Corte Penale Internazionale

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Tags : corte penale internazionale, tribunali internazionali, esteri

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Corte Penale Internazionale

Bandiera dell'ICC

La Corte Penale Internazionale (in inglese: International Criminal Court - ICC) è un tribunale per crimini internazionali che ha sede all'Aia. La competenza del Tribunale è limitata ai crimini più seri che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme, come il genocidio, i crimini contro l'umanità i crimini di guerra (cosiddetti crimina iuris gentium) e il crimine di aggressione (art. 5, par. 1).

La Corte ha una competenza complementare a quella dei singoli Stati, dunque può intervenire solo se e solo quando gli Stati non vogliono o non possono agire per punire crimini internazionali.

La giurisdizione della Corte si esercita nel caso di crimini commessi sul territorio di uno Stato parte o di un cittadino di uno Stato parte alla Corte. Ne consegue che quindi anche i crimini commessi sul territorio di uno Stato parte, da parte di un cittadino di uno Stato non parte, rientrano nella giurisdizione della Corte.

Uno Stato non parte non è tenuto ad estradare propri cittadini, che abbiano commesso tali crimini in un paese parte ed al giorno d'oggi non esistono mezzi di coercizione internazionali per spingere gli stati non parte a cedere alle richieste della Corte Internazionale.

Lo Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale è stato stipulato il 17 luglio del 1998 e definisce in dettaglio la giurisdizione ed il funzionamento dell'ente.

Lo Statuto è entrato in vigore il 1º luglio 2002 alla ratifica dello Statuto di Roma da parte del sessantesimo stato.

Al 1° gennaio 2007 gli stati membri sono 104, poco più della metà dei 192 stati membri dell'ONU. Il primo Procuratore generale della Corte è dal 16 giugno 2003 Luis Moreno-Ocampo.

Le origini della Corte penale internazionale sono da imputare al periodo della seconda guerra mondiale, quando vennero istituiti dei tribunali Militari internazionali. Il primo era quello di Norimberga e il secondo era quello di Tokyo. Come tribunali militari, la loro competenza giurisdizionale si limitava ai crimini di guerra. Il tribunale di Norimberga durante gli anni ha formulato diverse sentenze e ampliò l'ambito dei crimini, inserendo oltre ai crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e contro la pace.

La campagna per l'istituzione della Corte Penale Internazionale fu poi ripresa e rilanciata negli anni '90 soprattutto dall'organizzazione Non C'è Pace Senza Giustizia di Emma Bonino e dal Partito Radicale Transnazionale.

Contestualmente l'iniziativa dell'ONU e dell'Assemblea Generale affidava alla Commissione il progetto di formulare un codice sui crimini e uno Statuto per la Corte penale internazionale.

Le pressioni da parte dell'Onu di terminare il progetto di realizzazione si fecero più pesanti durante il 1993-1994, poiché furono istituiti dei Tribunali ad Hoc per la questione di ex-Jugoslavia e Ruanda. Nel 1996 conclusi i lavori della commissione, l'Assemblea delle nazioni unite convocava a Roma una conferenza diplomatica dei plenipotenziari degli stati, dal 15 giugno al 17 luglio 1998, per l'istituzione di una corte penale internazionale.

Le progressive ratifiche dello statuto hanno consentito di raggiungere il quorum fissato dall'Art. 126 (60 Ratifiche) quattro anni dopo la conferenza di Roma: in virtù di questa norma il testo è quindi entrato in vigore il 1º luglio del 2002.

Il primo imputanto di questa organo giudiziario sarà il congolese Thomas Lubanga e il processo comincerà il 26 gennaio del 2009.

L'avvio del procedimento è una fase molto delicata potendo essere attuata da tre fonti diverse: il Procuratore, che agisce motu proprio, o un referral che può provenire da uno Stato che ha firmato il Trattato o dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. I referral degli Stati sono molto più liberi, non avendo limiti, mentre il Consiglio di Sicurezza deve far rientrare il suo atto in casi di violazione della pace, minaccia della pace o aggressione. Il Consiglio ha tuttavia un potere molto criticato dalla dottrina di diritto internazionale, ovvero la possibilità di bloccare le indagini del Procuratore per un anno qualora queste rientrino in un quadro complessivo sotto esame nello stesso Consiglio. La sospensione deve essere effettuata con un parere quantomeno non contrario all'unanimità dei membri permanenti del Consiglio.

Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Stati Uniti, Russia e Cina non hanno aderito alla Corte Penale Internazionale.

La corte ha ricevuto denunce per crimini di sua competenza da 139 diversi paesi. A novembre 2008 il Procuratore ha aperto ufficialmente solo 4 inchieste su: Nord Uganda, Repubblica democratica del Congo, Repubblica centrafricana e Darfur, Sudan.

Di seguito l'elenco dei ricercati e ed arrestati aggiornato al gennaio del 2009.

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Emma Bonino

Emma Bonino durante una marcia contro lo sterminio per fame nel mondo

Emma Bonino (Bra, 9 marzo 1948) è una politica italiana, vicepresidente del Senato della Repubblica dal 6 maggio 2008. Con Marco Pannella, è una delle due figure più significative del radicalismo liberale italiano dell'età repubblicana.

È stata ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee nel governo Prodi II, mentre in passato è stata Commissario Europeo dal 1995 al 1999, ed eurodeputata a Strasburgo. È stata inoltre membro del comitato esecutivo dell'International Crisis Group (Icg) (organizzazione per la prevenzione dei conflitti nel mondo), Professore Emerito all'Università Americana del Cairo, nonché segretaria del Partito Radicale.

Emma Bonino è la secondogenita di Filippo Bonino e Catterina Barge. Vive i suoi primi anni in una fattoria nelle campagne di Bra. Nel 1954 la famiglia lascia il podere e si trasferisce a Bra dove il padre inizia un commercio di legname, raggiungendo presto una buona stabilità economica.

Nel 1967 dopo aver ottenuto la maturità classica al liceo Gandino della sua città, Emma si sposta a Milano per frequentare la facoltà di Lingue e letterature moderne all'Università Bocconi, dove si laurea nel 1972 con una tesi sull'autobiografia di Malcolm X.

Emma Bonino entra in politica nel 1975 quando, dopo essere stata tra i fondatori del C.I.S.A. (Centro per l'informazione sulla sterilizzazione e l'aborto) si autoconsegna per procurato aborto, e, andando volontariamente in carcere, diventa uno dei protagonisti della campagna per la legalizzazione dell’aborto. È il primo dei suoi molti arresti per disobbedienza civile.

Nell'anno successivo, il 1976, il Partito Radicale si presenta per la prima volta alle elezioni politiche, ed Emma Bonino, capolista alla Camera in molte circoscrizioni viene eletta a soli 28 anni, assieme ad altri 3 radicali (Marco Pannella, Mauro Mellini ed Adele Faccio).

Nel 1979 è eletta al Parlamento Europeo.

Tra il 1980 e il 1981, oltre a promuovere diverse campagne per i referendum e per i diritti civili nell'Europa dell'Est, comincia a lavorare per l'istituzione di una Corte penale Internazionale, oggi arrivata a compimento.

Nel 1981 Emma Bonino promuove un appello contro lo sterminio per fame e contribuisce a fondare l’associazione Food and Disarmement International, con lo scopo di coordinare le attività e le iniziative d’informazione internazionale su questo fronte, di cui dopo qualche anno diventerà segretario. In tale veste nel 1986 organizza un Convegno Internazionale che lancia il "Manifesto dei Capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto". Nello stesso anno, in occasione di un incontro ufficiale con Papa Giovanni Paolo II, illustra in Vaticano le iniziative per combattere la fame.

Nel gennaio 1987 manifesta a Varsavia contro la dittatura comunista del generale Jaruzelski e in favore di Solidarnosc. Viene arrestata ed espulsa dal paese.

Nel 1989 diviene presidente del Partito Radicale Transnazionale, carica che ricopre fino al 1993.

Nel novembre 1990, per denunciare la legge americana che richiede la prescrizione medica per la vendita di siringhe, si fa arrestare a New York, città in cui si trovano 175.000 tossicodipenenti, mentre distribuisce siringhe sterili.

Nel maggio 1991 è la prima firmataria di una mozione che, dopo essere stata approvata dalla Camera dei Deputati, impegna il governo ad impedire la proliferazione delle armi non convenzionali e in particolare delle mine antiuomo.

Nel 1993 promuove una campagna a favore dell'istituzione del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia, consegnando al Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali un appello firmato da 25.000 persone in tutto il mondo.

Nel 1993 è tra i fondatori di Non c’è Pace Senza Giustizia, una associazione internazionale no-profit che lavora per la protezione e la promozione dei diritti umani, della democrazia, dello stato di diritto e della giustizia internazionale. Con tale associazione si dà l’obiettivo di sostenere l’attività del Tribunale ad hoc sulla ex Jugoslavia e di promuovere la creazione di una Corte Penale Internazionale permanente, competente ad accertare e giudicare nel mondo intero “i crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio”.

Sempre nel 1993 incontra il Dalai Lama e con lui tiene una conferenza stampa per il lancio di una mobilitazione per i diritti e la libertà del popolo tibetano e per la democrazia in Cina.

Nello stesso anno diventa segretario del Partito Radicale.

Nel 1994 viene nominata capo della delegazione del Governo Italiano all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l'iniziativa della "Moratoria sulla Pena di morte".

Nel gennaio 1995, grazie all'appoggio del primo governo Berlusconi, fu nominata Commissario Europeo responsabile della Politica dei Consumatori, della Politica della Pesca e dell’Ufficio Europeo per l’Aiuto Umanitario d’Urgenza (European Community Humanitarian Office, noto anche come ECHO).

In ogni caso il suo schierarsi a favore dell'intervento militare in Kosovo le alienerà il supporto di parte del mondo nonviolento e pacifista.

Nel febbraio 1995, dopo che un peschereccio spagnolo viene intercettato a cannonate dalla marina militare canadese e sequestrato con l'intero equipaggio, Emma Bonino accusa il Canada di "un atto di pirateria internazionale" e avvia un difficile negoziato che sfocia in aprile in un accordo Bruxelles-Canada che le guadagnerà una forte stima in tutta la Spagna.

In seguito, in quanto responsabile dell'ECHO, promosse e guidò diverse missioni umanitarie. La sua gestione della struttura non fu esente da critiche (vedi più avanti).

Nel 1996, all'indomani del genocidio in Ruanda, ha compiuto diversi viaggi nella regione dei Grandi Laghi in Africa per sostenere il diritto dei profughi all'assistenza umanitaria, per ribadire l'impegno finanziario dell'Europa e per invocare, invano, un intervento politico urgente da parte dell'ONU o delle grandi potenze.

Nello stesso periodo ha visitato la Somalia un paese oramai allo stremo e nuovamente in mano ai signori della guerra durante il quale il suo convoglio subisce un attacco armato da parte dei guerriglieri di Aidid. Subito dopo si reca nel Sudan, sfidando l’embargo imposto dal regime di Khartoum, allo scopo di riaprire il corridoio umanitario per le vittime di una crisi ‘dimenticata’, fra il Nord ed il Sud del paese.

Nel 1997, svolge una missione nel Kurdistan iracheno, paese allora colpito dalle sanzioni economiche, e in Afghanistan dove si reca per denunciare il regime dei Talebani. Qui viene arrestata e finisce in carcere per alcune ore dalla "milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtu" assieme alla sua delegazione. Le reazioni furono durissime: il vicesegretario del Consiglio d'Europa, Hans Khristian Krueger definì il suo arresto "scandaloso e intollerabile" e il ministro degli Esteri tedesco Klaus Kindel addirittura "infame". Di rientro da Kabul, decide di lanciare la campagna ‘Un fiore per le donne di Kabul’ contro ogni discriminazione e per consentire l’accesso agli aiuti umanitari da parte delle donne afghane.

Sempre nel 1997, essendone tra le principali promotrici, firma, per conto della Commissione europea, la Convenzione di Ottawa contro le mine antiuomo.

Nel 1998, Emma Bonino è particolarmente attiva nella mediazione della crisi in Guinea Bissau, come pure nel monitorare l’intervento umanitario in Sierra Leone e nel Kosovo, prima e dopo l’intervento della NATO nel 1999. Nel giugno dello stesso anno, guida la delegazione della Commissione europea alla conferenza internazionale di Roma per la Corte penale internazionale, contribuendo ad ottenere, dopo una lunga negoziazione, le 60 firme necessarie alla ratifica, nonostante l'opposizione degli USA.

Nel 1998 Emma Bonino criticò fortemente l'operato dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del Crimine, Pino Arlacchi. Il piano Arlacchi prevedeva sia sussidi agli agricoltori in cambio della riconversione delle piantagioni di sostanze illegali, sia la promozione dell'istruzione nell'uso di altre colture, ed in generale interventi tesi a diminuire la dipendenza dei contadini dai signori della guerra.

La Bonino, tuttavia, in un articolo pubblicato sul quotidiano spagnolo "El Pais" il 12 marzo, sostenne che la riduzione della produzione così ottenuta non poteva che essere un risultato a breve termine, senza alcuni effetti strutturali, e che si trattava di politiche del tutto sorpassate. Ma soprattutto la Bonino accusò Arlacchi di trattare con il regime ferocemente misogino dei talebani di Kabul in cambio del loro impegno a cessare la coltivazione di papaveri da oppio nella zona meridionale del Paese. Un vero schiaffo per la Bonino, attivissima nella denuncia delle violazioni dei diritti umani attuate dal regime di Kabul.

Su questa questione, il 13 febbraio il Parlamento Europeo adotta all'unanimità una risoluzione in cui, oltre a reiterare la sua ferma condanna del regime dei talebani, esprime preoccupazione per l'accordo concluso dall'UNDCP di Pino Arlacchi con i talebani, e chiede di sospendere tutti i programmi di cooperazione con loro.

Arlacchi quindi risponde con una lettera inviata al presidente della Commissione Europea Jacques Santer chiedendo di prendere sanzioni contro la Bonino che si era schierata così apertamente contro il suo operato. Per tutta risposta Santer difese la stessa Bonino, sostenendo che "non c'è nulla di negativo nel portare avanti una riflessione sulla questione fondamentale delle politiche delle droghe". Santer sottolineò anche come, la giustificazione presentata da Arlacchi che sostenne che l'accordo da lui siglato in Afghanistan sarebbe servito a "consentire allo staff dell'ONU di lavorare nelle zone di produzione della droga", era quantomeno azzardata, poiché poco dopo tutte le agenzie ONU, compresa l'Undcp, si dovettero ritirare dal sud-Afghanistan" (dopo che un funzionario era stato aggredito da un dignitario taleban): "questo dimostra - aggiunse Santer - che se necessario, che non vi è nulla di insultante nel sollevare dubbi sulla sostenibilità dei programmi finanziati dall'ONU".

In seguito, nel 2001 il parlamento europeo ridusse di 2/3 il finanziamento del fondo contro la droga gestito da Arlacchi, con una decisione legata alla presunta mala gestione del Fondo e alla richiesta di revisione dei meccanismi di funzionamento del Fondo stesso. Da quel momento, la produzione di droga in Afghanistan è cresciuta costantemente.

Il 5 marzo 2007 la Rosa nel Pugno ribadisce la sua convinzione dell'inutilità di quella parte della strategia di Arlacchi che prevede di pagare i contadini per aiutarli ad abbandonare l'oppio per passare ad altre colture, e rilancia proponendo (con l'appoggio di altre forze politiche) che il governo italiano avvii un programma sperimentale per l'acquisto dell'oppio afgano, per utilizzarlo nella produzione di farmaci per la terapia del dolore. .

Il 15 marzo 1999, assieme al resto della Commissione Santer, si è dimessa, per le accuse di frode e malgestione nei confronti del commissario Edith Cresson, che, rifiutandosi di dimettersi, costrinse l'intera Commissione a una dimissione collettiva. Il rapporto dei "saggi", tuttavia, conteneva critiche al comportamento di numerosi commissari, inclusa la stessa Bonino.

In effetti la situazione del personale era poi tornata alla normalità pochi mesi dopo l'incarico alla Bonino, quando nuovo personale venne regolarmente integrato, mentre per gli altri punti la sua gestione non fece nulla.

Nel giugno 1999 ha partecipato alle elezioni europee con una lista che portava il suo nome e ha ottenuto uno storico 8.5% dei voti, diventando la quarta forza politica nazionale. Tale risultato non è mai stato raggiunto in seguito.

Nel giugno 2000 presenta una proposta di risoluzione che denuncia la crudele pratica (in una trentina di paesi africani e mediorientali ma anche fra le comunità immigrate in Europa) delle mutilazioni genitali femminili praticata in molti paesi africani e mediorientali ma anche fra le comunità immigrate in Europa.

Nell'ottobre 2000 è stata al centro di alcune polemiche per l'utilizzo massiccio di messaggi di posta elettronica e SMS non desiderati a fini promozionali, con una campagna di spam ripetuta in diverse occasioni fino a quando, nel febbraio 2001, un pronunciamento dell'Autorità Garante per la Privacy chiarì che la pratica con cui erano stati raccolti ed utilizzati gli indirizzi di posta è illegale.

Nel dicembre 2001, in seguito all'insuccesso della sua lista alle elezioni politiche italiane, si trasferisce al Cairo con l'obiettivo di studiare la lingua e la cultura araba. Inaugura nel marzo 2003 una rassegna quotidiana di stampa araba, in onda su Radio Radicale.

Nello stesso periodo inaugura la campagna contro le mutilazioni genitali femminili, intitolata “StopFgm”, per dare appoggio e visibilità internazionali alla lotta combattuta da decenni dalle donne africane.

Nel novembre 2002, in rappresentanza del governo italiano, Emma Bonino partecipa a Seoul alla seconda conferenza ministeriale della “Community of Democracies”, un’unione di Stati che si sono dati l’obiettivo di lavorare per la creazione di una “Organizzazione Mondiale della Democrazia”, al fine di rafforzare le libertà civili e politiche nel mondo.

Nel gennaio 2004 organizza a Sana'a, con l'Ong "Non c'è Pace Senza Giustizia", la prima “Conferenza Intergovernativa Regionale su Democrazia, Diritti Umani e sul ruolo della Corte Penale Internazionale”, un'assoluta novità per un paese arabo.

Nel 2004 viene rieletta al Parlamento Europeo per la "Lista Bonino", iscrivendosi al gruppo dell'Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa.

Nel 2005 torna in Afghanistan in veste ufficiale, questa volta come Capo delegazione della Missione degli osservatori elettorali dell’Unione europea alle elezioni parlamentari e provinciali.

Fino al 2006 rimane membro della Commissione per gli affari esteri; della Commissione per i bilanci; della Sottocommissione per i diritti dell'uomo; della Delegazione alla commissione parlamentare mista UE-Turchia; della Delegazione all'Assemblea parlamentare Euromediterranea; vicepresidente della Delegazione per le relazioni con i paesi del Mashrek.

Dopo un decennio trascorso con posizioni vicine alla Casa delle Libertà, pur con molti distinguo, alle Elezioni politiche del 2006 si presenta con la lista della Rosa nel pugno, un nuovo partito nato dall'unione di Radicali Italiani e Socialisti Democratici Italiani di Enrico Boselli.

Il nuovo partito ottiene un deludente 2.6%, una percentuale largamente inferiore alla somma degli elettorati attribuibili a Radicali Italiani e Socialisti Democratici Italiani, ma sufficiente ad eleggere 18 parlamentari, tra cui la stessa Emma Bonino, che rientra nel Parlamento Italiano dopo 12 anni. Il 27 aprile 2006, infatti, opta per il Parlamento Italiano e si dimette da quello Europeo.

In occasione delle elezioni amministrative dello stesso anno Emma Bonino si candida come capolista della Rosa nel Pugno a Roma, nella coalizione che sosteneva la candidatura del sindaco Walter Veltroni.

Nei giorni immediatamente precedente alla formazione del secondo governo Prodi, la Bonino chiese per sé il Ministero della Difesa, che in quel momento sembrava destinato a Clemente Mastella, al quale poi andrà il dicastero della Giustizia: al termine di varie riunioni, l'esponente Radicale è entrata a far parte del secondo esecutivo guidato dal "Professore" in qualità di Ministro per gli Affari Europei.

Il 17 maggio 2006 è stata nominata ministro delle Politiche Europee del governo Prodi II.

Il 18 maggio 2006 viene istituito il Ministero per il Commercio internazionale che viene affidato ad Emma Bonino, che mantiene anche le competenze in materia di Politiche Europee.

In occasione delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 è stata candidata ed eletta al Senato come capolista del Partito Democratico nella circoscrizione Piemonte, in base ad un accordo fra democratici e Radicali, all'interno della delegazione Radicale nel PD. Il 6 maggio 2008 è stata eletta vicepresidente del Senato della Repubblica con 107 voti a favore.

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Massacro di Srebrenica

Potočari, 11 luglio 2007

Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.

È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali le vittime del massacro furono circa 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000.

I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le Nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladić e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante.

Un video che mostrerebbe l'"evidenza dei fatti" fu trovato in possesso di Natasha Kandic, un abitante del luogo, e ritrasmesso dai media e utilizzato come prova nel processo contro Slobodan Milošević alla corte Internazionale dell'Aja.

Il 6 maggio 1993 il Consiglio di sicurezza dell'ONU, con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all'occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della Forza di protezione delle Nazioni Unite, i cosiddetti Caschi blu.

La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu delimitata dopo un'offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell'ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall'esercito serbo-bosniaco. Decine di migliaia di profughi vi cercarono rifugio.

Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall'armata serbo-bosniaca. Dopo un'offensiva durata alcuni giorni, l'11 luglio l'esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica.

Gli uomini, dai 14 ai 65 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento; secondo le istituzioni ufficiali i morti furono circa 7.800, mentre non si hanno ancora stime precise del numero di dispersi. Fino ad oggi circa 5000 corpi sono stati esumati, di cui appena 2000 sono stati identificati.

Il 26 febbraio 2007 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja, il principale organo giurisdizionale dell'ONU, si è pronunciata sul ricorso della Bosnia contro la ex-Jugoslavia, ovvero l'attuale Stato della Serbia. La sentenza afferma che il Montenegro non è parte in causa in quanto si è reso indipendente dalla Serbia solo dal 2006, ben oltre il periodo in cui si sono verificati i fatti oggetti del processo.

Rosalyne Higgins, britannica e presidente del collegio giudicante di appello, ha dato lettura della sentenza. La sentenza di appello del 26 febbraio è stata votata all'unanimità dal collegio giudicante, e conferma quella di primo grado del 2 agosto 2001, nel riconoscere il massacro di Srebrenica come un genocidio.

Il Tribunale ha respinto la richiesta di indennizzo a favore dei sopravissuti a Srebrenica. La Corte ha stabilito che quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone, ma che lo Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Herzegovina dal 1992 al 1995, fra i quali rientra la strage di Srebrenica. Il fatto è riconosciuto come genocidio poiché "l'azione commessa a Srebrenica venne condotta con l'intento di distruggere in parte la comunità bosniaco musulmana della Bosnia-Erzegovina e di conseguenza si trattò di atti di genocidio commesse dai serbo bosniaci".

La Serbia non fu responsabile di genocidio perché "non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado" né di complicità perché non vi sono prove che "l'intenzione di commettere atto di genocidio fosse stata portata all'attenzione delle autorità di Belgrado", anche se viene riconosciuto che Radovan Karadzic e Ratko Mladic dipendessero da Belgrado, che forniva assistenza finanziaria e militare ed esercitava una influenza sul leader politico serbo-bosniaco e sul capo militare.

La Corte rileva che "vi era un serio rischio di massacro, ma la Serbia non ha fatto nulla per rispettare i suoi obblighi di prevenire e punire il genocidio di Srebrenica" e che "ha fallito nel cooperare pienamente con il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, che ha incriminato i responsabili". In particolare, la Serbia è accusata di non aver aiutato il Tribunale per l'ex Jugoslavia ad arrestare quanti sono ritenuti colpevoli del fatto, e di ospitarne alcuni in stato di latitanza. Il Tribunale per l'ex Jugoslavia ha il compito di accertare responsabilità di singoli individui, mentre la Corte Internazionale dirime controversie fra Stati membri dell'ONU che ne hanno riconosciuto la giurisdizione.

Alle forze Bosniache sotto il comando di Naser Orić era stato permesso di tenere le armi in posizioni all'interno della zona protetta, contrariamente alle condizioni stabilite nel patto col quale si conveniva il "cessate il fuoco".

Orić approfittò della situazione per condurre attacchi notturni contro villaggi serbi nei dintorni. Il caso più clamoroso fu quello di Kravica, attaccato nella notte del 7 gennaio, il Natale Ortodosso. Queste azioni militari prendevano la forma di pulizia etnica e rappresaglie contro i serbi. Centinaia furono torturati, feriti e brutalmente uccisi durante questi attacchi. Nel 1994 il governo serbo fece istanza all'ONU, fornendo una lista di 371 serbi uccisi nell'area. I media serbi, da allora, hanno riportato numeri molto più alti, fino a 3287. Non è attualmente chiaro quanti di questi fossero civili. Il generale Philippe Morillon dichiarò la sua convinzione che l'attacco serbo su Srebrenica fosse una reazione diretta ai massacri di Naser Orić e delle sue forze avvenuti nel 1992 e nel 1993.

I familiari delle vittime e la Corte Penale Internazionale ritengono questa una teoria negazionista. Infatti la Corte Penale Internazionale inserisce questa strage nella strategia di sterminio della popolazione bosniaca musulmana pianificata e perpetrata da parte delle truppe e dai paramilitari serbo-bosniaci.

Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell'ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti.

La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica,Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni.

Quando i serbi si avvicinarono all'enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l'allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l'8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell'ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L'11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell'11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell'ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante.

Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada. Nel frattempo l'enclave era già caduta e l'attacco aereo fu cancellato per ordine dell'ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell'ONU di Dutchbat.

Gran parte della popolazione ed i soldati olandesi erano già fuggiti e si erano rifugiati nella base militare dell'ONU di Potocari. Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladić, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile nelle circostanze.

La città di Srebrenica era comunque inserita nella futura Entità Serba e le prime bozze degli accordi di Dayton non potevano prevedere enclaves. Di fatto la conquista della città da parte dei serbi avrebbe consentito di arrivare a definire la situazione territoriale attuale e, di conseguenza, di portare avanti gli accordi di pace.

I soldati olandesi subirono pesanti accuse da parte dei media al ritorno in patria. Numerosi soldati soffrirono di stress post-traumatico in seguito alla vicenda, e sostengono di essere stati ingiustamente criticati dalla stampa. Il 4 dicembre 2006 il Ministro della Difesa olandese ha decorato con cinquecento medaglie il battaglione di pace che aveva il compito di proteggere Srebrenica. La motivazione fornita dal portavoce olandese precisa che questa non costituisce una medaglia al valore, bensì una forma di ricompensa per le accuse - ritenute ingiuste - a cui i soldati olandesi vennero sottoposti.

I ministri olandesi responsabili erano al tempo il ministro della difesa Relus ter Beek, il suo successore Joris Voorhoeve ed il ministro degli esteri Hans van Mierlo sotto il primo ministro Wim Kok. I responsabili all'ONU erano il generale francese Janvier e i militari olandesi generale Couzy (comandante in capo), generale van Baal ed il comandante di Dutchbat generale Nicolaï. Il tenente colonnello Ton Karremans era responsabile per l'enclave di Srebrenica, il maggiore Franken per Tuzla.

Il 2 marzo 2007 il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja pur definendo il massacro un genocidio, assolve la Serbia dalle responsabilità e dispone l'arresto dell'ex leader politico serbo bosniaco Radovan Karadzic e del suo capo militare Ratko Mladic. Inteso il genocidio secondo i principi di Norimberga, l'assoluzione solleva la Serbia dall'obbligo di pagare un indennizzo di guerra alla Bosnia.

Visto il coinvolgimento dei militari olandesi, il governo olandese già nel 1996 ordinò un'inchiesta per stabilire il grado di responsabilità delle truppe di Dutchbat.

I risultati finali furono presentati il 10 aprile 2002. Immediatamente il ministro della difesa olandese Frank de Grave fece sapere di essere pronto a dimettersi. Il 16 aprile, il governo di Wim Kok presentò collettivamente le dimissioni, assumendosi la responsabilità, ma non la colpa del massacro.

Il 17 aprile, il capo delle forze armate olandesi, il generale Van Baal, rassegnò anch'egli le sue dimissioni.

Il 4 dicembre 2006 il ministro della difesa olandese ha consegnato la medaglia d'onore al battaglione olandese per il coraggio mostrato a Srebrenica, con tanto di appoggio della Commissione Europea.

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Corte Internazionale di Giustizia

Il Palazzo della Pace all'Aia, sede della CIG

La Corte Internazionale di Giustizia, conosciuta anche come Corte Mondiale ( in francese: Cour internationale de justice, CIJ, in inglese: International Court of Justice, ICJ), è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

Le sentenza ed i pareri della Corte sono uno dei principali strumenti con cui si accerta l'esistenza di norme internazionali.

La sede della Corte è nel Palazzo della Pace all'Aia, Paesi Bassi. L'ICJ non deve essere confusa con la Corte Penale Internazionale (International Criminal Court), recentemente istituita, il cui compito è invece quello di giudicare individui ritenuti colpevoli di crimini internazionali.

Il funzionamento e l'organizzazione della Corte sono disciplinati dallo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, annesso allo Statuto delle Nazioni Unite e dal Regolamento adottato dalla Corte stessa.

Il primo organo ad essere istituito per dirimere le controversie internazionali fu la Corte Permanente di Arbitrato (CPA), creata nel 1899 con sede anch'essa all'Aia. La Corte, tuttora in vigoree, si limita a fornire agli stati un elenco di giudici e un'infrastruttura amministrativa se essi decidono di risolvere la loro controversia per via arbitrale. La CPA fornisce attualmente all'Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza la lista di persone tra cui scegliere i giudici dell'ICJ.

La Corte Permanente di Giustizia Internazionale creata nel 1921 è invece il diretto precedente della Corte Internazionale di Giustizia, che ne ha preso il posto. Come suggerisce il nome l'aspetto più innovativo della Corte era il fatto di essere dotata di una struttura permanente; costituì il primo organo giudiziale per la risoluzione delle controversie internazionali.

La Corte è composta da quindici giudici di nazionalità diversa eletti dall'Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza. I giudici restano in carica per nove anni e possono essere rieletti. Nessun paese può avere più di un giudice. Ognuno dei paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ha sempre avuto un giudice. I giudici non sono rappresentanti dei loro paesi ma siedono a titolo personale e non devono farsi condizionare dalle autorità dello Stato di cui sono cittadini. Le decisioni sono prese a maggioranza dei presenti.

La Corte può costituire in qualsiasi momento una o più sezioni composte di almeno tre giudici secondo quanto essa decida, per trattare particolari categorie di controversie: per esempio, controversie in materia di lavoro e controversie concernenti il transito e le comunicazioni. La Corte può in qualsiasi momento costituire una sezione per trattare una determinata controversia. Il numero dei giudici di tale sezione è deciso dalla Corte con l'assenso delle parti. Le controversie sono esaminate e decise dalle sezioni di cui sopra, qualora le parti ne facciano richiesta (art. 26 Statuto).

Al fine di un rapido espletamento dei processi, la Corte costituisce ogni anno una sezione composta di cinque giudici, per decidere con procedimento sommario, quando le parti lo domandino. Inoltre, due giudici saranno designati per sostituire i giudici che si trovino nell'impossibilità di partecipare alle sedute (art. 29 Statuto).

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Crimine internazionale

Il crimine internazionale è una violazioni del diritto internazionale che lede interessi vitali della comunità internazionale. Tali crimini vengono codificati per la prima volta nell'accordo di Londra del 1945 che istituisce i tribunali penali di Norimberga e Tokyo.

La loro codificazione ha subito numerose modifiche. La materia riguarda la responsabilità degli Stati, in quanto sono spesso individui organi a commettere tali crimini e in ogni caso sono commessi perché lo stato non ha messo in atto tutte le misure necessarie a prevenire e reprimere tali crimini (vedere progetti della commissione di diritto internazionale dell'ONU, del 1996 e del 2001). Tali crimini sono : crimini di guerra (violazioni delle convenzioni dell'Aja e della Convenzione di Ginevra del 1949), crimini contro l'umanità (violazione continua e massiccia dei diritti umani), genocidio e aggressione.

L'inadempimento agli obblighi di diritto internazionale può dar luogo a due diverse fattispecie: il delitto internazionale ed il crimine internazionale: quest'ultimo rappresenta la gamma di violazioni più gravi, tanto che a determinati livelli rescinde il vincolo di rappresentanza organica e segue, oltre allo Stato, anche l'individuo che - nella sua veste di organo di vertice dello Stato criminale - ha determinato il soggetto statuale a violare lo ius gentium.

Non è vero che il diritto internazionale penale viola il principio di irretroattività della legge penale: per due volte, negli ultimi anni, nel caso Naletilic e nel caso Milošević, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha inequivocabilmente statuito che il Tribunale per l'ex Yugoslavia offre le sufficienti garanzie procedurali richieste dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Piuttosto, il principio nullum crimen sine lege si atteggia diversamente rispetto al diritto penale internazionale posto da strumenti pattizi internazionali, e ciò perché non richiede espressamente un testo di legge scritta, ma nasce dal diritto internazionale generale di fonte consuetudinaria. Che poi quest'ultimo sempre più venga codificato in trattati è un utilissimo supporto all'interprete, anche per garantire in concreto il rispetto del principio di tipicità, determinatezza e tassatività della fattispecie: ma sicuramente non si può dire che chi commise un crimine internazionale nell'ultimo decennio del Novecento non sapeva di porre in essere un comportamento antigiuridico, sanzionabile secondo diritto.

Anche il diritto sostanziale (penale e costituzionale) - comunque - necessita di adeguamenti, come fu rilevato già diversi anni fa dalla Venice Commission del Consiglio d'Europa; sviluppi si registrano anche a livello europeo in materia estradizionale e di semplificazione delle procedure di consegna. Un domani che al Procuratore europeo si affiancasse un Corpus iuris unitario anche in materia penale, lo stesso encomiabile sforzo esercitato in questi anni dalla Commissione europea - per propiziare l'adesione di tutti gli Stati membri e quelli candidati allo Statuto della Corte penale internazionale - potrebbe non esaurire l'ambito del contributo europeo alla causa della giustizia internazionale. Il principio di complementarietà pretende che all'Aja arrivi solo ciò che non si riesce a perseguire a livello nazionale; proprio il livello europeo - mediante le proprie istituzioni giurisdizionali, esistenti o di nuova istituzione - potrebbe rappresentare uno "scalino" ulteriore di garanzia, anche alla luce dei diritti fondamentali consacrati nella Carta di Nizza e del fatto che essi stanno entrando nella strumentazione della Corte di giustizia della Comunità europea avente sede a Lussemburgo.

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Tribunali internazionali

Di seguito una breve rassegna dei tribunali internazionali a livello mondiale ed europeo.

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Laurent Nkunda

Laurent Nkunda Batware (2 febbraio 1967) è un militare della Repubblica Democratica del Congo.

È generale formale dell'Esercito della Repubblica Democratica del Congo, e capo dei ribelli per la liberazione del Kivu Nord, affiliati con le milizie Tutsi della vicina Ruanda.

Dopo aver studiato Psicologia, compie molti viaggi in Ruanda, dove si unisce all'RPF e supporta la causa Tutsi nel Genocidio ruandese. Combatte nella Prima guerra del Congo, mentre nella seconda sta dalla parte delle forze allineate ai Tutsi del Burundi, dell'Uganda, e della Ruanda. Diventato prima maggiore e poi colonnello, dal 2004 è generale dell'esercito della Repubblica Democratica del Congo.

Durante il Conflitto del Kivu, si distacca completamente dal governo nazionale ponendo le sue basi nel Kivu Nord, e stabilendo un'organizzazione politica chiamata Congresso nazionale per la difesa del popolo. Il 27 Ottobre 2008 scoppia un nuovo conflitto, nonostante l'imposizione di 17000 uomini dell'esercito delle Nazioni Unite. Nkunda porta i suoi uomini nei pressi della città di Goma, dichiarando di avere al suo seguito milizie Tutsi e aiuti della Ruanda. Sia i soldati governativi sia i ribelli bruciano e razziano villaggi indiscriminatamente, secondo fonti dell'ONU, che ha dichiarato l'esistenza di un'effettiva "crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche".

Attualmente Nkunda è indagato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, ed è stato accusato da Amnesty International di aver usufruito nei suoi attacchi anche di bambini soldato.

Il 22 gennaio del 2009 è stato sconfitto e arrestato da un attacco congiunto delle forze armate ruandesi e congolesi aventi come obbiettivo la sconfitta dei ribelli tutsi (del CNDP) dell'est della Repubblica Democratica del Congo. Attualmente proprio il governo congolese sta chiedendo l'estradizione al Ruanda.

Nkunda afferma di essere un devoto cristiano pentecostale e così come la maggior parte delle sue truppe. Nel 2008 il documentario "Blood Coltan" circa i costi reali dei telefoni cellulari, Nkunda mostra con orgoglio la piastrina che egli indossa recitante "Rebels for Christ" (Ribelli per Cristo). Egli sostiene di essere un sacerdote Avventista del Settimo Giorno e che egli riceve aiuto e la guida dai "Ribelli per Cristo" americani che visitano il Congo per diffondere il cristianesimo pentecostale. La Chiesa Avventista del Settimo Giorno nega ogni tipo di affiliazione di Nkunda, sia come membro di chiesa sia come pastore.

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Source : Wikipedia