Dirigenti calcistici

3.394830207825 (1973)
Inviato da david 03/03/2009 @ 21:14

Tags : dirigenti calcistici, calcio, sport

ultime notizie
A Letta il premio Giulio Onesti - Il Tempo
Dette dei ricchi scemi, per le scomposte e reiterate dissennatezze finanziarie, ai dirigenti delle società calcistiche. Sostenuto da Giulio Andreotti, con cui, presenti donna Livia e la signora Gabriella, era solito intrattenersi familiarmente nei...
Milan, preso Cissokho - TGCOM
Adriano Galliani e Ariedo Braida, volati in Portogallo per incontrare i dirigenti del Porto, hanno chiuso positivamente la trattativa per l'acquisto di Aly Cissokho, esterno 21enne franco-senegalese da qualche giorno nel mirino del club di via Turati....
ECCELLENZA: BISCEGLIE, ADDIO AI PEDONE E TITOLO A SPINA - Soccer Puglia.it
BISCEGLIE - Non ha avuto un risvolto positivo l'incontro di questo pomeriggio tra il Sindaco di Bisceglie Avv. Francesco Spina ei dirigenti del club stellato Roberto Storelli, Leonardo ed Enzo Pedone. Dopo una mezzora di colloquio, i tre dirigenti...
Calciomercato - Serie B: Corsa a due per la panchina dell'Ascoli - Real Sports
I dirigenti di Corso Vittorio hanno ormai ridotto a due nomi la rosa dei "papabili", si tratta di tecnici giovani emergenti provenienti dalla Lega Pro: Alessandro Pane (Reggiana) e Franco Lerda (Pro Patria). E' una vera e propria volata a due in cui in...
Le conclusioni della tesi di Lara Comi sul Milan - Il Foglio (Abbonamento)
Tra i club calcistici non esiste un modello predominante di organizzazione aziendale. Ogni squadra si gestisce a modo proprio, talvolta cambiando spesso ruoli e persone alla dirigenza della squadra, il più delle volte con effetti destabilizzanti,...
Petrucci "Il Milan ha fatto bene a vendere Kakà, bravo anche Lotito" - Calciomercato.com
Come fanno quelli che si comprano la casa "col prestito", e che piano piano la pagano, arrivando eventualmente ANCHE a rivenderla con buon guadagno..., anche le Societa' Calcistiche fanno dei programmi "simili". Comprano dei giocatori a certi prezzi.....
In una lettera aperta un dirigente medico di cardiologia di Reggio ... - Strill.it
Utilizzando la metafora calcistica, sarebbe il caso di ricordare ai lettori che proprio questa squadra è composta da undici professionisti che, in religioso silenzio, senza voler mai apparire, hanno servito con impegno, competenza ed umiltà la comunità...
Pescara, si dimette Edmondo - Calciopress.net
Al contrario la Delfino Pescara è una società che aspira a diventare un modello di organizzazione ed efficienza per le altre società calcistiche, anche di categoria superiore. In quanto Presidente mi assumo la responsabilità di un processo non ottimale...
Il Camaro annuncia il ritorno di Giunta e sogna il colpo Platania - Messina Sportiva
Tecnici e dirigenti compresi. Prosegue senza soste il lavoro del direttore tecnico Domenico Chiofalo. Nei giorni scorsi erano state definite le conferme degli esperti Cataldi, Pulejo e Casella e quelle dei giovani Cammaroto, Gugliotta,...
Nella Manchester scippata di Ronaldo neppure Sir Alex è più al sicuro - La Repubblica
Ma anche offesi dal comportamento dei loro dirigenti. Il dissenso si può toccare con le mani. Sembra di tornare ai tempi del primissimo Glazer. Quando l'americano rilevò il club alcuni rimasero talmente schifati, si sentirono così disperati,...

Ascoli Calcio 1898

Ascolistemma.png

L'Ascoli Calcio 1898 è la principale società calcistica di Ascoli Piceno. Venne fondata nel 1898. I colori sociali sono il bianco e il nero.

Nacque nel novembre del 1898 la "Candido Augusto Vecchi", prima società sportiva delle Marche, dedicata dai dodici giovani ascolani fondatori alla memoria del Colonnello garibaldino che aveva sposato una Luciani, di nobile famiglia ascolana. Nel 1905 la società cambiò nome (soprattutto per motivi politici) in Ascoli Vigor, ma durante questi anni il gioco del calcio era rappresentato solo da amichevoli certe volte fin troppe dure e solo nel 1907 si può dire che ad Ascoli Piceno sia arrivato il vero calcio.

Dopo lo stop del Primo Conflitto Mondiale la passione per il calcio ritorna nel 1919 e dopo una lunga gestazione, nel 1921 venne costituita la prima società denominata Unione Sportiva Ascolana, presieduta dal giornalista professionista Giuseppe Secondo Squarcia.

Nel 1925 fu costruito lo Stadio Comunale dei Giardini (in seguito intitolato a Ferruccio Corradino Squarcia) e nel 1926 venne inaugurato in un'amichevole contro la Lazio.

Il primo vero campionato ufficiale federale di Terza divisione si ebbe nel 1927 ed in quel campionato l'Ascoli si classificò al primo posto; fu la prima di tante promozioni che videro arrivare l'Ascoli fino in Serie C (2° classificato il miglior risultato di quegli anni).

Nel 1936 si pensò di rifare meglio il sottofondo dello "Squarcia", di dotarlo di manto erboso e di migliorare le piste di atletica leggera; anche questa volta all'inaugurazione c'era la Lazio, ma siccome quel giorno piovve, le condizioni del campo tornarono come prima.

Gli anni '30 e '40 per il Picchio sono contorti; infatti partecipa a campionati di IV Serie e di Serie C.

Sono gli anni dei primi derby giocati contro le altre marchigiane che contavano nel calcio: Anconitana,Sambenedettese e Maceratese.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale ci fu un timido tentativo di ripresa nel 1944-45 con le squadre rionali, riunite poi in un'unica squadra che andava sotto il nome di Associazione Sportiva Ascoli. La squadra ricominciò da dove aveva lasciato l'Unione Sportiva Ascolana prima del conflitto, ossia dalla Lega Sud della Serie C. Nel 1947-48 la lega decise di riformare i campionati italiani di Serie B e Serie C (al quale risultavano iscritte addirittura 286 società), così ci fu il blocco delle promozioni e l'Ascoli, classificatasi al 12° posto del girone F della Lega Centro, fu retrocessa (come per altro tutte le squadre dal 3° posto in poi) nel nuovo campionato di Promozione Interregionale.

Nel 1952 la Lega decise di suddividere il campionato di Promozione Interregionale in due serie: le migliori classificate avrebbero dato vita al campionato di IV Serie mentre le altre avrebbero formato il campionato di Promozione regionale. L'Ascoli, essendosi classificato 3° nel girone L, conquistò quindi l'accesso al campionato di IV Serie.

Nella stagione 1954-55 si raggiunse il punto più basso della storia dell'Ascoli, con l'amara retrocessione in Promozione regionale e i gravissimi problemi finanziari che assediavano la società. "Davanti ad un passivo di oltre dodici milioni la situazione era talmente critica" - si legge sulla stampa quotidiana locale di quegli anni "che il presidente Giammiro fece contattare Mario Benvenga, nipote dell'editore Cino Del Duca per lanciare un SOS ad un uomo che, nato in provincia, a Montedinove, era divenuto uno degli editori più importanti a livello francese". Il messaggio per fortuna ebbe successo, venne infatti deliberata la fusione con la Del Duca di Montedinove e Cino Del Duca, che era editore ed anche produttore cinematografico, presentò ad Ascoli, in anteprima mondiale, il film "Grisbì" con Jean Gabin e consegnò un assegno di un milione di lire. La società divenne Del Duca Ascoli, l'editore mecenate fu presidente onorario e Benvenga Commissario con l'incarico di riorganizzare e dare nuova tranquillità economica al sodalizio. Già nella stagione 1956-57 l'Ascoli riuscì a tornare in IV Serie, classificandosi al 1° posto, nonostante la Lega avesse rilassato le regole per la promozione a seguito dell'ennesimo allargamento delle squadre partecipanti alla IV Serie.

Il controverso ritorno in Serie C si ebbe grazie al ripescaggio dopo che la Del Duca si era piazzata al 4° posto della IV Serie nella stagione 1958-59 ,campionato vinto dalla Maceratese ; la lega infatti cambiò le regole di promozione in corsa, avendo deciso dopo l'inizio del campionato di allargare nuovamente la Serie C. Tuttavia la Del Duca rientrò solo in extremis tra le ripescate, grazie soprattutto ai problemi economico-finanziari del Viareggio, escluso dal campionato; decisivo fu l'autorevole intervento dell'allora Ministro dello sport e spettacolo, l'onorevole Umberto Tupini, che confermò, in quella occasione, la sua amicizia per la città di Ascoli Piceno.

In questi anni vennero poste le basi per il futuro grande sviluppo della società: tutto merito di un gruppo affiatato di giovani imprenditori ed operatori economici che compresero l'importanza di favorire l'affermazione di una forte società sportiva con i colori bianconeri. Nel 1962 venne inaugurato l'attuale stadio, che l'amministrazione comunale successivamente ed intelligentemente intitolò a "Cino e Lillo Del Duca". Durante la sua presidenza Del Duca acquistò un intero piano del palazzo costruito dai fratelli Santori, in corso Vittorio Emanuele, destinandolo a sede per la società e residenza per gli atleti. Alla morte di Del Duca, nel 1967 la presidenza onoraria passò alla vedova Madame Simone che, donando 100 milioni nelle casse della società, espresse il desiderio di rinunciare a tale incarico quando la squadra raggiunse la promozione. Furono questi gli anni degli infiniti derby con la Sambenedettese in serie C, tutti particolari, tutti sentiti, ma uno in particolare fu tragico. Era la stagione 1964-65, e nel febbraio 1965 era di scena Sambenedettese-Ascoli. Si era già sull'1-0 per i per i padroni di casa quando al 36° del primo tempo, il portiere bianconero Roberto Strulli, in uscita bassa su Alfiero Caposciutti, viene involontariamente colpito da una ginocchiata al viso, riportando la frattura mandibolare. Morì il 14 febbraio 1965 nell'ospedale di San Benedetto del Tronto dopo 14 ore di coma.

Nel 1968 un imprenditore ascolano, completamente ignorante in materia di calcio, diventò presidente con l'intenzione di rimanere soltanto sei mesi per rimettere a posto il bilancio della società: il suo nome era Costantino Rozzi e quello fu l'anno della svolta. Ben presto Rozzi si innamorò del calcio e dell'Ascoli e contrariamente alle sue iniziali intenzioni non lasciò mai la presidenza, arrivando addirittura a dichiarare che avrebbe portato la Del Duca in Serie A. Quelle che tutti classificarono come battute o frasi deliranti, furono invece parole profetiche e l'Ascoli cominciò la sua scalata verso il calcio che conta.

Nel 1971 l'Ascoli si staccò da quello che restava della Del Duca e prese il suo attuale nome "Ascoli Calcio 1898". Nel 1971-72 l'Ascoli guidato da un sorprendente Carlo Mazzone e trascinato dal leggendario goleador Renato Campanini, vinse il campionato di Serie C ed arrivò per la prima volta in Serie B. L'anno successivo, nella stagione 1972-73, la matricola bianconera si classificò al 4° posto, mancando la Serie A per un solo punto. Appuntamento solo rimandato di un anno, quando nel 1973-74 l'Ascoli si classificò al secondo posto con 51 punti (gli stessi del Varese, vincitore del campionato) e conquistò la sua prima storica promozione in Serie A divenendo anche la prima squadra marchigiana ad approdare in massima divisione, e fregiandosi quindi a pieno merito del titolo di "regina delle Marche".

Durante l'estate lo stesso Rozzi si occupò dei lavori di ampliamento dello stadio, portandone a tempo di record la capacità a 36.000 posti (oggi ridotti a 20.550). Nella sua prima volta in massima divisione (stagione 1974-75), i bianconeri, sempre guidati da Mazzone, non si accontentarono di fare da comparsa e conquistarono anche la prima storica salvezza in serie A. La stagione successiva, nonostante una lotta accanita fino all'ultima giornata, la peggiore differenza reti con la Lazio condannò l'Ascoli alla sua prima retrocessione in serie B.

La stagione del riscatto è quella del 1977-78, diventata celebre come "Campionato dei record". È un campionato in cui, nonostante fosse partita senza i favori del pronostico, la squadra fa storia a se, distanziando di ben 17 lunghezze la seconda in classifica e frantumando tutti i record della serie B a 20 squadre (record di punti, vittorie e gol segnati), con 61 punti in classifica (2 punti a vittoria), frutto di 26 vittorie, 9 pareggi e 3 sconfitte, 73 gol realizzati e 30 subiti. Alla guida di questa corazzata c'era l'allenatore Mimmo Renna e capocannoniere della squadra fu il giovane Claudio Ambu con 17 reti, subito seguito da Giovanni Quadri che timbrò il cartellino 14 volte e dal regista Adelio Moro con 13 reti (9 su rigore). Particolare di quella stagione fu il famoso "cross alla Roccotelli" che venne in seguito chiamato rabona, ma che poi sarebbe stato ingiustamente attribuito come invenzione di Diego Armando Maradona.

Gli anni 80 furono un vero e proprio periodo d'oro per l'Ascoli, fin dall'inizio (stagione 1979-80) quando l'Ascoli guidato da Giovan Battista Fabbri raggiunse il risultato migliore di sempre piazzandosi al 5° posto in serie A, ad un solo punto da quello che sarebbe stato il sogno di Rozzi, ovvero la qualificazione in Coppa Uefa (quello stesso anno il Milan che si era classificato terzo, sarebbe poi stato retrocesso in B per illecito sportivo, ma la classifica finale restò invariata). A fine campionato l'Ascoli fu chiamato in Canada come rappresentante del calcio italiano nel torneo The Red Leaf Cup organizzato dalla federazione canadese per promuovere questo sport nel Nord America. I giocatori erano riluttanti, e dopo una stagione così piena di successi avrebbero preferito andare in vacanza, ma Costantino Rozzi li spronò a dovere, rimarcando loro il significato che un torneo di questo tipo avrebbe potuto avere per gli emigrati italiani e per il nome dell'Ascoli nel mondo, e fu talmente convincente che alla fine l'Ascoli vinse il torneo, a cui parteciparono anche squadre del calibro di Botafogo (Brasile), Rangers (Scozia) e Nancy (Francia).

L'anno successivo fu quello del ritorno di Carlo Mazzone (che sarebbe poi restato al timone per tutta la prima metà degli anni 80) che subentrò allo stesso Fabbri. Fu una stagione difficile e l'Ascoli, nonostante avesse la stessa squadra dell'anno precedente, si ritrovò di nuovo a lottare nelle zone basse della classifica. Ciò nonostante fu una stagione che entrò nella storia perché l'Ascoli si aggiudicò il Torneo di Capodanno, organizzato dalla lega a causa di un lungo stop del campionato durante il mese di gennaio: l'Ascoli si qualificò per la finale, che sarebbe stata giocata diversi mesi dopo, a fine campionato, e vinse battendo la blasonata Juventus.

Il campionato 1981-82 fu un altro capolavoro; dopo un inizio stentato, nel girone di ritorno l'Ascoli diventò un autentico rullo compressore e finì al 6° posto, sfiorando ancora una volta la qualificazione UEFA. Da segnalare in questa stagione, l'assedio dell'arbitro Barbaresco, reo di aver arbitrato in maniera scandalosa la partita Ascoli-Roma finita 1 a 0 per i giallorossi. Fu l'ultimo campionato di vertice dell'Ascoli, che non arriverà mai più così in alto ma che si ritroverà sempre a lottare per la salvezza, fallendo l'obiettivo solo nelle stagioni 1984-85 e 1989-90, ma centrando sempre la promozione in serie A al primo tentativo. A tal proposito molto particolare fu la giornata in cui l'Ascoli conquistò la promozione matematica in serie A nel 1986: all'Ascoli bastava un pareggio, ma la partita in questione era il derby contro la Sambenedettese che gli ascolani volevano vincere a tutti i costi. Invece la squadra giocò male, si accontentò dello 0-0 e il pubblico si sentì tradito, arrivando ad assediare la squadra allo stadio nel giorno in cui si festeggiava la promozione matematica (lo stesso Boskov uscito a dare spiegazioni rischiò di essere malmenato e dovette riparare all'interno dell'impianto).

Per tutto il decennio l'Ascoli acquistò la fama di provinciale terribile e sul suo campo prima o poi caddero tutte le grandi del calcio italiano (e in certi casi l'Ascoli fu anche corsaro). La legge del Del Duca diventò il vanto degli ascolani e l'incubo degli avversari.

Nella seconda metà del decennio l'Ascoli cominciò anche a sfornare ottimi calciatori dal suo vivaio: Giuseppe Iachini, Lorenzo Scarafoni, Giuseppe Carillo e Domenico Agostini furono le punte di diamante di un Ascoli in cui la presenza di ascolani era pesante.

Nel 1987 l'Ascoli si aggiudicò anche la sua prima coppa europea, la Mitropa Cup, anche se ormai relegata ad un ruolo di secondo piano come trofeo delle squadre vincitrici di serie B.

Gli anni 90 sembrarono iniziare nel segno del decennio precedente con una promozione in serie A conquistata dagli uomini di Nedo Sonetti (subentrato a Ciccio Graziani prima ancora dell'inizio del campionato) in extremis all'ultimo minuto dell'ultima giornata, grazie soprattutto ai gol del carioca Casagrande e alle parate impossibili di Fabrizio Lorieri. Ma già dal campionato 1991-92 si capì che qualcosa stava cambiando: infatti per la prima volta l'Ascoli si trovò a retrocedere l'anno successivo alla promozione, e lo fece in malo modo arrivando ultimo in classifica con una squadra senza grinta e carattere, le qualità che finora avevano sempre distinto i bianconeri. Le due stagioni successive videro l'Ascoli lottare per la promozione grazie anche ai gol di Oliver Bierhoff che aveva deluso in serie A, ma la promozione sfuggì sempre. In particolare nella stagione 1992-93, l'Ascoli si giocò la promozione all'ultima giornata in uno scontro diretto contro il Padova, passando, a 11 minuti dalla fine, dal 2-1 per i bianconeri, al 3-2 finale per gli avversari.

La stagione 1994-95 fu sicuramente la più brutta di tutta la storia dell'Ascoli Calcio. La dirigenza si affidò a Mario Colautti e costruì una squadra che potesse ambire alla promozione, ma i risultati furono molto deludenti, e Rozzi esonerò prima Colautti, poi Orazi, chiamando alla guida dei bianconeri Albertino Bigon. Il 18 dicembre 1994 è una data che resterà per sempre scolpita nella storia dell'Ascoli e nel cuore degli ascolani. Era di scena Ascoli-Pescara e i bianconeri finalmente riuscirono a vincere e convincere con un rotondo 3-0, ma l'urlo di gioia rimase strozzato, infatti poco dopo la fine della partita, morì Costantino Rozzi. Al funerale partecipò tutta la squadra, più di 20 mila persone paralizzarono il centro storico, l'intera città era in lutto.

Da quel momento in poi la squadra era allo sbando e non si riprese più, Bigon si dimise e venne richiamato Colautti, ma il destino era ormai segnato e dopo 23 anni nel calcio che conta l'Ascoli precipitò nell'inferno della serie C. L'unica consolazione di quell'anno fu la vittoria della semifinale del torneo anglo-italiano contro l'Ancona, che consentì ai bianconeri di giocare la finale contro il Notts County nel tempio del calcio dello stadio di Wembley, ma anche quell'avventura non andò a buon fine e l'Ascoli dovette accontentarsi del secondo posto.

Era la fine di un'era, e molti pensarono che fosse anche la fine dell'Ascoli, sommerso di debiti e con una società allo sbando ad un passo dal fallimento. Fortunatamente non fu così, grazie al sacrificio di un gruppo di imprenditori locali che, guidati dal presidente Nazzareno Cappelli e dai vicepresidenti Roberto Benigni e Guido Manocchio, ripianarono i debiti della società e iscrissero la squadra al campionato di serie C 1995-96. E sorprendentemente fu un campionato di vertice, nonostante la squadra fosse stata costruita in fretta e furia e affidata alla guida dell'ex Enrico Nicolini. Fu merito soprattutto dei gol di Walter Mirabelli, che dopo un girone di andata quasi sempre al comando della classifica, assicurò comunque un posto nei play-off ai bianconeri. In semifinale l'Ascoli si trovò ad affrontare un'agguerritissima Nocerina, con un seguito di tifosi enorme che invasero Ascoli e riempirono la curva nord nella partita di andata: la partita fu molto nervosa (Battaglia della Nocerina fu espulso per aver buttato violentemente a terra un giovanissimo raccattapalle, reo di essere troppo lento), ma l'Ascoli se l'aggiudico e difese quel risultato con una partita di ritorno puramente difensiva. Purtroppo i sogni di rinascita dell'Ascoli si infransero in finale contro quella che sarebbe diventata la favola del Castel di Sangro, che dopo una partita non giocata e inchiodata sullo 0-0, si aggiudicò la promozione ai rigori grazie anche all'errore dal dischetto del giocatore più rappresentativo dell'Ascoli: Walter Mirabelli. Fu comunque un anno fortunato, come avrebbero dimostrato le stagioni successive, in cui l'Ascoli si ritrovò anche all'ultimo posto e a salvarsi all'ultima giornata dai play-out. Il 3 agosto 1996 la nuova dirigenza volle rendere omaggio allo scomparso Costantino Rozzi organizzando il 1° Memorial Costantino Rozzi, a cui furono invitate anche Milan e Perugia. Il torneo fu trasmesso in diretta televisiva su Italia Uno; contro ogni pronostico fu l'Ascoli ad aggiudicarselo e l'attaccante bianconero Stefano Pompini fu premiato come miglior giocatore.

Giunse l'anno del centenario con l'Ascoli che si ritrovava a militare in palcoscenici ben diversi da quelli a cui si era abituato negli anni precedenti, ma per l'occasione la dirigenza decise di compiere uno sforzo economico, e sotto la guida di Massimo Cacciatori allestì una formazione che credeva in grado di centrare la promozione in serie B, puntando forte soprattutto sul bomber Sossio Aruta. Per la presentazione fu celebrata una grande festa in Piazza del popolo e furono confezionate delle divise particolari, con gagliardetto ricamato a mano e la scritta “cento” sulla manica. Ma la squadra fu sopravvalutata (uno degli attaccanti addirittura preferì rescindere il contratto perché aveva avuto una proposta di lavoro a tempo indeterminato come operaio), e deluse ampiamente le attese, Cacciatori fu esonerato e al suo posto giunse Enzo Ferrari che chiuse la stagione all'ottavo posto, mancando di un soffio i play-off all'ultima giornata.

Dopo 4 anni scadeva il mandato di Cappelli: il nuovo assetto non prevedeva più un presidente, ma un amministratore unico, Guido Manocchio, aiutato comunque dal patron Benigni. La squadra fu rinforzata soprattutto in attacco con l'arrivo di Eddy Baggio, fratello del più famoso Roberto. Quella del 1999-00 fu una stagione esaltante, l'Ascoli finalmente viaggiava nella parte alta della classifica e finì al terzo posto centrando i play-off. In semifinale si liberò della Viterbese e approdò in finale per la seconda volta. Ad attenderlo c'era l'Ancona, arrivata seconda in campionato, alla quale anche un pareggio avrebbe assicurato la promozione.

Fu subito derby anche nella scelta dello stadio: gli ascolani proposero il Flaminio di Roma, mentre gli anconetani preferivano il Renato Curi di Perugia, alla fine la spuntarono i dorici. Con un seguito di più di 7 mila persone, la tifoseria ascolana risultò più numerosa di quella anconetana; ciò nonostante il settore di casa fu riservato ai biancorossi, mentre i supporters bianconeri furono stipati nel settore ospiti. La partita fu molto tesa, e finì 0-0; si arrivò quindi ai tempi supplementari, quando Baggio realizzò la rete che portò in paradiso tutti i tifosi bianconeri. Mancavano ormai pochi secondi alla fine quando Mirko Ventura dell'Ancona pareggiò in mischia riportando tutti i bianconeri con i piedi per terra e l'Ancona in serie B.

Nella stagione 2000-01 si effettuò un'ennesima rivoluzione in società e Roberto Benigni, l'azionista di maggioranza che era sempre rimasto in secondo piano, uscì finalmente allo scoperto e diventò presidente. La sua presidenza fu caratterizzata da un'attenta e oculata gestione del bilancio, che permise in pochi anni di estinguere tutti i debiti che l'Ascoli si portava dietro dal 1995. Nel suo primo anno di presidenza, l'Ascoli di Benigni centrò di nuovo i play-off, ma si arrese in semifinale al Messina. L'anno successivo, il 2001-02, arrivò la tanto agognata promozione. L'Ascoli guidato da Giuseppe Pillon si presentò ai nastri di partenza quasi ignorato dalle testate giornalistiche nazionali, ma fin dalla prima giornata balzò in testa alla classifica, e non la abbandonò mai, laureandosi campione di fatto vincendo in casa lo scontro diretto contro il Catania per 1-0, e conquistando la matematica promozione in casa contro la Lodigiani, di fronte a 15 mila sostenitori. Era l'anno dei “Diabolici” e nella squadra militava un giovanissimo difensore che sarebbe poi diventato campione del mondo: Andrea Barzagli. Nelle due stagioni successive l'Ascoli ottenne due tranquille salvezze prima con Giuseppe Pillon e poi con Aldo Ammazzalorso subentrato ad un deludente Loris Dominissini. Nel 2004-05 Benigni si affidò all'accoppiata Silva-Giampaolo con la speranza di centrare i play-off. Dopo un avvio stentato, la coppia d'attacco Bucchi-Colacone cominciò ad ingranare e trascinò l'Ascoli a ridosso della zona play-off. L'ultima di campionato fu un vero e proprio scontro diretto contro il Modena, e l'Ascoli si aggiudicò la partita e l'accesso ai play-off soprattutto grazie alla grinta e alla determinazione messa in campo. I play-off vennero affrontati senza troppe illusioni e infatti il Torino riuscì senza troppe difficoltà ad eliminare i bianconeri già in semifinale. L'estate però aveva ancora in serbo delle sorprese. Il presidente del Genoa, primo in classifica, venne accusato di illecito sportivo e la sua squadra retrocessa all'ultimo posto, contemporaneamente Torino e Perugia fallirono per problemi economici, e così, insieme all'Empoli secondo classificato, si ritrovano in serie A il Treviso (5°) e l'Ascoli (6°).

Nel 2005-06 l'Ascoli disputa un campionato al di sopra delle aspettative (clamoroso il pareggio sotto un acquazzone all'esordio contro il Milan - goal di Mirko Cudini - che riesce a riequilibrare le sorti dell'incontro solo grazie a un gran tiro di Andriy Shevchenko) e, nonostante la squadra costruita in pochi giorni e i tifosi già pronti ad una retrocessione, riesce a salvarsi con due giornate di anticipo, sempre sotto la guida di Massimo Silva e Marco Giampaolo (che però incorre in una squalifica perché non in possesso del tesserino per allenare in A). Particolarmente increduli si dimostrano i giornalisti e commentatori sportivi che avevano pronosticato una retrocessione già a metà campionato (Zvonimir Boban) e che continuano a pronosticare la retrocessione dei bianconeri anche a campionato in corso (Ivan Zazzaroni). Sempre nel corso della stagione 2005-06 la squadra riesce a stabilire il proprio record di reti segnate in massima divisione: 43. Sempre 43 sono i punti con cui la squadra termina al dodicesimo posto (frutto di 9 vittorie, 16 pareggi e 13 sconfitte) in coabitazione con l'Udinese.

La stagione 2006/2007 non è tra le migliori dell'Ascoli: la squadra dopo aver iniziato il campionato con in panchina Attilio Tesser prosegue la stagione con l'esperto Nedo Sonetti, che non riesce nell'impresa di salvare la squadra. L'Ascoli torna in Serie B classificandosi al 19° posto, scavalcando solo all'ultima giornata il Messina.

Per la stagione 2007/2008 la società decide di affidare la panchina al tecnico Ivo Iaconi. Viene disputato un campionato tranquillo, chiuso al centro della classifica.

Il 25 giugno 2008 la società comunica di aver terminato il rapporto col tecnico Ivo Iaconi e di aver ingaggiato, con un contratto biennale, Nello Di Costanzo.

A seguito dei cattivi risultati, il 20 ottobre 2008 Di Costanzo viene sollevato dal proprio incarico. Al suo posto viene ingaggiato Vincenzo Chiarenza, all'esordio su una panchina professionistica. Nonostante il nuovo allenatore la squadra non va bene e subisce 3 sconfitte: 0-2 con l'Albinoleffe, 1-2 in casa col Cittadella e 0-1 contro il Parma. Due soli punti conquistati contro Rimini e Pisa. La squadra precipita velocemente all'ultimo posto in classifica, in zona retrocessione, e la società marchigiana decide in intervenire con un nuovo cambio che porta all'esonero di Chiarenza e alla sua sostituzione con Franco Colomba.

L'Ascoli in totale ha collezionato 16 stagioni in serie A e 14 in B (compresa quella in corso). Durante la sua storia ha vinto 2 campionati di Serie B, 1 di Serie C, 1 di Serie C1, una Mitropa Cup, il Torneo di Capodanno 1980-81, il 1° Memorial Costantino Rozzi 1996; una Supercoppa di Lega Serie C1; ha giocato una finale del Torneo Anglo-Italiano contro il Notts County nel 1994-95; ha disputato sedici stagioni in Serie A (migliore piazzamento: quinto posto nel 1979-80), e quattordici in Serie B (contando anche il campionato in corso).Vinse ad Hamilton,in Canada il 22 giugno 1980 la competizione The red Leaf Cup,torneo internazionale,cui parteciparono anche le squadre Glasgow Rangers, Nancy e Botafogo.

L'Ascoli vanta il record assoluto dei punti totalizzati in un campionato di Serie B a 20 squadre: 61 (2 punti a vittoria) con ben 26 vittorie, 9 pareggi e 3 sconfitte. Tale record è stato realizzato nella stagione 1977-78, allorquando la squadra era guidata dall'allenatore Mimmo Renna. I maggiori successi sono stati ottenuti nel felice periodo della presidenza di Costantino Rozzi.

Il gagliardetto dell'Ascoli Calcio 1898 raffigura sulla metà destra un castello giallo in campo rosso (simbolo comunale) e sulla metà sinistra delle strisce bianco-nere. Alla fine degli anni 90 il colore giallo è stato sostituito con il colore oro, che è stato inserito come inframezzo anche tra le bande bianco-nere, e tutto lo stemma è stato reso circolare, circondato dalla scritta "Ascoli Calcio 1898" sempre color oro su sfondo bianco.

Un altro simbolo dell'Ascoli Calcio è il Picchio stilizzato, unico simbolo presente sulle maglie della gestione Rozzi, e presente anche in alcune maglie della gestione Cappelli, Manocchio e Benigni.

I colori dell'Ascoli Calcio 1898 sono il bianco e il nero. La divisa classica prevede una maglia a strisce bianco-nere verticali, calzettoni e calzoncini bianchi. Nella partita casalinga più vicina al 18 dicembre (anniversario della morte di Costantino Rozzi), l'Ascoli gioca con i calzettoni rossi in ricordo dei famosissimi e scaramantici calzini rossi del compianto "Presidentissimo".

Il primo inno dell'Ascoli Calcio fu scritto in occasione dell'esordio della squadra in serie A. Si deve a Enzo Titta, professore di scienze del liceo classico di Ascoli Piceno, musicista polistrumentista e sostenitore dell'Ascoli Calcio.

Si sono poi succeduti altri due inni: negli anni ottanta "Ascoli sei grande" della band ascolana dei Well's Fargo (molto amato dalla Curva Sud), e nel nuovo millennio "Cuore bianconero" della band satirica ascolana dei Nerkias. Quest'ultimo sta pian piano entrando nei cuori dei tifosi, nonostante sia ridanciano come tutta la produzione musicale dei Nerkias e quindi potenzialmente inadatto ad uno stadio.

Attualmente nelle partite casalinghe gli inni maggiormente considerati sono gli ultimi due, quello dei Nerkias poco prima della lettura delle formazioni e quello dei Well's Fargo subito dopo, un attimo prima che le squadre entrino in campo.

È giusto però affermare che, non foss'altro che per motivi di anzianità, il vero inno dell'Ascoli è da considerare quello di Enzo Titta, tanto che una tradizione consolidata vuole che esso sia programmato alla fine della partita se l'Ascoli ha vinto.

Oltre allo stadio "Cino e Lillo Del Duca", sede degli incontri casalinghi, l'Ascoli Calcio si serve di due ulteriori strutture: il campo di allenamento della prima squadra, l'impianto Ecoservices, e il centro sportivo "Città di Ascoli", situati entrambi nella periferia della città di Ascoli Piceno.

Per favore, aggiungi il template e poi rimuovi questo avviso. Per le altre pagine a cui aggiungere questo template, vedi la relativa categoria.

In 80 stagioni sportive disputate a livello nazionale, compresi 4 tornei di terzo livello (C) e 1 di quarto livello (D) organizzati dal Direttorio Meridionale. Sono esclusi il periodo fra il 1933 e il 1938, e quello fra il 1955 e il 1957, in cui l'Ascoli decadde a livello locale nelle competenze del Comitato Regionale Marchigiano.

Se si mette in rapporto il numero di abitanti della città, col numero di spettatori regolarmente presenti allo stadio, si può facilmente dedurre quale importanza abbia il calcio ad Ascoli Piceno. Tuttavia sarebbe sbagliato considerare come bacino di utenza soltanto il comune di Ascoli, in quanto quasi la metà dei tifosi bianconeri proviene da tutti gli angoli della provincia (tranne la zona di San Benedetto del Tronto) e zone limitrofe, con una nutrita rappresentanza dell'alto Piceno.

Per la tifoseria ascolana sono molto sentiti i derby con la altre squadre marchigiane, in particolare quelli contro Ancona e Sambenedettese, anche se è soprattutto il secondo, nonostante manchi da ormai più di 21 anni, ad essere considerato il "vero" derby. La rivalità storica tra le città di Ascoli e San Benedetto del Tronto è sfociata nel 1986 in un episodio tragico: infatti all'uscita di un noto locale, un gruppo di Ascoli e uno di San Benedetto vennero pesantemente a contatto e purtroppo ne fece le spese un giovane ultras rossoblu che, colpito da una coltellata all'addome, si accasciò a terra e perse la vita poco dopo.

I primi gruppi di tifoseria organizzata ad Ascoli si cominciarono a vedere agli inizi degli anni 70, ma fu nel 1974, anno in cui l’Ascoli si apprestava ad affrontare per la prima volta un campionato nella massima divisione, che si ebbe la vera svolta. Fece infatti la sua comparsa il Settembre Bianconero e tutti i gruppi precedenti decisero di confluire in questa nuova realtà che, con il passare degli anni, avrebbe fatto la storia del tifo ascolano.

I primi anni di militanza di questo gruppo furono contraddistinti negativamente, soprattutto in casa, da innumerevoli e gravi scontri contro varie tifoserie come ad esempio quelle di Fiorentina, Torino, Roma, Lazio e Ternana. Molto sentita la rivalità con i Viola, che si presentarono in curva Sud alla prima trasferta al Del Duca, dando luogo a violenti scontri. Da quel giorno la curva Sud (oggi curva Sud Rozzi) divenne la curva di casa (prima non c'era un vero e proprio settore di casa, anzi, i tifosi più caldi si concentravano perlopiù nella curva Nord).

Nella prima metà degli anni 80, il Settembre Bianconero strinse un gemellaggio con la curva veronese che durò soltanto cinque anni e si concluse in maniera abbastanza insolita. Sin dall'inizio, una frangia della tifoseria veronese non accettò di buon grado questa amicizia, tant'è vero che in un'occasione si levarono cori discriminatori ("terroni terroni") contro gli "amici" bianconeri. L'amicizia si ruppe e si arrivò addirittura allo scontro quando, nel 1994, una trentina di veronesi rubarono lo striscione del Settembre Bianconero a 4 ragazzi che onoravano la trasferta, nonostante l'Ascoli fosse già retrocesso.

Nel 1983 si formò un altro gruppo storico della curva Sud, i Black Warriors, che insieme al Settembre Bianconero per tanti anni è stato l'asse portante della tifoseria.

Nel settembre del 1988 accadde un fatto tragico e indelebile per tutta la tifoseria bianconera. Nel dopo partita con l'Inter, un gruppo di Skins nero azzurri, per fare ritorno a casa, fu fatto transitare con il pullman proprio sotto la curva dei tifosi bianconeri; ne scaturì una violenta colluttazione e uno dei capi storici del Settembre Bianconero, Reno Filippini, fu colpito duramente e si spense in ospedale dopo alcune settimane di agonia. Questo fatto destò scalpore in tutto l'ambiente calcistico e coinvolse anche le sfere più alte della Lega Calcio che, in conseguenza a quanto successo, emanò in accordo con le forze dell'ordine una serie di accorgimenti per limitare al massimo il rischio di scontri tra le tifoserie, inasprendo i controlli agli ingressi ed eliminando i settori misti da tutti gli stadi. Oggi una targa posta sul ponte che porta allo stadio, ricorda questi tragici avvenimenti e la scomparsa del compianto Reno.

Successivamente Ascoli e la sua tifoseria balzarono alla cronaca per quelli che furono gli screzi con Pescara, Ancona, Padova e Bologna. Più recente il dualismo, prima sportivo, poi sconfinato tra gli ultras, di Ascoli e Catania.

Nel 1999 fece la sua comparsa lo striscione degli Arditi, gruppo di spessore e rappresentativo di tutto l'alto Piceno. Nel 2002 fece la sua comparsa lo striscione del gruppo "squadraccia" che rappresenta la provincia nord e in particolar modo i tifosi Ascolani di Porto Sant'Elpidio. La curva ascolana è schierata politicamente all'estrema destra, ed è soprattutto per questo motivo che, a partire dal 2000, cominciarono ad esserci fortissimi attriti anche con la tifoseria del Livorno, notoriamente schierata all'estrema sinistra.

Nel 2003 si verificò un evento che avrebbe condizionato il tifo ascolano per gli anni a seguire: Gaetano Fontana, uomo simbolo e capitano della squadra, decise di trasferirsi a Firenze per questioni economiche. Fu un duro colpo per il mondo ultras e la tifoseria in genere, che si resero conto di colpo di trovarsi in un mondo dove valori e attaccamento erano del tutto secondari se paragonati al denaro; da quel momento il mondo ultras prese la decisione di non dedicare mai più un coro ai singoli calciatori.

Nell'ottobre 2005 un altro evento fece balzare la tifoseria ascolana agli onori della cronaca. Al termine della partita Ascoli-Sampdoria un sedicenne ascolano, approfittando della confusione post partita, si introdusse in curva Sud con una pistola di segnalazione navale e sparò un razzo verso il settore ospiti; il razzo andò a colpire l'occhio di Ambretta Piergiovanni, 57 anni di Fano, tifosa blucerchiata. Tutta la tifoseria ascolana dimostrò la propria maturità cercando fin da subito di fermare e catturare il colpevole e in seguito fornendo un preziosissimo aiuto alla questura, favorendo l'identificazione e l'arresto; anche gli ultras si dissociarono dal gesto con un comunicato; contemporaneamente un significativo numero di gruppi di tifosi ascolani si recò spontaneamente all'ospedale per scusarsi a nome di tutta la città e per dimostrare solidarietà alla vittima di questo atto di violenza anche con iniziative concrete (come ad esempio una raccolta fondi). Paradossalmente però il giudice sportivo ignorò completamente questi ultimi fatti e la società venne punita per responsabilità oggettiva con 2 turni di squalifica del campo con l'obbligo di giocare a porte chiuse e con 10 mila euro di multa.

Nel 2005 una costola del Settembre Bianconero, decise di rompere con il passato, staccandosi definitivamente dal gruppo e andando a formare gli Ascoli Piceno Ultras. Il gruppo si dimostrò ben presto di spessore, sia a livello organizzativo che coreografico, e così, dopo 31 anni, il Settembre Bianconero decise di farsi da parte lasciando loro il comando della curva.

Il ritorno in serie A dell'Ascoli coincise paradossalmente con un calo di entusiasmo della tifoseria e con una divisione sempre più marcata tra il mondo ultras e tifoseria non organizzata, soprattutto con l'inizio dell'aperta contestazione alla dirigenza. Nei mesi successivi l'ondata repressiva condizionò le sorti della curva: il numero di diffidati superò quota 60, un numero incredibile viste le "risorse umane" della cittadina.

A Marzo del 2006 nasce il gruppo "Esiliati Bologna" da un'idea di alcuni ragazzi studenti e lavoratori residenti nella città felsinea, che si appresta a seguire la squadra soprattutto nelle trasferte del nord Italia.

Sul finire del 2006, dopo 23 anni di militanza, si sciolsero i Black Warriors. Nel comunicato ufficiale, si possono leggere tra le motivazioni, critiche al calcio moderno e alla relativa assenza di valori, agli eventi che hanno portato allo scandalo di Calciopoli e al relativo calo di fiducia e passione di tutti i tifosi, e infine alla differenza di trattamento tra gli ultras (vedi legge Pisanu sulla violenza negli stadi) e i veri criminali (vedi Indulto).

Il 30 settembre 2007 si è sciolto ufficialmente anche il gruppo Arditi.

I principali gruppi attualmente in attività sono: Ascoli Piceno Ultras, Settembre Bianconero, Stra Kaos, Estremo Sostegno, Squadraccia, Esiliati Bologna.

Per la parte superiore



Scandalo del calcio italiano del 2006

Lo scandalo del calcio italiano del 2006 è stato, in ordine di tempo, il terzo grande scandalo (dopo quello del 1980, noto come Calcioscommesse e quello del 1986, noto come Secondo calcioscommesse o Calcioscommesse 2) a investire il mondo del calcio italiano, anche se come portata ed effetti è stato certamente maggiore dei primi due. Definito dalla stampa ironicamente Calciopoli (per assonanza con Tangentopoli, laddove in quel caso a reggere l'espressione era il termine tangente), Calciocaos o anche Moggiopoli (la Gazzetta dello Sport lo definì anche Sistema Moggi) si dipanò, secondo le risultanze processuali, tra il 2004 e 2006, ed emerse il 2 maggio 2006 a seguito di alcune intercettazioni operate dal tribunale di Torino e soprattutto da quello di Napoli nei confronti delle dirigenze di quattro club italiani: Juventus, Fiorentina, Lazio e Milan. Sotto accusa in un secondo filone d'indagini anche la Reggina e l'Arezzo.

L'accusa principale è di illecito sportivo, verificato nel tentativo di aggiustare le designazioni arbitrali per determinati incontri di campionato o di intimidire (o corrompere) gli arbitri assegnati affinché favorissero le azioni conclusive di una squadra a danno dell'altra.

Le accuse rivolte ai molteplici imputati, tra cui spiccano i nomi di Luciano Moggi e Antonio Giraudo per la Juventus, del patron della Fiorentina Diego Della Valle e della Lazio Claudio Lotito, del presidente della Reggina Pasquale Foti, nonché dell'addetto agli arbitri Leonardo Meani per il Milan, spaziano dalla slealtà sportiva all'illecito sportivo, ambedue sanzionate dallo Statuto della FIGC. Coinvolti nello scandalo anche i due designatori arbitrali al tempo delle intercettazioni, cioè Pierluigi Pairetto e Paolo Bergamo, e alcuni arbitri, soprattutto Massimo De Santis, che comunque era ritenuto un grande arbitro essendo stato designato per rappresentare l'Italia al Campionato mondiale di calcio 2006, ma anche Paolo Dondarini, Paolo Bertini, Domenico Messina, Gianluca Rocchi, Paolo Tagliavento, Pasquale Rodomonti. Accusati gli stessi vertici della Federcalcio, in particolare Franco Carraro e Innocenzo Mazzini, e dell'AIA, come Tullio Lanese. In totale sono stati deferiti al giudice sportivo 22 personalità legate al mondo del calcio.

Secondo l'accusa i dirigenti di società coinvolti intrattenevano rapporti con i designatori arbitrali atti ad influenzare le designazioni per le partite delle proprie squadre in modo da ottenere arbitri considerati favorevoli. In questo erano spesso appoggiati o spalleggiati dagli esponenti della federazione coinvolti nell'inchiesta. Sempre secondo l'accusa era pratica comune inoltrare attraverso i designatori arbitrali o la federazione recriminazioni e velate minacce nei confronti degli arbitri considerati non favorevoli. Particolarmente difficile la situazione della squadra torinese, per cui è stata ipotizzata la presenza di una cupola, una sorta di sistema con cui Luciano Moggi riusciva a gestire le designazioni degli arbitri nelle diverse partite di campionato. Tra i numerosi contatti di Moggi si annoverano figure come Aldo Biscardi e Fabio Baldas (alcune telefonate evidenziano come Moggi abbia suggerito ad Aldo Biscardi l'interpretazione degli episodi mostrati dalla moviola durante Il Processo di Biscardi), ma anche l'allora Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, (reo di aver richiesto, secondo le intercettazioni, favori arbitrali riguardanti la squadra del Sassari Torres, militante nel girone B della Serie C1). Nell'inchiesta vennero coinvolti anche i giornalisti Aldo Biscardi (La7), Tony Damascelli (Il Giornale), Guido D'Ubaldo (Corriere dello Sport), Franco Melli (Il Tempo e ospite al Processo di Biscardi), Lamberto Sposini (TG5, ospite del Processo di Biscardi), Ignazio Scardina (Rai Sport) e Ciro Venerato (Rai Sport). Ad eccezione di Ignazio Scardina, tutt'ora indagato per associazione a delinquere, la posizione degli altri cronisti sotto il profilo penale è stata archiviata nel 2007, anche se sono stati sospesi per qualche tempo dall'Ordine dei giornalisti a causa del loro comportamento scorretto (si facevano dire da Moggi cosa dire o non dire durante i programmi televisivi e cosa scrivere sui loro giornali).

Intervenuto in TV alla trasmissione Matrix, condotta da Enrico Mentana, Paolo Bergamo, uno dei due designatori arbitrali sotto inchiesta, ha affermato che le telefonate a lui ed al suo collega Pierluigi Pairetto da parte dei dirigenti delle diverse squadre erano molto frequenti. In particolare, ha dichiarato che riceveva spesso telefonate dai dirigenti dell'Internazionale Football Club|Inter, squadra a cui è stato in seguito assegnato lo Scudetto 2005/2006. Sempre nel corso dell'intervista, l'ex designatore, ha detto che durante la stagione calcistica 2003-2004 ha parlato più volte con l'allora allenatore della Roma, Fabio Capello, per concordare le designazioni delle gare dei giallorossi. La FIGC non ha considerato queste affermazioni sufficienti perché venissero aperti nuovi filoni d'indagine.

Il processo nell'ambito della giustizia sportiva si è svolto in tempi rapidi. Il procuratore federale Stefano Palazzi ha richiesto durissime pene per gli imputati: dalla retrocessione alla revoca degli scudetti per le squadre coinvolte, dalla radiazione a ingenti multe per alcuni dirigenti. La sentenza arrivò nel giro di tre settimane e la paura che i tempi potessero prolungarsi (e quindi accavallarsi con l'inizio del campionato di calcio) a causa di ricorsi o appelli al TAR fu scongiurata dalla minaccia di un intervento della FIFA o della UEFA, che vietano espressamente un intervento statale negli affari sportivi.

Insistenti voci, nel corso dello svolgimento delle indagini, hanno avanzato il timore che la partecipazione della nazionale di calcio italiana ai Mondiali di calcio Germania 2006 potesse insabbiare la vicenda, tuttavia è stato assicurato dallo stesso Ministro per le Politiche Giovanili e lo Sport Giovanna Melandri che questa ipotesi era da scartare. Non sono tuttavia mancate forze politiche, come UDEUR e Forza Italia, che abbiano avanzato la proposta di un' amnistia generale.

In un secondo tempo, su decisione della FIGC, è stato assegnato lo scudetto per il campionato di calcio di Serie A 2005-2006 all'Inter: la FIGC ha infatti recepito il parere della commissione di tre saggi (composta da Gerhard Aigner, ex segretario generale dell'UEFA; Massimo Coccia, avvocato ed esperto di diritto sportivo; Roberto Pardolesi, Ordinario di diritto privato comparato), creata ad hoc dal Commissario Straordinario della FIGC, l'Avv. Guido Rossi, per dirimere la questione dopo la non assegnazione del titolo alla Juventus.

Tutte le società a seguito della sentenza hanno annunciato ricorsi presso il CONI, prima Juventus e Lazio, poi Fiorentina e Milan: nessuna però ha raggiunto la conciliazione.

Milan e Fiorentina hanno accolto la proposta di creazione di un comitato d'arbitrato in ambito sportivo: in attesa che sia chiarita la controversia, la giustizia sportiva ha predisposto che fossero sospese le pene accessorie (ammende e campo neutro).

La dirigenza della Juventus aveva invece presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, pur rischiando con ciò sanzioni da parte della Federazione la quale vieta il ricorso alla giustizia ordinaria: la richiesta era la riassegnazione della Serie A (con penalizzazione massima -20) e la restituzione dei due scudetti revocati. Tale richiesta si basava sulla sproporzione tra la pena inflitta alla Juventus ed a quelle inflitte alle altre formazioni coinvolte, sproporzione che era quantificata dai legali della società da una valutazione del danno economico arrecato dalla retrocessione quantificata in 130 milioni di euro. Questa operazione ha indotto la FIFA a minacciare di escludere dalle competizioni mondiali sia tutti i club impegnati nelle coppe europee e sia la nazionale neo-campione del mondo. Tale proposta è stata subito accantonata poiché, attraverso una lettera, Guido Rossi (commissario straordinario della FIGC) prendeva le distanze da quelle che erano le decisioni della società e ha annunciato, col CONI, una richiesta di risarcimento contro i bianconeri "per aver danneggiato l'immagine del calcio italiano". Dopo trattativa tra il CONI, la FIGC e la dirigenza juventina il Consiglio di Amministrazione della Juventus ha deciso di ritirare il ricorso inoltrato al TAR, evitando un possibile slittamento dell'inizio dei campionati di serie A e B, per cercare di ottenere anch'essa una riduzione della penalizzazione in sede di arbitrato sportivo.

Il 27 ottobre 2006, la Camera di Conciliazione e Arbitrato del CONI ha diramato le definitive sanzioni nei confronti delle prime quattro squadre coinvolte nello scandalo-calcio.

Il 12 dicembre 2006 è stato invece diramato il comunicato contenente le nuove sanzioni a carico delle altre due squadre coinvolte.

Per la parte superiore



Calcio Catania

Cataniastemma.png

Il Calcio Catania 1946 S.p.A. è la principale società calcistica di Catania. Milita attualmente in Serie A.

La prima squadra di calcio della provincia etnea venne fondata nel 1908 da Gaetano Ventimiglia e Francesco Sturzo d'Aldobrando e si chiamava Associazione Sportiva per l'Educazione Fisica Pro Patria. Nel 1910 la denominazione sociale diventò Unione Sportiva Catanese. Negli anni '20 si iniziò con i campionati ufficiali: nel 1920 la Catanese partecipò alla Coppa Federale Siciliana, nel 1927 al Campionato Catanese (vinto nel 1928-29).

Nel 1929 arrivò la prima iscrizione in Seconda Divisione con il nome di Società Sportiva Catania (poi cambiato in Associazione Calcio Fascista Catania). La prima stagione in Serie B è la 1934-35: prima della seconda guerra mondiale saranno quattro le partecipazioni alla cadetteria. Con la guerra, la società si sciolse.

Nel 1946, dalla fusione di due squadre etnee, la Virtus e la Catanese, nacque un'unica società con il nome di Club Calcio Catania, il primo presidente fu Santi Manganaro-Passanisi. Dopo tre anni in Serie C, arrivò la promozione in B. Nel 1954 la squadra venne promossa per la prima volta in Serie A, con l'aiuto del portiere Antonio Seveso cresciuto nel Milan, anche se retrocesse l'anno successivo per illecito sportivo.

Tra il 1960 e il 1966 il Catania disputò sei stagioni consecutive nella massima serie, ottenendo per tre volte l'ottavo posto. Nel 1964 perde la finale della Coppa delle Alpi contro il Genoa. Nel 1960/1961 il Catania neo promosso chiuse al secondo il girone d'andata ,e rimase secondo fino alla seconda di ritorno, e la domenica dopo, al termine di una grande partita, il Catania batté per 4-3 il Milan di Giuseppe Viani. il Catania chiuderà il campionato all'8 posto. Nel 1961/62 10° posto, con la soddisfazione di battere la Juventus 2-0. Nel 1962/63 11° posto, con l' impresa di battere l’ Inter di Helenio Herrera, che poi vincerà lo scudetto e la coppa dei campioni e in quella clamorosa di battere la Juventus a Torino per uno a zero. Nel 1963/64 8° posto permettendosi di espugnare Firenze per 2 a 0 , a Torino la Juventus e di pareggiare a Roma con il punteggio di 4-4. Intanto la nuova sede sociale fu ubicata in via Guzzardi al numero 15, prima di passare in piazza Spedini. Nel 1964/65 8° posto. In questi "anni d' oro" diversi giocatori fecero le loro fortune e quelle del Catania. Uno su tutti il portiere Vavassori che fu scaricato dalla Juventus dopo una infausta sconfitta in amichevole della nazionale a Roma contro gli inglesi il 24 maggio del 61, dove l' estremo difensore, entrato al posto di Buffon prese 2 gol gli ultimi 15 minuti permettendo agli inglesi di vincere 3 a 2. Si possono vantare anche tre partecipazioni alla Coppa delle Alpi italo-svizzera nel '60, '64 e '66 e due alla Coppa dell' Amicizia italo-francese nel '62 e '63. Nel 1965/66 invece, il Catania fu penultimo e tornò in serie B. Al termine del girone d'andata Valsecchi subentrò a Di Bella. Il Catania ebbe inizialmente una bella fiammata d’orgoglio. Alla quinta di ritorno, nell’incontro al Cibali con l’Inter di Herrera, che annoverava tra le sue fila Bedin, Jair, Mazzola, Corso, Sarti e che l’anno prima avevano vinto lo scudetto, coppa campioni e coppa intercontinentale, davanti ad una folla immensa e festante, gli etnei fecero un incontro memorabile e batterono l’ Inter per uno a zero, con un goal di testa del suo più forte giocatore, Carlo Facchin. Sembrava l’inizio di una ripresa per gli etnei , ma purtroppo non fu così; i rossazzurri vinsero solo due volte nel girone di ritorno, con la Roma per uno a zero, e con il Varese per tre a zero. Quell’ anno la squadra si classificò penultima dietro il Varese retrocedendo in cadetteria, dopo sei anni di massima serie. Inoltre alla fine del campionato il Catania partecipò a due incontri internazionali nell’ambito della coppa Amicizia: con il Lens e a Grenoble nell’ambito del gemellaggio della stessa città con Catania, perdendo ambedue gli incontri in modo netto. L'espressione "clamoroso al Cibali", coniata da Sandro Ciotti fu dovuta alla sconfitta dell'Inter a Catania nel 1961,i nerazzurri in quell'occasione persero lo scudetto. Nel 1969-70 la terza promozione in serie A.

Nel 1970-71 l'ultima stagione in Serie A prima della retrocessione dopo quasi 25 anni (1973-74) in Serie C. Angelo Massimino, il presidente che porta avanti la squadra per un ventennio, non riesce a far fare il salto di qualità alla squadra che per otto stagioni sbaraglia il campo in Serie C e disputa dei campionati di bassa classifica in Serie B.

Nella stagione 1982-83 il Catania ottiene la sua quarta promozione in Serie A al termine di una stagione sofferta. Dopo un grande campionato il Catania concluse al terzo posto. Le prime due posizioni furono occupate rispettivamente dal Milan e dalla Lazio a quota 54 e 52 punti. Al terzo posto, invece, oltre al Catania, si classificarono anche la Cremonese e il Como a quota 45 punti. Quindi, si dovette ricorrere agli spareggi.

Per la prima partita contro il Como le stime parlano di poco meno di 20.000 catanesi allo stadio Olimpico di Roma. Per allora (e anche per oggi) quella fu una delle trasferte più numerose. L'incontro si concluse 1-0, con rete di Angelo Crialesi. La sfida tra i comaschi e i cremonesi si concluse invece senza reti.

Il grande esodo da Catania arrivò il 25 giugno 1983, in occasione del secondo spareggio, contro la Cremonese. Se lo ricordano ancora in molti. Soprattutto i giocatori, che erano molto attaccati alle maglie e, come ha ammesso il portiere-capitano Roberto Sorrentino, furono così impressionati dal seguito di pubblico che «ancora quei 40.000 dell'Olimpico me li sogno la notte». Oggi le foto e i filmati dimostrano la qualità del colpo d'occhio. Appena l'arbitro fischiò la fine della partita si scatenò il putiferio negli spalti. Migliaia di bandiere e sciarpe rossazzurre si alzarono al cielo accompagnate da fumogeni. Massimino in quel momento si sentì male per l'intensità della gioia.

L'impatto con la Serie A sembra essere discreto: il Catania ottiene nelle prime quattro giornate due sconfitte (un 3-1 dall'Udinese, dopo essere passato in vantaggio nella prima frazione di gioco, e un 2-1 in casa del Milan, con il decisivo gol nel finale di Alberigo Evani) e due pareggi (0-0 contro il Torino e 1-1 contro la Sampdoria di un giovanissimo Roberto Mancini), alla quinta i rossazzurri si sbloccano e vincono in casa 2 a 0 contro il Pisa con una doppietta di Aldo Cantarutti, portandosi così a metà classifica . Sarà però l'unica vittoria in campionato, infatti arriverranno in seguito solo otto pareggi e diciassette sconfitte (pesantissimi il 5-0 a Firenze ed il 6-0 a Milano contro l'Inter). A causa di quella infausta stagione, il Catania detiene il record del minor punteggio in classifica nei campionati a sedici squadre nella massima serie (12 punti conquistati in trenta giornate). Da quel momento inizia un inesorabile declino che porta la squadra nuovamente in Serie C1 nel 1987-88.

Nel 1993 il Catania Calcio rischia di scomparire: viene radiato dalla FIGC per inadempienze finanziarie. La battaglia legale che segue stabilisce che la società non è fallita ma deve ripartire (in ritardo) dall'Eccellenza Siciliana. Ripescati il primo anno, vittoriosi il secondo anno nel Campionato Nazionale Dilettanti dopo un bel testa a testa contro il Milazzo battuto nel girone di ritorno in casa sua dal Catania per 2-1 con le reti dell'allora calciatore Maurizio Pellegrino e Domenico "Mimmo" Crisafulli, il Catania riconquista la Serie C1 solo al termine della stagione 1998-99 ancora una volta dopo un altro lungo ed estenuante testa a testa sempre contro una compagine peloritana, i rivali del Messina. Quella fu' una stagione di riscatto per Il Catania che riusci' a realizzare segnature e giocate pregevoli e inusuali per la serie C, potendo contare su una grande rosa e con l'esplosione di giocatori come Umberto Brutto(nominato in quella stagione, calciatore di serie c dell'anno). Nel 2000-01 il Catania sfiora la promozione in serie B. Parte male e alla fine del girone d'andata c'è aria di crisi in città, ma l'allora presidente Gaucci acquista a gennaio il forte centravanti Alessandro Ambrosi che con 12 marcature nel solo girone di ritorno contribui a una grande rimonta che fece piazzare il Catania terzo in classifica alla fine del campionato. Si giocarono allora i Play Off. Il primo scontro vide i rossazzurri impegnati contro l'avellino, che al Partenio riusci' a imporsi per 1-0, ma nella gara di ritorno giocata in uno stadio infuocato il team guidato da Vincenzo Guerini sconfisse i campani 2-0 con reti di Davide Cordone e Alessandro Ambrosi. La finale fu pero' infausta per il Catania che gioco' contro il Messina un derby che in campionato aveva vinto 4-0 all'andata e 2-0 al ritorno al Celeste di Messina. Nella finale pero', Pareggiando all'andata 1-1( rete per il Catania sempre dell'asso Ambrosi)e perdendo a Messina per una rete a zero il Catania diede un arrivederci alla promozione in serie b. Il 17 giugno, proprio in occasione della finale di ritorno, perde la vita il tifoso del Messina Antonino Currò, colpito da un grosso petardo, del quale non è stato possibile capire la provenienza, poiché fonti volevano che a lanciarlo fossero stati tifosi del Catania ma altre, che sembravano più fondate, ritenevano che il petardo fosse scoppiato al ragazzo che tentava di lanciarlo nel settore riservato agli ospiti.

Fu l'avvento dei Gaucci a sancire il ritorno in Serie B per i rossazzurri: patron era Luciano, presidente suo figlio Riccardo. Al secondo anno, il 9 giugno 2002, il Catania conquistò la promozione in B a Taranto, pareggiando contro la squadra locale la finale di ritorno play-off dopo la vittoria per 1-0 in casa con rete dell'attuale ala del Cagliari, Michele Fini.

Nel 2002-03 la squadra del presidente Riccardo Gaucci vive un'annata storta: malgrado abbia a disposizione una rosa molto forte (con l'ex nazionale belga Luis Oliveira), i rossazzurri giocano bene in casa e perdono puntualmente in trasferta(Fu soltato una la vittoria in trasferta quell'anno, realizzata a Cagliari, 1-2). In panchina si susseguono cambi ed esoneri senza soluzione di continuità: saranno in cinque a guidare gli etnei nel corso del campionato, la coppia Maurizio Pellegrino - Francesco Graziani, l'ex "madridista" John Benjamin Toshack, Edoardo Reja e Vincenzo Guerini. Alla fine della stagione, il Catania retrocede in Serie C1, ma poi viene riammesso in seguito ad una serie di vicissitudini giudiziarie (il Caso Catania).

Nel 2003-04 la squadra viene messa in piedi in un giorno solo dal direttore sportivo Guido Angelozzi, con i giocatori scartati dalla Serie B. Tra questi c'è anche Giuseppe Mascara, reduce da un brutto infortunio, che si rivela fondamentale. Con Gabriele Matricciani e Stefano Colantuono in panchina e con alcuni buoni giocatori tra i quali Gennaro Delvecchio e Jaroslav Sedivec, la squadra sfiora la promozione in Serie A e vive un'annata positiva. A tre giornate dal termine, i Gaucci cedono la società a Antonino Pulvirenti.

L'imprenditore catanese promette da subito la massima serie in tre anni. Alla prima stagione, nel 2004-05, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco deve praticamente rifondare la società e il gruppo. Dall'Acireale arrivano in blocco Maurizio Anastasi, Massimo Lo Monaco, Ciro Polito, Orazio Russo ed Andrea Suriano. Poi vengono presi alcuni giocatori di rilievo per la categoria, su tutti Armando Pantanelli, Marco Ferrante e Davor Vugrinec. In panchina dalla'Acireale stesso arriva Costantini. Nonostante i grandi nomi la squadra arranca , e dopo la sconfitta casalinga con il Bari , il tecnico Costantini viene sostituito con l'esperto Nedo Sonetti , a gennaio alcuni "senatori" vengono ceduti e la squadra viene rinforzata con alcuni prestiti (Jeda, Matteo Serafini, César) e il centrocampista brasiliano Fernando Menegazzo. Il Catania riesce a scalare diverse posizioni nel girone di ritorno e cerca di salvare la stagione tentando un aggancio alla zona playoff (che sarebbe valsa automaticamente promozione in A a causa dei fallimenti del Perugia e del Torino), ma una brutta sconfitta interna con l'Empoli, alla 38esima giornata per 1-3, spegne ogni illusione rimasta. Il Catania chiude il campionato all'undicesimo posto, in compagnia di Bari ed AlbinoLeffe.

Nell'estate 2005 la svolta: viene ingaggiato il tecnico Pasquale Marino, ritorna Mascara, vengono acquistati Gionatha Spinesi, Umberto Del Core, Roberto De Zerbi, Davide Baiocco e alcuni altri giocatori fondamentali che si inseriscono nel gruppo dei reduci del campionato precedente (tra cui Armando Pantanelli, Paolo Bianco, Cristian Silvestri, Fabio Caserta e Orazio Russo). L'inizio della stagione però è decisamente altalenante, con buone vittorie (su tutte quella contro l'Atalanta, liquidata con un roboante 4-1) alternate a prestazioni mediocri. Ma dalla quindicesima giornata il Catania cambia registro, inanellando ben sei vittorie di fila rispettivamente contro Rimini, Cremonese, Verona, Modena, Pescara e Catanzaro, serie interrotta solo dal pareggio in casa dell'AlbinoLeffe. Durante il girone di ritorno il Catania riacciuffa il Mantova e lo supera anche al Massimino per 3 a 0, quando il Catania era già primo in Serie B, ci restò per 5 giornate di fila a partire dalla sesta giornata di ritorno. Così la promozione in A sembra ormai facilmente raggiungile, ma il Torino opera una prodigiosa rimonta e si porta a soli due punti dagli etnei alla trentanovesima giornata. Il Catania però non molla, batte in casa Pescara e Catanzaro(sul neutro di Lecce, di fronte a 11.000 sostenitori rossazzurri, (rispettivamente 3-0 e 3-1) ed il 28 maggio 2006 torna dopo un'assenza di oltre 22 anni in Serie A grazie al successo per 2-1 sull'AlbinoLeffe (Gionatha Spinesi ed Umberto Del Core siglano le reti rossazzurre), pervenuta tra le mura amiche davanti a un numero incredibile di sostenitori, entrarono più di 40.000 tifosi allo stadio Angelo Massimino quel giorno. Migliaia di catanesi festeggiano nelle piazze e nelle strade della città e della provincia l'approdo del Calcio Catania nella massima serie. La stagione del ritorno in Serie A, strana per quanto riguarda la classifica iniziale data certe penalizzazioni unitamente alla mancanza della "vecchia signora". Record di abbonamenti per i rossazzurri con più di 16 mila tessere vendute. La società conferma in blocco la rosa della promozione, inserendo calciatori di esperienza come Stovini, Colucci, Corona e scommettendo su delle promesse quali l' argentino Izco, il giapponese Morimoto e l' esterno sinistro Vargas, nazionale del Peru'. L' amministratore delegato Pietro Lo Monaco ha confermato la sue competenze in materia di rinforzi, criticati a luglio da molti, che hanno permesso di esaltarsi nel gioco del grande mister Marino, e far esaltare una squadra ed una città, protagonista di un esaltante girone di andata, con lo splendido piazzamento da champions league, che viene cronologicamente dopo altri due passi, la promozione in A e il 60° anniversario dalla fondazione, che rendono l' anno 2006 grandioso ed unico per tutti i tifosi rossazzurri. Tutto quello raccontato fino ad ora passa in secondo piano dopo la tragedia del 2 febbraio 2007, quando allo stadio Massimino si gioca il derby tra Catania e Palermo. A causa di barbare violenze attorno al Cibali di un drappello di delinquenti, muore l' ispettore di Polizia Filippo Raciti, che lascia moglie e due figli, con lo sconforto generale della società civile. Tutto ciò costruito in anni di sacrificio è finito in un attimo. La migliore stagione a livello tecnico è stata funestata da chi con il calcio non c'entra niente. Le conseguenze sono gravi sotto tutti gli aspetti. A livello calcistico c'è un giro di vite da parte dei vertici sportivi e del Governo, con l' approvazione della rigida legge antiviolenza Amato - Melandri. Per il "Massimino" viene stabilita la squalifica del campo fino al 30 giugno 2007 e partite in campo neutro ed a porte chiuse. L' immagine della città è lesa con aggiunta di un grosso danno economico per il presidente Pulvirenti. Intanto "i tifosi del Catania potranno avere accesso agli impianti sportivi su tutto il territorio nazionale dove si svolgeranno le partite casalinghe della loro squadra"; con questa sentenza il TAR di Catania annulla la squalifica dello stadio grazie ad 82 impavidi abbonati che hanno presentato ricorso, intraprendendo una vera e propria "guerra" contro il TAR laziale e dal CGA di Palermo, sollecitati dalla FIGC , che intervenendo, ha poi ripristinato la squalifica. La dirigenza, con il presidente Pulvirenti in prima linea, ha correttamente percorso la strada parallela della giustizia sportiva, per non violare la clausola compromissoria che avrebbe portato penalizzazioni in classifica, conciliando con il CONI la decisione del campo neutro per le ultime due partite casalinghe, contro Milan e Chievo, ma con le porte aperte per i tifosi. E proprio al Dall' Ara di Bologna, il 27 maggio, vincendo contro la squadra clivense, supportato da 8 mila tifosi il Catania ottiene l' obbiettivo stagionale della salvezza, chiudendo il campionato, dopo un disastroso girone di ritorno, al 13° posto. Salvezza storica se consideriamo che da 42 anni ciò non avveniva e soprattutto le 10 gare in campo neutro, 29 partite su 38 lontano dal Cibali e non ultimo i 14 esordienti in serie A. Le novità per la stagione 2007/08 sono il restyling dello stadio, secondo le disposizioni dell' Osservatorio delle Manifestazioni Sportive e il cambio di sede sociale, trasferita nel luogo naturale degli uffici di via Ferrante Aporti proprio sotto la curva sud. Lavori di adeguamento quasi interamente finanziati dalla società e non dal Comune, i cui tempi burocratici e le casse in rosso, non avrebbero permesso il regolare avvio in casa del campionato. Nel ritiro di Chatillon, in Valle d' Aosta, si riparte dal nuovo allenatore Silvio Baldini e da calciatori di esperienza come Giacomo Tedesco e Terlizzi e scommesse quali l' uruguayano Jorge "Malaka" Martinez, calciatore più pagato della storia del Catania. Primo caso di mobbing in casa Catania: i calciatori Pantanelli, Falsini e Biso, che non rientrando nei piani della dirigenza in attesa di altre sistemazioni si allenavano con la primavera, hanno intentato una discutibile causa al Collegio Arbitrale della Lega, per essere reintegrati in prima squadra, poi archiviata. Con la pedata di mister Baldini alla prima giornata a Parma e i lavori allo stadio finiti per l' esordio casa, si alimentano varie polemiche che la città di Catania non si può permettere. Addirittura il manto erboso, assolutamente scandaloso, completato a giochi iniziati, con altra figuraccia degli amministratori etnei. Per i tifosi, sempre impareggiabili, che hanno rinnovato la fiducia con più di 14 mila abbonamenti, le prime soddisfazioni: il buon girone d' andata e la storica qualificazione alla semifinale di coppa Italia. A gennaio il mercato porta due difensori argentini, Alvarez e Silvestre. Il giro di boa è una costante delusione che porta a sette giornate dalla fine le "dimissioni" di Baldini, grand' uomo ma sfortunato allenatore, che paga anche colpe di un organico non adatto alle sue idee tattiche. Al suo posto si accomoda in panchina Walter Zenga, ex portiere della Nazionale e dell' Inter. Nonostante diversi infortuni che hanno ridimensionato una rosa già esigua, arriva la seconda salvezza consecutiva, proprio all' ultima giornata come lo scorso anno, in un finale a dir poco coronarico, chiudendo quart' ultimi al 17° posto. Da Assisi riparte la stagione 2008/09 con il riconfermato mister Zenga alla guida di una rosa rinforzata dagli arrivi dell' argentino Ledesma, perno di centrocampo e dal romeno Dica, funambolico attaccante. La cessione di Vargas, per 12 milioni di euro, rappresenta un record in uscita per la società.

Dopo la promozione in Serie A, l'Amministratore Delegato Pietro Lo Monaco rinforzò la squadra, ingaggiando gli italiani Stovini, Colucci e Corona, i sudamericani Izco e Vargas, il giapponese Takayuki Morimoto e il ghanese Edusei, ma è anche costretto a cedere il numero 10 Roberto De Zerbi al Napoli. La stagione 2006-07 inizia nel migliore dei modi escludendo il 7-0 con la Roma: il Catania vince molte partite e riesce a chiudere il girone di andata con 29 punti, al quarto posto. Vista la più che ottima posizione, la società decide di non rinforzare la rosa, comprando solo l'allora semisconosciuto Marco Biagianti dalla Pro Vasto, società che milita in Serie C2. Alla terza giornata di ritorno, il 2 febbraio, il Catania affronta il Palermo e, alla fine della partita, all'esterno dello stadio iniziano degli scontri tra alcune persone a volto coperto e la polizia, che causano la morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti. A seguito di tali scontri, dopo una breve sospensione del campionato, il Calcio Catania viene punito con l'obbligo di giocare le partite casalinghe a porte chiuse ed in campo neutro. Inizia un periodo nero per la squadra che la porta, all'ultima giornata, ad avere totalizzato solo 9 punti in tutto il girone di ritorno. L'ultima giornata, il 27 maggio sul campo neutro di Bologna, il Catania affronta il Chievo in uno scontro diretto e, vincendo per 2-0, condanna i clivensi alla retrocessione in serie B (le reti sono siglate da Fausto Rossini e Mauro Minelli) e conquista la salvezza, a 42 anni di distanza dall'ultima. Al termine della stagione il tecnico Marino lascia la panchina del Catania per andare ad allenare l'Udinese: prende il suo posto Silvio Baldini.

Nell'estate 2007 la società decide di cambiare molti giocatori. Al posto del disastroso portiere Pantanelli viene acquistato l'ex Real Madrid Albano Bizzarri che però verrà sostituito per scelta tecnica dal secondo portiere Ciro Polito. In difesa, al posto di Falsini, viene acquistato l'esperto Christian Terlizzi, mentre in attacco Corona viene sostituito dall'uruguayano Jorge Martinez. Ma il vero buco da colmare è a centrocampo, quando la bandiera Fabio Caserta si accasa ai rivali del Palermo, passando nel cuore dei tifosi catanesi da eroe a traditore. Al suo posto il Catania compra Giacomo Tedesco e Cristian Llama, che però non avranno la fiducia di Baldini. Nella stagione 2007-08, il girone d'andata si svolge discretamente bene per i rossazzurri, che chiudono all'undicesimo posto con 22 punti, +6 dalla zona retrocessione; contemporaneamente, eliminando Triestina, Milan ed Udinese, il Catania conquista la sua prima semifinale di Coppa Italia. Nel mercato di Gennaio, il Catania compra altri due difensori, Matías Silvestre e Pablo Alvarez. Tuttavia, nel girone di ritorno, la squadra subisce un forte calo di rendimento, con una serie di sconfitte in trasferta e la difficoltà a fare punti anche nelle gare casalinghe. Il 1º aprile, dopo la sconfitta in casa con il Torino, diretta concorrente per la salvezza, Baldini lascia la panchina catanese, d'accordo con la dirigenza; a prendere il suo posto è Walter Zenga, che cambia completamente il tipo di gioco del Catania. Infatti dà fiducia a Tedesco e Bizzarri, ai danni di Edusei e Polito, e sposta Vargas da terzino a centrocampista esterno. Il tecnico esordisce nel migliore dei modi con un secco 3-0 contro il Napoli, ma si salva solo all'ultima giornata pareggiando in casa contro la Roma, nel doppio confronto a distanza scudetto-retrocessione Parma-Inter con lo scudetto vinto da questi ultimi e la retrocessione dei parmigiani.

Nel 2008-09 viene riconfermato Walter Zenga, ma il Catania si fa notare molto nel mercato estivo, tanto che molti definiscono il mercato del Catania come il più sorprendente della Serie A: la società etnea, sfruttando la plusvalenza di Vargas, compra il mediano Ezequiel Carboni dal Redbull Salisburgo, squadra pluricampione d'Austria; l'interno destro Pablo Ledesma, che con il Boca Juniors ha vinto 1 campionato argentino, 2 Coppe Libertadores, 1 Copa Sudamericana e 1 coppa Intercontinale e infine il trequartista rumeno Nicolae Dica, nominato nel 2005/06 terzo miglior giocatore della Champions League dietro a giocatori del calibro di Kakà e Cristiano Ronaldo. Inoltre il Catania prende in prestito secco l'under 21 Michele Paolucci, mentre dall'Argentina ritorna dal prestito Ezequiel Llama. Grazie a questi acquisti sudamericani il Catania diventa la squadra con più argentini in rosa (ben 7), scavalcando l'Inter, fermo a 6. Il Catania inizia molto bene la nuova stagione arrivando addirittura a toccare il primo posto in classifica per qualche ora alla 7° giornata, con 14 punti. I risultati arrivano quasi sempre in casa, al Massimino, e non mancano risultati di prestigio, ad esempio nel derby siciliano contro il Palermo (2-0) e contro la Roma (3-2). Fuori casa invece, continuano le difficoltà già intraviste la scorsa stagione, tanto che il Catania chiuderà il girone d'andata con soli 3 punti in trasferta. Fatto sta che grazie ai 22 punti raccolti in casa, il Catania al giro di boa si trova all'undicesimo posto a 25 punti, +10 dalla zona retrocessione. Nel mercato di Gennaio il Catania interviene nelle fascie difensive, considerate da tifosi e opinionisti il punto debole dei rossoazzurri. Infatti il Catania cede Sardo e Sabato e acquista Ciro Capuano dal Palermo e Alessandro Potenza dal Genoa.

L'1 marzo 2009 il Catania compie una delle imprese più esaltanti della sua storia, vincendo per 0-4 sul campo del Palermo (prima vittoria in casa dei palermitani in Serie A), ritrovando la vittoria in trasferta dopo 1 anno e 10 mesi e stabilendo il record rossazzurro di maggior numero di gol di scarto in una vittoria in trasferta in Serie A. Tra l'altro in questa partita Mascara, con un pallonetto scagliato da centrocampo, realizza uno dei gol più bella della stagione 2008/2009.

Ha inoltre giocato nel Catania il celebre commentatore televisivo Bruno Pizzul dal 1958 per 4 anni circa.

L'allenatore più importante della storia etnea è Carmelo Di Bella, che ha allenato il Catania per 11 stagioni, conquistando una promozione in Serie A nella stagione 1959-1960 e mantenendo la categoria per 5 campionati. Egli è strettamente legato a Ignazio Marcoccio, commissario straordinario, che, con la collaborazione di Michele Giuffrida e Silvestro Stazzone, condusse il Catania in quello che fu il suo periodo d'oro. Angelo Massimino, il Presidentissimo, è stato il presidente più amato e più odiato della storia del Catania Calcio. Ha diretto i rossazzurri per 22 stagioni, ottenendo 6 promozioni (due in Serie A) e ricostruendo la squadra dopo la radiazione. Ha dedicato la sua vita alla causa del Calcio Catania morendo in un incidente d'auto, nell'ennesimo viaggio a Palermo per perorare la causa della sua amata squadra. In sua memoria lo Stadio Cibali è stato ribattezzato Stadio Angelo Massimino, ed ogni anno ha luogo uno speciale trofeo che porta il suo nome. Gli attuali dirigenti degli etnei, il presidente Antonino Pulvirenti e l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco riportano in Serie A il Catania dopo 23 anni e conseguono due salvezze consecutive, impresa riuscita solo a Ignazio Marcoccio, gettando le basi per restare in serie A ancora per molti anni.

In 75 stagioni sportive disputate a livello nazionale a partire dall'esordio nel Campionato Meridionale (C), compresi 4 tornei di Serie C2. Non sono ricomprese nel conteggio nè la stagione post-fallimentare disputata a livello regionale nè il periodo bellico fra il 1943 e il 1946.

Per la parte superiore



Calcio scommesse

Questa pagina contiene informazioni sul gioco d'azzardo. Leggi le avvertenze sul rischio.

Il Calcio Scommesse è un tipo di gioco d'azzardo legato all'esito di eventi di carattere calcistico.

Le scommesse legate ai risultati di gare e competizioni calcistiche hanno avuto un primo grande sviluppo in Inghilterra, gestite direttamente dai bookmakers che, come per le gare di ippica o per qualsiasi altro evento oggetto di scommessa, applicano delle "quote" in proporzione alle quali viene stabilità l'entità della vincita per lo scommettitore.

In Italia le scommesse gestite dallo Stato e legate agli eventi calcistici sono state legate per vari decenni al solo Totocalcio; a questo si sono aggiunti altri concorsi similari che hanno però finito col togliere allo stesso Totocalcio buona parte degli introiti. A ciò si è aggiunta la sempre maggior popolarità del Superenalotto che ha catalizzato la gran parte degli interessi dei giocatori italiani. Questi fattori hanno accelerato la decisione di gestire anche in Italia le scommesse calcistiche allestendo sale scommesse di tipo anglosassone, nelle quali lo scommettitore può puntare liberamente su uno più eventi conoscendo in anticipo la quota spettante in caso di vittoria.

Al Calcio Scommesse regolarmente gestito dallo Stato fanno da contraltare le numerose "iniziative private" spesso gestite direttamente dalla criminalità organizzata e che continuano a creare un gran giro d'affari nonostante la liberalizzazione del gioco in sale autorizzate.

Il Calcio scommesse assurse alle prime pagine dei giornali italiani quando, nei primi anni '80, fu scoperto un giro di scommesse clandestine, vedi scandalo del calcio italiano del 1980 e scandalo del calcio italiano del 1986, noti anche come Totonero e Totonero Bis, nei quali furono coinvolti direttamente società calcistiche e giocatori disposti ad alterare il regolare andamento di gare e tornei per favorire l'esito di ingenti giocate illegali; dopo un processo sportivo vennero penalizzate varie società professionistiche e vennero radiati o squalificati molti giocatori e dirigenti. Emblematica è in tal senso la figura dell'allora calciatore del Bologna Carlo Petrini che, nella sua autobiografia Nel fango del dio pallone, racconta di come lo scandalo delle partite truccate lo abbia travolto in prima persona, infliggendogli una lunga squalifica dai campi di gioco.

Per la parte superiore



ASD Lodigiani

L’Associazione Sportiva Lodigiani 1972 è una squadra storica di Roma; il suo titolo sportivo fu rilevato dall’Associazione Sportiva Cisco Roma la quale, nel 2004, squadra allora militante in Serie D che, dopo un anno di transizione col Nome Cisco Lodigiani la fece diventare definitivamente Cisco Roma, salendo così in C2 e cedendo il proprio titolo di serie D alla Lupa Frascati. La vecchia dirigenza, nel 2005, riprese lo storico nome rifondando la Lodigiani con la denominazione "Nuova Lodigiani" e rinominandola A.S.D. Lodigiani nel 2008, ridando così ufficialmente vita al vecchio sodalizio romano.

La Lodigiani gestisce, oltre alla prima squadra, un settore giovanile e una scuola calcio. A seguito di accordo (giugno 2008 con l'A.S.D. Stilecasa (1° Categoria) nella stagione 2008/09 la prima squadra disputa il campionato con il nome ASD Lodigiani Stilecasa calcio.

Gli ottimi risultati e l'entusiasmo dei successi aziendali furono il passo successivo: nel 1974 la Lodigiani viene affiliata alla FIGC e giocò il campionato di Seconda Categoria, fondendosi con l'Ombra Vescovio. La squadra arrivò terza, ma Malvicini, non soddisfatto della categoria, riuscì a prendere il titolo di Promozione Laziale (allora la massima categoria regionale) acquisendo la Maiacat, squadra aziendale di Mentana con la quale la Lodigiani Costruzioni aveva ottimi rapporti.

Cominciò l'epoca della Lodigiani di Scaratti che, dopo un avvio difficoltoso nella prima stagione di Promozione (1974/75, 11° posto), fece seguire una trafila di secondi e terzi posti che non valsero però mai la promozione in Interregionale. Dopo vari tentativi, nella stagione 1979/80, la Lodigiani (allenatore Mastrantonio) salì finalmente in Interregionale.

Gli anni della Promozione dal 1974 al 1980 videro la Lodigiani piantarsi in maniera stabile nel quartiere di San Basilio, al centro sportivo Francesca Gianni, ristrutturato e ampliato dalla Lodigiani Calcio. In questo periodo, durato fino al 1983, anno della promozione in serie C, la Lodigiani e San Basilio erano una sola anima: le partite della Lodigiani si svolgevano in un autentico catino, con gente assiepata sulle recinzioni. Le partite a San Basilio erano temute da tutte le squadre avversarie, non furono poche le partite sospese per intemperanze del pubblico, e spesso anche le tifoserie ospiti dovevano fare i conti con quello che una volta era uno dei quartieri più temuti della Capitale. Va detto che anche in serie C2, fino al 1990, la Lodigiani, in particolari momenti di crisi, giocava al Francesca Gianni anziché al Flaminio per avere una spinta maggiore dal pubblico.

Già dagli anni della Promozione la Lodigiani gettò le basi del suo futuro fortissimo settore giovanile.

Nel campionato 1980/1 la Lodigiani esordì in serie D, stagione travagliata che vide l'esonero di Mastrantonio per De Rossi. Con un buon finale di campionato la squadra terminò in dodicesima posizione, lasciandosi dietro Angelana, Audax Rufina, Iglesias, Orbetello, Isili e Calangianus. Da questa stagione la Lodigiani, inserita in un interessantissimo girone con squadre toscane e sarde, cominciò a giocare partite di livello nazionale, incontrando da subito squadra blasonate come Torres e Frosinone (promosse al termine della stagione), Foligno, Viterbese e Olbia. Già da questa stagione, inoltre, la Lodigiani poteva considerarsi, data la fase discendente di Almas e Romulea, la terza squadra di Roma.

La stagione 1981/2 vide l'esordio in panchina di un tecnico aquilano giovane e di belle speranze: Guido Attardi; allenatore offensivista, allenò per ben 9 stagioni la Lodigiani, garantendogli sempre ottimi risultati. Le partite della gestione Attardi, in ogni stagione, erano garanzia di spettacolo. Attardi da subito cercò di inserire i giovani più validi nell'intelaiatura della prima squadra, adattandosi a quelle che diventeranno le vere esigenze della Lodigiani a partire dagli anni '90. A lui si deve la scoperta di giocatori come David Di Michele e Luca Toni.

La prima stagione di Attardi terminò con un ottimo terzo posto, a soli 5 punti da Foligno (promosso) e Cynthia. Durante questa annata furono giocati i derby con la Romulea (già destinata a divenire Lupa Frascati), Casalotti, Tor Sapienza e Montespaccato (retrocesse a fine campionato).

La stagione 1982/3 fu quella dell'apoteosi: guidata da Attardi, la Lodigiani beffò proprio la squadra che diede i natali al suo allenatore, L'Aquila, staccata di ben 5 punti (la vittoria valeva 2 punti). Altri derby con Romulea e Casalotti, nonché con La Rustica (ottimo quarto posto). Inoltre la prima squadra vinse la Coppa Italia Dilettanti, e il settore giovanile, cresciuto in maniera esponenziale, vinse il suo primo titolo nazionale, nella categoria Giovanissimi.

La stagione 1983/4, segnò due importanti svolte: il primo campionato professionistico di C2, e il trasferimento allo stadio Flaminio per le partite casalinghe (tranne ricorrere, in casi urgenti alla fedelissima casa del Francesca Gianni, che rimase comunque il quartier generale della squadra). Le avversarie non erano più Velletri, Elettrocarbonium e Romulea(Lupa Frascati), bensì Reggina, Nocerina, Siracusa, Turris, Ischia, Licata ecc. e i derby erano con Frosinone e Latina.

Il primo campionato di serie C2 finì col 10° posto, con Frosinone e Nocerina promosse in C1 e Latina, Marsala e Grumese retrocesse in Interregionale. La Lodigiani tenne alla grande l'impatto del suo primo campionato professionistico.

La Lodigiani migliorò ulteriormente ma senza grandi picchi nelle stagioni 1984/85, 1985/86 e 1986/87, tutte sotto la gestione Attardi, con piazzamenti, rispettivamente di 7°, 8°, 8° posto. In questi anni di gestione Attardi le squadre più blasonate affrontate furono Siena, Prato, Alessandria, Torres, Lucchese, Massese, Spezia, Pistoiese, Frosinone, Siracusa, Juve Stabia, Cavese, Trapani e Latina.

Nel 1986 la Lodigiani vinse inoltre il primo dei due trofei Dante Berretti della sua storia. La Lodigiani ebbe in questi anni, fino alla sua scomparsa momentanea nel 2004, squadre in tutti i campionati nazionali giovanili, vincendo diversi titoli e arrivando sempre più spesso tra le prime.

Il settore giovanile della Lodigiani già da questo periodo divenne estremamente competitivo, e fu rotto il monopolio di Roma e Lazio.

Il primo pubblico della Lodigiani al Flaminio era abbastanza numeroso (circa 2000 unità a partita), nacquero dal 1986 i primi gruppi organizzati.

Fu proprio a partire dagli anni '80 che Malvicini, Rinaldo Sagramola e i principali consiglieri (tra cui spiccava Gino Giovannelli, storico dirigente che ha accompagnato la Lodigiani per più di vent'anni), delinearono il futuro della squadra, sempre più indipendente dalla sua azienda: da una parte la Lodigiani era al massimo del suo splendore e della sua potenza economica, dall'altra parte doveva cominciare a pensare ai tempi più duri, quando forse la Lodigiani Costruzioni non avrebbe più potuto sostenere finanziariamente la Lodigiani.

Fu da questa preveggenza che la Lodigiani cominciò ad adottare una politica calcistica fino ad allora sconosciuta in Italia: lanciare i giovani del proprio vivaio (o trovare giovani di altre squadre ancora inesperti del professionismo) direttamente in prima squadra, coadiuvati da un solido nucleo di giocatori più navigati ed esperti della categoria: quella che oggi è un'esigenza per ogni squadra professionistica che ha un occhio al bilancio, era allora un'autentica innovazione. Inoltre, la consapevolezza dei giocatori delle giovanili di poter puntare ad un posto in prima squadra nel futuro, ha garantito un valore aggiunto al già forte vivaio biancorosso.

Stagione 1987/88: la Lodigiani affidò a Rampanti il ruolo di allenatore della prima squadra. I biancorossi vennero inseriti in un girone tosto con squadre sarde, toscane e piemontesi: un autentico girone di ferro composto da Siena, Pro Vercelli, Massese, Cuoiopelli, Carrarese, Montevarchi e Pistoiese tra le altre.

La squadra di Rampanti puntò decisamente al salto di categoria nonostante la spietata concorrenza: ne uscì fuori un campionato equilibratissimo, tanto che, alla fine, tra l'ultima classificata, il Civitavecchia, e le prime intercorsero solamente 17 punti. Il campionato terminò con tre squadre a 41 punti in testa: la Carrarese fu direttamente promossa per la classifica avulsa, Massese e Montevarchi furono costrette ad un drammatico spareggio vinto da quest'ultima ai calci di rigore. La Lodigiani arrivò a 40 punti, una sola lunghezza dalle capoliste, a pari punti con la Cuoiopelli e due punti sopra la Pro Vercelli. Un campionato ricco di rimpianti per i troppi pareggi, che del resto caratterizzarono l'interono girone.

Fu in questa stagione che Francesco Totti militò negli Esordienti nella Lodigiani e, nelle due stagioni successive, nei Giovanissimi, prima di andare alla Roma, nel 1989.

Nella stagione 1988/89 la Lodigiani allestì una squadra ugualmente competitiva (allenatore Malatresi), ma nulla poté contro lo strapotere di Campania Puteolana e Siracusa, promosse rispettivamente con 49 e 44 punti, mentre la Lodigiani ne fece 36, piazzandosi al sesto posto.

La stagione 1989/90 la Lodigiani (allenatore Volpi) tornò a giocare le partite interne al Francesca Gianni di San Basilio, a causa dell'utilizzo del Flaminio da parte di Roma e Lazio, sfrattate dall'Olimpico per i lavori di ristrutturazione in vista dei Mondiali di Italia '90.

Molte tifoserie di serie C affrontate quell'anno furono costrette, a loro spese, a conoscere il calore del Francesca Gianni e della gente di San Basilio, non propriamente ospitale con le squadre ospiti e con i loro tifosi.

Inserita nel girone meridionale, la Lodigiani soffrì più delle ultime stagioni, si piazzò nona, mentre furono promosse Battipagliese e Nola. Nonostante ciò le due tribune del Francesca Gianni registrarono il pieno in quasi tutte le partite.

Fu il canto del cigno del lungo rapporto tra la Lodigiani e il quartiere di San Basilio. Già dalla Primavera del 1990 la Lodigiani si trasferì al più moderno impianto della Borghesiana, prendendo la gestione del grande centro sportivo e dell'albergo/ristorante. Inoltre quelle della stagione 1989/90 furono le ultime partite della Lodigiani giocate al Francesca Gianni. Questa stagione vide anche l'importante ingresso del presidente Borgia, in carica fino al 2000: amico di Vincenzo Lodigiani e Giuseppe Malvicini, amplificò i già ambiziosi progetti della Lodigiani.

Il passaggio della Lodigiani dal Francesca Gianni alla Borghesiana coinvolse vari fattori: innanzi tutto il Francesca Gianni apparteneva all'omonima famiglia, e la Lodigiani ivi poteva avere un potere non molto ampio, mentre alla Borghesiana poteva vantare un impianto polivalente in proprietà. Secondo fattore la continua crescita del Vivaio biancorosso, che contava oltre 500 ragazzi: impossibile farli giocare tutti in quelle strutture. Infine ci fu un fattore ambientale: per scelta filosofica si volle passare da un quartire popolare (del quale la Lodigiani subiva la sua influenza) ad una zona più tranquilla, ma comunque dalle alte possibilità ricettive.

Con buone ambizioni, soprattutto a causa del passaggio della C2 da quattro a tre gironi, la Lodigiani disputò la stagione 1990/91 con una squadra altamente competitiva, che finì terza a pari merito con Sangiuseppese e Vigor Lamezia con 38 punti. La squadra di mister Moro finì dietro alle promosse Ischia (46 punti) e Acireale (45 punti), la cui supremazia non fu mai discussa. In questa stagione la squadra Primavera arrivò in finale, persa, contro il Torino.

Dopo tanti tentativi di salire in serie C1, alla Borghesiana si decise, nell'Estate del 1991, di puntare con decisione, e con un estremo sforzo economico, alla promozione in serie C1. Nella prima serie C2 a tre gironi, la Lodigiani fu inserita nel classico raggruppamento meridionale, assieme ad altre quattro realtà regionali (Formia, Cerveteri, Latina e Astrea che non fecero benissimo.

La squadra, allenata dall'ottimo, per la categoria, Specchia, era composta da validissimi elementi tra i quali possono essere citati Agostinelli, Bianchini, Baldari,D'Onofrio, D'Adderio, Di Nicola, Perna, Chirico, Pierozzi, Loreti, Romualdi, Marino. La Lodigiani, nelle prime sette partite partì a razzo, in perfetta media inglese (vittorie casalinghe con Molfetta, Latina e Savoia, pareggi esterni con Altamura, Juve Stabia, Trani e Cerveteri). All'ottava giornata la Lodigiani vinse la sua prima gara esterna (2-1 con la Battipagliese), e replicò al Flaminio con una vittoria di misura col Catanzaro.

L'imbattibilità finì alla 10° giornata con la sconfitta,1-0 a Lamezia con la Vigor. Dall'undicesima alla diciannovesima giornata la Lodigiani fece ben 8 pareggi su nove partite (con Bisceglie, Astrea, Potenza Sport ClubPotenza,Puteolana, Sangiuseppese, Leonzio, Turris e Matera), vincendo solamente in casa col Formia per 1-0 (92° Marino). La marcia riprese alla 20° giornata, prima di ritorno, con la vittoria 2-1 in rimonta con l'Altamura (due gol negli ultimi 10 minuti di gara). Era il segno che la Lodigiani, quell'anno era già destinata a salire.

Dopo una battuta d'arresto a Molfetta, per uno a zero, la Lodigiani subì il primo stop casalingo, 0-2 inflitto dalla Juve Stabia, in lotta per non retrocedere. La squadra rialzò subito la testa a Latina, vincendo 2-0, ma i tre pareggi successivi (in casa con l'ostico Trani ma anche col più modesto Cerveteri e in trasferta col Savoia) diedero un campanello d'allarme: Sagramola diede, nonostante tutto, la fiducia a mister Specchia, comunque cosciente di avere tra le mani un ottimo gruppo.

La Lodigiani era terza , a una manciata di punti dalle capoliste Potenza e Trani (salivano le prime due squadra in C1). La ventisettesima giornata di campionato fu l'inizio della riscossa della Lodigiani: 3-0 alla Battipagliese. La Lodigiani, tuttavia incontrò al Ceravolo il Catanzaro, che vinse 2-1 e raggiunse i biancorossi in classifica. La successiva giornata casalinga col Lamezia, uno scialbo 0-0, sembrava la fine dei sogni biancorossi. Fu la trantesima giornata a suonare le prime note della marcia trionfale per la Lodigiani, con la vittoria esterna di misura a Bisceglie, replicata una settimana dopo in casa con l'Astrea, in un derby alquanto inedito. Il pareggio a Formia fu il preludio della trionfale partita in casa col Potenza capolista, vittoria per 1-0 su autorete e aggancio in vetta.

Le ultime giornate di quel campionato videro un testa a testa tra Trani, Potenza, Lodigiani e , poco più dietro, Catanzaro, che però non recuperò mai il minimo distacco. Dalla vittoria con l'Astrea alla trentunesima giornata fino alla trentottesima, l'ultima, la Lodigiani finì come aveva cominciato, in perfetta media inglese: vittorie in casa (oltre a quella coi ministeriali e col Potenza vanno aggiunti il 2-0 alla Sangiuseppese e il 2-1 alla Turris) e pareggi in trasferta (Formia, Puteolana, il rocambolesco 2-2 di Lentini, lo 0-0 finale di Matera). Fu a Matera che la Lodigiani fu promossa in serie C2: di fronte a 200 tifosi romani giunti in terra lucana, la Lodigiani prese senza sforzi il punto che le bastava per salire in C1.

Il campionato finì con Lodigiani e Potenza appaiate a 48 punti, in testa, promosse entrambe; a due punti di distanza il Trani, crollato nel finale di campionato, e a quattro il Catanzaro. Roma si ritrovò, per la prima volta, con una terza squadra in terza serie, decenni dopo le esperienze della Tevere Roma e dalla Romulea.

La stagione vide un Flaminio con presenze che variavano dai 2.000 ai 3.000 spettatori a partita. Al momento della promozione in C1 la Lodigiani aveva già lanciato in serie A giocatori come Silenzi, Apolloni, Francesconi, Onorati, Saurini, Savorani, e in serie B molti altri giocatori.

Nel corso di questa stagione nacque anche il "Lodigiani Club", giornalino ufficiale della Lodigiani, distribuito gratuitamente in ogni partita casalinga, fino al 2000.

La stagione 1992/93 coincise, quindi, col primo campionato in serie C1 di una squadra romana dai tempi della riforma dei campionati. Il pubblico romano rispose abbastanza numeroso, il sabato al Flaminio divenne un appuntamento fisso per molti.

La prima rosa della Lodigiani in C1 era composta dai portieri Paolo Bordoni e Oscar Verderame, dai difensori Roberto Arrigoni, Emanuele Bianchini, Mario De Rosa, Alessandro Battisti, il capitano Pino La Scala, Raffaele Perna, Claudio Valletta e Andrea Viola, dai centrocampisti Marco Chirico, Federico Bettoni, Antonio Presta, Maurizio Manieri, Alessandro Loreti, Bruno Baldari, Gianluca De Pirro, Stefano Pauselli, Simone Madocci, e dagli attaccanti Roberto Di Nicola, Fulvio D'Adderio, Giuseppe Campione, Francesco Marino, Pierluigi Pierozzi, Fabio De Sibbi, Fabrizio Giraldi. Confermato l'allenatore Paolo Specchia.

Il campionato cominciò sotto i migliori auspici e con l'entusiasmo di affrontare squadre blasonate: il girone era composto dal Perugia (che arrivo secondo in quel campionato ma non venne promosso in quanto condannato per illecito sportivo), Palermo e Acireale (promosse in serie B), Salernitana, Avellino, Casertana, Messina, Reggina, Catania, Siracusa, oltre a squadre più piccole ma non meno forti quali Chieti, Potenza, Nola, Giarre, Casarano, Ischia e Barletta.

La prima giornata al Flaminio cominciò col botto: la Lodigiani batté, al termine di una partita combattutissima, il Palermo favorito del girone, che poi effettivamente vinse il campionato. Furono i risultati seguenti a fiaccare il morale dei tifosi biancorossi, come la sconfitta interna con l'Acireale e lo scialbo pareggio, sempre in casa, per 0-0 contro il Barletta. A metà del girone d'andata tuttavia qualcosa si sbloccò: la Lodigiani trovò la prima vittoria in trasferta a Siracusa, replicata la settimana dopo in casa per 2-0 contro l'Ischia, anche se la vittoria più esaltante del girone d'andata fu ottenuta in casa della Reggina, partita in cui la Lodigiani segnò ben tre reti di fronte alla blasonata squadra amaranto.

Fu il girone di ritorno a segnare una improvvisa quanto inaspettata flessione, con una serie impressionante di sconfitte e di pareggi casalinghi, alcuni dei quali (Chieti e Siracusa) ottenuti solo all'ultimo minuto.

La sconfitta in casa della Reggina fu la partita della svolta: esonerato Specchia, subentra "El Gaucho" Morrone, ex giocatore della Lazio e già allenatore vincente delle giovanili della Lodigiani. La squadra reagisce e inanella quattro vittorie consecutive che rimangono nella storia della squadra: in trasferta a Caserta e a Catania, in casa con il Messina e la Salernitana. La Lodigiani si salvò con una giornata d'anticipo. Il primo anno in serie C1 si concluse con un nono posto a pari merito di Reggina e Barletta e con 31 punti.

Il campionatò 1993/94 partì con diverse novità nel campionato di serie C1: per la prima volta la vittoria valse tre punti invece di due, al fine di motivare le squadre a vincere le partite anziché accontentarsi di un pareggio. Inoltre furono introdotti i Play Off e i Play Out in tutta la serie C. L'Estate fu una delle più nere della serie C, e alcune società storiche come Ternana, Arezzo, Catania, Taranto, Messina e Casertana non si ripresentarono ai nastri di partenza dei campionati di serie C1 a causa dei loro problemi finanziari. La Lodigiani, rinforzatasi con gli innesti di Matticari (dalla Salernitana) e Baglieri (dal Napoli), oltre che da quelli di Ferraro, Roberto Romualdi e Roberto Sala, dichiarò ambizioni play off. Grazie ad una buona campagna mediatica, la Lodigiani registrò 1500 abbonati.

Il ritorno di Guido Attardi e del suo calcio spumeggiante fu la novità più lieta di quella stagione. Ma le prime 11 partite di campionato registrarono soltanto 9 pareggi e due sconfitte, sembrava una Lodigiani si difficile da battere, ma che non sapeva vincere. La svolta arrivò dopo il 2-2 in casa contro il Giarre fanalino di coda, dopo che la Lodigiani, a fine primo tempo, perdeva 2-0. Secondo molti fu la reazione avuta in quella partita che scaturì la molla vincente di quel campionato. Ad Attardi fu confermata la piena fiducia.

Iniziò una serie incredibile di vittorie per tutto il girone di andata (Ischia, Sambenedettese, Siracusa, Nola, Barletta, Matera) ma il culmine arrivò all'inizio del girone di ritorno contro la capolista Perugia, partita che, contro tutti i pronostici, la Lodigiani vinse per 2-0 contro ogni pronostico, una partita impeccabile, con doppietta del capocannoniere della serie C1 Francesco Marino, sbloccatosi quell'anno: il gioco offensivista di Attardi pagava, la coppia gol Marino - Baglieri divenne una delle più temute del girone, il portiere Paolo Bordoni un'autentica "saracinesca", come lo avevano soprannominato i tifosi. Tutto il campionato continuò con una serie di vittorie, qualche pareggio, e pochissime sconfitte, peraltro tutte in trasferta. Le ultime partite in casa quell'anno, nella stagione regolare, furono vinte 5-0 in casa col Chieti e 5-1 in casa col Nola, davanti a 5000 spettatori, tutti della Lodigiani. La media presenza di quell'anno, abbonati compresi, si aggirava sulle 3000 unità. La Lodigiani era sulla bocca di tutti gli sportivi romani, emittenti e giornali locali parlavano non solo di Roma e Lazio, ma anche del miracolo Lodigiani. Rinaldo Sagramola, il presidente Enrico Borgia, l'allenatore Attardi diventavano personaggi familiari.

L'armata Perugia concluse il campionato al primo posto e la promozione diretta in serie B, con 71 punti. Seconde si piazzarono Reggina e Salernitana a 64 punti (la Reggina fu seconda per migliore differenza reti), la Lodigiani quarta a 53 punti e la Juve Stabia quinta a 50 punti. Gli accoppiamenti Play Off per salire in serie B furono Lodigiani - Salernitana e Juve Stabia - Reggina. In un afoso pomeriggio del 4 giugno si svolsero all'Olimpico i primi spareggi Play Off della Serie C. L'Olimpico quel giorno registrò ben 25.000 spettatori, più o meno divisi in 15.000 campani e 10.000 tifosi romani accorsi a sostenere la Lodigiani, un record per la terza società romana. La Lodigiani scese in campo con il piglio delle grandi e dominò la prima frazione di gioco, capitalizzando con uno stupendo gol di Chirico in contropiede al 28° minuto. L'Olimpico esplose nel boato più fragoroso nella storia dell'AS Lodigiani. La Salernitana subì il colpo e rischiò di prendere anche il secondo gol, ma non crollò, e tenne fino al secondo tempo. Quando la vittoria sembrava a portata di mano dei biancorossi, l'arbitro assegnò un rigore alla Salernitana. Pisano non si fege sfuggire l'occasione dell'1-1 finale, coi tifosi campani in tripudio. La Domenica successiva, sotto una pioggia torrenziale, fu annullata la gara, che si giocò tre giorni dopo in un'Arechi stracolmo all'inverosimile. Il 4-0 finale per la Salernitana, pur ingeneroso, dimostrò la forza superiore degli uomini allenati da Delio Rossi. Fu la fine della favola di quell'anno, che vide, per breve tempo, profilarsi un nuovo polo romano nelle prime due serie del calcio professionistico.

La Salernitana salì in serie B battendo in finale la Juve Stabia. Grazie alla partecipazione ai Play Off la Lodigiani ottenne il diritto a partecipare alla successiva edizione della Coppa Italia.

Nel frattempo, da oltre un anno, si erano messi in moto meccanismi ben più grandi del campo di calcio. Il ciclone tangentopoli, nel quale crollò parte della classe politica della Prima Repubblica, trascinò dietro di sé conseguenze anche al di fuori della politica. La Lodigiani Costruzioni fu tra le prime a salire sul banco degli imputati, a causa delle tangenti a politici per ottenere gli appalti. Vincenzo Lodigiani ci mise 10 anni a uscire pulito da tutti e 53 i processi ai quali era stato sottoposto, senza una condanna. Riuscì infatti a dimostrare che non era l'azienda ad essere marcia, ma l'intero sistema, che tagliava fuori tutte le aziende edili che non accondiscendevano alle richieste della classe politica. La Lodigiani Costruzioni, danneggiata nell'immagine, si fuse con la Girola, e, in seguito, diventò Impre.gi.lo. con l'entrata del gruppo Fiat nella società, tuttora esistente.

Nonostante la Lodigiani Calcio fosse indipendente dalla società madre da ormai oltre un decennio, risentì della situazione, e non poté più usufruire delle erogazioni liberali della Lodigiani Costruzioni. Conseguenza immediata fu che, per andare avanti, i dirigenti della Lodigiani, di lì a venire, dovettero far fronte ai propri risparmi e puntare ulteriormente sul settore giovanile, da sempre fiore all'occhiello della società.

La stagione 1994/95 iniziò con la curiosità degli addetti ai lavori di vedere se la Lodigiani sarebbe stata o meno in grado di ripetersi. Ovviamente Attardi venne confermato.

Con le promozioni di Salernitana e Perugia nella stagione precedente il campionato aveva due favorite d'obbligo: la Reggina, che doveva rifarsi dello smacco subito ai precedenti Play Off, e l'Avellino. Per il resto, oltre alla Lodigiani, vi fu la novità delle squadre Toscane: Empoli, Siena e Pontedera vennero inserite nel girone sud, assieme al Gualdo (che si rivelò l'outsider terribile del campionato), alle siciliane Atletico Catania (ex Leonzio), Siracusa e Trapani, alle campane Turris, Ischia, Nola e Juve Stabia, alle pugliesi Barletta e Casarano, e all'abruzzese Chieti. Inoltre in quell'anno, col Sora appena promosso in C1, cominciarono i tanti, in futuro, derby coi bianconeri ciociari, gli unici derby laziali che la Lodigiani ha conosciuto in 10 anni di militanza in serie C1. Un girone dove la Lodigiani poteva, teoricamente, cercare di ripetere l'avventura dell'anno precedente, nonostante lo sfavore degli addetti ai lavoro.

Molti giovani della squadra che aveva sfiorato la B nella precedente stagione erano partiti verso più alte categorie, Francesco "Ciccio" Marino andò all'Udinese, Christian Baglieri all'Ancona. La squadra si ringiovanì ulteriormente con l'innesto dei nuovi Gianmarco Frezza ed Emiliano Leva in difesa, Giorgio Gorgone, Giuseppe Selvaggio e Vincenzo Botticelli a centrocampo e, infine, in attacco il giovanissimo Di Michele e la coppia Daniele Beltrammi e Giuseppe Maria Rassu, i quali, secondo la dirigenza, potevano non far rimpiangere gli attaccanti appena partiti.

Prima del campionato la Lodigiani ebbe la sua passerella davanti al pubblico romano in Coppa Italia in una serata d'Agosto: un sorteggio malevolo o benevolo a seconda dei punti di vista le fece capitare l'avversaria peggiore che le potesse uscire dall'urna, ovvero l'Inter. Quella sera molti dei tifosi della Lodigiani ebbero una delle poche, storiche occasioni per vedere la propria squadra giocare in notturna, con diretta Rai, ampi sorrisi da parte della dirigenza Lodigiani verso gli intervistatori televisivi, e un colpo d'occhio notevole: circa 6000 spettatori, almeno metà dei quali tifosi dell'Inter. Sotto i riflettori del Flaminio, in un primo momento, la partita sembrò persino equilibrata e, sullo 0-0, Beltrammi sbagliò un gol a tu per tu col portiere dell'Inter. Passato quell'unico episodio clamoroso per la Lodigiani, l'Inter inanellò tre gol, uno dopo l'altro, e chiuse così l'unica storica partita della Lodigiani nella Coppa Italia di serie A.

La Lodigiani poté così subito concentrarsi per il campionato, e la partenza non andò poi così male: 1-1 in casa con l'Empoli e vittoria inaspettata a Siena alla prima partita in trasferta. Ma nonostante tutto, quel campionato, equilibrato in maniera incredibile, non vide la Lodigiani decollare. In trasferta il ruolino di marcia fu disastroso: quella a Siena rimase l'unica vittoria esterna della stagione, per il resto furono, fuori dalle mura amiche, 8 pareggi e 8 sconfitte. Ben diverso il tabellino di marcia in casa, dove la Lodigiani venne battuta solo tre volte (da Reggina, Avellino e Pontedera), per il resto vinse 8 partite (il risultato più rotondo un 4-0 col Barletta) e ne pareggiò 6. Da segnalare il'equilibrio totale nei primi derby contro il Sora: 2-0 a Sora per i bianconeri, 2-0 a Roma per la Lodigiani.

Il campionato fu, quindi, di quelli "senza infamia e senza lode", con la Lodigiani classificatasi in decima posizione, ad appena sei punti dai Play Off, ma ad appena due dalla zona Play Out. Con 28 gol fatti e ben 38 subiti, fu sicuramente la meno spettacolare delle squadre guidate da Guido Attardi.

La società della Borghesiana iniziò la nuova stagione nel segno del rinnovamento più totale della prima squadra. A cominciare dall'allenatore, il giovane Maurizio Viscidi, che aveva fatto bene nella sua precedente esperienza a Casarano. Si volle sperimentare un allenatore giovane con una squadra giovane. Di fatti, accanto alle pietre miliari Bordoni, La Scala, Sala, Sorrentino e Matticari, si puntò sui giovani confermati Gorgone, Di Michele e Selvaggio. Molti invece i giovani entrati dalla primavera o da altre squadre: Roberto Stellone, Fabio Firmani, Stefano Bellé, Giampaolo Castorina, Giuseppe Perrone, lo specialista dei calci da fermo Marco Napolioni, Fabio Di Fausto, Daniele Corona e Nicola Marchini. Una squadra notevole, e alcuni di loro, secondo gli addetti ai lavori, erano già pronti per salire in categorie superiori.

Inaspettatamente, il gioco di Viscidi, basato su una eccessiva copertura difensiva e su un massiccio pressing di centrocampo, ben poco si adattava alle caratteristiche dei giovani calciatori. Per tutto il campionato gli attaccanti ebbero difficoltà ad esprimersi, e inoltre, in fase di inizio campionato, i giocatori pagarono (come quasi in tutte le stagioni del resto) la loro inesperienza di fronte a squadre dall'età media decisamente più alta. Per capire come alla Lodigiani mancasse la cattiveria agonistica e la mancanza di convinzione in attacco, bisogna pensare che, su 34 partite, ben 16 finirono in pareggio. La fortuna volle che quel girone non era particolarmente insidioso per i biancorossi. Due sembravano le squadre elette per la promozione in serie B, ovvero le appena retrocesse Lecce e Ascoli. Il pronostico valse solo per i salentini (che però in campionato con la Lodigiani colsero solo due pareggi), mentre l'Ascoli era destinato a rimanere in serie C1 fino al 2002. Quel campionato passò agli annali per l'incredibile quanto meritata promozione del Castel di Sangro in serie B.

Il campionato cominciò col classico pareggio in casa per 1-1 con la Turris e, quasi da pronostico, la Lodigiani perse abbastanza nettamente le due partite in trasferta consecutive con Siena e Nocerina. Solo alla quarta giornata la Lodigiani si sbloccò, vincendo per 1-0 una gara soffertissima contro il Trapani. Il primo punto in trasferta arrivò col Savoia la giornata dopo, mentre la giornata successiva Viscidi batté il suo Casarano al Flaminio per 2-1. Alla nona giornata il derby Laziale, giocato a Sora, fu una replica della stagione precedente, un 2-0 per i ciociari senza repliche che lasciava sempre delusi i tifosi biancorossi accorsi. Alla decima giornata la Lodigiani rivinse in casa con la Juve Stabia, poi la bruciante sconfitta per 2-1 a Nola e le sei restanti partite di andata finirono con altrettanti pareggi, in casa e fuori con, nell'ordine, Acireale, Gualdo (bestia nera della Lodigiani), Atletico Catania, Castel Di Sangro e Lecce. In un campionato con tre punti a vittoria non era assolutamente il massimo, e la sconfitta a Torre Del Greco per 2-1 alla prima di ritorno sembrava mettere fine all'esperienza Viscidi nella Lodigiani.

Proprio quando sembrava sull'orlo del baratro, in terzultima posizione, la Lodigiani riuscì a rialzarsi e a centrare una serie di ben 10 risultati utili consecutivi, vincendo in casa con Siena, Ischia e Nola e in trasferta con Casarano, Chieti e Juve Stabia, pareggiando in casa con Nocerina, Savoia e Sora e fuori casa con il Trapani. La serie si interruppe quando già si ipotizzava che la Lodigiani potesse ripetere il miracolo di due stagioni prima, ad Acireale. Sconfitta netta e ambizioni ridimensionate. Anzi, nelle ultime cinque giornate la Lodigiani dovette ringraziare quella lunga serie positiva fatta in precedenza, in quanto non riuscì più a centrare una vittoria, perdendo fuori casa ad Ascoli e Castel di Sangro e pareggiando in casa con Gualdo, Atletico Catania e Lecce all'ultima giornata, partita in cui, per fortuna, i giallorossi avevano già ottenuto la promozione e alla Lodigiani serviva il punto per l'aritmetica salvezza (anche se poi i risultati dimostrarono che la Lodigiani si sarebbe salvata anche in caso di sconfitta). La partita al Flaminio, con oltre 2000 tifosi, dei quali 500 leccesi, fu una festa generale, e anche la partita non fu affatto combattuta.

Al termine della stagione la Lodigiani,decima con 43 punti, poté dire grazie per la salvezza al miracoloso Bordoni, allo specialista nelle punizioni Napolioni, e ad alcune belle giocate di Perrone, Corona, Matticari e, soprattutto, Di Michele che, quell'estate, passò al Foggia, trampolino di lancio per la sua brillante carriera.

Mentre i gruppi della tifoseria si stavano sempre più organizzando e iniziarono (da lì fino al 2004, anno della scomparsa della Lodigiani dai campi di gioco), oltre ad aumentare di numero, a seguire ovunque la squadra con i gruppi Official Fans e Ultras (Ultrà Lodigiani dal 2000), la dirigenza biancorossa programmò nei minimi dettagli il campionato 1996/97, con la convinzione di poter impiegare il capitale umano a disposizione e confermando, forse inaspettatamente, Viscidi alla panchina. Stavolta però lo scetticismo dei tifosi sarebbe stato smentito da un campionato bello quanto spettacolare della Lodigiani.

Ai confermati Bordoni, La Scala, Sorrentino, Stellone, Vitiello, Corona, Di Fausto, Bellé e Gorgone, si aggiunsero due giocatori di esperienza, l'attaccante Nicola Martini e i difensori Massimiliano Manni e Alessandro Quattrini. Più, ovviamente, la solita truppa di giovani promesse: gli attaccanti Alessandro Sgrigna, Cristian Biancone e Carmelo Augliera, i difensori Andrea Cupi e Andrea Gennari, e il centrocampista Alfredo Cardinale. Solo a leggere i nomi si capisce perché poi quella squadra entusiasmò il pubblico del Flaminio.

L'inizio del campionato, tuttavia, fu disastroso: le prime due partite in casa finirono con due sconfitte per 2-1 rispettivamente con Fermana e Ancona, le prime tre trasferte con un pareggio 2-2 a Giulianova e con due sconfitte, a Casarano e di misura a Catania contro l'Atletico. Ma, al contrario di quella dell'anno precedente, questa squadra dava l'impressione ai propri tifosi di essere più combattiva, e, soprattutto, più propensa all'offensiva. Prima vittima della Lodigiani, alla sesta giornata, fu l'Avellino, che arrivò al Flaminio col piglio delle grandi ma perse per 2-0, con una delle partite più belle, dal punto di vista del gioco tattico, realizzate dalla Lodigiani. Per la cronaca quell'Avellino, a fine stagione, finì a pari punti con la Lodigiani. La successiva trasferta ad Avezzano, che vide un insolito esodo di tifosi biancorossi, finì 1-1 ma la Lodigiani passò in vantaggio e, dopo il pareggio abruzzese, rischiò a più riprese di vincere quella partita. Seguì una inevitabile sconfitta in casa con la capolista Fidelis Andria (appena retrocessa dalla B ma già pronta a ritornarvici) per 2-0, per poi riprendersi con un roboante 3-0 in casa del Trapani.

Purtroppo l'inesperienza dei giovani ragazzi in campo, nonostante l'agonismo espresso, non bastava a vincere tutte le partite: perciò vennero i due pareggi in casa consecutivi con Acireale e Nocerina e il pareggio 3-3 a Gualdo: quella in terra umbra fu la partita in cui venne usato per la prima volta il termine di "Incredibile Lodigiani", soprannome che sopravvisse poi sempre: era un soprannome che tendeva ad esaltare l'impredivibilità della Lodigiani, capace di passare da partite squallide a partite esaltanti nel giro di pochi giorni e capace, spesso, di stavolgere il punteggio di una partita, a favore o a sfavore, anche nel giro di pochi minuti. Quella partita da incredibile, di fatti, terminò col primo tempo col Gualdo, come al solito, in vantaggio per 1-0. A metà secondo tempo la Lodigiani segnò di fila ben tre reti per portarsi avanti sul 3-1: ma infine si concretizzò, negli ultimi finali, la reazione del Gualdo, e la partita finì, incredibilmente, 3-3. Di fatti, l'"Incredibile", il Sabato dopo riuscì a perdere 0-1 contro la Juve Stabia in una partita orrenda. Ma, la settimana dopo, col punteggio di 0-0, ottenne il primo punto in casa del Sora in tre anni di derby al Tomei. Un'altra esaltante partita, di fronte ad un discreto pubblico, fu quella in casa contro l'Ascoli, che la Lodigiani umiliò per tre reti a zero, col pubblico in visibilio.

Era una Lodigiani che, pur non brillando eccessivamente in classifica, piaceva e divertiva. La coppia d'attacco, affiatatissima, Biancone - Stellone macinava gol e belle azioni in continuazione. La squadra poteva stupire ancora.

In piene vacanze di Natale però, la Lodigiani perse 1-0 ad Ischia, partita caratterizzata da un campo ai limiti dell'impraticabilità. Ma un'altra partita da "Incredibile" fu l'ultima di andata, contro la corazzata Savoia: una squadra fortissima, con ambizioni di serie B, che sembrava dovesse ammazzare il campionato e che, fino a quel momento, era capolista lottando con la concorrenza di Ancona e Fidelis Andria. La partita finì 5-1 per la Lodigiani, col tripudio della tribuna coperta del Flaminio, quasi piena, e i tifosi del Savoia visibilmente scoraggiati. Se la Lodigiani avesse sempre giocato in maniera così spettacolare, spietata e decisa, avrebbe potuto ambire ad un posto nei Play Off. Ma, come accennato, la squadra mancava di continuità, e i risultati ne erano la prova evidente: le successive partite furono Lodigiani - Giulianova 1-0, Ancona - Lodigiani 1-0, Lodigiani - Casarano 2-0, Lodigiani - Atletico Catania 0-1, Avellino - Lodigiani 1-1, Lodigiani - Avezzano 2-0, Fidelis Andria - Lodigiani 2-0, Lodigiani - Trapani 1-0, Acireale - Lodigiani 0-1, Nocerina - Lodigiani 5-0. Quella a Nocera fu una delle partite più umilianti della storia della Lodigiani, e la dirigenza richiamò pesantemente la squadra e il tecnico ad una maggiore disciplina e ad una maggiore concentrazione. La risposta arrivò in casa col Gualdo con la vittoria perentoria per 2-1 e il successivo pareggio per 0-0 a Castellammare di Stabia.

Intanto una notizia scosse l'ambiente biancorosso: tracce di cocaina erano state rilevate nelle urine di Cristian Biancone, il primo caso di doping nella storia della Lodigiani. L'attaccante, giovane e promettente, ammise l'errore e si scusò con squadra, dirigenza e tifoseria, che comunque non gli portava rancore e, al successivo derby col Sora (pareggiato 0-0) fu accolto in maniera trionfale in mezzo agli ultrà biancorossi, che lo abbracciarono e lo incoraggiarono. Il giocatore se la cavò con una squalifica di sei mesi che, calcolando che il campionato stava giungendo al termine, non era poi così pesante.

La Lodigiani terminò in maniera abbastanza tranquilla le ultime tre giornate di campionato, regalando tre pareggi e soprattutto un'altra partita da incredibile, ad Ascoli, dove riuscì ad agguantare il pareggio per 2-2 nei minuti finali quando la partita sembrava ormai segnata. L'ultima giornata a Portici contro il Savoia terminò 1-1. La corazzata Savoia, pur non bisognosa di punti, non riuscì nemmeno stavolta a battere una rilassata Lodigiani.

La Lodigiani finì per la terza volta di fila decima a fine campionato, con 42 punti, ad un punto dai play out ma con tanti rimpianti. Quella della stagione 1996/97 è una delle più belle stagioni che il tifoso della Lodigiani ricordi.

Nel 2005 la Cisco Lodigiani divenne Cisco Calcio, e di fatto quest'operazione fece salire la vecchia squadra biancoverde, militante in serie D, in serie C2 al posto della Lodigiani. La Cisco abbandonò l'impianto della Borghesiana per stabilire il proprio quartier generale al Francesca Gianni di San Basilio, già vecchia casa dove la Lodigiani conobbe molti dei suoi anni ruggenti.

Ex giocatori e dirigenti della Lodigiani decisero, nell'immediato, di non far morire il vecchio glorioso nome, e di dare vita alla Nuova Lodigiani 2005. Il nome originario scelto fu Polisportiva Lodigiani, ma il Comitato FIGC Lazio bocciò questa denominazione perché i dirigenti della Cisco immatricolarono poco prima la "AS Lodigiani", nome rimasto vacante. Di fatti, in quella stagione, la Lodigiani di proprietà Cisco giocò all'impianto del Francesca Gianni (per le sole categorie Giovanissimi Fascia B ed Esordienti), mentre la Nuova Lodigiani, costretta per vie federali ad assumere questa denominazione, si impiantò nello storico impianto della Borghesiana.

Assistiti da figure storiche come il fondatore Giuseppe Malvicini, i dirigenti della Nuova Lodigiani si misero duramente al lavoro per ritrasformare l'impianto sportivo della Borghesiana e ricostruire l'intero settore giovanile. Primo presidente della Nuova Lodigiani fu Luigi Maura, sostituito nel 2007 da Silvio Salini, ex giocatore della Lodigiani. Direttore sportivo il capitano di sempre, Tonino Ceci. In maniera del tutto inaspettata, con pochi mezzi e tanta buona volontà, la scuola calcio contò immediatamente 200 bambini iscritti e la Nuova Lodigiani fece registrare ottimi campionati in tutti i tornei provinciali delle categorie Allievi e Giovanissimi. Nella stagione 2005/06 la Nuova Lodigiani, oltre a rimettere in gioco lo storico marchio, risistemò l'intero impianto della Borghesiana, portandolo all'avanguardia e trasformando tutti i campi di terra in sintetico.

Nella stagione 2006/07 la Nuova Lodigiani ridisputò tutti i campionati provinciali giovanili dell'anno prima più la categoria Juniores Primavera, dove si piazzò prima nel suo girone ma fu eliminata in semifinale a fine stagione. La scuola calcio crebbe ulteriormente, così come l'organigramma tecnico e societario. A fine stagione 2006/07 gli Allievi vinsero il girone per passare ai regionali l'anno successivo. Inoltre si cominciò ad allestire la scuola calcio femminile. Gli esordienti della Nuova Lodigiani arrivarono nelle finalissime nazionali della Danone Cup, la manifestazione nazionale di categoria più importante. Nel corso della stagione l'"AS Lodigiani" affiliata dalla Cisco venne dichiarata inattiva dalla FIGC Lazio, liberando di fatto il nome storico della Lodigiani.

La stagione 2007/08 è stata la più esaltante della Nuova Lodigiani. Di fatti si sono definiti nuovi innesti societari, mentre è iniziata a pieno regime l'attività di scuola calcio femminile. Gli Allievi regionali hanno concluso il campionato con un ottimo quarto posto, mentre sia la Juniores Provinciale sia i Giovanissimi Provinciali hanno raggiunto la promozione ai campionati regionali, ed entrambe le squadre hanno rischiato seriamente di salire direttamente nelle categorie èlite. Sia i Giovanissimi Fascia B sia gli Allievi Fascia B hanno raggiunto le rispettive finali, perdendole. Gli esordienti per il secondo anno consecutivo hanno raggiunto le finali della Danone Cup in Versilia, arrivando persino in finale con una sconfitta solo ai rigori con i ragazzini più titolati della Reggina. Al termine della stagione 2007/08 e con l'avvento della stagione 2008/09 la denominazione della società è passata da "Nuova Lodigiani" ad "A.S.D. Lodigiani", mettendo definitivamente la parola fine sull'infinita querelle tra coloro che sostenevano che fosse la Cisco la continuazione della Lodigiani e chi, come i tifosi della Lodigiani in primis, hanno sempre pensato che l'eredità spettasse solo alla dirigenza di Via della Capanna Murata. Nella stagione 2008/09 tutte le squadre giovanili disputano i campionati regionali ed inoltre le squadre fascia B sono state ammesse alla più importante Coppa Lazio sia nella categoria Allievi sia nella categoria Giovanissimi. Con la stagione 2008/09 si è raggiunto un accordo con l'A.S.D. Stilecasa Calcio, squadra di prima categoria laziale, per far giocare quest'ultima alla Borghesiana con le divise recanti i colori e il marchio della Lodigiani, concretizzando federalmente questo passaggio solo nella stagione 2009/10.

Grazie ad un accordo con l'A.S.D. Stilecasa la Lodigiani ha nuovamente una prima squadra, in prima categoria laziale, anche se la fusione burocratica avverrà nella stagione 2009/10.

I colori sociali della Lodigiani sono il Rosso e il Bianco. Terzo colore, utilizzato in tutti i simboli storici della Lodigiani, è il Blu.

Fino al 1990, anno in cui la Lodigiani ebbe casa al Francesca Gianni di San Basilio, vi era una forte identificazione tra stadio e quartiere, tanto che le partite della Lodigiani registravano spesso il pienone. Il cambio di campo casalingo, nel 1983, nel più noto e ampio Stadio Flaminio, fece divenire la Lodigiani non più una squadra di quartiere, ma la reale terza squadra della capitale.

Se da una parte la Lodigiani, giocando al Flaminio, cominciò a coinvolgere un pubblico proveniente da tutte le zone della capitale e provincia, la perdita del feudo di San Basilio si dimostrò una scelta penalizzante in termini di calore e sostegno del pubblico. Tuttavia anche il Flaminio, dal 1983 al 1996 registrava dai 1.000 ai 3.000 spettatori a partita, con picchi di 4.000 / 5.000 persone nella stagione 1993/94, anno in cui la Lodigiani sfiorò la serie B. A partire dal 1996 la Lodigiani ebbe un vistosissimo calo del pubblico che perdurò inesorabilmente fino all'anno della scomparsa della Lodigiani, nel 2004. Le uniche eccezioni erano le partite contro grandi squadre (di regola Catania, Ascoli, Avellino e Foggia, solo per citare le principali) e le partite-spareggio.

Altro dato curioso è che la stagione 1998/99 costituì il ritorno di un buon pubblico al seguito della Lodigiani, complice il trasloco momentaneo dal Flaminio al Tre Fontane dell'EUR, cambiamento che attirò molta gente del popoloso quartiere romano. Anche nelle partite disputate nelle stagioni seguenti al Tre Fontane (in concomitanza, di solito, col Sei Nazioni di Rugby al Flaminio nei mesi di febbraio e marzo) si registrava decisamente un maggiore afflusso rispetto allo Stadio Flaminio.

Il primo gruppo organizzato al seguito della Lodigiani furono i Vigilantes, nel 1986. Si susseguirono nel corso degli anni vari gruppi di breve vita, fino al 1994, anno di fondazione dei Kaos, primo gruppo che poteva vantare un seguito numerico maggiore e una migliore organizzazione.

I Kaos (coadiuvati dal Lodi Club Tufello), organizzarono le prime trasferte. Ultima svolta fu quella del 1996, con la nascita di Official Fans e Ultras, gruppi che si distinsero, oltre per un numero consistente (soprattutto in alcune stagioni) e un ottimo tifo, per aver seguito sempre e ovunque la squadra in trasferta, cosa inimmaginabile anni prima. Gli Official Fans presenziarono, inoltre, ai mondiali di Francia'98 in tutte le partite che la nazionale italiana disputò in quel torneo. Prima di quella esperienza organizzarono un raduno ultras nazionale per seguire l'Italia sotto un unico striscione, senza esito.

Dopo la crisi del tifo nella stagione 1999/2000, i gruppi Official Fans e Ultras si unirono sotto la sigla "Ultrà Lodigiani 1996", riportando entusiasmo e calore al Flaminio e non abbandonando mai la squadra neanche nelle trasferte più lontane, anche se spesso in numero esiguo. Gli Ultrà Lodigiani 1996, dopo l'avvento del gruppo Cisco al vertice della Lodigiani, nella stagione 2003/04, promossero una campagna a favore della tradizione calcistica della Lodigiani, nel timore che la Cisco avrebbe fatto sparire la storica denominazione dagli annali calcistici, cosa che avvenne puntualmente due anni dopo. Gli Ultrà Lodigiani 1996, nonostante non abbiano mai aderito al progetto Cisco, non sono ancora sciolti e cercano di promuovere il ritorno della Lodigiani sui campi di gioco, seppur a livello dilettantistico.

Per la parte superiore



Serie A

Lega Calcio marchio.png

La Serie A è il massimo livello professionistico del campionato italiano di calcio.

Organizzata dalla Lega Nazionale Professionisti, è uno dei più importanti e seguiti campionati calcistici del mondo, nonché il terzo più competitivo d'Europa secondo l'attuale ranking stilato dall'UEFA.

Vi partecipano attualmente 20 squadre che si affrontano a turno nel girone di andata (orientativamente disputato tra settembre e gennaio) e nel girone di ritorno (tra gennaio e maggio). Per ogni partita sono assegnati tre punti alla squadra vincitrice dell'incontro (a partire dalla stagione 1994-1995) e zero a quella sconfitta. In caso di pareggio è assegnato un punto a entrambe.

Alla fine della stagione la squadra prima classificata vince lo scudetto, un simbolo che fu introdotto per la prima volta nel 1924, e viene premiata con la Coppa campioni d'Italia, il trofeo ufficiale del campionato dalla stagione 1960-1961.

Le tre squadre piazzatesi sul podio accedono direttamente alla Champions League, mentre la quarta classificata acquista il diritto a giocarsi l'ultimo turno preliminare della massima competizione continentale; la quinta, la sesta e - se la vincitrice della Coppa Italia sia eleggibile per la Champions e l'altra finalista si qualifichi in qualsiasi delle due coppe europee, o in ogni caso se la vincitrice della coppa si piazzi in zona UEFA - la settima, disputano la Coppa UEFA, dal 2009 ridenominata UEFA Europa League.

Retrocedono invece in Serie B le ultime tre squadre classificate.

Nel 1958, da un’idea di Umberto Agnelli, fu deciso di assegnare la Stella d’Oro al Merito Sportivo ai club che avessero conquistato il campionato di Serie A per dieci volte. Tale simbolo è composto da una stella dorata a 5 punte la quale è indossata sulle maglie e divise dei club ai quali è stata assegnata. La Juventus, dopo la conquista del suo decimo scudetto nella stagione 1957-1958, fu la prima squadra italiana ed europea a fregiarsi sulla maglia di uno stemma commemorativo di un titolo vinto sul campo. La Vecchia Signora indossò poi una seconda stella dorata dopo la vittoria nel campionato 1981-1982.

Sebbene gli storici parlino di giochi assai simili al calcio risalenti al Medioevo, la storia del pallone moderno in Italia incominciò a fine Ottocento, a seguito degli intensi traffici commerciali con l'Inghilterra. Furono infatti le città portuali che videro nascere i primi Football Clubs, società prevalentemente calcistiche e formate in gran parte da soci britannici.

La più antica formazione italiana di cui si abbia notizia certa è il Genoa, fondato il 7 settembre 1893 (ma attivo gia' da alcuni anni prima ufficiosamente), anche se taluni sostengono che in tale data a Torino fosse già attivo un altro club, l'Internazionale Torino, di cui non si dispone però di un analogo atto fondativo. L'ultimo decennio dell'Ottocento vide poi nascere molte altre squadre: la Torinese nel 1894, l'Udinese nel 1896, la Juventus nel 1897, l'Ascoli e la Vis Pesaro nel 1898, e il Milan nel 1899.

Nonostante i pionieri del nuovo sport fossero diffusi in tutto il Paese, era solo nel Nordovest che si aveva una concentrazione di società tali da poter formare uno stabile torneo. La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il 16 marzo 1898, e subito organizzò il primo campionato italiano che fu vinto proprio dai genoani.

Sia il primo torneo, chiusosi addirittura in una sola giornata, sia i successivi, erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta sul modello della Coppa d'Inghilterra. A partire dal 1900 a primi turni erano a carattere regionale seguivano, in caso di qualificazione, le semifinali e le finali nazionali, queste ultime congiurate come l'atto conclusivo della manifestazione a cui accedevano due sole squadre. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di combattersi piuttosto equilibratamente: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, mentre le formazioni delle altre regioni anche nelle amichevoli rimediavano sistematicamente pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.

Il Genoa fu indiscutibilmente la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. Fu il Milan, capitanato da Herbert Kilpin, la prima avversaria a riuscire a fermare la corsa degli assi genovesi, aggiudicandosi il titolo del 1901. I genoani, che nel frattempo adottarono quella che diverrà la loro classica casacca rossoblù, si rifecero vendicandosi dei rossoneri l'anno successivo, per infilare poi una seconda tripletta tricolore.

Lo svilupparsi del movimento calcistico convinse la FIF, da poco iscrittasi alla FIFA, ad una riforma del campionato a partire dal 1905, sostituendo alle gare secche una serie di gruppi preliminari, i cosiddetti Gironi Eliminatorii Regionali, propedeutici al Girone Finale Nazionale, ed introducendo le partite di andata e ritorno. La nuova formula fece la fortuna della Juventus, triste perdente nelle due precedenti finali, che riuscì a cogliere il suo primo trionfo senza neanche scendere in campo grazie ad un inaspettato scivolone casalingo del Grifone contro la modesta Milanese all'ultima giornata.

Mentre le pionieristiche società avversarie pian piano chiudevano i battenti, rossoblù, rossoneri e bianconeri erano gli autentici pilastri di questo primordiale football italiano. Col passare degli anni, tuttavia, la primigenia matrice inglese cominciò ad attenuarsi, mentre larghissimo piede acquistò la nuova componente formata da giocatori svizzeri tedeschi: fu grazie ad essi che il Milan tornò alla vittoria nel 1906 e nel 1907.

Chiusosi il primo decennio, il calcio italiano andò incontro ad importanti cambiamenti, dovuti alla decisione della FIF di italianizzare a forza il campionato, escludendovi i giocatori stranieri che pure, abbiamo visto, avevano fondato il gioco in Italia. La scelta della Federazione colpì duramente i Football Clubs, e diede largo spazio alle Unioni Sportive e Ginniche che, più deboli in quanto non dirette dai maestri albionici, erano però usualmente formate completamente da atleti italiani, e fino ad allora si erano interessate maggiormente al parallelo campionato organizzato dalla Federazione Ginnica. La reazione dei Clubs classici fu durissima, sfociando addirittura nel ritiro dal torneo. Fu così la debuttante Pro Vercelli ad approfittare della situazione: i nuovi arrivati neutralizzarono i liguri dell'Andrea Doria e i lombardi dell'US Milanese conquistando il loro primo titolo, bissato l'anno successivo. Il nuovo calcio italiano usciva così dalle metropoli: cominciava il periodo d'oro delle provinciali.

I cambiamenti non finirono però qui, poiché in questo periodo nacquero due nuovi clubs frutto di scissioni dalle società originarie. Già nel 1906 soci dissidenti della Juventus si erano riuniti a sportivi orfani delle altre defunte squadre del capoluogo piemontese, fondando il Torino. Anche a Milano nel 1908 il Milan subì un'analoga secessione che diede origine all'Inter.

Nel frattempo la Federazione, ora ridenominata FIGC, fece una parziale marcia indietro riaprendo a quote di stranieri, ma soprattutto decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della English League, nella stagione 1909-10 il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che avrebbe determinato una classifica di cui la squadra che ne avesse guadagnato la testa a fine stagione avrebbe vinto il titolo. Il successo arrise ai giovani nerazzurri dopo un polemicissimo spareggio contro i campioni uscenti vercellesi, che si rifaranno però infilando una tripletta di trionfi nelle tre annate successive.

La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde dargli davvero una valenza nazionale, ma il problema era, come si è detto, la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910, comunque, la FIGC decise di innalzare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Girone Veneto, ed includendovi anche il Bologna che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza e nel 1912 il Venezia sfidarono i campioni occidentali, in entrambi i casi la Pro Vercelli, nella gara conclusiva, rimediando sonore lezioni con cinque gol al passivo per i biancorossi e addirittura tredici per i neroverdi lagunari.Da segnalare nel campionato del 1912/13 la prima retrocessione della Juventus poi ripescata a seguito di una parziale riforma dei gironi.

Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alle forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi, la Federazione attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti minimamente paragonabili a quelli del Nord, ed apparendo dunque tale ricatalogazione puramente fittizia. Dato che contemporaneamente al Nord erano stati ristabiliti i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni dl Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo o, semplicemente, di finalissima.

Il complicato meccanismo testé descritto rese però sempre più lungo ed affollato il campionato anche perché se da un lato si era istituita una Seconda Categoria che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1912-13, fu subito di fatto abbandonato a suon di ripescaggi.

Nel 1914 venne la volta del piccolo Casale, sorprendente formazione del Monferrato mentre il successivo torneo fu bloccato ad un passo dalla conclusione a causa dell'intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Per quest'ultima stagione il titolo del Genoa fu riconosciuto solo dopo la fine del conflitto.

Con la ripresa postbellica del 1919 cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato, discussioni che sfociarono però in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle provinciali che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunghissima serie di gironi e partite, molte delle quali inutili e scontate. L'insofferenza delle società metropolitane giunse al culmine quando un progetto di riforma presentato da Vittorio Pozzo fu respinto dal Consiglio Federale: fu così che 24 squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo. Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che consacrava la nuova massima categoria, la Prima Divisione, composta da una Lega Nord a regime di 24 società, più una Lega Sud che invece continuava coi vecchi gironi regionali.

Nel 1923 e nel 1924 il Genoa completò la sua epopea vincendo i suoi due ultimi titoli e facendo in tempo a divenire la prima società a fregiarsi dello scudetto. La riforma del 1922 aveva definitivamente cambiato il calcio italiano, che si avviava verso il professionismo, chiudendo le porte alle provinciali e a molte Grandi di inizio secolo. Nuove forze facevano irruzione nel campionato.

Il 24 luglio 1923 fu una data storica per il calcio italiano, poiché l'elezione di Edoardo Agnelli alla presidenza della Juventus segnò l'ingresso della potentissima famiglia torinese proprietaria della FIAT nelle vicende del campionato. Gli abbondanti capitali di Casa Agnelli fecero rifiorire il sodalizio bianconero, in gravissima crisi dai tempi della scissione che aveva fatto nascere il Torino, e lo portarono nel giro di tre decenni a diventare la più titolata squadra italiana.

Nel frattempo però nacque anche l'astro del Bologna che, protetto dal potente ministro fascista Leandro Arpinati, e sospinto dalle reti del bomber Angelo Schiavio, raggiunse lo scudetto nel 1925 dopo un'interminabile e polemicissima serie di finali contro i genoani, segnate da gravi disordini di ordine pubblico che sfociarono addirittura in scontri con colpi di armi da fuoco.

Con la prima storica Grande del campionato definitivamente avviata sul viale del tramonto, le due nuove Potenze del torneo si ritrovarono a contendersi direttamente fra loro la vittoria l'anno successivo, e stavolta a prevalere furono i bianconeri che si aggiudicarono il loro secondo scudetto a ventun anni di distanza dal primo.

Nell'estate del 1926 con la Carta di Viareggio il governo fascista riorganizzò il campionato abolendo la divisione fra Nord e Sud, inaccettabile dal punto di vista degli ideali nazionalistici del regime, che la consideravano un motivo di divisione per la nazione. Le vecchie Leghe Nord e Sud vennero di conseguenza smantellate: diciassette formazioni provenienti dall'ex Lega Nord e tre formazioni provenienti dall'ex Lega Sud, l'Alba Roma, la Fortitudo Roma e il Napoli, furono iscritte alla nuova Divisione Nazionale che apriva ufficialmente le porte al professionismo.

La nuova formula della manifestazione prevedeva ora, in loco della serie di finali, un raggruppamento conclusivo con le migliori squadre della fase eliminatoria. Il Torino, allestito dal presidente conte Enrico Marone di Cinzano, vinse il proprio girone e, trascinato dal cosiddetto Trio delle Meraviglie composto da Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti, spiccò il volo tagliando in testa il traguardo. La gioia dei granata fu però di breve durata, poiché nell'autunno successivo il sodalizio piemontese incappò nello scandalo del Caso Allemandi, in cui venne accusato di aver avvicinato e corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, e che gli costò la revoca dello scudetto. La reazione psicologica alla condanna avvenuta su base indiziaria e non probatoria, fu comunque la molla per il rilancio in classifica dei granata, partiti inizialmente un po' appagati nella nuova stagione. La sorte volle che la nuova annata divenisse quasi la copia della precedente, e il 22 luglio a San Siro il Torino si riaggiudicò nuovamente un titolo che questa volta non gli tolse nessuno.

Il deciso attivismo del presidente federale Leandro Arpinati partorì nell'estate del 1928 una novità che divenne tappa storica per il calcio italiano. Il mondo del pallone tricolore era infatti oramai pronto per dare una svolta che lo portasse ad assumere un'organizzazione simile a quella del campionato inglese, e fu così decisa quella svolta che portò all'introduzione anche in Italia della formula del Girone Unico, tra le proteste dei clubs più piccoli, spaventati all'idea di venire inghiottiti, come puntualmente avvenne, dalle categorie inferiori. Il nuovo campionato sarebbe stato quindi l'ultimo disputato con la formula dei due gironi introdotta nel 1921, mentre dalla stagione successiva le grandi squadre sarebbero state riunite in un nuovo torneo, la Serie A, mentre le escluse avrebbero costituito l'altrettanto inedita Serie B. A tal fine Arpinati decise unilateralmente l'allargamento una tantum dell'ultimo torneo di Divisione Nazionale, includendovi varie squadre cadette nel tentativo di dare maggiore rappresentatività geografica alla manifestazione, e la cui finale vide i granata soccombere al Bologna nello spareggio disputato al Flaminio di Roma.

Nel 1929 la FIGC e Arpinati realizzarono dunque, come negli altri paesi, un campionato nazionale a girone unico. Il progetto iniziale prevedeva una prima categoria composta da sedici squadre, ovvero quelle che si erano classificate tra le prime otto nei due gironi in cui era diviso il campionato precedente. Il protrarsi dello spareggio per l'ottavo posto fra Napoli e Lazio portò ad ammetterle entrambe, e con il ripescaggio della Triestina per motivi patriottici il numero delle squadre fu alzato a 18. Il 6 ottobre 1929 si disputarono dunque le prime 9 partite del campionato 1929-30 che alla fine vide il successo della nuova Ambrosiana di Giuseppe Meazza, una squadra creata dal regime fondendo d'autorità l'Inter con l'Unione Sportiva Milanese.

Nel 1930-31 iniziò l'epopea della Juventus di Edoardo Agnelli, che in estate aveva ingaggiato dall'Alessandria l'allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari. I piemontesi partirono lanciatissimi e, nonostante una leggera flessione che li aveva fatti avvicinare dalla Roma di bomber istriano Rodolfo Volk, si aggiudicarono il loro terzo titolo. I bianconeri si ripeterono subito l'anno successivo, superando in rimonta il Bologna dell'ormai maturo Angelo Schiavio.

Nel 1931-1932 il sodalizio torinese ammise in prima squadra il promettente diciottenne nizzardo Felice Borel, che si rivelò un ragazzo prodigio segnando ben 29 reti in ventotto presenze: fu una scommessa vinta che fruttò il terzo scudetto consecutivo. Nel 1932-1933 fu inaugurato lo stadio Mussolini, poi ridenominato Comunale, che ospiterà i bianconeri per 57 anni. Questa volta le Zebre dovettero rincorrere per lungo tempo la lanciatissima Ambrosiana, ma alla fine fu ancora un successo. Da segnalare, nel 1933-1934, la prima retrocessione del glorioso Genoa, che segnava definitivamente la fine del calcio dei pionieri. A questa andrà ad aggiungersi la retrocessione della Pro Vercelli nel 1934-1935, l'altra grande protagonista della fase precedente la nascita del girone unico.

Dopo il successo della Nazionale ai Mondiali 1934, la Juventus operò un discreto rinnovamento della sua formazione. La nuova stagione fu assai emozionante, con una Fiorentina per lunghi tratti capolista, ed inseguita da bianconeri e nerazzurri. Alla lunga i toscani mollarono però la presa, e la lotta si concluse quando i milanesi crollarono a Roma lasciando ai piemontesi il loro settimo scudetto, il quinto consecutivo. Un record che non verrà mai più battuto. Il 15 luglio Edoardo Agnelli moriva improvvisamente a Genova, ucciso dall'elica del suo idrovolante, dopo che questo era caduto in mare.

Nel 1935 le squadre partecipanti alla Serie A erano state ridotte a 16 già da un anno, così come previsto nel progetto originale del 1929. Emerse subito il Bologna che, da quando gli emiliani si erano aggiudicati due edizioni della Coppa Europa, i giornalisti dicevano fosse la squadra che tremare il mondo fa, essendo a quei tempi la Coppa Europa un precursore della moderna Coppa Campioni. I petroniani, sospinti dalla reti di Angelo Schiavio, dovettero guardarsi le spalle dai campioni uscenti e dai loro cugini del Torino, coi granata che ad un certo punto balzarono addirittura in testa alla classifica, e si inserì poi nella contesa anche la Roma; il testa a testa fu molto combattuto e furono infine i rossoblù a conquistare il loro terzo scudetto. E gli emiliani si ripeterono subito l'anno successivo, recuperando in corsa la sorprendente Lazio del bomber Silvio Piola.

Sembrava l'inizio di un nuovo dominio, ma il ritiro di Schiavio penalizzò gli emiliani che nel 1937-1938 cedettero il titolo ad un'Ambrosiana-Inter che seppe tener a bada l'imperioso ritorno primaverile dei bianconeri. Renato Dall'Ara, dopo la deludente stagione, si buttò sul mercato alla ricerca di un nuovo attaccante che sapesse cogliere la pesante eredità di Schiavio; la ricerca fu felice poiché fu ingaggiato l'uruguaiano Hector Puricelli il quale, capitalizzando al meglio i cross dell'ala destra Amedeo Biavati, vinse la classifica dei cannonieri e riportò gli emiliani allo scudetto.

La sfida fra rossoblù e nerazzurri divenne una costante in un'Italia sull'orlo della guerra, e una piccola distrazione da ben più grandi problemi. Se nel 1940 l'Ambrosiana-Inter, dopo un lungo inseguimento, riuscì a riprendere e superare i felsinei, battendoli nel decisivo match dell'Arena Civica, nel 1941 nulla poté di fronte all'inarrestabile fuga dei bolognesi, che colsero il loro sesto titolo.

L'acuirsi del conflitto bellico cominciò ad influire pesantemente sul torneo. La nuova stagione si caratterizzò per l'inedita lotta tra il Torino, il Venezia dei giovani Ezio Loik e Valentino Mazzola, e la Roma. I capitolini, braccati dai veneti, furono superati in primavera dai granata, ma ripresero la testa della classifica nel finale e riuscirono a diventare la prima squadra della vecchia Lega Sud a vincere uno scudetto. Voci maligne tramandarono insinuazioni che tale titolo fosse molto voluto dal duce, ma altre testimonianze parlano di un bel gioco dei giallorossi, che si giovarono delle reti di Amedeo Amadei.

Deluso dall'occasione persa, il presidente granata Ferruccio Novo acquistò Loik e Mazzola dai veneziani. Il salto di qualità fu notevole, e nel nuovo torneo i piemontesi furono protagonisti di un'emozionantissima fuga a due con l'autentica rivelazione del Livorno, contesa che si risolse proprio sul filo di lana coi toscani a piangere l'irripetibile e sfortunata cavalcata. Per il Torino giunse il secondo titolo, che non poté essere difeso l'anno seguente poiché le invasioni americana e tedesca spaccarono l'Italia in due determinando lo stop del campionato per due anni.

In un'Italia dilaniata dalla guerra, il campionato tornò nella stagione 1945-1946 con una formula speciale secondo la quale le squadre furono separate in due gironi geografici con un raggruppamento finale di otto squadre, anche se furono solo le quattro rappresentanti padane a contendersi il titolo che andò d'un soffio ancora al Torino.

Fu nell'annata 1946-1947 che si ricrearono le condizioni per un girone unico: le squadre ammesse furono ben 20, quante rimarranno fino al 1951-52. La Juventus sembrò dapprima poter interrompere l'egemonia dei cugini, ma il superiore tasso tecnico dei granata prevalse ancora permettendo loro di cogliere il quarto scudetto. Il 1947 segnò il risveglio del Milan dopo un letargo durato un'intera generazione. I rossoneri condussero a lungo la classifica, prima di cedere sotto i colpi dell'inesperienza e di lasciare primo posto e titolo ancora al Torino; per i lombardi si trattò comunque del miglior risultato dal 1912. I rossoneri torneranno al successo nel 1950-1951. Il campionato 1947-1948 ebbe una piccola particolarità: fu disputato a 21 club per il ripescaggio, per ragioni politiche, della Triestina.

I granata non avevano più rivali: colonne portanti della Nazionale alla quale fornivano la quasi totalità dell'organico, anche nel 1948-1949 presero ben presto il comando della graduatoria e, nonostante qualche segno d'affanno, mantennero un discreto vantaggio finché il 30 aprile, pareggiando a San Siro contro gli inseguitori dell'Inter, ipotecarono l'ennesimo scudetto. Ma a questo punto, l'epopea del Grande Torino si interruppe improvvisamente. Il 3 maggio la squadra si recò a Lisbona per un'amichevole e, al termine del viaggio di ritorno, a causa del maltempo l'aeroplano che li stava riportando a casa perse la rotta e, anziché puntare sull'aeroporto di Caselle, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga. Nessuna delle persone a bordo sopravvisse alla tragedia. L'Italia perdeva una delle più forti squadre che abbiano mai partecipato alla Serie A. Agli sportivi torinisti, e agli italiani in generale, non rimase che piangere i giovani campioni prematuramente scomparsi.

La tragedia di Superga fu un passaggio epocale per il calcio italiano, che segnò il tramonto delle vecchie gerarchie e diede inizio a quell'era moderna del campionato tricolore che dura ancora oggi. Al di là delle singole stagioni, il palcoscenico della Serie A fu da quel giorno occupato da tre attori, la Juventus di Casa Agnelli, il ritrovato Milan e i cugini lombardi dell'Inter, che lasceranno a tutte le altre società solo un ruolo da coprimarie o da meteore destinate a brevi e mai stabili passaggi ai vertici delle classifiche.

Il primo campionato del nuovo corso, nel 1949-1950, rimase a Torino, ora però nelle mani dei bianconeri che seppero tener a bada i rossoneri nonostante la pesantissima sconfitta casalinga per 1-7 che i milanesi inflissero loro. Straripante in attacco, dove poteva contare sul trio svedese del Gre-No-Li, con Gunnar Nordahl, ariete di 190 cm, che vinse 5 volte il titolo di capocannoniere, il Milan peccava ancora in difesa: alcuni acquisti di valore tra cui quello di Arturo Silvestri assestarono anche il reparto arretrato cosicché nel 1950-1951, in rimonta sui cugini e dopo 44 anni, i rossoneri tornarono finalmente allo scudetto. Dopo una stagione appannaggio dei piemontesi, e la riduzione del lotto delle partecipanti a 18, venne il turno dei nerazzurri che si affermarono per due anni consecutivamente.

Nel 1954 l'ambizioso editore Andrea Rizzoli comprò il Milan con l'ambizione di portarlo ai massimi livelli sia all'interno sia nelle nascenti competizioni europee. Acquistato il talentuoso centrocampista uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, stella del Mondiale svizzero, i rossoneri dominarono un torneo al termine del quale il campionato fu toccato dalla prima grossa serie di scandali dopo quello del 1927, che portarono alla retrocessione a tavolino di Udinese e Catania. Il dominio delle tre Grandi ebbe un momento di pausa nel 1955-1956, quando la rampante Fiorentina ottenne il primo scudetto per la Toscana dopo una lunga ed autorevole fuga, che si concluse con 12 punti di scarto sul Milan, ma riprese subito con un nuovo titolo a testa per il Milan e per la Juventus: per i torinesi significò divenire la prima squadra a fregiarsi della stella d'oro permanente sulle maglie, nonché la più titolata d'Italia superando definitivamente il Genoa.

Mentre i viola, assai sfortunati, ottennero fra il 1956-1957 e il 1959-1960 il poco desiderabile record di quattro secondi posti consecutivi, milanisti e juventini si spartirono gli scudetti del quadriennio fra i Mondiali di Svezia e i Mondiali del Cile, anche grazie a due grandi attaccanti sudamericani, José Altafini ed Omar Sivori. Nel 1960 intanto, in pieno regime commissariale, la FIGC introdusse la novità dell'innalzamento a tre del numero delle retrocessioni, determinando a lungo andare un maggior turn over delle partecipanti al massimo campionato.

Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955, nel 1960 aveva affidato la panchina della squadra all'argentino Helenio Herrera, allenatore che rigenerò la rosa dando filo da torcere agli juventini nel 1960-1961 e ai rossoneri nel 1961-1962, i quali dovettero faticare ottenendo i rispettivi scudetti solo in rimonta sugli incostanti interisti. Fu, come spesso accaduto, il Mondiale a scompaginare le carte in tavola e a dar spazio alle formazioni più giovani, come quella di Moratti, che raggiunse il tricolore nel 1962-1963; in più, sull'altra sponda dei Navigli, le dimissioni del presidente Rizzoli, che con la conquista della Coppa dei Campioni 1962-1963 e la costruzione del modernissimo centro sportivo di Milanello considerò concluso il suo apporto alla società di via Turati, chiusero il ciclo rossonero e, con il periodo di transizione in cui versava la Juventus, lasciarono totalmente campo libero alle ambizioni nerazzurre.

L'anno successivo però la corazzata interista, che conquistò la Coppa dei Campioni, trovò in patria un inaspettato ostacolo nel Bologna di Fulvio Bernardini. Nonostante una brutta storia di infondate accuse di doping fra i rossoblù, con il sospetto di una macchinazione orchestrata da ambienti nerazzurri, i felsinei chiusero a pari punti coi milanesi rendendo necessaria, caso unico nella storia del girone unico, la disputa di uno spareggio: a Roma, il 7 giugno 1964 gli emiliani si imposero 2-0, conseguendo il loro settimo ed ultimo scudetto.

Il sodalizio morattiano ebbe modo di rifarsi l'anno successivo, in quella che fu la più memorabile stagione di sempre dell'Inter: mentre conseguivano il titolo europeo e quello mondiale, i nerazzurri riuscirono in una clamorosa rimonta ai danni dei cugini rossoneri, ad un certo punto in vantaggio di addirittura sette punti: allo squadrone di Herrera sfuggì solo, e di un soffio, la Coppa Italia, che andò in finale alla Juventus. Dopo un nuovo titolo intercontinentale, nel 1965-1966 in Italia fu ancora Inter, questa volta mantenendo la vetta della classifica per tutta la stagione: fu il decimo scudetto che valse anche per i lombardi la stella d'oro, otto anni dopo quella bianconera.

Anche le fatiche del Mondiale d'Inghilterra sembrarono non intaccare il predominio morattiano in un torneo dominato per tutta la stagione. A metà di maggio del 1967 per gli interisti, capolisti della Serie A e finalisti in Coppa dei Campioni, sembrò profilarsi una nuova campagna trionfale. Ma avvenne l'imponderabile. Giovedì 25 maggio, a Lisbona, la rimonta dei non irresistibili scozzesi del Celtic fece volar via la Coppa. Tornati in patria per l'ultima giornata di campionato, domenica 28, i nerazzurri persero clamorosamente a Mantova per una papera del portiere Giuliano Sarti su tiro dell'ex nerazzurro Beniamino Di Giacomo, cedendo il titolo alla sorprendente Juventus. A completare l'opera arrivò, il 7 giugno, l'eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della formazione cadetta del Padova. Per la Grande Inter, che aveva affascinato milioni di tifosi, fu il catastrofico capolinea.

Il 1967 segnò anche il ritorno del torneo a sedici partecipanti. Dopo un quadriennio, il primato sul calcio milanese, e su quello nazionale, passò nelle mani del Milan. Col ritorno in panchina di Nereo Rocco, i rossoneri del giovane presidente Franco Carraro aprirono un ciclo che aveva già fruttato, il giugno precedente, la prima Coppa Italia; trascinato da Gianni Rivera, il Diavolo fece agilmente suo sia lo scudetto che la Coppa delle Coppe 1967-1968, e continuò un cammino che arriverà fino al titolo europeo del Bernabéu contro l'Ajax, sconfitta per 4-1, e a quello mondiale della Bombonera, dopo due partite trasformatesi in vere e proprie battaglie, contro l'Estudiantes de La Plata.

In Campionato, distratto dagli obiettivi internazionali, il Milan non seppe ripetersi l'anno successivo. Fu invece l'incredibile Cagliari a mantenere per molte settimane il comando della graduatoria, ma l'inesperienza dei sardi giocò loro contro, tant'è che alla lunga uscì la forza della Fiorentina: per i viola lo Scudetto 1968-1969 fu il secondo e finora ultimo titolo. Ma i cagliaritani non persero morale. Sempre sostenuti dai gol del varesino Gigi Riva, ripartirono alla testa della classifica, ma quando in inverno furono avvicinati da due potenze come Inter e Juventus, tutti pensarono che non ci sarebbero state speranze per la piccola squadra isolana. Incredibilmente però i sardi riuscirono a tenere a debita distanza le inseguitrici e il 12 aprile 1970 conquistarono lo scudetto tra lo stupore generale. Cagliari, coi suoi centosettantamila abitanti, divenne la più piccola città a vincere la A a girone unico, e scrisse una piccola favola che verrà raccontata nei decenni a seguire.

Il Cagliari sembrò partir bene anche nella nuova stagione agonistica e, dopo la vittoria in casa dell'Inter il 25 ottobre, sognò il secondo trionfo: ma sei giorni dopo a Vienna, durante la partita tra Italia e Austria, un grave infortunio mise fuori gioco Riva, compromettendo in parte la carriera della grande ala, e mandando in frantumi i sogni del club rossoblù. Il campionato tornò dunque ad essere un discorso milanese, coi nerazzurri che recuperarono i cugini rossoneri e colsero il loro 11° titolo.

Nell'estate del 1971 un riassetto societario portò ai vertici della Juventus l'ex capitano Giampiero Boniperti, uomo di fiducia del patron Gianni Agnelli. Imbottendo la rosa di giovani promettenti, e nel quadro di un generale scadimento tecnico del torneo, la nuova dirigenza seppe dar vita ad un ciclo di tre lustri in cui i bianconeri rafforzarono definitivamente il loro primato nell'albo d'oro del campionato, ma lasciando sul sodalizio piemontese una pessima nomèa a causa di presunti ricorrenti favori arbitrali, determinanti nelle lotte per gli scudetti.

Nelle prime stagioni la lotta fu col Milan di Nereo Rocco: già nel 1971-1972 il capitano rossonero Gianni Rivera fu squalificato per 4 giornate (ridotte a 2 in appello) per le sue pesanti accuse al Palazzo, ma nel 1972-1973 le polemiche divennero ancor più aspre. Il torneo consistette in una serrata lotta fra i lombardi, i piemontesi e la sorprendente neopromossa Lazio di Tommaso Maestrelli, coi rossoneri favoriti fino allo scontro diretto dell'Olimpico che li vide uscire sconfitti per la pessima conduzione di gara di Concetto Lo Bello, che annullò un gol regolare di Luciano Chiarugi; le tensioni che ne seguirono compromisero la corsa del Diavolo che vide assottigliarsi il suo vantaggio fino all'ultima giornata che lo vedeva impegnato a Verona: stanco per la vittoriosa trasferta greca a Salonicco che in settimana gli aveva fruttato la Coppa delle Coppe 1972-1973, il Milan crollò clamorosamente al Bentegodi per 3-5, subendo il sorpasso in extremis della Juventus. La Fatal Verona lasciò il segno nella società rossonera, aprendo un'instabilità dirigenziale ultradecennale che si rifletté in scarsi risultati agonistici. Fu invece pronta la risposta della Lazio che, smentendo chi la considerava una meteora, si propose in vetta lungo tutta la stagione successiva e cogliendo il suo primo storico scudetto, anche grazie ai gol del capocannoniere Giorgio Chinaglia.

L'arrivo di Carlo Parola sulla panchina bianconera coincise col pronto riscatto dei piemontesi. Coi biancocelesti distratti dal male che stava divorando il suo sfortunato allenatore, i torinesi non ebbero particolare difficoltà a rimettere le mani sul titolo nel 1974-1975. Assai più emozionante fu il torneo successivo, capofila di un triennio di assoluta centralità della città di Torino nel calcio nostrano. Per i bianconeri, spesso protagonisti di insperati recuperi, fu stavolta il proprio turno di vedersi sfilare di mano uno scudetto già assaporato: la sconfitta fu ancor più bruciante perché avvenuta per mano dei cugini del Torino i quali, trascinati dai Gemelli del gol Pulici e Graziani, tornarono al successo ad un quarto di secolo dalla sciagura di Superga. Ancor più squilibrato fu il successivo campionato che vide le torinesi come dominatrici assolute, distando di ben quindici punti le inseguitrici: la Juventus del neotecnico Giovanni Trapattoni riuscì a vendicarsi dei granata, bruciando al fotofinish i cugini per una sola lunghezza, oltre a vincere la Coppa UEFA, primo trofeo internazionale del club bianconero. E anche nel 1977-1978 il tricolore fu appannaggio dei bianconeri, che distanziarono stavolta più nettamente il Toro e una temibile neopromossa, il Lanerossi Vicenza del giovane Paolo Rossi.

I Mondiali d'Argentina segnarono un momentaneo rimescolamento delle carte e, in una stagione non certo esaltante, portarono ad un'estemporanea resurrezione del Milan il quale, guidato in panchina dalla vecchia gloria Nils Liedholm, grazie ad un accorto schieramento difensivo, riuscì ad assicurarsi quella tanto sospirata Stella d'oro che così beffardamente se ne era volata via sei anni prima; la medaglia d'onore, e quella d'argento, andarono però al Perugia di Ilario Castagner, prima squadra a riuscire a chiudere la stagione imbattuta dai tempi del Genoa del 1923.

I sogni di gloria dei tifosi rossoneri invece svanirono presto, trasformandosi al contrario del peggiore degli incubi. Il campionato 1979-1980 fu l'anno del dodicesimo scudetto dell'Inter, allenata da Eugenio Bersellini, e guidata in campo da Alessandro "Spillo" Altobelli ed Evaristo Beccalossi, ma soprattutto fu la stagione dello scandalo del Totonero: il 23 marzo la Guardia di Finanza fece irruzione negli stadi arrestando quattordici tesserati coinvolti in un giro di scommesse clandestine e compravendite di partite, gettando nell'occhio del ciclone la Lazio e proprio il Milan, che furono retrocesse a tavolino in Serie B, mentre numerose altre società subirono pesanti penalizzazioni. Per i rossoneri fu la prima discesa nella cadetterìa. Nello scandalo furono coinvolti calciatori di primo livello come Enrico Albertosi del Milan, Lionello Manfredonia, Bruno Giordano e Giuseppe Wilson della Lazio, e Paolo Rossi del Lanerossi Vicenza; quest'ultimo fu squalificato per 2 anni e sarà costretto a saltare il campionato d’Europa 1980 giocato pochi mesi dopo proprio in Italia.

La Serie A uscì dallo scandalo assai indebolita, tanto che per correre ai ripari di fronte allo scadimento tecnico del torneo - certificato dal dimezzamento dei posti disponibili per l'Italia in Coppa UEFA - la FIGC decise di abbandonare la linea autarchica degli Anni Settanta autorizzando l'ingaggio di uno straniero per squadra (dalla stagione 1982-1983 diventarono due). Il campionato italiano fu avvicente fino all'ultima giornata: la lotta per il titolo, nell'anno della finora unica apparizione in A della Pistoiese, fra la Juventus, il Napoli, l'Inter e la Roma del Presidente Dino Viola e del tecnico Nils Liedholm si infiammò alla terzultima giornata, il 10 maggio 1981, in occasione dello scontro diretto fra bianconeri e capitolini al Comunale, quando un gol del giallorosso Ramòn Turone, che le moviole dimostrarono regolare, fu annullato dalla terna arbitrale guidata da Paolo Bergamo. Lo Scudetto venne assegnato nell'ultimo turno, il 24 maggio 1981, con la vittoria della Juventus per 1-0 contro la Fiorentina in casa, e con il pareggio romanista per 1-1 in trasferta a Como, ma il gol di Turone, che avrebbe significato il sorpasso dei romani al vertice della classifica a due giornate dalla fine, divenne uno dei più celebri argomenti di coloro che, negli anni a seguire, sostennero l'esistenza di una sudditanza psicologica dei fischietti italiani nei confronti della società di Casa Agnelli. Argomenti che trovarono subito nuova linfa nel 1981-1982, quando il testa a testa fra i bianconeri e la Fiorentina di Giancarlo Antognoni si risolse solo all'ultimo turno, il 16 maggio 1982, in occasione del quale un gol viola in casa di un Cagliari impegnato in una lotta per la salvezza con Genoa e Milan, fu annullato fra mille recriminazioni, mentre a Catanzaro un rigore molto dubbio trasformato da Liam Brady premiava la Juventus, consegnandole il suo 20° Scudetto, quello della Stella d'oro.

I trionfali Mondiali di Spagna lasciarono il segno nella stanca Juventus e fu così che la Roma del presidente Dino Viola, di Nils Liedholm, e degli idoli di casa Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti, tornò al titolo a 41 anni da quello del 1941-1942. La lotta fra bianconeri e giallorossi divenne un classico degli Anni Ottanta, vedendo imporsi abbastanza nettamente i primi nel 1983-1984, e sfociando in un esito clamoroso nel 1985-1986.

Nel mezzo, coi piemontesi impegnati in una controversa cavalcata in Coppa dei Campioni, il Campionato 1984-1985 vide concretizzarsi il miracolo di una provinciale: sei decenni dopo i successi della Pro Vercelli, fu il Verona di Osvaldo Bagnoli e della coppia d'attaccanti formata da Elkjær e Galderisi a firmare l'impresa di vincere lo scudetto. In un campionato ricco di fuoriclasse stranieri, come Rummenigge dell'Inter, Boniek e Platini della Juventus, Maradona del Napoli e Zico dell'Udinese, la squadra gialloblù ottenne la matematica vittoria del titolo il 12 maggio 1985 a Bergamo, pareggiando contro l'Atalanta per 1-1. Da ricordare che la stagione 1984-1985 è anche passata alla storia per il numero massimo di spettatori, tra paganti e abbonati, allo stadio nella storia del campionato a girone unico, 38.000 a partita, un record ancora oggi imbattuto. Come anticipato, il torneo 1985-1986 ripropose la lotta fra capitolini e torinesi, e l'esito fu incredibile: quando tutti si aspettavano il trionfo dei giallorossi, la Roma crollò in casa contro il Lecce, già retrocesso ed ultimo in classifica. Fu il nono titolo in quindici anni per la gestione Boniperti, che chiuse così il suo formidabile ciclo dopo aver vinto, l'8 dicembre 1985, la prima Coppa Intercontinentale della sua storia a Tokyo. Già dal 20 febbraio forze nuove, destinate a rivoluzionare gli equilibri del campionato, avevano fatto il loro ingresso nel torneo.

L'inverno del 1985 fu molto tormentato per il Milan. La clamorosa eliminazione dalla Coppa UEFA per mano dei belgi del Waregem scatenò la contestazione dei tifosi contro il presidente Giussy Farina, che fuggì all'estero. Quando la Federazione dispose una ricognizione dei libri contabili, emerse una situazione di gravissimo dissesto finanziario tale da prefigurare un immediato rischio di fallimento, ma fu l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi ad acquistare la società il 24 marzo 1986 e ad impegnarsi nel ripianamento di ogni debito. L'ambizioso magnate milanese entrò prepotentemente nel mercato, mirando ad innalzare la squadra rossonera ai massimi livelli nazionali e mondiali.

La nuova stagione fu però appannaggio del Napoli di Diego Armando Maradona. Gli azzurri, trascinati dalla classe dell'asso argentino, presero rapidamente il comando della graduatoria e colsero il primo scudetto della loro storia. La squadra del presidente Corrado Ferlaino riuscì a prendere il comando il 9 novembre dopo aver battuto la Juventus nello scontro diretto al Comunale di Torino. Da quel momento in poi i partenopei non lasciarono più la testa della classifica, anche se ci furono dei momenti in cui altre squadre si avvicinarono, più in particolare l'Inter. Ma due sconfitte consecutive della squadra milanese allenata da Trapattoni, rispettivamente alla tredicesima e quattordicesima giornata del girone di ritorno, permisero al Napoli di festeggiare il primo storico scudetto della sua storia il 10 maggio dopo il pareggio allo stadio San Paolo contro la Fiorentina. Quella gara è ricordata anche per il primo gol in Serie A segnato dal ventenne attaccante viola Roberto Baggio, che collezionerà 205 gol fino alla stagione 2003-2004.

In estate Berlusconi non lesinò risorse in un mercato che portò a Milanello le due stelle olandesi Ruud Gullit e Marco van Basten, il centrocampista Carlo Ancelotti, e l'allenatore che a Parma aveva stupito per il suo gioco rivoluzionario: Arrigo Sacchi, profeta del gioco a zona e del calcio totale, tecniche assolutamente innovative nel difensivistico calcio italiano. I rossoneri partirono bene, ma alcune discusse decisioni del Giudice Sportivo lanciarono in fuga ancora gli azzurri partenopei. Il successo rossonero nello scontro diretto di San Siro parve un episodio isolato fino a Pasqua, dopo la quale i napoletani accusarono un crollo verticale. Sconfitta anche al San Paolo, la formazione di Maradona si sgretolò, e un pareggio a Como all'ultima giornata consegnò ai lombardi lo scudetto, il primo di una lunga serie di trionfi sotto la dirigenza Berlusconi.

Nella stagione 1988-1989 il campionato tornò a comporsi di 18 partecipanti e aumentò il numero di stranieri da schierare in campo, passando da due a tre. Mentre i rossoneri erano impegnati in una cavalcata che li portò alla conquista della Coppa dei Campioni a Barcellona, i cugini dell'Inter di Giovanni Trapattoni non trovarono ostacoli in Italia e si resero protagonisti di un torneo che riuscirono a dominare in ogni aspetto, cogliendo lo "scudetto dei record". Diversa fu l'annata successiva: la squadra nerazzurra si spense presto, e tornarono protagonisti partenopei e milanisti. Se l'andata fu appannaggio degli azzurri, il ritorno vide una poderosa cavalcata rossonera che fruttò loro la testa della classifica. La compagine sacchiana sembrò in grado di mantenere a distanza gli inseguitori, ma l'8 aprile il Giudice Sportivo assegnò ai partenopei una vittoria a tavolino, che significò l'aggancio in vetta, per una moneta da 100 lire che colpì in testa Alemão nella trasferta di Bergamo. L'entità del danno, apparsa subito dubbia e anni dopo confermata nella sua inesistenza dal presidente Corrado Ferlaino, fu oggetto di polemiche, che trovarono nuova linfa la penultima giornata, allorquando i rossoneri caddero a Verona, in una gara in cui Rosario Lo Bello - figlio di quel Concetto che era costato al Milan lo scudetto del 1973 - espulse tre milanisti più l'allenatore suscitando altre numerose polemiche. Con la sconfitta del Milan a Verona, i napoletani ratificarono lo scudetto la settimana successiva, battendo in casa la Lazio per 1-0.

Per i partenopei fu però il canto del cigno: la stagione successiva Diego Armando Maradona, travolto dalla sua disordinata vita privata, abbandonò la squadra fuggendo in Argentina, e per gli azzurri fu l'inizio di un declino che li porterà, nel giro di poco più di un decennio, in Serie C1. La stagione 1989-1990 è passata alla storia anche per la vittoria delle squadre italiane in tutte le tre competizioni europee organizzate dall'UEFA; il Milan conquistò per il secondo anno consecutivo la Coppa dei Campioni, la Sampdoria conquistò la Coppa delle Coppe e la Juventus si aggiudicò la Coppa UEFA battendo nella doppia finale un'altra squadra italiana, la Fiorantina. La stessa estate fu anche quella dei Mondiali di Italia '90, chiusi al terzo posto dalla Nazionale italiana. Il nuovo campionato vide dapprima una notevole bagarre in vetta, con numerose squadre in lotta tra cui il Milan, l'Inter, la Juventus, la sorprendente Sampdoria e la matricola del Parma. Dopo la pausa natalizia, il gruppone si sgranò ed emersero le due milanesi e i genovesi. Furono gli scontri diretti a sancire il predominio doriano: battendo i rossoneri a Marassi e i nerazzurri a San Siro, i blucerchiati dei bomber Gianluca Vialli e Roberto Mancini, e del presidente Paolo Mantovani, colsero il loro primo e finora unico scudetto. I principali delusi furono i rossoneri, che avevano sì incamerato la loro seconda Coppa Intercontinentale consecutiva (e anche un'altra Supercoppa Europea, vinta curiosamente proprio contro i genovesi), ma erano malamente usciti dalla Coppa dei Campioni in una tribolata notte marsigliese che per giunta era costata ai rossoneri un anno di squalifica dalle coppe europee, ed erano descritti dagli organi di stampa come una formazione giunta alla fine di un ciclo.

Berlusconi seppe invece azzeccare la mossa vincente: lasciato partire Sacchi per la Nazionale, affidò la panchina a Fabio Capello. Il tecnico di Pieris rigenerò lo spogliatoio costruendo una stagione in cui i rossoneri non ebbero rivali: vinsero lo scudetto distanziando nettamente la Juventus di Giovanni Trapattoni, chiusero imbattuti come non capitava ad una squadra da 13 anni (allora fu il Perugia) e ai campioni da 69, segnarono 74 reti con goleade a numerosi avversari, guadagnandosi così l'appellativo di Invincibili. Anche la stagione successiva fu un monologo del Diavolo, che conobbe la sua prima sconfitta, dopo una striscia record di 58 gare, solo il 21 marzo per il successo del Parma a San Siro con una rete di Faustino Asprilla; fu unicamente l'Inter di Osvaldo Bagnoli a tentare un vano inseguimento, fugato dal pareggio firmato Ruud Gullit nel derby della vigilia di Pasqua. La partenza in estate proprio di Gullit verso la Sampdoria, quella di Frank Rijkaard all'Ajax, ed il prematuro ritiro di Marco van Basten, che ad Ancona segnò, contro la squadra locale, matricola in A, la sua ultima rete nella massima serie, sembrarono gettare una pesante ombra sul futuro del Milan, cui Capello seppe cambiare totalmente strategia, e anziché sulle goleade degli anni passati, costruì nuovi successi sull'impenetrabile difesa guidata da Franco Baresi che permise al portiere Sebastiano Rossi di battere il record di imbattibilità della propria porta con 929 minuti. Come due anni prima, la principale inseguitrice fu la Juventus, a cui si aggiunse la Sampdoria, ma ancora la squadra di Capello seppe tener testa agli avversari, cogliendo il terzo scudetto consecutivo, una striscia di successi che non si verificava dai tempi del Grande Torino. A completare il trionfo, giunse anche la vittoria nella finale di Coppa dei Campioni 1993-1994 sul Barcellona per 4-0, che permise ai lombardi di cogliere quell'accoppiata che solo i loro cugini interisti erano riusciti a realizzare nel 1965. Il Milan seppe, quell'anno, sfruttare i gol di un attaccante che il ritiro di Van Basten aveva promosso titolare, Daniele Massaro, e le giocate del montenegrino Dejan Savićević.

Per i campioni d'Italia e d'Europa, e per il calcio italiano in generale, quella tarda primavera del 1994 fu un punto di svolta. La sera stessa della finale di Coppa ad Atene, in Senato, il cavalier Berlusconi, da pochi mesi entrato nell'agone politico, riceveva la nomina a Presidente del Consiglio, e gli impegni istituzionali lo portarono sempre più lontano dal mondo del calcio, affidando la società di via Turati nelle mani del vicepresidente Adriano Galliani. Con una minore spinta propulsiva - e finanziaria - del loro presidente, i rossoneri rallentarono; col materiale umano a loro disposizione, rinforzato dall'attaccante liberiano George Weah, riusciranno a condurre ininterrottamente il campionato 1995-1996 e a conquistare il loro quindicesimo scudetto, ma subito dopo ebbero un crollo verticale. Già dall'estate del 1994, peraltro, il posto lasciato dal Milan era stato preso da una vecchia potenza del calcio tricolore.

Mai nel Dopoguerra erano trascorse ben otto stagioni consecutive senza che la Juventus cogliesse un titolo. Decisi a non allungare ulteriormente la striscia negativa, Gianni e Umberto Agnelli rivoluzionarono l'assetto organizzativo della società, affidandone la gestione al manager Antonio Giraudo, al re del mercato Luciano Moggi, e alla vecchia gloria Roberto Bettega: i tre dirigenti formarono un discusso, ma indubbiamente abilissimo gruppo di amministratori, la Triade, che nel bene e nel male condizionò il calcio italiano per dodici anni.

Sulla panchina bianconera fu chiamato Marcello Lippi, che seppe sfruttare ottimamente la novità regolamentare introdotta dopo i Mondiali USA; seguendo la linea della FIFA tesa a disincentivare i pareggi favorendo lo spettacolo, anche la FIGC introdusse la norma che assegnava tre punti ad ogni vittoria, e non più due (in realtà tale regola ebbe una prima sperimentazione l'anno prima in Serie C). Il torneo vide balzare in testa l'ormai consolidato Parma di Nevio Scala, ma Lippi dimostrò di aver compreso appieno le conseguenze del nuovo sistema di punteggi: schierando la squadra con un inedito ed iperoffensivo schema 4-3-3, che sostituì il classico 4-4-2 che aveva fatto le fortune del Milan, ottenne un alto numero di vittorie, non curandosi di contro delle sette sconfitte stagionali, di cui tre consecutive in casa. Il tridente formato da Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, assicurò gol a grappoli in un'annata in cui i bianconeri si trovarono a competere coi gialloblù su tutti i fronti. Se i ducali prevalsero nella finale di Coppa UEFA, la truppa di Lippi si aggiudicò quella di Coppa Italia e, soprattutto, lo scudetto dopo nove anni di attesa. E l'ascesa della Juventus continuò la stagione successiva quando, lasciando spazio in campionato - come già accennato - al Milan, i torinesi riuscirono a conquistare a Roma contro l'Ajax la seconda Coppa dei Campioni della storia bianconera.

Tra il 1996-1997 e il 1997-1998 si susseguirono due stagioni speculari sotto molti aspetti. In entrambe, un Milan alle prese con un difficilissimo ricambio generazionale, conseguì piazzamenti deludentissimi, rimanendo fuori dalle coppe europee e dovendosi anzi guardare le spalle; in entrambe, la Juventus subì le delusioni di perdere la Coppa dei Campioni all'ultimo atto; in entrambe, i bianconeri seppero ben consolarsi cogliendo un duplice scudetto; in entrambe, infine, tali successi maturarono in un clima di sospetti e polemiche. Rafforzatisi con l'acquisto del talentuoso trequartista franco-algerino Zinedine Zidane, i torinesi presero a stento il comando di un campionato mediocre, a novembre guidato dal sorprendente Vicenza di Francesco Guidolin (vincitore nel 1997 del suo primo trofeo nazionale, la Coppa Italia), in cui le inseguitrici stentavano; in inverno venne fuori però il Parma, realtà consolidata e storica, essendo l'unica società nel Dopoguerra che fosse riuscita ad insidiare in maniera non episodica le gerarchie tradizionali del calcio italiano. I gialloblù sembrarono aver grosse chances per cogliere il loro primo scudetto quando sbancarono l'Olimpico di Roma, ma alcuni passi falsi li frenarono finché, nello scontro diretto, il 18 maggio 1997 dello Stadio Delle Alpi, la concessione di un rigore inesistente a favore dei bianconeri vanificò gli sforzi degli emiliani, che persero matematicamente il titolo alla penultima giornata (25 maggio 1997), quando sconfissero in casa il Bologna, dopo che la Juventus pareggiò 1-1 a Bergamo contro l'Atalanta due giorni prima, il 23 maggio (gara anticipata per via della finale Coppa dei Campioni 1996-1997 in programma il 28 maggio): l'episodio di Torino fu solo l'ultimo di una serie di arbitraggi più che discutibili, che avevano tratto d'impaccio i piemontesi in varie gare stagionali. E l'anno successivo le polemiche furono ancor maggiori. Stavolta fu l'Inter di Massimo Moratti e di Luigi Simoni ad impensierire la truppa di Lippi: capolista per gran parte del girone d'andata e vincitrice del primo scontro diretto, la squadra nerazzurra vanificò tutto con alcune clamorose sconfitte tra cui quelle interne contro il Bari e il Bologna (entrambe per 0-1). I lombardi seppero comunque riprendersi, e si presentarono al Delle Alpi, la quart'ultima giornata, con un solo punto di ritardo dai bianconeri; il clima, già tesissimo per le continue sviste arbitrali che avevano salvato la Juventus nella gara contro l'Empoli in toscana la settimana prima (per via di un gol valido non visto dall'arbitro Pasquale Rodomonti che era vicino alla porta), nell'incontro con la Lazio, ed in vari altri incontri, si incendiò quando, in una convulsa fase di gioco, non venne assegnato un rigore ai nerazzurri per uno scontro fra Ronaldo e Mark Iuliano mentre, sul rovesciamento dell'azione, il penalty fu accordato ai bianconeri per un intervento su Alessandro Del Piero, che poi fallì. Le polemiche divamparono violente su tutti i mass-media e persino in parlamento, ma ciò non impedì alla Juventus di cogliere il suo 25° titolo, arrivato il 10 maggio, con un turno di anticipo.

Furono i Mondiali 1998 a rimescolare temporaneamente le carte in tavola. I bianconeri, molti dei quali protagonisti della manifestazione estiva, risentirono in pieno delle stanchezze da essa procurate, come accadde peraltro anche ai loro avversari nerazzurri. Ne originò un campionato anomalo, in cui ad un certo punto salirono le quotazioni della Fiorentina di Giovanni Trapattoni e del bomber Gabriel Batistuta: i viola veleggiarono in testa fino a febbraio, quando l'infortunio della punta argentina (e le assenze del talentuoso Edmundo) compromise i loro sforzi a vantaggio della Lazio di Sven Goran Eriksson, che sembrò a sua volta avviata al titolo quando, inaspettatamente, subì due sconfitte interne consecutive nel derby e contro la Juventus. A questo punto si fece sotto il Milan di Alberto Zaccheroni, allenatore che aveva colto ottimi risultati negli anni precedenti con l'Udiense: i rossoneri, viaggiando a fari spenti e supportati da un buon pizzico di fortuna, riuscirono a sorpassare i biancocelesti nel penultimo turno e, la domenica seguente a Perugia, in una gara tesissima in cui gli umbri si giocavano la salvezza, conseguirono quella vittoria che permise loro di cingere lo scudetto del loro Centenario, forse il più inaspettato di sempre. Nel frattempo la Juve, che aveva sostituito Marcello Lippi con Carlo Ancelotti, perse lo spareggio per la zona UEFA con l'Udinese, chiudendo così al settimo posto della graduatoria e venendo costretta agli straordinari estivi dell'Intertoto: una fatica supplementare che costerà assai cara ai piemontesi.

I biancocelesti cercarono un pronto riscatto nel nuovo campionato, ma dovettero assistere al ritorno in forze della Juventus, che dopo un serrato testa a testa, chiuse in testa il girone d'andata, per poi prendere progressivamente il largo: spentisi alla distanza i rossoneri (che chiuderanno al terzo posto), i bianconeri sembravano veleggiare tranquilli verso il titolo grazie ai loro nove punti di vantaggio sui romani. Ma, improvvisamente, le fatiche dell'Intertoto e della mancata preparazione estiva esplosero fragorosamente: il 26 marzo la Juve cadde a San Siro e subito dopo nello scontro diretto casalingo; i bianconeri dettero la netta sensazione di essere scoppiati, ed infatti arrivò un nuovo tonfo a Verona, riducendo a soli due i punti distanzianti le contendenti. Quando all'ultimo minuto della penultima giornata il difensore del Parma Fabio Cannavaro segnò ai bianconeri una rete del possibile pareggio che avrebbe significato l'aggancio, l'arbitro Massimo De Santis l'annullò senza alcun apparente motivo: in settimana scoppiarono ancora caldissime polemiche sul fronte Juventus-arbitri, cui fecero corollario scontri e disordini a Roma tra la polizia e gli ultras biancocelesti che cercarono di dare l'assalto alla sede della FIGC. Fu in questo clima che, all'ultima giornata, una Lazio con poche speranze e una sola combinazione utile, vinse in casa contro la Reggina, mentre a Perugia la gara della Juventus era stata interrotta per un violentissimo temporale. L'opzione del rinvio era però impraticabile per l'incombente inizio dell'Europeo di calcio 2000 (ma anche per non falsare troppo l'esito del campionato), quindi l'arbitro Pierluigi Collina (scelto volutamente per tale delicatissima situazione) dopo una lunga attesa diede l'ordine di giocare, anche perché il match per i torinesi pareva una formalità, in quanto bastava non perdere: ma, contrariamente alle attese, i perugini giocarono col massimo impegno, anche perché il vulcanico presidente biancorosso Luciano Gaucci, acerrimo nemico della dirigenza torinese, aveva minacciato la propria squadra di mandarla in ritiro, anziché in vacanza, se non avesse battuto i bianconeri. E fu così che, incredibilmente, un gol del perugino Alessandro Calori costò sconfitta e titolo agli juventini, mentre in un Olimpico in surreale attesa, scoppiava l'irrefrenabile festa tricolore, proprio nell'anno del Giubileo che aveva messo la città di Roma sotto gli occhi del mondo intero; inoltre tale titolo suggellò, come nella passata stagione per il Milan, il Centenario dei biancocelesti. L'Anno Santo portò gioia anche all'altra metà della Capitale, visto che nella nuova stagione fu la Roma di Fabio Capello a prendere il largo: i giallorossi mantennero vantaggi rassicuranti sulla Juventus inseguitrice, ma in primavera sembrarono in netto calo; un gol di Vincenzo Montella nello scontro diretto diede però tranquillità ai romani, che colsero il loro terzo scudetto il 17 giugno. Stavolta furono i bianconeri a recriminare, perché la posizione del giocatore romanista Nakata, di nazionalità giapponese, era stata regolarizzata dalla Federazione solo pochi giorni prima del big match dello Stadio Delle Alpi, allargando le norme sul tesseramento dei calciatori extra-comunitari (Nakata aveva comunque giocato alcune stagioni a Perugia).

Nell'estate del 2001 il patron juventino Umberto Agnelli decise di prendere in mano la situazione, e richiamò in panchina Marcello Lippi. La squadra fu fortemente rimaneggiata, con le partenze di Filippo Inzaghi verso il Milan e di Zinedine Zidane al Real, e gli arrivi di Gianluigi Buffon (pagato 100 miliardi), Pavel Nedved e Lilian Thuram. Nella stagione che vide un inedito derby in Serie A, il quinto, quello fra Verona e Chievo, il gruppetto formato dai campioni in carica, dai bianconeri, e dall'Inter di Hector Cuper, si staccò via via dalle inseguitrici. La vittoria dei nerazzurri nello scontro diretto con i giallorossi, sembrò lanciarli verso il titolo, che parve ad un passo ad un minuto dalla fine della terzultima giornata, quando i milanesi godevano di cinque lunghezze di vantaggio: un gol subito dall'Inter a Verona, ed uno fatto dalla Juventus a Piacenza, portò però i torinesi ad un solo punto di distanza, situazione con cui si arrivò all'ultima giornata, il 5 maggio. Decine di migliaia di tifosi nerazzurri invasero lo Stadio Olimpico di Roma, contando nella solida amicizia con i sostenitori della Lazio, mentre i bianconeri si recarono dalla tranquilla Udinese, e i romanisti erano di scena allo Stadio Delle Alpi contro il Torino. Mentre gli juventini risolsero agilmente la loro pratica, come previsto gli interisti si portarono in vantaggio, annullando un primo recupero biancoceleste: ma accadde l'incredibile. Dapprima la Lazio pareggiò, portandosi poi sul doppio vantaggio, quindi anche la Roma trafisse i granata: per la Juventus fu scudetto dopo quattro anni di digiuno, alla Roma andò il secondo posto, mentre la raggelata Inter si ritrovò terza e costretta ai preliminari estivi di Coppa dei Campioni 2002-2003. Lo shock per un obiettivo inseguito da tredici anni e sfumato sulla linea del traguardo lasciò il segno nell'ambiente nerazzurro, da cui fuggì il brasiliano Ronaldo, ex pupillo del presidente Moratti. In quella stagione, grande sorpresa fu il Chievo Verona, che al debutto in A sfiorò la Champions. Sotto la guida di Luigi Delneri e con una squadra cresciuta in provincia, con molti debuttanti, la squadra del piccolo quartiere di Verona, dopo essersi ritrovata in testa alla classifica per buona parte del girone d'andata, sfiorò i preliminari di Champions League, arrivando quinta e in Coppa UEFA.

L'insperato successo diede nuove convinzioni invece alla Juventus, che nel 2003 fu protagonista di una storica lotta col Milan di Carlo Ancelotti, rafforzatosi con l'acquisto del capitano biancoceleste Alessandro Nesta e degli interisti Clarence Seedorf e Dario Simic, oltre che del portiere brasiliano Dida. In campionato i rossoneri, dopo alcune annate grige, partirono determinati, passando in testa il giro di boa, ma alla lunga lasciarono decisamente il passo all'imperioso ritorno dei bianconeri, anche a causa del lungo impegno europeo; i piemontesi si aggiudicarono nuovamente, e più facilmente, il titolo, ma non poterono godere appieno del successo: il 28 maggio a Manchester, proprio il Milan li batté nella prima finale tutta italiana di Coppa dei Campioni. Data l'enorme posta in palio, stavolta fu l'ambiente bianconero ad uscirne destabilizzato. Lippi negli spogliatoi dell'Old Trafford presentò addirittura le dimissioni, respinte, alla società, andando quindi incontro ad un anno di transizione.

Fu così il Milan, sull'onda dell'entusiasmo infuso dal trionfo inglese, a vincere il suo diciassettesimo scudetto nel 2003-2004. In un primo momento i bianconeri sembrarono poter tenere il ritmo di vertice, ma pian piano scivolarono indietro; inizialmente furono invece i giallorossi di Fabio Capello ad accreditarsi come favoriti al titolo, ma le quotazioni dei romani, campioni d'inverno, uscirono fortemente ridimensionate dalla triplice sconfitta - comprese due gare di Coppa Italia - inflitta loro dal Milan tra gennaio e febbraio. I milanesi, trascinati dalla coppia d'assi formata dall'ucraino Andriy Shevchenko e dal neoacquisto brasiliano Kaká, fecero propri entrambi i derby, espugnarono il Delle Alpi e, battendo in casa proprio la Roma il 2 maggio, ottennero il titolo con un largo primato (11 punti), nonostante un team che, esclusi gli arrivi, oltre che di Kaka e dei terzini Cafù e Giuseppe Pancaro, era pressapoco lo stesso dell'anno prima. Dal 2004-2005, in seguito a un compromesso con le squadre della Serie B turbate dal Caso Catania, la Serie A tornò a 20 squadre.

I rossoneri, definitivamente riassestati dopo le annate in altalena successive all'ingresso in politica di Berlusconi, erano gli strafavoriti anche per la nuova stagione, stante la carenza di avversari, ma una clamorosa operazione di calciomercato cambiò le carte in tavola: a fine agosto, la Juventus del neoallenatore Fabio Capello cedette all'Inter il semisconosciuto e panchinaro portiere Fabian Carini, cambiandolo alla pari col difensore e capitano della Nazionale Fabio Cannavaro. La mossa della dirigenza interista, apparsa oltremodo azzardata se non apertamente irrazionale, risolse i problemi difensivi palesati dai bianconeri nel 2004, lanciandoli in testa alla classifica. Il Milan fu costretto ad inseguire, e lo scontro diretto di Torino, in cui i rossoneri dimostrarono uno sterile predominio, fece riaffiorare un clima di polemiche per l'opinabile arbitraggio di Paolo Bertini, dopo che già la settimana prima si era avuto molto da discutere sulla direzione di Tiziano Pieri nella trasferta bianconera di Bologna. Il vantaggio dei torinesi, cresciuto ad otto lunghezze a gennaio, si ridusse clamorosamente a febbraio, fino all'aggancio dei milanesi. A questo punto i due colossi del sistema calcistico italiano, che mai erano stati coinvolti in una sfida diretta per il titolo nazionale, iniziarono un sensazionale testa a testa, funestato però da nuove diatribe sugli arbitraggi dei bianconeri: dopo il prodromo di Cagliari, le discussioni si incentrarono sulle conduzioni di Salvatore Racalbuto a Roma, e soprattutto quella di Gianluca Paparesta a Verona, dove l'arbitro non vide entrare in porta un netto gol del Chievo Verona. Alla fine, furono gli impegni di Champions League a fare la differenza: coi bianconeri già eliminati, i rossoneri faticarono alquanto a mantenersi in lotta sui due fronti, perdendo prima lo scontro diretto casalingo, e conseguentemente il titolo, l'8 maggio, e poi pure la coppa nella terribile finale di Istanbul. Per i torinesi si trattò del ventottesimo scudetto. Decisamente più netto fu il primato della Juventus nella nuova stagione. Gli uomini di Capello staccarono tutte le inseguitrici e guadagnarono distacchi abissali. Un calo di rendimento primaverile, con conseguente scialba uscita dall'Europa, favorì il ritorno prepotente del Milan, ma i bianconeri seppero difendere i loro tre residui punti di vantaggio. Il predominio bianconero sembrava non avere fine, ma il campionato, e l'intera organizzazione del calcio italiano, furono sconvolti, a maggio 2006, dal più grande scandalo nella storia del pallone tricolore: Calciopoli.

A due settimane dall'assegnazione del titolo del 2006, il 2 maggio 2006, la Procura della Repubblica di Napoli iscrisse nel registro degli indagati, con l'ipotesi di frode sportiva, numerosi dirigenti calcistici. Secondo gli inquirenti, basatisi su intercettazioni telefoniche, la società bianconera si sarebbe adoperata per accomodare numerose gare del campionato 2004-2005, tramite minacce e la costruzione di un sistema di potere in grado di condizionare la classe arbitrale: i già menzionati episodi controversi di quel torneo, sarebbero stati parte di una macchinazione ideata da una cupola in grado di influenzare ogni aspetto dell'attività della FIGC. In seguito al coinvolgimento diretto nello scandalo del presidente federale Franco Carraro, dimessosi l'8 maggio 2006, e del suo vice Innocenzo Mazzini, dimessosi il 10 maggio 2006, la Federazione venne commissariata dal CONI a partire dal 16 maggio 2006.Insieme alla Juventus, furono inquisite altre società, accusate di essersi rivolte a Luciano Moggi per ottenere indebiti favori: la Fiorentina, che si sarebbe adoperata per salvarsi in luogo delle due pericolanti emiliane Parma e Bologna, la Lazio, anch'essa impelagata in una traballante posizione di classifica, come pure la Reggina. Rientrarono nell'inchiesta anche le azioni di Leonardo Meani, ristoratore dirigente rossonero, il quale si sarebbe mosso per iniziare a costruire un contro-potere con cui opporsi a quello juventino, avvicinando alcuni guardalinee: se la condotta di Adriano Galliani, vicepresidente rossonero e presidente della Lega Calcio, non fu giudicata irregolare dai carabinieri, il procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, ritenne di accusare il dirigente milanista per responsabilità oggettiva, inoltre si scoprì che furono solo tre le partite che il ristoratore avrebbe tentato di truccare. Lo scandalo, battezzato Calciopoli dalla maggior parte della stampa, portò alle sentenze di primo grado del 14 luglio, mitigate, ma comunque pesanti, nell'appello del 25 luglio: la Juventus, privata sia del titolo del 2004-2005 sia, per incompatibilità, di quello del 2005-2006, fu ricollocata all'ultimo posto in classifica e retrocessa in Serie B per la prima volta nella sua storia; la Fiorentina e la Lazio, graziate da analogo provvedimento, furono escluse dalle coppe europee; il Milan fu escluso dalla riassegnazione del titolo e costretto al turno preliminare estivo per rientrare in Coppa dei Campioni 2006-2007; alla Reggina, come a tutte le squadre coinvolte, furono comminate penalizzazioni per la stagione entrante. Tutti i dirigenti coinvolti furono inibiti, mentre Luciano Moggi e Antonio Giraudo furono radiati. La Juventus perse molti campioni; Gianluca Zambrotta, Lilian Thuram, Emerson e Fabio Cannavaro andarono a giocare in Spagna, i primi due al Barcellona, gli altri due al Real Madrid, Patrick Vieira e Zlatan Ibrahimović vennero ceduti all'Inter mentre altri, come Gianluigi Buffon, Alessandro Del Piero, Mauro Germán Camoranesi e Pavel Nedvěd decisero di prestare fedeltà alla propria bandiera.

L'estate del 2006, per il calcio italiano, è passata alla storia per due avvenimenti; lo scandalo di Calciopoli e la conquista del 4° titolo di Campione del Mondo della Nazionale italiana al Mondiale 2006 giocato in Germania;gli azzurri, guidati da Marcello Lippi, riuscirono a riportare in Italia la Coppa del Mondo dopo 24 anni d'attesa, sconfiggendo in finale la Francia per 5-3 ai rigori la sera del 9 luglio 2006 a Berlino.

Tornando allo scandalo, la principale beneficiaria fu l'Inter, cui la FIGC il 26 luglio assegnò a tavolino lo scudetto 2006, il primo dopo diciassette anni di digiuno per i nerazzurri, dopo la retrocessione della Juventus (giunta al 1° posto al termine della stagione) e la penalizzazione di 30 punti del Milan (giunto 2°). La posizione della società di Massimo Moratti, non coinvolta nella vicenda nè a livello penale nè a livello sportivo, non fu però esente da critiche a causa di alcune scomode coincidenze: il commissario federale che assegnò il titolo, Guido Rossi, era un ex membro del consiglio di amministrazione dell'Inter; il socio in affari di Moratti, Marco Tronchetti Provera, fino ad aprile 2007 era proprietario della TIM (tra l'altro sponsor del torneo dal 1998-1999), società telefonica appartenente alla stessa holding di Telecom Italia, il principale provider di telefonìa nazionale, nello stesso periodo al centro di un'inchiesta penale per presunte intercettazioni telefoniche ed uso delle stesse a fini privati (le indagini sono ancora in corso); le penalizazioni inflitte a molte delle più temibili avversarie, infine, garantivano ai nerazzurri un cammino probabilmente agevole verso il titolo del 2006-2007. Fu così che Calciopoli, anziché ridare serenità al mondo del calcio italiano, sortì l'effetto contrario di seminare nuovi veleni.

Come previsto, l'Inter vinse facilmente il campionato, che comunque la squadra di Roberto Mancini seppe interpretare al meglio conquistando diversi record, tra cui spiccarono il maggior numero mai fatto di punti (97), e la più lunga striscia di vittorie consecutive (17). Da segnalare, per la stagione 2006-2007, la straordinaria salvezza della Reggina che, penalizzata di 11 punti, riesce comunque a salvarsi con 40 punti (51 escluse le penalità). Decisamente più competitivo si presentava invece il torneo dell'anno dopo, che vede il pronto ritorno in scena della rinnovata Juventus di Claudio Ranieri, oltre al Genoa e al Napoli, entrambe reduci dalla Serie C. Il campionato italiano non sembra finora saper uscire dalla spirale delle polemiche sui favoritismi arbitrali, oggi rivolte in più occasioni all'Inter capolista. L'Inter vince solo all'ultima giornata, battendo 2-0 il Parma e condannandolo alla B dopo 18 anni, staccando di 3 punti la Roma (1-1 a Catania) che pure era stata capace di rimontare diversi punti dopo essere stata anche a -11, e che addirittura era andata all'intervallo dell'ultima giornata con un punto di vantaggio sull'Inter, vincendo 1-0 a Catania mentre i nerazzurri erano ancora fermi sullo 0-0 a Parma.

Nel campionato 2008-2009 alla pausa invernale, come nella precedente stagione, al primo posto c'è l'Inter, mentre all'ultimo il Chievo. La prima classificata della stagione invernale è l' Inter.

Sono 60 le squadre ad aver preso parte ai 77 campionati di Serie A a girone unico che sono stati disputati a partire dal 1929-30 e fino alla stagione 2008-09.

Ecco i migliori piazzamenti delle squadre che hanno preso parte ai 76 campionati a girone unico dal torneo 1929-30 al 2007-08 raffrontate a tutti i piazzamenti nel campionato italiano.

In quattro occasioni una società ha vinto lo scudetto nell'anno del centenario; la prima volta capitò alla Juventus nel 1997, poi al Milan nel 1999, alla Lazio nel 2000 e, infine, all'Inter nel 2008.

In grassetto i giocatori ancora in attività in Serie A.

A partire dalla stagione 1993-1994 le partite di Serie A vengono trasmesse sulla pay-tv; fino al 1999 venivano trasmesse solo su Tele+, tra il 1999 e il 2003 su Tele+ e su Stream, dal 2003 su SKY (per metà stagione 2003-2004 alcune partite di Serie A venivan trasmesse sulla piattaforma satellitare Gioco Calcio, fallita nell'estate 2004).

Dal gennaio 2005 sono trasmesse anche sul digitale terrestre (Mediaset Premium e La7 Cartapiù).

I posticipi della domenica sera iniziarono nel 1993, e gli anticipi del sabato nel 1999.

Per la parte superiore



ULIC

L'U.L.I.C. (Unione Libera Italiana del Calcio) era nata come Federazione non dipendente dalla FIGC ed organizzava i campionati italiani di calcio giovanili di Prima, Seconda Categoria e Ragazzi dal 1917 al 1927.

Già prima della sua fondazione, prima dell'inizio del conflitto mondiale, molte piccole società erano sorte sia nei capoluoghi di provincia, dove il calcio aveva trovato grandi consensi e spazi per poter "costruire" degli impianti sportivi, che al di fuori, in una provincia in cui solo in pochi comprensori il calcio aveva attecchito. Proprio perché si sentivano estranei a qualunque federazione sportiva decisero di distinguersi dalle società che già si definivano "indipendenti" iniziando a chiamarsi "i liberi".

Erano soprattutto gruppi di ragazzi, studenti delle scuole medie, che nascevano come funghi e prima della maggiore età dei giocatori si sfaldavano. I loro erano tornei di borgata, senza un terreno di gioco fisso, senza porte (molto spesso 2 pali con una cordicella a unirli) e soprattutto senza scarpe regolamentari e maglie (indossavano molto spesso maglie con righe non omogenee). Giocavano in ogni stagione e/o situazione ambientale, pur di giocare.

La loro prima occasione fu l'iniziativa promossa dal giornale sportivo torinese Lo sport del Popolo (la pagina sportiva della Gazzetta del Popolo) che organizzò il Torneo dei primi calci nella primavera del 1914 un vero e proprio campionato giovanile per ragazzi fino ai 17 anni che non avessero mai preso la tessera federale con qualificazioni regionali in Piemonte, Liguria e Lombardia e finali a Torino. Terminato il torneo, nella stagione successiva, visto il notevole successo della manifestazione furono i Comitati Regionali ad organizzarsi e proporre dei campionati giovanili che riscossero molti consensi. Il blocco dell'attività sportiva all'inizio della Grande Guerra fu una notevole mazzata per tutti, sia per i calciatori che per le società sportive. Era appena finita l'estate del 1915 quando diverse squadre, rimaste in piedi sorrette dai soci più anziani e dai giovani non ancora partiti perché non arruolabili, si erano già riorganizzate e levando un comune coro di proteste chiesero alla Federazione la possibilità di organizzare almeno i tornei da loro gestiti e normalmente affidati a degli arbitri ufficiali e regolamentati da un programma approvato preventivamente dal Comitato Regionale.

Il netto rifiuto da parte della Presidenza Federale a concedere delle agevolazioni per la riduzione delle tasse federali, proprio per i tornei riservati ai giovani, fu la goccia che fece traboccare il vaso già colmo. Alcune società milanesi si unirono alle proteste di un gruppo di "mecenati" capitanati da "Papà Half" al secolo Dr. Luigi Maranelli che con forza reagì allo strapotere della Federazione e, stampato a Milano un proprio foglio di notizie a cui dettero nome Il Corriere dello Sport, iniziò a divulgare le idee liberiste pubblicando in data 21 luglio 1917 il primo comunicato ufficiale in cui si dichiarava la nascita dell'U.L.I.C. con nomina del primo Consiglio Direttivo.

Del Comitato costituente fecero parte Oreste Togni (Presidente), Emilio W. Hirzel (Vice-Presidente) (fu Vice-Presidente e Presidente dell'F.C. Internazionale Milano tra il 1910 ed il 1914), rag. Franco Lomazzi (Cassiere), Gaetano Tomè, Giuseppe Negri, ed il rag. U.Boccolari (Consiglieri). Al gruppo fu invitato ad accettare la carica di Consigliere Onorario il rag. Leopoldo Paltenghi (fondatore della Juventus Italia F.C. di Milano). Le prima Commissione Arbitrale fu composta dal Rag. Luigi Bosisio (ex atleta della Mediolanum, Segretario della F.I.F. nel 1905 e primo Presidente della neodenominata F.I.G.C. nel 1909), Dr. Luigi Maranelli e C. Carugati. Quale Commissario Sportivo fu nominato Giovanni Albini.

Dalle colonne del "Corriere dello Sport" (sottotitolato "Sotto l'usbergo del sentirsi puro....") Papà Half (così chiamato da tutti per il grande spirito propositivo, vero "centro" promotore di tutta l'attività uliciana) iniziò una dura battaglia contro le malefatte della F.I.G.C. e del suo reggente l'Ing. Francesco Mauro dispotico vice-presidente autoproclamatosi Commissario Pro-Tempore che raccolse notevoli dispiaceri dai pasticci federali causati da nefasti arbitraggi e dallo scandalo nato durante la prima Coppa Mauro del 1917-18, fino alla richiesta delle sue dimissioni rivoltagli nel 1918.

La F.I.G.C. non gradì affatto il distacco minacciato da Enotria, Legnano, Saronno ed altre squadre milanesi per la scandalosa "Coppa Mauro", in cui alcuni dirigenti costrinsero l'arbitro a mettere in discussione la gara regolarmente vinta sul campo dal Legnano contro l'Inter per 1-0 annullandola per fuori gioco, e vietò alle squadre e ai giocatori federati di prendere parte ai campionati uliciani pena la radiazione. Ma venne tutto disatteso, visto che anche i fratelli Cevenini (del Milan) quando tornavano a casa dal fronte giocavano 3 partite in prima squadra e 6 o 7 con l'Alfieri finalista U.L.I.C. milanese. Molte squadre federate reagirono fondando una società giovanile satellite, con nome diverso (Iris di Milano = Tergeste), evitando di prendere parte ai campionati federali delle riserve e dei ragazzi (tanto non avevano l'obbligo di disputarli).

Il Monza, squalificato per 5 mesi dal Comitato Regionale Lombardo (dopo la gara interna del 2 dicembre 1917 di Coppa Saronno persa 2-3 col Legnano con sassaiola verso l'arbitro mentre questi abbandonava il campo per andare alla Stazione), non riuscì a pagare una pesante multa (Lire 50) e preferì continuare l'attività con l'U.L.I.C. mettendo a disposizione a tutte le piccole società il proprio campo delle "Grazie Vecchie".

Al contrario della F.I.G.C., il "liberismo" di Papà Half aveva permesso a tutti i giocatori di poter giocare qualsiasi gara senza alcun vincolo di tesseramento nel massimo rispetto di tutti e di tutte le società affiliate, potendo cambiare tranquillamente squadra da una domenica all'altra (e questo fino alla fine del campionato 1924-25).

Le squadre ed i giocatori non subivano punizioni pecuniarie e squalifiche a meno che il loro comportamento causasse una menomazione fisica all'avversario. In questo caso il giocatore doveva rimanere al di fuori dai campi di gioco fino al completo recupero delle buona condizione fisica del giocatore infortunato. I giocatori che potevano prendere parte ai campionati erano soltanto i giovani mentre per i tornei a contorno del campionato non c'erano limiti di età.

Alla Prima Categoria potevano partecipare tutti i giocatori che non avessero ancora compiuto i 21 anni all'inizio della stagione. Per la categoria "Boys" all'inizio non era richiesto un minimo di età (lo si impose nel 1927 stabilendo i 14 anni già compiuti all'inizio della stagione), mentre era tassativo il limite di 16 anni non ancora compiuti all'inizio del campionato. Quando fu istituita la Seconda Categoria (dal 1919) si applicò lo stesso limite di età della Prima Categoria, ed in Seconda furono ammesse le squadre riserve e le "novizie" non ancora classificate con giocatori che non avessero disputato in prima squadra più di 3 partite.

Campionati e tornei furono sfornati dall'U.L.I.C. a ripetizione. Terminato l'uno ne iniziava subito un altro e durante l'estate erano in voga i tornei della Canicola, tornei prevalentemente giocati a 6 giocatori fino alla fine della giornata senza sosta tra la fine del primo e del secondo tempo. Diverse furono le competizioni a cui i Consiglieri fornirono dei trofei artistici e che diventarono delle vere e proprie classiche: la "Targa Chiozzotto", la "Coppa Togni" e la "Coppa Negri". Il campionato, vero clou della stagione sportiva, iniziava verso la fine di febbraio e terminava prima dell'inizio di maggio con l'assegnazione del titolo di Campione d'Italia dell'U.L.I.C., titolo assegnato a partire dal 1917 fino al 1932.

Per le qualifiche al Campionato Italiano ogni Comitato Provinciale o Locale era autonomo: entro la fine di febbraio o i primi di marzo doveva fornire al C.C.D. il nome della vincente ammessa alle finali. I comitati erano autonomi perché ogni Commissario Tecnico di Comitato rispondeva del suo operato al C.C.D. e gestiva i propri dirigenti volontariamente offerti dalle società affiliate per organizzare i tornei ed arbitrare le partite. I dirigenti-arbitri, non all'inizio quando i campionati erano ancora ridotti, si riunirono in gruppi affiliati all'U.L.A.I. (Unione Libera Arbitri Italiani) e restarono indipendenti fino a quando nel 1927 la F.I.G.C. la sciolse ed in seguito furono inquadrati nel C.I.T.A. nei "Gruppi Arbitri" fortemente voluti dall'avvocato Giovanni Mauro.

Dal 1917 all'inizio della stagione 1919-20 l'unico campionato in atto fu quello uliciano, a cui aderirono molti giocatori F.I.G.C. rimasti senza squadra. Dai tornei che si svolgevano a ripetizione uscì una nuova generazione di giocatori. La maggior parte era nata dopo il 1899 e non avevano fatto esperienza nelle squadre riserve. Si erano guadagnati la presenza in campo giocando tutte le domeniche ed avevano iniziato quando avevano circa 10 anni. Continuarono fino ai 34/38 anni passando i 25 anni di calcio giocato, mentre l'altra generazione, quella che era andata in guerra, aveva perso 4 anni e di colpo si dovette cercare un posto di lavoro o nelle migliori situazioni continuò a giocare fino al 1930. Soprattutto da chi giocò i primi campionati ragazzi uscirono dei grandi campioni: Pin Santagostino (Porpora F.C. di Milano) nel Milan, Giuseppe Meazza (Gloria F.C. di Milano) all'Inter, Bruno Dugoni (Juventus di Modena) al Modena, Carlo Ceresoli (U.S. Ardens di Bergamo) all'Atalanta e molti altri, venivano dai "liberi".

I primi campionati del dopoguerra ebbero un successo travolgente, quasi inaspettato. Da subito molte nuove società di provincia vollero partecipare al "campionato italiano" ed associarsi costituendo nuovi comitati. All'interno dell'U.L.I.C. gli equilibri cambiarono. Il notevole aumento delle compagini piemontesi portò nel giro di 4 anni allo spostamento del C.C.D. alla ex capitale Torino (dove aveva già sede la F.I.G.C.) ed alla nomina di valenti dirigenti piemontesi. Anche Maranelli si fece da parte lasciando entrare nel C.C.D. volti nuovi presentando nel 1922 Mario Ferretti ex Vicepresidente F.I.G.C. .

Di fronte ai successi dell'U.L.I.C. anche la Federazione dovette prendere atto che le cose non andavano proprio bene. Erano troppi i giocatori squalificati che non scontavano le punizioni e passavano nei ranghi dell'U.L.I.C. impunemente e viceversa. Fu per questo motivo che martedì 7 novembre 1922 (ed in seguito aggiornato in data sabato 10 gennaio 1925) si arrivò all'accordo F.I.G.C.-U.L.I.C. che fu il riconoscimento ufficiale dell'opera svolta dall'U.L.I.C. nel formare i giovani ponendo le basi per un reciproco scambio di informazioni e nel contempo di "sponsorizzare" con dei sussidi le limitate casse uliciane con importi variabili a seconda delle richieste e della situazione.

Con la crescita esponenziale delle forze uliciane arrivarono i primi seri problemi. Le finali del campionato italiano erano gestite dal Comitato Locale che con maggiore affidabilità poteva garantire la disponibilità dei campi di gioco e provvedere alla sistemazione logistica delle finaliste, ed i conti finivano sempre più in passivo.

Troppi anche i pasticci ed i reclami per società arriviste che per vincere le qualifiche ed arrivare alle finali erano disposte a tutto, irregolarità comprese, su cui Maranelli non transigeva: il rispetto delle consorelle veniva prima di tutto. Fioccarono i casi di identità false e giocatori non minorenni ma soprattutto i primi casi di società che pagavano i giocatori e per questo motivo venivano espulse dall'U.L.I.C. per "indegnità sportiva".

Tra le prime squadre ad essere radiata dai ruoli uliciani fu il Dopolavoro Esperia di Alessandria, finalista al campionato nazionale, colpevole di aver utilizzato un giocatore non minorenne, con gravi ripercussioni a livello federale perché da Modena avevano invano sollecitato una inchiesta prima dell'inizio delle finali. Oltre alla radiazione della società fu punito anche tutto il direttivo del Comitato di Alessandria colpevole di non aver vigilato a dovere. Tra le più "famose" ad essere sanzionate fu anche il C.S. Falco di Albino alla fine della stagione 1925-26 con delibera datata 3 marzo 1926 colpevole di aver pagato dei giocatori. Dura fu la presa di posizione dell'U.L.I.C. nei confronti dei "non dilettanti" autorizzati dalla Carta di Viareggio: nessuno di loro poteva giocare nell'U.L.I.C. .

Le crisi portavano immancabilmente a dover ricomporre in Assemblea i C.C.D. incompleti e dimissionari prima dell'effettiva scadenza (le cariche erano annuali e rinnovate a Luglio) e troppo spesso veniva chiamato Papà Half (senza carica, ormai membro onorario) a ricomporre i dissidi e pacificare gli animi. Quando a gennaio 1927 il Presidente del C.O.N.I. Lando Ferretti a gran voce minacciò di impedire l'attività sportiva a tutte le società sportive e le Federazioni non affiliate, l'U.L.I.C. iniziò a tremare. L'ultima crisi alla fine della primavera le fu fatale. Maranelli fu il primo a condannare l'incapacità del C.C.D. a non saper risolvere i problemi ed a metterlo sotto accusa. Ma i dissidi non furono risolti. Ai primi di luglio, quando stavano per iniziare le finali del campionato italiano, il direttivo del C.C.D. dette le dimissioni lasciando nelle mani di Ferretti il destino dell'U.L.I.C., evitando anche la prossima Assemblea ed il rinnovo delle cariche.

Come già accaduto per la Presidenza Federale F.I.G.C. l'anno prima, Ferretti raccolse i miseri resti dell'U.L.I.C. e li "riformò" dando nuove direttive e direttivi. Dandole la qualifica di Sezione Autonoma di Propaganda, la Presidenza Federale F.I.G.C. confermava le strutture federali preesistenti (i Comitati ed il C.C.D.) confermando la maggior parte dei dirigenti della stagione precedente, ponendo subito mano alle normative approvando il nuovo Statuto e le carte uliciane, introducendo i tesseramenti e la normativa in fatto di affiliazioni e costituzione di nuovi comitati.

I Comitati dovevano essere disciplinati secondo direttive "fasciste" ed è per questo motivo che i dirigenti federali, prima di essere nominati dalla Presidenza, dovevano ottenere il "placet" degli E.S.P.F. provinciali di competenza (gli Enti Sportivi Provinciali Fascisti, dal 1930 = C.O.N.I. Provinciale) in fatto di affidabilità e fedeltà al regime. Il più delle volte erano sportivi conosciuti, malgrado la camicia nera che indossavano, ma troppo spesso col calcio non centravano niente ed addirittura, come è successo a Busto Arsizio, avevano avuto una squalifica da parte della F.I.G.C. che gli impediva di ricoprire altre cariche anche a livello societario (e per questo motivo la carica gli fu tolta).

Il Comitato Centrale Direttivo era l'organo dirigente dell'U.L.I.C. Il C.C.D. era composto da un Presidente, un Segretario-Cassiere, un Commissario Tecnico, due Consiglieri e due Ispettori e i suoi membri venivano designati dal Presidente della FIGC. Il C.C.D. aveva l'incarico di indire i campionati di 1.a e 2.a Categoria, Boys e eventuali altri tornei. Poteva inoltre proporre al presidente della F.I.G.C. le nomine degli Uliciani benemeriti e dei membri dei Comitati locali. A esso spettava inoltre la decisione, su ragionevole richiesta dei Comitati Locali, di ratificare la squalifica di squadre e giocatori che avessero violato il regolamento.

I Comitati Locali gestivano i campionati locali. I campionati regionali erano invece gestiti dai direttori regionali della FIGC mentre quelli interregionali dal C.C.D. Tutti i Comitati locali dovevano versare al C.C.D. una quota annuale di affiliazione di 25 lire, ed una quota annuale di 10 lire per ogni società iscritta al campionato. Nel caso i Comitati Locali o i loro membri avessero con il loro comportamento danneggiato l'immagine della U.L.I.C. o non avessero rispettato sistematicamente il regolamento U.L.I.C. o non avessero corrisposto le somme dovute in forza dei regolamenti alla cassa dell'U.L.I.C., essi potevano essere sospesi temporaneamente o addirittura sciolti (o radiati nel caso dei membri) dal C.C.D.

Gli Uliciani benemeriti erano coloro che avevano portato dei benefici all'U.L.I.C. e per questo erano stati premiati con tale titolo. Era il presidente della F.I.G.C., su richiesta del C.C.D., a provvedere alle nomine.

Un ruolo molto importante veniva ricoperto dai Direttori Regionali della F.I.G.C., che insieme al C.C.D., sorvegliavano l'attività e il comportamento dei vari Comitati. Tra le altre cose, i Direttori Regionali contribuivano alla costituzione dei nuovi Comitati, mantenevano il collegamento tra i Comitali della loro zona e il C.C.D., espletavano gli incarichi e le pratiche riguardanti la U.L.I.C. che il C.C.D. avrebbe ritenuto opportuno loro affidare, intervenivano presso le Società federali per fare in modo che ci fosse disponibilità di campi per le partite uliciane e stanziavano i premi per le squadre campioni regionali.

Molto spesso era più importante il Vice Commissario Tecnico che il Presidente. Era il V.C.T. a gestire il campionato designando gli arbitri anche se questi erano dipendenti da un Gruppo Arbitri costituito ed operante. Era il V.C.T. a compilare all'inizio della stagione le note caratteristiche di ogni arbitro proponendolo al C.I.T.A. per il passaggio ai ruoli regionali.

Già prima nel 1927 Papà Half temeva che la sua "creatura" non avrebbe avuto vita facile e che i bei tempi andati sarebbero stati a lungo rimpianti. E non aveva torto. L'U.L.I.C. fu continuamente manipolata fino alla trasformazione nel 1934 in un campionato di tipo aziendale. Già dopo il primo anno le cifre ufficiali della F.I.G.C. mostravano il raddoppio del numero dei tesserati e dei Comitati affiliati. Nella stagione successiva 1928-29 dall'alto cercarono di far accettare a tutti i dirigenti l'inserimento delle squadre federate seppur di pari età, ma dopo aspre discussioni il C.C.D. respinse la proposta non permettendo alle squadre federate di potersi qualificare per le finali che furono appannaggio delle sole società di tipo uliciano. Nella stessa stagione, come per le società federate, anche le uliciane dovettero far conseguire ad ogni atleta il "brevetto atletico" ovvero una serie di prove atletiche (sotto la supervisione di tecnici F.I.D.A.L.) con tempi e distanze minime da percorrere per essere abilitati a disputare i campionati calcistici di qualunque livello.

Il quantitativo di squadre e comitati affiliati a questo punto non poteva più permettere l'effettuazione delle finali nazionali perché le qualifiche regionali si sarebbero protratte oltre la fine di marzo portando le finali a sforare nel periodo della "canicola" (oltre la metà maggio) compromettendo la normale programmazione dei tornei post-campionato, importante veicolo di propaganda e sviluppo. All'inizio della stagione successiva tutta la vecchia dirigenza chiese a gran voce il ripristino delle finali e furono accontentati dalla Presidenza Federale grazie soprattutto all'opera svolta nella Segreteria dal Maestro Zanetti (ex Presidente del Comitato Regionale Emiliano). I più grossi Comitati dovettero anticipare di 1 mese l'inizio dei campionati che normalmente partivano a metà novembre per poter fornire i nomi delle vincenti a fine febbraio-primi di marzo.

La distribuzione dei Comitati e delle società sportive era ben sotto il controllo delle autorità fasciste che già dal 1927 avevano deciso che nessuna società avrebbe indetto o disputato manifestazioni sportive senza l'autorizzazione degli enti preposti al controllo (gli E.S.P.F.). Con l'aumento delle società iscritte e dei comitati si diede un definitivo "giro di vite" alla fine della stagione 1930-31. Le società non affiliate alla F.I.G.C. ed al C.O.N.I. furono definitivamente messe al bando ed i loro nomi pubblicati sugli albi dei Direttori Regionali e dei Comitati U.L.I.C. col divieto assoluto di svolgere gare ufficiali facendo intervenire sui campi Regi Carabinieri e Milizia Nazionale. Molte società pur di non sottostare alle imposizioni del Regime si sciolsero e si ricostituirono solo dopo la liberazione, ovvero il (25 aprile 1945).

Malgrado tutto, per 3 stagioni consecutive l'U.L.I.C. conobbe un grandissimo sviluppo in tutte e 3 le categorie con finali che immancabilmente andavano a terminare a estate già iniziata.

L'U.L.I.C. era considerato da tutte le società federate il "vivaio" del calcio italiano perché da sempre potevano attingere ai "liberi" in qualsiasi momento, ma soprattutto prima dell'inizio della primavera quando a fine febbraio i giovani in età militare (a 20 anni) ricevevano la cartolina precetto per la leva militare ed in qualche modo le società federate dovevano sostituirli.

Alla fine della stagione 1930-31 le cose presero un brutta piega. Alcune squadre delle finaliste per i titoli regionali U.L.I.C., e quindi in predicato per il salto alle finali nazionali, furono letteralmente saccheggiate dalle squadre federate e costrette a ritirarsi a fine marzo per mancanza di giocatori !!!. Le forti proteste indussero i vertici F.I.G.C. a correre ai ripari. Si stabilì che anche per l'U.L.I.C. valesse il vincolo annuale dei giocatori e che perciò nessun giocatore uliciano era autorizzato a passare alle società federate, come era accaduto in passato, durante la stagione.

Alla fine della stagione 1932-33 molte società, seppur piccole, andarono come quelle federate in difficoltà finanziarie quale conseguenza del crollo di Wall Street del 1929 e perciò si ritirarono a campionati non terminati. La stagione successiva il problema si ripresentò, ma con una diversa motivazione. Il Regime Fascista, nel programmare l'addestramento delle truppe che sarebbero partite per la guerra in Africa Orientale, decise di allungare di 6 mesi la ferma militare alla classe già sotto le armi (la classe 1913) che perciò passava dai 12 ai 18 mesi. Non rientrando alle società questo contingente di giocatori, unito alla classe successiva (il 1914) (che partì con la certezza dei 18 mesi con la tempistica prestabilita) raggiunta dopo appena 6 mesi dopo dalla classe 1915 (a cui fu anticipata la partenza di 6 mesi), il calcio regionale e provinciale andò in crisi. A fine campionato 1933-34 già un 5% delle società di qualunque categoria sia federate che uliciane si ritirarono dai campionati senza terminarli. Salvo il ritiro del C.R.D.A. Monfalcone nel 1932-33, questo problema non fu sentito affatto dalle categorie nazionali. Le squadre economicamente deboli retrocedevano senza creare drammi: sparivano nel silenzio assoluto oppure retrocedevano nei campionati regionali e provinciali.

Quando a Settembre si aprirono le iscrizioni per la stagione successiva la situazione era ben peggiore. Circa il 15% delle società, in mancanza dei giocatori giovani di maggiore esperienza rimasero incomplete e non si iscrissero. La F.I.G.C. ordinò di protrarre le iscrizioni ai campionati uliciani e regionali fino a fine novembre, ma le cose avanti andarono di male in peggio. Partiti per l'Africa anche molti dirigenti federali ed arbitri effettivi fu necessario rivedere i limiti di età dei campionati uliciani e svincolare gli arbitri dal controllo dei Comitati U.L.I.C. passandoli ai Fiduciari C.I.T.A. di Zona facendo nascere altri Gruppi Arbitri per compensare le perdite subite.

La scelta del Direttorio Federale fu forse troppo radicale ma necessaria: si spostò il limite di età alla 2.a Categoria U.L.I.C. da 21 a 25 anni in modo da poter mettere a dimora molti giocatori federati e permettere la disputa dei campionati provinciali. A questo punto era solo la 1.a Categoria U.L.I.C. a mantenere il limite dei 21 anni soprattutto nei comitati capoluoghi di provincia. Quale ultimo passo la F.I.G.C. decise di togliere il nome U.L.I.C. trasformando i Comitati U.L.I.C. in Comitati di Sezione Propaganda (dalla stagione 1935-36 diventano Direttori) nel tentativo di far sparire la scomoda parola, la parola "liberi", dal vocabolario del calcio italiano, chiudendo definitivamente uno dei più bei periodi del calcio giovanile italiano. Anche in seguito i giocatori della "Sezione Propaganda" continuarono a farsi chiamare "i liberi" fino al 1947 quando, definitivamente soppressa la S.P., fu sostituita dalla Lega Giovanile ritornata ai limiti di età di tipo uliciano.

Fu una manifestazione sportiva a carattere nazionale ideata da Aldo Molinari, valente dirigente milanese del C.C.D.. Fu torneo di propaganda strutturato in qualifiche zonali e locali in modo da raccogliere la partecipazione di tutte quelle piccole società che non potevano partecipare al campionato italiano perché per motivi logistici troppo lontane dai Comitati Locali e Provinciali. Al Torneo erano ammesse 3 categorie distinte: i Seniores senza limiti di età, i Federati (ovvero i giocatori F.I.G.C.) senza limiti d'età ed i Boys fino ai 16 anni. Erano escluse dalla competizione le squadre qualificate per il campionato italiano U.L.I.C. .

Per la parte superiore



Carta di Viareggio

La Carta di Viareggio fu il documento pubblicato in Versilia il 2 agosto 1926 che sottopose il mondo del calcio italiano al regime fascista.

Appena dopo la fine della Prima Guerra Mondiale il calcio, già molto diffuso in Italia, conobbe un'autentica esplosione di popolarità che lo rese in pochissimi anni lo sport nazionale. Bastarono pochi anni al fascismo, dopo la sua salita al potere nel 1922, per accorgersi del potenziale d'attrazione sulle masse esercitato da questo gioco, e desiderare di sottometterlo al suo disegno totalitario. Se il duce ebbe sempre altri interessi sportivi, in primis tennis e nuoto, non così fu per i gerarchi che, da tifosi o da dirigenti, erano subito entrati nel mondo del pallone. Caso emblematico era quello di Leandro Arpinati, al contempo alto esponente del regime e vicepresidente del Bologna, alto protettore dei destini calcistici dei felsinei.

L'occasione per l'intervento fascista fu la grave crisi che colpì la FIGC nella primavera del 1926. Al termine di un ennesimo campionato tormentato da numerosi problemi di ordine pubblico, coi fascisti spesso nel doppio ruolo sia di aizzatori degli scontri tramite le camicie nere delle Federazioni locali, sia di garanti dell'ordine tramite le autorità dello Stato, scoppiò una pesante contestazione arbitrale che sfociò in uno sciopero ad oltranza dei direttori di gara. Il 27 giugno il Consiglio Direttivo della FIGC rassegnò le dimissioni ma, anziché convocare l'assemblea per le nuove elezioni, il presidente uscente Enrico Olivetti delegò i suoi poteri al CONI, già asservito al regime tramite il suo presidente Lando Ferretti. Costui non perse tempo e nominò una commissione di tre esperti, il bolognese Paolo Graziani, il romano Italo Foschi e l'avvocato Giovanni Mauro (Presidente dell'AIA), col compito di redigere un documento concernente la nuova organizzazione del calcio italiano. Riunitisi a Viareggio, i tre uomini conclusero rapidamente il lavoro assegnato loro, e il 2 agosto pubblicarono la Carta che fu approvata d'urgenza dal CONI e resa operativa il giorno stesso.

La Carta andava a riformare profondamente l'ordinamento calcistico italiano, sia dal punto di vista dello statuto dei calciatori, sia dal punto di vista dell'organizzazione della Federazione e dei campionati.

La Carta attuò la prima storica svolta nel passaggio del calcio italiano verso il professionismo. Il documento divideva infatti i calciatori in due categorie: dilettanti e "non-dilettanti". Dietro questa definizione, improntata ad un certo malcostume di ambiguità diffuso nel Bel Paese, stava il riconoscimento dei numerosi casi di calciomercato avvenuti clandestinamente nel passato nel torneo italiano, e dei relativi stipendi pagati ai giocatori più talentuosi mascherandoli dietro a rimborsi-spesa o a salari fittizi nelle aziende facenti capo alle stesse proprietà delle società di calcio. Tre erano stati i casi più clamorosi: il primissimo, il passaggio di Renzo De Vecchi dal Milan al Genoa nel lontano 1913 per 24.000 lire, il secondo quello di Virginio Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus nel 1923 per 50.000 lire, e il terzo quello di Adolfo Baloncieri dall'Alessandria al Torino nel 1925 per 70.000 lire. Il secondo caso era peraltro costato pesanti sanzioni disciplinari alla Juve, che si era vista compromettere la corsa allo scudetto per quell'anno. D'ora in avanti, il calciomercato fu sostanzialmente legalizzato: il trasferimento dei giocatori era sì sottoposto a quattro clausole, ma l'ultima, che prevedeva la possibilità del cambio della maglia nei vaghi casi di "dissenso morale" fra calciatore e società, e di "messa fuori rosa", si prestavano ovviamente alla più elastica interpretazione che annullava pressocché ogni paletto. Della nuova norma ne approfitteranno subito due società: il Torino che preleverà il centravanti Gino Rossetti dallo Spezia per 25.000 lire, ma soprattutto l'Inter che strapperà alla Lazio il bomber Fulvio Bernardini per la cifra record di 150.000 lire.

Più prettamente ispirata alle idee di nazionalismo del fascismo fu invece la regola che chiudeva il campionato italiano agli stranieri. Come norma transitoria fu permesso per la stagione entrante di mantenere in rosa due giocatori esteri per ogni squadra a patto di farne scendere in campo uno solo, mentre dal 1928 non sarebbe stato ammissibile nessun tesseramento di calciatori stanieri nel torneo tricolore. Il provvedimento colpì duramente diverse società, visto che si contavano più di ottanta giocatori esteri in Italia, la maggior parte dei quali ungheresi e austriaci, cioè appartenenti a quella Scuola Danubiana assai in voga a quei tempi. Il tentativo di aggirare queste disposizioni dalle più facoltose società, specie a riguardo dei giocatori sudamericani, diede inizio al fenomeno degli oriundi.

La FIGC venne riorganizzata dalla Carta in maniera verticistica, annullando ogni forma di democrazia e omologando l'organizzazione della Federazione a quella oramai in voga nello Stato. Al vertice fu insediato un Direttorio Federale a capo del quale fu nominato Leandro Arpinati, che assumeva così la massima carica del calcio italiano e come primo atto trasferì la sede della FIGC da Torino, città dove l'organizzazione era nata, alla sua Bologna. Comitati Regionali e Leghe vennero disciolti e sostituiti da nuovi enti subordinati gerarchicamente alla Presidenza Federale e da essa designati: il Direttorio Divisioni Superiori, i due Direttòri Divisioni Inferiori Nord e Sud, i Direttòri Regionali ed infine il Comitato Italiano Tecnico Arbitrale in sostituzione della soppressa AIA che pagava lo sciopero che aveva dato inizio alla vicenda. Anche le singole società non furono risparmiate dalla ventata autoritaria: dal 1927 ogni nomina dirigenziale in qualsiasi sodalizio affiliato al CONI dovette ricevere il beneplacito degli Uffici Sportivi Provinciali, emanazioni del Partito Nazionale Fascista, estromettendo così dal mondo dello sport numerosi dirigenti invisi al regime.

La Carta segnò inoltre il secondo decisivo passo, dopo il Progetto Pozzo, verso l'introduzione di un girone unico nel campionato italiano. I princìpi di unità nazionale portati avanti dal fascismo mal si rispecchiavano in un torneo che fin dalla sua nascita era stato nettamente suddiviso fra un campionato del Nord al quale afferivano tutte le importanti società calcistiche italiane, e uno del Sud contraddistinto dal miserrimo livello tecnico e le cui vincitrici ricevevano sistematicamente pesanti cappotti nelle finalissime nazionali. Venne quindi disposta la creazione di una Divisione Nazionale unica per tutta Italia per l'assegnazione dello scudetto, formata da due raggruppamenti per un totale di 20 squadre. Di queste, tenendo inevitabilmente conto dell'abissale differenza di valore sportivo fra i sodalizi delle due metà della Penisola, diciassette sarebbero giunte dalla ex Lega Nord, e tre dalla ex Lega Sud. In particolare, le squadre del Nord sarebbero state le sedici aventi diritto alla partecipazione al massimo campionato della nuova stagione, più un'ultima da individuarsi grazie ad un torneo di spareggio fra le otto retrocesse dell'annata appena conclusa. Per quanto riguarda il Sud, due posti vennero attribuiti alle due fresche finaliste di Lega, l'Internaples e l'Alba, mentre il terzo fu assegnato d'ufficio alla romana Fortitudo: tale atto d'império fu giustificato con la necessità di dare adeguata visibilità alla Capitale con due squadre diverse nel campionato come accadeva alle grandi città del Nord, ma non può passare inosservato il fatto che presidente della Fortitudo era proprio Italo Foschi, cioè uno dei tre redattori della Carta stessa.

Gli incontri per la qualificazione alla nuova massima serie della diciassettesima rappresentante del Nord si disputarono in tre turni tra la fine di agosto e l'inizio di settembre.

Il secondo gradino nella nuova piramide calcistica fu preso dalla vecchia e ora degradata Prima Divisione. In un primo momento si era pensato di strutturare il torneo su gironi di otto squadre, mentre poi, per analogìa con la serie superiore, i ranghi di ogni raggruppamento furono elevati a dieci. Furono dunque istituiti un Gruppo Nord da trenta squadre, ulteriormente frazionato in tre gironi equivalenti, e un Gruppo Sud da dieci. Le società del Nord sarebbero state le sette retrocesse dagli spareggi per l'ammissione alla Divisione Nazionale, più ventidue formazioni d'élite della Seconda Divisione 1925-26, e con l'aggiunta infine della marchigiana Anconitana che veniva aggregata al torneo settentrionale. Le società del Sud, inquadrate in un girone unico, furono invece scelte fra quelle intermedie nelle classifiche della scorsa Prima Divisione, tolte le tre ammesse alla Divisione Nazionale e le retrocesse nella Seconda Divisione.

Al di sotto il terzo gradino consistette nella Seconda Divisione, con un Gruppo Nord strutturato in maniera identica a quello della categoria cadetta, e un Gruppo Sud che raccoglieva invece quella trentina di società appartenenti alla disciolta Lega Sud che non erano riuscite a trovar spazio nelle serie superiori.

Scendendo ulteriormente, i Direttòri Regionali avrebbero organizzato, a seconda del numero delle società ad essi affiliate, una Terza Divisione ed eventualmente una Quarta Divisione.

La ristrutturazione su scala nazionale dei campionati non poteva avvenire in molte realtà locali sulla base delle società esistenti. Specialmente nelle città del Sud vi era una pletora di piccolissime squadre insignificanti dal punto di vista tecnico, ciascuna rispecchiante un singolo quartiere o una particolare classe sociale. In particolare i tre maggiori nuclei urbani del Centro-Sud, Firenze, Roma e Napoli, non avevano una singola società che potesse neanche lontanamente competere coi grandi clubs del Nord. In Toscana il calcio si era sviluppato soprattutto lungo la costa a Livorno e a Pisa, che beneficiavano degli scambi nei porti marittimi e dei conseguenti contatti con marinai e uomini d'affari inglesi, mentre il capoluogo era sportivamente in ombra. Fu quindi il marchese e gerarca fascista Luigi Ridolfi a patrocinare il 26 agosto la fusione del Club Sportivo Firenze con la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas fondando la Fiorentina.

A Roma fin dall'inizio del secolo si era formata una gran quantità di squadre. Le tre più importanti erano l'aristocratica Lazio, la borghese Alba e la popolana Fortitudo, cioè le uniche in grado di vincere in varie occasioni il campionato meridionale. L'ammissione di Alba e Fortitudo alla Divisione Nazionale richiedette un'opera di rafforzamento di cui si fece personalmente promotore Italo Foschi. Fu così le due squadre ricevettero l'apporto di due squadre minori neoretrocesse con cui si fusero, rispettivamente l'Audace con l'Alba e la Pro Roma con la Fortitudo. Tali fusioni non risultarono tuttavia sufficienti se al termine del campionato successivo entrambe le formazioni finirono in zona retrocessione. Fu così che Foschi decise di compiere un ulteriore passo accorpando Alba e Fortitudo, insieme alla squadra di inferiore categoria del Roman, per formare una nuova società per la Capitale, la Roma. Da tali fusioni si sottrasse la Lazio sia per l'influenza dei propri dirigenti, ma soprattutto per il desiderio del regime di far avere alla città di Roma due rappresentanti nella massima serie come accadeva per le tre grandi città del Nord, Milano, Torino e Genova.

A Napoli infine già da quattro anni si aveva una rappresentante unica, l'Internaples. Anche qui però il livello tecnico era oltremodo basso e fu così che l'imprenditore Giorgio Ascarelli convinse i soci dell'Internaples a sciogliere la società e a formare un rinnovato sodalizio con l'apporto di forze nuove. Nacque così il Napoli.

Le fusioni societarie continuarono negli anni immediatamente successivi, sempre su spinta del regime che vedeva di cattivo occhio rivalità all'interno delle città contrastanti con le sue finalità di pace sociale. Fu così che nel 1928 la Liberty e l'Ideale formarono il Bari F.C., mentre simili iniziative si diffusero in tutta Italia come ad esempio a Taranto e a Fiume. Un minor numero di squadre avrebbe inoltre dato la possibilità ad un maggior numero di città di partecipare ai più importanti campionati: in tal senso va letta la creazione della Dominante, in pratica la prima versione della Sampdoria, dall'unione fra Andrea Doria e Sampierdarenese, e quella dell'Ambrosiana dalla fusione fra Inter e US Milanese.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia