Corinaldo

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Inviato da murphy 07/04/2009 @ 19:13

Tags : corinaldo, marche, italia

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Miliario di Corinaldo

Il miliario di Corinaldo.

Il miliario trovato a Corinaldo (CIL.XI/2, n.6631) dedicato agli imperatori Costantino e Massenzio e databile dal 308 al 313 d.C., porta incisa la distanza di 184 miglia da Roma; è conservato nella Chiesa di Madonna del Piano (Santa Maria in Portuno). Dei diversi itinerari, sembra più probabile che segnasse la distanza della Via Flaminia da Roma fino ad Calem e da lì lungo un diverticulum nella valle del Cesano, passando vicino all'attuale Corinaldo, fino all'Adriatico. Ha tre iscrizioni diverse e dimostra l'uso di questa via anche in età tardo-imperiale.

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Teatro Carlo Goldoni (Corinaldo)

Il Teatro Carlo Goldoni di Corinaldo (AN) è lo storico teatro della città.

Il teatro fu edificato tra il 1863 ed il 1869, ricostruito sulle ceneri del precedente "Teatro del Sol Nascente", eretto nella prima metà del XVIII secolo su progetto dell'architetto fabrianese Angelo Birza. Questo stesso teatro era nato in sostituzione di un precedente spazio scenico risalente al 1671 e ricavato all'interno del Monastero nuovo di Santa Chiara.

Per la realizzazione del teatro Carlo Goldoni furono redatti due progetti, l'uno di Alessandro Pasqui di Firenze e l'altro di Francesco Fellini di Barbara (AN). Il progetto finale fu opera dell'ingegnere corinaldese Crescentino Quagliani che modificò la curva della sala della pianta ad "U" del teatro del Birza, creando un sistema di sollevamento della platea a livello del palcoscenico ancora in uso e perfettamente funzionante.

Il proscenio è stato modificato nel 1963 con l'aggiunta di sei nuovi palchi. Si tratta dell'unica modifica alla struttura originale. Il teatro è stato inaugurato il 3 dicembre 2005 dopo un intervento di restauro.

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Vincenzo Maria Cimarelli

Istorie dello Stato di Urbino - Copertina.JPG

Vincenzo Maria Cimarelli (Corinaldo, 11 novembre 1585 – Brescia, 1662) è stato un religioso, naturalista e storico italiano. Fu frate domenicano e inquisitore del Santo Uffizio.

Scarse le notizia biografiche, la sua figura è nota soprattutto per esser stato l'autore di un'opera storica sul Ducato di Urbino, incentrata soprattutto sulla sua città natale Corinaldo e su Suasa, la città romana a cui lo scrittore faceva risalire le origini.

A Corinaldo si conservano la sua casa natale e, nell'archivio comunale, alcune lettere preziose per la ricostruzione del profilo biografico dell'autore.

La sua decisione di diventare religioso viene dallo stesso Cimarelli motivata con un evento a suo dire prodigioso: si trovava nei pressi dell'anfiteatro di Suasa quando in un giorno di festa tre contadini che erano intenti a lavorare, vennero folgorati.

Nel 1604 entrò nei Domenicani. Dal 1615 al 1629 fu teologo alla corte del Ducato di Urbino. Sempre ad Urbino fece parte dell'Accademia degli Assorditi con il nome di "Oscuro".

Svolse la sua attività di inquisitore a Gubbio, in seguito si spostò a Crema ed infine a Brescia.

Le ultime due sono state pubblicate postume del pronipote Silvio Cimarelli.

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Maria Goretti

La casa dove Maria Goretti fu uccisa

Maria Teresa Goretti (Corinaldo, 16 ottobre 1890 – Nettuno, 6 luglio 1902) è una santa italiana venerata come martire dalla Chiesa cattolica. Vittima di omicidio a seguito di tentato stupro, fu canonizzata nel 1950 da papa Pio XII con il nome di santa Maria Goretti.

La famiglia Goretti, originaria di Corinaldo nelle Marche, era composta dai coniugi Luigi Goretti e Assunta Carlini e dai loro sette figli: Maria Teresa era la terzogenita. La vita della giovane Maria, fino al suo omicidio, non fu diversa da quella dei figli di molti lavoratori agricoli che dovettero lasciare le proprie terre per cercare sostentamento altrove: bassa o quasi nulla scolarizzazione, semianalfabetismo (quando non analfabetismo vero e proprio) e lavoro casalingo o nei campi fin dall’adolescenza.

È in tale contesto sociale che maturò il tentativo di stupro e, a seguire, l’omicidio della giovane contadina. I Goretti, in cerca di una migliore occupazione, si trasferirono dapprima a Paliano (nei pressi di Frosinone), ove conobbero i Serenelli, altra famiglia marchigiana con la quale strinsero rapporti di collaborazione e buon vicinato. In seguito i Goretti e i Serenelli si trasferirono insieme alle Ferriere di Conca Cascina Antica nel comune di Cisterna, in provincia di Roma. Nel 1900 Luigi Goretti morì di malaria e anche il capofamiglia dei Serenelli rimase presto vedovo; la collaborazione tra le due famiglie si fece ancora più stretta, dato che a sbrigare le faccende domestiche di casa Serenelli provvedevano le donne di casa Goretti, compresa la giovane Maria.

La costante frequentazione della dodicenne Maria in casa Serenelli spinse uno dei figli, Alessandro, all’epoca diciottenne, a tentare approcci di natura anche sessuale nei suoi confronti, che raggiunsero il culmine nell’estate del 1902: il 5 luglio, dopo un ennesimo tentativo fallito di ottenere riscontro alle sue proposte, Serenelli tentò di violentare la giovane e, avendo trovato la di lei resistenza al «brutto peccato», la ferì più volte con un punteruolo. La ragazza venne trasportata all'ospedale Orsenigo di Nettuno; la morte non sopravvenne subito, ma il giorno successivo, per le complicazioni di un intervento chirurgico senza anestesia, si aggravò morendo poi di peritonite. La cronaca narra che, dopo aver ricevuto i conforti religiosi, Maria Goretti perdonò il suo assalitore.

Le solenni esequie vennero celebrate l'8 luglio 1902 nella cappella dell'ospedale, oggi chiesa parrocchiale di Santa Barbara Vergine e Martire di Nettuno, conosciuta sotto il nome di chiesa della Divina Provvidenza.

Alessandro Serenelli fu condannato a 30 anni di reclusione. Ospite nel carcere giudiziario di Noto dal 1902 al 1918 iniziò qui il suo cammino di pentimento e conversione, incoraggiato dal vescovo di Noto del tempo, mons. Giovanni Blandini. Secondo quanto da egli stesso raccontato anni dopo, avrebbe tentato una riconciliazione con la famiglia e i propri dettami religiosi dopo avere sognato la sua vittima che gli offriva dei gigli che si trasformavano in fiammelle. Nel 1929, dopo 27 anni di reclusione, Serenelli fu scarcerato e chiese il perdono dei familiari di Maria Goretti. La madre glielo accordò. Dopo tale episodio, Serenelli trascorse il resto della sua vita come lavorante laico in un convento di cappuccini ad Ascoli Piceno e morì il 6 maggio 1970, a 88 anni, in un convento di Macerata.

Già durante il Fascismo Maria Goretti iniziò a divenire oggetto di culto tra gli strati meno istruiti della popolazione, in particolare proprio quelli rurali, e lo stesso regime cercò di cavalcare questa devozione popolare per favorire la nascita di un’icona cara ai contadini; una volta caduto prima il fascismo e poi la monarchia sabauda, nel 1950, in pieno periodo di affermazione di un nuovo ruolo femminile in seno alla famiglia e alla società, l’immagine di Maria Goretti fu adottata a simbolo di una visione tradizionale della donna, obbediente e dedita alla maternità e al lavoro domestico e, in tale chiave, additata a esempio anche dalla Chiesa cattolica: la canonizzazione avvenuta a opera di Pio XII precedette di poco la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria.

L'11 dicembre 1949 Pio XII riconobbe come miracolose due guarigioni attribuite all'intercessione di Maria Goretti: quella di Giuseppe Cupe da un grave ematoma (8 maggio 1947) e quella di Anna Grossi Musumarra da pleurite (11 maggio dello stesso anno).

La cerimonia di canonizzazione si tenne il 24 giugno 1950 a piazza San Pietro nella Città del Vaticano e il giorno di commemorazione istituito fu il 6 luglio, anniversario della morte della giovane contadina. A motivare la sua canonizzazione sarebbe stato, a parte la resistenza opposta al tentativo di stupro e il citato perdono concesso al suo assalitore, il proposito fatto a 11 anni al momento di ricevere la prima comunione che, secondo l’agiografia, sarebbe stato «di morire prima di commettere dei peccati».

Il corpo e le reliquie di Maria Goretti sono conservati a Nettuno, nel santuario di Nostra Signora delle Grazie.

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Santa Maria in Portuno

La media valle del Cesano vista dalla località "Croce del Termine"

Santa Maria in Portuno è una storica località della media valle del Cesano che oggi ricade nel territorio del comune di Corinaldo (AN). Nota per essere stata la sede di uno dei sei monasteri medievali della valle del Cesano, oggi è oggetto di indagini archeologiche che hanno portato alla creazione di un museo accanto al sito archeologico.

Gli scavi recenti sotto la chiesa hanno rimesso in luce ambienti industriali di epoca romana, dedicati alla fabbricazione di laterizi e ceramica, pertinenti al settore produttivo di una villa romana o ad un vicus, piccolo insediamento collegato al passaggio di una via. La zona era infatti percorsa da un'antica strada romana che collegava la via Flaminia al mare, passando proprio accanto la chiesa. Numerosi elementi architettonici di età romana (capitelli, colonne, basi) sono reimpiegati all'interno delle murature della chiesa.La via continuò ad essere usata anche in età tardo romana (come è attestato dal miliario di Corinaldo) e poi ancora durante il Medioevo.

Il monastero, citato in una carta di Fonte Avellana del 1090 con il nome di S. Marie que dicitur in Portuno, prese nel 1224 il nome attuale di "Madonna de Plano". Il primo toponimo si può ricondurre al dio romano Portuno (dio delle porte e dei porti), il cui tempio si trovava a Roma nel Foro Boario, affacciato sul fiume Tevere.

Notizie sul monastero nel XVII secolo, sono presenti in diversi atti del consiglio comunale, che riferiscono delle attività e dell'aspetto esteriore della chiesa. In quest'epoca il monastero viene descritto nell'opera Istorie dello Stato di Urbino (1642) dello storico corinaldese Vincenzo Maria Cimarelli, che aveva visitato l'edificio nel 1638. Nella seconda metà del secolo la mancanza di documentazione (non sono attestate neppure le visite pastorali) ha fatto supporre agli archeologi che stanno indagando una possibile chiusura o abbandono dell'edificio ecclesiastico.

Nel XVIII secolo la chiesa era in possesso del Collegio germanico-ungarico, che provvide ai restauri, aggiungendovi un campanile e una nuova facciata con portale ad arco e decorazione in arenaria.

La chiesa attuale, ad unica navata terminante in un'abside, è l'unico resto dell'antico monastero ancora visibile.

Al centro dell'abside si trova una tela del pittore veronese Claudio Ridolfi (1570-1644), raffigurante Maddalena ai piedi della Croce. L'opera rientra nei precetti della Controriforma, che prevedeva soggetti di carattere devozionale, e riprende, nei contrasti luministici e nel paesaggio sullo sfondo (è raffigurata la città di Roma con la cupola del Pantheon) la pittura veneta dell'ambiente di provenienza.

Sull'altare destro si trova un affresco di autore ignoto, datato al 1540, raffigurante la Madonna del Conforto, una Madonna con Bambino, riscoperto il 23 aprile 1790, prodotto della cultura popolare. Altri due affreschi entro nicchie raffigurano l'iconografia della Madonna del latte, uno dei quali è attribuito alla seconda metà del XV secolo.

La chiesa ospita inoltre numerosi ex voto, in legno e metallo, i cui esemplari più antichi risalgono alla fine dell'Ottocento: contadini, artigiani e pescatori ringraziano la Madonna per un'avvenuta guarigione o per uno scampato pericolo. Le immagini ricordano l'evento e la grazia ricevuta, sottolineata dalla presenza benevola della Madonna con il Bambino, che spesso imita l'iconografia dell'affresco della Madonna del Conforto dopo la sua riscoperta. I dipinti sono realizzati da semplici disegnatori in varie tecniche: dall'acquerello su carta, alla tempera, alla pittura ad olio su legno.

A partire dal 2001 il Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna ha condotto una serie di scavi archeologici sia all'interno della chiesa sia all'esterno. Le ricerche all’interno dell’edificio hanno confermato l’esistenza di numerose fasi più antiche, spesso di difficilissima interpretazione a causa della ristrettezza dei sondaggi eseguiti.

La conferma della presenza di un edificio di culto precedente, riferibile almeno di età altomedievale (IX-X secolo), è venuta dallo scavo condotto intorno alla cripta dove, incorporata al di sotto dell'abside pentagonale romanica, è emersa una precedente abside semicircolare.

All'interno della cripta è stata rinvenuta, poi, anche una piccola fornace, forse destinata alla cottura di laterizi, riferibile all'età romana. La struttura, poi, è stata quasi del tutto distrutta durante le operazioni di scavo collegate alla costruzione della cripta. Sembra dunque certo che il primitivo edificio di culto cristiano sia stato edificato sfruttando una precedente area produttiva di età romana (la pars rustica di una villa suburbana?), riutilizzandone quasi interamente le strutture come materiale edilizio.

Attorno all’abside e di fronte alla facciata della chiesa sono state rinvenute anche due vaste aree cimiteriali. Le sepolture, tutte molto povere e prive di corredo, sono semplici fosse terragne, che solo in pochi casi presentano pareti rivestite con pezzame laterizio e pietre.

Altri sondaggi condotti all’esterno della chiesa, nel settore meridionale, stanno mettendo in luce alcuni annessi del monastero (forse un hospitium per pellegrini), e, nei livelli più antichi, un accumulo di laterizi di scarto, pertinenti all’area produttiva di età romana già descritta.

Piccolo museo annesso allo scavo: si possono vedere le ricostruzioni del sito e alcuni reperti degli scavi archeologici.

Tela di Claudio Ridolfi rappresentante la Maddalena ai piedi della Croce.

Ex voto su legno (1893) nella sagrestia della chiesa.

Ex voto su legno (1892) nella sagrestia della chiesa.

La sepoltura n. 11 rinvenuta nel cimitero sul lato ovest della chiesa.

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Civica raccolta d'arte Claudio Ridolfi

La Civica Raccolta d'Arte "Claudio Ridolfi" di Corinaldo (AN) comprende circa sessanta opere, soprattutto di soggetto sacro, di Claudio Ridolfi (ca. 1570 - 1644), l'artista veronese che elesse Corinaldo a sua dimora, di Ercole Ramazzani, di Domenico Peruzzini, di Giuseppe Marchesi e di altri autori del XVII secolo che operarono in ambito ridolfiano. Completano la raccolta alcuni ostensori in argento, una croce astile del 1615 e una serie preziosa di diciotto reliquiari siciliani in legno policromo, eseguiti prima del 1612.

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Source : Wikipedia