo valore emotivo e sensazionalistico. In realtà tra le centinaia di fermati ed arrestati durante i giorni del vertice, nessuno risulterà aver a che fare con il sistema dei Black Bloc. Il sistema in quanto tale smentì la sua partecipazione ai fatti del G8 di Genova e, per smarcarsi dalla cattiva fama fattagli dai giornalisti, cambiò il suo nome da "Black Bloc" ("Blocco nero"), a "Antrax Bloc" ("Blocco antracite").

Già dal primo pomeriggio alcuni Black Bloc, incominciarono ad inserirsi nei cortei causando lunghi e violenti scontri (con l'uso di bastoni, lanci di Molotov e sassi) nei pressi della stazione Brignole. Per sfuggire alle cariche delle forze dell'ordine i manifestanti violenti si disperdevano tra la folla dei manifestanti pacifici. Negli scontri si impiegarono lacrimogeni e furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco in aria (le relazioni di servizio dei Carabinieri riferiranno di diciotto colpi sparati nella giornata, azione in almeno un caso immortalata dai fotografi). Alcuni filmati amatoriali e televisivi mostrarono gli scontri tra manifestanti violenti e altri manifestanti che, intenzionati a preservare lo svolgimento pacifico della manifestazione, cercavano di dissuaderli dallo scontrarsi con la polizia o dal compiere atti di vandalismo come distruggere ed incendiare automobili.

Esistono anche testimonianze, riprese e immagini fotografiche di individui su scooter nell'atto di sparare.In alcune occasioni sono stati segnalati individui con il viso coperto e con abbigliamento scuro, simile a quello usato dai gruppi violenti, discorrere tranquillamente con poliziotti, carabinieri ed agenti dei servizi di sicurezza, anche all'interno del perimetro delle caserme .

Defilatosi dalla zona degli scontri, un gruppo di manifestanti si allontana dalla zona rossa verso il carcere di Marassi 44°25′2.80″N 8°57′2.12″E / 44.417444, 8.9505889. Verso le 14:30 una parte di questi si separa dal gruppo e punta verso l'ingresso del carcere, dove, adottando la tecnica del black bloc, ne danneggia le telecamere di sorveglianza esterne ed il portone. Le forze dell'ordine abbandonarono il presidio della piazza (dai filmati e dalle testimonianze al momento dell'arrivo dei manifestanti erano presenti 4 blindati e 2 defender dei carabinieri, una volante della polizia e due auto della polizia municipale) davanti al carcere subito dopo l'arrivo del gruppo. Questi forniranno una ricostruzione dei fatti diversa (circa 100 manifestanti staccati dal gruppo principale di circa 1000 persone avrebbero attaccato le forze dell'ordine armati di spranghe e lanciando diverse molotov, sassi e bottiglie di vetro, a questi se ne sarebbero aggiunti in seguito altri 200, che avrebbero tentato di accerchiare i mezzi nonostante il lancio di lacrimogeni, costringendoli alla fuga) da quanto dichiarato dal personale del carcere e da quanto mostrato da alcune riprese amatoriali (acquisite dalla magistratura), incluse quelle raccolte dal regista Davide Ferrario nel suo documentario Le strade di Genova (in questi si vede un gruppo di alcune decine di manifestanti violenti che si avvicina al piazzale antistante il carcere lanciando alcuni oggetti, e i mezzi dei carabinieri che con il gruppo ancora a distanza, ripiegano dopo aver lanciato solo due lacrimogeni, uno dei quali finito lontano dai manifestanti).

Nel primo pomeriggio avanzano circa 300 carabinieri a piedi, blindati e camionette che, a causa degli attacchi, trovano grosse difficoltà a muoversi nelle strette vie genovesi. Erano diretti verso piazza Giusti 44°24′26.20″N 8°57′11.35″E / 44.407278, 8.9531528, dove un gruppo di manifestanti violenti stava da alcune ore compiendo vandalismi contro un distributore posto tra corso Sardegna e via Archimede, un supermercato, una banca e gli arredi urbani. Secondo le testimonianze dei residenti, la polizia, benché sollecitata, non intervenne perché l'ordine era di limitarsi a passare le segnalazioni alla centrale. Inoltre alcuni manifestanti pacifici si sarebbero uniti ai manifestanti violenti nel saccheggio di un supermercato, mentre i possibili autori di azioni tipo black bloc (una quindicina) si toglievano i vestiti scuri per essere più difficilmente individuabili.

I carabinieri che stavano sopraggiungendo sarebbero dovuti giungere da via Tolemaide 44°24′20.00″N 8°57′56.39″E / 44.40556, 8.9656639 per poi passare per il sottopasso ferroviario di via Archimede, senza venire quindi in contatto con il corteo pacifico, proveniente da corso Aldo Gastaldi 44°24′16.80″N 8°57′49.82″E / 44.404667, 8.9638389 e diretto in via Tolemaide, e avrebbero quindi dovuto bloccare i gruppi estremisti che da piazza Giusti stavano intanto avanzando verso il quartiere di Marassi. Ma, non conoscendo la città e avendo sbagliato strada, arrivarono invece dalla parallela via Giovanni Tomaso Invrea, per poi posizionarsi davanti al sottopasso ferroviario che divide corso Torino da corso Sardegna 44°24′16.99″N 8°57′7.32″E / 44.4047194, 8.9520333. Qui, dopo alcuni attimi di sosta, ufficialmente per liberare la strada e per contrastare il fitto lancio di oggetti di cui erano bersaglio, caricarono per alcune centinaia di metri (fino all'incrocio con via Caffa) la testa del corteo autorizzato (tra i primi il gruppo delle "Tute Bianche") che stava sopraggiungendo.

Descrivendo questo cambio di obiettivo, diversi giornalisti presenti riferirono durante il processo di "un lancio simbolico con non più di due o tre sassi" contro le forze dell'ordine da parte di alcuni manifestanti molto giovani, esterni al corteo (secondo le testimonianze provenienti non da quest'ultimo, ma da un gruppo di manifestanti violenti): la versione fornita dalle forze dell'ordine indica un "fitto" lancio di sassi . Gli stessi giornalisti ed altri testimoni riferiranno al processo del comportamento incomprensibile da parte delle forze dell'ordine, che avrebbero tollerato per alcune ore gli atti vandalici dei manifestanti violenti, mentre il corteo autorizzato veniva fatto bersaglio di numerosi lanci di lacrimogeni e successivamente caricato, dopo solo poche decine di secondi di contatto visivo.

La stranezza del comportamento delle forze dell'ordine emerse anche durante il processo, in cui furono ascoltate delle registrazioni provenienti dalla Questura. In una di queste registrazioni si sentono sia un operatore urlare: "Nooo!... Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide... Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi" sia le ripetute richieste del dirigente del Commissariato di Genova, responsabile della sicurezza del corteo, relative al far ritirare il gruppo dei Carabinieri dalla zona per evitare di fare da "tappo" e bloccare il corteo in arrivo.

Molti manifestanti ed alcuni giornalisti si allontanarono, dopo i primi lanci di lacrimogeni, per cercare riparo nelle strade laterali, ma nonostante ciò alcuni di essi non riuscirono ad evitare di essere coinvolti negli scontri e di subire il pestaggio da parte delle forze dell'ordine. Il capitano dei Carabinieri che aveva ordinato le cariche sostenne al processo che si trattava di cariche "di alleggerimento", ammettendo però di non conoscere la topografia della zona e di non essersi reso conto che così facendo aveva chiuso le vie di fuga.

Dopo questa prima carica i carabinieri iniziarono a ripiegare, per permettere il passaggio del corteo, ma nel frattempo alcuni manifestanti appartenenti al corteo, a cui si erano aggiunti altri individui provenienti dal gruppo che occupava il sottopasso di corso Sardegna, avevano assaltato e poi dato fuoco ad un mezzo blindato in panne (dalle analisi del materiale fotografico e delle riprese, effettuate nei vari processi, si scoprì che dal blindato, dopo l'uscita del personale e prima che venisse dato alle fiamme, fu sottratta una mitraglietta, che si vede in alcune foto successive semidistrutta su un marciapiede vicino). A questo punto la centrale operativa perse i contatti radio con gli uomini presenti che, avendo già impiegato tutti i lacrimogeni a disposizione (diversi agenti, seppur protetti dalle maschere, e molti manifestanti accusarono negli anni successivi sia problemi respiratori cronici, sia dermatologici, a causa dell'enorme quantità e il tipo di lacrimogeni impiegata), ripresero le cariche.

Durante i violentissimi scontri i manifestanti reagirono alle cariche ed ai lanci di lacrimogeni incendiando i cassonetti dell'immondizia e le automobili, utilizzandoli come barricata, e compiendo altri atti vandalici.

Piazza Alimonda 44°24′13.86″N 8°57′15.40″E / 44.40385, 8.954278 è una piccola piazza del quartiere Foce che divide in due via Caffa nel suo percorso da via Tolemaide a piazza Niccolò Tommaseo 44°24′8.01″N 8°57′14.52″E / 44.402225, 8.9540333. Via Caffa è lunga in tutto circa 250 metri: 90 da via Tolemaide a piazza Alimonda, circa 60 sulla piazza (della quale costituisce il lato più esteso) e poco più di 100 da piazza Alimonda (angolo via Ilice) a piazza Tommaseo. Perpendicolare a via Caffa è via Giovanni Tomaso Invrea, che collega la parte alta di via Giuseppe Casaregis, parallela a via Caffa, con Piazza Alimonda. Dalla parte opposta, dietro la chiesa che si affaccia sulla piazza, collegata da via Ilice e via Odessa, corre via Crimea.

Come testimoniato da alcune fotografie scattate verso le 15:00 del 20 luglio da un balcone su via Caffa, verso via Tolemaide, nella piazza, affollata da numerosi passanti e manifestanti di passaggio, la situazione era tutto sommato tranquilla. Ma, poco dopo le 15.00, iniziò il lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri, da via Invrea, verso i manifestanti in piazza. In diversi punti furono posti cassonetti dei rifiuti al centro della strada per rendere difficoltoso il movimento dei mezzi; di fronte ad uno di questi cassonetti si fermò l'auto dei carabinieri da cui fu successivamente sparato il colpo di pistola contro Giuliani.

Attorno alle 16:00 carabinieri e polizia iniziarono le cariche ed i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all'aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell'area. Un filmato ripreso dalla telecamera posta nel casco di un carabiniere, e presentato agli atti nel procedimento aperto dalla magistratura genovese in relazione alla morte di Giuliani, mostra un gruppo di carabinieri picchiare un manifestante rimasto isolato e poi trascinarlo a terra come un sacco insanguinato da via Crimea a via Ilice e per circa ottanta metri sino in piazza Alimonda. In quei frangenti giungeva in piazza, da via Invrea, il Defender con a bordo l'allora tenente-colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio, comandante dello stesso reparto cui apparteneva Placanica. Il manifestante ferito fu prelevato da un'ambulanza verso le 17:00.

Poco dopo le 17, la compagnia del CCIR Echo dei Carabinieri, sotto il comando del capitano Claudio Cappello e con la direzione del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due Land Rover Defender, ferma insieme ad altre forze di polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, attraversò i 200 metri di via Caffa e caricò parte dei manifestanti che erano nell'incrocio con via Tolemaide (dove stavano avvenendo gli scontri) protetti da barricate improvvisate.

Secondo la versione ufficiale la carica era stata effettuata per timore che i manifestanti, che avrebbero iniziato ad avanzare facendosi scudo con alcuni cassonetti rovesciati, attaccassero il gruppo delle forze dell'ordine. In alcune foto relative alla costruzione di questa barricata compare Carlo Giuliani. Secondo le ricostruzioni basate su numerose fotografie della piazza e testimonianze, effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che ci fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti.

Durante le inchieste su quei giorni si è fatto notare che questa carica precludeva ogni possibile via di fuga ai manifestanti (a parte l'impossibile manovra di tornare indietro lungo via Tolemaide verso le cariche delle altre forze dell'ordine). Infatti alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, avevano cercato di contrattaccare le cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta.

Arrivati allo scontro, le decine di carabinieri impiegati (dalle foto e dalle testimonianze circa 70) non furono però in grado di disperdere i manifestanti e, alla reazione di questi, indietreggiarono precipitosamente inseguiti dai manifestanti, verso l'inizio di via Caffa, dove era schierato un intero reparto della Polizia di Stato dotato di molti mezzi.

Durante i processi, sulla presenza dei due Defender, Cappello affermò che "vi fu un arretramento disordinato. Io non mi sono reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c'era alcun motivo operativo".

In questa ritirata una Land Rover Defender dei Carabinieri, con tre giovani militari a bordo (l'autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica carabiniere ausiliario - di leva - di 20 anni e il coetaneo e collega Dario Raffone), restò temporaneamente bloccata di fronte ad un bidone dei rifiuti mentre stava attraversando Piazza Alimonda (secondo la testimonianza dell'autista a causa di una manovra errata dell'altro mezzo e, sempre a suo dire, per l'asserito spegnimento del motore).

Una quindicina di persone, appartenenti al gruppo che dopo la carica fallita stava inseguendo i carabinieri in ritirata fin nella piazza, attaccarono il mezzo che fu danneggiato a tergo e dal lato destro, con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore. Alcuni media mainstream in un primo tempo parlarono di centinaia di persone intorno al mezzo, stima che tuttavia era superiore alla consistenza stessa del gruppo di manifestanti caricato in via Caffa.

I carabinieri Placanica e Raffone furono feriti dagli assalitori. Placanica al viso da pietre.

L'assalto al mezzo fu documentato da diversi filmati e numerose foto (il tutto successivamente acquisito dalla magistratura).

Uno degli aggressori raccoglie un estintore e lo scaglia contro il mezzo. L'estintore colpisce l'intelaiatura del finestrino della porta posteriore del mezzo e rimane appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta: dall'interno uno degli occupanti lo colpisce con un calcio, facendolo rotolare a terra, in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna, più tardi identificato nella persona di Carlo Giuliani, che in quel momento si trova a diversi metri dal Defender, in direzione di via Tolemaide.

Questi solleva da terra l'estintore e fa per dirigersi, con l'estintore sollevato, verso la parte posteriore del Defender ma viene immediatamente colpito da un colpo d'arma da fuoco.

Il carabiniere Mario Placanica si dichiarerà in seguito responsabile dello sparo. Placanica ha dichiarato di aver sparato due colpi in aria, uno dei quali ha colpito Giuliani. L'altro proiettile colpì il muro a destra della chiesa in piazza Alimonda, lasciandovi un segno individuato solo dopo alcuni mesi.

Giuliani cadde a terra in fin di vita (secondo l'autopsia ed in base ai filmati che ne mostrano il sangue zampillante morirà diversi minuti dopo) e venne investito due volte dal mezzo che era riuscito a ripartire e si allontanava dalla piazza mettendo in salvo i carabinieri: la prima volta in retromarcia, la seconda a marcia avanti. Quando, dopo circa mezz'ora, il personale medico di un'ambulanza arrivò in soccorso, Giuliani era già morto, senza aver ricevuto alcun soccorso dalle Forze dell'Ordine che immediatamente dopo la sua caduta a terra rioccuparono la piazza e lo circondarono. L'evento, documentato da diversi filmati e da numerose fotografie, venne trasmesso da molte stazioni televisive in tutto il mondo, rendendo evidente il drammatico livello di violenza raggiunto dagli scontri di Genova.

Un reporter di Repubblica e un medico giunti sul posto subito dopo il fatto notano il bossolo di un proiettile vicino al corpo, ma quando lo mostrano ai carabinieri presenti la morte di Giuliani è ancora ritenuta dovuta al colpo con un sasso e, stando a quanto riportato dalla testimonianza del cronista, questi sembrano identificare il bossolo come uno di quelli risultanti dal lancio dei gas lacrimogeni. Il cronista raccoglierà il bossolo e lo consegnerà pochi minuti dopo ad un ispettore di polizia sopraggiunto ed avvertito del ritrovamento. Il bossolo verrà identificato poche ore dopo come proveniente dal tipo di pistola in dotazione a Mario Placanica.

Secondo il consulente tecnico del P.M., la distanza tra il Giuliani e l'arma da fuoco veniva valutata a m. 1,75 circa, e Giuliani "viene colpito nel mentre ha sollevato l'estintore sopra la testa ed è nell'atto di lanciarlo (più precisamente nel momento in cui lo lancia)"; secondo lo stesso C.T. le macchie rosse che appaiono in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine sono da attribuirsi ad effetti cromatici. (dall'Ordinanza del P.M.).

Secondo i consulenti tecnici della persona offesa, Carlo Giuliani fu colpito mentre si trovava a 337 centimetri dalla bocca dell'arma da fuoco e teneva l'estintore dietro la nuca: ciò sarebbe dimostrato da un fiotto di sangue, visibile mentre egli è in tale posizione, mostrato in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine.

Tali conclusioni, in contrasto con quelle cui erano giunti i consulenti del P.M., non furono accolte dal G.I.P. che archiviò il procedimento (v. la sezione relativa ai procedimenti). Ciò ha precluso la possibilità di eseguire una perizia in sede dibattimentale da parte di periti nominati dal giudice.

Diversi mesi prima di ricevere l'incarico di consulente del P.M. Silvio Franz (febbraio 2002), uno dei consulenti nominati del P.M., il Prof. Paolo Romanini, esperto balistico di chiara fama, aveva pubblicato nel numero di settembre 2001 della rivista specialistica che dirigeva, Tacarmi, un editoriale nel quale prendeva decisamente partito a favore della tesi della legittima difesa quale causa di non punibilità per Placanica.

Una foto scattata da Dylan Martinez, dell'agenzia Reuters, con una prospettiva molto schiacciata causata dall'impiego di un teleobiettivo, fa apparire Giuliani immediatamente di fronte al finestrino posteriore sfondato, nel quale si intravede una mano che regge la pistola. La stessa fotografia mostra altri particolari: l'aggressione dal lato destro e posteriore, le dimensioni e la morfologia reali della palanchina in legno utilizzata contro il defender, e la pistola impugnata all'interno del mezzo dei Carabinieri, puntata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d'uomo.

Altre foto e riprese laterali, tra le quali quelle trasmesse da Rai News 24, mostrano Giuliani a diversi metri dal mezzo nel momento in cui fu colpito .

Nonostante l'esito delle indagini della magistratura, che hanno visto in Mario Placanica il responsabile dei due colpi sparati, ritenendo però la sua azione compatibile con l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa, rimangono tuttavia incongruenze sulla confessione del carabiniere Dario Raffone che era anche nei sedili posteriori del Defender, oltre al fatto che lo stesso Placanica ha nel tempo negato di aver sparato in direzione di Giuliani.

Nell'udienza del 3 maggio 2005, alla domanda dell'avvocato Pagani, Raffone ammette che era sdraiato per terra: lui sotto e Placanica sopra, al momento degli spari.

Tutto questo ovviamente va in contrasto con alcune foto nella quale è chiaramente visibile un carabiniere che si alza mentre un altro tiene ancora in mano la pistola. . Stando alle confessioni, Placanica non sarebbe certo colui che spara. Questo, secondo alcune ricostruzioni, fa pensare che ci fossero quattro carabinieri nel mezzo, come hanno dichiarato alcuni testimoni. A conferma di questa tesi Valerio Cantarella, perito d'ufficio del dottor Franz (che ordinò la prima perizia balistica), ipotizzò che a sparare furono due pistole.

Nell'agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l'omicidio di Carlo Giuliani. Secondo la tesi le perizie di parte effettuate su resti di Giuliani dimostrerebbero l'assenza di residui dovuti alla camiciatura del proiettile: essendo i proiettili usati da Placanica, come quelli in dotazione degli altri sottoufficiali, camiciati, questo fatto escluderebbe che i colpi mortali siano partiti dalla sua pistola. Taormina ha aggiunto che i colpi potrebbero essere partiti dall'arma di un ufficiale o da quella di un civile.

E' da notare che un'ipotesi relativa al fatto che il colpo che ha ucciso Giuliani potesse essere partito dal di fuori della jeep era già stata formulata nei mesi immediatamente successivi agli eventi, ma poi era stata scartata da tutte le ricostruzioni, sia della magistratura, che di parte. Uno dei reporter presenti, Bruno Abile, un fotografo freelance francese, aveva affermato di aver visto un carabinere senza scudo, presente nella piazza, forse un ufficiale, con una pistola in mano poco prima che Giuliani cadesse a terra.. Aveva anche fatto discutere il ritrovamento del segno lasciato da uno dei due colpi sulla facciata della chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda solo dopo mesi dal fatto e gruppi vicini al movimento No Global avevano ipotizzato che questa "prova" fosse un falso, realizzato a posteriori, per dimostrare che i colpi erano stati indirizzati in aria.

Subito dopo il Defender ripartì, passando due volte sul corpo di Carlo Giuliani. Interrogato dal magistrato, l'autista Cavataio dichiarò di non aver udito alcun colpo d'arma da fuoco e di non essersi accorto di essere passato sul corpo di Giuliani (credendo che i sobbalzi del mezzo fossero dovuti ad un "sacchetto delle immondizie"). I consulenti tecnici incaricati dal PM Silvio Franz affermarono che il Defender non avrebbe arrecato a Giuliani lesioni apprezzabili: conclusione contestata dalla persona offesa, secondo la quale il doppio arrotamento subito dal corpo da parte di un mezzo del peso a vuoto di circa 18 quintali e con almeno tre persone a bordo non avrebbe potuto non provocare lesioni rilevanti. L'archiviazione del procedimento precluse il confronto dibattimentale tra le diverse consulenze tecniche e l'ulteriore approfondimento da parte di periti nominati dal giudice.

Solamente quattro degli aggressori furono identificati: Carlo Giuliani perché cadde nell'assalto, M.M. e E.P., genovesi, facilmente riconosciuti dalle numerose foto si consegneranno spontaneamente, un altro, L.F., di Pavia, estraneo al gruppo dei genovesi, verrà identificato durante le indagini dalla Digos di Pavia. Nel Corriere Mercantile del 6 settembre M.M. farà un appello a farsi avanti e a testimoniare ma nessuno si presenterà.

L'impressione di un isolamento ed assedio del mezzo, ricavata dalla maggior parte del materiale foto e video mostrato dai media, è tuttavia argomento di discussione, dato che in numerose foto, prese da angolazioni diverse, compaiono alcuni carabinieri che, a pochi metri di distanza (in via Caffa direzione piazza Tommaseo), osservano lo svolgersi degli eventi facendo segno ai colleghi poco distanti di raggiungerli , senza tuttavia avere il tempo di intervenire (l'azione è concitata, ma dura in realtà solo pochi secondi). .

James Matthews riferì di aver tentato invano di avvisare gli occupanti del Defender della presenza al suolo di Giuliani. Matthews - tra i primi a tentare di soccorrere Giuliani - riferì che era ancora vivo dopo essere stato due volte travolto dal pesante mezzo dei Carabinieri.

Il comandante del reparto, Giovanni Truglio, distante poco più di una decina di metri dal defender (ritratto in alcune immagini mentre si trova sulle strisce pedonali che attraversano via Caffa all'angolo tra piazza Alimonda e via Ilice), dichiarò di non aver udito i colpi di pistola, dichiarazione analoga fece l'autista del defender, Cavataio.

Furono sfondati tre vetri su nove del mezzo: il vetro posteriore, un oblò sul tetto, un semivetro sulla parte destra (presumibilmente già sfondato in precedenza e dietro il quale era stato posto, incastrato tra telaio del finestrino e sedili interni, uno scudo protettivo), contro il quale cozzava la palanca che nelle foto si vede impugnata da M.M., il quale confessò l'uso della stessa. Ma la presenza dello scudo fu del tutto omessa da gran parte della stampa che per anni ha alimentato la leggenda di una trave di legno, definizione del tutto impropria a descrivere la palanca impiegata nell'occasione. Nessun vetro fu infranto nella parte anteriore e sinistra, in quanto il mezzo fu attaccato solo da tergo e dal lato destro.

Mario Placanica fu portato al pronto soccorso, per essere poi prelevato per testimoniare sui fatti e riportato al pronto soccorso, dove gli furono riscontrate lievi escoriazioni con una prognosi di 7 giorni. Anche Dario Raffone fu portato al pronto soccorso (prognosi di 8 giorni).

Le prime notizie di stampa, non smentite da fonti ufficiali, riferirono della morte di un ragazzo spagnolo, colpito da un sasso.

Vittorio Agnoletto, nella prima dichiarazione a stampa e televisione, disse che "il ragazzo ucciso non era uno dei nostri ma un black block".

Probabilmente era possibile risalire subito all'identità del ragazzo (sul cui corpo esanime qualcuno, dopo la fuga dei manifestanti, procurò una larga ferita verosimilmente colpendolo con forza con una pietra), poiché le forze dell'ordine rinvennero il telefono cellulare che aveva in tasca.

Verso le 21.00, preoccupata dalle notizie della morte di un giovane manifestante, la sorella di Carlo Giuliani chiamò il fratello sul cellulare, in possesso degli inquirenti. Una persona la cui identità resta ignota, rispose alla chiamata, e dopo averle chiesto chi fosse, dichiarò di essere un amico del Giuliani e la rassicurò sulle condizioni di salute del fratello. Solo più tardi le autorità avvertirono la famiglia della morte di Carlo Giuliani.

La tensione in Piazza Alimonda era altissima. Il fotoreporter Eligio Paoni, che arrivato sul posto subito dopo gli scontri, fotografava il corpo di Giuliani prima che venisse coperto dell'arrivo delle forze dell'ordine, fu malmenato (ferite alla testa e frattura di una mano), gli fu distrutta una macchina fotografica e fu costretto a consegnare un rullino che aveva cercato di nascondere. La questione del suo pestaggio e della distruzione delle sue fotografie verrà dibattuta anche durante le audizioni della successiva indagine conoscitiva delle commissione parlamentari, senza che però si sia potuto risalire ai responsabili diretti, mentre i due vicequestori presenti, Lauro e Fiorillo, hanno affermato di non aver notato il fatto, in quanto la loro attenzione era concentrata sul corpo di Giuliani. Anche il prete della chiesa di Nostra Signora del Rimedio che tentò di benedire il corpo di Giuliani non venne fatto avvicinare.

Circa mezz'ora dopo la morte di Giuliani, alcuni giornalisti di Libero filmarono l'allora vicequestore Adriano Lauro mentre inseguiva per pochi metri un manifestante, urlandogli - davanti alle telecamere di Mediaset prontamente giunte sul posto con Renato Farina - di avere ucciso Giuliani con un sasso.

Le fotografie scattate da un abitante della zona e diffuse nel 2004 mostrano un acceso diverbio tra un carabiniere e un poliziotto. Ne parla anche il fotografo Bruno Abile, in un'intervista all'ANSA del 21 luglio 2001 e in successive dichiarazioni. Abile dice di aver visto anche uno degli agenti presenti (non sa dire se un poliziotto o un carabiniere, forse un ufficiale), dare un calcio alla testa di Giuliani e di essere riuscito a riprendere l'istante precedente a questo ("Ho fotografato l' ufficiale nell' istante di "caricare" la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore"). Qualcuno, mentre la zone attorno al corpo del giovane ucciso era interamente circondata ed occupata dalle Forze dell'ordine, come comprovato da una sequenza di fotografie, avrebbe messo un sasso a fianco della testa di Giuliani e procurato una profonda ferita sulla fronte in modo da far pensare ad una sassata.. A sostegno di questa tesi alcune fotografie mostrano il sasso prima ad alcuni metri a sinistra dal corpo e poi accanto alla testa sul lato destro, dove prima c'era solo un accendino bianco.

Il ruolo delle forze dell'ordine nella morte di Giuliani diventa evidente verso le 21 con la diffusione delle immagini scattate da un fotografo della Reuters. I parenti di Carlo Giuliani furono avvisati verso le 22 e le emittenti televisive comunicarono il nome della vittima.

La manifestazione iniziata al mattino dalla Rete Lilliput in piazza Piazza Manin (poco meno di un chilometro a nord della zona rossa 44°24′49.51″N 8°56′50.47″E / 44.4137528, 8.9473528), conta anche i gruppi di Legambiente, della Comunità di San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo, della Marcia Mondiale delle Donne e dei Beati i Costruttori di Pace: oltre ai gruppi presenti vi sono i proprietari di diversi negozi ed importatori aderenti al Commercio equo e solidale che hanno portato campioni dei loro prodotti e li tengono esposti in piccole bancarelle. Parte dei manifestanti, che si sono colorati di bianco le mani come simbolo di pace, è scesa lungo via Assarotti per arrivare davanti agli accessi della zona rossa in piazza Corvetto, dove verrà effettuato un sit-in.

Intorno alle 14 si iniziano a diffondere notizie sugli scontri che si stavano svolgendo negli altri quartieri più vicini al mare. Alcuni gruppi stranieri si uniscono ad una parte dei manifestanti che deviano verso la vicina piazza Marsala, dove qualcuno tenta di scavalcare le grate di protezione. Il tentativo è respinto con l'uso di idranti e lacrimogeni che porteranno i manifestanti a tornare verso via Assarotti.

Poco prima delle 15 il corteo principale inizia a risalire verso piazza Manin dove iniziano a circolare voci sul possibile arrivo di Black bloc provenienti dal quartiere Marassi. Dopo dieci minuti circa giunge in piazza Manin un gruppo di persone vestite di nero (la ricostruzione fatta durante i processi li identificherà come parte del gruppo che era precedentemente giunto in prossimità del carcere), alcune con il viso parzialmente o totalmente coperto, inseguite a distanza dalle forze dell'ordine, che cercano di inserirsi all'interno del gruppo dei manifestanti e scendere lungo via Assarotti 44°24′43.06″N 8°56′33.53″E / 44.4119611, 8.9426472. Ma l'azione non ha successo, a causa dell'intervento dei manifestanti presenti nella piazza, i quali creeranno un cordone di sicurezza per non mischiare i due gruppi.

Le forze dell'ordine, nel frattempo giunte a Marassi senza trovare i Black bloc, si dirigeranno prima lungo via Canevari e poi (dopo aver comunicato l'assenza di manifestanti violenti in zona alla centrale operativa) verranno dirette verso piazza Manin, passando da corso Montegrappa.

Dopo alcuni minuti di tensione, forze dell'ordine (a cui viene richiesto più volte dalla centrale di effettuare dei fermi durante questa operazione), giunte in prossimità della piazza, iniziano un lancio di lacrimogeni verso i due gruppi e, mentre la parte dei Black bloc anche presenti in zona fuggono, viene eseguita una violenta carica che finirà per colpire i manifestanti pacifici, tra cui quelli che stavano cercando di bloccare l'accesso dei Black bloc, provocando decine di feriti. Tra i feriti vi sarà anche Elettra Deiana, parlamentare di Rifondazione Comunista e Marina Spaccini, una pediatra triestina, volontaria di Medici con l'Africa Cuamm. Il gruppo dei Black bloc nel frattempo proseguirà per via Armellini e si disperderà poi lungo la circonvallazione bruciando alcune auto lungo il percorso, per poi sciogliersi senza essere stato bloccato.

Due giovani spagnoili verranno arrestati, con l'accusa di aver aggredito gli agenti. I due verranno successivamente prosciolti (anche grazie ad alcuni filmati acquisiti dalla magistratura che dimostreranno l'inesistenza di questa agressione, mostrando inevce i due arresti apparentemente avvenuti senza motivo), mentre gli agenti responsabili del loro arresto verranno indagati e rinviati a giudizio per falso e calunnia. Le indagini successive sui giovani dimostreranno anche come i due non fossero neppure presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente.

Fecero scalpore le dichiarazioni che alcuni mesi dopo fece Claudio Scajola, ministro dell'Interno. Egli ammise di aver ordinato alle forze di polizia, nella serata del 20 luglio (dopo gli scontri della giornata e la morte di Carlo Giuliani), di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa, motivandolo con la situazione di forte tensione e con il rischio che l'eventuale ingresso dei manifestanti nella zona rossa potesse favorire attentati terroristici contro i partecipanti al summit. Fonti del Viminale affermarono successivamente che la direttiva non aveva comunque determinato il mancato rispetto da parte di polizia e carabinieri delle norme che regolano l'uso delle armi durante i servizi di ordine pubblico.

La dichiarazione di Scajola provocò aspre critiche da parte di parlamentari di opposizione e rappresentanti del movimento no-global che ne chiesero le dimissioni. Furono espresse critiche sulla tardiva ammissione di Scajola e dubbi sulla possibilità che il ministro avesse impartito l'ordine venerdì, dopo e non prima della morte di Giuliani. Pochi giorni dopo i funzionari di Polizia e Carabinieri presenti a Genova affermarono di non aver ricevuto nessun ordine relativo alla necessità di sparare in caso di invasione della zona rossa e che in ogni caso si sarebbero rifiutati di eseguirlo in quanto "manifestamente criminoso" ed inutile, visto che all'interno della zona rossa era stata creata una seconda cintura di sicurezza .

Ascoltato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, Scajola ritrattò le proprie dichiarazioni. Disse di non aver dato l'ordine di sparare, ma di "alzare il livello delle misure di sicurezza all'interno della zona rossa", per timore di attentati, e di non averlo riferito al Parlamento nel timore di danneggiare le fonti che avevano informato l'intelligence italiana del possibile attentato.

Gli avvenimenti di venerdì 20 luglio portarono a diverse richieste di annullamento della manifestazione dell'indomani, respinte dai vertici del Genoa Social Forum.

La manifestazione del 21 luglio doveva svolgersi lungo corso Italia 44°23′33.26″N 8°57′40.18″E / 44.3925722, 8.9611611, per poi concludersi nella zona della Foce, dove si trovavano le forze dell'ordine, parte delle quali alloggiate nella Fiera di Genova 44°23′43.85″N 8°56′28.68″E / 44.3955139, 8.9413.

Come era successo il giorno precedente, anche sabato 21 luglio tra i manifestanti pacifici si inseriscono gruppetti di manifestanti violenti, che provocheranno scontri, incendi, e distruzioni di auto, banche e negozi.

I primi disordini iniziarono la mattina in piazza Raffaele Rossetti 44°23′48.56″N 8°56′47.00″E / 44.3968222, 8.94639, quando un gruppo di alcune decine di manifestanti (molti dei quali vestiti di nero secondo le testimonianze dei residenti), inizia a distruggere auto e vetrine, assalendo un chiosco. Sempre secondo le testimonianze dei residenti anche in questa occasione furono fatte numerose telefonate al 113, senza che però intervenissero né le vicine forze dell'ordine, che erano poste a presidiare la zona della Fiera, né eventuali volanti della polizia. Alcuni gruppi di manifestanti, tra cui quello della "Confédération paysanne" (un sindacato dei lavoratori agricoli francese), una volta giunti in zona, cercarono di fermarli senza successo. Il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, aggregato presso la questura di Genova durante i giorni della manifestazione, confermerà durante il suo interrogatorio di aver assistito ad atti di vandalismo e devastazione, oltre al lancio di oggetti contro le forze dell'ordine, da parte di un gruppo di una cinquantina di persone, dalla mattina alle 10:30 per circa 6 ore, ma che solo verso le 15:30/16:00, mentre il corteo stava già transitando, verrà ordinata una carica per disperdere i dimostranti violenti .

Alcune ore dopo, all'arrivò del corteo che si dirige verso il quartiere di Marassi, dove doveva terminare la manifestazione, un gruppo di alcune centinaia di manifestanti (400 persone secondo la valutazione del Ministero degli Interni) si stacca da vari punti di questo e inizia a fronteggiare le forze di polizia schierate davanti a piazzale Kennedy, accatastando bidoni, transenne e altro materiale per formare delle barricate. Per quasi un'ora questo gruppo di manifestanti si limita al blocco della strada, a slogan urlati contro le forze dell'ordine e a qualche lancio di oggetti in risposta del quale le forze dell'ordine effettuano alcuni lanci di lacrimogeni.

Il corteo, per tutto questo tempo, continua a fluire e a svoltare verso l'interno seppur con qualche rallentamento. A questo punto si aggiungono anche alcuni gruppi di manifestanti vestiti di nero, che inizieranno un fitto lascio di oggetti verso la polizia, oltre a rovesciare un'auto e a rompere alcune delle vetrine rimaste ancora integre. In questi frangenti si registrano dei tentativi da parte di alcuni dei violenti di reinserirsi all'interno del corteo ufficiale, respinti però dai servizi d'ordine dei vari gruppi che stavano sfilando, che nel frattempo deviano il percorso verso via Casaregis 44°23′44.61″N 8°56′57.35″E / 44.395725, 8.9492639 per tenersi lontani dalle azioni dei violenti e dal fumo dei lacrimogeni. Dopo alcune decine di minuti iniziano le cariche della polizia con fitto lancio di lacrimogeni, sia verso corso Italia, da cui stava ancora arrivando la coda del corteo, in un punto in cui c'erano poche vie di fuga, sia verso via Casaregis. I gruppi di violenti però fanno velocemente perdere le loro tracce nel caos generale e le cariche finiscono per colpire, come accaduto il giorno prima, i partecipanti al corteo pacifico ed autorizzato, spezzandolo in due. Il secondo spezzone del corteo pacifico è costretto di fatto a sciogliersi, mentre le persone che si trovavano nella parte finale del primo spezzone si disperdono e vengono inseguite dalle forze dell'ordine nelle vie del quartiere; molti manifestanti riportano ferite da trauma e da inalazione di lacrimogeni. Diversi abitanti della zona offrono riparo ai manifestanti negli androni del palazzi, fornendogli anche dell'acqua con cui cercare di placare l'effetto del gas lacrimogeno.

Alcuni manifestanti sposteranno diverse auto, dandogli poi fuoco, per formare delle barricate in mezzo al lungomare di corso Italia dove stavano avanzando lentamente le forze dell'ordine che effettueranno altre cariche contro i manifestanti, a volte provocate dal lancio di oggetti da parte di violenti che si inseriscono tra la polizia e il corteo che si stava ritirando. Le immagini e i filmati mostrati dalle televisioni relativi ad appartenenti al corteo pacifico, tra cui anziani e feriti, intenti a scappare, si riferiscono alle cariche di quest'ultima ora di scontri.

Gli scontri durano alcune ore e provocano centinaia di feriti tra i manifestanti e alcune decine di arresti. Verso le 16, al termine di una carica in corso Italia, verranno ritrovate dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione in una siepe di una strada laterale due Molotov, che consegnò ad un suo superiore (il generale Valerio Donnini, che non essendo un ufficiale di polizia giudiziaria non era tenuto a verbalizzare il ritrovamento) e che vennero poi portate alla sera dalle forze dell'ordine nella scuola Diaz ed esibite successivamente come prova della presenza di violenti all'interno dell'edificio. Anche durante questi scontri, come nel giorno precedente, Indymedia altri gruppi hanno raccolto filmati e foto amatoriali che mostrano persone in borghese o con abiti scuri, parlare con esponenti delle forze dell'ordine e poi tornare nella zona degli scontri.

Gli organizzatori hanno stimato che fossero presenti al corteo circa 250.000/300.000 persone, nonostante molti gruppi avessero rinunciato alla loro presenza dopo gli scontri del giorno precedente.

La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli 44°23′46.75″N 8°57′10.31″E / 44.3963194, 8.9528639, nel quartiere di Albaro, erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum, in un primo tempo come sede del loro media center, poi anche come dormitori (in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto ad evacuare alcuni campeggi). Stando alle testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano tra gli autorizzati a dormire nell'edificio. Sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.

Intorno alle 21 della sera del sabato (circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta agressione alle forze dell'ordine) alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Tento, piazza Merani e via Cesare Battisti 44°23′49.31″N 8°57′10.64″E / 44.3970306, 8.9529556) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada e intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.

Successivamente la segnalazione di un attacco ad una pattuglia di poliziotti porta alla decisione, da parte delle forze dell'ordine, di una perquisizione presso la scuola Diaz (e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli) dove stanno dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri (la maggior parte dei quali accreditati). Il verbale della polizia parla di una "perquisizione": poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block. Ma nonostante tutto, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.

Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza. I giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. La portavoce della Questura dichiara, in una conferenza stampa, che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostra il materiale sequestrato, ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa. Uno degli arrestati resterà in coma per due giorni. Le immagini delle riprese mostrano muri e pavimenti sporchi di sangue. A nessuno degli arrestati viene comunicato di essere in arresto, né i reati dei quali sarebbe accusato. Molti di loro scopriranno solo in ospedale (a volte attraverso i giornali) di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio (gli arrestati però non si conoscevano tra di loro), resistenza aggravata e porto d'armi. Dei 63 feriti, tre avranno prognosi riservata: la studentessa tedesca ventottenne di archeologia Melanie Jonasch (che presentava trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche), il tedesco Karl Wolfgang Baro (che presentava trauma cranico con emorragia venosa) e il giornalista inglese Mark Covell (che presentava perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero e trauma cranico, oltre alla perdita di 10 denti, e il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video) .

La versione ufficiale della polizia di stato sostiene che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle 21:30 circa (ma inizialmente in alcune relazioni l'orario indicato era stato 22:30). Il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, in un primo tempo, riferirà di aver transitato "a passo d'uomo" (a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta) davanti alla scuola con quattro vetture. Affermò inoltre che il cortile della scuola e i marciapiedi della strada "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossanti capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersagli i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assaltare le autovetture", ma che queste riuscirono poi ad allontanarsi "azionando anche i segnali di emergenza" nonostante la folla li inseguisse.. Le forze dell'ordine tuttavia non saranno in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non verrà confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammetterà di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di aver "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Tempo dopo tre agenti sosterranno che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone (un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo) e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni. L'episodio però non risulta dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né sarà possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto. Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sosterranno al contrario, il lancio di un bullone (evento a cui i superiori non avrebbero assistito) e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, ad una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti e operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus (che si era fermato in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria) che, arrivata all'altezza delle due scuole, accelerava di colpo "sgommando", al seguito della quale veniva lanciata una bottiglia (che si infrangeva a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana); versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio (che affermeranno di aver sentito il rumore di forte accelerata seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto). Queste versioni contrastanti e date in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.

Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio (definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola".

L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana (a parte i casi di flagranza) che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso: dopo la perquisizione, le forze dell'ordine mostrano ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui sbarre metalliche, che si riveleranno provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, e 2 bombe molotov, che si scoprirà per puro caso essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove (un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostra infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, che ammetterà di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola) .

Nella stessa operazione viene perquisita (per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi) anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamenterà la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti (sia su supporto informatico che cartaceo). Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia e alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti verranno distrutti durante la perquisizione. Poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciava che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale. La Federazione nazionale della stampa si costituirà parte civile al processo contro questa irruzione.

Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli sono stati in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi. Col tempo cadranno tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che verrà contestato dalle perizie del RIS secondo cui i tagli sarebbero stati procurati appositamente, l'agente cambierà versione sull'avvenimento diverse volte e in 7 anni di indagini non si troverà nessun altro agente che abbia ammesso di aver assistito alla scena, ma nel processo di primo grado verrà comunque assolto.

Finite le manifestazioni, domenica 22 luglio, Genova conta gli ingenti danni. Le devastazioni cagionate da alcuni individui violenti (mai arrestati durante lo svolgimento delle medesime, nonostante le numerose chiamate alle forze dell'ordine da parte di numerosi cittadini e persino da parte della presidente della Provincia di Genova, attuale - 2008 - sindaco della città) e nel corso degli scontri generalizzati tra i manifestanti e forze dell'ordine hanno causato notevoli danni a proprietà private e pubbliche a distanza di anni, la grandissima maggioranza dei responsabili dei danni - sia tra i manifestanti, sia tra le forze dell'ordine - non è ancora stata identificata, mentre quasi tutti (oltre il 90%) i fermati dalle forze dell'ordine (con un totale di 329 arresti) nei giorni degli scontri sono poi risultata estranea ai fatti contestati, o non sono state individuate responsabilità specifiche a loro carico.

Alcuni sospettarono la partecipazione di simpatizzanti del movimento internazionale Black block, il cui arrivo dell'ala più integralista in Italia era stato preannunciato nelle settimane precedenti alle manifestazioni dalle autorità tedesche a quelle italiane, ma, nonostante tali avvisi, essi non furono fermati alle frontiere (come lo furono numerosi altri manifestanti pacifici) e i simpatizzanti di tale movimento solitamente usi rivendicare come propria pratica di lotta azioni simili compiute in passato, questa volta negarono la loro responsabilità. Prove della loro partecipazione non sono state trovate, perlomeno per quello che riguarda una partecipazione organizzata. Da testimonianze di manifestanti e giornalisti che seguivano i cortei autorizzati, risulterebbe che parte dei componenti del gruppo di manifestanti violenti che vestivano di nero e che si mossero liberamente per la città durante le manifestazioni, non sembrava parlare italiano.

Susciterà polemiche anche la presenza dell'allora vice-presidente del Consiglio Gianfranco Fini nella sala operativa della Questura genovese, presenza che, da diversi giornalisti dell'area di sinistra ,viene messa in relazione ai molti abusi poi compiuti dalle forze dell'ordine.

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti son stati condannati in primo grado a complessivi 110 anni di galera. Le condanne riguardano gli scontri in via Tolemaide e i cosiddetti fatti del "blocco nero". Tra i condannati, 10 sono stati giudicati responsabili per devastazione e saccheggio, 13 per danneggiamento, uno per lesioni. La resistenza a pubblico ufficiale è stata scriminata per tre imputati: secondo i giudici la resistenza alle cariche della polizia durante il corteo delle tute bianche era legittima solo per tali tre imputati, al contrario dei danneggiamenti successivi.

Le persone fermate e arrestate durante i giorni della manifestazione furono in gran parte condotte nella caserma di Genova Bolzaneto, che era stata approntata come centro per l'identificazione dei fermati. Saranno poi trasferite in diverse carceri italiane. Secondo il Rapporto dell'ispettore Montanaro, frutto di un'indagine effettuata pochi giorni dopo il vertice, nei giorni della manifestazione transitarono per la caserma 240 persone (di cui 184 in stato di arresto, 5 in stato di fermo e 14 denunciate in stato di libertà), ma secondo altre testimonianze di agenti gli arresti e le semplici identificazioni furono molte di più, quasi 500 .

In numerosi casi, i fermati accusano il personale delle forze dell'ordine di violenze fisiche e psicologiche, e di mancato rispetto dei diritti legali degli imputati (impossibilità di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione): gli arrestati raccontano di essere stati costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche. Inoltre riferiscono di un clima di euforia tra le forze dell'ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportano anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista e minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.

L'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, che aveva visitato la caserma nelle stesse ore, dichiarerà di non essersi accorto di nulla e lo stesso confermò il magistrato antimafia Alfonso Sabella, che durante il vertice ricopriva il ruolo di ispettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ed era responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano (ma Sabella fu comunque tra i primi, già la settimana dopo il G8, ad ammettere la possibilità che ci fossero state violenze da parte delle forze dell'ordine contro i manifestanti arrestati, pur escludendo appunto che queste fossero state commesse da parte di quelle che erano a Bolzaneto sotto la sua responsabilità ).

I giudici scarcereranno, nei giorni successivi, tutti i manifestanti, per l'insussistenza delle accuse che ne avevano provocato l'arresto.

I pubblici ministeri al processo contro le forze dell'ordine riguardo ai fatti della caserma Bolzaneto riferiscono di persone costrette a stare in piedi per ore e ore, fare la posizione del cigno e della ballerina, abbaiare per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale, colpiti con schiaffi e colpi alla nuca e anche lo strappo di piercing anche dalle parti intime. Molte le ragazze obbligate a spogliarsi, a fare piroette con commenti brutali da parte di agenti presenti anche in infermeria. Il P.M. Miniati parla dell'infermeria come un luogo di ulteriore vessazione.Secondo la requisitoria dei pubblici ministeri i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria aggiungendo che soltanto un criterio prudenziale impedisce di parlare di tortura, certo, alla tortura si è andato molto vicini.

Amnesty International nel 2002 ha ufficialmente richiesto un'indagine sull'operato delle forze dell'ordine nella gestione dell'ordine pubblico durante il vertice italiano, criticandone l'eccessiva violenza e chiedendo anche indagini in merito alle istruzioni impartite dai vertici. Secondo Amnesty, parecchie segnalazioni di violazione dei diritti umani erano da verificare perche suffragate con evidenza da medici, fotografie e testimonianze. AI, pur accogliendo con favore l'apertura di una serie di indagini penali da parte della autorità giudiziarie italiane, ritiene che, vista l'ampiezza e la gravità delle accuse e il gran numero di cittadini stranieri con conseguente elevato livello di preoccupazione a livello internazionale, non siano sufficienti per fornire una risposta adeguata. Raccomanda quindi l'istituzione di un'apposita commissione d'inchiesta indipendente, ritenendo insoddisfacente e viziato da disaccordo e acrimonia il lavoro svolto dalla prima commissione nel 2001.

Per la parte superiore



Martin Shaw

Martin Shaw (...) è un attivista nonviolento britannico.

Nel corso delle proteste noglobal tenutesti nel giugno 2003 in concomitanza con il G8 di Évian-les-Bains (Francia) ha riportato gravi lesioni a causa della caduta da un cavalcavia provocato dal taglio, da parte della polizia, della fune che lo sorreggeva.

Il 1º giugno del 2003, Shaw assieme alla compagna Gesine Wenzel, si sono appesi ad un cavalcavia sull'autostrada fra Losanna e Ginevra in località di Aubonne. Utilizzando attrezzatura da scalata, con l'obbiettivo di impedire il passaggio delle auto dei global leader che si stavano riunendo ad Evian.

L'agente di polizia sciaffusano Michael Deiss, per ristabilire la normale circolazione del traffico, ha reciso la corda su cui erano appesi i due attivisti. Shaw è caduto per oltre venti metri, mentre Wenzel è stata tratta in salvo da altri attivisti che hanno immediatamente trattenuto la corda.

Ambedue gli attivisti hanno riportato conseguenze fisiche e psicologiche.

Il processo tenutosi nei mesi seguenti per cercare di stabilire le responsabilità dell'accaduto ha sentenziato (nell'ottobre 2004) che "agli agenti non possono essere addebitate responsabilità di rilevanza penale".

Per la parte superiore



Mario Placanica

Mario Placanica (Catanzaro, 13 agosto 1980) è un carabiniere italiano, ora in congedo, indagato per omicidio - e poi prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi - per l'uccisione di Carlo Giuliani, avvenuta a seguito degli scontri scoppiati in occasione del G8 a Genova, nel luglio 2001.

Come carabiniere di leva, era in servizio a Genova in occasione del G8 nel luglio 2001, rimase coinvolto negli scontri che condussero alla morte di Carlo Giuliani.

Il 20 luglio il corteo delle Tute Bianche percorrendo in corteo (regolarmente autorizzato dalla questura di Genova) Via Tolemaide venne caricato frontalmente da una compagnia di carabinieri del 3° Btg Lombardia. A seguito di questa operazione di contenimento si svilupparono violenti scontri tra dimostranti e forze dell'ordine. Dopo circa un'ora di duro confronto il corteo venne attaccato lateralmente in Via Caffa da circa 70 carabinieri della compagnia CCIR "Echo". La carica fallì e un folto gruppo di manifestanti, come comprovato dalle fotografie agli atti, reagì e costrinse i militari a ritirarsi. Questi furono inseguiti da una quindicina di dimostranti per alcune decine di metri e si ricongiunsero con le altre forze dell'ordine presenti nella parte bassa di via Caffa e piazza Tommaseo, fermandosi all'altezza di piazza Alimonda.

A supporto dell'operazione vi erano due Land Rover Defender. Durante la ritirata uno dei due mezzi (su cui si trovava il colonnello Giovanni Truglio, massimo responsabile delle compagnie speciali CCIR - Compagnie di Contenimento e Intervento Risolutivo - create appositamente per affrontare le operazioni di ordine pubblico a Genova) riuscì ad allontanarsi dal luogo degli scontri, l'altro rimase imbottigliato tra un cassonetto e i manifestanti. A bordo del mezzo incastrato, adibito ad uso-ambulanza, erano presenti Filippo Cavataio (carabiniere in ferma lunga, di anni 23), Mario Placanica (ausiliario di anni 20) e Dario Raffone, di anni 20, (ausiliario anch'esso).

Placanica sparava facendo fare ai lacrimogeni una traiettoria a parabola secondo disposizioni, ma il maggiore Cappello, vista l'inefficacia dell'operato del carabiniere di leva, confiscandoli il lancia granate (con il quale si lanciano i lacrimogeni) gli intimò di aprirli i lacrimogeni da lanciare. Il Gas che perdono una volta aperti intossicarono Placanica che venne accompagnato in una via laterale per riprendersi, ma durante il trasferimento assistete anche a scene di violenza da parte di due maggiori nei confronti di altre persone (probabilmente reporter) il chè li provocò anche il rigurgito. al che venne fatto salire sulla camionetta per esser trasportato al vicino ospedale.

Una quindicina di dimostranti, appartenente al gruppo più folto che si era scontrato con la carica dei carabinieri in Via Caffa, inseguì i militari in ritirata fino a piazza Alimonda. L'inseguimento si interruppe quando, lasciato indietro dall'intera compagnia, ma non isolato, uno dei due Defender che seguiva l'operazione di ordine pubblico venne fatto oggetto di attacchi da parte degli inseguitori. Il mezzo fu danneggiato a tergo e dal lato destro, con pietre, una palanchina di legno e un estintore rosso marca Sima di circa 5 kg, riconosciuto in data 23.7.01 dalla titolare del distributore Q8 in via Tolemaide 13, Ernesta Neri. Dalle foto scattate in occasione dell'intervento dei carabinieri, durante la ritirata, sono visibili due estintori, uno portato a mano da un carabiniere, un altro a terra sull'asfalto.

L'assalto fu accompagnato da urla quali "bastardi, vi ammazziamo", secondo quanto dichiarato al giudice da Massimiliano Monai uno degli indagati.

Luciano Salvati, abitante della zona affermerà che "vi era un gran frastuono, sulla camionetta arrivava di tutto, presumibilmente pietre, e vi era gente intorno che inveiva contro gli occupanti, sembrava un assalto organizzato nei confronti del mezzo che purtroppo era rimasto isolato dagli altri." .

La persona che aveva usato la palanchina (sensazionalisticamente definita trave dai media) dichiarerà al magistrato di aver visto il volto di un carabiniere, Raffone, di averne colpito la sagoma e di averlo poi visto accucciarsi." Placanica avrebbe cercato di proteggerlo, anche urlando "finitela, andatevene!".

A loro dire, i carabinieri Placanica e Raffone furono feriti in questa fase dagli assalitori. Placanica al viso da pietre. Ci fu pure un tentativo di aprire le porte posteriori del mezzo e di tirare fuori i carabinieri.

L'estintore, lanciato contro il mezzo, rimbalzò contro la ruota di scorta. Successivamente un altro assalitore, con il viso coperto da un passamontagna, riprese da terra l'estintore e lo sollevò in alto, dirigendosi verso la parte posteriore del Defender, dove si trovava Placanica. Placanica, che aveva già estratto ed armato la propria pistola (causando l'allontanamento di alcuni degli assalitori) prima ancora che l'estintore venisse sollevato dal dimostrante a circa 4 metri di distanza, sparò due colpi. Uno colpì il manifestante che aveva alzato l'estintore. Il fatto fu documentato da una famosa foto, di Dylan Martinez, fotografo della Reuters.

Il mezzo riuscì dopo pochi secondi a ripartire, investendo per due volte l'assalitore rimasto a terra colpito dal proiettile, identificato successivamente come Carlo Giuliani. I tre carabinieri riuscirono a mettersi in salvo raggiungendo i colleghi presenti a alcune decine di metri di distanza nella parte bassa di via Caffa.

Placanica, che tra i tre appariva ferito più gravemente, fu portato subito al pronto soccorso, per essere poi prelevato per testimoniare sui fatti e riportato al pronto soccorso, dove gli furono riscontrate lievi escoriazioni con una prognosi di 7 giorni. Anche Dario Raffone fu portato al pronto soccorso (prognosi di 8 giorni).

Sull'assalto ai Carabinieri e sulla morte di Giuliani furono aperte inchieste giudiziarie.

Mario Placanica e Filippo Cavataio furono indagati per omicidio. Il 5 maggio 2003 il GIP Elena Daloiso, visto l'art. 409 c.p.p., ha prosciolto Cavataio escludendo «una sua responsabilità a qualunque titolo nella morte di Carlo Giuliani» e Placanica per uso legittimo delle armi, oltre che per legittima difesa come richiesto dal PM Silvio Franz. La richiesta di archiviazione si avvaleva di una consulenza tecnica della procura secondo la quale Placanica avrebbe sparato in aria ma il proiettile sarebbe rimbalzato su un sasso lanciato contro la camionetta e quindi reindirizzato verso Carlo Giuliani.

Le foto hanno consentito di identificare 3 persone, Massimiliano Monai e Eurialo Predonziani, di Genova, Luca Finotti di Pavia. Massimiliano Monai si presentò agli inquirenti e si appellò agli altri affinché si presentassero a testimoniare, Eurialo Predonziani si presentò il 6 settembre, ma il suo appello restò inascoltato. Eurialo Predonziani si presentò il 6 settembre, mentre il terzo, estraneo al gruppo, fu riconosciuto dalle foto dalla Digos di Pavia. I tre non diedero chiare spiegazioni sullo scopo dell'assalto ai carabinieri nel defender, descrivendo solo lo scenario di tensione causata dalle precedenti cariche delle forze dell'ordine che li avevano spinti in via Caffa, dove furono nuovamente caricati.

I tre soli aggressori identificati, Massimiliano Monai e Eurialo Predonziani di Genova e Luca Finotti di Pavia, sono stati rinviati a giudizio con vari capi d'accusa. Nonostante le numerose fotografie non è stato possibile identificare altri aggressori. L'iter giudiziario non appare ancora concluso (Agosto 2007).

Il 3 agosto 2003, durante un periodo di congedo per malattia, mentre viaggiava da solo su una Ford Focus, Placanica ha subito un grave incidente perdendo il controllo del mezzo e gettandosi dallo sportello mentre l'auto finiva contro un albero, sulla statale 106, all'interno del comune di Belcastro, riportando la rottura di una clavicola, di alcune costole e la lesione di tre vertebre. Vittorio Colosimo, il legale di Placanica, dirà la sera dell'incidente: La dinamica dell' incidente stradale in cui è rimasto coinvolto Mario Placanica non è chiara. A prima vista, l'episodio appare inspiegabile. e annunciò la nomina di un perito ipotizzando un sabotaggio. Placanica temeva che qualcuno potesse danneggiare la sua auto per provocargli un incidente. La decisione non venne poi messa in atto. L'inchiesta aperta dalla procura di Catanzaro verrà archiviata.

Mario Placanica è stato dimesso dall'arma dei carabinieri nell'aprile 2005, perché valutato non idoneo al servizio, "per infermità dipendente da causa di servizio", e per tale ragione "reimpiegabile nei ruoli civili dello Stato". In disaccordo con la perizia, Placanica fece ricorso al TAR chiedendo una nuova perizia che lo dichiarò mentalmente sano.

Il 13 maggio 2005 l'avvocato Vittorio Colosimo annuncia la volontà di Placanica di presentarsi in aula per testimoniare sui fatti ("Mario Placanica risponderà a tutte le domande dei cento avvocati dei no global, del pubblico ministero e del presidente del tribunale. Dira' tutto quello che sa come ha fatto fin dall' inizio"). L'avvocato poi metterà in dubbio il congedo di Placanica, dichiarato inidoneo al servizio militare, e annuncerà che l'intenzione dello stesso di cercare un'altra occupazione all'interno dello Stato, volendo rendersi utile e non vivere della pensione di servizio ("Il mio assistito non è e non vuole essere un parassita, che va in pensione dopo nove mesi di servizio, e combattera' per ottenere un posto di lavoro dignitoso."). Inoltre l'avvocato denuncerà minacce e accuse rivolte a lui stesso e a Placanica, lasciato solo davanti a queste minacce ("Questo giovane è stato definito 'nazista' e 'camicia bruna' e 'assassino' quando la jeep sulla quale si trovava in quel giorno non era in servizio di ordine pubblico ma era una sorta di ambulanza...Prima di entrare nell' Arma era iscritto alla Cgil così come il padre. Nemmeno il COCER gli ha manifestato vicinanza").

Il 26 settembre 2005, durante l'udienza del processo contro i No Global, Placanica si avvale della facoltà di non rispondere (concessagli, pur essendo chiamato come testimone e non come indagato, in quanto la sua posizione per la morte di Carlo Giuliani non era ancora stata archiviata in via definitiva). Si ipotizzò che la sua scelta, contraria a quanto annunciato, potesse essere motivata da una possibile candidatura per Alleanza Nazionale in relazione ad un congresso della quale aveva assistito pochi giorni prima dell'udienza .

10 manifestanti furono riconosciuti colpevoli di devastazione e saccheggio (tra cui Luca Finotti), altri 13 per danneggiamento, 1 per lesioni. . Il reato di resistenza è stato derubricato: la resistenza alla carica dei carabinieri, che darà il via agli scontri con gli appartenenti del corteo, è stata scriminata come reazione ad atto arbitrario e di conseguenza non è stata considerata costituire reato (in pratica la reazione alla carica dei carabinieri è stata considerata legittima, per i tre imputati, ma non non sono stati considerati legittimi i danneggiamenti effettuati da manifestanti e black bloc durante il resto degli scontri). Riguardo alla carica iniziale e all'operato delle forze dell'ordine, le testimonianze di due funzionari dei carabinieri e due funzionari della polizia (Antonio Bruno, Mario Mondelli, Paolo Faedda e Angelo Gaggiano) sono state trasmesse ai pubblici ministeri per valutare l'ipotesi di un'accusa per falsa testimonianza (avrebbero riportato nelle loro descrizioni fatti rivelatisi non veritieri per giustificare il loro operato). I due manifestanti che hanno avuto le pene più alte erano già stati condannati per reati commenssi durante gli scontri di Milano del 2006 in corso Buenos Aires..

Placanica nel 2006 aveva annunciato la propria candidatura alle elezioni comunali del maggio 2006, con Alleanza Nazionale (di cui si dichiarò sostenitore ed elettore), per poi candidarsi nella lista civica "Catanzaro con Sergio Abramo", consigliere regionale del centrodestra. .

Nel mese di agosto 2007 Mario Placanica si affida all'avvocato Carlo Taormina conferendogli l'incarico di intraprendere "tutte le iniziative giudiziarie necessarie al ristabilimento della verità sulla complessiva vicenda che lo riguarda a partire dai tragici fatti di Genova", con un particolare riferimento ai momenti precedenti e successivi alla morte di Carlo Giuliani, affermando nuovamente di non averlo ucciso lui. L'esortazione a rivisitare la vicenda avrebbe infatti il fine di "mettere in condizione l'autorità giudiziaria di valutare giuridicamente il comportamento di chi, diverso da lui, esplose il colpo d'arma da fuoco che attinse al capo di Carlo Giuliani". La decisione di affidarsi ad un avvocato è stata presa in accordo con la moglie di Placanica, Sveva Mancuso. L'avvocato Taormina specifica infatti che "recenti iniziative della Procura di Catanzaro nonché situazioni che potrebbero essere ricondotte ad omissioni od inerzie ingiustificate, costringono Mario Placanica, insieme alla moglie Sveva Mancuso, ad investire la magistratura dell'accertamento sulle ragioni della impunità, fino a questo momento verificatasi, rispetto ad operazioni estorsive, intimidatorie, qualificabili anche in termini di tentativi di omicidio, in ordine alle quali entrambi hanno conferito all'accertamento penale circostanze precise e, quando possibile, l'indicazione degli autori di tanto gravi reati".

Il 29 gennaio 2007 Placanica ha sporto denuncia per un presunto tentativo di investimento da parte di un fuoristrada. Di recente aveva ricevuto, inoltre, numerose minacce di morte sul telefono della moglie.

Nell'agosto 2007 il settimanale Panorama dà la notizia che durante un'indagine su un presunto spaccio di droga, scaturita nel 2004 con la denuncia da parte della moglie di Placanica per un tentativo di estorsione, i carabinieri del Reparto operativo di Catanzaro avevano posto sotto controllo le utenze telefoniche di Placanica e della moglie, oltre a nascondere delle cimici nell'auto della coppia.

Nelle intercettazioni pubblicate dal settimanale, provenienti dall'informativa stilata nell'ottobre 2006, risulta che Placanica lamentasse spesso di aver subito pressioni tali procurargli problemi psichici ("Mi hanno distrutto il cervello") e che fosse convinto di essere pedinato ed intercettato (convinzione forse rafforzata dall'aver notato chi stava effettivamente indagando su di lui).

Stando a quanto riportato da Panorama, secondo Placanica il venerdì in cui ci furono gli scontri doveva avvenire un attentato terrorista, di matrice islamica, consistente nel dirottare un aereo per farlo poi precipitare nella zona rossa. Sempre secondo quanto riportato dal settimanale Placanica temeva di essere rapito, da persone straniere, ma non legate al movimento no-global.

Anche a seguito della pubblicazione di questo documento, Placanica affiderà mandato all'avvocato Carlo Taormina, per analizzare tutto ciò in cui è stato coinvolto dai fatti di Genova in poi (dall'ipotesi che non sia stato un suo colpo a uccidere Giuliani, fino alla pubblicazione delle intercettazioni, passando per il congedo dell'Arma e i supposti tentativi di omicidio) ed eventualmente agire per vie legali se necessario.

Nell'agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l'omicidio di Carlo Giuliani. Secondo la tesi le perizie di parte effettuate su resti di Giuliani dimostrebbero l'assenza di residui dovuti alla camiciatura del proiettile: essendo i proiettili usati da Placanica, come quelli in dotazione degli altri sottoufficiali, camiciati, questo fatto escluderebbe che i colpi mortali siano partiti dalla sua pistola. Taormina ha aggiunto che i colpi potrebbero essere partiti dall'arma di un ufficiale o da quella di un civile.

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Source : Wikipedia