Coppa Volpi

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Inviato da david 14/04/2009 @ 22:11

Tags : coppa volpi, mostra di venezia, festival del cinema, cinema, cultura

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Coppa Volpi

Leone di Venezia

La Coppa Volpi è il premio che viene assegnato nell'ambito della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per la miglior interpretazione sia maschile che femminile.

Il riconoscimento, indetto a partire dalla seconda edizione della rassegna (1934), deve il suo nome al conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente della Biennale di Venezia e "padre" della mostra del cinema.

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Coppa Volpi per il miglior attore non protagonista

La Coppa Volpi per il miglior attore non protagonista è stato un premio della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia che veniva assegnata dal 1993 al migliore attore in un ruolo secondario.

La sua assegnazione è stata sospesa nel 1996, dopo quattro sole edizioni.

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Coppa Volpi per la miglior attrice non protagonista

La Coppa Volpi per la miglior attrice non protagonista è stato un premio della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia che veniva assegnata in ogni edizione alla migliore attrice in un ruolo secondario.

La sua assegnazione è stata sospesa nel 1995, dopo tre sole edizioni.

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Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile

Leone di Venezia

La "Coppa Volpi" per la miglior interpretazione maschile è un premio della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia che viene assegnata in ogni edizione al miglior attore.

Vedi anche l'albo delle attrici vincitrici della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.

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Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile

Leone di Venezia

La "Coppa Volpi" per la miglior interpretazione femminile è un premio della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia che viene assegnata in ogni edizione alla migliore attrice.

Vedi anche l'albo degli attori vincitori della Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

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Laura Betti

Laura Betti ritratta insieme a Pier Paolo Pasolini

Laura Betti - pseudonimo di Laura Trombetti - (Casalecchio di Reno, 1 maggio 1927 – Roma, 31 luglio 2004) è stata un'attrice e cantante italiana di cinema e teatro.

Il suo nome è legato - oltre che ad una indubbia bravura di interprete dotata di grinta e di una voce caratterizzata da un timbro roco che la rendeva inconfondibile - al lungo sodalizio artistico ed umano che la unì al poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini.

Gli ultimi anni di vita li ha dedicati a curare il Fondo istituito nel nome di Pasolini. Per lo scrittore, Laura Betti era una tragica Marlene, una vera Garbo con sopra al volto una maschera inalterabile di pupattola bionda. In realtà - parole dello stesso Pasolini - l'attrice era una persona amabile e simpatica, oltre che, pare, un'ottima cuoca, forse retaggio delle sue origini emiliane.

La sua filmografia comprende pellicole importanti come La dolce vita (diretta da Fellini, 1960); poi, per la regia di Marco Bellocchio, Nel nome del padre (1972) e Sbatti il mostro in prima pagina (dello stesso anno), Con Bellocchio recitò ancora nel 1977 per la riduzione televisiva de Il gabbiano di Anton Cechov. Ebbe un ruolo di rilievo, memorabile, accanto a Donald Sutherland, anche in "Novecento" di Bernardo Bertolucci, nella parte della sadica cugina Regina del protagonista Alfredo (Robert De Niro).

L'esordio nel mondo dello spettacolo Laura Betti lo aveva avuto come cantante di brani jazz; dopo una breve esperienza nel cabaret (1955) in coppia con Walter Chiari ne I saltimbanchi prese parte - anno 1960 - al recital di canzoni intitolato Giro a vuoto dal contenuto singolare con brani ispirati ai testi di letterati celebri come Buzzati, Calvino, Flaiano, Bassani, Moravia, oltre che dello stesso Pasolini.

Nel '55 debuttò in teatro ne Il crogiuolo di Arthur Miller, con la regia di Luchino Visconti; nel suo repertorio giovanile anche Il Cid di Corneille (in coppia con Enrico Maria Salerno) e I sette peccati capitali di Brecht e Weill.

L'inizio dell'attività di attrice cinematografica era coinciso per Betti con la conoscenza di Pier Paolo Pasolini, che l'avrebbe diretta ne La ricotta e ne I racconti di Canterbury e, successivamente (1968), in Orgia e in Teorema (film per il quale l'attrice si aggiudicò la Coppa Volpi come miglior attrice al Festival del cinema di Venezia). Con Mario Monicelli girò In viaggio con Anita. Sempre nel 1968 esce un suo LP, "Potentissima signora", con testi di Pasolini (tra i quali spicca "Il valzer della toppa", in seguito incisa da Gabriella Ferri).

Altri film interpretati da Betti sono stati Allonsanfan (1974) di Paolo e Vittorio Taviani, Vizi privati, pubbliche virtù (1975, regia di Miklós Jancsó), Novecento (1976, di Bernardo Bertolucci), Caramelle da uno sconosciuto (1987, di Franco Ferrini), Il grande cocomero (1993, per la regia di Francesca Archibugi), Un eroe borghese (1995, con Michele Placido).

Uno fra gli ultimi registi a dirigerla è stato Mimmo Calopresti, per il quale interpretò nel 2002 il ruolo di una suora nel film La felicità non costa niente.

Come ultimo atto di fede in Pasolini, nella parte finale della carriera (1996) Betti riuscì, oltre che a portare avanti come direttrice l'attività del Fondo intitolato al poeta, scrittore e regista, a mettere in scena un recital di poesie e testi pasoliniani dal titolo Una disperata vitalità.

Nel 2003 il Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna ha acquisito, tramite donazione, tutti i materiali precedentemente raccolti a Roma. Presso la Biblioteca della Cineteca di Bologna oggi si conservano più di 1000 volumi e altro materiale inerente l'opera di Pasolini. Il trasferimento del Centro Studi da Roma a Bologna ha causato notevoli attriti fra l'attrice e l'amministrazione capitolina. Laura Betti è morta a 77 anni per le conseguenze di un'obesità trascurata che la affliggeva da anni.

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Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia

Il pubblico del festival in una delle sue prime edizioni sulla terrazza dell'Hotel Excelsior

La Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia è un festival cinematografico che si svolge annualmente nella città lagunare (solitamente tra la fine del mese di agosto e l'inizio di settembre) nello storico Palazzo del Cinema, sul Lungomare Marconi, al Lido di Venezia. È il festival cinematografico più antico del mondo (la prima edizione si tenne nel 1932).

Giunta nel 2008 alla sessantacinquesima edizione, la mostra si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia, festival culturale che include un'esposizione di arte contemporanea. La prima edizione si tenne in concomitanza con la XVIII Biennale.

Il premio principale che viene assegnato - assieme a diversi altri - è il Leone d'Oro, che deve il suo nome al simbolo della città (il leone della basilica di San Marco). Tale riconoscimento è considerato uno dei più importanti dal punto di vista della critica cinematografica, al pari di quelli assegnati nelle altre due principali rassegne cinematografiche europee, la Palma d'Oro del Festival di Cannes e l'Orso d'Oro del Festival di Berlino. Nel loro insieme, si tratta di tre premi ambiti e di grande impatto, spesso in controtendenza rispetto agli Oscar statunitensi, che si svolgono abitualmente in primavera.

La prima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (denominata 1a Esposizione Internazionale d'Arte Cinematografica) si svolse dal 6 al 21 agosto del 1932. Il festival nacque da un'idea del presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, dello scultore Antonio Maraini, segretario generale, e di Luciano De Feo, il segretario generale dell'Istituto internazionale per il cinema educativo, emanazione della Società delle Nazioni con sede a Roma, concorde sull'idea di svolgere la rassegna nella città lagunare, e che fu il primo direttore-selezionatore.

La mostra viene giustamente considerata la prima manifestazione internazionale di questo tipo, ricevendo un forte appoggio dalle autorità. La prima edizione si svolse alla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, ma ancora non si trattava di una rassegna competitiva. I titoli venivano solamente presentati al pubblico, ma nonostante questo l'edizione del 1932 vanta pellicole di grande valore, divenuti poi veri e propri "classici" della storia del cinema. Tra questi vale la pena di ricordare Proibito del grande regista americano Frank Capra, Grand Hotel di Edmund Goulding, Il Campione di King Vidor, il primo ed inimitabile Frankenstein di James Whale, The Devil to Pay! di George Fitzmaurice, Gli uomini, che mascalzoni... di Mario Camerini e A me la libertà di René Clair. Oltre ai film citati, in concorso sono presenti opere di altri grandi registi, quali Raoul Walsh, Ernst Lubitsch, Nikolaj Ekk, Howard Hawks, Maurice Tourneur, Anatole Litvak.

Personaggi di spicco di questa prima rassegna sono gli attori che appaiono sul grande schermo attraverso le pellicole proiettate, che garantiscono alla mostra un successo maggiore di quello aspettato, portando nelle sale oltre 25mila spettatori. Si parla dei maggiori divi internazionali dell'epoca, Greta Garbo, Clark Gable, Fredric March, Wallace Beery, Norma Shearer, James Cagney, Ronald Colman, Loretta Young, John Barrymore, Joan Crawford, senza dimenticare l'idolo italiano Vittorio De Sica ed il grande Boris Karloff, passato alla storia per il suo ruolo del mostro nel primo Frankenstein.

Il primo film della storia della mostra viene proiettato la sera del 6 agosto 1932: si tratta di Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde) di Rouben Mamoulian; al film seguì un grande ballo nei saloni dell'Excelsior. Il primo film italiano, Gli uomini, che mascalzoni... di Camerini, venne presentato invece la sera dell'11 agosto 1932.

La seconda edizione si svolge due anni dopo, dal 1 al 20 agosto 1934. Inizialmente, infatti, la rassegna si trova indissolubilmente legata alla più ampia Biennale di Venezia, rispettandone la cadenza. L'esperienza della prima edizione porta subito, comunque, una importante novità: si tratta della prima edizione competitiva. Le nazioni in gara con almeno un proprio esponente sono ben 19, più di 300 i giornalisti accreditati alle proiezioni. Viene istituita la Coppa Mussolini per il miglior film straniero ed italiano, ma ancora non esiste una vera giuria. È la presidenza della Biennale che, consultati alcuni esperti e secondo il parere del pubblico, in accordo con l'Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa di Luciano de Feo, ancora direttore della mostra, decreta i vincitori dei premi.

Oltre alla Coppa Mussolini vengono distribuite le Grandi Medaglie d'Oro dell'Associazione Nazionale Fascista dello Spettacolo e i premi per le migliori interpretazioni. La miglior attrice è una giovane Katharine Hepburn, premiata per la sua splendida interpretazione in Piccole Donne di George Cukor. Il premio per il miglior film straniero va a L'uomo di Aran, di Robert Joseph Flaherty, un documentario d'autore, genere molto apprezzato all'epoca, mentre la Coppa Mussolini per il miglior film italiano sarà assegnata a Teresa Confalonieri di Guido Brignone. Si ripresenta inoltre Frank Capra con uno dei suoi film più celebrati, Accadde una notte, con Clark Gable e Claudette Colbert. Alla seconda edizione, la mostra vanta già il suo primo scandalo: durante una sequenza di Estasi, del regista cecoslovacco Gustav Machatý, Hedwig Kieslerová, conosciuta successivamente come Hedy Lamarr, appare sul grande schermo in un nudo integrale.

Già dalla terza edizione, 1935, la mostra diventa annuale, come conseguenza del grande successo di pubblico e di critica riscosso dalle due prime edizioni, sotto la direzione di Ottavio Croze. Col crescere della notorietà e del prestigio della rassegna, cresce anche il numero di opere e dei paesi partecipanti in concorso. A partire da questa edizione, però, e fino al dopoguerra, non parteciperanno più i film sovietici, mentre il prestigioso premio per gli attori assume la denominazione di Coppa Volpi, dal cognome del conte Giuseppe Volpi di Misurata, padre della rassegna.

Ancora una volta il festival vanta film di grande valore: Il traditore di John Ford, Capriccio spagnolo di Josef von Sternberg, con Marlene Dietrich, ed il vincitore del premio per il miglior film straniero, Anna Karenina, di Clarence Brown, con Greta Garbo, presente per la seconda volta al Lido di Venezia. Miglior film italiano sarà proclamato Casta diva di Carmine Gallone con Mártha Eggerth e Sandro Palmieri. La Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile è attribuita a Pierre Blanchar per il film Delitto e castigo di Pierre Chenal, mentre il premio alla migliore interpretazione femminile è per l'austriaca Paula Wessely, protagonista di Episodio di Walter Reisch.

Nel 1936 è tempo per un'altra "prima volta", quella della Giuria internazionale, mentre si consolida il prestigio della rassegna, con la presenza ancora una volta di film di registi importanti come Frank Capra (È arrivata la felicità) , John Ford (Maria di Scozia) , Max Ophüls (La nostra compagna) , René Clair (Il fantasma galante) , Josef von Sternberg (Desiderio di re) , Marcel L'Herbier (Vigilia d'armi) . Il maggior successo di pubblico, tuttavia, lo riscuote il divo italiano Amedeo Nazzari.

Proseguono di edizione in edizione le innovazioni della mostra: nel 1937 viene inaugurato il nuovo Palazzo del Cinema, opera dell'architetto Luigi Quagliata, costruito a tempo di record, secondo i dettami del Modernismo, diffusosi all'epoca e mai più abbandonato nella storia della rassegna, tranne che tra il 1940 ed il 1948.

La Mostra così si ingrandisce: aumenta il numero delle nazioni partecipanti e dei film accettati. Questa volta le luci della ribalta sono tutte puntate su Marlene Dietrich, che porta scompiglio al Lido di Venezia, ma anche Bette Davis si afferma fortemente tra il pubblico, vincendo il premio come migliore attrice. La rivelazione di questa edizione è il giovane attore francese Jean Gabin, protagonista de La grande illusione di Jean Renoir, vincitore del gran premio della giuria internazionale.

Nel 1938 anche la mostra subisce le pesanti pressioni politiche dettate dal governo fascista. I vincitori vengono imposti alla giuria internazionale, e film vincitori risultano il tedesco Olympia di Leni Riefenstahl e Luciano Serra pilota di Goffredo Alessandrini, due film di esplicita propaganda, seppure il primo è ancora oggi riconosciuto come uno dei capolavori del cinema degli anni trenta.

Questa edizione è anche l'ultima in cui il cinema americano, finora sempre presente in maniera importante, sia quantitativamente, che qualitativamente, è presente al Lido di Venezia. Si congeda con un premio ad uno dei migliori lungometraggi animati di Walt Disney, Biancaneve e i sette nani.

Il 1938 è anche l'anno della prima grande retrospettiva, secondo il criterio di continua innovazione del festival, che in questa occasione viene dedicata al cinema francese dalle origini al 1933, che tra tutte le nazioni era quello che di più aveva offerto autentici capolavori: A noi la libertà (1932) di René Clair, Un carnet da ballo (1937) di Julien Duvivier, La grande illusione (1937) e La bestia umana (1939) di Jean Renoir, Il porto delle nebbie (1938) e Alba tragica (1939) di Marcel Carné.

Gli anni quaranta rappresentano uno dei momenti più difficili della rassegna.

La conclusione della Seconda guerra mondiale divide il decennio in due. Se già dal 1938 le pressioni politiche falsarono e rovinarono il festival, con l'avvento del conflitto la situazione degenerò a tal punto che le edizioni del 1940, 1941 e 1942, successivamente considerate non avvenute, si svolsero ben lontano dal Lido di Venezia. Pochi paesi partecipanti e l'assoluto monopolio delle opere e dei registi appartenenti all'asse Roma-Berlino, in un clima più propagandistico che artistico, rappresentati fortemente anche dai divi italiani, tra i quali spiccarono Alida Valli, Assia Noris e Fosco Giachetti.

Dopo la triste parentesi, la mostra riprende a pieno regime nel 1946 a seguito della conclusione della guerra, ma le proiezioni si svolgono stavolta al cinema San Marco, a causa della requisizione del Palazzo del Cinema ad opera dagli Alleati. Il nuovo direttore è Elio Zorzi, che con la sua opera vuole recuperare la libertà e la internazionalità che aveva portato la mostra al successo, distrutta dagli anni di guerra precedenti. L'edizione del 1946 per la prima volta si tenne nel mese di settembre, a seguito dell'accordo con il neonato Festival di Cannes, che proprio nella primavera del '46 aveva tenuto la sua prima rassegna.

A caratterizzare questo nuovo percorso sono i molti importanti film del Neorealismo, uno dei più significativi movimenti nella storia del cinema italiano, quali Paisà (1946) di Roberto Rossellini, Il sole sorge ancora (1946) di Aldo Vergano, Caccia tragica (1947) di Giuseppe De Santis, Senza pietà (1948) di Alberto Lattuada e La terra trema (1948) di Luchino Visconti; nonostante il loro indiscusso valore e il successo di pubblico, le opere non ottengono il meritato riconoscimento di critica.

La mostra torna comunque ad ospitare anche i grandi registi internazionali: Orson Welles, Laurence Olivier, Fritz Lang, John Huston, Claude Autant-Lara, David Lean, Henri-Georges Clouzot, Jean Cocteau, Michael Powell ed Emeric Pressburger, oltre ai già presenti Jean Renoir, Julien Duvivier, Marcel Carné.

Con il ritorno alla normalità tornano a Venezia anche le grandi icone del cinema mondiale, tra le quali spiccano Rita Hayworth, Joseph Cotten, Olivia de Havilland, ma la vera protagonista è l'attrice romana Anna Magnani, premiata per la sua splendida interpretazione ne L'onorevole Angelina di Luigi Zampa con la Coppa Volpi per la migliore attrice nel 1947.

Nel 1947 la mostra si tenne al Palazzo Ducale, in una splendida ed unica cornice, raggiungendo un record di 90mila presenze. Sicuramente si può parlare di una delle migliori edizioni della storia del festival, che vide finalmente il ritorno al Lido di Venezia delle opere dell'URSS, accostate alle nuove "democrazie popolari", come la Cecoslovacchia, che all'esordio vinse il primo premio grazie al film Siréna del cineasta Karel Stekly. Il 1947 vede anche ripristinata la Giuria internazionale per assegnare il Gran premio internazionale di Venezia.

Nel 1949, sotto la direzione del nuovo responsabile Antonio Petrucci, la manifestazione ritorna definitivamente al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. Viene istituito il Premio Leone di San Marco per il miglior film, vinto per la prima volta da Manon di Henri-Georges Clouzot, ma va segnalato l'esordio di Jacques Tati con Giorno di festa, tra i film del sempre presente ed apprezzato cinema francese.

Negli anni cinquanta finalmente il valore della Mostra viene riconosciuto definitivamente nel campo internazionale, conoscendo un periodo di forte espansione, e concorrendo all'affermazione di nuove scuole di cinema, come quella giapponese e quella indiana, con l'arrivo dei più grandi registi e divi.

In questi anni la rassegna cambia più volte direttore, alla ricerca di nuovi spunti e nuove strade da percorrere: Antonio Petrucci (1949-1953), di nuovo Ottavio Croze (1954-1955), Floris Ammannati (1956-1959).

Sono anni importanti, con il mondo del cinema che sembra ormai essersi lasciato definitivamente alle spalle il fantasma della guerra, e la mostra contribuisce ad influenzare le tendenze dell'epoca.

Venezia lancia definitivamente il cinema giapponese, che si impone alla ribalta in Occidente grazie al Leone d'Oro vinto da Rashōmon del grande regista nipponico Akira Kurosawa nel 1951, "bissato" sette anni dopo, nel 1958, da L'uomo del risciò di Iroshi Inagaki. I racconti della luna pallida d'agosto (1953), L'intendente Sanshô (1954) di Kenji Mizoguchi e I sette samurai (1954), sempre di Kurosawa, vincono il comunque prestigioso secondo premio, il Leone d'Argento, mentre altri film nipponici in concorso, non premiati, riscuotono comunque un buon successo, come La vita di O Haru donna galante (1952) di Kenji Mizoguchi e L'arpa birmana (1956) di Kon Ichikawa.

Lo stesso successo riscuote il giovane cinema indiano, che si afferma a sua volta con un Leone d'Oro vinto nel 1957 da L'invitto di Satyajit Ray.

La scuola dell'Est europeo, premiata già con il Gran premio della Giuria internazionale ottenuto nel 1947 dall'opera del cecoslovacco Karel Stekly, Siréna, si impone nuovamente grazie alla presenza di nuovi validi autori, tra i quali meritano una citazione Andrzej Wajda e Andrzej Munk.

Dopo l'exploit negli anni quaranta dei primi film neorealisti, gli anni cinquanta segnano l'arrivo sugli schermi del festival di due dei più grandi ed amati registi italiani del dopoguerra, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, che vengono consacrati proprio dalla loro presenza al Lido. Contemporaneamente, ai grandi maestri si affacciano una serie di giovani emergenti, promettenti volti nuovi di un panorama nazionale in grande ascesa, quantitativa e , soprattutto, qualitativa, che daranno vita al periodo forse più brillante del cinema italiano sul piano internazionale. A Venezia si presentano nel 1958 Francesco Rosi, con La sfida, e soprattutto Ermanno Olmi, con l'opera prima Il tempo si è fermato, datata 1959.

Nonostante la grande fama ed il prestigio ottenuto, il cinema italiano non viene adeguatamente premiato al festival, scatenando roventi polemiche. Due episodi accendono lunghe discussioni: il Leone d'Oro non assegnato a Luchino Visconti né nel 1954 per Senso, a favore del film Giulietta e Romeo di Renato Castellani, né nel 1960, per Rocco e i suoi fratelli, questa volta in favore di un film d'oltralpe, Il passaggio del Reno di André Cayatte. Il massimo riconoscimento gli verrà conferito solo nel 1964, quando Vaghe stelle dell'Orsa vince finalmente l'ambito premio.

Anche Roberto Rossellini, altro autore di spicco del cinema italiano dell'epoca, presenta molti dei suoi film nel corso della rassegna: il 1950 è l'anno di Francesco giullare di Dio e Stromboli terra di Dio, due anni dopo presenta Europa '51.

Scandali a parte, è il cinema europeo a fare la parte del leone. La scuola del vecchio continente si afferma tanto con autori già noti, quali il danese Carl Theodor Dreyer, premiato con il Leone d'Oro per il suo Ordet (1955) e lo svedese Ingmar Bergman, che con Il volto conquista il Premio Speciale della Giuria nel 1959, dopo aver già partecipato alla mostra nel 1948, allora completamente sconosciuto e inosservato, con Musica nel buio, quanto con i nuovi autori. In questo campo si mette in luce ancora una volta il cinema francese; Robert Bresson si rivela nel 1951 con Il diario di un curato di campagna; Louis Malle presenta, nel 1958 il film scandalo Gli amanti, che nonostante le polemiche e l'indignazione di molti vince il Premio Speciale; ultimo, solo in ordine di tempo, exploit è quello di Claude Chabrol, presenta nel 1958 Le beau Serge, considerato successivamente dalla critica come il film che diede inizio al movimento della Nouvelle Vague.

In questi anni, finalmente Venezia può celebrare il ritorno alla mostra del cinema statunitense, che si presenta con nuovi registi quali Elia Kazan, Billy Wilder, Samuel Fuller, Robert Aldrich.

I nuovi divi del panorama cinematografico si fanno conoscere al Lido: il 1954 è il turno di Marlon Brando, con il film Fronte del porto, di Elia Kazan, quattro anni dopo, nel 1958, a monopolizzare l'attenzione di tutti è Brigitte Bardot, protagonista del film La ragazza del peccato di Claude Autant-Lara, ma anche i divi e soprattutto le dive italiane si fanno notare: due nomi su tutti sono quelli di Sophia Loren, vincitrice della Coppa Volpi nel 1958 per l'interpretazione in Orchidea nera di Martin Ritt, e Gina Lollobrigida, ma anche Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, presenti nel film vincitore del Leone d'Oro del 1959, La grande guerra di Mario Monicelli, e Giulietta Masina, lanciata dalle sue interpretazioni in vari film di Federico Fellini.

Gli anni sessanta registrano un continuo sviluppo ed ampliamento della mostra, secondo il percorso artistico seguito nel dopoguerra.

L'edizione del 1960 viene ricordata come la più contestata della storia del festival, per la mancata assegnazione del Leone d'Oro a uno straordinario film di Luchino Visconti, Rocco e i suoi fratelli, a favore dell'opera del francese André Cayatte Il passaggio del Reno. Il pubblico in sala fischiò per tutto il tempo della cerimonia di premiazione e la proiezione del film vincitore. Si trattava della seconda grande delusione per il regista, già beffato nel 1954, quando aveva presentato Senso.

Agli inizi del decennio, il festival si fece promotore di una profonda opera di rinnovamento del cinema. Vennero create numerose sezioni per diversificare l'offerta ed ampliare il campo d'azione. Vennero presentati importanti film del free cinema inglese, fino ad allora semisconosiuto, come Sabato sera, domenica mattina (1961) di Karel Reisz, Sapore di miele (1962) di Tony Richardson, o Billy il bugiardo (1963) di John Schlesinger, mentre trovò piena consacrazione la Nouvelle Vague francese, presente grazie a Jean-Luc Godard ed Alain Resnais.

Alcuni giovani registi italiani si affacciarono per la prima volta davanti al grande pubblico: Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Paolo ed il fratello Vittorio Taviani, Vittorio De Seta, Valerio Zurlini, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Tinto Brass, mentre alcuni altri si confermarono all'altezza di quanto avessero mostrato agli esordi negli anni cinquanta, registi del calibro di Francesco Rosi, Ermanno Olmi e Gillo Pontecorvo.

Dopo le polemiche del 1960, i premi successivi furono attendibili e non senza coraggio: l'anno successivo vinse L'anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, mentre nel 1962 il premio venne assegnato ex aequo a Valerio Zurlini e Andrej Tarkovskij, rispettivamente con Cronaca familiare e L'infanzia di Ivan.

Dal 1963 il vento delle novità porto il "professore" Luigi Chiarini alla direzione della mostra, aprendo un'era che durò fino al 1968. Negli anni della sua presidenza, Chiarini puntò a rinnovare lo spirito e le strutture della mostra, puntando a una riorganizzazione dalla base di tutto il sistema. Per sei anni, la mostra seguì un percorso coerente, secondo i rigorosi criteri dettati per la selezione delle opere in concorso, opponendosi alla mondanità, alle pressioni politiche e alle ingerenze delle sempre più esigenti case di produzione, preferendo la qualità artistica dei film contro la crescente commercializzazione dell'industria del cinema.

Un punto chiave della gestione Chiarini fu il continuo ed utile confronto di diverse generazioni e scuole di registi. Conferme ed emergenti si alternarono sugli schermi della mostra, maestri ed allievi: Jean-Luc Godard, Carl Theodor Dreyer, Ingmar Bergman, Arthur Penn, Pier Paolo Pasolini, Robert Bresson, Akira Kurosawa, Roman Polanski, François Truffaut, Roberto Rossellini, Joseph Losey, Miloš Forman, e ancora Carmelo Bene, John Cassavetes, Alain Resnais, Luis Buñuel, vincitore nel 1967 del Leone d'Oro con Bella di giorno, un film decisamente meno d'avanguardia rispetto a quelli del periodo della sua collaborazione con Salvador Dalì.

Il cinema italiano è il vero marchio di fabbrica di questo periodo della mostra, grazie anche alla ribalta di nuovi divi emergenti, come Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni e Monica Vitti, ma soprattutto per l'eccezionale serie di quattro vittorie consecutive del premio più prestigioso: 1963, Le mani sulla città di Francesco Rosi; 1964, Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni; 1965; Vaghe stelle dell'Orsa, la tanto attesa vittoria di Luchino Visconti; infine, nel 1966, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo.

Le agitazioni sociali e politiche del 1968 ebbero forti ripercussioni anche sulla Biennale di Venezia, retta ancora dallo statuto di epoca fascista, e di conseguenza anche sulla mostra del cinema, da questa dipendente, che subì pesanti e continue contestazioni, portando a rompere con la tradizione secondo le linee di pensiero dell'epoca. Dal 1969 al 1979 la rassegna si tenne, ma non furono assegnati premi e si tornò alla non-competitività della prima edizione. Nel 1973, 1977 e 1978, la mostra addirittura non si tenne. Il Leone d'Oro fece il suo ritorno solamente nel 1980, paradossalmente in doppia copia per la vittoria ex aequo di Louis Malle e John Cassavetes.

L'effetto della contestazione sessantottina fu, dunque, l'abolizione della competizione e quindi del relativo conferimento dei premi. Le dieci edizioni tenutesi tra il 1969 ed il 1979 furono dunque non competitive. I primi due anni furono sotto la direzione di Ernesto Laura, direzione che passò successivamente a Gian Luigi Rondi e quindi a Giacomo Gambetti. Come parziale compensazione della mancata competizione, vennero inaugurate nuove sezioni, tese ad ampliare l'offerta della mostra.

Un'importante novità fu l'introduzione, nel 1971, del Leone d'Oro alla carriera, che ebbe come primi destinatari due nomi eccellenti: il regista americano John Ford, più volte presente al festival, e, l'anno successivo, Charlie Chaplin, per la sua opera di uomo di cinema completo e poliedrico. Il 1971 viene ricordato anche come l'anno della prima proiezione di uno dei film-modello della Rivoluzione culturale cinese: Il distaccamento femminile rosso.

Nel 1972 venne organizzata nel centro storico della città una manifestazione cinematografica parallela in aperto contrasto con la mostra "ufficiale" organizzata dalla Biennale di Venezia, le Giornate del cinema italiano, sotto l'egida dell'ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e dell'AACI (Associazione Autori Cinematografici Italiani), criticandone aspramente la nuova direzione.

L'anno successivo, il direttore in carica, Gian Luigi Rondi, fu costretto a dimettersi. Con lo statuto della Biennale ancora fermo in Parlamento, immutato dal periodo fascista, tutte le manifestazioni legate all'organizzazione saltarono, mostra compresa. Le due associazioni degli autori italiani colsero la palla al balzo, organizzando nuovamente le Giornate del cinema italiano, che tuttavia non riuscirono ad affermarsi ed a soppiantare il festival ufficiale.

La direzione passò dunque a Giacomo Gambetti, che la mantenne tra il 1974 ed il 1976, il quale tentò una strada nuova, cercando di cambiare l'immagine della mostra. Si inaugurarono omaggi, retrospettive, convegni, proposte di nuovi film, optando per delle proiezioni decentrate rispetto al cuore della città. Nel 1977, all'interno dei progetti della Biennale, si svolse una manifestazione dedicata interamente al cinema dell'Est europeo, integrandosi nel progetto della fondazione sul "dissenso culturale".

L'anno successivo la mostra non ebbe nuovamente luogo.

Nonostante le contestazioni ed il brutto momento attraversato tanto dalla mostra, quanto dalla Biennale di Venezia stessa, le edizioni si caratterizzarono per le opere che mostrarono forti sintomi di un deciso quanto atteso rinnovamento del cinema negli anni settanta. A questo proposito, vanno ricordate pellicole come I diavoli di Ken Russell e Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger, o Attenzione alla puttana santa, l'ennesimo film-scandalo, di Rainer Werner Fassbinder, tutti e tre datati 1971, Anche gli uccelli uccidono di Robert Altman, Prima del calcio di rigore di Wim Wenders, entrambi del 1972, poi ancora La rabbia giovane di Terrence Malick; tre anni dopo, nel 1976 è il momento di Novecento di Bernardo Bertolucci e L'ultima donna di Marco Ferreri.

Tra tutti questi film, spicca il capolavoro che Stanley Kubrick presentò al pubblico nella rassegna lagunare del 1972, Arancia meccanica, con protagonista Malcolm McDowell, un film che fece immancabilmente discutere e parlare di sé.

La sperata rinascita vera e propria arriva nel 1979, grazie al nuovo direttore Carlo Lizzani, deciso a rilanciare l'immagine ed il valore che la mostra aveva perso nell'ultimo decennio. Quella del 1979 fu l'edizione che gettò le fondamenta per il recupero del prestigio internazionale, che sarà poi portato a termine a tutti gli effetti solo nel decennio successivo. Con la sua preziosa esperienza di regista, Lizzani diede una svolta che partì dal nome, chiamando la rassegna con un semplice e sobrio 'Mostra Internazionale del Cinema, anziché Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, la denominazione che mantiene ancora oggi.

Deciso a voler offrire un'immagine più moderna e pronta della mostra, il neo-direttore formò un comitato di esperti per aiutarlo a selezionare le opere e a dare ancor più una svolta al festival. Tra i collaboratori figurano personaggi di spicco dell'ambiente culturale italiano, ma non solo, dell'epoca, tra i quali Alberto Moravia, Cesare Giuseppe De Michelis, Roberto Escobar, Giovanni Grazzini, Enzo Scotto Lavina e Paolo Valmarana. Come "vice" è più stretto consigliere, Lizzani portò a Venezia Enzo Ungari.

Molto interessante fu l'iniziativa che portò un gran numero di divi ed attori di prestigio per una discussione dal titolo "Gli anni '80 del cinema", che diede il "la" al dibattito critico sul cinema e sulle nuove tecnologie emergenti, venute alla ribalta soprattutto grazie a Guerre Stellari (1977) di George Lucas (non presentato a Venezia), che furono di basilare importanza in quella fase di transizione della cinematografia mondiale, occupando via via sempre un'importanza maggiore sino ai giorni nostri.

L'uomo simbolo della rinascita della mostra è sicuramente Carlo Lizzani, direttore della rassegna tra il 1979 ed il 1982, che riesce nell'arduo compito di restituire al festival il prestigio meritato, perso nel decennio precedente.

Si intensifica, accanto ad una sempre ampia gamma di pellicole, la presenza delle retrospettive, dedicate ad autori e movimenti importanti, di nuove sezioni dedicate alla ricerca ("Officina") e a film spettacolari ("Mezzogiorno-Mezzanotte"), come il primo film del ciclo di Indiana Jones, I predatori dell'arca perduta (1981) ed E.T. l'Extra-Terrestre (1982), entrambi del genio emergente Steven Spielberg, oltre al secondo episodio della trilogia originale di Guerre Stellari di George Lucas, L'Impero colpisce ancora, diretto da Irvin Kershner (1980), I cancelli del cielo di Michael Cimino (1982), l'horror Poltergeist - Demoniache presenze di Tobe Hooper (1982), remake di vecchie glorie o film eccentrici, tutte iniziative nate dalla mente del critico Enzo Ungari, collaboratore di Lizzani, una formula efficace, presa a modello per molti anni non solo in Italia.

Nel 1980 la rassegna torna competitiva, dopo una lunga pausa, e viene assegnato un doppio Leone d'Oro, ex aequo tra il francese Louis Malle, con Atlantic City, USA, e l'americano John Cassavetes, con Gloria.

Venezia gioca un ruolo molto importante nell'affermazione mondiale del cinema tedesco nuovo stile: Margarethe Von Trotta, la prima vincitrice del Leone d'Oro, nel 1981 stupisce la giuria con Anni di piombo, mentre Wim Wenders si afferma l'anno successivo con 'Lo stato delle cose; il documentario a puntate Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder ottiene un grande successo nel 1980, ma due anni più tardi, nel 1982 la presentazione postuma, a pochi mesi dalla morte del regista, del suo ultimo film, il più controverso, Querelle, non ottiene, nonostante i pareri favorevoli, il primo premio, spaccando la giuria e scatenando vivaci polemiche.

La mostra vive il suo momento d'oro, dopo la parentesi buia degli anni sessanta. Lo testimonia la capacità del festival di dare visibilità per la prima volta a grandi registi destinati, negli anni successivi, ad affermarsi come grandi autori del cinema contemporaneo. Tra questi, il giovane Emir Kusturica, vincitore del Leone d'Oro per la migliore opera prima nel 1981 con Ti ricordi di Dolly Bell?, e Peter Greenaway, che presenta, l'anno seguente, I misteri del giardino di Compton House, il film che gli darà la notorietà.

Anche il cinema italiano pare essere sul punto di affrontare un "ricambio generazionale": la mostra propone film di registi quasi esordienti, come Nanni Moretti, Gianni Amelio, Marco Tullio Giordana, Franco Piavoli, Paolo Benvenuti.

Nel 1983 la direzione passa nella mani di Gian Luigi Rondi, che comunque non si discosta dalla precedente linea di pensiero, rientrando, questa volta da vincitore, dopo le meste dimissioni del 1972. Vengono gettate le basi per una maggiore organizzazione della mostra, istituzionalizzando le sezioni e dando spazio ai maestri del cinema del passato e del presente.

La giuria internazionale diviene composta da soli autori, secondo l'idea di Rondi di creare una "mostra degli autori, per gli autori". I membri sono scelti tra i registi emersi nei favolosi anni sessanta: il primo di essi è Bernardo Bertolucci. Vince Jean-Luc Godard con Prénom Carmen, poi nel 1984 Krystof Zanussi con L'anno del sole quieto, nel 1985 Agnès Varda con 'Senza tetto né legge, nel 1986 Eric Rohmer con Il raggio verde.

Venezia ospita in questi anni molti altri grandi film, non premiati o semplicemente fuori concorso, come Zelig di Woody Allen, E la nave va di Federico Fellini, Heimat di Edgar Reitz, il cyberpunk Blade Runner di Ridley Scott, datato 1983 ed il mafia-movie C'era una volta in America di Sergio Leone (1984).

Proprio nel 1984 nasce la Settimana Internazionale della Critica, un'iniziativa spontanea ed autogestita Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, e dedicata esclusivamente a opere prime e seconde.

Il 14° direttore della mostra è lo scrittore e critico cinematografico del quotidiano Il Messaggero di Roma Guglielmo Biraghi, già direttore del Festival di Taormina, nominato nel 1987. Il suo mandato, lungo cinque edizioni, si contraddistingue per una continua ricerca alla caccia di autori ed opere nuove ed inusuali, secondo il gusto e la passione di Biraghi per i viaggi e le culture diverse. Già nella sua prima edizione sotto la guida del nuovo direttore, in concorso erano presenti un film indiano, uno libanese, uno svizzero, uno norvegese, uno coreano ed uno turco.

La "prima volta" più eclatante avviene nell'edizione del 1989: Biraghi presenterà O Recado das Ilhas di Ruy Duarte de Carvalho, primo film dell'Isola di Capo Verde presentato ad un festival internazionale di cinematografia.

La nuova formula, caratterizzata da un programma snello ed incalzante, viene apprezzata sia dagli addetti ai lavori, che avevano sostenuto la nomina di Biraghi, che dal pubblico, e la prima mostra sotto la sua direzione premia un veterano, Louis Malle, con Arrivederci ragazzi (Au revoir les enfants), al quale si affiancano "nuove scoperte", registi come Carlo Mazzacurati e David Mamet, senza allo stesso tempo rinunciare a pellicole di grande spessore presentate fuori concorso, tra cui Gli intoccabili di Brian De Palma e The Dead - Gente di Dublino di John Huston.

Nel 1988 la mostra si arricchisce di due nuove ed importanti sezioni, "Orizzonti" e "Notte", e degli "Eventi Speciali", tra i quali figura la proiezione di L'ultima tentazione di Cristo, uno dei più controversi film di Martin Scorsese. Il film, basato sui vangeli apocrifi, viene accolto come uno scandalo dall'ambiente religioso, soprattutto in America e quindi in Italia, prima ancora della sua apparizione a Venezia; la pellicola viene proiettata regolarmente, in un Palazzo del Cinema sorvegliato quanto un bunker, e la conferenza stampa nella quale il regista spiegherà le sue ragioni sarà affollatissima, ma ordinata.

Non sono solo queste le prerogative di questa edizione del 1988, che ha il merito di scoprire il talento dello spagnolo Pedro Almodóvar e presenta al mondo uno dei maggiori successi comici della storia, Un pesce di nome Wanda di Charles Crichton, oltre a Chi ha incastrato Roger Rabbit, splendido mix di recitazione ed animazione firmato da Robert Zemeckis. Il Leone d'Oro va a La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi.

Il 1989 vede il trionfo di Krzysztof Kieślowski e dei suoi Dieci comandamenti: proiettati al ritmo di uno al giorno, i film polarizzano l'interesse della stampa, italiana ed estera, e del pubblico. Accanto a Kieslowski, si mette in luce anche Nanni Moretti, grazie al discusso Palombella rossa, escluso dalla rassegna ufficiale, ma inserito nella settimana della critica, dove riscuote comunque pareri positivi, seppur non manchino le critiche.

Il terzo capitolo della saga di Indiana Jones, Indiana Jones e l'ultima crociata , firmato ancora da Steven Spielberg, riscuote un ampio successo, grazie anche alla bravura dei due protagonisti, Harrison Ford e Sean Connery.

Il primo premio quest'anno va alla pellicola di Taiwan Città dolente di Hou Hsiao-Hsien, che getta per la prima volta i riflettori sul poco conosciuto cinema asiatico, destinato a vivere un vero e proprio boom nel decennio successivo, grazie soprattutto ai numerosi premi del festival stesso.

L'assegnazione del Leone d'Oro del 1990 a Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Tom Stoppard suscita nuovamente delle polemiche. Il giudizio della giuria, presieduta da Gore Vidal, lo preferisce al visionario talento emergente di Jane Campion, suscitando aspre polemiche tanto tra il pubblico, quanto tra gli addetti ai lavori, riportando alla mente le contestazioni degli anni cinquanta, quando le giurie ignorarono per due volte i film di Luchino Visconti.

L'anno successivo, il film che sorprende tutti è Lanterne rosse del cinese Zhang Yimou, ma anche questa volta il film accolto con maggior calore da pubblico e critica non ottiene il Leone d'Oro; al suo posto sarà premiato Urga di Nikita Michalkov).

Le ultime edizioni della direzione di Guglielmo Biraghi sono comunque caratterizzate dall'ampiezza della selezione, grazie ad un massiccio inserimento di giovani registi americani: meritano di essere ricordate le apparizioni di Spike Lee e Gus Van Sant. Accanto ai giovani, come sempre, la mostra schiera autori consolidati e riconosciuti, delle conferme come Martin Scorsese, presente nel 1990 con Quei bravi ragazzi e Jean-Luc Godard, presente l'anno seguente con Allemagne Année 90 neuf zéro.

Il regista italiano Gillo Pontecorvo diviene il curatore della mostra nel 1992, per diventarne poi direttore nel 1996; da subito la sua impronta si nota sulla riorganizzazione della mostra, ed è chiaro qual è il programma del regista. Tre parole d'ordine: primo, fare della città lagunare la capitale degli autori cinematografici; secondo: riportare al Lido di Venezia i grandi registi e divi del cinema "fisicamente"; terzo ed ultimo, cercare di rivitalizzare la zona del Palazzo del Cinema grazie alla presenza dei giovani.

Grazie ad una lunga e notevole serie di iniziative ed eventi, la mostra sembra riacquistare nuovo vigore. Durante il suo mandato, Gillo Pontecorvo sembra riuscire a portare a termine la sua "missione". Venezia ospita le Assise degli autori (1993), numerosi convegni e vede la luce l'UMAC (Unione Mondiale degli Autori Cinematografici), nata dalla fusione di AAIC e ANAC.

La sezione "Notte" ospita film spettacolari di grande richiamo, ed il Lido torna ad ospitare le superstar hollywoodiane, quali Jack Nicholson, Harrison Ford, Bruce Willis, Kevin Costner, Mel Gibson, Nicole Kidman, Tom Hanks e Denzel Washington. A questi nomi di interpreti di film presenti alla rassegna, vanno aggiunti gli altrettanto prestigiosi Leoni d'Oro alla carriera: Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro, Francis Ford Coppola, che nel 1992 ricevette il premio insieme all'"idolo di casa" Paolo Villaggio, il primo comico a ricevere tale riconoscimento.

La zona del Lido torna a nuova vita, ospitando eventi e concerti rock nel piazzale antistante il Casinò, e grazie all'ennesima nuova iniziativa, "CinemAvvenire", Pontecorvo porta i giovani a vivere il festival da protagonisti e viene istituita la prima giuria dei giovani che consegna il prestigioso premio Anica-Flash al miglior film opera prima.

Sono numerosi i giovani talenti e le pellicole lanciate durante questo periodo: i giovani italiani Mario Martone, Aurelio Grimaldi, Carlo Carlei e Paolo Virzì, e poi il neozelandese Peter Jackson (poco conosciuto prima dell'exploit come autore della trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli), Sally Potter, Neil Jordan, Julian Schnabel, autore di Basquiat, film biografico sulla vita del pittore americano Jean-Michel Basquiat.

Gli anni seguenti al Lido tornano i grandi autori come Robert Altman (con America oggi (Short Cuts), Leone d'Oro 1993), Abel Ferrara, Rolf De Heer, Michael Radford (suo Il Postino, con Massimo Troisi), Milcho Manchevski (Before the Rain, Leone d'Oro 1994), Lee Tamahori, Kathryn Bigelow, Gregg Araki e ancora una volta Jane Campion.

Il cinema orientale fa incetta di riconoscimenti e si afferma come una vera e propria potenza sul mercato mondiale. La storia di Qiu Ju del cinese Zhang Yimou è il Leone d'Oro 1992, mentre Vive l'amour di Tsai Ming Liang riceve il premio nel 1994 (ex aequo con Altman) e Cyclo di Tran Anh Hung nel 1995.

Per quel che riguarda il cinema d'oltreoceano, spiccano giovani speranze, come Roger Avary (con Killing Zoe, 1994, prodotto da Quentin Tarantino), James Gray, Henry Selick (con il lungometraggio animato Nightmare Before Christmas, ideato e prodotto da Tim Burton, 1995), Doug Liman, i fratelli Andy e Larry Wachowski, James Mangold, Guillermo del Toro e Bryan Singer.

Tra le innumerevoli che fanno la loro comparsa in questo periodo, la sezione "Finestra sulle immagini", una sorta di laboratorio al lavoro su corti, medi e lungometraggi sempre nel segno dell'avanguardia e della sperimentazione.

Nel 1996 nell'ambito di questo progetto, viene presentato al pubblico l'anime Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, un vero e proprio capolavoro rivoluzionario dell'animazione nipponica, destinato a diventare un cult.

Nel 1995, la mostra celebra il ritorno dietro la macchina da presa del regista italiano Michelangelo Antonioni con Al di là delle nuvole (diretto assieme al tedesco Wim Wenders).

Finita l'epoca di Gillo Pontecorvo, la mostra passa in mano a Felice Laudadio, e la prima rassegna curata dal nuovo direttore rivela internazionalmente il cinema di Takeshi Kitano, il regista giapponese che vince il Leone d'Oro 1997 con Hana-bi - Fiori di fuoco.

Così ridevano di Gianni Amelio è, nel 1998, il nono Leone d'Oro vinto da un film italiano. Per il cinema italiano si segnalano, oltre ad Amelio, Roberta Torre, Giuseppe Gaudino e Alessandro d'Alatri.

Nel 1998, RAI e Agenzia Romana per il Giubileo producono il film Eterne le strade di Roma attraverso i deserti di Filippo Porcelli. Il film, interamente realizzato con materiali di repertorio, è presentato nella sezione prospettive ed è proiettato per tutto il 2000 nei Centri di Accoglienza dei pellegrini a Roma.

La mostra, nel frattempo, dà inizio ad una politica mirata ad irrobustire ed ampliare le infrastrutture: viene realizzata un'ampia tensostruttura, il PalaLido (a partire dal 1999 PalaBNL), per ospitare il pubblico sempre più numeroso alle proiezioni e aumentare il numero degli schermi disponibili.

Tra il 2000 ed il 2001, la direzione si concentra su un forte rafforzamento delle infrastrutture, affiancando ai palazzi storici nuove ampie strutture, ristrutturate o create appositamente per il festival, migliorando i collegamenti tra le diverse zone e portando lo spazio totale a disposizione della rassegna ad oltre 11.000 metri quadrati.

Dal 1999 al 2001 il responsabile della mostra è Alberto Barbera. Nel 2001 viene creata la sezione, competitiva anch'essa, "Cinema del Presente"; accanto al Leone d'Oro appare dunque un nuovo premio, il Leone dell'Anno, teso a dare maggior rilievo ed opportunità a opere prime e film più "marginali", pellicole con un pubblico di nicchia, orientate all'innovazione e all'originalità creativa, in una corsa continua alla sperimentazione.

La mostra continua ad essere un'efficace vetrina per nuovi talenti che desiderano farsi notare all'attenzione internazionale: in questo contesto si inseriscono, per esempio, i nomi di Spike Jonze con Essere John Malkovich, David Fincher con Fight Club, Kimberly Peirce con Boys Don't Cry e Harmony Korine con Julien Donkey-Boy nel 1999, Christopher Nolan con Memento e Tarsem Singh con The Cell l'anno successivo, Alejandro Amenábar con The Others, Antoine Fuqua con Training Day ed Albert e Allen Hughes con La vera storia di Jack lo squartatore nel 2001.

Evento clou degli ultimi anni è, senza dubbio, la premiere, postuma, il 13 settembre 1999 dell'ultima opera di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut, un evento speciale in grado di richiamare al Lido di Venezia una mole enorme di spettatori, grazie soprattutto all'eccezionale presenza della coppia protagonista, Nicole Kidman-Tom Cruise.

L'anno successivo, l'evento speciale di maggior importanza e richiamo è sicuramente l'anteprima del film-documentario di Martin Scorsese sul cinema italiano, Il mio viaggio in Italia.

Alcuni giovani registi italiani si mettono in bella luce durante questi anni, basti ricordare l'exploit di Matteo Garrone con L'imbalsamatore, ma i Leoni d'Oro assegnati in questi anni sono attribuiti ad opere provenienti dalle scuole di cinema d'Oriente: Non uno di meno del maestro cinese Zhang Yimou, Il cerchio di Jafar Panahi ed infine Monsoon Wedding di Mira Nair.

Nel 2002 l'edizione viene organizzata un po' in fretta, in pochi mesi di tempo, sotto la direzione questa volta di Moritz De Hadeln. Nonostante ciò, la rassegna riesce a proporre un programma di grande interesse, uno sguardo completo sul panorama cinematografico mondiale odierno, creando ancora una volta un efficace mix tra autori già affermati e giovani emergenti.

Ancora una volta è l'Oriente la sorpresa della mostra, rappresentato egregiamente dal regista giapponese Takeshi Kitano, già vincitore nel 1997 con Hana-bi - Fiori di fuoco, che presenta questa volta un film leggermente diverso dal suo solito, Dolls, un'opera più poetica e riflessiva, e l'esordiente Chang-dong Lee, autore di Oasis, primo rappresentante del cinema coreano, una realtà in rapida espansione ed una delle più interessanti del panorama mondiale.

11 settembre 2001 è il film collettivo presentato come evento speciale nel 2002, un'opera che vuole essere un omaggio alle vittime dell'attentato e un monito a ricordare la tragedia. Il film, diviso in 11 episodi girati da Yusuf Shahin, Amos Gitai, Alejandro González Iñárritu, Shohei Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Sean Penn, Danis Tanovic, attira l'attenzione dei mass-media, al pari del Leone d'Oro The Magdalene Sisters di Peter Mullan.

La 60° edizione della mostra viene inaugurata dal nuovo film di Woody Allen, grande amante della città lagunare, ma per la prima volta al Lido per un'anteprima, Anything Else.

Ancora una volta, l'organizzazione punta molto sulla massiccia presenza di stelle hollywoodiane sulle passerelle della mostra, ottenendo la presenza di divi del calibro di George Clooney e Catherine Zeta-Jones, giunti in Italia per presentare l'ultima opera dei fratelli Joel ed Ethan Coen, Prima ti sposo, poi ti rovino, Sean Penn, premiato come miglior attore con la Coppa Volpi, e Naomi Watts per 21 grammi di Alejandro González Iñárritu, Anthony Hopkins, protagonista di La macchia umana di Robert Benton, Salma Hayek e Johnny Depp con C'era una volta in Messico di Robert Rodriguez, Bill Murray con Lost in Translation - L'amore tradotto di Sofia Coppola, Tim Robbins, regista ed interprete di Code 46, ed infine Nicolas Cage, protagonista dell'ultima opera di Ridley Scott, Il genio della truffa.

Per quel che riguarda i film in concorso, ancora una volta la mostra è scossa dalle polemiche: il Leone d'Oro va a Il ritorno, dell'esordiente russo Andrej Zvjagintsev, che si aggiudica, quindi, anche il riconoscimento Leone del Futuro, il premio per la migliore opera prima. La polemica viene portata avanti da Marco Bellocchio, autore di Buongiorno, notte, film sul sequestro di Aldo Moro, ignorato dalla giuria. L'accusa, al di là della delusione personale, punta il dito contro una linea di pensiero tesa a non premiare il cinema italiano, alla ricerca di un rilancio (l'ultimo Leone d'Oro solo nel 1998 a Gianni Amelio) a scapito di altre opere straniere. Critica e pubblico si schierano a favore del regista italiano, chiedendo almeno un premio ex aequo, ed i film italiani presenti raccolgono comunque tutti un deciso successo, a partire dall'ultima fatica di Bernardo Bertolucci, The Dreamers.

La selezione dei film presenta ancora una volta un'ampia finestra sul panorama mondiale, andando dall'Europa all'Asia, puntando molto sulla cultura del Mar Mediterraneo, luogo di incontro e scambio culturale da millenni. Tra i registi più noti ancora una volta Takeshi Kitano, che con il premio speciale alla regia porta a casa un'altra statuetta dopo il successo del 1997, poi Amos Gitai, Randa Chahal Sabbaq, Jacques Doillon e Tsai Ming-Liang.

Fuori concorso il film Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, legato al Leone d'Oro alla carriera ad Omar Sharif, premiato insieme al produttore Dino de Laurentiis, uno dei personaggi più importanti della cinematografia italiana.

La sezione "Controcorrente", grande novità dell'edizione 2002, presenta film di particolare vitalità ed originalità, come le opere di Hiner Saleem, Vodka Lemon (vincitore del Premio San Marco), Sofia Coppola, Lost in Translation - L'amore tradotto (poi vincitore di un Oscar per la miglior sceneggiatura originale), John Sayles, Casa de los babys, Michael Schorr, Schultze vuole suonare il blues, l'accoppiata di registi danesi Lars Von Trier e Jørgen Leth, Le cinque variazioni, ed infine i giovani registi siciliani Daniele Ciprì e Franco Maresco, Il ritorno di Cagliostro.

Dal 2004 la direzione passa a Marco Müller, grande amante e conoscitore del cinema orientale, che ottiene una maggiore attenzione da parte della rassegna. Tra le novità inserite vi sono la sezione "Cinema Digitale", dedicata alle nuove tecnologie digitali. Nel 2004 e nel 2005 vengono dedicate due retrospettive alla "Storia segreta del cinema italiano", un progetto nato per recuperare i film di genere degli anni sessanta e settanta (la prima parte, nel 2004, era intitolata "Italian Kings of the B's"). Nel 2005 è stata dedicata una retropettiva alla "Storia segreta del cinema asiatico".

L'edizione 2004 ha premiato con il Leone d'Oro alla carriera i registi Manoel de Oliveira e Stanley Donen, e ha assegnato il Leone d'Oro al miglior film a Il segreto di Vera Drake di Mike Leigh. Nel 2005 il premio alla carriera è stato assegnato al maestro del cinema d'animazione giapponese Hayao Miyazaki e all'attrice italiana Stefania Sandrelli, mentre il premio per la miglior pellicola è andato a I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee.

Per la prima volta dal dopoguerra, l'edizione del 2006 ha portato in concorso soltanto opere in anteprima mondiale. Madrina della rassegna è stata l'attrice italiana Isabella Ferrari. Il Leone d'Oro alla carriera è stato consegnato al regista statunitense David Lynch. Forti critiche sono state rivolte alla giuria, presieduta da Catherine Deneuve, riguardo alla scelta del film vincitore: la maggior parte della critica, della stampa specialistica e del pubblico che aveva assistito alle proiezioni dava per vincitore Nuovomondo, di Emanuele Crialese, ma il Leone d'Oro è stato invece assegnato a Still Life, di Jia Zhangke, film passato pressoché inosservato agli occhi della critica e del pubblico perché inserito in concorso in extremis, presentato come "film a sorpresa". Numerose proteste sono giunte, inoltre, per la creazione ad hoc di un Leone d'Argento per poter premiare il film di Crialese.

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Rose Byrne

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Rose Judith Esther Byrne (Sydney, 24 luglio 1979) è un'attrice australiana.

Rose esordisce come attrice all'età di 12 anni nel film Dallas Doll (1994), in seguito partecipa ad alcuni show televisivi australiani e alcuni film per la tv come Two Hands (1999) accanto ad Heath Ledger.

Nel 2000 torna sul grande schermo con My Mother Frank e La dea del '67 (The Goddess of 1967), mentre nel 2002 è protagonista di City of Ghosts.

Alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 2000 riceve la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile per il ruolo di B.G. ne La dea del '67.

Appare nel kolossal Star Wars: Episodio II - L'attacco dei cloni (2002) e nel 2003 è protagonista di I Capture the Castle di Tim Fywell.

Nel 2004 interpreta Briseide nel film di Wolfgang Petersen, Troy con Brad Pitt e Orlando Bloom. Di recente ha lavorato in Sunshine (2007) e nell'horror 28 settimane dopo (2007).

Dal 2007 è impegnata nel ruolo di Ellen Parsons, nella serie televisiva acclamata dalla critica Damages, che le è valsa anche una nomination come miglior attrice non protagonista.

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Whisky e gloria

Alec Guinness in "Jock" Sinclair

Whisky e gloria è un film diretto nel 1960 dal regista Ronald Neame. Tratto dal romanzo omonimo di James Kennaway che lo adattò per lo schermo cinematografico, ha come protagonisti principali Alec Guinness e John Mills, quest'ultimo premiato con la Coppa Volpi come migliore attore alla Mostra del Cinema di Venezia del 1960.

La storia si svolge nelle Highlands scozzesi, nel secondo dopoguerra, durante un inverno nevoso e gelido. Sarà per questo che gli ufficiali che si radunano nel loro circolo, situato nell'antico castello che fa da caserma del reggimento scozzese, si scaldano con abbondanti bevute di whisky, bevanda corroborante e soprattutto patriottica. Così almeno la giudica il colonnello beone Jack Sinclair (Alec Guinness), ormai anziano, che iniziando dalla gavetta è giunto al comando temporaneo del reggimento che ha guidato fino dalla fine della guerra, dopo che il suo comandante titolare è morto durante un'azione bellica.

Ora lui e gli ufficiali suoi amici si aspettano che da un giorno all'altro arrivi la nomina definitiva a capo del reggimento. D'altra parte c'è grande simpatia per il colonnello Sinclair, bevitore di grandi quantità di whisky e dalle idee piuttosto rilassate per quanto riguarda la disciplina e la condotta dei soldati.

Ma le cose non vanno come previsto. Gli alti comandi nominano il colonnello Basil Barrow (John Mills), che proviene dall'accademia militare e i cui antenati sono stati comandanti del reggimento. Barrow si rende subito conto del nefasto influsso che ha avuto la guida del colonnello Sinclair sulla vita militare del reggimento. Egli quindi, cercando la collaborazione di Sinclair e degli ufficiali, si sforza di riportare ordine ed efficienza nella caserma ma di fronte ai suoi tentativi si trova contro la condotta irridente dell' anziano ufficiale, amaramente deluso dalla mancata nomina, e la passività degli altri ufficiali che già rimpiangono la libertà perduta.

Il nuovo colonnello, dal fragile sistema nervoso scosso per una lunga prigionia di guerra e per le torture subite ad opera dei Giapponesi, delle quali egli però non ha fatto parola con nessuno, appare infatti debole e indeciso nel suo comando.

Lo scontro raggiunge il culmine quando Barrow, avendo notato il comportamento volutamente sfrenato e contro l'etichetta militare da parte di Sinclair e degli ufficiali durante un ballo di ricevimento con la presenza delle autorità civili della cittadina sede della caserma, dopo un 'isterica scenata, comanda che gli ufficiali reimparino le regole dei balli scozzesi. Questa decisione sarà presa come occasione per altri sberleffi e irrisioni nei confronti del colonnello, sempre più disperato per non riuscire a farsi obbedire e rispettare.

Ma anche Sinclair commette un errore: avendo sorpreso in un bar sua figlia Morag (Susannah York) in amichevole compagnia con il caporale delle cornamuse Fraser (John Fraser), ed essendo come al solito ubriaco, non riesce a controllarsi e malmena il soldato. Questo vorrebbe dire per il colonnello la denuncia al Tribunale militare e la fine della sua carriera.

Barrow, come gli impone il suo dovere, ha intenzione di denunciare Sinclair, ma poi cede generosamente alle suppliche dello stesso Sinclair e dei suoi sostenitori mettendo a tacere l'accaduto. Questo conferma secondo gli ufficiali e i subalterni la debolezza del loro comandante, che pensando di aver fallito come uomo e come soldato si uccide.

L'episodio colpisce naturalmente tutto il reggimento e soprattutto Sinclair, che capisce di essere stato lui, con il suo comportamento irridente e irrispettoso, la causa del suicidio del colonnello e quindi avendo riassunto le funzioni di capo del reggimento, quasi a voler scontare la sua colpa, vuole organizzare solenni funerali per il defunto colonnello: ma mentre espone agli ufficiali, esaltandosi sempre più, i simbolici valori militari della grandiosa celebrazione funebre, accompagnata dal lamentoso suono delle cornamuse e dal rullo dei tamburi, con la mente ormai offuscata dal rimorso, le sue parole rotte dal pianto diventano sempre più incoerenti e grottesche tali da farlo apparire, com'è ormai, un uomo distrutto.

Il film è per la maggior parte è strutturato secondo uno stile teatrale che ha come palcoscenico la sala del circolo ufficiali dell'antico castello sede del reggimento. Si tratta di un ampio ambiente riscaldato da grandi caminetti e arredato con ricchi divani e poltrone, un tavolo da biliardo ma soprattutto provvisto di un ben rifornito bar.

Non mancano le riprese esterne nel film con i bellissimi paesaggi innevati delle highlands scozzesi ma è nel salone che avvengono i dialoghi più importanti nei quali si cimentano e si fronteggiano con bravura i due attori teatrali: Alec Guinness e John Mills tanto che lo spettatore dimentica di stare vedendo un film e ha l'impressione di assistere ad uno spettacolo teatrale. «Un glorioso duetto – e duello – tra due grandi attori in un melodramma da caserma a porte chiuse, ambientato con estrema finezza tra gonnellini e cornamuse» così ha lasciato scritto la critica cinematografica (cfr.Morando Morandini ed. Zanichelli, 2007) che ha notato anche che l'ambiente teatrale non appesantisce lo spettacolo «non per questo meno cinematografico nel linguaggio e nell'azione.» (in Gian Luigi Rondi, Il Tempo).

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Julianne Moore

Julianne Moore by David Shankbone.jpg

Julianne Moore, nome d'arte di Julie Ann Smith (Fayetteville, 3 dicembre 1960), è un'attrice statunitense.

Nata nella Carolina del Nord, figlia di Anne, assistente sociale psichiatrica, emigrata negli Stati Uniti dalla Scozia, e Peter Moore Smith, avvocato militare, giudice, pilota d'elicottero e Colonnello dell'esercito. A causa del lavoro del padre, è cresciuta tra gli Stati Uniti e l'Europa, studiando alla Frankfurt American High School di Francoforte, in Germania, diplomandosi nel 1979, infine si laurea in Belle Arti presso la Boston University.

Nel 1983, all'età di 23 anni, si trasferisce a New York, dove lavora per qualche tempo come cameriera. Inizia a muovere i primi passi apparendo in varie produzioni teatrali off-Broadway. Il successo ottenuto con la piéce Serious Money la mette in luce agli occhi di alcuni produttori televisivi, che la ingaggiano per interpretare un doppio ruolo nella soap opera Così gira il mondo. La scelta del suo nome d'arte è stata un po' travagliata, infatti presso il Screen Actors Guild erano già registrate attrici con il nome di Julia Smith, quindi si è vista costretta a cambiar nome in Julie Moore, usando il primo cognome del padre, ma anche questo nome apparteneva ad un'altra attrice, la scelta definitiva è caduta su Julianne Moore.

Dal quel momento per l'attrice inizia una lunga gavetta televisiva e cinematografica, che la porta ad ottenere ruoli marginali in film come La mano sulla culla, Body of Evidence - Corpo del reato e Benny & Joon. Inizia ad ottenre i primi riconoscimenti, venendo canditata all'Independent Spirit Awards 1994 come miglior attrice non protagonista per America oggi di Robert Altman, due anni più tardi viene nonimata nuovamente al premio come miglior attrice protagonista per Safe di Todd Haynes. Con Haynes inizia una proficua collaborazione, che la porta ad apparire in quasi tutti i suoi film, diventando sua attrice feticcio.

Grazie ai molti riconoscimenti otteniti, inizia ad ottenere parti in film di stampo hollywoodiano, come la commedia Nine Months - Imprevisti d'amore e il block buster Il mondo perduto . Nel 1998 ottiene la sua prima candidatura all'Oscar come miglior attrice non protagonista per Boogie Nights - L'altra Hollywood di Paul Thomas Anderson, due anni dopo viene nominata nuovamente all'Oscar come miglior attrice per il film Fine di una storia, oltre ad aver recitato in altri due film che le valsero premi: La fortuna di Cookie, Un marito ideale e Magnolia, dove torna ad esser diretta da Anderson. Negli anni seguenti si alterna tra produzioni commerciali e film indipendenti, nel 2001 accetta di recitare in Hannibal, ereditando il ruolo dell'agente dell'FBI Clarice Starling che fu di Jodie Foster ne Il silenzio degli innocenti.

Nel 2003 ottiene una doppia candidatura all'Oscar, come miglior attrice per Lontano dal paradiso ancora sotto la regia del grande amico Haynes, per la cui interpretazione però riceve la Coppa Volpi al Festival di Venezia, e come non protagonista per The Hours, ma anche questa volta non le viene assegnata l'ambita statuetta. Infatti è una delle poche attrici ad aver ottenuto la doppia candidatura e una delle tre che le ha perse tutte e due insieme a Sigourney Weaver nel 1989 e Cate Blanchett nel 2008.

Negli anni seguenti partecipa a svariate pellicole più o meno di successo come Il colore del crimine, The Forgotten, I figli degli uomini e Next, quest'ultimo si è dimostrato un flop al botteghino. Nel 2007 è protagonista del controverso ed incestuoso film di Tom Kalin Savage Grace, nello stesso anno viene di nuovo diretta da Todd Haynes, che le riserva una piccola parte nel pluripremiato Io non sono qui.

Nel maggio del 2008 era circolata la notizia della sua partecipazione alla serie televisiva Desperate Housewives, nel ruolo della sorella del personaggio di Bree Hodge, ma la notizia è stata ben presto smentita. Nel 2008 partecipa al film di Fernando Meirelles Blindness - Cecità, presentato al Festival di Cannes 2008 e al Toronto Film Festival al quale ottiene molta acclamazione. Attualmente è impegnata nelle riprese di The Private Lives of Pippa Lee di Rebecca Miller.

Dal 2003 è sposata con il regista Bart Freundlich, conosciuto nel 1996 sul set de I segreti del cuore. La coppia ha due figli, un maschio, Caleb Freundlich, e una figlia, Liv Helen Freundlich. La Moore è al suo terzo matrimonio, era già stata sposata dal 1983 al 1985 con Sundar Chakravarthy, e con John Gould Rubin dal 1986 al 1995.

Durante l'elezioni presidenziali statunitensi del 2004 ha sostenuto John Kerry nella sua campagna presidenziale. Dal 2002 è collaboratrice del ST Alliance, associazione che si prodiga nel creare consapevolezza nei confronti della sclerosi multipla.

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Source : Wikipedia