Emergenza rifiuti

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Inviato da gort 03/03/2009 @ 21:14

Tags : emergenza rifiuti, rifiuti, ambiente, società

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Crisi dei rifiuti in Campania

Cumulo di rifiuti nei pressi del lungomare a Pozzuoli (NA) nel gennaio 2008.

La crisi dei rifiuti in Campania si caratterizza per lo stato di emergenza relativo allo smaltimento ordinario dei rifiuti solidi urbani (RSU) nella stessa regione. Essa inizia con la dichiarazione dello stato di emergenza risalente al 1994, quando venne nominato il primo Commissario di Governo con poteri straordinari.

Le cause alla base dell'emergenza rifiuti in Campania sono complesse: vi è una commistione di errori tecnico-amministrativi e di interessi politici, industriali e malavitosi. Di fatto, esse possono essere in parte individuate nei ritardi di pianificazione e di preparazione di discariche idonee, avvenute solamente dal 2003; nell'inadeguato trattamento dei rifiuti urbani nei sette impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti (cdr), originariamente costruiti e gestiti da società del Gruppo Impregilo; nei ritardi nella pianificazione e nella costruzione di inceneritori, dovuti anche a prescrizioni della magistratura sui progetti in essere e finalizzate ad una maggiore tutela dell'ambiente e a contrastare la camorra; nei ritardi nella pianificazione e nella costruzione di impianti di compostaggio della frazione organica dei rifiuti proveniente da raccolta differenziata, ed infine nei bassi livelli medi della stessa, che nella Provincia di Napoli si ferma ad un misero 8%. Al di là delle cause tecniche ed amministrative, va però anche sottolineato come lo stato di emergenza rappresenti di per sé una situazione economicamente vantaggiosa non solo per la criminalità organizzata campana - che con la gestione illecita dei rifiuti raccoglie profitti anche maggiori che con il traffico di droga o le estorsioni - ma anche per larghi settori dell'imprenditoria legale (dietro la quale si cela spesso comunque la camorra), che da un lato approfitta del sistema di smaltimento illegale per abbattere i costi, e dall'altro entra direttamente nella gestione della crisi. Ciò determina quindi il perpetuarsi di una situazione in cui, di fronte a forti interessi economici, più o meno criminali, stanno istituzioni politiche dimostratesi finora incapaci di contrastarli, quando non li abbiano addirittura favoriti.

Dal 1994, passando per periodi di maggiore o minore criticità, i rifiuti solidi urbani non vengono raccolti regolarmente e si accumulano in mancanza di una politica di riduzione dei rifiuti e, in particolar modo, per lo scientifico e continuo sabotaggio della raccolta differenziata e degli impianti di cdr, peraltro in alcuni casi pure sequestrati dalla magistratura perché non a norma, e quindi mai effettivamente utilizzati. Il risultato è la presenza per le strade della regione, e soprattutto delle province di Napoli e Caserta, di cumuli disordinati e malsani di rifiuti che creano gravi rischi igienico-sanitari per le popolazioni locali, oltre a diversi problemi di ordine pubblico. Quando poi i rifiuti vengono dati alle fiamme a volte dai cittadini esasperati, ma molto più spesso dalla stessa malavita che in questo modo tenta di far perdere le tracce dei rifiuti tossici con essi mischiati, si verificano emissioni di diossina e casi di intossicazione. Le discariche abusive e gli incendi di rifiuti, soprattutto nelle campagne del casertano, hanno creato gravi problemi, oltre che per la salute, anche per quel che concerne la salubrità delle produzioni agroalimentari. Infatti, proprio per questo motivo, la vendita di prodotti caseari della Campania è diminuita significativamente, e non solo in Italia, ma anche all'estero, dove per il timore che la produzione casearia italiana sia poco salubre, si preferisce non importare questi alimenti.

La Protezione Civile nel 2004 ha commissionato uno studio scientifico sulle conseguenze sanitarie della mancata gestione dei rifiuti in Campania ad un'equipe di specialisti provenienti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dal Centro Europeo Ambiente e Salute, dall'Istituto Superiore di Sanità, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall'Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania e dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambiente.

L'analisi dei dati epidemiologici raccolti tra il 1995 e il 2002 ha consentito ai ricercatori di mettere in correlazione diretta i problemi osservati sulla salute pubblica con la mancata gestione del ciclo dei rifiuti urbani e con la presenza di discariche abusive, gestite dalla criminalità organizzata, dove sono stati versati enormi quantitativi di rifiuti industriali, provenienti prevalentemente dall'Italia settentrionale e talvolta dall'estero. In particolare, è stato misurato un aumento del 9% della mortalità maschile e del 12% di quella femminile, nonché l'84% in più dei tumori del polmone e dello stomaco, linfomi e sarcomi, e malformazioni congenite.

L'insieme delle cause sopra citate, che in particolar modo negli anni duemila hanno condotto ad una drammatica crisi nella gestione del ciclo di smaltimento dei rifiuti solidi urbani in Campania, ha anche comportato la necessità di trovare soluzioni di breve e medio termine, come la riapertura o la realizzazione di nuove discariche, per superare l'emergenza in tempi rapidi. Ciò ha determinato forti proteste da parte della popolazione che vive nei dintorni dei siti di volta in volta individuati allo scopo, secondo quello che viene descritto come effetto NIMBY (Not In My Back Yard, 'non nel mio giardino'). Tuttavia, è necessario sottolineare che i cittadini che si oppongono alla riapertura delle discariche, motivano la propria posizione adducendo che si tratta di scelte relative quasi sempre a cave dismesse fuori norma ed inadeguate per motivi strutturali, geografici e soprattutto per ragioni sanitarie, e tutto ciò quando numerose proposte di siti alternativi da parte di insigni geologi restano ignorate, o addirittura quando esistono discariche già pronte, ma mai utilizzate. A tal proposito, per meglio comprendere il paradosso, si consideri ad esempio che la cava dismessa di Chiaiano, individuata tra i nuovi siti da destinare a discarica con il decreto legge n. 90 del 23 maggio 2008, fu acquistata nel 2002 dalla FIBE ad un prezzo otto volte quello di mercato. Spesso, poi, le cave dismesse scelte come siti dal commissariato sono già state sfruttate dalla criminalità organizzata, che in spregio a qualsiasi norma sanitaria e non, vi ha scaricato ingenti quantità di rifiuti industriali altamente cancerogeni. Inoltre, ci sono casi in cui siti utilizzati come discarica distano da abitazioni civili solo poche decine di metri, a volte anche a causa dell'abusivismo edilizio. E questo perché le organizzazioni criminali in quelle cave effettuano prima lo sterro, poi le riempiono di rifiuti tossici ed infine cementificano con la costruzione di case più o meno abusive, guadagnandoci due volte.

L'emergenza dei rifiuti in Campania inizia convenzionalmente l'11 febbraio 1994, con l'emanazione di un decreto dell'allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Carlo Azeglio Ciampi. Con questo provvedimento il Governo italiano prendeva atto dell'emergenza ambientale che si era venuta a creare nelle settimane precedenti in numerosi centri campani, a causa della saturazione di alcune discariche. Si individuava, per questa ragione, nel Prefetto di Napoli l'organo di Governo in grado di sostituirsi a livello territoriale a tutti gli altri enti locali coinvolti a vario titolo e preposto quindi ad esercitare i poteri commissariali straordinari. Tra il 1994 ed il 1996 la gestione dell'emergenza rifiuti passò attraverso l'ampliamento della capacità di sversamento grazie alla requisizione di diverse discariche private in tutta la regione, poi affidate in gestione all'ENEA.

Nel marzo 1996 il Governo in carica interviene nuovamente nella gestione commissariale: al prefetto rimane la gestione del servizio di raccolta, mentre al Presidente della Regione viene affidato il compito di predisporre un Piano Regionale, nonché la competenza per gli interventi urgenti in tema di smaltimento. Nel giugno 1997 il Presidente in carica, Antonio Rastrelli, pubblica il Piano Regionale per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani che prevede, tra l'altro, la realizzazione di due termovalorizzatori e sette impianti per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti (cdr, anche detto ecoballe).

Nel 1998 il Presidente della Regione Antonio Rastrelli, nella sua qualità di Commissario straordinario, indice quindi la gara d'appalto per l'affidamento ad un soggetto privato dell'intera gestione del ciclo dei rifiuti. La gara si chiude nel 2000, quando il Commissario straordinario è il nuovo Presidente della Regione Antonio Bassolino, e vincitrice risulta un'Associazione Temporanea di Imprese denominata FIBE, che si aggiudica l'appalto per la costruzione di sette impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti e di due inceneritori, nonché per la creazione di diverse discariche in Campania. La FIBE (sigla ottenuta dai nomi delle imprese Fisia, Impregilo, Babcock Envinronment GmbH, Evo Oberrhausen), ha come capofila la Fisia Italimpianti, controllata del gruppo Impregilo. La società vince l'appalto perché offre un prezzo per lo smaltimento dei rifiuti decisamente più basso delle altre imprese concorrenti e tempi più rapidi per la consegna degli impianti, mentre la qualità del progetto presentato è decisamente scadente rispetto a quello presentato dall'altra ATI concorrente. Il contratto non viene però eseguito nei termini previsti dall'appaltatore FIBE, che non consegna entro il 31 dicembre 2000 l'impianto di termovalorizzazione da esso stesso localizzato tra grandi proteste ad Acerra, dov'è tuttora in costruzione, e realizza impianti che producono cdr non a norma, per il che è attualmente in corso un processo penale innanzi al Tribunale di Napoli. Ciononostante, negli impianti realizzati FIBE continua per anni a produrre ecoballe che non possono essere bruciate, sia per assenza del termovalorizzatore, sia perché troppo umide, ed è così che se ne accumulano 5 milioni, corrispondenti a 6 milioni di tonnellate di rifiuti non smaltibili tramite termovalorizzazione, stoccate in giro per la regione. Nel frattempo, nel luglio 1998 un'apposita commissione parlamentare ha constatato che, dopo quattro anni di gestione commissariale, la Campania è ancora in stato di emergenza, giudicando insufficienti gli impianti realizzati o individuati, oltre che poco collaborative le amministrazioni locali. Nel dicembre 2000 Carlo Ferrigno, nuovo prefetto di Napoli, in qualità di Commissario dichiara che le discariche esistenti sono ormai tutte sature ed in alcune sono stati sversati rifiuti al di là delle loro capacità, con gravi conseguenze igienico-sanitarie per chi vive nei paraggi; inoltre stigmatizza l'opposizione delle amministrazioni locali ad ospitare gli impianti di produzione di combustibile derivato dai rifiuti. La Regione decide allora di continuare ad utilizzare comunque la discarica di Palma Campania, la cui bonifica è però condizionata all'individuazione di altre soluzioni. Nel frattempo entrano in funzione tre impianti di vagliatura e triturazione, e quattro di imballaggio.

In mancanza della piena attuazione del piano regionale, dovuta in massima parte all'inadempimento contrattuale della FIBE, e al mancato decollo della raccolta differenziata per la quale eranto stati assunti migliaia di lavoratori presso il Consorzi di Bacino costituiti nel 1993, all'inizio del 2001 si registra una nuova pesante crisi che viene superata riaprendo provvisoriamente le discariche di Serre e Castelvolturno, ed inviando mille tonnellate al giorno di rifiuti verso altre regioni, quali la Toscana, l'Umbria e l'Emilia Romagna, nonché all'estero, in Germania. Nei due anni successivi entrano in funzione gli impianti di produzione di combustibile derivato da rifiuti a Caivano, Avellino e Santa Maria Capua Vetere (alla fine del 2001), quindi a Giugliano, Casalduni e Tufino (nel 2002), ed infine a Battipaglia nel 2003.

Ciò nonostante la Campania, in mancanza di una percentuale di raccolta differenziata apprezzabile e di termovalorizzatori, non è ancora autosufficiente, mancando un'autonoma capacità di trattare quasi un milione di tonnellate annue di combustibile derivato dai rifiuti, e più di un milione di tonnellate annue da conferire direttamente in discarica o stoccare in attesa di trattamento speciale.

Nel corso del 2007 si verifica così una nuova e più grave crisi nella gestione dei rifiuti, che induce il Governo in carica ad intervenire direttamente individuando nuovi siti da destinare a discarica ed orientando la soluzione del problema verso la regionalizzazione dello smaltimento dei rifiuti, autorizzando la costruzione di tre nuovi inceneritori e superando, in questo modo, l'impostazione della gestione commissariale di Antonio Bassolino, che ormai ruotava tutta intorno alla travagliata costruzione del megainceneritore ad Acerra. L'ordinanza per la costruzione degli inceneritori viene firmata il 31 gennaio 2008, mentre ancora il 25 gennaio 2008 la giunta comunale di Napoli approvava una spesa di 228.000 euro per una "Analisi sulla percezione della qualità del proprio territorio/ambiente, durante l'emergenza rifiuti, da parte delle imprese e dei cittadini campani rispetto a quella dei cittadini del resto d'Italia", poi annullata.

Per la gestione delle nuove criticità emerse, quindi, con ordinanza n. 3639 dell'11 gennaio 2008, il Presidente del Consiglio Romano Prodi nomina nuovo commissario per l'emergenza rifiuti l'ex capo della Polizia di Stato Gianni De Gennaro, con l'obiettivo di risolvere la situazione entro quattro mesi. Riprendono così i trasferimenti di rifiuti verso la Germania tramite ferrovia, con un costo nettamente inferiore rispetto a quanto il commissariato per l’emergenza spende per smaltirli in Campania. Inoltre vengono individuate ulteriori nuove aree da adibire a discarica, tra cui la discarica chiusa nel quartiere di Napoli Pianura, e successivamente una cava dismessa nel quartiere di Chiaiano, al confine con il comune di Marano di Napoli, ma subito monta la violenta protesta della cittadinanza locale. Il mandato del commissario viene nel frattempo prorogato alla scadenza dal dimissionario governo Prodi, e la situazione, ancora lontana dall'essere risolta, degenera con gravi ripercussioni sull'ordine pubblico. Il 21 maggio 2008, quindi, il nuovo Governo appena insediato, presieduto da Silvio Berlusconi, tiene il suo primo consiglio dei ministri proprio a Napoli, ed approva un decreto legge (n. 90 del 23 maggio 2008, convertito in legge n. 123 del 14 luglio 2008) con cui, allo scopo di avviare definitivamente un ciclo integrato dei rifiuti, si stabilisce la costruzione di quattro, anziché tre nuovi inceneritori, si individuano dieci siti in cui realizzare altrettante nuove discariche - che vengono contestualmente dichiarate zone di interesse strategico nazionale di competenza militare - e si prevedono sanzioni fino al commissariamento per i Comuni che non dovessero portare a regime la raccolta differenziata. Si prevede, inoltre, la cessazione dello stato di emergenza per il 31 dicembre 2009, nonché la nomina a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'emergenza rifiuti del capo della Protezione civile Guido Bertolaso, già commissario nel 2006-2007. All'art. 9, tuttavia, il decreto in questione, in deroga a tutte le norme vigenti in materia, comprese quelle comunitarie, autorizza lo smaltimento nelle nuove discariche anche dei rifiuti pericolosi contraddistinti dai codici CER 19.01.11, 19.01.13, 19.02.05 e 19.12.11, fattore che rende ancora più ferma l'opposizione alla loro realizzazione da parte delle popolazioni locali, mentre l'art. 3, in deroga alle norme del codice di procedura penale e dell'ordinamento giudiziario, prevede l'anomala attribuzione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli della competenza esclusiva ai fini dell'accertamento dei reati ambientali commessi su tutto il territorio della Campania. Con ordinanza del 16 luglio 2008, il Presidente del Consiglio dispone, poi, il commissariamento ad acta dei sette impianti per la produzione di cdr realizzati dalla FIBE, nel frattempo convertiti in impianti per la semplice tritovagliatura e l'imballaggio dei rifiuti, ed il 18 luglio l'emergenza (nell'emergenza) dovuta alla mancata raccolta dei rifiuti solidi urbani in Campania viene dichiarata chiusa, anche se, in mancanza dell'entrata in funzione dei termovalorizzatori e di una soddisfacente raccolta differenziata, un ciclo industriale dei rifiuti non può dirsi stabilmente avviato, mentre restano ancora da smaltire cinque milioni di ecoballe ancora in giacenza. Nel tentativo di contenere l'indiscriminato accumulo di rifiuti non smaltibili ordinariamente, ed a conferma, inoltre, della difficoltà di uscire effettivamente dallo stato di emergenza, il 6 novembre 2008 il Governo approva il decreto-legge n. 172, contenente una serie di norme valevoli per i territori in stato di emergenza per lo smaltimento dei rifiuti, tra le quali la previsione dello specifico reato di abbandono di rifiuti pericolosi, speciali ovvero ingombranti, punito con la reclusione fino a cinque anni.

Il 27 giugno 2007 la Commissione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l'Italia per la crisi cronica dei rifiuti che coinvolge Napoli e il resto della regione Campania.

Il 31 luglio 2007 la Procura della Repubblica di Napoli deposita le richieste di rinvio a giudizio per gran parte degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sull'emergenza rifiuti in Campania, ipotizzando i reati di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato e frode in pubbliche forniture, falso ed abuso d'ufficio a carico di 28 imputati; tra questi Antonio Bassolino, già Commissario straordinario e Presidente della Regione Campania in carica, insieme ai suoi collaboratori diretti (il sub commissario Giulio Facchi ed il vice commissario Raffaele Vanoli) nonché Piergiorgio Romiti e Paolo Romiti, vertici della Impregilo (affidataria dell'appalto dello smaltimento dei rifiuti), le società Impregilo, Fibe, Fisia Italimpianti, Fibe Campania e Gestione Napoli. In particolare, le imprese affidatarie degli appalti per la costruzione degli inceneritori e degli impianti di C.D.R. sono accusate dalla Procura di Napoli di non aver rispettato i contratti, avendo progettato inceneritori non idonei e prodotto ecoballe di cdr scadente o inutilizzabile; tali irregolarità, inoltre, sarebbero state possibili solo grazie alla complicità e connivenza del Commissariato per l'emergenza, che avrebbe omesso i controlli previsti. Le ecoballe, in particolare, risultano costituite di rifiuti "tal quali" e pertanto non possono essere bruciate, venendo pure stoccate in aree prive delle necessarie misure di sicurezza per l'ambiente; anche la frazione umida prodotta dagli impianti non è nelle specifiche, perché non subisce un trattamento adeguato a renderla biologicamente innocua, tant'è che il nuovo Commissario straordinario ne dispone l'invio a discarica.

L'udienza preliminare inizia a metà gennaio 2008, nel pieno dell'ennesima crisi dei rifiuti, ed il successivo 29 febbraio il GUP dispone il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, lo stesso giorno in cui una donna si dà fuoco per protesta davanti alla discarica di Giugliano. La prima udienza del processo è fissata per il 14 maggio, e viene subito rinviata a luglio.

Nel frattempo, un'inchiesta della procura della Repubblica di Potenza vede indagato anche il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio per associazione a delinquere e corruzione per alcuni rapporti ipotizzati dai magistrati con imprenditori legati allo smaltimento dei rifiuti.

Il 27 maggio 2008 25 persone vengono tratte agli arresti domiciliari, come risultato dell'inchiesta per epidemia colposa denominata "Rompiballe", avviata nel gennaio dello stesso anno. Tra gli arrestati funzionari come Marta Di Gennaro, vice di Bertolaso all'epoca del suo commissariato, e diversi dipendenti e rappresentanti di aziende collegate al Commissariato per l'emergenza rifiuti in Campania. Le accuse vanno dal traffico illecito di rifiuti al falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Anche il prefetto di Napoli, Alessandro Pansa, riceve nella stessa data un avviso di garanzia circa presunte irregolarità in atti relativi alla società FIBE compiuti durante la sua gestione del commissariato rifiuti.

Il 7 luglio 2008 le società Fisia Italimpianti, Fibe e Fibe Campania hanno ricevuto la notifica di un avviso di conclusione delle indagini per responsabilità amministrativa, ex D.lgs. 231/01, nell’ambito dell’inchiesta del maggio 2008 condotta dalla Procura di Napoli relativa alla gestione del ciclo di smaltimento dei rifiuti nella regione Campania dopo la risoluzione ex lege dei contratti di affidamento del servizio (15 dicembre 2005) e che vede coinvolti, tra gli altri, ex Commissari Straordinari all’emergenza rifiuti e manager delle società operative.

L'export verso la Germania costa 215 euro per tonnellata equivalenti nel 2007 a 400.000 euro al giorno, metà dei quali per il trasporto. Ciononostante il prezzo è competitivo rispetto al loro smaltimento in Italia o nella stessa Campania dove costa da un minimo di 290 euro a tonnellata fino ad oltre 1.000 euro (120 euro per farne ecoballe, 20 euro per il trasporto, 150 euro l'anno per lo stoccaggio provvisorio che in alcuni casi ormai va avanti da un decennio).

La lentezza nella costruzione di inceneritori e termovalorizzatori in Campania, nonostante l'insistente disponibilità di città come Salerno, ha portato alcune aziende italiane e straniere a proporsi per smaltire tutti i rifiuti prodotti: la bresciana Asm, la francese Veolia, la spagnola Abertis e la tedesca Remondis. La situazione è comunque paradossale laddove si consideri che, come dichiarato dalla portavoce del Ministero dell'Ambiente della Sassonia, contrariamente a quanto rivelato dai mass media italiani i rifiuti campani spediti in Germania non vengono inceneriti, ma differenziati e riciclati per ricavarne materie prime secondarie e composti organici che verranno venduti all'industria, sottolineando che niente è finito in discarica, in quanto il residuo viene trattato con un impianto meccanico-biologico a freddo.

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Napoli

Panorama di Napoli

Nàpoli (IPA: ; in greco: Νεάπολις; in napoletano: Napule, IPA: oppure ) è una città italiana capoluogo dell'omonima provincia e della regione Campania.

La città di Napoli è situata in posizione pressoché centrale sull'omonimo golfo, tra il Vesuvio, e l'area vulcanica dei Campi Flegrei in uno scenario definito "tra i più celebrati e incantevoli al mondo". Il suo vasto patrimonio artistico ed architettonico è tutelato dall'UNESCO, le cui commissioni hanno incluso il centro storico di Napoli tra i siti del patrimonio mondiale dell'umanità.

Nel suo primo insediamento di Partenope sulla collina di Pizzofalcone, fu fondata tra il IX e l'VIII secolo a.C. da coloni greci; successivamente rifondata come Neapolis nella zona bassa tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C., essa viene annoverata tra le principali città della Magna Grecia .

Nel corso della sua storia quasi trimillenaria Napoli vedrà il susseguirsi di lunghe e numerose dominazioni straniere, rivestendo una posizione di rilievo in Italia e in Europa.

Dopo l'impero romano, nel VII secolo la città formò un ducato autonomo, indipendente dall'Impero bizantino; in seguito, dal XIII secolo e per circa seicento anni fu capitale del più grande stato italiano preunitario, che comprendeva tutta l'Italia meridionale peninsulare e, in alcuni periodi, anche la Sicilia. Da Napoli, Ladislao I di Durazzo, agli inizi del XV secolo tentò di riunificare tutta la penisola italiana mentre, successivamente, la città divenne il centro politico dell'Impero Aragonese .

Per motivi storici, artistici, politici ed ambientali fu, dal basso medioevo fino all'Unità, tra i principali centri di riferimento culturale, al pari delle altre principali capitali del continente .

Con l'annessione al Regno d'Italia la città e, in generale, tutto il meridione d'Italia, caddero in un relativo declino socio-economico ; la Napoli contemporanea rimane tuttavia tra le più grandi e popolose metropoli italiane e mediterranee , conservando ancora la sua storica vocazione di importante centro culturale, scientifico e universitario di livello internazionale. La città di Napoli si è aggiudicata l'organizzazione del Forum Universale delle Culture 2013 . A Napoli si trova Villa Rosebery, una delle tre residenze ufficiali della Presidenza della Repubblica.

Nel mondo esistono infine oltre 20 città e/o villaggi che si chiamano Napoli (o Naples, Nàpoles, Neapolis).

Napoli sorge al centro dell'omonimo golfo, dominato dal massiccio vulcanico del Vesuvio e delimitato ad est dalla penisola sorrentina con Punta Campanella, ad ovest dal golfo di Pozzuoli con Capo Miseno, a settentrione dalle appendici dell'Appenino Campano.

La città storica è andata sviluppandosi preminentemente sulla costa; il primo nucleo della città fu costituito dall'isolotto di Megaride, ove coloni greci diedero avvio al primo emporio commerciale che comportò lo sviluppo della città odierna. Il territorio di Napoli è composto prevalentemente da colline (molti di questi rilievi superano i 150 metri d'altezza per giungere fino ai 452 m della Collina dei Camaldoli) sulle quali sono nati veri e propri quartieri e/o rioni storici, ma anche da isole, insenature e penisole a strapiombo sul Mar Tirreno.

L'intero territorio ha una storia geologicamente complessa: il substrato recente è composto perlopiù da detriti di varia natura vulcanica.

Per quanto riguarda il rischio sismico è classificata nella zona 2 (sismicità medio alta) dall'Ordinanza P.C.M. n. 3274 del 20/03/2003 .

Napoli gode di un clima tipicamente mediterraneo, con inverni miti e piovosi e estati calde e secche, ma comunque rinfrescate dalla brezza marina che raramente manca sul suo golfo. Il sole splende mediamente per 250 giorni l'anno . La Classificazione climatica di Napoli inserisce la città nella zona climatica "C". La particolare conformazione morfologica del territorio del capoluogo comunque obbliga in questa sede ad aggiungere che la città possiede al suo interno differenti microclimi con la possibilità così di incontrare variazioni climatiche anche significative spostandosi di pochi chilometri (più continentale rispetto al centro della città, ad esempio, risulta essere la zona di Capodichino, dove è situato l'unico aeroporto cittadino, al pari della maggior parte dei quartieri della zona nord del capoluogo, come Poggioreale o Secondigliano). Anche la zona dei Camaldoli, a causa della maggiore altitudine, si caratterizza per un clima leggermente più freddo nei mesi invernali, ed un clima meno afoso in quelli estivi. Non sono mancati però anche episodi di gelo: restano infatti celebri le nevicate su Napoli del Febbraio 1956, del Marzo 1971, del Gennaio 1985, del Febbraio 1986, del 16 dicembre 1988 e del 26 gennaio e 1 marzo del 2005, dove vi furono accumuli fino a 10 cm anche lungo la costa.

Capoluogo della provincia omonima e della regione Campania, è il terzo comune d'Italia per numero di abitanti: dati ISTAT dell'ultima stima (31/07/2008) rilevano una popolazione di 967.085 abitanti, pari a oltre un sesto dell'intera popolazione regionale e quasi un terzo di quella della sua provincia. Attualmente il comune di Napoli è 18° in Europa per popolazione.

La città vera e propria si estende tuttavia ben oltre la superficie comunale, sebbene non possa essere univoca una definizione dei suoi confini. Dati ONU del 2005 assegnano all'intero agglomerato urbano napoletano una popolazione di circa 2.200.000 abitanti , ma va ricordato che vi sono dati di diverse fonti che appaiono anche estremamente discordanti a seconda del metodo di calcolo utilizzato (non solo per l'agglomerato urbano ma anche soprattutto per la definizione dei confini dell'area metropolitana). L'area metropolitana di Napoli secondo le stime dell'OCSE giungerebbe a circa 3.100.000 abitanti, dietro Milano e Roma . Da altre fonti risulta essere la seconda area metropolitana d'Italia per popolazione dopo Milano, solo per citarne alcune: per l' U.S. Census Bureau and Times Atlas of the World ne stima una popolazione di circa 3 milioni di abitanti ,dati Eurostat ne contano circa 4 milioni mentre fonti SVIMEZ ne attribuiscono 4.434.136 distribuiti su un'area di 2.300 km², facendone la seconda area metropolitana italiana per popolazione .

L'area metropolitana risulta, ad ogni modo, una delle più popolose e densamente popolate dell'Unione Europea (al 2007 risulta ottava in Europa e 86° al mondo) : è prossima inoltre l'istituzione della città metropolitana che dovrebbe andare a sostituire la Provincia di Napoli. Gli urbanisti chiamano l'intero territorio urbanizzato "la grande Napoli"; la crescita della città è riuscita infatti ad integrare a sé comuni della provincia di Salerno e Caserta quasi senza soluzione di continuità. La costa metropolitana si estende ininterrottamente da Capo Miseno a Castellammare di Stabia.

La popolazione dell'intero agglomerato urbano napoletano è alquanto giovane, soprattutto se si considerano gli abitanti della stessa città e quelli della sua provincia; infatti, il ben 19% della popolazione risulta sotto i 14 anni, mentre, il 13% ha più di 65 anni, in netta contrapposizione alla media nazionale del 14% e del 19%, rispettivamente.

Il comune è composto dalla "città storica" (corrispondente ai quartieri di Avvocata, Chiaia, Mercato, Montecalvario, Pendino, Porto, Posillipo, San Carlo all'Arena, San Giuseppe, San Lorenzo, Stella, Vicaria), da alcune frazioni fuse con la città in varie fasi già dall'epoca di Gioacchino Murat (Arenella, Bagnoli, Miano, Piscinola, Fuorigrotta, Vomero) e dai comuni aggregati infine durante il ventennio fascista (attualmente suddivisi nei quartieri di Barra, Chiaiano, Pianura, Soccavo, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Secondigliano e Scampìa).

Napoli, attualmente, ha un tasso di natalità più elevato rispetto ad altre parti del paese, con 10,46 nascite ogni 1000 abitanti; mentre, la media italiana è di 9,45 nascite.

I quartieri più popolosi sono appunto quelli corrispondenti al territorio dei comuni aggregati durante il ventennio. La sovrappopolazione di tali zone, che hanno da sole i due terzi della popolazione della città, è dovuta principalmente alla scelta politica - poi rivelatasi fallimentare - di individuare in quei luoghi le aree in cui realizzare gli agglomerati ex legge 167/1962 (edilizia residenziale pubblica) e legge 219/1981 (edilizia residenziale pubblica per i terremotati del 1980).

A differenza di molte città italiane del nord vi sono molti meno immigrati a Napoli, soprattutto se si considera il comune: il 98,5% delle persone sono italiane. Nel 2006, ci sono stati 19.188 stranieri, la maggioranza dei quali proveniva da Ucraina e Polonia, ma anche dall'Est asiatico. Le statistiche mostrano che la stragrande maggioranza degli immigrati sono di sesso femminile; questo è dovuto al fatto che i lavoratori di sesso maschile tendono a trasferirsi prevalentemente al Nord del paese.

Alcune tombe risalenti all'epoca eneolitica (fine III millennio a.C.) rinvenute nel quartiere di Materdei, da attribure alla antichissima Cultura del Gaudo provano che l'area cittadina fu abitata già prima dell'arrivo dei coloni greci.

La città fu probabilmente fondata dagli abitanti della colonia greca di Cuma tra il IX e l'VIII secolo a.C., con il nome di Partenope, sull'attuale Monte Echia. Tale insediamento sarebbe stato successivamente chiamato Palepolis ("città vecchia"), quando la città sarebbe stata rifondata poco lontano nel V secolo a.C., con il nuovo nome di Néa-pólis, ("città nuova"). Nel 326 a.C., a seguito delle guerre sannitiche, i Romani conquistarono definitivamente la città, che conservò però la lingua greca almeno fino al II secolo d.C. Nei secoli seguenti Napoli ospitò molti patrizi ed imperatori romani che trascorsero qui pause di governo. Augusto la scelse come sede dei giochi Isolimpici, una specie di giochi Olimpici italici poiché era la città più "greca d'Italia" . Nel 476 d.C. l'ultimo imperatore romano d'occidente Romolo Augusto fu imprigionato nel Castel dell'Ovo.

Nel 536 Napoli fu conquistata dai Bizantini durante la guerra gotica e rimase saldamente in mano all'Impero anche durante la susseguente invasione longobarda, divenendo in seguito ducato autonomo, retto dagli esponenti di spicco delle cosiddette "famiglie magnatizie". La vita del ducato fu caratterizzata da continue guerre, principalmente difensive, contro i potenti principati longobardi vicini ed i pirati Saraceni. Attorno al 990, pochi anni dopo l'istituzione dell'arcidiocesi di Capua, Sergio fu il primo arcivescovo della città, quando la sua diocesi fu elevata a provincia ecclesiastica dal Papa, poco dopo che Leone III l'Isaurico, a seguito delle dispute teologiche sorte attorno al movimento iconoclasta, passò le diocesi dell'Italia bizantina sotto l'autorità del patriarcato di Costantinopoli. Nel 1137 i normanni di Ruggero II conquistarono la città, ponendo fine al ducato: Napoli entrò così a far parte del territorio del Principato di Capua, nel neonato Regno di Sicilia, con capitale Palermo; ciononostante la città conservò la sede dell'arcidiocesi. Dopo la dominazione sveva, durante la quale fu compresa nel giustizierato di Terra di Lavoro, nel 1266 gli Angioini occuparono il Mezzogiorno e, non avendo conquistato la Sicilia, insediarono la capitale a Napoli durante il regno di Carlo II, trasformando da allora quella che era stata una delle tante città marinare del Tirreno (Amalfi, Gaeta, Sorrento) in uno dei più importanti centri di potere della penisola italiana. L'ultima grande impresa degli angioini napoletani fu la spedizione militare di Ladislao I di Napoli, il primo tentativo di riunificazione politica d'Italia, agli inizi del XV secolo.

Nel 1442 anche Napoli cadde in mano aragonese, diventando una delle città più influenti del dominio Aragonese e ospitando stabilmente, durante il regno di Alfonso il Magnanimo (1442-1458), il re e la corte di questo grande stato mediterraneo. Nel 1501, nell'ambito delle guerre d'Italia, il Regno di Napoli fu conquistato dagli spagnoli e, per oltre due secoli, governato da un viceré, per conto di Madrid. Nel XVII secolo la città vide la famosa rivolta di Masaniello e la nascita di una effimera repubblica indipendente.

Nel corso della guerra di successione spagnola l'Austria conquistò Napoli (1707) e la tenne fino al 1734, anno in cui il regno fu occupato da Carlo di Borbone, che vi ricostituì uno stato indipendente. Sotto la dinastia dei Borbone Napoli rafforzò il suo ruolo di una tra le principali capitali europee. Con la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, Napoli vide prima la nascita di una repubblica giacobina e poi la conseguente restaurazione borbonica. Nel 1806 fu nuovamente conquistata dalle truppe francesi condotte da Napoleone Bonaparte che affidò il regno a suo fratello Giuseppe e quindi, in seguito, a Gioacchino Murat. Nel 1815 con la definitiva sconfitta di Napoleone e il Congresso di Vienna Napoli ritornò nuovamente ai Borbone.

Nel 1860 il Regno delle Due Sicilie fu conquistato dai Mille di Garibaldi e annesso al Regno d'Italia capeggiato dal Piemontese Cavour.

Durante la seconda guerra mondiale Napoli vide, dopo l'8 settembre, la rivolta popolare contro l'occupante tedesco comunemente detta delle Quattro giornate di Napoli.

Sono state elaborate diverse teorie sulle origini dello stemma della città, tra queste la più interessante è forse quella che spiega come questi furono i colori con i quali vennero accolti in città l'imperatore Costantino I e sua madre Elena (324). Altre ipotesi vogliono che i due colori siano il simbolo e la rappresentazione dell'antico culto della popolazione locale per il sole e la luna, o l'emblema della generosa nobiltà della città di Napoli, oppure che fossero ispirati a vittoriose battaglie combattute all'epoca del Ducato indipendente (755-1027). Queste ultime due tesi sono state smentite però dallo storico Bartolomeo Capasso.

In altre epoche sono state adottate forme o simboli diversi per rappresentare lo stemma. Durante la repubblica di Masaniello (1647) nel centro dello scudo fu posta una lettera P, quale simbolo della supremazia del popolo, che poi divenne una C in richiamo alla parola civitas. Nel 1866 fu abbandonato l'uso, risalente alle prime dinastie nobiliari napoletane, di sovrapporre allo stemma una corona ducale, per sostituirla con una corona turrita, simbolo araldico di «volontà di libertà e di indipendenza municipale».

Durante il fascismo allo stemma, seguendo i Regi Decreti del tempo, nel 1928 fu affiancato lateralmente un fascio littorio, mentre nel 1933 il fascio fu posto "in capo" allo scudo dello stemma, sino alla caduta del regime mussoliniano.

Lo stemma si compone di uno scudo sannitico diviso in due parti orizzontali di uguale altezza, quella superiore colorata d'oro e l'altra di rosso («troncato d'oro e di rosso»), sormontato da una corona turrita con cinque bastioni merlati visibili, di cui solo uno, quello centrale, dotato di porta d'ingresso.

Il gonfalone riprende i due colori dello stemma, oro e rosso, che occupano rispettivamente la metà superiore e la metà inferiore dell'intero drappo («troncato»), riprendendo simmetricamente la disposizione dei colori dello scudo araldico cittadino.

Napoli è tra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione; è stata infatti la prima città a liberarsi con le sue sole forze dall'occupazione nazista e quindi insignita della medaglia d'oro al valor militare per i sacrifici della popolazione e per le attività nella lotta partigiana durante la rivolta detta delle Quattro giornate di Napoli.

L'economia cittadina, dall'Unità d'Italia ad oggi, ha visto sempre l'alternarsi di periodi di relativa crescita a periodi di decadimento, senza avere tuttavia mai un reale decollo.

Un primo impulso allo sviluppo industriale si ebbe a Napoli con la legge speciale del 1904, quando furono create le due zone industriali, rispettivamente a oriente e a occidente della città. Questo, più o meno coincise con il rafforzamento della funzione commerciale che fu provocato dall'intensificazione dell'attività portuale, a sua volta derivante dalla grande ondata migratoria dell'ultimo decennio dell' '800 e del primo decennio del' '900. Il commercio trasse poi vantaggi dalle ambizioni coloniali, manifestatesi tra alterne vicende dagli anni delle sconfitte crispine a quelli delle sconfitte mussoliniane. Di effettivo avvio all'industrializzazione nel retroterra napoletano si può parlare solamente fra la seconda metà degli anni '50 e la prima metà degli anni '60. Ma a interromperlo, quando se ne cominciavano a intravedere gli effetti positivi e altri ne andavano maturando, è sopravvenuta la crisi dello sviluppo in Italia; e di qui anche le difficoltà non solo di creare nuovi stabilimenti, ma anche di far vivere e prosperare quelli che si erano creati dopo la legge del 1904 (si pensi alla siderurgia di Bagnoli) o, più ancora, negli ultimi anni (si pensi alle fibre di Casoria). Così i risultati di qualificazione terziaria, e quindi metropolitana, che sembrava lecito attendersi a Napoli negli anni '70, come conseguenza dell'avviata industrializzazione del retroterra provinciale e regionale, sono stati in buona parte frustrati. Napoli non ha mai vissuto pienamente una fase industriale completa. Come accaduto in quasi tutto il sud, a partire dalla metà degli anni '50 del secolo scorso, ci sono stati dei tentativi che non hanno determinato grossi successi. Nel secondo dopoguerra e durante il periodo del boom economico (spesso grazie agli investimenti della cassa per il Mezzogiorno), in città ebbe un altro forte impulso il comparto industriale, con nuovi impianti nel campo della siderurgia, dell'industria metalmeccanica e petrolchimica, in particolare nella periferia orientale e settentrionale della città: alla fine degli anni 70 Napoli poteva essere considerata una città in cui il settore industriale aveva un posto preminente.

Nei decenni successivi tuttavia, la crisi irreversibile dell'industria di stato, unita ad un generale processo di deindustrializzazione, nonché alla concorrenza dei mercati emergenti ha di fatto mutato radicalmente questa situazione, portando alla chiusura o, nei casi migliori, alla riconversione di un grande numero di aziende (emblematico, anche se non isolato, il caso dell'Italsider di Bagnoli, o la riconversione dell'ex Olivetti di Pozzuoli). L'ultimo grande polo produttivo dell'area metropolitana sopravvissuto alla crisi industriale è quello di Pomigliano d'Arco, sviluppatosi attorno agli stabilimenti Fiat e Alenia, con un indotto che fa sentire i suoi effetti fin dentro la città di Napoli.

Rimangono comunque presenti ancora numerose attività industriali nel campo siderurgico, metalmeccanico e petrolchimico, accanto alle quali sono fiorite diverse piccole e dinamiche realtà di società di servizi alle imprese, progettazione e consulenza (con un'alta concentrazione in particolare nel Centro Direzionale di Napoli) che sfruttano sia ai mercati industriali presenti sul territorio che quelli tradizionali del nord Italia. Rilevante anche il settore dell'industria alimentare, meccanico ed elettrotecnico.

Nonostante questi brevi periodi di miglioramenti l'occupazione non ha mai raggiunto un livello stabile o adeguato alle necessità cittadine: oggi uno dei motivi è la presenza di infiltrazioni camorristiche che rendono difficile la nascita di nuove imprese e quindi di attrarre investimenti; tuttavia le attività illegali napoletane hanno un'ingente ripercussione sull'economia nazionale, anche grazie agli scambi commerciali con la Cina (in particolare, con Shanghai) , non senza ripercussioni negative sulle strutture sociali e ambientali cittadine: per contrastare questo fenomeno vengono attuati maggiori controlli, soprattutto nell'area portuale .

La mancanza di un vero e proprio sviluppo industriale ha determinato l'affermarsi di punti di forza differenti che hanno configurato la città come importante centro del terziario, soprattutto nei campi: commerciale, amministrativo, finanziario, oltre a quello culturale, sempre storicamente rilevante, nonché quello editoriale. Il porto della città è uno dei principali scali marini d'Italia, nonché un'importante voce di reddito per la città (il secondo al mondo dopo quello di Hong Kong per scalo passeggeri, con circa 9 milioni di presenze all'anno ).

Oltre ad ospitare fra centro e agglomerato urbano un importante nodo ferroviario e stradale (Napoli è il capolinea dell'Autostrada del Sole), la città, nell'ultimo decennio, ha investito anche su un ambizioso programma di lavori pubblici molto articolato, che ha posto le basi del sistema metropolitano su scala cittadina e regionale.

L'immenso patrimonio artistico della città dovrebbe essere il volano di partenza per accogliere i turisti provenienti da tutto il mondo. Infatti, il turismo, nonostante la vastità dell'offerta monumentale e museale di cui la città dispone non trova sufficiente valorizzazione economica: i problemi d'immagine della città di Napoli legati al problema della criminalità organizzata, nonché l'insufficienza di strutture ricettive di medio-basso livello sono il principale ostacolo al decollo di un'efficiente promozione alberghiera. Il flusso turistico è essenzialmente di passaggio, diretto verso località periferiche Pompei (in cui si registra una media di 3 milioni di turisti l'anno), o le isole del golfo (Capri e Ischia), la costiera sorrentina e quella amalfitana, dove la qualità ambientale e l'offerta ricettiva raggiunge livelli di prestigio internazionale. Negli ultimi anni si è riscontrata nel porto di Napoli una notevole crescita nel settore croceristico.

Di discreto interesse turistico è anche la tradizione artigianale napoletana, specializzata e promossa in apposite mostre, nell'arte presepiale e nella lavorazione di ceramiche e porcellane; infine, un importante settore industriale cittadino è occupato dalle produzioni tessile e dell'abbigliamento.

Napoli è una delle città mondiali a maggior densità di risorse culturali e monumenti che ne testimoniano la sua evoluzione storico-artistica; il centro storico, annoverato dall'UNESCO tra i patrimoni dell'umanità, è il risultato di sovrapposizioni di stili architettonici, a racchiudere circa 2.800 anni di storia e a testimonianza delle varie civiltà che vi hanno soggiornato; su un territorio relativamente poco esteso sono presenti, tra gli altri, un grande numero di castelli, residenze reali, palazzi monumentali, chiese storiche e resti dell'età classica. L'eredità di questa storia millenaria si può comunque ammirare anche in tutta la città e nei suoi dintorni.

Tuttavia, la scarsa valorizzazione e la mancanza di fondi per eventuali restauri, fa sì che parte di tale patrimonio versi a volte in rovina o in stato di degrado (sono più di 160 le chiese che solo nel centro storico hanno gravi problemi strutturali, altrettanti i palazzi; ma anche fontane, obelischi, architetture antiche ed altri beni culturali di valore). Per far fronte a questa emergenza, varie organizzazioni e comitati cittadini, stanno cercando di far intervenire l'UNESCO . Inoltre, malgrado il costante impegno delle associazioni per la tutela del patrimonio partenopeo, che puntualmente segnalano agli organi competenti le situazioni più critiche, i fenomeni di degrado coinvolgono anche diversi beni posti al di fuori del centro di Napoli.

L' ossatura dell'assetto urbano di Napoli era di fatto già definita in epoca greca; basti pensare che l'attuale forma del Centro antico, rispecchia ancora la rielaborazione degli antichi tracciati (infatti ancora oggi sono visibili gli antichi decumani). Nel tempo, le trasformazioni urbane che hanno interessato il primo nucleo della città si sono concentrate per lo più sull'allargamento delle mura e sulla creazione di nuovi rioni. Ciò avvenne almeno sino al XVIII secolo, in quanto nel secolo successivo, con il cosiddetto risanamento, ci furono dei veri e propri sventramenti che interessarono anche il centro storico.

Sotto la "civiltà-madre" greca, Napoli non era una città votata all'attività guerriera ed il suo sviluppo andò affermandosi preminentemente in ambito commerciale. Infatti, in concomitanza con il calo dell'influenza ateniese, il porto della città divenne tra i più importanti scali del Mediterraneo. Notevole l'importanza, per la città, della sfera politico-religiosa nonché di quella culturale (la cultura greca di Napoli, sarà essenziale per la società romana ). La Napoli greca ci ha lasciato varie testimonianze del suo passato: dalle mura alle antiche torri di difesa, resti della necropoli, resti di templi, il foro e le innumerevoli architetture antiche poste nel suo sottosuolo.

Con l'avvento della civiltà romana, la città diviene una rinomata residenza estiva dell'impero, in cui imperatori ed altri politici, amavano soggiornare per lunghi periodi (in città sono tutt'oggi riscontrabili vari impianti di ville romane); come già accennato, la polis divenne anche un celebre luogo di cultura (Nerone si esibirà numerose volte nel teatro che oggi è sottostante la città moderna e Virgilio vi scriverà l'Eneide).

Nel II-III secolo d.C. Puteoli e Miseno eclissarono Napoli nei settori commerciale e militare ed iniziò un periodo di decadenza anche a seguito dell'eruzione del 79 d.C., ma la città, con i suoi 30.000 abitanti rimase un crocevia di razze e culture differenti; fiorirono le comunità orientali e la venerazione del Dio Mitra (oggi a rappresentanza di questo periodo vi è in particolare la statua del Dio Nilo nell'omonima piazzetta). A testimonianza della Napoli romana troviamo anche acquedotti, terme, mura, resti di templi, domus, ipogei.

Infine, come testimonianza della Napoli antica, vi sono anche le opere funerarie, le più famose sono le catacombe cristiane, anche se ne esistono esempi legati al periodo greco e preellenico.

La Napoli antica che aveva a lungo goduto di un'eccellente protezione da parte della capitale dell'Impero romano (anche grazie alla vicinanza con quest'ultima), al passaggio dall'età classica al medioevo, dovette presto ritornare a difendersi da sola. Città di mare e senza difese naturali nell'entroterra, (ma anche destinata ad assumere un ruolo di rilievo), fu protagonista di numerosi assedi che dovette subire soprattutto nel periodo del Ducato autonomo; in questo periodo la città si ritrovò in una continua e quasi ininterrotta sequenza di guerre, prevalentemente difensive, contro i principati longobardi di Benevento, di Salerno e di Capua, gli imperatori bizantini, i pontefici ed infine i Normanni che la riuscirono ad espugnare definitivamente nel 1137.

I castelli difensivi giunti sino a noi intatti nella struttura sono sei, cinque nel centro storico (Maschio Angioino o Castel Nuovo, Castel Capuano, Castel Sant'Elmo, Castel dell'Ovo e la Caserma Garibaldi, costruita appunto a mo' di castello fortificato), e l'altro in zona periferica, il Castello di Nisida di epoca tardo-angioina che oggi ospita la Colonia di Redenzione per Minorenni. Vanno inoltre menzionati i resti di altri due castelli: il Forte di Vigliena e il Castello del Carmine. Altre strutture della città hanno forme ed aspetto di castelli (Castello Aselmeyer), il cui interesse storico è limitato al significato artistico e decorativo della struttura.

I primi castelli di Napoli ebbero per lo più la funzione di residenze reali: Carlo I d'Angiò decise di erigere il Castel Nuovo principalmente come sua residenza. La dinastia Aragonese rimaneggiò le sue strutture, ma del nuovo rifacimento nulla rimane, a parte la Cappella di Santa Barbara. Cinque imponenti torri di piperno e tufo ne delimitano le spesse mura; il notevole arco di trionfo in marmo, fra le torri di Mezzo e di Guardia, fu costruito alla metà del Quattrocento da Francesco Laurana e celebra l'entrata di Alfonso I d'Aragona in Napoli il 26 febbraio 1443. La monumentale Sala dei Baroni, che oggi ospita le riunioni del Consiglio comunale, era la sala centrale del castello. Fu così chiamata perché nel 1487 vi furono arrestati i baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona, ivi riuniti dal sovrano per celebrare le nozze della nipote. Oggi l'edificio ospita l'omonimo Museo Civico. Nella sua Sala centrale, Pietro da Morrone, salito al Soglio come Celestino V, nel dicembre 1294 -come ricorda Dante - «fece per viltade il gran rifiuto» aprendo la strada all'ascesa di Bonifacio VIII, dopo un conclave tenutosi nello stesso locale.

Il Castel dell'Ovo, a funzione prettamente difensiva delle coste cittadine, fu così chiamato perché secondo la leggenda Virgilio nascose nelle sue segrete un uovo, a reggere tutta la struttura dell'edificio che, nel momento in cui fosse stato rotto avrebbe fatto crollare il castello e portato alla distruzione della città. Il castello sorge sull'isolotto di Megaride, dove nel VII secolo a.C. sbarcarono i Cumani che fondarono Partenope. Dopo alterne vicende, nel XII secolo fu ricostruito dai Normanni e poi ristrutturato dagli Aragonesi. Attualmente vi si svolgono mostre e convegni ed è liberamente visitabile.

Castel Capuano aveva la funzione di proteggere l'entroterra di Napoli e fu costruito nel 1153 da Guglielmo I di Sicilia, come residenza reale normanna. Con l'avvento degli Svevi, Federico II soggiornò spesso a Napoli e curò in particolare la fortificazione del castello, strategicamente posizionato sulla principale via d'accesso alla città da terra. Fino all'avvento della dinastia aragonese, la Porta Capuana era posizionata proprio dinanzi al Castel Capuano. Quella che si può ammirare oggi, d'epoca rinascimentale, fu fatta edificare poco discosto da Ferrante d'Aragona ad opera di Giuliano da Maiano. Sotto il viceré spagnolo Don Pedro di Toledo, al castello furono riuniti i Tribunali del Regno. Per i successivi cinquecento anni, Castel Capuano è stato sinonimo di Tribunali da poco trasferiti nei moderni edifici del Centro direzionale.

Il Castel Sant'Elmo, all'epoca chiamato Belforte, è stato sempre un possedimento molto ambito per la sua favorevole posizione in altura che ne assegnava una funzione di controllo della città; determinante è stato il suo ruolo nei fatti d'armi della Repubblica partenopea. Fu edificato sulla cima della collina del Vomero verso il 1275 da Carlo I d'Angiò e ristrutturato tra il 1538 e il 1546 dal viceré Don Pedro de Toledo, assumendo l'attuale pianta a stella. Il castello è attualmente raggiungibile attraverso l'antica via Bonito.

La città di Napoli ha due vere e proprie residenze reali, nonostante altre ville o palazzi siano state abitate da sovrani (come Villa Rosebery).

Il Palazzo Reale si affaccia su Piazza del Plebiscito ed ha le forme tipiche di una reggia europea. Fu costruito a partire dal XVII secolo, e rimase ufficiale residenza reale anche sotto la monarchia sabauda, sino al 1946.

Le stanze del palazzo riassumono svariati stili architettonici ed artistici; di particolare rilievo monumentale sono lo scalone d'onore in marmo e il giardino esotico del 1841. La facciata risale al XIX secolo, ed è ornata da una serie di statue rappresentanti i monarchi più influenti e importanti che hanno governato direttamente o indirettamente la città: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II di Savoia.

Carlo III di Borbone, insieme allo storico palazzo reale, nel progetto di risistemare la funzionalità urbana di Napoli e del circondario, fece erigere una seconda residenza regia, la Reggia di Capodimonte. Il palazzo, che oggi ospita una celebre pinacoteca, fu progettato e costruito in uno spazio che divenne poi un'importante zona verde della città, nel tentativo di orientare una pianificazione urbanistica coerente con i principi dell'illuminismo.

La residenza fu abitata anche da Ferdinando IV e da Gioacchino Murat, infine nel 1950 fu adibita a sede dell'omonimo Museo Nazionale. Le opere d'arte raccolte nella pinacoteca comprendono collezioni di porcellane e importanti dipinti, fino alle tele dell'Impressionismo francese.

In linea con le pianificazioni urbanistiche della capitale, Carlo III di Borbone estese il progetto di modernizzazione territoriale alla Terra di Lavoro, dove concentrò le spese statali nel tentativo di costituire una moderna corte reale sul modello di quella francese di Versailles, disponendo la costruzione a Caserta dell'omonima reggia: il progetto, fortemente dispendioso, fu poi seguito da Ferdinando IV di Napoli che in Terra di Lavoro favorì l'insediamento dei primi sistemi industriali moderni del regno di Napoli.

Un'altra reggia periferica, di minor peso urbanistico, è la Reggia di Portici.

L'edilizia civile in epoca medievale risentì ampiamente delle numerose guerre e dell'incertezza politica del periodo, molto più dell'architettura religiosa; poco o nulla resta in città dei palazzi edificati nel periodo ducale e vescovile. Successivamente, la classe di feudatari che si andò costituendo con l'instaurarsi della monarchia, e che andò a trasferirsi progressivamente in città dopo l'avvento della dinastia angioina, iniziò ad edificare dimore e palazzi nobiliari anche con l'intento di prender parte più strettamente alla vita di corte. Nel periodo dell'Umanesimo numerose furono le testimonianze di palazzi lasciate in città, in particolare da artisti catalani e, a partire dal XV secolo più marcata fu invece l'impronta toscana caratteristica dell'edilizia civile rinascimentale. Numerose e di valore sono anche le testimonianze artistiche di epoca barocca e neoclassica.

Sono diverse centinaia i palazzi di valore artistico monumentale della città, molti dei quali in rovina (come nel caso del rinascimentale Palazzo Penne, importante esempio di architettura civile quattrocentesca). Altri palazzi mostrano il proprio originario splendore: tra questi spiccano per importanza storico-architettonica il Palazzo Gravina, a tipico modello tosco-romano, il Palazzo Casamassima ai Banchi Nuovi, il Palazzo Cellamare a Chiaia, il Palazzo Carafa di Maddaloni nel suo imponente stile barocco. Di rilevo per la ottima conservazione degli ambienti interni vanno segnalati invece il Palazzo Doria d'Angri nei pressi di Piazza Dante e il Palazzo Corigliano in Piazza San Domenico Maggiore. Altri edifici civili di interesse, nonostante siano quotidianamente visitati, difettano di un periodico piano di restauro e di salvaguardia, come ad esempio nel caso del rococò Palazzo Tarsia.

I palazzi ai numeri 20 e al 22 di via Nilo rappresentano, anche se molto rimaneggiati con le sopraelevazioni e le nuove decorazioni, esempi di architettura quattrocentesca in cui è evidente il passaggio tra lo stile catalano del numero 22 e quello rinascimentale al 20.

Le numerose catacombe cristiane che sorsero fuori le mura, testimoniano sì l'arte, la storia e l'architettura della primissima Napoli cristiana, ma rappresentano anche l'inizio di un'accentuata fede nella nuova dottrina, che per secoli ha caratterizzato la vita socio-religiosa della città; allo stesso modo può essere valutato l'eccessivo numero di luoghi sacri (tra basiliche, chiese, monasteri, ritiri, conventi, ecc..). Per spiegare ciò, vi è da tener conto non solo di questa "predisposizione", ma anche di fondamentali riferimenti storici.

Le varie dominazioni straniere che hanno caratterizzato la storia di Napoli, influenzarono notevolmente anche la religiosità della città: come nel caso dei regnanti Angioini ed Aragonesi (dinastie anch'esse cristiane che diedero maggior credito alla già latente devozione al cattolicesimo); mentre, per i secoli successivi la città fu ancora saldamente nel campo della controriforma, direttamente sotto il dominio degli Asburgo di Spagna .

Questi, dunque, furono tra i principali motivi che forgiarono l'etica religiosa della città e giustificano le numerose costruzioni di edifici di culto: nel XVIII secolo Napoli raggiunse il numero record di 100 fra conventi e monasteri, e 500 chiese, tanto che le valse il soprannome di città dalle 500 cupole. In epoca più moderna, il periodo del Risanamento, i terremoti e soprattutto i 181 bombardamenti della seconda guerra mondiale, hanno sottratto alla città partenopea più di 60 chiese; ma, nonostante tutto, Napoli continua a possedere il maggior numero al mondo, di chiese, di conventi ed altre strutture di culto . Anche se si considerano solo le chiese storiche, il numero è particolarmente elevato; esse raggiungono infatti le 448 unità .

Molte sono le chiese proibite, dalle porte sbarrate da secoli o abbandonate senza custode ma che spesso contengono anche opere di alto valore artistico (come ad esempio la chiesa di Santa Maria della Sapienza su Via Costantinopoli che contiene tele di Luca Giordano ed un ricco interno barocco) . Le chiese napoletane sono testimonianze artistiche, storiche ed architettoniche formatesi nell'arco di diciassette secoli; ad esse, seppur in maniera indiretta, sono legate per lo più le vicende artistiche ed architettoniche della città, nonché i suoi repentini cambiamenti.

Le prime chiese cristiane, a Napoli, risalgono a poco dopo l'editto di tolleranza costantiniano di Milano del 313. In città vi si trovano differenti tipi di "tracce" paleocristiane, le più eclatanti sono: quelle in cui resti absidali, affreschi e quant'altro, sono locati ad esempio negli ipogei delle ben più recenti barocche; oppure, quelle in cui l'architettura paleocristiana si è fusa con le successive correnti artistiche (un mescolamento che ha poi dato vita a delle vere e proprie chiese "ibride"). Tuttavia, esempi di chiese paleocristiane "pure" e/o pressoché integre, sono riscontrabili invece in alcune catacombe. Tra le più antiche chiese paleocristiane vi è sicuramente la basilica di San Pietro ad Aram; l'edificio, seppur rifatto secondo altri stilemi, possiede ancora marcate origini paleocristiane, come testimoniato soprattutto dai suoi grandi sotterranei che hanno conservato rigorosamente arte ed architettura paleocristiana. Molto simile al caso precedente è la chiesa di San Giorgio Maggiore che possiede al suo interno, un raro esempio di abside antica completa .

Per quanto riguarda le chiese gotiche ricordiamo la basilica di Santa Chiara che con il suo elegante gotico provenzale e la sua navata lunga circa 130 metri ed alta 45, è la maggiore opera gotica cittadina: al suo interno, inoltre, vi sono vari monumenti sepolcrali di varie dinastie o famiglie nobiliari dell'epoca oltre ad altri riferimenti artistici e/o architettonici. Altro punto di riferimento è la chiesa di San Domenico Maggiore, eretta secondo i classici canoni del gotico; venne rimaneggiata nel Rinascimento (a causa soprattutto dei terremoti e incendi che imperversarono in questo periodo), successivamente, fu rimaneggiata anche secondo gli stilemi del barocco. Altro esempio gotico è la San Pietro a Majella, la cui struttura ha conservato l'aspetto sfoglio originario, ad eccezione del soffitto barocco. La chiesa di San Lorenzo Maggiore, invece, rappresenta una pregevole mescolanza in stile gotico francese con quello francescano; anch'essa, subì poi dei ritocchi barocchi.

Il Rinascimento si impose grazie alla presenza di Alfonso d'Aragona, il quale trasformò Napoli in una delle principali città rinascimentali del tempo . In realtà i legami artistici e culturali con Firenze avevano già prodotto un parziale mutamento nel contesto architettonico della città; lo dimostra soprattutto la chiesa del Gesù Nuovo che con la sua classica facciata a punta di diamante, rispecchia i primi esempi e/o elementi rinascimentali della città. Altro esempio rilevante di questa corrente è Sant'Anna dei Lombardi che attraverso le sue grandi cappelle a pianta centrale fa intuire chiaramente come sia stata influenzata dalle analoghe costruzioni fiorentine. Con l'avvento del manierismo, infine, il rinascimento a Napoli è in piena caduta ma ciò nonostante, l'ultimo cinquantennio produce la notevole chiesa rinascimentale di Santa Maria la Nova.

Le chiese monumentali di Napoli si presentano per lo più sotto una veste barocca. La loro pittura, soprattutto quella del XVII secolo, è stata influenzata direttamente o indirettamente da Caravaggio ; mentre, l'architettura ha rispettato i canoni del barocco romano solo per trent'anni circa. In seguito, saranno riconoscibili le sgargianti decorazioni marmoree e di stucchi, tipiche del barocco napoletano.

La certosa di San Martino, tra i maggiori complessi monumentali e religiosi di Napoli, costituisce in assoluto, uno dei maggiori esempi di questa corrente. Un altro importante esempio barocco della città e non, è la Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro della cattedrale di Napoli: uno dei gioielli universali dell’arte, ricca di marmi, affreschi, dipinti e altre opere d’arte dei migliori artisti dell’epoca è sicuramente uno dei monumenti più importanti del barocco napoletano seicentesco, per l’insieme di decorazioni che videro la partecipazione di artisti di eccezionale levatura.

Tra le più "recenti" chiese monumentali della città, vi sono quelle partorite dal neoclassicismo; queste, si possono dividere in due categorie distinte, ovvero: nella prima appartengono le chiese che sono ancora vicine al tardo barocco, conservando ancora un'impronta tipica di quest'ultimo periodo; mentre, nella seconda tipologia appartengono le chiese caratterizzate da interni e/o da facciate severe, che preludono al neoclassico puro. La maggiore opera inerente a questo periodo, nonché uno dei monumenti più celebri della città è la basilica di San Francesco di Paola realizzata da Pietro Bianchi, il quale mostrò nella realizzazione della nuova chiesa grandi qualità ingegneristiche, attestate dalla solidità dell'opera e dall'intelligenza delle soluzioni tecniche .

Le fontane di Napoli venivano costruite anzitutto allo scopo di distribuire le acque (provenienti da acquedotti ed acque sorgive) al popolo; l'altro motivo è invece prettamente politico: i sovrani succeduti al trono, molto spesso, "regalavano" al popolo nuove e maestose fontane, a dimostrazione della loro generosità o simbolo del loro potere. Napoli sul finire del XVIII secolo, possedeva un gran numero di fontane; nel tempo, molte di queste, sono state spostate, modificate o nel peggiore dei casi, razziate. Oggi, il loro numero è comunque elevato, ma, molte di quelle visibili, versano in stato di degrado; mentre, altre ancora, sono rinchiuse nei depositi comunali del Chiatamone, in attesa di restauro e di visibilità .

Napoli, nel corso della sua storia, per la sua felice posizione e il suo clima mite, è stata più volte scelta anche come luogo di villeggiatura.

Secondo gli esami storici, i primi a "scoprirla" sotto questo punto di vista furono i romani (anche se alcune ricerche archeologiche hanno fatto intuire che zone della città furono individuate come "zone di ozio" anche dai greci); successivamente, anche tutte le altre dominazioni straniere videro in Napoli un luogo di vacanza, incrementando l'edificazione di sontuose ville entro e fuori le mura.

Ricordiamo che queste architetture hanno assunto anche una "veste reale" (come Villa Rosebery che fu residenza dei Borboni, o Villa Pignatelli che dapprima di proprietà di Ferdinando IV di Borbone, ne fece dono alla sua seconda moglie). Le ville napoletane rappresentano pregevoli ed importanti testimonianze architettoniche; esse spaziano dal periodo romano (ruderi) ai primi del XX secolo; sono più di cento le ville entro il territorio di Napoli e sono situate maggiormente in zone panoramiche o nelle immediate vicinanze della costa.

Le costruzioni più rilevanti si ebbero nel 700 e nell'800; infatti, in questo periodo, le famiglie nobiliari napoletane si appellarono ai migliori architetti ed artisti provenienti dal resto d'Italia e non solo, affinché venissero costruite le loro residenze estive e non. Le ville napoletane del miglio d'oro, molte delle quali volute anche da stranieri residenti in città, sono riconducibili proprio a questo lasso di tempo. Nel XX secolo, invece, si susseguirono in gran numero le costruzioni di ville in stile Liberty; mentre, in seguito, con le speculazioni edilizie e le demolizioni di massa degli anni cinquanta, il numero di queste strutture subì un brusco calo.

Generalmente, molte delle ville in questione versano in assoluto degrado, mentre, altre sono visitabili o sono in fase di restauro .

La città possiede numerose aree cimiteriali monumentali, quelle più vaste e quelle che rappresentano meglio il "culto dei morti" in città, sono: Il Cimitero delle Fontanelle ed il Cimitero di Poggioreale.

Realizzato in una cavità ubicata all'interno del Rione Sanità, il Cimitero delle Fontanelle fu per secoli oggetto di culto da parte del popolo napoletano. All'interno vi sono depositati migliaia di resti di ossa umane delle persone decedute a causa dell'epidemia di colera che investì Napoli nel XVII secolo (circa quarantamila teschi che venivano venerati, adottati, curati con l'auspicio di ottenerne delle grazie). Questo culto venne interrotto a causa del naturale contrasto della Chiesa verso i riti pagani, intorno agli inizi degli anni settanta. Dopo 20 anni di chiusura il cimitero è stato restaurato e recentemente riaperto al pubblico.

Il cimitero di Poggioreale consta di diverse parti distaccate che si arrampicano sulle colline partenopee da Poggioreale fino a San Carlo all'Arena. La parte principale è il cimitero monumentale che data la ricchezza di statue, lapidi, chiese e cappelle è da considerarsi un museo a cielo aperto e sicuramente uno dei posti meno conosciuti artisticamente (Il cimitero contiene circa 1.000 statue). Uno dei posti più interessanti è il Quadrato degli uomini illustri dove riposano tutte le personalità che hanno dato lustro alla città: Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Raffaele Viviani, E. A. Mario, Vincenzo Gemito, Saverio Mercadante, Luigi Giura, Tito Angelini, Gilda Mignonette e tanti altri. Un'altra parte importante da segnalare è quella della chiesa di Santa Maria del Pianto dalla quale diparte un vialetto a zig zag che scende dalla collina e dove si possono incontrare le cappelle di private di Antonio de Curtis ed Enrico Caruso. Recandosi di persona alla cappella privata di Totò, si può notare che quest'ultimo riceve tutt'ora, inserite all'interno della cappella, lettere da ammiratori che recano in molti casi l'intestazione "Antonio De Curtis - Cimitero di Napoli".

Napoli sotterranea ha quasi la stessa estensione della città che è sorta in superficie e rappresenta un'importante testimonianza archeologica e storica; è possibile effettuare visite guidate nel sottosuolo che mostrano la stratificazione del territorio della città nel corso della storia. È un percorso guidato attraverso vecchie cisterne sotterranee, risalenti in gran parte all'epoca greco-romana e che furono attive fino all'Ottocento: Napoli era l'unica grande città europea ad avere l'acqua potabile nelle case, attraverso un sistema di pozzi collegati direttamente alle cisterne dell'acquedotto sotterraneo. Tali cisterne sono state ricavate mediante scavi nel sottosuolo di tufo, la tipica roccia vulcanica sulla quale e con la quale la città è stata costruita.

L'esame delle cavità, alcune di gigantesche proporzioni, ha permesso di stabilire che il tufo per costruzione è stato estratto sin dai primordi della città (è presente dello stucco greco lungo le pareti che serviva come impermeabilizzante). In pratica si può dire che gli edifici venivano costruiti con materiale estratto sotto gli stessi. Circa un chilometro di gallerie, delle decine presenti sotto la città, è visitabile. In diversi luoghi della città e dei dintorni sono presenti anche diverse catacombe.

Tra le arterie principali di Napoli vi è di certo Via Toledo, (denominata "Via Roma" durante il ventennio fascista) voluta dal viceré Pedro de Toledo che la edificò nel 1536. Grazie alla pedonalizzazione, la lunga strada è ora il fulcro dello shopping cittadino con i suoi numerosi negozi (soprattutto di abbigliamento) e del turismo con i suoi palazzi storici che vi si affacciano: il Banco di Napoli, Palazzo Doria d'Angri, palazzo Colonna di Stigliano, la la chiesa Spirito Santo, Piazzetta Augusteo, l'accesso est della Galleria Umberto I. Sfocia su Piazza Trieste e Trento dove è presente la San Ferdinando e su Piazza del Plebiscito.

Tra le piazze maggiori di Napoli vi è Piazza del Plebiscito. Su di essa si affacciano due importanti monumenti : il Palazzo Reale e la basilica di San Francesco di Paola, che con il suo colonnato forma un'ellisse nei cui fuochi sono poste due statue equestri in bronzo: una di Antonio Canova raffigurante Carlo III e l'altra di Antonio Calì raffigurante Ferdinando IV. Sono da segnalare le statue dei leoni sul basamento ai lati del colonnato: nel cuore della piazza ogni anno nel periodo natalizio vengono realizzate opere d'arte contemporanea da artisti internazionali, concerti ed eventi di grande richiamo come il Concorso ippico internazionale di Napoli. Quest'ultimo concorso si è svolto nelle più grandi piazze del mondo fin quando la produzione dello stesso ha deciso di rendere Napoli il luogo fisso in cui svolgerlo.

Più antica è Piazza Dante: tra il Cinquecento e il Seicento era detto "Mercatello" perché vi si tenevano i mercati 'periferici', ma tra il 1757 e il 1765 fu completamente ricostruita sotto Carlo III da Luigi Vanvitelli, che edificò l'emiciclo sulla cui sommità eresse ventisei statue raffiguranti le virtù del sovrano. Al centro della piazza la statua equestre di Carlo non fu mai posta poiché venne occupata dall'albero della libertà durante la Repubblica napoletana e poi dalla statua di Napoleone Bonaparte durante il regno di Murat. L'attuale statua di Dante Alighieri che dà il nome alla piazza fu posta dopo l'unità d'Italia. Al lato nord vi è Port'Alba col suo mercato dei libri e al lato sud la chiesa di San Michele. Nel 2002 è stata ristrutturata su progetto dell'architetto Gae Aulenti e resa ancora più spaziosa per ospitare l'omonima fermata della metropolitana. L'edificio vanvitelliano ospita il Convitto e Liceo Vittorio Emanuele.

La zona di San Gregorio Armeno è nota ai più poiché vi si tiene il mercato del presepe, una grande tradizione natalizia napoletana. Le botteghe espongono i modelli più raffinati e più singolari di pastori, santi, Gesù bambini e altre amenità (come i personaggi dell'anno o personalità legate a Napoli come Totò, Massimo Troisi o Eduardo de Filippo. La via prende il nome dalla chiesa di San Gregorio Armeno, costruita tra il 1574 e il 1580 affrescata all'interno da Luca Giordano. Ogni martedì vi si tiene il miracolo della liquefazione del sangue del dente di Santa Patrizia.

Da Piazza del Gesù Nuovo a Piazza San Domenico si distende Via Benedetto Croce tratto centrale della cosiddetta Spaccanapoli, il Decumano inferiore della Napoli greco-romana, che nel suo sviluppo assume diverse denominazioni. Su Piazza del Gesù Nuovo si affaccia la chiesa del Gesù Nuovo mentre al centro si erge un obelisco, noto come Guglia dell'Immacolata, alto 34 metri sulla cui cima è posta la statua bronzea della Madonna Immacolata eretta nel 1747. L'8 dicembre di ogni anno vi si tiene una cerimonia che consiste nella posa di una corona di fiori sulla statua in cima alla colonna. Via Benedetto Croce, invece, prende invece il nome dall'omonimo filosofo napoletano d'origini abruzzesi che in quella strada - e precisamente a Palazzo Filomarino - abitò per gran parte della sua vita e fondò l'Istituto Italiano per gli Studi Storici.

Il lungomare di Napoli prende il nome di Via Caracciolo, in onore dell'ammiraglio Francesco Caracciolo fatto impiccare da Orazio Nelson sulla nave Minerva (già da lui comandata) nel golfo della città, per la sua adesione alla Repubblica Napoletana. La strada in realtà è recente, risale alla fine dell'Ottocento quando sostituì l'arenile che la Villa Reale (con l'Unità, Villa Comunale) separava dalla Riviera di Chiaia. Il lungomare si snoda per chilometri di passeggiata con vista e, dopo Castel dell'Ovo prende il nome di Via Partenope, strada realizzata con riempimenti a mare. Negli ultimi anni sono state rese balneabili le sottili spiagge vicino alle scogliere artificiali.

Napoli possiede 33 giardini storici e parchi aperti al pubblico: la Villa Comunale di Napoli (prima dell'Unità denominata "Villa Reale") fu fatta realizzare da Ferdinando IV su disegno del Vanvitelli nel 1780 per dare alla nobiltà napoletana un'oasi di gran ricercatezza sull'allora lungomare, impreziosendola di statue, fontane e alberi esotici ma proibita al popolo. Al suo interno di primaria importanza è la Stazione Zoologica Anton Dohrn, aperta al pubblico nel 1874, istituzione scientifica e di ricerca sita in un edificio neoclassico e ospitante, fra l'altro, l'acquario cittadino: il più antico del mondo (fu aperto al pubblico il 12 gennaio 1874).

Una estesa vista su Napoli e le sue coste a nord e a sud si può osservare dalla Collina dei Camaldoli e dal Parco del Poggio.

Oltre al già citato parco di Capodimonte, la cui pianta odierna fu realizzata dal tedesco Friedrich Dehnhardt nel 1833, è da citare la Villa Floridiana. Il parco prende il nome da Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, moglie morganatica di Ferdinando IV, che appunto abitò in questa villa del Vomero il cui parco fu realizzato nel 1817 da Dehnhardt e Antonio Niccolini in stile neoclassico con statue, finte rovine, boschetti, anfratti e un teatrino di verzura all'aperto. Nella villa attualmente ha sede il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina e la zona panoramica sul golfo.

Le coste settentrionali della Provincia di Napoli ospitano il Parco sommerso di Baia e di Gaiola, esempi unici nel Mediterraneo di Parchi archeologici sommersi. Il Parco sommerso di Gaiola (istituito congiuntamente dai Ministeri dell'Ambiente e dei Beni Culturali), localizzato all'apice del promontorio di Posillipo intorno agli isolotti della Gaiola incorpora considerevoli valori ambientali a reperti archeologici di età Romana, sommersi nel corso dei secoli da un fenomeno di bradisismo negativo che ha causato l'affondamento della costa di circa 6/8 metri. Più periferica è l'Oasi degli Astroni, diretta dal WWF, che si trova in una grande conca vulcanica risalente a 3.700 anni fa nei Campi Flegrei. Riserva di caccia aragonese, poi di Carlo III, fu arricchita di alcune torri e casini di caccia ancora esistenti. Immersa completamente nel verde, l'oasi si distingue per il grande lago, la ricca flora e la presenza di numerose specie di uccelli oltre che piccoli animali.

L'aspetto meno noto del panorama dell'architettura partenopea è la nuova concezione architettonica novecentesca, nata dopo la maniera del Liberty e dell'eclettismo.

In questo periodo, gli architetti napoletani si schierano tra i Razionalisti e tra i Monumentalisti mentre, la presenza di architetti venuti da fuori, progettano importanti edifici: come ad esempio Marcello Piacentini che progetterà la sede del Banco di Napoli in Via Toledo e Armando Brasini che opererà nella zona del rione Carità-San Giuseppe; o ancora, Giuseppe Vaccaro e Gino Franzi che vinceranno il concorso per il nuovo Palazzo delle Poste. Quest'ultimo edificio in particolare, si presenterà come un vero e proprio manifesto dell'architettura funzionalista e razionalista della città.

Altre opere sono invece affidate a valenti architetti che lavorano alle dipendenze della propaganda fascista come Marcello Canino, Ferdinando Chiaromonte e Camillo Guerra mentre, i razionalisti, progettano anche dei complessi periferici; i più noti sono Giulio De Luca, Carlo Cocchia e Luigi Cosenza; quest'ultimo, sarà il più attivo dei tre nel periodo antecedente la guerra. Cosenza progetterà sia edifici pubblici che privati: le sue ville a Posillipo sono soltanto un esempio, mentre, un'altra sua pregevole opera razionalista è il Mercato Ittico nella zona del porto.

Cocchia e De Luca saranno i realizzatori della Mostra d'Oltremare: l'enorme complesso di 720.000 m² comprendente edifici, padiglioni espositivi, teatri, fontane e giardini; la struttura monumentale verrà inaugurata nel 1940 e ripristinata negli anni cinquanta dagli stessi progettisti. Ricordiamo che, nel 1959, l'architetto Cocchia progetterà anche lo Stadio San Paolo, che in seguito sarà deturpato dall'aggiunta di una copertura in ferro durante i Mondiali del 1990.

Luigi Cosenza, sarà anch'egli attivo nel dopoguerra, che lo vedrà impegnato in un piano particolareggiato per l'area industriale e commerciale, situata nella zona compresa tra Fuorigrotta e Bagnoli. Viene di nuovo ricostruita la Mostra d'Oltremare e i complessi industriali di Bagnoli e, con i progetti INA-Casa e IACP viene impiegato, per la ricostruzione delle periferie, un'ingente numero di architetti razionalisti. In questo periodo verranno progettati i migliori esempi di architettura razionale, quelli intervenuti sono: Franz Di Salvo, Eirene Sbrizolo, Alfredo Sbrizolo, Gerardo Mazziotti, Elio Lo Cicero, ecc. sono solo alcuni tra i realizzatori in questione.

Durante la speculazione edilizia di Achille Lauro vengono saccheggiate molte aree agricole destinate a diventare grossi quartieri satelliti dell'estrema periferia di Napoli; i progetti urbanistici vengono redatti dagli architetti sopracitati, che lavorano sempre in gruppo e suddividendo la progettazione in lotti.

Negli anni settanta vengono avviati i nuovi cantieri della metropolitana che, alla sua realizzazione, parteciparono sia ingegneri che architetti. In principio le stazioni dei Colli Aminei, Medaglie d'Oro e Vanvitelli vennero affidate a Michele Capobianco mentre, oggi, i lavori e gli ampliamenti sono affidati ad architetti di fama internazionale.

Inoltre, ricordiamo che negli anni ottanta, nella zona orientale della città, viene realizzato il Centro Direzionale su progetto urbanistico di Kenzo Tange; il resto è invece opera di architetti napoletani della nuova generazione come Massimo Pica Ciamarra, Nicola Pagliara, Alberto Izzo e altri, nel CDN c'è anche un edificio di Renzo Piano e il grattacielo più alto d'Italia: la Torre Telecom Italia.

Da non sottovalutare anche la Zona ospedaliera dove sono riuniti i principali complessi sanitari della metropoli. L'ospedale Cardarelli e il Monaldi rappresentano un'esuberante accademismo degli anni trenta, mentre, il Cutugno di Giulio De Luca è un pregevole esempio di architettura organica. Infine, il Nuovo Policlinico di Carlo Cocchia e aiuti rappresenta un esempio di architettura brutalista.

Il tempo libero ha un polo di grande attrattiva nel quartiere di Fuorigrotta. Qui sorge lo Stadio San Paolo inaugurato nel 1959 che ospita le partite di calcio del Napoli ed è stato ristrutturato per i mondiali di calcio del 1990, questo stadio è stata la casa del più celebre giocatore del Napoli: Diego Armando Maradona; la Mostra d'Oltremare realizzata nel 1940 dal fascismo per ospitare i prodotti delle colonie e diventata area espositiva di 750.000 metri quadri con 9 padiglioni per mostre e fiere, 30 sale congressuali fino a 2.000 posti, teatro al chiuso e all'aperto per complessivi 3.000 posti, due piscine, quattro campi da tennis, e che ospita numerosi eventi di portata nazionale e internazionale; il parco dei divertimenti Edenlandia più "antico" d'Italia, fondato nel 1965; il Giardino Zoologico altrimenti detto Zoo di Napoli; in più la zona ospita un bowling, un multicinema con 11 sale, fast food, sale giochi, campi di calcio, calcetto e tennis, nonché la Piscina Scandone, olimpionica, utilizzata per le gare di pallanuoto delle squadre napoletane ed utilizzata precedentemente per i Giochi del Mediterraneo del 1964. Nella zona era anche sito il Palazzetto dello Sport "Mario Argento" destinato in particolare alla pallacanestro, abbattuto nel 2005 ed in corso di ricostruzione. Le attività della pallacanestro di vertice si svolgono ora nel PalaBarbuto (5500 posti) costruito di fronte al vecchio palazzetto per permettere alle squadre napoletane di affrontare il massimo campionato e le competizioni europee. A Bagnoli, ha sede dal 1993 la Città della Scienza (museo scientifico sui generis primo in Europa), mentre nei pressi di Piazza Carlo III è presente il Real Albergo dei Poveri - che diverrà Città dei Giovani. Arterie di shopping principali nella città sono, oltre le già citate, quelle che fanno capo a Piazza dei Martiri (Via Chiaja, Via dei Mille, Via Calabritto e Via Carlo Poerio) che insieme formano la zona dello shopping con le più note firme mondiali. Altre vie dello shopping più popolari sono quelle al Vomero di Via Scarlatti, Via Luca Giordano e Via Cilea, e a Soccavo quella di Via Epomeo.

L'Università degli Studi di Napoli Federico II è la principale della città. Nata come espressione della cultura ghibellina contrapposta a quella guelfa di Bologna, fu fondata da Federico II nel 1224, ed è la terza in Italia. L'Ateneo Federiciano, che ha assunto il nome del suo fondatore con decreto del 7 settembre 1987, è comunque la più antica università statale e laica del mondo , ed è considerato uno degli atenei più prestigiosi per gli studi ingegneristici, giuridici e letterari. Fra gli altri vi ha insegnato il celebre grecista Marcello Gigante, massimo esperto dei papiri rinvenuti a Ercolano.

L'Università degli studi di Napoli "Parthenope" (IUN, o Istituto Universitario Navale sino al 2001), fu istituita nel 1920 come Regio Istituto Superiore Navale, originariamente specializzato per gli studi economici, con una particolare attenzione agli scambi commerciali internazionali. L'ateneo attualmente è composto dalle facoltà di Economia, Ingegneria, Giurisprudenza, Scienze Tecnologiche e Scienze Motorie. Per quanto riguarda le sedi ve ne sono numerose e disparate in varie zone del territorio: la centrale di Via Acton, Via De Gasperi, Villa Doria, la nuova sede di Ingegneria che si trova nel Centro direzionale, la sede d'ingegneria gestionale ad Afragola, la sede di Giurisprudenza di Nola, la sede di Torre Annunziata e la sede di Potenza.

La Seconda Università degli Studi di Napoli è stata istituita nel 1989 per decongestionare quella federiciana; è articolata in poli omogenei situati nelle città di Aversa, Capua, Caserta, Santa Maria Capua Vetere, mentre ha operativa in città una Facoltà di Medicina e Chirurgia che comprende le lauree specialistiche e gli altri corsi dell'area sanitaria. Le strutture assistenziali e didattiche sono suddivise tra il policlinico vecchio (nel centro storico) ed il nuovo Policlinico nella zona collinare (quest'ultimo è però in massima parte occupato da strutture dell'università Federico II). La sede amministrativa, tuttavia, è a Caserta e così come le facoltà, che sono nella provincia, per cui ha legami con Napoli solo per il nome e per una facoltà, anche se importante. Di fatto è università di Terra di Lavoro.

L'Università degli studi di Napoli "L'Orientale" (fino al 2002 "Istituto Universitario Orientale" o IUO, oggi UNIOR) è la più antica università di orientalistica e sinologia del continente, fu fondata nel '700 dal padre missionario Matteo Ripa come "Collegio dei Cinesi" e oggi è tra le maggiori istituzioni europee per gli studi filologici e linguistici sulle aree extra-europee. È composta dalle facoltà di lettere e filosofia, lingue e letterature straniere, Studi arabo-islamici e del Mediterraneo, scienze politiche (con un occhio di riguardo alle relazioni internazionali). Vi si insegnano numerose lingue antiche ed oltre 140 lingue moderne.

L'Università degli studi Suor Orsola Benincasa (ex Istituto Universitario omonimo, oggi UNISOB), è un libero ateneo fondato dalla religiosa Orsola Benincasa, pensatrice molto in vista nei salotti intellettuali napoletani del periodo della controriforma (inizi XVII secolo), nato come istituto superiore di magistero e tuttora specializzato negli studi umanistici e sociali, con un particolare riguardo alla tradizione educativa introdotta dalla pedagogista suor Orsola.

Napoli è inoltre sede della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale che vi opera attraverso la Sezione San Tommaso d'Aquino e la Sezione San Luigi la prima delle quali è legata al seminario arcivescovile e trae origine dalla facoltà teologica già presente nel primo ordinamento dell'ateneo federiciano nel 1224 e la seconda alla Compagnia di Gesù (gesuiti). La facoltà teologica è nata nel 1969 riunendo e lasciando distinte le due scuole.

Nel 1804 fu aperta al pubblico la Reale Biblioteca di Napoli nel Palazzo degli Studi, attualmente sede del Museo Archeologico Nazionale. Le collezioni librarie ivi ubicate erano state trasferite dalla Reggia di Capodimonte per volontà reale. Divenuta Reale Biblioteca Borbonica nel 1816, nel 1860 con l'unità d'Italia fu poi denominata Biblioteca Nazionale. Nel 1910 fu arricchita con la collezione di papiri ercolanensi ritrovati negli scavi della città vesuviana. Nel 1922 la sede dopo lungo dibattito e su suggerimento di Benedetto Croce fu spostata all'odierna sede nel Palazzo Reale in Piazza Plebiscito. Subì molti problemi durante la guerra sia per l'occupazione nazista che per quella alleata, ma i testi più preziosi furono trasferiti in località più sicure fino alla riapertura nel 1945. Oggi la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III contiene quasi due milioni di volumi, circa 20.000 manoscritti, più di 8.000 periodici, 4.500 incunaboli e 1.800 papiri ercolanensi ed è la terza in Italia per dimensioni dopo quelle centrali di Firenze e Roma. Ricca di preziosi volumi orientali (Napoli è anche sede dell'Istituto Orientale), è qui che Bernardo Bertolucci si è documentato sulle culture dell'Estremo Oriente, per poter dirigere poi il film L'ultimo imperatore, del 1987.

Oltre alle già citate Città della Scienza e all'Acquario Dohrn, di particolare interesse sono altri siti scientifici.

Il Real Orto Botanico fu voluto dai Borbone e approvato da Giuseppe Bonaparte nel 1807 durante il governo napoleonico e realizzato dagli architetti De Fazio e Paoletti. Caduto in degrado per i danni della seconda guerra mondiale, fu rimaneggiato e arricchito tra gli anni sessanta e ottanta dal direttore Aldo Merolla. Attualmente i 12 ettari di terreno ospitano 25.000 esemplari di piante di ogni genere disposte in collezioni all'aperto o in serre.

Per gli astrofili è da citare l'Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Voluto da Gioacchino Murat nel 1812, fu inaugurato nel 1819. Situato a 150 metri dal livello del mare sulla collina di Capodimonte, è impegnato nell'osservazione del Sole, delle stelle e della galassie grazie anche all'accesso ai più grandi telescopi ottici del pianeta e a quelli in orbita.

Presso la sede universitaria di Monte Sant'Angelo ha sede la Sezione di Napoli, dell'INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).

Napoli ha sempre avuto un ruolo centrale nell'arte italiana e più in generale nell'arte e l'architettura europea. Lo dimostrano le numerosissime testimonianze già citate di chiese, castelli e palazzi di epoca medievale, rinascimentale e soprattutto barocca. Nel XVIII secolo Napoli genera il neoclassicismo: in città, vennero promosse spedizioni speleologiche che comportarono il ritrovamento di Ercolano e poi di Pompei; molti di questi ritrovamenti vennero esposti a Napoli dove accorsero studiosi, curiosi ed artisti da tutto il vecchio continente.

L'Accademia di Belle Arti, fondata da Carlo III di Borbone nel 1752 come "Real Accademia di Disegno", è stata il centro dell'attività della Scuola di Posillipo nell'Ottocento ed è stata diretta da personalità quali Domenico Morelli, Francesco Saverio Altamura, Gioacchino Toma. Molte delle loro opere sono esposte nella collezione d'arte ospitata dall'Accademia. Vi si tengono oggi corsi di pittura, decorazione, scultura, scenografia, restauro, arredo urbano, e una scuola di nudo.

Storica è la tradizione del Conservatorio di Musica "San Pietro a Majella", nel cuore della città, fondato nel 1826 da Francesco I di Borbone come "Regio conservatorio di musica", e dove oggi si tengono insegnamenti per tutti gli strumenti musicali ed è ospitato un notevole museo della musica. Infine da segnalare l'offerta di teatri, una tradizione tra le più antiche d'Europa (il San Carlo risale al Settecento), che oggi annovera dodici teatri principali.

Sicuramente è anche da menzionare la tradizione artistica della Porcellana di Capodimonte. Nel 1743 Carlo di Borbone fondò la Real Fabbrica di Capodimonte dando inizio alla produzione artistica di opere conservate nel Museo di Capodimonte nella zona collinare di Napoli. Tale tradizione è ancor oggi tenuta viva grazie all'impegno di diverse fabbriche napoletane nate nella metà del 1800 e ancora operanti.

Sebbene ricca di testimonianze del passato, Napoli è anche un laboratorio e una importante vetrina internazionale dell'arte contemporanea.

Molto attivi sono i due musei di arte contemporanea della città: il PAN (Palazzo delle arti Napoli) ed il MADRE (Museo d'arte Donna Regina). Il primo, inaugurato nel 2005 nel settecentesco Palazzo Roccella in via dei Mille, è adibito ad ospitare opere ed eventi artistici di ogni tendenza. Il secondo, che ha sede nell'antico convento di Donna Regina, ristrutturato su progetto di Alvaro Siza, ospita invece una collezione permanente.

Diverse peculiarità rendono Napoli un importante laboratorio di arte contemporanea: il Metrò dell'arte, in cui le stazioni della metropolitana non vengono concepite come semplici luoghi di transito, ma come un vero e proprio spazio espositivo con opere di artisti di fama internazionale (tra questi: Joseph Kosuth, Mimmo Rotella, Mario Merz) o di artisti emergenti; inoltre ogni anno è ormai tradizione ospitare, durante il periodo natalizio in Piazza del Plebiscito, istallazioni di artisti di fama internazionale; tra questi Mimmo Paladino, Richard Serra, Rebecca Horn, Luciano Fabro ed altri.

Napoli è sede infine di altri eventi internazionali, uno fra tutti la Biennale dei giovani artisti dell'Europa e del Medirerraneo, svoltasi nel 2005 che ha visto partecipare 700 giovani artisti da paesi europei e mediterranei.

Tra le molte correnti pittoriche napoletane che si sono succedute nei secoli, di particolare rilevanza e pregio artistico sono risultate quelle del Seicento e dell'Ottocento.

Alla prima appartengono Carlo Sellitto, Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera, Bernardo Cavallino, Mattia Preti e Luca Giordano. Della seconda (la scuola di Posillipo) si ricordano invece in particolare Anton Sminck van Pitloo, Giacinto Gigante e Domenico Morelli.

La vita musicale napoletana fu molto intensa già a partire dal XV fino al XVII secolo nell'ambito della polifonia sacra e profana. Dal XVII e soprattutto nel XVIII secolo la Scuola Musicale Napoletana assunse un ruolo preminente nel campo della musica sacra e operistica con musicisti come Alessandro Scarlatti, Giovan Battista Pergolesi, Nicola Porpora.

La canzone classica napoletana, assurta a fenomeno storico nel corso delle annuali feste di Piedigrotta tra l'Ottocento e la prima metà del Novecento e con i successivi Festival della Canzone Napoletana, è oggi un patrimonio tutelato. È attivo da vari anni, presso la sede RAI di Napoli, l'Archivio Sonoro della Canzone Napoletana. Altro fenomeno musicale di particolare interesse è la cosiddetta Sceneggiata che si fonda sulla sceneggiatura di un intero spettacolo teatrale partendo da una canzone di argomento popolare, protagonista indiscusso di quest'arte fu Mario Merola.

Dagli anni '50 si diffusero i cantautori cosiddetti "Melodici" che mettevano in musica testi originali quando non poesie tradizionali in lingua napoletana, come i capolavori di Salvatore Di Giacomo. L'interprete assoluto di questo periodo della canzone napoletana è Roberto Murolo.

È comunque vasta la schiera di cantautori e musicisti che in modo moderno hanno dato e danno il loro contributo alla continuazione della tradizione musicale partenopea. Padre della nuova Napoli fu Renato Carosone, innovatore e precursore dei cambiamenti, il quale cominciò ad arricchire la melodia classica con suoni arabi, attingendo anche al miglior jazz americano. Pino Daniele, Edoardo Bennato ed Eugenio Bennato,Enzo Gragnaniello, 24 grana, Tullio De Piscopo, James Senese e i Napoli Centrale, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile, Tony Esposito e il violinista Lino Cannavacciuolo, sono solo alcuni dei musicisti "moderni" più famosi e apprezzati.

Dagli anni '80 si è affermato, tuttavia come fenomeno locale, il genere "neomelodico", la maggior parte delle canzoni trattano storie d'amore ambientate nella Napoli moderna.

Napoli è inoltre esportatrice di techno in Europa, con una scuola definita appunto "Naples Techno", fatta di artisti napoletani emigrati in paesi come l'Inghilterra e la Spagna, che lì hanno affermato il proprio stile. Molti di questi dj hanno ultimamente conosciuto il successo anche in terra natia grazie al crescente interesse del pubblico napoletano verso la techno, in particolar modo per la corrente minimal. Dalla fine degli '80 Napoli ha dato luogo a massicce produzioni di musica elettronica, trip-hop e rock alternativo. Ricordiamo il trip-hop "napoletano" degli Almamegretta, i 99 Posse, i particolari Le Loup Garou, l'industrial dei Narcolexia, la rock-dance-psichedelica dei Planet Funk il rock tribal-elettroncico dei Desideria e tantissimi altri.

Napoli è, insieme a Roma e Venezia, una delle città italiane più rappresentate nella cinematografia nazionale e internazionale: grandi registi si sono succeduti negli anni, a partire dai Fratelli Lumiere che nel 1898 effettuarono alcune delle loro prime riprese sul lungomare di Napoli (rendendola di fatto una delle città con la testimonianza cinematografica più antica), passando attraverso gli anni sessanta e settanta con i film di Mario Monicelli, Pier Paolo Pasolini, Lina Wertmuller, Vittorio de Sica, Ettore Scola, Dino Risi, Mario Mattoli, Melville Shavelson fino ad arrivare ai giorni nostri con Massimo Troisi, Mario Martone, Vincenzo Salemme, Paul Greengrass, Giuseppe Tornatore, Nanni Loy, Wes Anderson, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone.

Ambientati e girati a Napoli sono alcuni dei film storici del cinema italiano, tra i quali L'oro di Napoli, Matrimonio all'italiana e Ieri, Oggi, Domani di Vittorio De Sica e con protagonisti come Totò, Eduardo De Filippo, Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

La città di Napoli è inoltre protagonista di diverse fiction e soap opera come Un posto al sole (la prima soap prodotta in Italia, in onda da più di dieci anni e prodotta nel Centro Rai di Napoli), La squadra, La nuova squadra, Assunta Spina, Il coraggio di Angela, Giuseppe Moscati, 'O professore e altre che si sono susseguite dagli anni ottanta in poi.

Il teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città. Tra i suoi principali esponenti si citano Antonio Petito, Raffaele Viviani, Roberto Bracco, Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo e la sua compagnia composta fra l'altro dai fratelli Titina De Filippo e Peppino De Filippo, questi ultimi a loro volta autori teatrali.

Eduardo intraprese una originale attività di scrittura e recitazione teatrale, volta a portare sul palcoscenico l'anima di Napoli e dei suoi abitanti, la "napoletanità" considerata come cartina di tornasole, attraverso cui evidenziare i caratteri fondamentali dell'umanità e della società contemporanea. Tra le sue commedie più importanti ricordiamo Napoli milionaria!, Il sindaco del rione Sanità, Natale in casa Cupiello, Filumena Marturano, Uomo e galantuomo e Questi fantasmi! (tra l'altro riportata con successo sui palcoscenici di New York nel 2004, dall'attore e regista cinematografico John Turturro).

Tra gli autori contemporanei ricordiamo Roberto De Simone e Annibale Ruccello, prematuramente scomparso, cui si devono i drammi Le cinque rose di Jennifer e Ferdinando, il trio comico cabarettistico de La Smorfia composto da Enzo Decaro, Lello Arena e Massimo Troisi (quest'ultimo anche regista e sceneggiatore). Spicca inoltre il nome di Vincenzo Salemme, tra i suoi scritti Lo strano caso di Felice C., ...E fuori nevica e Premiata pasticceria Bellavista. Tradizionale maschera napoletana è inoltre la figura di Pulcinella, che, secondo Benedetto Croce, nacque nella Napoli del Seicento da un certo Puccio d'Aniello.

Il teatro massimo della città è il Teatro di San Carlo (il più capiente d'Italia con 3.000 posti ed il più antico d'Europa in attività), mentre il teatro stabile della città è il Teatro Mercadante. Altri noti palcoscenici sono il Diana, il San Ferdinando, l'Augusteo, il Sannazaro, il Bracco, il Bellini.

Grazie a questa secolare e duratura tradizione teatrale e al numero da record di teatri rispetto alle altre città italiane, la città di Napoli è stata scelta dal governo come sede delle prime tre edizioni del Festival Nazionale del Teatro che si terrà nel triennio 2007-2009.

A Napoli è nata la camorra, forma locale di criminalità organizzata, che tende a deprimere lo sviluppo delle attività commerciali e imprenditoriali cittadine.

L'origine della camorra sembra risalire ai tempi della dominazione spagnola a Napoli nel XVI secolo. La camorra nasce però ufficialmente nel 1820 col nome di Bella Società Riformata (=confederata) con una struttura più gerarchica rispetto a quella attuale. Negli anni più recenti il periodo più cupo risale forse ai decenni tra il 1970 e il 1980 quando a Napoli spadroneggiava la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che sarà poi infine sconfitta. Tra il 2004 e il 2005 la guerra tra il clan Di Lauro e gli Scissionisti per il controllo del traffico di droga nei quartieri di Scampia e Secondigliano ha prodotto più di sessanta morti (la cosiddetta "faida di Scampia"). I principali leader camorristici coinvolti sono stati assicurati alla giustizia. Appare però evidente che nella città continua a rimanere forte il controllo, quartiere per quartiere, di famiglie camorriste sempre meno in grado, e forse meno interessate di un tempo, di gestire il controllo della microcriminalità dilagante, dedite essenzialmente allo spaccio di droga e a rendere difficile lo sviluppo economico attraverso il racket o il controllo diretto delle imprese, a volte acquisite anche con la forza.

A causa della criminalità organizzata, nella città c'è uno dei tassi di omicidi più alti d'Italia (nel 2005, secondo l'Istituto Meridionale di Scienze Forensi, con 88 omicidi la provincia di Napoli è stata la più colpita ). Il tasso di rapimenti è altresì uno dei più elevati al mondo (nella sola città durante l’estate del 2006 sono stati riportati più di 750 rapimenti a scopo estorsivo). Il racket e le estorsioni sono capillarmente diffusi, fino ad emergere alla luce del giorno con il fenomeno dei parcheggiatori abusivi che controllano gran parte delle aree di parcheggio pubbliche, e che è ben tollerato ed accettato come normale dalla grande maggioranza della popolazione.

Il problema dei rifiuti è presente nella regione Campania (e dunque anche a Napoli) dal 1992. Periodicamente vi sono nella città eccedenze di rifiuti non raccolti imputabili al fatto che le discariche campane sono state usate fino alla loro saturazione, mentre si attendeva la costruzione di inceneritori. Il Decreto Legge n. 61/2007, prevede l'apertura di 5 inceneritori. I siti scelti dal governo sono Serre (Salerno), Lo Uttaro (Caserta, già in funzione), Terzigno (nel Parco nazionale del Vesuvio, Provincia di Napoli), Savignano Irpino (Avellino), e Sant'Arcangelo Trimonte (Benevento): gli abitanti della zona hanno risposto con tumulti e dimostrazioni impedendo con la forza la costruzione dell'impianto.

La raccolta differenziata nella città di Napoli si attesta su percentuali estremamente basse, nonostante ci siano cassonetti appositi nella maggior parte dei quartieri, e non è stato ancora attuato un piano concreto di raccolta porta a porta dei rifiuti, già presente anche in alcune città del Sud. La questione dei rifiuti rimane tutt'ora in attesa di soluzione ed è sotto la diretta responsabilità del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Emergenza rifiuti di Napoli Guido Bertolaso, capo della protezione civile italiana. L'emergenza rifiuti è di estrema gravità per la vivibilità e la salute dei cittadini.

A ciò si aggiunge il degrado e l'incuria visibile in diverse infrastrutture cittadine. Questo è in parte dovuto alla mancanza di manutenzione ordinaria dei manufatti cittadini da parte del Comune, in parte ad una forma di inciviltà diffusa della cittadinanza che va dall'abitudine di abbandonare cartacce ed immondizia varia per strada, al vero e proprio vandalismo, che causano in breve tempo la rovina delle opere di manutenzione straordinaria e di arredo urbano (panchine, fontane pubbliche, aree giochi per bambini, ecc.) che periodicamente vengono fatte dal Comune.

Molti nuovi progetti sono paralizzati da impedimenti dovuti ad infiltrazioni camorristiche e malavitose; l'area dismessa dell'Italsider a Bagnoli, ad esempio, o l'area delle dismesse industrie petrolchimiche nella zona orientale della città, o la mancanza di nuove infrastrutture nei quartieri periferici, come Secondigliano, Soccavo, Pianura ed altri. Il piano regolatore in vigore, per la cui approvazione sono stati necessari oltre venti anni, è stato additato da taluni osservatori come inadeguato ai bisogni abitativi della città (critica proposta dal noto architetto Aldo Loris Rossi che ipotizzerebbe un'azione di "rottamazione" degli edifici più fatiscenti).

Altri problemi riguardano la difficoltà di integrare in maniera globale i flussi migratori all'interno del suo tessuto urbano e sociale.

In viale Marconi a Fuorigrotta ha sede un Centro di produzione RAI, in cui vengono prodotti diversi programmi televisivi come la fiction La squadra, La nuova squadra e la soap opera Un posto al sole. Nel Centro di produzione di Fuorigrotta, inoltre, hanno avuto luogo le riprese di programmi comici e di intrattenimento come il Pippo Chennedy Show, L'ottavo nano o Furore.

A ciò va aggiunto il gran numero di canali televisivi regionali che hanno la propria sede nella città o nelle immediate vicinanze. Questi network sono spesso stati veri e propri trampolini di lancio per artisti divenuti poi famosi a livello nazionale. Solo per fare alcuni nomi, tra questi possiamo annoverare Biagio Izzo, Rosalia Porcaro, Alessandro Siani, Antonio e Michele. I canali regionali in Campania e a Napoli si differenziano da quelli di altre regioni italiane per una produzione fatta in maggior parte da veri e propri programmi televisivi di ogni genere. È proprio con programmi come questi (Telegaribaldi, Avanzi Popolo e Pirati, per citare i più famosi) che gli attori citati in precedenza hanno raggiunto il successo e si sono fatti notare dai produttori nazionali.

Due sono i giornali più antichi e noti di Napoli: il Roma, fondato nel 1862, e Il Mattino, fondato nel 1892 da Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao, tra i primi in città per numero di copie e diffusione dei lettori (dati ADS).

Oltre ai canali televisi privati, a Napoli hanno sede anche un ingente quantitativo di radio spesso conosciute anche a livello nazionale.

Napoli vanta una lunga tradizione sportiva che spesso ha portato a grandi successi nazionali e internazionali.

Nel calcio la massima espressione cittadina è il Napoli Calcio. Napoli aveva bisogno di qualcuno che potesse portare la squadra ai vertici del calcio italiano e mondiale, e il Napoli Calcio ha trovato un campione ideale in Diego Armando Maradona. La sua importanza sociale fu enorme: nessuna squadra del sud aveva mai vinto uno scudetto e il Napoli fu la prima squadra a battere le ricche società del nord come Juventus, Milan e Inter. Diventò l'idolo della gente, molte persone che vivevano in condizioni di povertà trovarono in lui un modo per non pensare sempre alla realtà. Con lui il Napoli calcio ha vinto due campionati (1987 e 1990), una Coppa Italia (1987), una Coppa Uefa (1989) ed una Supercoppa Italiana (1990), prima di conoscere una fase molto critica dalla quale solo ultimamente sembra essersi ripresa. La squadra ha vantato, soprattutto nel periodo aureo degli ultimi anni ottanta, la militanza nelle sue file di grandi campioni fra i quali Diego Armando Maradona, Antonio Careca, Bruno Giordano, Alemão, Ciro Ferrara, Gianfranco Zola, Fabio Cannavaro, e ai tempi d'oggi Ezequiel Ivan Lavezzi e Marek Hamsik.

Negli ultimi anni è aumentato il seguito del Napoli Basket, che nel 2006 è riuscito anche a conquistare la Coppa Italia e si è qualificato per la prima volta per l'Eurolega. Il Napoli Basket raccoglie idealmente l'eredità della Partenope Napoli, che nel 1968 conquistò la Coppa Italia e nel 1970 la Coppa delle Coppe. Purtroppo per vari problemi societari la squadra, nel Settembre del 2008, è stata condannata dalla giustizia sportiva a ripartire dalle leghe inferiori.

Nella pallacanestro femminile, la Phard Napoli ha conquistato nel 2007 il suo primo scudetto. Lo scudetto del 2007 non è però il primo della pallacanestro napoletana: nel 1941 infatti si aggiudicò il titolo la GUF Napoli.

Lunghissima la serie di successi della squadre di pallanuoto cittadine. La Rari Nantes Napoli, la Canottieri Napoli ed il Posillipo in momenti diversi hanno dominato la scena nazionale ed europea contribuendo anche, con giocatori napoletani, ai successi della nazionale.

Meritano inoltre di essere ricordati i due scudetti consecutivi della Polisportiva Partenope Rugby nel 1965 e 1966, anche se il rugby napoletano manca ormai da anni dalla massima serie.

Nella pallamano, l'Italdrink Napoli San Giorgio milita in serie B.

Nella pallavolo femminile c'è l'A.S. Orion Volley Napoli che milita in serie B2.

Nel football americano è da ricordare la Briganti Napoli che milita in Superbowl League da qualche anno.

Nel tiro a segno la Sezione di Napoli è la più titolata d'Italia e ha stabilito un primato difficilmente raggiungibile da altre società di tiro a segno, vincendo per 12 anni consecutivi (dal 1996 al 2007) il campionato italiano .

In questa tabella sono riportate le maggiori società sportive di Napoli ed i relativi trofei nazionali ed internazionali.

Folta anche la schiera di atleti napoletani che hanno regalato all'Italia titoli mondiali e olimpici. Fra i tanti nativi della provincia ricordiamo i fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale (campioni del canottaggio, sette titoli mondiali e due ori olimpici, originari di Castellammare di Stabia), il pugile Patrizio Oliva (tre titoli europei, uno mondiale e medaglia d'oro a Mosca), il judoka Giuseppe Maddaloni (medaglia d'oro a Sidney), lo schermidore Sandro Cuomo (medaglia d'oro ad Atlanta)e il nuotatore Massimiliano Rosolino (un titolo mondiale e medaglia d'oro a Sidney); anche un'altra giovanissima nuotatrice, Caterina Giacchetti, campionessa a livello europeo (quarta nei 200 m farfalla ai Mondiali di nuoto di Montreal nel 2005) si avvia a risultati di livello olimpico. Napoli, tra l'altro, ha ospitato nel 2006 i mondiali di nuoto in acque libere. La città vanta anche un' ottima tradizione nella scherma, tanto che la finale dei mondiali del 1998 fu giocata tra due napoletani: Raffaello Caserta e Luigi Tarantino: al secondo andò l'oro ma poi i due atleti divisero in parti uguali i premi in denaro, da buoni amici.

Fra le manifestazioni sportive fisse ricordiamo la maratona di nuoto Capri - Napoli, il Gran Premio Lotteria di Agnano di Trotto all'Ippodromo di Agnano ed il Giro Ciclistico della Campania.

Pizza, Vesuvio e mandolino: sono le tre famose parole magiche che si associano a Napoli nella mentalità collettiva; forse anche più note dei suoi monumenti e della sua storia. Queste espressioni della napoletanità (tra cui anche il suo territorio o i suoi paesaggi tipici) sono annoverate e riconosciute tra i più classici simboli dell'Italia nell'immaginario collettivo internazionale.

Le tradizioni napoletane sono risapute, celebrate - e a volte caricaturizzate - in tutto il mondo. Anche Pulcinella, che è una maschera napoletana, fa parte del folklore partenopeo. Non molti però conoscono la figura de o' Munaciello, allegro e dispettoso folletto, agile come un gatto, le cui intenzioni si possono dedurre dalla scazzetta nera o rossa; o ancora, la Bella M'briana, spirito del focolare domestico.

La pizza, prodotto culinario napoletano per eccellenza, si diffonde in città tra il Seicento e il Settecento senza avere tuttavia le caratteristiche attuali. Si tratta infatti inizialmente di una variante della focaccia, arricchita con basilico o strutto o alici e più tardi con pomodoro e mozzarella di bufala campana o fior di latte. Solo nell'Ottocento inizia la moda dei buongustai di pizza e la prima vera pizzeria della quale si conosce il nome fu aperta nel 1830 nella zona di Port'Alba. La ricetta classica più nota risale invece al 1889. L'Associazione "Verace Pizza Napoletana" fondata nel 1984 dai più antichi maestri pizzaioli diffonde d'allora la metodologia di produzione e degustazione della verace pizza napoletana artigianale, associando le pizzerie nel mondo che utilizzano i prodotti previsti e la corretta metodologia. Ogni anno a Napoli a settembre si svolge il Pizzafest nella sede della Mostra d'Oltremare dove si può degustare una pizza scegliendo tra le dozzine di pizzerie all'aperto.

Non si ferma certo alla pizza il vasto campionario della cucina napoletana. Necessario citare infatti almeno gli spaghetti: l'immagine tipica dell'affamato Pulcinella che s'ingozza con un piatto di spaghetti al pomodoro è tipica dell'iconografia napoletana, ed è stata ripresa anche da Totò nel suo Miseria e nobiltà. Tra i modi più tipici di cucinare gli spaghetti (o anche vermicelli) a Napoli vi è quello di condirli con le vongole. Gli spaghetti alle vongole possono essere o in bianco o col pomodoro e possono essere conditi o con vongole veraci o con lupini. Altra tradizione è quella del ragù, tipico piatto domenicale. Probabilmente derivante dal ragôut francese, il ragù napoletano (o rraù in dialetto, celebrato in una poesia di De Filippo) è una salsa di lunga ed elaborata preparazione (cinque-sei ore di cottura) fatta con pomodoro e carne di vitello o di maiale, soprattutto nel periodo di Carnevale, e va servita su pasta col buco, in particolare i tradizionali ziti.

Celeberrima è anche la tradizione dolciaria napoletana, che ha beneficiato degli influssi delle diverse corti (e rispettivi cuochi ufficiali) che si sono succedute nella città. Tra le diverse specialità la più nota è probabilmente la sfogliatella, che può essere "riccia" o "frolla" a seconda della preparazione della pasta sfoglia che la compone: realizzata nel Settecento nel monastero di Santa Rosa situato a Conca dei Marini, nei pressi di Amalfi, il ripieno è a base di crema di ricotta, semolino, vaniglia, cedro scorzette di arancia candite. Vi è poi il babà, forse di origini polacche, dolcetto fatto con pasta morbida imbevuto di sciroppo a base di limone e rum e che poi può essere ricoperto in superficie con crema pasticciera e frutta fresca. Le zeppole mangiate il giorno di San Giuseppe - e che per questo a volte sono confuse con le zeppole di San Giuseppe (bignè alla crema) - sono a Napoli morbide ciambelline ricoperte di zucchero candito.

Ci sono poi dolci legati a festività, come la pastiera che si mangia a Pasqua, fatta con pasta frolla e grano cotto nonché con ricotta, cedro, arancia e zucca candita. A Natale ci sono gli struffoli, piccole sferette fritte ricoperte di diavolilli (confettini colorati), canditi e miele, che si suppone siano stati portati dagli antichi greci (stroungolous è una parola che significa arrotondato). A Carnevale, infine, ci sono le chiacchiere, fritte e ricoperte di zucchero a velo, il migliaccio, fatto con semola, latte e ricotta, ed infine il sanguinaccio, crema in origine fatta di sangue di maiale e oggi di cioccolata aromatizzata con la cannella.

Sebbene la leggenda ritenga che il primo presepe fu realizzato da Francesco d'Assisi nel 1223, questa tradizione è tipicamente napoletana. Tra il XVII e XVIII secolo l'arte del presepe raggiunge le più alte punte artistiche. Molti esemplari sono visibili oggi nel Museo di San Martino. La tradizione è ancora viva per molti napoletani che allestiscono il presepe nelle loro case nel periodo natalizio, acquistando le statuette nella celebre Via San Gregorio Armeno dove si trovano le botteghe dei pastorai.

Benché il gioco del lotto abbia avuto origine in Italia intorno al 1539 a Genova, esso è fortemente legato alla città di Napoli, dove venne introdotto relativamente tardi, nel 1682. La forte religiosità del popolo napoletano provocò dei "problemi di morale" giacché la Chiesa lo aveva proibito, e dopo un terremoto nel 1688 fu abolito perché considerato causa della punizione divina. La passione del gioco tuttavia ebbe la meglio, il lotto fu reintrodotto e la monarchia credette opportuno regolamentarlo per trarne i dovuti profitti. Ogni sabato le estrazioni si tenevano dinanzi alla Gran Corte dei Conti e con due testimoni del popolo al Palazzo della Vicaria. Il lotto, ufficiale e non, provocò la reazione degli intellettuali, tra cui Matilde Serao che nel suo Il ventre di Napoli criticò in due capitoli appositi la degradazione apportata dal gioco al popolino. Rimane tuttavia legata a Napoli la tradizione della smorfia. Il termine, derivante da "Morfeo", il dio greco dei sogni, si riferisce all'abitudine di giocare numeri "ricevuti" in sogno. Questi numeri non sono quasi mai ricevuti esplicitamente, ma elaborati in base a un sistema che affonda le sue origini nella Cabala ebraica e che stabilisce che per ogni evento, azione o personaggio sognato corrisponde un numero. Numerosi sono i libri che permettono di stabilire questa corrispondenza. Oggi i numeri più celebri sono quelli legati alla tombola, sorta di lotto casalingo giocato soprattutto nel periodo natalizio, e da cui ha preso tra l'altro ispirazione l'attuale gioco del Bingo.

Legato alla smorfia è il Munaciello, lo spirito demoniaco ma a volte anche benigno che ha dominato le storie e le leggende napoletane per secoli, e che ancora oggi è temuto e rispettato dai napoletani più tradizionalisti. A volte il munaciello dà a colui che ha avuto la casa infestata dalla sua presenza i numeri da giocare al lotto, ma bisogna tenere il segreto e non confidarlo ad altri. A volte si limita a fare dispetti, ma altre volte ancora porta la gente alla follia e alla morte. Matilde Serao racconta la leggenda sull'origine di questo essere: sembra sia stato il frutto di una relazione tra una giovane della borghesia aragonese (tale Catarinella Frezza) e un popolano, Stefano Mariconda. La relazione, osteggiata dalla famiglia di lei, portò all'uccisione di Stefano e alla chiusura in convento di Catarinella, che ebbe però un figlio, storpio, che le monache vestirono da frate per nasconderne le deformità. Sarebbe dunque questo 'o munaciello. Altri dicono che il munaciello era l'amministratore dei pozzi della città, le cui acque spesso avvelenava. La popolarità di questo personaggio ha portato De Filippo a scrivere uno dei suoi capolavori teatrali Questi fantasmi, e sull'argomento sono stati scritti altri spettacoli.

Numerose altre leggende napoletane sono comunque raccolte dalla Serao nel suo Leggende napoletane e nel volume di Benedetto Croce Storie e leggende napoletane.

Il folclore napoletano è fortemente legato alla religiosità popolare, in particolare domina il culto dei santi e della Madonna, cui viene attribuito di volta in volta un suffisso diverso a seconda della particolare statua, icona o chiesa cui il fedele si riferisce. Numerose sono le edicole votive nei vicoli del centro storico. Ad una di queste edicole è legata la tradizione della Madonna dell'Arco, nome che deriva da un'edicola votiva di Sant'Anastasia che rappresenta una Madonna detta "dell'arco" perché questo borgo alle porte di Napoli era contraddistinto dalle arcate di un antico acquedotto romano. Il lunedì di Pasqua del 1450, a quanto si racconta, un giovane che giocava a palla-maglio scagliò irato la palla contro l'immagine della Madonna, che iniziò a sanguinare. In seguito, si è ripetuto un numero enorme di miracoli aventi come protagonista quell'immagine della Madonna (nel 1849 fu visitata da papa Pio IX) e ogni anno nelle vicinanze di Pasqua si tengono cortei di supplicanti e adoranti che culmina il lunedì di Pasqua dinanzi all'immagine della Madonna, dove i cosiddetti fujenti ("coloro che corrono" in napoletano) implorano in modo colorito l'immagine. Uno dei santi più amati è poi Giuseppe Moscati, canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 1987: giovane e valente medico dell' Ospedale degli Incurabili, Moscati fu stimato da tutti i poveri e i miserabili che si recavano a casa sua per farsi visitare privatamente spesso senza retribuzione. Medico e ricercatore illustre, fu dominato da un'incrollabile fede che trasfuse anche a colleghi quali Pietro Castellino e Leonardo Bianchi.

Infine discorso a parte va fatto per San Gennaro, il santo patrono della città (il cui vero nome era Ianuario, perché appartenente alla Gens Ianuaria), martirizzato nel 305 sotto Diocleziano. Il suo sangue fu raccolto in un'ampolla, e nel 431 a quanto sembra per la prima volta si sciolse improvvisamente per poi ricoagularsi. Questo avvenimento è stato testimoniato storicamente nel 1389 per la prima volta, e si è ripetuto fino ad oggi, salvo alcune "interruzioni" che secondo la tradizione corrispondono a gravi sciagure per la città. Oggi il miracolo si compie tre volte l'anno: in primo luogo il 19 settembre, giorno del martirio; poi la vigilia della prima domenica di maggio (quando le sue spoglie furono traslate da Benevento a Napoli), ed infine il 16 dicembre, anniversario del suo più famoso miracolo, avvenuto nel 1631, quando i Napoletani condussero la statua del santo al Ponte della Maddalena e la lava del Vesuvio in eruzione si fermò salvando la città. Il miracolo del sangue è stato oggetto di varie contestazioni in ambiente scientifico secondo le quali il sangue sarebbe un liquido simile a gel, dotato cioè di proprietà tissotropiche, che lo porta quindi a sciogliersi se mosso meccanicamente. Il popolo rimane però ancora legato al miracolo e al santo, e resta celebre la frase comparsa sui muri della città quando il Concilio Vaticano II decretò culto di ambito unicamente locale quello del santo: San Genna', futtatenne! (San Gennaro, fregatene!).

Il tessuto urbano e la particolare morfologia della città, con le sue vie spesso strette e le numerose zone crateriche e collinari hanno sempre reso il problema dei trasporti di scottante attualità. Inoltre la colpevole mancanza di parcheggi pubblici (sia di superficie sia, soprattutto, sotterranei) e un diffuso atteggiamento di irrispettosità del codice stradale da parte della gran parte degli abitanti della città, rendono la mobilità dei veicoli su gomma piuttosto caotica e difficoltosa, oltre che lenta e inquinante.

Dalla città si dipartono l'autostrada del Sole verso Nord, la A3 verso Sud (in corso di ampliamento nel suo tratto più vicino a Napoli) e la A16 verso l'Adriatico.

La Tangenziale di Napoli (250.000 transiti in media al giorno) decorre lungo la parte esterna della città attraversandone le colline con varie gallerie. Essa è una società per azioni privata; per l'attraversamento di essa è richiesto un pedaggio. Attraversa quasi tutti quartieri tranne il centro storico, Posillipo, Chiaia e San Ferdinando, e vi sono presenti 7 stazioni di servizio con punti ristoro e carburante. Si autodefinisce "la prima autostrada urbana in Italia" nonché, per la sua panoramicità (in alcuni punti arriva fino a 400 metri d'altezza) fu definita dalla rivista "Quattroruote" la "tangenziale più panoramica d'Italia". La Tangenziale di Napoli consta di 14 uscite su entrambi i lati anche se in alcuni casi all'uscita vera e propria, seguono 2 o 3 diramazioni o raccordi sempre facenti parte della tangenziale. Fornisce ai cittadini, tramite un sito, la condizione attuale del traffico in tempo reale, grazie a tredici telecamere installate vicino ad ogni uscita/entrata e con i suoi numerosi segnali luminosi, display che indicano traffico, incidenti o lavori ad ogni entrata, piazzole di emergenza e stazioni di servizio può essere considerata un asse viario all'avanguardia.

Nella città sono presenti vari raccordi che collegano le parti basse a quelle collinari che altrimenti sarebbero troppo complicate da raggiungere tramite i normali assi viari. Inoltre esistono ottimi collegamenti con la periferia come l'Asse mediano, l"asse di supporto" e la Circonvallazione esterna. Quest'ultima è una strada provinciale che circonda la città sul suo bordo più esterno ed è costellata di raccordi per tangenziale, autostrade e comuni limitrofi.

Il porto di Napoli (di cui fa parte il molo Beverello) è uno dei più importanti della penisola, primo in assoluto per numero di passeggeri totali (oltre 9.000.000 di passeggeri nel 2006 , secondo dopo Civitavecchia per numero di croceristi previsti per il 2007 (1.250.000) insieme a Venezia, tra i maggiori anche come traffico merci con oltre 22 milioni di tonnellate di merci e circa 440.000 container nel 2005 .

L'aeroporto di Napoli-Capodichino, sebbene limitato nel suo sviluppo dall'eccessiva vicinanza alla città, è stato nel 2005 il sesto d'Italia per numero di passeggeri dopo Fiumicino, i due scali milanesi, Venezia e Catania .

La stazione ferroviaria di Napoli Centrale sbocca su Piazza Garibaldi. Altre due stazioni, Mergellina e Campi Flegrei rispettivamente nel quartiere Chiaia e Fuorigrotta sono usate per le ferrovie nazionali, ma verranno presto dismesse da questo uso e attraversate esclusivamente dai treni della metropolitana. Per quanto riguarda la rete ferroviaria, Napoli è stato il primo capoluogo di regione ad essere raggiunto dalla linea dell'alta velocità proveniente da Roma. Altro scalo importante è la Stazione Napoli Garibaldi.

Negli ultimi anni si è individuata la metropolitana come unica soluzione possibile al traffico cittadino. In ciò Napoli ha potuto ricollegarsi ad un'antica e solida tradizione: la città fu infatti la prima in Italia a dotarsi di una ferrovia: la Napoli-Portici del 1839, primo tratto della Napoli - Nocera mentre con il passante ferroviario del 1925 (attuale linea 2) si trovò ad essere la prima città italiana dotata di un servizio ferroviario sotterraneo di tipo metropolitano, anche se dal 1889 era già in funzione la Ferrovia Cumana, anch'essa sotterranea ed espletante un servizio per certi versi metropolitano. Attualmente sono in avanzata fase di completamento otto linee di metropolitana regionale (con altre due in corso di approvazione) che porteranno Napoli, entro il 2011 ad avere una rete di trasporti metropolitani su ferro di 10 linee (4 di metropolitane urbane e 6 di ferrovie regionali viaggianti sulle reti della Ferrovia Cumana, Circumflegrea, Circumvesuviana, Alifana (oggi MetroCampania Nord-Est), interconnesse tra loro e con le quattro funicolari, con parcheggi di interscambio nelle zone periferiche e comprensiva di più di 100 stazioni (al momento 60) su tutta la superficie comunale . La Linea 1 (anche detta Metrò dell'Arte) è caratterizzata dalla presenza, in numerose stazioni, di opere d'arte contemporanea, copie a grandezza naturale di statue classiche, marmoree della collezione Farnese e altre in bronzo (stazione Museo). Entro il 2009 verrà completata la stazione Municipio (realizzata da Alvaro Siza), che ingloberà al suo interno una nave romana ritrovata durante gli scavi per la sua costruzione. È in corso inoltre la ristrutturazione della stazione centrale di Piazza Garibaldi e della stessa piazza (su progetto di Dominique Perrault) ed è in fase di ultimazione quella della stazione di Montesanto, capolinea delle linee Cumana e Circumflegrea (progettata da Silvio D'Ascia).

Oltre alla rete metropolitana, sono presenti quattro funicolari.

La città ha da sempre avuto una lunga tradizione per quanto riguarda i tram. Ultimamente i vecchi tram sono stati tutti sostituiti con mezzi più moderni e all'avanguardia su modello di quelli francesi: tra le caratteristiche vi sono porte larghe e pianale ribassato, cose che permettono una maggiore accessibilità oltre che salite e discese più rapide alle fermate. Riguardo i bus, a causa della particolare morfologia cittadina, si sono dovute sviluppare soluzioni alternative come mini-bus che riescono agevolmente ad accedere nei vicoli e nelle strade più strette, e bus con un punto di snodo al centro, capaci di portare il doppio dei passeggeri senza andare incontro a ostacoli dovuti all'eccessiva lunghezza del mezzo. In effetti a partire dagli anni novanta il parco vetture dell'ANM, l'azienda napoletana di mobilità e di altre aziende di trasporto operanti in Campania è oggetto di un continuo rinnovamento: sono stati acquistati in particolare autobus a metano, elettrici e filobus che hanno sostituito le vetture in uso dagli anni sessanta. Anche le linee sono oggetto di continue modifiche che seguono la realizzazione delle linee di metropolitana, in virtù della partecipazione dell'Anm, insieme ad altre aziende di trasporto operanti in Campania, al Consorzio Unicocampania che gestisce l'integrazione tariffaria e intermodale in Campania: molte delle vecchie linee su cui erano impiegati bus ingombranti che attraversavano strade anguste, tortuose e ripide sono state sostituite da linee più brevi con mezzi più agili le quali gravitano, per lo più, intorno alle stazioni delle metropolitane: a queste ultime è affidata in pratica la lunga percorrenza. In alcune fermate dei bus e dei tram è presente una pensilina illuminata in vetro e acciaio (di recente progettazione) con informazioni generiche e mappa della città. Inoltre sono presenti display che indicano l'orario di arrivo di ogni mezzo e le ultime notizie Ansa.

Fino al 2005, Napoli era suddivisa in 30 quartieri, che formavano 21 circoscrizioni. Con una serie di deliberazioni del consiglio comunale, la città è stata poi suddivisa in 10 municipalità di circa centomila abitanti, con un presidente eletto direttamente dal corpo elettorale, una giunta ed un consiglio della municipalità di 31 consiglieri.

Le prime elezioni per i Presidenti e i consigli delle nuove Municipalità si sono svolte il 28 e il 29 maggio 2006, contestualmente all'elezione del Sindaco e del consiglio comunale.

Tutti i codici di avviamento postale di Napoli suddivisi per quartieri e zone (il CAP generico è 80100).

La città è inoltre sede di numerosi consolati concentrati per la maggior parte nei quartieri Chiaia, Posillipo e Porto. Una nota particolare riguarda il "consolato" degli Stati Uniti d'America che in realtà espleta funzioni di ambasciata civile e militare.

Ingresso della Galleria Principe di Napoli.

Per la parte superiore



Inceneritore

Inceneritore di Vienna, decorato da Friedensreich Hundertwasser, collegato ad una rete di distribuzione di calore.

Gli inceneritori sono impianti principalmente utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti mediante un processo di combustione ad alta temperatura (incenerimento) che dà come prodotti finali un effluente gassoso, ceneri e polveri.

Negli impianti più moderni, il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti viene recuperato e utilizzato per produrre vapore, poi utilizzato per la produzione di energia elettrica o come vettore di calore (ad esempio per il teleriscaldamento). Questi impianti con tecnologie per il recupero vengono indicati col nome di inceneritori con recupero energetico, o più comunemente termovalorizzatori.

Il termine termovalorizzatore, seppur di uso comune, è talvolta criticato in quanto sarebbe fuorviante. Infatti, secondo le più moderne teorie sulla corretta gestione dei rifiuti gli unici modi per "valorizzare" un rifiuto sono prima di tutto il riuso e poi il riciclo, mentre l'incenerimento (anche se con recupero energetico) costituisce semplice smaltimento ed è dunque da preferirsi alla sola discarica di rifiuti indifferenziati. Si fa notare che il termine non viene inoltre mai utilizzato nelle normative europea e italiana di riferimento, nelle quali si parla solo di "inceneritori".

A queste si possono aggiungere categorie particolari come i fanghi di depurazione, i rifiuti medici o dell'industria chimica.

Vi è poi una grande quantità di rifiuti non inceneribili (classificati "inerti") provenienti da costruzioni e demolizioni: questi costituiscono una percentuale di circa il 25% del totale, pari a ~30 milioni di tonnellate l'anno (dati 2001).

Prima di procedere all'incenerimento i rifiuti possono essere trattati tramite processi volti a eliminare i materiali non combustibili (vetro, metalli, inerti) e la frazione umida (la materia organica come gli scarti alimentari, agricoli, ecc...). I rifiuti trattati in questo modo sono definiti CDR (ovvero combustibile derivato dai rifiuti) o più comunemente ecoballe.

In Europa sono attivi attualmente (al 2002) 354 impianti di termovalorizzazione/incenerimento, in 18 nazioni. In alcune situazioni, impianti di questo genere sono da tempo inseriti in contesti urbani, ad esempio a Vienna, Parigi, Londra, Copenaghen. Paesi quali Svezia (circa il 45% del rifiuto viene incenerito), Svizzera (~100%), Danimarca (~50%) e Germania (~20%) ne fanno largo uso; in Olanda (in particolare ad Avr e Amsterdam) sorgono alcuni fra i più grandi inceneritori d'Europa, che permettono di smaltire fino a un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti all'anno (~33% del totale). In Olanda comunque la politica – oltre a porsi l'obiettivo di ridurre il conferimento in discarica di rifiuti recuperabili – è quella di bruciare sempre meno rifiuti a favore di prevenzione, riciclo e riuso (ad esempio mediante incentivi, come cauzioni e riconsegna presso i centri commerciali sul riutilizzo delle bottiglie di vetro e di plastica).

Di contro altri paesi europei ne fanno un uso molto limitato o nullo: Austria (~10%), Spagna e Inghilterra (~4-7%), Finlandia, Irlanda e Grecia (0%) sono esempi in tal senso.

In Italia l'incenerimento dei rifiuti è una modalità di smaltimento minoritaria, ma comunque nella media dei paesi europei (si vedano i quantitativi trattati indicati nella tabella a lato), anche a causa dei dubbi che permangono sulla nocività delle emissioni nel lungo periodo e delle conseguenti resistenze della popolazione: la maggior parte dei circa 3,5 milioni di tonnellate di combustibile da rifiuti italiani viene incenerita in impianti del Nord, e il totale nazionale ammonta a circa il 12% sul totale dei rifiuti solidi urbani.

A Brescia, in prossimità della città, c'è uno dei termovalorizzatori più grandi d'Europa (ca. 750 000 tonnellate l'anno: il triplo di quello di Vienna) che soddisfa da solo circa un terzo del fabbisogno di calore dell'intera città (1100 GWh/anno). Il termovalorizzatore di Brescia, nonostante sia stato coinvolto in due violazioni di direttive europee, delle quali una a livello nazionale riguardante il CIP 6, sfociate anche in una condanna da parte dell'Unione Europea, nell'ottobre 2006 è stato proclamato «migliore impianto del mondo» dal WTERT (Waste-to-Energy Research and Technology Council), una associazione formata da tecnici, scienziati ed industrie di tutto il mondo.

Da notare che la produzione di RSU della provincia di Brescia è minore della capacità dell'impianto, per cui per far funzionare a pieno regime i forni devono essere reperite circa 200 000 tonnellate l'anno di rifiuti di altra provenienza e/o tipologia.

A Trezzo sull'Adda, in provincia di Milano, c'è uno dei più moderni termovalorizzatori in esercizio in Europa. Nel resto del settentrione sono diffusi principalmente piccoli impianti a scarso livello tecnologico con basso rendimento, per i quali sono necessari dei rammodernamenti (come a Desio, Valmadrera e Cremona).

Tuttavia, anche impianti ristrutturati ed "adeguati" di recente, presentano a volte emissioni fuori norma: nel gennaio 2008 l'inceneritore di Terni (ristrutturato nel 1998) è stato posto sotto sequestro in quanto i gestori (la società ASM), avrebbero nascosto emissioni gassose e nelle acque di scarico pesantemente fuori norma con alte concentrazioni di mercurio, cadmio, diossine, acido cloridrico. Sarebbero inoltre stati bruciati in più occasioni persino rifiuti radioattivi di origine ospedaliera e non solo.

In Italia la gestione dei rifiuti è più problematica e và differenziandosi da regione a regione. L'infiltrazione della criminalità e traffici illeciti come la cattiva gestione della cosa pubblica rende difficile la gestione del problema rifiuti in alcune regioni meno "virtuose". Gli interessi sono tali da aver impedito qualunque soluzione diversa dalle discariche mal gestite e poco controllate: quindi sia la raccolta differenziata che il ripiego sugli inceneritori sono a tutt'oggi a livelli marginali e la stessa realizzazione di discariche a norma ha presentato problemi. Tale precaria situazione ha portato a numerose emergenze sul fronte smaltimento dei rifiuti specialmente in Campania.

Gli inceneritori più diffusi in Europa sono del tipo "a griglie". Trattandosi sostanzialmente di impianti che sfruttano il calore sviluppato dalla combustione, non è importante solo il tonnellaggio di combustibile (i rifiuti), ma anche il suo potere calorifico, ovvero il calore sviluppato durante la combustione (in genere pari a circa 9000-13000 MJ/t). In altre parole, un inceneritore progettato (ed autorizzato) per bruciare 100000 t di rifiuti con potere calorifico di 13000 MJ/t, può arrivare a bruciare anche il 45% in più se i rifiuti hanno potere calorifico di 9000 MJ/t.

In funzione della specifica tecnologia adoperata nella camera di combustione primaria, è possibile distinguere le seguenti tipologie di inceneritore.

Questi inceneritori possiedono un grosso focolare, con griglie metalliche normalmente a gradini formate da barre o rulli paralleli. La griglia può essere mobile o fissa e in diverse zone vengono raggiunte differenti temperature che permettono un più graduale riscaldamento. È presente anche un sistema di raffreddamento. Oltre alla normale combustione primaria, viene effettuata anche una combustione secondaria, ottenuta con un'ulteriore insufflazione d'aria che genera una notevole turbolenza, permettendo di migliorare il miscelamento aria-combustibile. Le ceneri prodotte vengono raccolte e raffreddate in vasche piene d'acqua.

Gli inceneritori più vecchi e impiantisticamente più semplici consistevano in una camera di mattoni con una griglia posta rispettivamente sopra e sotto la raccolta delle ceneri. Mentre quella posta superiormente, e avente una apertura in cima o lateralmente, veniva utilizzata per caricare il materiale da bruciare, quella inferiore permetteva la rimozione del residuo solido incombusto tramite l'apertura laterale.

In confronto con le altre tipologie di inceneritori, gli impianti con griglie mobili sono quelli maggiormente sfruttati per i rifiuti urbani e permettono, grazie al movimento dei rifiuti all'interno della camera di combustione, una ottimizzazione della combustione stessa. Una singola griglia è in grado di trattare più di 35 t/h di rifiuti e può lavorare 8.000 ore l'anno con una sola sospensione dell'attività, per la durata di un mese, legata alla manutenzione e controlli programmati. Una parte dell'aria necessaria alla combustione primaria viene fornita dal basso della griglia e questo flusso viene anche sfruttato per raffreddare la griglia stessa. Il raffreddamento è importante per il mantenimento delle caratteristiche meccaniche della griglia, e molte griglie mobili sfruttano anche il raffreddamento tramite un flusso interno di acqua. L'aria necessaria alla combustione secondaria viene immessa ad alta velocità superiormente alla griglia e ha lo scopo di portare a completamento la reazione di combustione, realizzando una condizione di eccesso di ossigeno e una turbolenza che assicura un mescolamento ottimale di combustibile e comburente.

È da notare però che alle griglie è legato un certo insieme di problematiche tecniche tra le quali spicca il deposito di polveri, con la necessità di un certo livello di manutenzione periodica programmata.

La combustione a letto fluido è ottenuta inviando dal basso un forte getto di aria attraverso un letto di sabbia. Il letto quindi si solleva, mentre le particelle si mescolano e sono sotto continua agitazione. A questo punto vengono introdotti i rifiuti e il combustibile. Il sistema sabbia/rifiuto/combustibile viene mantenuto in sospensione sul flusso di aria pompata e sotto violento mescolamento e agitazione, assumendo in tale modo caratteristiche simil-fluide (da cui il letto fluido). Questo processo, detto fluidizzazione, ha l'effetto di diminuire la densità del sistema in oggetto pur senza alterarne la natura originaria. Tutta la massa di rifiuti, combustibile e sabbia circola completamente all'interno della fornace. La tecnologia a letto fluido è di comune utilizzo nell'ambito dell'ingegneria chimica, e viene utilizzata ad esempio anche in reattori per attuare la sintesi chimica e nell'ambito della petrolchimica.

Una camera di combustione a letto fluido permette di ridurre le emissioni di ossidi di zolfo (SOx) mescolando calcare o dolomite in polvere alla sabbia: in tal modo infatti lo zolfo non viene ossidato formando gas, bensì precipita sotto forma di solfato. Tra l'altro, tale precipitato caldo permette di migliorare lo scambio termico per la produzione di vapor acqueo. Dato che il letto fluido consente anche di operare a temperature inferiori (800 °C), operando a tali temperature è possibile ridurre le emissioni di ossidi di azoto (NOx).

Uno studio comparativo ha confrontato le emissioni di polveri sottili, caratterizzandone dimensione, composizione e concentrazione, e di elementi traccia relativamente all'utilizzo di una camera a griglie e di una camera a letto fluido (FBC) a monte dei sistemi di filtraggio. È emerso che le emissioni di particelle con diametro inferiore a 1 µm (PM1) sono approssimativamente quattro volte maggiori nel caso delle griglie, con valori di 1-1,4 g/Nm3 (grammi al normalmetrocubo) contro i 0,25-0,31 g/Nm3 del letto fluido. È stata misurata anche la quantità totale media di ceneri prodotte, che è risultata essere di 4,6 g/Nm3 nel caso del letto fluido e di 1,4 g/Nm3 nel caso delle griglie.

Il letto fluido ha il vantaggio di richiedere poca manutenzione e ovviamente, data la particolare costituzione, non necessita di componenti in movimento. Possiede anche un rendimento leggermente superiore rispetto ai forni a griglia, ma richiede combustibile a granulometria piuttosto omogenea.

Le tipologie di letto fluido più sfruttate rientrano principalmente in due categorie: sistemi a pressione atmosferica (fluidized bed combustion, FBC) e sistemi pressurizzati (pressurized fluidized bed combustion, PFBC). Questi ultimi sono in grado di generare un flusso gassoso ad alta pressione e temperatura in grado di alimentare una turbina a gas che può realizzare un ciclo combinato ad alta efficienza.

Gli impianti a forno rotativo hanno utilizzo di elezione nell'ambito dello smaltimento dei rifiuti industriali e speciali, ma possono anche essere utilizzati per i RSU. Si hanno due camere di combustione: la camera di combustione primaria consiste in un tubo cilindrico costruito in materiale refrattario e inclinato di 5-15°, il cui movimento attorno il proprio asse di rotazione viene trasmesso ai rifiuti. La rotazione fa accumulare all'estremità del cilindro le ceneri e il resto della frazione non combusta solida, che viene infine raccolta all'esterno. I gas passano invece in una seconda camera di combustione stavolta fissa. La camera di combustione secondaria è necessaria per portare a completamento le reazioni di ossidazione in fase gassosa.

In relazione alla pericolosità del rifiuto trattato, le emissioni gassose possono richiedere un più accurato sistema di pretrattamento prima dell'immissione in atmosfera. Molte particelle tendono a essere trasportate insieme con i gas caldi, per questo motivo viene utilizzato un "post-bruciatore" dopo la camera di combustione secondaria per attuare una ulteriore combustione. Un semplice diagramma schematico di un forno rotativo è questo.

Il nome di questa tecnologia è legato al passaggio su più focolari del materiale da trattare. I rifiuti vengono trasportati attraverso la fornace muovendo una dentatura meccanica che fa parte di braccia agitanti montate su un asse centrale rotante che si estende a una certa altezza dal focolare. I rifiuti in entrata vengono caricati da una estremità, mentre i residui della combustione vengono asportati dall'altra estremità. Il carico/scarico dei rifiuti viene ripetuto automaticamente secondo il numero di focolari presenti. Un modello specifico è il forno di pirolisi a piani, studiato in origine per l'incenerimento di fanghi di varia natura (inclusi i fanghi biologici inattivati) ed occasionalmente usato nell'incenerimento di RSU che abbiano buone caratteristiche di trasporto.

Con questo metodo, oltre ai rifiuti industriali e solidi urbani, è possibile trattare anche fanghi di varia origine.

Negli impianti più moderni, il calore sviluppato durante la combustione dei rifiuti viene recuperato e utilizzato per produrre vapore, poi utilizzato per la produzione di energia elettrica o come vettore di calore (ad esempio per il teleriscaldamento). Il rendimento di tali impianti è però molto minore di quello di una normale centrale elettrica, poiché i rifiuti non sono un buon combustibile per via del loro basso potere calorifico, e le temperature raggiunte in camera di combustione sono inferiori rispetto alle centrali tradizionali. Talvolta per aumentare l'efficienza della combustione insieme ai rifiuti viene bruciato anche del gas metano.

L'indice di sfruttamento del combustibile di inceneritori e centrali elettriche può essere aumentato notevolmente abbinando alla generazione di energia elettrica il teleriscaldamento, che permette il recupero del calore prodotto che verrà poi utilizzato per fornire acqua calda. Tuttavia non sempre il calore recuperato può essere effettivamente utilizzato per via delle variazioni stagionali dei consumi energetici; ad esempio, in estate lo sfruttamento del calore può calare notevolmente, a meno che non siano presenti attrezzature che permettano di sfruttarlo per il raffreddamento.

Oggi gran parte degli inceneritori sono dotati di qualche forma di recupero energetico ma va rilevato che solo una piccola minoranza di impianti è collegata a sistemi di teleriscaldamento e pertanto viene recuperata solo l'elettricità.

L'efficienza energetica di un termovalorizzatore è variabile tra il 19 e il 27% se si recupera solo l'energia elettrica ma aumenta molto col recupero del calore (cogenerazione). Ad esempio, nel caso dell'inceneritore di Brescia si ha un rendimento del 26% in produzione elettrica e del 58% in calore per teleriscaldamento, con un indice di sfruttamento del combustibile dell'84%. A titolo di confronto una moderna centrale termoelettrica a ciclo combinato, il cui scopo primario è ovviamente quello di produrre elettricità, ha una resa del 57% per la produzione elettrica, e se abbinata al teleriscaldamento raggiunge l'87%. Tipicamente per ogni tonnellata di rifiuti trattata possono essere prodotti circa 0,67 MWh di elettricità e 2 MWh di calore per teleriscaldamento.

Volendo invece confrontare il rendimento energetico delle varie tecnologie di trattamento termico dei rifiuti, il discorso è molto più complesso, meno documentato e fortemente influenzato dal tipo di impianto. In linea di massima le differenze sono dovute al fatto che, mentre in un inceneritore i rifiuti vengono direttamente bruciati ed il calore viene usato per produrre vapore, negli impianti di gassificazione/pirolisi i rifiuti vengono invece convertiti parzialmente in gas (syngas) che può essere poi utilizzato in cicli termodinamici più efficienti, come ad esempio un ciclo combinato sopra richiamato. La possibilità di utilizzare diversi cicli termodinamici permette a tali impianti maggiore flessibilità nella regolazione dei rapporti fra produzione di calore e di elettricità, rendendoli meno sensibili alle variazioni stagionali dei consumi energetici (in altre parole d'inverno si può produrre più calore e d'estate più elettricità).

L'incenerimento dei rifiuti produce scorie solide pari circa al 10-12% in volume e 15-20% in peso dei rifiuti introdotti, e in più ceneri per il 5%.Gran parte della massa immessa nei forni viene infatti combusta ottenendo dei fumi che verranno opportunamente pretrattati prima di essere emessi dal camino.

Le scorie sono generalmente smaltite in discarica e costituiscono una grossa voce di spesa. Tuttavia, possono rivelarsi produttive: un esempio di riciclaggio di una parte delle scorie degli inceneritori è l'impianto BSB di Noceto, nato dalla collaborazione fra CIAl (Consorzio Imballaggi Alluminio) e Bsb Prefabbricati; qui si trattano le scorie provenienti dai termovalorizzatori gestiti dalle società Silea S.p.A. (impianto di Lecco) e Hera (impianti di Rimini, Ferrara, Forlì, Ravenna) con 30.000 tonnellate di scorie l'anno da cui si ricavano 25.000 tonnellate (83%) di materiale destinato alla produzione di calcestruzzo, 1.500 tonnellate (5%) di metalli ferrosi e 300 tonnellate (1%) di metalli non ferrosi di cui il 65% di alluminio. Infine, circa l'11% delle scorie non può essere recuperato.

Le scorie e le ceneri vengono caricate su un nastro trasportatore; i rottami ferrosi più consistenti sono subito raccolti, quelli più piccoli vengono rimossi poi con un nastro magnetico. Appositi macchinari separano dal resto i rimanenti metalli a-magnetici (prevalentemente alluminio); tutto il resto, miscelato con opportune dosi di acqua, inerti, cemento e additivi, e reso così inerte, va a formare calcestruzzo subito adoperato per la produzione di elementi per prefabbricati. Con un trattamento di questo genere, si riduce la necessità della discarica in seguito al trattamento nell'inceneritore in quanto ultimo anello della catena di gestione dei rifiuti, dal momento che le scorie pesanti risultano praticamente costituite solamente da sostanza organica o coke incombusti in ragione di una percentuale variabile dal 3,5% al 10-15%. A titolo di confronto, si segnala che il solo inceneritore di Brescia produce circa 240.000 tonnellate di scorie.

Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato la tossicità dei calcestruzzi contenenti scorie, anche se con tecniche opportune la si può ridurre significativamente: sono ancora in corso degli studi. Non è noto il bilancio energetico totale (e le relative emissioni) di queste procedure ed in che quota questo eroda il recupero energetico della filiera di trattamento dei rifiuti mediante incenerimento.

Un'altra tecnologia che si sta sperimentando è la vetrificazione delle ceneri con l'uso della torcia al plasma. Con questo sistema si rendono inerti le ceneri, risolvendo il problema dello smaltimento delle stesse come rifiuti speciali, inoltre si studia la possibilità di un loro riutilizzo come materia prima per il comparto ceramico e cementizio.

Esistono alcune alternative ai classici inceneritori, attualmente però poco diffuse in Europa.

Un'alternativa a tutti gli impianti di incenerimento per combustione sono i gassificatori (da non confondersi coi rigassificatori) e gli impianti di pirolisi. In tali impianti i rifiuti vengono decomposti termochimicamente mediante l'insufflazione di una corrente di azoto (nei gassificatori anche ossigeno) ad elevate temperature, ottenendo come prodotti finali un gas combustibile (detto syngas) e scorie solide. In pratica mentre negli inceneritori il materiale viene riscaldato in presenza di ossigeno e avviene una combustione che genera calore e produce composti gassosi ossidati, negli impianti di pirolisi lo stesso riscaldamento viene effettuato in assenza totale di ossigeno e il materiale subisce la scissione dei legami chimici originari con formazione di molecole più semplici. La gassificazione, che avviene in presenza di una certa quantità di ossigeno, può essere considerata come una tecnologia intermedia tra l'incenerimento e la pirolisi propriamente detta.

Esistono numerosi processi basati su pirolisi e gassificazione, più o meno diffusi e collaudati, che differiscono fra loro per tipo di rifiuto trattato, per emissioni e per prodotti di risulta (liquidi, gassosi, solidi). In generale la maggior parte di essi è caratterizzata dal fatto che il materiale da trattare deve essere finemente sminuzzato per essere investito in maniera uniforme dalla corrente di azoto (pirolizzatori) o azoto e ossigeno (gassificatori). Le temperature operative sono in genere fra 400 e 800 C° nel caso della pirolisi e mentre per la gassificazione sono nettamente più elevate. Le emissioni delle due tecnologie sono sensibilmente differenti rispetto a quelle relative ad un inceneritore, e variabili in relazione agli specifici impianti e processi utilizzati nonché al tipo di materiale trattato.

Un particolare tipo di gassificazione fa uso di una torcia al plasma a temperature comprese fra i 7000 e i 13000 °C, che decompone del tutto le molecole organiche e vetrifica tutti i residui eliminando così in teoria le problematiche relative all' inquinamento, poiché non dovrebbe permettere la produzione di nessun composto gassoso tossico o pericoloso come diossine, furani o ceneri diventando perciò un ottimo modo per trattare pneumatici, PVC, rifiuti ospedalieri e altri rifiuti industriali, nonché rifiuti urbani non trattati. I punti critici di tali impianti sono però lo sfruttamento commerciale del materiale vetrificato e la produzione di nanopolveri, che possono sfuggire alla vetrificazione e sono presenti nei fumi in concentrazioni non ancora esattamente determinate.

I sistemi di depurazione dei fumi attuali sono costituiti da varie tecnologie e sono pertanto detti multistadio. Questi sistemi si suddividono in base al loro funzionamento in semisecco, secco, umido e misto. La caratteristica che li accomuna è quella di essere concepiti a più sezioni di abbattimento, ognuna in linea di massima specifica per determinati tipi di inquinanti. In base alla natura chimica della sostanza da "abbattere" vengono fatte avvenire delle reazioni chimiche con opportuni reagenti allo scopo di produrre nuovi composti non nocivi, relativamente inerti e facilmente separabili.

A partire dagli anni ottanta si è affermata l'esigenza di rimuovere i macroinquinanti presenti nei fumi della combustione (ad esempio ossido di carbonio, anidride carbonica, ossidi di azoto e gas acidi come l'anidride solforosa) e di perseguire un più efficace abbattimento delle polveri in relazione alla loro granulometria. Si è passati dall'utilizzo di sistemi, quali cicloni e multicicloni, con efficienze massime di captazione delle polveri rispettivamente del 70% e dell'85%, ai precipitatori elettrostatici (ESP) o filtri a maniche che garantiscono efficienze notevolmente superiori (fino al 99% e oltre). Attualmente le norme vigenti fanno riferimento alle emissioni di polveri totali.

Accanto a ciò, sono state sviluppate misure di contenimento preventivo delle emissioni, ottimizzando le caratteristiche costruttive dei forni e migliorando l'efficienza del processo di combustione. Questo risultato si è ottenuto attraverso l'utilizzo di temperature più alte (con l'immissione di discrete quantità di metano), di maggiori tempi di permanenza dei rifiuti in regime di alte turbolenze e grazie all'immissione di aria secondaria per garantire l'ossidazione completa dei prodotti della combustione.

Tuttavia l'aumento delle temperature, se da un lato riduce la produzione di certi inquinanti (per es. diossine), dall'altra aumenta la produzione di ossidi di azoto e soprattutto di particolato il quale quanto più è fine, tanto più difficile è da intercettare anche per i più moderni filtri, per cui si deve trovare un compromesso, considerato anche che il metano usato comunque ha un costo notevole. Per questi motivi talvolta gli impianti prevedono postcombustori a metano e/o catalizzatori che funzionano a temperature inferiori ai 900 °C.

Come detto la formazione di ossidi d'azoto aumenta quasi esponenzialmente al crescere della temperatura di combustione. Vanno citate le attrezzature specificatamente previste per l'abbattimento degli ossidi di azoto, per i quali i processi che vengono normalmente utilizzati sono del tipo catalitico o non catalitico.

La prima di queste tecnologie, definita Riduzione Selettiva Catalitica (SCR), consiste nell'installazione di un reattore a valle della linea di depurazione in cui viene iniettata ammoniaca nebulizzata, che, miscelandosi con i fumi e attraversando gli strati dei catalizzatori, trasforma alla temperatura di 300 °C gli ossidi di azoto in acqua e azoto gassoso, gas innocuo che compone circa il 79% dell'atmosfera. Visto che è possibile che una certa quantità di ammoniaca non reagita sfugga dal camino ("ammonia slip"), sono state elaborate altre metodiche che non fanno uso di ammoniaca quale reagente ovvero che prevedono l'uso di un ulteriore catalizzatore per prevenirne la fuga.

La seconda tecnologia, chiamata Riduzione Selettiva Non Catalitica (SNCR), spesso preferita perché più economica, presenta il vantaggio di non dover smaltire i catalizzatori esausti ma ha caratteristiche di efficacia inferiori ai sistemi SCR, e consiste nell'iniezione di un reagente (urea che ad alta temperatura si dissocia in ammoniaca) in una soluzione acquosa in una zona dell'impianto in cui in cui la temperatura è compresa fra 850 °C e 1.050 °C con la conseguente riduzione degli ossidi di azoto in azoto gassoso e acqua. Altri processi non catalitici sfruttano la riduzione con ammoniaca attuata tramite irraggiamento con fascio di elettroni o tramite l'utilizzo di filtri elettrostatici.

Altri sistemi sono stati messi a punto per l'abbattimento dei microinquinanti come metalli pesanti (mercurio, cadmio ecc) e diossine.

Riguardo ai primi, presenti sia in fase solida che di vapore, la maggior parte di essi viene fatta condensare nel sistema di controllo delle emissioni e si concentra nel cosiddetto "particolato fine" (ceneri volanti). Il loro abbattimento è poi affidato all'efficienza del depolveratore che arriva a garantire una rimozione superiore al 99% delle PM10 prodotte, ma nulla può contro il PM2,5 e le nanopolveri. Per tale motivo le polveri emesse sono considerate particolarmente nocive.

Per quanto riguarda l'abbattimento delle diossine e dei furani il controllo dei parametri della combustione e della post-combustione (elevazione della temperatura a oltre 850 °C), sebbene in passato fosse considerato di per sé sufficiente a garantire valori di emissione in accordo alle normative, è oggi considerato insufficiente e quindi accompagnato (nei nuovi impianti) da un ulteriore intervento specifico basato sulle proprietà chimicofisiche dei carboni attivi. Questo ulteriore processo viene effettuato attraverso un meccanismo di chemiadsorbimento, cioè facendo "condensare" i vapori di diossine e furani sulla superficie dei carboni attivi. Questi non sono altro che carbone in polvere, il quale può esibire 600 m² di superficie ogni grammo: detto in altri termini funziona come una specie di "spugna". Queste proprietà garantiscono abbattimenti dell'emissione di diossine e furani tali da premettere di operare al di sotto dei valori richiesti dalla normativa. Anche qui la filtrazione della polvere di carbone esausta è affidata al depolveratore in quanto evidentemente i carboni esausti (cioè impregnati di diossine) sono altamente nocivi e sono considerati rifiuti speciali pericolosi, da smaltire in discariche speciali.

Sono allo studio metodi di lavaggio dei fumi in soluzione oleosa per la cattura delle diossine che sfruttino la loro spiccata solubilità nei grassi.

La pericolosità delle polveri prodotte da un inceneritore è potenzialmente estremamente elevata. Questo è confermato dai limiti particolarmente severi imposti dalla normativa per i fumi, limitata però alle polveri totali senza discriminare le relative dimensioni delle stesse. Infatti, se da un lato la combustione dei rifiuti produce direttamente enormi quantità di polveri dalla composizione chimica varia, dall'altra alcune sezioni dei sistemi di filtrazione ne aggiungono di ulteriori (in genere calce o carboni attivi) per assorbire metalli pesanti e diossine come sopra spiegato. Pertanto, le polveri finiscono per essere un concentrato di sostanze pericolose per la vita umana ed animale.

Per tali motivi, l'importanza e l'efficacia dei depolveratori è molto elevata. Vengono in genere usati sia filtri elettrostatici (dagli elevati consumi elettrici, poco efficaci su ceneri contenenti poco zolfo ma in generale abbastanza efficaci se frequentemente ripuliti), sia filtri a maniche (non adatti ad alte temperature e soggetti ad intasamento). Attualmente la legge non prevede limiti specifici per le polveri fini (PM10, ecc.) per cui la reale efficacia di tali sistemi su queste particelle è oggetto di dibattiti accesi. Tuttavia il rispetto della legge vigente è, in genere, ampiamente garantito. In ogni caso, le polveri trattenute devono essere smaltite in discariche per rifiuti speciali pericolosi: in taluni casi vengono smaltite all'estero (in Germania le miniere di salgemma vengono usate per questo oltre che per i rifiuti radioattivi).

In Italia, i costi dello smaltimento dei rifiuti tramite incenerimento sono indirettamente sostenuti dallo Stato sotto la forma di incentivi alla produzione di energia elettrica: infatti questa modalità di produzione era considerata (sebbene in violazione delle normative europee in materia), come da fonte rinnovabile (assimilata) alla stregua di idroelettrico, solare, eolico e geotermico.

Per quanto riguarda gli incentivi CIP 6 (circolare n° 6/1992 del Comitato Interministeriale Prezzi), chi gestisce l'inceneritore – per otto anni dalla sua costruzione – può vendere al GSE (la società cui è affidato il compito di assicurare la fornitura di energia elettrica italiana) la propria produzione elettrica a un costo circa triplo rispetto a quanto può fare chi produce elettricità usando metano, petrolio o carbone. L'importo di questo incentivo è aggiornato trimestralmente e, se nel 3° trimestre 2007 era di circa 54 €/MWh, per il 4° trimestre è cresciuto a 62,60 €/MWh. Per il 3° trimestre 2008 l'importo è salito a 68,77 €/MWh. I costi di tali incentivi ricadono sulle bollette degli utenti, che comprendono una tassa per il sostegno delle fonti rinnovabili. Ad esempio nel 2004 il Gestore Servizi Elettrici ha ritirato 56,7 TWh complessivi di elettricità da fonti "rinnovabili", di cui il 76,5% proveniente da termovalorizzatori e altri fonti assimilate (fra cui il gas dai residui di raffineria), spendendo per questi circa 2,4 miliardi di euro; per il già citato inceneritore di Brescia, la società di gestione (ASM SpA, oggi A2A SpA) ha ricevuto contributi CIP 6 per circa 71 milioni di euro nel 2006 e 78 milioni nel 2007.

A titolo di confronto, nel 2006 a seguito dell'introduzione degli incentivi in conto energia per il fotovoltaico sono stati stanziati solamente 4,5 milioni di euro per 300 MW di potenza.

Sempre il CIP 6 prevede inoltre che gli impianti incentivati godano di un innalzamento della tariffa riconosciuta dal GSE per compensare eventuali spese aggiuntive per l'attuazione del protocollo di Kyoto, annullando così del tutto i benefici della riduzione delle quote gratuite di emissione da 28 a 3,5 Mt/a di CO2 prevista dal Piano nazionale di assegnazione delle emissioni (Pna) 2008-2012, attualmente in fase di approvazione, e rischiando perciò di comprometterne l'intero impianto, giacché gli impianti CIP 6 sono il settore su cui si concentra la gran parte delle riduzioni.

Si tratta di certificati che corrispondono ad una certa quantità di emissioni di CO2: se un impianto produce energia emettendo meno CO2 di quanto avrebbe fatto un impianto alimentato con fonti fossili (petrolio, gas, carbone ecc.) perché "da fonti rinnovabili", il gestore ottiene dei certificati verdi che può rivendere a industrie o attività che sono obbligate a produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili ma non lo fanno autonomamente.

Il prezzo dei certificati verdi è stato pari a circa 125 €/MWh nel 2006.

Poiché gli impianti di incenerimento venivano in Italia considerati come "da fonte rinnovabile", le società che li gestiscono sono fra quelle che possono vendere i certificati verdi, ottenendo quindi questo ulteriore tipo di finanziamento.

In realtà, secondo la normativa europea, solo la parte organica dei rifiuti potrebbe essere considerata rinnovabile; la restante parte può essere considerata esclusivamente una forma di smaltimento del rifiuto, escludendo esplicitamente la valenza di "recupero".

Pertanto, la Commissione europea ha avviato una procedura di infrazione contro l'Italia per gli incentivi dati dal governo italiano per produrre energia bruciando rifiuti inorganici considerandoli "fonte rinnovabile". A tal proposito già nel 2003 il Commissario UE per i Trasporti e l'Energia, Loyola De Palacio, in risposta a una interrogazione dell'On. Monica Frassoni al Parlamento Europeo, ha ribadito l'opposizione dell'Unione Europea all'estensione del regime di sovvenzioni europee previsto dalla Direttiva 2001/77 per lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili all'incenerimento delle parti non biodegradabili dei rifiuti. Queste le affermazioni testuali del Commissario all'energia: «La Commissione conferma che, ai sensi della definizione dell'articolo 2, lettera b) della direttiva 2001/77/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 settembre 2001, sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, la frazione non biodegradabile dei rifiuti non può essere considerata fonte di energia rinnovabile». Il fatto che una legge nazionale (v. art. 17, D. Lgs. 29 dicembre 2003, n. 387.) includa, nell'atto di recepimento italiano della Direttiva 2001/77, i rifiuti tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato alle fonti rinnovabili, ivi compresi i rifiuti non biodegradabili non elimina l'infrazione alla normativa europea, rendendola invece certa e palese.

Chi difende tale impostazione si richiama a una norma della direttiva comunitaria 2001/77/CE apparentemente in contraddizione con le direttive europee nel campo, la quale autorizza in deroga l'Italia a computare l'elettricità prodotta dalla quota non rinnovabile dei rifiuti nel totale dell'elettricità prodotta da fonti rinnovabili ai fini del raggiungimento dell'obiettivo del 25% di produzione rinnovabile nel 2010: proprio questa deroga nel 2006 è stata attaccata in sede di Parlamento europeo coll'emendamento (articolo 15 bis) alla legge Comunitaria 2006..

Eliminando gli incentivi agli inceneritori, si vuole ristabilire un equilibrio di trattamento tale da consentire la piena applicazione della strategia integrata di smaltimento dei rifiuti; a tale esigenza fa riscontro la necessità secondo alcuni di aumentare l'incenerimento in Italia (si veda la voce sulla gestione dei rifiuti per il ruolo dell'incenerimento nella gestione dei rifiuti).

A tale disputa si contrappone quella fra chi ritiene gli inceneritori antieconomici e chi li ritiene vantaggiosi e minimizza il ruolo degli incentivi, dicendo che il guadagno principale degli inceneritori con recupero di energia deriva dallo smaltimento dei rifiuti e non da tali incentivi: posizione apparentemente smentita dall'intensa attività di pressione politica esercitata sul Parlamento in merito alla cancellazione degli incentivi nella finanziaria 2007. Il testo dibattuto ed approvato in Parlamento, per eliminare l'infrazione alle norme europee, escludeva tutte le fonti "«assimilate»" dagli incentivi alle rinnovabile, concedendo una deroga solo agli impianti «già in funzione», mentre il testo del «maxi-emendamento» approvato con la fiducia ha concesso una ulteriore deroga a tutti gli impianti anche solamente «autorizzati» senza che questa dicitura fosse stata concordata fra le parti. Per regolamentare la questione il 7 febbraio 2007 è stato presentato dal Consiglio dei Ministri un disegno di legge (n. 1347) passato all'esame delle Commissioni Industria e Ambiente del Senato e finalizzato a limitare gli incentivi «ai soli impianti realizzati e operativi» come originariamente previsto dalla finanziaria 2007. La norma è stata infine approvata nella finanziaria 2008 ma nei fatti rimessa ampiamente in discussione dal Decreto 113 del 30 giugno 2008 che riapre i termini delle autorizzazioni "in deroga". Sono 129 gli impianti che attualmente beneficiano del CIP 6; per 29 il periodo di incentivazione è già scaduto. Gli impianti autorizzati ma non operativi sono 16, di cui 11 sono termovalorizzatori di rifiuti, tra cui gli inceneritori di Torino e di Roma, 4 impianti in Sicilia, 2 impianti in Campania (fra cui Acerra). In ogni caso, il totale degli incentivi CIP 6 erogati si ridurrà progressivamente fino a esaurirsi nel 2015, o al più tardi nel 2021. A seguito di ciò il costo dell'incenerimento dei rifiuti dovrebbe nel tempo aumentare di circa 50 €/t, facendo diventare decisamente più conveniente il riciclaggio, ma anche la discarica.

Gli aspetti sanitari relativi alle ricadute sulla popolazione di una data attività umana non possono essere valutati solamente sulla base dei valori di emissione al camino (o allo scarico per inquinanti liquidi). In altri termini, fra i valori di emissione e l'effetto sulla salute possono inserirsi altri fattori, direttamente influenzati dalle emissioni ma intermedi fra "emissione" e "salute". Tali inquinanti "intermedi" sono detti inquinanti secondari per distinguerli dagli inquinanti primari direttamente emessi dagli impianti. Risulta ad esempio noto dalla chimica ambientale che alcuni inquinanti di estrema importanza per la salute sono inquinanti secondari (come l'ozono, non prodotto dalla combustione ma generato dall'interazione fra inquinanti primari derivati dalle combustioni e radiazione solare).

Un approccio sanitario completo deve (o dovrebbe) quindi valutare anche gli inquinanti secondari, cosa però molto difficile in pratica. Anche per questo motivo ci si limita pertanto agli inquinanti primari (facilmente rilevabili in quanto misurabili al camino o allo scarico) e, per gli inceneritori, le indagini considerano in primis le diossine ed i metalli pesanti.

A proposito dei dati, appunto strettamente sanitari, si rileva anche il fatto che gli stessi dati epidemiologici per loro natura possono sottostimare o fallire nel rilevare il rischio reale. Il problema è complesso; sull'errore influisce una buona dozzina di fattori, metodologici o no. Se ne segnalano i principali.

Anche per questo aspetto si può rappresentativamente citare un lavoro di Lorenzo Tomatis, già direttore IARC e punto di riferimento internazionale sugli aspetti sanitari e ambientali.

Studi epidemiologici, anche recentissimi, condotti in paesi sviluppati e basati su campioni di popolazione esposta molto vasti, evidenziano una correlazione tra patologie tumorali (sarcoma) e l'esposizione a diossine derivanti da inceneritori e attività industriali.

Altre indagini epidemiologiche prendono in particolare considerazione gli inceneritori come fonte d'inquinamento da metalli pesanti, ed eseguono accurate analisi considerando sia fattori socio-economici sia le popolazioni esposte nelle precise zone di ricaduta (mappe di isoconcentrazione tracciate per rilevamento puntuale e interpolazione spaziale col metodo di kriging). L'analisi, accurata pur se limitata solo ad alcune popolazioni, evidenzia inequivocabilmente aumenti statisticamente significativi di patologie tumorali, ad esempio nelle donne residenti in zona da almeno cinque anni. Nello studio viene ugualmente rilevata l'esposizione ad ossidi di azoto (NOx).

Un lavoro giapponese del 2005 ha tentato di mettere in relazione le diossine presenti nel latte materno con la distanza dagli inceneritori. Le conclusioni sono state che (nei limiti e nell'estensione dello studio) «nonostante gli inceneritori fossero la maggior fonte di diossine in Giappone al momento dello studio, i livelli di diossine nel latte materno non hanno mostrato apparente correlazione con le distanze tra il domicilio delle madri e gli inceneritori di rifiuti».

Un'analisi sintetica degli effetti sulla salute, svincolati dalla sola analisi dei singoli composti emessi – difficilmente studiabili se non in toto per gli effetti sinergici e di amplificazione dei componenti della miscela –, si può invece evincere da alcuni altri lavori: sempre in Giappone si è rilevata correlazione tra l'aumento di una serie di disturbi minori nei bambini e distanza dagli impianti. Passando a problemi di ordine maggiore, si sono rilevati aggregati (cluster) di aumento di mortalità per linfoma non Hodgkin; altri studi, nonostante difficoltà relative all'analisi dei dati, aggiungono risultati significativi sull'incidenza di tumore polmonare, linfoma non Hodgkin, sarcomi ai tessuti molli, tumori pediatrici, malformazioni neonatali. Diversi studi europei rivelano, sempre nell'ambito delle patologie tumorali, correlazioni con la presenza di inceneritori, in coerenza con analoghi studi precedenti.

Ma, in questo ambito, gli studi sono controversi e discordanti: a titolo di esempio uno studio effettuato in Gran Bretagna, con lo scopo di valutare l'incidenza di varie tipologie di cancro in una popolazione che vive in prossimità di impianti di incenerimento, ha evidenziato che il rischio aggiuntivo di contrarre il cancro dovuto alla vicinanza degli inceneritori è estremamente basso. Sempre lo stesso studio rileva che un moderno inceneritore influisce sull'assorbimento umano medio di diossina in percentuale inferiore all'1% dell'assorbimento totale derivato dall'insieme delle emissioni ambientali (come precedentemente rilevato l'assorbimento di diossina avviene principalmente con la dieta). Inoltre, riguardo a specifiche patologie tumorali, lo studio afferma che non c'è evidente correlazione tra l'esposizione alle emissioni degli inceneritori e l'incidenza di cancro allo stomaco, all'apparato gastrointestinale e ai polmoni; i fattori socio-economici hanno un ruolo determinante. Sull'incidenza dell'angiosarcoma, lo studio in questione evidenzia che non è possibile effettuare alcuna correlazione a causa della mancanza di informazioni sull'accuratezza della diagnosi effettuata sulla popolazione generale; comunque la commissione di studio è giunta alla conclusione che non c'è alcuna prova più generale dell'esistenza di aggregati e non sono necessari ulteriori studi nel breve termine. Sempre in Gran Bretagna, nel 2008 la British Society for Ecological Medicine (BSEM) ha pubblicato uno studio avente l'obiettivo di riassumere i risultati dei principali studi epidemiologici e dimostrare gli effetti nocivi degli inceneritori sulla salute. Tale studio è stato ampiamente criticato dall'Health Protection Agency britannica che ha accusato la BSEM di aver utilizzato per le sue conclusioni solamente gli studi scientifici con risultati favorevoli alle conclusioni volute, tralasciandone altri con opposte vedute.

Sull'effetto dei metalli pesanti dispersi dalla combustione di rifiuti pericolosi sulla salute della popolazione si rileva che le emissioni non si limitano alle sostanze aerodisperse, ma possono riguardare anche le acque o i siti di stoccaggio delle ceneri.

Uno studio britannico ha analizzato la distribuzione del piombo e cadmio derivato dalle emissioni di polveri sottili di un inceneritore per fanghi di depurazione evidenziando che nelle adiacenze dell'inceneritore si rilevano picchi maggiori di concentrazione, seppure l'impatto sia relativamente piccolo rispetto alle altre attività antropiche nella zona oggetto di studio.

In Italia, negli anni 2001-2004, è stato commissionato dal Ministro dell'Ambiente Altero Matteoli uno studio sulla Sostenibilità ambientale della termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani, svolto dal dipartimento di Fisica tecnica dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e dal dipartimento di ingegneria impiantistica dell'Università di Perugia. Secondo i resoconti della Commissione Ambiente e Territorio dell'epoca «la tecnologia di termovalorizzazione è ormai affidabile e sostenibile, Inoltre, quando gli impianti sono a norma, i rischi di insorgenze di malattie tumorali nella popolazione sono stati abbattuti drasticamente. i rischi di carattere sanitario connessi alla realizzazione di termovalorizzatori di ultima generazione sono assolutamente trascurabili».

Tale studio è stato criticato sia in Commissione, sia da soggetti esterni che hanno rilevato come esso trascuri completamente le problematiche ambientali e non specifichi quali siano i parametri e indicatori di tale compatibilità ambientale di tali impianti.

I limiti di concentrazione degli inquinanti imposti dalla normativa sono riferiti al metro cubo di fumi e non all'emissione totale. Pertanto, bruciando più rifiuti si ottengono più fumi e quindi più emissioni inquinanti, ma si rimane sempre nei parametri di legge.

Detto in altri termini, i limiti sono relativi alla concentrazione dell'inquinante all'emissione, ma non al flusso di massa: quindi si occupano della qualità dell'emissione, per incentivare l'adozione delle migliori tecnologie disponibili, ma non della quantità delle emissioni cioè dell'impatto complessivo sull'ambiente. Per tale motivo, le norme non garantiscono necessariamente un valore di concentrazione degli inquinanti "sicuro" in base a studi medici ed epidemiologici sull'effetto degli inquinanti, ma si riferiscono ai valori che è possibile ottenere tecnicamente con gli impianti migliori.

I limiti sulle emissioni non sono stabili ma vengono adeguati nel tempo in base alle tecnologie di abbattimento degli inquinanti disponibili sul mercato, seppure con l'inevitabile ritardo dovuto ai tempi legislativi. Spesso però tali limiti vengono richiesti solo per la costruzione di nuovi impianti, mentre agli impianti già esistenti vengono concesse lunghe deroghe.

Nonostante le normative vigenti, non sono comunque mancati casi di impianti, come quello di Brescia, in cui si siano rilevate alcune infrazioni per il mancato rispetto di normative o per il superamento del tonnellaggio di rifiuti inceneriti originariamente ammesso. È comunque difficile che l'accertamento di un'infrazione sfoci in provvedimenti molto severi come il sequestro dell'impianto, perché in tal caso si potrebbe creare un'emergenza rifiuti molto pericolosa. Fra febbraio e giugno del 2007, tuttavia, l'inceneritore di Trieste è stato posto sotto sequestro per il superamento dei limiti di legge riguardanti le emissioni di diossine, superiori anche di 10 volte il limite autorizzato.

L'adeguamento dei vecchi impianti alle nuove normative procede a rilento, ed è solitamente collegato agli ampliamenti degli impianti. Da ciò deriva che spesso impianti di piccole dimensioni hanno emissioni (riferite al metrocubo di fumi e non al flusso totale) maggiori di impianti più grandi.

Le nuove tecnologie permettono oggi di raggiungere valori assai elevati di abbattimento delle emissioni inquinanti, nel rispetto del Decreto Legislativo 133/2005.

Per ogni tonnellata di rifiuti immessi, si ha l'emissione di circa 6000 metri cubi di fumi.

I "valori reali di un moderno impianto" sono il risultato dell'applicazione delle migliori tecnologie disponibili (BAT, Best Available Technology) la cui applicazione costituisce un onere non indifferente nella costruzione e gestione degli impianti e può essere imposta in fase di autorizzazione dell'impianto: anche per quanto riguarda gli altri impianti citati vale la stessa regola per cui possono essere imposti specifici limiti minori; allo stesso modo possono fino al 1° gennaio 2008 (o 2010) essere motivatamente consentiti limiti superiori ai valori di legge per polveri e ossidi di azoto nell'ambito di alcune restrizioni.

Le emissioni di sostanze tossiche persistenti (in particolare diossine, furani) seppur entro i limiti di legge, sono da considerarsi comunque significative se sono protratte nel tempo nello stesso luogo: lo stesso DL 152/2006 evidenzia questo fatto per chiarire i limiti particolarmente severi su queste sostanze in impianti dalla lunga vita operativa.

Per quanto riguarda l'emissione di gas serra (in particolare CO2), si veda più avanti.

Le emissioni di un inceneritore non si limitano all'atmosfera, ma si estendono anche alle acque reflue degli impianti: il DL 133/2005 fissa valori massimi anche in questo ambito, riferiti al litro d'acqua scaricata.

A partire dagli anni ottanta, visto l'inasprimento delle leggi, si è affermata l'esigenza di rimuovere i macroinquinanti presenti nei fumi della combustione (ad esempio ossido di carbonio, anidride carbonica, ossidi di azoto e gas acidi come l'anidride solforosa e l'acido cloridrico), i microinquinanti (metalli pesanti, diossine ecc.) e di perseguire un più efficace abbattimento delle polveri.

Dal confronto tra le emissioni indicate in tabella 4, relative ai diversi trattamenti termici dei rifiuti effettuati tramite la tipologia di impianti indicata, è possibile trarre alcune significative conclusioni, riguardo agli impianti specifici considerati (le tecnologie di gassificazione e pirolisi sono molto variabili). Le emissioni di polveri sono minori nel caso della pirolisi e della gassificazione; in particolare, a causa delle temperature di esercizio non particolarmente elevate, risulta significativa la forte diminuzione legata alla pirolisi e che soprattutto è dovuta alla minore formazione di nanopolveri. Le emissioni gassose risultano molto minori nel caso dei processi di gassificazione/pirolisi (notevole soprattutto il dato sugli ossidi di azoto, anche qui correlato alle minori temperature), mentre la quantità di metalli pesanti prodotti è simile, anche se la gassificazione e la pirolisi tendono ad emettere un maggior quantitativo di mercurio. Infine, degna di nota è la bassa emissione di diossine legata alla pirolisi e imputabile alla scissione subita, con formazione di composti caratterizzati da minore peso molecolare.

Gli inceneritori, e in generale qualsiasi processo di combustione di combustibili solidi e liquidi, rilasciano nell'aria polveri sottili. Indicativamente, per un inceneritore, considerando una produzione di fumi di 6000 m³/t di rifiuti e il limite giornaliero di 10 mg/Nm³, l'emissione è di 60 grammi/t.

Tuttavia, questa è una indicazione solo quantitativa: molto importante è anche l'aspetto qualitativo cioè la finezza delle polveri emesse (PM10, PM2,5 ecc.). In genere più sono alte le temperature di combustione e più aumenta la finezza delle polveri. Tali polveri sottili sono nocive a causa delle loro piccole dimensioni e del fatto che con sé trasportano, tramite fenomeni chimico-fisici quali l'adsorbimento, materiali tossici e nocivi residui della combustione, come idrocarburi policiclici, policlorobifenili, benzene, metalli pesanti e diossine, pericolosi perché persistenti e accumulabili negli organismi viventi.

Gli inceneritori contribuiscono all'emissione antropica di polveri fini e ultrafini in aree urbane, motivo per cui tali emissioni sono sotto osservazione per valutarne l'importanza relativa rispetto alle altre fonti (naturali o antropiche), non ancora del tutto chiarita. Anche per via delle recenti preoccupazioni sulle nanopolveri gli inceneritori sono visti con sospetto sia da alcuni ricercatori che da parte dell'opinione pubblica, mentre altri li considerano sostanzialmente innocui.

Un recente studio svolto per la Provincia di Bolzano ha misurato la concentrazione di particelle di diametro compreso tra i 5,5 e i 350 nanometri (quindi polveri cosiddette ultrafini) in vari punti, trovando valori di 10-20000 particelle per centimetro quadrato nei pressi dell'autostrada, 5-7000 al camino dell'inceneritore, 5-10000 nel punto di massima ricaduta delle sue polveri e 5000 in una zona non antropizzata. Si noti che i dati sono espressi in numero di particelle per unità di superficie e quindi non secondo il classico rapporto grammi di polvere per volume d'aria. Questo perché, data la finezza di tali polveri è inutile "pesarle". Del resto questo genere di problematiche è emerso relativamente di recente e non sono state ancora stabilite dalla legge delle regole di determinazione quantitativa.

Infatti, la legge italiana e le norme europee pongono limiti di qualità dell'aria solamente riferiti al PM10 (polveri di diametro aerodinamico inferiore 10 micrometri cioè 10000 nanometri), quantificando il limite medio massimo di tali polveri sottili nell'aria in 50 microgrammi/m³ (milionesimi di grammo per metrocubo d'aria). I limiti relativi alle emissioni degli inceneritori (e degli altri impianti industriali) sono ancora meno accurati: non considerano per niente la finezza delle polveri, ma solo il peso totale di 10 milligrammi/m3 (millesimi di grammo al metrocubo di fumi). Ad oggi, l'unico ambito in cui i limiti di emissione sono imposti sul PM10 è quello dei veicoli (si vedano le norme Euro3 ed Euro4).

Le diossine ed i furani sono tossici, cancerogeni e mutageni per l'organismo umano. Sono poco volatili per via del loro elevato peso molecolare e sono solubili nei grassi, dove tendono ad accumularsi. Proprio per questo motivo tendono ad accumularsi nella catena alimentare e nell'organismo umano per cui anche una esposizione a livelli minimi ma prolungata nel tempo può recare gravi danni alla salute. Le sorgenti delle diossine sono varie e hanno avuto molte variazioni nel corso degli anni, ed è difficile quantificarne esattamente la rilevanza relativa: gli inceneritori sono comunque una delle fonti maggiori, e vanno tenuti sotto accurata osservazione (si veda la voce diossine).

Per quanto concerne l'incenerimento, le diossine vengono prodotte quando materiale organico è bruciato in presenza di cloro, sia esso ione cloruro o presente in composti organici clorurati come le plastiche in PVC.

La soglia minima di sicurezza per tali sostanze è ancora oggetto di investigazione scientifica; i limiti imposti dalla UE sulle emissioni sono di 0,1 nanogrammi/m3 (miliardesimi di grammo per metro cubo di fumi: sulle leggi valgono le considerazioni precedenti, all'inizio del paragrafo).

Per ridurre l'emissione di vari inquinanti fra cui la diossina, negli inceneritori è vietato (per legge) che i fumi scendano sotto gli 850° C, che è poi il motivo per cui gli inceneritori non possono accettare materiale dal potere calorifico troppo basso oppure devono integrare la combustione con metano. L'obiettivo di minimizzare le emissioni di diossine contrasta in parte con il recupero dell'energia, in quanto una elevata temperatura di combustione e un veloce raffreddamento dei fumi (condizioni ideali per ridurre la formazione di diossina) sono incompatibili con una massima efficienza nel recupero dell'energia termica.

Gli impianti tecnologicamente più avanzati presentano un elevato grado di efficienza tale da contenere le emissioni a livelli significativamente inferiori al limite di legge ma bisogna considerare che la legge impone solo delle misurazioni periodiche e non continue sulla produzione di diossina, e che solo in pochissimi impianti italiani è tenuta sotto costante controllo. Inoltre, le misurazioni, necessarie solo ad assicurare il rispetto della legge, spesso non sono precise e non servono a conoscere l'effettiva emissione in atmosfera. Ad esempio, in inceneritori come quello di Brescia la concentrazione di diossina nei fumi può essere abbastanza bassa da risultare non rilevabile dagli strumenti adottati (a Brescia la soglia di misurabilità è di 0,04 ng/Nm3 di fumi, ovvero circa 240 ng/t di rifiuti). Quindi, se la concentrazione fosse di poco inferiore a tale soglia (e dunque non rilevata dagli strumenti), data un'emissione di 5 000 000 m3 di fumi al giorno, la produzione di diossina sarebbe di 200 000 ng/giorno, cioè la massima dose giornaliera tollerabile (0,15 nanogrammi) per oltre 1,3 milioni di persone, ma non verrebbe rilevata.

Gli inceneritori rilasciano diossina non solo nell'atmosfera attraverso i fumi, ma anche nella terra e nell'acqua: le diossine sono presenti nelle scorie e nei residui solidi o liquidi del filtraggio dei fumi, e possono diffondersi per percolazione nel luogo di deposito di tali rifiuti o per dispersione delle acque di lavaggio delle zone di inquinate. La quantità di diossina nelle scorie – secondo misurazioni del DETR, Dipartimento inglese per l'ambiente – è di circa 12-72 nanogrammi/kg; il miglioramento tecnologico ha ridotto notevolmente l'emissione complessiva di diossina, tuttavia i sistemi di filtraggio più sono efficienti più concentrano le diossine prodotte nei loro residui: nei residui del filtraggio dei fumi attraverso precipitatori elettrostatici delle polveri (circa 30 kg/t di rifiuti) in passato la concentrazione era elevatissima, fra i 6600 e i 31100 ng/kg; negli impianti recenti è di 810-1800 ng I-TEQ/kg (quindi ca. 24,3-54 ng diossina/t rifiuti) e 680-12200 ng I-TEQ/kg nei fanghi dalle torri di lavaggio dei fumi (circa 10-15 kg/t di rifiuti, quindi ca. 8,5-152,5 ng diossina/t rifiuti).

Uno dei principali motivi della differenza tra i risultati dei diversi studi risiede nel diverso arco temporale in cui questi si sono svolti, infatti il fattore di emissione delle diossine da incenerimento si è ridotto di circa 50 volte negli ultimi 15 anni, quindi chiaramente studi degli anni '90 forniscono dati notevolmente diversi da quelli più recenti.

La valutazione dell'emissione effettiva di gas serra da parte degli inceneritori è questione dibattuta. Se da un lato l'emissione al camino è quantificabile (~1400 kg/t, si veda oltre), per una valutazione completa dell'influenza sulle emissioni globali di anidride carbonica bisognerebbe considerare in primo luogo la tipologia di rifiuti (organici o no, pretrattati o indifferenziati ecc.), le altre possibili modalità di smaltimento dei rifiuti residui, nonché la produzione di CO2 media usata per calcolare le emissioni evitate, ecc.

Un confronto fra il bilancio totale di CO2 derivante dall'uso dell'inceneritore (termoutilizzatore) e di una discarica priva di sistemi per la captazione di biogas, per lo smaltimento di rifiuti urbani è stato presentato nel 2005 dall'Università di Firenze .

Viceversa una discarica produrrebbe per fermentazione della componente organica circa 56 kg/t di metano (gas serra circa 21 volte più potente della CO2, e quindi equivalenti a 1181 kg/t di CO2) oltre a 295 kg/t di CO2; di contro, il carbonio sequestrato in origine dalla componente organica, non trasformato in anidride carbonica durante la fermentazione, equivarrebbe ad un sequestro di 591 kg/t di CO2. Si otterrebbe quindi un bilancio totale positivo di 886 kg di CO2 al contributo dei gas serra.

Secondo questo studio la produzione di CO2 sarebbe quindi nettamente maggiore per una discarica di rifiuti indifferenziati che per un inceneritore. Questa procedura di valutazione ed i suoi risultati sono stati utilizzati per valutare il progetto dell'inceneritore di Torino .

Va tuttavia rilevato che questo tipo di analisi non considera che le discariche controllate abbinate agli impianti di preselezione (TMB) e/o compostaggio con produzione di biogas permettono il recupero del metano di fermentazione (i sopra citati 1181 kg/t equivalenti di CO2) riducendo drasticamente le emissioni di gas serra della discarica: inserendo questa componente nel confronto, la discarica avrebbe emissioni di CO2 nettamente inferiori ad un inceneritore, ribaltando il risultato dello studio.

Occore quindi sottolineare che questi confronti e considerazioni riguardanti il recupero energetico e la riduzione dei gas serra sono forzatamente solo indicativi e facilmente manipolabili, poiché in funzione delle tipologie di impianti, rifiuti e trattamenti considerati, le conclusioni possono essere radicalmente diverse.

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Lo Uttaro

Lo Uttaro è una località del Comune di Caserta, nella zona sud-ovest della città, al confine con i Comuni di San Nicola la Strada, San Marco Evangelista e Maddaloni e baricentrica rispetto a tutti e quattro i nuclei abitati, assurta recentemente a notorietà a causa della presenza di una molto contestata discarica realizzata nell'anno 2007 dal Commissario di governo per l’emergenza rifiuti nella Regione Campania.

Nella zona Lo Uttaro sorgeva nell'antichità la città di Calatia, culla della civiltà osco-sannita, e successivamente municipio romano. Dopo lo spopolamento, avvenuto nel tardo medioevo a causa delle incursioni saracene, la zona, posizionata a cavallo dell'antica Via Appia tra i centri abitati di San Nicola la Strada e Maddaloni, è rimasta disabitata fino alla metà del '700 allorquando venne scelta come area di cava dei mattoni di tufo necessari alla costruzione della erigenda Reggia di Caserta. Si sviluppò perciò un'intensa attività estrattiva che si è protratta fino alla seconda metà del XX Secolo. Segno evidente di tale attività sono oggi le decine di cave a fossa (in dialetto locale chiamate i "monti"), presenti anche nelle località contigue a Lo Uttaro, buona parte delle quali, a causa dell'intenso sviluppo urbanistico degli ultimi vent'anni, sono ormai inglobate nel tessuto cittadino dei quattro comuni. Negli ultimi 30 anni, poi, le cave di tufo dismesse sono state utilizzate come luoghi di abbandono di rifiuti solidi urbani e industriali pericolosi di ogni provenienza. Fino ai primi anni 90 è stata in funzione la discarica Migliore Carolina che ha seppellito nelle sue pieghe ogni sorta di rifiuto. Sono state realizzate, poi, in rapida successione la discarica Ecologica Meridionale e quella confinante del Commissario di governo. Si stimano in circa 6 milioni di mc i rifiuti di ogni tipo interrati nel territorio de Lo Uttaro. Ma oltre ai cosiddetti "monti", sono sorte anche vere e proprie montagne di immondizia. Le periodiche crisi ed emergenze che hanno interessato negli ultimi anni la città di Caserta e l'intera Regione Campania hanno trovato spesso uno sbocco a Lo Uttaro. Così è sorto il sito di trasferenza, quello di stoccaggio (cosidetto 'Panettone'), il deposito dell'ex Ucar. Il progressivo accumulo di rifiuti ha determinato inoltre la cessazione delle attività economiche nel frattempo sviluppatesi in quella stessa zona con il conseguente abbandono degli edfici sorti a tale scopo, tra i quali la sede di una multinazionale dell'informatica e il macello della città di Caserta, costato più di 6 milioni di Euro, e ora devastato da ripetuti atti di vandalismo. E il medesimo destino è toccato ai resti archeologici dell'antica Calatia, confinanti con l'area di discarica e la cui valorizzazione per finalità turistiche è resa impossibile dalla situazione circostante.

La discarica, denominata correntemente Lo Uttaro, è allocata per la precisione nella cava Mastropietro. La creazione della discarica Mastropietro rappresenta un autentico caso di misfatto ambientale. Questo enorme invaso si situa appunto al limitare dei quattro comuni, al centro di una conurbazione di circa 300.000 abitanti. La sua realizzazione venne decisa con un Protocollo d'intesa firmato dal Sindaco di Caserta Nicodemo Petteruti, dal Presidente della Provincia di Caserta Sandro De Franciscis e dal Commissario Straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania Guido Bertolaso l'11 novembre del 2006. Il protocollo aveva caratteristiche anomale. Il documento impegnava in forma personalistica i firmatari e presumeva finanche la sua inefficacia in caso di dimissioni di Bertolaso. Questo accordo passò sotto silenzio in beffa a tutte le affermazioni di democraticità che la Carta di Aalborg, sottoscritta dall'Italia, prevedeva nei casi di impianti pericolosi per la salute dei cittadini. Un impegno di così grave portata non ebbe il passaggio preventivo nelle assisi comunali e provinciali ma fu ratificato a cose fatte a colpi di maggioranza dalle forze politiche al potere negli enti locali soffocando ogni dibattito libero. L'opposizione allo scempio si manifestò con la creazione di un comitato spontaneo di cittadini delle città toccate dalla discarica. Un gruppo di attivisti antidiscarica si raggruppò al di là di ogni schematismo politico, coinvolgendo persone dalle più disparate idee, tutti uniti dall'esigenza di liberare il territorio da una minaccia grave di inquinamento. Le manifestazioni di dissenso furono numerose, con cortei, sit-in, denunce. La resistenza civile si oppose per tre giorni, con cordoni di popolazione, all'apertura della discarica, controllando l'area fino alla notte del 24 aprile 2007, quando un intervento di trecento tra poliziotti, finanzieri e carabinieri travolse gli ultimi cittadini che ostruivano il passaggio dei Tir con i carichi di rifiuti. Dopo l'intervento massiccio delle forze di polizia seguì una completa militarizzazione dell'area al fine di permettere i conferimenti continui di rifiuti. Sin dall'inizio fu chiaro che oltre che scellerata la scelta di impiantare la discarica fu effettuata con assoluta inefficienza e mancanza di rispetto delle elementari regole di sicurezza. L'invaso della discarica, sorto a ridosso di una precedente discarica,non ha un sistema di raccolta del percolato, non ha coperture dei rifiuti, non ha adeguati impianti connessi. Il Comitato Emergenza Rifiuti ricorse alle vie giudiziarie attraverso una denuncia penale nei confronti dei responsabili della gestione de Lo Uttaro. L'azione giudiziaria si esplicò anche con un ricorso ex articolo 700 del cpc, sulla falsa riga dell'iniziativa del comitato civico di Serre, in provincia di Salerno. Il 3 agosto 2007 il giudice monocratico di Napoli Fausta Como sentenziò clamorosamente per la chiusura della discarica. Al provvedimento seguì una sospensione ottenuta dall'Avvocatura dello Stato per conto della parte commissariale. Nel novembre 2007, poi, il blitz dei Carabinieri del NOE in esecuzione del provvedimento di sequestro della discarica ad opera del giudice Guarriello della Procura di Santa Maria Capua Vetere diede un colpo definitivo alla vicenda. Nella cava Mastropietro, attrezzata in maniera rozza al conferimento di migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti da tutta la regione Campania, furono individuati pericolosi rifiuti tossici, con quantità enormi di carbonio organico totale, di idrocarburi e di metalli pesanti. Malgrado l'evidenza del danno arrecato alle popolazioni della conurbazione casertana si è continuato ad indirizzare le mire verso questa area disastrata che anni addietro era stata già inserita nell'elenco dei Siti di interesse nazionale meritevoli di bonifica. Infatti con il nuovo Commissario Gianni De Gennaro si parlò nel mese di febbraio 2008 di riaprire la discarica nonostante il sequestro operato dalla magistratura. Un tentativo che suscitò l'ennesima reazione popolare ma che fortunatamente si arenò grazie ai rilievi imparziali del Genio Militare che mostrarono l'alto inquinamento del sito. Il montare dell'emergenza all'inizio del 2008 comunque ha indirizzato il Comune di Caserta ad utilizzare un ennesimo sito della località Lo Uttaro per lo stoccaggio dei rifiuti. Infatti nei capannoni dell'ex Ucar furono stipate altre tonnellate di immondizia raccolte dai mezzi dell'esercito e della società affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti in città. Questo è l'ultimo colpo in ordine di tempo a questo martoriato lembo di terra casertana.

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Pianura (quartiere di Napoli)

Pianura (Chianura in napoletano) è un quartiere della città di Napoli sito a nord della collina dei Camaldoli e confinante con i quartieri di Fuorigrotta, Soccavo ed Agnano. Insieme a Soccavo è parte della Municipalità 9 del Comune di Napoli. Il toponimo deriva dal suo territorio pianeggiante circondato da alture. Pianura resta comune autonomo fino al 1926 quando verrà poi inclusa nel Comune di Napoli (ultimo sindaco il sign. G. Fontana).

La moderna Pianura si è sviluppata intorno ai primi anni ottanta senza però avere alcun piano regolatore generale, favorendo così l'abusivismo edilizio selvaggio e risultando tutt'oggi come il quartiere con più edifici irregolari d'Italia.

Pianura ha come asse principale Via Montagna Spaccata che collega Napoli a Quarto. È collegata al centro cittadino dalla ferrovia Circumflegrea, oggi Linea 5 del metrò cittadino, che tocca il quartiere con tre stazioni: La Trencia, Pianura e Pisani. Le attuali autolinee predisposte dall'ANM (C11, C12, C13, C14, R6 e P8) la collegano ai quartieri di Soccavo, Vomero, Fuorigrotta, Agnano, Chiaia e Pozzuoli.

Presente una storica chiesa dedicata a San Giorgio Martire, patrono del quartiere. In restauro, invece, la chiesa in onore a Don Giustino Russolillo (fondatore dell'ordine dei padri vocazionisti), mèta di pellegrinaggio religioso.

L'antica località di Pianura si trovava sulla via di transito per Cuma, per cui sono numerosi gli insediamenti ed i siti archeologici presenti sul territorio, molti dei quali andati perduti durante gli innumerevoli scavi, demolizioni e nuove costruzioni che hanno sventrato il quartiere. Di particolare rilievo il sito rinvenuto sotto la "masseria Monteoliveto" durante i lavori di ristrutturazione; nel sito infatti sono state scoperte fondazioni stratificate, l'ultima delle quali potrebbe essere di origine Sannita.

L'attuale impianto in elevazione è di epoca medievale e si erge su moduli di origine certamente greca, su cui si trovano le mura romane in opus. Sono inoltre state rinvenute le vestigia di antiche terme artificiali, alimentate con il fuoco, ed in particolare le tre camere tipiche degli impianti di epoca imperialie, calidarium, frigidarium e tepidarium, completamente rivestite in alabastro.

Altro sito di un certo rilievo storico è la cava dalla quale si estraeva il piperno, materiale con il quale furono edificati centinaia di palazzi napoletani, tra i quali il mausoleo di Posillipo; questa cava, oramai dismessa da almeno un secolo, perfora in senso trasversale la collina dei Camaldoli, sbucando a Soccavo (da cui prende il nome, e che in origine era sub Ccave). Le leggende del quartiere narrano di diramazioni che si estendono sino a Capodimonte, oltre a costituire un passaggio naturale di congiunzione tra le due località (Pianura - Soccavo).

Nel territorio comunale, presso il confine con Capua e l'antica Liternum vi è la Torre Lupara (sita a 80 m. s. l. m.), sorta di costruzione con sottopasso carrabile ad arco a tutto sesto incorniciato con travertino. Era punto d'intersezione di vie di comunicazione.

A Pianura la squadra principale è l'A.S.D. Pianura, compagine calcistica da poco promossa nel campionato nazionale di Serie D. Il campo dove disputa le partite è il Campo Simpatia, raggiungibile dalla stazione della ferrovia Circumflegrea di Pianura; ci sono anche altri campi minori, come il campo Arcobaleno e Billy, entrambi raggiungibili dalla stazione della ferrovia Circumflegrea di Pisani.

A Pianura c'è anche un centro di ippica chiamato Le Caselle.

Alla fine del 2007 vi è stata la possibilità della riapertura della discarica di rifiuti di Contrada Pisani, chiusa nel 1996, per ovviare all'emergenza rifiuti in Campania. Per questo motivo, nel gennaio 2008, Pianura è stata teatro di manifestazioni, devastazioni e scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Proprio in merito a quel periodo, il 6 ottobre 2008, dopo un'indagine durata 9 mesi, vengono arrestate 37 persone, tra cui 2 politici, accusate di associazione a delinquere, devastazione ed interruzione di pubblico servizio.

Un'inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti del 2000 ha messo in luce che probabilmente fanghi dell'ACNA di Cengio sono stati smaltiti nella discarica di Pianura per un ammontare di almeno ottocentomila tonnellate. Il 29 Novembre 2008, l'ex assessore comunale Giorgio Nugnes, uno dei due politici sospettati di aver fomentato gli scontri antidiscarica, si tolse la vita impiccandosi all'inferriata del balcone di casa.

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Source : Wikipedia