Fabio Cannavaro

3.3051890940929 (1137)
Inviato da maria 01/05/2009 @ 06:15

Tags : fabio cannavaro, calciatori, calcio, sport

ultime notizie
Cannavaro resta nonostante il lutto - La Gazzetta dello Sport
Johannesburg, 19 giugno - Fabio Cannavaro, capitano della Nazionale, rimarrá in Sud Africa con gli azzurri nonostante la morte del nonno. Il difensore della Juventus sará a disposizione del commissario tecnico Marcello Lippi per la gara in programma...
CALCIO, ITALIA; BUFFON: CAMPIONI NEL COMPLICARCI LA VITA - La Repubblica
Gigi Buffon si prende sulle spalle l'Italia sconfitta a sorpresa dall'Egitto in Confederations Cup: il portiere azzurro difende la nazionale e spiega il gesto di Fabio Cannavaro, che dopo la rete degli africani si è battuto il petto....
E' morto in nonno, Cannavaro resta in Sudafrica - Quotidiano Nazionale
Irene (Sudafrica), 19 giugno 2009 - Nonostante la morte del nonno Fabio Cannavaro resterà. La notizia era arrivata al capitano della nazionale italiana ieri sera poco dopo il match di Confederations Cup perso dagli azzurri per 1-0 contro l'Egitto a...
Cannavaro, mai piu' come al Mondiale - ANSA
(ANSA) - IRENE (SUDAFRICA), 17 GIU - Fabio Cannavaro lo ammette: per lui e' impossibile tornare ai livelli del mondiale, ma spera ancora di poter dare molto. Contro l'Egitto il capitano azzurro arriva ad una gara dal record di presenze in nazionale...
Azzurri in campo con Cannavaro - ANSA
(ANSA) - IRENE (SUDAFRICA), 16 GIU - Primo allenamento completo per Fabio Cannavaro, dall'inizio del ritiro azzurro per la Confederations Cup.Il capitano della Nazionale partecipa con gli altri compagni alla sessione di lavoro dopo Italia-Usa....
Cannavaro alla Juventus "Diarra-Rossi, che colpi" - Punto Sport
Dal Sudafrica, impegnato con la Nazionale, Fabio Cannavaro dice la sua sull'ex compagno a Madrid, Diarra: "Un professionista esemplare che vuole sempre vincere. Giocatore di grandissimea esperienza e qualità". Insomma, una perorazione appassionata per...
CALCIO: NAZIONALE, CANNAVARO SI ALLENA E RIENTRO PROBABILE - Adnkronos/IGN
(Adnkronos) - Fabio Cannavaro verso il ritorno in campo. Il capitano della Nazionale si e' allenato regolarmente stamane e sembra aver smaltito il problema al polpaccio destro. Il difensore della Juventus dovrebbe essere in campo giovedi' nel secondo...
Sport&Sociale - Cannavaro prossimo ambasciatore Unicef - SportEconomy
Secondo quanto risulta a Sporteconomy.it, Fabio Cannavaro, attualmente impegnato con la Nazionale in SudAfrica sarà il nuovo ambasciatore dell'Unicef. E nelle prossime ore potrebbe già essere utilizzato per una operazione promozionale proprio dove si...
Italia: Cannavaro “Non sono il difensore del 2006” - Datasport
Dopo aver superato i problemi al polpaccio destro che lo ha costretto a saltare la partita di esordio nella Confederations Cup contro gli Stati Uniti il capitano Fabio Cannavaro è pronto a tornare al centro della difesa e guidare la squadra nell'ostica...
L'Opinione: Buffon, Camo, Cannavaro e Toni, FATEVI DA PARTE! - Goal.com
La rosa comprendeva giocatori del calibro di Gigi Buffon, Fabio Cannavaro, Mauro Camoranesi e Luca Toni: calciatori che già allora avevano un età considerevole. Possibile che gli stessi quattro siano punti fermi anche della nazionale del futuro?...

Fabio Cannavaro

Fabio Cannavaro.jpg

Fabio Cannavaro (Napoli, 13 settembre 1973) è un calciatore italiano, difensore centrale del Real Madrid e della Nazionale italiana, della quale è capitano e con cui ha vinto il Mondiale 2006. In occasione della finale del torneo contro la Francia ha raggiunto la sua 100ª presenza in Nazionale.

Tra i migliori difensori della sua generazione, ha vinto l'edizione 2006 del Pallone d'Oro, premio istituito dalla rivista francese France Football e attribuito annualmente al miglior calciatore militante in una squadra iscritta all'UEFA, in seguito ai voti di una giuria composta da giornalisti specializzati. Nel dicembre dello stesso anno è stato eletto FIFA World Player come miglior calciatore dell'anno in assoluto, scelto in base ai voti dei commissari tecnici e dei capitani delle Nazionali di calcio.

Gioca nel ruolo di difensore centrale, ma all'inizio della carriera giocava da terzino sinistro. È noto per la capacità di anticipo sull'avversario, la concentrazione, il dinamismo e precisi interventi in scivolata, che fanno sì che venga considerato come uno dei migliori difensori centrali del mondo. Notevole è anche la sua abilità nello stacco, nonostante la non eccelsa altezza.

Crebbe nel settore giovanile del Napoli, la squadra della sua città. L'esordio in Serie A avvenne contro la Juventus a 19 anni (7 marzo 1993), così come avvenuto al suo modello e compagno di squadra Ciro Ferrara.

Nel ruolo di difensore fin dagli esordi mostrò le sue caratteristiche di anticipo, chiusura e capacità di rilanciare l'azione. Per sanare problemi economici del club fu ceduto nel 1995 dal Napoli al Parma, squadra nella quale, insieme con il collega di reparto Lilian Thuram e al portiere Gianluigi Buffon, formò un pacchetto difensivo di valore assoluto.

In sette stagioni a Parma vinse due Coppa Italia (1999 e 2002), una Supercoppa italiana (2000) e una Coppa UEFA (1999).

È del 2002 il passaggio all'Inter, dove Cannavaro non fu mai capace di fornire un rendimento all'altezza delle sue possibilità, anche a causa di una lunga serie di infortuni. Il giocatore chiese di essere ceduto.

Nell'agosto del 2004 lo ingaggiò la Juventus di Fabio Capello. Nelle due stagioni di permanenza a Torino, nel corso delle quali aveva riformato il pacchetto difensivo con i vecchi compagni di squadra - Ferrara (ritiratosi poi nel giugno 2005), Thuram e Buffon, conquistò gli scudetti del 2004-2005 e 2005-2006, entrambi revocati dopo lo scandalo nel quale fu coinvolta la società bianconera (e pertanto non annoverabili nel suo palmarès).

Nel 2005 sorsero alcune polemiche sulla condotta di Cannavaro in un video mandato in onda dalla Rai e risalente alla vigilia della finale di Coppa UEFA 1998-1999 nell'albergo in cui risiedeva il Parma. Nel filmato Cannavaro viene sottoposto ad una flebo di neoton, sostanza non proibita. citazione di Cannavaro durante il filmato in questione "...è questa la prova che facciamo schifo..." mentre il calciatore si sottoponeva all'assunzione del citato farmaco, neuton, che viene solitamente somministrato alle persone affette da malanni cardiaci; da qui la polemica riguardante l'abuso di farmaci per finalità dopanti, scandalo che ha coinvolto la Juventus.

Nel luglio 2006, a seguito delle vicende giudiziarie che coinvolsero la Juventus relegandola nel campionato di Serie B, Cannavaro lasciò la squadra torinese e fu acquistato dal Real Madrid del neo-allenatore Capello. A Madrid Cannavaro ritrovò il compagno di squadra alla Juventus Emerson.

Il 27 novembre 2006 gli fu assegnato il Pallone d'Oro. Divenne il quarto italiano a vincere il trofeo individuale (dopo Gianni Rivera, Paolo Rossi e Roberto Baggio) e il terzo nel ruolo di difensore (succedendo a Franz Beckenbauer e Matthias Sammer). Cannavaro precedette nella scelta del giocatore dell'anno l'ex compagno di squadra Gianluigi Buffon e il francese Thierry Henry. Dedicò alla città di Napoli l'assegnazione del premio. Il 19 dicembre ricevette anche il FIFA World Player, secondo italiano, dopo Roberto Baggio, ad aggiudicarsi questo riconoscimento.

Con il Real Madrid ha vinto due campionati di Primera División consecutivi, nel 2006-2007 e nel 2007-2008.

Il 19 aprile 2009 cominciano a circolare voci in merito ad un clamoroso ritorno di Cannavaro alla Juventus. Secondo queste voci il capitano della Nazionale, svincolato dal Real Madrid, giocherebbe un anno, con un opzione per il secondo, per poi diventare dirigente della società torinese per altri due anni. Nei giorni successivi è lo stesso Cannavaro a confermare il suo ritorno in bianconero a fine stagione, anche se manca ancora l'ufficialità da parte dei club coinvolti.

Cannavaro esordì in Nazionale il 22 gennaio 1997, a 23 anni, in un'amichevole vinta contro l'Irlanda del Nord per 2-0 a Palermo, dopo aver vinto 2 campionati d'Europa Under-21 (1994 e 1996) con la Nazionale Under-21 di Cesare Maldini, lo stesso tecnico che lo fece debuttare in maglia azzurra. Partecipò alle edizioni del campionato mondiale di calcio del 1998,dove fu già titolare, del 2002 e del 2006 e ai campionati d'Europa del 2000 e 2004, diventando anche capitano dell'Italia dopo l'abbandono di Paolo Maldini alla Nazionale azzurra dopo il campionato del mondo 2002.

Il 9 luglio 2006 si è laureato campione del mondo con la Nazionale guidata da Marcello Lippi ai Mondiali di Germania, avendo poi l'onore - come capitano - di ricevere e levare al cielo la coppa vinta. Per Cannavaro si è trattato del coronamento di una brillante carriera, in cui si è affermato come uno dei migliori difensori centrali del mondo. La finale del campionato del mondo 2006 ha consentito a Cannavaro di raggiungere le cento presenze in maglia azzurra.

Le ottime prestazioni nel Mondiale gli sono valse anche il Pallone d'argento Adidas, onorificenza attribuita al secondo classificato nella graduatoria stilata con i voti dei media presenti al torneo. Nella graduatoria Cannavaro è stato preceduto non senza polemiche da Zinédine Zidane e ha a sua volta preceduto il compagno di squadra Andrea Pirlo.

Per la splendida prestazione nella finale di Berlino i tifosi italiani gli hanno attribuito il soprannome di Nuovo Muro di Berlino, a sottolineare la qualità della linea difensiva azzurra da lui guidata. Anche grazie all'impressione suscitata ai Mondiali di Germania 2006 il difensore ha poi ricevuto i prestigiosi riconoscimenti del Pallone d'Oro e del FIFA World Player.

Viene convocato dal CT Roberto Donadoni per Euro 2008, ma il 2 giugno 2008 durante il primo allenamento in Austria si infortuna ai legamenti della caviglia sinistra in uno scontro con Giorgio Chiellini ed è costretto a saltare gli Europei. Al suo posto viene convocato Alessandro Gamberini della Fiorentina.

Al 1 aprile del 2009 Cannavaro vanta 124 presenze in Nazionale A, di cui 67 da capitano.

È sposato con Daniela dal 17 giugno 1996. La coppia ha tre figli: Christian (nato il 17 luglio 1999), Martina (il 22 dicembre 2001) e Andrea (il 20 ottobre 2004), i cui nomi si è fatto tatuare sul suo corpo, e inoltre ha un Samurai sul braccio destro.

È il secondo di tre fratelli: il fratello Paolo, nato il 26 giugno 1981, gioca attualmente nel Napoli; la sorella maggiore, Renata, è farmacista.

Per la parte superiore



Società Sportiva Calcio Napoli

Napolistemma.png

La Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., abbreviata in SSC Napoli e nota come Napoli, è la principale società calcistica della città di Napoli.

Attualmente, è la quarta squadra italiana per numero di tifosi. È inoltre la squadra dell'Italia meridionale più titolata a livello nazionale ed internazionale, nonché quella più presente nei campionati di Serie A. È al 44° posto nel Ranking mondiale IFFHS.

Le origini del calcio a Napoli risalgono al 1904 quando, ad opera dell'inglese James Poths, impiegato in un'agenzia marittima della città, e dell'ingegnere napoletano Emilio Anatra, venne fondato il Naples Foot-Ball & Cricket Club, la prima squadra calcistica cittadina che nel 1906 prese il nome di Naples Foot-Ball Club. La prima partita venne giocata contro i marinai-giocatori della nave Arabik che pochi giorni prima avevano battuto a Genova la blasonata squadra del Genoa per 3-0: il Naples si impose per 3-2 con le reti di MacPherson, Scafoglio e Chaudoir.

Fino al 1912 il Naples non partecipò al Campionato nazionale al quale erano iscritte solo squadre del Nord Italia. Nei primi anni vinse comunque alcune competizioni minori fra le quali la Coppa Lipton, conquistata battendo il Palermo per 2-1, la Coppa Salsi, conquistata sconfiggendo altre squadre campane, e la Coppa Noli da Costa.

Nel 1911 la componente napoletana si distaccò da quella inglese dando vita all'Unione Sportiva Internazionale Napoli. L'anno successivo la F.I.G.C. decise di ammettere al campionato di Prima Categoria (allora la massima serie) le squadre del centro-sud. Le due squadre partenopee si affrontarono in uno scontro fratricida nella semifinale centro-sud; fu il Naples a uscirne vincitore grazie a due vittorie per 2-1 e 3-2 ma perse la finale centro-sud contro la Lazio. Nella stagione successiva l'Internazionale si prese la rivincita eliminando il Naples sempre nella semifinale centrosud per disputare la finale centro-sud nella quale si affermò nuovamente la Lazio.

Nel 1919, finita la guerra, il campionato riprese; rispetto all'ultimo torneo disputato, il numero delle squadre partecipanti aumentò a dismisura soprattutto nel Nord, anche il numero di squadre campane partecipanti al campionato aumentò notevolmente; dalle due sole iscritte nel 1914-15 (il Naples e l'Internazionale), nel 1919 le squadre campane partecipanti furono molte di più (Puteolana, Savoia, Bagnolese ecc.). Negli anni dal 1919 al 1922 il Naples e l'Internazionale non brillarono particolarmente raggiungendo al massimo le semifinali interregionali.

Nel 1922 le due compagini attuarono una nuova fusione, resa necessaria da esigenze di carattere finanziario e diedero così vita al Foot-Ball Club Internazionale-Naples, meglio noto come FBC Internaples.

Nella stagione 1925/26 l'Internaples disputò un ottimo campionato: dopo aver vinto il girone campano e il girone A delle semifinali Lega Sud arrivò alla finale della Lega Sud, ma fu travolta dall'Alba Trastevere per 6-1 e 1-1.

Il 1° agosto 1926 l'assemblea dei soci dell'Internaples decise di cambiare il nome della società costituendo l'Associazione Calcio Napoli. Giorgio Ascarelli ottenne la nomina di primo presidente della storia del club.

Prima del 1926 le imprese più importanti del calcio campano erano legate al Savoia di Torre Annunziata che aveva addirittura sfiorato il titolo nazionale fermandosi solo nella finale disputata nel 1924 contro il Genoa.

Giorgio Ascarelli, giovane industriale napoletano e presidente dell'Internaples, si era reso conto che ormai il football stava diventando un fenomeno che avrebbe appassionato le folle come null'altro fino ad allora ed il 1° agosto del 1926 fondò la nuova squadra di Napoli con il nome di Associazione Calcio Napoli.

I progetti furono subito ambiziosi, si partì da mister Garbutt, classico allenatore inglese che aveva vinto due scudetti con il Genoa nel 1923 e nel 1924 e - soprattutto da Attila Sallustro soprannominato "il Veltro". Sallustro proveniva da un'agiata famiglia e suo padre - quando seppe che avrebbe giocato a calcio in Italia - gli impose l'obbligo di non guadagnare nulla dall'attività sportiva. Sallustro mantenne la promessa fin che fu possibile; il Napoli lo gratificò regalandogli una lussuosa vettura, cosa che all'epoca destò un enorme scalpore.

Fu edificato - finalmente - uno stadio vero, il "Vesuvio", in grado di accogliere le migliaia di sostenitori della squadra che intanto decisero - viste le modeste prestazioni dei ragazzi in maglia azzurra - di togliere dallo stemma della società l'originario cavallo rampante sostituendolo con un modesto somaro: da allora "'o ciucciariello" divenne per Napoli e per il mondo del calcio l'emblema della squadra partenopea.

Ascarelli morì in giovane età senza poter raggiungere i traguardi ambiziosi che si era prefissato. Lo stadio gli fu intitolato a furore di popolo ma le leggi razziali gli tolsero anche quella "soddisfazione postuma". L'Italia entrava nel baratro della guerra e ben pochi avevano ancora voglia di pensare al pallone in una città squarciata dai bombardamenti che non risparmiarono neanche lo stadio sotto le cui macerie rimase anche la storia avventurosa di quei primi anni di grande calcio a Napoli.

Tornando alle cose prettamente sportive è da ricordare che l'esordio del Napoli nel Campionato italiano fu quanto meno disastroso: un solo punto contro il Brescia in tutta la stagione, ma Ascarelli riuscì a convincere i dirigenti nazionali a non rinunciare al patrimonio che il Napoli e Napoli rappresentavano per il calcio italiano e il Napoli fu ripescato. Ascarelli in vista della stagione successiva rinforzò la squadra in modo da evitare la retrocessione nella categoria inferiore. Tuttavia, inizialmente, il campo sembrava dargli torto: il Napoli infatti alla fine del girone d'andata era in zona retrocessione. Tuttavia grazie a un ottimo girone di ritorno gli azzurri riuscirono a salvarsi arrivando terzultimi. Nel campionato 1928/29 Sallustro segnò ventidue reti portando il Napoli all'ottavo posto della classifica a pari merito con la Lazio. Tuttavia solo le prime otto squadre di ogni girone (all'epoca il campionato italiano di calcio era basato su due gironi) avrebbero partecipato al primo campionato di Serie A a girone unico. Il Napoli dovette giocare uno spareggio con la Lazio che finì in parità per due a due. Lo spareggio si sarebbe dovuto ripetere ma poi non si disputò perché Ascarelli riuscì a convincere l'allora Presidente della FIGC, Leandro Arpinati, ad allargare il campionato di Serie A a diciotto squadre in modo che anche le none classificate potessero accedervi.

Alla vigilia del primo campionato di Serie A a girone unico il Napoli si rinforzò ingaggiando Vojak e il già citato "mister" William Garbutt chiudendo il torneo al quinto posto. Nella stagione successiva il Napoli giocò un ottimo girone d'andata che concluse al secondo posto dietro la Juve poi nel girone di ritorno, anche a causa della chiamata alle armi di Sallustro, venne meno e concluse il campionato al sesto posto. Il campionato 1932/33, invece, passerà alla storia come il primo in cui gli azzurri sfiorano lo scudetto. Formidabile fu la coppia d'attacco: Sallustro segnò diciannove reti e Vojak ventidue; Il Napoli arrivò terzo a pari merito col Bologna e nel campionato succesivo fu ancora terzo qualificandosi per la Coppa Europa, la massima competizione europea di quei tempi. Al primo turno il Napoli incontrò l'Admira Wien: A Vienna finì 0-0 a Napoli 2-2, con reti di Sallustro e Vojak. Alla "bella" vinsero gli austriaci 5-0. In campionato la squadra deluse e arrivò soltanto settima.

Nel 1936 la società fu rilevata da Achille Lauro che, per risanare il bilancio, svendette subito tutti i giocatori più importanti. Sallustro da un paio di campionati segna sempre meno reti, e molti trovano la causa della sua improvvisa scarsa vena realizzativa, nella sua frequentazione con Lucy D'Albert, famosa soubrette dell'epoca, che poi diventerà sua moglie. Al termine del campionato 1936/37 il Napoli cede Sallustro alla Salernitana. In vista della stagione 1938/39 Lauro acquistò l'attaccante Italo Romagnoli, il mediano Piccinni e la mezz'ala Gramaglia. L'allenatore Payer fu sostituito da Iodice che condusse gli azzurri al quinto posto in classifica. Nella stagione successiva la squadra partenopea allenata da Adolfo Baloncieri giocò un pessimo campionato e la retrocessione in B fu evitata solo grazie a un miglior quoziente reti rispetto al Liguria. Lauro al termine della stagione si dimise e Gaetano Del Pezzo diventò presidente della Società. Nella stagione 1940/41 il Napoli si classificò settimo a parimerito col Torino. Senza più campioni il Napoli retrocesse in Serie B al termine del campionato 1941/42.

Nella stagione 1942/43 il Napoli arrivò terzo in serie B ma questo non bastò per tornare in Serie A.

A causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi degli eventi bellici la società fu costretta a cessare le attività nel 1943. L'anno successivo allo scioglimento, nel 1944, nacquero due distinte società: la Società Sportiva Napoli, promossa dal giornalista Arturo Collana, e la Società Polisportiva Napoli, fondata dal dott. Gigino Scuotto, dalla cui fusione nel gennaio 1945 si costituì l'Associazione Polisportiva Napoli, con presidente Pasquale Russo. La società riprese finalmente la denominazione di A.C. Napoli nel 1947.

Nel 1945 con la fine della seconda guerra mondiale riprese il campionato di Serie A che venne suddiviso in due gironi: al primo parteciparono le squadre di Serie A del Nord e nel secondo le squadre di Serie A e B del Centro-Sud. Il Napoli, nonostante fosse una squadra di Serie B riuscì a vincere il proprio girone a pari merito col Bari qualificandosi per il girone finale a otto squadre in cui arrivò quinto alle spalle di Torino, Juventus, Milan e Inter.

In quel Napoli militava l'attaccante albanese Riza Lushta che ebbe un periodo di appannamento durante il quale si diffuse in città il detto: "Quanno segna Lushta se ne care 'o stadio" (Quando segnerà Lushta cadrà lo stadio). Si narra che quando Lushta interruppe il suo digiuno una parte di tribuna ebbe un cedimento, per fortuna senza gravi conseguenze.

Nella stagione successiva il campionato di Serie A tornò al girone unico, il Napoli venne ripescato insieme al Bari in serie A in quanto le due formazioni, nonostante fossero squadre di Serie B, erano riuscite a qualificarsi al girone finale. Il Napoli tornò così nella massima serie ma al termine del campionato 1947/48 retrocesse ancora in Serie B per un illecito sportivo. Ci vorranno due anni per risalire la china.

Nella stagione 1949/50 gli azzurri allenati da Eraldo Monzeglio vinsero il campionato di Serie B venendo promossi in A. Il Napoli in vista della stagione 1950/51 si rinforzò prelevando dalla Roma Amedeo Amadei che militò in maglia azzurra per sei stagioni segnando in tutto quarantasette reti. Nelle due successive stagioni il Napoli arrivò per due volte sesto in classifica. Lauro in vista della stagione 1952/53 acquistò dall'Atalanta il centroavanti svedese Hasse Jeppson.

Jeppson si era messo in mostra ai mondiali del 1950 svolti in Brasile, pareva dovesse finire all'Inter, ma per l'allora stratosferica cifra di centocinque milioni di lire fu ingaggiato dal Napoli col quale disputò quattro campionati; I tifosi coniarono per lui il soprannome di "'o Banco 'e Napule".

Un altro indimenticabile campione di quei tempi fu il "petisso" Pesaola che anche come allenatore, in tempi successivi, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della società.

Jeppson divenne velocemente il goleador simbolo della squadra partenopea, e in tre anni il Napoli otterrà un quarto (1952/53), un quinto (1953/54) e un terzo posto (1954/55).

Nel 1955 arrivò dal Brasile, via Lazio, Luís Vinício ('o Lione) che affiancando Jeppson in attacco diede vita alla coppia "H-V" che fu schierata per la prima volta in campo nella partita contro la Pro Patria vinta per 8-1 dagli azzurri con tripletta di Vinício e doppietta di Jeppson. I due, nonostatante la fama, non diedero al Napoli i frutti sperati, anche perché poche furono le occasioni nelle quali vennero schierati insieme in formazione. Il Napoli in quella stagione deluse arrivando solo quattordicesimo in classifica.

La stagione 1956/57 vede la fine definitiva del tandem Jeppson-Vinício. Il primo viene infatti ceduto al Torino. In campionato i miglioramenti rispetto alla stagione precedente fruttano solo un undicesimo posto. Tra le poche "imprese" del Napoli di quegli anni ci sono le due vittorie contro la Juventus nella stagione 1957/58: all' andata a Torino finì 3-1 per il Napoli grazie alle parate fenomenali di Bugatti, sceso in campo con trentotto gradi di febbre. Charles dopo la partita disse "Ci fosse stato un altro portiere al posto di Bugatti, fra i pali della porta del Napoli, avremmo vinto 7-3". Al ritorno, comunque, il Napoli vinse 4-3. In quella stagione gli azzurri arrivarono quarti in campionato dietro a Juventus, Fiorentina e Padova.

Per la stagione 1958/59 fu ingaggiato per far coppia con Vinício il brasiliano Del Vecchio. Neanche questa coppia, come quella Jeppson-Vinício, funzionò. Del Vecchio marcò tredici gol, Vinício sette: il Napoli arrivò al nono posto.

Nella stagione successiva il Napoli lascia l'ormai angusto stadio del Vomero e inaugura il nuovo stadio S. Paolo di Fuorigrotta davanti a ottantamila tifosi. È il 6 dicembre del 1959, la partita oppone gli azzurri alla Juventus e finisce con un incredibile vittoria del Napoli per 2 a 1.

Questo è però l’unico avvenimento di notevole importanza in quell’anno, poiché il resto della stagione della compagine partenopea fu poco più che anonimo e il risultato finale fu solo un quattordicesimo posto. A giugno lasciano la squadra Vinício e Pesaola, la crisi non sembra fermarsi.

Nel 1960 quando Vinício sembrava a fine carriera ed ormai in decadenza, il Napoli cedette il brasiliano al Bologna; a smentire quella "decadenza" ci pensò Vinício stesso, vincendo la classifica dei marcatori, ben 6 anni dopo, con la maglia del Vicenza. Nella stagione 1960/61 dopo un buon avvio - (8 punti in 5 partite) - il Napoli crolla e retrocede nuovamente in serie B.

Per ritornare in A, Lauro pretese di costruire una formazione in grado di competere con le migliori: "un grande Napoli per una grande Napoli" fu il suo slogan, ma il campo gli diede torto; la squadra non sembrava essere in grado di raggiungere la meta della promozione, e alla fine del girone di andata annaspa negli ultimi posti, rischiando la C, fino a quando fu chiamato ad allenarla Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie, che lasciò subito per tornare da allenatore nella città che l'aveva visto protagonista da calciatore, che da "Mister" rimase famoso anche per il suo immancabile cappotto di cammello e per l’inimitabile sagacia tattica. Con lui in panchina il Napoli risalì la china fino a raggiungere la promozione.

La stagione si chiuse trionfalmente con la conquista della Coppa Italia ottenuta battendo in finale la SPAL. Il Napoli passò subito in vantaggio con Gianni Corelli al 12°; la Spal pareggiò al 15° con Micheli ma Pierluigi Ronzon al 79° portò definitivamente in vantaggio gli azzurri regalandogli così il loro primo trofeo. Il Napoli resta l’unica squadra nella storia del calcio italiano ad aver vinto la Coppa Italia militando in serie B.

Nel 1962/63 il Napoli della Coppa Italia è confermato quasi in blocco, con il solo innesto di Faustino Jarbas Canè, prelevato dall' Olaria di Rio de Janeiro. In campionato la squadra non ingrana ma in Coppa delle Coppe elimina sia i gallesi del Bangor City che l'Újpesti TE (Ungheria) qualificandosi così ai quarti di finale. Intanto, dopo la gara di San Siro contro il Milan, ben quattro azzurri (Pontel, Molino, Rivellino e Tomeazzi) furono squalificati per un mese causa doping. In Coppa alla bella contro l'OFK Belgrado debutta Antonio Juliano, giovanissimo centrocampista che per i successivi diciotto anni sarà l’indiscussa bandiera del Napoli, ma nulla eviterà il 3-1 e l'eliminazione. In campionato le cose non vanno meglio: al temine della partita persa 0-2 contro il Modena sugli spalti del San Paolo si scatena la rabbia dei sostenitori azzurri, adirati per una nuova retrocessione.

Nella stagione successiva il Napoli, sotto la guida di Roberto Lerici, non ottenne grandi successi. A nulla servì la sostituzione del tecnico con il suo secondo Molino: alla fine fu solo ottavo posto. Il 1964 va invece ricordato per la trasformazione dell’A.C. Napoli in Società Sportiva Calcio Napoli, tuttora titolo sportivo ufficiale della squadra partenopea.

Per il campionato 1964/65 tornò in panchina Pesaola, il tecnico della Coppa Italia. La stagione è quantomeno strana: in casa il Napoli non rende, mentre in trasferta dilaga, Canè si trasforma in goleador e gli azzurri tornano in A.

Per lo spregiudicato armatore Achille Lauro il Napoli era un fiore all’occhiello da mostrare con orgoglio, specie in periodo elettorale; per costruire una buona squadra in vista del campionato di A 1965/66 prelevò Omar Sivori della Juventus e José Altafini dal Milan; al loro fianco cominciò a mettersi in evidenza Juliano, che aveva debuttato quando la squadra era ancora in Serie B.

I risultati sono lusinghieri: in campionato il Napoli arriva terzo, con Altafini capocannoniere della squadra con quattordici gol, mentre in estate la squadra si aggiudica la Coppa delle Alpi.

Nel 1966/67 il Napoli ripeté gli ottimi risultati dell'anno passato, arrivando quarto con Altafini di nuovo mattatore, questa volta con sedici reti. Nello stesso anno la squadra partenopea partecipò alla sua prima Coppa delle Fiere: venne eliminato agli ottavi di finale dal Burnley FC.

Alla vigilia del campionato 1967/68 arrivò dal Mantova il portiere Dino Zoff, subito soprannominato l'angelo azzurro. Nonostante la società attraversasse un periodo di crisi economica, in campionato i partenopei arrivarono vicinissimi allo scudetto. La corsa terminò con la sfida decisiva contro il Milan al San Siro, tra le polemiche. L'impegno dei giocatori azzurri fruttò solo un amaro secondo posto con nove punti di distacco dal Milan: il titolo di Campioni d’Italia restò, ancora una volta, solo un sogno nel cassetto.

A conti fatti, ad eccezione della Coppa Italia del 1962 e la Coppa delle Alpi del 1966, gli anni della presidenza di Lauro avevano regalato ai tifosi più illusioni e delusioni che risultati degni di nota.

Il periodo di potere della famiglia Lauro era ormai al termine, nel 1969, con grande abilità e poca spesa Corrado Ferlaino assunse la presidenza della società ridotta però sull’orlo del dissesto finanziario. Nei suoi primi anni di dirigenza, pur dimostrando carattere e testardaggine fuori dal comune, Ferlaino non poté garantire al Napoli la possibilità di lottare per grandi traguardi badando nei primi anni di presidenza in fase di calciomercato alla cessione di pezzi pregiati come Zoff, Altafini e Claudio Sala (ceduto senza aver potuto dimostrare pienamente il proprio valore, ad appena un anno dal suo acquisto), e all'acquisto di giocatori di prima scelta ma sul viale del tramonto come Nielsen, Hamrin, Sormani e Clerici.

Il pubblico comunque ripagava la società garantendole incassi impensabili anche per le squadre più titolate e questo fattore fu determinante per invertire la rotta.

Nel 1970/71 arrivò a Napoli il brasiliano Angelo Benedicto Sormani soprannominato il Pelé bianco. Sulla panchina della compagine partenopea rimase Beppe Chiappella, arrivato due anni prima. Sormani formò con Altafini un attacco solidissimo ed il Napoli giunse a giocarsi lo scudetto con Inter e Milan, ma a fine campionato il bottino fu solo un terzo posto avvelenato da roventi polemiche.

La stagione successiva vede una piccola crisi del Napoli, dovuta ad alcuni problemi societari. La compagine partenopea arriverà soltanto all'ottavo posto. Ferlaino decide quindi di svecchiare la squadra (pensando comunque anche al bilancio). La cessione di giocatori del calibro di Zoff ed Altafini alla Juventus fu accolta malamente dai tifosi e ben pochi videro di buon occhio il nuovo assetto della squadra.

L'acquisto che rivoluziona positivamente l'ambiente azzurro, è però legato al leone Luís Vinício, che ritorna a Napoli in veste di allenatore.

All'arrivo del nuovo tecnico la società cominciò ad investire acquistando giocatori di ottimo livello (come gli attaccanti Sergio Clerici e Giorgio Braglia), mantenendo campioni come Juliano e valorizzando poi alcuni giovani talenti (Bruscolotti, Vavassori, La Palma, Salvatore Esposito ed altri). Vinício, primo in Italia, volle sperimentare una squadra in grado di giocare il calcio totale proposto dagli olandesi ai Mondiali del 1974. La squadra fu rivoluzionata ed i risultati non si fecero attendere: la stagione si chiuse con un buon terzo posto alle spalle della Lazio di Chinaglia e della Juventus.

Nel 1975 il Napoli sempre guidato da Vinício arriva ad un passo dallo scudetto: infatti appena due punti, alla fine, lo separano dalla Juventus. Decisiva risulta la sfida di Torino che la Juve vince grazie 2-1 ad un gol in zona Cesarini dell’ex Altafini, da allora soprannominato Core ‘ngrato.

Il colpo di mercato che ingigantì le speranze di gloria dei tifosi azzurri arrivò nell'estate del 1975 quando per l’allora stratosferica cifra di due miliardi di lire fu ingaggiato dal Bologna il centravanti Beppe Savoldi detto BeppeGoal o anche mister due miliardi.

La squadra, reduce dall'amaro secondo posto, non fece meglio nella stagione successiva, arrivando solo al quinto posto. Però riuscì a conquistare la sua seconda Coppa Italia battendo in finale per 4 a 0 l’Hellas Verona nella finale dell'Olimpico; poi, battendo il Southampton, il Napoli si aggiudicò anche la Coppa di Lega Italo-Inglese.

Nella stagione successiva l'obiettivo del raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe (allenatore Pesaola) fallì dopo un’immeritata sconfitta per 2-0 nella semifinale di ritorno contro l'Anderlecht in una gara pilotata letteralmente a senso unico dall'arbitro Matthewson (che successivamente si scoprì essere dipendente dell'azienda di proprietà del presidente della squadra belga). La gara d’andata era finita 1-0 per il Napoli grazie a una rete di Bruscolotti. In campionato gli azzurri raggiungono un modesto settimo posto e subiscono anche la penalizzazione di un punto in classifica per cumulo di squalifiche del campo.

Dopo un doppio sesto posto nelle stagioni 1977/78 e 1978/79, Savoldi lascia il Napoli che precipita all'undicesimo posto nel 1980; la sostituzione del ritrovato Vinício con Sormani non riesce a fermare la crisi.

Gli anni settanta si chiusero così senza sussulti né grandi soddisfazioni. La parola "Scudetto" continuava ad essere solo una chimera per i sostenitori azzurri ma il decennio successivo li avrebbe appagati con trionfi tutt'ora irripetuti.

All’inizio degli anni ottanta, con la riapertura delle frontiere ai giocatori stranieri, giunsero in Italia fior di campioni (ed anche qualche "bidone").

Il Napoli, tradizionalmente, aveva avuto nelle sue file ottimi giocatori non italiani (Sallustro, Sivori, Jeppson, Hamrin, Cané, Clerici); per mantenere viva la tradizione fu ingaggiato dal Vancouver Ruud Krol.

Già campione d’Europa con l’Ajax e pilastro difensivo della grande Olanda dei primi anni settanta, Krol era un libero sopraffino capace di aprire il gioco con lanci lunghissimi e di estrema precisione. La sua classe era degna dei migliori calciatori che avessero calcato l'erba dello stadio San Paolo.

L’entusiasmo attorno alla squadra portò nuovamente i tifosi a sognare la "grande impresa". Nella stagione 1980/81, in un'annata resa drammatica dal sisma che il 23 novembre 1980 scosse la città, la squadra sfiorò il titolo conquistando il terzo posto finale. Dopo la vittoria sul Torino al Comunale, a cinque giornate dal termine, il Napoli si portò in testa alla classifica insieme alla Juventus e con la prospettiva di usufruire di un calendario favorevole. Incredibilmente, però, il Perugia - ultimo in classifica - nella successiva gara interna passò al San Paolo 0-1 con autogol di Ferrario nei primi minuti. Per tutto il resto della gara, gli azzurri si gettarono generosamente all'attacco, ma pali, traverse e le miracolose parate del portiere Malizia, sbarrarono al Napoli ogni possibilità di giungere quantomeno al pareggio. Nonostante tutto, la squadra affrontò l'incontro decisivo con la Juventus primatista con due soli punti di svantaggio e con la teorica possibilità di sfruttare il turno casalingo per riagguantare la vetta a una giornata dal termine. Ma ancora una volta un'autorete (Guidetti) condanna gli azzurri alla sconfitta e a dare l'addio ai sogni tricolore. Restò l'amarezza per un'occasione sfumata e la consapevolezza di aver trovato in Krol uno dei migliori campioni che abbiano vestito la maglia azzurra. A parte il già citato terzo posto nella stagione 1980/81 (allenatore Rino Marchesi) e il quarto posto nella stagione successiva, lo Scudetto restò lontano da Napoli nonostante Krol e Claudio Pellegrini, capocannoniere del Napoli in entrambe le stagioni, e con la stessa quota di gol: undici.

Nonostante l’arrivo di altri stranieri di valore quali Ramón Díaz prima e José Dirceu poi, i due campionati successivi furono coronati da "batoste" e delusioni e la serie B fu evitata in modo quasi rocambolesco.

Nella stagione successiva viene ingaggiato Daniel Bertoni, argentino e campione del mondo che prende uno dei due posti riservati agli stranieri e lasciati liberi da Krol e Dirceu. Intanto sta maturando il vero colpo di mercato che verrà definito l'affare del secolo.

Il 27 maggio del 1984 la prima pagina della Gazzetta dello Sport mandò in visibilio i supporters azzurri: "Maradona, sì al Napoli". Da quel giorno, i tifosi azzurri attesero con ansia l'ufficializzazione dell'acquisto, che avvenne un mese dopo: Diego Armando Maradona era ufficialmente del Napoli ed il 5 luglio del 1984 fu presentato allo stadio San Paolo, gremito in ogni ordine posti. Quell’entusiamo popolare fu più forte della valanga di polemiche suscitata dalla cifra allora enorme che fu sborsata dal Napoli per avere in squadra il campione argentino, cifra che si aggirava attorno ai tredici miliardi di lire.

Nella prima stagione di Maradona, però, il Napoli stentava a decollare: mal supportato da una squadra di mediocre valore, Maradona dimostrò le sue indubbie doti di funambolo ma il suo contributo non poté essere utile per raggiungere grandi traguardi. Dopo un girone di andata mediocre, il Napoli riuscì a raggiungere una tranquilla posizione di centro classifica solo alle ultime giornate di campionato.

Era chiaro che da solo Maradona non avrebbe portato il Napoli a grandi risultati e la società dovette subito correre ai ripari. L’anno successivo arrivarono in azzurro rinforzi del calibro di Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Claudio Garella, Alessandro Renica ed altri giocatori che in pochi anni diventarono i beniamini dei tifosi. Ma anche dal vivaio emergevano giovani talenti: uno su tutti fu Ciro Ferrara, che debuttò in prima squadra proprio nel 1985-86. Quella stagione finì col Napoli al terzo posto, ma in continua crescita sotto il profilo del gioco.

La stagione del primo scudetto è quella del 1986/87. Sono arrivati nuovi innesti come l'attaccante Andrea Carnevale, mentre Maradona è appena tornato dal trionfale mondiale messicano. Così come per l'Argentina, Maradona sarà il condottiero principe del Napoli, conducendolo alla vittoria del campionato.

Il 10 maggio 1987 il San Paolo può finalmente abbracciare i protagonisti dell'impresa tante volte sognata, sfiorata e sfumata. La gara contro la Fiorentina è solo una passerella per gli azzurri, basta un pareggio (e pareggio fu con reti di Carnevale e Roberto Baggio) poi si scatena la festa, la città intera si abbandona all'euforia più sfrenata ma smentisce clamorosamente quanti prevedevano i catastrofici effetti derivanti dalla follia di una massa enorme, incontrollata ed incontrollabile riversata nelle strade della città. Uno striscione esposto in curva B recitava: "La storia ha voluto una data, 10 maggio 1987".

La squadra vince anche la sua terza Coppa Italia, conquistata vincendo tutte le gare, comprese le due finali disputate contro l'Atalanta. L'accoppiata scudetto/coppa è un'impresa che fino a quel momento era riuscita solo al Grande Torino ed alla Juventus.

La rosa Campione d’Italia comprendeva: Garella, Bruscolotti, Ferrara, Bagni, Ferrario, Renica, Carnevale, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano; Volpecina, Caffarelli, Sola, Muro, Marino, Bigliardi, Di Fusco; Allenatore: Ottavio Bianchi.

Il campionato del 1988 inizia sotto i migliori auspici, anche grazie all'innesto del centravanti brasiliano Careca acquistato dal San Paolo: 5 vittorie nelle prime 5 gare danno subito l'impressione che il Napoli cerchi di rifarsi dalla delusione in Coppa dei Campioni vincendo un altro scudetto. Nel corso della stagione il primato azzurro non entra mai in discussione, e sembra ancor più una "passeggiata" rispetto a quello precedente. Al termine del girone d'andata, dove il Napoli è primo con 11 vittorie, 3 pareggi ed 1 sconfitta, il Napoli accelera ancora: altre 7 vittorie consecutive. Poi, improvvisamente, il crollo: nelle ultime 5 giornate, il Napoli conquista un solo punto, perdendo ben 4 gare di fila, tra cui lo scontro diretto con il Milan, che segna il sorpasso rossonero sugli azzurri.

Si scatenarono polemiche per diversi mesi, ma subito si giunse all'idea che, sull'improvviso calo del Napoli nelle ultime 5 giornate, ci fosse la mano della Camorra, in quegli anni molto attiva nel settore delle scommesse clandestine. Lo spogliatoio del Napoli, comunque, si spacca, e si passa così dalle critiche alle "epurazioni" più violente: Claudio Garella, Moreno Ferrario, Salvatore Bagni e Bruno Giordano vengono messi alla porta, resteranno gli unici a pagare per lo scudetto "regalato" ai rossoneri di Arrigo Sacchi.

Il MA.GI.CA. era il tridente di attacco del Napoli alla fine della stagione 1987-1988. Il tridente era composto da Diego Armando Maradona, Antonio Careca, e Bruno Giordano. Tale soprannome nacque dopo la partita Ascoli-Napoli del 31 gennaio 1988, finita 3-1 per i partenopei. In questa gara andarono a segno in sequenza: Maradona (su rigore), Giordano e alla fine Careca. Nella stagione di riferimento, il tridente collezionò complessivamente 97 presenze (Maradona 37, Careca 33, Giordano 27) e segnò 47 reti (Maradona 21 , Careca 18 , Giordano 8).

Finita in modo burrascoso la stagione 1987-88, per quella successiva la squadra cambia radicalmente: per sostituire i giocatori allontanati, il Napoli ricorre a diversi acquisti, tra cui quello di Giuliano Giuliani, di Luca Fusi e del forte centrocampista brasiliano Alemão, già compagno di Careca nella Seleção. Entrano a far parte della dirigenza azzurra, Luciano Moggi e Giorgio Perinetti.

Il campionato 1988/89 regala belle soddisfazioni al Napoli, come il 5-3 esterno alla Juventus, il 4-1 al Milan ed il clamoroso 8-2 al Pescara. Ma lo scudetto di quell'anno va all'Inter detta "dei record", forse la compagine nerazzurra più forte mai esistita. Che il campionato diventi monopolio dell'Inter lo si capisce subito, e così le altre squadre puntano alle competizioni europee.

In Coppa Uefa, gli azzurri partono subito col piede giusto, eliminando i greci del Paok Salonicco (1-0 ed 1-1), i tedeschi del Lokomotive Lipsia (2-0 ed 1-1) ed i francesi del Bordeaux (0-0 e 0-1). Le sfide più interessanti cominciano però dai quarti di finale, con il Napoli che si trova di fronte alla Juventus: dopo lo 0-2 subito nella gara d'andata a Torino, un secco 3-0 al ritorno ribalta il risultato a favore del Napoli, che passa così in semifinale, dove affronta i tedeschi del Bayern Monaco. In uno Stadio San Paolo da tutto esaurito, il Napoli vince per 2-0, con gol di Careca e Carnevale ed ipoteca la finale. Al ritorno, una doppietta di Careca (2-2 il finale) spiana la strada per la finalissima contro un'altra tedesca, lo Stoccarda di Jürgen Klinsmann.

Nella gara d'andata, i tedeschi gelano il San Paolo con la rete di Maurizio Gaudino (per ironia della sorte, un napoletano nato in Germania), ma le reti di Maradona prima e di Careca (allo scadere) poi, fissano il punteggio sul 2-1. Il ritorno a Stoccarda, con oltre 30.000 tifosi azzurri al seguito, è un trionfo: segna Alemão, pareggia Klinsmann, poi Ciro Ferrara e Careca mettono la parola fine alla partita. Il Napoli vince così la Coppa Uefa 1989.

La stagione 1989/90 si apre subito con una notizia clamorosa: Ottavio Bianchi va via dalla panchina azzurra, sostituito da Albertino Bigon. Maradona, invece, è in Argentina, e non rientra in tempo utile per giocare le prime partite di campionato; ma sembra che in realtà stesse cominciando ad avere problemi con la società, a cui aveva chiesto di essere ceduto: voci però subito smentite ma mai in modo del tutto convincente. La squadra intanto acquista nuovi giocatori, come Massimo Mauro dalla Juventus, e mette in prima squadra un giovanotto sardo preso dalla Serie C1: Gianfranco Zola.

In campionato, il Napoli parte subito col piede giusto: 16 risultati utili consecutivi nelle prime 16 gare. La sconfitta arriva solo all'ultima d'andata, ma non preoccupa nessuno. Un piccolo calo di rendimento avvicina l'Inter ed il Milan, ma la squadra gestisce bene il vantaggio di due punti, fino allo scontro diretto: a San Siro i rossoneri vincono 3-0 ed il Napoli viene raggiunto in testa. Due settimane dopo, gli azzurri perdono di nuovo a San Siro, stavolta contro l'Inter (3-1), e si ritrovano due punti sotto. Molti cominciano a temere il ritorno degli "spettri" del 1988, e diversi giornali parlano già di scudetto al Milan; il Napoli invece non demorde, e recupera prima un punto (Milan sconfitto a Torino dalla Juventus ed azzurri che pareggiano a Lecce), poi però si fanno battere dalla Sampdoria (2-1 al 90°) mentre il Milan perde il derby contro l'Inter. Quando i giochi, a poche giornate dalla fine, sembrano ormai fatti, avviene il famoso caso della monetina di Bergamo: sul punteggio di 0-0 tra Atalanta e Napoli, una monetina lanciata dai tifosi nerazzurri colpisce alla testa Alemão, costringendolo ad abbandonare il campo. Il giudice sportivo assegnerà il 2-0 a tavolino al Napoli, mentre il Milan viene bloccato sullo 0-0 dal Bologna, e viene raggiunto così dal Napoli a tre giornate dalla fine. Alla penultima, il definitivo sorpasso: rossoneri sconfitti a Verona per 2-1 e Napoli vittorioso 4-2 sul campo a Bologna, permettendosi così di farsi bastare il pareggio all'ultima giornata, contro la Lazio: tuttavia un gol di Marco Baroni dopo appena sette minuti chiude in fretta la partita e regala al Napoli il secondo scudetto. Non mancarono le polemiche, soprattutto da parte milanista, sia per la decisione di assegnare la vittoria a tavolino al Napoli sull' Atalanta, sia per l' arbitraggio di Rosario Lo Bello che determinerà la sconfitta del Milan a Verona. In tal proposito, l' 11 settembre del 2003, l' allora presidente napoletano, Corrado Ferlaino, rilasciò la seguenti dichiarazioni alla Gazzetta dello Sport: "Allacciai buoni rapporti con il designatore Cesare Gussoni. Alemao fu colpito, forse ingigantimmo l'episodio, ma la partita comunque era già vinta a tavolino. Facemmo un pò di scena. L'idea fu del massaggiatore Carmando. Alemao all'inizio non capì, lo portammo di corsa all'ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: 'Non mi ha riconosciuto'. Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino". Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto".

Nella stagione 1990/91, la rosa del Napoli è di poco diversa da quella laureatasi campione d'Italia. La stagione comincia con la vittoria nella Supercoppa Italiana ottenuta battendo la Juventus allenata da Maifredi per 5-1. Il campionato, invece, comincia male: nelle prime tre partite la squadra ottiene solo un punto. L'inizio in Coppa dei Campioni sembra favorevole al Napoli, che ottiene una convincente doppia vittoria sugli ungheresi dello Újpesti Dózsa, squadra che aveva già incontrato nella Coppa delle Coppe del '63, quando si chiamava Újpesti TE. Al secondo turno però gli azzurri vengono eliminati dallo Spartak Mosca, implacabile ai rigori, dopo un doppio 0-0. La crisi continua per tutto l'anno, e il Napoli chiude la stagione con un modesto settimo posto.

Si chiude così il primo importante ciclo del Napoli in coincidenza con il declino di Maradona a seguito delle vicende personali che lo costrinsero a lasciare Napoli e l'Italia in modo amaro. Dal 1991, dopo che Maradona lasciò Napoli, la squadra si avviò verso un lento ma costante declino.

Inizialmente, con il nuovo tecnico Claudio Ranieri e grazie all'apporto di giocatori del calibro di Zola, Ferrara, Careca e il nuovo arrivato Laurent Blanc, ottiene un discreto quarto posto nella stagione 1991/92.

Ranieri viene confermato, e il Napoli sembra aver riacquistato la sua competività. La campagna acquisti porta in azzurro giocatori come Daniel Fonseca e Roberto Policano. In Coppa Uefa si comincia piuttosto bene, con un 5-1 esterno contro il Valencia con Fonseca autore di tutti e cinque gol del Napoli. Il Paris Saint Germain ferma però i partenopei al turno successivo; è George Weah, con una doppietta, a condannare il Napoli all'eliminazione. In campionato la squadra va in crisi e dopo un 1-5 contro il Milan, Ranieri viene licenziato. Al suo posto ritorna Ottavio Bianchi, che non può far altro che portare la squadra verso la salvezza senza grandi risultati.

La squadra viene quindi svecchiata e subisce molti cambiamenti: Bianchi diventa General Manager e sceglie come tecnico Marcello Lippi. Pilastri della squadra come Careca e Gianfranco Zola lasciano la squadra mentre molti giovani promettenti, come Fabio Cannavaro e Fabio Pecchia, diventano protagonisti. Dopo un primo periodo di crisi, Lippi decide di puntare tutto sulle forze fresche e la stagione 1993/94 finisce con un buon sesto posto e la soddisfazione di aver sconfitto il Milan, prossimo a laurearsi campione d'Italia e d'Europa, grazie ad una rete di Paolo Di Canio, elemento giunto in prestito dalla Juventus che realizza anche il gol all'ultima giornata che vale la qualificazione alla Coppa UEFA.

Lippi a fine stagione lascia il Napoli con destinazione Juventus, e con lui anche Ciro Ferrara, bandiera e capitano del Napoli. Al posto dell'allenatore viareggino arriva Vincenzo Guerini e il Napoli in campo si affida ad André Cruz, Alain Boghossian e all'ex numero dieci del Torino Benny Carbone, arrivato via Roma con Grossi e ben 18 miliardi, nell'affare che porta in terra capitolina Daniel Fonseca. Ma la stagione comincia male: Guerini viene licenziato dopo un 5-1 subito contro la Lazio ed al suo posto arriva Vujadin Boškov. L'eccentrico allenatore slavo porta i partenopei al settimo posto, sfiorando la qualificazione alla Coppa Uefa.

A partire dal 1995 con la cessione di giocatori come Benito Carbone (all'Inter) e di Fabio Cannavaro (al Parma), inizia il declino. La retrocessione è sfiorata e il Napoli si salva solo alla terz'ultima giornata, vincendo contro la Sampdoria 1-0, grazie ad un rigore nei minuti finali di Arturo Di Napoli. Boškov lascia la squadra a fine anno.

Nella stagione 1996/97 la formazione azzurra allenata da Gigi Simoni è la vera rivelazione del campionato e alla sosta di Natale è addirittura al secondo posto a pari merito con il Vicenza e dietro alla Juventus; nel girone di ritorno, tuttavia, la squadra crolla (3 vittorie in 17 gare) ed evita la retrocessione per un soffio. Nella stessa stagione il Napoli è autore di un’ottima prestazione nella Coppa Italia. Eliminati il Monza, il Pescara (entrambe per 0-1), la Lazio (1-0 ed 1-1) e l'Inter (1-1 ed 1-1, gli azzurri vincono ai rigori), il Napoli arriva in finale contro il Vicenza. All'andata, il Napoli vince 1-0 al San Paolo, ma nella gara di ritorno al Romeo Menti di Vicenza, gli azzurri perdono 1-0 nei minuti regolamentari e, complice l'espulsione di Nicola Caccia, subiscono negli ultimi tre minuti dei tempi supplementari due gol che impediscono di arrivare a giocarsi la coppa ai rigori consegnando al Vicenza il titolo e l'accesso alle coppe europee.

La stagione successiva è disastrosa: nonostante un'intelaiatura costruita per puntare alla qualificazione alla Coppa Uefa (Claudio Bellucci e Igor Protti i fiori all'occhiello della campagna d'acquisti), la crisi degli anni passati arriva a una situazione senza precedenti. Durante l'anno si succedono sulla panchina del Napoli ben quattro allenatori (nell'ordine: Mutti, Mazzone, Galeone, Montefusco) e tre direttori tecnici (nell'ordine: Ottavio Bianchi, Salvatore Bagni, Antonio Juliano), e in campo ben quaranta calciatori (fra cui l'ormai anziano Giuseppe Giannini, Reynald Pedros, Aljoša Asanović, William Prunier, José Luis Calderón, Massimiliano Allegri), ma nessuno di loro eviterà agli azzurri una triste retrocessione: con un bottino di soli quattordici punti, il Napoli retrocede in Serie B dopo trentatre anni di permanenza nella massima serie.

Il primo anno in cadetteria è mediocre, la squadra allenata da Renzo Ulivieri annovera nell'organico giocatori "blasonati" ma sul viale del tramonto come Igor Shalimov e Roberto Murgita e non riuscirà mai ad inserirsi in competizione con le altre squadre in lotta per la promozione. A gennaio arriva l'attaccante Stefan Schwoch, ma è ormai troppo tardi e il Napoli resta in Serie B.

Il ritorno in A avverrà solo l'anno dopo, grazie all'oculata gestione del nuovo allenatore Novellino e alle ottime prestazioni di Stefan Schwoch, che segna ventidue goal eguagliando così il record di reti siglate in una stagione con la maglia azzurra, detenuto fino a quel momento da Vojak. Quell'anno il Napoli ha nel proprio organico elementi di sicuro avvenire, come Massimo Oddo, Matuzalem, Roberto Stellone e Luciano Galletti.

Nonostante i meriti e l'affetto dei tifosi, proprio i due protagonisti del ritorno in A (Novellino e Schwoch), non ottengono la riconferma e nel successivo campionato il Napoli subisce all'ultima giornata un'altra retrocessione nonostante l'avvicendamento in panchina fra Zeman e Mondonico, alcune prestigiose vittorie (6-2 alla Reggina, 2-1 in casa dei campioni d'Italia in carica della Lazio e l'1-0 all'Inter) e la presenza in squadra di calciatori come Edmundo, Amauri (arrivati entrambi nel mercato di gennaio), Matuzalem, Jankulovski, Nicola Amoruso e Bellucci.

Nel campionato successivo di serie B arriva come allenatore Luigi De Canio. La squadra sembra molto competitiva ed è fra le favorite per la promozione: lotterà fino all’ultimo per ritornare in Serie A, riuscendo a risalire dai bassifondi della classifica fino ai primi posti, inanellando una serie lunghissima di risultati consecutivi; ma nella partita decisiva, in casa contro la Reggina ottiene solo un pareggio: la stagione finirà col Napoli quinto, e quindi ancora in cadetteria.

Nella stagione 2002/03 il Napoli passa dalle mani dell'imprenditore romagnolo Giorgio Corbelli a quelle dell'industriale alberghiero Salvatore Naldi che affida la squadra all'allenatore Franco Colomba ma, senza un organico competitivo si ritrova al penultimo posto ed al tecnico subentra Franco Scoglio, che lascia l'incarico di CT della Libia. La squadra risale ma poi va di nuovo in crisi ed in panchina torna Colomba che riesce nell'intento di salvare la squadra da una clamorosa retrocessione in C1 solo all'ultima giornata con un pareggio a Messina contro i locali. Nella stagione 2003/04 la squadra sembra sulla carta in grado di vincere il campionato ma sul campo delude: l'allenatore Agostinelli sarà esonerato per far posto al rientrante Simoni, ma il risultato sarà un mediocre quattordicesimo posto.

Alla crisi di risultati si è aggiunta una crisi finanziaria che ha portato nell'estate del 2004 al fallimento ed alla conseguente perdita del titolo sportivo. Nelle settimane successive l'imprenditore Aurelio de Laurentiis rileva il titolo sportivo dalla curatela fallimentare del tribunale di Napoli e iscrive la squadra, denominata Napoli Soccer al campionato di Serie C1.

La società prende parte al campionato di serie C1 nella stagione 2004-05. In quella stagione la squadra - costretta anche ad una campagna acquisti effettuata in tempi ristretti - termina il girone di andata a due punti dalla zona play-off. Con gli acquisti di calciatori di buon livello come Emanuele Calaiò, Inácio Piá e Marco Capparella ed in seguito all'esonero del tecnico Giampiero Ventura (cui subentra Edoardo Reja), il Napoli arriva terzo alla fine del campionato, ma perde la finale play-off contro l'Avellino, pareggiando 0-0 in casa e perdendo 2-1 ad Avellino. L'intera estate viene vissuta con la speranza, rivelatasi poi vana, di un ripescaggio in cadetteria.

Nella stagione 2005-06, il Napoli, grazie anche agli acquisti di Gennaro Iezzo, Rubén Maldonado e Mariano Bogliacino, ha un ottimo avvio sia in campionato che in Coppa Italia, competizione nella quale viene eliminato solo agli ottavi di finale dalla Roma (prima aveva eliminato Pescara, Reggina e Piacenza). Gli azzurri vengono promossi nella serie cadetta con un notevole distacco sulle inseguitrici, con quattro giornate d'anticipo sulla fine della stagione regolare con Emanuele Calaiò che si mette in evidenza segnando diciotto reti.

Al termine della stagione, il 23 maggio 2006, il presidente De Laurentiis, mantenendo la promessa fatta all'atto della sua acquisizione del titolo sportivo dalle mani del tribunale, restituisce al club la denominazione originaria di Società Sportiva Calcio Napoli, volutamente non utilizzata nei due campionati di terza serie.

L'ultimo atto della stagione è stata la finale di Supercoppa di Serie C1 persa contro lo Spezia: nella doppia finale ha prevalso la squadra ligure grazie allo 0-0 interno nella gara d'andata e all'1-1 al "San Paolo".

Nel campionato 2006/07 l'obiettivo è il salto di categoria in un torneo interessante e difficile, a causa della presenza di squadre di ottimo valore, prima fra tutte la Juventus (retrocessa per illecito). Per puntare alla promozione vengono acquistati calciatori di valore come Paolo Cannavaro (fratello minore di Fabio Cannavaro) e Samuele Dalla Bona che vantano molte esperienze in club di ottima levatura e giocatori di sicura affidabilità come Maurizio Domizzi, Christian Bucchi (capocannoniere della serie B 2005/06), il difensore György Garics ed il trequartista Roberto De Zerbi.

Il Napoli ha un ottimo avvio in Coppa Italia superando i primi tre turni, battendo prima il Frosinone per 3-1, poi l'Ascoli 1-0 (dopo i tempi supplementari) ed infine la Juventus, per 8-7 ai calci di rigore, dopo una gara emozionante chiusa sul 3-3. Negli ottavi di finale gli azzurri vengono eliminati dal Parma (1-0 a Napoli, 1-3 in Emilia).

In campionato la squadra si mantiene costantemente nelle prime tre posizioni; infine, registrata la promozione della Juventus, il Napoli giunge al confronto diretto dell'ultima giornata, in casa del Genoa, secondo in classifica e con un punto di vantaggio proprio sui liguri. Il pareggio a reti bianche di Marassi e il concomitante pareggio del Piacenza (unica squadra che era ancora in gioco per eventuali play-off), è stato sufficiente a garantire sia al Napoli che al Genoa la promozione diretta, festeggiata insieme dalle due tifoserie (gemellate dal 1982) da troppo tempo lontane dal massimo palcoscenico calcistico nazionale.

Per il ritorno in Serie A, il Napoli modifica leggermente la propria politica gestionale, puntando ancor di più, rispetto al passato, su giovani talenti che possano permettere con basse spese di avere buoni rendimenti immediati e futuri - in primis Lavezzi, Hamšík, Gargano - appaiandoli a giocatori di esperienza come Blasi, Zalayeta e Contini; l'allenatore è ancora Reja, che diventa uno dei più longevi della storia del club. Nel mercato di gennaio, poi, vengono acquistati Mannini e Santacroce dal Brescia, Pazienza dalla Fiorentina e Navarro dall' Argentinos Juniors. In campionato, il Napoli batte squadre importanti come Inter, Milan e Juventus, e chiude all'ottavo posto con 50 punti, centrando la qualificazione per l'Intertoto, dopo quasi 14 anni dall'ultima partecipazione in una competizione europea. In Coppa Italia, gli azzurri vengono eliminati dalla Lazio agli ottavi di finale (3-2 in totale: 2-1 a Roma e 1-1 a Napoli).

A campionato terminato, Pierpaolo Marino mette a segno cinque acquisti: Rinaudo dal Palermo, Maggio dalla Sampdoria, Denis dall'Independiente, Russotto dal Bellinzona, Aronica dalla Reggina, e conferma per il quarto anno di fila Reja come allenatore. Nel mercato di gennaio viene invece messo a segno l'acquisto di Jesús Dátolo dal Boca Juniors, mentre dalla lista degli svincolati viene ingaggiato il portiere Luca Bucci.

Superati i greci del Panionios in Intertoto e gli albanesi del Vllaznia nei preliminari di UEFA, il Napoli si qualifica per il tabellone principale, dove viene eliminato dal Benfica al primo turno. In Coppa Italia la squadra esce ai calci di rigore contro la Juventus nei quarti di finale. In campionato, chiude il girone di andata al quarto posto, ma un clamoroso tracollo porterà la squadra ad un digiuno di tre mesi senza vittorie che culmineranno nell'esonero di Reja, sostituito da Roberto Donadoni. Donadoni conquista quattro pareggi consecutivi, per questo il nomignolo "Mister X", tra cui lo 0-0 con il Milan, il 2-2 con la Sampdoria e lo 0-0 con l'Atalanta: questa striscia relativamente positiva viene interrotta dalla sconfitta in Sardegna contro il Cagliari. Il 26 aprile il Napoli ottiene la prima vittoria nel girone di ritorno in casa contro l'Inter (1-0 con rete di Marcelo Zalayeta).

Il Napoli in competizioni europee ufficiali ha disputato 126 partite (6 in Coppa dei Campioni, 76 tra Coppa delle Fiere e Coppa Uefa, 17 in Coppa delle Coppe, 2 in Coppa Intertoto, 5 in Mitropa Cup, 10 in Coppa delle Alpi, 5 nel Torneo Anglo-Italiano, 2 nella Coppa di Lega Italo-Inglese, 3 nella Coppa Torneo Italia) ed ha vinto una Coppa Uefa (1989), una Coppa delle Alpi (1966) e una Coppa di Lega Italo-Inglese (1976).

La tenuta di gioco del Napoli è composta da una maglia azzurra con numerazione bianca, pantoloncini bianchi e calzerotti azzurri. La tenuta da trasferta tradizionalmente è composta da maglia bianca con numerazione blu scuro pantaloncino bianco o azzurro, calzerotti bianco o azzurri, la terza tenuta invece è composta da una maglia rossa, pantaloncino bianco o azzurro, calzerotti azzurri.

Al momento della fondazione nel 1926 fu adottata una maglia di colore azzurro con colletto celeste e pantaloncini bianchi. Il colore azzurro venne scelto poiché nel 1926, era il colore di fondo dello stemma della provincia di Napoli. Su tale principio nacque anche il primo simbolo, ovvero il cavallo, simbolo della provincia partenopea. In conseguenza dell'ultimo posto conseguito dal Napoli nella sua prima stagione, i tifosi decisero di sostituire il cavallo con un ciuccio. Da allora l'azzurro è rimasto nella maglia sino ad oggi, mentre è aumentata la presenza del bianco.

Nei primi anni '80, quando il fornitore tecnico era Ennerre, il Napoli giocava spesso con numerazione nera e pantaloncini neri; nella stagione 1982/83 invece sulle maglie del Napoli, invece del tradizionale stemma, venne stampato un ciuccio stilizzato, in onore al simbolo del sodalizio.

L'unica stagione in cui la squadra napoletana non ha giocato con la casacca tradizionale è stata il 2002-2003, disputato in Serie B. In quell'occasione lo sponsor tecnico Diadora vestì gli azzurri con una maglia a striscie verticali bianco-azzurre in stile Argentina. Nelle ultime partite di quella stagione l'allora presidente Salvatore Naldi per scaramanzia optò per un ritorno al passato e nelle partite decisive per la salvezza il Napoli tornò all'antico (a partire da quella in casa contro la Ternana), indossando le maglie dell'annata precedente. Sia la società che lo sponsor tecnico non avevano più mute di maglie azzurre. Il sodalizio napoletano fu cosi costretto a chiedere la restituzione di alcune mute, di colore azzurro, ad alcune scuole calcio cui erano state donate. Da notare che a partire dagli anni 2000 il Napoli gioca frequentemente anche con tenute monocromatiche azzurre, tendenza abbastanza diffusa ormai per meglio contrastare le divise delle squadre.

Nella stagione 2007/08 la maglia si può definire un rimando del passato, con un azzurro classico sbiadito che richiama le divise indossate nei primi anni '80, presentando il simbolo della squadra e un colletto a forma di "V", con il bianco presente su due "code di topo", che percorrono la parte anteriore della casacca e sui bordi delle maniche. La seconda maglia è bianca con bordi azzurri mentre la terza è di colore rosso (sempre in memoria degli anni '80), con pantaloncini blu scuro.

Per la stagione 2008/09 lo sponsor resta la Diadora. La maglia cambia, infatti non c'è più il classico "girocollo" ma viene adottato un colletto in stile "polo". La prima maglia è come sempre azzurra con pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri; la seconda non è più bianca ma rossa, in omaggio alle seconde maglie degli anni '80, con calzoncini azzurri (o bianchi, a seconda del colore dei calzoncini degli avversari) e calzettoni rossi; la terza divisa, infine, è completamente blu scuro. In queste tre maglie le rifiniture vanno dal collo fino alla manica: nella prima divisa sono bianche, sulla seconda azzurre e color oro sulla terza.

Con l'avvento in Italia, nel 1995, della regola dei numeri "fissi" e cognome sulla maglia di ogni calciatore, il Napoli, seppur solo nell'estate 2000, ha ritirato la maglia numero 10 appartenuta a Diego Armando Maradona dal 1984 al 1991, come tributo alla sua classe e al grandissimo contributo offerto in sette stagioni con la casacca partenopea. Nell'ordine gli ultimi ad indossare la maglia azzurra con quel numero, con l'avvento della numerazione fissa sono stati: Fausto Pizzi (nel 95/96), Beto (nel 96/97), Igor Protti (nel 97/98, ultimo calciatore ad indossare e siglare un gol con la numero 10 in Serie A), e Claudio Bellucci (98/99 e 99/2000, ma in Serie B). Tuttavia, per motivi regolamentari, il numero è stato ristampato sulle maglie azzurre dal 2004 al 2006 in Serie C1, torneo dov'è adottata ancora la vecchia numerazione dall'1 all'11. L'ultimo calciatore che ha indossato e siglato un gol con questa maglia in una gara ufficiale è stato Mariano Bogliacino nella gara casalinga del 18 maggio 2006 contro lo Spezia, valevole per la finale di ritorno della Supercoppa di C1. Primato che gli appartiene anche per l'ultima apparizione in campionato, il 12 maggio 2006 nella gara in casa del Lanciano. Per quel che concerne esclusivamente il campionato, invece, va al calciatore argentino Sosa il primato di essere stato l'ultimo ad indossare la maglia al "San Paolo" e contemporaneamente a segnare, in una gara contro il Frosinone. Il 4 gennaio 2009, durante un'amichevole con la Cavese conclusasi con una sconfitta a Cava de'Tirreni per 2-1, l'attaccante Ezequiel Lavezzi ha indossato il 10 dopo quasi 3 anni dal suo ritiro.

Il primo stemma del Napoli è rappresentato da un cavallo bianco, poggiato su un pallone da calcio, accerchiato dalle iniziali della denominazione di allora della società partenopea: "A.C.N.", che stanno per Associazione Calcio Napoli. Ma dopo un anno viene sostituito il cavallo con l'asino. Lo stemma varia di nuovo nel 1964, in concomitanza con la nuova denominazione di Società Sportiva Calcio Napoli: un cerchio bianco, con una N bianca (su sfondo azzurro) al suo interno. A parte una modifica per la stagione 1982/83 (quando lo stemma fu una "N" bianca unita ad un ciuccio stilizzato), nell'estate del 1985, all'interno del cerchio bianco fu posta la scritta in nero "Società Sportiva Calcio Napoli". Una parziale modifica avviene nell'estate del 2002, quando il cerchio diventa blu, e la scritta societaria diviene bianca. Infine, nel 2004, dopo il fallimento, lo stemma ufficiale resta quasi invariato rispetto a quello precedente, con la differenza che dal cerchio blu scompare la scritta societaria.

Oje vita, oje vita mia...

Il Napoli non ha un vero e proprio inno ufficiale, ma di solito in seguito ad una vittoria importante i sostenitori azzurri inneggiano le note de: 'O surdato 'nnammurato, una delle più celebri canzoni della musica napoletana.

Il Napoli disputa le sue partite casalinghe allo stadio "San Paolo" dal 1959; fu inaugurato con la partita Napoli-Juventus, terminata con la vittoria degli azzurri per 2-1. L'impianto, che inizialmente prevedeva una capienza di 85.012 posti a sedere, è arrivato ad ospitarne 76.824, momentaneamente ridotti a 60.240 a causa della chiusura del terzo anello.

Aggiornata al 6 febbraio 2009.

Il Settore giovanile si occupa di gestire tutte le squadre iscritte dalla SSC Napoli ai campionati giovanili della FIGC e ai vari tornei nazionali e internazionali. L'obiettivo di questo settore è quello di formare e valorizzare i giovani tesserati della SSC Napoli affinché possano essere lanciati nel mondo del calcio professionistico, costituendo anche un serbatoio di talenti dal quale la prima squadra possa attingere.

La cronica instabilità finanziaria del club ha fatto sì che non fossero mai sfruttate a pieno le potenzialità del vivaio napoletano: Antonio Juliano e Fabio Cannavaro hanno rappresentato le poche eccezioni a tale tendenza.

Negli anni '70/'80, in concomitanza con il miglior periodo della prima squadra, il settore giovanile riesce ad affermare singoli giocatori creando formazioni in grado di raggiungere ottimi piazzamenti nelle competizioni di categoria.

Nell' epoca post-Maradona il Napoli vive un momento di profonda crisi ed anche il settore giovanile viene trascurato; nonostante ciò, nei primissimi anni '90, le giovanili del Napoli portano alla Serie A giocatori di talento tra i quali spicca il (futuro) campione del mondo italiano e Pallone d'oro 2006 Fabio Cannavaro; il periodo di crisi aveva portato alla sua cessione per motivi economici, 10 anni prima del duplice riconoscimento.

Nonostante il trend negativo del sodalizio azzurro, il settore giovanile si è imposto nella Coppa Italia Primavera del 1997 ed ha conquistato lo Scudetto Allievi. In questi anni fu anche costruito, nel comune di Marianella, un centro sportivo che, nei piani dei dirigenti, avrebbe dovuto essere all'avanguardia a livello di formazione giovanile. La struttura - però - sarà consegnata al totale degrado fino alla sua chiusura.

Col fallimento della SSC Napoli nel 2004, il settore giovanile è totalmente smembrato. Ma quando la società viene rilevata da De Laurentiis, si decide di investire sui giovani per poter contare sempre più anche sull'apporto di talenti locali in erba ed risultati sono subito ottimi con un titolo Berretti di Serie C vinto al primo colpo. I primi anni del rinnovamento sono comunque molto difficili poiché la società concentra al massimo i propri investimenti nel progetto di ritorno in Serie A, nonostante ciò il lavoro del direttore Santoro e del suo staff portano al ritorno di alcuni azzurrini nel giro delle nazionali giovanili. Tra i giocatori lanciati in prima squadra figurano Luigi Vitale, Cosmo Palumbo e Luigi Sepe: il primo è stato titolare nelle prima due partite d'Intertoto ed è regolarmente utilizzato in prima squadra, il secondo è ceduto in prestito al Cesena, in Serie C, mentre il terzo ha esordito in campionato con la prima squadra.

I primi giocatori del Napoli a militare in nazionale furono Marcello Mihalich ed il Veltro Attila Sallustro il 1º dicembre 1929 contro il Portogallo. La partita terminò 6-1 e 3 gol furono segnati dai due azzurri (due da Mihalic ed uno da Sallustro).

Tuttavia i due azzurri non furono scelti per i mondiali 1934, ma fu scelto Giuseppe Cavanna, portierone azzurro, che si laureò addirittura campione del mondo come secondo del mitico Gianpiero Combi. Ai mondiali del 1938 il Napoli non ebbe alcun rappresentante.

La decadenza della nazionale degli anni '50 e '60 coincise con quella del Napoli e non è un caso che il ritorno al successo degli azzurri fu segnato dal ritorno in Nazionale di due grandi giocatori azzurri Antonio Juliano, che partecipò anche ai mondiali del 1966, e Dino Zoff, che portarono l'Italia alla vittoria del suo primo e per ora unico europeo nel 1968 e al secondo posto nei mondiali del 1970. Il Napoli ebbe tuttavia altri rappresentanti: lo stesso Juliano nel mondiale del 1974 e Mauro Bellugi nell' europeo del 1980.

Ma il periodo con più napoletani in nazionale coincise con quello del Napoli di Maradona; nel periodo compreso fra i mondiali del 1986, gli europei del 1988 e i mondiali del 1990 giocarono in nazionale Salvatore Bagni, Fernando De Napoli, Ciro Ferrara, Giovanni Francini, Francesco Romano, Andrea Carnevale convocati per le rose fase finali delle competizioni, mentre Luca Fusi e Massimo Crippa, vestirono la maglia della Nazionale in alcune amichevoli. Dopo quel periodo nessun giocatore del Napoli è stato più chiamato per la fase finale di un Europeo o un Mondiale, ma solo per gare di qualificazione alle stesse competizioni, oppure amichevoli (Ciro Ferrara, Gianfranco Zola, Fernando De Napoli ed ultimo Angelo Carbone nell'ottobre del 1992).

Per ben 15 anni nessun calciatore del Napoli fu convocato in nazionale. Spezzò il digiuno delle convocazioni, Paolo Cannavaro il 13 ottobre 2007, chiamato per l'amichevole contro il Sudafrica, senza però fare ingresso in campo. Un anno dopo la convocazione (e questa volta per gare di qualificazioni ai mondiali) fu per Fabiano Santacroce e Christian Maggio, ma anche loro non scesero nelle due gare in campo. Christian Maggio però, un mese dopo, nuovamente convocato, scendendo in campo nell'amichevole contro la Grecia, fece terminare cosi' il lungo periodo di ben 16 anni in cui nessun calciatore del Napoli aveva indossato in campo la maglia della Nazionale; digiuno che però continua ancora per quel che concerne le presenze in gare di competizioni ufficiali.

Il giocatore che ha militato nel Napoli ottenendo più presenze nella selezione azzurra è stato Fabio Cannavaro con 116 presenze, mentre quelli con più gol sono stati Gianfranco Zola (10 gol) e Gino Rossetti II (9 gol).

In 81 stagioni sportive a partire dalla fondazione della società nel 1926, compresi 4 tornei di Divisione Nazionale (A).

Nota: aggiornamento a metà della stagione 2008-09.

In questa sezione sono raccolte le partite più importanti e significative della storia del Napoli, cioè quelle che lo hanno portato alla vittoria di scudetti e della varie coppe conquistate.

Il Napoli è attualmente la quarta squadra italiana per numero di tifosi. Notevole è il seguito che da sempre la squadra ha in paesi esteri e principalmente in quelli dove è più forte il tasso di immigrati dall'Italia: i Napoli Club fuori dai confini nazionali si contano a centinaia anche nelle località più sperdute. È stato stimato che ci sono circa 7 milioni di tifosi azzurri in tutto il mondo.

La tifoseria napoletana è gemellata con quella del Genoa dal 16 maggio 1982, in seguito al pareggio per 2-2 tra le due squadre nell'ultima giornata di Serie A di quell'anno, che consentì al Genoa di salvarsi e condannò il Milan alla seconda retrocessione in Serie B della sua storia. Esiste, inoltre, un forte rapporto di amicizia con quella dell'Ancona e vi sono buoni rapporti anche con la tifoseria del Palermo, del Catania, del Messina e della Cavese. Il 18 settembre 2008 in occasione della sfida col Benfica di Coppa Uefa le due tifoserie, unite negli spalti, hanno dato vita ad un insolito gemellaggio.

La tifoseria partenopea conta un elevato numero di tifoserie rivali, ma limitandoci alle più importanti, ricorderemo le "storiche" rivalità con le cosiddette "grandi" del Nord (Juventus, Milan e Inter), quelle con le romane Roma e Lazio, quelle con le squadre lombardo-venete (Atalanta, Hellas Verona, Brescia e Vicenza su tutte) ed infine quella a livello regionale con la Salernitana.

La tifoseria del Napoli è stata più volte colpita da provvedimenti restrittivi. Nella stagione 2007/2008 ai tifosi è stata vietata la trasferta per nove volte, e nel 2008/2009, a seguito di presunti incidenti presso la Stazione di Napoli Centrale, il divieto di trasferta è stato comminato per tutta la stagione.

Il Napoli è co-protagonista di tre derby in Italia: Il Derby del Sole, il Derby delle due Sicilie e il Derby della Campania.

Il primo è il derby tra le due squadre più titolate del sud Italia, ossia Napoli e Roma. La Roma ha vinto più spesso del Napoli questo derby. Il secondo è con il Palermo, che si riferisce storicamente al Regno dei Borbone, del quale le due città facevano parte. L'ultimo si riferisce alla sfida Napoli-Avellino o a Napoli-Salernitana. Il Napoli ha vinto più derby campani rispetto alle altre due.

Per la parte superiore



Serie A

Lega Calcio marchio.png

La Serie A è il massimo livello professionistico del campionato italiano di calcio.

Organizzata dalla Lega Nazionale Professionisti, è uno dei più importanti e seguiti campionati calcistici del mondo, nonché il terzo più competitivo d'Europa secondo l'attuale ranking stilato dall'UEFA.

Vi partecipano attualmente 20 squadre che si affrontano a turno nel girone di andata (orientativamente disputato tra settembre e gennaio) e nel girone di ritorno (tra gennaio e maggio). Per ogni partita sono assegnati tre punti alla squadra vincitrice dell'incontro (a partire dalla stagione 1994-1995) e zero a quella sconfitta. In caso di pareggio è assegnato un punto a entrambe.

Alla fine della stagione la squadra prima classificata vince lo scudetto, un simbolo che fu introdotto per la prima volta nel 1924, e viene premiata con la Coppa campioni d'Italia, il trofeo ufficiale del campionato dalla stagione 1960-1961.

Le tre squadre piazzatesi sul podio accedono direttamente alla Champions League, mentre la quarta classificata acquista il diritto a giocarsi l'ultimo turno preliminare della massima competizione continentale; la quinta, la sesta e - se la vincitrice della Coppa Italia sia eleggibile per la Champions e l'altra finalista si qualifichi in qualsiasi delle due coppe europee, o in ogni caso se la vincitrice della coppa si piazzi in zona UEFA - la settima, disputano la Coppa UEFA, dal 2009 ridenominata UEFA Europa League.

Retrocedono invece in Serie B le ultime tre squadre classificate.

Nel 1958, da un’idea di Umberto Agnelli, fu deciso di assegnare la Stella d’Oro al Merito Sportivo ai club che avessero conquistato il campionato di Serie A per dieci volte. Tale simbolo è composto da una stella dorata a 5 punte la quale è indossata sulle maglie e divise dei club ai quali è stata assegnata. La Juventus, dopo la conquista del suo decimo scudetto nella stagione 1957-1958, fu la prima squadra italiana ed europea a fregiarsi sulla maglia di uno stemma commemorativo di un titolo vinto sul campo. La Vecchia Signora indossò poi una seconda stella dorata dopo la vittoria nel campionato 1981-1982.

Sebbene gli storici parlino di giochi assai simili al calcio risalenti al Medioevo, la storia del pallone moderno in Italia incominciò a fine Ottocento, a seguito degli intensi traffici commerciali con l'Inghilterra. Furono infatti le città portuali che videro nascere i primi Football Clubs, società prevalentemente calcistiche e formate in gran parte da soci britannici.

La più antica formazione italiana di cui si abbia notizia certa è il Genoa, fondato il 7 settembre 1893 (ma attivo gia' da alcuni anni prima ufficiosamente), anche se taluni sostengono che in tale data a Torino fosse già attivo un altro club, l'Internazionale Torino, di cui non si dispone però di un analogo atto fondativo. L'ultimo decennio dell'Ottocento vide poi nascere molte altre squadre: la Torinese nel 1894, l'Udinese nel 1896, la Juventus nel 1897, l'Ascoli e la Vis Pesaro nel 1898, e il Milan nel 1899.

Nonostante i pionieri del nuovo sport fossero diffusi in tutto il Paese, era solo nel Nordovest che si aveva una concentrazione di società tali da poter formare uno stabile torneo. La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il 16 marzo 1898, e subito organizzò il primo campionato italiano che fu vinto proprio dai genoani.

Sia il primo torneo, chiusosi addirittura in una sola giornata, sia i successivi, erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta sul modello della Coppa d'Inghilterra. A partire dal 1900 a primi turni erano a carattere regionale seguivano, in caso di qualificazione, le semifinali e le finali nazionali, queste ultime congiurate come l'atto conclusivo della manifestazione a cui accedevano due sole squadre. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di combattersi piuttosto equilibratamente: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, mentre le formazioni delle altre regioni anche nelle amichevoli rimediavano sistematicamente pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.

Il Genoa fu indiscutibilmente la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. Fu il Milan, capitanato da Herbert Kilpin, la prima avversaria a riuscire a fermare la corsa degli assi genovesi, aggiudicandosi il titolo del 1901. I genoani, che nel frattempo adottarono quella che diverrà la loro classica casacca rossoblù, si rifecero vendicandosi dei rossoneri l'anno successivo, per infilare poi una seconda tripletta tricolore.

Lo svilupparsi del movimento calcistico convinse la FIF, da poco iscrittasi alla FIFA, ad una riforma del campionato a partire dal 1905, sostituendo alle gare secche una serie di gruppi preliminari, i cosiddetti Gironi Eliminatorii Regionali, propedeutici al Girone Finale Nazionale, ed introducendo le partite di andata e ritorno. La nuova formula fece la fortuna della Juventus, triste perdente nelle due precedenti finali, che riuscì a cogliere il suo primo trionfo senza neanche scendere in campo grazie ad un inaspettato scivolone casalingo del Grifone contro la modesta Milanese all'ultima giornata.

Mentre le pionieristiche società avversarie pian piano chiudevano i battenti, rossoblù, rossoneri e bianconeri erano gli autentici pilastri di questo primordiale football italiano. Col passare degli anni, tuttavia, la primigenia matrice inglese cominciò ad attenuarsi, mentre larghissimo piede acquistò la nuova componente formata da giocatori svizzeri tedeschi: fu grazie ad essi che il Milan tornò alla vittoria nel 1906 e nel 1907.

Chiusosi il primo decennio, il calcio italiano andò incontro ad importanti cambiamenti, dovuti alla decisione della FIF di italianizzare a forza il campionato, escludendovi i giocatori stranieri che pure, abbiamo visto, avevano fondato il gioco in Italia. La scelta della Federazione colpì duramente i Football Clubs, e diede largo spazio alle Unioni Sportive e Ginniche che, più deboli in quanto non dirette dai maestri albionici, erano però usualmente formate completamente da atleti italiani, e fino ad allora si erano interessate maggiormente al parallelo campionato organizzato dalla Federazione Ginnica. La reazione dei Clubs classici fu durissima, sfociando addirittura nel ritiro dal torneo. Fu così la debuttante Pro Vercelli ad approfittare della situazione: i nuovi arrivati neutralizzarono i liguri dell'Andrea Doria e i lombardi dell'US Milanese conquistando il loro primo titolo, bissato l'anno successivo. Il nuovo calcio italiano usciva così dalle metropoli: cominciava il periodo d'oro delle provinciali.

I cambiamenti non finirono però qui, poiché in questo periodo nacquero due nuovi clubs frutto di scissioni dalle società originarie. Già nel 1906 soci dissidenti della Juventus si erano riuniti a sportivi orfani delle altre defunte squadre del capoluogo piemontese, fondando il Torino. Anche a Milano nel 1908 il Milan subì un'analoga secessione che diede origine all'Inter.

Nel frattempo la Federazione, ora ridenominata FIGC, fece una parziale marcia indietro riaprendo a quote di stranieri, ma soprattutto decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della English League, nella stagione 1909-10 il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che avrebbe determinato una classifica di cui la squadra che ne avesse guadagnato la testa a fine stagione avrebbe vinto il titolo. Il successo arrise ai giovani nerazzurri dopo un polemicissimo spareggio contro i campioni uscenti vercellesi, che si rifaranno però infilando una tripletta di trionfi nelle tre annate successive.

La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde dargli davvero una valenza nazionale, ma il problema era, come si è detto, la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910, comunque, la FIGC decise di innalzare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Girone Veneto, ed includendovi anche il Bologna che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza e nel 1912 il Venezia sfidarono i campioni occidentali, in entrambi i casi la Pro Vercelli, nella gara conclusiva, rimediando sonore lezioni con cinque gol al passivo per i biancorossi e addirittura tredici per i neroverdi lagunari.Da segnalare nel campionato del 1912/13 la prima retrocessione della Juventus poi ripescata a seguito di una parziale riforma dei gironi.

Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alle forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi, la Federazione attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti minimamente paragonabili a quelli del Nord, ed apparendo dunque tale ricatalogazione puramente fittizia. Dato che contemporaneamente al Nord erano stati ristabiliti i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni dl Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo o, semplicemente, di finalissima.

Il complicato meccanismo testé descritto rese però sempre più lungo ed affollato il campionato anche perché se da un lato si era istituita una Seconda Categoria che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1912-13, fu subito di fatto abbandonato a suon di ripescaggi.

Nel 1914 venne la volta del piccolo Casale, sorprendente formazione del Monferrato mentre il successivo torneo fu bloccato ad un passo dalla conclusione a causa dell'intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Per quest'ultima stagione il titolo del Genoa fu riconosciuto solo dopo la fine del conflitto.

Con la ripresa postbellica del 1919 cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato, discussioni che sfociarono però in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle provinciali che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunghissima serie di gironi e partite, molte delle quali inutili e scontate. L'insofferenza delle società metropolitane giunse al culmine quando un progetto di riforma presentato da Vittorio Pozzo fu respinto dal Consiglio Federale: fu così che 24 squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo. Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che consacrava la nuova massima categoria, la Prima Divisione, composta da una Lega Nord a regime di 24 società, più una Lega Sud che invece continuava coi vecchi gironi regionali.

Nel 1923 e nel 1924 il Genoa completò la sua epopea vincendo i suoi due ultimi titoli e facendo in tempo a divenire la prima società a fregiarsi dello scudetto. La riforma del 1922 aveva definitivamente cambiato il calcio italiano, che si avviava verso il professionismo, chiudendo le porte alle provinciali e a molte Grandi di inizio secolo. Nuove forze facevano irruzione nel campionato.

Il 24 luglio 1923 fu una data storica per il calcio italiano, poiché l'elezione di Edoardo Agnelli alla presidenza della Juventus segnò l'ingresso della potentissima famiglia torinese proprietaria della FIAT nelle vicende del campionato. Gli abbondanti capitali di Casa Agnelli fecero rifiorire il sodalizio bianconero, in gravissima crisi dai tempi della scissione che aveva fatto nascere il Torino, e lo portarono nel giro di tre decenni a diventare la più titolata squadra italiana.

Nel frattempo però nacque anche l'astro del Bologna che, protetto dal potente ministro fascista Leandro Arpinati, e sospinto dalle reti del bomber Angelo Schiavio, raggiunse lo scudetto nel 1925 dopo un'interminabile e polemicissima serie di finali contro i genoani, segnate da gravi disordini di ordine pubblico che sfociarono addirittura in scontri con colpi di armi da fuoco.

Con la prima storica Grande del campionato definitivamente avviata sul viale del tramonto, le due nuove Potenze del torneo si ritrovarono a contendersi direttamente fra loro la vittoria l'anno successivo, e stavolta a prevalere furono i bianconeri che si aggiudicarono il loro secondo scudetto a ventun anni di distanza dal primo.

Nell'estate del 1926 con la Carta di Viareggio il governo fascista riorganizzò il campionato abolendo la divisione fra Nord e Sud, inaccettabile dal punto di vista degli ideali nazionalistici del regime, che la consideravano un motivo di divisione per la nazione. Le vecchie Leghe Nord e Sud vennero di conseguenza smantellate: diciassette formazioni provenienti dall'ex Lega Nord e tre formazioni provenienti dall'ex Lega Sud, l'Alba Roma, la Fortitudo Roma e il Napoli, furono iscritte alla nuova Divisione Nazionale che apriva ufficialmente le porte al professionismo.

La nuova formula della manifestazione prevedeva ora, in loco della serie di finali, un raggruppamento conclusivo con le migliori squadre della fase eliminatoria. Il Torino, allestito dal presidente conte Enrico Marone di Cinzano, vinse il proprio girone e, trascinato dal cosiddetto Trio delle Meraviglie composto da Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti, spiccò il volo tagliando in testa il traguardo. La gioia dei granata fu però di breve durata, poiché nell'autunno successivo il sodalizio piemontese incappò nello scandalo del Caso Allemandi, in cui venne accusato di aver avvicinato e corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, e che gli costò la revoca dello scudetto. La reazione psicologica alla condanna avvenuta su base indiziaria e non probatoria, fu comunque la molla per il rilancio in classifica dei granata, partiti inizialmente un po' appagati nella nuova stagione. La sorte volle che la nuova annata divenisse quasi la copia della precedente, e il 22 luglio a San Siro il Torino si riaggiudicò nuovamente un titolo che questa volta non gli tolse nessuno.

Il deciso attivismo del presidente federale Leandro Arpinati partorì nell'estate del 1928 una novità che divenne tappa storica per il calcio italiano. Il mondo del pallone tricolore era infatti oramai pronto per dare una svolta che lo portasse ad assumere un'organizzazione simile a quella del campionato inglese, e fu così decisa quella svolta che portò all'introduzione anche in Italia della formula del Girone Unico, tra le proteste dei clubs più piccoli, spaventati all'idea di venire inghiottiti, come puntualmente avvenne, dalle categorie inferiori. Il nuovo campionato sarebbe stato quindi l'ultimo disputato con la formula dei due gironi introdotta nel 1921, mentre dalla stagione successiva le grandi squadre sarebbero state riunite in un nuovo torneo, la Serie A, mentre le escluse avrebbero costituito l'altrettanto inedita Serie B. A tal fine Arpinati decise unilateralmente l'allargamento una tantum dell'ultimo torneo di Divisione Nazionale, includendovi varie squadre cadette nel tentativo di dare maggiore rappresentatività geografica alla manifestazione, e la cui finale vide i granata soccombere al Bologna nello spareggio disputato al Flaminio di Roma.

Nel 1929 la FIGC e Arpinati realizzarono dunque, come negli altri paesi, un campionato nazionale a girone unico. Il progetto iniziale prevedeva una prima categoria composta da sedici squadre, ovvero quelle che si erano classificate tra le prime otto nei due gironi in cui era diviso il campionato precedente. Il protrarsi dello spareggio per l'ottavo posto fra Napoli e Lazio portò ad ammetterle entrambe, e con il ripescaggio della Triestina per motivi patriottici il numero delle squadre fu alzato a 18. Il 6 ottobre 1929 si disputarono dunque le prime 9 partite del campionato 1929-30 che alla fine vide il successo della nuova Ambrosiana di Giuseppe Meazza, una squadra creata dal regime fondendo d'autorità l'Inter con l'Unione Sportiva Milanese.

Nel 1930-31 iniziò l'epopea della Juventus di Edoardo Agnelli, che in estate aveva ingaggiato dall'Alessandria l'allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari. I piemontesi partirono lanciatissimi e, nonostante una leggera flessione che li aveva fatti avvicinare dalla Roma di bomber istriano Rodolfo Volk, si aggiudicarono il loro terzo titolo. I bianconeri si ripeterono subito l'anno successivo, superando in rimonta il Bologna dell'ormai maturo Angelo Schiavio.

Nel 1931-1932 il sodalizio torinese ammise in prima squadra il promettente diciottenne nizzardo Felice Borel, che si rivelò un ragazzo prodigio segnando ben 29 reti in ventotto presenze: fu una scommessa vinta che fruttò il terzo scudetto consecutivo. Nel 1932-1933 fu inaugurato lo stadio Mussolini, poi ridenominato Comunale, che ospiterà i bianconeri per 57 anni. Questa volta le Zebre dovettero rincorrere per lungo tempo la lanciatissima Ambrosiana, ma alla fine fu ancora un successo. Da segnalare, nel 1933-1934, la prima retrocessione del glorioso Genoa, che segnava definitivamente la fine del calcio dei pionieri. A questa andrà ad aggiungersi la retrocessione della Pro Vercelli nel 1934-1935, l'altra grande protagonista della fase precedente la nascita del girone unico.

Dopo il successo della Nazionale ai Mondiali 1934, la Juventus operò un discreto rinnovamento della sua formazione. La nuova stagione fu assai emozionante, con una Fiorentina per lunghi tratti capolista, ed inseguita da bianconeri e nerazzurri. Alla lunga i toscani mollarono però la presa, e la lotta si concluse quando i milanesi crollarono a Roma lasciando ai piemontesi il loro settimo scudetto, il quinto consecutivo. Un record che non verrà mai più battuto. Il 15 luglio Edoardo Agnelli moriva improvvisamente a Genova, ucciso dall'elica del suo idrovolante, dopo che questo era caduto in mare.

Nel 1935 le squadre partecipanti alla Serie A erano state ridotte a 16 già da un anno, così come previsto nel progetto originale del 1929. Emerse subito il Bologna che, da quando gli emiliani si erano aggiudicati due edizioni della Coppa Europa, i giornalisti dicevano fosse la squadra che tremare il mondo fa, essendo a quei tempi la Coppa Europa un precursore della moderna Coppa Campioni. I petroniani, sospinti dalla reti di Angelo Schiavio, dovettero guardarsi le spalle dai campioni uscenti e dai loro cugini del Torino, coi granata che ad un certo punto balzarono addirittura in testa alla classifica, e si inserì poi nella contesa anche la Roma; il testa a testa fu molto combattuto e furono infine i rossoblù a conquistare il loro terzo scudetto. E gli emiliani si ripeterono subito l'anno successivo, recuperando in corsa la sorprendente Lazio del bomber Silvio Piola.

Sembrava l'inizio di un nuovo dominio, ma il ritiro di Schiavio penalizzò gli emiliani che nel 1937-1938 cedettero il titolo ad un'Ambrosiana-Inter che seppe tener a bada l'imperioso ritorno primaverile dei bianconeri. Renato Dall'Ara, dopo la deludente stagione, si buttò sul mercato alla ricerca di un nuovo attaccante che sapesse cogliere la pesante eredità di Schiavio; la ricerca fu felice poiché fu ingaggiato l'uruguaiano Hector Puricelli il quale, capitalizzando al meglio i cross dell'ala destra Amedeo Biavati, vinse la classifica dei cannonieri e riportò gli emiliani allo scudetto.

La sfida fra rossoblù e nerazzurri divenne una costante in un'Italia sull'orlo della guerra, e una piccola distrazione da ben più grandi problemi. Se nel 1940 l'Ambrosiana-Inter, dopo un lungo inseguimento, riuscì a riprendere e superare i felsinei, battendoli nel decisivo match dell'Arena Civica, nel 1941 nulla poté di fronte all'inarrestabile fuga dei bolognesi, che colsero il loro sesto titolo.

L'acuirsi del conflitto bellico cominciò ad influire pesantemente sul torneo. La nuova stagione si caratterizzò per l'inedita lotta tra il Torino, il Venezia dei giovani Ezio Loik e Valentino Mazzola, e la Roma. I capitolini, braccati dai veneti, furono superati in primavera dai granata, ma ripresero la testa della classifica nel finale e riuscirono a diventare la prima squadra della vecchia Lega Sud a vincere uno scudetto.

Deluso dall'occasione persa, il presidente granata Ferruccio Novo acquistò Loik e Mazzola dai veneziani. Il salto di qualità fu notevole, e nel nuovo torneo i piemontesi furono protagonisti di un'emozionantissima fuga a due con l'autentica rivelazione del Livorno, contesa che si risolse proprio sul filo di lana coi toscani a piangere l'irripetibile e sfortunata cavalcata. Per il Torino giunse il secondo titolo, che non poté essere difeso l'anno seguente poiché le invasioni americana e tedesca spaccarono l'Italia in due determinando lo stop del campionato per due anni.

In un'Italia dilaniata dalla guerra, il campionato tornò nella stagione 1945-1946 con una formula speciale secondo la quale le squadre furono separate in due gironi geografici con un raggruppamento finale di otto squadre, anche se furono solo le quattro rappresentanti padane a contendersi il titolo che andò d'un soffio ancora al Torino.

Fu nell'annata 1946-1947 che si ricrearono le condizioni per un girone unico: le squadre ammesse furono ben 20, quante rimarranno fino al 1951-52. La Juventus sembrò dapprima poter interrompere l'egemonia dei cugini, ma il superiore tasso tecnico dei granata prevalse ancora permettendo loro di cogliere il quarto scudetto. Il 1947 segnò il risveglio del Milan dopo un letargo durato un'intera generazione. I rossoneri condussero a lungo la classifica, prima di cedere sotto i colpi dell'inesperienza e di lasciare primo posto e titolo ancora al Torino; per i lombardi si trattò comunque del miglior risultato dal 1912. I rossoneri torneranno al successo nel 1950-1951. Il campionato 1947-1948 ebbe una piccola particolarità: fu disputato a 21 club per il ripescaggio, per ragioni politiche, della Triestina.

I granata non avevano più rivali: colonne portanti della Nazionale alla quale fornivano la quasi totalità dell'organico, anche nel 1948-1949 presero ben presto il comando della graduatoria e, nonostante qualche segno d'affanno, mantennero un discreto vantaggio finché il 30 aprile, pareggiando a San Siro contro gli inseguitori dell'Inter, ipotecarono l'ennesimo scudetto. Ma a questo punto, l'epopea del Grande Torino si interruppe improvvisamente. Il 3 maggio la squadra si recò a Lisbona per un'amichevole e, al termine del viaggio di ritorno, a causa del maltempo l'aeroplano che li stava riportando a casa perse la rotta e, anziché puntare sull'aeroporto di Caselle, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga. Nessuna delle persone a bordo sopravvisse alla tragedia. L'Italia perdeva una delle più forti squadre che abbiano mai partecipato alla Serie A. Agli sportivi torinisti, e agli italiani in generale, non rimase che piangere i giovani campioni prematuramente scomparsi.

La tragedia di Superga fu un passaggio epocale per il calcio italiano, che segnò il tramonto delle vecchie gerarchie e diede inizio a quell'era moderna del campionato tricolore che dura ancora oggi. Al di là delle singole stagioni, il palcoscenico della Serie A fu da quel giorno occupato da tre attori, la Juventus di Casa Agnelli, il ritrovato Milan e i cugini lombardi dell'Inter, che lasceranno a tutte le altre società solo un ruolo da coprimarie o da meteore destinate a brevi e mai stabili passaggi ai vertici delle classifiche.

Il primo campionato del nuovo corso, nel 1949-1950, rimase a Torino, ora però nelle mani dei bianconeri che seppero tener a bada i rossoneri nonostante la pesantissima sconfitta casalinga per 1-7 che i milanesi inflissero loro. Straripante in attacco, dove poteva contare sul trio svedese del Gre-No-Li, con Gunnar Nordahl, ariete di 190 cm, che vinse 5 volte il titolo di capocannoniere, il Milan peccava ancora in difesa: alcuni acquisti di valore tra cui quello di Arturo Silvestri assestarono anche il reparto arretrato cosicché nel 1950-1951, in rimonta sui cugini e dopo 44 anni, i rossoneri tornarono finalmente allo scudetto. Dopo una stagione appannaggio dei piemontesi, e la riduzione del lotto delle partecipanti a 18, venne il turno dei nerazzurri che si affermarono per due anni consecutivamente.

Nel 1954 l'ambizioso editore Andrea Rizzoli comprò il Milan con l'ambizione di portarlo ai massimi livelli sia all'interno sia nelle nascenti competizioni europee. Acquistato il talentuoso centrocampista uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, stella del Mondiale svizzero, i rossoneri dominarono un torneo al termine del quale il campionato fu toccato dalla prima grossa serie di scandali dopo quello del 1927, che portarono alla retrocessione a tavolino di Udinese e Catania. Il dominio delle tre Grandi ebbe un momento di pausa nel 1955-1956, quando la rampante Fiorentina ottenne il primo scudetto per la Toscana dopo una lunga ed autorevole fuga, che si concluse con 12 punti di scarto sul Milan, ma riprese subito con un nuovo titolo a testa per il Milan e per la Juventus: per i torinesi significò divenire la prima squadra a fregiarsi della stella d'oro permanente sulle maglie, nonché la più titolata d'Italia superando definitivamente il Genoa.

Mentre i viola, assai sfortunati, ottennero fra il 1956-1957 e il 1959-1960 il poco desiderabile record di quattro secondi posti consecutivi, milanisti e juventini si spartirono gli scudetti del quadriennio fra i Mondiali di Svezia e i Mondiali del Cile, anche grazie a due grandi attaccanti sudamericani, José Altafini ed Omar Sivori. Nel 1960 intanto, in pieno regime commissariale, la FIGC introdusse la novità dell'innalzamento a tre del numero delle retrocessioni, determinando a lungo andare un maggior turn over delle partecipanti al massimo campionato.

Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955, nel 1960 aveva affidato la panchina della squadra all'argentino Helenio Herrera, allenatore che rigenerò la rosa dando filo da torcere agli juventini nel 1960-1961 e ai rossoneri nel 1961-1962, i quali dovettero faticare ottenendo i rispettivi scudetti solo in rimonta sugli incostanti interisti. Fu, come spesso accaduto, il Mondiale a scompaginare le carte in tavola e a dar spazio alle formazioni più giovani, come quella di Moratti, che raggiunse il tricolore nel 1962-1963; in più, sull'altra sponda dei Navigli, le dimissioni del presidente Rizzoli, che con la conquista della Coppa dei Campioni 1962-1963 e la costruzione del modernissimo centro sportivo di Milanello considerò concluso il suo apporto alla società di via Turati, chiusero il ciclo rossonero e, con il periodo di transizione in cui versava la Juventus, lasciarono totalmente campo libero alle ambizioni nerazzurre.

L'anno successivo però la corazzata interista, che conquistò la Coppa dei Campioni, trovò in patria un inaspettato ostacolo nel Bologna di Fulvio Bernardini. Nonostante una brutta storia di infondate accuse di doping fra i rossoblù, con il sospetto di una macchinazione orchestrata da ambienti nerazzurri, i felsinei chiusero a pari punti coi milanesi rendendo necessaria, caso unico nella storia del girone unico, la disputa di uno spareggio: a Roma, il 7 giugno 1964 gli emiliani si imposero 2-0, conseguendo il loro settimo ed ultimo scudetto.

Il sodalizio morattiano ebbe modo di rifarsi l'anno successivo, in quella che fu la più memorabile stagione di sempre dell'Inter: mentre conseguivano il titolo europeo e quello mondiale, i nerazzurri riuscirono in una clamorosa rimonta ai danni dei cugini rossoneri, ad un certo punto in vantaggio di addirittura sette punti: allo squadrone di Herrera sfuggì solo, e di un soffio, la Coppa Italia, che andò in finale alla Juventus. Dopo un nuovo titolo intercontinentale, nel 1965-1966 in Italia fu ancora Inter, questa volta mantenendo la vetta della classifica per tutta la stagione: fu il decimo scudetto che valse anche per i lombardi la stella d'oro, otto anni dopo quella bianconera.

Anche le fatiche del Mondiale d'Inghilterra sembrarono non intaccare il predominio morattiano in un torneo dominato per tutta la stagione. A metà di maggio del 1967 per gli interisti, capolisti della Serie A e finalisti in Coppa dei Campioni, sembrò profilarsi una nuova campagna trionfale. Ma avvenne l'imponderabile. Giovedì 25 maggio, a Lisbona, la rimonta dei non irresistibili scozzesi del Celtic fece volar via la Coppa. Tornati in patria per l'ultima giornata di campionato, domenica 28, i nerazzurri persero clamorosamente a Mantova per una papera del portiere Giuliano Sarti su tiro dell'ex nerazzurro Beniamino Di Giacomo, cedendo il titolo alla sorprendente Juventus. A completare l'opera arrivò, il 7 giugno, l'eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della formazione cadetta del Padova. Per la Grande Inter, che aveva affascinato milioni di tifosi, fu il catastrofico capolinea.

Il 1967 segnò anche il ritorno del torneo a sedici partecipanti. Dopo un quadriennio, il primato sul calcio milanese, e su quello nazionale, passò nelle mani del Milan. Col ritorno in panchina di Nereo Rocco, i rossoneri del giovane presidente Franco Carraro aprirono un ciclo che aveva già fruttato, il giugno precedente, la prima Coppa Italia; trascinato da Gianni Rivera, il Diavolo fece agilmente suo sia lo scudetto che la Coppa delle Coppe 1967-1968, e continuò un cammino che arriverà fino al titolo europeo del Bernabéu contro l'Ajax, sconfitta per 4-1, e a quello mondiale della Bombonera, dopo due partite trasformatesi in vere e proprie battaglie, contro l'Estudiantes de La Plata.

In Campionato, distratto dagli obiettivi internazionali, il Milan non seppe ripetersi l'anno successivo. Fu invece l'incredibile Cagliari a mantenere per molte settimane il comando della graduatoria, ma l'inesperienza dei sardi giocò loro contro, tant'è che alla lunga uscì la forza della Fiorentina: per i viola lo Scudetto 1968-1969 fu il secondo e finora ultimo titolo. Ma i cagliaritani non persero morale. Sempre sostenuti dai gol del varesino Gigi Riva, ripartirono alla testa della classifica, ma quando in inverno furono avvicinati da due potenze come Inter e Juventus, tutti pensarono che non ci sarebbero state speranze per la piccola squadra isolana. Incredibilmente però i sardi riuscirono a tenere a debita distanza le inseguitrici e il 12 aprile 1970 conquistarono lo scudetto tra lo stupore generale. Cagliari, coi suoi centosettantamila abitanti, divenne la più piccola città a vincere la A a girone unico, e scrisse una piccola favola che verrà raccontata nei decenni a seguire.

Il Cagliari sembrò partir bene anche nella nuova stagione agonistica e, dopo la vittoria in casa dell'Inter il 25 ottobre, sognò il secondo trionfo: ma sei giorni dopo a Vienna, durante la partita tra Italia e Austria, un grave infortunio mise fuori gioco Riva, compromettendo in parte la carriera della grande ala, e mandando in frantumi i sogni del club rossoblù. Il campionato tornò dunque ad essere un discorso milanese, coi nerazzurri che recuperarono i cugini rossoneri e colsero il loro 11° titolo.

Nell'estate del 1971 un riassetto societario portò ai vertici della Juventus l'ex capitano Giampiero Boniperti, uomo di fiducia del patron Gianni Agnelli. Imbottendo la rosa di giovani promettenti, e nel quadro di un generale scadimento tecnico del torneo, la nuova dirigenza seppe dar vita ad un ciclo di tre lustri in cui i bianconeri rafforzarono definitivamente il loro primato nell'albo d'oro del campionato, ma lasciando sul sodalizio piemontese una pessima nomèa a causa di presunti ricorrenti favori arbitrali, determinanti nelle lotte per gli scudetti.

Nelle prime stagioni la lotta fu col Milan di Nereo Rocco: già nel 1971-1972 il capitano rossonero Gianni Rivera fu squalificato per 4 giornate (ridotte a 2 in appello) per le sue pesanti accuse al Palazzo, ma nel 1972-1973 le polemiche divennero ancor più aspre. Il torneo consistette in una serrata lotta fra i lombardi, i piemontesi e la sorprendente neopromossa Lazio di Tommaso Maestrelli, coi rossoneri favoriti fino allo scontro diretto dell'Olimpico che li vide uscire sconfitti per la pessima conduzione di gara di Concetto Lo Bello, che annullò un gol regolare di Luciano Chiarugi; le tensioni che ne seguirono compromisero la corsa del Diavolo che vide assottigliarsi il suo vantaggio fino all'ultima giornata che lo vedeva impegnato a Verona: stanco per la vittoriosa trasferta greca a Salonicco che in settimana gli aveva fruttato la Coppa delle Coppe 1972-1973, il Milan crollò clamorosamente al Bentegodi per 3-5, subendo il sorpasso in extremis della Juventus. La Fatal Verona lasciò il segno nella società rossonera, aprendo un'instabilità dirigenziale ultradecennale che si rifletté in scarsi risultati agonistici. Fu invece pronta la risposta della Lazio che, smentendo chi la considerava una meteora, si propose in vetta lungo tutta la stagione successiva e cogliendo il suo primo storico scudetto, anche grazie ai gol del capocannoniere Giorgio Chinaglia.

L'arrivo di Carlo Parola sulla panchina bianconera coincise col pronto riscatto dei piemontesi. Coi biancocelesti distratti dal male che stava divorando il suo sfortunato allenatore, i torinesi non ebbero particolare difficoltà a rimettere le mani sul titolo nel 1974-1975. Assai più emozionante fu il torneo successivo, capofila di un triennio di assoluta centralità della città di Torino nel calcio nostrano. Per i bianconeri, spesso protagonisti di insperati recuperi, fu stavolta il proprio turno di vedersi sfilare di mano uno scudetto già assaporato: la sconfitta fu ancor più bruciante perché avvenuta per mano dei cugini del Torino i quali, trascinati dai Gemelli del gol Pulici e Graziani, tornarono al successo ad un quarto di secolo dalla sciagura di Superga. Ancor più squilibrato fu il successivo campionato che vide le torinesi come dominatrici assolute, distando di ben quindici punti le inseguitrici: la Juventus del neotecnico Giovanni Trapattoni riuscì a vendicarsi dei granata, bruciando al fotofinish i cugini per una sola lunghezza, oltre a vincere la Coppa UEFA, primo trofeo internazionale del club bianconero. E anche nel 1977-1978 il tricolore fu appannaggio dei bianconeri, che distanziarono stavolta più nettamente il Toro e una temibile neopromossa, il Lanerossi Vicenza del giovane Paolo Rossi.

I Mondiali d'Argentina segnarono un momentaneo rimescolamento delle carte e, in una stagione non certo esaltante, portarono ad un'estemporanea resurrezione del Milan il quale, guidato in panchina dalla vecchia gloria Nils Liedholm, grazie ad un accorto schieramento difensivo, riuscì ad assicurarsi quella tanto sospirata Stella d'oro che così beffardamente se ne era volata via sei anni prima; la medaglia d'onore, e quella d'argento, andarono però al Perugia di Ilario Castagner, prima squadra a riuscire a chiudere la stagione imbattuta dai tempi del Genoa del 1923.

I sogni di gloria dei tifosi rossoneri invece svanirono presto, trasformandosi al contrario del peggiore degli incubi. Il campionato 1979-1980 fu l'anno del dodicesimo scudetto dell'Inter, allenata da Eugenio Bersellini, e guidata in campo da Alessandro "Spillo" Altobelli ed Evaristo Beccalossi, ma soprattutto fu la stagione dello scandalo del Totonero: il 23 marzo la Guardia di Finanza fece irruzione negli stadi arrestando quattordici tesserati coinvolti in un giro di scommesse clandestine e compravendite di partite, gettando nell'occhio del ciclone la Lazio e proprio il Milan, che furono retrocesse a tavolino in Serie B, mentre numerose altre società subirono pesanti penalizzazioni. Per i rossoneri fu la prima discesa nella cadetterìa. Nello scandalo furono coinvolti calciatori di primo livello come Enrico Albertosi del Milan, Lionello Manfredonia, Bruno Giordano e Giuseppe Wilson della Lazio, e Paolo Rossi del Lanerossi Vicenza; quest'ultimo fu squalificato per 2 anni e sarà costretto a saltare il campionato d’Europa 1980 giocato pochi mesi dopo proprio in Italia.

La Serie A uscì dallo scandalo assai indebolita, tanto che per correre ai ripari di fronte allo scadimento tecnico del torneo - certificato dal dimezzamento dei posti disponibili per l'Italia in Coppa UEFA - la FIGC decise di abbandonare la linea autarchica degli Anni Settanta autorizzando l'ingaggio di uno straniero per squadra (dalla stagione 1982-1983 diventarono due). Il campionato italiano fu avvicente fino all'ultima giornata: la lotta per il titolo, nell'anno della finora unica apparizione in A della Pistoiese, fra la Juventus, il Napoli, l'Inter e la Roma del Presidente Dino Viola e del tecnico Nils Liedholm si infiammò alla terzultima giornata, il 10 maggio 1981, in occasione dello scontro diretto fra bianconeri e capitolini al Comunale, quando un gol del giallorosso Ramòn Turone, che le moviole dimostrarono regolare, fu annullato dalla terna arbitrale guidata da Paolo Bergamo. Lo Scudetto venne assegnato nell'ultimo turno, il 24 maggio 1981, con la vittoria della Juventus per 1-0 contro la Fiorentina in casa, e con il pareggio romanista per 1-1 in trasferta a Como, ma il gol di Turone, che avrebbe significato il sorpasso dei romani al vertice della classifica a due giornate dalla fine, divenne uno dei più celebri argomenti di coloro che, negli anni a seguire, sostennero l'esistenza di una sudditanza psicologica dei fischietti italiani nei confronti della società di Casa Agnelli. Argomenti che trovarono subito nuova linfa nel 1981-1982, quando il testa a testa fra i bianconeri e la Fiorentina di Giancarlo Antognoni si risolse solo all'ultimo turno, il 16 maggio 1982, in occasione del quale un gol viola in casa di un Cagliari impegnato in una lotta per la salvezza con Genoa e Milan, fu annullato fra mille recriminazioni, mentre a Catanzaro un rigore molto dubbio trasformato da Liam Brady premiava la Juventus, consegnandole il suo 20° Scudetto, quello della Stella d'oro.

I trionfali Mondiali di Spagna lasciarono il segno nella stanca Juventus e fu così che la Roma del presidente Dino Viola, di Nils Liedholm, e degli idoli di casa Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti, tornò al titolo a 41 anni da quello del 1941-1942. La lotta fra bianconeri e giallorossi divenne un classico degli Anni Ottanta, vedendo imporsi abbastanza nettamente i primi nel 1983-1984, e sfociando in un esito clamoroso nel 1985-1986.

Nel mezzo, coi piemontesi impegnati in una controversa cavalcata in Coppa dei Campioni, il Campionato 1984-1985 vide concretizzarsi il miracolo di una provinciale: sei decenni dopo i successi della Pro Vercelli, fu il Verona di Osvaldo Bagnoli e della coppia d'attaccanti formata da Elkjær e Galderisi a firmare l'impresa di vincere lo scudetto. In un campionato ricco di fuoriclasse stranieri, come Rummenigge dell'Inter, Boniek e Platini della Juventus, Maradona del Napoli e Zico dell'Udinese, la squadra gialloblù ottenne la matematica vittoria del titolo il 12 maggio 1985 a Bergamo, pareggiando contro l'Atalanta per 1-1. Da ricordare che la stagione 1984-1985 è anche passata alla storia per il numero massimo di spettatori, tra paganti e abbonati, allo stadio nella storia del campionato a girone unico, 38.000 a partita, un record ancora oggi imbattuto. Come anticipato, il torneo 1985-1986 ripropose la lotta fra capitolini e torinesi, e l'esito fu incredibile: quando tutti si aspettavano il trionfo dei giallorossi, la Roma crollò in casa contro il Lecce, già retrocesso ed ultimo in classifica. Fu il nono titolo in quindici anni per la gestione Boniperti, che chiuse così il suo formidabile ciclo dopo aver vinto, l'8 dicembre 1985, la prima Coppa Intercontinentale della sua storia a Tokyo. Già dal 20 febbraio forze nuove, destinate a rivoluzionare gli equilibri del campionato, avevano fatto il loro ingresso nel torneo.

L'inverno del 1985 fu molto tormentato per il Milan. La clamorosa eliminazione dalla Coppa UEFA per mano dei belgi del Waregem scatenò la contestazione dei tifosi contro il presidente Giussy Farina, che fuggì all'estero. Quando la Federazione dispose una ricognizione dei libri contabili, emerse una situazione di gravissimo dissesto finanziario tale da prefigurare un immediato rischio di fallimento, ma fu l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi ad acquistare la società il 24 marzo 1986 e ad impegnarsi nel ripianamento di ogni debito. L'ambizioso magnate milanese entrò prepotentemente nel mercato, mirando ad innalzare la squadra rossonera ai massimi livelli nazionali e mondiali.

La nuova stagione fu però appannaggio del Napoli di Diego Armando Maradona. Gli azzurri, trascinati dalla classe dell'asso argentino, presero rapidamente il comando della graduatoria e colsero il primo scudetto della loro storia. La squadra del presidente Corrado Ferlaino riuscì a prendere il comando il 9 novembre dopo aver battuto la Juventus nello scontro diretto al Comunale di Torino. Da quel momento in poi i partenopei non lasciarono più la testa della classifica, anche se ci furono dei momenti in cui altre squadre si avvicinarono, più in particolare l'Inter. Ma due sconfitte consecutive della squadra milanese allenata da Trapattoni, rispettivamente alla tredicesima e quattordicesima giornata del girone di ritorno, permisero al Napoli di festeggiare il primo storico scudetto della sua storia il 10 maggio dopo il pareggio allo stadio San Paolo contro la Fiorentina. Quella gara è ricordata anche per il primo gol in Serie A segnato dal ventenne attaccante viola Roberto Baggio, che collezionerà 205 gol fino alla stagione 2003-2004.

In estate Berlusconi non lesinò risorse in un mercato che portò a Milanello le due stelle olandesi Ruud Gullit e Marco van Basten, il centrocampista Carlo Ancelotti, e l'allenatore che a Parma aveva stupito per il suo gioco rivoluzionario: Arrigo Sacchi, profeta del gioco a zona e del calcio totale, tecniche assolutamente innovative nel difensivistico calcio italiano. I rossoneri partirono bene, ma alcune discusse decisioni del Giudice Sportivo lanciarono in fuga ancora gli azzurri partenopei. Il successo rossonero nello scontro diretto di San Siro parve un episodio isolato fino a Pasqua, dopo la quale i napoletani accusarono un crollo verticale. Sconfitta anche al San Paolo, la formazione di Maradona si sgretolò, e un pareggio a Como all'ultima giornata consegnò ai lombardi lo scudetto, il primo di una lunga serie di trionfi sotto la dirigenza Berlusconi.

Nella stagione 1988-1989 il campionato tornò a comporsi di 18 partecipanti e aumentò il numero di stranieri da schierare in campo, passando da due a tre. Mentre i rossoneri erano impegnati in una cavalcata che li portò alla conquista della Coppa dei Campioni a Barcellona, i cugini dell'Inter di Giovanni Trapattoni non trovarono ostacoli in Italia e si resero protagonisti di un torneo che riuscirono a dominare in ogni aspetto, cogliendo lo "scudetto dei record". Diversa fu l'annata successiva: la squadra nerazzurra si spense presto, e tornarono protagonisti partenopei e milanisti. Se l'andata fu appannaggio degli azzurri, il ritorno vide una poderosa cavalcata rossonera che fruttò loro la testa della classifica. La compagine sacchiana sembrò in grado di mantenere a distanza gli inseguitori, ma l'8 aprile il Giudice Sportivo assegnò ai partenopei una vittoria a tavolino, che significò l'aggancio in vetta, per una moneta da 100 lire che colpì in testa Alemão nella trasferta di Bergamo. L'entità del danno, apparsa subito dubbia e anni dopo confermata nella sua inesistenza dal presidente Corrado Ferlaino, fu oggetto di polemiche, che trovarono nuova linfa la penultima giornata, allorquando i rossoneri caddero a Verona, in una gara in cui Rosario Lo Bello - figlio di quel Concetto che era costato al Milan lo scudetto del 1973 - espulse tre milanisti più l'allenatore suscitando altre numerose polemiche. Con la sconfitta del Milan a Verona, i napoletani ratificarono lo scudetto la settimana successiva, battendo in casa la Lazio per 1-0.

Per i partenopei fu però il canto del cigno: la stagione successiva Diego Armando Maradona, travolto dalla sua disordinata vita privata, abbandonò la squadra fuggendo in Argentina, e per gli azzurri fu l'inizio di un declino che li porterà, nel giro di poco più di un decennio, in Serie C1. La stagione 1989-1990 è passata alla storia anche per la vittoria delle squadre italiane in tutte le tre competizioni europee organizzate dall'UEFA; il Milan conquistò per il secondo anno consecutivo la Coppa dei Campioni, la Sampdoria conquistò la Coppa delle Coppe e la Juventus si aggiudicò la Coppa UEFA battendo nella doppia finale un'altra squadra italiana, la Fiorentina. La stessa estate fu anche quella dei Mondiali di Italia '90, chiusi al terzo posto dalla Nazionale italiana. Il nuovo campionato vide dapprima una notevole bagarre in vetta, con numerose squadre in lotta tra cui il Milan, l'Inter, la Juventus, la sorprendente Sampdoria e la matricola del Parma. Dopo la pausa natalizia, il gruppone si sgranò ed emersero le due milanesi e i genovesi. Furono gli scontri diretti a sancire il predominio doriano: battendo i rossoneri a Marassi e i nerazzurri a San Siro, i blucerchiati dei bomber Gianluca Vialli e Roberto Mancini, e del presidente Paolo Mantovani, colsero il loro primo e finora unico scudetto. I principali delusi furono i rossoneri, che avevano sì incamerato la loro seconda Coppa Intercontinentale consecutiva (e anche un'altra Supercoppa Europea, vinta curiosamente proprio contro i genovesi), ma erano malamente usciti dalla Coppa dei Campioni in una tribolata notte marsigliese che per giunta era costata ai rossoneri un anno di squalifica dalle coppe europee, ed erano descritti dagli organi di stampa come una formazione giunta alla fine di un ciclo.

Berlusconi seppe invece azzeccare la mossa vincente: lasciato partire Sacchi per la Nazionale, affidò la panchina a Fabio Capello. Il tecnico di Pieris rigenerò lo spogliatoio costruendo una stagione in cui i rossoneri non ebbero rivali: vinsero lo scudetto distanziando nettamente la Juventus di Giovanni Trapattoni, chiusero imbattuti come non capitava ad una squadra da 13 anni (allora fu il Perugia) e ai campioni da 69, segnarono 74 reti con goleade a numerosi avversari, guadagnandosi così l'appellativo di Invincibili. Anche la stagione successiva fu un monologo del Diavolo, che conobbe la sua prima sconfitta, dopo una striscia record di 58 gare, solo il 21 marzo per il successo del Parma a San Siro con una rete di Faustino Asprilla; fu unicamente l'Inter di Osvaldo Bagnoli a tentare un vano inseguimento, fugato dal pareggio firmato Ruud Gullit nel derby della vigilia di Pasqua. La partenza in estate proprio di Gullit verso la Sampdoria, quella di Frank Rijkaard all'Ajax, ed il prematuro ritiro di Marco van Basten, che ad Ancona segnò, contro la squadra locale, matricola in A, la sua ultima rete nella massima serie, sembrarono gettare una pesante ombra sul futuro del Milan, cui Capello seppe cambiare totalmente strategia, e anziché sulle goleade degli anni passati, costruì nuovi successi sull'impenetrabile difesa guidata da Franco Baresi che permise al portiere Sebastiano Rossi di battere il record di imbattibilità della propria porta con 929 minuti. Come due anni prima, la principale inseguitrice fu la Juventus, a cui si aggiunse la Sampdoria, ma ancora la squadra di Capello seppe tener testa agli avversari, cogliendo il terzo scudetto consecutivo, una striscia di successi che non si verificava dai tempi del Grande Torino. A completare il trionfo, giunse anche la vittoria nella finale di Coppa dei Campioni 1993-1994 sul Barcellona per 4-0, che permise ai lombardi di cogliere quell'accoppiata che solo i loro cugini interisti erano riusciti a realizzare nel 1965. Il Milan seppe, quell'anno, sfruttare i gol di un attaccante che il ritiro di Van Basten aveva promosso titolare, Daniele Massaro, e le giocate del montenegrino Dejan Savićević.

Mai nel Dopoguerra erano trascorse ben otto stagioni consecutive senza che la Juventus cogliesse un titolo. Decisi a non allungare ulteriormente la striscia negativa, Gianni e Umberto Agnelli rivoluzionarono l'assetto organizzativo della società, affidandone la gestione al manager Antonio Giraudo, al re del mercato Luciano Moggi, e alla vecchia gloria Roberto Bettega: i tre dirigenti formarono un discusso, ma indubbiamente abilissimo gruppo di amministratori, la Triade, che nel bene e nel male condizionò il calcio italiano per dodici anni.

Sulla panchina bianconera fu chiamato Marcello Lippi, che seppe sfruttare ottimamente la novità regolamentare introdotta dopo i Mondiali USA; seguendo la linea della FIFA tesa a disincentivare i pareggi favorendo lo spettacolo, anche la FIGC introdusse la norma che assegnava tre punti ad ogni vittoria, e non più due (in realtà tale regola ebbe una prima sperimentazione l'anno prima in Serie C). Il torneo vide balzare in testa l'ormai consolidato Parma di Nevio Scala, ma Lippi dimostrò di aver compreso appieno le conseguenze del nuovo sistema di punteggi: schierando la squadra con un inedito ed iperoffensivo schema 4-3-3, che sostituì il classico 4-4-2 che aveva fatto le fortune del Milan, ottenne un alto numero di vittorie, non curandosi di contro delle sette sconfitte stagionali, di cui tre consecutive in casa. Il tridente formato da Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, assicurò gol a grappoli in un'annata in cui i bianconeri si trovarono a competere coi gialloblù su tutti i fronti. Se i ducali prevalsero nella finale di Coppa UEFA, la truppa di Lippi si aggiudicò quella di Coppa Italia e, soprattutto, lo scudetto dopo nove anni di attesa. E l'ascesa della Juventus continuò la stagione successiva quando, lasciando spazio in campionato - come già accennato - al Milan, i torinesi riuscirono a conquistare a Roma contro l'Ajax la seconda Coppa dei Campioni della storia bianconera.

Tra il 1996-1997 e il 1997-1998 si susseguirono due stagioni speculari sotto molti aspetti. In entrambe, un Milan alle prese con un difficilissimo ricambio generazionale, conseguì piazzamenti deludentissimi, rimanendo fuori dalle coppe europee e dovendosi anzi guardare le spalle; in entrambe, la Juventus subì le delusioni di perdere la Coppa dei Campioni all'ultimo atto; in entrambe, i bianconeri seppero ben consolarsi cogliendo un duplice scudetto; in entrambe, infine, tali successi maturarono in un clima di sospetti e polemiche. Rafforzatisi con l'acquisto del talentuoso trequartista franco-algerino Zinedine Zidane, i torinesi presero a stento il comando di un campionato mediocre, a novembre guidato dal sorprendente Vicenza di Francesco Guidolin (vincitore nel 1997 del suo primo trofeo nazionale, la Coppa Italia), in cui le inseguitrici stentavano; in inverno vennero fuori prima l'Inter, fermata nel recupero dallo 0-0 contro la Juventus a San Siro, poi il Parma, realtà consolidata e storica, essendo l'unica società nel Dopoguerra che fosse riuscita ad insidiare in maniera non episodica le gerarchie tradizionali del calcio italiano. I gialloblù sembrarono aver grosse chances per cogliere il loro primo scudetto quando sbancarono l'Olimpico di Roma, ma alcuni passi falsi li frenarono finché, nello scontro diretto, il 18 maggio 1997 dello Stadio Delle Alpi, la concessione di un rigore inesistente a favore dei bianconeri vanificò gli sforzi degli emiliani, che persero matematicamente il titolo alla penultima giornata (25 maggio 1997), quando sconfissero in casa il Bologna, dopo che la Juventus pareggiò 1-1 a Bergamo contro l'Atalanta due giorni prima, il 23 maggio (gara anticipata per via della finale Coppa dei Campioni 1996-1997 in programma il 28 maggio): l'episodio di Torino fu solo l'ultimo di una serie di arbitraggi più che discutibili, che avevano tratto d'impaccio i piemontesi in varie gare stagionali. E l'anno successivo le polemiche furono ancor maggiori. Stavolta fu l'Inter di Massimo Moratti e di Luigi Simoni ad impensierire la truppa di Lippi: capolista per gran parte del girone d'andata e vincitrice del primo scontro diretto, la squadra nerazzurra vanificò tutto con alcune clamorose sconfitte tra cui quelle interne contro il Bari e il Bologna (entrambe per 0-1). I lombardi seppero comunque riprendersi, e si presentarono al Delle Alpi, la quart'ultima giornata, con un solo punto di ritardo dai bianconeri; il clima, già tesissimo per le continue sviste arbitrali che avevano salvato la Juventus nella gara contro l'Empoli in toscana la settimana prima (per via di un gol valido non visto dall'arbitro Pasquale Rodomonti che era vicino alla porta), nell'incontro con la Lazio, ed in vari altri incontri, si incendiò quando, in una convulsa fase di gioco, non venne assegnato un rigore ai nerazzurri per uno scontro fra Ronaldo e Mark Iuliano mentre, sul rovesciamento dell'azione, il penalty fu accordato ai bianconeri per un intervento su Alessandro Del Piero, che poi fallì. Le polemiche divamparono violente su tutti i mass-media e persino in parlamento, ma ciò non impedì alla Juventus di cogliere il suo 25° titolo, arrivato il 10 maggio, con un turno di anticipo.

Furono i Mondiali 1998 a rimescolare temporaneamente le carte in tavola. I bianconeri, molti dei quali protagonisti della manifestazione estiva, risentirono in pieno delle stanchezze da essa procurate, come accadde peraltro anche ai loro avversari nerazzurri. Ne originò un campionato anomalo, in cui ad un certo punto salirono le quotazioni della Fiorentina di Giovanni Trapattoni e del bomber Gabriel Batistuta: i viola veleggiarono in testa fino a febbraio, quando l'infortunio della punta argentina (e le assenze del talentuoso Edmundo) compromise i loro sforzi a vantaggio della Lazio di Sven Goran Eriksson, che sembrò a sua volta avviata al titolo quando, inaspettatamente, subì due sconfitte interne consecutive nel derby e contro la Juventus. A questo punto si fece sotto il Milan di Alberto Zaccheroni, allenatore che aveva colto ottimi risultati negli anni precedenti con l'Udiense: i rossoneri, viaggiando a fari spenti e supportati da un buon pizzico di fortuna, riuscirono a sorpassare i biancocelesti nel penultimo turno e, la domenica seguente a Perugia, in una gara tesissima in cui gli umbri si giocavano la salvezza, conseguirono quella vittoria che permise loro di cingere lo scudetto del loro Centenario, forse il più inaspettato di sempre. Nel frattempo la Juve, che aveva sostituito Marcello Lippi con Carlo Ancelotti, perse lo spareggio per la zona UEFA con l'Udinese, chiudendo così al settimo posto della graduatoria e venendo costretta agli straordinari estivi dell'Intertoto: una fatica supplementare che costerà assai cara ai piemontesi.

I biancocelesti cercarono un pronto riscatto nel nuovo campionato, ma dovettero assistere al ritorno in forze della Juventus, che dopo un serrato testa a testa, chiuse in testa il girone d'andata, per poi prendere progressivamente il largo: spentisi alla distanza i rossoneri (che chiuderanno al terzo posto), i bianconeri sembravano veleggiare tranquilli verso il titolo grazie ai loro nove punti di vantaggio sui romani. Ma, improvvisamente, le fatiche dell'Intertoto e della mancata preparazione estiva esplosero fragorosamente: il 26 marzo la Juve cadde a San Siro e subito dopo nello scontro diretto casalingo; i bianconeri dettero la netta sensazione di essere scoppiati, ed infatti arrivò un nuovo tonfo a Verona, riducendo a soli due i punti distanzianti le contendenti. Quando all'ultimo minuto della penultima giornata il difensore del Parma Fabio Cannavaro segnò ai bianconeri una rete del possibile pareggio che avrebbe significato l'aggancio, l'arbitro Massimo De Santis l'annullò senza alcun apparente motivo: in settimana scoppiarono ancora caldissime polemiche sul fronte Juventus-arbitri, cui fecero corollario scontri e disordini a Roma tra la polizia e gli ultras biancocelesti che cercarono di dare l'assalto alla sede della FIGC. Fu in questo clima che, all'ultima giornata, una Lazio con poche speranze e una sola combinazione utile, vinse in casa contro la Reggina, mentre a Perugia la gara della Juventus era stata interrotta per un violentissimo temporale. L'opzione del rinvio era però impraticabile per l'incombente inizio dell'Europeo di calcio 2000 (ma anche per non falsare troppo l'esito del campionato), quindi l'arbitro Pierluigi Collina (scelto volutamente per tale delicatissima situazione) dopo una lunga attesa diede l'ordine di giocare, anche perché il match per i torinesi pareva una formalità, in quanto bastava non perdere: ma, contrariamente alle attese, i perugini giocarono col massimo impegno, anche perché il vulcanico presidente biancorosso Luciano Gaucci, acerrimo nemico della dirigenza torinese, aveva minacciato la propria squadra di mandarla in ritiro, anziché in vacanza, se non avesse battuto i bianconeri. E fu così che, incredibilmente, un gol del perugino Alessandro Calori costò sconfitta e titolo agli juventini, mentre in un Olimpico in surreale attesa, scoppiava l'irrefrenabile festa tricolore, proprio nell'anno del Giubileo che aveva messo la città di Roma sotto gli occhi del mondo intero; inoltre tale titolo suggellò, come nella passata stagione per il Milan, il Centenario dei biancocelesti. L'Anno Santo portò gioia anche all'altra metà della Capitale, visto che nella nuova stagione fu la Roma di Fabio Capello a prendere il largo: i giallorossi mantennero vantaggi rassicuranti sulla Juventus inseguitrice, ma in primavera sembrarono in netto calo; un gol di Vincenzo Montella nello scontro diretto diede però tranquillità ai romani, che colsero il loro terzo scudetto il 17 giugno. Stavolta furono i bianconeri a recriminare, perché la posizione del giocatore romanista Nakata, di nazionalità giapponese, era stata regolarizzata dalla Federazione solo pochi giorni prima del big match dello Stadio Delle Alpi, allargando le norme sul tesseramento dei calciatori extra-comunitari (Nakata aveva comunque giocato alcune stagioni a Perugia).

Nell'estate del 2001 il patron juventino Umberto Agnelli decise di prendere in mano la situazione, e richiamò in panchina Marcello Lippi. La squadra fu fortemente rimaneggiata, con le partenze di Filippo Inzaghi verso il Milan e di Zinedine Zidane al Real, e gli arrivi di Gianluigi Buffon (pagato 100 miliardi), Pavel Nedved e Lilian Thuram. Nella stagione che vide un inedito derby in Serie A, il quinto, quello fra Verona e Chievo, il gruppetto formato dai campioni in carica, dai bianconeri, e dall'Inter di Hector Cuper, si staccò via via dalle inseguitrici. La vittoria dei nerazzurri nello scontro diretto con i giallorossi, sembrò lanciarli verso il titolo, che parve ad un passo ad un minuto dalla fine della terzultima giornata, quando i milanesi godevano di cinque lunghezze di vantaggio: un gol subito dall'Inter a Verona, ed uno fatto dalla Juventus a Piacenza, portò però i torinesi ad un solo punto di distanza, situazione con cui si arrivò all'ultima giornata, il 5 maggio. Decine di migliaia di tifosi nerazzurri invasero lo Stadio Olimpico di Roma, contando nella solida amicizia con i sostenitori della Lazio, mentre i bianconeri si recarono dalla tranquilla Udinese, e i romanisti erano di scena allo Stadio Delle Alpi contro il Torino. Mentre gli juventini risolsero agilmente la loro pratica, come previsto gli interisti si portarono in vantaggio, annullando un primo recupero biancoceleste: ma accadde l'incredibile. Dapprima la Lazio pareggiò, portandosi poi sul doppio vantaggio, quindi anche la Roma trafisse i granata: per la Juventus fu scudetto dopo quattro anni di digiuno, alla Roma andò il secondo posto, mentre la raggelata Inter si ritrovò terza e costretta ai preliminari estivi di Coppa dei Campioni 2002-2003. Lo shock per un obiettivo inseguito da tredici anni e sfumato sulla linea del traguardo lasciò il segno nell'ambiente nerazzurro, da cui fuggì il brasiliano Ronaldo, ex pupillo del presidente Moratti. In quella stagione, grande sorpresa fu il Chievo Verona, che al debutto in A sfiorò la Champions. Sotto la guida di Luigi Delneri e con una squadra cresciuta in provincia, con molti debuttanti, la squadra del piccolo quartiere di Verona, dopo essersi ritrovata in testa alla classifica per buona parte del girone d'andata, sfiorò i preliminari di Champions League, arrivando quinta e in Coppa UEFA.

L'insperato successo diede nuove convinzioni invece alla Juventus, che nel 2003 fu protagonista di una storica lotta col Milan di Carlo Ancelotti, rafforzatosi con l'acquisto del capitano biancoceleste Alessandro Nesta e degli interisti Clarence Seedorf e Dario Simic, oltre che del portiere brasiliano Dida. In campionato i rossoneri, dopo alcune annate grige, partirono determinati, passando in testa il giro di boa, ma alla lunga lasciarono decisamente il passo all'imperioso ritorno dei bianconeri, anche a causa del lungo impegno europeo; i piemontesi si aggiudicarono nuovamente, e più facilmente, il titolo, ma non poterono godere appieno del successo: il 28 maggio a Manchester, proprio il Milan li batté nella prima finale tutta italiana di Coppa dei Campioni. Data l'enorme posta in palio, stavolta fu l'ambiente bianconero ad uscirne destabilizzato. Lippi negli spogliatoi dell'Old Trafford presentò addirittura le dimissioni, respinte, alla società, andando quindi incontro ad un anno di transizione.

Fu così il Milan, sull'onda dell'entusiasmo infuso dal trionfo inglese, a vincere il suo diciassettesimo scudetto nel 2003-2004. In un primo momento i bianconeri sembrarono poter tenere il ritmo di vertice, ma pian piano scivolarono indietro; inizialmente furono invece i giallorossi di Fabio Capello ad accreditarsi come favoriti al titolo, ma le quotazioni dei romani, campioni d'inverno, uscirono fortemente ridimensionate dalla triplice sconfitta - comprese due gare di Coppa Italia - inflitta loro dal Milan tra gennaio e febbraio. I milanesi, trascinati dalla coppia d'assi formata dall'ucraino Andriy Shevchenko e dal neoacquisto brasiliano Kaká, fecero propri entrambi i derby, espugnarono il Delle Alpi e, battendo in casa proprio la Roma il 2 maggio, ottennero il titolo con un largo primato (11 punti), nonostante un team che, esclusi gli arrivi, oltre che di Kaka e dei terzini Cafù e Giuseppe Pancaro, era pressapoco lo stesso dell'anno prima. Dal 2004-2005, in seguito a un compromesso con le squadre della Serie B turbate dal Caso Catania, la Serie A tornò a 20 squadre.

I rossoneri, definitivamente riassestati dopo le annate in altalena successive all'ingresso in politica di Berlusconi, erano gli strafavoriti anche per la nuova stagione, stante la carenza di avversari, ma una clamorosa operazione di calciomercato cambiò le carte in tavola: a fine agosto, la Juventus del neoallenatore Fabio Capello cedette all'Inter il semisconosciuto e panchinaro portiere Fabian Carini, cambiandolo alla pari col difensore e capitano della Nazionale Fabio Cannavaro. La mossa della dirigenza interista, apparsa oltremodo azzardata se non apertamente irrazionale, risolse i problemi difensivi palesati dai bianconeri nel 2004, lanciandoli in testa alla classifica. Il Milan fu costretto ad inseguire, e lo scontro diretto di Torino, in cui i rossoneri dimostrarono uno sterile predominio, fece riaffiorare un clima di polemiche per l'opinabile arbitraggio di Paolo Bertini, dopo che già la settimana prima si era avuto molto da discutere sulla direzione di Tiziano Pieri nella trasferta bianconera di Bologna. Il vantaggio dei torinesi, cresciuto ad otto lunghezze a gennaio, si ridusse clamorosamente a febbraio, fino all'aggancio dei milanesi. A questo punto i due colossi del sistema calcistico italiano, che mai erano stati coinvolti in una sfida diretta per il titolo nazionale, iniziarono un sensazionale testa a testa, funestato però da nuove diatribe sugli arbitraggi dei bianconeri: dopo il prodromo di Cagliari, le discussioni si incentrarono sulle conduzioni di Salvatore Racalbuto a Roma, e soprattutto quella di Gianluca Paparesta a Verona, dove l'arbitro non vide entrare in porta un netto gol del Chievo Verona. Alla fine, furono gli impegni di Champions League a fare la differenza: coi bianconeri già eliminati, i rossoneri faticarono alquanto a mantenersi in lotta sui due fronti, perdendo prima lo scontro diretto casalingo, e conseguentemente il titolo, l'8 maggio, e poi pure la coppa nella terribile finale di Istanbul. Per i torinesi si trattò del ventottesimo scudetto. Decisamente più netto fu il primato della Juventus nella nuova stagione. Gli uomini di Capello staccarono tutte le inseguitrici e guadagnarono distacchi abissali. Un calo di rendimento primaverile, con conseguente scialba uscita dall'Europa, favorì il ritorno prepotente del Milan, ma i bianconeri seppero difendere i loro tre residui punti di vantaggio. Il predominio bianconero sembrava non avere fine, ma il campionato, e l'intera organizzazione del calcio italiano, furono sconvolti, a maggio 2006, dal più grande scandalo nella storia del pallone tricolore: Calciopoli.

A due settimane dall'assegnazione del titolo del 2006, il 2 maggio 2006, la Procura della Repubblica di Napoli iscrisse nel registro degli indagati, con l'ipotesi di frode sportiva, numerosi dirigenti calcistici. Secondo gli inquirenti, basatisi su intercettazioni telefoniche, la società bianconera si sarebbe adoperata per accomodare numerose gare del campionato 2004-2005, tramite minacce e la costruzione di un sistema di potere in grado di condizionare la classe arbitrale: i già menzionati episodi controversi di quel torneo, sarebbero stati parte di una macchinazione ideata da una cupola in grado di influenzare ogni aspetto dell'attività della FIGC. In seguito al coinvolgimento diretto nello scandalo del presidente federale Franco Carraro, dimessosi l'8 maggio 2006, e del suo vice Innocenzo Mazzini, dimessosi il 10 maggio 2006, la Federazione venne commissariata dal CONI a partire dal 16 maggio 2006.Insieme alla Juventus, furono inquisite altre società, accusate di essersi rivolte a Luciano Moggi per ottenere indebiti favori: la Fiorentina, che si sarebbe adoperata per salvarsi in luogo delle due pericolanti emiliane Parma e Bologna, la Lazio, anch'essa impelagata in una traballante posizione di classifica, come pure la Reggina. Rientrarono nell'inchiesta anche le azioni di Leonardo Meani, ristoratore dirigente rossonero, il quale si sarebbe mosso per iniziare a costruire un contro-potere con cui opporsi a quello juventino, avvicinando alcuni guardalinee: se la condotta di Adriano Galliani, vicepresidente rossonero e presidente della Lega Calcio, non fu giudicata irregolare dai carabinieri, il procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, ritenne di accusare il dirigente milanista per responsabilità oggettiva, inoltre si scoprì che furono solo tre le partite che il ristoratore avrebbe tentato di truccare. Lo scandalo, battezzato Calciopoli dalla maggior parte della stampa, portò alle sentenze di primo grado del 14 luglio, mitigate, ma comunque pesanti, nell'appello del 25 luglio: la Juventus, privata sia del titolo del 2004-2005 sia, per incompatibilità, di quello del 2005-2006, fu ricollocata all'ultimo posto in classifica e retrocessa in Serie B per la prima volta nella sua storia; la Fiorentina e la Lazio, graziate da analogo provvedimento, furono escluse dalle coppe europee; il Milan fu escluso dalla riassegnazione del titolo e costretto al turno preliminare estivo per rientrare in Coppa dei Campioni 2006-2007; alla Reggina, come a tutte le squadre coinvolte, furono comminate penalizzazioni per la stagione entrante. Tutti i dirigenti coinvolti furono inibiti, mentre Luciano Moggi e Antonio Giraudo furono radiati. La Juventus perse molti campioni; Gianluca Zambrotta, Lilian Thuram, Emerson e Fabio Cannavaro andarono a giocare in Spagna, i primi due al Barcellona, gli altri due al Real Madrid, Patrick Vieira e Zlatan Ibrahimović vennero ceduti all'Inter mentre altri, come Gianluigi Buffon, Alessandro Del Piero, Mauro Germán Camoranesi,David Trezeguet e Pavel Nedvěd decisero di prestare fedeltà alla propria bandiera.

L'estate del 2006, per il calcio italiano, è passata alla storia per due avvenimenti; lo scandalo di Calciopoli e la conquista del 4° titolo di Campione del Mondo della Nazionale italiana al Mondiale 2006 giocato in Germania;gli azzurri, guidati da Marcello Lippi, riuscirono a riportare in Italia la Coppa del Mondo dopo 24 anni d'attesa, sconfiggendo in finale la Francia per 5-3 ai rigori la sera del 9 luglio 2006 a Berlino.

Tornando allo scandalo, la principale beneficiaria fu l'Inter, cui la FIGC il 26 luglio assegnò a tavolino lo scudetto 2006, il primo dopo diciassette anni di digiuno per i nerazzurri, dopo la retrocessione della Juventus (giunta al 1° posto al termine della stagione) e la penalizzazione di 30 punti del Milan (giunto 2°). La posizione della società di Massimo Moratti, non coinvolta nella vicenda nè a livello penale nè a livello sportivo, non fu però esente da critiche a causa di alcune scomode coincidenze: il commissario federale che assegnò il titolo, Guido Rossi, era un ex membro del consiglio di amministrazione dell'Inter; il socio in affari di Moratti, Marco Tronchetti Provera, fino ad aprile 2007 era proprietario della TIM (tra l'altro sponsor del torneo dal 1998-1999), società telefonica appartenente alla stessa holding di Telecom Italia, il principale provider di telefonìa nazionale, nello stesso periodo al centro di un'inchiesta penale per presunte intercettazioni telefoniche ed uso delle stesse a fini privati (le indagini sono ancora in corso); le penalizazioni inflitte a molte delle più temibili avversarie, infine, garantivano ai nerazzurri un cammino probabilmente agevole verso il titolo del 2006-2007. Fu così che Calciopoli, anziché ridare serenità al mondo del calcio italiano, sortì l'effetto contrario di seminare nuovi veleni.

Come previsto, l'Inter vinse facilmente il campionato, che comunque la squadra di Roberto Mancini seppe interpretare al meglio conquistando diversi record, tra cui spiccarono il maggior numero mai fatto di punti (97), e la più lunga striscia di vittorie consecutive (17). Da segnalare, per la stagione 2006-2007, la straordinaria salvezza della Reggina che, penalizzata di 11 punti, riesce comunque a salvarsi con 40 punti (51 escluse le penalità). Decisamente più competitivo si presentava invece il torneo dell'anno dopo, che vede il pronto ritorno in scena della rinnovata Juventus di Claudio Ranieri, oltre al Genoa e al Napoli, entrambe reduci dalla Serie C. Il campionato italiano non sembra finora saper uscire dalla spirale delle polemiche sui favoritismi arbitrali, oggi rivolte in più occasioni all'Inter capolista. L'Inter vince solo all'ultima giornata, battendo 2-0 il Parma e condannandolo alla B dopo 18 anni, staccando di 3 punti la Roma (1-1 a Catania) che pure era stata capace di rimontare diversi punti dopo essere stata anche a -11, e che addirittura era andata all'intervallo dell'ultima giornata con un punto di vantaggio sull'Inter, vincendo 1-0 a Catania mentre i nerazzurri erano ancora fermi sullo 0-0 a Parma.

Nel campionato 2008-2009 alla pausa invernale, come nella precedente stagione, al primo posto c'è l'Inter, mentre all'ultimo il Chievo.

Sono 60 le squadre ad aver preso parte ai 77 campionati di Serie A a girone unico che sono stati disputati a partire dal 1929-30 e fino alla stagione 2008-09.

Ecco i migliori piazzamenti delle squadre che hanno preso parte ai 76 campionati a girone unico dal torneo 1929-30 al 2007-08 raffrontate a tutti i piazzamenti nel campionato italiano.

In quattro occasioni una società ha vinto lo scudetto nell'anno del centenario; la prima volta capitò alla Juventus nel 1997, poi al Milan nel 1999, alla Lazio nel 2000 e, infine, all'Inter nel 2008.

In grassetto i giocatori ancora in attività in Serie A.

A partire dalla stagione 1993-1994 le partite di Serie A vengono trasmesse sulla pay-tv; fino al 1999 venivano trasmesse solo su Tele+, tra il 1999 e il 2003 su Tele+ e su Stream, dal 2003 su SKY (per metà stagione 2003-2004 alcune partite di Serie A venivano trasmesse sulla piattaforma satellitare Gioco Calcio, fallita nell'estate 2004).

Dal gennaio 2005 sono trasmesse anche sul digitale terrestre (Mediaset Premium e La7 Cartapiù).

I posticipi della domenica sera iniziarono nel 1993, e gli anticipi del sabato nel 1999.

Per la parte superiore



Primera División spagnola

LFP La Liga.png

La Primera División, nota anche come La Liga o Spanish Primera, è la massima serie calcistica spagnola, che si colloca al vertice del sistema del campionato di calcio spagnolo, ed è gestita dalla Real Federación Española de Fútbol. Dalla stagione 2008-2009 ha cambiato denominazione: infatti la "Primera Liga" va a chiamarsi "Liga BBVA" (che quindi non è più accostato al "campionato cadetto" spagnolo), mentre la seconda divisione si chiamerà "Liga Adelante". Il nome BBVA deriva dallo sponsor, cioè il "Banco de Bilbao-Vizcaya Argentaria".

Si tratta di un campionato attualmente formato da 20 squadre che si affrontano in un girone di andata e ritorno per un totale di 38 gare per squadra.

Le prime quattro squadre accedono alla UEFA Champions League: le prime tre direttamente alla fase a girone, la quarta agli spareggi preliminari. La quinta e la sesta classificata, insieme alla vincitrice della Copa del Rey (Coppa del Re), accedono invece alla UEFA Europa League. Se la vincitrice della Coppa nazionale si piazza entro il 6° posto, alla ex-Coppa UEFA accede la settima in classifica. Le ultime tre classificate retrocedono in Segunda División.

Il primo campionato si disputò nel 1929, fra il 10 febbraio e il 23 giugno e vide il successo del Barcellona sulle altre nove squadre partecipanti, con una vittoria arrivata proprio all'ultima di campionato per la sconfitta del Real Madrid con cui condivideva la testa della classifica.

Il campionato fu poi esteso a 12 squadre a partire dal 1933, ma venne sospeso per tre anni, dal 1936 al 1939 a causa della guerra civile.

Alla ripresa delle competizioni, si passò nel 1941 a 14 squadre e poi a 16 nel 1950.

Con l'inizio degli anni '50 si rafforzarono Barcellona e Real Madrid. I madrileni acquistarono l'argentino Alfredo Di Stefano nel 1953, strappandolo proprio ai catalani quando sembrava ormai tutto pronto, mentre i blaugrana presero nel 1951 l'ungherese Ladislao Kubala.

In campionato, dopo i successi dell'Atletico Madrid nel 1950 e nel 1951, cominciò il duello Barca-Real. I primi si aggiudicarono la Liga nel 1952 e nel 1953, i secondi nel 1954 e nel 1955. Furon proprio le merengues a rappresentare il calcio spagnolo nella prima edizione della Coppa dei Campioni nel 1956, trofeo che si aggiudicarono battendo in finale, il 13 giugno 1956, i francesi dello Stade Reims per 4-3.

Da allora si aggiunsero in squadra anche il francese Raymond Kopa e l'ungherese Ferenk Puskas, e cominciò un ciclo interminabile di vittorie sia in ambito nazionale che in ambito internazionale; i blancos si aggiudicarono anche le edizioni della Coppa dei Campioni 1956-57, battendo 2-0 la Fiorentina, 1957-58, battendo il Milan 3-2, 1958-59, sconfiggendo ancora lo Stade Reims 4-3, e 1959-60, battendo l'Eintrackt Francoforte per 7-3, e l'edizione 1960 della Coppa Intercontinentale, diventando Campione del Mondo per club.

In ambito nazionale si aggiudicarono i campionati 1956-57 e 1957-58; da allora quella squadra è passata alla storia come Il grande Real.

Anche il Barcellona riuscì a portare a casa qualche campionato, come il 1958-59 e il 1959-60, mentre il 1955-56 venne vinto dall'Athletic Bilbao.

Ci furono anche delle sfide tra club spagnoli in Coppa dei Campioni; nel 1957-58 si affrontarono nei Quarti di finale Real Madrid e Siviglia e passarono il turno i balncos vincendo 8-0 in casa e pareggiando 2-2 in trasferta. Nel 1958-59 si affrontarono in Semifinale Real a Atletico, anche in quest'occasione passarono il turno le merengues, ma solo dopo aver disputato lo spareggio e, nelle due edizioni successive, ci furon gli scontri tra madrileni e Barcellona. Nel 1960 andò in Finale il Real (vinse 3-1 entrambe le gare di Semifinale), nel 1961 il Barcellona superò gli Ottavi di finale pareggiando 2-2 in casa e vincendo 2-1 in trasferta.

Durante gli anni '60 il Real si aggiudicò otto Scudetti, di cui cinque tra il 1960-61 e il 1964-65 e tre tra il 1966-67 e il 1968-69 e riuscì a vincere anche una Coppa dei Campioni, battendo in finale gli jugoslavi del Partizan Belgrado. Il campionato comunque, rimase sotto il segno dei club della capitale; infatti sia nel 1965-1966 che nel 1969-1970 gli unici campionati non vinti dalle merengues vennero vinti dall'Atletico Madrid.

Da ricordare anche il primo successo del calcio spagnolo a livello di nazionale; infatti la Spagna riuscì a vincere il campionato d’Europa 1964 giocato in casa.

Durante gli anni '70 la lotta la vertice vide come protagonisti principali i due club della capitale, Real e Atletico, e il Barcellona.

Il decennio si aprì con il 4° Scudetto del Valencia e, successivamente, registrò i successi dei club più blasonati; il Real Madrid nel 1971-1972 (campionato che vide l'allargamento da 16 a 18 squadre), l'Atletico Madrid nel 1972-1973 e il Barcellona nel 1973-1974 con l'innesto dell'olandese Johan Cruyff (nello stesso anno l'Atletico Madrid perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Bayern Monaco).

Dal 1974-1975 al 1979-1980 la Liga registrò i successi del Real Madrid, con l'eccezione del torneo 1976-1977, che vide il successo dell'Atletico Madrid e un deludente nono posto delle merengues.

Nei primi anni '80 vennero alla ribalta i due principali club dei Paesi Baschi; la Real Sociedad e l'Athletic Bilbao. Nel 1980-1981 il duello tra Real Sociedad e Real Madrid si concluse con la vittoria del club basco per via degli scontri diretti, bissata l'anno dopo ai danni del Barcellona (questa volta con due punti di vantaggio).

Dopo il deludente mondiale casalingo della Spagna, le squadre basche continuarono a dominare il Campionato; dopo i 2 titoli consecutivi del club di San Sebastian, le edizioni 1982-1983 e 1983-1984 vennero vinte dall'Athletic Bilbao, entrambe le volte avendo la meglio sul Real Madrid. Il primo lo ottenne il 1° maggio 1983, concludendo la stagione con un solo punto di vantaggio, il secondo lo ottenne il 29 aprile 1984 per una miglior differenza reti (+23 contro i +22 dei blancos).

La stagione 1984-1985 vide l'unico successo del Barcellona, con Terry Venables in panchina, prima del ritorno madrileno come protagonista assoluto nel lustro successivo.

Dopo il dominio basco tornò alla ribalta il Real Madrid, che vinse cinque Scudetti consecutivi tra il 1985 e il 1990.

La stagione 1985-1986 vide come protagonista assoluto il Real, che oltre a vincere il suo 21° Scudetto con 11 punti di vantaggio sul Barça, riuscì a bissare il successo in Coppa UEFA, dopo aver vinto l'edizione 1984-1985. Il 1986-1987 vide l'introduzione dei play-off e dei play-out; dopo la regular season le 18 squadre venivano divise in tre zone; la zona play-off per lo Scudetto, che comprendeva le prime 6 classificate, la zona media, che comprendeva le squadre classificate dal 7° al 12° posto, e la zona play-out, che comprendeva le ultime 6 squadre.

Nonostante questo rinnovamento il Real riuscì a rivincere il campionato e, soprattutto, non cambiò nulla rispetto alla classifca della regular season.

Dalla stagione 1987-1988 la Liga passò da 18 a 20 clubs; vennero aboliti i play-off ma rimase il play-out tra la diciassettesima e la diciottesima classificata (sarà abolito dal 1999-2000).

Le merengues riusciranno a confermarsi Campioni di Spagna fino alla stagione 1989-1990, guidati in campo dal messicano Hugo Sánchez e dagli spagnoli Emilio Butragueño, Manolo Sanchís, Rafael Martín Vázquez, Míchel e Miguel Pardeza, ossia La Quinta del Buitre.

Da ricordare le sfide in campo europeo tra con i club italiani; le doppie sfide contro l'Inter nelle edizioni 1984-1985 e 1985-1986 della Coppa UEFA (entrambe vinte), le sfide di Coppa dei Campioni 1986-1987 e 1987-1988, rispettivamente contro Juventus e Napoli, entrambe vinte, e le due eliminazioni dalla Coppa dei Campioni 1988-1989 e 1989-1990 ad opera del Milan, rispettivamente in Semifinale e negli Ottavi di finale, in particolare l'umiliante 0-5 a Milano nel 1989.

Con l'inizio degli anni '90 iniziò il ciclo di vittorie del Barcellona di Johan Cruyff. Con l'innesto in squadra di alcuni assi stranieri quali Ronald Koeman, Michael Laudrup, Hristo Stoičkov e Romário, affiancati dai calciatori spagnoli provenienti dalla cantera, quali Guardiola e Baquero, il Barça conquistò quattro titoli consecutivi, anche se in maniera diversa l'uno dall'altro;infatti, mentre il titolo 1990-1991 venne vinto con 10 punti di distacco dalla seconda classificata, i due successivi (1991-1992 e 1992-1993) vennero vinti all'ultimo turno di campionato, anche grazie alle sconfitte inaspettate del Real Madrid contro il Tenerife (entrambe per 3-2). L'ultimo, nel 1993-1994 venne vinto grazie ad una migliore differenza reti nei confronti della seconda classificata, il Deportivo La Coruña, visto l'arrivo a pari punti in classifica (56, ma una differenza reti di +13 rispetto ai galiziani).

Oltre che a dominare in campo nazionale, il Barcellona riuscì a conquistare la prima Coppa dei Campioni della sua storia, battendo il 20 maggio 1992 a Wembley la Sampdoria per 1-0. Ritornò in finale due anni dopo ad Atene contro il Milan e, alla vigilia, era dato per favorito, ma in campo venne umiliato con un netto 4-0 per i rossoneri.

Il ciclo blaugrana, dopo quella pesante sconfitta, si chiuse, per dare spazio al ritorno, prima in Spagna e poi in Europa, dell'avversario storico, il Real Madrid.

L'edizione 1994-1995 della Liga fu dominata dal Real Madrid Club de Fútbol, guidato in panchina da un suo ex-calciatore, Jorge Valdano, e in campo dall'attaccante cileno Iván Zamorano e dal 18enne Raúl, proveniente dal settore giovanile. A fine stagione le merengues conquisatorono il 26° Scudetto della loro storia, dopo cinque anni di digiuno. Durante l'estate ci fu l'allargamento del torneo da 20 a 22 squadre; il 31 luglio 1995 la Federazione spagnola escluse, per problemi finanaziari, due club, Siviglia e Oviedo, ripescando l'Albacete e il Valladolid, retrocesse sul campo. A pochi giorni dall'inizio del torneo, le due escluse vennero riammesse e, di conseguenza, aumentò il numero delle squadre partecipanti.

Il torneo, il primo con l'assegnazione dei 3 punti per la vittoria, vide il successo dell'Ateletico Madrid, che si aggiudicò il 9° Scudetto della sua storia, dopo un digiuno di diciannove anni, avendo la meglio sul Valencia e sul Barcellona. Deludente il campionato del Real Madrid, settimo a fine stagione ed escluso, dopo quasi vent'anni, dalle coppe europee.

La stagione successiva vide il ritorno del duello tra blancos e balugrana; i primi si eran rafforzati con l'arrivo in panchina dell'allenatore italiano Fabio Capello e con gli acquisti Roberto Carlos, Davor Suker e Pedrag Mijatovic, mentre i catalani si rafforzarono con il ventenne centravanti brasiliano Ronaldo, capocannoniere a fine stagione con 34 reti.

La corsa Scudetto si risolse il 14 giugno 1997, con un turno d'anticipo, quando il Real Madrid, sconfiggendo in casa i cugini dell'Atletico Madrid nel derby per 3-1, conquistarono il loro 27° titolo di Campione di Spagna.

Il Barcellona comunque si consolò con la vittoria della Coppa delle Coppe 1996-1997 e della Coppa del Re.

In zona retrocessione, scesero le ultime 5 classificate, in modo che si tornasse al classico formato da 20 squadre, a partire dalla stagione successiva.

L'anno 1997-1998 vide ancora il duello Scudetto con protagonisti Barcellona e Real Madrid; i catalani avevan ceduto Ronaldo all'Inter, sostituendolo con il connazionale Rivaldo, mentre tra i madrileni Fabio Capello, dopo il tironfo, decise di tornare in Italia ad allenare il Milan. La stagione si decise il 25 aprile 1998, con tre turni d'anticipo, quando il Barcellona, pareggiando 1-1 nel derby contro l'Espanyol, si aggiudicò lo Scudetto dopo quattro anni (successo bissato l'anno dopo). Se il Barça dominò la stagione in ambito nazionale, il Real Madrid fu protagonista a livello europeo; il 20 maggio 1998, battendo ad Amsterdam la Juventus per 1-0, le merengues conquistarono, dopo ben 32 anni, la loro settima Coppa dei Campioni, la prima di una lunga serie.

Dopo anni in cui la lotta al titolo vedeva come protagonista l'asse Madrid-Barcellona, ci fu una squadra che riuscì ad interrompere questo duopolio; infatti il campionato 1999-2000 venne vinto dal Deportivo la Coruna, che ebbe la meglio sul Barcellona, lo stesso avversario con cui perse il titolo sei prima a causa di una peggior differenza reti.

In Europa, ancora successo in Coppa dei Campioni del Real, che sconfisse in finale il 24 maggio 2000 il Valencia con un netto 3-0, in quella che verrà ricordata come la prima finale della competizione con due squadre dello stesso paese.

Nell'estate 2000 ci fu il passaggio della presidenza madrilena da Lorenzo Sanz a Florentino Pérez, che cominciò a varare il progetto dei galacticos (galattici), ossia affiancare, ogni anno, un campione di fama internazionale ad un giocatore proveniente dalla cantera, ossia dal settore giovanile e, per ottenere ciò, vendette al comune la cittadella sportiva della società ricavando 500.000 pesetas (che servirono anche a ricoprire i debiti lasciati dalle precedenti gestioni) e ingaggiò, come DG, l'ex stella Jorge Valdano (già allenatore tra il 1994 e il 1996).

Sotto la guida tecnica di Vicente del Bosque, ex-tecnico delle giovanili chiamato in prima squadra nel Novembre 1999 con un ruolo ad interim, e successivamente confermato visti i risultati ottenuti soprattutto a livello internazionale, il primo colpo dell'era Pérez (e il primo galactico) fu l'acquisto del centrocampista portoghese Luís Figo dal Barcellona, acquisto che non andò mai giù ai tifosi catalani, tanto che durante il primo Derby di Spagna, il 18 novembre 2000, venne lanciato dagli spalti del Camp Nou una testa di maiale che finì non molto distante dal giocatore.

Nonostante un inizio non molto positivo (sconfitte in Supercoppa europea contro il Galatasaray e in Coppa Intercontinentale contro il Boca Juniors ed eliminazione prematura in Coppa del Re) i madrileni riuscirono ad aggiudicarsi, dopo quattro anni, lo Scudetto con sette punti di vantaggio sul Deportivo La Coruña.

L'estate 2001 registrò il secondo colpo galactico con l'acquisto di Zinédine Zidane dalla Juventus per 75 milioni di euro e la stagione 2001-2002 segnò anche l'inizio del miniciclo del Valencia, allenato da un giovanissimo e semisconosciuto Rafael Benítez; saranno infatti i valenciani a portare a casa il titolo di Campione di Spagna 2001-2002 dopo ben 31 anni, mentre il Real, nell'anno del centenario, riuscirà a vincere la Coppa dei Campioni 2001-2002, la nona della sua storia e la terza negli ultimi cinque anni; un risultato del genere, in ambito internazionale, non lo si vedeva dai tempi di Di Stefano e Puskas. Da ricordare la doppia sfida in Semifinale contro il Barcellona, dopo i due precedenti delle edizioni 1960 e 1961; vittoria per 2-0 in trasferta a Barcellona nella gara d'andata e pareggio in casa 1-1 in quella di ritorno.

Il terzo colpo dell'era Pérez fu il brasiliano Ronaldo, proveniente dall'Inter, dopo la vittoria da protagonista nel Campionato mondiale di calcio 2002; ad inizio stagione arrivarono i successi in Supercoppa europea e in Coppa Intercontinentale, mentre in campionato la lotta al titolo vide come protagonisti principali il solito Real e i baschi della Real Sociedad. Dopo essere stati in testa per quasi tutta la stagione, i bianco-blu vennero superati in classifica alla penultima giornata, il 15 giugno 2003, consentendo alle merengues di aggiudicarsi, la domenica successiva, lo Scudetto 29 della loro storia.

Anche l'estate del 2003 vide l'arrivo a Madrid di un altro giocatore di fama internazionale, l'inglese David Beckham, proveniente dal Manchester United. Dopo la vittoria dello Scudetto, l'allenatore del Bosque non venne confermato dalla società, venendo sostituito dal portoghese Carlos Queiroz, e la lotta al titolo fu contesa, come due anni prima, tra Real Madrid e Valencia. Così come accadde nel 2002, furono gli uomini di Benitez a vincere la Liga, la sesta della loro storia, riuscendo anche a vincere la Coppa UEFA dopo aver perso due finali consecutive in Coppa dei Campioni nel 2000 e nel 2001.

Per entrambe le squadre però si trattò della fine del ciclo; dopo la doppietta Liga-Coppa UEFA Benítez si trasferì in Inghilterra per allenare il Liverpool, mentre a Madrid, dopo un deludente finale di stagione che, oltre alla perdita dello Scudetto, vide lo scivolone al 4° posto in campionato e l'eliminazione in Coppa dei Campioni ai Quarti di finale contro il Monaco, Jorge Valdano annunciò le dimissioni dalla carica di Direttore Generale e responsabile dell'area tecnica del club. L'era dei Galacticos era finita.

Dopo un periodo di risultati negativi e cambi di presidenza, tornò alla ribalta il Barcellona. Dopo un buon 2° posto nel torneo 2003-2004, soprattutto grazie ad un ottimo girone di ritorno, i balugrana tornarono protagonisti nella lotta Scudetto; sotto la presidenza di Joan Laporta, allenati dall'olandese Frank Rijkaard e guidati in campo dall'asso brasiliano Ronaldinho e dal centravanti camerunense Samuel Eto'o i catalani tornarono alla vittoria in campionato dopo sei anni, vincendo con due giornate d'anticipo, il 14 maggio 2005, il 17° titolo di Campione di Spagna della loro storia.

Il successo venne bissato l'anno dopo e, a completare il trionfo, giunse anche la vittoria in Coppa dei Campioni 2005-2006 battendo in finale l'Arsenal per 2-1. Da sottolineare il doblue spagnolo nelle competizoni UEFA; infatti, oltre al successo in Coppa dei Campioni, arrivò anche la vittoria della Coppa UEFA 2005-2006 del Siviglia, che sconfisse in finale gli inglesi del Middlesbrough per 4-0.

In quest'annata va ricordato il gesto tecnico di Ronaldinho e del pubblico dello Stadio Santiago Bernabéu nell'incontro Real Madrid-Barcellona del 19 novembre 2005, vinto dal Barça 3-0; dopo che il brasiliano percorse metà campo palla la piede, superando in dribling tre avversari e depositando poi il pallone in rete con un morbido tocco, si alzarono gli oltre 80.000 spettatori di fede madrilena per applaudire il gesto tecnico del brasiliano. Un episodio di fair-play come questo nel Campionato italiano non si sarebbe mai visto.

La stagione 2006-2007 vide il ritorno della lotta Scudetto del Real Madrid, dopo un periodo di crisi interne che vide il cambio di tre presidenti solo nel 2006 e quattro tecnici tra il 2004 e il 2006. Tornò in panchina Fabio Capello e arrivarono l'italiano Fabio Cannavaro (Campione del Mondo 2006), il brasiliano Emerson, entrambi dalla Juventus, e l'olandese Ruud van Nistelrooy dal Manchester United. Dopo un girone d'andata negativo, concluso al 5° posto, cominciò la rincorsa madrilena e, a 90 minuti dalla fine del campionato, il titolo di Campione di Spagna 2006-2007 era conteso tra Real Madrid, Barcellona (prime a pari punti ma blancos favoriti per miglior differenza reti) e, con qualche possibilità in meno, Siviglia, in un'annata in cui riuscì a bissare il successo in Coppa UEFA battendo in finale un'altra spagnola, l'Esapnyol, oltre a vincere la Supercoppa europea, battendo 3-0 il Bracellona, e la Coppa del Re.

Il 17 giugno 2007, al termine del primo tempo, il Barcellona aveva in mano la Liga, in quanto vinceva 3-0 a Tarragona mentre il Real Madrid stava perdendo in casa 0-1 contro il Maiorca. Nel secondo tempo la situazione si capovolse; grazie a Reyes (doppietta) e Diarra i blancos riblatano il risultato vincendo per 3-1. Nelle altre due sfide il Barcellona vince 4-0 mentre il Siviglia batte 3-1 in casa il Villarreal, ma è tutto inutile, perché il Real Madrid, dopo quattro anni di digiuno e di delusioni, riesce a vincere il 30° Scudetto della storia. Importante successo anche per Fabio Capello;due esperienze spagnole e due vittorie in entrambe le occasioni.

Nonostante la vittoria Capello non viene riconfermato e viene sostiuito dal tedesco Brend Schüster, ex calciatore tra il 1988 e il 1990. Con il nuovo tecnico il Real Madrid riesce a bissare il successo dell'anno prima con due giornate d'anticipo, vincendo a Pamplona contro l'Osasuna per 2-1, in un'annata, quella 2007-2008, che si concluderà con il successo della Spagna al Campionato europeo di calcio 2008 in Austria e Svizzera, battendo in finale la Germania per 1-0 a Vienna il 29 giugno 2008 e conquistando, a distanza di 44 anni, il suo 2° titolo di Campione d'Europa.

Da inizio anni '90, una partita deve essere necessariamente trasmessa in analogico; fino al 2006 i diritti erano del consorzio FORTA, che raggruppa le tv delle autonomie, essi sono poi passati a La Sexta per 3 anni fino al 2009, ma dal 2007 si è scatenata una "guerra del calcio" sui match da trasmettere.

La stagione 2008/2009 è la 78ª edizione del campionato di Primera División. Al massimo campionato spagnolo hanno preso parte 55 diverse squadre. Solo 3 di queste sono riuscite a non retrocedere mai in Segunda División, e precisamente l'Athletic Club, il Barcellona e il Real Madrid.

Queste sono le 55 squadre, ordinate per numero di campionati disputati (aggiornato alla stagione 2008/2009).

Ecco i migliori piazzamenti delle squadre che hanno preso parte ai 77 campionati dal torneo 1928-29 al 2007-08.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia