Federalismo fiscale

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Inviato da nono 16/03/2009 @ 07:20

Tags : federalismo fiscale, federalismo, temi e dibattiti, politica

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Giulio Tremonti

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Giulio Tremonti (Sondrio, 18 agosto 1947) è un politico e giurista italiano, più volte ministro della Repubblica. È sostenitore di posizioni colbertiste per l'introduzione di dazi e dogane a difesa di alcuni settori dell'economia, in particolare per il tessile. È stato visiting professor a Oxford. È vicepresidente di Forza Italia dal 2004. Dall'8 maggio 2008 ricopre la carica di Ministro dell'Economia e delle Finanze nel Governo Berlusconi IV.

Dopo aver frequentato il Liceo classico "Piazzi" di Sondrio, si è laureato in giurisprudenza all'Università di Pavia, alunno del Collegio Fraccaro. Il suo maestro fu Gian Antonio Micheli che era succeduto a Calamandrei nella cattedra di Diritto processuale civile a Firenze. Tremonti, di famiglia liberale, si avvicina alle idee socialiste dopo l'università, durante il servizio militare prestato come soldato semplice. Nella prima metà degli anni settanta, appena ventisettenne, diventa docente di Diritto tributario nell'università in cui era stato allievo. Alla fine degli anni settanta comincia a fare attività professionale in una società di consulenza e revisione internazionale. Soltanto a partire dagli anni ottanta si avvicina alla politica. Comincia a collaborare per il Corriere della Sera chiamato da Piero Ostellino (collaborerà dal 1984 al 1994) e a scrivere alcuni libri politici per Laterza, Mondadori, Il Mulino.

Candidato nelle liste del PSI alle politiche del 1987 in quanto vicino a Gianni De Michelis, tra il 1979 e il 1990 fu uno stretto collaboratore e consigliere degli ex ministri delle Finanze Franco Reviglio e Rino Formica.

Per un breve periodo, negli anni '90, ha fatto parte di Alleanza Democratica, e poi del movimento politico fondato da Mario Segni, il Patto Segni, con il quale venne eletto deputato nel 1994. Appena eletto, Tremonti passò, attraverso la Federazione Liberaldemocratica, a Forza Italia e votò la fiducia al primo governo Berlusconi, nel quale divenne Ministro delle Finanze.

Rieletto alla Camera dei Deputati nel 1996 e nel 2001 nelle liste di Forza Italia, fu chiamato nel secondo governo Berlusconi alla guida del neonato Ministero dell'Economia e delle Finanze, risultato dell'accorpamento del "Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica" e del "Ministero delle Finanze". Dopo più di tre anni nell'incarico fu costretto alle dimissioni il 3 luglio 2004: in quel periodo la maggioranza dell'epoca andò incontro ad un periodo di crisi, dovuta alle forti divergenze in materia di economia con Gianfranco Fini, allora vice-premier. La disputa raggiunse toni elevati, al punto che Fini denunciò dei "conti truccati" nella legge finanziaria del 2003, relativi alla differenza di due miliardi di euro fra manovra annunciata e riduzioni effettivamente ottenute, che Tremonti addusse a ragioni contabili . Alla fine, rassegnò le dimissioni, e l'interim del suo ministero fu assunto dal Presidente del Consiglio Berlusconi. In seguito il dicastero venne assegnato a Domenico Siniscalco cui spettò il compito di impostare la legge finanziaria per il 2004.

Il terzo governo Berlusconi sorto il 23 aprile 2005, all'indomani della crisi politica che aveva investito la Casa delle Libertà dopo la sconfitta delle elezioni regionali del 2005 vide inizialmente ancora il suo successore, Siniscalco, confermato all'economia e finanze. Silvio Berlusconi in quella occasione scelse Tremonti come vicepresidente del Consiglio insieme a Gianfranco Fini, ma, pochi mesi dopo, Siniscalco si dimise sia per divergenze sulle scelte finanziarie, sia per non avere ottenuto l'appoggio del Governo per la sua richiesta di dimissioni del governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio. Il 22 settembre 2005, Tremonti fu nuovamente richiamato al ministero dell'Economia e delle Finanze per la stesura della ultima legge finanziaria prima delle elezioni per il sopraggiunto termine temporale della legislatura. Lasciò l'incarico il successivo 8 maggio 2006, pochi giorni prima della fine della legislatura, cedendo l'interim a Berlusconi per gli ultimi 9 giorni. Esattamente due anni dopo, terminata la legislatura in cui è stato all'opposizione, contrapponendosi al Governo Prodi II, è tornato dall'8 maggio 2008 al vertice del ministero economico per la quarta volta con il Governo Berlusconi IV.

Dal 4 maggio 2006 al 28 aprile 2008 (XV Legislatura) è stato uno dei vicepresidenti della Camera dei Deputati.

Autore di diverse opere a sfondo economico-finanziario, Giulio Tremonti ha scritto Lo Stato criminogeno , Le cento tasse degli italiani, La fiera delle tasse, Il federalismo fiscale (sulla proposta di devolution avanzata dalla Lega Nord), Il fantasma della povertà, Rischi Fatali, in cui presenta i problemi economici della nuova Europa in relazione alla rapidissima crescita della Cina, e l'ultimo La paura e la speranza sempre sui temi della globalizzazione e dei rapporti con il colosso orientale.

Durante la sua carriera come Ministro delle Finanze, Tremonti fece il piu' grande taglio delle tasse sul reddito IRPEF introducendo una a No-Tax-Area (2003) e riducendo le aliquote marginali in ogni scaglione di reddito (2005). E' stato protagonista di una riduzione delle tasse sui profitti aziendali IRES (dal 36% al 33% ora al 27,5%) e ha abolito le imposte sugli utili investiti. Tremonti ha anche abolito le imposte sulle donazioni, sulle successioni (2001) e molto piu' importante l'abolizione completa delle tasse sulle prime case (ICI) nel 2008.

Inoltre è presidente dell'"Aspen Institute Italia" e saltuario collaboratore del Corriere della Sera.

Rispetto al tema della moneta, propose a Wim Duisenberg, l'emissione di euro di carta da parte della Banca Centrale Europea. Tale proposta pone il problema del reddito da reddito, poiché per le banconote il reddito da signoraggio è incamerato dalla stessa Banca Centrale Europea, mentre per le monete il reddito da signoraggio va direttamente allo Stato. La proposta dell'euro di carta fu introdotta per arginare il rincaro dei prezzi in seguito all'introduzione della nuova moneta; in quanto, secondo il Ministro, «Alle banconote si dà più valore di quanto non si dia alle monete» . Propose, inoltre, l'emissione di titoli dell'UE (da lui definiti Union Bond) per ripagare le grandi opere pubbliche nell'Unione senza aggravare la situazione del debito pubblico.

Nel primo Governo Berlusconi, promosse la legge per la defiscalizzazione degli utili di impresa reinvestiti nelle attività produttive. La Legge Tremonti prevedeva un alleggerimento delle aliquote per le riserve di capitale, ammortamenti, investimenti in formazione, attrezzature e macchinario. Per ciò che riguarda, invece, i mercati nell'ambito della globalizzazione, Tremonti è stato un fervente sostenitore di misure di protezione dell'economia italiana dalle economie indocinesi. Questa posizione, sulla cui efficacia sono stati sollevati dubbi anche nella stessa maggioranza , evidenziando la necessità di competere con la Cina anziché imporre dazi, ha portato dapprima l'UE ad introdurre le quote di esportazione per alcuni prodotti ed infine ad adottare gli stessi dazi doganali, confortata anche dall'allargamento dei dazi proposti dagli USA nel 2005. La produzione tessile italiana, che a marzo 2005 lamentava una contrazione occupazionale di 44.000 posti di lavoro a causa della concorrenza cinese, è stata parzialmente protetta da tali misure, anche se nel settore delle scarpe, si è ottenuta una paradossale esclusione dai dazi delle scarpe per bambini, che rappresentano un'importante fetta di mercato . Gli accordi del WTO negli anni '90 prevedevano un tempo di dieci anni per attuare una graduale apertura del mercato europeo dell'abbigliamento alle esportazioni cinesi. Tale misura ha aperto a una crisi di livello europeo, che metteva a rischio circa 1 milione di posti di lavoro nel settore tessile. I sostenitori dei dazi accusano la Cina di praticare una concorrenza sleale, di non riconoscere ai lavoratori i diritti minimi. In parte, prima di riaprire i mercati, sostengono che tutti i produttori debbano adottare poche regole, ma condivise da tutti in materia di costo del lavoro. L'intervento statale nell'economia diviene legittimo quando è in pericolo la stessa sopravvivenza di un intero settore industriale: la difesa della manifattura ha lo scopo di proteggerla nella fasi di nascita o nelle crisi più gravi, per riaprire i mercati quando è nuovamente in grado di competere.

Nella Finanziaria del 2005 è stata anche inserita la cosiddetta pornotax, un'imposta del 25% sui redditi derivanti dalla vendita, noleggio, produzione e distribuzione di materiale pornografico, definita da Tremonti «un'imposta etica sul modello francese» .

Durante il governo Berlusconi, Tremonti tentò (inutilmente) di nazionalizzare nuovamente la Banca D'Italia offrendo un risarcimento alle banche azioniste pari a 800 milioni di euro a fronte di un capitale sociale della Banca d'Italia di 300 milioni di euro.

Tremonti inoltre tentò senza successo, di imporre dei dazi a livello europeo sull'importazione di merci dalla Cina.

Per anni Tremonti è stato fortemente critico nei confronti dei condoni utilizzati dai vari governi della Prima Repubblica.

Nonostante ciò, nel corso dei due Governi Berlusconi, Tremonti varò diversi condoni fiscali per i quali ricevette molte critiche da parte dell'opposizione parlamentare (che definì quei provvedimenti come tesi a favorire politicamente un regime di illegalità permanente a vantaggio degli evasori fiscali) nonché una denuncia da parte dell'UE per il condono del 2002.

Tremonti è considerato dalla base elettorale del Carroccio "un leghista con la tessera di Forza Italia", per la sua vicinanza di pensiero alle idee federaliste di Umberto Bossi e per la sua amicizia personale col Senatùr. Interviene alla manifestazione organizzata dalla Lega Nord in occasione della riapparizione di quest'ultimo sulla scena politica l'11 gennaio 2005 a Lugano (Ticino), dopo 306 giorni dall'incidente, presso l'ultima dimora del federalista lombardo Carlo Cattaneo. Con Bossi, Tremonti aveva stretto verbalmente un patto di leale collaborazione chiamato dai media "Asse del Nord". All'incontro è presente anche una delegazione della Lega dei Ticinesi (un movimento politico localista ad ispirazione cantonale elvetico) guidata dall'imprenditore luganese Giuliano Bignasca.

Per la parte superiore



Lega Nord

Umberto Bossi

La Lega Nord, il cui nome ufficiale è Lega Nord per l'indipendenza della Padania, è una federazione di movimenti politici autonomisti regionali attiva soprattutto nell'Italia settentrionale, ma presente anche in alcune regioni dell'Italia centrale; il segretario federale e leader del partito è Umberto Bossi.

Dal 1996 la Lega Nord ha proposto la secessione delle regioni settentrionali, indicate collettivamente come Padania. Attualmente ripropone il progetto di uno Stato federale, attraverso il federalismo fiscale e la devoluzione alle regioni di alcune funzioni esercitate dallo Stato. Tale progetto ha tuttavia subito una obiettiva battuta di arresto in seguito ai risultati del referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006. La Lega Nord propone altresì di aumentare il peso politico delle regioni del Nord Italia, ritenuto non adeguato al peso demografico e economico delle stesse.

La Lega Nord si batte per l'attuazione di norme più severe, rispetto a quelle vigenti, al fine di contrastare l'integralismo islamico; è contraria all'ingresso della Turchia nell'Unione europea ed è considerata tra i movimenti euroscettici. Enfatizza anche la lotta all'immigrazione clandestina, la promozione delle culture regionali italiane e l'eliminazione degli sprechi nella gestione statale.

L'Atto Costitutivo ed il testo dello Statuto del Movimento Lega Nord sono stati sottoscritti il giorno 22 novembre 1989 davanti ad un notaio nella città di Bergamo. Il giorno 4 dicembre 1989 nasce il Movimento Lega Nord.

Nei giorni 8-9-10 febbraio 1991 Atto e Statuto vengono approvati all'unanimità dal primo Congresso Federale della Lega Nord svoltosi a Pieve Emanuele (MI). Secondo lo Statuto approvato, nel Movimento Lega Nord vengono a confluirsi i Movimenti denominati Liga Veneta, Lega Lombarda, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Alleanza Toscana - Lega Toscana - Movimento per la Toscana, Lega Emiliano-Romagnola. In seguito aderiscono alla federazione movimenti e partiti autonomisti anche di altre Regioni e Province autonome (Trentino, Alto Adige/Südtirol, Friuli-Venezia Giulia, Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, Umbria e Marche).

Il giorno della fondazione, a Pieve Emanuele (MI), con il primo Congresso federale viene eletto all'unanimità segretario federale del Movimento Lega Nord Umberto Bossi.

Il movimento si conferma negli anni successivi come una delle forze politiche più significative del nord Italia, portando i suoi candidati alla vittoria in diverse amministrazioni locali, tra le quali spicca il Comune di Milano.

Nel elezioni politiche 1992: la Lega Nord, con l'8.6% (Camera) e l'8,2% (Senato) dei voti a livello nazionale, ottiene 80 parlamentari; 25 senatori e 55 deputati. Bossi e i suoi parlamentari festeggeranno il successo elettorale a Pontida.

In occasione delle elezioni politiche 1994, quando ancora il Paese vive una situazione di transizione dal sistema della Prima Repubblica a quello del bipolarismo, la Lega scende in campo accanto all'imprenditore Silvio Berlusconi che entra in politica fondando il movimento di Forza Italia e organizzando in breve tempo una coalizione di centrodestra.

Berlusconi guida due diversi schieramenti, vista la reciproca disaccettazione fra la Lega e la nascente Alleanza Nazionale (reduce del Movimento Sociale Italiano): al nord Forza Italia, CCD e Lega si presentano con il Polo delle Libertà, mentre al sud c'è il Polo del Buon Governo con AN e senza la Lega.

Nel 1994, pur con un leggero calo percentuale con l'8,4% dei voti alla Camera, i parlamentari salgono a 180 grazie alla presenza di candidati leghisti nei collegi uninominali come rappresentanti di tutta la coalizione. La Lega diviene il più grande raggruppamento parlamentare.

Il Polo vince le elezioni e viene costituito il primo governo Berlusconi, destinato a durare in carica soltanto pochi mesi, proprio a causa della sottrazione dell'appoggio da parte della Lega: in un primo momento l'Assemblea federale leghista (6 novembre 1994) presenta un progetto di Costituzione che divide l'Italia in 9 macroregioni o macroaree, riferibili agli stati preesistenti all'unità d'Italia; lo scontro scoppia alcuni giorni dopo sul tema delle pensioni: Berlusconi afferma che non si può governare con un alleato come Bossi e che non rimane altro da fare che ritornare alle urne. Sul tema i rapporti si alterano, e anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni, vicepresidente del Consiglio, accusa la maggioranza per la mancanza di accordi con i sindacati.

Lo scontro diretto arriva alla vigilia delle vacanze natalizie, fra il 21 e il 22 dicembre: in diretta televisiva Silvio Berlusconi, con un discorso duro nei confronti dell'alleato Bossi, dichiara che il patto sancito con lui il 27 marzo è stato tradito e chiede di ritornare immediatamente alle urne. Bossi, dal canto suo, ricambia le accuse, affermando che l'accordo sul federalismo è stato ampiamente disatteso dal governo. Così si apre la crisi: Berlusconi rassegna le proprie dimissioni ed invita i suoi militanti a manifestare in piazza contro il "tradimento".

Si costituisce un governo tecnico, guidato da Lamberto Dini, al quale i leghisti decidono di garantire l'appoggio esterno.

Si arriva allo svolgimento di nuove elezioni, e stavolta la Lega non stringe alleanze. Si presenta da sola e conquista il 10,4% dei voti a livello nazionale e 87 parlamentari. Questa decisione penalizza il Polo di centrodestra e favorisce la nuova coalizione dell'Ulivo, guidata da Romano Prodi.

Forte del consenso elettorale (30% in Veneto, 25% in Lombardia), il 15 settembre la Lega Nord, radicalizzando la propria politica, annuncia di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell'Italia settentrionale (indipendenza della Padania). A tal fine organizza una manifestazione lungo il fiume Po il cui culmine si tiene a Venezia, in Riva degli schiavoni, dove Umberto Bossi, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fa issare quella col sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclama provocatoriamente l'indipendenza della Padania. A seguito di questa svolta secessionista, alcuni importanti esponenti del Carroccio (tra cui l'ex Ministro Vito Gnutti e l'ex Presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti) abbandonano il partito.

Nel frattempo, il Parlamento, attraverso i decreti legislativi noti come leggi Bassanini, attribuisce numerose funzioni amministrative agli enti locali, e in particolar modo ai Comuni.

Pochi giorni dopo la simbolica dichiarazione d'indipendenza della Padania del 15 settembre 1996, in via Bellerio a Milano, presso la sede federale della Lega Nord, ebbero luogo alcuni scontri tra la Polizia di Stato, inviata per svolgere alcune perquisizioni negli uffici, e i militanti leghisti che si opponevano a tale intervento. La perquisizione avvene su richiesta dal procuratore Guido Papalia. L'ordine di perquisizione successivamente venne dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale per violazione dell'articolo 68 della Carta. Alcuni esponenti del partito vennero denunciati. Roberto Maroni e Piergiorgio Martinelli vennero condannati in cassazione il 9 febbraio 2004 a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. La pena poi convertita in una multa di 5.320 Euro. Umberto Bossi venne assolto in appello il 22 giugno 2007, dopo avere chiesto precedentemente l'immunità al Parlamento Europeo.

La Lega mostra, fin dalla legge di delegazione (legge 15 marzo 1997 n. 59), di non accontentarsi di queste riforme e decide di proseguire nella sua battaglia secessionista, creando le Camicie verdi e un Governo padano.

Il programma secessionista subisce poi una battuta d'arresto e determina un calo di consensi, in considerazione anche dei tentativi di federalizzazione espressi dal legislatore costituzionale (la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione modifica profondamente il regionalismo italiano, che si fonda ora sui principi di sussidiarietà - art. 118 - e di leale collaborazione - art. 120 -, indicando espressamente le materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato e concorrente tra Stato e Regioni, e attribuendo invece alla competenza legislativa esclusiva delle Regioni tutte le altre materie).

Nel frattempo a partire dall'autunno 1998 si staccano dalla Lega diversi dirigenti e militanti che fondano movimenti regionali autonomi: in Veneto movimenti come la Liga Veneta Repubblica, che nelle tornate elettorali ha raccolto un consenso tra il 1.3% (2005) ed il 2.3% (2000) a livello regionale con un piccolo exploit nelle elezioni per il Senato nel 2001 dove ha raggiunto il 5%, sfiorando l'elezione di un senatore, nel 2000 diversi gruppi regionali staccatisi dalla Lega fondano Autonomisti per l'Europa, nel 2001 nasce in Liguria il Movimento Indipendentista Ligure e nel 2006 in Lombardia Max Ferrari, ex direttore di TelePadania, dopo essere stato espulso dalla Lega fonda il movimento autonomista Fronte Indipendentista Lombardia raccogliendo però pochi consensi a livello regionale, provinciale e comunale.

Accantonato il progetto secessionista e modificata la linea politica di fondo in favore di un più "abbordabile" federalismo, la Lega si avvicina nuovamente alla coalizione di centrodestra, rinsaldando i rapporti con Berlusconi e Forza Italia. A fare da tramite della nuova alleanza Lega-Forza Italia-An e guidare tutta l'operazione il futuro sottosegretario alle riforme Aldo Brancher (Forza Italia). Tale avvicinamento muove i primi passi già alle elezioni regionali del 2000, quando la Lega, alleandosi nelle regioni settentrionali con il Polo, conquista posizioni di rilievo negli esecutivi locali.

Nasce così la coalizione della Casa delle Libertà, fondata nel 2001 insieme a FI, AN, CCD, CDU, Nuovo PSI e PRI. La CdL vince le elezioni e Berlusconi torna presidente del Consiglio.

I risultati elettorali, che vedono la Lega in forte calo rispetto al passato (3,9% dei consensi nella quota proporzionale), permettono al partito di contare 47 parlamentari e di entrare nell'esecutivo, con Umberto Bossi che viene nominato Ministro delle Riforme e della Devoluzione, Roberto Castelli Ministro della Giustizia, Roberto Maroni Ministro del Welfare, e negli uffici di presidenza delle assemblee legislative, con Roberto Calderoli, che viene eletto vicepresidente del Senato.

Nel governo la Lega spinge per la realizzazione delle riforme costituzionali, in particolare di quella federalista chiamata "devolution" che valorizza il ruolo delle autonomie regionali, attraverso l’attribuzione di competenze esclusive attinenti alla sanità, alla scuola ed alla sicurezza pubblica.

Intanto, l'11 marzo 2004 il leader del movimento Umberto Bossi viene colpito da un ictus, rimanendo per circa un anno lontano da ogni apparizione pubblica. Al suo posto, a capo del dicastero delle Riforme istituzionali viene nominato il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Il "Senatùr" riapparirà in pubblico a Lugano (Ticino) nel mese di marzo del 2005 per una manifestazione da lui stesso voluta presso l'ultima dimora del federalista lombardo Carlo Cattaneo. Alla manifestazione prende parte anche il ministro forzista Giulio Tremonti (col quale Bossi aveva stretto verbalmente un patto di leale collaborazione chiamato dai media "Asse del Nord") e una delegazione della Lega dei Ticinesi (un movimento politico localista ad ispirazione cantonale elvetico) guidata dall'editore locale Giuliano Bignasca. In questo incontro Bossi si schiera contro "L'Europa dei Massoni".

Nelle elezioni europee del 2004 e nelle elezioni regionali del 2005, la Lega Nord recupera parte dei consensi persi in precedenza, ricevendo rispettivamente il 5,1% e il 5,6% dei suffragi a livello nazionale.

In vista delle elezioni politiche del 2006, la Lega, per la prima volta, si apre anche alle energie provenienti dal Sud Italia, stipulando un accordo con il Movimento per l'Autonomia guidato da Raffaele Lombardo, eurodeputato eletto nelle file dell'UDC e proveniente dalla corrente di pensiero di Calogero Mannino. L'MpA è un movimento composto da esponenti politici proveniente in maggior parte dalla ex Democrazia Cristiana del Sud che ha il suo radicamento in Sicilia e che sostiene politiche in favore del Mezzogiorno come la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, e sostiene di condividere con la Lega il fattore dell'autonomismo regionale. L'MpA contesta però un federalismo fiscale a favore esclusivo delle Regioni. L'obiettivo dei due partiti alleati è quello di "porre fine alla conflittualità tra autonomia e federalismo" e "trasformare i conflitti in sinergie e collaborazione tra Nord e Sud del Paese".

In occasione del secondo Referendum costituzionale svolto in Italia (il primo si era tenuto il 7 ottobre 2001 sulla riforma del Titolo V della Costituzione), la maggioranza dei votanti ha espresso parere contrario alla riforma costituzionale varata nella XIV legislatura (governi Berlusconi II e III) relativa ai cambiamenti nell'assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione italiana. Fra i provvedimenti bocciati, in questo contesto va menzionata, in particolare, la devoluzione alle regioni della potestà legislativa esclusiva in materia di organizzazione scolastica, polizia amministrativa regionale e locale, assistenza e organizzazione sanitaria.

Alle elezioni politiche del 2008 la Lega si è presentata in coalizione con Il Popolo della Libertà e il Movimento per l'Autonomia. Il partito ha presentato le proprie liste e il proprio simbolo esclusivamente nelle regioni del Centro-Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Marche e Umbria.

Al voto, la Lega ha ottenuto un risultato di rilievo, partecipando in maniera decisiva alla vittoria del centro-destra e ottenendo l'8.30% alla Camera e l'8.06% al Senato, in netto rialzo rispetto alle precedenti votazioni.

La Lega Nord vuole unire tutti quei cittadini delle regioni settentrionali italiane i quali domandano l'autonomia e il federalismo. Per questa ragione tende ad essere un partito pragmatico e non ideologico. Non è quindi presente alcuna corrente organizzata, fatta eccezione per alcune piccole associazioni (ad esempio "Cattolici Padani", "Padania Cristiana", "Nucleo Indipendentista Padano"). Si ravvisano tuttavia diverse sensibilità fra i vari esponenti del partito.

Nella Lega Nord sono sempre esistite diversità di opinioni circa le alleanze nazionali. Nel 1994, qualche giorno prima dell'annuncio del patto Bossi-Berlusconi che portò alla formazione del Polo delle Libertà, Roberto Maroni firmò un patto, poi annullato, con il Patto per l'Italia di Mario Segni. Quando Bossi decise di togliere l'appoggio al primo Governo Berlusconi alla fine dello stesso anno, Maroni, all'epoca Ministro dell'Interno, e molti altri membri del Partito presero le distanze dal segretario. Molti lasciarono il partito (40 deputati su 117 e 17 senatori su 60) e altri, fra cui Lucio Malan, passarono a Forza Italia. Maroni, dopo alcuni mesi di freddezza con Bossi, tornò ad essere membro attivo della Lega.

Dopo le elezioni politiche del 1996, a cui la Lega Nord partecipò fuori dalle due principali coalizioni, i sostenitori di un'alleanza con Berlusconi (Vito Gnutti, Domenico Comino, Fabrizio Comencini ed altri) e coloro che preferivano entrare nella coalizione guidata da Romano Prodi non scomparvero. Alcuni di loro (15 deputati su 59 e 9 senatori su 27) lasciarono il Partito per passare al centro-destra o al centro-sinistra, come fecero Marco Formentini ed Irene Pivetti. Il gruppo di Gnutti e Comino fu espulso nel 1999, dopodiché si alleò localmente con il centro-destra, mentre Comencini aveva lasciato il Partito nel 1998 per lanciare la Liga Veneta Repubblica con l'obiettivo di entrare in coalizione regionale con Forza Italia.

Dopo il declino della Lega Nord alle elezioni europee del 1999, i membri anziani del Partito decisero che non era possibile ottenere gli obiettivi prefissi se continuavano a rifiutare un'alleanza con una delle due coalizioni. Alcuni, fra cui Maroni, nonostante la sua difesa di Berlusconi nel 1994, preferivano un'alleanza col centro-sinistra. Maroni stesso raggiunse un accordo, stavolta col centro-sinistra, poi rifiutato da Bossi, che lo aveva in precedenza invitato a trattare con Massimo D'Alema, come nel 1994 con Segni. Queste trattative ebbero successo, così che in Lombardia il candidato del centro-sinistra alle elezioni regionali del 2000 avrebbe dovuto essere Maroni stesso, ma Bossi decise di tornare all'alleanza con Berlusconi in vista delle elezioni del 2001. La Lega, insieme agli altri partiti della Casa delle Libertà, vinse sia le elezioni regionali del 2000 sia le politiche del 2001, e ritornò al governo nazionale.

Durante gli anni di governo a Roma (2001-2006) il Partito vide emergere due diverse opinioni sulle alleanze: alcuni, guidati da Roberto Calderoli e Roberto Castelli (con la benedizione del malato Umberto Bossi), supportavano fortemente la partecipazione nel centro-destra, mentre altri, rappresentati da Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti, erano più tiepidi in proposito. Alcuni di questi parlarono di una possibile adesione al centro-sinistra dopo le elezioni politiche del 2006, che erano certi di perdere. Questa idea fu ascritta al fatto che, senza alcun supporto dalla sinistra, sembrava sempre più difficile vincere il referendum costituzionale sulla riforma federale dello Stato. Il centro-sinistra non cambiò la propria posizione e il referendum fu perduto, generando nella Lega ostilità verso il secondo Governo Prodi e minore volontà di allearsi con chi si era opposto alla riforma costituzionale.

Numerosi dirigenti della prima ora del movimento politico hanno alle spalle una militanza giovanile nelle file della sinistra e dell'estrema sinistra. Qualcuno sostiene, ma senza riscontri, che il leader Umberto Bossi fu iscritto alla sezione di Samarate del Partito Comunista Italiano, mentre il più volte ministro Roberto Maroni fu membro di Democrazia Proletaria. Non mancano poi ex-Socialisti, come Ettore Albertoni e Giovanni Meo Zilio. In realtà, non tutti gli esponenti del partito provengono dalla sinistra. Ad esempio Mario Borghezio ha avuto esperienza nell'estrema destra extraparlamentare ed ha militato anche in Jeune Europe, movimento estremista di destra, antagonista di Ordine Nuovo, altri sono di origini democristiane e liberali.

La Lega conobbe le sue prime esperienze di amministrazione locali in alleanza con le forze della sinistra, in particolare col PDS, con cui resse vari Comuni tra cui Varese, e nel 1992 pose fine a ventidue anni di dominio democristiano in Lombardia, favorendo l'elezione a Presidente della post-comunista Fiorella Ghilardotti, e in Veneto.

La Lega è stata accusata più volte di razzismo e demagogia, ed è alcune volte considerata un partito di estrema destra da osservatori internazionali .

I sostenitori della Lega considerano queste posizioni legittime nel quadro della lotta contro l'immigrazione e una asserita "islamizzazione" della cultura europea (vedi Padania, Identità e Società Multirazziale degli Enti Locali Padani Federali del 1998) e per la promozione delle culture e delle tradizioni locali e contro gli aiuti statali di tipo "assistenzialista" al meridione d'Italia.

Secondo un sondaggio pubblicato sul Corriere della Sera relativo alla popolazione italiana, la Lega Nord viene percepita ideologicamente più al centro rispetto al Popolo della Libertà e, tra l'altro, siede al centro dell'emiciclo in Parlamento.

La base sociale del movimento verte sul ceto medio, spaziando dall'alto proletariato e passando dall'artigianato e dal mondo del commercio, fino ad arrivare alla piccola borghesia.

Un'attenta analisi dei flussi elettorali evidenzia una netta correlazione fra le attuali province a rilevante presenza leghista, e le antiche roccaforti della scomparsa DC, mentre assai meno significativi sono i risultati ottenuti dalla Lega nelle tradizionali zone rosse e di corposo attivismo missino. Le caratteristiche centriste della Lega Nord si evidenziano nelle elezioni per le amministrazioni locali, dove in svariati casi di ballottaggi fra candidati leghisti e di Forza Italia, si nota una spiccata tendenza degli elettori di sinistra a recarsi alle urne per sostenere il rappresentante della Lega contro quello delle destre.

Quarantacinque membri del partito, tra cui il segretario federale Umberto Bossi, sono stati reintrodotti nel registro degli indagati per attentato all'unità dello Stato; il reato era punibile con l'ergastolo secondo quanto prescriveva una norma del vigente Codice penale (1930) chiamato anche codice Rocco; il processo era stato sospeso nel 1996. Tuttavia nel frattempo è stato approvato un provvedimento che cancella il reato se non accompagnato da violenze.

La Lega Nord conta all'interno della propria organizzazione diverse associazioni di volontariato.

Tra le associazioni figurano i Padani nel Mondo, la Guardia Nazionale Padana, SportPadania, Padania Calcio, Associazione Liberi Padani Escursionisti, Padas, Automobil Club Padano, Autisti Padani, Eurocamp, Professionisti-Imprenditori Uniti, Collezionisti Padani, Arte Nord, Cattolici Padani, Centro Culturale "Roberto Ronchi"..

Alcune come la Onlus Copam, l'Umanitaria Padana, i Medici Padani sono impegnate a portare aiuto alle popolazioni bisognose del terzo mondo; le campagne sono svolte in modo particolare nei paesi in via di sviluppo e in quelli colpiti da eventi bellici e catastrofi naturali.

Altre associazioni si occupano di assistenza alle famiglie in disagio sociale, agli anziani, ai disabili (Padaniassistenza, Insieme nel Futuro), altre della difesa degli interessi morali ed economici delle donne padane e della tutela della famiglia (Donne Padane), altre sono dedicate alle iniziative a favore di bambini e genitori (Orsetti Padani, Scuola Bosina), alcune si occupano di ambiente (Padania Bella, Volontari Verdi, Padania Ambiente, Il Collare verde).

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Area valutaria ottimale

In economia internazionale un'area valutaria ottimale (AVO, o area monetaria ottimale, AMO - in inglese optimum currency area o optimum currency region, OCA o OCR) è un gruppo di paesi per i quali, vista la stretta integrazione per quel che riguarda gli scambi internazionali e la facilità nel movimento dei fattori produttivi, conviene creare un'area di cambi fissi o un'unione monetaria.

Il problema principale che viene preso in considerazione quando si tratta di capire i vantaggi insiti nel dar vita a un'area di cambi fissi o a un'unione monetaria è la possibilità che si verifichino shock asimmetrici nelle variabili esogene dei paesi coinvolti. Un esempio è dato da una variazione asimmetrica (che si verifica in uno o più paesi, ma non in tutti; nel caso in analisi si considerano solo due paesi come facenti parte di un'ipotetica area valutaria) della domanda: la domanda di determinati beni prodotti in un paese (paese A) potrebbe aumentare, mentre potrebbe diminuire la domanda di beni prodotti in un altro paese (paese B). In assenza di un regime di cambi fissi, la aumentata domanda dei beni del paese A dovrebbe far cambiare il tasso di cambio, portando al deprezzamento della moneta del paese B e all'apprezzamento della moneta del paese A, evitando l'aumento della disoccupazione nel paese B (o il deterioramento della bilancia commerciale), che sarebbe altrimenti danneggiato dalla diminuita domanda dei beni prodotti sul suo territorio. Chiaramente, questo aggiustamento non può avere luogo in presenza di cambi fissi o, addirittura, di un regime di unione monetaria.

L'aggiustamento potrebbe essere quindi ottenuto tramite una variazione dei salari e dei prezzi, qualora questi fossero flessibili. In assenza di questa flessibilità, l'unica soluzione per evitare le conseguenze dello shock sarebbe lo spostamento dei fattori produttivi.

Per quel che riguarda le variazioni di prezzo, poi, assumerle come possibili (flessibilità di prezzi e salari) non è sufficiente per considerarle un rimedio. Infatti, sarebbe necessario che le economie dei due paesi fossero strettamente integrate dal punto di vista commerciale: in questo modo, una piccola diminuzione dei prezzi dei beni prodotti nel paese B porterebbe ad un forte aumento della loro domanda.

Un altro elemento che potrebbe favorire un'area valutaria ottimale è la effettiva presenza di un sistema di federalismo fiscale, utile per mobilitare risorse dalle aree più avvantaggiate a quelle più svantaggiate.

Conseguenza delle considerazioni fatte è che un'area valutaria (o monetaria) è ottimale se gli shock asimmetrici sono rari o assenti, oppure se prezzi e salari nei vari paesi sono molto flessibili, oppure se le economie dei due paesi sono molto integrate, sia per quel che riguarda la presenza di forti aperture commerciali, sia per quel che riguarda la possibilità di spostamento dei fattori produttivi. In alternativa, un efficiente sistema di federalismo fiscale potrebbe rendere maggiormente desiderabile un'integrazione monetaria.

La concatenazione strategica – finanziaria innanzitutto, e quindi produttiva per filiere (dislocazione degli investimenti, esternalizzazione, sub-fornitura, ecc.) – del grande capitale monopolistico finanziario , transnazionale sì, ma pur sempre con una base nazionale (provvisoria e all’occorrenza mutevole) di partenza, non riguarda solo le malamente dette “regioni del Sud”, bensì tutte le aree del pianeta. Tale concatenazione si riferisce, infatti, sia a quell’investimento produttivo che arrechi plusvalore (non si tratta perciò solo di reperire manodopera a basso costo, se no Russia e Cina sarebbero già invase; ma anche e soprattutto di abbattere i costi relativi a infrastrutture capitalisticamente operanti), sia quello improduttivo (di portafoglio, borsistico e speculativo) che procuri profitto, pur non producendo plusvalore (come, a es., la grandissima parte della cosiddetta “nuova economia”).

A conferma dell’asserzione appena fatta, basta esaminare l’andamento dei più recenti Ide (investimenti diretti all’estero) per vedere come essi vadano, nei primi tre posti, a paesi come Usa, Gran Bretagna e Francia (che non sono certo del “sud” né tantomeno dominati o “sottosviluppati”): segno è che la dislocazione produttiva segue criteri ben più articolati, di cui la facilità di manodopera (a scapito della sua abilità e produttività) è soltanto uno degli elementi in gioco. Perciò la concatenazione in filiere – purché le si spieghino con una “supervisione” strategica finanziaria – riesce a cogliere l’opportunità di decentramento produttivo di segmenti del ciclo lavorativo, fino al lavoro a domicilio, quando l’insieme delle circostanze, trasporti e infrastrutture in genere, lo renda favorevole (economicamente).

Qui subentra anche la questione dei costi: se siano pagati in valute locali meno pregiate, rispetto ai prezzi finali di vendita, in genere fatturati in dollari, per cui la differenza che sorge dall’incidenza delle diverse aree valutarie si trasforma in maggiori (o minori) profitti. Perciò, l’economia dal lato dei costi si ha per effetto delle minori spese (vere o “false”) di produzione; ossia, tanto quelle che incidono direttamente sulla circolazione , quanto quelle inerenti propriamente alla (sub)produzione. Dunque, l’allargamento della scala di attività del capitale non incide solo sui costi di circolazione propriamente detti, ma si estende all’economia concernente tutti i costi d’impresa, prima di tutti quelli relativi alla subfornitura e all’esternalizzazione, che agli albori del capitalismo, nei vari angoli del mondo via via conquistati a questo modo della produzione sociale, ha coinciso con l’azione dei capitalisti detti “compradores”.

Senonché, codesta riduzione dei costi complessivi non genera un aumento di valore, e particolarmente di plusvalore, prodotto. In altri termini – riferendosi al tasso di profitto, la cui ciclica caduta critica è ciò che i capitalisti intendono contrastare – un simile effetto non agisce affatto sull’aumento del numeratore del rapporto che definisce quel tasso, bensì è solo in grado di comprimere il capitale anticipato come misura posta al denominatore, attraverso la diminuzione dei costi (tutti). Vi è quindi un limite “negativo”, il quale può essere significativamente allentato, comprimendo i costi che lo contengono, ma ciò comunque si scontra, appunto, con quel limite stesso. Perciò, finché non si allarga in “positivo” il plusvalore al numeratore – ovvero, finché non riprende la vera e propria accumulazione di capitale su scala mondiale, e unicamente con essa pertanto anche la nuova occupazione e la massa salariale (in quanto maggior capitale variabile) – tutta questa azione dal lato dei costi può rappresentare solo un palliativo. Di qui, l’attuale rilevanza transitoria dell’attenzione capitalistica rivolta all’economia fatta nella sfera della circolazione: sia attraverso quella definibile “ordinaria”, sia mediante la circolazione, per così, dire “forzata” (che coinvolge anche la sub-produzione stessa), imperniata sullo scambio ineguale con i paesi dominati (attraverso, per l’intanto, la ripartizione dispotica – saccheggio o rapina – del plusvalore mondiale, che è pressoché dato, statico o insufficientemente dinamico).

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Questione settentrionale

La questione settentrionale è l'esplicazione "scientifica" del processo politico legislativo avviato con la nascita ed organizzazione del movimento politico Lega Nord. I punti cardine della questione settentrionale sono riassumibili in una maggiore indipendenza della cosiddetta Padania dalle regioni centro-meridionali, accusate di essere un peso per la parte produttiva del paese. Umberto Bossi dichiarò più volte che se l'Italia del nord fosse stata divisa dal sud sarebbe entrata prima nell'Unione Europea (soddisfacendo in breve tempo i parametri economici), sarebbe dotata di infrastrutture migliori in quanto il denaro pubblico non sarebbe stato sprecato nella Cassa del Mezzogiorno in opere e appalti fagocitati dalla criminalità organizzata.

Nonostante la "questione settentrionale" sia attualmente appannaggio politico della Lega Nord, ultimamente anche esponenti settentrionali del centrosinistra (Sergio Chiamparino, Riccardo Illy, Massimo Cacciari...), hanno dimostrato sensibilità verso una certa autonomia, soprattutto economica, del nord (federalismo fiscale).

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Internal vision

L'internal vision è una branca dell'e-government. Il termine indica tutte le interazioni di tipo informatico tra le amministrazioni dei diversi enti pubblici. Queste interazioni permettono una più facile comunicazione e condivisione di dati finalizzati a velocizzare ed ottimizzare i rapporti tra enti che collaborano (interoperabilità).

Soprattutto la condivisione di dati permette una più corretta distribuzione del lavoro, essa infatti rende possibili procedure altrimenti legate ad una complessa burocrazia e permette un coinvolgimento democratico delle parti che usufruiscono delle stesse informazioni indipendente dai ruoli gerarchici.

I dipartimenti per l'innovazione e la tecnologia e il consiglio dei ministri mirano ormai da diversi anni (le primissime linee guida risalgono al 1995) alla creazione di un un organismo di governo che riesca a creare una forte dipendenza tra tecnologie e servizi pubblici e che ponga questa dipendenza alla base di qualsiasi evoluzione si verifichi all'interno delle inter-connessioni nelle pubbliche amministrazioni. Le stesse politiche europee mirano allo stesso obiettivo comune, ovvero la creazione di una fitta rete di servizi per la fruizione di prodotti ed informazioni (Ciclo di Convergenza digitale).

È l'obiettivo principale delle politiche dell' e-government riguardanti l'insieme di collegamenti interni alle amministrazioni pubbliche . Lo scambio di servizi digitali, nel rispetto delle autonomie interne, sta alla base di questo concetto.

Il cittadino che entra in contatto con un servizio non sa che molto spesso, quello che percepisce come un servizio unitario, è in realtà il prodotto di una serie di interazioni tra le diverse amministrazioni che hanno contribuito insieme ad un progetto comune per il conseguimento di un unico risultato finale.

Tutte le amministrazioni locali e nazionali devono contribuire affinché la loro cooperazione permetta l'accesso ad un unico grande servizio che permetta al cittadino di entrare in contatto con un singolo "blocco" costituito dalle azioni delle sue piccole parti. L'interoperabilità deve necessariamente nascere sia da scambi orizzontali che da scambi verticali perché l'approccio possa far scaturire da ogni collaboratore risorse creative alla base di nuovi servizi sempre più efficenti e sempre più legati ad azioni collaborative.

Le ICT ovvero le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, assumono di conseguenza un ruolo imperativo. Esse permettono notevoli miglioramenti per quanto riguarda l’accessibilità ai servizi e la possibilità di creare contatti aperti. Sono inoltre utili per l'interscambio di dati e per la consultazione di ogni tipo di materiale informatico.

Le tecnologie di collaborazione giocano un ruolo fondamentale per quanto riguarda i ruoli all’interno delle amministrazioni, non più così rigidamente definiti per livello di “potere” nell’accesso ai dati.

L’interoperabilità consiste infatti nella collaborazione possibile solo grazie all’interscambio completamente democratico delle informazioni.

Una recente direttiva del ministro della Funzione Pubblica Luigi Nicolais sottolinea come obiettivo comune a livello statale l’importanza dell’interscambio tra le pubbliche amministrazioni, e si prefigge di realizzare una vera e propria pianificazione delle procedure da adottare anno per anno perché possa crescere l’interazione interna e l’estensione di strutture a banda larga.

L’obiettivo primario è a questo punto l’informatizzazione tramite processi di alfabetizzazione informatica all’interno delle PA. Grazie al progetto pilota istituito dalla presidenza del Consiglio dei Ministri, gli uffici del personale organizzano per tutti i dipendenti (più o meno qualificato) corsi di formazione con l’obiettivo di migliorare l'approccio con gli strumenti informatici, facendo di essi un uso sempre più frequente e sottolineandone l'utilità.

È perché tutti possano accedere democraticamente alle informazioni che il progetto pilota si pone a capo delle ambizioni principali delle politiche dell'e-government, esso infatti mira a dare una competenza adeguata nell’uso dell’informatica necessaria alla creazione di una fitta rete di scambi partendo dal livello base, ovvero formando gli uffici con nuovi corsi di formazione ed alfabetizzazione informatica.

1) Conferisce a tutti i dipendenti pubblici un livello di competenza definito dalla “Computer Driving Center” livello start di 60 ore. Prevede un test finale delle competenze raggiunte.

2) Conferisce a tutti i dipendenti pubblici un livello di competenza definito dalla “Computer Driving Center” livello ECDL (patente europea per il computer) di 40 ore. Prevede un test finale delle competenze raggiunte.

3)Mira alla formazione di tecnici in grado di progettare e relizzare siti web. Dura 16 o 10 giornate con ore che variano secondo il tipo di amministrazione e second il grado di formazione previsto.

Esistono inoltre i corsi per formatori, per dirigenti e Assistenza allo sviluppo che variano molto a seconda delle istituzioni.

Le amministrazioni e la loro collaborazione è dettata dal "Sistema Pubblico di Connettività" (SPA) e si pone come principio fondamentale per l'attuazione di nuovi programmi di interoperabilità proprio perché riconosce come patrimonio fondamentale il capitale umano. Ogni singola parte della "rete" viene intesa come un potenziale contributo per la messa in atto di nuove strategie da condividere ed implementare grazie alle collaborazioni e al materiale condiviso tecnologicamente.

Le banche dati ed in particolare i registri pubblici, costituiscono un ricchissimo patrimonio, essi vengono utilizzati da molti uffici amministrativi che li considera essenziali per il buon fine dei processi amministrativi.

Quando questi sono accessibili anche alle aziende ed agli organi sociali la loro importanza cresce. La loro consultazione da parte delle imprese evita infatti alle amministrazioni pubbliche incontri formali e operazioni burocratiche altrimenti complesse.

Spesso è a causa di un lungo lavoro che si è protratto nel tempo dopo lunghe ricerche che provoca comportamenti particolarmete "gelosi" in cui si intende a volersi impadronire delle proprie conoscenze come fosse un bene privato. Questo non solo non permette la libera fruizione dei dati, ma sta all'opposto dei principi più importanti dello stesso e-government e della vision interna alle amministrazioni, senza contare che questo comportamento provoca l'esclusione di chi ritiene la condivisione sconveniente.

L "emprovement" da parte di chi accede alle banche dati e che quindi le aggiorna, le integra e le migliora, contribuisce al perfezionamento di un sistema che in moltissimi casi può rivelarsi estremamente utile per entrambe le parti e per chi inenderà contribuire in futuro.

Ogni dipendente degli uffici amministrativi coinvolto in attività riguardanti archiviazione e controllo dei dati, contribuisce ad un vasto patrimonio comune cumulabile grazie alle interazioni interne tra amministrazioni collaboratrici.

I mezzi riguardanti la sicurezza hanno permesso azioni altrimenti impossibili riguardanti la pubblicazione di documenti e informazioni generali ad enti non direttamente coinvolti nelle amministrazioni interne. Un esempio è costituito dall'attuazione del federalismo fiscale che ha la possibilità di accedere ad archivi e registri pubblici. Un altro esempio è il decentramento del Catasto agli enti pubblici e gli incentivi per l'utilizzo di mezzi informatici finalizzati alla collaborazione tra comuni ed Agenzia del territorio.

Al contrario il portale dei servizi integrati alle imprese, serve per permettere agli enti locali di procedere autonomamente per la realizzazione di servizi e strumenti utili allo Stato quindi di basa su di un decentramento del potere attuato secondo un procedimento di tipo verticale. Perché questo sia possibile il Consiglio dei Ministri ha ritenuto indispenzabile all'interno del programma l'attuazione di una manovra che permetta alle amministrazioni di imprese, organi sociali e pubblici, di accedere sempre più facilmente ai registri delle imprese tramite sportelli unici.

Dall’inizio del ‘900 ad oggi la produzione dei servizi dei vari enti pubblici e quello che riguarda le operazioni di scambio di dati ed informazioni tra amministrazioni ha contribuito allo sviluppo del paese e quindi al benessere collettivo.

Condividere dati cartacei e modulistica più semplicemente favorire, grazie gli scambi, la conoscenza dell’altro al fine di nuove collaborazioni e progetti di partnership, si si è rivelato efficace economicamente per entrambe le parti ed indispensabile per l'inizio di una serie di procedimenti che indirettamente hanno favorito i dipendenti. Essi hanno trovato nella collaborazione e nell’interoperabilità un ottimo strumento capace di semplificare ed ottimizzare il loro lavoro.

Si trattava di un nuovo decreto che mirava appunto a procedere verso la condivisione più completa di procedure ed informazioni.

Gli strumenti informatici stavano assumendo una certa importanza. Si trattava di un mezzo sempre più conosciuto dall’opinione pubblica e sempre più accettato di buon grado nelle amministrazioni di enti pubblici.

In questo caso gli strumenti erano ancora lontani dalle politiche dell’e-government legate soprattutto ad internet, ma comunque è da considerarsi un grande passo verso questo nuovo strumento in quanto è grazie ai primi PC che si sono creati i primi archivi informatici.

Nuovi programmi sempre più conosciuti, un pubblico più istruito in materia informatica. Si inserisce nelle case ma soprattutto costituisce ormai nelle amministrazioni pubbliche una fonte di condivisione capace di velocizzare e migliorare le operazioni burocratiche.

Si trattava di una corsa all’evoluzione informatica intesa come grande possibilità di scambio e interazione, il sistema informatico, sempre più utile e diffuso sarebbe stato il solo unico grande protagonista delle innovazioni future in fatto di collegamenti ed interoperabilità.

Internal vision: dentro ai collegamenti delle pubbliche amministrazioni.

4 marzo 2005, il ministro per l’innovazione e la tecnologia approva il decreto legislativo del “Codice dell’Amministrazione Digitale”.

Le amministrazioni pubbliche tendono a formare una sempre più concreta strategia finalizzata ad implementare nuove attività informatiche. Tra le grandi innovazioni del codice, la parte dedica alla vision interna è quella riguardante i contatti interni i quali non toccano direttamente i servizi ai cittadini, ma che sono alla base dei processi e delle operazioni interne alle stesse amministrazioni.

La responsabilità delle amministrazioni, in particolare pubbliche, è quella di accrescere il proprio interesse per la tecnologia implementando oltre ai corsi di formazione ed alfabetizzazione informatica, l'acquisto di nuove licenze d’uso per programmi che prevedono nuovi tipi di collegamenti amministrativi, come la possibilità di accedere alle banche dati comuni o agli storici aziendali. Un unico grande linguaggio informatico comune avrebbe accomunato moduli organizzativi di amministrazioni diverse che collaboravano (compresa una vera e propria lista di termini nuovi), una nuova strategia comune ed infine una metodologia differente, più veloce e funzionale, riguardante le nuove routine da attivare nella burocrazia. Una serie di nuovi programmi utili sarebbe stato a disposizione degli uffici amministrativi che avrebbero dovuto accedervi e farne uso (open source).

Perché si possa garantire un giusto funzionamento quindi il rispetto della privacy o la garanzia della provenienza dei dati condivisi, sono stati istituiti nuovi strumenti di controllo finalizzati appunto a convincere la coscienza comune della sicurezza dei nuovi mezzi informatici.

La firma digitale, la carta d’identità elettronica o la carta nazionale dei servizi permettono appunto di garantire la provenienza dei dati condivisi (questo è valido non solo internamente alle amministrazioni ma anche nel rapporto tra uffici amministrativi e cittadino).

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Federalismo

Con il termine federalismo si intende un gruppo o un corpo di membri che sono raggruppati (dal latino: foedus, alleanza) da un capo rappresentativo di governo, che può essere identificato in un monarca o in divinità (come nella teologia), o in un'assemblea generale o parlamentare (come in politica).

Gli scritti di due autori britannici, Albert Dicey e James Bryce, hanno influenzato le prime teorie sul federalismo. Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno stato federale: il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune."; la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni stato separato".

La suddivisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo. In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: " Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessuna autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno stato unitario.

In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello stato. Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione. Perciò, il federalismo è delimitato dal legalismo. La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.

La causa del federalismo è portata avanti dalla teoria federalista, la quale asserisce che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto che àncori la democrazia pluralista e che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale in una repubblica composta.

La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata in "The Federalist", il quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l'azione arbitraria da parte dello Stato. Primo, il federalismo può limitare il potere del governo di violare i diritti, poiché esso crea la possibiltà che se il potere legislativo desidera ridurre la libertà, non ne avrà il potere costituzionale, mentre il livello di governo che possiede tale potere non ne avrà il desiderio. Secondo, i procedimenti di formazione delle decisioni di tipo legalistico che caratterizzano i sistemi federali limitano la velocità con la quale il governo può reagire.

L'argomento che il federalismo aiuta ad assicurare la democrazia e i diritti umani è stato influenzato dalla teoria contemporanea della scelta pubblica; è stato asserito che nelle più piccole unità politiche, gli individui possono partecipare più direttamente che in un governo monolitico unitario. Inoltre, gli individui insodisfatti per le condizioni in uno Stato possono scegliere di andare in un altro. Certamente, questo argomento assume che una libertà di movimento tra stati sia necessariamente assicurata da uno stato federale.

La capacità di un sistema federale di proteggere le libertà civili é stata messa in discussione. Spesso c'è confusione tra i diritti degli individui e quelli degli stati. In Australia, per esempio, alcuni dei più notevoli conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell'intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli stati. È anche essenziale evitare confusioni tra i limiti posti dalla revisione giudiziale, cioè dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo, e lo stesso federalismo.

Se, da un lato, alcuni stati degli USA hanno deplorevoli retroterra di negazioni di libertà civili a gruppi razziali, donne e altri ancora, d'altra parte le leggi e le costituzioni di altri stati americani hanno protetto queste minoranze per mezzo di diritti legali e protezioni che vanno oltre quelle presenti nella costituzione statunitense e nella Carta dei Diritti degli Stati Uniti d'America.

Prima della stesura della Costituzione statunitense, ciascuno stato americano era essenzialmente uno stato sovrano. La Costituzione Americana creò un governo nazionale con poteri sufficienti ad unire gli Stati, che però non sostituì i singoli governi statali. Questa sistemazione federale, per mezzo della quale il governo centrale nazionale esercita i propri poteri in determinati campi, mentre altri campi sono appannaggio dei governi statali, è una delle caratteristiche basilari della Costituzione americana, che gestisce e coordina i poteri dei due tipi di governo. Un'altra caratteristica è la separazione delle competenze tra i tre poteri del governo - il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario - e le libertà civili. Gli autori dei "Federalist Papers" hanno spiegato nei saggi numero 45 e 46 come essi si aspettassero che i governi degli stati esercitassero funzioni di controllo e bilanciamento sul governo nazionale al fine di mantenere nel tempo il cosiddetto limited government, ossia un governo le cui funzioni siano prescritte, definite e limitate dalle leggi, generalmente per mezzo di una costituzione scritta.

Dal momento che gli stati erano entità politiche preesistenti, la Costituzione degli Stati Uniti d'America non aveva bisogno di definire o spiegare il federalismo in alcuna sua parte. Ciò nonostante, essa menziona numerose volte i diritti e le responsabilità dei governi dei singoli stati e delle autorità statali in confronto con quelli del governo federale. Il governo federale ha dei poteri definiti ed espressi nella Costituzione (detti anche poteri "enumerati"), che includono il diritto di imporre le tasse, dichiarare la guerra e regolare commerci interni ed esteri. Inoltre, esso ha il potere di approvare qualsiasi legge "necessaria ed adeguata" per l'esecuzione dei propri poteri. I poteri che la Costituzione non concede al governo federale o che vieta agli stati - i poteri riservati - sono riservati al popolo o agli stati. I poteri del governo federale sono stati significativamente espansi dagli emendamenti aggiunti alla Costituzione in seguito alla Guerra Civile e da altri emendamenti aggiunti in seguito. La Convenzione di Philadelphia, realizzando la prima costituzione federale della storia, costruì il modello del meccanismo politico dal quale Emmanuel Kant si attendeva la pace fra gli stati e la instaurazione universale del diritto. Alexander Hamilton, scrivendo con John Jay e James Madison, durante la lotta per la ratifica della costituzione federale, i saggi del Federalist allo scopo di illustrare i suoi vantaggi rispetto alla formula confederale, sviluppò, senza esserselo proposto, i primi rudimenti della teoria di questo meccanismo politico, cioè dello stato federale. Per inquadrare teoricamente il suo pensiero bisogna perciò tener presente che i saggi del Federalist sono formalmente soltanto degli scritti di propaganda politica, sia pure elevatissima, e bisogna inoltre, e soprattutto, risalire al fatto storico dal quale questa propaganda prese le mosse: I'elaborazione di un testo costituzionale da parte di un'assemblea. È noto che la costituzione degli Stati Uniti d'America rappresenta il frutto di un compromesso, e di un compromesso nel senso più stretto della parola, tant'e' che i punti più importanti della costituzione furono concepiti esclusivamente come pure e semplici transazioni tra le opinioni divergenti delle parti in contrasto, e per nulla affatto come le singole parti di un edificio coerente. Nonostante la loro natura queste transazioni identificarono di fatto gli ingranaggi fondamentali del meccanismo federale, e fondarono un solido edificio. E un risultato singolare, ma perfettamente spiegabile. Alla fine della guerra di indipendenza, dal punto di vista istituzionale, la classe politica americana era divisa in due correnti, una piuttosto unitaria e l'altra piuttosto pluralistica. Entrambe avevano un fondamento che non si poteva eliminare a breve scadenza: I'Unione e gli stati. Il loro contrasto aveva perciò una via d'uscita solo nel compromesso, e il compromesso si poteva fare in un modo solo: salvando l'Unione con un governo panamericano veramente indipendente, ossia attivo sui cittadini e non sugli stati, e salvaguardando nel contempo, con l'indipendenza degli stati stessi, il pluralismo. La difficoltà stava nel trovare la formula di un governo centrale che, pur agendo direttamente sui cittadini degli stati associati, non distruggesse la loro indipendenza. In conclusione, si giunse ad una federazione perché non si poteva che giungere ad una federazione.

Col tempo, il governo federale é aumentato in dimensioni ed in influenza, sia sulla vita di tutti i giorni sia sul governo degli stati. Ci sono diverse ragioni per questo, compreso il bisogno di regolare affari e industrie che esorbitano dai confini dei singoli stati, il tentativo di assicurare i diritti civili e di provvedere ai servizi sociali. Molti ritengono che il governo federale si sia sviluppato oltre i limiti consentiti dai poteri espliciti. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha talvolta invalidato decisioni federali, per esempio "La legge sulle zone scolastiche libere dalle armi" (Gun-Free School Zones Act) nel caso Stati Uniti contro Lopez. Tuttavia, la maggior parte delle azioni dal governo federale possono trovare un certo supporto legale fra i suoi poteri specifici, come la clausola di commercio ("Commerce clause").

La dottrina del federalismo dualistico sostiene che il governo federale e i governi degli stati si trovano sostanzialmente sullo stesso piano politico, ed entrambi sono sovrani. In base a questa teoria, alcune parti della costituzione sono interpretate in modo molto restrittivo; tra esse vi sono il decimo emendamento, la "Supremacy Clause", la "Necessary and Proper Clause" e la "Commerce Clause". Secondo questa interpretazione il governo federale ha giurisdizione solo sulle materie in cui la costituzione gliela assegna esplicitamente. Esisterebbe quindi un ampio ambito di poteri spettanti ai singoli stati, e il governo federale potrebbe esercitare soltanto i poteri esplicitamente elencati nella costituzione.

Nel 1941 quando il conflitto sembra ancora destinato ad essere vinto dalle forze dell’Asse, tre illuminate menti del panorama intellettuale italiano stendono quello che verrà ricordato come il Manifesto di Ventotene. La gestazione di quest’opera, da parte di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, esiliati sull’isola di Ventotene appunto, durò all’incirca sei mesi. Furono ispirati da un libro scritto da Junius (pseudonimo usato da Luigi Einaudi) pubblicato circa vent’anni prima. Il Manifesto di Ventotene, steso nel 1941 da Spinelli, e Rossi insieme con Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, è un fondamentale documento che traccia le linee guida di quella che sarà la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. I tre intellettuali previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a sfuggire alle subdole manovre delle élites conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste sarebbe stato quello di ristabilire l’ordine prebellico. Per contrastare queste forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L’ordinamento di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all’ordinamento democratico e all’autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto.

Si è affermato l'eguale diritto per tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente strumento di progresso ha eliminato molti degli impedimenti che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello Stato. La libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.

Dall'idea precisa della pace discende dunque l'idea federalistica della distribuzione del potere politico, e per ciò stesso l'esigenza di identificare le condizioni storico-sociali che consentono d'instaurarla e di mantenerla nell'ambito di una parte del genere umano o di tutto il genere umano. Ormai non è più vero che la creazione degli Stati Uniti d'Europa (dell'Europa occidentale-atlantica: solo di questo realisticamente si parla) significhi creazione di diritto sovranazionale così come precedentemente inteso; né costituisce in alcun modo, di per sé, un passo in quella direzione. Gli stati nazionali europei sono già stati superati in realtà dalla loro riduzione a stati regionali, con tutti i limiti di impotenza. L'europeismo prevalente ha oggi un valore eminentemente difensivo: significa la conquista per il popolo europeo di un suo stato di dimensione adeguata per sostenere il confronto internazionale atto a tutelare i propri interessi, ad essere perciò una potenza nel mondo attuale. Europeismo cioè che vuole essere momento di scontro politico fra la concezione democratica-parlamentare e quella totalitaria, fra chi privilegia i diritti della persona e chi li sottopone gerarchicamente agli interessi dello stato, fra chi rivendica la necessità che il diritto non sia limitato dalle frontiere e chi difende la barbarie in nome della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza. Il progressivo sfaldamento dei principi liberali della democrazia parlamentare e della divisione dei poteri a cui si assiste, seppur in misura diversa, in tutti i paesi europei in nome delle urgenze determinate di volta in volta dalla crisi economica, dal deficit delle finanze pubbliche o dal terrorismo russo, irlandese o basco, rappresentano i sintomi più evidenti della incapacità delle istituzioni statali nazionali di far fronte alla nuova dimensione dei problemi. La riduzione progressiva dei poteri parlamentari che viene registrata in Italia come in Francia o nel Belgio, il trasferimento sempre più massiccio dei poteri legislativi all'esecutivo attraverso l'abuso del potere di decretazione o dei "pouvoirs spèciaux", sia quando si realizza attraverso modifiche costituzionali o regolamentari, sia quando viene imposto forzando la legge, testimoniano almeno in parte l'impotenza delle istituzioni statali nazionali a far fronte alla dimensione sovranazionale dei problemi emergenti, da quelli economici a quelli determinati dalla criminalità o dal terrorismo, e alle influenze dello sviluppo tecnologico sui processi decisionali. Le istituzioni comunitarie sono del resto paralizzate dall'incapacità di concepire un unico "governo" europeo perlomeno nelle materie di competenza comunitaria. Gli "egoismi nazionali" e gli interessi dei grossi centri di potere economico e politico lo impediscono sistematicamente. Del resto questa ipotetica autorità sovranazionale non potrà mai essere legittimata democraticamente finché non potrà ricevere la fiducia da un Parlamento Europeo, quale unica espressione della sovranità popolare europea, dotato degli effettivi poteri d'indirizzo, controllo e legislativi.D'altronde il Parlamento europeo non potrà mai conquistare la capacità d'imporre il processo d'integrazione politica europea finché sarà composto da partiti privi di una vocazione europeista e soprattutto incapaci di rappresentare gli interessi dei gruppi sociali ed economici che si vanno riconoscendo o si possono riconoscere nell'Europa politica. La crisi delle istituzioni comunitarie è quindi innanzitutto crisi e insufficienza di quel diritto comunitario rimasto incompiuto nei Trattati nonostante i tentativi evolutivi sanciti dalle sentenze della Corte di Lussemburgo. A questo "deficit democratico" tentò di porre rimedio il Parlamento europeo con il progetto di Trattato dell'Unione portato a termine nella precedente legislatura sotto la guida di Altiero Spinelli.

Dopo la seconda guerra mondiale nacquero vari movimenti, come l'Unione dei Federalisti Europei o il Movimento Federalista Europeo, fondato nel 1943, che sostenevano la creazione di una federazione europea. Queste organizzazioni ebbero una certa influenza, anche se non decisiva, sul processo di unificazione europea. L'Europa di oggi è ancora lontana dall'essere una federazione, nonostante l'Unione Europea possieda alcune caratteristiche federali. I federalisti europei hanno sostenuto l'elezione diretta di un Parlamento Europeo e furono tra i primi a porre all'ordine del giorno la stesura di una costituzione europea. I loro oppositori sono coloro che sostengono un ruolo più modesto per l'Unione e coloro che vorrebbero che l'Unione fosse diretta dai governi nazionali piuttosto che da un governo europeo elettivo. Anche se il federalismo era citato nelle bozze del trattato di Maastricht e del trattato istitutivo della costituzione europea, non fu mai accettato dai rappresentanti degli stati membri. I paesi che favoriscono un'Unione più federale sono di solito Germania, Belgio e Italia. Quelli che tradizionalmente si oppongono a questa idea sono Gran Bretagna e Francia. Il tentativo di creare una Comunità Europea di Difesa fu in pratica l'ultimo tentativo di creare un'Europa federale.

Fondamentalmente tre furono le correnti di pensiero attorno alla metà dell'Ottocento:una prima faceva capo a Cattaneo, un'altra a Gioberti e l'ultima all'Ulloa, tutte con la radice comune della svolta federalista della nazione italiana. In seguito al mancato completamento del disegno politico risorgimentale, che ideava un'Italia federale (dal motto unità nella diversità), l'Italia cominciò a evolvere in senso centralistico,ed infatto l'unità fu realizzata dai Savoia, che intesero estendere a tutte le regioni e gli Stati preunitari conquistati le normative e la legislazione piemontese. L'apice del centralismo si ebbe durante il regime fascista, durante il quale furono soppresse le autonomie locali (comuni e province ebbero vertici di nomina governativa). Dopo la Liberazione la nuova Costituzione repubblicana ridiede dignità alle autonomie locali e istituì le Regioni quali enti autonomi con poteri legislativi (anche se videro la luce solamente nel 1970). Successivamente tornarono a farsi strada, nel mondo politico e accademico, proposte di riarticolazione in senso federale della Repubblica (dal comunista Bruno Trentin, dal costituzionalista Gianfranco Miglio) portate avanti dal partito politico della Lega Nord.

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