Enzo Biagi

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Tags : enzo biagi, giornalisti, giornalismo, società

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Enzo Biagi

Enzo Biagi con Lucia Ghetti nel 1943

Enzo Biagi nel 1976.

Enzo Marco Biagi (Pianaccio di Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. È considerato uno dei giornalisti più popolari del XX secolo.

All'età di nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L'idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l'istituto tecnico Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.

Nel 1937, all'età di diciassette anni, scrisse il suo primo articolo, pubblicato sul quotidiano L'Avvenire d'Italia e dedicato al dilemma sorto nella critica dell'epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così la propria collaborazione con l'Avvenire, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.

Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, versione serale de Il Resto del Carlino, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione dai reporter. Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte a causa di problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la vita. Si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare, il 18 dicembre 1943. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate "Giustizia e Libertà" legate al Partito d'Azione di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatterà mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracilino. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano "Patrioti", di cui Biagi era in pratica l'unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri, in seguito la sua tipografia fu distrutta dai tedeschi.

Biagi considererà sempre quei mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao..

Terminata la guerra, entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l'avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all'epoca aveva cambiato il suo nome in "Giornale dell'Emilia".

Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d'Italia, nel 1947 partì per l'Inghilterra dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. È il primo di una lunga serie di viaggi all'estero come "testimone del tempo" che contrassegneranno tutta la sua vita.

Nel 1951, parte per conto del Carlino in Polesine dove con una cronaca rimasta negli annali, descrive l'alluvione che flagella la provincia di Rovigo ma nonostante il grande successo che riscuotono quegli articoli, Biagi viene isolato all'interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica che lo fecero passare per un comunista e considerato quindi un "pericoloso sovversivo" per il suo direttore.

Gli articoli sul Polesine sono letti però anche dall'editore milanese Arnoldo Mondadori alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni che lo chiama a lavorare come caporedattore al settimanale Epoca. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasceranno quindi l'amata Bologna per Milano.

Nel 1952 Epoca attraversa un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l'America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all'Italia e l'inizio della primavera.

Nel frattempo scoppia però il "caso Wilma Montesi": una giovane ragazza romana viene ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nasce uno scandalo, poi rivelatosi falso, in cui rimane coinvolta l'alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e il figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegna le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi aveva avuto nel Paese, decide contro ogni disposizione di dedicare ad esso la copertina e di pubblicare un'inedita ricostruzione dei fatti. È un successo clamoroso: la stampa di Epoca cresce di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori toglie la direzione a Segala, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola a Biagi.

Sotto la direzione di Biagi, Epoca s'impone nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza dell'Espresso e dell'Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell'Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo Pio XII che gioca con un canarino.

Nel 1960, un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso e Biagi sarà costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.

Il 1 ottobre 1961 Biagi diventa direttore del Telegiornale, secondo alcuni per accontentare il Partito Socialista Italiano (di cui Biagi era simpatizzante) che iniziava in quegli anni l'esperienza del centrosinistra al fianco della Democrazia Cristiana. Questa versione è stata smentita sia da Biagi sia dal direttore generale della Rai di allora Ettore Bernabei, ma si sa che il nome di Biagi come direttore fu fatto espressamente, accanto a quello di Indro Montanelli, da Pietro Nenni a Amintore Fanfani.

Biagi si mette subito all'opera, applicando la formula di Epoca al Tg, dando meno spazio alla politica e maggiormente ai "guai degli italiani" come chiama le mancanze del nostro sistema. Realizza una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l'ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza di Cassazione. Dedica servizi agli esperimenti nucleari dell'Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fa assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli, ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati ad avere una lunga carriera in futuro.

Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella in un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Mario Scelba, poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di non essere allineato all'ufficialità. Un'intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procura un duro attacco da parte dei giornali di destra che iniziano un campagna aggressiva contro di lui.

Nel marzo del 1962 lancia il primo rotocalco della televisione italiana: RT-Rotocalco Televisivo. Appare per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. RT è il primo programma televisivo che si occupa esplicitamente di mafia: un servizio fu infatti registrato a Corleone da Gianni Bisiach e per la prima volta furono fatti i nomi dei feroci boss della Sicilia quali Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ma a Roma Biagi si sente con le mani legate. Le pressioni politiche sono all'ordine del giorno; ha già detto di no a Saragat che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere è difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Guareschi, Garinei e Giovannini, Feltrinelli, Liala e lo stesso Bernabei. Nel 1963 decide di dimettersi e di tornare a Milano dove diventa inviato e collaboratore del Corriere della Sera, de La Stampa e del settimanale L'Europeo.

Nel 1968, si legò alla tv di Stato per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: "Dicono di lei" (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori.

Nel 1971 fu nominato direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Viene data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che chiamò Rischiatutto come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l'elezione di Giovanni Leone) che tennero impegnato il Parlamento per mesi con tutti i problemi che aveva il Paese.

L'editore Attilio Monti è in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretende che il giornale dia risalto alle sue attività. Biagi ignora le richieste di Preti; poco dopo però pubblica la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini che Preti smentisce vigorosamente. La replica di Biagi ("ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti") manda Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento. Il 30 giugno 1972 firma il suo addio ai lettori e torna quindi al Corriere della Sera. Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale..

Dal 1977 al 1980, ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo "Proibito", programma in prima serata su Rai Due che trattava temi d'attualità. All'interno del programma guidò due cicli d'inchiesta internazionali denominati "Douce France" (1978) e "Made in England" (1980). Con "Proibito", Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell'Italia dell'epoca come l'ex brigatista Alberto Franceschini, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione Michele Sindona e soprattutto il dittatore libico Muammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell'aereo di Ustica, in cui il dittatore sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto "sbagliato bersaglio". L'intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell'epoca ne proibì la messa in onda. L'incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo.

Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, il leader della P2 Licio Gelli aveva chiesto all'allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò.

Diventò quindi editorialista de la Repubblica, quotidiano che lasciò nel 1988 per ritornare a quello di via Solferino.

Nei primi anni Novanta, realizzò soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), dedicata alla fine del comunismo, "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), (trasmissione per cui ricevette i complimenti di Giovanni Paolo II, il quale poco dopo volle incontrare in Vaticano lo stesso Biagi e l'intero staff del programma) dove conobbe il cardinale Ersilio Tonini, con cui stringerà poi una forte amicizia, "Una storia" (1992), (sulla lotta alla mafia) dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Segue attentamente le vicende di "Mani pulite", con programmi come "Processo al processo su Tangentopoli" (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). È il primo giornalista ad incontrare l'allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato " l'eroe" che aveva messo in ginocchio Tangentopoli.

Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore. Nel 2004 "Il Fatto" è stato proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant'anni della Rai. Rilevanti sono le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni.

Nel luglio del 2000, la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno titolato "Buon compleanno signor Biagi! Ottant'anni scritti bene" condotto da Vincenzo Mollica.

La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest'ultimo ai Premi Oscar del 1997, la seconda nel 2001 a ridosso delle elezioni politiche che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest'ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto d'interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di sfruttare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c'erano anche le dichiarazioni che il 27 marzo Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il grande giornalista aveva attaccato pesantemente il centrodestra paragonandolo ad un virus per l'Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una "dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci", ovvero molta corruzione.

In seguito a queste due interviste diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara che dichiarò: "Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia". La più dura arrivò però dal deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che auspicò in un'emittente lombarda l'allontanamento dalla Rai dello stesso Biagi.

Biagi fu quindi denunciato all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per "violazione della par condicio" ma fu poi assolto con formula piena.

È l'inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un'interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai Tre e infine la sua cancellazione dai palinsesti.

Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della Rai e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata nessuna trasmissione, decide a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica che fu risolto dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre del 2002.

In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio 2002 e della figlia Anna il 28 maggio 2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco. Questa morte lo segnò per il resto della sua vita.

Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L'atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse cosa pensava dei suoi critici) chiese "scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia". Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che "il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi". Il Cdr del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che "in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi".

Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai Tre e per la stessa trasmissione di Fazio.

Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant'anni») e la sua particolare vicinanza a Rai Tre.

Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo RockPolitik in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi declinò l'offerta per motivi di salute.

Negli ultimi anni scrisse anche col settimanale L'Espresso e le riviste Oggi e TV Sorrisi e Canzoni.

Nella sua ultima intervista a "Che tempo che fa", nell'autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l'indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in tv.

Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l'argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l'ha vissuta in prima persona.

La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all'11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell'autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell'improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi.

Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, morì all'età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire disse a un'infermiera «Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie...», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».

I funerali del giornalista si svolsero nella chiesa del piccolo borgo natale di Pianaccio. La messa esequiale venne officiata dal cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del Presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici Rai e di molti colleghi, come Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli.

Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita "stupefacente" dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d'Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato.

Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Anno Zero titolata "Biagi, partigiano sempre"; Blob e Speciale Tg1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata.

A partire dall'11 marzo 2008 Rai Tre ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato "RT-Rotocalco Televisivo Era Ieri" dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo.

Nello stesso mese, è stato istituito il "Premio Nazionale Enzo Biagi", consegnato ai giornalisti e agli scrittori "che mostrano esempio di libertà". Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano.

Enzo Biagi appare nel videoclip di Buonanotte all'Italia, brano di Luciano Ligabue. Durante il tour del cantante emiliano, il video è stato mostrato sui maxischermi: la folla ha applaudito al momento in cui appare Biagi, tributo riservato ad altri grandi presenti nel filmato come Borsellino, Falcone, Pantani, Sordi.

Nel mese di dicembre 2008, il consiglio comunale di Milano (con i voti del Popolo della Libertà e della Lega Nord) respingeva la proposta di consegnare l'Ambrogino d'oro alla memoria al giornalista. Per protesta, il gruppo musicale Elio e le Storie Tese rifiutava l'Ambrogino che avevano vinto nello stesso anno.

Ad Enzo Biagi sono state talvolta rivolte critiche.

Biagi è stato preso di mira per decenni anche dalla sinistra per il presunto buonismo e le ovvietà di molti suoi scritti. Il giornalista Sergio Saviane lo etichettò come "Banal Grande" sulla rubrica che teneva nell'"Espresso".

Nel 2001 con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara attaccò duramente Biagi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano dure critiche a Berlusconi, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a "sputarsi in faccia" per quello che stava facendo al Cavaliere. Successivamente fu ancora più esplicito dandogli dell'ipocrita e dell'arrogante. Inoltre definì una "sceneggiata" le polemiche nate dopo l'editto bulgaro e il suo allontanamento dalla Rai.

Secondo alcuni, la liquidazione ricevuta dalla Rai per la chiusura del contratto, sarebbe stata eccessivamente alta. Tuttavia Biagi si è difeso ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come "equa per la chiusura di un contratto" dall'ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l'editto bulgaro.

I libri pubblicati da Enzo Biagi hanno venduto più di 12 milioni di copie e sono stati tradotti in diversi Paesi fra cui Germania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Giappone..

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Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi

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La Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi è un progetto nato alla fine degli anni settanta, con il fine di raccontare la storia utilizzando il fumetto come mezzo di comunicazione.

Lo scrittore e giornalista italiano Enzo Biagi si prometteva di narrare, in maniera didattica, la storia del bel paese ("Dalla caduta dell'Impero Romano ai giorni nostri", come affermano i sottotitoli delle edizioni più recenti, risalenti al 2004), usufruendo del contributo dei maggiori fumettisti ed illustratori italiani (artisti come Milo Manara, Marco Rostagno, Carlo Ambrosini, Alarico Gattia, Aldo Capitanio, Paolo Ongaro e Paolo Piffarerio).

L'opera, inizialmente pubblicata in volumi, ottenne quasi subito un forte successo di pubblico tanto che lo stesso Enzo Biagi varò subito un altro progetto, la Storia del mondo di Enzo Biagi, che poteva vantare i disegni di alcune delle più prestigiose firme del fumetto d'autore italiano, tra cui sempre Milo Manara insieme con Sergio Toppi, Dino Battaglia e Hugo Pratt.

L'opera completa esce attualmente, raccolta in volume compatto con sovraccoperta di Milo Manara, per Mondadori.

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Corriere della Sera

La storica sede del Corriere della Sera a Milano.

Il Corriere della Sera è il primo quotidiano italiano per diffusione, con 620.605 copie di vendita media. Ha sede a Milano ed è pubblicato dal gruppo Rcs Quotidiani S.p.A..

Il Corriere della Sera nacque nel febbraio 1876 quando Eugenio Torelli Viollier, direttore de La Lombardia, e Riccardo Pavesi, editore della medesima, decisero di fondare un nuovo giornale.

Il primo numero venne annunciato dagli strilloni in piazza della Scala domenica 5 marzo 1876, con la data del 5-6 marzo. Per il lancio venne scelta la prima domenica di Quaresima. Tradizionalmente quel giorno i giornali milanesi non uscivano. Il Corriere sfruttò quindi l'assenza di concorrenza; però per non farsi inimicare l'ambiente, devolse in beneficenza il ricavato del primo numero.

Collaboravano al giornale anche la moglie del Buini, Vittoria Bonacina, che traduceva alcuni dei romanzi pubblicati sulle pagine del Corriere, e la stessa moglie di Torelli, Maria Antonietta Torriani, scrittrice di romanzi d'appendice con lo pseudonimo "marchesa Colombi". Per le indispensabili corrispondenze da Roma si era offerto di collaborare gratuitamente Vincenzo Labanca, vecchio amico di Torelli Viollier. Per l'estero c'erano accordi con l'Agenzia Stefani e l'Havas. L'amministratore del giornale era il fratello di Eugenio, Titta Torelli. Il giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna, che possedeva uno stanzone nei sotterranei della Galleria Vittorio Emanuele.

Non siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: "Siamo moderati, siamo conservatori". Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' papi che la tennero durante undici secoli. Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e - per conseguenza - il potere. L'Italia unificata, il potere temporale de' papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l'opera del partito moderato. Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso. Senonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili e nervose delle città. A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un'inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

Nei giorni successivi le vendite del quotidiano si assestarono sulle 3 mila copie. Il prezzo di un numero era di 5 centesimi (un soldo) a Milano, 7 fuori città. Il giornale era così composto: la prima pagina ospitava l'articolo di fondo, la cronaca del fatto più rilevante e i commenti al fatto. La seconda era dedicata alla cronaca politica italiana e straniera. La terza pagina ospitava la cronaca milanese e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata alla pubblicità. I caratteri venivano stampati in corpo 10. Il Corriere andava in macchina alle 14 per essere distribuito circa due ore dopo. Il quotidiano usciva con una doppia datazione (5-6 marzo, per esempio), poiché la lentezza dei trasporti faceva sì che spesso giungesse nelle altre regioni l'indomani.

Il 18 marzo 1876, tredici giorni dopo l'uscita del primo numero, avvenne una svolta nella storia del giornale: Riccardo Pavesi fu eletto al Parlamento. Nonostante appartenesse al partito dei moderati, decise di spostarsi a sinistra, cioè dalla parte che aveva vinto a livello nazionale. Quindi cambiò l'indirizzo politico de La Lombardia e cercò di persuadere Torelli Viollier a fare altrettanto al Corriere. Ma gli venne opposto un netto rifiuto. Pavesi decise allora di uscire dal Corriere.

Il direttore rimase con suoi i tre redattori e quattro operai. La fattura del Corriere, come di quasi tutti i giornali dell'epoca, era artigianale: la scrittura degli articoli, tranne che per le corrispondenze da Roma, era "fatta in casa", non essendoci cronisti (li aveva solo Il Secolo). La maggior parte del lavoro era affidato alla penna ed alle forbici (per i dispacci "adattati") di Torelli Viollier, con un ritmo d'aggiornamento di 2/3 giorni per le notizie interne e di 10/15 per l'informazione proveniente dall'estero. Il giornale non aveva una tipografia propria (con i conseguenti problemi di gestione dell'autonomia del giornale) e limitava al massimo la pubblicazione di disegni ed incisioni, che invece erano frequenti sul concorrente Secolo.

La tiratura cominciò a salire decisamente nel 1878. Al principio dell'anno re Vittorio Emanuele II fu colto da un'improvvisa malattia che lo portò alla morte. Tutti i giornali italiani diedero ampio spazio all'avvenimento. Ma dopo la sua morte tornarono a pubblicare le solite notizie. Torelli Viollier invece continuò a trattare la notizia della morte del re per un'ulteriore settimana. Ciò fece aumentare le vendite da 3.000 a 5.600; le vendite salirono nel resto dell'anno fino a sfondare a dicembre quota 7.000 copie giornaliere.

Nel consueto articolo di fine anno, che Torelli Viollier pubblicava prima delle festività natalizie, il direttore del Corriere ringraziò i lettori e confermò il suo impegno a trattarli non come avventori , ma come amici e soci in un'impresa comune, giacché come tali li consideriamo, e tali sono".

Dagli anni '80 Milano iniziò ad essere investita da una rapida trasformazione economica e sociale. Un nuovo ceto di commercianti e industriali (di origine né patrizia né liberale) si affermò come nuova forza emergente. Il Corriere seppe intercettare questo nuovo pubblico e in pochi anni riuscì ad attirare la sua attenzione.

Nell'articolo di fine anno 1881 (Programma per l'anno 1882), Torelli annunciò il potenziamento dell'uso del telegrafo per la trasmissione dei pezzi dei corrispondenti, che fino ad allora si erano avvalsi prevalentemente del servizio postale. Il direttore voleva che anche le notizie dall'estero giungessero in tempi rapidi: nel 1882 inviò i primi corrispondenti all'estero del Corriere, nelle città di Parigi, Londra e Vienna. Nel Programma per l'anno 1883 Torelli annunciò che non avrebbe più utilizzato i rendiconti dell'agenzia Stefani per quanto riguarda i lavori del Parlamento, ma avrebbe raccolto le notizie in proprio. Nel 1883, grazie alla nuova rotativa (König & Bauer) capace di produrre 12.000 copie l'ora, il Corriere cominciò a stampare due edizioni al giorno. Il giornale uscì con un'edizione nel primo pomeriggio e una seconda in serata. Alla fine del 1885 il Corriere produceva quasi esclusivamente notizie in proprio. Torelli Viollier poteva affermare che ben di rado il Corriere stampa notizie ritagliate da altri fogli e le forbici della redazione, che sono il redattore capo di molti giornali, arruginiscono.

Dal 1883 al dicembre 1885 le vendite passarono da 14.000 a 30.000. Il Corriere vendeva il 58% delle copie in Lombardia, il 20% tra Piemonte ed Emilia (seguendo le direttrici delle linee ferroviarie), il resto era distribuito in Veneto, Liguria, Toscana e in alcune città delle Marche e dell'Umbria. Nella città di Milano, il Corriere era il secondo quotidiano, davanti a La Perseveranza e dietro a Il Secolo. Ma, mentre Secolo aveva alle spalle il sostegno di una casa editrice (la Sonzogno), il Corriere doveva contare solamente sulle proprie forze.

La forza del giornale stava nell'alleanza tra Torelli Viollier e il nuovo socio, l'industriale Benigno Crespi, il primo desideroso di fare un giornale moderno; il secondo attento ai bilanci ma anche sensibile ad effettuare investimenti, anche cospicui, per mantenere il giornale competitivo. L'ingresso di Crespi quale proprietario e finanziatore del Corriere aveva portato all'acquisto di una seconda macchina rotativa (che aveva permesso un miglioramento della fattura delle pagine e un aumento consistente delle copie stampate), all'incremento dei servizi telegrafici e all'assunzione di nuovi collaboratori, scelti da Torelli in completa indipendenza. I redattori del Corriere diventano sedici.

Il quotidiano continuava a pubblicare in ogni numero un romanzo d'appendice a puntate. Le pagine a disposizione erano sempre quattro, di cui una (la quarta) dedicata in gran parte alla pubblicità.

Nel 1886 Torelli Viollier inventò la figura del “redattore viaggiante”, ovvero il cronista che sceglieva un itinerario e scriveva tutto quello che vedeva: fatti, persone, storie, ecc. Nello stesso anno er la prima volta le copie vendute del giornale sorpassarono le copie distribuite in abbonamento. Alla fine del decennio le vendite raggiunsero 60.000 copie, ponendo il Corriere tra i giornali più venduti del Nord Italia.

I nomi dei giornalisti che lavoravano al Corriere cominciarono ad essere noti: Paolo Bernasconi (inviato a Parigi), Dario Papa, Barattani, Barbiera, Mantegazza. Fa la sua prima comparsa il medico e criminologo Cesare Lombroso. I collaboratori fissi e saltuari erano circa 150.

A partire dal 1888 il Corriere spostò la prima edizione all'alba ed arretrò la seconda edizione al pomeriggio, tradizionalmente letta dai dei lombardi dopo il lavoro. L'edizione mattutina serviva a far arrivare il giornale nelle regioni più lontane entro il giorno di pubblicazione. Nel 1890 venne inaugurata la terza edizione, diversa e con notizie aggiornate. Era evidente lo sforzo del Corriere di fornire un prodotto completo al fine di conquistare sempre più larghe fette di mercato.

A partire dagli anni novanta il Corriere offrì ai suoi lettori articoli di prima mano anche da luoghi diversi dalle capitali europee: si pensi ai corrispondenti di guerra in Africa.

Nel 1896 Torelli Viollier assunse il venticinquenne Luigi Albertini come segretario di redazione, ruolo inesistente all'epoca in Italia e ritagliato su misura: Albertini mostrava già spiccate doti organizzative e conoscenze tecniche, mentre non aveva alle spalle una solida carriera giornalistica. Albertini si impose agli occhi dei colleghi per il piglio organizzativo e la capacità decisionale. Doti che espresse anche in occasione delle proteste di maggio del 1898: fu Albertini infatti a decidere di mandare tutto il personale in cerca di nuove notizie nelle strade di Milano. Proprio i fatti di maggio segnarono una svolta nella direzione del quotidiano. La linea di Torelli Viollier venne messa in discussione finché il 1° giugno il fondatore decise di rassegnare le dimissioni da direttore politico. I proprietari installarono alla direzione Domenico Oliva di area conservatrice, editorialista e deputato. Luigi Albertini, ancora lontano dai vertici del Corriere, nel resto dell'anno viaggiò nelle principali capitali europee, per studiare la fattura dei più moderni quotidiani stranieri, accrescendo le proprie conoscenze tecniche.

Il bilancio del Corriere della Sera 1899-1900 vide un ridimensionamento delle principali voci del giornale. Nell'assemblea del 14 maggio 1900 i proprietari espressero le loro preoccupazioni per il futuro del Corriere. Luigi Albertini, che era stato promosso direttore amministrativo all'inizio dell'anno, si unì al coro esprimendo le proprie rimostranze sulla gestione del giornale. Oliva per tutta risposta rassegnò le dimissioni. Il 26 aprile era morto Eugenio Torelli Viollier. In luglio i proprietari assegnarono ad Albertini l'incarico di gerente responabile (=direttore responsabile); Albertini entrò anche nel capitale sociale con una piccola partecipazione. Non fu nominato nessun nuovo direttore politico.

In soli sei anni Albertini portò la foliazione prima a 6 pagine, poi a 8, seppe raddoppiare le vendite portandole da 75 mila a 150 mila, surclassando il diretto concorrente Il Secolo e diventando il primo quotidiano italiano per diffusione (nelle pubblicità, Il Secolo si era fregiato del titolo di "più diffuso quotidiano italiano") . La prima pagina è a sei colonne. Nascono in questo periodo alcuni periodici collegati al prodotto-Corriere pensati per un pubblico eterogeneo: "La Domenica del Corriere" (1899), popolare, "La lettura" (1901), diretto dal commediografo Giuseppe Giocosa e rivolto al pubblico colto, il "Romanzo mensile" (1903), che raccoglie i romanzi d'appendice pubblicati a puntate sul Corriere, il "Corriere dei Piccoli" (1908), periodico a fumetti per ragazzi. Intanto, nel 1904 era stata inaugurata la nuova sede (modellata su quella del Times di Londra) al civico 28 di via Solferino, in un palazzo progettato dall'architetto Luca Beltrami. Da allora il Corriere mantenne sempre lo stesso indirizzo. Nel 1907 Albertini nomina il suo primo inviato all'estero: Luigi Barzini senior.

Sotto la direzione di Albertini, dal 1900 al 1925, il Corriere conobbe un crescendo inarrestabile: 275 mila copie nel 1911, che salirono a 400 mila nel 1918, grazie all'interesse per la guerra mondiale, per toccare quota 600 mila nel 1920. Il braccio destro di Albertini fu Eugenio Balzan, direttore amministrativo dell'azienda-Corriere, noto per la sua puntigliosità nel sorvegliare i conti. In questo periodo scrissero per la Terza pagina del quotidiano lombardo molte fra le firme più prestigiose della nostra cultura, come Luigi Einaudi e Luigi Pirandello.

Nel 1925, dopo una serie di diffide e intimidazioni, il regime fascista ottenne le dimissioni di Albertini dalla direzione e la sua uscita dalla società editrice del quotidiano. Tramite cavilli giuridici la proprietà passò interamente alla famiglia Crespi, noti industriali tessili milanesi.

Con l'uscita di scena di Albertini iniziò la fascistizzazione del quotidiano milanese, che si conformò alle esigenze della dittatura. Dopo le brevi direzioni di Pietro Croci, Ugo Ojetti, Maffio Maffii, nel 1928 sbarca a via Solferino proveniente dalla Nazione di Firenze Aldo Borelli, un fedelissimo del regime. Questi, tuttavia, assumerà un atteggiamento abbastanza rispettoso nei confronti degli equilibri albertiniani e non esiterà, nel 1938 ad assumere Indro Montanelli, fresco di licenziamento dal Messaggero di Roma a causa dei suoi articoli sulla politica coloniale del fascismo. Sotto l'imposizione del regime, il Corriere ne appoggia la propaganda e sostiene i provvedimenti che contribuiscono a distruggere definitivamente il sistema democratico. Lo stesso vale per le leggi razziali del 1938. Il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, Borelli è allontanato per essere sostituito da Ettore Janni, che sarà revocato dopo l'8 settembre. Particolarmente duri i toni assunti dal quotidiano durante la Repubblica Sociale di Mussolini. Il direttore in questi anni fu Ermanno Amicucci.

Un mese dopo la sospensione imposta dal Comitato di Liberazione Nazionale il 25 aprile 1945, tornò con il nome di «Corriere d'informazione», e l'anno successivo uscì come «Il Nuovo Corriere della Sera». In occasione del referendum istituzionale, si schierò per la repubblica. Il nuovo direttore designato dal CLN, l'azionista Mario Borsa, stabilì una netta rottura con il passato, pubblicando editoriali coraggiosi sulla necessità dell'Italia di fare i conti con la dittatura e di chiudere con la monarchia. Malvisto dalla proprietà, alla fine dell'estate del 1946 fu sostituito dal liberale Guglielmo Emanuel. Da allora la linea politica è centrista e degasperiana. Principale editorialista (fino al 1953) è Cesare Merzagora.

Nel 1952 i proprietari del Corriere, i fratelli Mario, Vittorio e Aldo Crespi, chiamano alla direzione Mario Missiroli, proveniente da Il Messaggero. Missiroli fa del caporedattore centrale Gaetano Afeltra, uno dei "senatori" del giornale, il suo alter ego. A questo tandem bisogna aggiungere Michele Mottola, l'altro caporedattore centrale e collaudato uomo-macchina. Il Corriere è in un periodo d'oro: in quegli anni sono valorizzati i più illustri giornalisti, editorialisti, inviati speciali, corrispondenti dall’estero mai avuti dal Corriere: Domenico Bartoli, Luigi Barzini jr, Dino Buzzati, Egisto Corradi, Max David, Enzo Grazzini, Eugenio Montale, Indro Montanelli, Giovanni Mosca, Vittorio G. Rossi, Orio Vergani, Gino Fantin,Enrico Emanuelli, Augusto Guerriero, Silvio Negro, Panfilo Gentile, Carlo Laurenzi e tantissimi altri. La linea politica di Missiroli è un misto di cauto equilibrismo e di appoggio al centrismo e in particolare alla politica degasperiana.

All’inizio degli anni Sessanta la proprietà assume la convinzione che il Corriere deve rinnovarsi. Due fatti sono particolarmente significativi: 1) Il concorrente Il Giorno, più moderno e scattante, sta intercettando molti nuovi lettori; 2) Nel 1961 la Rizzoli annuncia l'uscita di un quotidiano nato da una costola del settimanale Oggi, "Oggi quotidiano". Per la direzione del nuovo giornale i Rizzoli hanno scelto Gianni Granzotto, che ha "solo" 47 anni, contro i 75 del direttore del Corriere. I fratelli Crespi decidono così di rescindere il contratto con Missiroli. Il primo candidato alla successore di Missiroli è inizialmente Giovanni Spadolini, giornalista e storico, "figlio spirituale" di Missiroli. Ma la scelta, oltre a dividere la famiglia Crespi, provoca la minaccia di dimissioni da parte di otto firme di prestigio, fra cui Montanelli. Per uscire dall'impasse, la proprietà negozia con gli otto giornalisti la nomina di Alfio Russo, l'ex corrispondente da Parigi, che qualche anno prima aveva lasciato il Corriere per andare a dirigere La Nazione di Firenze. Michele Mottola e Gaetano Afeltra diventano i due vice direttori (il secondo tuttavia si dimetterà ben presto dal Corriere per contrasti con Russo).

Il nuovo direttore realizza un profondo rinnovamento del quotidiano, dando maggiore spazio allo sport e agli spettacoli e, per la prima volta, aprendo una rubrica della posta dei lettori. Nel 1965 il quotidiano presenta uno scoop internazionale: l'intervista fatta da Alberto Cavallari a papa Paolo VI. L'orientamento del quotidiano resta moderato e liberale, ma si accentua l'ostitilità al centrosinistra, tanto che nel 1963, all'indomani dell'ingresso dei socialisti nel governo, Russo sostituì tutti i redattori politici: Aldo Airoldi, notista, Goliardo Paoloni, Alberto Ceretto e Tommaso Martella, resocontisti rispettivamente di Palazzo Chigi, della Camera e del Senato. Valorizza gli inviati più giovani e dinamici come Pietro Ottone, Alberto Cavallari ed Enzo Bettiza (quest'ultimo assunto da Russo). Se ne accorge presto Indro Montanelli che, infatti, ha uno screzio con il direttore. Nello stesso periodo crescono alcuni elementi, in gran parte reclutati dalla Nazione, che si riveleranno giornalisti di prim’ordine: Gianfranco Piazzesi, Giovanni Grazzini, Giuliano Zincone, Leonardo Vergani (scomparso poi prematuramente) e Giulia Borghese, la prima giornalista donna assunta al Corriere. A dirigere lo sport chiama Gino Palumbo, importandolo da Napoli; alla cronaca di Milano colloca Franco Di Bella. Infine, trasferisce in pianta stabile in Vietnam Egisto Corradi, che trasmetterà da laggiù memorabili corrispondenze.

Sul finire degli anni Sessanta, i nuovi equilibri in seno alla famiglia Crespi rendono necessario un avvicendamento al vertice del Corriere . Pochi mesi prima delle elezioni politiche del 1968 a via Solferino arriva un nuovo direttore. A sostituire Alfio Russo è chiamato Giovanni Spadolini, già candidato in pectore sette anni prima, repubblicano e aperto sostenitore della partecipazione dei socialisti al governo. Spadolini, uomo di cultura, allargò decisamente la schiera dei collaboratori alla Terza pagina: chiamò Leonardo Sciascia, Giacomo Devoto, Denis Mack Smith, Leo Valiani, Goffredo Parise. Tra i giornalisti neoassunti vanno ricordati Luca Goldoni ed il torinese Piero Ostellino. Fortemente critici verso il nuovo direttore, Piero Ottone e Alberto Cavallari lasciarono il Corriere, l'uno per dirigere Il Secolo XIX di Genova l'altro Il Gazzettino di Venezia.

I Crespi erano soliti far firmare ad ogni nuovo direttore un contratto iniziale di 5 anni, per poi prolungarlo eventualmente di un anno alla volta. Nel 1972 Spadolini, al quarto anno di direzione, benchè avesse la piena fiducia della proprietà venne licenziato. Il 3 marzo, a poche settimane dalle elezioni politiche anticipate, Spadolini trovò sul suo tavolo una lettera con la quale gli si comunicava la risoluzione del contratto. Per la prima volta da quando, nel 1925, la famiglia Crespi era diventata proprietaria del quotidiano, un direttore era costretto a lasciare così anzitempo l'incarico. Sul licenziamento di Spadolini, che apparve come un vero e proprio defenestramento tanto da provocare perfino uno sciopero, nacquero diverse voci, ma nessuna di esse trovò conferma. In sua sostituzione, la proprietà decise di affidare il quotidiano a Piero Ottone, che entrò in carica il 15 marzo 1972.

Nel 1973 il Corriere della Sera veleggiava sulla quota record di 700.000 copie di vendita media giornaliera. Tra gli elementi valorizzati da Ottone spiccano Giampaolo Pansa, inviato di punta del politico, Massimo Riva, giornalista economico, Giuliano Zincone e, come collaboratore, Pier Paolo Pasolini, a cui è affidata la rubrica Scritti corsari tenuta fino alla sua tragica morte nel 1975. Con la direzione di Piero Ottone, la linea politica del Corriere fece una netta virata a sinistra, e il comitato di redazione, capitanato da Raffaele Fiengo, assunse un ruolo che andava ben al di là delle questioni sindacali. La redazione del giornale si spaccò: i dissidenti giunsero ad accusare Ottone di aver instaurato un "soviet" in redazione, e Indro Montanelli rilasciò un'intervista molto critica al settimanale Mondo. La reazione non si fece attendere: nell'ottobre del 1973 Piero Ottone comunicò a Indro Montanelli che la sua collaborazione con il giornale doveva considerarsi conclusa. Al al "licenziamento" di Montanelli seguì una vera e propria secessione: una trentina di giornalisti del Corriere, tra i quali Guido Piovene, Egisto Corradi, Carlo Laurenzi, Enzo Bettiza, Mario Cervi,Gianfranco Piazzesi, Leopoldo Sofisti, Cesare Zappulli e Giangaleazzo Biazzi Vergani, decisero di raggiungere Montanelli in una nuova avventura: la fondazione di un nuovo quotidiano, Il Giornale Nuovo. Il 12 luglio 1974 la proprietà del giornale, che l'anno prima aveva visto l'ingresso di Gianni Agnelli e Angelo Moratti come soci di minoranza, passò interamente al gruppo editoriale Rizzoli. Rizzoli si presentò come un editore "puro", privo cioè di interessi finanziari esterni all'editoria. Il nuovo proprietario confermò Piero Ottone alla direzione, accolse l'ingresso di due grandi firme come Enzo Biagi e Alberto Ronchey e annunciò un piano di potenziamento del giornale, che scattò nel 1977: furono lanciati un inserto economico settimanale e un supplemento in rotocalco a colori (in vendita il sabato con un sovrapprezzo di 50 lire). Le iniziative però furono costose e non produssero i risultati attesi. In luglio la società editrice fu ricapitalizzata. I nuovi soci chiesero a Rizzoli un cambio di direzione al Corriere entro fine anno. Ottone li anticipò, dimettendosi il 22 ottobre 1977. Il successore fu Franco Di Bella, che veniva richiamato al Corriere dopo soli sei mesi passati a dirigere il Resto del Carlino. La scelta significava che l'editore, oltre a volersi avvalere di un collaudato uomo di macchina, voleva portare il giornale da posizioni più moderate. L'operazione non trovò il consenso di Michele Tito, Giampaolo Pansa, Bernardo Valli che, con altri collaboratori, lasciarono il quotidiano milanese. Tra i collaboratori che abbandonarono il Corriere figurano Umberto Eco, Franco Fortini e Natalia Ginzburg. All'inizio i lettori diedero ragione alla scelta editoriale: il Corriere di Di Bella continuò a vendere.

Rizzoli, però, tra il 1977 e il 1979 compì scelte imprenditoriali sbagliate, che peggiorarono ulteriormente i conti del gruppo. Il quotidiano venne coinvolto in oscure vicende finanziarie, che emersero alla luce del sole nel 1981, quando scoppiò lo scandalo della loggia P2. Il Corriere fu coinvolto al massimo livello poiché nell'elenco di personaggi pubblici affiliati alla loggia eversiva c'era anche il suo direttore, Franco Di Bella. Apparve così chiaro come la Rizzoli non fosse più da tempo la proprietaria reale: il quotidiano, già da qualche anno, era in mano al duo Roberto Calvi-Licio Gelli. Il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica. Per il prestigio del Corriere il colpo fu durissimo. Di Bella fu costretto alle dimissioni. Episodio-simbolo delle vicende del Corriere in questo periodo fu la pubblicazione di un'intervista di Maurizio Costanzo, egli stesso membro della P2, a Licio Gelli. Nei due anni seguenti il Corriere perse 100.000 copie. Negli anni 1982-83 venne superato nelle vendite da La Gazzetta dello Sport perdendo il primato tra i quotidiani italiani: non accadeva dal 1904.

Il decennio 1971-1980 si era chiuso con l'assassinio di una delle firme di punta del quotidiano, l'inviato Walter Tobagi, specialista sui temi del terrorismo e responsabile sindacale dei giornalisti lombardi, che venne freddato da un gruppo armato di terroristi la mattina del 28 maggio 1980. I primi anni Ottanta furono un periodo di ristrutturazione del rapporto di fiducia del Corriere con i propri lettori, che si era pericolosamente incrinato durante la gestione Rizzoli. La ricostruzione fu opera soprattutto di Alberto Cavallari, direttore con un mandato triennale (1981-84). A Cavallari sarebbe dovuto succedere Gino Palumbo, un altro grande professionista valorizzato nel corso della direzione di Alfio Russo. Ma a causa della malattia che di lì a qualche anno lo porterà alla morte Palumbo fu costretto a rinunciare. Il 18 giugno 1984 Cavallari consegnò al nuovo direttore Piero Ostellino un giornale che aveva ritrovato fiducia in se stesso e che era ritornato in testa alle classifiche di vendita.

Alla fine del 1986 il Corriere perse per la seconda volta il suo storico primato: questa volta ad opera del quotidiano romano la Repubblica. La risposta di via Solferino venne affidata ad una rivista settimanale, il cui numero 1 uscì sabato 12 settembre 1987 in abbinamento obbligatorio: Sette. Di grande formato, contava ben 122 pagine ed era in carta patinata. Il lancio avvenne un mese prima dell'uscita del magazine del giornale concorrente. L'iniziativa fu un successo: per diversi mesi il numero del sabato del Corriere non scese mai sotto le 900 mila copie ed arricchì di molto la raccolta pubblicitaria. Un nuovo capitolo della lotta per il primato si ebbe l'anno seguente: "Repubblica" lanciò Portfolio, un gioco a premi; il Corriere rispose il 14 gennaio 1989 con Replay, che premiava ogni giorno quattro biglietti giocati nelle lotterie nazionali non risultati vincenti. La trovata ebbe un grande successo e le vendite del giornale in alcune città raddoppiarono. Entro l'anno il Corriere raggiunse le 800 mila copie di media, ritornando ad essere il primo quotidiano italiano.

Con l'arrivo alla direzione di Paolo Mieli (1992-97) si avviò un ricambio generazionale. Mieli alleggerì il giornale abbandonando la distinzione tra "parte seria" e "parte leggera". In pratica la nuova formula previde la collocazione nelle pagine iniziali degli eventi importanti, anche non politici; maggiore spazio allo sport, agli spettacoli (spesso uniti alle pagine della cultura), ma anche all'economia. Mieli decise che la stagione dei giochi a premi era finita e lanciò un corso di inglese e francese su audiocassette. Successivamente spostò "Sette" al giovedì, abbinandolo ad un supplemento sulla tv. Tali iniziative ebbero successo e permisero al Corriere di consolidare il primato. Secondo i dati ADS, infatti, nel primo quadrimestre del 1993 il "Corriere" registrò una diffusione di 641.969 copie, che crebbe a 667.589 nel secondo. Il divario con "la Repubblica" si attestò sulle trentamila copie.

Durante tutto il dopo-Tangentopoli Mieli preferì mantenere una posizione di terzietà rispetto al dibattito politico. L'unico punto su cui si schierò fu il conflitto di interessi attribuito a Silvio Berlusconi, che vinse le Elezioni del 1994. Gli editoriali sull'argomento furono affidati al politologo Giovanni Sartori.

Nel 1995, dopo la sfortunata avventura de La Voce, Indro Montanelli rientrò in via Solferino: erano passati 22 anni da quando aveva lasciato il Corriere per fondare un suo quotidiano. Al "principe" del giornalismo italiano venne affidata la pagina della corrispondenza quotidiana coi lettori . Caduto Berlusconi, alle elezioni del 1996 prevalse il centro-sinistra. Repubblica e Corriere si trovarono così a doversi confrontare sullo stesso terreno politico. La lotta fu aperta. I due quotidiani si riposizionarono: nettamente a favore del governo la prima, più critico il quotidiano milanese. Anche sul fronte degli inserti e dei prodotti abbinati, la battaglia fu senza esclusione di colpi: all’inizio del 1996 Repubblica e Corriere presentavano ai lettori un supplemento al giorno (esclusa la domenica). Il 23 aprile 1997 Mieli venne nominato Direttore editoriale del Gruppo RCS e lasciò la direzione a Ferruccio De Bortoli.

Il 4 dicembre 1998 venne inaugurato il sito web www.corriere.it, dopo circa due anni di presenza in rete su www.rcs.it/corriere/.

Nel 2001, in occasione del 125° anniversario, venne creata la Fondazione Corriere della Sera, con lo scopo di curare e aprire al pubblico l'archivio storico del giornale, e di promuovere iniziative in favore della lingua e la cultura italiana, nella penisola e all'estero. L'anno si concluse tragicamente: il 19 novembre fu uccisa in Afghanistan, sulla strada che collega Jalalabad a Kabul, l'inviata del Corriere Maria Grazia Cutuli, assieme ad altri quattro giornalisti.

Il 29 maggio 2003 si verificò un nuovo avvicendamento alla direzione: al posto di De Bortoli arrivò Stefano Folli, caporedattore dell'edizione romana. Folli strappò a Repubblica alcuni collaboratori, che portò con sé a Milano: Sabino Cassese, Luigi Spaventa e Michele Salvati. Il quotidiano romano si rifece portando via al Corriere Francesco Merlo. La battaglia si svolse anche sul fronte dei prodotti commerciali allegati al quotidiano: Repubblica offriva cento opere letterarie e un'enciclopedia in venti volumi; il Corriere rispose con film e compact disc. Le vendite del giornale però non aumentarono, anzi il primato nella diffusione nazionale fu insidiato dal concorrente. Si decise quindi di richiamare in servizio Paolo Mieli: era il dicembre 2004. Una delle prime innovazioni del direttore fu la riduzione del formato del giornale, sull'onda di un cambiamento che stava coinvolgendo tutti i quotidiani "a nove colonne". Nell'aprile 2005 la dimensione delle pagine fu ridotta di tre centimetri, sia in larghezza che in altezza; le colonne passarono dalle tradizionali nove a sette, avvicinando il "Corriere" al formato berlinese. Venne modificato anche il corpo del carattere, in modo da rendere la lettura più agevole. Infine, nel luglio dello stesso anno, il colore fu inserito in tutte le pagine.

Il 2006 fu un anno elettorale. Pochi giorni prima delle elezioni Mieli decise - novità assoluta per il Corriere - di schierarsi apertamente (in realtà era un auspicio di vittoria) in favore di una delle due parti politiche protagoniste della competizione elettorale, quella guidata da Romano Prodi. Una decisione, secondo Mieli, conseguente al giudizio particolarmente negativo sulle scelte politiche adottate dal Governo uscente di Silvio Berlusconi. Tuttavia tale scelta, secondo il direttore, "non impegna l'intero corpo di editorialisti e commentatori di questo quotidiano", ai quali, perciò, cercò di garantire l'indipendenza intellettuale. Il Corriere "vince" la campagna elettorale, ma nel giro di un anno perderà alcune migliaia di lettori. Due anni dopo (2008) il giornale milanese non prese alcuna posizione. La proprietà del quotidiano è divisa oggi tra undici imprese industriali, bancarie ed assicurative. Il 30 Marzo 2009 il CDA richiama alla direzione del giornale Ferruccio De Bortoli, che prende nuovamente il timone della testata dalle mani di Paolo Mieli così come nel maggio del 1997.

Negli ultimi anni il Corriere ha ampliato la gamma di cronaca locale pubblicando inserti speciali in alcune grandi città, come il Corriere Fiorentino (dal 26 febbraio 2008).

Un giornale con la denominazione Corriere della Sera, fondato dal 23enne Giuseppe Rovelli, fu pubblicato a Torino nel 1866, ma dopo solo due numeri (1° agosto e 2 agosto) il quotidiano cessò le pubblicazioni per mancanza di fondi.

Si costituisce una "società di fatto" (società civile secondo il Codice di commercio vigente all'epoca) per la rilevazione della proprietà. Il capitale sociale è di 45.000 lire, suddiviso in nove carature. Tre quote sono acquistate da Pio Morbio. Gli altri soci sottoscrivono una quota ciascuno: il duca Raimondo Visconti di Modrone, il marchese Claudio Dal Pozzo, il nobile Giulio Bianchi, il commendatore Bernardo Arnaboldi Gazzaniga, il cavaliere Alessandro Colombani. Anche Riccardo Pavesi entra nella nuova società con una quota acquisita a titolo personale. Buona parte capitale è utilizzata per rilevare il Corriere, al costo di 22.000 lire.

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Indro Montanelli

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Indro Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001) è stato un giornalista, scrittore e divulgatore storico italiano.

Nacque a Fucecchio, in provincia di Firenze, il 22 aprile 1909, lo stesso giorno e lo stesso anno di un altro celebre personaggio, Rita Levi-Montalcini, da Maddalena Doddoli e Sestilio Montanelli, nel palazzo di proprietà della famiglia della madre. Sull'origine del nome vi sono alcune "leggende": la più famosa dice che dopo un litigio (gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in «ingiuesi», cioè di sopra e di sotto; la madre Maddalena era insuese, il padre Sestilio, ingiuese) quando nacque la famiglia materna ottenne di far nascere il bambino nella propria zona collinare e il padre scelse un nome adespota, estraneo alla famiglia materna. Passa l'infanzia nel paese natale e spesso è ospite alle "Vedute", presso la villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio nei primi anni del Novecento. A Emilio Bassi, che spesso considerò come un "nonno" adottivo, resterà legato tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987. Il padre, preside di Liceo, è trasferito prima a Lucca, poi a Nuoro, dove il giovane Indro lo segue. Seguendo ancora gli spostamenti del padre, frequenta il liceo a Rieti.

Montanelli si diplomò al Liceo di Rieti e in seguito si laureò in giurisprudenza a Firenze, un anno prima della durata normale dei corsi, con una tesi sulla riforma elettorale del fascismo in cui v'era sostenuto che si trattava puramente di un'abolizione delle elezioni, ottenendo come valutazione centodieci e lode. Successivamente frequentò uno stage a Grenoble in scienze politiche e sociali. Debuttò su Il Frontespizio di Piero Bargellini, con un articolo su Byron e il cattolicesimo (luglio-agosto 1930). Fu attento lettore di altre riviste, specie de L'Italiano di Leo Longanesi (destinato, dal 1937, a diventare suo grande amico e, nel secondo dopoguerra, suo editore) e de Il Selvaggio di Mino Maccari: periodici, entrambi, che pur essendo fascisti furono fra i primi a fare "fronda", cioè a rompere con il coro conformista del regime. Ma fu altresì profondamente influenzato dalla lettura de La Voce (1909-1914) di Giuseppe Prezzolini (destinato, nel secondo dopoguerra, a essere tra i migliori suoi amici). Nel 1932 collaborò al periodico fiorentino l'Universale di Berto Ricci, con una diffusione di circa millecinquecento copie.

Esordì come giornalista di cronaca nera nel 1934 a Parigi, al Paris-Soir, collaborando contemporaneamente al quotidiano italo-francese diretto da Italo Sulliotti L'Italie Nouvelle. Fu poi mandato come corrispondente in Norvegia, da lì in Canada e poi assunto alla United Press negli Stati Uniti, continuando anche nella collaborazione con Paris-Soir. In questo periodo intervistò il magnate Henry Ford, che descrisse in maniera molto originale. Si propose come inviato in Etiopia, ma l'agenzia non acconsentì, e così volle partire volontario verso l'Abissinia, preso dagli ideali fascisti, come comandante di un battaglione di Ascari.

Durante la campagna militare, Montanelli sposò un'eritrea di 12 anni, versando al padre la convenuta cifra di 500 lire, secondo i costumi locali. Questa prima moglie lo seguì per l'intera permanenza in Africa.. Tale usanza, in Italia definita "madamato", venne proibita nell'aprile 1937, per evitare contatti tra italiani e africani; il provvedimento sarà seguito l'anno dopo dall'emanazione delle Leggi Razziali.

Tornato in Italia, ripartì per la guerra civile spagnola, corrispondente sia per il quotidiano romano Messaggero sia per il settimanale Omnibus di Longanesi. In Spagna, le sue posizioni contro il regime si radicalizzarono. Pubblicò un articolo critico sulla battaglia di Santander in cui la definì una passeggiata, con unico nemico il caldo. Mentre la sua simpatia per gli anarchici spagnoli lo portò ad aiutare uno di loro, accompagnandolo fuori frontiera. Il gesto venne ricompensato da "El Campesino", capo anarchico della 46° divisione nella Guerra di Spagna, con il dono di una tessera della Federazione anarchica, di cui Montanelli si sarebbe fregiato per tutta la vita.

Una volta rimpatriato, Il Minculpop lo cancellò dall'albo dei giornalisti per l'articolo sulla battaglia di Santander, considerato offensivo per l'onore delle forze armate. Montanelli inoltre venne sospeso dal Partito fascista.

La presa di posizione contro il fascismo lo portò ai primi seri dissidi. Gli fu tolta la tessera del Partito, che poi nulla egli fece per riavere; così, per evitare il peggio, Giuseppe Bottai prima gli trovò in Estonia un lettorato di italiano nell'università di Tartu, poi lo fece nominare direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di Tallinn.

Ritornato in Italia, entrò nel 1938 al Corriere della Sera grazie anche all'interessamento di Ugo Ojetti, che credeva nel suo talento giornalistico. Ojetti, ex direttore del Corriere, fece il suo nome ad Aldo Borelli, il direttore in carica, che lo assunse come "redattore viaggiante", con l'incarico di occuparsi di articoli di viaggi e letteratura, e con la consegna di tenersi lontano dai temi politici.

Montanelli fece il reporter in giro per l'Europa, in Albania, in Germania, dove si parla di un leggendario incontro, il 1° settembre 1939, sul "corridoio" di Danzica (cui seguì la dichiarazione di guerra, da parte del Regno Unito e della Francia, alla Germania dando origine al secondo conflitto mondiale) con Hitler, alla presenza dello scultore Arno Brecker e dell'architetto Albert Speer (che confermò poi, nel 1979, la veridicità di quell'incontro), e come egli stesso ebbe modo di raccontare nel libro-intervista biografico Il testimone. Con lo scoppio della guerra, si allontanò dalla Germania. Si spostò quindi al fronte: oltre all'invasione della Polonia, assistette a quella della Norvegia ad opera dei tedeschi e dell'Estonia da parte dei russi. In Finlandia fu appassionato testimone del tentativo d'invasione da parte dell'URSS e nei suoi articoli traspariva una forte propensione per la causa finlandese.

Con l'entrata in guerra dell'Italia, Montanelli venne mandato in Francia e nei Balcani e poi avrà assegnato il compito di corrispondente dalla Grecia e dall'Albania, per seguire la campagna militare italiana. Qui racconta di aver scritto poco, per malattia e per costernazione di fronte alle necessità di propaganda del regime rispetto ai seri danni subiti dall'esercito italiano. Un suo articolo, pubblicato su Panorama del 12 settembre 1940, viene considerato "disfattista" dai censori del Minculpop che ordinano la chiusura del periodico.

Finite le corrispondenze dal fronte, rimpatriò nel 1942 per sposarsi con la seconda moglie, l'austriaca Margarethe De Colins De Tarsienne, che aveva conosciuta nel 1938 e dalla quale si separò nel 1951.

Nel 1943 visse lo sfascio dell'8 settembre e si associò a Giustizia e Libertà, il movimento partigiano. Divenne ricercato, e, scoperto dai tedeschi, fu incarcerato e condannato a morte. Dall'esperienza trascorsa nella prigione di Gallarate e poi in quella di San Vittore trasse ispirazione per il racconto Il generale Della Rovere, da cui Roberto Rossellini realizzò un film che venne premiato con un Leone d'Oro a Venezia. Uscì da San Vittore grazie a uno dei proprietari del "Corriere", Aldo Crespi, che versò di propria tasca 500.000 lire all'ufficiale SS Theodor Saevecke e a Luca Ostèria (un "agente doppio" noto come "dottor Ugo"), che ne organizzarono l'evasione: a suo favore, nel frattempo, c'era stata l'intercessione del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, richiesta con una lettera dalla madre Maddalena e scoperta da Montanelli solamente molti anni dopo, grazie all'aiuto di uno dei suoi lettori. Riuscì ad allontanarsi dall'Italia grazie alla rete clandestina O.S.C.A.R..

Il primo incarico di Montanelli nell'immediato dopoguerra fu la direzione del settimanale La Domenica del Corriere (1945), ma era solo una tappa di avvicinamento. Per Montanelli il vero obiettivo era ritornare al Corriere della Sera, che raggiunse alla fine del 1946.

Nello stesso 1946, assieme a Giovanni Ansaldo e Henry Furst, aiutò l'amico Leo Longanesi a fondare l'omonima sua casa editrice, per la quale cominciò a pubblicare fin dal 1949 (Morire in piedi).

Montanelli, oltre che con Longanesi, strinse un'amicizia profonda con un altro personaggio fondamentale nella cultura italiana dell'epoca, Dino Buzzati. Ebbe modo di conoscere e di stimare anche Clare Boothe Luce, ambasciatrice americana a Roma negli anni 1953-56.

Negli anni cinquanta Montanelli accettò la richiesta dell'amico Dino Buzzati di tornare a collaborare con la Domenica del Corriere. Buzzati gli diede una pagina intera; nacque la rubrica «Montanelli pensa così», che divenne poi «La Stanza di Montanelli», uno spazio in cui il giornalista rispondeva ai lettori sui temi più caldi dell'attualità. In breve tempo diventò una delle rubriche più lette d’Italia.

Grazie al successo della rubrica, Montanelli accettò scrivere a puntate la Storia dei romani e poi la Storia dei greci. Cominciò così la carriera di storico, che fece di Montanelli il più venduto scrittore italiano.

Il primo libro fu la Storia di Roma, che venne pubblicata a puntate sulla Domenica del Corriere e poi raccolto in volume per Longanesi (1957). Dal 1959 in poi la fortunata serie venne edita dalla Rizzoli Editore. La serie continuò con la Storia dei greci, per poi riprendere con la Storia d'Italia dal Medioevo ad oggi.

Nello stesso 1956 la sua attività d'inviato aveva portato Montanelli a Budapest, dove fu testimone della rivoluzione ungherese del 1956. La repressione sovietica gli ispirò la trama di un'opera teatrale, I sogni muoiono all'alba (1960), da lui portata anche al cinema l'anno successivo insieme a Mario Craveri ed Enrico Gras.

A partire dal 1965 partecipò attivamente al dibattito sul colonialismo italiano. In accesa polemica con lo storico Angelo Del Boca, Montanelli rilanciava il mito secondo cui quello italiano fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all'azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene. Nei suoi numerosi interventi pubblici ha negato ostinatamente l'impiego sistematico di armi chimiche come iprite, fosgene e arsine da parte dell'aviazione militare italiana in Etiopia.

Dichiaratamente anticomunista, "anarco-conservatore" (come amava definirsi su suggestione del grande amico Prezzolini) e controcorrente, vedeva nelle sinistre un pericolo incombente, in quanto foraggiate dall'allora superpotenza sovietica.

Giulia Maria Crespi, la cui avversione al giornalista toscano era ben nota, non apprezzò affatto l'intervista. Pochi giorni dopo Piero Ottone si recò personalmente al domicilio milanese di Montanelli per comunicargli la decisione di licenziarlo. Montanelli, però, se ne andò volontariamente, presentando le dimissioni ed accompagnandole da un polemico articolo di commiato, il 17 ottobre 1973. L'articolo non fu pubblicato.

Montanelli decise di fondare un nuovo quotidiano. Sapeva che esisteva un pubblico già pronto a farne il proprio quotidiano di riferimento (nasceva in quegli anni il termine "maggioranza silenziosa"). Lo chiamò Il Giornale Nuovo. Nella sua "traversata nel deserto" dal Corriere al Giornale lo seguirono molti validi colleghi che, come lui, non condivisero il nuovo clima del Corriere, tra i quali Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, ed intellettuali europei come Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean-François Revel e François Fejtő; Piero Ottone ebbe a dire che Montanelli si stava portando via "l'argenteria di famiglia".

Trovò un insperato sostegno finanziario nella Montedison (guidata all'epoca da Eugenio Cefis), che gli fornì 12 miliardi di lire per tre anni. Montanelli ottenne di rimanere il proprietario della testata con i giornalisti cofondatori.

Con il Giornale (il primo numero uscì il martedì 25 giugno 1974) che sin dal principio concepì come una testata d'opinione, tra la forte ostilità della stampa di sinistra e degli ambienti della borghesia radical-chic, Montanelli ebbe l'opportunità di rappresentare, coraggiosamente, con maggiore evidenza le proprie posizioni, sempre poco conformiste e spesso originalissime; in guisa di interlocutore esterno alla politica, non schierato se non su orientamenti di massima e fautore di una destra ideale, si inserì nel dibattito politico, contribuendo alla creazione della figura dell'opinionista politico di provenienza giornalistica. Il Giornale si avvalse della collaborazione di diverse grandi figure del giornalismo italiano, fra cui Enzo Bettiza e Gianni Brera.

Il 2 giugno del 1977 Montanelli fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse, che gli spararono contro quattro colpi, colpendolo due volte alle gambe (secondo una pratica definita "gambizzazione") mentre si stava recando, come ogni mattina, al giornale. Secondo la rivendicazione dei terroristi, perché "schiavo delle multinazionali". Il Corriere gli dedicò un articolo omettendo il suo nome nel titolo ("Milano , gambizzato un giornalista"). Più ironico su La Repubblica fu il vignettista Giorgio Forattini, che raffigurò l'allora suo direttore di giornale, Eugenio Scalfari, che si puntava una canna di pistola contro il piede mentre leggeva la notizia dell'attentato a Montanelli, di cui invidiava la notorietà.

Proprio in quel periodo il corsivista de L'Unità, Fortebraccio scrisse di aver dettato per la propria tomba questo epitaffio: "Qui giace Fortebraccio, che segretamente amò Indro Montanelli. Passante perdonalo, perché non ha mai cessato di vergognarsene". Montanelli, con lo spirito che lo contraddistingueva, replicò prontamente avvertendo lo stesso Fortebraccio che lui aveva iscritto fra le sue ultime volontà quella di essere seppellito accanto al collega e rivale, con questo epitaffio: "Vedi lapide accanto".

Nel 1977 terminò il finanziamento della Montedison. Montanelli accettò il sostegno di Silvio Berlusconi, all'epoca costruttore edile. Pare che Montanelli, sottoscrivendo il contratto con Berlusconi, gli abbia detto: «Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore Io veramente la vocazione del servitore non ce l'ho».

Il loro sodalizio durò senza contrasti fino al 1993. Secondo la versione raccontata da Montanelli, in seguito alla "discesa in campo" di Berlusconi, questi si presentò all'ufficio amministrativo del Giornale chiedendo a Montanelli di supportarne le iniziative politiche. Egli però decise di non seguirlo.

La loro separazione fu presa comunque, come si evince da un'intervista audiovisiva rilasciata ad Alain Elkann, in comune accordo. Sempre nell'intervista con Elkann, Montanelli spiega meglio la dinamica della sua uscita dal Giornale. Egli, riferendosi a Berlusconi, afferma:"gli dissi: io non mi sento di seguirti in questa avventura, noi dobbiamo separarci, fu una separazione consensuale tra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da entrambe le parti (ossia "Berlusconi è il proprietario del Giornale, Montanelli ne è il padrone"), era venuto meno".Montanelli ricostruisce quindi il dialogo che avvenne tra lui e Berlusconi, asserendo che non volle mettersi al servizio di Berlusconi, sia perché non si era mai messo a servizio di nessuno e non riteneva opportuno cominciare con Berlusconi, sia perché egli credeva,"sbagliando", che Berlusconi non potesse avere successo in politica.

Successivamente egli attaccò duramente Berlusconi, paragonandolo a Mussolini ("ho già conosciuto un uomo della Provvidenza e mi era bastato"), considerandolo incapace di sopravvivere alla politica ("farà la fine del povero Antonio La Trippa: non riuscirà a mantenere le promesse che ha fatto agli italiani e dovrà andarsene").

Non ritenendo di poter accettare la direzione del Corriere della Sera offertagli da Paolo Mieli e Gianni Agnelli, decise di fondare una nuova testata insieme agli altri quaranta giornalisti dimissionari, La Voce, nome che scelse in omaggio a Giuseppe Prezzolini.

La nuova impresa tuttavia non ebbe vita lunga, non riuscendo ad ottenere nel tempo un sufficiente volume di vendite, nonostante un esordio di 400.000 copie. Come egli stesso ebbe modo di dire, La Voce si proponeva un obiettivo troppo ambizioso: nella sua idea iniziale la nuova testata doveva essere un settimanale, o un mensile, sul modello de Il Mondo di Mario Pannunzio: di conseguenza la progettazione della "terza pagina", la sezione culturale, risultò particolarmente curata; tuttavia, il numero di giornalisti alle sue dipendenze lo spinsero verso un quotidiano. Tra questi un giovane Beppe Severgnini, Marco Travaglio e Peter Gomez, ora giornalisti e scrittori di fama internazionale.

Dopo la chiusura della Voce, tornò così a lavorare per il Corriere della Sera, per curare la pagina di colloquio coi lettori, la "Stanza di Montanelli", posta in chiusura del giornale.

Da molti considerato il più grande giornalista italiano, il suo lavoro giornalistico fu riconosciuto e premiato anche all'estero (Premio Principe delle Asturie 1996 in Spagna, una decorazione in Finlandia, dagli Stati Uniti gli arrivò il riconoscimento annuale come miglior giornalista internazionale). È stato autorevole cronista della storia italiana ed ha intervistato personaggi come Winston Churchill, Charles de Gaulle, Luigi Einaudi, Papa Giovanni XXIII.

La sua prassi giornalistica fu influenzata dal praticantato che fece in America, tenendo presente ciò che gli aveva detto il direttore del giornale di allora, vale a dire che ogni articolo deve poter essere letto e capito da chiunque, anche dal "lattaio dell'Ohio". Divenne membro onorario dell'Accademia della Crusca, per la quale si batté, sulle pagine del Giornale, cercando di coinvolgere direttamente i suoi lettori, così che uno dei più antichi e importanti centri di studio sulla lingua italiana non scomparisse.

Negli ultimi suoi anni Montanelli si distinse per la posizione profondamente critica assunta nei confronti del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, il suo ex editore, ritenuto antidemocratico, propenso alla menzogna, autore di un progetto politico che, diversamente da come veniva descritto, con la destra non aveva niente a che fare. Intendeva mettere in guardia gli italiani, ricordando la pericolosità di un nuovo "uomo della provvidenza" capace di risolvere tutti i problemi, facendo notare, riferendosi a Benito Mussolini, che ne aveva già conosciuto uno in passato e che gli era bastato. Fra le sue considerazioni più note, quella fatta poco tempo prima delle elezioni politiche del maggio 2001, quando, ritenendo Berlusconi vicino alla vittoria elettorale, lo paragonò ad una malattia e disse che l'Italia ne sarebbe guarita, similmente all'azione di un vaccino, in seguito al suo esercizio del potere.

Due mesi dopo si spense a Milano nella clinica de La Madonnina (lo stesso luogo dove 29 anni prima si era spenta un'altra figura storica del Corriere, Dino Buzzati). Il giorno seguente il direttore del Corriere della Sera rese pubblico in prima pagina, scritto dallo stesso Montanelli poco prima di morire, il suo necrologio: "Milano, 18 luglio 2001 - ore 1.40 del mattino. Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza Indro Montanelli, giornalista (Fucecchio 1909, Milano 2001), prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito. Le sue cremate ceneri siano raccolte in un'urna fissata alla base, ma non murata, sopra il loculo di sua madre Maddalena nella modesta cappella di Fucecchio. Non sono gradite né cerimonie religiose né commemorazioni civili". Migliaia di persone sfilarono nella camera ardente dove, su una sedia, era posata una copia del Corriere.

Il suo amico-nemico Eugenio Scalfari lo ha definito "anarchico e guascone", più simile a Cirano che a Don Chisciotte: "Montanelli non ha mai combattuto contro i mulini a vento scambiandoli per minacciosi giganti, gli avversari che di volta in volta si sceglieva rappresentavano potenti realtà politiche o economiche, che Indro studiava con molta cura prima di muoverne all'attacco. Ne misurava la forza, ne coglieva il punto debole e lì sferrava il colpo". Enzo Biagi ricordava il suo legame con il lettore: "Era il suo vero padrone. E quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare".

Il Comune di Milano ha intitolato al grande giornalista i Giardini pubblici di Porta Venezia, divenuti «Giardini Indro Montanelli». All'interno del parco è poi presente una statua raffigurante Montanelli intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.

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