Fatah

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Inviato da amalia 04/03/2009 @ 11:11

Tags : fatah, autorità palestinese, medioriente, esteri

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Fatah

Al-Fatah o, più comunemente, Fatah (ma, correttamente, al-Fatḥ, ألفتح, visto che in arabo al-Fatà, scritto الفتى e الفتاة, significa "il/la giovane"), è un'organizzazione facente parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Al-Fatḥ è stata fondata nel 1959 da Yāser ʿArafāt.

Il nome deriva da FTḤ, acronimo inverso dell'espressione araba Ḥarakat al-Taḥrīr al-Filasṭīnī (Movimento di Liberazione Palestinese, quindi parole molto simili a quelle che compongono l'acronimo OLP). L'acronimo "ḤATF" avrebbe avuto lo stesso suono di un sostantivo che significa "morte", e perciò ʿArafāt preferì invertire l'acronimo che, come "FTḤ, può venire così anche a significare "conquista" o "vittoria in battaglia".

Fondato nel 1959 da Yāser ʿArafāt (della nota famiglia palestinese degli al-Ḥusaynī), che assunse il nome di battaglia di Abū ʿAmmār, al-Fatḥ ha rappresentato per decenni - come vero e proprio partito combattente - la spina dorsale della lotta armata palestinese allo Stato d'Israele. Tra i suoi primi esponenti di spicco figurava Muhammad Abu Yusuf al-Najjar, poi caduto vittima di un "omnicidio mirato" dei servizi segreti del Mossad israeliano.

Ciò nonostante, al-Fatḥ seguita a coagulare intorno a sé numerosi giovani palestinesi cresciuti nei campi-profughi, oltre a quelli provenienti dalle aree di volontario "esilio" giordano, continuando a godere dei finanziamenti dei Palestinesi emigrati nell'area del Golfo Persico (in particolare in Kuwayt) e della solidarietà politica e dell'appoggio finanziario di quasi tutto il mondo arabo-islamico che ha favorito, dopo l'entrata in scena di al-Fatḥ, la creazione di un seggio palestinese nell'ambito della Lega degli Stati Arabi.

In seguito alla vittoria elettorale di Hamas del 2006 la Comunità Europea ed altre istituzioni occidentali ed arabe hanno bloccato i finanziamenti al governo palestinese. In seguito a ciò si è giunti ad un grave scontro politico e talvolta armato tra Hamas e al-Fatḥ. Tali difficoltà connesse alla gestione solitaria del potere da parte di Ḥamās nell'ambito dell'Autorità Nazionale Palestinese hanno portato a settembre del 2006 a trattative per il rientro di al-Fatḥ nel governo palestinese, assieme a Ḥamās. Il fine sarebbe quello di permettere di nuovo l'afflusso dei contributi finanziari concessi a suo tempo dalla Comunità Europea (e, forse, della stessa Israele, che potrebbe tornare a versare all'ANP le imposte da essa esatte per conto dell'Autorità stessa) e la ripresa di trattative, ostacolate tuttavia dalla Seconda guerra israelo-libanese e dal formale persistere del rifiuto di Ḥamās di riconoscere lo Stato d'Israele.

Nel 2009 , durante l'offensiva israeliana nella striscia di Gaza, il braccio armato del movimento si è schierato al fianco di Ḥamās per gestire le operazioni militari interne.

Al-Fatḥ è membro consultivo dell'Internazionale Socialista.

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Battaglia di Gaza (2007)

La Battaglia di Gaza (arabo:معركة غزّة) si svolse fra il 12 giugno e il 14 giugno 2007 e finì con la presa del controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Usando cifre fornite da ospedali e servizi di emergenza, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) stimò che più di 550 persone erano state ferite e almeno 116 uccise durante i combattimenti nella settimana fino al 15 giugno.

Le elezioni legislative del gennaio 2006 vennero vinte da Hamas. Dopo la vittoria Hamas offì ad Israele di prolungare di un anno la tregua allora in vigore, ma i suoi leader affermarono che non vrebbero comunque cessato di lottare contro la presenza di Israele in Palestina. In risposta alla vittoria del gruppo sia gli Stati Uniti ed Israele (che considerano Hamas un'organizzazione terroristica) sia l'Unione Europea tagliarono gli aiuti destinati alla popolazione palestinese.Stando a quanto riferito da fonti diplomatiche gli Stati Uniti ed Israele decisero questo taglio per di cercare di destabilizzare il governo di Hamas, nella speranza che il presidente Mahmoud Abbas, dopo qualche mese, potesse indire nuove elezioni e che la popolazione, stanca delle privazioni, si orientasse a votare un governo senza Hamas. I tagli previsti non prevedevano solo il blocco degli aiuti, ma anche il congelamento della consegna del denaro di dazi e tasse raccolti dagli israeliani per conto dell'autorità palestinese e l'impossibilità per i membri del governo palestinese uscito dalle elezioni di viaggiare al di fuori dei territori occupati. Gli Stati Uniti e l'Egitto avrebbero anche addestrato ed armato alcuni uomini di Fatah, in previsione di uno scontro tra le due fazioni.

Dopo il riaccendersi del conflitto Fatah-Hamas il 10 giugno militanti di Hamas rapirono diversi membri di Fatah e lanciarono uno di essi, Mohammed Sweirki, un ufficiale nell'élite della Guardia Presidenziale Palestinese, dalla cima del più alto edificio di Gaza, un edificio di 15 piani di appartamenti. Per rappresaglia, militanti di Fatah attaccarono e uccisero l'imam della più grande moschea della città, Mohammed al-Rifati. Aprirono anche il fuoco sulla casa del primo ministro Ismail Haniya. Poco prima di mezzanotte, un militante di Hamas fu gettato giù da un edificio di 12 piani.

L'11 giugno le residenze sia di Mahmud Abbas, leader di Fatah e presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, che del Primo Ministro di allora Ismail Haniya, di Hamas, furono bersagliate con armi da fuoco e bombe.

Il 12 giugno Hamas iniziò ad attaccare postazioni di Fatah, la fazione rivale. Centinaia di combattenti di Hamas si erano mossi sulle postazioni dopo aver dato ai loro occupanti due ore per abbandonarle.

Una più importante base di Fatah nella città settentrionale di Jabaliya cadde nelle mani dei combattenti di Hamas, secondo quanto testimoniato all'agenzia di notizie AFP. Duri combattimenti infuriarono anche intorno al quartier generale di Fatah a Gaza, quando militanti di Hamas attaccarono con razzi e armi automatiche.

Il 13 giugno Hamas si impossessò del quartier generale delle Forze di Sicurezza Nazionale controllate da Fatah, nel nord della Striscia di Gaza. Uomini armati combatterono per il controllo degli edifici più alti, affinché servissero da postazioni per i cecchini e Hamas disse di aver distrutto un avamposto di Fatah che controllava la principale strada nord-sud di Gaza. Sempre quel giorno un'esplosione distrusse a Khan Younis il quartier generale della Forza di Sicurezza Preventiva filo-Fatah, uccidendo cinque persone.

Il 14 giugno uomini di Hamas completarono la conquista del quartier generale del Servizio Palestinese di Sicurezza Preventiva nella Striscia di Gaza. I membri di Hamas presero armi e veicoli nel campo, che era considerato il maggiore simbolo dell'Autorità Palestinese nella Striscia. Il Servizio di Sicurezza Preventiva aveva cooperato con Israele nel passato, ed era stato armato dagli Stati Uniti. È identificato con Mohammed Dahlan, uomo forte di Fatah, il personaggio più odiato dagli islamisti a Gaza. Gli uomini armati che entrarono nel campo catturarono lì un predicatore e issarono una bandiera sulla cima dell'edificio. Almeno 10 persone furono uccise. La TV di Hamas trasmette le immagini di un mucchio di armi dentro l'edificio, come anche jeep, bombe per mortai e giubbotti antiproiettili presi nel campo, che, stando ad Hamas, erano stati forniti a Fatah da Israele e dagli Americani nei mesi precedenti attraverso il confine con l'Egitto.

Membri di Hamas catturarono un predicatore nel campo, al quale loro si riferivano come il "campo dell'eresia". Hamas cambiò anche il nome del quartiere dove sorgeva l'edificio da "Tel al-Hawa" a "Tel al-Islam".

Nel pomeriggio del 14 giugno, la Associated Press riferì di un'esplosione che aveva scosso Gaza. Stando a ufficiali di Fatah, forze di sicurezza si ritirarono dalle loro postazioni e le fecero esplodere così da non permettere ad Hamas di prenderne il controllo. Le forze di sicurezza in seguito si riposizionarono in un altro posto. Più tardi il 14 giugno Hamas prese il controllo della città meridionale di Rafah, che si trova vicino a un valico di confine con l'Egitto ancora chiuso, che è controllato da forze di sicurezza israeliane, palestinesi e dell'Unione Europea. Lo staff dell'Unione Europea era già stato spostato, per ragione di sicurezza, nella città israeliana di Ashkelon, per ragioni di sicurezza.

Durante i combattimenti avvennero molti saccheggiamenti: una folla prese mobili, mattonelle e averi personali dalla villa del defunto leader palestinese Yasser Arafat; la casa dell'ex-uomo forte di Fatah Mohammed Dahlan fu anch'essa saccheggiata: "Un corrispondente dell'AFP ha testimoniato che decine di Palestinesi hanno preso tutto ciò che hanno potuto portare dalla villa di Dahlan - mobili, vasi di piante e anche il lavabo della cucina, completo di tubi e rubinetto"; e alla Muntada, residenza presidenziale sul mare di Abbas, testimoni hanno affermato di aver visto combattenti di Hamas portare via computer, documenti e armi.

L'organizzazione israeliana per i diritti umani B'teselm ha diramato un comunicato per la leadership di Hamas nella Striscia di Gaza: Portate a processo i responsabili per crimini di guerra.

Il Presidente Palestinese Mahmud Abbas annunciò la dissoluzione del governo di unità e la dichiarazione dello stato di emergenza. Il Primo Ministro Ismail Haniya fu licenziato e Abbas governa Gaza e la Cisgiordania per decreto presidenziale. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhuri rispose dichiarando che la decisione del Presidente Abbas era "in parole spicce...inutile", affermando che Haniya "rimane a capo del governo anche se questo è stato sciolto dal presidente".

Come risultato del conflitto, il territorio controllato dall'Autorità Palestinese è de facto diviso in due entità: il Governo della Striscia di Gaza, controllato da Hamas, e la Cisgiordania, governata dall'Autorità Nazionale Palestinese.

Il 18 giugno potenze internazionali fra cui l'UE, gli Stati Uniti e Israele supportarono pubblicamente la nuova amministrazione senza Hamas. L'UE e gli Stati Uniti normalizzarono il legame con l'Autorità Nazionale Palestinese e ripristinarono gli aiuti diretti. Israele riconsegnò le entrate fiscali congelate, che ammontavano a circa 800.000 dollari statunitensi, alla nuova amministrazione.

Hamas ha catturato migliaia di piccole armi e otto veicoli corazzati da combattimento forniti dagli Stati Uniti, dall'Egitto e dalla Giordania, all'Autorità Palestinese.

Stando a Muhammad Abdel-El dei Comitati di Resistenza Popolare alleati di Hamas, Hamas e i suoi alleati hanno trovato molte cose collegabili a intelligence straniere, inclusi file della CIA. Sembra abbia detto che questi sono "più importanti di tutte le armi americane che abbiamo ottenuto negli ultimi due giorni". Abu Abdullah dell'"ala militare" di Hamas, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam, sostiene che Hamas renderà pubblica una parte dei documenti, nel dichiarato tentativo di mettere alo scoperto le relazioni segrete fra gli Stati Uniti e gli stati arabi "traditori".

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Palestina

Il territorio del mandato Britannico, diviso tra Palestina e Transgiordania

La Palestina (latino: Syria Palestina; ebraico biblico: פּלשת, Pelesheth, o ארץ פּלשתיים, erezt Pelishtiyim, "terra dei Filistei"; ebraico moderno: פלשתינה, Palestina, o ארץ־ישראל, Eretz Yisrael; arabo: فلسطين, Filasṭīn) è una regione storica del Vicino Oriente compresa tra il Mar Mediterraneo ed il fiume Giordano. Attualmente il suo territorio è diviso tra lo Stato di Israele, i territori palestinesi, ed in parte tra Giordania, Libano e Siria, ovvero l'area del Mandato britannico della Palestina (1920-1948) ad ovest del fiume Giordano.

Il termine Palestina è anche usato per riferirsi al proposto Stato Palestinese. All'interno del conflitto israelo-palestinese questa accezione suscita violente polemiche.

Antichi documenti egiziani si riferiscono alla regione il cui nome traslitterato è rtnu (pronuncia convenzionale retenu o recenu).

Nella Bibbia la Palestina è indicata con diversi nomi. Oltre a termini come Eretz Yisrael "Terra di Israele", Eretz Ha-Ivrim "Terra degli ebrei", "Terra in cui scorre latte e miele", Terra promessa, tutto il territorio ad occidente del fiume Giordano era chiamato "Terra di Canaan", cioè occupata dai Canaaniti (o Cananei), considerati discendenti da Canaan figlio di Cam.

Con l'arrivo del popolo ebraico, la 'Terra di Canaan' prese il nome di "Terra di Israele". La storia a questo punto coincide con la storia del popolo d'Israele. Dopo la divisione in due del regno ebraico, quello più meridionale venne chiamato regno di Giuda, mentre la parte settentrionale regno di Israele o Samaria. La regione subì in quel periodo l'invasione del popolo di origine greca dei Filistei, o pheleset (migratorio), le cui cinque città principali erano Gaza, Ashdod, Ekron, Gath, e Ashkelon. Popolo di cui gli Egiziani antichi danno per primi notizia come P-r/l-s-t (convenzionalmente Peleshet), uno dei Popoli del mare che invasero l'Egitto durante il regno di Ramses III ma su le cui origini vi è ancora dibattito.

La terra di Israele venne sottoposta al dominio romano, al quale tentò di ribellarsi a più riprese. La prima guerra giudaica, nel 70, e poi la seconda guerra giudaica, nel 135, furono vinte dall'esercito romano, ma a costo di pesantissime perdite umane. L'Imperatore Adriano fu così irritato da queste perdite nell'esercito che decise di sradicare ogni presenza ebraica nel territorio,esiliando gli ebrei (Diaspora) e cambiando il nome della terra di Canaan da quello preesistente di ‘Provincia Judaea’ in ‘Provincia Syria Palaestina’, (più tardi abbreviato in ‘Palaestina’). Adriano fece questo per umiliare profondamente gli ebrei, ribattezzando la loro terra con il nome dei loro acerrimi nemici, i Filistei appunto. Il nome 'Palestina' dunque non era mai esistito prima che i romani conquistassero definitivamente, nel 135 d.C. la regione che prima si chiamava 'Israele', o 'Giudea'. Per tutte queste ragioni, il nome ‘Palestina’ non compare mai nella Bibbia (né nel Corano). Il termine 'Palestina' dunque non solo non è autoctono, ma non è originariamente legato al mondo arabo, derivando invece dal popolo di invasori greci e dell’Asia Minore e imposto poi dai romani. I filistei non erano semiti, non erano arabi e non hanno mai avuto alcun legame storico, etnico o politico con gli arabi o con l’Islam. Dal IV secolo d.C. la regione si chiama Palestina, ma il suo nome originario è "terra di Canaan", o "terra di Israele".

Il suo status giuridico e politico è oggi fortemente controverso.

La "Palestina" rimase sotto il dominio dei turchi (Impero Ottomano) per 400 anni, fino a quando essi la persero alla fine della Prima guerra mondiale a favore della Gran Bretagna. La spartizione dei possedimenti dell'Impero Ottomano nella regione tra Gran Bretagna e Francia al termine della guerra, era stata già decisa nel 1916 con l'Accordo Sykes-Picot (inizialmente segreto).

La Gran Bretagna espresse con la dichiarazione di Balfour del 1917 l'intenzione di creare in Palestina, un focolare ebraico ("national home") che potesse dare asilo non soltanto ai pochi ebrei palestinesi che vi abitavano da secoli, ma anche agli ebrei dispersi nelle altre nazioni. La questione fu comunque molto combattuta, da cui la scelta del termine ambiguo "national home" che non richiamava direttamente alla costituzione di uno stato e l'esplicito riferimento ai "diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina" che non dovevano essere danneggiati. Nel censimento del 1922, a 5 anni dalla dichiarazione e dall'inizio dell'ondata migratoria che ne era conseguita, la popolazione ebrea era di 83.790 unita su un totale di 752.048 persone, pari al 11,14% della popolazione totale, di poco superiore come dimensioni alla comunità cristiana di 71.464 unità, ed inferiore alla comunità di nomadi beduini di circa 103.331 persone (il cui stile di vita nomade e dedicato alla pastorizia causò alcuni attriti con i coloni ebrei per l'uso dei terreni, soprattutto nella valle del fiume Giordano) .

I have much pleasure in conveying to you, on behalf of His Majesty's Government, the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations which has been submitted to, and approved by, the Cabinet. "His Majesty's Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country." I should be grateful if you would bring this declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell'ebraismo sionista che sono state presentate, e approvate, dal governo. "Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adoprerà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, ne' i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni" Le sarò grato se vorrà portare questa dichiarazione a conoscenza della federazione sionista.

I britannici avevano tuttavia promesso nel 1915 la Palestina agli arabi (tramite accordi tra Sir Henry McMahon, in nome del governatore britannico, e lo sharif di Mecca, Husayn ibn Ali) come paese indipendente o come parte di una grande nazione araba, per l'aiuto prestato con la Rivolta Araba nella lotta contro l'impero Turco-Ottomano e questo fece sì che il sostegno britannico alle richieste del movimento sionista si scontrasse ben presto sia con i progetti degli altri stati arabi, sia con l'opposizione della maggioranza araba palestinese alla formazione di uno stato non islamico in Palestina.

La Società delle Nazioni affidò dunque alla Gran Bretagna un Mandato per la Palestina, che fino a quel momento e per tutti i secoli precedenti aveva coinciso con il territorio degli odierni Stati di Israele e Giordania. La Società delle Nazioni riconosceva gli impegni presi da Balfour, pur rimarcando che questo non doveva essere effettuato a discapito dei diritti civili e religiosi della popolazione non ebraica preesistente. Per permettere l'adempimento degli impegni presi la Società delle Nazioni riteneva necessario istituire un'agenzia che coordinasse l'immigrazione ebraica e collaborasse con le autorità britanniche per istituire norme atte a facilitare la creazione di questo focolare nazionale, come per esempio la possibilità per gli immigrati ebrei di ottenere facilmente la cittadinanza palestinese; l'organizzazione Sionista veniva ritenuta la più adatta per questo compito. Oltre a questo il Mandatario doveva predisporre il territorio allo sviluppo di un futuro governo autonomo.

Così, nel 1922 l’Inghilterra, seguendo quanto già deciso negli accordi di Sykes-Picot, concesse tutti i territori ad est del fiume Giordano (quasi il 73% dell'intera area del Mandato) all’Emiro Abd Allah I. Questo divenne la Transgiordania, con una maggioranza di popolazione araba (nel 1920 circa il 90% della popolazione, stimata in un totale di circa 4.000.000 di abitanti), le cui leggi non permettevano (e non permettono a tutt'oggi ) a nessun ebreo di ottenere la cittadinanza giordana. La Transgiordania sarebbe diventata, il 25 maggio del 1946, il Regno Hashemita di Giordania.

I successivi 25 anni (1922-1947), che videro un massiccio aumento della popolazione ebraica (passata dai poco più di 80.000 abitanti agli inizi degli anni 20 ai circa 610.000 del 1947) tramite l'immigrazione prima legale e poi (dopo il 1939 e le limitazioni imposte dal Libro Bianco del 1939) illegale, furono comunque caratterizzati da episodi di violenza e di reciproca intolleranza, che sfociarono in diverse rivolte generalizzate nel 1920, nel 1929 e nel triennio 1936-39.

Alcuni tentativi di suddivisione del mandato in due Stati distinti, a seguito della proposta della Commissione Peel nel 1937 (che suggeriva anche di trasferire la popolazione in modo da creare uno stato ebraico abitato solo da ebrei e uno stato arabo abitato solo da arabi, creando sistemi di irrigazione e distribuzione idrica in quest'ultimo, che altrimenti non sarebbe stato in grado di reggere l'aumento di popolazione di circa 225.000 arabi che sarebbe stato necessario trasferirvi), della Commissione Woodhead del 1938 e della Conferenza di St. James del 1939, fallirono perché respinti da ambo le parti.

Con la seconda guerra mondiale la maggior parte dei gruppi ebraici si schierarono con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l'Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. La Germania cercò anche di finanziare e armare alcuni gruppi palestinesi con lo scopo di colpire obiettivi ebraici.

Il gruppo dell'Irgun, molto più attivo dell'Haganah per quello che riguarda la lotta contro i britannici, dichiarò una tregua (che restò in vigore dal 1940 al 1943) e arruolò molti dei suoi componenti nell'esercito inglese e nella Brigata Ebraica. A causa di questa tregua l'ala più estremista del movemento si staccò, dando vita al gruppo Lohamei Herut Israel (o Lehi, conosciuto anche come Banda Stern, dal nome di Avraham Stern, il suo fondatore), che negli anni seguenti concentrò le proprie azioni contro bersagli britannici e che tra il 1940 e il 1941 tentò per due volte, senza successo, di stringere accordi con le forze nazifasciste in chiave anti-britannica .

Dopo la Seconda guerra mondiale e i tragici fatti che colpirono la popolazione di origine o religione ebraica in molti paesi europei, le neonate Nazioni Unite si interrogarono sul destino della regione, che nel frattempo era sempre più instabile. Il problema chiave che l’ONU si pose in quel periodo fu se i rifugiati europei scampati alle persecuzioni naziste dovessero in qualche modo dover essere ricollegati alla situazione in Palestina. Nella sua relazione l'UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine, la commissione dell'ONU sulla questione, formata da Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Peru, Svezia, Uruguay, India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Australia) si pose il problema di come accontentare entrambe le fazioni, giungendo alla conclusione che era "manifestamente impossibile", ma che era anche "indifendibile" accettare di appoggiare solo una delle due posizioni . Sette di queste nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) votarono a favore di una soluzione con due Stati divisi e Gerusalemme sotto controllo internazionale (sulla falsariga del piano di spartizione proposto nel 1937 dalla Commissione Peel), tre (India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) per un unico stato federale (sulla falsariga di quanto previsto dal Libro Bianco), e una si astenne (Australia).

L'UNSCOP raccomandò anche che la Gran Bretagna cessasse il prima possibile il suo controllo sulla zona, sia per cercare di ridurre gli scontri tra la popolazione di entrambe le etnie e le forze britanniche, sia per cercare di porre fine alle numerose azioni terroristiche portate avanti dai gruppi ebraici, che avevano raggiunto il loro massimo pochi mesi prima proprio contro il personale britannico, con l'attentato dell'Hotel "King David" di Gerusalemme e i suoi 91 morti.

Nel decidere su come spartire il territorio l'UNSCOP, partendo dai precedenti piani di spartizione britannici, considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba nei confronti degli insediamenti ebraici o delle minoranze ebraiche residenti nelle cittadine abitate da entrambe le etnie, la necessità di radunare sotto il futuro stato ebraico tutte le zone dove i coloni erano presenti in numero significativo (seppur nella maggior parte dei casi etnia di minoranza ), a cui veniva aggiunta la quasi totalità delle zone allora sotto la diretta gestione mandataria (per la maggior parte desertiche, come il deserto del Negev), in previsione di una massiccia immigrazione dall'Europa (l'UNISCOP valutava in 250.000 gli ebrei europei presenti in centri di accoglienza), per un totale del 56% del territorio assegnato al futuro stato ebraico. Gerusalemme, anche in virtù della sua importanza per tutte e tre le Religioni del Libro e per l'elevata presenza di luoghi di culto, sarebbe rimasta sotto controllo internazionale, mentre i territori circostanti, a maggioranza araba, che nella proposta di spartizione del 1937 rimanevano sotto il controllo mandatario, furono assegnati allo stato arabo.

Nella sua relazione l'UNISCOP prendeva anche in considerazione la situazione economica dei futuri due stati ( United Nations Special Committee on Palestine, Recommendations to the General Assembly, A/364, 3 September 1947 - PART I. Plan of partition with economic union justification), consigliando di istituire una moneta comune e una rete di infrattuture che si estendesse a tutta la Palestina indipendentemente dalle divisioni; oltre a questo si evidenziava che agli ebrei sarebbe stata assegnata la parte più sviluppata economicamente e che comprendeva quasi del tutto le zone di produzione degli agrumi, ma che in questa lavoravano molti produttori arabi e che con un sistema economico comune ai due stati non era nell'interesse di quello ebraico far rimanere quello arabo in una condizione di povertà e di precarietà economica. Sempre per la parte economica l'UNSCOP prevedeva il possibile arrivo di aiuti internazionali per la costruzione di sistemi di irrigazione in entrambi gli stati.

Il 30 novembre le Nazioni Unite decisero (con la Risoluzione 181), con il voto favorevole di 33 nazioni, quello contrario di 13 (tra cui gli Stati arabi) e l'astensione di 10 nazioni (tra cui la stessa Gran Bretagna, che rifiutò apertamente di seguire le raccomandazioni del piano, ritenendo, in base alle sue precedenti esperienze, che si sarebbe rivelato inaccettabile sia per gli ebrei che per gli arabi), la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico, il controllo dell'ONU su Gerusalemme e chiesero la fine del mandato britannico il prima possibile e comunque non oltre il 1 agosto 1948.

Le reazioni alla risoluzione dell'ONU furono diversificate: la maggior parte dei gruppi ebraici, come l'Agenzia Ebraica, l'accettò, pur lamentando la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate allo stato ebraico. Gruppi più estremisti, come l'Irgun e la Banda Stern, la rifiutarono, essendo contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che era considerata "la Grande Israele" e al controllo internazionale di Gerusalemme.

Tra i gruppi arabi la proposta fu rifiutata, ma con posizioni diversificate: alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno stato ebraico, altri erano possibilisti, ma criticavano la spartizione del territorio, sia perché i confini decisi per lo stato arabo, avrebbero, secondo loro, limitato i contatti con le altre nazioni, e lo stesso non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea (quest'ultimo la principale risorsa idrica della zona), oltre al fatto che sarebbe stato assegnato loro solo un terzo della costa mediterranea; altri ancora erano contrari per via del fatto che a quella che era una minoranza ebraica (circa un terzo della popolazione totale della Palestina) e che possedeva nel 1947 meno del 10% del territorio sarebbe stata assegnata la maggioranza della Palestina.

La nazioni arabe, contrarie alla suddivisione del territorio e alla creazione di uno stato ebraico, fecero ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la non competenza dell'assemblea delle Nazioni Unite nel decidere la ripartizione di un territorio andando contro la volontà della maggioranza (araba) dei suoi residenti, ma il ricorso fu respinto.

Allo stato ebraico sarebbe toccato dunque circa il 55% di quel 27% della terra originariamente affidata al Mandato Britannico (originariamente comprendente anche il territorio della Giordania, ceduta agli arabi nel 1922), con una popolazione mista (55% di origine ebrea e 45% di origine araba), Gerusalemme sarebbe rimasta sotto il controllo internazionale, mentre il restante territorio (quasi del tutto abitato dalla preesistente popolazione araba) sarebbe stato assegnato allo stato arabo.

La decisione delle Nazioni Unite fu seguita da un’ondata di violenze senza precedenti che precipitò nel caos la Palestina nel 1948, sia da parte dei gruppi militari e paramilitari sionisti (Haganah, Palmach, Irgun e Banda Stern, che avevano operato anche durante gli anni precedenti), sia da parte dei gruppi paramilitari arabi incoraggiati dalla propaganda bellicosa di segno contrario di leader politico-religiosi quali il Mufti di Gerusalemme Hajji Amin al-Husayni. Oltra a questa situazione interna vi erano continue scaramucce ai confini, provocate dall'azione dalle forze militari delle vicine nazioni arabe, sia con i coloni che con i militari britannici. La Lega Araba organizzò alcune milizie da introdurre in Palestina per attaccare obiettivi ebraici, a cui si aggiunsero gruppi di volontari palestinesi arabi locali: il gruppo maggiore fu l'Esercito Arabo di Liberazione, comandato dal nazionalista Fawzī al-Qawuqjī.

In gennaio e febbraio, forze irregolari arabe attaccarono comunità ebraiche nel nord della Palestina, ma senza conseguire sostanziali successi; in generale gli arabi concentrarono i loro sforzi nel tagliare le vie di comunicazione fra le città ebraiche e il loro circondario in aree a popolazione mista: alla fine di marzo tagliarono del tutto la vitale strada che univa Tel Aviv a Gerusalemme, dove viveva un sesto circa della popolazione ebraica palestinese.

Intanto i gruppi ebraici diedero il via al Piano Dalet (o Piano D), che ufficialmente prevedeva solo la difesa dei confini del futuro stato israeliano e la neutralizzazione delle base dei possibili oppositori (anche eventualmente con la distruzione degli insediamenti arabi di difficile controllo), fossero questi interni al confine od oltre, ma che, secondo alcuni studiosi (principalmente filo-palestinesi, ma a partire dagli anni '50 e '60 anche alcuni storici israeliani), fu tra le motivazioni che permisero ai gruppi più estremisti la realizzazione di veri e propri massacri senza essere fermati.

Fra il 30 novembre 1947 e l '1º febbraio 1948 furono uccisi 427 arabi, 381 ebrei e 46 britannici e furono feriti 1.035 arabi, 725 ebrei e 135 britannici e nel solo mese di marzo morirono 271 ebrei e 257 arabi.

Il 14 maggio 1948, contestualmente al ritiro degli ultimi soldati britannici alla vigilia della fine del mandato, il Consiglio Nazionale Sionista, riunito a Tel Aviv, dichiarò costituito nella terra di Israele lo Stato Ebraico, col nome di Medinat Israel. Uno dei primi atti del governo israeliano fu quello di abrogare le limitazioni all'immigrazione contenute nel Libro Bianco del 1939. Gli arabi palestinesi (che in generale si erano opposti alla soluzione con due stati proposta dalla Risoluzione ONU 181) non proclamarono il proprio stato e gli stati arabi iniziarono apertamente le ostilità contro Israele.

In un cablogramma ufficiale cablogramma del Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi al suo omologo dell'ONU del 15 maggio 1948, gli Stati arabi pubblicamente proclamarono il loro intento di creare uno "Stato unitario di Palestina" al posto dei due Stati, uno ebraico e l'altro arabo, previsti dal piano dell'ONU. Essi reclamarono che quest'ultimo non era valido perché ad esso si opponeva la maggioranza degli arabi palestinesi, e confermarono che l'assenza di un'autorità legale rendeva necessario intervenire per proteggere le vite e le proprietà arabe.

Israele, gli USA e l'URSS definirono l'ingresso degli Stati arabi in Palestina un'aggressione illegittima, il Segretario Generale dell'ONU, Trygve Lie, lo descrisse come "la prima aggressione armata che il mondo abbia mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale". La Cina sostenne con decisione le rivendicazioni arabe. Entrambe le parti accrebbero la loro forza umana nei mesi seguenti, ma il vantaggio d'Israele crebbe continuamente come risultato della mobilitazione progressiva della società israeliana, incrementata dall'afflusso di circa 10.300 immigranti ogni mese (alcuni dei quali veterani della recente Guerra Mondiale e quindi già addestrati all'uso delle armi ed integrabili da subito nell'esercito del neonato stato). Il 26 maggio 1948, le Forze di Difesa Israeliane (FDI) furono ufficialmente istituite e i gruppi armati dell'Haganah, il Palmach ed Etzel furono ufficialmente assorbiti dall'esercito del nuovo Stato ebraico.

L'ONU proclamò una tregua il 29 maggio ed essa entrò in vigore l'11 giugno con una durata di 28 giorni dopo. Un embargo di armi fu dichiarato con l'intenzione che nessuna delle parti potesse trarre vantaggi dalla tregua. Il mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese Folke Bernadotte, presentò un nuovo Piano di partizione che avrebbe assegnato la Galilea (la regione più settentrionale della Palestina) agli ebrei e il Negev (la regione più meridionale della Palestina) agli arabi, ma entrambe le parti contendenti respinsero il Piano.

I 18 luglio, grazie agli sforzi diplomatici condotti dall'ONU, entrò in vigore la seconda tregua del conflitto e il 16 settembre Folke Bernadotte propose una nuova partizione per la Palestina in base alla quale la Transgiordania avrebbe annesso le aree arabe, incluso il Negev, al-Ramla e Lydda. Vi sarebbe stato uno Stato ebraico nell'intera Galilea, l'internazionalizzazione di Gerusalemme e il ritorno alle proprie terre dei rifugiati, o il loro indennizzo. Anche questo piano fu respinto da entrambe le parti. Il giorno dopo, 17 settembre, Bernadotte fu assassinato dal gruppo ebraico della Banda Stern (Lehi) e venne sostituiro dal suo vice, lo statunitense Ralph Bunche.

Nel 1949, Israele firmò armistizi separati con l'Egitto il 24 febbraio, col Libano il 23 marzo, con la Transgiordania il 3 aprile e con la Siria il 20 luglio. Israele fu in grado in generale di tracciare i suoi propri confini, che comprendevano il 78% della Palestina mandataria, circa il 50% in più di quanto le concedeva il Piano di partizione dell'ONU. Tali linee di cessate-il-fuoco divennero più tardi come la "Green Line" (Linea Verde). La Striscia di Gaza e la Cisgiordania furono occupate rispettivamente da Egitto e Transgiordania.

Le Nazioni Unite stimarono che 711.000 palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell'epoca, fuggirono, emigrarono o furono allontanati con la forza durante il conflitto e nelle violenze dei mesi precedenti. Alcuni hanno rivelato che numerosi palestinesi seguitarono a credere che gli eserciti arabi avrebbero prevalso ed affermarono pertanto di voler tornare nelle loro terre d'origine, una volta vinta la guerra con il neonato stato israeliano.

I 10.000 ebrei che risiedevano nella zona della Palestina assegnata al territorio arabo furono costretti ad abbandonare i loro insediamenti (alcuni esistenti da ben prima della Dichiarazione di Balfur) e circa 758.000 - 866.000 ebrei che vivevano nei Paesi e nei territori arabi lasciarono o furono indotti a lasciare i loro luoghi natali, a causa dell'insorgere di sentimenti anti-ebraici. ; 600.000 di loro emigrarono in Israele, con altri 300.000 che cercarono rifugio in vari paesi occidentali, innanzi tutto la Francia.

Dopo la vittoria, Israele approvò una legge che permetteva ai rifugiati palestinesi di ristabilirsi in Israele a condizione di firmare una dichiarazione di rinuncia alla violenza, giurare fedeltà allo stato di Israele e diventare pacifici e produttivi cittadini. Nel corso dei decenni grazie a questa legge oltre 150.000 rifugiati palestinesi hanno potuto far ritorno in Israele come cittadini a pieno titolo. Tuttavia successivamente l'interpretazione della risoluzione che voleva il ritorno di tutti i rifugiati e il loro rimborso venne negata da Israele e dai sostenitori della presenza dello stato ebraico, specificando che la risoluzione usava "should" (una forma del verbo "dovere" meno rigida rispetto a "must") e che, visto lo stato di guerra permanente, la "earliest practicable date" ("prima data possibile") in cui i rifugiati palestinesi possano voler tornare in patria per vivere in pace con i loro vicini non era ancora giunta. La risoluzione e il diritto di ritorno dei profughi fu però confermato più volte dall'ONU in diverse raccomandazioni e risoluzioni successive.

La guerra dei sei giorni ebbe inizio il 6 giugno 1967 e si annovera nella storia del conflitto arabo-israeliano come il terzo scontro militare. Fu combattuta da Israele contro Egitto, Siria, e Giordania. L'Iraq, l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Algeria appoggiarono con truppe ed armi la fazione dei paesi arabi. Il conflitto si risolse in pochi giorni a favore di Israele che occupò i territori palestinesi; l'esito della guerra influenza ancora oggi la situazione geopolitica del vicino oriente.

L'Autorità Nazionale Palestinese, la cui presidenza è stata tenuta fino alla sua morte da Yasser Arafat, si è sempre dichiarata favorevole alla nascita di uno Stato Palestinese arabo indipendente a fianco dello Stato di Israele, ma tali dichiarazioni sono sempre state smentite, sia pubblicamente di fronte al mondo arabo, che nella continuazione delle ostilità contro Israele. Come più volte ripetuto nei documenti ufficiali dell'ex OLP, di Fatah e di altre organizzazioni arabe palestinesi, o nei discorsi pubblici di vari esponenti del mondo politico e religioso arabo, l'intento dichiarato degli arabi sembrerebbe l'annientamento totale dello Stato di Israele, piuttosto che la divisione della Palestina fra i due popoli.

Un tale "Stato palestinese", secondo l'attuale politica araba, dovrebbe accogliere i numerosissimi profughi palestinesi causati dai vari conflitti arabo-israeliani (specialmente del 1948) e i loro discendenti, che i vari Stati arabi sconfitti hanno sempre rifiutato o avuto difficoltà di assorbire nel proprio territorio (con la sola eccezione della Giordania). Gli arabi ritengono i profughi vittime di una 'pulizia etnica' perpetrata da Israele che avrebbe 'cacciato' i legittimi proprietari dalle loro terre. Gli ebrei ritengono i governi arabi i soli veri responsabili della creazione del problema dei profughi. Su quest'ultimo punto nuovi materiali documentari, forniti dall'apertura degli archivi israeliani relativa agli Anni Quaranta, ha dato modo a una nutrita serie di Nuovi Storici israeliani e palestinesi di riaprire efficacemente il discorso, mostrando la sensibile divaricazione esistente fra le dichiarazioni ufficiali finora fatte in merito dalle autorità civili e militari israeliane e la dimensione reale del fenomeno e le sue cause.

I confini che dovrebbe avere questo Stato nascituro non sono ben definiti: l'opinione araba è che Israele dovrebbe tornare all'interno dei suoi confini precedenti la Guerra dei sei giorni del 1967, cioè cedere agli arabi le regioni di Giudea e Samaria, o Cisgiordania (o West Bank) in cambio di un suo riconoscimento che ne garantisca la sicurezza (la cosiddetta Linea Verde). Mentre gli arabi richiedono questa cessione in quanto quelle terre sarebbero legittimamente loro e 'occupate' dall'esercito israeliano, gli israeliani a loro volta sostengono che quel territorio era già stato loro offerto nel 1947, ma da loro rifiutato e perso definitivamente con le sconfitte belliche del 1948 e del 1967.

In assenza di un trattato di pace tra i belligeranti, le leggi internazionali permettono l’annessione della terra di un aggressore dopo un conflitto – esattamente come la terra in questione era stata persa dai turchi ai tempi della Prima guerra mondiale, a favore degli Alleati. Israele offrì la restituzione delle terre acquisite mentre difendeva la sua sopravvivenza dall’aggressione araba in cambio di una pace formale. Un’offerta ribadita in occasione dell’Armistizio di Rodi e della Conferenza di Losanna del 1949. Al tempo leader arabi rifiutarono le terre (e quindi la creazione di uno stato palestinese arabo) pur di mantenere lo stato di guerra allo scopo di distruggere lo stato ebraico e riprendere il controllo di quelle terre.

Assai distanti sono i punti di vista riguardanti Gerusalemme Est.

Il 14 agosto 2005, nonostante la risoluzione ONU 242 non lo prevedesse, il governo israeliano ha disposto e completato l'evacuazione della popolazione israeliana (militare e civile)dalla Striscia di Gaza e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite, nella speranza di un progresso di pace. Tuttavia, dallo stesso agosto sono cominciati ininterrotti lanci di razzi di tipo Kassām da Ghaza verso l'insediamento israeliano di Sderot e altre località, che proseguono in modo intermittente fino ad oggi.

Gli arabi palestinesi considerano come loro capitale al-Quds (lett. "la Santa"). L'attribuzione di questa città a Gerusalemme è controversa, anche fra gli studiosi dell'Islam, poiché Gerusalemme non viene mai menzionata in tutto il Corano, anche se fin dal secondo decennio del calendario islamico, il racconto coranico narrante l'isrāʾ e il miʿrāj di Maometto viene creduto come avvenuto fra Mecca e Gerusalemme. La perdurante situazione di precarietà e di conflitto con lo Stato d'Israele, unitamente alla sostanziale assenza di un vero e proprio Stato palestinese, ha fatto della città di Rāmallāh la capitale virtuale, o tacitamente provvisoria, dell'amministrazione palestinese.

La stima della popolazione palestinese del passato si basa principalmente su due metodologie: censimenti e testimonianze scritte del tempo oppure studi statistici basati sulla presenza e densità di insediamenti di una determinata zona ed epoca storica.

Joseph Jacobs (che era stato presidente della Jewish Historical Society of England) nella Jewish Encyclopedia (redatta nel 1901-1906) sostiene che il Pentateuco contiene una serie di affermazioni relative al numero di ebrei che lasciarono l'Egitto e che i discendenti dei 70 figli e nipoti di Giacobbe, inclusi i Leviti, fossero 611.730 uomini sopra i 20 anni (abili alle armi). Tale cifra porterebbe il totale della popolazione a circa 3.154.000 abitanti. Il censimento effettuato da Re Davide (circa metà del X secolo a.C.) avrebbe registrato 1.300.000 uomini sopra i 20 anni, che porterebbe a 5.000.000 di abitanti la popolazione stimata. Il numero di esiliati che tornò da Babilonia sarebbero stati 42.360.

Publio Cornelio Tacito (55 d.C. – 117 d.C.) dichiara Gerusalemme, nel periodo della sua sconfitta, avrebbe avuto una popolazione di 600.000 abitanti. Flavio Giuseppe (37 d.C. circa – 100 d.C. circa) dichiara che questi erano 1.100.000.

Secondo l'archeologo israeliano Magen Broshi ritiene che la popolazione palestinese nel periodo antico non abbia superato il milione di abitanti e che questa cifra sia simile a quella della popolazione all'inizio del Impero bizantino nel VI secolo, Studi effettuati da parte di Yigal Shiloh dell'Università Ebraica, partendo dagli studi di Broshi (ritenuti corretti), ipotizzano che durante l'età del ferro la popolazione fosse inferiore a quella dell'epoca romana e bizantina.

Lo scrittore israeliano Shmuel Katz, nel suo libro Battleground: Fact and Fantasy in Palestine (Shapolsky Pub, 1973) - in cui sostiene apertamente la tesi sionista relativa al fatto che non sarebbe mai esistita una popolazione araba sufficiente per nutrire aspirazioni nazionali, mentre gli ebrei avrebbero, seppur in minoranza, costantemente abitato il territorio) - ritiene che al momento della distruzione del tempio di Gerusalemme la popolazione fosse compresa tra i 5 e i 7 milioni di abitanti (a seconda delle stime) e che, 6 decenni dopo, nel 132, secondo quando affermato da Cassio Dione Cocceiano, sarebbe stata stimabile in almeno 3 milioni di abitanti.

La seguente tabella mostra le stime relative alla popolazione palestinese nel I secolo (in base ai calcoli di Byatt, 1973).

1. Non v'è accordo circa la popolazione della Palestina nel I secolo della nostra era; le stime oscillano fra 1 e 6 milioni di abitanti.

La presenza o meno di immigrazione proveniente dai paesi arabi durante il periodo del Mandato britannico e dopo l'inizio dell'insediamento dei coloni ebraici è incerta ed è fonte di dibattito tra gli storici. La presenza o meno di questa immigrazione, oltre alla sua eventuale entità e durata, spesso sono impiegate per fini propagandistici.

Dal punto di vista della propaganda filo-israeliana la presenza di un'immigrazione di abitanti di origine araba dimostrerebbe che anche la popolazione locale e quella dei paesi confinanti (divenuti apertamente nemici dopo il 1948) hanno beneficiato dei miglioramenti economici portati dai coloni.

Dal punto di vista della propaganda filo-palestinese la presenza di un'immigrazione ridotta, quando non direttamente di un'emigrazione, dimostrerebbe che l'arrivo dei coloni ebrei, soprattutto dopo la Dichiarazione di Balfour, non avrebbe giovato alla popolazione araba preesistente, né a quella delle regioni confinanti, ed anzi sarebbe la causa dell'aumento di povertà e disoccupazione riscontrato dalle varie commissioni britanniche. Le stesse commissioni, a partire dall'inizio degli anni '30, suggerirono di introdurre norme per limitare l'immigrazione ebraica, poi attuate con il White Paper del 1939.

Per quello che riguarda l'immigrazione legale, secondo i dati ufficiali, tra il 1920 e il 1945, immigrarono in zona 367.845 ebrei e 33.304 non-ebrei. Sia il rapporto della commissione Hope Simpson del 1930 , sia quello della commissione Peel del 1937 , confermano un aumento del benessere e della popolazione araba come conseguenza dell'immigrazione, ma entrambi riportano anche problematiche e gli attriti dovuti allo squilibro nelle condizioni economiche, educative e sanitarie tra le aree a maggioranza araba e quelle soggette all'immigrazione ebraica e al suo conseguente apporto di capitali ovviamente destinati ai soli coloni. Entrambe le commissioni poi citano le problematiche relative all'assegnazione e all'acquisto delle terre da parte dei coloni e dell'Agenzia Ebraica, che se da un lato permettevano lo sfruttamento intensivo di terreni precedentemente incolti, dall'altro avevano causato un aumento della disoccupazione tra la popolazione preesistente, anche per via delle politiche di gestione di molte colonie decise dal movimento sionista (lavoro e assegnazione dei terreni acquisiti esclusivamente ad ebrei). La commissione Peel cita anche le richieste di circa 40.000 arabi che avevano dovuto lasciare la Palestina a causa della Prima guerra mondiale e non avevano quindi potuto acquisire la cittadinanza palestinese, consigliando che questa venga concessa a coloro che erano in grado di dimostrare collegamenti con la Palestina e l'intenzione certa di ritornare a risiedere nel suo territorio.

Lo storico statunitense Howard Sachar, esperto di questioni ebraiche, ha stimato che il numero di arabi immigrati in Palestina tra il 1922 e il 1946 sia circa 100.000. La stima è stata effettuata basandosi sulle opportunità economiche prodotte dalla colonie ebraiche e dalle maggiori spese (ridistribuite anche nei territori a maggioranza araba) che il governo mandatario poteva permettersi grazie ad un aumento delle entrate tributarie, oltre al fatto che anche all'interno del paese vi era stato un movimento migratorio delle popolazione arabe verso le zone in cui vi era una più elevata presenza di coloni ebrei, per lo meno prima dello scoppio della guerra civile del 1936. Secondo Sachar l'aumento della partecipazione araba nel campo industriale, valutabile in un aumento del 25%, era da ricondursi alla richiesta di produzione dovuto all'immigrazione ebraica.

Secondo lo storico britannico, e biografo ufficiale di Winston Churchill, Martin Gilbert, sarebbero circa 50.000 gli arabi immigrati in Palestina dalle nazioni vicine tra il 1919 e il 1939, attratti dalle opportunità di lavoro create dalla presenza degli ebrei.

Secondo l'economista americano Fred M. Gottheil si potrebbe ipotizzare che sia avvenuta un'immigrazione significativa durante gli anni '20, in base al fatto che l'immigrazione si verifica verso zone più benestanti e ricche di occasioni di lavoro (come erano divenute alcune di quelle soggette alla forte importazione di capitali che accompagnavano i coloni ebrei), e rimarca come questo tipo di spostamento di popolazione sia avvenuto anche all'interno della stessa Palestina. Secondo Gottheil gli studiosi che ritengono minima l'immigrazione araba sottostimano quella illegale e non tengono conto delle carenze e degli errori nei censimenti effettuati dall'Impero Ottomano prima e dal Mandato britannico poi.

Secondo Justin McCarthy, che nel 1990 ha pubblicato uno studio a proposito ("The Population of Palestine"), l'immigrazione araba è sempre stata molto ridotta, fin dal periodo in cui la Palestina era sotto il controllo dell'Impero Ottomano: in base alle sue valutazioni dal 1870 non si è registrata nessuna immigrazione significativa, in quanto questa sarebbe risultata dai registri anagrafici e dai censimenti, mostrando un aumento non giustificato dell'incremento di popolazione araba, che invece non è avvenuto. McCarthy nel suo studio cita anche gli studi di Roberto Bachi (membro dell'Israel Academy of Sciences and Humanities e primo presidente dell'Israeli Statistical Association) secondo il quale vi sarebbe stata un'immigrazione araba non registrata di circa 900 persone all'anno per un totale di 13.500 nel periodo compreso tra il 1931 e il 1945. Secondo lo studioso la popolazione araba presente al tempo del piano di spartizione del 1947 sarebbe stata composta quasi totalmente dai discendenti della popolazione precedente all'inizio dell'immigrazione ebraica. McCarthy ritiene anche che l'incremento di popolazione araba in alcune zone della Palestina e le migrazioni interne non siano conseguenze dell'arrivo dei coloni ebraici in uelle zone, ma rientrino in un fenomeno più vasto di movimento di popolazione avuto in tutta l'area mediterranea grazie allo svilupparsi delle infrastrutture e al boom mercantile ed industriale di quegli anni; a questo proposito cita il caso della provincia di Jerusalem Sanjak, che al maggior indice di incremento della popolazione ebraica (3,5% annuo) della Palestina, fa registrare il più basso indice di incremento della popolazione musulmana (0,9% annuo).

Lo storico Gad G. Gilbar ha sostenuto che l'aumento di prosperità della Palestina nel cinquantennio precedente alla prima Guerra Mondiale era dovuto alla modernizzazione dell'area e alla sua integrazione con l'economia europea. Nonostante questa crescita sia dovuta a motivazioni esterne alla Palestina, la sua realizzazione pratica sul territorio nons arebbe dovuta all'arrivo di coloni ebrei, ad interventi di stati esteri o alle riforme dell'impero Ottomano, ma principalmente all'attività delle comunità arabe e cristiane locali.

Secondo il Israel's Central Bureau of Statistics, nel maggio 2006 Israele ha 7 milioni di abitanti, di cui il 77% ebrei, il 18,5% arabi e un restante 4,3% di "altro". Tra gli ebrei il 68% è nato in Israele (principalmente israeliani di seconda o terza generazione), il 22% proeviene dall'Europa o dalle Americhe mentre il 10% proviene dall'Asia e dall'Africa (inclusi quelli provenienti da nazioni Arabe).

Secondo stime palestinesi, la West Bank è abitata da circa 2,4 milioni di palestinesi, mentre la Striscia di Gaza da altri 1,4 milioni, mentre la somma della popolazione di Israele e dei territori palestinesi sarebbe stimabile tra i 9,8 e i 10,8 milioni di abitanti.

Secondo uno studio presentato nel 2006 al The Sixth Herzliya Conference on The Balance of Israel's National Security dall'American-Israel Demographic Research Group vi sarebbero 1,4 milioni di palestinesi nella West Bank. Lo studio è stato tuttavia criticato dal demografo e studioso di origine italiana Sergio Della Pergola, che stima alla fine del 2005 in 3,33 milioni i residenti palestinesi di Gaza e West Bank. Sempre secondo Della Pergola la popolazione araba nel 2005 era composta, oltre che dai 3,3 milioni di palestinesi presenti nei territori occupati, anche da 1,3 milioni di arabi israeliani, mentre la popolazione ebraica era circa il 50% del ex-territorio del mandato britannico (su 10,5 milioni di abitanti).

La Giordania, il cui territorio era inizialmente parte del mandato britannico e fu suddiviso fin dal 1921 da quello della Palestina (divenendo la Transgiordania), ha una popolazione stimata di circa 6,2 milioni di abitanti (2008), di cui la metà composta di palestinesi, in parte presenti sul territorio quando nacque lo stato giordano nel 1946, in parte rifugiati provenienti dalla Palestina durante le varie guerre avvenute con Israele.

Essendo la Palestina al centro di uno dei più aspri e lunghi conflitti della Storia recente, la polarizzazione delle opinioni è tale da consigliare una suddivisione delle risorse esterne segnalate secondo i principali punti di vista coinvolti.

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Violenza politica palestinese

Israele con Cisgiordania, Striscia di Gaza e Alture del Golan

Con violenza politica palestinese o terrorismo palestinese ci si riferisce agli atti di violenza per motivi politici commessi dai palestinesi. Gruppi palestinesi che sostengono politicamente e compiono atti di violenza includono: Hamas, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, le Brigate dei Martiri di al-Aqsa (affiliate a Fatah), il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando Generale (FPLP-CG), il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, e l' Organizzazione Abu Nidal. In quanto diretto contro la popolazione civile, questa violenza è spesso etichettata come terrorismo.

Gli Stati Uniti e l' Unione europea hanno designato l'Organizzazione Abu Nidal, le Brigate dei Martiri di al-Aqsa, Hamas, la Jihad islamica, Fronte per la Liberazione della Palestina, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP), il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando Generale (FPLP-CG), come organizzazioni terroristiche. Il Congresso degli Stati Uniti ha stabilito dal 1987 che anche l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina è un'organizzazione terroristica (questa decisione è stata de facto annullato il 1993, con gli accordi di Oslo).

La violenza palestinese è stata responsabile della morte di 1.640 civili israeliani, tra il 14 maggio 1948 ed il maggio 2008.

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Brigata dei Martiri di al-Aqsa

Le Brigate dei Martiri di al-Aqsa (arabo: كتائب شهداء الأقصى, Katāʾib al-Shuhadāʾ al-Aqsā ) sono un gruppo militante palestinese vicino al partito politico al-Fath (volgarmente più noto come Fatah); sono una delle forze più attive nella seconda Intifada.Il gruppo colpisce civili e perciò è stato classificato come organizzazione terroristica da Israele, gli Stati Uniti, Canada, l'Unione Europea, ed il Giappone.

Malgrado il loro nome derivi dal concetto islamico di martirio e della moschea di al-Aqsa, sono considerate una organizzazione nazionalista e secolarizzata. L'organizzazione del gruppo deriva massimamente dai ranghi dei Tanzim, una fazione militante di al-Fath. A seguito della morte di Yasser Arafat l'11 novembre, 2004, il gruppo annunciò che avrebbe firmato i propri attacchi come le Brigate dello Shahid Yasser Arafat.

Il gruppo era inizialmente votato a colpire le forze israeliane e coloni nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Dal 2002 iniziò una serie di attacchi contro civili nelle città Israeliane.

Nel marzo 2002, dopo un attacco suicida a Gerusalemme, il gruppo venne inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche da parte degli Stati Uniti e degli altri Paesi summenzionati.

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Terrorismo islamista

Il terrorismo islamista o islamico è quella forma di terrorismo - atto di violenza ai danni di non combattenti - attuato da persone e gruppi qualificabili come islamici e/o che perseguono la causa dell'Islam.

Sebbene Stati Uniti ed Israele siano gli obiettivi più spesso colpiti dal terrorismo islamista, molti attentati sono avvenuti in altri paesi e contro altri obiettivi: a metà degli anni Novanta nel mirino dei terroristi c'era la Francia come strascico della guerra civile algerina; la Russia ha subito molti attentati terroristici per il suo coinvolgiemento nella seconda guerra cecena e nel 1997 il governo cinese fu il principale artefice della Organizzazione per la cooperazione di Shanghai voluta anche per combattere i movimenti islamici in asia centrale.. Tra il 2005 ed 2007 l'Iraq è il luogo dove si concentra maggiormente l'attività terroristica: solo nel 2005 oltre 8000 iracheni sono morti per le conseguenze degli attentati.

Secondo i dati elaborati dal National Counterterrorism Center statunitense, l'estremismo islamico tra il 2004 e i primi mesi del 2005 si è reso responsabile di circa il 57% delle vittime e del 61% dei ferimenti per terrorismo, considerando solo i casi in cui la matrice è chiara. Gli atti terroristici dell'estremismo islamico includono dirottamenti di aerei, decapitazioni, rapimenti, assassini, autobombe, attentati suicidi e, occasionalmente, violenza sessuale.

L'attività dei terroristi islamisti è spesso indicata come jihad (lotta). Le minacce, incluse quelle di morte, sono spesso emesse come fatwa, (sentenze legali islamiche). Obiettivi e vittime includono sia musulmani che non musulmani. I musulmani sono normalmente minacciati con un takfir (condanna di "miscredenza" grave, emessa contro un musulmano o un gruppo che si definisca islamico, tale da rendere teoricamente lecito "versarne il sangue"). Questa è una condanna a morte implicita perché, secondo le nuove interpretazioni date da alcuni fondamentalisti della Shari'a, nell'Islam la punizione degli apostati è la morte.

Al-Qa'ida è una rete mondiale panislamica di terroristi sunniti neo-neo-hanbaliti, capeggiata da Osama bin Laden, diventata famosa in particolare per gli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Attualmente sembra sia presente in più di 60 Paesi. Il suo obiettivo dichiarato è l'utilizzo del jihad per difendere l'Islam dal Sionismo, dal Cristianesimo, dall'Occidente secolarizzato e dai governi musulmani filo-occidentali o "moderati", quali quello dell'Arabia Saudita che è visto come insufficientemente islamico e troppo legato agli USA.

Formata nel periodo successivo l'invasione sovietica dell'Afghanistan, nei tardi anni Ottanta da Bin Laden e Muhammad Atef, al-Qa'ida rivendica il legittimo uso delle armi e della violenza contro l'Occidente e il potere militare degli Stati Uniti d'America e di ogni Stato che sia alleato con essi. Dalla sua formazione, al-Qa'ida ha compiuto numerosi attacchi terroristici in Africa, Vicino Oriente, Europa, e Asia. Sebbene un tempo fosse sostenuta dai Talebani, gli Stati Uniti d'America e il governo britannico non considerano i Talebani un'organizzazione terroristica.

Fatah al-Islam è un gruppo islamista operante fuori dal campo-profughi di Nahr al-Bared, nel settentrione del Libano. Fu costituito nel novembre 2006 da militanti che ruppero col gruppo filo-siriano di Fatah al-Intifada, a sua volta un gruppo scissionista di al-Fath, e guidato da un militante clandestino palestinese chiamato Shaker al-Absi. Gli appartenenti del gruppo sono stati genericamente descritti dai media come militanti jihadisti, e il gruppo stesso è stato descritto come un movimento terrorista ispiratosi ad al-Qa'ida. Il suo fine ufficiale è quello di portare tutti i campi-profughi palestinesi sotto l'imperio della Shari'a, e i suoi obiettivi prioritari sono la lotta contro Israele e gli Stati Uniti d'America. Le autorità libanesi hanno accusato l'organizzazione di essere coinvolta nell'attentato dinamitardo del 13 febbraio 2007 contro due minibus, nel quale hanno trovato la morte tre persone, mentre 20 altre sono rimaste ferite, nella libanese Ain Alaq, con quattro attentatori identificati e rei confessi dell'attentato.

Hamas, ("scossa" o "zelo" in arabo, ma acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya, "Movimento di Resistenza Islamica"), cominciò a propugnare attacchi contro obiettivi militari e civili israeliani all'inizio della Prima Intifada nel 1987. Come organizzazione che si ispira esplicitamente alla Fratellanza Musulmana per la Palestina, la sua leadership è assicurata da "intellettuali della pia classe media,... da rispettabili chierici devoti alla religione islamica, da dottori, chimici, ingegneri e insegnanti.

Hamas giustifica tali attacchi come necessari nel combattere l'occupazione militare israeliana dei territori palestinesi occupati e come risposta agli attacchi condotti da Israele contro obiettivi palestinesi. Il movimento serve anche da collettore di fondi, usati tra l'altro per fini di assistenza caritatevole dei rifugiati palestinesi.

Hamas è stata definita come "gruppo terroristico" dall'Unione Europea, dal Canada, dagli Stati Uniti d'America, da Israele, dalla United Nations Commission on Human Rights e dal Human Rights Watch. Chi si oppone a questa definizione obietta che Israele non è uno Stato legittimo, a causa delle modalità che hanno portato alloa sua autoproclamazione d'indipendenza nel 1948.

Hezbollah è un partito politico sciita libanese, dotato di sue proprie milizie armate e di un articolato programma mirante allo sviluppo sociale delle aree libanesi (di quelle meridionali in particolare) e di strutture in grado di portarlo a effettiva realizzazione.

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Elezioni nell'Autorità Nazionale Palestinese

Le Elezioni nell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp), fornisce informazioni sulle elezioni e risultati delle elezioni nei territori palestinesi in cui è stato consentito lo svolgimento delle elezioni.

L'ANP elegge a livello nazionale un Presidente e un consiglio legislativo di 133 membri. L'ANP ha un sistema multipartitico, nel quale Fatah è stato il partito dominante.

Eventualmente traduci la corrispondente pagina inglese.

Queste elezioni si sono svolte in seguito alla morte l'11 novembre 2004 di Yasser Arafat, presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese dalla sua nascita nel 1994, eletto il 20 gennaio 1996 e capo dell'OLP da decenni. Nonostante le accuse di corruzione e nepotismo rivolte a lui e a molti suoi collaboratori, il suo carisma di guerrigliero da decenni impegnato nella causa palestinese, sfuggito numerose volte alla morte, lo aiutava a dare un minimo di unità ai palestinesi tenendo parzialmente sotto controllo le fazioni più riottose. Inoltre garantiva il predominio del suo partito al-Fath, anche se l'ascesa dei movimenti radicali islamici Hamas e Jihad Islamica era fortissima. Alla sua morte si rischiava un pericoloso vuoto di potere, cui tentava di porre rimedio il presidente provvisorio Abū Māzen (Mahmūd ʿAbbās), esponente della vecchia guardia di Fatah, ma più favorevole a riforme nel sistema di governo. Quest'ultimo indiceva le elezioni presidenziali per il 9 gennaio 2005, in cui si presentava come candidato nettamente favorito, anche a causa del boicottaggio del più forte movimento di opposizione Hamas e della Jihad Islamica. Le elezioni erano tuttavia più pluraliste delle precedenti e vedevano la partecipazione di altri sei candidati, di diversi partiti e movimenti di opposizione laica. I rivali più accreditati di Abū Māzen erano Mustafa Barghuthi, lontano parente del leader della seconda intifada, Marwan Barghuthi, ma non collegato a lui politicamente, candidato indipendente appoggiato da movimenti della società civile, tra cui il suo, Iniziativa Nazionale Palestinese e dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; Taysir Khald del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Dei due, Mustafa Barghuthi ha ottenuto una buona affermazione, ottenendo più del 20% dei voti validi e intercettando probabilmente molti voti di protesta, mentre Taysir Khald, come pure il candidato dell'altro movimento palestinese di sinistra, Bassam al-Salhi del Partito Popolare Palestinese, hanno conseguito complessivamente soltanto poco più del 6%. Il trionfatore di queste elezioni, che hanno avuto un'affluenza stimabile intorno al 60% nonostante il boicottaggio di Hamas, è stato dunque Mahmūd ʿAbbās, che con oltre il 60% dei voti ha confermato la forza che ancora aveva lo storico partito al-Fath all'inizio del 2005, subito dopo la morte di Yasser Arafat.

Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Legislativo Palestinese, attese da ben 10 anni e più volte rinviate per via dell’occupazione israeliana, sono state ulteriormente rinviate nel corso del 2005, sempre adducendo come motivazione l’occupazione israeliana e problemi organizzativi. Tali giustificazioni però, secondo molti osservatori, nascondevano la paura di una sconfitta del partito al potere, al-Fath, da parte del movimento islamista armato Hamas, in forte crescita nelle elezioni municipali tenute nel corso del 2005. Questa eventualità era temuta anche da buona parte della comunità internazionale, in particolare da Israele, dai paesi occidentali e dagli stati arabi filo-occidentali, in quanto Hamas usa tra i suoi strumenti di lotta il terrorismo e propugna la distruzione dello stato di Israele, anche se ha sottoscritto l’anno scorso una tregua, mediata dal presidente Abu Mazen, tra Israele e le fazioni armate palestinesi.

Al-Fath, del resto, vive da qualche anno un periodo di crisi. Ormai da decenni questo partito è predominante tra i palestinesi, sia ai vertici dell'OLP, che al governo dell'Autorità Nazionale Palestinese fin dalla sua fondazione nel 1994 e con propri membri ben inseriti a tutti i livelli della pubblica amministrazione e della burocrazia nei territori occupati. Perciò molti palestinesi ritengono al-Fath il principale responsabile della diffusa corruzione. Molti osservatori internazionali ritengono che l’ascesa di Hamas sia dovuta anche ad un sentimento di protesta dell’opinione pubblica verso i quadri dirigenti tradizionali palestinesi, legati all’OLP, oltre che alla maggior intransigenza di Hamas nei rapporti con Israele e alla diffusa disillusione nei confronti di un processo di pace ormai in stallo da anni. In quest’ottica viene interpretato anche il crescente successo dei movimenti legati all’ala giovanile e più radicale di al-Fath, legata alla figura di Marwan Barghuthi, attualmente in carcere in Israele, e al movimento armato Brigate dei Martiri di al-Aqsa, responsabile di attacchi terroristici e militari contro Israele. Questa fazione, che accusa a sua volta di corruzione e cattiva amministrazione la vecchia guardia di Fatah, non riconoscendo la validità del risultato delle primarie interne al movimento, intendeva presentare una propria lista alle elezioni del Consiglio Legislativo, “Al-Mustaqbal” (“il Futuro”), ma una mediazione in extremis ha scongiurato una divisione che avrebbe dato un duro colpo a Fatah. I capi delle due fazioni si sono accordati per una lista che ha lasciato più spazio ai “giovani” di Fatah, con Marwan Barghuthi come capolista, mentre il premier Abu Ala, rappresentante della vecchia guardia, si ritirava.

Al voto erano chiamati circa un milione 400.000 palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est; a questi ultimi è stato permesso di votare dopo un lungo tergiversare da parte degli israeliani. Per Israele infatti, Gerusalemme est fa parte integrante dello stato e della capitale Gerusalemme, mentre i palestinesi la reclamano a loro volta come capitale e come parte integrante del territorio sotto l’Autorità Nazionale Palestinese, poiché fa parte dei territori occupati durante la “Guerra dei sei giorni” del 1967. Lo stesso presidente palestinese Abu Mazen minacciava di non permettere lo svolgimento delle elezioni se non veniva consentito di votare agli abitanti di Gerusalemme est. Come compromesso è stato consentito di votare ai palestinesi in seggi speciali fuori dai confini di Gerusalemme, in Cisgiordania, mentre una minoranza ha potuto votare negli uffici postali; i partiti palestinesi, e in particolare Hamas, non potevano svolgere propaganda elettorale a Gerusalemme est.

Non hanno potuto votare a queste elezioni, come alle precedenti consultazioni per l’Autorità Nazionale Palestinese, i palestinesi profughi negli altri paesi arabi.

Nel precedente Consiglio Legislativo, eletto il 20 gennaio 1996, i membri erano 88, 55 dei quali appartenevano ad al-Fath (più 7 indipendenti ad esso alleati). In quello eletto nel 2006 i consiglieri sono stati aumentati a 132. Di questi, 66 sono stati eletti con il sistema proporzionale in una circoscrizione unica (distribuzione seggi con metodo Sainte Lague), con sbarramento al 2%, mentre altri 66 venivano eletti in distretti elettorali con numero di candidati variabile (da 1 a 9) a seconda della popolazione, con quote riservate ai cristiani (in totale almeno 6) in alcuni distretti. Nei distretti elettorali si votavano direttamente i singoli candidati, esprimendo tanti voti quanti erano i candidati eleggibili nel distretto. Ad esempio, nel distretto di Gerico si poteva esprimere un voto e pertanto l’elezione si riduceva ad un sistema uninominale semplice, mentre ad Hebron, dove si eleggevano 9 consiglieri, si potevano esprimere 9 preferenze.

Mentre i primi exit poll e le proiezioni della serata del 25 gennaio 2006 indicavano una maggioranza relativa di seggi af al-Fath, i risultati diffusi nella mattinata del 26 gennaio smentivano clamorosamente questi dati e mostravano una vittoria sempre più evidente della lista dominata da Hamas, tanto che il premier Abu Ala (Ahmad Qureia), appartenente a Fatah, si dimetteva e affermava che da quel momento doveva governare Hamas; al presidente [Mahmud Abbas, anche lui appartenente ad al-Fath) non rimaneva che accettare le dimissioni del suo primo ministro. Nel frattempo si succedevano le reazioni negative da parte di Israele, Stati Uniti, Unione Europea e molti altri paesi, mentre il movimento islamico Hamas riceveva i complimenti del governo iraniano. Al-Fath si riuniva e decideva di non partecipare ad un governo con i rivali.

Nella serata del 26 gennaio 2006 venivano infine diffusi i primi risultati ufficiali, dai quali emergeva che Hamas aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti e la maggioranza assoluta al Consiglio Legislativo Palestinese.

I risultati definitivi non si scostavano molto da quelli preliminari. Hamas otteneva la maggioranza assoluta dei consiglieri, con 74 seggi, la maggior parte dei quali conquistati nei distretti (45), dove spesso prevaleva su Fatah anche dove quest’ultimo era in testa nel voto proporzionale. Quest’inversione avveniva in particolare nei distretti di Betlemme, Tubas, Deir al-Balah, Khan Younis, e in parte anche a Jenin. Hamas non ha trionfato solo nei distretti di Gaza, dove su 24 seggi ne ha ottenuti 15 (6 a Fatah e 3 a indipendenti), ma anche in Cisgiordania e Gerusalemme est, dove su 42 seggi ne ha guadagnati 30 (11 a Fatah e 1 ad un indipendente).

Le elezioni sono state boicottate dal movimento terrorista e politico Jihad Islamica, che non ha sottoscritto la tregua, mediata nel 2005 dal presidente Abu Mazen, tra Israele e le fazioni armate palestinesi, continuando gli attentati suicidi e gli attacchi. La tregua è stata invece sottoscritta da Hamas.

Il 29 marzo 2006 il nuovo governo, presieduto da Ismail Hanyeh, esponente di Hamas, giurava davanti al parlamento palestinese. Del nuovo governo fanno parte solo esponenti di Hamas e simpatizzanti; il movimento Fatah si è invece rifiutato di prendervi parte.

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Source : Wikipedia