Darfur

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Inviato da murphy 08/03/2009 @ 12:22

Tags : darfur, sudan, africa, esteri

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Conflitto del Darfur

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Il conflitto del Darfur (talvolta chiamato genocidio del Darfur) è un conflitto armato attualmente in corso nella regione del Darfur situata nell'ovest del Sudan, Stato dell'Africa centro-orientale delimitato da Ciad, Egitto, Etiopia, Libia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Repubblica Centroafricana e Kenya.

Il conflitto, iniziato nel febbraio del 2003, vede contrapposti i Janjawid, un gruppo di miliziani islamici reclutati fra i membri delle locali tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione non Baggara della regione (principalmente composta da tribù dedite all'agricoltura). Il governo sudanese, pur negando pubblicamente di supportare i Janjawid, ha fornito loro armi e assistenza e ha partecipato ad attacchi congiunti rivolti sistematicamente contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit.

Le stime delle vittime del conflitto variano a seconda delle fonti da 50.000 (Organizzazione Mondiale della Sanità, settembre 2004) alle 450.000 (secondo Eric Reeves, 28 aprile 2006). La maggior parte delle ONG reputa credibile la cifra di 400.000 morti fornita dalla Coalition for International Justice e da allora sempre citata dalle Nazioni Unite. I mass media hanno utilizzato, per definire il conflitto, sia i termini di "pulizia etnica" sia quello di "genocidio". Il Governo degli Stati Uniti ha usato il termine genocidio, non così le Nazioni Unite.

A seguito della recrudescenza degli scontri durante i mesi di luglio e agosto del 2006, il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la Risoluzione 1706, che prevede che una nuova forza di pace, composta da 20.000 caschi blu dell'ONU, sostituisca o affianchi i 7.000 uomini dell'Unione Africana attualmente presenti sul campo. Il Sudan ha avanzato forti obiezioni nei confronti della risoluzione e ha dichiarato che le forze ONU che dovessero entrare in Darfur sarebbero considerate alla stregua di invasori stranieri. Il giorno seguente i militari sudanesi hanno dato il via ad un'imponente offensiva nella regione.

Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese, che vide contrapposti il nord, prevalentemente musulmano, e il sud, cristiano e animista, nel Darfur la maggior parte della popolazione è musulmana, come gli stessi Janjawid.

Sono state finora approvate diverse risoluzioni dal Consiglio di Sicurezza, inviata sul posto una missione dell' Unione Africana (AMIS) e discusso il caso presso la Corte penale internazionale dell'Aja. Le aree più critiche sono i territori del Darfur occidentale, lungo il confine con il Ciad e oltre, dove l'assenza di condizioni di sicurezza hanno ostacolato anche l'accesso degli aiuti umanitari.

Le cause del conflitto in corso nel Darfur sono molteplici e fra loro connesse. Le tensioni connaturate alla disuguaglianza strutturale fra il centro del paese, che si stende lungo le sponde del Nilo, e le aree "periferiche" come il Darfur sono state esacerbate negli ultimi due decenni del XX secolo da una combinazione di catastrofi naturali, opportunismo politico e geopolitica regionale. Un elemento in particolare ha creato confusione: la caratterizzazione del conflitto come scontro fra popolazioni arabe e africane, una dicotomia che lo storico Gérard Prunier ha definito "al contempo vera e falsa".

Tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XV secolo la dinastia Keira, dei Fur dei monti Marrah, diede vita a un sultanato di religione islamica. Il sultanato fu in seguito conquistato dalle forze Turco-Egiziane in espansione verso il sud lungo il corso del Nilo, che a loro volta furono sconfitte da Muhammad Ahmad, autoproclamatosi Mahdi (il redentore). Lo stato mahdista cedette all'assalto delle forze britanniche guidate da Horatio Herbert Kitchener, che imposero al Sudan una dominazione congiunta anglo-egiziana. I britannici fino al 1916 accordarono al Darfur un'autonomia de jure, ma nel 1916 invasero la regione annettendola al Sudan e deponendo l'ultimo Sultano, Ali Dinar, responsabile di sostenere l'Impero Ottomano durante il primo conflitto mondiale. Durante la dominazione anglo-egiziana il grosso delle risorse venne destinato allo sviluppo di Khartoum e della provincia del Nilo Azzurro, trascurando il resto del paese. Come è evidenziato in uno studio dell’Università dello Stato del New York del 1987, su 1169 progetti agricoli, finanziati dal governo coloniale nel 1955, nessuno interessava il Darfur, nonostante essi fossero in grossa parte opere di irrigazione delle quali il Sudan occidentale avrebbe avuto grande bisogno.

Gli abitanti della valle del Nilo, beneficiari del grosso degli investimenti britannici, continuarono a perseguire una politica di emarginazione economica e politica anche dopo che, nel 1956, il paese conquistò l'indipendenza. Nella meta' degli anni sessanta fu varato dal governo centrale un importante programma per lo sviluppo rurale composto da 2280 progetti, nessuno dei quali andava a beneficio del Darfur. Durante la campagna elettorale del 1968 le faziosità interne al partito dominante, l'Umma, indussero alcuni candidati, e in particolare Sadiq al-Mahdi, a cercare di dividere l'elettorato del Darfur dando la colpa del mancato sviluppo della regione agli arabi, quando si trattava di conquistare il favore delle popolazioni stanziali, oppure facendo appello ai seminomadi Baggara perché sostenessero i fratelli arabi della regione del Nilo. Questa dicotomia arabo-africana, che non rappresentava certo il modo in cui le popolazioni indigene percepivano i rapporti locali, venne ulteriormente esasperata quando il presidente della Libia, Gheddafi, iniziò a progettare un'unione politica di stati islamici lungo tutto lo Sahel e a diffondere un'ideologia di supremazia araba. Come conseguenza di una serie di interazioni fra il Sudan, la Libia e il Ciad fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, il presidente sudanese Ja'far Nimeyri fece del Darfur una base d'appoggio per le forze ribelli anti-Gheddafi capitanate da Hissène Habré impegnate nel tentativo di rovesciare il governo del Ciad..

L'acuirsi della dicotomia arabo-africana, favori' inoltre la diffusione di rivendicazioni autonomiste che portarono alla nascita, a cavallo fra gli anni sessanta e settanta, di due movimenti politici: il Sunnie Front ed il Darfur Renaissance Front. Nonostante i movimenti promuovessero delle istanze autonomiste, era evidente che essi rappresentassero principalmente gli interessi delle tribù sedentarie africane. I movimenti ebbero un forte seguito, tanto che nel 1981, il leader del Darfur Renaissance Front, Ahmed Dreig, un politico Fur, fu addirittura nominato Governatore dell’intero Darfur. Si può dire che l’ascesa di un Fur alla carica di Governatore abbia finito, in qualche modo, col polarizzare ulteriormente lo scontro politico in Darfur. Invece che come un’occasione per una maggiore presenza dei Darfuriani nella politica locale, la nomina a Governatore fu percepita dalle popolazioni arabe, ed in particolare dai gruppi nomadi, come una minaccia. Sempre più preoccupati, i nomadi decisero quindi di reagire creando il movimento politico Arab Gathering. L’idea era inizialmente quella di garantire e tutelare i legittimi diritti dei nomadi e sensibilizzare il governo sul problema ambientale che stava mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa di queste popolazioni. Tuttavia,l’Arab Gathering sarebbe divenuto ben presto una fazione politica estremista e violenta ed alcuni dei leader del gruppo avrebbero poi sostenuto direttamente o indirettamente le azioni dei Janjawid.

La scarsità di piogge durante gli anni 1983-84 provocò una terribile carestia. Si stima che in Darfur morirono circa 95.000 persone, su una popolazione complessiva di 3,1 milioni di abitanti. Nimeyri fu spodestato il 5 aprile del 1985 e Sadiq al-Mahdi, rientrato dall'esilio, fece un patto – che non aveva nessuna intenzione di onorare – con Gheddafi, dichiarando che avrebbe ceduto il Darfur alla Libia se quest'ultima gli avesse fornito fondi sufficienti a vincere le imminenti elezioni.

Nei primi mesi del 2003 due gruppi di ribelli locali, il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM) e il Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM), hanno accusato il governo di favorire gli arabi e di opprimere i non arabi. L'SLM, che raccoglie molte più adesioni del JEM, viene generalmente identificato con i Fur, i Masalit e il clan Wagi degli Zaghawa, mentre si ritiene che il JEM sia collegato al clan Kobe degli Zaghawa. Nel 2004 il JEM si è unito al Fronte Orientale, un'alleanza creata lo stesso anno fra due gruppi tribali ribelli dell'est, i Free Lions della tribù Rashaida e il Beja Congress. Il JEM è anche stato accusato di essere controllato da Hasan al-Turabi. Il 20 gennaio del 2006 l'SLM ha annunciato la propria unione con il JEM nell'Alleanza delle forze rivoluzionare del Sudan Occidentale. Tuttavia non più tardi di maggio SLM e JEM negoziavano di nuovo come entità distinte.

Il conflitto in Darfur inizia il 26 febbraio 2003, quando il Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra.Ancora prima di questo attacco, comunque, vi erano già state conflittualità in Darfur, quando i ribelli avevano attaccato stazioni di polizia, avamposti e convogli militari e il governo aveva risposto con un massiccio assalto aereo e terrestre alla roccaforte dei ribelli nelle montagne Marrah. La prima azione militare da parte dei ribelli fu un attacco condotto con successo contro un presidio militare in montagna il 25 febbraio 2002 e il governo sudanese venne a conoscenza dell'esistenza di un movimento ribelle unificato nel momento in cui venne attaccata la stazione di polizia di Golo nel giugno 2002. I cronisti Julie Flint ed Alex de Waal considerano che l'inizio della ribellione debba datarsi al 21 luglio 2001, quando gruppi Zaghawa e Fur si incontrarono nel villaggio di Abu Gamra e giurarono sul Corano di cooperare per difendersi da attacchi sostenuti dal governo contro i propri villaggi. È da notare che quasi tutti gli abitanti del Darfur sono musulmani, così come lo sono i Janjawid e i leader governativi di Khartoum.

Il 25 marzo, i ribelli occuparono la città-presidio di Tine lungo il confine del Ciad, confiscando grandi quantità di provviste ed armamenti. Nonostante la minaccia del Presidente Omar Hasan Ahmad al-Bashir di "sguinzagliare" l'esercito, i militari avevano poche risorse a loro disposizione. L'esercito era già stato schierato sia a Sud, dove la Seconda Guerra Civile sudanese stava volgendo al termine, sia ad Est, dove i ribelli finanziati dall'Eritrea stavano mettendo in pericolo il completamento del nuovo oleodotto che collega l'area dei bacini petroliferi a Port Sudan. La tattica dei raid “colpisci e scappa” con jeep Toyota Land Cruiser, usata dai ribelli per attraversare velocemente la regione semi-deserta, impedì all'esercito, impreparato per operazioni militari nel deserto, di contrastare gli attacchi. Ciò nonostante, il bombardamento aereo contro le postazioni dei ribelli in montagna si rivelò devastante.

Alle 5:30 del mattino del 25 aprile 2003, una forza congiunta formata dall'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) e dal Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza (JEM) penetrò ad al-Fashir su 33 Land Cruiser e attaccò la guarnigione addormentata. Nelle successive quattro ore, alcuni bombardieri Antonov ed elicotteri con armamento pesante (quattro secondo il governo, sette secondo i ribelli) vennero distrutti a terra, 75 soldati, piloti e tecnici uccisi e 32 catturati, compreso il comandante della base aerea, un Generale di divisione. I ribelli persero nove uomini. Il successo dell'attacco fu senza precedenti in Sudan: nei vent'anni di guerra nel Sud, l'Esercito ribelle di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA) non aveva mai compiuto una tale operazione militare.

L'incursione ad al-Fashir rappresentò una svolta decisiva dal punto di vista sia militare sia psicologico. Le forze armate erano state umiliate dal raid e il governo si trovò di fronte ad una situazione strategica difficile. Le forze armate avrebbero dovuto chiaramente ricevere un addestramento e una struttura adatti a combattere questo nuovo tipo di guerra. Inoltre vi erano preoccupazioni ben motivate riguardo alla fedeltà all'esercito dei numerosi sottufficiali e soldati originari del Darfur. L'incarico di continuare la guerra venne dato all'Intelligence militare sudanese. Tuttavia, a metà del 2003 i ribelli vinsero 34 scontri su 38. Nel mese di maggio, l'SLA distrusse un battaglione a Kutum, uccidendo 500 persone e facendo 300 prigionieri, e a metà luglio, 250 persone vennero uccise in un secondo attacco a Tine. L'SLA iniziò ad infiltrarsi più ad Est, minacciando di estendere la guerra fino a Kordofan.

A questo punto il governo modificò la propria strategia. Dato che l'esercito continuava a subire sconfitte, l'azione di guerra passò nelle mani di tre nuclei distinti: l'Intelligence militare, l'Aeronautica e le milizie Janjawid, pastori nomadi armati dell'etnia Baggara su cui il governo si era appoggiato per la prima volta per reprimere una rivolta dei Masalit scoppiata tra il 1996 e il 1999. I Janjawid furono collocati al centro della nuova strategia per contrastare la rivolta. In Darfur furono fatte affluire risorse militari e i Janjawid furono affiancati come forza paramilitare, muniti di attrezzature per la comunicazione e artiglieria. I probabili risultati di una tale scelta erano chiari ai pianificatori militari: nel decennio precedente, nelle Montagne Nuba e nei campi petroliferi meridionali, una simile strategia aveva provocato massicce violazioni dei diritti umani e deportazioni.

Nel 2004 il Ciad interruppe i negoziati a N'Djamena e questo condusse all'accordo per la cosiddetta cessazione delle ostilità umanitaria dell'8 aprile tra il governo del Sudan da una parte e il JEM e il SLM (Movimento di Liberazione del Sudan) dall'altra. Una corrente scissionista del JEM — il Movimento Nazionale per la Riforma e lo Sviluppo — non prese parte alle discussioni e all'accordo sul cessate il fuoco. Gli attacchi dei Janjawid e dei ribelli continuarono malgrado la firma dell'accordo. L'Unione Africana (UA) formò una Commissione per il cessate il fuoco (CFC) per controllare l'osservazione degli accordi.

La portata della crisi portò a temere un imminente disastro, mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan avvertiva che il rischio di genocidio era una spaventosa realtà in Darfur. La vastità dell'azione condotta dai Janjawid portò a paragonarla al genocidio del Ruanda, un paragone fortemente osteggiato dal governo sudanese. Osservatori indipendenti hanno notato che le tattiche, che includono smembramenti e uccisioni di non-combattenti e persino di bambini e neonati, assomigliano di più alla pulizia etnica impiegata nelle guerre in Yugoslavia, ma hanno anche aggiunto che la lontananza della regione impedisce a centinaia di migliaia di persone l'accesso agli aiuti. Nel maggio 2004, l'International Crisis Group (ICG) con sede a Bruxelles rivelò che oltre 350.000 persone avrebbero potuto potenzialmente morire a causa della fame e delle malattie.

Il 10 luglio 2005, l'ex leader dell'SPLA John Garang venne nominato vice-presidente del Sudan., ma il 30 luglio 2005 perse la vita in un incidente aereo. La sua morte provocò conseguenze a lungo termine e, nonostante i progressi nel settore della sicurezza, i dialoghi tra i vari gruppi di ribelli nella regione del Darfur sono avanzati lentamente.

Il 5 maggio 2006 il governo del Sudan ha firmato un accordo di pace con l'Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), respinto però da altri due gruppi ribelli minori, il Movimento di Giustizia ed Uguaglianza (JEM) e una fazione rivale dell'SLA. L'accordo fu coordinato dal Vice Segretario di Stato statunitense Robert B. Zoellick, da Salim Ahmed Salim (per conto dell'Unione Africana), da rappresentanti dell'UA e altri ufficiali stranieri che operano in Nigeria, ad Abuja. L'accordo prevede il disarmo delle milizie Janjawid, lo smantellamento delle forze ribelli e la loro incorporazione nell'esercito.

Nei mesi di luglio ed agosto 2006 sono ripresi i combattimenti, "minacciando di bloccare la più grande operazione di soccorso nel mondo" dato che le organizzazioni di aiuti umanitari hanno preso in considerazione la possibilità di lasciare il paese a causa degli attacchi contro membri del proprio personale. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha chiesto l'invio nella regione di una forza di pace internazionale di 17.000 uomini per sostituire quella dell'Unione Africana di 7.000 uomini.

Il 18 agosto, Hedi Annabi, responsabile delle forze di pace dell'ONU e Segretario Generale aggiunto per le missioni di pace, durante una riunione privata ha comunicato l'allarmante sospetto che il Sudan stia preparando una grossa offensiva militare nella regione. L'avvertimento è arrivato un giorno dopo la dichiarazione di Sima Samar, osservatrice speciale della Commissione ONU per i Diritti Umani, che gli sforzi del Sudan nella regione rimangono insufficienti nonostante l'Accordo di Maggio. Il 19 agosto, il Sudan ha rinnovato il proprio rifiuto di sostituire la forza dell'UA di 7.000 uomini con una dell'ONU di 17.000, tanto che gli Stati Uniti hanno "messo in guardia" il Sudan delle "potenziali conseguenze" di questa posizione.

Il 24 agosto, il Sudan ha rifiutato di partecipare a un incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) dove avrebbe dovuto presentare il proprio piano di invio di 10.000 soldati sudanesi in Darfur anziché la forza di pace proposta di 20.000 uomini. Il CSNU ha annunciato che l'incontro si sarebbe tenuto comunque, nonostante il rifiuto del Sudan di parteciparvi. Sempre il 24 agosto, l'International Rescue Committee ha rivelato che, nel corso delle ultime settimane, centinaia di donne sono state stuprate e aggredite sessualmente nel campo profughi di Kalma. Il 25 agosto, il capo dell'Ufficio del Dipartimento di Stato per le politiche africane degli Stati Uniti, Jendayi Frazer, ha avvertito che la regione si trova di fronte una crisi di sicurezza, a meno che non venga autorizzato la presenza della forza di pace proposta dall'ONU.

Il 26 agosto, due giorni prima dell'incontro del CSNU, quando Frazer era atteso a Khartoum, Paul Salopek, giornalista americano del National Geographic Magazine, è comparso in tribunale a Darfur accusato di spionaggio ed è poi stato successivamente rilasciato dopo aver negoziato direttamente con il Presidente al-Bashir. Questo è successo un mese dopo che Tomo Kriznar, ministro plenipotenziario sloveno, è stato condannato a due anni di prigione per spionaggio.

Il 31 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione al fine di inviare una nuova forza di pace di 20.000 unità nella regione. Il governo sudanese si è opposto con fermezza alla risoluzione. Il 1 settembre, ufficiali dell'UA hanno riportato che il Sudan ha intrapreso una grande offensiva nella regione del Darfur. Secondo fonti dell'UA, più di 20 persone sono state uccise e 1.000 hanno dovuto abbandonare i loro villaggi durante gli scontri che sono iniziati nei primi giorni della settimana. Il 5 settembre il governo sudanese ha chiesto ai soldati dell'UA dislocati in Darfur di lasciare la regione entro la fine del mese, aggiungendo che “essi non hanno il diritto di trasferire il mandato alle Nazioni Unite o a qualunque altro organismo. Tale diritto è e rimane nelle mani del governo del Sudan.” Il 4 settembre, con una mossa attesa, il presidente del Ciad Idriss Déby ha affermato il suo appoggio alla nuova forza di pace delle Nazioni Unite. L'UA, il cui mandato per la missione di pace doveva scadere il 30 settembre, ha confermato che si sarebbe attenuto alla data fissata per lasciare il paese. Il giorno successivo, comunque, un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, che non vuole essere identificato, ha detto ai giornalisti che il contingente sarebbe probabilmente rimasto nella regione oltre il 30 settembre, sostenendo che sarebbe stata “un'opzione possibile e percorribile”.

Il 14 settembre, il leader del defunto SLM (Movimento di Liberazione del Sudan), che ora è consigliere personale del Presidente della Repubblica e presidente ad interim dell'Autorità Regionale del Darfur, Minni Minnawi, ha dichiarato di non avere obiezioni contro la nuova forza di pace delle Nazioni Unite, prendendo così le distanze dal governo sudanese che considera tale spiegamento di forze un atto di invasione da parte dell'Occidente. Minnawi sostiene che la forza dell'UA “non può fare nulla perché il mandato dell'Unione Africana è molto limitato”. Il 2 ottobre, la UA ha annunciato che avrebbe esteso la propria presenza nella regione dopo il fallimento della proposta di inviare il contingente di pace delle Nazioni Unite dovuto all'opposizione del Sudan. Il 6 ottobre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato l'estensione del mandato della missione ONU in Sudan fino al 30 aprile 2007. Il 9 ottobre, la FAO ha dichiarato la regione di Darfur come la zona di maggiore emergenza alimentare dei quaranta paesi compresi nel suo rapporto “La situazione dell'alimentazione e dell'agricoltura nel mondo”. Il 10 ottobre Louise Arbour, Alto Commissario UN per i Diritti umani, ha denunciato che il governo sudanese era stato informato in anticipo degli attacchi che le milizie Janjawid hanno perpetrato un mese prima a Buram, nel Dafur meridionale, e che hanno visto l'uccisione di centinaia di civili.

L'attenzione a livello internazionale iniziò a focalizzarsi sul conflitto in Darfur in seguito al rapporto di Amnesty International nel luglio 2003 e del Gruppo di crisi internazionale nel dicembre dello stesso anno. Ma la copertura dei mezzi di comunicazione non iniziò fino a marzo 2004, quando l'uscente Residente delle Nazioni Unite e Coordinatore Umanitario per il Sudan, Mukesh Kapila, definì il Darfur la “più grande crisi umanitaria del mondo”. A partire da quel momento sono sorti movimenti in molti paesi per chiedere un intervento umanitario nella regione. Gérard Prunier, uno studioso specializzato in conflitti africani, sostiene che gli stati più potenti del mondo hanno limitato la propria risposta a frasi di preoccupazione e richiede l'intervento delle Nazioni Unite. L'ONU, privo del supporto sia finanziario che militare degli stati ricchi, ha lasciato che l'Unione Africana mettesse in campo il suo simbolico contingente senza nessun mandato per proteggere i civili. In mancanza di una politica estera che definisca le strutture politiche ed economiche che sottostanno al conflitto, la comunità internazionale ha definito il conflitto in Darfur in termini di assistenza umanitaria e discute sulla definizione di “genocidio”.

Il gruppo di pressione Save Darfur Coalition ha coordinato una grande manifestazione a Washington, D.C. in aprile del 2006.

Il 18 settembre 2004 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato la Risoluzione 1564, che istituiva una Commissione d'Inchiesta sul Darfur, incaricata di esprimere valutazioni sul conflitto in Sudan. Il rapporto dell'ONU del 31 gennaio 2005 sostiene che ci siano stati uccisioni in massa e violazioni, ma che non possano essere definiti genocidio poiché “non sembrano esserci intenti di genocidio”. Nel 2005 il deputato Henry Hyde (R-IL) e il senatore Sam Brownback (R-KS) introdussero la legge sulla responsabilità e la pace in Darfur, che richiedeva agli Stati Uniti un ruolo più attivo nel fermare il presunto genocidio, incoraggiava la partecipazione della NATO e appoggiava un mandato del Capitolo VII per una missione ONU in Darfur. La bozza di legge passò alla Camera e al Senato, e da agosto del 2006 è nelle mani dalla Commissione Intercamerale. Nell'agosto 2006 il Network per l'Intervento nel Genocidio realizza una classifica per il Darfur, valutando ogni membro del Congresso in base alle sue proposte legislative riguardo al conflitto.

È difficile calcolare esattamente il numero dei morti, in parte a causa degli insormontabili ostacoli che il governo sudanese innalza contro i giornalisti per cercare di nascondere il conflitto. Nel settembre 2004 l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) valutò che fossero morte 50.000 persone in Darfur dall'inizio del conflitto, in un periodo cioè di 18 mesi, la maggior parte delle quali per fame. Un aggiornamento del mese successivo relativo al periodo marzo – ottobre 2004 parla di 70.000 morti in 6 mesi per fame e malattie. Questi dati sono stati criticati, in quanto considerano solamente un breve periodo e non includono tra le cause la morte violenta. Un rapporto più recente del Parlamento britannico ha valutato che siano morte più di 300.000 persone ed altri hanno fatto stime anche superiori. Nel marzo 2005 il Coordinatore per il Soccorso d'emergenza dell'ONU, Jan Egeland, valutò che 10.000 persone morissero ogni mese, escludendo le morti dovute alla violenza etnica. Si ritiene che nello stesso periodo due milioni di persone abbiano dovuto abbandonare le proprie case, la maggior parte di esse in cerca di rifugio nei campi profughi delle città più grandi del Darfur . Duecentomila sono fuggite nel vicino Ciad. In un rapporto dell'aprile 2005, l'analisi statistica maggiormente esauriente fino a quel momento, la Coalizione per la Giustizia Internazionale ha stimato che in Darfur siano morte 400.000 persone dall'inizio del conflitto, un dato che viene oggi ampiamente usato dai gruppi impegnati sul fronte dei diritti umani ed umanitari. Il 28 aprile 2006 il Dottor Eric Reeves ha dichiarato che "i dati esistenti, in aggregato, suggeriscono chiaramente che l'eccesso totale delle morti in Darfur, durante più di tre anni di conflitto mortale, supera ora i 450.000 morti", ma ciò non è stato verificato da fonti indipendenti. Un articolo del 1 febbraio 2007 dello UN News Service ha dichiarato che "in Darfur, più di 200.000 persone sono state uccise e almeno altri 2 milioni hanno dovuto abbandonare le proprie case ". Inoltre "circa 4 milioni di persone dipendono da un aiuto esterno" Questi sono adesso i dati ufficiali delle Nazioni Unite. Il 31 luglio 2007 le stesse Nazioni Unite hanno approvato una risoluzione che prevede l'impiego nella regione di 26.000 soldati quale forza di interposizione pacifica. L'accordo è stato raggiunto per l'impegno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, guidato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, nonostante le resistenze del governo centrale sudanese. Significativo è stato il sostegno alle posizioni occidentali da parte della Cina, maggiore partner commerciale del Sudan .

L'Unione Africana è presente nella regione con una forza di pace di 7.000 uomini, insufficiente per arginare la violenza delle milizie arabe Janjawid, sostenute dal Governo di Khartum, la capitale del Sudan. Sono inoltre presenti 97 tra ONG e agenzie dell'ONU, con un totale di più di 14.000 operatori umanitari, per lo più concentrati a Nyala, capitale del Sud del Darfur. L'Italia è attualmente impegnata in Darfur con 5 ONG, distribuite nel Nord, Sud e Ovest del Darfur, impegnate in progetti di carattere sanitario e idrici. Sono tutte membri della Associazione delle ONG italiane: Cosv, Coopi, Cesvi e InterSos del comitato "Darfur onlus", e la Alisei. Da più di 30 anni operano in Darfur anche le Suore della Carità e i Padri Comboniani, ai quali si aggiunge la Caritas Italiana, mentre il Governo Italiano è presente con la Cooperazione Italiana allo sviluppo e le strutture sanitarie di Avamposto 55, che pur non avendo raggiunto gli obiettivi proposti, per mancanza di fondi, è oggi un attivo presidio medico di primo soccorso e di supporto anche nel training dei medici di Nyala.

Da uno studio condotto da Medici senza Frontiere e Osservatorio di Pavia è emerso che nel 2005 è stata dedicata solo un'ora all'informazione sul conflitto in Darfur. Per questo motivo è sorto in Italia Italian Blogs for Darfur un movimento d'opinione che attraverso un appello on-line chiede che venga dato uno spazio più ampio nei media italiani all'informazione sul conflitto in Darfur. Nel 2006, diventata associazione, Italians for Darfur ha promosso il primo Global Day in Italia.

Nonostante il dispiegamento delle forze dell'Eufor, continuano nel Darfur le violenze ai danni della popolazione civile. Verso la metà di febbraio del 2008, a Suleia, c'è stata una strage nella piazza del mercato: prima l'aviazione sudanese ha bombardato la cittadina, poi i Janjawid sono piombati sulla folla sparando a tutti coloro che affollavano il centro del paese e infine sono intervenuti anche i soldati regolari sudanesi. Una strage di civili indifesi. Pochi giorni dopo, il 4 marzo 2008, alcune forze speciali francesi dell'Eufor sono penetrate "per errore" nel Sudan dal Ciad e sono state attaccate dall'esercito di Kartoum; un militare francese ha perso la vita sotto le bombe e un altro è rimasto gravemente ferito a causa dell'attacco al veicolo in cui si trovava. Si tratta dei primi incidenti dall'inizio dello schieramento della missione di pace europea lungo i confini tra il Ciad e il Darfur.

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Darfur

Bandiera del Regno del Darfur dal 1898 al 1916

Il Darfur (arabo: دار فور, Dār Fūr, ossia "paese dei Fur") è una regione situata nella parte occidentale del Sudan, nel deserto del Sahara. È in maggioranza costituita da popolazioni musulmane, come nel resto del nord della nazione. Il territorio è suddiviso in tre province: Gharb Darfur (Darfur occidentale), con capitale al-Jenayna a ovest, Shamal Darfur (Darfur settentrionale), con capitale al-Faqir a nord e Janub Darfur (Darfur meridionale), con capitale Nyala a sud.

Islamizzato nel XIV secolo, il sultanato indipendente del Darfur raggiunse la massima potenza tra la fine del XVII ed il XVIII secolo. Inglobato nell'Egitto nel 1874, per questo motivo sostenne il movimento mahdista, da cui poi si allontanò, ottenendo alla sua sconfitta, nel 1898, una certa indipendenza, persa nel 1916 ad opera dei britannici che deposero l'ultimo Sultano, ʿAlī Dīnār: a causa del fatto che questi si era schierato a fianco dell'Impero ottomano durante il primo conflitto mondiale. Da allora ha condiviso la storia del Sudan.

La Cina ha avviato una politica di prestiti in dollari a tassi agevolati per finanziare lo sviluppo delle infrastrutture nei Paesi africani quali Nigeria, Angola, Ghana, Sudafrica e Mozambico, ottenendo in alcuni Stati concessioni per lo sfruttamento delle risorse petrolifere.

Il Darfur copre una superficie di 493 180 km². Gran parte del territorio è formato da un altopiano. Il centro della regione è montagnoso, dominato dal monte Marra (Jebel Marra) che raggiunge i 3088 m s.l.m., il nord del paese è coperto di dune sabbiose, mentre il sud è dominato dalla savana e gode di precipitazioni medie annue di 700 mm, concentrate da giugno a settembre (i raccolti sono a novembre). Il Darfur fa parte del Sahel e ne condivide la progressiva desertificazione. Sono stati scoperti giacimenti di petrolio. La popolazione è stimata in circa 6 milioni di abitanti, in grande prevalenza rurali. Sono nomadi e allevatori di lontana origine araba e arabofoni (Baggara, Abbala) al nord e agricoltori stanziali neri e non arabofoni (Fur, Zaghawa, Masalit) al sud. I centri principali sono al-Faqir e al-Jenayna.

Desertificazione, conflitti in Ciad e in Sud Sudan, scoperta del petrolio hanno generato ed alimentato il conflitto fin dagli anni 80. Dal 2003 il Darfur è teatro di un feroce conflitto che vede contrapposti la locale maggioranza della popolazione composta da tribù sedentarie, alla minoranza nomade originaria della penisola arabica. Quest'ultima è infatti appoggiata dal governo centrale, che è accusato di tollerare le feroci scorribande dei Janjawid (lett. "demoni a cavallo", reclutati fra gli Abbala).

I contrasti fra popolazioni nomadi e sedentarie (tutte di religione islamica) nella regione del Sahel risalgono alla notte dei tempi e sono dovute al diverso utilizzo delle scarse risorse naturali da parte di questi gruppi. Tuttavia dal 1985, e ancor di piu' dal 2002, il governo centrale ha strumentalizzato queste controversie per fini politici ed in particolare allo scopo di reprimere i movimenti autonomisti nati fra le tribu' sedentarie. Il governo ha quindi tollerato ed in parte sostenuto gli attacchi dei Janjawid. I sedentari hanno risposto costituendo dei gruppi armati, come il Movimento di Liberazione del Sudan (principalmente composto da Fur e Masalit) o il Movimento per la Giustizia e l'Uguaglianza, legato ad una corrente islamista fuoriuscita dal governo centrale (principalmente composto da Zaghawa).

Alcuni considerano il conflitto in relazione con la questione degli approvvigionamenti petroliferi. Il Darfur e il Sudan in generale sono una delle zone col più basso reddito pro-capite dell'Africa, ma nel contempo fra le più ricche di materie prime. La China National Petroleum Corporation (CNPC) di Pechino, compagnia petrolifera a controllo pubblico, importa dal 65 all'80% dei barili prodotti ogni giorno in Sudan, e una quota pari all'8% delle importazioni cinesi di petrolio (v. ).

In Europa, il movimento Sauver Le Darfour mobilita i cittadini europei, .

Il 21 giugno 2007 è uscito un doppio cd, Make some noise - The international campaign to save Darfur, che ha visto i più grandi esponenti della musica internazionale interpretare alcuni classici del repertorio di John Lennon.

I diritti delle canzoni di John Lennon sono stati donati da Yoko Ono, che ha offerto tutte le royalties delle edizioni per la campagna di Amnesty International a favore della popolazione martoriata del Darfur.

Tra i brani contenuti nel doppio cd Instant Karma interpretato dagli U2, Give peace a chance interpretato dagli Aerosmith, #9 dream proposta dai R.E.M., Oh, my love da Jackson Browne e Working class hero riadattata dai Green Day, i quali hanno raccolto la testimonianza di alcuni profughi africani attraverso un video. La giovane cantante canadese Avril Lavigne, insieme a Jack Johnson, interpreta l'immortale Imagine mentre Jealous Guy viene riproposta dalla voce di Youssou N'Dour. Travolgente infine Power to the people tradotta in hip-hop dai Black Eyed Peas.

Fra i libri in italiano che trattano del Darfur sono disponibili: Darfur, di L. Pierantoni (Chimienti Editore) e Darfur, Geografia di una crisi, di D. Marani (Terre di Mezzo), pubblicati nel 2008, e Le sfide della diplomazia internazionale, di S. Cera (LED), pubblicato nel 2006. Fra i romanzi vi sono: In Darfur, di L. Angeloni (il mio libro) e la traduzione in italiano di The Translator, di Dawud Hari, entrambi pubblicati nel 2008.

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Stati del Sudan

Il Sudan è amministrativamente suddiviso in 26 stati detti wilayat (al singolare wilayah). La loro suddivisione risale principalmente alla dominazione britannica.

Il Sudan Anglo-Egiziano possedeva otto mudiriyat, o province, che apparivano entità effimere quando furono create, ma che divennero ben definite al principio della seconda guerra mondiale. Le otto province erano: Nilo Azzurro, Darfur, Equatoria, Kassala, Khartoum, Kordofan, Nord e Nilo Superiore. Nel 1948 Bahr al Ghazal si distaccò dall'Equatoria.

Numerose nuove province vennero create il 1º luglio 1973. Dal Darfur nacquero il Darfur settentrionale e il Darfur meridionale, mentre il Kordofan fu diviso in Kordofan Settentrionale e Kordofan Meridionale. Al Jazirah e il Nilo Bianco si separarono dalla provincia del Nilo Azzurro. La provincia del Nilo si staccò dal Nord. Dalla provincia del Kassala nacque, infine, la provincia del Mar Rosso.

Un ulteriore suddivisione delle province fu effettuata nel 1976. Lakes fu separata da Bahr al Ghazal e Jonglei dal Nilo Superiore. Equatoria fu divisa in Equatoria orientale e Equatoria occidentale. Si ebbero quindi 18 province.

Nel 1991, il governo riorganizzò le regioni amministrative in 9 stati federali, corrispondenti alle nove province in essere dal 1948 al 1973. Il 14 febbraio 1994, ci fu ancora una riforma, dalla quale sortirono 26 wilayat (stati). La maggior parte delle wilayat erano vecchie province o distretti provinciali.

Nel 2005, Bahr al Jabal fu rinominata in Equatoria centrale.

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Italian Blogs for Darfur

Italian blogs for Darfur (IB4D) nasce nel maggio 2006 come movimento on-line per la promozione dei diritti umani in Darfur, per combattere l’indifferenza dei media tradizionali italiani verso i tragici avvenimenti del Darfur, una regione dell’Ovest del Sudan, in Africa, nella quale, da oltre tre anni, si consuma una delle più feroci guerre del mondo.

Scopo di IB4D è creare un movimento di opinione pubblica che possa contribuire alla risoluzione del conflitto in Darfur e alla promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà democratiche nel Sudan. Solo garantendo una corretta e completa informazione ai cittadini italiani si può sperare, infatti, che le istituzioni italiane si adoperino per facilitare una risoluzione politica del conflitto e per avviare una nuova era di democrazia e libertà nel Sudan.

Per perseguire il suo fine, il movimento intende fare pressione sui media italiani attraverso la partecipazione degli internauti, che firmando un appello on-line diretto a RAI, Mediaset e La7, possono chiedere alle emittenti televisive italiane di dare maggiore spazio all’informazione sul Darfur. IB4D è la prima iniziativa italiana di questo tipo per il Darfur. Il movimento auspica inoltre una maggiore copertura mediatica di tutte le maggiori crisi umanitarie del mondo, come le tragedie in Angola, Costa d'Avorio, Congo, Nepal, Vietnam, Cecenia etc.

IB4D è la prima e sola iniziativa italiana nel genere che tenti di mobilitare l’opinione pubblica in favore del Darfur e di una migliore qualità del servizio televisivo italiano, servendosi innanzitutto delle nuove possibilità di comunicazione di Internet. L’azione di IB4D è diretta e immediata, mira a ottenere maggiore attenzione dei media ai tragici avvenimenti del Darfur.

Altre associazioni per il Darfur, in particolare del mondo anglossassone, sono attive da 2-3 anni per far conoscere a un pubblico più vasto la natura del conflitto in Darfur e per la raccolta di fondi per gli aiuti umanitari nella regione. IB4D crede che gli aiuti umanitari internazionali, seppure importanti perché spesso unico mezzo di sostentamento per la popolazione civile, curino i sintomi ma non la malattia. IB4D crede invece che l’amplificazione mediatica dell’evento, in particolare tramite la forza dirompente delle immagini televisive, possa spingere efficacemente verso la creazione di un fronte diplomatico internazionale che, al fianco dell’Unione Africana, si interponga tra le parti coinvolte nel conflitto per porre fine alla tragedia immane che dura ormai da tre anni. In questo senso, le forze di pace dell’ONU, potrebbero inoltre garantire la stabilità necessaria per facilitare la risoluzione diplomatica del conflitto e per una maggiore sicurezza per la popolazione civile e gli operatori umanitari in Darfur.

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Source : Wikipedia