Fausto Bertinotti

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Fausto Bertinotti

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Fausto Bertinotti (Milano, 22 marzo 1940) è un politico italiano, segretario del Partito della Rifondazione Comunista, dal 1993 al 2006, nonché presidente della Camera dei deputati, dal 2006 al 2008.

È stato sindacalista di sinistra (CGIL), socialista lombardiano avvicinatosi poi al comunismo, sostenitore del pacifismo e dei movimenti anti-globalizzazione.

Fausto Bertinotti nasce a Milano, nel quartiere di Precotto, da Enrico, macchinista delle Ferrovie dello Stato, e da Rosa, casalinga. È il secondogenito, dopo Ferruccio, oggi ferroviere in pensione. Nel 1957 si trasferisce con tutta la famiglia nel paese natale paterno, Varallo Pombia (NO).

Nel 1962 si diploma, con tre anni di ritardo per via di alcune bocciature, come perito elettronico all'istituto Omar di Novara.

Nel 1965 sposa la diciottenne Gabriella Fagno; la cerimonia avviene in chiesa per volontà della madre di lui .

Nel 1970 nasce il suo unico figlio, Duccio, così chiamato in onore del partigiano Duccio Galimberti.

Aderisce al Partito Socialista Italiano nel 1960. Nel 1964 entra nella CGIL, diventando il segretario della Federazione Italiana degli Operai Tessili (l'allora FIOT) di Sesto San Giovanni, e tre anni dopo diviene segretario della Camera del lavoro di Novara. Sempre nel 1964 è tra i socialisti che rifiutano di fare del Psi un partito di governo e partecipa alla scissione del Psiup che nel 1972 confluirà nel Partito Comunista Italiano.

Dal 1975 al 1985 è segretario regionale della CGIL piemontese (si era infatti trasferito a Torino). Diventa il leader della corrente più a sinistra della CGIL, ovvero Essere sindacato, fortemente critica nei confronti della politica di concertazione condotta dalla maggioranza.

Da questa importante prospettiva prende parte alle lotte operaie di quel tempo, e quindi a quella degli operai della FIAT nel 1980, terminata con i 35 giorni di sciopero e la marcia dei quarantamila che segnò una disfatta per il sindacato e per il PCI che quella lotta sostenne. Come sindacalista, sosterrà la necessità di far valere il diritto di sciopero contro le ingiustizie della classe padronale.

Nel 1985 entra nella segreteria nazionale della Cgil e si trasferisce a Roma.

Tra il 1989 e il 1991 è tra i comunisti che non accettano lo scioglimento del Pci, ma seguirà poi il consiglio di Pietro Ingrao, suo storico punto di riferimento, di aderire al Partito Democratico della Sinistra.

Nel maggio 1993 lasciò il Partito Democratico della Sinistra accusandolo di condotta incoerente al proprio mandato elettorale causata dalla determinante astensione, al voto di fiducia, per la creazione del Governo Ciampi.

A settembre accetta l'invito di Armando Cossutta e Lucio Magri di iscriversi al Partito della Rifondazione Comunista per diventarne, nel gennaio 1994, segretario nazionale. Con l'accettazione alla carica di segretario del Partito della Rifondazione Comunista decide di abbandonare ogni incarico sindacale.

Bertinotti è, sostanzialmente, un socialista massimalista fin da ragazzo. Nei primi anni sessanta milita nel Partito Socialista Italiano all'interno della corrente di sinistra di Riccardo Lombardi.

Quando, nel 1964, il Psi entra al governo, entra nello scissionista Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, una piccola forza che nel 1972 confluirà nel Partito Comunista Italiano.

Qui Bertinotti si avvicina a Pietro Ingrao e, da ingraiano, nel 1991 si oppone alla nascita del PDS, accettando di militarvi comunque fino al maggio 1993, quando decide di abbandonare il sindacalismo per la politica.

Poco dopo (settembre 1993) entra nel Partito della Rifondazione Comunista di cui diventa segretario nel gennaio 1994, prendendo il posto di Sergio Garavini che aveva diretto il partito fin dalla sua fondazione al momento dello scioglimento del Partito Comunista Italiano. Curiosamente Bertinotti negli anni ottanta era entrato nella segreteria della Cgil prendendo il posto di Garavini.

L'avvicendamento al vertice è appoggiato da Armando Cossutta, dalla cui linea politica col tempo Bertinotti si affranca, riuscendo a consolidare un crescente consenso all'interno del partito.

La carica di segretario del PRC gli è confermata anche nel terzo congresso di Rifondazione (dicembre 1996), nel quarto (marzo 1999), nel quinto (aprile 2002) e nel sesto (marzo 2005). In quest'ultimo, però, la sua relazione ottiene meno consensi del solito, attestandosi circa al 59% delle preferenze.

In seguito all'elezione a Presidente della Camera dei Deputati si ritira da segretario del partito e il 7 maggio 2006, il Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista elegge segretario Franco Giordano.

Alleato della coalizione dei "Progressisti" perdente alle elezioni politiche del 1994, stipula un patto di desistenza con l'Ulivo nel 1996: Rifondazione non si presentava in alcuni collegi uninominali alla camera e al senato, dando ai suoi elettori l'indicazione di votare per i candidati scelti da Romano Prodi, e il centro-sinistra faceva lo stesso, cioè non si presentava in alcune città, favorendo così l'elezione dei candidati di Rifondazione Comunista.

Le elezioni politiche del 1996 sono vinte dall'Ulivo e Prodi diviene Presidente del Consiglio. Non mancano, durante il suo governo, attriti con Rifondazione Comunista: sulla riforma delle pensioni e, soprattutto, sulla legge finanziaria del 1998, quando, dopo aver votato "a scatola chiusa" due leggi finanziarie indigeste, Prodi si aspetta di incassare il terzo sì bertinottiano ("senza prendere ordini da chi non fa parte del governo") nel voto di fiducia. Ma il PRC vota contro, il governo cade ed alcuni esponenti abbandonano il PRC fondando il partito dei Comunisti Italiani, con a capo Armando Cossutta ed Oliviero Diliberto. Il Segretario del PDS Massimo D'Alema diviene cosi Presidente del Consiglio del successivo governo.

Il PRC, indebolito dalla scissione, alle elezioni europee del 1999 ha un sostanziale insuccesso, nonostante Bertinotti risulti eletto deputato al Parlamento di Strasburgo. Nelle elezioni politiche del 2001, Rifondazione Comunista è promotrice di una desistenza unilaterale nei confronti della coalizione dell'Ulivo che candida alla presidenza del consiglio Francesco Rutelli. Ottenendo il 5 per cento nel proporzionale e ottenendo alcuni senatori con il riparto proporzionale, Rifondazione Comunista riesce a mantenere una sua rappresentanza in Parlamento.

Dal 2002 inizia il disgelo tra Rifondazione e il Centro-sinistra, che si alleano sia alle elezioni amministrative, sia per le regionali del 2005, nettamente vinte dall'Unione, la nuova denominazione dell'alleanza di centro-sinistra, di cui Rifondazione entra a far parte.

Nel frattempo, Bertinotti è eletto al Parlamento europeo alle elezioni del 2004, ricevendo in tutta Italia circa 380 mila preferenze. Iscritto al gruppo della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica di cui è presidente, è membro della Commissione per i problemi economici e monetari; della Commissione giuridica; della Delegazione alla commissione parlamentare mista UE-ex Repubblica iugoslava di Macedonia.

Alle elezioni primarie (del 16 ottobre 2005) per la scelta del candidato premier della coalizione dell'Ulivo alle elezioni politiche del 2006, Bertinotti arriva secondo dopo Prodi, raccogliendo 631.592 voti (il 14,7% dei consensi).

La campagna elettorale era basata sullo slogan "Voglio...": tramite internet o post-it i cittadini potevano completare lo slogan indicando cosa volevano dalla coalizione di centrosinistra.

In un'intervista Bertinotti dichiara "questo governo ha fallito". In seguito non smentirà le sue dichiarazioni e il partito di cui è leader di fatto ne prende le difese dopo gli attacchi di alcuni "prodiani". Tuttavia il PRC continua a far parte del governo e della maggioranza.

A partire dal 2001, Bertinotti porta il PRC ad assumere posizioni vicine al movimento alter-mondialista. L'appoggio e la condivisione delle istanze dei movimenti diviene caratteristica della politica del PRC, numerosi esponenti vengono eletti nelle liste di Rifondazione, come Vittorio Agnoletto, Luisa Morgantini, Daniele Farina, Francesco Caruso. Nel 2005, grazie anche al PRC nasce un importante organismo politico europeo della sinistra d'alternativa, la Sinistra Europea.

Nel marzo del 2005 rilasciò una intervista al Corriere della Sera in cui dichiarò: «Certo: la proprietà privata non si può abrogare per decreto. Ma è un obiettivo».

È tra i promotori del referendum del giugno 2003, sull'estensione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori anche ai lavoratori subordinati delle aziende con meno di 15 dipendenti. Il referendum fallisce per il mancato raggiungimento del quorum di votanti.

Al referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno del 2005, sostiene il sì per tutti e quattro i quesiti. Il referendum fallisce per il mancato raggiungimento del quorum di votanti (solo il 25,5% degli aventi diritto si reca alle urne, la percentuale più bassa nella storia referendaria della Repubblica).

Il 29 aprile 2006 Bertinotti è eletto Presidente della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana alla quarta votazione, superando con 337 voti la soglia dei 305 richiesti dal quorum. Ha concluso il suo incarico il 29 aprile 2008.

Nel marzo 2007 viene contestato dai militanti dei Collettivi Universitari durante un convegno all'Università La Sapienza di Roma . Motivo della contestazione non aver contrastato il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan e l'appoggio alla missione militare in Libano (fine 2006).

Nel 2008, durante il corteo del primo maggio a Torino, viene contestato da alcuni giovani dei centri sociali, che gli contestano la sua partecipazione alla Fiera Internazionale del Libro, dedicata all'anniversario della fondazione dello stato di Israele.

Per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, Bertinotti si è candidato premier per la Sinistra l'Arcobaleno, che vede uniti sotto uno stesso simbolo, che non presenta la storica falce e martello, Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica. Questo simbolo non supera la quota percentuale di sbarramento per la camera dei deputati, a livello nazionale, né gli sbarramenti regionali al senato, per cui non ottiene rappresentanti in parlamento.

Diverse dichiarazioni, di esponenti politici di entrambi gli schieramenti, convergono sul fatto che la democrazia ha subito un duro colpo con l'esclusione di una parte sociale comunque presente nel territorio e non rappresentata al parlamento. D'altra parte altri esponenti politici convengono che la semplificazione del quadro politico e la sparizione della sinistra radicale siano un fatto decisamente positivo che allinea l'Italia alla maggiori democrazie europee.

Dopo la sconfitta nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, Bertinotti conferma il proprio ritiro da incarichi di direzione politica, come aveva già annunciato ancor prima della candidatura per la Sinistra l'Arcobaleno: "La mia vicenda di direzione politica termina qui, purtroppo con una sconfitta Lascio ruoli di direzione, farò il militante. Un atto di onestà intellettuale impone di riconoscere questa sconfitta come netta, dalle proporzioni impreviste che la rendono anche più ampia". Al termine del suo lavoro parlamentare, Bertinotti ha maturato un TFR di 121.068 euro e un vitalizio di 3.217 euro.

A partire da maggio 2008 Bertinotti è diventato Presidente della Fondazione Camera dei Deputati, incarico legato alla legislatura in corso.

Da giugno 2007 Bertinotti ha dato vita alla rivista Alternative per il socialismo, un bimestrale di analisi e cultura politica di cui è direttore. La rivista è nata con una finalità molto ambiziosa: contribuire alla ricerca di una cultura politica della trasformazione, oltre le “scadenze” costrittive della quotidianità politica. Queste le parole di Bertinotti a proposito del titolo: Alternative è ciò che è maturato nel nuovo secolo di critica alla globalizzazione capitalistica, e noi tra questo. Noi, è ciò che è cresciuto nel processo di rifondazione, la resistenza e la rottura, e nel suo rapporto con i movimenti. Per il socialismo è una scelta che viene motivata sulla base di quel percorso (percorsi) e che propone un’idea liberata di società aperta, sia come possibilità che come società stessa.

Per la parte superiore



Storia del Partito della Rifondazione Comunista (1994-1998)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 1994 al 1998 comprende la fase di convivenza al vertice del Prc tra il presidente Armando Cossutta e il segretario Fausto Bertinotti, fase che si concluderà con una pesante scissione del primo e la definitiva affermazione del secondo.

Il 10 maggio del 1993 Fausto Bertinotti lascia polemicamente il PDS insieme ad altri 30 sindacalisti della CGIL. Bertinotti è in quel momento il leader della corrente massimalista e minoritaria Essere sindacato della CGIL, ed è un socialista massimalista notoriamente ingraiano. Nel 1991, persa la battaglia contro lo scioglimento del PCI, come consigliato da Ingrao, aveva preferito rimanere nel PDS.

Inizialmente Bertinotti rifiuta una sua adesione al PRC finché il 17 settembre avviene la svolta: Bertinotti è pronto a prendere la tessera e Cossutta lo vuole subito segretario. Il 23 gennaio del 1994 Fausto Bertinotti diventa il secondo segretario di Rifondazione Comunista, grazie a un accordo tra Cossutta e Magri. Nel Comitato politico nazionale ottiene il voto favorevole di 160 membri su 193, un risultato che viene considerato dal politico lombardo estremamente positivo.

In conformità col mutato spirito della legge elettorale, e in vista delle elezioni politiche del 1994, il 3 febbraio viene presentata l'Alleanza dei Progressisti che comprende otto partiti di centro-sinistra, tra cui il Prc, che ne è l'ala più radicale.

Il 27 e 28 marzo si vota per il rinnovo del Parlamento e il Prc avanza ulteriormente ottenendo il 6% dei suffragi, ma la coalizione vincente è quella di Silvio Berlusconi, che diviene il nuovo Presidente del Consiglio.

Il 12 giugno, le sue prime elezioni europee fruttano 6 europarlamentari.

Il 17 dicembre il Prc propone una propria mozione di sfiducia contro il governo Berlusconi I, in autonomia da quelle di Lega Nord-Partito Popolare Italiano e del Partito Democratico della Sinistra. Il 22 dicembre Berlusconi si arrende e si dimette. Secondo alcuni esponenti comunisti, tra cui Livio Maitan, questo è il primo grande risultato a livello nazionale raggiunto da Rifondazione.

Caduto il Governo Berlusconi, il dibattito verte sul fatto se sia il caso di sciogliere le camere oppure permettere la nascita di un nuovo governo. Il nuovo governo sarebbe presieduto dall'ex-ministro berlusconiano Lamberto Dini. Un governo di tregua super-partes voluto da Lega Nord, Ppi e Pds.

Nel PRC la grande maggioranza è per il ritorno alle urne e il Cpn decide di votare no al governo Dini. Ma il 25 gennaio 1995, clamorosamente, alla Camera 14 deputati, tra i quali l'ex segretario Sergio Garavini, il capogruppo Famiano Crucianelli e Nichi Vendola, votano la fiducia al governo. Crucianelli si dimette da capogruppo e viene sostituito dal direttore di Liberazione Oliviero Diliberto (sostituito, al giornale, da Lucio Manisco). Stessa scena si ripeterà al Senato il 1° febbraio, dove il dissidente sarà Umberto Carpi, che verrà sospeso dal partito.

Per protesta contro questa decisione, il 16 febbraio Gianfranco Nappi e Martino Dorigo si dimettono dagli incarichi direttivi.

Il 7 marzo l'ala ribelle porta di nuovo i suoi voti al Senato per approvare la manovra economica bis di Dini. Il 16 marzo alla Camera si arriva al culmine: Dini pone la fiducia sulla manovra finanziaria che passa per 6 voti. Qui i 16 voti dei rifondaroli dissidenti risultano decisivi.

Il partito decide di non prendere provvedimenti disciplinari, ma chiede un «confronto» con l'ala ribelle. Confronto bruscamente interrotto il 14 giugno, quando Sergio Garavini, Luciana Castellina, Lucio Magri, 14 deputati, 3 senatori, 2 europarlamentari e un gruppo di dirigenti locali escono dal Prc per dar vita al Movimento dei Comunisti Unitari.

Intanto dall'8 aprile Liberazione diventa quotidiano.

Il 13 maggio 1995 a Milano si svolge una nutrita manifestazione indetta da Rsu e sindacalismo di base contro la riforma pensionistica di Dini. Il Prc è l’unico partito presente. Questo episodio dà la cifra di cosa sia il Prc in questa fase storica. In tanti se ne accorgono e alle elezioni regionali del 1995 Rifondazione balza all'8%. Di conseguenza nel centrosinistra si intuisce che un accordo col Prc può essere decisivo.

Il 15 luglio circa duecento dirigenti nazionali e locali di Rifondazione comunista, chiedono con una lettera a Bertinotti che il partito non stipuli accordi politico–elettorali con l'Ulivo e la Lega, rimanendo all'opposizione. Dietro questa richiesta c'è anche il leader di minoranza trotzkista Marco Ferrando.

Il 25 ottobre il centrodestra conta di far cadere il governo Dini con una mozione di sfiducia e l'appoggio dei comunisti. Ma la fiducia passa per 9 voti perché il Prc si astiene: viene presa per buona la promessa di Dini di dimettersi entro l'anno, a legge finanziaria approvata. Dini si dimetterà il 30 dicembre.

Il 6 dicembre Romano Prodi presenta il programma di governo della coalizione di centrosinistra. Il Prc boccia il documento insieme alla Federazione dei Verdi.

Il 25 febbraio 1996 il Cpn del Prc approva un «patto di desistenza» con l'Ulivo. In pratica l'Ulivo rinuncia a presentarsi in 45 collegi maggioritari "sicuri", lasciandoli al Prc che però userebbe il vecchio simbolo dell'Alleanza dei Progressisti. Un mero patto elettorale che non prevede accordi di governo.

Il 21 aprile il Prc ottiene il suo massimo storico e risulta decisivo alla Camera dei Deputati per dare una maggioranza al centrosinistra. Coerentemente col patto di desistenza, il Prc decide di dare un appoggio esterno al neonato governo Prodi I, che ottiene la fiducia dal Prc il 24 e 31 maggio. Solo la deputata Mara Malavenda il 31 maggio vota contro il Prodi I, ed esce polemicamente dal partito, ma senza un reale seguito.

I rapporti Prc-Prodi non sono però semplici e lineari, ma vengono discussi immediatamente a Roma dal III congresso del Prc, a metà dicembre 1996. A contrapporsi sono due mozioni: quella del presidente e del segretario, e quella delle opposizioni unite (trotzkisti di varia estrazione e stalinisti).

Senza sorprese passa la prima mozione con 630 voti congressuali (85,48%), contro i 107 (14,51%) della minoranza. Il partito sceglie così di «influenzare l'esperienza del governo Prodi affinché il Paese possa vivere un nuovo corso riformatore, segnando così la fuoriuscita sia rispetto alle devastanti vicende degli anni ottanta, che alle disastrose politiche neoliberiste degli anni novanta». Le parole d'ordine sono «radicalità e unità».

Il 14 gennaio 1997 Bertinotti avverte: «Prodi deve decidere se appiattirsi sulle sollecitazioni che gli vengono per mimetizzarsi in una politica moderata - e allora sarebbe inevitabile il contrasto con noi - oppure finalmente imboccare riforme a partire dal protagonismo sul contratto dei metalmeccanici».

E più o meno si andrà avanti così ogni giorno.

Il 28 settembre il Consiglio dei Ministri approva la finanziaria 1998, ma il 30, dopo lunga discussione, il Prc la rimanda al mittente. Sintetizza Marco Rizzo: «Su tutto il fronte, dal lavoro alla scuola, dagli immigrati alla questione droga, questo governo non ha mai imboccato una strada di sinistra. Ne va della nostra 'ragione sociale'».

È la crisi, anzi «la crisi più pazza del mondo», come la definirà Prodi. Per scongiurare la caduta del governo, si moltiplicano le trattative. Bertinotti vuole il ritiro della manovra, il governo è disponibile a fare delle modifiche.

Il 7 ottobre Prodi si presenta alla Camera per ricordare i successi di 500 giorni di governo e vengono avanzate modifiche su un nuovo ruolo per l'IRI, l'orario di lavoro ridotto, i ticket e le pensioni di anzianità.

Il 9 ottobre Diliberto presenta una risoluzione firmata anche da Bertinotti e Cossutta che boccia la finanziaria. Prodi non aspetta il voto e va a rassegnare le dimissioni. La crisi di governo è formalmente aperta.

Il 10 ottobre Bertinotti annuncia al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di esser pronto a sostenere un governo di programma per un anno con la stessa maggioranza.

Il 13 ottobre la soluzione alla crisi. Prc e Prodi fanno pace grazie anche al Quirinale da un lato e, dall'altro, alla discesa a Roma di una delegazione di metalmeccanici bresciani. Il Prc accetta le modifiche avanzate dal governo e il governo si impegna a varare una legge che riduca le ore settimanali di lavoro a 35 entro il 2001, in modo che «si lavori meno, per far lavorare tutti». Quanto alle pensioni, queste saranno garantite a chi ha svolto lavori usuranti e malpagati.

Il 9 novembre si svolgono le elezioni suppletive nel collegio del Mugello e il Prc presenta l'indipendente Sandro Curzi in contrapposizione all'ulivista Antonio Di Pietro e al polista Giuliano Ferrara. Finiranno rispettivamente al 13%, 68% e 16% dei voti.

A dicembre esce il nuovo numero di Rifondazione, il mensile del partito diretto da Cossutta con Rina Gagliardi, con un editoriale dal titolo «Dopo la crisi» che ha l'intento di esternare la differenza di vedute politiche e strategiche che c'è fra presidente e segretario. Scrive Cossutta sulla crisi di due mesi prima: «Non potevamo fare diversamente, non dovevamo fare diversamente. Chi aveva stabilito con noi un’intesa parlamentare non poteva non saperlo. (...) Non c’era da avere dubbi o incertezze, né ci furono, perché alla base della nostra posizione politica stava la stessa nostra ragione di esistere come libera forza politica. Eppure noi stessi non abbiamo valutato appieno, ferma restando la necessità di assumere quella posizione di rottura, tutti gli effetti della crisi».

Il riferimento è al fatto che gente comune di sinistra, pur appoggiando le ragioni rifondiste, non voleva la rottura col governo. Aggiunge Cossutta: «Si sono presentati in tutta la loro immensa dimensione nuovi 'tabù' di questa fase della nostra storia politica: primo fra tutti quello che non bisogna fare cadere il governo di centrosinistra e non tanto per i suoi valori in se stessi ma perché esso è meglio del ridare il potere nella mani delle destre di Berlusconi e Fini. C'è la difficoltà di alcuni settori del partito a rendersene conto. È venuta così allo scoperto una situazione che avevamo ben chiara sin dal nostro nascimento come partito politico ma che si è rivelata portatrice di conseguenze superiori alle nostre stesse valutazioni. Convivono nel partito condizioni differenti come se ci fossero tre partiti nello stesso partito».

Ovvero il «partito degli eletti» (compresi i dirigenti di ogni livello), il «partito degli iscritti» (120mila "compagni" parzialmente attivi), e il «partito degli elettori» (3,5 milioni). Questo fa sì che il Prc sia ancora un «partito d'opinione», cioè «una formazione politica che esprime una politica alternativa, antagonista, ma che non ha un corrispondente insediamento sociale né un'adeguata presenza organizzata. Vuole essere, deve essere un moderno partito politico di massa ma tale ancora non è».

Secondo Cossutta in Italia ci sono «due sinistre (Prc e Pds, ndr) fra di loro diverse ma che sarebbe bene non siano fra di loro contrapposte, bensì in leale competizione». Infine lancia un forte no ad un partito che faccia «mera propaganda delle sue pur fortissime ragioni».

«Oggi viene in evidenza il governo pigliatutto, la progressiva riduzione della politica all'interno della sfera del governo, che sempre di più tende ad assorbire la rappresentanza, le aggregazioni partitiche, le forme, vecchie e nuove, di organizzazione. (...) La trasformazione e il conflitto sociale rischiano così l'espulsione dalla sfera della politica. La critica delle nuove forme di organizzazione del consenso all’esistente e la costruzione di anticorpi ai processi di passivizzazione delle masse sono, all’interno di una più generale critica di questa modernizzazione capitalistica, il fondamento teorico-pratico per la ricostruzione del partito di massa».

«In Italia il bipolarismo altro non è che una scorciatoia a-democratica alla crisi di rappresentanza: nell'incapacità impossibilità di rispondere alle domande sociali, nella rinuncia a proporsi come interlocutore attivo, di mediazione e trasformazione progettuale, dei soggetti, il sistema politico si tecnicizza, si inaridisce, espelle da sé ogni finalità che non sia di natura funzionalistica. (...) L'esclusione dalla politica-gestione della contraddizione sociale e di genere, come dei bisogni più radicali, configurano quelle che il filosofo potrebbe chiamare i nuovi residui della democrazia contemporanea. Residuo sta qui per ciò che resta fuori e che non è assimilabile, sussumibile. Questi residui non sono condannati al destino dell'inerzia. Essi sono, al contrario, una risorsa potenziale per la democrazia e la trasformazione. La nostra politica deve proporsi, in primo luogo, la loro attivazione, il loro ingresso nella partecipazione».

«In linea generale, oggi, il partito comunista di massa è un soggetto politico che organizza le classi subalterne sia attorno a un programma generale di trasformazione della società nella prospettiva cioè dell'alternativa e del superamento del capitalismo, sia attorno a una proposta politica e sociale di medio periodo, incentrata sulla ricomposizione sociale e sulla crescita della partecipazione democratica. (...) Il nuovo partito di massa, se vuole diventare una costruzione politico-sociale di efficacia paragonabile a quella svolta dai partiti storici, deve operare un surplus di innovazione qualitativa, tanto nella teoria quanto nella pratica politica organizzata. In un senso preciso esso rovescia il rapporto classico tra sociale e politico: non si tratta oggi di inserire masse plebee e protestatarie nel circuito della rappresentanza istituzionale, e quindi di accorciare la distanza tra società civile e società politica, ma di ridare spessore e autonomia alla società civile contro la passivizzazione, la delega, la deriva di plebiscitarismo e personalizzazione, contribuendo alla ricostruzione della democrazia e, insieme, facendosi portatore fattivo di un nuovo assetto».

«Nel nostro paese, la storia del partito di massa ha coinciso con quella del Partito comunista italiano, straordinaria e originale costruzione politico-sociale. (...) Quel modello - il Pci - non è oggi riproducibile: come le altre esperienze del secolo, esso va riattraversato criticamente, in un paziente e rigoroso lavoro di confronto tra passato e presente, capace di ri-assumere e ri-utilizzarne le eredità, gli strumenti, le modalità tutt'oggi feconde. (...) Sia il 'modello movimentista' (oggi non dico neppure quello ideologico-settario) sia la mera riproduzione del 'modello Pci' conducono, per vie diverse, allo stesso risultato: a un partito di opinione, sradicato e minoritario nel primo caso, mero strumento di supporto alla presenza istituzionale, nel secondo caso».

«Il nuovo soggetto da costruire opera, se così si può dire, su 360 gradi: tende a esercitare la propria presenza in tutti i luoghi significativi di aggregazione, da quelli di più antico insediamento e tradizione a quelli di recentissime costituzione, a partire dalla ricerca di un rinnovato baricentro di classe. (...) la presenza nel sindacato ha una centralità e specificità indiscutibili. (...) si può e si deve tornare a ragionare in termini di costruzione di una sinistra sindacale, capace di costituire una sponda significativa per i movimenti. Dobbiamo contribuire a far crescere dentro e fuori il sindacalismo confederale un nuovo sindacalismo di classe, autonomo e di massa (...) per agire il conflitto sociale e dar vita a nuove forme di democrazia non delegata e conflittuale. (...) In secondo luogo, c'è il rapporto con la galassia dell'associazionismo, dall'Arci al volontariato, con la larga parte, insomma, delle attività che si connettono al pur ambiguo 'terzo settore'. Il partito di massa non può che porsi come un interlocutore attivo e dialogante. (...) Dalla CGIL al 'no profit', dal volontariato alla Confesercenti, il partito di massa deve dispiegare una presenza forte e organica - non una lottizzazione subalterna, non una dispersione sommatoria nei rivoli neocorporativi della società attuale».

«Il partito di massa non può in questa fase, fare a meno di un rapporto organico con le politiche di governo - nazionali e locali. I movimenti non dispongono oggi della forza necessaria per accumulare forze, spazi, esperienze tali da consentire, in sé, quel condizionamento 'dal basso' che in altre epoche è stato praticato con risultati considerevoli. Per questo sull'interrogativo classico, stare al governo o all'opposizione, che certo non può essere eluso, prende il sopravvento l'interrogativo su come si compie questa scelta. Emerge così in piena luce la ragione forte per cui abbiamo deciso, per questa fase (cioè per proporci di aprire una nuova fase riformatrice), di stare nella maggioranza ma non nel governo. Le stesse ragioni per cui dovremmo poter scegliere diversamente qualora il nostro progetto non venisse premiato».

«Rifondazione comunista è oggi un partito di opinione? Se con questo giudizio ci si riferisce allo scarto rilevante tra il consenso elettorale che il Prc ha guadagnato in questi anni e la sua consistenza organizzativa, si dice una verità parziale: che va cioè articolata e 'storicizzata'. (...) Perché non si espandono gli iscritti, i voti, le realtà organizzate, come sarebbe necessario e sembrerebbe possibile? E tuttavia la crescita del partito, nonostante tutto, si va producendo: ma con modalità disordinate, con intensità ed esiti tra di loro differenziati, e con un'efficacia che dipende in grande misura dal contesto ambientale, cioè dal grado relativo di densità della società civile e di politicità diffusa del territorio". Serve "un'innovazione della nostra cultura politica e organizzativa, della nostra prassi". Bisogna "passare dalla denuncia a una contestazione partecipata, capace di attivare un processo di trasformazione dell'esistente: cioè di immettere nella politica e nell'agire collettivo la dimensione del saper fare. Un compito tanto inedito per il partito di massa quanto necessario alla sua costruzione. (...) La dialettica che si prospettasse tra un partito degli eletti - visibile nelle istituzioni rappresentative, negli enti locali, nelle organizzazioni di massa - e un partito delle opinioni - asserragliato nei circoli di base e non produttivo di iniziativa politica - non porterebbe Rifondazione molto lontano. Il partito di massa di cui c'è oggi vitale necessità opera su tre livelli: la riorganizzazione del conflitto, dell'agire collettivo e della 'società civile densa'; la capacità di permeare la sfera del governo e dei governi delle domande dei movimenti; la ricostruzione di una teoria politica finalizzata alla ricomposizione di classe e alla trasformazione della società capitalistica. Per attraversare con efficacia questi difficili passaggi, esso deve, in senso forte, farsi società trasformando le sue sedi in punti di riferimento, pur parziali, di ricomposizione e riaggregazione sociale, in sedi del saper fare, in nuove moderne Case del popolo, laboratori, sedi di incontro attivo tra vecchi e nuovi bisogni di politica. La lezione di Antonio Gramsci torna sospingerci verso nuove frontiere e nuove casematte».

Nei numeri successivi ci saranno nuovi articoli in appoggio ora delle tesi del presidente, ora di quelle del segretario.

Il 2 marzo in Dn si scontrano Cossutta e Bertinotti sul ruolo da dare al Prc dentro la maggioranza. L'astio fra i due (e le rispettive fazioni) è ormai un continuo crescendo.

A 7 anni dalla nascita del Prc, inizia a farsi rovente la convivenza tra molti dei quali venivano dal vecchio Pci di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer, e chi veniva dalla cosiddetta "nuova sinistra" e dal socialismo radicale (Dp, Psiup, ecc...), più favorevoli a svolte movimentiste e di autonomia radicale da tutte le altre forze politiche.

Proprio quando inizia la discussione sulla legge finanziaria 1999, è evidente la rottura fra "cossuttiani" e "bertinottiani", e lo stesso responsabile economico del Prc, Nerio Nesi, viene attaccato dal segretario Bertinotti, perché favorevole al compromesso col governo.

Il 3 settembre si decide di tenere il IV congresso nei primi mesi del 1999, per una trasparente resa dei conti fra le due sottocorrenti della maggioranza.

Il 16 settembre si inizia ad analizzare la finanziaria 1999, ma Bertinotti è pessimista. Un secondo incontro avviene il 23 dove il governo presenta nuove modifiche, ma Bertinotti boccia ancora perché manca quella "svolta" tanto auspicata. Così il governo va avanti da solo e il 25 vara la manovra di 14.700 miliardi di Lire. A questo punto il 1° ottobre Prodi chiarisce che se non sarà accetta la finanziaria così com'è, il governo cadrà perché indisponibile a fare governi dalle larghe intese.

Il Comitato politico nazionale, preso atto che sono state espresse valutazioni politiche differenti sulla manovra finanziaria 1999; osservato che un punto di vista ritiene che vi siano alcuni contenuti apprezzabili rispetto alle nostre proposte e che un altro punto di vista ritiene che non vi siano scelte sufficienti a determinare quel cambiamento di indirizzi generali che abbiamo richiesto, osservato che i differenti punti di vista derivano dalla lettura di due realtà contraddittorie presenti nella manovra finanziaria, che nel particolare contiene alcune scelte che sono il frutto, sia pure parziale, delle nostre battaglie, mentre nell'insieme è insufficiente a rispondere alle necessità del paese, ritenuto necessario e possibile tenere unite e non cristallizzate entrambe le letture politiche di queste due realtà con lo sviluppo tra esse di una dialettica da consegnare in modo unitario alla discussione congressuale del Prc; ritenuto opportuno concludere la discussione con decisioni che permettano a tutto il Prc di tenere in vita il confronto politico tra tutti i punti di vista, per poter continuare a svilupparlo all'interno del nostro Prc e con un ampio confronto con i soggetti sociali; ritenuto che aprire ed organizzare questo percorso dialettico consente: di dare slancio unitario alla costruzione del Prc, di rafforzare i rapporti tra gli iscritti e con l'elettorato, di rendere il nostro Prc più forte nell'iniziativa politica e più capace di rispondere con risultati concreti alle attese di lavoro, di giustizia sociale e di democrazia; ritenuto utile a tal fine permettere che il nostro confronto si svolga senza aver già compiuto rotture che non consentirebbero di discutere e decidere avendo a disposizione l'intero arco delle strade possibili in ordine alla nostra strategia, ai programmi, al nostro modo d'essere, ai rapporti tra il Prc e le istituzioni, ai collegamenti sociali e con le altre forze democratiche e di sinistra; decide di mantenere nella agenda politica e nel percorso congressuale il confronto dialettico tra le varie letture e proposte politiche; impegna i gruppi parlamentari - a lottare sino all'ultimo minuto per ottenere nella finanziaria tutti i miglioramenti possibili ed in particolare la certezza del varo in queste settimane della legge sulla riduzione dell'orario di lavoro, di quella sulla rappresentanza sindacale già approvata dalla commissione lavoro della Camera, la garanzia sul progressivo innalzamento della scuola dell'obbligo fino a 18 anni; - a votare la finanziaria l999 con tutte le sue ombre e luci valorizzando le scelte che sono il frutto, sia pure parziale, delle nostre richieste per l'occupazione ed una maggiore giustizia sociale, mantenendo il giudizio d'insieme sull'insufficienza a corrispondere alle reali necessità del paese, ed evidenziando la diversità delle nostre proposte; impegna tutto il Prc - a finalizzare la manifestazione del 17 ottobre 1998 anche al raggiungimento degli obiettivi di miglioramento della finanziaria; - a organizzare la prossima campagna congressuale con un confronto libero, non condizionato, corale ed appassionato tra tutti noi, in ogni nostro Circolo.

No alla finanziaria, ritiro della fiducia al governo, ritorno dei comunisti all'opposizione. La manovra economica che il governo ha varato, basata su nuovi tagli a Enti Locali, Sanità, Ferrovie, Poste, su nuove privatizzazioni strategiche in ambito produttivo e bancario, su nuovi consistenti incentivi al profitto d'impresa, annovera ulteriori colpi alla condizione sociale e ai livelli occupazionali. Essa si inquadra peraltro in un rilancio del patto sociale tra Confindustria e sindacati sul terreno dell'ulteriore flessibilizzazione del lavoro, del congelamento salariale e di un grave conculcamento di diritti universali (licenziamenti e diritto di sciopero). In questo quadro le cosiddette misure "sociali" di "svolta" propagandate dall'Ulivo rivelano il loro vero significato: quello di piccole elemosine, oltretutto evanescenti o ambigue, funzionali a imbellettare una politica immutata e ad assicurarle la continuità della pace sociale. I comunisti non possono dunque che respingere la Legge Finanziaria e la proposta di scambio che il governo avanza. Qualsiasi compromesso sull'indirizzo del governo, qualsiasi avallo alla propaganda mistificatrice dell'Ulivo sulle cosiddette "concessioni" sociali della Finanziaria, non avrebbe alcun fondamento di merito e avrebbe invece gravissime conseguenze politiche: la subordinazione del Prc al governo dell'Ulivo sino alla fine della legislatura nel momento della sua massima convergenza con la Confindustria e della sua massima collisione con le esigenze dei lavoratori e dei disoccupati. I comunisti annunciano pertanto il proprio voto negativo alla Legge Finanziaria, lungo il suo intero itinerario parlamentare, respingendo le interessate pressioni del Pds volte a recuperare il nostro coinvolgimento negoziale. In questo quadro il Cpn del Prc ritira da subito la fiducia al governo Prodi e ricolloca il partito all'opposizione, dando mandato ai gruppi parlamentari di conformarsi a questa decisione. Il fallimento di una stagione politica. Il voto negativo alla Legge Finanziaria chiude un'intera stagione politica di cui è necessario un bilancio onesto. La manovra economica oggi presentata dal governa altro non è che la continuità dell'indirizzo di fondo perseguito dal governo Prodi per due anni. In nome dei parametri di Maastricht il governo dell'Ulivo ha realizzato in due anni il più imponente risanamento capitalistico d'Occidente (140 mila miliardi); un'espansione massiccia della flessibilità del lavoro (pacchetto Treu); il primato europeo nell'incentivazione all'impresa; il record europeo in fatto di privatizzazioni. I risultati di questa politica sono di dominio pubblico: l'aumento della disoccupazione, l'allargamento del precariato, la stagnazione dei salari, il crescente divario tra Nord e Sud del Paese. In altri termini un'ulteriore pesante penalizzazione delle classi subalterne a fronte della straordinaria scalata dei profitti padronali. Parallelamente l'azione del governo ha avuto un chiaro carattere controriformatore sullo stesso versante istituzionale, con la costante ricerca di un accordo con il Centrodestra; sul versante della questione scuola con l'avvio di un processo di privatizzazione strisciante e di apertura alle pressioni ecclesiastiche; sul terreno delle classi dominanti e la loro politica. Per questo non sono e non possono essere oggetto di ripensamento o di un nuovo negoziato. Peraltro la stessa scelta della rottura col governo diventa tanto più comprensibile a livello di massa se viene motivata da un bilancio complessivo dell'azione del governo, da una denuncia generale argomentata delle politiche e degli interessi sociali che esso ha rappresentato e rappresenta. È questo il modo migliore per disarmare quella volgare propaganda di governo che impugna il voto di maggioranza alle Finanziarie di ieri come arma di delegittimazione della nostra rottura di oggi. Ed è anche il modo per recuperare ed estendere un rapporto di dialogo con quel disincanto diffuso verso il governo che è maturato nel corso degli anni e non solo negli ultimi mesi. Su questi temi il Cpn impegna l'intero partito ad una vasta azione di chiarificazione e controinformazione tra le masse nei luoghi di lavoro e sul territorio. E promuove la manifestazione nazionale del 17 ottobre come occasione di grande rilancio della ritrovata opposizione comunista. Per una nuova prospettiva politica e strategica Il ritiro della fiducia al governo Prodi, a conclusione di un bilancio, richiede altresì una nuova prospettiva politica del nostro partito: una prospettiva che, alla luce dell'esperienza compiuta e della nuova collocazione del Prc, rimotivi senso e ragioni dell'azione politica dei comunisti entro il rilancio più generale di una coerente rifondazione. Rilancio e riqualificazione dell'intervento di massa Il Cpn ritiene innanzitutto indispensabile il rilancio dell'opposizione comunista sul terreno dell'intervento di massa nei movimenti di lotta, nella resistenza sociale alle politiche capitalistiche. La lotta aperta contro il patto sociale va assunta come asse centrale dell'azione comunista tra le masse e sul terreno sindacale (a partire dalla vertenza dei metalmeccanici). Ma a questo fine è necessaria una svolta della nostra azione politica. Non basta un'invocazione d'immagine delle ragioni sociali delle masse, tanto più se combinata spesso con un adattamento pratico alla burocrazia di sinistra del sindacato (v. vertice Fiom). È essenziale un intervento concreto dei comunisti nei movimenti di lotta, sulla base di una propria proposta e in una logica di egemonia alternativa ai loro apparati dirigenti.Il Cpn impegna il partito per la prossima fase: Nell'elaborazione di una proposta rivendicativa unificante del mondo del lavoro e dei disoccupati sul terreno del salario, della riduzione dell'orario di lavoro, del salario sociale ai disoccupati, della lotta per l'abolizione dei contratti flessibili e atipici. Una proposta di vertenza generale che indichi il necessario rilancio e ricomposizione del movimento e orienti, unificandola, l'azione di massa del partito nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni di massa, sul territorio con particolare attenzione alla realtà del Mezzogiorno. Nella ridefinizione di una linea d'intervento sulla questione sindacale, anche alla luce dell'obiettivo fallimento - mai discusso - delle scelte passate, in particolare in Cgil. Una ridefinizione che parta dal superamento di ogni illusione di poter condizionare la linea generale degli apparati sindacali come di ogni atteggiamento di posizionamento contrattualistico verso di essi, ma che assuma invece l'obiettivo di una reale rifondazione classista e democratica del sindacato. Al contrario: l'intervento attivo nelle contraddizioni e nella crisi del riformismo va inquadrato nell'azione di rilancio, su scala nazionale e internazionale, di un'alternativa politica alla socialdemocrazia e di un coerente programma socialista. Il Cpn impegna dunque il partito in una ricerca programmatica nuova tesa a tracciare un legame nell'azione politica dei comunisti, tra gli obiettivi immediati della riacquisita opposizione di classe e una prospettiva alternativa di società e di potere. Una riforma democratica della vita del Partito Il Cpn ritiene decisiva ai fini del rilancio dell'azione comunista una profonda riforma della vita interna al nostro Partito. La vicenda interna degli ultimi mesi, non solo ha arrecato gravi colpi alla credibilità e all'immagine pubblica del Prc, ma ha avuto gravissimo contraccolpi interni. Essa è l'espressione di questioni generali e distorsioni di fondo che da lungo tempo segnano la vita del partito e lo espongono a rischi distruttivi. Se una maggioranza, quale che sia, si identifica di fatto col partito, a partire dal monopolio della sua gestione e della sua rappresentanza istituzionale. Se l'accordo di gestione del partito e l'equilibrio delle sue maggiori cariche è, al fondo, l'elemento fondativo di una maggioranza, qualsiasi importante divergenza politica in essa, qualsiasi modificazione di un equilibrio interno ad essa, si tramuta inevitabilmente in una destabilizzazione rovinosa del partito. È necessaria dunque una svolta. Il Partito della Rifondazione comunista va rilanciato come partito di libere/i e di eguali. Maggioranze e minoranze debbono formarsi esclusivamente su basi politiche e programmatiche, entro una dialettica libera che riconosca il diritto di ogni minoranza, quale che sia, a sostenere collettivamente la propria posizione e al tempo stesso il dovere di tutto il partito di conformarsi alla linea democraticamente prevalsa a maggioranza. La libertà nel partito è il fondamento più robusto della sua unità. Il Cpn impegna dunque l'intero partito, in tutte le sue espressioni politiche, dirigenti ed istituzionali ad avviare in questo senso, una nuova stagione della vita interna del Prc con gli inevitabili adeguamenti statuari. In questo quadro generale il Cpn convoca il IV Congresso nazionale nei primi mesi del 1999, dando mandato alla Direzione nazionale di istruire una proposta da sottoporre al prossimo Cpn da convocare al più tardi entro il prossimo dicembre.

Il Comitato Politico del Prc, riunito a Roma nei giorni 3 e 4 ottobre 1998, giudica che la rottura della maggioranza che sostiene il governo comporterebbe gravissime conseguenze per il Paese sul piano democratico e sul piano sociale. In primo luogo, la nostra fuoriuscita dalla maggioranza creerebbe un solco di lunga durata, una frattura traumatica tra le forze democratiche e della sinistra. Provocherebbe un isolamento del nostro partito dalle masse popolari, dai nostri stessi elettori, dall'opinione pubblica democratica. Ci troveremmo di fronte alla nostra marginalizzazione pressoché totale, alla conseguente impossibilità di futuri accordi elettorali con il centro-sinistra, con la conseguenza di consegnare sicuramente, alle prossime elezioni, una vittoria certa a forze politiche e sociali di destra, il cui carattere eversivo non può essere sottovalutato. È a rischio l'assetto democratico dello Stato, vi è la possibilità dell'affermarsi in Italia di scelte antidemocratiche, quando non di tipo dichiaratamente autoritario. È in gioco, dunque, molto più che la mera sopravvivenza di questo governo. Il partito stesso, la cui natura è oggi evidentemente in gioco, ben al di là della pur rilevante questione della maggioranza parlamentare, assumerebbe in caso di frattura a sinistra caratteristiche di pura testimonianza, di propaganda, di estremismo sterile, del tutto estranee alla storia ed alle concezioni dei comunisti. Ma la rottura con la maggioranza comporterebbe necessariamente anche un pesante arretramento del quadro politico immediato. Un governo più spostato a destra peggiorerebbe sensibilmente le condizioni di vita dei lavoratori: già si parla di ulteriori ritocchi alla controriforma delle pensioni e della cancellazione di ogni ipotesi di riduzione dell'orario di lavoro. L'uscita del Prc dalla maggioranza è, infatti, richiesta, non a caso, proprio dalla Confindustria: una nostra decisione in tal senso farebbe, dunque, un regalo inaspettato a quanti vogliono colpire le condizioni delle classi subalterne senza aver più alcun ostacolo. Viceversa, proprio la attuale collocazione parlamentare in maggioranza, essendone parte determinante, consentirebbe il dispiegamento di un'azione politica e programmatica, ed anche di un conflitto, capace di incidere realmente sulle cose, di ottenere risultati, di spostare equilibri a vantaggio dei ceti più deboli. Una tale azione sarebbe oggi agevolata anche dal rinnovato quadro politico internazionale, caratterizzato dalla vittoria di coalizioni di centro-sinistra in quasi tutta Europa. Se rompessimo questa esperienza italiana, avremmo il triste primato di essere stati in Italia i primi in Europa a fare vincere una coalizione di centro-sinistra alleata con i comunisti, mentre nel resto del Continente governavano le destre, e di essere anche i primi a farla fallire. È evidente che una rottura di questa esperienza in Italia danneggerebbe gravemente anche le altre esperienze di governi europei guidati dalle forze progressiste. In un contesto siffatto va inserito il ragionamento sulla legge finanziaria per il 1999. Essa è senz'altro ancora largamente insufficiente: non appare in grado di affrontare i gravissimi problemi sociali del paese ed in particolare non offre risposte adeguate ai problemi drammatici dell'occupazione, del Sud e delle condizioni materiali di vita delle classi più deboli. La legge finanziaria sarebbe dovuta essere, dunque, sensibilmente diversa da quella presentata. E grave appare senza dubbio la sottovalutazione di questi problemi e del disagio sociale diffuso, da parte delle forze politiche dell'Ulivo e da parte dei sindacati confederali. Ma la legge finanziaria, così insufficiente, avrebbe anche potuto essere diversa, se diversa fosse stata la nostra azione politica, se più incisivo fosse stato il nostro atteggiamento. La legge finanziaria si sarebbe potuta correggere, migliorare, integrare, se il nostro partito e i suoi organismi dirigenti avessero incalzato nel merito, condotto una coerente e rigorosa battaglia politica entro la maggioranza del governo, a partire dal Dpef, quando le linee della finanziaria sono state anche da noi votate, e nel corso della verifica di governo del luglio 1998. Viceversa, si è scelta la strada dell'attesa, del proclama, della propaganda, condannando in modo sprezzante quei compagni che si sono cimentati nel difficile tentativo di costruire la svolta programmatica, da tutti richiesta, provando ad entrare nel merito dei problemi. Vanno, tuttavia, sicuramente non sottovalutati, nella legge finanziaria, quei segnali che mostrano una prima, parziale, ancora non sufficiente ma significativa inversione di tendenza rispetto alla politica economica dei primi due anni di azione del governo: prima casa, sgravi fiscali, tickets sanitari, pensioni sociali, lotta all'evasione e all'elusione fiscale, investimenti per l'occupazione al Sud, carbon tax, libri di testo per la scuola dell'obbligo. Segnali parziali, ma da non sottovalutare. Come appare importante l'avvio dell'iter per l'approvazione della legge sulle 35 ore e il buon andamento della legge sulla rappresentanza sindacale: leggi da noi sollecitate e sostenute. Sarebbe incomprensibile a livello di massa se noi togliessimo la fiducia al governo di fronte a questa legge finanziaria, dopo avere sostenuto le due precedenti, così gravose sul piano dei tagli e dei sacrifici, pur a fronte della nostra azione che ha consentito di tenere insieme il rigore economico ed una sostanziale equità sociale. Ma proprio l'esperienza delle precedenti due leggi finanziarie indica una via, una prospettiva di azione politica e programmatica per il nostro partito. Se si vogliono, infatti, ottenere risultati più efficaci, costruire realmente la svolta possibile, portare avanzamenti a favore delle classi lavoratrici, occorre che si prosegua un rapporto costruttivo e programmatico con la maggioranza che sostiene il governo e con il governo medesimo. Un tale rapporto non può non avere un carattere processuale, va costruito e sostenuto nel tempo, anche attraverso i necessari, aspri conflitti, ma entro un quadro unitario. Altrimenti, sarà vanificata ogni speranza reale di cambiamento, ogni ipotesi di correzione in meglio della stessa legge finanziaria. Non bisogna rassegnarsi all'impossibilità di incidere, di ottenere risultati, di battersi per il cambiamento. E ciò va, come ovvio, anche al di là della legge finanziaria in quanto tale: occorre un rilancio della complessiva azione del governo e della sua maggioranza. Occorre, in definitiva, un autentico programma di rinnovamento, che superata la dura fase del risanamento dei bilanci punti sullo sviluppo del Mezzogiorno, sull'occupazione e il rilancio dello stato sociale. Un programma che non può prescindere dalle idee, dalle elaborazioni e dall'impegno del nostro partito. Ciò si ottiene evitando atteggiamenti meramente contrattualistici, incerti tra l'estremismo verbale dei proclami e il concreto minimalismo delle proposte programmatiche. Il Cpn del Prc ritiene, dunque, che occorra rilanciare il nostro ruolo politico entro la maggioranza e nel paese.Il Cpn del Prc, altresì, è fortemente preoccupato dello stato del partito, la cui gestione interna appare oggi improntata ad atteggiamenti che esplicitamente negano ogni ipotesi unitaria e contrastano dichiaratamente lo sforzo della sintesi politica tra le diverse opinioni, richiesto viceversa da molti compagni: nei gruppi dirigenti ed alla base del patito. Il libero confronto interno appare viziato ed offuscato dal prevalere del leaderismo e da logiche autoritarie. Il Cpn del Prc esprime, dunque, una grande preoccupazione per la sorte complessiva del partito. L'appello al comune senso di responsabilità non è affatto rituale.

Il Comitato politico nazionale, riunitosi il 3-4 ottobre dopo una ampia consultazione degli e delle iscritte, approva la relazione e le conclusioni del segretario Fausto Bertinotti. Il Cpn esprime un giudizio negativo sulla finanziaria, che evidenzia una logica che si contrappone a quella della svolta, e dà mandato ai gruppi parlamentari per un voto contrario e per il ritiro della fiducia al governo. La scelta della desistenza prima e il sostegno al governo poi hanno consentito, con l'apporto di Rifondazione comunista, di battere le destre e di far nascere il governo di centro-sinistra. Grazie al Prc è stato possibile perseguire e raggiungere l'obiettivo dell'ingresso nell'Unione monetaria europea, impedendo allo stesso tempo il massacro sociale. Insieme alla difesa delle pensioni di anzianità, l'impegno assunto dal governo per la legge sulle 35 ore, a seguito della crisi dello scorso anno, hanno rappresentato un tentativo di superare la fase difensiva, introducendo nelle politiche di risanamento elementi di intervento strutturale di lotta alla disoccupazione. Ma il governo ha sostanzialmente insabbiato questo tentativo. Dopo il raggiungimento dell'obiettivo dell'euro, che ha rappresentato un elemento sovraordinatore della linea del governo, si è resa però evidente l'assenza di un progetto per lo sviluppo e per l'occupazione. Già il Dpef di maggio, infatti, presentava un carattere ambiguo: pur dichiarando come prioritario l'obiettivo dell'occupazione, questo veniva collocato in una strategia inadeguata. Gli indirizzi indicati mantenevano un carattere prevalentemente di risanamento dei bilanci e non prospettavano una vera politica riformatrice. Non a caso, i risultati elettorali delle elezioni amministrative di primavera, e in particolare l'aumento dell'astensionismo, già segnalavano un disagio sociale e di critica al governo. Insieme al dramma della disoccupazione e all'aumento di vecchie e nuove ingiustizie sociali, si sono rese percepibili una sfiducia ed una disaffezione verso la politica e le istituzioni. L'esigenza di una svolta riformatrice si è manifestata in tutta la sua portata. La necessità inderogabile, cioè, di una nuova politica economica: che salvaguardi e valorizzi le risorse ambientali, territoriali, e culturali del paese; che definisca i settori strategici in cui concentrare una qualificata politica industriale; che si doti di strumenti finalizzati ad una reale politica di sviluppo economico-occupazionale; che introduca forti elementi di giustizia sociale. Rifondazione comunista ha sviluppato a tal fine una iniziativa unitaria nel paese e con le forze del centro-sinistra, contribuendo al confronto con una proposta organica, articolata e concreta sui temi della democrazia e delle politiche economico-sociali. La finanziaria presentata consente oggi di sciogliere quei margini di ambiguità che ci avevano fatto esprimere una fiducia critica nella verifica di luglio. Nelle proposte del governo la svolta non c'è. Essa è infatti lontana dai bisogni del paese, attraversato ormai da profonde disuguaglianze sociali e in presenza di una economia che ancora deve affrontare gli effetti delle crisi internazionali. Una finanziaria che si inquadra, dopo il processo di unificazione monetaria, in una logica che non assume il tema drammatico della disoccupazione di massa, soprattutto nel mezzogiorno, come parametro di riferimento di una nuova politica economico-sociale. Le proposte avanzate si limitano infatti a finanziare l'impresa, attraverso una decontribuzione dei neo assunti senza alcuna finalizzazione sociale. Anche l'impegno per la riduzione dell'orario di lavoro, più volte assunto dal governo e non ancora tradotto in legge, viene contraddetto dall'assenza di politiche attive capaci di perseguire fin d'ora la riduzione dell'orario di lavoro in cambio di nuova occupazione e dalle politiche del governo sugli straordinari. Vengono così a mancare quelle riforme di struttura necessarie per invertire la tendenza: una politica di programmazione e politiche che mettano in moto una spinta della domanda, alimentata dalla spesa pubblica, per uscire dalle secche della depressione. Il motivo ispiratore della linea politica del governo è quella che punta ad una nuova fase della politica concertativa e di cooptazione delle forze ispirate al movimento operaio. Una linea che punta a smussare gli angoli del liberismo, che passa anche attraverso una subalternità del movimento sindacale, e che rischia di consolidarsi nell'ipotesi di patto sociale, che ha il suo punto di forza in uno scambio, illusorio, tra una sicura moderazione salariale e un rilancio occupazionale del tutto improbabile. Persino le limitate risorse a favore delle fasce più povere, di per sé sempre condivisibili, non sono per nulla in grado di rappresentare un miglioramento dello stato sociale. Invece di una terapia d'urto verso le ingiustizie sociali, si sceglie un modello in cui i diritti universali vengono derubricati e ridotti a interventi su quei settori sociali particolarmente disagiati e relegati alla marginalità. Uno stato sociale dei poveri. Così facendo il governo ha rifiutate ogni nostra proposta sui punti più esposti delle ingiustizie sociali: dalla scuola, alla sanità, alla casa. Siamo dunque a un passaggio di fase: le scelte dell'oggi segneranno le politiche del lavoro e il modello di società del domani. Per questo diciamo che la svolta non c'è. I recenti risultati elettorali in Svezia, in cui il partito della Sinistra svedese raddoppia i suoi voti, e quelli in Germania, in cui la Pds supera per la prima volta lo sbarramento del 5% e dopo 16 anni la socialdemocrazia torna al governo, testimoniano un bisogno di cambiamento, a fronte di un processo di globalizzazione che acuisce le contraddizioni tra ricchi e poveri e tende a disegnare una società in cui avanzano processi di disgregazione territoriale e sociale. La vittoria della Spd tedesca, insieme all'esperienza francese in corso, introduce elementi di novità interessanti nel quadro europeo. Pur avendo presenti limiti e difficoltà, si prospetta la possibilità di lavorare per allargare il fronte sociale e politico che tenta di costruire una dimensione alternativa alla semplice logica di mercato. Non è certo un percorso scontato, ma le forze socialdemocratiche europee si trovano di fronte a un bivio: la scelta di essere protagonisti di politiche riformatrici o semplici gestori della continuità, in una logica di pura alternanza, ai precedenti governi conservatori. D'altra parte, la politica deflattiva che ha imbrigliato la crescita per agguantare i parametri di Maastricht, crescita minacciata oggi da una crisi ancor meno controllabile in assenza di un rilancio di una spesa pubblica qualificata, rischia di far precipitare l'Europa in recessione. Una tale situazione chiede perciò un rinnovato impegno della politica. Il tema dell'alternativa si ripropone con forza ed attualità. Il Cpn impegna fin d'ora i propri dirigenti e militanti a sviluppare al massimo l'iniziativa politica, sul terreno sociale e istituzionale, a partire dalla manifestazione nazionale del 17 ottobre a Roma. Ai soggetti politici e sociali, a tutti coloro che sentono come noi l'esigenza di cambiamento, chiediamo di arricchire questa manifestazione, cercando di rappresentare insieme i bisogni e le aspettative che sentiamo crescere nel paese. Una grande iniziativa unitaria, sociale e politica, in stretta relazione con i processi europei, è infatti la condizione per spostare a sinistra il quadro politico italiano, che resta il nostro obiettivo nel momento stesso in cui produciamo una rottura con un governo che ha scelto una politica moderata. Rifondazione comunista, mentre esprime la sfiducia alle politiche economico-sociali del governo, conferma il proprio impegno e spirito unitario per tutte le questioni relative all'assetto democratico del paese e per tradurre in legge il recente accordo sulla giustizia. Il Prc, nel ribadire l'importanza di rappresentare nelle istituzioni le istanze sociali, politiche, culturali, si impegna affinché, contro le logiche referendarie in corso, si voti in parlamento una legge elettorale che garantisca rappresentanza e governabilità. Il Partito della Rifondazione comunista, in coerenza con la linea congressuale dell'autonomia e dell'unità, è impegnato a fondo nella costruzione di un nuovo partito comunista di mas sa e per far crescere un movimento di lotta ampio e unitario, capace di superare gli attuali pesanti limiti di iniziativa e per la costruzione di un sistema di alleanze sociali e politiche in grado di proporsi la conquista di un'alternativa riformatrice, che è l'unico modo di sconfiggere le destre.

Alla votazione si astengono in 3.

C'è chi fece notare che quel voto rappresentava un «atto antistatutario» perché un semplice Cpn, per quanto rappresentativo di tutto il partito, non poteva cambiare la strategia politica fondamentale del partito, cosa che poteva fare solo un congresso nazionale, cioè la massima istanza.

Il 5 ottobre Armando Cossutta si dimette da presidente del partito, mentre i parlamentari comunisti respinsero a larga maggioranza la linea di rottura con le altre forze democratiche ma affermarono che si sarebbero adeguati alle decisioni del partito. Tuttavia molti iscritti al partito, non riconoscendosi nella decisione del Cpn, si autoconvocano presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma per il 7 ottobre appellandosi perché non si arrivasse alla rottura con Prodi per impedire il probabile ritorno delle destre al potere.

Così il 9 ottobre, il capogruppo comunista alla Camera, Oliviero Diliberto, annunciò durante il dibattito sulla mozione di fiducia al governo, che la maggioranza assoluta del Gruppo parlamentare comunista avrebbe votato a favore del governo Prodi. Bertinotti si dichiarò invece per la sfiducia. Pochi minuti dopo, il governo cadeva per un voto.

Due giorni dopo, i cossuttiani della seconda mozione, con una scissione, diedero vita al Partito dei Comunisti Italiani, aderendo contestualmente all'Ulivo.

Si procede così alla costituzione di nuovi governi, prima a guida di Massimo D'Alema, poi di Giuliano Amato. Rifondazione ne rimane sempre fuori e il gelo con i partiti dell'Ulivo è destinato a durare fino al 2003.

Il 17 ottobre, nel corso di una manifestazione nazionale del Prc, si iscrive al partito Sandro Curzi che il 3 novembre sarà nominato direttore di Liberazione. Chiude invece il mensile Rifondazione.

Per la parte superiore



Partito della Rifondazione Comunista

Fausto Bertinotti

Il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), o semplicemente Rifondazione Comunista, è un partito politico della sinistra radicale, movimentista e pacifista italiana, fondato nel 1991.

Nato in contrarietà allo scioglimento del Partito Comunista Italiano, ha intensificato gradualmente i suoi rapporti con i partiti del centro-sinistra, dapprima nell'Alleanza dei Progressisti (1994), poi attraverso patti di "desistenza" con L'Ulivo (1996). Ha fornito appoggio esterno al Governo Prodi I ma, dopo averne provocato la caduta, ha interrotto questa collaborazione per poi contribuire a fondare una nuova coalizione di centro-sinistra, L'Unione, nel 2005. Nel 2008, insieme agli altri partiti della sinistra radicale, ha promosso la formazione del cartello La Sinistra - l'Arcobaleno.

Il principale esponente del partito è stato Fausto Bertinotti, che ne è stato segretario per 12 anni (dal 1994 al 2006) fino alla sua elezione a Presidente della Camera dei Deputati nella XV Legislatura. Da luglio 2008 il segretario è Paolo Ferrero.

Gli iscritti al partito sotto i 30 anni si riuniscono nella struttura parallela dei Giovani Comunisti, ma il partito sostiene anche collettivi studenteschi e movimenti universitari.

Il PRC nasce inizialmente come Movimento per la Rifondazione Comunista (MRC) nel febbraio 1991 a Rimini dove si svolge il XX e ultimo congresso del Partito Comunista Italiano. I fondatori del MRC cercano di mantenere logo e denominazione del vecchio PCI, ma quest'ultimo si trasforma ufficialmente in Partito Democratico della Sinistra, che ne è l'erede legale. Così si opta per assumere, come nome del partito, quello della mozione che si opponeva allo scioglimento: "Rifondazione Comunista". Sergio Garavini viene eletto coordinatore nazionale.

Il PRC deve ben presto fare i conti con la fine dell'URSS e l'inizio di Mani Pulite, ma nonostante ciò i consensi sono stabili intorno al 6% e gli iscritti in crescita. Tuttavia col tempo si acuisce la spaccatura fra il segretario Garavini e il neo-eletto presidente Armando Cossutta. Garavini forza i meccanismi decisionali per imporre la sua linea politica e ben presto viene accusato di "leaderismo" dai cossuttiani. Nel maggio del 1993 la direzione nazionale boccia la proposta di Garavini di un'unità d'azione col PDS: la bocciatura suona come una sfiducia al segretario che a giugno rassegna le proprie dimissioni. Fino al secondo congresso il PRC viene retto da un direttorio e intanto, nel 1993, muore Lucio Libertini, suo prestigioso cofondatore.

Nel 1993 Fausto Bertinotti lascia polemicamente il PDS. Bertinotti è in quel momento il leader della corrente massimalista e minoritaria Essere sindacato della CGIL, ed è notoriamente ingraiano. Nel 1991, persa la battaglia contro lo scioglimento del PCI, come consigliato da Ingrao, aveva preferito rimanere nel PDS.

Inizialmente Bertinotti rifiuta una sua adesione al PRC; poi, il 17 settembre, avviene la svolta: Bertinotti è pronto ad aderirvi e Cossutta lo vuole subito segretario. Il 23 gennaio del 1994 Fausto Bertinotti diventa il secondo segretario di Rifondazione Comunista, grazie a un accordo tra Cossutta e Magri. Nel Comitato politico nazionale ottiene il voto favorevole di 160 membri su 193, un risultato che viene considerato dal politico lombardo estremamente positivo.

Di lì a poco ci sono le prime elezioni politiche con sistema maggioritario e il PRC aderisce all'Alleanza dei Progressisti che comprende otto partiti di sinistra. Alle elezioni raggiunge il 6% dei voti, ma la coalizione vincente è quella di centrodestra, che elegge Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio. Il 12 giugno, le prime elezioni europee fruttano 6 europarlamentari ai comunisti. Il 17 dicembre il PRC propone una propria mozione di sfiducia contro il primo governo Berlusconi, in autonomia da quelle di Lega Nord-PPI e del PDS. Il 22 dicembre Berlusconi si dimette: secondo alcuni esponenti comunisti, tra cui Livio Maitan, questo è il primo grande risultato a livello nazionale raggiunto da Rifondazione.

Rifondazione Comunista è divisa sulla fase apertasi con le dimissioni di Berlusconi: nel gennaio del 1995 alla Camera 14 deputati, tra i quali Garavini e il capogruppo Famiano Crucianelli, votano la fiducia al governo di Lamberto Dini, ex ministro berlusconiano sostenuto dalla Lega Nord, dal PPI e dal PDS. Anche se i voti dei deputati comunisti non sono decisivi (il governo Dini si salva grazie all'astensione di molti parlamentari del centrodestra), all'interno del PRC scoppiano le polemiche riguardo la mancata osservazione dell'indicazione del partito da parte dei 14 politici.

Crucianelli si dimette da capogruppo e viene sostituito da Oliviero Diliberto. Nel frattempo i dissidenti (tra questi anche Nichi Vendola) sosterranno anche la manovra economica bis di Dini del marzo del 1995: il partito chiede un «confronto» con l'ala destra ribelle, ma a giugno 19 tra deputati, senatori ed europarlamentari, guidati da Sergio Garavini, escono dal PRC per dar vita al Movimento dei Comunisti Unitari, che tre anni dopo confluirà nei Democratici di Sinistra.

Alle elezioni regionali del 1995, Rifondazione sale all'8% grazie alla battaglia contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Dini. Di conseguenza il centrosinistra si rende disponibile ad un accordo elettorale con il PRC per le politiche dell'anno successivo, a ciò si oppone la minoranza trotzkista guidata da Marco Ferrando.

Il 25 ottobre il centrodestra propone una mozione di sfiducia al governo, che passa per 9 voti grazie all'astensione del PRC, che aveva strappato al governo le dimissioni per il successivo dicembre. Il 6 dicembre Romano Prodi presenta il programma di governo della nuova coalizione di centrosinistra, denominata L'Ulivo: il PRC boccia il documento insieme ai Verdi. Nel febbraio del 1996, però, il Comitato politico nazionale del PRC approva un «patto di desistenza» con l'Ulivo: l'Ulivo rinuncia a presentarsi in 45 collegi maggioritari "sicuri", lasciandoli al PRC che però dovrà presentarsi col vecchio simbolo dell'Alleanza dei Progressisti.

Il 21 aprile il PRC ottiene il suo massimo storico (fino ad allora) e risulta decisivo alla Camera per dare una maggioranza al centrosinistra. Il PRC decide di dare un appoggio esterno (dunque senza ministri e sottosegretari) al neonato primo governo Prodi, solo la deputata Mara Malavenda vota contro il governo ed esce dal partito fondando i Cobas per l'Autorganizzazione.

Al III congresso del Prc, avvenuto nel dicembre del 1996, la mozione di Cossutta-Bertinotti favorevole a «influenzare l'esperienza del governo Prodi» ottiene l'85,48% dei consensi. Nel gennaio del 1997 Bertinotti, però, comincia a criticare l'operato del governo, in particolare sulle politiche per i metalmeccanici. Il 9 ottobre Diliberto presenta una risoluzione firmata anche da Bertinotti e Cossutta che boccia la finanziaria presentata dal governo. Prodi non aspetta il voto e va a rassegnare le dimissioni. La crisi di governo è formalmente aperta ma il 13 ottobre il PRC e Prodi fanno pace grazie alla mediazione del Presidente della Repubblica Scalfaro. Il PRC accetta le modifiche avanzate dal governo e l'esecutivo si impegna a varare una legge che riduca le ore settimanali di lavoro a 35 entro il 2001 e a garantire adeguate pensioni a chi ha svolto lavori usuranti. Tuttavia Bertinotti non è soddisfatto e Cossutta inizia a temere che il segretario voglia far cadere il governo e imprimere una svolta massimalista al partito.

Tra il dicembre del 1997 ed il gennaio del 1998 Rifondazione, il mensile del partito, diviene così luogo dello scontro tra la linea del presidente Cossutta e quella del segretario Bertinotti. La maggioranza del partito si divide tra cossuttiani, soprattutto militanti dell'ex PCI, e bertinottiani, prevalentemente ex militanti della cosiddetta "nuova sinistra" e del socialismo radicale (Dp, Psiup, ecc...). L'opposizione verte sia sul modo di gestire il partito, sia sul rapporto col governo, sia sulla linea politica. Il 3 settembre si decide di tenere il IV congresso nei primi mesi del 1999, per una trasparente resa dei conti fra le due sottocorrenti.

Il 16 settembre il governo presenta la finanziaria 1999. Bertinotti vuole chiudere col governo, Cossutta è per la trattativa. Nel Cpn del Prc del 3 e 4 ottobre, prevale la mozione anti-governativa di Bertinotti (188 voti), sostenuta anche da cossuttiani dissidenti e dai neotrotzkisti di Bandiera Rossa. La mozione Cossutta ottiene 112 voti, quella Ferrando, anch'essa anti-governativa, ottiene 24 voti. Il 5 ottobre Armando Cossutta si dimette da presidente del partito. Molti iscritti al partito si autoconvocarono, allora, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma per impedire la rottura con il governo, ma Bertinotti è irremovibile.

Il 9 ottobre il capogruppo alla Camera, Oliviero Diliberto, annuncia che la maggioranza assoluta del Gruppo parlamentare comunista avrebbe votato a favore del governo Prodi. Bertinotti si dichiara invece per la sfiducia e Diliberto ha il compito di spiegare a Montecitorio i motivi per cui Rifondazione non rinnova la fiducia all'esecutivo, scelta che lui per primo non condivide. Al termine delle dichiarazioni di voto e delle operazioni di conta, il governo cade per un solo voto. Due giorni dopo i sostenitori della mozione di Cossutta abbandonarono il PRC per dare vita al Partito dei Comunisti Italiani. Si procedette così alla costituzione di nuovi governi di centro-sinistra, prima a guida di Massimo D'Alema poi di Giuliano Amato, sostenuti organicamente dal PdCI, ma non dal PRC.

La fuoriuscita dei Comunisti Italiani spinge Rifondazione a sviluppare un nuovo corso più movimentista secondo le idee ingraiane e massimaliste del suo leader. La scissione cossuttiana indebolì il partito di voti, iscritti e risorse economiche, tanto che viene sospesa la pubblicazione di Rifondazione.

Nel 1999 si svolge il IV congresso del Prc che vede presentate due mozioni: quella del segretario, sostenuta da bertinottiani, ex-cossuttiani e maitaniani (Bandiera Rossa), e quella trotzkista radicale di Ferrando, Grisolia e Ricci. La prima mozione passa con l'84% dei voti. Per la prima volta la parola "Rifondazione" fa ingresso nel simbolo del partito. Bertinotti non chiude però del tutto le porte al centro-sinistra, soprattutto a livello locale. A giugno le elezioni europee del 1999 sono un fiasco, il PRC ottiene il 4% dei voti (contro l'8% delle politiche). Il calo è solo in parte spiegato dal 2% del Pdci. Nel Cpn del 4 luglio, Bertinotti avanza l'idea di un «forum» aperto alla «sinistra antagonista ed ai movimenti anti-liberisti».

Il PRC non riesce, però, a cogliere l'ampiezza del "fenomeno movimenti", tanto che a Seattle per protestare contro il terzo meeting dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sarà presente la sola presidente dei Verdi, Grazia Francescato. Il Prc non parteciperà, del resto, ad analoghi momenti organizzati dal "popolo di Seattle" durante il 2000. Il Prc preferisce puntare molto sulla Conferenza intergovernativa dell'Unione Europea di Nizza del dicembre 2000. Il successo dell'iniziativa, alla quale partecipano solo PRC e Verdi, permise al partito di guardare in modo nuovo al rapporto con i movimenti.

In aprile, alle elezioni regionali il PRC preferisce fare accordi di desistenza con il centrosinistra in tutte le regioni tranne che in Toscana, ma in Lombardia molti dirigenti locali di Rifondazione non sostengono il candidato dell'Ulivo Mino Martinazzoli e preferiscono schierarsi con Nerio Nesi del Pdci; cosa analoga accade in Piemonte dove alcuni rifondini votano la verde Francesca Calvo e non l'ulivista Livia Turco). Ciò nonostante la Casa delle Libertà, la nuova coalizione del centrodestra, vince in ben 8 regioni su 15.

Dopo la contestazione di Nizza e con l'avvicinarsi del ritorno del centrodestra al governo, Bertinotti decide di puntare ideologicamente verso un partito più marxista e meno leninista, più movimentista e di opposizione. Si va quindi verso una rifondazione del partito su basi totalmente nuove. Il disegno del segretario non è esplicitato subito e si concretizza per tappe. A prima tappa è il 21 gennaio del 2001, quando in occasione degli ottant'anni dalla fondazione del Pci, a Livorno Bertinotti chiede ai militanti di riscoprire la radice marxista, ma di sradicare dal partito qualsiasi residuo di stalinismo.

Il 13 maggio dello stesso anno sono previste le elezioni politiche: dopo una lunga trattativa tra Ulivo e PRC, Rifondazione decide alla Camera di concorrere solo nella quota proporzionale (patto di "non belligeranza"), e di presentarsi al Senato come forza indipendente. I risultati non sono dei migliori, anche se il Prc risulta l'unico partito fuori dai poli a superare lo sbarramento del 4% (ottenne infatti il 5%), ma al Senato il mancato accordo tra Ulivo e Prc permette ai conservatori di conquistare ben 40 seggi. Per questo motivo il Prc sarà oggetto di durissime critiche da parte del centrosinistra.

Il Prc continua nel dialogo con i movimenti e si rende tra i principali protagonisti del del Genoa Social Forum (vedi Fatti del G8 di Genova), aggregazione di associazioni anti-G8, il cui portavoce è Vittorio Agnoletto, già candidato dal Prc alla Camera e proveniente da Dp. Gli scontri di Genova e i suoi giovani anticapitalisti sembrano indicare definitivamente al gruppo dirigente del Prc lo sbocco naturale del bertinottismo: i movimenti no-global.

Più tardi la stagione delle guerre Usa (Afghanistan, Iraq) accentua nel PRC l'antimilitarismo e il pacifismo, tanto che il 5 marzo 2003, Bertinotti aderisce, con altri esponenti politici e sindacali, a una giornata di digiuno indetta dal Vaticano «contro la guerra e il terrorismo». Dal 14 ottobre 2001 il PRC partecipa stabilmente alla tradizionale Marcia per la pace Perugia-Assisi e Bertinotti spinge affinché il pacifismo di Rifondazione approdi alla vera e propria nonviolenza.

Al Cpn del 15 e 16 dicembre 2001 vengono intanto approvate le 63 tesi su cui verterà il successivo V congresso del partito. A redigerle è Paolo Ferrero, già trotzkista all'opposizione nel partito, e ora l'uomo che Bertinotti ha voluto per far svoltare il partito.

Il 4 aprile del 2002 si apre così il V congresso del Prc. Nella sua relazione introduttiva, Fausto Bertinotti pone subito «il problema della costruzione di un nuovo progetto politico», per «costruire un'alternativa di modello sociale e di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo, fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare la politica, a partire dalla ripresa della sua ambizione più alta, quella di trasformare la società capitalistica», Bertinotti ribadisce anche che «lo stalinismo è incompatibile col comunismo» e pone come alternativa il modello proposto da Frei Betto.

Sul fronte lavoro, il Prc si impegna per la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che dal 17 agosto 2001 Banca d'Italia, Confindustria e Governo spingono per l'abrogazione. Bertinotti lancia la proposta di un referendum che estenda le tutele dell'articolo 18 anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. La proposta referendaria è accolta favorevolmente dai Verdi, dalla corrente Ds Socialismo 2000 di Cesare Salvi, dalla Fiom e da parte della Cgil. Nel frattempo, dopo la grande mobilitazione sindacale guidata dalla Cgil del marzo 2002, il governo Berlusconi rinuncia a modificare l'articolo 18. Tuttavia la consultazione referendaria si terrà comunque nel giugno 2003 risultando però nulla data la scarsa aflfuenza alle urne (25,5% degli aventi diritto, 10.572.538 i "sì").

Nel medesimo periodo nel PRC nascono prese di posizione contro Cuba: il 29 aprile del 2003 alla Camera si vota sulle misure da prendere contro lo stato caraibico che in quei giorni aveva incarcerato 75 oppositori di destra e ne aveva fucilato altri 3, rei di aver dirottato un traghetto nel porto de L'Avana.

Vengono approntate 4 distinte mozioni dalla CdL, dall'Ulivo, dal Prc e dal Pdci. Solo quella del Pdci non condanna Cuba. Le risoluzioni dell'Ulivo e di Rifondazione, pur non invocando le sanzioni, condannano entrambe il regime castrista. Il Prc, in tal modo, inizia l'allontanamento dal governo di Fidel Castro.

Nel Cpn del 3 e 4 maggio, Bertinotti viene bersagliato da forti critiche per la scelta su Cuba. Il segretario chiarisce che «la questione sulla pena di morte non è solo una questione etica, ma anche politica. La pena di morte va rifiutata hic et nunc, senza se e senza ma. Non credo che la divergenza verta sulla storia di Cuba».

Il 9 maggio esce su Liberazione un articolo di Fulvio Grimaldi (già giornalista del Tg3) in difesa di Fidel Castro. Il giorno dopo Grimaldi viene sostituito con Fabrizio Giovenale. Il caso Castro si riaprirà nel Prc in occasione della convocazione a L'Avana di più di 600 personalità di 70 paesi per un "Incontro Internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia" da tenersi nel giugno del 2005. A rappresentare l'Italia, Cuba invita solo il Pdci ed esclude il Prc, ma accetta comunque una delegazione della corrente L'Ernesto, guidata da Claudio Grassi. Il responsabile esteri Gennaro Migliore afferma: «È un fatto singolare, grave e incongruo nei rapporti tra i nostri partiti, che sono stati sempre corretti. Rifondazione è solidale con le lotte del popolo cubano, ma rivendica la possibilità di criticare quanto non va in quella esperienza».

Verso l'Ulivo invece è disgelo: il 6 marzo 2003 a Montecitorio tutti i leader de L'Ulivo tornano a sedersi a un tavolo con Bertinotti. Alla fine dell'incontro con L'Ulivo, vengono anche costituite tre commissioni paritetiche per creare delle prime convergenze di programma. Il 16 maggio Bertinotti precisa la sua idea di accordo organico con L'Ulivo: «Siamo disponibili solo a un accordo di programma, non a riesumare vecchie formule come la desistenza».

Il 17 giugno la Direzione Nazionale del Partito, riunita per analizzare il risultato referendario, dà il via libera alla ricerca di nuove intese con l'Ulivo, con 21 voti favorevoli, 5 contrari (tutti della corrente Ferrando), e 10 astenuti. Ferrando è contrario e chiede di «avviare immediatamente un congresso straordinario». Anche il Cpn del 28 e 29 giugno sarà d'accordo, e stavolta il documento sarà votato da tutta la maggioranza uscita dall'ultimo congresso (68 sì, 14 no, 1 astensione). Viene così definitivamente abbandonata l'idea lanciata nel 2000 di «rompere la gabbia del centrosinistra». Secondo i bertinottiani perché questa è stata rotta, mentre per le opposizioni interne così facendo il Prc accetta di entrare nella gabbia e in modo docile.

Pochi mesi dopo Bertinotti imprime l'accelerazione sulla rifondazione del partito e fa definitivamente sterzare il partito verso la nonviolenza, generando lacerazioni consistenti nel Partito.

Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.

La fondazione della SE lascia buona parte del Partito contrariata, prevalentemente perché l'adesione non è preventivamente passata per gli organi decisionali del Partito (in primo luogo il CPN). Il malumore emergerà nella Direzione Nazionale del 28 gennaio, dove l'adesione alla SE passa con appena 21 sì, 17 no (tra cui due "bertinottiani") e un'astensione. Il 6 e 7 marzo tocca al Cpn la decisione definitiva. La maggioranza si sfalda e vengono presentati 5 documenti. Il documento del segretario passa comunque con 67 sì e 53 no. Viene così modificato anche il simbolo del Prc, dove viene aggiunta un'"unghia" rossa con scritto Sinistra Europea. Nello stesso Cpn passa anche la linea di proseguire l'unità d'azione col centrosinistra con 82 sì ("bertinottiani" e "grassiani").

Con questo voto positivo, il Prc può partecipare l'8 e 9 maggio a Roma al Congresso fondativo della SE, dove Fausto Bertinotti viene eletto presidente all'unanimità.

L'11 ottobre del 2004 tutti i partiti dell'Ulivo decidono di allargare la coalizione all'Italia dei Valori e a Rifondazione Comunista e danno vita alla Grande Alleanza Democratica (Gad).

Contestualmente la neonata Gad decide di tenere delle elezioni primarie per trovare un proprio leader «entro febbraio» 2005.

Durante l'autunno 2004, Bertinotti incomincia un duro braccio di ferro con la Gad per imporre la candidatura di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia, in alternativa a quella dell'esponente della Margherita Francesco Boccia. Il 20 dicembre si arriva al compromesso di organizzare delle elezioni primarie in Puglia tra Boccia e Vendola per il 16 gennaio 2005. A sorpresa vince Vendola, seppur di strettissima misura e nonostante il fatto che tutti gli altri partiti del centrosinistra, compreso il Pdci, si fossero schierati col suo rivale.

Due giorni dopo, 18 gennaio, la Gad a Roma decide di rinviare le primarie nazionali a maggio. Bertinotti lancia con decisione la sua candidatura, mentre si aggiungono anche quelle di Alfonso Pecoraro Scanio e di Antonio Di Pietro.

Nel mezzo si svolgono le regionali in 14 regioni il 3 e il 4 aprile e un nuovo cambio di nome: la Gad diventa l'Unione. L'Unione vince in 12 regioni su 14, compresa la Puglia con Vendola, che diventa il primo presidente di regione della storia del Prc.

In ottobre la partecipazione alle elezioni primarie per il candidato dell'Unione alla presidenza del Consiglio sarà superiore di sette volte rispetto ai pronostici, ma Bertinotti arriva secondo dietro Prodi, raccogliendo 631.592 voti ovvero il 14,7% dei votanti, un risultato che viene giudicato dagli analisti leggermente negativo, creando ulteriori malumori nell'opposizione del partito.

Dal 2004 il Prc si ritrova diviso in due su moltissime questioni e Bertinotti riesce a far passare le sue proposte in Dn e Cpn con margini molto ristretti. In un simile clima, il VI congresso si pone come un vero e proprio regolamento di conti fra correnti. Nel Cpn del 30 e 31 ottobre la maggioranza decide di andare a un congresso a mozioni contrapposte, scontentando l'Ernesto che chiedeva un congresso a tesi emendabili.

Il Cpn del 20 e 21 novembre licenzia ben 5 documenti congressuali, rappresentativi delle 5 anime del partito. La mozione congressuale ("L'alternativa di società") di Bertinotti ottengono il 59% dei voti. La tesi vincente dei bertinottiani si presenta in forma molto snella e conferma tutte le svolte degli ultimi anni. I congressi di circolo si giocano in un clima teso e di sospetto, perché le minoranze denunciano un aumento imprevisto e eccessivo di tesserati che, a loro dire, servono a far vincere agilmente il congresso a Bertinotti.

Il 3 marzo al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, si apre quello che verrà da molti ricordato come il congresso più violento del Prc. Bertinotti può contare su 409 delegati, Grassi su 181, Ferrando e Malabarba su 45 ciascuno e Bellotti su 11. Bertinotti apre assicurando che è l'ultima volta che si fa eleggere segretario e che punta a un «ricambio generazionale» con i giovani che non hanno conosciuto il Partito Comunista Italiano o Democrazia Proletaria. Negli stessi giorni del congresso, Pietro Ingrao e Pietro Folena (Ds) si avvicinano a Rifondazione, il primo aderendovi. Bertinotti viene rieletto dal Cpn con 143 sì, 85 no e 2 astenuti (30 i non partecipanti al voto), nonostante le 4 minoranze abbiano poi deciso di coalizzarsi quando hanno saputo che la segreteria non sarebbe stata più unitaria (cioè rappresentativa di tutte e 5 le mozioni), ma solo di esponenti vicini al nuovo segretario. In ogni caso il congresso dà il via libero definitivo al Prc di essere forza di governo in caso di vittoria de l'Unione nel 2006.

Alla fine del 2005, dopo tre legislature, viene ripristinata una legge elettorale proporzionale, da sempre gradita al Prc, ma stavolta con liste bloccate. Il Cpn del Prc, a maggioranza, approva le candidature del partito, tra cui vari indipendenti, come Francesco Caruso, noto leader no-global, e la transgender Vladimiro Guadagno in arte Vladimir Luxuria. Alle minoranze (rappresentative di oltre il 40,5 del partito) vengono anche assicurati 9 candidati sicuramente vittoriosi pari al 14% degli eletti totali. Trova posto in Senato anche Marco Ferrando, capofila della minoranza troskista. La candidatura di Ferrando farà più discutere, perché questi dichiarerà - in una intervista al Corriere della Sera - di stare dalla parte dei resistenti iracheni anche quando sparano contro gli italiani. La segreteria nazionale escluderà allora Ferrando dalle elezioni, sostituendolo con la pacifista Lidia Menapace.

Alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006, l'Unione ottiene una vittoria di misura e Rifondazione Comunista ottiene un grande successo al Senato della Repubblica con il 7,4%, mentre alla Camera dei Deputati conferma la sua forza con il 5,8%.

Grazie alla nuova legge elettorale, Rifondazione è la lista che più ha guadagnato in termini di seggi: 52 in più rispetto al 2001, (41 deputati e 27 senatori). In Basilicata, per la prima volta, il Prc elegge un senatore ed in Sardegna passa dal 4% all'8,2%. Nelle aree metropolitane ottiene risultati migliori che in quelle rurali, ad esempio a Napoli il Prc ha ottenuto il 9,7%. In alcune province il Prc si posiziona come secondo partito dell'Unione, sorpassando la Margherita: è successo a Roma, con il 9,4% di preferenze al Senato (7,9% alla Camera), a Livorno che supera il 18%, a Massa con il 15%, a Firenze con l'11%, a Pisa con il 12%, a Perugia e a Lucca con il 10%.

Fausto Bertinotti il 29 aprile viene eletto Presidente della Camera dei deputati alla quarta votazione. A seguito della sua elezione, il Cpn del 7 maggio elegge Franco Giordano nuovo Segretario Nazionale del Partito.

L'entrata al governo non piace alla sinistra del Prc in particolare a Progetto Comunista, la corrente del partito con le posizioni più estreme, contraria alla coalizione de L'Unione e trotskista, il suo portavoce era Marco Ferrando. Nel congresso del 2002 raccolse oltre l'11% dei consensi presentandosi insieme con il gruppo denominato FalceMartello. Riferimento internazionale dell'area era il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, organizzazione trotzkista scissasi dal Segretariato Unificato nel 1997 con sede a Buenos Aires. Al sesto congresso ha ottenuto il 6,5% dei voti. Con la candidatura a parlamentare (poi ritirata dagli organismi dirigenti nazionali del PRC) di Marco Ferrando, l'area si divise. Alcuni, infatti, capeggiati da Francesco Ricci fondarono un nuovo gruppo: PC-ROL.

Il 22 aprile 2006 il PRC perderà l'area PC-ROL (poi Partito di Alternativa Comunista), quindi il 18 giugno fuoriesce il gruppo fedele a Ferrando che darà vita al Partito Comunista dei Lavoratori, infine nel dicembre 2006 il Partito perde il gruppo guidato da Luigi Izzo (Progetto Comunista -Area Programmatica, scissosi da Progetto Comunista nel 2003) che prenderà il nome di Associazione Unità Comunista; della terza mozione del VI Congresso rimarrà nel Partito solo il gruppo guidato da Marco Veruggio, Alì Ghaderi e Bruno Manganaro che non condividendo la scissione si costituiscono nell'area Controcorrente.

Il 17 maggio 2006 nasce il governo Prodi II e, per la prima volta in 15 anni di vita, Rifondazione aderisce direttamente con una sua delegazione ad un esecutivo.

Unico ministro di Rifondazione è Paolo Ferrero, con delega alla Solidarietà Sociale. Patrizia Sentinelli è viceministro agli Esteri; mentre i 6 sottosegretari sono Alfonso Gianni (Attività Produttive), Franco Bonato (Interno), Danielle Mazzonis (Beni Culturali), Donatella Linguiti (Pari Opportunità), Laura Marchetti (Ambiente) e Rosa Rinaldi (Lavoro). Il nuovo presidente del gruppo alla Camera è Gennaro Migliore. Al Senato capogruppo è Giovanni Russo Spena.

Il PRC non vive una fase serena. Da subito, infatti, vengono al pettine i nodi della difficile convivenza tra le istanze di chi come il Prc si fa portatore di politiche di marcata discontinuità col passato, e chi invece preferisce attuare politiche più moderate. Malgrado il programma comune de l'Unione, il Prc percepisce ben presto di essere in difficoltà, stritolata tra lealtà istituzionale (rafforzata dalla delicata presenza di Bertinotti alla presidenza della Camera) e di coalizione, e lealtà verso il proprio elettorato di riferimento.

Chi maldigerisce la situazione lo manifesta subito: il 19 luglio si dimette da deputato Paolo Cacciari che, insieme ad altri rifondaroli di minoranza, aveva dichiarato di essere pronto a votare contro il rifinanziamento delle missioni all'estero. Nascono i cosiddetti "senatori dissidenti" che sarebbero poi stati minacciati di espulsione dal segretario Giordano. Le dimissioni di Cacciari vengono però respinte dai suoi colleghi.

Poco dopo tornano le manifestazioni di piazza contro la legge finanziaria del 2007. Vi partecipano, non senza polemiche, esponenti di Rifondazione.

Per riportare la quiete nel partito, a dicembre viene lanciata l'idea di una "Conferenza Nazionale di Organizzazione" per la fine di marzo del 2007, nell'intento di svolgere delle assemblee di partito di ogni grado come in un congresso, dove poter però verificare lo stato di salute del partito stesso.

Il 21 febbraio 2007 Prodi si dimette e segue una crisi di una settimana, causata dalla mancata approvazione al Senato dell'ordine del giorno sulla politica estera. La bocciatura avviene sostanzialmente per il mancato appoggio di tre senatori a vita, ma non erano mancate le strumentalizzazioni per la non partecipazione al voto del senatore di Rifondazione e storico esponente dell'area Sinistra Critica Franco Turigliatto, uscito polemicamente dall'Aula insieme al senatore Fernando Rossi. Il senatore viene quindi sanzionato con la pena massima dell'allontanamento dal Partito per due anni (art. 52 dello Statuto del Prc) (viene dunque espulso) dal partito. Il senatore Turigliatto decide dunque le sue dimissioni da senatore inviando una lettera al Presidente Marini, poco tempo dopo però ritira le sue dimissioni (dopo che un'assemblea della sua corrente glielo aveva richiesto) e conserva dunque il seggio in Senato.

È comunque una svolta. Da un lato la parte più radicale del Prc solidarizza con Turigliatto ritenendo eccessivo il ricorso all'allontamento e allargando il divario con la maggioranza bertinottiana, dall'altra quest'ultima capisce che sarà dura se non impossibile continuare a stare al governo (nel frattempo ripresosi) con tali fibrillazioni interne ed esterne. Così, dopo 10 mesi di silenzio, Bertinotti decide di riprendere in mano la situazione e di proporre una soluzione.

Il 25 febbraio Bertinotti lancia infatti dalla prima pagina di Liberazione l'idea di riunire la sinistra per rafforzarla, cosa che Rifondazione voleva in verità già concretizzare con la fondazione della sezione italiana della Sinistra Europea. La novità consiste però nel non escludere il Pdci, come finora era accaduto, ponendo l'idea di un'unità generica, che non implichi la Se, come da anni chiedeva il partito di Diliberto.

Alla Conferenza di organizzazione le minoranze interne al partito pongono alcune questioni critiche: Essere Comunisti si spacca e l'area de "L'Ernesto" (dal nome della rivista, erede dell'esperienza di "Interstampa") si organizza autonomamente. Sinistra Critica, chiamata anche Erre (dalla rivista), che aveva come leader l'ex - senatore Luigi Malabarba ed erede della corrente fondata da Livio Maitan Bandiera rossa (dal nome della rivista), e contraria già nel 2004 all'entrata del PRC in un possibile governo di centrosinistra l'(11 giugno) inizia il percorso politico che porterà alla fuoriuscita dal partito. Il riferimento internazionale della corrente (che sostiene la scissione dal PRC) è il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, una delle maggiori organizzazioni internazionali trotzkiste. Nell'ultimo congresso a cui si era presentata si era attestata al 6,5%.

Si vanno delineando due tendenze, una legata alla volontà di Fausto Bertinotti di lavorare per un nuovo partito di sinistra che nasca dalla fusione dei partiti a sinistra del costituendo Partito Democratico, superando così il Prc, ma anche la stessa sezione italiana della Sinistra Europea, la quale finalmente vede la luce il 17 giugno e altri esponenti della maggioranza interna, più vicini al segretario Giordano, e le minoranze seppur con diversi accenti, che preferiscono una prospettiva di confederazione che concretizzi l'unità a sinistra, ma senza arrivare a uno scioglimento dei partiti esistenti.

Alle amministrative 2007, Rifondazione subisce varie sconfitte passando mediamente dal 6% al 4% e perdendo alle provinciali circa 30.000 voti; il 9 giugno fallisce il sit-in a Roma, insieme alle altre forze della sinistra di governo, contro la visita del Presidente degli Stati Uniti Bush. Tale destino non coglie invece un'analoga manifestazione cui partecipa la maggior parte dei militanti del PRC. I due episodi rafforzano gli antigovernativi di Rifondazione, mettendo a dura prova la linea di maggioranza.

L'annuncio della nascita del Partito Democratico (PD), per il mese di ottobre 2007, favorisce un nuovo avvicinamento tra le formazioni a sinistra dei Ds, Rifondazione innanzitutto, ma anche il Pdci, i Verdi e Sinistra Democratica. La necessità di costituire un'azione politica unitaria che raccolga le istanze della sinistra italiana approda nella creazione di un «cantiere per l'unità a sinistra».

Il partito, dai vertici fino a un gran numero di strutture e militanti di base, aderisce alla manifestazione nazionale, convocata dai giornali Liberazione, Il Manifesto, Carta e da 15 personalità della sinistra, che si svolge a Roma il 20 ottobre 2007. All'iniziativa, appoggiata da Rifondazione e dal Pdci, partecipano all'incirca un milione di persone, unite nella richiesta di una svolta a sinistra da parte del governo Prodi, soprattutto sul tema del lavoro e delle pensioni.

Dopo alcuni mesi il cantiere della sinistra, definito giornalisticamente "Cosa Rossa", ha una forte accelerazione e culmina l'8 e 9 dicembre 2007 con l'Assemblea della Sinistra e degli Ecologisti, durante la quale viene varata la nuova federazione La Sinistra - l'Arcobaleno che vede uniti sotto un unico simbolo i quattro partiti di Prc, Pdci, Sd e Verdi.

A gennaio 2008 cade il Governo Prodi, in seguito al mancato ottenimento della fiducia in Senato, per il voto contrario dell'UDEUR e di altri senatori. Il Prc si dichiara disponibile alla formazione di un governo istituzionale che possa modificare la legge elettorale vigente, pur affermando la propria contrarietà alla formazione di nuove maggioranze che includano i partiti della Casa delle Libertà. In un'intervista, Franco Giordano dichiara che non sarebbero state più possibili alleanze con il centro moderato, definito trasformista.

La campagna elettorale parte il 9 febbraio in corrispondenza dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori tenutasi a Torino presso il Parco della Pellerina.

Il PRC si presenta nel cartello della Sinistra Arcobaleno, guidato da Fausto Bertinotti come "candidato premier", per la prima volta senza la falce e il martello. Ma il progetto registra un clamoroso insuccesso, travolto dal bipolarismo accentuato fra il Partito Democratico e il Popolo della Libertà, da un marcato astensionismo e da un'emorragia di voti verso formazioni di diversa natura. Ottiene soltanto il 3% dei voti, insufficienti a superare la soglia di sbarramento e lasciando così PRC, PdCI, Verdi e SD senza alcuna rappresentanza parlamentare nazionale. Bertinotti, come annunciato già in apertura di campagna elettorale, dichiara la sua indisponibilità ad assumere altri incarichi di direzione politica. Il 19 aprile il segretario Giordano si presenta dimissionario rimettendo il proprio mandato al Cpn che affida la guida del PRC a un Comitato di Gestione composto da 12 persone (il portavoce è individuato in Maurizio Acerbo), incaricato di traghettare il partito verso il VII Congresso. L'ex maggioranza bertinottiana di Venezia si presenta divisa su tre documenti distinti, di cui uno, Disarmare Innovare Rifondare Sito ufficiale, non darà mai vita ad una corrente per bocca del suo stesso promotore Walter De Cesaris, ex coordinatore della segreteria uscita dal Congresso di Venezia. Altro esponente di spicco del documento congressuale era Franco Russo, che aveva presentato un documento analogo al Cpn del 20 aprile 2008. L'area proponeva di celebrare un congresso non deliberativo ma di riflessione sulla sconfitta e che attraverso una gestione collegiale eviti spaccature e frazionismi. Ha raccolto appena l'1,52% dei voti congressuali contribuendo all'approvazione del documento finale del Congresso (pro-Ferrero), ma non votando per l'elezione del segetario in CPN.

Il VII congresso si svolge a Chianciano Terme dal 24 al 27 luglio 2008 con cinque mozioni che dimostrano l'esistenza di un forte dibattito interno, alla luce delle scelte maturate negli ultimi anni dal partito. Lo scontro per la segreteria è tra Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, sostenuto dalla parte più consistente della vecchia dirigenza del partito, la maggior parte dei cosiddetti ex bertinottiani, e l'ex ministro Paolo Ferrero (anche lui sostenuto, in parte, da alcuni ex bertinottiani, favorevoli però ad una profonda autocritica rispetto alla passata gestione del partito). Il primo ritiene che si debba proseguire con gli sforzi per costruire un nuovo soggetto politico della sinistra. Il secondo sostiene che bisogna ripartire dalla difesa del PRC e del suo progetto originario.

All'inizio del congresso la mozione Vendola si presenta con la maggioranza relativa, ma lo scontro si acuisce nei giorni di dibattito mentre le minoranze si coalizzano attorno alla linea di Ferrero che, il 27 luglio, viene approvata con il 53% dei voti (342 delegati su 646). Lo stesso giorno Ferrero viene proclamato segretario con il 51% dei voti (142 su 280). Il risultato viene raggiunto a seguito di un accordo fra la mozione Ferrero-Grassi, (che da sola si presentava con il 40,3%), l'Ernesto di Fosco Giannini (7,7%) e i trotskisti di FalceMartello (3,2%) guidati da Claudio Bellotti. Il neo-segretario Ferrero spiegherà che l'accordo è fondato su tre elementi: «Rifondazione c'è oggi e domani; rilancio di un'opposizione sociale al governo Berlusconi; maggiore autonomia dal Partito Democratico». Per la prima volta la dirigenza bertinottiana è in minoranza.

Il 13 settembre 2008 vengono eletti i nuovi organismi dirigenti del partito.

La nuova gestione del partito si propone di dar vita ad una stagione di lotta che porti di nuovo il Partito della Rifondazione Comunista nelle strade e nelle piazze: il PRC si schiera a fianco delle rivendicazioni studentesche contro i provvedimenti del Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e delle lotte sindacali come lo sciopero generale indetto dalla sola CGIL il 12 dicembre 2008. Significativo è stato anche l'apporto dato alla raccolta firme per il referendum sul Lodo Alfano.

Nonostante gli inviti a una gestione unitaria del partito, la neonata minoranza vendoliana Rifondazione per la Sinistra (RPS), entra in conflitto con la maggioranza accusata di voler fare tabula rasa delle rielaborazioni attuate durante la segreteria di Bertinotti. In modo particolare da settembre si apre un conflitto molto duro intorno a Liberazione che secondo la maggioranza non corrisponde minimamente alla linea del partito, configurandosi come voce della minoranza vendoliana. Motivando il provvedimento con la crisi di vendite, la dirigenza del partito sostituisce il direttore Piero Sansonetti durante la Direzione Nazionale del 12 gennaio 2009. La risposta della minoranza è immediata: 25 memdri su 28 di RPS si dimettono dalla Dn e inizia il percorso, più volte rallentato o negato, di una scissione per perseguire il progetto della costituente della sinistra, in sintonia con Sinistra Democratica.

Il 21 gennaio 2009 Vendola annuncia, a titolo personale, la sua uscita da Rifondazione, in attesa che altri facciano altrettanto durante il seminario di RPS a Chianciano il 24 e 25 gennaio.

Il 24 gennaio infatti si ufficializza la scissione dal PRC. I principali esponenti della Rifondazione per la Sinistra che aderiscono al neo Movimento per la Sinistra sono Franco Giordano, Gennaro Migliore, Alfonso Gianni ed il leader Nichi Vendola. Come preannunciato i principali esponenti che avevano aderito alla mozione di Vendola che rimangono invece all'interno di Rifondazione sono l'ex vice-presidente del Senato Milziade Caprili, l'europarlamentare Giusto Catania e Augusto Rocchi con lo scopo proseguire le battaglie di RPS. Fausto Bertinotti ha annunciato che non rinnoverà la propria iscrizione al PRC ma che non aderirà al Movimento per la Sinistra, dando comunque l'appoggio a questo soggetto.

In seguito all'approvazione dello sbarramento al 4% per l'elezione al Parlamento europeo, il PRC ha intensificato i contatti per la creazione di una lista "anticapitalista e comunista", proponendo l'apertura delle liste di Rifondazione Comunista ad altre soggettività facenti riferimento al gruppo GUE-NGL. L'intesa sembra essere stata raggiunta con i Comunisti Italiani, da tempo fautori di un'unità dei comunisti, e con Sinistra Critica. Il 7 marzo 2009 al Teatro Carcano di Milano viene organizzata un'assemblea alla presenza di Lothar Bisky e di Alexis Tsipras, con la presenza dell'eurodeputato Vittorio Agnoletto, per lanciare la lista di sinistra in Italia.

Rifondazione nasceva con l'intento di proseguire l'attività del disciolto Pci, ma voleva altresì raccogliere gli eredi della tradizione politica della sinistra alternativa. Col tempo sono nati scontri sul profilo politico e culturale da dare al nuovo partito e da ciò sono spesso nate scissioni e miniscissioni. Le più sostanziose sono state quelle dei Comunisti Unitari (poi confluiti nei DS), del Pdci, quest'ultima ha dato vita a un partito realmente duraturo e concorrenziale per il Prc.

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XV Legislatura della Repubblica Italiana

Le elezioni politiche si sono tenute il 9 e 10 aprile del 2006, come da seduta straordinaria del Consiglio dei Ministri nel giorno di scioglimento della XIV Legislatura, l'11 febbraio 2006. Si vota per la prima volta con il nuovo sistema elettorale proporzionale con liste bloccate e premio di maggioranza introdotto con la Legge 270/2005.

La legislatura è aperta il 28 aprile 2006; il giorno seguente vengono eletti i Presidenti della Camera dei Deputati (Fausto Bertinotti) e del Senato (Franco Marini).

Il 10 maggio 2006 il parlamento in seduta comune elegge l'undicesimo Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, alla quarta votazione con 543 voti su 990 votanti dei 1009 aventi diritto.

A causa della crisi di governo aperta dal voto di sfiducia in Senato al Governo Prodi II il 24 gennaio 2008 e alla rimissione del mandato esplorativo da parte del presidente del Senato Franco Marini, il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere il 6 febbraio 2008.

Per la parte superiore



Personaggi di Corrado Guzzanti

Corrado Guzzanti.

Voce principale: Corrado Guzzanti.

Qui di seguito si può trovare una lista dei personaggi creati da Corrado Guzzanti tra il 1990 ed oggi, con una scheda di presentazione per ognuno di essi. Spulciando su internet, strumento fondamentale per reperire informazioni su gag del passato delle quali non sono disponibili i video o non sono ancora stati caricati sul web, è stato trovato qualche inconsistente riferimento all'imitazione di Ottaviano Del Turco ed al personaggio dell'Avvocato Spaziale (sagoma del giurista Giuliano Spazzali), portati entrambi in scena a Tunnel, nel 1994.

Inoltre, si è ritenuto opportuno scrivere solamente le schede dei suoi personaggi in carne ed ossa, trascurando di conseguenza gli sketch in cui il comico faceva sentire solo la propria voce, come nel caso del telespettatore abruzzese (noto anche come l'uomo con la casa in Abruzzo) che interrompeva telefonicamente tutte le puntate del caso Scafroglia, travisando puntualmente le parole pronunciate poco prima dal presentatore del programma, a causa di banali disguidi linguistici, come Fa l'ACI al posto di Fallaci (Oriana, la giornalista).

In quasi vent'anni di carriera televisiva, Corrado Guzzanti ha portato in scena una miriade di personaggi diversi, alcuni più ricordati di altri. Tra questi ultimi, si ricordano per esempio l'inviato del TG1 che ad Avanzi voleva convincere ad ogni costo persone emarginate che la colpa delle loro sfortune era attribuibile al Comunismo; Piercarlo, uno dei tanti mariti incapaci di soddisfare sessualmente la compagna (interpretata nelle gag da Carla Signoris); Frosio, l'ingenuo inviato del TG4 al soldo di Emilio Fede (a Tunnel Frosio lo impersonava Mauro Pirovano), del quale si può trovare un breve filmato alla fine del DVD Millenovecentonovantadieci; Gnol, cugino di Arnel (Marco Marzocca), entrambi collaboratori domestici del conduttore de Il caso Scafroglia.

Per informazioni sui personaggi impersonati da Guzzanti nella sit-com Boris (serie televisiva), clicca qui.

L'imitazione di Antonello Venditti fu proposta per la prima volta ne L'ottavo nano. In quasi ogni puntata dello show, il finto cantautore entrava in studio con il suo pianoforte bianco, trasportato al centro della sala mediante una pedana scorrevole, e nella sua canzone, costruita sul brano del vero Venditti Roma Capoccia, descriveva i personaggi ed i (dis)servizi che si potevano incontrare ad ogni svincolo del Grande Raccordo Anulare (Bruno l'infame all'uscita della Laurentina, una buca vicino a quella per Torpignattara, la benzinaia Sabrina che lavora all'autogrill) e così via. In una sola occasione invece, Guzzanti - Venditti veniva ripreso di schiena mentre faceva finta di suonare il pianoforte e cercava, con la cartina appoggiata sui tasti dello strumento, una strada della viabilità romana da cui trarre ispirazione per un nuovo brano. Dal punto di vista vocale e canoro, invece, Guzzanti enfatizzava largamente l'accento romano dell'artista e la sua consuetudine di trascinare le vocali, in particolare la "a" e la "e", alla fine di ogni strofa.

Dopo poche apparizioni la parodia divenne un cult e gli audio dei brani cantati in trasmissione si diffusero su internet in formato MP3. Anche il vero Antonello Venditti dimostrò di apprezzare l'imitazione di Corrado Guzzanti, al punto da invitarlo ad un suo concerto presso il Circo Massimo per interpretare con lui la canzone del Grande Raccordo Anulare, inserita poi nel suo ultimo album Circo Massimo 2001.

La parodia dell'economista statunitense comparve un paio di volte nella trasmissione Il caso Scafroglia, dove Guzzanti offrì il punto di vista del finto Luttwak sulla Guerra d'Iraq, a quel tempo intrapresa dagli Stati Uniti d'America ed i suoi alleati. Con questa imitazione, l'attore volle criticare l'amministrazione Bush e le motivazioni da essa addotte per motivare l'invasione del Paese mediorientale; Guzzanti, come parte dell'opinione pubblica, non credeva infatti che il dittatore iracheno fosse realmente in possesso di armi di distruzione di massa e riteneva al contrario che le reali intenzioni degli USA fossero quelle di appropriarsi delle immense risorse petrolifere irachene. Guzzanti-Luttwak, in collegamento da una stanza dove maltrattava giovani no global e li costringeva ad abiurare le loro idee, sosteneva che intervenire militarmente fosse davvero necessario per scongiurare il rischio di un attacco, che Saddam avrebbe potuto sferrare con le armi che aveva ricevuto in passato dagli stessi Stati Uniti.

Corrado Guzzanti prese di mira per la prima volta il conduttore del Tg4 nell'aprile 1994, all'interno della trasmissione satirica Tunnel. L'imitazione di Fede era proposta in ogni puntata; in questo modo, Guzzanti ebbe la possibilità di realizzare un ritratto completo del giornalista di Mediaset, ironizzando in particolare sul suo atteggiamento accomodante verso Silvio Berlusconi, proprietario di Mediaset, a partire dalla sua discesa in campo. Ogni sketch prendeva spunto da eventi di attualità che riguardavano la figura del Presidente di Forza Italia, tra cui i problemi giudiziari, i sempre maggiori consensi ottenuti nella campagna elettorale del 1994 e, dopo il successo alle elezioni, i provvedimenti del nuovo governo.

Guzzanti, che appariva sempre dietro alla scrivania dello studio del telegiornale con due spille sulla giacca a riprodurre il simbolo di Canale 5, faceva leva sulla prevalenza di notizie di cronaca nera e gossip nell'informazione del tg4. L'attore romano rimarcò e caricaturizzò la passione di Fede nei confronti dell'altro sesso, traendo ispirazione dalla gaffe che il giornalista aveva commesso qualche anno prima, quando era stato scoperto, a sua insaputa, a fare pesanti apprezzamenti verso la giornalista e scrittrice Kay Rush, che insieme a Marino Bartoletti gli stava dando la linea da un altro studio per commentare le ultime notizie sulla Guerra del Golfo. Dalle allusive parole di Fede, Guzzanti trasse spunto per dare vita ad un personaggio che faceva pesanti avances alla conduttrice Serena Dandini ed alle sue collaboratrici, in particolare Franca e Jolanda.

Guzzanti ripropose l'imitazione a Mai dire gol (1995-1996) e per l'ultima volta a Comici (1998), riprendendo alcune delle battute che avevano dato notorietà al personaggio. Per l'interpretazione finale, dell'abbigliamento di scena il comico cambiò soltanto le spille appuntate sulla giacca, che a differenza del Fede di Tunnel raffiguravano il biscione, non più il logo di Canale 5. Nella nuova gag ci fu spazio anche per Michelino, un bambino di otto anni che appariva con frequenza a fianco del Guzzanti - Fede già qualche anno prima, sempre interpretato dall'amico Marco Marzocca. Maltrattato di continuo dal presentatore del Tg4 e sottoposto a minacce di ogni tipo (per esempio, Chiamo Diliberto e ti faccio mangiare da lui!, in virtù del detto secondo cui i comunisti di Russia e Cina si cibavano di bambini nei momenti di crisi economica), nella scenetta di Comici Michelino uscì dal baule in cui era stato rinchiuso e si rifugiò nella sottana di Serena Dandini, dopo avere rivolto al pubblico il saluto che lo stesso Fede gli aveva insegnato, che riproduceva il verso del biscione.

Ghezzi, autore di Blob e critico cinematografico, è stato parodiato da Corrado Guzzanti in tre programmi. Prima ad Avanzi, poi al Pippo Chennedy Show, dove il comico presentò per la prima volta una "parodia nella parodia", nel senso che il finto Ghezzi era interpretato da un altro personaggio di Guzzanti, Lorenzo, che vestito con una semplice t-shirt bianca a mezze maniche ed uno spesso paio di occhiali, raccontava, usando un linguaggio confuso e criptico, la trama di un film, realmente esistente oppure inventato. Nella gag non mancavano alcuni tipici comportamenti di Lorenzo (conduttore della rubrica Lorenzo Fuori Orario, ispirata dal programma notturno Fuori orario, condotto dallo stesso Ghezzi), come la forte cadenza dialettale romanesca e l'abitudine ad enfatizzare determinati concetti con urla improvvise, accompagnati dall'uso di parole colte ma spesso non inerenti al tema trattato.

L'imitazione di Enrico Ghezzi fu riproposta qualche anno dopo nel caso Scafroglia, ma con qualche differenza; mentre le recensioni del primo Ghezzi erano interrotte spesso dalle obiezioni della Dandini, in collegamento diretto con lui, ed il critico appariva sullo sfondo di una scena del film che stava presentando, nel nuovo programma Guzzanti recitava su di uno sfondo completamente bianco ed aveva la possibilità di parlare senza essere interrotto, cosa che tuttavia non gli impediva di rendersi ugualmente incomprensibile allo spettatore. Inoltre, pur denotando maggiore tranquillità nell'esposizione del racconto della pellicola di turno, qualche volta era contraddetto dal un personaggio fuori scena, interpretato da Marco Marzocca, che interveniva vocalmente per avvertire l'autore di errori che lo portavano a confondere il film discusso con un altro lavoro cinematografico. Oppure irrompeva direttamente davanti alla telecamera reclamando indietro delle piotte (soldi) da Ghezzi, dando inizio ad un litigio che poneva termine alla discussione sul film: a quel punto lo stesso Corrado Guzzanti, in qualità di conduttore, prendeva la linea dallo studio principale.

Corrado Guzzanti vestì i panni di Enrico Mentana una sola volta, ai tempi di Avanzi, nel 1993, quando Mentana era il conduttore del Tg5. L'imitazione del "mezzobusto" più famoso di Canale 5, fu la prima di una serie che avrebbe compreso anche altri importanti esponenti del mondo giornalistico italiano, tra cui Emilio Fede e Paolo Liguori, rispettivamente i volti più noti di Tg4 e Studio Aperto, gli altri telegiornali delle reti Mediaset.

Enrico Mentana era balzato agli onori delle cronache nel 1992, quando aveva esordito positivamente alla conduzione del Tg5, strappando, giorno dopo giorno, una fetta sempre più consistente di telespettatori al Tg1, fino a vincere contro di esso la battaglia degli ascolti. Guzzanti si interrogò evidentemente sul modo con il quale la televisione di stato era stata superata da Mediaset nel campo delle finestre d'informazione; la parodia di Mentana manifestò l'opinione sprezzante del comico verso la conduzione del telegiornale e gli argomenti in esso descritti. Il personaggio, infatti, presentava il tg dal bancone di un bar, sul quale era appoggiata un'avvenente ragazza seminuda che aveva il compito di passare al conduttore uno dei tanti prodotti che venivano pubblicizzati all'interno del telegiornale, tra una notizia e l'altra. In una tranche della scenetta Mentana, affermando di essere pronto a dare alcune news in maniera svelta, le pronunciava troppo velocemente farfugliando un insieme di parole che si accavallavano tra loro, rendendo incomprensibile il discorso.

In pratica, Guzzanti accusò Mentana di avere ottenuto successo per avere preferito dare risalto a notizie di minor peso specifico, come quelle sul mondo delle celebrità e del gossip, nei cui relativi videoservizi venivano spesso mostrate procaci attrici con vistose scollature: una formula televisiva che lo Studio Aperto di Mario Giordano avrebbe apertamente importato e poi sviluppato qualche anno dopo. Per quanto riguarda infine gli infiniti elenchi di sponsor presentati tra le notizie dal finto conduttore, erano un chiaro richiamo alla pausa pubblicitaria tra meteo e parte informativa, che Canale 5 fu la prima rete televisiva ad introdurre nel palinsesto.

Nota: Nell'imitare Fausto Bertinotti, Corrado Guzzanti pronuncia la "r" come una "v", poiché il politico soffre di rotacismo.

La parodia di Fausto Bertinotti, rappresentata da Guzzanti tra 1997 e 2001 in tre occasioni (una al Pippo Chennedy Show, altrettante a Comici e L'ottavo nano), fu strettamente legata all'attualità delle vicende politiche del primo governo Prodi, le cui decisioni incontravano spesso l'opposizione di Bertinotti e del suo partito, che rientrava a quel tempo nella maggioranza che sosteneva di governo, senza però farne parte. Il comico dipinse il politico come un uomo giocoso, per nulla serio, sempre pronto a fare scherzi al "bonaccione" Romano Prodi ed ai suoi alleati come Walter Veltroni e disposto a rompere con il compagno di partito Armando Cossutta non per motivazioni politiche ed ideologiche, ma per questioni banali come il cattivo gusto in materia di abbigliamento. Proprio nello sketch del 1999, il finto Bertinotti dichiarò che la separazione in seno al partito decisa da Cossutta era dovuta non tanto a divergenze di pensiero, quanto al cattivo gusto del contendente, che a suo dire vestiva veramente male.

Presentatosi sempre in modo elegante (Guzzanti riprende l'attenzione che il politico ha sempre dedicato alla sua immagine), Bertinotti dichiarava che fare cadere il governo era un divertimento ed un gioco; il suo obiettivo di strappare voti agli alleati di governo non era indirizzato all'assunzione di incarichi amministrativi sempre più prestigiosi, bensì alla volontà di causare la fine di ogni esperienza governativa alla quale partecipava il suo partito, solo per divertirsi e ridere alle spalle si chi fidava di lui.

Alle tante parole informali e confidenziali che pronunciava, Guzzanti-Bertinotti affrontava a volte tematiche serie, riguardanti spesso l'economia. Dopo avere cercato di chiarire determinati aspetti del mercato internazionale e del mondo del lavoro con complessi ed elaborati ragionamenti, come costume dell'originale, e ricevuta l'assicurazione dell'interlocutrice Dandini di averli compresi, smontava abitualmente le sue stesse tesi bollandole come cazzate e dichiarando di non averne neppure compreso il significato.

L'imitazione di Francesco Rutelli fu interpretata a L'ottavo nano, in piena campagna elettorale per le elezioni del 2001. Rutelli era il candidato del Centrosinistra alla Presidenza del Consiglio e Guzzanti decise di raccontare, immedesimandosi nel politico, i risultati conseguiti dalla sua coalizione negli anni precedenti, non disdegnando però di lanciare messaggi di affetto verso Silvio Berlusconi, suo avversario nella corsa alla poltrona di Presidente.

Il personaggio creato dal comico era un trasformista dallo spiccato accento romanesco, poco garbato, costantemente arrabbiato ed incline all'insolenza, per il quale Guzzanti trasse ispirazione dai tanti personaggi impersonati da Alberto Sordi, spesso beceri, maleducati e dal modo di fare semplice. Il comico, seguendo i risultati dei sondaggi che premiavano sempre di più la coalizione del Centrodestra, mutò di puntata in puntata l'atteggiamento del finto Rutelli, che da sicuro di sé divenne gradualmente preoccupato e pessimista, al punto da assicurare a Berlusconi la sua amicizia ed il suo appoggio in caso di vittoria di quest'ultimo. Alla fine il politico lanciò un monito all'avversario, implorandolo di ricordarsi degli amici, di chi ti ha voluto bene! nel momento dell'assegnazione degli incarichi di governo.

In una puntata dello show, fu trasmesso uno sketch dove il falso Rutelli veniva ripreso mentre, seduto al pianoforte, cercava di trovare ispirazione per la realizzazione dell'inno dell'Ulivo: dopo vari tentativi, Guzzanti riprendeva il motivo che riproduceva un inno già esistente, quello di Forza Italia, con la parola "Ulivo" a sostituire "Italia". L'intento satirico della gag era evidentemente quello di trasmettere allo spettatore l'idea che gli interessi delle due coalizioni fossero diventati gli stessi e le differenze ideologiche tra le due fazioni venute a mancare. Quindi, secondo Guzzanti, in realtà i contrasti tra le due principali anime della politica italiana non c'erano ed i membri di entrambe le parti scatenavano finte incompatibilità per mantenere uno status quo che permetteva loro di conservare il potere. A confermare questa interpretazione, erano le parole pronunciate in un'altra scenetta da Guzzanti - Rutelli, il quale affermò che il suo principale avversario all'interno dell'Ulivo era Silvio Berlusconi, e rivendicava il "merito", parlando a nome di tutto il Centrosinistra, di non avere preso decisioni sfavorevoli nei confronti del Presidente di Forza Italia nella legislatura precedente.

Il filosofo Gabriele La Porta, ex-direttore di Raidue, fu colpito dalla satira di Corrado Guzzanti in quasi ogni puntata de L'ottavo nano ed anche nel caso Scafroglia, tra il 2001 e l'inizio del 2003.

Il comico diede vita ad un personaggio schizofrenico, autore di ragionamenti sconclusionati e privi di filo logico; questa caratteristica, di sicuro la più evidente, fu accentuata da Guzzanti per esagerare la consuetudine del filosofo a recitare, nei suoi programmi, monologhi difficilmente comprensibili, perlomeno a chi non è avvezzo alla materia e non conosce le linee di pensiero dei più eminenti rappresentanti della filosofia antica e moderna. La macchietta era saltuariamente vittima di raptus omicidi e minacciava, nel corso della scenetta o alla fine di essa, un uomo (Marco Marzocca) legato ad una poltrona o ad una delle quattro colonne che si notavano in fondo alla scena, al grido di Altrimenti lui muore!

In due degli episodi che vedevano La Porta protagonista, apparvero in qualità di ospiti Gianfranco Funari e Gianni Baget Bozzo, sempre impersonati da Guzzanti, che litigarono con il conduttore della rubrica per diversi motivi; il primo, per il fatto che secondo la sua opinione la trasmissione del filosofo induceva al sonno, mentre il sacerdote voleva liberarsi di lui allo scopo di impadronirsi della scena. In una puntata dell'ottavo nano, inoltre, Guzzanti - La Porta irruppe in studio portando con sè come ostaggio la "povera" Serena Dandini, ed armato di pistola fece "strage" tra il pubblico in studio mentre suonavano all'impazzata le sirene della polizia.

L'imitazione di Gabriele La Porta fu riportata in scena l'anno successivo al Caso Scafroglia, dove il filosofo, impegnato a giocare a Scarabeo contro tre avversari, non riusciva a formare una parola dotata di senso compiuto; tuttavia, non riconoscendosi sconfitto, insisteva perché la parola da lui creata (stelfecce) fosse riconosciuta come effettivamente esistente o in ultima istanza aggiunta al vocabolario dopo la zeta: intanto, non avrebbe dato fastidio a nessuno.

Giampiero Mughini fu "beccato" da Corrado Guzzanti una sola volta all'interno di una puntata del Personal TG di Emilio Fede, nella trasmissione Tunnel del 1994. Mughini apparve in veste di ospite del telegiornale ed fu interpellato da Fede sulla polemica tra Fascismo ed antifascismo, nella quale l'opinionista s'inserì dalla parte di chi rimpiangeva il periodo mussoliniano, affermando di aborrire la tracotanza dell'opposizione al Fascismo. A quel punto, Fede interruppe improvvisamente le riflessioni di Mughini, proprio nel momento in cui stava per spiegare le ragioni della sua posizione, e gli riferì che ad interessare il pubblico non erano le sue parole, ma piuttosto l'inclinazione del suddetto a gesticolare e ad assumere pose divertenti. Mughini accolse la richiesta del direttore e cominciò a esibire una serie di faccette, fino a bloccarsi e a costringere Fede a chiamare due infermieri per portarlo via.

Tra tutti i personaggi imitati da Corrado Guzzanti, Gianfranco Funari fu quello che gli diede la maggiore notorietà, al punto che gli sketch del finto Funari divennero molto presto un cult. Il comico parodiò Funari nel periodo in cui lo showman stava progettando di entrare in politica, candidandosi alla carica di sindaco di Milano e cercando di accedere a quella categoria di persone che aveva spesso osteggiato nell'arco di tutta la sua carriera televisiva e professionale. Il personaggio creato da Guzzanti era particolarmente vicino a quello che si proponeva di imitare, sotto molti punti di vista, per esempio nella voce. Guzzanti assunse una tonalità vocale molto vicina a quella del vero Funari, non avendo inoltre alcun tipo di problema a riprendere la cantilenante parlata romanesca del presentatore, già provata in altre creazioni satiriche, come Lorenzo o Rokko Smithersons.

Un altro punto di forza della macchietta era la gestualità; nel rappresentarlo Guzzanti muoveva continuamente le braccia e soprattutto le dita, portandole sulle guance ed ai lati della bocca ed accompagnando le parole più forti e provocatorie con movimenti delle mani altrettanto bruschi ed improvvisi. Infine, il personaggio di Guzzanti descriveva e raccontava i personaggi e le situazioni più imbarazzanti del momento politico, servendosi di "disgustose" metafore, inerenti quasi sempre le feci, i cattivi odori e ciò che è additato comunemente come fastidioso (per esempio la figura della suocera).

Tra il primo ed il secondo Funari, quest'ultimo proposto ne L'ottavo nano, non si possono rintracciare grandi differenze, neppure nella presentazione che il personaggio faceva al pubblico a casa. Infatti, il presentatore entrava abitualmente in studio camminando nervosamente nella sua parte centrale e, spostandosi da una telecamera all'altra, chiedendo ai vari cameramen di inquadrarlo a turno con un determinato zoom. Le storpiature grammaticali del finto Funari, che consistevano spesso in inviti quali Zummolo! e Strignomo!, non facevano altro che aumentare ed enfatizzare l'intento satirico dell'interpretazione.

Parodia dell'omonimo, comparve solo due volte nella trasmissione L'ottavo nano (nel 2001, due anni dopo l'apparizione del religioso nel film Il pesce innamorato di Leonardo Pieraccioni), di cui una all'interno dello sketch di Gabriele La Porta, sempre imitato da Guzzanti: il tutto fu realizzato con "due Guzzanti" nella stessa inquadratura, ciascuno nella rispettiva parte. La gag si basava sulla quasi incomprensibilità delle bofonchiate parole pronunciate dal prete, fra le quali si poteva intuire la volontà di mettere al rogo un terzo personaggio della scenetta, imbavagliato e legato ad un palo (interpretato come al solito da Marco Marzocca), e una disquisizione sul diavolo durante la quale pareva essere "posseduto" da un demone recante una voce simile a quella di Paperino, di cui a volte inseriva la tipica parlata.

In questa imitazione una funzione molto importante era rivestita dai truccatori, che realizzarono sul viso di Guzzanti una maschera, modellata in modo da creare una forte somiglianza a livello cutaneo con Baget Bozzo; infatti, il sacerdote savonese presentava un notevole invecchiamento della pelle nella parte inferiore del viso.

Il giornalista della Rai fu una delle prime vittime di Corrado Guzzanti, che portò in scena la sua imitazione già nella prima edizione di Avanzi, all'inizio degli anni novanta.

Il Minoli interpretato dal comico era un sanguinario, appassionato di omicidi e stragi di cui raccontava i retroscena, i protagonisti e soprattutto i dettagli più macabri, nel descrivere i quali si esaltava e provava un perverso piacere. La scena era organizzata in modo tale da assomigliare perfettamente a quella dello studio di Mixer, la trasmissione ideata e condotta per molti anni da Giovanni Minoli che, con il passare degli anni, stava sottraendo sempre maggiore spazio alla politica, per dedicarlo frequentemente alla cronaca nera. Con ogni probabilità, Guzzanti volle proprio colpire questa tendenza giornalistica, che stava dilagando nel mondo della televisione italiana e su cui avrebbe puntato il dito con l'altra parodia di Emilio Fede. Per quanto riguarda l'organizzazione grafica dell'imitazione, il personaggio era ripreso frontalmente in primo piano ed il suo viso, inquadrato quasi di profilo, appariva sullo sfondo in modo da incentrare l'attenzione dello spettatore sullo sguardo del presentatore: una tecnica che contraddistingueva lo stile di conduzione di Minoli.

Dal punto di vista politico, il comico rappresentò Giovanni Minoli come un protetto di Bettino Craxi, pronto a servire fedelmente il "padrone" nei suoi servizi.

Nota: Nell'imitare Giulio Tremonti, Corrado Guzzanti pronuncia la "r" come una "v", poiché il politico soffre di rotacismo.

Corrado Guzzanti vestì per la prima volta i panni del politico Giulio Tremonti nella striscia satirica Il caso Scafroglia. Tremonti, soprannominato ironicamente Treconti per l'incarico di Ministro delle finanze che ricopriva allora, fu presentato dal comico in perenne confusione davanti ad una calcolatrice, per trovare il modo di far quadrare i conti dello Stato. Il Ministro, dopo avere messo in preventivo dei tagli curiosi (per esempio, le gambe delle sedie del Parlamento) e calcolate tutte le spese, malediceva con disappunto il fallimento dei suoi calcoli, che non gli permettevano di rientrare nei costi dell'attività di governo e di risanare il debito pubblico, esclamando ripetutamente Povca puttana! Povca tvoia! e battendo con violenza i pugni sulla scrivania.

Il ritratto di Tremonti, dopo il primo sketch, sembrava completo: dalla gag scaturiva l'impressione di un uomo in difficoltà con il suo lavoro e privo di autocontrollo. In realtà, le scenette realizzate nelle puntate successive fornirono un'immagine molto diversa del politico, specialmente per quanto riguarda la forza del suo carattere, che emergeva soltanto nei momenti di solitudine. Infatti, l'approccio violento del finto Tremonti nei confronti di una macchinetta videopoker, nella quale spendeva i risparmi degli Italiani, scompariva nel momento in cui accorreva il gestore del bar dove si era rinchiuso in un momento di pausa; a quel punto, la macchietta si scusava umilmente promettendo di non sfogare più la sua frustrazione sull'apparecchio, cosa che avrebbe però fatto nuovamente allorquando il barista si fosse allontanato.

A confermare queste impressioni fu uno sketch successivo, liberamente ispirata dal film Il sorpasso, dove apparivano contemporaneamente Umberto Bossi e Giulio Tremonti, entrambi imitati da Guzzanti. Il secondo, impegnato a studiare come Jean-Louis Trintignant, fu trascinato a fare un giro in macchina dal senatur, la cui parlata romanesca ricalcava quella di Vittorio Gassman. Tremonti appariva in soggezione rispetto a Bossi e ne subiva nolente l'iniziativa, non riuscendo a farsi rispettare.

In un'altra scenetta Guzzanti volle criticare il cambiamento di prospettiva di Tremonti che, dopo avere stabilito più volte l'illegittimità della pratica del condono, ne promosse uno fiscale nel 2002. Guzzanti, nei panni del politico di Forza Italia, riportò le frasi di Tremonti che giudicavano negativamente questo tipo di provvedimento, prima di affermare alla fine Un condono è per sempre, parafrasando un'espressione comune usata nelle pubblicità di gioielli ed attaccando così il suo trasformismo.

L'ultima apparizione di Guzzanti - Tremonti risale al 2005, quando il comico fu ospite a Parla con me di Serena Dandini e rivendicò ironicamente i meriti del governo Berlusconi in materia di cultura e finanza.

La parodia di Leoluca Orlando risale al 1994, nella trasmissione Tunnel, dove Guzzanti - Orlando era ospite dell'angolo politico.

Questa imitazione fu interpretata da Guzzanti a Tunnel, nel 1994, dopo che Segni, avverso sia a Silvio Berlusconi che al Centrosinistra di Achille Occhetto, decise di non schierarsi fondando un partito (il Patto Segni) dall'esperienza fallimentare. Il comico, nei panni del politico, fu ospite del programma in un paio di occasioni come cantante, portando in scena delle ironiche canzoni che vertevano sulla situazione politica del periodo e sulla personalità di Segni, da sempre ostile ad abbandonare le sue convinzioni politiche moderate. Lo sketch più noto della sagoma, nel quale canta accompagnato strumentalmente dai Tazenda, che erano ospiti del programma, è stato ritrasmesso nel 2006 all'interno de La Superstoria.

L'imitazione di Paolo Liguori, interpretata da Guzzanti nell'edizione di Mai dire gol 1996/1997, suscitò le polemiche del diretto interessato, dell'opinione che tale parodia screditasse pesantemente la sua reputazione e quella del telegiornale del quale era direttore (Studio Aperto). Guzzanti, nelle vesti di Liguori, accusava la Gialappa's band di faziosità ed affermava che l'Italia era oppressa da un regime guidato dal signor D'Alema, che lo costringeva a bere olio d'oliva (invece dell'olio di ricino che i fascisti facevano ingoiare ai socialisti), con chiaro riferimento al nome dell'Ulivo, raggruppamento di partiti appartenente alla sfera politica del Centrosinistra.

Guzzanti lo dipinse come un fedelissimo dell'opposizione, ossessionato dal lavoro del Governo Prodi ed abituato a (dis)informare gli spettatori sulle reali presenze alle manifestazioni di protesta contro il governo. Il giornalista si considerava un prigioniero politico, rinchiuso in carcere per ordine di un governo che non concedeva libertà d'espressione e si serviva delle maniere forti per far tacere le voci di protesta. In ogni sketch Liguori, per denunciare le violenze contro gli oppositori, gridava infatti di essere stato incatenato o imbavagliato, pur essendo stato lui stesso a compiere tali azioni.

Per imitare il noto calciatore (unica vittima della satira di Guzzanti appartenente al mondo dello sport), il comico modificò a sua discrezione una pubblicità, nella quale Baggio apparve per sponsorizzare un concorso a premi promosso dall'IP. La parodia fu trasmessa in una puntata di Tunnel, nel 1994 e riproposta a Comici, nel 1998, durante l'intervista che Serena Dandini stava facendo a Guzzanti.

Corrado Guzzanti enfatizzò la ripetitività cantilenante della voce del protagonista, incapace di pronunciare una semplice frase che recitava: Bello eh! Ogni settimana, alla IP, milioni di premi da vincere! Lo slogan, all'apparenza conciso e facile da ripetere, era invece un ostacolo insormontabile per il finto Baggio, che pronunciava le parole in maniera disordinata, costringendo il regista ad interrompere le riprese e a provare nuovamente, ottenendo risultati sempre più disastrosi. Inoltre, l'effetto comico della scenetta era accresciuto da un espediente pensato da Guzzanti, che ad ogni tentativo faceva cambiare la sagoma di cartone sulla quale si appoggiava di volta in volta; questo cartello, riproducente la sua immagine, assumeva un'espressione via via più contrariata per l'incapacità di Baggio di portare a termine il lavoro.

L'ex-Presidente del Consiglio Romano Prodi fu imitato da Guzzanti in due occasioni; la prima al Pippo Chennedy Show, l'altra qualche anno dopo, quando il politico era Presidente della Commissione Europea.

Il comico usò la metafora del semaforo per rappresentare le posizioni del politico che, da buon democristiano, preferiva assumere un atteggiamento equilibrato e di controllo nei confronti delle istituzioni e degli alleati. Il suo ruolo era simile a quello del semaforo, poiché Prodi dimostrava grande fermezza ed i compagni di partito rispettavano la sua autorità, proprio come le automobili al comparire del segnale luminoso rosso.

Guzzanti - Prodi affermava inoltre di essere stato ingaggiato da Massimo D'Alema per guidare la coalizione del Centrosinistra, e di non essere un politico. Le responsabilità delle sue azioni ricadevano in ogni caso su D'Alema e la sua ambizione era solo quella di restare al potere e di esercitarlo, pur incontrando l'ostilità dell'elettorato ed essendone conscio, affermando infatti di stare sul culo a tutti, persino a mia moglie. Accarezzando il proprio cane da compagnia, molto simile ad una mortadella (soprannome affibbiato storicamente a Romano Prodi), approfittava della sua carica per lanciare missili contro gli avversari e si compiaceva delle sue decisioni, ben sapendo che la cosa più importante era governare anche a prezzo di deludere la maggioranza di governo.

La seconda parodia di Romano Prodi, invece, fu interpretata nel 1999 a La posta del cuore. L'ex-presidente del Consiglio, intervistato da Michele Cucuzza, si riparava solitariamente in un fienile in attesa di essere chiamato per guidare una nuova coalizione di Centrosinistra (cosa che avvenne realmente nel 2006).

L'8 dicembre 2007 l'allora Presidente del Consiglio ricordò l'imitazione di Guzzanti, dichiarando di averla trovata proprio bella e di sentirsi come un semaforo, mimando inoltre alcuni gesti del personaggio a lui ispirato.

La parodia di Ugo Intini fu interpretata da Guzzanti in diverse occasioni; la maggior parte degli sketch che lo avevano come protagonista furono trasmessi ai tempi di Avanzi, nel periodo in cui le vicende di Tangentopoli e Mani Pulite avevano riguardato direttamente il partito socialista ed il suo segretario, Bettino Craxi, del quale Intini era portavoce ufficiale. Oltre alla scenetta in cui il personaggio appariva in continuazione alla povera Francesca Reggiani, si ricordano le preghiere che Intini, accompagnato musicalmente dal gruppo di attori - musicisti del programma, rivolse ad Antonio Di Pietro per chiedere di perdonare la politica corrotta del pentapartito e soprattutto Craxi, costretto a fuggire clandestinamente ad Hammamet per evitare le condanne stabilite dalla giustizia italiana.

Guzzanti riportò in scena a Mai dire gol il personaggio, che portato in studio da un cammello e da un condor (rispettivamente Giovanni Storti e Giacomo Poretti), elogiò l'operato di Craxi, reclamando per lui un risarcimento miliardario e parlandone come una divinità, presente dentro l'anima di tutti i cittadini italiani.

Corrado Guzzanti ha imitato il fondatore della Lega Nord tantissime volte: nelle prime due edizioni di Avanzi, due volte a L'ottavo nano ed una a testa per Tunnel ed Il caso Scafroglia. La particolarità di questa macchietta consiste nelle differenze che si possono riscontrare tra un'imitazione e l'altra.

L'Umberto Bossi di Tunnel era ospite del Personal TG di Emilio Fede ed aveva cominciato ad esporre i punti chiave del suo pensiero politico ed i meriti della Lega, quando il conduttore lo invitò a passare in rassegna i programmi: ma non del suo partito, bensì quelli della prima serata televisiva. Per enfatizzare il cambiamento nell'atteggiamento del senatur, la telecamera allargò il campo e ritrasse il personaggio in mezzo busto con a fianco un vaso di fiori. A quel punto Bossi alleggerì i toni, aggressivi e forti all'inizio della scenetta, per assumere un comportamento più calmo e pacato, tipico delle signorine buonasera ed un linguaggio più consono alla situazione. In precedenza, Bossi si era invece scatenato nel rivendicare il ruolo del suo partito nella frantumazione del vecchio sistema partitocratico ed aveva commesso anche un errore di grammatica (Abbiamo stato costretto Berlusconi...).

Il "nuovo" Bossi fu proposto da Guzzanti in una puntata de L'ottavo nano. In quell'occasione, prima del suo arrivo in studio un'atmosfera di terrore si diffuse tra gli autori del programma ed il pubblico in sala; nel dietro le quinte, un affrettato Marco Della Noce avvisò tutti i colleghi di ripararsi nelle rispettive stanze, annunciando l'arrivo del temutissimo Umberto Bossi, ritratto come il cannibale Hannibal Lecter dal film Il silenzio degli innocenti. Guzzanti fu portato dalla Dandini da due boia e fu lentamente liberato dal bavaglio che gli ostruiva la bocca. La conduttrice, fintamente spaventata, apprezzò le prime parole del politico, che ad un certo punto, però, inveì contro i classici bersagli della Lega Nord e si liberò dai legacci che lo tenevano inchiodato ad una tavola di legno. Soltanto Neri Marcorè, travestito da Pierferdinando Casini, riuscì a calmarlo suonando il violino come il mostro del film Frankenstein Junior. In un'altra clip, trasmessa sempre nello stesso programma, Guzzanti - Bossi dichiarò di avere fatto pace con i Socialisti, affermando che il problema era stato risolto a tavola. Come? Divorandoli, visto che nella Casa delle libertà tutto è possibile.

L'ultima parodia di Umberto Bossi risale al caso Scafroglia, dove il comico realizzò uno sketch double face, in cui il senatur trascinava il "mammone" Giulio Tremonti (anch'egli imitato da Guzzanti) a fare un giro in macchina con lui, ricalcando la celebre scena del film Il sorpasso. Bossi, dallo spiccato accento romanesco (una novità rispetto ai Bossi rappresentati in precedenza), ricopriva la parte che fu di Vittorio Gassman, mentre il Ministro dell'economia si comportava come il timido Jean-Louis Trintignant.

La parodia di Sgarbi, apparsa una sola volta all'interno di Avanzi, fu realizzata da Guzzanti in un momento nel quale il critico d'arte, ospite del Maurizio Costanzo Show, era diventato celebre per i numerosi litigi dei quali era protagonista e le parole forti e frequentemente volgari che pronunciava in trasmissione. Nell'unica apparizione che si conosce di questa parodia, il personaggio era intervistato da una voce fuori campo sulla qualità della birra che Sgarbi stava sorseggiando. Guzzanti, riprendendo le scurrilità tipiche del linguaggio e del modo di parlare di Sgarbi, lo apostrofava emettendo forti rutti, segno di disprezzo nei confronti dell'intervistatore. Nella scena successiva il personaggio, fermato da alcuni fan per avere l'autografo, subiva degli strattonamenti e definiva i presenti Mafiosi!, un insulto che il vero Sgarbi era abituato ad usare contro i suoi avversari.

La prima imitazione di Walter Veltroni risale al 1997, quando Guzzanti interpretò il personaggio enfatizzandone i tipici comportamenti: la pacatezza, il sacro rispetto dell'avversario, la ricerca di un'armonia tra i partiti di Centrodestra e Centrosinistra e l'inclinazione a comporre i contrasti, anche a prezzo di vedere diminuiti i consensi dell'elettorato. Guzzanti lo dipinse come un "bambinone" attaccato ai ricordi dell'infanzia ed inadatto a risolvere i problemi della politica, a cui non sembrava particolarmente interessato, preferendo le conferenze dove vertevano discussioni vertenti l'enologia ed in particolare il cinema, una delle passioni di Veltroni.

La parodia fu recuperata qualche anno dopo a L'ottavo nano, che trasmise una serie di scenette commentate da Neri Marcorè (con la voce di Bruno Pizzul), in cui Veltroni era l'allenatore della squadra calcistica dell'Ulivo; in ogni episodio il "mister" non riusciva ad incoraggiare la sua squadra, sempre sconfitta dalla formazione del Centrodestra, ma non mostrava delusione per l'ennesima debacle, accettandola sportivamente.

In un'altra puntata, la compagna di partito Livia Turco (interpretata da Germana Pasquero) gli proponeva una sequenza di nomi su cui puntare per sostituire Francesco Rutelli nel ruolo di candidato alla Presidenza del Consiglio, allo scopo di lanciare qualche personaggio famoso per strappare elettori agli avversari; ma Veltroni la smentiva continuamente, riferendole che per varie ragioni nessuno era disposto o poteva accettare l'incarico, e che di conseguenza Rutelli rappresentava l'unica possibilità di vincere le elezioni.

Corrado Guzzanti lanciò sul piccolo schermo questo nuovo personaggio nel 1998 durante la trasmissione della sorella Sabina La posta del cuore, in onda su Raidue. Brunello Robertetti fu poi riproposto con molto successo in ogni puntata del'Ottavo Nano, dove il personaggio entrava in scena, preceduto da un balletto che detestava, e si metteva a raccontare alcune sue poesie.

Le poesie di Robertetti erano in realtà la presa in giro di altre poesie famose, che modificava mantenendo lo stesso tema o giocando sui significati che potevano avere; molte poesie erano anche originate da detti popolari e luoghi comuni che venivano puntualmente modificati in modo da essere più buffi.

Il personaggio fu inaugurato da Corrado Guzzanti nella prima puntata de Il caso Scafroglia, la striscia satirica della quale era il presentatore. Per interpretarlo, per la prima volta dagli esordi come imitatore, il comico fece a meno di qualsiasi tipo di trucco o camuffamento della voce; scelse di andare in scena normalmente, adattandosi ad un particolare tipo di conduzione e comportandosi in modo tale da mettere in risalto le caratteristiche negative della macchietta. Essa, cambiando leggermente le parole dello stesso Guzzanti in un'intervista a Repubblica dell'ottobre 2002, costituiva un esempio di presentatore ideale, allo stesso tempo uno schizoide che voleva fare informazione ma anche intrattenimento, e finiva inevitabilmente per passare dai morti ammazzati alle ballerine senza mutande. Il personaggio sembrava animato da una doppia personalità: all'apparenza gentile e pacato nelle affermazioni, era in realtà molto maleducato e sapeva essere molto pungente nei commenti e nelle opinioni.

Ad affiancarlo Padre Federico (Marco Marzocca), un sacerdote intervenuto in studio per instaurare un dialogo con i giovani, tramite un numero telefonico che doveva apparire in sovraimpressione, cosa mai avvenuta. Tra i due non correva buon sangue; si ricordano difatti alcuni momenti di tensione, frutto di frecciate anticlericali o semplicemente antipatiche lanciate al prete. Quest'ultimo rispondeva alle provocazioni senza perdere le staffe, e di questa predisposizione si approfittava Guzzanti, che commentava in modo critico ogni sua affermazione e lo interrompeva continuamente evocando la figura dello scomparso Mario Scafroglia.

Il conduttore, nel corso dei tormentati dialoghi con il sacerdote, appuntava delle critiche al Governo Berlusconi, che servirono a rendere chiare le posizioni del personaggio in materia di politica. Durante un dibattito in studio sui pericoli del terrorismo negli USA, il presentatore criticò aspramente la Legge Cirami, apostrofandola con un eloquente L'ha portata Al Qaeda, ed in un'altra occasione manifestò apertamente la sua opinione negativa dell'Italia e dei suoi cittadini, colpevoli secondo lui di non prendere sul serio Silvio Berlusconi e le sue azioni atte a distruggere il Paese e la Rai e a fare a pezzi la democrazia.

Il personaggio esordì all'ottavo nano nel 2001 e fu riportato in televisione da Guzzanti nella puntata di Parla con me del 2 marzo 2008. Con Don Florestano Pizzarro, imitazione di un cardinale dal forte accento romanesco, il comico volle ribaltare il conservatorismo tipico delle gerarchie ecclesiastiche, costruendo una macchietta cinica, sincera e poco incline al politically correct, intervenuta in merito alle polemiche vissute nella società italiana sui grandi temi etici (per esempio l'aborto e la pillola anticoncezionale) ed al complicato e contrastato rapporto tra il mondo della scienza e la religione cattolica. Il personaggio era di indole schietta e in un momento di candida lucidità ammise di considerare la vocazione religiosa alla stregua di una qualsiasi professione dirigenziale.

Nell'ultima scenetta in cui apparve nei panni di Don Pizzarro, Guzzanti fece riferimento alla situazione politica e culturale corrente, inserendo un accenno alla celebre battuta pronunciata da Daniele Luttazzi nei confronti di Giuliano Ferrara durante la trasmissione televisiva Decameron, ed un discorso di Papa Benedetto XVI sulla natura del demonio, oltre alla citazione della M-theory e dei Buchi neri.

Ispirato al televenditore di opere d'arte di Telemarket Franco Boni, il Dottor Armà è stato uno dei personaggi più ricorrenti di Corrado Guzzanti ne L'ottavo nano.

La parodia di Boni realizzata dal comico assomigliava molto all'originale, sia fisicamente che vocalmente, e ne riprendeva le caratteristiche immediatemente visibili, quali l'attitudine a "sfinire" lo spettatore a casa con ripetute spiegazioni sul valore artistico dei quadri esposti, per informarlo che si trattava di un'occasione irripetibile per acquistare un'opera d'arte ad un prezzo scontato e quindi vantaggioso ma che dopo un'assurda peripezia tornava a costare quanto il prezzo iniziale.

Aiutato da un fido e stupido assistente (Marco Marzocca), il televenditore spacciava i suoi quadri per opere di grande bellezza, straordinarie a suo dire, allo scopo di venderle ad una tra Serena Dandini e Biondich, un'affascinante e bionda ballerina interpretata da Caterina Guzzanti. Malgrado le iniziali resistenze delle due presenze femminili, Armà non si scomponeva ed iniziava a parlare delle correnti artistiche alle quali appartenevano gli autori di queste opere (si ricordano artisti del calibro di Fragolari, Carciofani, Mutandari e Staccolanana, spacciati per grandi pittori) esponenti di fantomatiche correnti pittoriche quali il Nascondismo ed il Sorpresismo, per finire con l'eloquente invito a comprare i quadri per rendere il proprio salotto un grande protagonista del '900.

L'insistenza del personaggio si risolveva quasi sempre con la cessione dell'opera in questione, alla fine della quale il Dottor Armà ringraziava l'acquirente e salutava il pubblico in sala con il gesto dell'ombrello, sottolineando la compiuta impresa di avere venduto un'opera insignificante ad un prezzo a dir poco eccessivo ma molto vantaggioso per lui.

Nel 2006, nella puntata di Very Victoria, la trasmissione di MTV condotta da Victoria Cabello in cui Guzzanti era ospite insieme a Lillo Petrolo, la presentatrice annunciò la presenza di Franco Boni, che davanti al divertito duo descrisse con strampalati riferimenti all'arte moderna il poster del film Fascisti su Marte, incorniciato in modo da farlo somigliare ad un quadro. Subito dopo, all'invito della Cabello di fare qualcosa alla maniera di Franco Boni, Guzzanti disse che non lo avrebbe mai fatto, per poi assumere all'improvviso la caratteristica voce del suo personaggio ed affermare che l'autore della tela in questione quelli con il braccio alzato, non li fa più!, suscitando le risate della presentatrice, del pubblico e del televenditore stesso.

Il personaggio fu interpretato per la prima volta ne Il caso Scafroglia, all'interno di una striscia satirica che lo vedeva guidare un manipolo di militi fascisti alla conquista del pianeta Marte. Il gerarca Barbagli era un fedelissimo di Benito Mussolini, di cui portava con sé un busto di bronzo per rivolgersi a lui in ogni momento di difficoltà; era anche misogino, carismatico, ossessivamente tormentato dal pericolo comunista e deciso ad espandere l'Impero coloniale italiano anche in verticale, per sconfiggere i temibili mimimmi, le creature pietrose e di sinistra abitanti del pianeta rosso (gioco di parole che accomunava il colore rosso alla dottrina socialista).

L'inventata invasione extraterrestre fu raccontata interamente da Guzzanti nel film Fascisti su Marte, il cui incontrastato protagonista era proprio il gerarca, che alla fine del film non rinnegava le sue idee e non si pentiva di ciò che aveva realizzato nella vita, infondendo un carattere immortale ed incorruttibile all'ideologia per la quale si era battuto fino alla morte.

Corrado Guzzanti portò in scena la macchietta anche nel 2005, quando irruppe "violentemente" in studio a Parla con me con una squadra fascista, ordinò di portare a Ponza il conduttore Dario Vergassola e fece un confronto tra i costumi moderni e quelli del Ventennio, paragonando il Duce al tipetto (Silvio Berlusconi).

Il Dottor Gianni Livore era un personaggio psicopatico e irascibile, infuriato col mondo intero anche per colpa della moglie abruzzese (interpretata da Rocco Barbaro), che gli preparava di continuo terribili fritti - creati con l'olio de mamma - che era obbligato a ingurgitare. Il rapporto tormentato con la consorte, oltre ad indurlo a un atteggiamento quasi razzista nei confronti delle persone di origine abruzzese, non gli permetteva di risolvere i suoi problemi mentali, che lo portavano a sfogarsi in continuazione con l'interlocutore e ad imbottirsi di medicinali, i quali non gli consentivano però di affrontare con maggior tranquillità gli innumerevoli problemi familiari.. Le richieste di poter staccare il collegamento con la Dandini per parlare finalmente cò Tokio, faceva capire che i giapponesi erano gli unici che potevano comprendere la sua condizione.

Inoltre, come se ciò non bastasse a tormentare la sua vita, Livore era anche alle prese con un commercialista molto frettoloso e inesperto, che per eccessivo timore della Guardia di Finanza, lo convinceva sempre a pagare l'anticipo IRPEF di due anni dopo per fare bella figura ed a far stilare il suo necrologio da Zia Pina in anticipo sulla sua morte per portasse avanti ch'e'pratiche.

Il personaggio fu portato in televisione da Guzzanti al Pippo Chennedy Show, nel 1997.

Lorenzo fece il suo esordio assoluto nella terza stagione di Avanzi, nella quale la caricatura divenne in breve uno degli elementi caratteristici della trasmissione. Lorenzo rappresentava la parodia del classico adolescente ignorante, privo di una cultura generale ed assolutamente disinteressato ad appropriarsene. Vestito con una t-shirt riproducente il logo della metal band Iron Maiden ed in generale in modo trasandato, il personaggio appariva sempre a fianco della presentatrice del programma, Serena Dandini, che aveva il compito di aiutarlo nella preparazione scolastica, davvero deficitaria in ogni materia.

Tuttavia, malgrado la disponibilitá e la pazienza dell'improvvisata insegnante di sostegno, Lorenzo faceva inevitabilmente ricadere la discussione di storia o di filosofia su argomenti di grande interesse popolare, quali la musica (era appassionato di hard rock e metal) ed il calcio, il tema su cui era maggiormente esperto, complice la sua fede romanista e l'odio viscerale verso i tifosi della Lazio. A tal proposito si dice che all'epoca, i tifosi biancocelesti che assistevano al programma non fossero piccati per l'imitazione, ma anzi ne godessero, considerando la macchietta portata in scena da Guzzanti la caricatura del classico sostenitore della Roma: fannullone, "coatto" ed inevitabilmente monotematico nelle discussioni intraprese.

Con questo personaggio, Corrado Guzzanti amplió il suo repertorio artistico inaugurando il sistema della "parodia della parodia" (di cui si parla anche qui), facendo imitare a Lorenzo il conduttore televisivo Enrico Ghezzi nella rubrica cinematografica Lorenzo fuori orario.

Nel 1993, il personaggio di Lorenzo fu protagonista di Maddecheao': come secernere agli esami, una rubrica comica quotidiana, trasmessa ogni pomeriggio su Raitre nel mese di giugno, che lo vedeva impegnato negli studi per l'esame di maturitá, sempre assistito dalla "povera" Serena Dandini, coraggiosamente ed inutilmente dedita ad aiutarlo nel ripasso degli argomenti piú importanti. Circondato da una decina di amici, Lorenzo si sentiva a suo agio, raccontando loro barzellette ed ogni tipo di sciocchezze ed ignorando i ripetuti inviti della Dandini a concentrarsi sugli spunti di discussione da lei proposti.

Il personaggio fu interpretato da Guzzanti anche nel 1994 a Tunnel, Mai dire gol (1996) e l'anno dopo all'inizio di una puntata del Pippo Chennedy Show.

Il personaggio del mafioso fu creato "ad hoc" da Guzzanti nel 2002, per esprimere il proprio disappunto nei confronti delle recenti disposizioni del Governo Berlusconi in materia di giustizia, soprattutto verso la legge sul legittimo sospetto, che dava all'imputato la possibilità di chiedere lo spostamento della sede processuale, sospettando la parzialità dell'organo giudiziario competente.

Una delle gag iniziava con l'ingresso in aula dei tre magistrati incaricati di giudicare il boss, che assisteva direttamente alla scena dalla cella dove era rinchiuso insieme ad un minaccioso sgherro (Marco Marzocca), presunto nipote del criminale. Pur imprigionato, il mafioso sembrava dominare la situazione; Marzocca, truccato con un paio di finti baffi neri ed un'acconciatura da "picciotto", ordinava ai tre malcapitati di mostrarsi fisicamente al capo, che definendoli quaquaraqua li liquidava con poche parole (quello lì tiene una faccia a minchia, tiene già la faccia della sentenza). Dopo che i giudici erano stati allontanati, il padrino auspicava lo spostamento del processo in un'altra città o addirittura a Honolulu.

Evidente il riferimento alla Legge Cirami, che Guzzanti voleva porre all'attenzione per denunciare l'intenzione di Silvio Berlusconi - secondo alcuni - di approfittare appositamente della norma per trasferire al tribunale di Brescia il processo Imi-Sir, che lo vedeva imputato insieme a Cesare Previti ed altre persone. Inoltre, la caricatura del mafioso può essere vista come l'interpretazione di un Berlusconi "sicilianizzato", scaturita dai sospetti di suoi legami con la criminalità organizzata, alimentati da sempre dalle correnti politiche storicamente ostili al fondatore di Forza Italia.

La macchietta fu anche protagonista di altri sketch, dove il comico ironizzava sempre sullo stato della giustizia nazionale.

Il personaggio del Massone fu inaugurato da Guzzanti nella striscia satirica Il caso Scafroglia, nella quale appariva improvvisamente, interrompendo la normale programmazione di Raitre ed aggiornando gli adepti della Massoneria sui risultati raggiunti dall'organizzazione e sui nuovi obiettivi da perseguire.

Capo della schiera dei cavalieri della uallera (napoletano per scroto) d'oro, il personaggio appariva in video con la testa nascosta sotto ad un cappuccio, per non farsi riconoscere da chi era esterno all'organizzazione; inoltre, con uno spiccato accento napoletano, invitava i non appartenenti alla loggia massonica a non entrare in conflitto con gli ideali dell'associazione, simili a quelli della P2 di Licio Gelli e del suo Piano di rinascita democratica.

Uno tra i tanti obiettivi del Massone era controllare il sistema radio-televisivo nazionale per manipolare il mondo dell'informazione ed esercitare un controllo totale delle menti deboli, cioè l'80% di questo Paese. Dare notizie tendenziose od inutili ed omettere quelle importanti era uno degli obiettivi principali dell'organizzazione che, allontanando l'interesse della maggior parte dei cittadini dalle questioni più rilevanti, si sarebbe potuta impadronire più facilmente delle istituzioni, non incontrando l'opposizione diffusa della gente.

Tra le parole pronunciate dal Massone, si potevano distinguere degli evidenti riferimenti al condizionamento subito dalla Rai da parte della politica; in uno sketch, per esempio, il personaggio ringraziava il direttore di Raidue Antonio Marano per avere raso al suolo il canale televisivo, al punto da rendere i cartoni animati di Tom e Jerry il programma di punta della rete. Inoltre, il personaggio dava ordine agli adepti in ascolto, responsabili dei telegiornali della tv pubblica, di omettere le notizie di alcune edizioni di tg1 e tg2 e tutte quelle del tg3, sospettato dagli ambienti liberal di essere lo specchio informativo gestito dal centrosinistra e quindi scomodo per i partiti politici al governo in quel momento.

Usando le parole dello stesso Guzzanti, il Massone era un personaggio senza faccia che gestiva i poteri occulti di questo Paese, i misteri italiani che non verranno mai svelati: organizzava i golpe, i Nocs ed i cavalieri della uallera d'oro.

Unico presentatore di Radio Proco, ignota emittente radiofonica dichiaratamente di sinistra, Max si collegava ogni tanto con il Pippo Chennedy Show per spiegare ai ragazzi in ascolto le ragioni delle manifestazioni di protesta organizzate dal suo movimento giovanile, del quale era capo ed unico componente. In polemica con i partiti di centrodestra, con scarso successo faceva propaganda contro Silvio Berlusconi e le sue idee liberiste, pronunciando discorsi monotoni e ripetitivi, che non riuscivano ad attirare l'interesse del pubblico in ascolto. Max curava direttamente gli spezzoni musicali, trasmettendo solo canzoni di Francesco De Gregori, universalmente riconosciuto come rappresentante del mondo della sinistra.

Questo personaggio, il secondo dopo Don Pizzarro a rappresentare una parodia delle gerarchie ecclesiastiche, fu portato in scena dal comico al caso Scafroglia in una sola occasione, nella puntata dell'11 novembre 2002. La macchietta, ufficialmente ospitata da Padre Federico (il sacerdote interpretato da Marco Marzocca) per parlare ai giovani di ritorno dalla discoteca e per rivolgere allo scomparso Mario Scafroglia l'invito a tornare a casa, cominciò da subito a dare segni di squilibrio (forse dovuto ad ubriachezza), parlando di Pinocchio e perdendo completamente il filo del discorso. La situazione peggiorò non appena fu passata all'anziano prelato una bottiglia di spumante, che bevve avidamente mettendo in pericolo persino la facoltà di rimanere in piedi da solo. Alla fine, dopo essere riuscito a sorseggiare un po' di limoncello di cui c'era in studio un flaconcino, fu allontanato dallo studio in pochi secondi.

La trasmissione cult del Pippo Chennedy Show prendeva il nome da quello del suo presentatore, interpretato da Corrado Guzzanti, che si alternava nella conduzione del programma alla piú professionale Serena Dandini, il cui nome veniva da lui storpiato in "Simona Dandieri". Il personaggio, costantemente assistito da due guardie del corpo (Olcese e Margiotta) che portavano la sua stessa acconciatura - lunghi capelli brizzolati annodati a formare un codino - mescolava l'incedere veloce di Paolo Bonolis agli ammiccamenti di Alberto Castagna, fino a comprendere in sé tratti dello stile di Maurizio Costanzo.

Con questa macchietta, il comico volle rappresentare il peggio del peggio dei conduttori tv, quelli (come lui) che non provano imbarazzo a rovinare per sempre la reputazione di ospiti timidi ed impacciati, protagonisti di vicende torbide e scomode, per aumentare gli ascolti ed il successo dei propri programmi.

Sentendosi il padrone incontrastato dello studio, Pippo Chennedy si sentiva in diritto di sbeffeggiare ogni genere di persona, dall'ignorante all'intellettuale, come capitato nell'occasione in cui fece portare via dai suoi "sgherri" un luminare invitato dalla Dandini, per sostituirlo con una bella ragazza. Il personaggio si permetteva persino di prendere in giro la "povera" conduttrice, che malgrado provasse ripetutamente a liberarsi di lui, doveva sopportare la sua ingombrante presenza fin quando l'"antipresentatore" riuscisse a combinarne una delle sue (come quando riuscì a rovinare l'atmosfera di suspance che la Dandini aveva generato in studio per preparare l'ingresso in studio di un'ospite importante, Valeria Marini, imitata da Sabina Guzzanti).

Il personaggio di Quelo (scritto anche Quèlo con l'accento grave sulla "e") fu lanciato da Corrado Guzzanti nella prima puntata del Pippo Chennedy Show, trasmessa nel 1997 su Raidue.

Quelo era un semplice padre di famiglia foggiano che cercava di sfuggire ai problemi della vita reale (dall'infedeltà coniugale della moglie alla fragilità fisica della figlia) spacciandosi per un profeta che recava la parola di un nuovo dio, dal nome uguale al suo, rappresentato da una tavoletta di legno con chiodi al posto degli arti ed i lineamenti del viso tratteggiati in modo da riprodurre un sorriso simile a quello delle emoticons.

Sempre avvolto in un accappatoio bianco su camicia dello stesso colore, con cravatta e pantaloni neri, il "santone" esordiva in ogni sua apparizione affermando che c'era grossa crisi, stabilendo che l'unico modo per sfuggire agli errori quotidiani, dovuti a risposte sbagliate che l'essere umano era abituato a ricercare dentro di sè, era riporre fede nel simulacro descritto in precedenza. Quelo sosteneva che la sua divinità desse speranza al genere umano e che ogni giorno un milione di persone lo chiamasse per risolvere i propri dubbi esistenziali, che andavano dall'origine della vita e dell'universo fino ai problemi di tutti i giorni, per risolvere i quali il santone dava risposte semi-serie che si basavano sulla sua esperienza personale. Ma Quelo era un uomo tutt'altro che sicuro di sè; criticato qualche volta dalla conduttrice Serena Dandini, non convinta delle sue doti salvifiche, il profeta si irritava adducendo come scuse una serie di problemi personali, dichiarando che non poteva fare tutto lui e che la mattina si alzava alle sette meno un quarto per accompagnare la bambina a scuola.

Quelo, nel parlare con la Dandini o con un altro interlocutore, assumeva quasi sempre un atteggiamento di superiorità intellettuale; inoltre, quando le domande che gli erano poste contenevano una scelta tra due o più possibilità, rispondeva molto spesso La seconda che hai detto e provvedeva a riportare su di un foglietto di carta l'idea suggeritagli.

Una parte importante delle esibizioni di Quelo era costituita dalle telefonate in diretta, che qualche volta lo mettevano di fronte a questioni più grandi di lui e per discutere le quali era necessaria una cultura che andava ben al di là delle sue capacità intellettuali, quindi liquidava l'interlocutore di turno con una battuta od un motto di spirito. In questi casi l'anacoreta, risolto l'iniziale imbarazzo, riusciva con abilità a schivare le difficoltà della domanda e a convertirla in un più più comodo Che ore sono?, come capitato a Comici in occasione dell'invito rivoltogli da Franco Battiato ad un'interpretazione personale di una celebre frase attribuita ad Alfano di Salerno.

Rokko Smithersons, spesso identificato erroneamente come Rokko (Rocco) Smitherson o Smitherson's, fu il primo personaggio di Corrado Guzzanti: il suo esordio avvenne nel programma Scusate l'interruzione, nel 1990.

Smithersons era uno dei tanti trombati del mondo dello spettacolo, recuperati da Serena Dandini e riportati sul piccolo schermo per parlare di cinema, del quale il personaggio pretendeva di essere un maestro indiscusso. Infatti, si presentava come regista di film de paura, cioè horror, autore e produttore di pellicole spacciate per capolavori, i cui titoli erano storpiature di film realmente esistenti. Per esempio, da un film sulla figura di JFK ne derivava una pellicola dal titolo FK, Francesco Kossiga, oppure Il muro di gomma diventava Il cimurro di gomma.

I metodi utilizzati dal giovane regista erano molto originali; interrogato da Serena Dandini sullo stile da lui perseguito, Rokko spiegava che prima di curare la sceneggiatura era solito girare il film, così da potere modificare o tagliare alcune scene a seconda del gradimento del pubblico. Inoltre, con la sua compagnia di produzione sceglieva prima le controfigure degli attori, che sceglieva in base alle caratteristiche somatiche dei sosia.

Il personaggio, parodia del telepredicatore televisivo Chuck Hall (conduttore di una trasmissione di carattere religioso in onda sull'emittente TBNE fino al 2007), fu lanciato da Guzzanti ne L'ottavo nano, dove andava in scena insieme a Gnola (o Mildred) alias Marina Massironi, che a sua volta imitava Nora, la moglie di Chuck, che lo affiancava nella conduzione del programma.

Divulgatore della dottrina della Chiesa presbite intercostale, Snack (per il look del quale Guzzanti prese spunto anche da un altro telepredicatore, Benny Hinn), chiamato in causa con la coniuge dalla Dandini per dare una risposta agli interrogativi spirituali della conduttrice e del pubblico in sala, con uno stile estremamente pacato raccontava in ogni sketch una delle parabole di tradizione cristiana, che dopo un inizio fedele all'originale erano mescolate a personaggi e situazioni tratti da favole o storie di esperienza personale dello stesso Snack, nelle quali era coinvolta la "povera" Mildred, una sorta di Maddalena peccatrice-redenta, che in realtà nelle parabole si trovava a scontare pene terribili per colpe commesse da altri, ed alla fine era destinata da Dio all'inferno. Le continue invettive contro la donna erano però segno della crisi coniugale che Snack e Gnola cercavano inutilmente di mascherare nell'incipit di ogni scenetta e che prima o poi si manifestava, causando incomprensioni e liti che si risolvevano in azioni estreme, come l'erezione di un muro a separare i litiganti.

Tra le tante parabole stravolte, si ricorda quella del cieco, il quale otteneva la derisione del personaggio per avere inseguito per due settimane un pescatore, considerandolo erroneamente Gesú, oppure quella in cui una figura femminile, successivamente rivelatasi essere la Sirenetta, pregava il Signore di poter assumere completamente fattezze umane.

I continui contrasti tra i due personaggi erano dovuti al fatto che mentre Gnola aveva sempre condotto una vita parca ed incentrata sulla preghiera e sulla ricerca della perfezione interiore, mediante il continuo appello all'aiuto divino, Snack aveva un passato da stantuffo e trapano senza cuore, con evidente riferimento alle sue doti amatorie, che aveva messo da parte in un secondo momento in virtú di una conversione, mai messa del tutto in pratica. Infatti, dalle varie gag si comprendeva che il personaggio non aveva abbandonato completamente vizi come il fumo e l'alcool.

Altre differenze si potevano riscontrare nel carattere: tanto forte, repressivo e padronale quello di Snack, quanto debole, ingenuo ed oppresso quello di Gnola. Inoltre, Snack era decisamente maschilista e bloccava e zittiva la moglie ogniqualvolta cercasse di esprimere un'opinione diversa dalla sua.

Il personaggio del Tecnoco comparve per la prima volta nel Pippo Chennedy Show (1997), per poi ricalcare il palco televisivo a L'ottavo nano quattro anni dopo, quando irruppe in trasmissione dopo essere stato chiamato dalla conduttrice dello show, Serena Dandini, per riparare il pupazzo "umano" Sturby (interpretato da Marco Marzocca), parodia del giocattolo Furby, a quel tempo molto famoso. Infatti, nella precedente puntata del programma, Neri Marcorè nei panni di Maurizio Gasparri aveva fatto finta di romperlo in uno scatto d'ira, rendendo necessaria la chiamata di un tecnico per rimetterlo in funzione. Fu cosí che Guzzanti usó questo curioso episodio per lanciare il nuovo personaggio, parodia di quelle categorie professionali (elettricisti, idraulici e cosí via) che mettono in difficoltá i clienti cercando inutilmente di chiarire modalitá d'uso, accessori e quant'altro dell'oggetto che stanno montando o riparando, o che, per guadagnare di piú, non si fanno scrupoli ad imbrogliarli, convincendoli a sostituire l'oggetto, ancora perfettamente funzionante, con un modello piú recente e moderno.

Colpito da uno stress cronico, il Tecnoco incarnava tutte queste caratteristiche, e alla fine di ogni gag, non volendo ammettere di essere stato incapace di svolgere correttamente il lavoro per il quale era stato chiamato, accusava la Dandini di avere acquistato la versione "tarocca" del giocattolo, oppure di non avere monitorato con attenzione la crescita del pupazzo, il cui comportamento si sarebbe fatto sempre piú sconsiderato ed incontrollabile: il personaggio faceva dunque ricadere la colpa di tutto all'incompetenza della conduttrice, che non sapeva come porre rimedio alle urla disperate del piccolo Sturby.

Infine, pur non essendo riuscito a rimettere in funzione il giocattolo, pretendeva di essere pagato ugualmente ed informava la cliente che il pupazzo non poteva piú essere sostituito, pur essendo provvisto di garanzia, in quanto erano stati modificati i suoi ingranaggi.

Il personaggio di Vulvia fu lanciato da Guzzanti nel 2001 a L'ottavo nano, trasmissione della quale divenne indiscutibilmente uno dei personaggi più famosi ed attesi dal pubblico a casa.

Presentatrice di strani documentari a carattere divulgativo sul fittizio canale televisivo Rieducational Channel (nome frutto della storpiatura di Rai Educational, il canale Rai che si occupa di cultura e didattica scientifica), Vulvia commentava con uno stile tutt'altro che professionale i brevi filmati trasmessi dalla televisione per cui lavorava, questo per merito esclusivo della sua "avvenenza". Storpiatrice di parole, anche facili, ed evidentemente superficiale e ignorante, la presentatrice, che si presentava in scena con una folta chioma bionda ed un abito con lo spacco per mettere in risalto le gambe ed attirare quindi l'attenzione del pubblico maschile a casa, ripeteva a memoria testi già preparati, improvvisando con risultati disastrosi l'ultima parte del discorso e finendo per dilungarsi in confusi monologhi su sciocchezze di ogni tipo, oppure sull'amore, tema su cui ritornava spesso per sottolineare le sue sfortunate esperienze con gli uomini.

Il suo rapporto con il principale divulgatore scientifico del canale, Alberto Angela (imitato nella stessa trasmissione da Neri Marcoré), era improntato all'Odi et amo. Vulvia invidiava molto il collega e non capiva le ragioni del suo successo, prendendolo spesso in giro ed accusandolo di lavorare solo perché è il figlio! di Piero Angela; in realtá era fisicamente attratta da Angela e lo dimostró nell'ultima puntata dello show quando, nello studio del programma, si lanció con lui in un ballo sensuale, che terminò con l'attesa riappacificazione.

Molto ricorrenti e famosi, nei suoi approfondimenti scientifici, erano le indagini sui subbaqqui (subacquei) e soprattutto sugli 'mbuti, inseriti in diversi documentari e diventati in breve tempo un tormentone tra gli spettatori, come dimostrato da alcuni studenti universitari di diverse città che, nei primi mesi del 2001, chiamarono MBUTO (MoBilitiamo l'UniversiTà, Ora!) un'iniziativa di protesta contro la riforma dell'istruzione di Letizia Moratti.

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Source : Wikipedia