Diritto

3.4293239684026 (1139)
Inviato da murphy 25/04/2009 @ 14:07

Tags : diritto, società, podcast

ultime notizie
Romanzo (semiserio) su Mourinho, l'antipatico per diritto ereditario - il Giornale
Non mi direte che siete fra quelli che credono che José Mourinho è davvero l'allenatore dell'Inter? Non mi direte che vi siete fatti abbindolare dai soliti giornalisti prostituti intellettuali e dal solito potere mediatico demoplutocratico del Milan e...
Ferrari: il diritto di veto alla base dell'azione legale contro la FIA - F1grandprix.it
La Ferrari e' convinta che la FIA abbia infranto un suo diritto di veto su futuri cambiamenti al regolamento tecnico spingendo per l'introduzione del limite volontario alle spese di 40 milioni di sterline. "Per noi la F1 e' molto importante,...
Elemosina? Un “diritto” ma lontano dalle banche - Il Secolo XIX
Il sindaco Berruti riconosciuto «il diritto dei più deboli di chiedere aiuto nelle strade e nelle piazze della citta», sottolinea che questo diritto «non possa trasformarsi in un obbligo o in un condizionamento per gli altri cittadini»....
IMMIGRATI: BERLUSCONI, IN LINEA CON DIRITTO INTERNAZIONALE - AGI - Agenzia Giornalistica Italia
(AGI) - Roma, 13 mag - "Siamo in linea totale con le direttive europee, il diritto internazionale e la legge italiana. C'e' un'agenzia dell'Onu in Libia, chi vuole essere accolto perche' ha i requisiti, si reca all'agenzia dell'Onu in Libia....
Olimpiadi: Olimpiadi del diritto: s'impongono gli studenti di Palermo - Consorzio AetnaNet
La squadra di studenti di Giurisprudenza di Palermo ha vinto le “Olimpiadi del diritto” svolte nei giorni scorsi a Verona. I giovani universitari hanno gareggiato su due distinte prove: la prima su delle memorie scritte riguardanti un non facile caso...
Università, approvata legge sul Diritto allo studio. Le novità - Romanotizie - News ed eventi da Roma e suoi Municipi
Il Consiglio Regionale del Lazio ha approvato la nuova legge sul diritto allo studio universitario che va a sostituire la Legge 25 Simeoni/Storace. "Non e' sicuramente la legge che come Rifondazione comunista avremmo voluto, ma va riconosciuto che con...
L'Utente della Salute Mentale ha diritto alle cure sanitarie come ... - Associazione Italiana Psichiatri
By aipsimed - November 17th, 2006 Il DSM dell'ASL CE/2 ribadisce che l'utente della salute mentale è un malato come qualunque altro che ha diritto alle cure sanitarie come ciascun individuo. In una nota del 15/11/06, ribadisce, infatti, che i soggetti...
Immigrazione. Refoulement: è questa la politica del governo? - Fondazione Italiani
Dunque, la logica conclusione di Berlusconi è che, “praticamente”, sui barconi che trasportano gli immigrati non ci sono “persone che hanno diritto d'asilo”, al di là di alcuni “casi eccezionalissimi”. Prendiamo per buona la ricostruzione di Silvio...
MO: PAPA AD ABBAS, SOSTEGNO A DIRITTO STATO PALESTINESE - Il Tempo
Rivolto al presidente dell'Anp, Mahmoud Abbas, che lo ha accolto al suo arrivo a Betlemme, il Pontefice ha detto: "Signor presidente, la Santa Sede sostiene il diritto del suo popolo a una patria sovrana palestinese nella terra dei suoi antenati,...
Scandiano, Mammi (PD): il diritto alla salute è una scelta strategica - Sassuolo 2000
“La tutela della salute è un diritto dei cittadini e allo stesso tempo il suo perseguimento è di interesse per l'intera comunità”. Partendo da questi presupposti Alessio Mammi ha proposto le azioni di presidio sanitario nel programma sottoscritto per...

Diritto

Altri significati ancora possono derivare da fraseologie di dettaglio.

La domanda "che cos’è il diritto" ha impegnato gli studiosi di tutte le epoche, e costituisce ancora un problema aperto, la cui soluzione dipende in gran parte dal quadro filosofico cui ogni studioso fa riferimento e attraverso il quale traguarda la questione. Una risposta che possa definirsi esatta in assoluto non esiste anche perché il diritto ha differenti manifestazioni a seconda del modello preso in esame (ad esempio basti pensare alla distinzione tra il civil law e il common law anglosassone e statunitense).

Una delle concezioni più risalenti è la c.d. teoria del diritto naturale, o giusnaturalismo. Tale teoria postula l’esistenza di una serie di princìpi eterni e immutabili, inscritti nella natura umana, cui si dà il nome di diritto naturale. Il diritto positivo (cioè il diritto effettivamente vigente) non sarebbe altro che la traduzione in norme di quei princìpi. Il metodo adottato dal legislatore è dunque un metodo deduttivo: da princìpi universali si ricavano (per deduzione) le norme particolari. Il problema è che non sempre vi è pieno accordo su quali siano i princìpi universali ispiratori delle norme giuridiche. Le Chiese, principali assertrici del diritto naturale, tendono ad identificarlo con i princìpi dettati dai loro testi sacri (la Bibbia, il Corano, etc.); gli studiosi laici con princìpi diversi (di giustizia, equità, il popolo, lo stato etc.). Non essendoci accordo sui princìpi-base (a meno che essi non siano imposti da un potere autoritario), viene a cadere il fondamento stesso della teoria del diritto naturale.

Verso la fine dell’800, sull’onda delle teorie filosofiche positivistiche, si afferma (e rimane a lungo predominante) il c.d. positivismo giuridico o giuspositivismo che, contrapponendosi al giusnaturalismo, asserisce tutto al contrario che il diritto è solo ed esclusivamente diritto positivo, cioè diritto effettivamente posto, e non c’è alcuno spazio per alcun diritto naturale trascendente il diritto positivo. Secondo la gran parte degli studiosi giuspositivisti (specie in Italia) il diritto si identifica con la norma giuridica (giuspositivismo normativistico). Il diritto dunque non sarebbe altro che una serie di norme che regolano la vita dei membri di una società, allo scopo di assicurarne la pacifica convivenza. Il diritto (e i princìpi che ne stanno alla base) si sposta così dal campo del trascendente a quello dell’immanente, dal dominio della natura a quello della cultura. Il metodo adottato dai giuspositivisti è, al contrario di quello dei giusnaturalisti, un metodo induttivo: non esistendo princìpi universali ed eterni, i princìpi su cui si basa il diritto vengono ricavati per induzione (cioè per astrazione) dalle norme giuridiche particolari e contingenti.

I fautori del giuspositivismo hanno però qualcosa in comune con quelli del giusnaturalismo: essi rientrano tutti nella categoria filosofica dei "realisti", ossia di coloro che pensano alla realtà come a un "dato" oggettivo, esterno, e come tale indipendente dall’osservatore. Anche il diritto sarebbe, come tutta la realtà, un dato oggettivo, che lo studioso si limita ad indagare e il giudice ad applicare, senza modificarlo in alcun modo. Una concezione statica del diritto, insomma.

Le tesi "realiste" sono contestate dai teorici che possono ascriversi alla corrente filosofica del relativismo o scetticismo. Al contrario dei "realisti", gli "scettici" pensano (sulla scia delle moderne teorie scientifiche e filosofiche del ’900) che un’osservazione "oggettiva" e "distaccata" della realtà non sia possibile, e che l’osservatore, interpretando la realtà, la influenzi necessariamente. Ogni analisi dovrà per forza essere "soggettiva", poiché ineliminabile è la componente del soggetto nell’analisi della realtà. Il soggetto non si limita ad "osservare", bensì "(ri)crea" la realtà. Per chi abbraccia le tesi scettiche, il diritto non può dunque essere un mero "dato", un insieme fisso e immutabile di norme (giuspositivismo) o di princìpi eterni (giusnaturalismo). I teorici che studiano il diritto (i giuristi, il cui insieme di scritti costituisce la c.d. "dottrina") e i pratici che lo applicano (i giudici, il cui insieme di sentenze costituisce la c.d. giurisprudenza) non sono "indagatori" o "applicatori" di una realtà già data ma, nello stesso momento in cui la interpretano, ne diventano veri e propri "creatori". Il teorico, disquisendo sul diritto, "crea" diritto; il giudice, emanando una sentenza, "crea" diritto. La concezione del diritto propria dello scetticismo è dunque dinamica, e non statica.

Una concezione teorica più moderna, che vuole superare le contraddizioni di quelle testè citate, è il costruttivismo giuridico. Esso si è imposto alla fine del XX secolo, soprattutto tra i teorici anglosassoni. Secondo il costruttivismo noi, contemporaneamente, osserviamo e modifichiamo, influenziamo e veniamo influenzati, interpretiamo e creiamo; la realtà è allo stesso tempo scoperta ed inventata, osservata e costruita; noi non siamo completamente liberi, ma non siamo neanche completamente vincolati; subiamo pesanti interferenze dalla realtà, ma interveniamo pesantemente a modificarla.

Per il costruttivismo, dunque, da una parte l’interprete (giurista o giudice) è ancorato alle norme esistenti, in quanto non può prescindere da esse: egli non può essere interamente creativo, come pretenderebbero gli scettici. D’altra parte è anche vero che egli, interpretando le norme giuridiche a scopo teorico ovvero per applicarle al caso concreto, vi immette sempre qualcosa di suo: influisce su di esse in quanto influisce sulla loro futura interpretazione ed applicazione. Il ruolo dell’interprete non è pertanto interamente notarile e passivo, come pretenderebbero i realisti.

Il giurista (o il giudice) non si limita solo ad interpretare, né solo a creare. Egli interpreta e crea: crea mentre interpreta. E fa entrambe le cose non in maniera arbitraria, ma sempre fortemente vincolato dall’ambiente storico, culturale e giuridico in cui si pone.

Il diritto, secondo il costruttivismo, è in conclusione un fatto dinamico, un processo (ZACCARIA), una pratica sociale di carattere interpretativo (DWORKIN), in cui norma giuridica e sua interpretazione interagiscono costantemente.

Per estensione si intende per Diritto anche la scienza che studia le norme giuridiche.

I diritti soggettivi assoluti sono sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che afferma che tali diritti sono innati in ogni persona.

Si dice tradizionalmente che i diritti assoluti sono efficaci erga omnes, cioè verso tutti: io posso far valere, per esempio, il mio diritto di proprietà nei confronti di chiunque.

I diritti soggettivi relativi sono diritti patrimoniali che coincidono con la categoria dei diritti di credito. Il diritto di credito è la pretesa di un soggetto (creditore) nei confronti di un altro soggetto (debitore) a che quest'ultimo esegua una determinata prestazione (di dare - esempio: una somma di denaro -, o fare - esempio: un lavoro -, o non fare - esempio: non innalzare un edificio o non commercializzare un prodotto in una determinata zona -).

I diritti di credito si dicono relativi, perché la pretesa si rivolge in via principale verso uno o più soggetti determinati (infatti, se ho un credito il mio interesse può essere soddisfatto solo dal mio debitore). La "relatività" dei diritti all'esame è però oggi attenuata dalla ormai riconosciuta cd. "tutela esterna del credito". Laddove un soggetto, con la sua condotta, precluda ad un creditore di soddisfare il suo interesse rendendo impossibile, in modo assoluto ed obiettivo, la prestazione cui il debitore era tenuto, sarà chiamato a risarcire il danno, non diversamente da come accade tutte le volte in cui viene leso, ad esempio, il diritto di proprietà. Se è vero, dunque, che nei diritti di credito il bene può essere fornito solo da un soggetto determinato, è altrettanto vero che tutti i consociati sono tenuti ad astenersi dal compimento di atti che possano pregiudicare il conseguimento del bene da parte del creditore. V'è da notare che, in modo simmetrico, alcuni diritti assoluti presentano dei caratteri comuni ai diritti di credito. Una servitù di passaggio è sì un diritto reale, ma la pretesa al transito sul fondo altrui si rivolge in via principale verso il proprietario del fondo servente (il fondo da attraversare). Sebbene, dunque, la struttura dinamica del diritto lo renda ben più simile ad un diritto di credito (il medesimo risultato pratico può essere assicurato da un diritto di credito), l'assolutezza del diritto in questione rimane confermata dalla presenza di alcuni caratteri propri dei diritti assoluti: tra questi, ad esempio, la sua opponibilità a chiunque acquisti il fondo gravato (c.d. ius sequelae. L'opponibilità è però subordinata all'assolvimento di determinati oneri).

Allo stato, dunque la distinzione tra diritti assoluti e diritti relativi non è più così netta e non sembra possibile attribuire alcun carattere proprio ed esclusivo ad ognuna delle categorie.

Come per le altre scienze sociali, si suole ripartire il diritto in una serie di discipline differenti, sebbene tale partizione non sia da intendersi in senso assoluto, ma sia semplicemente operata a scopo didattico o pratico.

Il confine tra diritto privato e diritto pubblico era già presente anche se in forma embrionale all'epoca dei primi giuristi romani. Diventa poi una distinzione teorica solo a partire dal XIX secolo come sistema di divisione tra parte civile e parte politica della società. Il primo sistema ovvero quello privatistico si occupava del civile mentre il pubblicistico del politico.All' inizio perciò erano concepiti come sistemi stacati e a se stanti anche se solo mettendoli in confronto si potevano capire le differenze.

Oggi si sottolinea sempre più l'artificiosità della distinzione tra diritto pubblico e diritto privato, dato che, soprattutto a partire dagli anni novanta, si sono moltiplicati gli esempi di fenomeni di confine non agevolmente inquadrabili nell'una o nell'altra categoria (es. le società per azioni a capitale pubblico).

Un'importanza peculiare è, senza dubbio da attribuire al diritto internazionale, la branca del diritto che regola fenomeni giuridici relativi a soggetti di ordinamenti diversi, ciascuno dei quali si considera sovrano. Esso viene a sua volta suddiviso nelle discipline del diritto internazionale pubblico e del diritto internazionale privato, a seconda dei soggetti e delle materie presi in considerazione.

Per la parte superiore



Stato di diritto

La locuzione stato di diritto traduce l'originaria espressione tedesca "Rechtsstaat", coniata dalla dottrina giuridica tedesca nel XIX secolo. Fondamento di questa forma di Stato è la salvaguardia della supremazia del diritto e delle connesse libertà dell'uomo. Il concetto dello stato di diritto presuppone che l'agire dello Stato sia sempre vincolato e conforme alle leggi vigenti: dunque lo Stato sottopone sé stesso al rispetto delle norme di diritto, e questo avviene tramite una Costituzione scritta. Il concetto di stato di diritto si esplica in due nozioni: lo stato di diritto in senso formale e lo stato di diritto in senso materiale.

L'affermarsi dello stato di diritto coincide con la fine dell' assolutismo e comporta l'affermazione della borghesia tra il XVIII ed il XIX secolo, la quale insieme al potere economico raggiunto rivendica anche quello politico e determina una trasformazione radicale nell'assetto della società e nel concetto di stato. A livello teorico, la proclamazione dello stato di diritto avviene come esplicita contrapposizione allo stato assoluto: in quest'ultima forma di stato, infatti, i titolari dei poteri erano "absoluti", ossia svincolati da qualsivoglia potere ad essi superiore. Attualmente, infatti, in gran parte degli stati del mondo i diritti civili e politici sono assicurati a tutti gli individui, senza alcuna distinzione, proprio grazie all'evoluzione storico-politica che, a partire dallo stato assoluto, ha portato al raggiungimento del cosiddetto stato di diritto.

Possiamo riconoscere un esempio precursore di stato di diritto nella costituzione inglese del XVII secolo: la gloriosa rivoluzione inglese combattuta contro l'assolutismo della dinastia Stuart porta ad una serie di documenti (Bill of rights, Habeas Corpus, Act of Settlement) che sanciscono l'inviolabilità dei diritti fondamentali dei cittadini e la subordinazione del Re al Parlamento (che è rappresentante del popolo).

La proclamazione consapevole ed attuale dello stato di diritto si realizza tramite le due grandi rivoluzioni settecentesche, quella americana e quella francese. In particolare fu quest'ultima ad importare nel Vecchio continente i principi dello stato liberale, che poi saranno oggetto (più o meno ampio, più o meno strumentalizzato dai vari monarchi europei) delle costituzioni ottocentesche.

La critica che è stata generalmente rivolta allo stato di diritto da gran parte della storiografia giuridica, da varie frange ideologiche (socialisti, dottrina sociale della Chiesa ad esempio) e dai partiti di massa sorti tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento è quella di aver riconosciuto solo in astratto i diritti fondamentali dell'uomo, senza curare l'attuazione in concreto di tali diritti. Così, si è realizzata in tutti gli stati liberali una situazione che di fatto contrastava con le proclamazioni di diritto previste dai testi costituzionali vigenti. A queste lacune si sarebbe rimediato con l'introduzione dei principi del Welfare state e la creazione degli Stati democratici.

Un vincolo all'osservanza delle leggi sarebbe inutile ed inefficace se non fosse possibile garantire che le leggi stesse siano garanti dei diritti fondamentali. Pertanto gli elementi formali dello stato di diritto vengono sviluppati ed estesi dagli elementi materiali dello stesso, in particolare attraverso l'adozione di norme che tutelano i diritti fondamentali.

Art. 7 Dignità umana - La dignità della persona va rispettata e protetta.

Secondo taluni autori, la presenza di una costituzione rigida e del controllo di legittimità costituzionale determinerebbe un'evoluzione dello stato di diritto in quello che è stato denominato stato costituzionale di diritto.

Per la parte superiore



Diritto canonico

Graziano (giurista) . 1140

Il diritto canonico è costituito dall’insieme delle norme giuridiche formulate dalla Chiesa cattolica, che regolano l’attività dei fedeli nel mondo nonché le relazioni inter-ecclesiastiche e quelle con la società esterna. Non va confuso con il diritto ecclesiastico, che è il diritto con cui gli stati temporali (o secolari) regolano i loro rapporti con le varie confessioni religiose.

La parola canonico deriva dal corrispettivo greco κανών, che significa semplicemente "regola", ed è stato usata in maniera inequivocabile nel Concilio di Nicea (325 d.C.) quando furono trattati i canones disciplinares, ma il suo uso ha cominciato a ricevere preferenze nette solo dall'VIII secolo. Tuttavia nel corso della storia della Chiesa si è parlato spesso anche di ius sacrum, ius decretalium, ius pontificium e ius ecclesiasticum. Dal Concilio Vaticano II il termine diritto canonico è stato spesso sostituito da quello di "diritto ecclesiale", che meglio risponde alle ragioni fondative della Chiesa.

Un'altra distinzione nasce dal fatto che la Chiesa si definisce un’unica realtà composta da un elemento divino e da un elemento umano, regolata correlativamente sia dal diritto divino sia dal diritto (meramente) ecclesiastico, ovvero dalle norme stabilite esclusivamente dalla competente autorità ecclesiastica. Si osservi che in questo caso con diritto ecclesiastico la Chiesa intende qualcosa di totalmente diverso da quanto indicato con lo stesso nome dagli stati laici, come spiegato in precedenza. Il diritto divino si divide in naturale e positivo: del primo fanno parte tutti i diritti umani intrinsechi alla natura umana stessa; del secondo tutte le regole manifestate nella Rivelazione divina, ricavabili dai testi sacri e dalla Tradizione apostolica.

Nonostante ovviamente sia radicato su una religione ben definita, il diritto canonico si discosta molto dalla shari'a islamica o dal diritto ebraico per essere molto vicino al diritto secolare degli stati, ma allo stesso tempo non assume un'identità statale in quanto è destinato ad una massa di fedeli stanziata in tutto il mondo e non distribuita all'interno d'un territorio ben definito: parallelamente è distante dal concetto di stato anche perché il diritto canonico proviene ed è diretto ad un altro mondo e non quello terreno. Elemento caratterizzante della legge canonico è quindi la persona.

Le norme di diritto divino sono ritenute dalla Chiesa di fonte divina (es.: la Rivelazione) per cui si ritiene siano assolutamente inderogabili da leggi umane, civili o ecclesiastiche; quelle di diritto umano scaturiscono, invece, dal volere delle autorità costituite dalla Chiesa per il governo della comunità dei fedeli quali ad esempio il Papa e il Concilio Ecumenico.

Larga parte del diritto canonico moderno è stata pubblicata su fonti ufficiali, resta però una fetta di diritto canonico meno conosciuta, ma altrettanto valevole e autorevole per chi ne segue i precetti, diffusa tramite fonti ufficiose. Un esempio di questa seconda frangia di diritto canonico lo si può riscontrare nel documento Crimen sollicitationis.

L'evoluzione del diritto canonico nell'arco della storia è solitamente divisa in quattro grandi periodi disomogenei tra loro.

Questo periodo comprende il primo Millennio di vita della Chiesa Cattolica, dalle origini delle prime comunità fino all'avvento della figura pivotale di Graziano.

Nella prima parte di questo periodo, quindi dalle origini della Chiesa fino all'Editto di Costantino (313) il diritto canonico era basato esclusivamente su quello divino, quindi sulle Sacre Scritture e sul diritto naturale. Poco diritto veniva disciplinato e molto veniva ereditato dal diritto EBRAICO. Proprio perché siamo alla presenza di una legge rivelata da Dio, bisogna parlare di una legge di "Alleanza". Il DECALOGO ovvero i Dieci comandamenti rivelati a Mosè sul monte Sinai sono la base fondamentale. Insieme al decalogo erano stati elaborati altri precetti. Il problema a livello giuridico è che precetti e legge erano messi tutti sullo stesso piano, non garantendo una Gerarchia.

Il diritto ebraico, però non è l'unica base che andrà formando il diritto Canonico, ma molto importante è anche il Diritto romano.

Successivamente, oltre agli Atti degli apostoli che mostrano un primo assetto della comunità cristiana, si inseriscono altri scritti dal II secolo fino al VII secolo, come Barnaba, Clemente romano, Ignazio, Policarpo, Erma sino ai Padri della Chiesa (Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Girolamo eccetera). È con l'evoluzione di questi secoli che tra le fonti del diritto sorge la Tradizione, ovvero gli insegnamenti degli apostoli e dei loro successori, ma anche un approfondimento filosofico e non della fede e dei vari principi morali.

Col formarsi di Chiese particolari e forme continuamente diverse di riti e liturgie a secondo dei luoghi, specialmente in Medio Oriente, sorsero le divisioni territoriali, le figure dei Vescovi che cominciarono ad intraprendere una prima forma di legislazione religiosa locale, e soprattutto si cominciarono ad importare vari istituti di diritto romano.

Dal IV secolo importanti sono i Concili ecumenici, che fissano i vari dogmi della fede cristiana e le varie regole giuridiche (i "canoni" appunto), raccolte in decisioni conciliari.

Con l'andare del tempo sempre durante i primi secoli, nascono numerose controversie giuridiche - disciplinari, fra varie chiese, o fra membri della stessa chiesa, ecco che si sente il bisogno di ricorrere a un arbitro che dirima le questioni spinose. Nasce quindi il ricorso al Vescovo di Roma, come ultimo appello.

Fra il 629 e il 636 abbiamo la Collectio Isidoriana, perché attribuita ad Isidoro di Siviglia, anche se pare che tale opera non sia di sua produzione, rimane ai fini del Diritto canonico un'opera importante, perché completa la Collectio Dionisiaca, con la novità assoluta di raggruppare gli argomenti non più per data ma per tema, con un vero e proprio indice analitico, che ne facilita la consultazione.

Nel 774 Papa Adriano I ordina una collezione che verrà ricordata come Collectio Hadriana, sotto la pressione delle invasioni barbariche ritiene indispensabile dare fondamento giuridico ufficiale all'azione della chiesa.

Con la dominazione dei Franchi nell'Italia vediamo una nuova evoluzione. Le norme della chiesa non erano tutte scritte, ma molte, secondo il modo del diritto romano, erano affidate alla Consuetudine. I Franchi non capendo questo tipo di modus operandi, vogliono che ogni norma venga fondata su base scritta, non dando alcun valore alla consuetudine.

Il cosiddetto periodo classico del diritto canonico inizia nel XII secolo, più precisamente dal 1140 circa, periodo in cui Graziano compie la prima effettiva opera giuridica su testi canonici, il famoso Decretum: il monaco camaldolese colleziona un'enorme raccolta di fonti canoniche ed elabora numerose interpretazioni su quelle contrastanti, fino a quel momento, infatti, il diritto canonico è solo un insieme di leggi, alcune norme potevano apparire in contrasto con altre. Tale opera entrerà a far parte del Corpus Iuris Canonici.

Successivamente, in coincidenza col fiorire delle università italiane e della dottrina giuridica, il Decretum riceve molti commenti, glosse ed è oggetto di numerosi studi, mentre al contempo prende piede un'altra fonte di diritto canonico di origine pontificia, ovvero l'iniziativa in base a causae maior (questioni importanti di natura immediata).

Il fatto storico che chiude questo periodo, e stravolge nettamente l'assetto della Chiesa, è la Riforma Protestante, col conseguente e necessario Concilio di Trento che fissa regole dottrinarie ma anche e soprattutto disciplinari, contribuendo all'aspetto giuridico dell'organizzazione ecclesiastica in maniera rilevantissima.

Nel 1582, dopo il concilio di Trento, siccome ci sono tante edizioni del Corpus, il Papa da il mandato ad una commissione dal punto di vista filologico di giungere ad una edizione corretta ma non ufficiale. Si costituisce il collegio dei correctores romani. Giovan Paolo Lancellotti scrisse poi un manuale di diritto canonico con la richiesta che la Santa Sede lo adottasse per via ufficiale. La richiesta fu bocciata, ma il testo fu comunque inserito come appendice in varie edizioni, perché fu ritenuto didatticamente e praticamente utile e facile da consultare.

Il corpus desterà grande interesse accademico e scientifico, tanto che il 1500 è il periodo d’oro del diritto canonico classico, grazie all’opera dei decretalisti, commentatori del diritto canonico, da non confondersi con i decretisti, studiosi del Decretum gratiani.

Questo periodo è caratterizzato da un forte e sempre maggiore accentramento del potere in seno a Roma a discapito delle Chiese particolari e locali: una tendenza, a dire il vero, iniziata già nel XVI secolo, e naturale reazione al fenomeno protestante che toglie tutte le autonomie che non siano strettamente necessarie alle chiese particolari per mantenere salda l'unità della Chiesa.

Sorge anche un sempre maggior conflittuale rapporto con gli Stati temporali, che porta al periodo del cosiddetto giurisdizionalismo dove i canonisti si sforzano di affermare che la Chiesa e lo Stato nei loro ambiti siano due società perfette, e che la prima ha diritto e necessità di tutte le sue libertà, specialmente la non soggezione alla realtà politica.

È dopo la Rivoluzione francese che il distacco si compie definitivamente tra le due realtà e che il diritto canonico si scinde definitivamente da quello secolare: gli Stati non danno più sostegno alla Chiesa (c.d. separatismo), che si trova a dover codificare da sola le proprie regole.

L’aspetto giuridico della Chiesa è un grande mare magnum. Anche il diritto civile si presentava similmente. Proprio nel diritto civile e sorge il dibattito che avrà ripercussioni in ambito canonico. Esigenza di creare un unico codice.

Opinione degli illuministi: mito di un unico diritto per avere la certezza assoluta. A questa idea, l’imperatore capisce che un sistema così vasto rende difficile l’opera autocratica dell’imperatore, per cui per concentrare nelle mani del sovrano la legge Napoleone nel 1804 : CODICE CIVILE, che sostituisce tutto il codice francese. L’idea del codice piacque molto e in tutta Europa fiorirono i codici civili, tranne l’Inghilterra, che non ha codice e rimane col suo sistema amplissimo di regole.

Questo dibattito avviene anche nell’ordinamento canonico, ma si comincia a parlare della opportunità di promulgare un codice di diritto canonico.

Pio IX segnerà la svolta della Chiesa. Fa di tutto per non perdere lo stato, ma una volta perso non avrà mai una rivalsa nel voler costituire lo stato pontificio. È la svolta nello stato della Chiesa e la Chiesa penserà solo alla dimensione spirituale. La Santa sede rimarrà isolata dagli altri prima del 1929.

Se ne parlò anche nel Concilio Vaticano I e la maggior parte degli intervenuti fu a favore della codificazione stessa. Altri erano contrario perché vedevano la codifica del diritto come una subalternità all’illuminismo e alla concezione napoleonica, che andava contro la Chiesa, che sembrava sminuire la consuetudine. Non venne però presa a riguardo alcuna decisione.

Dopo un periodo di isolamento della Chiesa nelle relazioni internazionali, dovuto all'estromissione spesso coatta del diritto canonico dagli ordinamenti secolari.

Pio X costituì una pontificia commissione a cui partecipò anche Franz Xaver Wernz (1904-1917) e Benedetto XV promulgò il nuovo codice del 1917, fatto molto bene, col nome di "Piano Benedettino". Pietro Gasparri fece la sintesi di tutta la sapientia giuridica mettendola in un codice.

Benedetto XV dà vita alla . Risponde ai quesiti sul codice, sotto parere del pontefice, e, dopo il responso, permette che l’interpretazione divenga autentica, cioè proveniente dalla stesso autore della legge, e vincolante: entra a integrare la legge.

Gli Stati temporali si rifecero avanti per una nuova collaborazione diversa, stipulando concordati e accordi con la Santa Sede.

Fu il papa Giovanni XXIII a dare segnali di voler cambiare e ammodernare il nuovo codice, non adatto già ai tempi. Il nuovo codice fu promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, con varie caratteristiche: armonizzazione del diritto sancito nel codice precedente ai vari concili, specialmente al Concilio Vaticano II, allontanamento dai codici secolari (contrario al codice del 1917 che vi si avvicinava notevolmente).

Nell'ottobre 2008 Papa benedetto XVI ha approvato la nuova legge sulle fonti del diritto per lo stato del Vaticano. La legge, entrata in vigore l'1 gennaio 2009, sostituisce quella del 7 giugno 1929, che fu emanata in seguito alla stipula dei patti lateranensi l'11 febbraio dello stesso anno.

La nuova legge riconosce che l'ordinamento canonico diventerà la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo, mentre le leggi italiane e di altri Stati non verranno più recepite automaticamente, ma entreranno nell'ordinamento solo dopo una previa ed esplicita autorizzazione pontificia.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia