Dazio

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Tags : dazio, lombardia, italia

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Dazio (SO)

Dazio (SO) - Stemma

Dazio è un comune di 347 abitanti della provincia di Sondrio.

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Dazio (economia)

Il Dazio Doganale è una barriera artificiale ai flussi di beni e/o fattori tra due o più paesi. Le barriere artificiali nascono da esigenze di politica economica determinate dai governi nazionali, che si manifestano in manipolazioni amministrative dei flussi si beni e/o fattori. Le barriere artificiali si suddividono in tariffarie e non tariffarie. I dazi doganali rientrano nella prima categoria si barriere artificiali. I Dazi doganali possono consistere in imposte sulle importazioni o sulle esportazioni (tipico è l'esempio dei paesi a basso livello di reddito procapite ma con ingenti ricchezze naturali: applicando un dazio sulle esportazioni delle materie prime nazionali che escono dallo stato, si aumentano le entrate erariali dello stato stesso). I dazi doganali si distinguono poi in dazi dognali di carattere fiscale (il cui scopo è ottenere maggiori entrate erariali) o in dazi doganali funzionali al perseguimento di obbiettivi generali (con scopo di avvantaggiare la produzione nazionale). Normalmente i dazi dognali si distinguono in tre categorie di calcolo: a. AD VALOREM: calcolati in percentuale al valore della merce che transita (difficoltà di calcolo al variare dei prezzi della merce stessa). b. SPECIFICO: calcolato sulla quantità di beni che transitano (difficoltà nel conteggio dei beni). c. MISTO: vengono applicati entrambi i metodi di calcolo sopra descritti, per ovviare ai relativi problemi.

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Lodron

Lo stemma di famiglia dei conti Lodron sulla facciata del palazzo Caffaro a Lodrone (comune di Storo (Tn))

Lodron, a volte riportato come Lodrone, è il cognome di una famiglia nobile trentina, originaria della piana di Storo, in Valle del Chiese a nord del lago d'Idro. I primi documenti che ne attestano la storia risalgono alla fine del 1100, anche se leggende del passato parlavano di un Silvestro di Lodron partecipante alla prima crociata.

Dalla piana di Storo, si estendono a Pieve di Bono con Castel Romano (nella valle del Chiese), in Valvestino a Magasa e in Val Rendena. Nel 1452 ottengono il titolo e la dignità di conti dell'Impero. In quel secolo estendono la loro presenza e influenza in Vallagarina nel Bresciano a Cimbergo, in Valcamonica, a Concesio, in Val Trompia e nel Veronese. Successivamente spostano i centri dei propri interessi in terra austriaca, dove nel 1600 un Paride Lodron diventa vescovo di Salisburgo. Dalla fine del Settecento abitano sempre più a Gmünd.

Nei documenti storici il nome Lodron ricorre la prima volta in un contratto d'affitto del 10 marzo 1086 che gli uomini di Lodrone conclusero con quelli di Anfo per lo sfruttamento dei pascoli presso il Caffaro e per il diritto di pesca nel lago d'Idro. Il primo personaggio è Calapino di Lodrone nominato in un documento del 27 agosto 1185 col quale il conte Enrico di Appiano rinunciava, a favore del vescovo di Trento, a tutti i suoi possedimenti in Giudicarie facendo eccezione dei beni affidati a pochi vassalli tra cui appunto il Lodrone. Il 24 agosto 1189 il vescovo di Trento Corrado II di Beseno, il predecessore di Federico Vanga, affidò in feudo il castello di Lodrone a tredici uomini de „Setauro“ (Storo). L'infeudazione era stata preceduta, il 4 giugno, da un accordo giurato nella chiesa di San Floriano di Storo: erano presenti 14 viri illustres del paese, (in seguito mancherà un certo Edoardo) rappresentanti di sette famiglie che si obbligarono ad aiutarsi vicendevolmente per entrare in possesso a titolo di feudo di tutti i beni dati a Calapino di Lodrone, Non è storicamente documentata la presenza di Silvestro Lodron a fianco di Goffredo di Buglione nella Prima Crociata del 1095 - 1099, come vorrebbe la tradizione popolare dei secoli scorsi.

Nei luoghi d'origine nel Trentino sud occidentale ci sono ancora i ruderi del castello ora chiamato di san Giovanni a Bondone di Santa Barbara a Lodrone e Castel Romano a Pieve di Bono. I Lodron seppero approfittare della posizione di confine delle loro terre e delle lotte del Principe vescovo di Trento, di cui furono vassalli, con i conti del Tirolo, i Visconti di Milano, gli Scaligeri di Verona e la Repubblica di Venezia per acquistare poteri, diritti e terre in Giudicarie, in Val Rendena, Val Lagarina, a Trento e in Tirolo, in Piemonte, in Carinzia a Salisburgo e in Baviera.

Nel 1361 con una spartizione dei possedimenti la casata si divide nei rami di Castel Lodrone e Castel Romano. In questo documento di divisione di beni tra Albrigino I ed i nipoti Parisino II, Antonio e Pietrozotino è nominata la giurisdizione civile e criminale in Lodrone e Val Vestino.

Paride il Grande, figlio di Pietro Ottone (Pietrozotto) „il Pernusperto”, era un comandante delle truppe di Venezia nella guerra contro il ducato di Milano. L'11 giugno 1441 è nominato Conte di Cemmo e Cimbergo, in Valle Camonica, al posto di Bartolomeo della Torre, grazie all'aiuto fornito alla Serenissima in quei territori nel 1438.

I figli Giorgio (1400 – 1461) e Pietro ricevettero da Venezia il castello di Cimbergo in Val Camonica con la contea e Bagolino. Erano presenti a Roma fra i soldati in armi che facevano onore all'incoronazione di Federico III. Il 6 aprile 1452 Federico III concesse a Giorgio e Pietro e ai loro legittimi eredi il titolo e la dignità di conti dell'Impero. Questi nel 1456 furono incaricati dal principe vescovo di Trento Giorgio II Hack di Themeswald (1446 – 1465) di conquistare le roccaforti di Castelnuovo, Castellano, Nomi e Castelcorno che i Castelbarco non intendevano riconoscere come feudi di Trento e i conti Lodron tennero poi per sé Castelnuovo e Castellano ove si trasferì il conte Pietro Lodron dando origine al ramo vallagarino della dinastia. Nella seconda metà del cinquecento i Lodron estesero la loro influenza nel bresciano a Salò ove ebbero un collegio e un seminario per i chierici del contado e a Concesio dove eressero un palazzo ora noto come palazzo Montini (ove nacque Giovanni Battista Montini divenuto poi Papa Paolo VI).

Ci furono due rami del ramo vallagarono: Quello di Castellano (estinto nel 1615) e quello di Castelnuovo (estinto circa 1700).

Nicolò, figlio di Paride V ed investito del feudo di Castelnuovo nel 1532, sposò in prime nozze Gentilia Contessa d'Arco, dalla quale ebbe un figlio di nome Gasparo, ed in seconde nozze Beatrice di Castellalto. Sotto il suo dominio il castello di Noarna assunse l'aspetto attuale, trasformandosi da fortificazione ad uso principalmente difensivo in dimora gentilizia.

Il conte Antonio Lodron (1536-1615) di Castellano, canonico e preposito del capitolo e presidente della Camera del principato di Salisburgo, aprì la strada al conte Paride Lodron di Castelnuovo, che divenne principe e arcivescovo di Salisburgo nel 1619.

Paride, figlio di Nicolò fu principe arcivescovo di Salisburgo dal 1619 al 1653. Durante il suo principato venne terminata la costruzione del Duomo di Salisburgo ad opera del maestro architetto Santino Solari.

Paride istituì il Maggirasco della Primogenitura Lodron assegnandolo a suo fratello Cristoforo, e disponendo che successivamente sarebbe passato in eredità al primogenito di questi, e nel 1653 istituì la „Secondogenitura lodroniana” per il secondo figlio del fratello. Nonostante l’estinsione della discendenza maschile di Cristoforo nel 1702, la Primogenitura e la Secondogenitura lodroniane, come Fedecommessi, persistero, risultando nello stabilimento di altri rami, adesso della linea del Castel Lodron, a Salisburgo, Innsbruck, Gmünd ed altri posti dell’ Austria.

Grazie al senso di famiglia dell’arcivescovo, Sebastiano Bartolomeo e e Francesco Antonio Lodron, due fratelli del ramo bresciano di Concesio, furono vescovi della diocesi di Gurk (sottoposta all’arcivescovato di Salisburgo) in Carinzia, reggenti l’uno dopo l’altro dal 1630 al 1652.

All’ inizio del 700 il ramo vallagarino dei conti Lodron s’estinse, seguito a Castelnuovo (Castel Noarna) da rappresentanti del ramo del Castel Lodron.

Giorgio (1400 – 1461), figlio primogenito di Pietro il Grande e Lucia Nogarola, si sposò in prime nozze a Zelmira Martinengo ed in seconda nozze a Giovanna (oppure Ginevra) Avogadro. Suoi figli legittimi furono Francesco (I), Bernardin e Parisotto Antonio (1463-1505, Paride III).

Un figlio di Parisotto Antonio: Ludovico Lodron (1484 - 1538) partecipò alle guerre contro i turchi. Nella battaglia di Osijek Ludovico fu catturato, decapitato, la sua testa fu portata in trofeo a Costantinopoli.

Figlio più giovane di Parisotto Antonio fù Sigismondo (1532-1563).

Il conte Sebastiano Paride Lodron (Salò, 1572 – Trento, 1611), figlio primogenito del conte Sigismondo Lodron (1532-1563) e di Margherita Roggendorf, è stato un condottiero e ecclesiastico.

Figlio primogenito di Giorgio e successore sù Castel Lodron fu Francesco I Conte di Lodron (1468-1505), sposato a Calepina Calepini oppure a Diana di Collalto.

Di suoi cinque figli Paride V, Nicola e Giovanni Battista sono a menzionare.

Giovanni Battista Lodron (1480 - 1555) era un condottiere che servì Carlo V, suo fratello Ferdinando I e il figlio di costui, Massimiliano II del Sacro Romano Impero. Prese parte a innumerevoli imprese militari prima di trovare la morte nel 1555 nella difesa della fortezza di Casale Monferrato contro i francesi.

Paride (1507-1550), che fu sepolto nella chiesa di Lodrone e di cui esiste ancora la piastra tombale di pietra bianca, ebbe quattro figli: Francesco (1558-1579), Ludovico (1553-1604), Gerolamo (1553-1606) e Paride, canonico del duomo di Trento.

Il secondogenito, Ludovico, unitamente al fratello Gerolamo, combatté in qualità di capitano nella flotta della Lega Santa e assieme i due fratelli parteciparono, oltre che alla Battaglia di Lepanto (1571), alla difesa dell’isola di Malta (1565) e alla conquista di Tunisi (1573). Ha fatto costruire a Trento il palazzo di Via Calepina ora sede del TRGA)]. Ludovico non ebbe eredi ed il suo palazzo passò in proprietà a Gerolamo Lodron (1579-1639), primogenito di suo fratello Francesco (1558-1579) e fondatore del ramo tridentino dei conti Lodron.

Successivamente il palazzo passò al figlio di Gerolamo, Paride (1626-1660), dopo al figlio di Paride, Francesco Antonio (1674-1707), che lasciò il palazzo di Trento ai figli Paride e Girolamo Massimiliano (1611-1748). Michele Giovanni Giuseppe Lodron (1708-1773), primogenito di Paride e di Angela Malfatti che fu canonico della cattedrale di Trento, restaurò ed ampliò il palazzo prima di, nel 1743, rinunciare a tutti i suoi beni (ad esclusione di due stanze del palazzo che di seguito destinò a suo fratello Paride, sacerdote) a favore del fratello Antonio (1715-1773) e sposarsi (a Castel Freudenstein) con Carolina Bellini de Fin.

Con la morte di Antonio il palazzo, con tutti gli altri beni della «primogenitura di Trento», passò al figlio Paride Giuseppe Maria (1772-1842) , già consigliere dell’imperiale ambasciata di Stoccolma e «savio» del Municipio di Trento. Costui acquistò il Palazzo Lodron di Nogaredo messo in vendita al pubblico incanto per pagare i debiti del defunto Francesco Maria Giuseppe Antonio Lodron (1765–1805, diplomatico austriaco). Paride Giuseppe Maria morì nel 1842 prima che sua moglie Ferdinanda Bissinger-Nippenberg dava alla luce il secondogenito Ernesto Postumo Lodron (1842- 1898).

Il loro primogenito Carlo Gaetano (1840-1918) si sposò a Vienna con Antonia Lodron, figlia di Costantino (1806-1880) del maggiorasco della primogenitura lodroniana salisburgese il quale ottenne Carlo Gaetano dopo il morte di Costantino rd una lunga causa; mori a Gmünd, la sede del feudo, nel 1918.

Il figlio di Carlo Gaetano, Paride (1869-1925), che prima della guerra abitava nel palazzo di Nogaredo, con la morte del padre si trasferì a Gmünd ove nel 1925 morì senza eredi maschi. Una delle sue tre figlie Maria Antonietta (1904-1933) sposò Alberigo Maria Lodron della secundogenitura lodroniana salisburgese.

Gerolamo (1553-1606) figlio di Paride (1507-1550), menzionato sù come partecipante della Battaglia di Lepanto (1571), aveva un figlio Filippo Jacopo che, assieme a sua moglie Victoria Collalto aveva il figlio Ferdnando Filippo alias Philipp Ferdinand, sposato a Polyxena Waldstein. Il ditto figlio nel 1707 riuscì ad essere aggiudicato il diritto della Primogenitura Lodroniana salisburgese.

Suoi figli furono Karl Wenzel (Carlo Venceslao, * 1682 Nogaredo) e Franz Anton (Francesco Antonio, *1689).

Carlo Vendeslao fu seguito dal figlio primogenito Ernesto Maria. Dando che il Palazzo della Primogenitura Lodron si affacciava sulla stessa piazza ove si affacciava anche l'edificio in cui abitava Mozart, il quale diede lezioni di pianoforte alle contessine Luigia e Giuseppina e nel 1776 - 1777 compose per la contessa Antonia le due Lodronische Nachtmusiken KV 242 e KV 287, per Giuseppina inoltre il concerto per tre pianoforti KV 242. Lo stesso Ernesto Maria Lodron nel 1760 approvò uno statuto votato dai capi famiglia di Nogaredo la Carta di Regola, la quale fu proibita sotto il dominio austriaco in quanto considerata „illecita combriccola di popolo“.

Anche il figlio d’Ernesto Maria, Gerolamo (Hieronymus) Maria († 1824), e noto come mecenate di Wolfgang Amadeus Mozart e Michael Haydn.

Nella generatione seguente con Constantin Conte Lodron-Laterano (* 1806 Vienna, † 1880 Vienna) – la cui figlia Antonia si sposò aCarlo Gaetano (1840-1918) del ramo trentino – il ramo del maggiorasco della primogenitura lodroniana salisburgese si terminò.

Figlio di Francesco I. e di Diana di Collalto fu Nicola, sposato Beatrice di Castelbarco. Uno dei loro figli fu Gerolamo Giovanni „Barbarossa” (1526-1579),, reggente della Contea di Lodron.

Da Gerolamo Giovanni „Barbarossa” (1526-1579) e da Elena Fontanabona (1543-1607), reggente della Contea di Lodrone, nonché Signore del castello di San Giovanni di Bondone e della Valvestino“, nacque Gerolamo Lodron „Barbarubra” (1587–1658), Colui nel 1611 con la morte di Sigismondo Paride di Salò ereditò la proprietà del castello di San Giovanni e la reggenza della Contea di Lodrone. Servì la casa imperiale come condottiero. Nel 1639 assunse il comando di una compagnia di tremila uomini affidatogli da Paride Lodron, arcivescovo di Salisburgo, a sostegno dell'esercito imperiale. Due figli, Sebastiano Bartolomeo e Francesco Antonio, abbracciarono ambedue la carriera ecclesiastica divenendo vescovi a Gurk in Austria.

Di Antonio Paride Giuseppe e Maria Anna di Cles l’ unico figlio, Francesco Giuseppe Maria Lodron (1765-1805), fu „Signore della Valvestino„, reggente della Contea di Lodrone, diplomato austriaco e dilapidatore dell’eredità di famiglia, incluso il Palazzo Lodron di Nogaredo.

Ludwig Franz (*1666) con sua moglie Baroness Eleonore of Bartholdi (* 1682) ebbe il figlio Joseph Nikolaus (*1710/11, † 1791).

Joseph Nikolaus, assieme a sua moglie Maria Josepha Walburga nata Contessa Fugger von Kirchberg und Glött, ebbe figli Franz Josef Conte Lodron-Laterano e Castelromano (* 1745) e Karl Franz (1748−1828).

Karl Franz von Lodron fu vescovo di Bressanone dal 16 agosto 1791 al 10 agosto 1828.

Franz Josef Conte Lodron-Laterano e Castelromano (1745–1791) nel 1790/91 fu capitano del Tirolo.

Il capitolo di sopra riunisce il materiale disponibile, in particolare concernente i personaggi piu conosciuti, da un punto di vista storico-genealogico; deve tenersi in conto, comunque, che la maggior parte delle informazioni si riferisce a rami laterali dei conti Lodron.

In Studi trentini di Scienze storiche, anno 1942, pp 103 – 113 in Figure trentine nei novellieri italiani, (ripubblicato alle pagine 293 - 310 del libro citato in calce) Giuseppe Papaleoni pubblica l'articolo: Il promesso sposo di Giulietta Cappelletti ove sostiene che fosse Paride Lodron.

Cattiva fama si fecero fra i Lodron Marco da Caderzone e la contessa Dina. Il primo fu un figlio illegittimo del ramo insediatosi in Rendena: Marco da Caderzone uno spregiudicato e prepotente bandito che spadroneggiava in valle, autore di un fallito assalto a Castelcorno (1474) e congiurato contro il potere vescovile. Venne decapitato coram populo in piazza Duomo a Trento il 26 maggio 1490. La contessa Dina era sposata a Ettore un Lodron del ramo di Val Lagarina, che possedeva anche Castel Romano. La leggenda vuole che la contessa, forse non bella e forse non più giovane, fosse divenuta gelosa delle piacenti fanciulle della valle e attirava al castello i più bei giovani del suo dominio per divertirsi con loro (interpretando a modo suo l'jus primae noctis) fino all'alba quando li faceva precipitare in una fossa sul cui fondo si rizzavano lance appuntite.

Paride di Castel Lodrone nel 1545 era tra i nobili trentini all'apertura del Concilio di Trento, sua figlia Lucrezia guidò per alcuni anni la Compagnia si Sant'Orsola di Angela Merici di Brescia.

Nel 1554 durante una vendetta popolare i bagolinesi assaltarono il palazzo dei Lodron e uccisero i conti Ottone e Achille e condussero Ippolito in ostaggio a Bagolino e lo rilasciarono solo dopo che che tutti i bagolinesi che si trovavano a lavorare in Tirolo tornarono a casa senza essere danneggiati passando per le terre dei Lodron. L'anno dopo un incendio distrusse Bagolino.

Una determinante controversia fra la Val Vestino e Darzo nella Valle del Chiese fu causata dalla guerra di successione polacca (1733-1739), che ebbe come protagonisti da una parte gli eserciti austro-russi e, dall’altra, quelli francesi, spagnoli e sardi; terminò con il trattato di Vienna del 1738 con vari assestamenti territoriali specie in Italia: il re di Sardegna Carlo Emanuele III non ottenne la promessa Lombardia e dovette accontentarsi dei distretti di Novara e Tortona.

Scrisse in merito Padre Cipriano Gnesotti in „Memorie delle Giudicarie”: „Nell’autunno (1733) s’incominciò la guerra, e tosto s’intimarono Proclami nelle Pievi, acciò niun uomo partisse dal proprio paese sotto pena di confiscazione de’ beni, e di delitto di lesa Maestà. Veramente erano partiti moltissimi in Ottobre prima del divieto, che in Storo fu proclamato solo dopo il principio di Novembre; onde molti fino alla Primavera dell’anno seguente 1734 poterono in Italia travagliare nelle loro arti senza che vi fossero processi d’inquisizione sopra la loro assenza (…). All’aprirsi della stagione nel 1734, calò per Trento grosso esercito sotto la direzione del Maresciallo „Mercì”, venendo i Giudicariesi obbligati a concorrere co’ carri per condurre il Bagaglio fino a Mantova, ed al Po (…).

Il Re Sardo di consenso col Generale Francese per assicurarsi da altra calata de’ Tedeschi nel 1735, provedendo meglio a’ casi suoi avanzò l’esercito suo sopra il Dominio Veneto, chiudendo le Valli alla discesa degli Alemanni. Si avanzarono alcuni per Valle Sabbia, posero il campo in vicinanza di Sabbio Chiese, arrivando co’ Picchetti alla Nozza, e guardie avanzate sul tenere di Vestone. Altri entrarono nella Riviera del Garda, altri per Monte Baldo, ed altri pel Vicentino munendo da per tutto i Confini.

Comparve pure nella Rocca d'Anfo una compagnia di soldati Levantini di S. Marco in difesa (…). Ingrossavano però anco nelle Pievi le Truppe Tedesche, massime in Lodrone, e Rio Perone, arrivando parte sino in Valvestino. Si fecero leve de’ soldati urbani nelle Giudicarie (…). Si dovette fare la seconda leva da mandare in Raita (…). Questa seconda leva fu ordinata per timore che i Gallosardi s’inoltrassero per di là nel Tirolo, e si preparava guerra per ottenere avvantagiosa pace, come di fatto nell’autunno 1735 si fece tregua, e poi conchiusa la pace, senza mandare li nostri in Raita”.

Ebbe termine la guerra, si concluse la pace, ma rimasero le pesanti spese belliche sostenute dalle varie comunità delle zone giudicariesi per gli acquartieramenti ed approvvigionamenti delle truppe imperiali ed urbane. Per quanto riguarda questo argomento possiamo ben dedurre che la comunità di Darzo ne sostenne in rilevante quantità per sé ed anche per la Val Vestino. Non è stato possibile accertare le somme complessive: sta il fatto che Darzo pretese che le sue spese fossero unite con quelle della Valvestino; questa non accettò ed ebbe inizio una controversia che si prolungò per circa trent’anni.

I Conti, tramite gabellieri e un daziere, raccoglievano nel palazzo del Caffaro e della Muta di Lodrone, oggi palazzo Bavaria, il dazio sulle merci in transito, sia in entrata che in uscita, tra la Contea e la confinante Repubblica di Venezia. Nel documento riguardante la locazione (affitto) del Dazio di Lodrone del 1739 al medico chirurgo di Storo, Giovanni Antonio Berti, si nota che tra le varie disposizioni riguardanti i doveri del „daziere” vi era quello di far recapitare eventuali messaggi, ordini o quant’altro dei Conti alle comunità Valvestinesi.

I rapporti dei valligiani con i „dazieri” e con le disposizioni che con il passare del tempo venivano continuamente aggiornate secondo le nuove esigenze, non furono proprio idilliaci. Nella domenica del 15 settembre del 1743 il „Consiglio Generale” di Valle deliberò un ricorso al conte Gerolamo Massimo Antonio, arciprete di Villa Lagarina e presentaneo reggente del Contado di Lodrone per essere liberati dalle molestie recate dal signor Daciale di Lodrone.

La supplica non portò gli effetti desiderati e quindici anni più tardi, il 27 agosto del 1758, in seguito al proclama emanato il 5 agosto dal conte reggente Giuseppe Nicolò, nel quale nuovamente si ribadiva la consegna e il pagamento del dazio presso il palazzo della Muta a Lodrone, il notaio Giovanni Pietro Marzadri, a nome dei rappresentanti civici, presentava l’ennesimo ricorso.

Questo ricorso costò 43 troni alle comunità, di cui 30 troni per le sole spese sostenute dal notaio Marzadri in cinque giorni di viaggio a Villa Lagarina. Se le comunità Valvestinesi si compiangevano in continuazione con i feudatari per il trattamento fiscale, altrettanto questi facevano, a loro volta, nei confronti degli imperatori d’Austria.

Nel 1769 anche la famiglia Lodron con un esposto all’imperatrice Maria Teresa d'Austria protestava per l’instaurazione del Dazio austriaco a Lodrone. Qualche decennio più avanti, altra lamentela coi Lodrone e il notaio Antonio Stefani di Magasa ne stilava il documento.

Alla fine la nobile famiglia, forse stanca delle continue rimostranze, accondiscendeva in parte alle richieste dei sudditi, ed il 3 marzo del 1792 in Villa Lagarina, Giovan Battista, notaio pubblico per autorità imperiale, stipulava l’atto di rinnovazione della locazione temporale del Dazio ai giurati delle comunità con sede nel paese di Turano, probabilmente nella già citata casa Marzadri.

Il Dazio lodroneo fu definitivamente soppresso nel 1805 dal Governo Bavarese che incamerava quello di Lodrone e Turano. Nel 1809 venivano assegnati al conte Paride e consorti Lodron come indennizzo Lire 1530 all’anno. Ma nel 1814, Vincenzo de Villas, procuratore della nobile famiglia, chiedeva al Governo austriaco il rimborso delle annualità arretrate.

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C'eravamo tanto amati

C'eravamo tanto amati è un film italiano del 1974, diretto da Ettore Scola ed interpretato da Stefania Sandrelli, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Aldo Fabrizi.

Tra i più memorabili esempi di commedia all'italiana, rende anche omaggio ad altri generi cinematografici, in virtù della storia che si dipana per circa 30 anni, e soprattutto attraverso una serie di intuizioni filmiche che pagano dazio a maestri del calibro di Roberto Rossellini e Alain Resnais, includendo anche numerosi omaggi alle altre arti.

Gianni, Antonio e Nicola sono tre partigiani divenuti amici nei giorni della lotta per la liberazione. Dopo la guerra i tre si dividono. Nicola ritorna a Nocera Inferiore ad insegnare, Antonio a Roma dove riprende il lavoro di portantino in un ospedale, Gianni a Pavia per terminare gli studi in giurisprudenza.

Qualche tempo dopo dopo, Gianni e Antonio si ritrovano casualmente in una trattoria di Roma. Gianni è ora un avvocato tirocinante, mentre Antonio si è fidanzato con Luciana, aspirante attrice triestina conosciuta in corsia. Gianni è ambizioso, ma con i piedi per terra. Tradisce il suo amico, portandogli via proprio Luciana, ma successivamente, il suo arrivismo lo porta a cogliere l'occasione di lasciare Luciana per Elide, figlia semianalfabeta di Romolo Catenacci, ex capomastro rude, disonesto e senza scrupoli, nostalgico fascista divenuto ricco palazzinaro. Diventerà anche il suo avvocato, aggirando la legge al fine di proteggerne i loschi affari, ormai parte dei suoi stessi interessi. Elide, nonostante gli sforzi di diventare una persona colta ed elegante per compiacere il marito, trova la morte in un incidente stradale. Abbandonata da Gianni, sedotta nel frattempo anche da Nicola ma occasionalmente, Luciana tenta il suicidio, soccorsa in extremis da Antonio, che però respinge. Antonio, rimane fedele alle sue idee politiche e per queste viene discriminato in ospedale dove combatte le sue battaglie che hanno perso di novità e si devono misurare con gli orizzonti molto più ristretti della vita quotidiana rispetto alle prospettive palingenetiche per le quali aveva rischiato la vita da partigiano. Nicola, insegnante di liceo, ha pretese intellettuali ed è attivo nel cineforum: proprio a causa dei film da lui proposti, tra i quali Ladri di biciclette è la goccia che fa traboccare il vaso, subisce l'ostracismo della classe dirigente locale, filodemocristiana, da sempre avversa ai film del neorealismo. Escluso dall'insegnamento, lascia Nocera Inferiore, e abbandona moglie e figli, per cercare fama a Roma in campo culturale. Tenta anche la fortuna a Lascia o raddoppia?, perdendo in extremis il massimo della somma messa in palio, per poi tirare a campare come "vice" per articoli di cinema, assumendo sempre più il ruolo caricaturale dell'intellettuale che da "voce critica e coscienza della nazione" diviene un inutile e misconosciuto orpello della società, un personaggio impegnato in battaglie fine a se stesse e in sterili polemiche.

Nel finale i tre amici si ritrovano a cena nella stessa trattoria di tanti anni prima (Dal re della mezza porzione) e tracciano il bilancio della propria vita. Il solo dei tre che non l'ha sprecata e non se ne deve vergognare, Antonio, riserva una sorpresa agrodolce agli amici di un tempo, accompagnandoli a un presidio notturno presso una scuola dove li fa incontrare con Luciana che, nel frattempo diventata sua moglie, sta in coda per iscrivere i loro due figli. Antonio e Nicola finiscono poi per litigare su questioni politiche fino a venire alle mani. Gianni, nel tentativo di fare da paciere, perde la propria patente: i due, con Luciana, la ritrovano e gliela riportano al suo indirizzo, scoprendone così la vita agiata che Gianni non aveva avuto il coraggio di rivelare ai due amici.

Il titolo è il verso iniziale di una celebre canzone del 1920, quella Come pioveva che era stato anche un cavallo di battaglia del giovane Vittorio De Sica. Scomparso mentre il film era in montaggio, è ricordato dagli autori con una dedica finale.

Gianni, Antonio e Nicola si innamorano tutti a turno di Luciana e mediante l'amore per lei percorreranno la storia di trent'anni del dopoguerra italiano, vivendone le speranze e le delusioni di un futuro migliore che non si realizzerà come lo avevano sognato ai tempi delle lotte partigiane. Scoperta è l'intenzione degli autori di identificare in Antonio, colui che non svende i propri ideali a costo di emarginazione e sacrifici, il partito comunista dell'epoca, in Nicola i movimenti intellettuali del dopoguerra, privi di base popolare e politicamente inconcludenti.

Gianni rappresenta invece l'idealismo che viene a compromessi con il potere e che a esso si vende per denaro, accusa che allora veniva rivolta dalla sinistra ai partiti che governavano insieme alla Democrazia Cristiana. Luciana, infine, è l'Italia, da tutti e tre amata e da due di loro delusa, che alla fine rimarrà con chi non l'ha mai tradita e cioè Antonio (che non ha tradito neanche i suoi principi).

Sullo sfondo, scenario del trentennio narrato (1945-1974), l'Italia trasformista e democristiana, intrallazzi e villa all'Olgiata compresi, efficacemente impersonata da Aldo Fabrizi, in una delle sue ultime interpretazioni cinematografiche. Romolo Catenacci, per il simbolismo che incarna, assume i caratteri dell'immortalità, a dispetto delle mire di Gianni Perego che vorrebbe diventare erede delle sue fortune. Il film è una fotografia, vista con l'occhio della sinistra dell'epoca (1974), delle occasioni mancate, delle energie sciupate, delle speranze e degli ideali traditi e lascia l'amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, dove il fallimento dei protagonisti è anche quello di un intero Paese. Tra i propri film, è stato uno dei pochi che Gassman ricordava volentieri.

L'inizio della storia è filmato in bianco e nero per poi passare al colore nell'ultima inquadratura del primo tempo, in una scena che corrisponde al commiato dei tre protagonisti da Luciana, all'indomani delle prime elezioni del dopoguerra, che corrisponde al tradimento di Gianni. Il commiato è anche quello dei tre amici l'uno dall'altro, che si ritroveranno solo dopo 25 anni. Il passaggio al colore avviene sull'inquadratura di una Sacra Famiglia dipinta sul selciato da un madonnaro, e simboleggia la rapida e traumatica trasformazione in atto in quel periodo di storia dell'Italia, da paese agricolo e arretrato a paese industriale e moderno. Interpretazione corale, compresi gli attori di seconda fila, sceneggiatura navigata con citazioni appassionate del neorealismo, di Vittorio De Sica, ma anche di Federico Fellini mentre gira la scena della Fontana di Trevi de La dolce vita con Marcello Mastroianni: tutti costoro appaiono nel ruolo di loro stessi, al pari di Mike Bongiorno nella ricostruzione di Lascia o raddoppia?. Alla colonna sonora fa spicco il genio di Armando Trovajoli.

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Dogana

Modulo utilizzato per le Bolle doganali, prima della completa informatizzazione con l'introduzione del DAU

Per Dogana si intende un organismo di natura pubblica preposto al controllo dell'entrata e dell'uscita delle merci dal territorio nazionale, sia che si tratti di materiali a seguito dei viaggiatori che di trasporto di merci.

In Italia il sistema doganale è gestito dall'Agenzia delle Dogane, un ente pubblico dotato di personalità giuridica che dipende direttamente dal Ministero dell'Economia e delle Finanze.

L'articolo 63 del Decreto legislativo N. 300/1999 specifica le competenze dell'Agenzia delle Dogane e cioè quelle di svolgere i servizi relativi all'amministrazione, alla riscossione e al contenzioso dei diritti doganali e della fiscalità interna negli scambi internazionali, delle accise sulla produzione e sui consumi.

Essa ha rilevato le funzioni del Dipartimento delle dogane del Ministero delle Finanze incluse quelle esercitate in base ai trattati dell'Unione europea o ad altri atti e convenzioni internazionali.

Il Ministro delle Finanze con Decreto n. 1390 del 28/12/2000 ha reso esecutiva dal 1° gennaio 2001 l’Agenzia delle Dogane.

Le prime testimonianze di un organo paragonabile alle odierne Dogane si ha nell'Antica Grecia, circa 2500 anni fa, quando all'entrata della città di Atene, nel porto del Pireo, le merci ivi transitanti venivano sottoposte ad una tassa (sembra del 2%) denominata pentecosté. Imposizioni simili avvenivano anche ai tempi dell' Antica Roma dove veniva imposta una tassa di transito attraverso i territori occupati e dove nacque il termine datium (il dare) che ancora oggi utilizziamo, il dazio. Una caratteristica di queste imposizioni primitive è comunque che non erano tassazioni protezionistiche, ma di semplici introiti per le casse statali.

Una prima forma di tassazione più simile a quella odierna viene considerata quella che a partire dal VIII secolo d.C. veniva imposto in Europa sulle merci in arrivo dall'Estremo Oriente; infatti sul Canale del Bosforo dei funzionari di Dogana preposti provvedevano all'incasso del 10% sul valore della merce. Unitamente ai materiali, sempre dall'Oriente pare sia stata importata anche la parola dogana, derivata dal termine diwan che indicava sia la parte amministrativa e contabile dello Stato che il mobile da cui il visir prendeva le sue decisioni e da cui è anche nato il termine divano.

Questi primi esempi sono stati sempre più perfezionati nei secoli successivi; la riscossione di tasse sulle merci in entrata nel proprio territorio è stata applicata sino ai giorni nostri e utilizzata da tutte le ideologie politiche.

Dopo la parentesi storica con l'utilizzo nel Medioevo della tassazione sulle merci in entrata nei vari Regni, Ducati e Principati quale semplice vessazione da parte dei signorotti, si può far risalire, almeno in Italia, i primi utilizzi della Dogana moderna alla seconda metà del XVIII secolo ; a questo periodo storico si fanno risalire le prime imposizioni daziarie fatte per incentivare e proteggere le nascenti industrie nazionali, specialmente del settore tessile.

Si redasse in quel periodo la prima Tariffa Doganale che metteva in relazione i dazi con il tipo di merce importata, più alti per quelle merci che si voleva fossero costruite all'interno del territorio nazionale. Per evitare troppe ritorsioni e per esigenze di interscambio con le altre Nazioni nacquero i primi trattati bilaterali dove venivano pattuite esenzioni o riduzioni dei dazi stessi in cambio di altrettante concessioni (su altre merceologie) dalla parte opposta. All'inizio della prima guerra mondiale l'Italia aveva stretto accordi bilaterali praticamente con tutte le Nazioni del Mondo.

Dopo i due conflitti mondiali nasce l'idea di un grande mercato Europeo dove una delle principali innovazioni è proprio l'abolizione dei Dazi per le merci scambiate all'interno delle Nazioni facentene parte; da questa idea nasce nel 1951 la CECA (Comunità europea del carbone e dell'acciaio), primo esempio di materiali circolabili tra le 6 nazioni aderenti (Italia, Francia, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo ) senza alcuna imposizione di Tasse se non l'IVA Nazionale. Naturalmente è questo l'esperimento che prelude alla nascita pochi anni dopo della CEE.

Ogni merce deve per prima cosa essere classificata, cioè abbinata ad un numero specifico. Per farlo, internazionalmente si utilizza la Tariffa Doganale Armonizzata (HTS), un prontuario diviso in Sezioni e Capitoli ordinati per tipologia merce (ad esempio la Sezione I è relativa agli animali vivi, la Sezione II ai prodotti del regno vegetale, fino alla Sezione XX relativa ai Prodotti diversi non classificati altrove e alla Sezione XXI che tratta delle Opere d'arte). Le "Voci" di questa Tariffa Armonizzata sono composte da 6 cifre. Ogni Stato può suddividere ulteriormente le merci comprese in queste voci, perciò dalla settima cifra in poi le varie tariffe doganali sono diverse fra di loro. La Tariffa europea si chiama TARIC ed i codici sono di 10 cifre.

Utilizzando questo metodo di classificazione si ottiene il risultato che, ad esempio, il codice doganale HTS 620462 comprende, in tutto il mondo, i pantaloni lunghi, gli shorts, e le salopette di cotone per donna. Nella Taric europea troveremo invece separatamente classificati i tre capi ed anche altre loro caratteristiche (se da lavoro, se sono di velluto, di jeans, se fatti a mano eccetera). Ovviamente ognuno di questi codici di 10 cifre comincerà con la parte comune "620462** **" .

L'Agenzia delle Dogane cura un sito detto AIDA, Tariffa Doganale d'uso Integrata, che fornisce i dati ufficiali, storici, attuali e previsti, per i codici TARIC.

Per evitare di incorrere in sanzioni ogni contribuente può richiedere agli uffici dell'amministrazione di stabilire a quale codice la merce da importare, o esportare, appartenga. Tale informazione è detta Informazione Tariffaria Vincolante (ITV) e, come appunto si evince dal nome, vincolerà gli uffici delle dogane dei paesi membri dell'UE per i 6 anni successivi. Ci sono vari casi in cui tale informazione vincolante viene a decadere, in merito si rimanda al regolamento CEE 2913/92 e al regolamento CEE 2454/93.

Nel caso di arrivo del materiale dall'estero, la Dogana, oltre che al controllo delle regolarità del traffico è preposta anche all'incasso degli oneri doganali. Previa la catalogazione delle merci in base alla Tariffa Doganale è necessario accertare l'Origine della merce. Con questi due dati è possibile innanzitutto controllare se trattasi di libera importazione, importazione contingentata a licenza (ricordiamo il caso dei diversi prodotti tessili soggetti ad un massimale dalla Cina o quello del passato in cui erano contingentate le automobili in arrivo dall'Estremo Oriente) o ne sia vietata l'importazione (è il caso di alcuni animali o derivati da animali in via di estinzione) oppure se si tratta di merce soggetta a strettissime formalità autorizzative (armi, droghe, ecc.).

Il secondo passo è quello di calcolare l'eventuale dazio a cui sottoporre il materiale; si tratta di una tassa nata in tutti gli stati del mondo per fini protezionistici e fiscali. Attualmente i dazi hanno perso molta parte della loro azione protettiva nei confronti dei prodotti nazionali o comunitari in quanto le loro aliquote si sono ridotte o addirittura azzerate in seguito ad accordi internazionali. I dazi sono applicati sulla base della Tariffa Doganale (TARIC) e sono definiti “risorse proprie” dell’UE in quanto, a parte una piccola percentuale spettante allo Stato percettore, finiscono nella casse dell’Unione Europea.

L'importo del dazio viene calcolato sul valore statistico del materiale che è definito come il valore della merce nel momento in cui varca il confine della Comunità e comprende, oltre al valore di transazione (fattura) tutte le spese, di ogni tipo, sostenute fino al quel momento sulla merce in questione (dal trasporto, all'assicurazione, alle eventuali spese nello stato di spedizione, ecc.). Quindi, in base ai termini di resa della compravendita concordata con le regole dell'INCOTERMS, il valore del trasporto può essere aggiunto o parzialmente detratto dall'importo indicato sulla fattura (per es. viene aggiunto se la resa è FOB e viene detratta la parte interna se la resa è CIF).

Il passo successivo è il calcolo dell'IVA dovuta per la cui base di imponibilità si somma al valore di fattura l'importo dei dazi e l'importo del trasporto comunitario se non già calcolato nell'ammontare della fattura di acquisto.

Effettivamente, tutti i suddetti controlli vengono effettuati dalla dogana sulla base della “dichiarazione” presentata dall’importatore quasi sempre tramite un doganalista, o spedizioniere doganale, in cui sono già presenti tutti i suddetti dati. Un eventuale accertamento, anche postumo, di maggiori diritti rispetto alla dichiarazione, dà luogo all’applicazione di penalità.

Attualmente la dogana italiana effettua rigorosi controlli sul rispetto delle norme di sicurezza, marchio CE, contraffazione ed in generale sul rispetto di tutte le norme relative alle merci importate. Questo, che a prima vista potrebbe sembrare opprimente per i traffici, è della massima importanza per la protezione del consumatore e delle aziende nazionali che producono in regola con le norme vigenti.

Poiché il territorio doganale è un’unica entità per i 27 Stati dell’Unione, questi sforzi sono spesso vanificati dalla scelta degli importatori di far arrivare le merci attraverso altri Stati comunitari, cercando di approfittare delle nazioni in cui le dogane intendono la loro mansione in funzione prettamente economica e pertanto non effettuano alcun controllo, soprattutto se le merci sono destinate ad importatori di altri Stati membri.

Nel caso di merci transitanti attraverso il territorio dello Stato, arrivate ad esempio dall'estero in un porto o aeroporto, e destinate ad altra Nazione (o anche ad altra dogana interna italiana), la Dogana si deve accertare che il materiale non venga illegalmente posto sul mercato, a tal fine emette una Bolla Doganale di Transito; un soggetto del trasporto, normalmente uno spedizioniere, si prende impegno, anche con garanzie economiche, che la merce giungerà alla destinazione dichiarata, pena l'escussione di multe anche molto elevate.

Capitano sovente i casi in cui delle merci vengano trasportate provvisoriamente in uno Stato diverso, ad esempio per essere riparate, in questo caso si parla di operazioni di temporanea importazione o temporanea esportazione. In questo caso il compito della Dogana è quello di accertare che le operazioni avvengano nel rispetto delle leggi; nel caso di importazione, per garantirsi da alcune possibili illegalità (quale ad esempio che merci arrivate temporaneamente vengano immesse sul mercato senza la liquidazione dei diritti doganali e dell'IVA) richiede il deposito di un determinato importo, restituito solamente a conclusione regolare dell'operazione.

Negli ultimi anni, grazie allo sviluppo velocissimo dell'informatica, le Dogane, in tutto il Mondo, hanno subito una veloce evoluzione e se, fino ad una ventina di anni fa, le Bollette Doganali erano compilate manualmente, su fogli spesso molto estesi e con controlli alquanto lunghi e laboriosi, oggi tutto avviene in tempo reale.

Sono state predisposte delle procedure semplificate, sia presso le Dogane stesse che presso degli spedizionieri autorizzati, riducendo di molto i tempi tecnici necessari per effettuazione di una pratica doganale. Un secondo passo molto importante è stato il provvedere ad una centralizzazione dei dati presso il Ministero a Roma accelerando molti dei controlli di routine sulle Aziende Esportatrici e Importatrici. Infine si è anche molto ampliata la collaborazione tra le Dogane dei vari Stati.

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Rickard Daniel Gwydir

Rickard Daniel Gwydir (Calcutta, 7 novembre 1844 – 7 novembre 1925) è stato un militare indiano. Fu uno dei primi pionieri dello stato di Washington.

Gwydir nacque a Calcutta, India da Richard McKenna Gwydir, un soldato protestante irlandese nell'esercito britannico, e Jane Prendible, anche lei irlandese. Suo padre morì di colera quando aveva due anni, e sua madre lo portò nel Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda e successivamente a Brooklyn, New York City prima di stabilirsi nel Kentucky nel 1850. Da quel momento si sposò con Daniel Ruttle.

Nel 1861, all'età di 16 anni, Gwydir si arruolò nell'esercito confederato, spiando ed esplorando per i soldati di John Hunt Morgan di Covington, Kentucky.

Dopo la Guerra di secessione americana, Gwydir lavorò per il suo patrigno nell'industria dell'imballaggio carne e nel commercio della distillazione prima imbarco della sua lunga carriera di pubblico servizio. Ha servito da Soprintendente del Covington dei lavori pubblici e revisore dei conti della città, e come agente del dazio per la Internal Revenue Service.

Nel 1886, il Presidente degli Stati Uniti, Grover Cleveland nominò Gwydir come Agente Indiano alla Riserva Indiana nel nord-est dello stato di Washington. Iniziò la sua vita come un pioniere, diplomatico, amministratore ed estimatore dei nativi americani negli Stati Uniti e come vita da pioniere. Nel 1889 ha indagato sull'oro e minato colline remote nell'Impero Interno e servì come ispettore cinese per il dipartimento di stato del tesoro dal 1893 al 1898.

Nel 1901 Gwydir si insidiò a Spokane e divenne un residente prominente ed un funzionario rispettato. I giornali della zona riferiscono di lui frequentemente. era conosciuto come il re del Barbecue dell'Impero Interno.

Sebbene Gwydir servì come agente indiano dopo aver spazzato le riforme nella politica indiana, l'attitudine paternalistica versi i nativi americani tipici del tempo è evidente nel sue scritture. Ciò nonostante, i suoi rapporti di affari con le tribù gli portarono il loro rispetto, e lui ripetutamente fece arrivare dal governo molto materiale di supporto per gli indiani, specialmente quando le promesse dovevano ancora essere mantenute.

Gwydir lasciò un memoriale delle sue esperienze al fronte dove ricordava le tradizioni orali di entrambi gli insediamenti e degli indiani. Scrisse anche di Okanogan Smith, capo Tonosket, Capo Joseph, Capo Moses e Skolaskin, il capo-profeta della feroce indipendenza della Riserva Indiana Colville a San Poils.

La sua preoccupazione principale nelle sue scritture è sulla preservazione della storia dei primi insediamenti della regione e il riconoscimento dei loro sforzi di addomesticare il paese selvaggio.

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Source : Wikipedia