Conferenza Episcopale Italiana

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Conferenza Episcopale Italiana

La Conferenza Episcopale Italiana (C.E.I.) è l'assemblea permanente dei vescovi italiani.

Attualmente è presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo Metropolita di Genova.

Nasce a Firenze l'8 gennaio 1952, sotto forma d'assemblea dei presidenti delle conferenze episcopali delle regioni conciliari italiane.

La conferenza episcopale italiana è l'unica il cui presidente non viene eletto dai membri ma è nominato personalmente dal papa in qualità di primate d'Italia.

La C.E.I gestisce l'otto per mille versato dagli italiani e destinato alla Chiesa Cattolica.

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Chiesa cattolica

Papa Benedetto XVI: il vescovo di Roma è capo della Chiesa cattolica

La Chiesa cattolica (dal greco: καθολικός, katholikòs, cioè "universale") è la Chiesa cristiana che riconosce il primato di autorità al vescovo di Roma, in quanto successore dell'apostolo Pietro sulla cattedra di Roma. Il nome deriva dal fatto che la Chiesa cattolica ritenga sussistere in sé la Chiesa universale fondata da Gesù Cristo, a cui appartengono tutti i battezzati, distinguendo poi tra le Chiese che sono in piena comunione con la cattolica e coloro che appartengono invece alle altre Chiese o comunità che da essa sono separate. Chi professa la fede cattolica crede nell'infallibilità del Papa.

Tra le Chiese cristiane, la Chiesa cattolica è quella che conta il maggior numero di fedeli a livello mondiale, con un'alta percentuale in America Latina e in Europa. Occorre però considerare la differenza tra cattolici praticanti e non.

Accanto a queste chiese, all'interno del panorama cattolico, vi è la Chiesa vetero-cattolica che, pur riconoscendo il primato del papa, come successore di Pietro, non ne riconosce l'infallibilità e non è dunque in piena comunione con Roma. Le Chiese vetero-cattoliche si separarono infatti da Roma a seguito del concilio Vaticano I.

La Chiesa cattolica nella costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, 8, del concilio Vaticano II dichiara essere «l'unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica e che il Salvatore nostro, dopo la sua resurrezione, diede da pascere a Pietro (cfr. Gv 21,17), affidandone a lui e agli altri apostoli la diffusione e la guida» e dichiara che «Questa Chiesa, in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui».

La sua diffusione fu rapida e continua in numerose aree dell'Impero romano, anche se venne riconosciuta come lecita solo nel IV secolo con l'editto di Milano di Costantino I. La sua capacità di conversione fu dovuta anche al fatto di voler manifestare la propria religione non come una credenza tribale associata a un particolare popolo o etnia (quale era ad esempio quella ebraica), ma di presentarsi come Ecclesia, comunità di credenti aperta a tutti, indipendentemente dall'appartenenza di ognuno. L'universalità del suo messaggio, tramite cui si fece interprete della legge morale naturale, le consentì di andare oltre le divisioni di classe, di censo, di sesso e di nazione.

La Chiesa cattolica - che può a buon diritti definirsi tale solo dopo il Concilio di Trento - esiste in forma attuale nella chiesa retta dal vescovo di Roma, il papa, e da tutti i vescovi in comunione con lui, senza escludere quindi che la Chiesa cattolica possa sussistere, in gradi differenti, anche in altre chiese locali non in comunione con il vescovo di Roma.

Informazioni sugli insegnamenti e l'organizzazione della Chiesa cattolica possono essere reperite nel Catechismo della Chiesa cattolica, nell'Annuario pontificio, nel Codice di diritto canonico e nel Codice dei canoni delle Chiese Orientali.

La Chiesa cattolica afferma l'esistenza di un unico dio creatore onnipotente dell'universo e dell'umanità. L'uomo è dotato di libero arbitrio, in grado cioè di scegliere fra il bene e il male. Dio ha rivelato la propria Legge prima al popolo d'Israele e in seguito, tramite Gesù Cristo, il figlio di Dio che condivide con Dio stesso la natura divina, agli altri popoli della Terra.

Secondo la dottrina, l'opera di Gesù Cristo prosegue nella Chiesa cristiana, guidata dallo Spirito santo e istituita da Dio per la salvezza di tutte le genti (vedi anche Trinità, incarnazione e redenzione). Questo scopo viene raggiunto con gli insegnamenti e l'amministrazione dei sacramenti attraverso cui Dio garantisce la grazia. Sono considerate fonti della rivelazione la Bibbia e la tradizione. Vengono considerati autorevoli i canoni di 21 concili ecumenici, di cui i primi sette in comune con le Chiese orientali, e gli scritti dei Padri della Chiesa. Una menzione particolare meritano le lettere encicliche attraverso cui il papa insegna in qualità di successore di Pietro.

Una moderna sintesi di tutta la dottrina cattolica può essere trovata nel Catechismo della Chiesa Cattolica, la cui ultima versione è stata redatta nel 1992 sotto papa Giovanni Paolo II da una commissione con a capo il cardinale Joseph Ratzinger, dal 2005 papa Benedetto XVI. Recentemente è stato pubblicato il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, che contiene in forma sintetica tutta la dottrina.

La nascita della chiesa cattolica nella struttura gerarchica odierna può essere posta nel 1054, all'epoca del Grande Scisma. Da questo momento in poi il capo della chiesa di Roma formalmente si attribuisce una autorità maggiore del capo di qualunque altra chiesa cristiana, ossia il primato papale, ma in realtà esso veniva esercitato in forma più implicita sin dai tempi apostolici.

La Chiesa cattolica è composta da tutti i suoi battezzati, e da un punto di vista territoriale è suddivisa in sedi o chiese particolari, chiamate diocesi nella Chiesa latina ed eparchie nelle Chiese orientali. Alla fine del 2004 il numero delle sedi era 2.755 (Annuario Pontificio del 2005). Le diocesi sono affidate ad un vescovo (eparca per le eparchie), che è considerato il successore degli apostoli. A capo del collegio dei vescovi sta il vescovo di Roma, il papa, che è considerato il successore dell'apostolo Pietro.

Le diocesi sono a loro volta suddivise in parrocchie, rette dai parroci. Col concilio di Trento (XVI secolo) venne data grande importanza anche alle parrocchie rurali, mentre più anticamente erano state le pievi, raggruppamenti di paesi intorno al centro più grande della zona, a segnare la divisione delle diocesi.

Diversamente dalle "famiglie" o "federazioni" di Chiese formate dal riconoscimento mutuo di corpi ecclesiali distinti, la Chiesa cattolica si considera un'unica chiesa incarnata in una pluralità di chiese locali o particolari, in quanto «realtà ontologicamente e temporalmente preesistente ad ogni chiesa individuale particolare».

Questi ordini (insieme, in passato, agli ordini minori) costituiscono nel complesso il clero. Non sono invece sacramenti, né gradi dell'ordine sacro, altri titoli e cariche che vengono attribuiti ai membri del clero in funzione dell'incarico loro affidato: né cardinale, né arcivescovo, né monsignore, o altri esempi. Lo stesso papa, per l'ordine sacro, è semplicemente il vescovo di Roma. Vescovo e presbitero sono sacerdoti in quanto possono celebrare in persona Christi (nella persona di Cristo), mentre il diacono, pur appartenendo al sacramento del ministero apostolico, lo svolge come diakonìa (servizio).

La Chiesa cattolica afferma che Gesù conferì all'apostolo Pietro l'autorità ultima su tutta la comunità dei suoi discepoli: secondo l'interpretazione cattolica Cristo conferì a Pietro nei pressi di Cesarea di Filippo il primato sugli altri apostoli e su tutta la Chiesa (Matteo 16,13-20) e lo riconfermò dopo la resurrezione nell'apparizione presso il lago di Tiberiade (Giovanni 21,15-19).

Il contesto del primo episodio è quello della domanda di Gesù ai discepoli riguardo alla sua identità. Alla risposta di Pietro «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», Gesù replica: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Tali passi sono interpretati dalla Chiesa cattolica nel senso forte di un primato di insegnamento e giurisdizione su tutta la Chiesa, e sono anche interpretati a fondamento della dottrina del primato papale. Essendo stato Pietro il fondatore, o almeno il primo vescovo della Chiesa di Roma, il suo primato si trasmette al suo successore nella stessa sede, quindi al vescovo di Roma.

Il ruolo del papa è andato crescendo nel II millennio, fino a raggiungere il suo apice nel XIX secolo con la dichiarazione sull'infallibilità papale del concilio Vaticano I.

Secondo questa dottrina il papa può esercitare il diritto di dare insegnamenti riguardo alla fede ed alla morale da ritenere parte del deposito della fede, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il "suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani" e "definisce una dottrina circa la fede e i costumi".

A partire dalla definizione dell'infallibilità del 1870, quest'ultima è stata esercitata formalmente una sola volta dai pontefici, e questo con la promulgazione del dogma dell'Assunzione di Maria da parte di papa Pio XII nel 1950. Tutti gli altri insegnamenti impartiti dai Papi negli ultimi 150 anni, non sono stati formalmente definiti "dogmi".

La procedura per l'elezione del Papa e la nomina dei vescovi ha subito numerosi cambiamenti nel corso dei secoli: dai tempi moderni (Viterbo, 1271), il papa viene eletto in conclave dai cardinali, i Principi della Chiesa; a lui compete invece di nominare direttamente i membri del clero di gerarchia più elevata di rito latino, a partire dai vescovi (normalmente dopo consultazione con gli altri prelati). Nelle Chiese cattoliche orientali i vescovi vengono nominati dai rispettivi patriarchi, secondo gli usi locali.

Il papa è assistito nei suoi compiti dai cardinali. Tutti i membri della gerarchia ecclesiastica rispondono a lui ed alla Curia Romana nel suo insieme. Ogni papa continua il suo servizio fino alla morte (ciò valeva anche per gli altri vescovi fino a non molto tempo fa) o rinuncia (che è avvenuta una sola volta, con Celestino V, in tutta la storia del papato).

Il papa risiede attualmente nella Città del Vaticano, un piccolo stato indipendente situato nel centro di Roma e riconosciuto dalla maggioranza della diplomazia internazionale come ambito di sovranità della Santa Sede.

Nel corso dei secoli si sono sviluppate esperienze comunitarie al di fuori della diocesi, soprattutto configurate in monachesimo, ordini mendicanti e congregazioni religiose. I primi, a cui si può dare la nascita in occidente con la Regola benedettina, si svilupparono in un momento di crisi (VIII - XII secolo) come tentativo di instaurare un particolare e più intimo legame con Dio. I secondi, nati durante la riforma del XII sec. si caratterizzano nelle loro diversità per la ricerca di attualizzare il messaggio cristiano nella società, tra questi i carmelitani, i francescani e i domenicani. Non sono mancate, dal XIX secolo, le Congregazioni religiose maggiormente attente ai bisogni dei giovani, degli anziani e di altre categorie sociali svantaggiate. Tra esse spiccano le comunità missionarie, con lo scopo precipuo di diffondere la fede cattolica in tutto il mondo.

Nel XX secolo ha preso avvio il fenomeno dei movimenti ecclesiali: questi sono associazioni di fedeli ispirate da un carisma particolare e che si organizzano autonomamente dalla normale gerarchia (vescovi e parroci).

La differenza fra i movimenti e le associazioni è che queste ultime non sono organizzate autonomamente dalla gerarchia (come invece avviene per i movimenti), ma collaborano con essa in modo integrato e coordinato, partecipando attivamente in pressoché tutti i momenti della vita parrocchiale e diocesana. Gli aderenti ai movimenti, al contrario, hanno un calendario spesso molto fitto di eventi caratteristici del proprio movimento e celebrano fra di loro la messa domenicale, con l'effetto quindi di limitare o azzerare i contatti con la vita parrocchiale e di consentire una partecipazione quasi sempre marginale ai momenti diocesani.

Le liturgia varia in base ai riti e alle famiglie liturgiche: il più diffuso, specialmente in occidente, è il rito latino che è anche il più seguito in Italia.

La Chiesa cattolica celebra l'eucaristia o messa in modo particolare la domenica e gli altri giorni festivi come celebrazione solenne e festosa della "resurrezione di Cristo", considerata conseguenza diretta del suo sacrificio sul Calvario. Messe feriali sono celebrate tutti i giorni a parte il Venerdì Santo e il Sabato Santo (giorni aliturgici).

Altro pilastro della preghiera liturgica è la Liturgia delle ore (o ufficio divino), che consiste nella "consacrazione" di ore canoniche nel corso del giorno e della notte. Le principali ore sono Lodi e Vespri, rispettivamente preghiera del mattino e della sera. Le preghiere consistono principalmente in salmi. Possono essere aggiunti da uno a tre periodi di preghiera intermedi (Terza, Sesta e Nona) e un'altra preghiera dopo il tramonto (Compieta), ed un altro periodo variabile dedicato principalmente a letture dalla Bibbia o a padri della Chiesa. Come per la messa, la liturgia delle ore ha ispirato importanti composizioni musicali dal canto gregoriano alla polifonia, fino alle complesse orchestrazioni dell'età barocca.

La Chiesa di Roma è stata anche il primo e più vasto centro di culto verso Maria, la Madre di Gesù. Il culto di Maria è presente nella liturgia della Chiesa fin dalle origini, sia come oggetto di venerazione in se stesso, sia come elemento potentissimo di intercessione presso Gesù Cristo. Oltre a ciò, Maria è vista anche come modello di imitazione.

Dal punto di vista storico, la sua opera di mediazione tra Dio e l'umanità si spiega con l'investitura che ricevette da Gesù sulla croce, quando venne "donata" agli uomini per farli sentire più vicini a Lui. Soprattutto dopo l'ascensione di Gesù, Maria rimase il punto di riferimento per la comunità dei credenti appena sorta, preservandone l'unità di fronte alle nuove sfide e alle potenziali discordie che caratterizzarono la primissima era cristiana. Il culto verso la Beata Vergine andò poi aumentando fino a quando si arrivò a una notevole diffusione dopo il concilio di Efeso (431), che la riconobbe ufficialmente come "Madre di Dio".

Nell’Esortazione Marialis Cultus di Papa Paolo VI del 1974 al culto di Maria vengono date le seguenti indicazioni: esso deve attingere il più possibile alle Sacre Scritture, va collocato nel ciclo annuale delle liturgie ecclesiastiche, ha un orientamento ecumenico (volto cioè a promuovere l'unità dei cristiani), e guarda a Maria come a un modello di vergine, di madre e di sposa. Nell’Esortazione sono presenti anche descrizioni e suggerimenti circa la preghiera del Santo Rosario, uno dei principali esercizi attraverso cui la Chiesa manifesta la propria devozione a Maria; sul Rosario è tornato Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae del 2002 per aggiungere ai quindici tradizionali misteri della gioia, del dolore e della gloria, cinque «misteri della luce» riguardanti la vita pubblica di Gesù (Battesimo, Nozze di Cana, Predicazione del Regno, Trasfigurazione, Istituzione dell'Eucaristia). Giovanni Paolo II nel 1986 ha anche fatto pubblicare un nuovo messale comprendente messe specifiche da dedicare alla Beata Vergine.

Per comprendere la denominazione "Chiesa cattolica", occorre dapprima chiarire cosa si intenda per "cattolico".

Tre sono i significati principali del termine "cattolico": etimologico, confessionale, teologico.

Il termine compare per la prima volta con Ignazio di Antiochia (I sec.) che si rivolge alla comunità di Smirne: «Là dove c'è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica» (Ad Smyrnaeos, 8).

Fino all'anno Mille, prima dello scisma d'Oriente (1054), con il termine Chiesa cattolica si identificava l'intera Chiesa orientale e occidentale, e prima della Riforma protestante il termine "cattolico" non aveva assunto anche il significato confessionale che ha avuto dal concilio di Trento, che può essere considerato l'evento che ha formato la fisionomia moderna della Chiesa, anche in rapporto alle altre confessioni cristiane.

Oggi, in verità, tutte le Chiese cristiane si professano parte dell'una, santa, cattolica ed apostolica chiesa dichiarata nel simbolo niceno-costantinopolitano, non intendendo con questo la chiesa cattolica come confessione. In conseguenza del significato odierno del termine cattolico alcune chiese protestanti preferiscono la dizione Chiesa universale ed aggiungono l'attributo romana alla dizione della Chiesa cattolica.

La Chiesa cattolica venne reputata romana riguardo alla dimensione unitaria e direttiva della Chiesa di Roma per tutte le chiese particolari che compongono la Chiesa cattolica genericamente intesa. Fu cioé denominata "romana cattolica" essendo concepita come fondazione di una dimensione ecclesiale in cui essa si svelava madre e maestra delle chiese particolari.

Secondariamente poi il nome di Chiesa cattolica romana appare nel linguaggio ecclesiale definito e stabilito della chiesa romana medesima anche per identificare la chiesa cattolica nel suo rapportarsi alle chiese separate. Così il termine di Chiesa cattolica romana si diffonde ulteriormente dopo delle divisioni causate dagli scismi irrisolti nella compagine della grande Chiesa del millennio precedente, anche per ribadire un senso e una direzione dell'unità da ritrovare.

Recentemente si è pure diffuso l'anglicismo Chiesa cattolica romana, derivato dall'inglese Roman Catholic Church. Questa denominazione aveva originariamente un significato polemico ed era intesa come un ossimoro dichiarante la limitazione geografica alla pretesa di universalità della Chiesa cattolica, oltre che essere analoga alla denominazione geografica di alcune chiese di stato protestanti. In realtà il termine vi risulta sottostimato, poiché la Chiesa cattolica romana è formata dalla Chiesa di Roma insieme a tutte le chiese particolari, orientali e occidentali.

L'uso della re-interpretazione anglicana del termine "cattolici romani" ha in realtà un'origine più antica; uno scrittore di simpatie puritane, Percival Wiburn, usò il termine «Roman Catholic» ripetutamente nel suo articolo Checke or Reproofe of M. Howlet (in risposta ad un gesuita che aveva scritto sotto lo pseudonimo di Howlet); scrisse ad esempio «voi cattolici romani che chiedete tolleranza» (p. 140), «parlous dilemma or streicht in cui voi cattolici romani siete stati portati» (p. 44).

Robert Crowley, anglicano, nel suo libro A Deliberat Answere, pubblicato nel 1588, pur adottando in preferenza termini quali «cattolici romisti» o «cattolici papisti», scrisse anche al riguardo: «who wander with the Romane Catholiques in the uncertayne hypathes of Popish devises» (p. 86).

Altri scritti simili risalenti al periodo poco successivo alla riforma protestante mostrano come termini quali «romano» fossero usati indifferentemente insieme a «papista» da parte di protestanti che rifiutavano l'uso del termine «cattolico» per definire i soli cristiani che riconoscevano l'autorità del papa.

Molte altre chiese cristiane si definiscono «Chiesa cattolica» o una sua parte, tra queste la Chiesa ortodossa d'oriente, la Chiesa ortodossa d'occidente, le Chiese luterane e anglicane, la Chiesa cattolica tradizionalista e altre confessioni religiose cristiane, o meglio "comunità ecclesiali".

Per indicare l'uno o l'altro aspetto della propria dottrina, la Chiesa cattolica dà di sé stessa anche altre definizioni, non esaustive, come ad esempio gli appellativi Corpo mistico di Cristo, Popolo di Dio, Sacramento universale di salvezza (cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 748-810).

Si stima appartengano alla Chiesa cattolica oltre un miliardo di persone rappresentanti circa la metà dei 2,1 miliardi di cristiani nel mondo.

L'Annuario pontificio del 2003, basato sui dati forniti dalle diocesi cattoliche, indica la cifra di 1.085.557.000 fedeli battezzati senza includere i cattolici in Cina ed in alcuni altri paesi in cui sussistono ostacoli a contatti regolari con Roma. Secondo la legge canonica sono considerati membri tutti coloro che sono stati battezzati o ricevuti all'interno della Chiesa cattolica avendo fatto una professione di fede, esclusi coloro che hanno formalmente rinunciato ad essere membri.

Secondo i dati della Santa Sede, il cattolicesimo è sensibilmente in aumento passando tra gennaio 2005 a dicembre 2006 da poco più di 1098 milioni a 1115 milioni, con un limitato aumento in percentuale lasciando pressoché invariata la percentuale dei cattolici nel mondo (17,20%), a causa dell'aumento globale della popolazione mondiale.

Esaminando la situazione per singolo continente, secondo l'agenzia di stampa Zenit se si considera l'America come unico continente il cattolicesimo è in leggero aumento, ma non in singole zone dell'America latina . In Africa è in netto aumento, come in Asia. Diversa la situazione in Europa e Oceania dove c'è un leggero aumento rispetto al numero dei cattolici, ma non la loro percentuale che rimane invariata o addirittura in leggero calo. Dopo una flessione degli anni settanta-ottanta, la tendenza degli ultimi anni è di un aumento numerico dei cattolici, anche se sostanzialmente non muta gli equilibri precedenti rimanendo la percentuale dei cattolici nel mondo praticamente invariata (aumentando di fatto solo di una poco rilevante frazione).

Occorre distinguere tra lo Stato della Città del Vaticano e le singole Chiese locali, i cui vescovi sono organizzati nelle Conferenze episcopali.

Le Conferenze episcopali nazionali gestiscono autonomamente il bilancio della Chiesa nei vari Paesi, raccogliendo le offerte dei fedeli e, in alcuni Paesi, godendo di finanziamenti dallo Stato. In Italia, in base al Concordato del 1984, ogni fedele può scegliere di versare l'8 per mille dell’IRPEF alla Chiesa italiana (936,5 milioni di Euro nel 2004) .

Lo stato italiano non finanzia lo stato Vaticano, ma la Conferenza Episcopale Italiana riceve un contributo stabilito in base alle normative finanziarie, il cosiddetto "otto per mille". Inoltre sono attualmente preveiste dalle normative fiscali agevolazioni (come l'esenzione ICI, l'abbattimento del 50% dell'IRES, agevolazioni IRAP) per le istituzioni religiose, ospedaliere, educative, tra cui anche quelle dipendenti dalla Chiesa. Inoltre vi sono particolari situazioni di beneficio dovute all'extraterritorialità di alcuni beni del Vaticano.

Dei 21 concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica i primi sette sono accettati dalle Chiese ortodosse di tradizione bizantina, la famiglia delle Chiese ortodosse "pre-Calcedoniane" riconosce i primi tre e i cristiani di tradizione nestoriana solo i primi due.

Il dialogo ha mostrato che benché la separazione sia avvenuta molti secoli fa, le differenze nella dottrina concernono più spesso formule e riti che elementi sostanziali.

Emblematica è la Dichiarazione Cristologica Comune tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira Orientale sottoscritta da «Sua Santità papa Giovanni Paolo II, vescovo di Roma e Papa della Chiesa Cattolica, e Mar Dinkha IV, patriarca della Chiesa Assira Orientale» l'11 novembre 1994.

La differenza tra le due Chiese ruota intorno a questioni antiche quali la disputa sulla legittimità dell'espressione «Madre di Dio» o di «Madre di Cristo» riguardo a Maria che emerse nel concilio di Efeso nel 431. Mentre la tradizione della Chiesa cattolica utilizza entrambe le espressioni, la Chiesa assira si riferisce a Maria come «Madre di Cristo nostro Dio e Salvatore». La dichiarazione enuncia che entrambe le chiese riconoscono la natura sia umana che divina di Gesù e che «Entrambi riconosciamo la legittimità e correttezza di queste espressioni della stessa fede e rispettiamo le preferenze di ciascuna Chiesa nella sua vita liturgica».

Le controversie maggiori riguardano il riconoscimento del primato papale e il timore che l'unione ecclesiale si risolva in un assorbimento delle chiese di minore dimensione da parte della numericamente maggiore componente latina della Chiesa cattolica e l'accantonamento o l'abbandono di antiche e ricche eredità teologiche, liturgiche e culturali.

Sussistono differenze molto maggiori con le dottrine delle Chiese riformate, che i cattolici ritengono avere rotto con la tradizione del passato mentre esse, per parte loro, dichiarano di averlo fatto per meglio rispondere ai veri insegnamenti degli apostoli. Tuttavia anche con questi gruppi il dialogo ha quantomeno contribuito a chiarire alcuni fraintendimenti delle altrui dottrine.

Nel corso dei secoli alla Chiesa cattolica sono state mosse accuse di vario tipo, sia dal punto di vista religioso che politico. Le accuse che si susseguirono negli anni furono: nei primi secoli del cristianesimo, provenienti dagli ambienti popolari della religione tradizionale greco-romana, di infanticidio e incesto; nel Medioevo, provenienti da gruppi pauperistici eretici, di avere abbandonato la presunta povertà di Gesù; con il protestantesimo di avere pervertito le pure dottrine dei tempi antichi e della Bibbia (centro dell'attività dei riformatori); con l'illuminismo e il positivismo di oscurantismo, cioè di voler ostacolare il trionfo della ragione prima e della scienza poi, esemplificato in istituzioni e episodi come l'inquisizione, il processo a Galileo Galilei e a Giordano Bruno. Il comunista russo Trotsky, citando il liberale inglese Lloyd George, definì la Chiesa "la centrale elettrica del conservatorismo". La Chiesa è stata anche accusata, ad esempio dai nazisti, di essere un'organizzazione omosessuale, soprattutto per quanto riguarda la vita monastica, mentre dalla seconda metà del XX secolo fra le accuse più comuni sono da ricordare quelle relative alla storia del rapporto con l'ebraismo, l'omofobia e il maschilismo nelle istituzioni cattoliche. Mentre da parte ecclesiastica si ribatte tuttora non esiste accordo sull'entità di queste colpe e la loro sussistenza è un tema molto dibattuto.

Attualmente comportamenti da parte di alcuni ecclesiastici punibili per legge hanno condotto allo scoppiare dello scandalo dei preti pedofili, che dagli Stati Uniti si è propagato anche in Italia.

Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto pubblicamente che ci sono stati membri sia tra i fedeli laici che tra il clero (inclusi vescovi e papi) che si sono macchiati di colpe. Sebbene abbia invocato il perdono di dio e degli uomini per i peccati «dei figli e delle figlie della Chiesa», sia riguardo alle azioni che alle omissioni, questo papa non ha chiesto perdono alle stesse vittime. Ma, sempre secondo Giovanni Paolo II, i peccati degli uomini di Chiesa non implicano che la Chiesa in sé ne sia colpevole.

Esistono infine ricorrenti critiche che riguardano i rapporti tra stato e Chiesa: in particolare, da molte parti della società civile, viene contestata, non infondatamente, l'influenza esercitata dalle gerarchie cattoliche sui governi di vari paesi, emblematico l'esempio dell'Italia (dove spesso però sono proprio le forze che dovrebbero essere rappresentative dei cittadini a favorire l'influenza suddetta e/o ad accettarla per obiettivi tutt'altro che spirituali), nelle scelte di ordine etico - morale e politico. Da queste la Chiesa è spesso ritenuta il principale ostacolo allo sviluppo scientifico in alcuni campi come le ricerche che richiedono cellule staminali embrionali e sperimentazioni su embrioni umani. C'è altresì da ricordare che come capo della Chiesa e quindi come primo esponente e responsabile della morale cattolica, il papa ha tutto il diritto e soprattutto il dovere di parlare in nome della pace e dei valori di osservanza delle leggi della Chiesa, avendo l'accortezza di non interferire con quelle degli stati, che a loro volta devono custodire la loro laicità. Non dimentichiamo poi che il pontefice ha un duplice ruolo: oltre che di primate del cattolicesimo, anche di sovrano di uno Stato indipendente, centro del cristianesimo, con delle proprie leggi: esse si estendono a tutti i suoi appartenenti, anche se non residenti sul proprio territorio. Il cattolico non solo ha l'obbligo civile di rispettare le leggi del proprio stato di appartenenza ma anche l'obbligo morale di rispettare le leggi della Chiesa, senza per questo interferire con le libertà dei cittadini in quanto tali che hanno tutti, cattolici e non, il diritto di perseguire propri orientamenti politici, religiosi ed etici. Fino al 1870 la Santa Sede aveva anche un territorio molto più esteso dell'attuale, circa tutta l'Italia Centrale (denominato Stato Pontificio o Stato della Chiesa) con capitale Roma, ma che dopo l'aspra guerra col neonato Regno d'Italia, dovette cedere i propri territori compresa la Città Eterna, rimanendo confinata nell'attuale Città del Vaticano.

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Otto per mille

Come otto per mille viene definito il meccanismo con cui lo Stato italiano ripartisce in base alle scelte dei contribuenti l'8‰ dell'intero gettito fiscale IRPEF fra lo Stato e diverse confessioni religiose, per scopi definiti dalla legge.

La legge stabilisce la destinazione che devono avere i fondi sia per la parte relativa allo Stato sia per quella relativa alle confessioni religiose.

Gli enti (pubblici o privati ma senza fini di lucro), che vogliono accedere a questi fondi devono presentare una proposta entro il 15 marzo di ogni anno. Per il 2008 sono state seguite le modalità stabilite dal D.P.C.M. 23 novembre 2007.

Con la legge finanziaria del 2004 si è stabilito che dalla quota devoluta allo Stato vadano sottratti 80 milioni di euro, che vengono trasferiti nelle spese ordinarie. Questa decisione ha suscitato molte polemiche, perché nel 2004 parte dei fondi è stata usata per finanziare la controversa missione militare italiana in Iraq.

Il rapporto tra lo Stato italiano e le diverse confessioni religiose presenti sul suo territorio può esser fatto risalire allo Statuto Albertino del 1848 (dapprima in vigore nel solo Regno di Sardegna e poi esteso al nascente Regno d'Italia). L'articolo 1 dello Statuto Albertino tollerava ogni culto conforme alle leggi e riconosceva il Cattolicesimo come religione di stato.

Con i Patti Lateranensi del 1929, che codificavano i rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica, lo Stato italiano si impegnava a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico tramite il meccanismo della Congrua. Tale meccanismo si fondava su un riconoscimento del pregiudizio economico subito dai cattolici italiani a causa delle molteplici confische di beni ecclesiastici nel corso del secolo XIX, fra cui in particolare l'eversione dell'asse ecclesiastico nel 1866-1867 e l'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia nel 1870 a seguito della breccia di Porta Pia.

Nel 1946 la Costituzione repubblicana introduce, con l'articolo 3, l'uguaglianza degli individui, a prescindere anche dalla religione, con la conseguente abolizione de facto della religione di stato in Italia, cui si giunse ufficialmente solo con la revisione dei Patti Lateranensi del 1984 (Protocollo addizionale, punto 1) e con la sentenza 203/1989 della Corte Costituzionale, che sancisce che la laicità è il principio supremo dello stato.

Con la firma del nuovo concordato (18 febbraio 1984) tra l'allora Presidente del Consiglio italiano Craxi e il Segretario di Stato del Vaticano Casaroli si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa (studiato dall'allora Ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino) avvenisse nel quadro della devoluzione di una frazione del gettito totale IRPEF (l'otto per mille, appunto) da parte dello Stato alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni (per scopi religiosi o caritativi) o allo Stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi. La materia fu poi regolamentata dalla legge n. 222 del 20 maggio 1985 e da successivi decreti legge e circolari.

Negli anni successivi lo Stato Italiano ha firmato intese analoghe anche con altre confessioni: nel 1986 con le Assemblee di Dio, con gli Avventisti nel 1993 con la Unione delle Chiese metodiste e valdesi e con i Luterani (intesa ratificata nel 1995), nel 1996 con le Comunità ebraiche e ratificò una modifica all'intesa con gli Avventisti . Ad oggi sono sei le confessioni religiose che possono ricevere l'otto per mille. I Battisti hanno firmato un'intesa con lo stato nel 1993, ma rifiutano di ricevere l'otto per mille.

Il 4 aprile 2007 la Presidenza Del Consiglio ha firmato il concordato con l'Unione Buddista Italiana (UBI), l'Unione Induista Italiana, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, la Chiesa dei Santi degli ultimi giorni (i c.d. "mormoni"), la Chiesa Apostolica in Italia, la Sacra Arcidiocesi d'Italia ed Esarcato per l'Europa Meridionale (la chiesa "ortodossa"); nella stessa data ha anche firmato la modifica delle intese con la Tavola Valdese e con l'Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno. Tutte queste intese non sono ancora state ratificate dal Parlamento italiano.

Anche se in un'economia matura come quella italiana, la crescita del PIL è determinata in buona parte dall'inflazione (e perciò il meccanismo potrebbe preservare nel tempo il valore di quanto si intende erogare), il PIL (e quindi il gettito) è determinato anche dalla variazione in termini reali della produttività pro-capite.

Il fatto che il gettito possa aumentare in caso di incremento delle aliquote IRPEF (cioè un impoverimento della popolazione) risulta particolarmente sgradevole; si tratta però di eventualità remota. Nel periodo di applicazione della legge le aliquote sono state effettivamente riviste più volte, ma certo non con l'obiettivo di incrementare il gettito dell'otto per mille. Inoltre la legge (art. 49) prevede che la percentuale dell'IRPEF non sia fissa all'otto per mille, ma possa essere modificata ogni tre anni da una commissione paritetica nominata dal governo e dalla Conferenza Episcopale Italiana, in base al gettito IRPEF ottenuto negli anni precedenti dalla Chiesa cattolica.

Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell'8‰ del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Chiesa cristiana avventista del settimo giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La scelta si compie mettendo la propria firma sul modello in corrispondenza dell'istituzione prescelta.

Va notato che la scelta espressa con la firma non determina direttamente la destinazione della propria quota di gettito fiscale, ma quella di una quota media uguale per tutti i cittadini. Lo Stato calcola l'importo totale delle entrate dovute all'IRPEF e da questo importo totale scorpora l'otto per mille; poi calcola il numero totale di firme e le percentuali di queste firme attribuite ai vari enti; infine ripartisce l'otto per mille tra gli enti in base alle percentuali delle firme espresse. In questo modo le firme di tutti i contribuenti hanno lo stesso peso, indipendentemente dal loro reddito.

Anche l'otto per mille dell'IRPEF di chi non firma viene comunque redistribuito tra cinque dei sette enti contendenti (vedi più avanti), secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta. Le Assemblee di Dio in Italia non partecipano a questa spartizione e la loro quota viene assegnata allo Stato. Per alcuni anni anche la Chiesa valdese rifiutò di partecipare, ma nel 2001 il Sinodo approvò l'accettazione anche delle quote non espresse. Tale decisione è stata recepita dallo Stato nel 2005, con la modifica dell'intesa con la Chiesa valdese, che però deve ancora essere approvata dal Parlamento.

Il funzionamento, quindi, è simile a quello di un referendum sulla destinazione del gettito complessivo sia per quanto riguarda i voti espressi (parità di efficacia di tutti i voti qualunque sia il censo del contribuente) che per i voti inespressi (inefficacia dell'astensione).

Va premesso che le informazioni sulle scelte dei cittadini sono difficili da reperire, in quanto il Ministero delle Finanze comunica le statistiche sulle scelte dei contribuenti alle sole confessioni religiose, che non sempre diffondono i dati tempestivamente. Il Ministero inoltre ha tre anni di tempo sia per fornire i dati che per trasferire gli importi. Di conseguenza le chiese non possono fornire dati recenti né sulle firme espresse a proprio favore né sugli introiti. I dati recenti sulle modalità di spesa sono quindi relativi ad annualità anteriori di un triennio. Solo la Chiesa Cattolica riceve annualmente un anticipo pari all'introito determinato dalle firme espresse tre anni prima e può quindi fornire sul suo sito dati più aggiornati.

Gli ultimi dati ufficiali completi sono quelli relativi ai fondi incassati dallo Stato e dalle confessioni religiose nel 2004, relativi ai redditi del 2000, denunciati nel 2001. Per ogni possibile destinatario sono indicate la percentuale rispetto alle scelte espresse e la percentuale rispetto al totale dei contribuenti. Nel seguito sostituiremo dati più recenti dove disponibili.

Si osservi che la percentuale di chi ha espresso una scelta è inferiore al 40% anche a causa del fatto che molti contribuenti sono esentati dal presentare la dichiarazione dei redditi.

Nel 2004 il gettito complessivo è stato di circa 897 milioni di euro. Il 39,6% dei contribuenti ha espresso la propria scelta con una firma, e la somma corrispondente (355 milioni di euro) è stata distribuita tra i sette enti riportati nell'elenco soprastante. Il 60,4% non si è pronunciato, ma la quota corrispondente dell'otto per mille, pari a 541 milioni di euro, è stata comunque redistribuita (ad eccezione di quella spettante a valdesi e ADI, pari all'1,47%, che è stata attribuita direttamente allo Stato) tra lo Stato, la Chiesa cattolica, le Comunità ebraiche, i luterani, e gli avventisti del settimo giorno.

Nel corso del primo quindicennio si è assistito ad un graduale incremento della percentuale di firme espresse a favore della Chiesa Cattolica e a una corrispondente riduzione delle firme espresse a favore dello Stato. In particolare la percentuale della Chiesa Cattolica, pari nel 1990 al 76,17% è salita nel 2004 al 89,91% (incremento del 18%). Le firme espresse a favore della Chiesa cattolica sono quindi molto più elevate di quanto ci si potrebbe attendere in base alla partecipazione al culto. Se la percentuale di firme espresse fosse analoga a quella della partecipazione al culto, le erogazioni a favore della Chiesa cattolica avrebbero un importo confrontabile con le erogazioni previste a suo tempo dai Patti Lateranensi (l'ultimo contributo, erogato nel 1989, era di circa 400 miliardi di lire).

Le erogazioni effettive a favore della Chiesa cattolica sono attualmente circa tre volte l'importo speso per il sostentamento del clero (questo è l'importo, che corrisponde approssimativamente all'assegno di congrua in vigore fino al 1989, tenendo conto dell'inflazione, come è logico considerando che il numero delle parrocchie non è cambiato significativamente e che i singoli stipendi non sono particolarmente elevati). Questo fatto ha indotto parte del mondo laico a chiedersi se vi siano stati errori od omissioni nella formulazione delle leggi di implementazione del nuovo concordato o nella loro applicazione. Queste critiche sono discusse in una sezione successiva di questa voce.

Per gli stessi motivi alcuni laici, con un appello pubblicato sulla rivista MicroMega, hanno promosso la scelta della confessione Valdese, che si impegna a dedicare gli importi erogati esclusivamente a fini assistenziali e caritativi in Italia e all'estero. Le firme espresse nel 2005 a favore della chiesa valdese, che conta circa 20.000 membri, sono state 264.676.

Lo Stato si riserva tre anni per provvedere all'esatto conteggio e al versamento dei contributi alle rappresentanze delle confessioni religiose. Ogni anno, quindi, tutte le confessioni ricevono i finanziamenti relativi alla dichiarazione dei redditi di tre anni prima, ad eccezione della Chiesa cattolica che, secondo l'art. 47 della legge n. 222 del 20 maggio 1985, riceve invece un anticipo relativo all'anno in corso pari all'importo definitivo, che ad essa compete in relazione alla dichiarazione dei redditi di tre anni prima, oltre al conguaglio relativo al suddetto esercizio.

Dato che le somme erogate dallo Stato ogni anno e messe in bilancio dalle varie confessioni non coincidono con quelle che competono all'anno stesso e che in particolare i versamenti alla Chiesa cattolica comprendono conguagli o ratei relativi ad anni precedenti, gli importi discussi nel successivo paragrafo sull'utilizzo dei fondi, non devono essere confusi con gli importi di competenza dello stesso anno.

I dati qui riportati fanno riferimento ai fondi incassati nell'anno 2004 (relativi ai redditi del 2000, denunciati nel 2001). Dove i dati non erano disponibili, sono state usate informazioni relative agli anni precedenti.

Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet, dove è possibile sia consultare l'elenco delle attività finanziate negli anni precedenti, sia candidarsi per ricevere finanziamenti ad attività che rientrino nelle categorie previste.

Lo Stato non ha spese di tipo pubblicitario in quanto è l'unico dei sette partecipanti a non farsi pubblicità. A tale causa è da alcuni attribuito il crollo delle preferenze espresse per lo Stato Italiano, la cui percentuale è scesa drasticamente dal 23 per cento del 1990 all'8,3 del 2006.

La somma ricevuta dalla Chiesa cattolica deve essere impiegata "per esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo", così come previsto dall'art. 48 della L. 222/1985. Ogni anno viene pubblicato un resoconto riassuntivo delle spese, che riporta la distribuzione dei fondi tra le voci principali, ma non elenca in dettaglio i progetti finanziati e la spesa corrispondente. Un rendiconto riassuntivo con la ripartizione per ciascuno degli anni 1990-2007 è pubblicato sul sito CEI, segnalato in calce.

Negli anni 2006 e 2007 la somma, pari in media a 960 milioni di euro (comprensivo di arretrati degli anni precedenti), è stata ripartita nel modo seguente.

La somma ricevuta dalla Chiesa valdese (4,6 milioni di euro nel 2004) non può essere usata per alcuna attività religiosa, ma esclusivamente per progetti sociali, assistenziali e culturali. L'obiettivo è di assegnare almeno il 30% a progetti per combattere la fame nel mondo, e di non superare il 5% per le spese di pubblicità e di gestione (in realtà nel 2004 la somma di queste due voci ha raggiunto il 6,88%; lo 0,38% è stato speso per il personale).

Ogni anno viene pubblicato un resoconto molto dettagliato delle spese, che elenca tutti i progetti finanziati e la relativa spesa.

La somma ricevuta dall'Unione Chiese cristiane avventiste del settimo giorno deve essere impiegata per interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all'estero, sia direttamente sia attraverso un ente all'uopo costituito., così come previsto dall'art. 30 della L. 516/1988.

Il sito internet riporta un resoconto dettagliato per l'anno 2004, suddiviso sia per tipo di attività sia per ripartizione regionale, e un archivio completo dei resoconti di tutti gli anni precedenti. Per il 2003 gli avventisti hanno dichiarato il 7,5% di spese in gestione e pubblicità.

L'art. 44 della legge 222/85 prescrive che la CEI fornisca annualmente un rendiconto sull'impiego delle somme erogate e stabilisce che: La Conferenza episcopale italiana provvede a diffondere adeguata informazione sul contenuto di tale rendiconto e sugli scopi ai quali ha destinato le somme di cui all'articolo 47. Prescrizioni analoghe sono contenute nelle intese con le altre confessioni.

Questo compito viene soddistatto formalmente tramite i giornali. Ad esempio ogni anno oltre che sul proprio notiziario la CEI pubblica a pagamento sui principali quotidiani a diffusione nazionale un'intera pagina relativa al rendiconto dell'anno precedente.

La disponibilità sul Web di informazioni dettagliate sull'utilizzo dei fondi dell'otto per mille da parte dello Stato e delle confessioni religiose è indispensabile affinché il contribuente possa esercitare una opzione ragionata. Al febbraio 2009 questa informazione è relativamente recente e ancora scarsa. Sintetici rendiconti annuali dal 2000 sono pubblicati on-line a partire dal 2005. La CEI ha inoltre prodotto anche un documento sintetico che abbraccia il periodo 1990-2007 che viene aggiornato annualmente ed uno di determinazione di spesa in base ai conguagli sulle aliquote di otto per mille Irpef degli anni precedenti e sugli anticipi delle quote per l'anno finanziario corrente. Ciò nonostante il documento scaricabile di maggior dettaglio è il rendiconto sui 6.275 interventi finanziati in tutto il mondo dalla CEI tra il 1990 e il 2004.

La documentazione prodotta da altre confessioni era molto incompleta ancora nel dicembre 2007 (la Chiesa valdese pubblicava la serie completa di percentuali sino al 2003. La Chiesa Luterana comunicava sul proprio sito soltanto la percentuale di scelte delle dichiarazioni presentate nel 2000, 2001, e 2003. Ancora più incompleti i dati delle altre confessioni), ma è migliorato nel 2008. Al febbraio 2009 Valdesi, Avventisti e Luterani pubblicano dati relativi alle proprie erogazioni nel 2007 (verosimilmente legate alla denuncia IRPEF 2004). L'UCEI, invece, fornisce i rendiconti del contributo statale nominalmente del 2005 (cioè IRPEF 2002), ma che sarebbe stato erogato solo nel 2006. La rendicontazione sul WEB dei contributi erogati alle Assemblee di Dio sembra essere assente.

I rendiconti pubblicati normalmente contengono solo i titoli dei diversi progetti finanziati. Questi titoli non sono sufficienti perlopiù a consentire un controllo della "qualità della spesa" né della veridicità della classificazione delle spese stesse; un elemento indispensabile per chi volesse fare la propria scelta di contribuente in modo informato. Il problema si pone soprattutto quando beneficiario del contributo è un ente controllato o collegato alla confessione religiosa stessa. Ad esempio l'erogazione di contributi alla propria società editrice rientra effettivamente fra i contributi a "cultura, pace e diritti umani" o piuttosto è un sostegno alla propaganda religiosa?

Le spese di pubblicità e di gestione, indicate nell'ultimo rendiconto pubblicato, sono percentualmente molto minori per la Chiesa cattolica e per quella luterana, che però dedicano una quota importante del proprio budget al proprio personale. Avventisti, Valdesi ed Ebrei spendono invece circa il 10%.

L'aspetto più controverso dell'8 per mille è la ripartizione delle scelte inespresse. Tale ripartizione è attualmente effettuata secondo un criterio proporzionale rispetto alle scelte espresse. Questo criterio, che secondo le principali critiche violerebbe di fatto il principio di equo sostegno alle confessioni religiose su cui avrebbe dovuto basarsi il sistema dell'otto per mille, fu definito già nel 1984 "una mostruosità giuridica" dallo storico Piero Bellini in un suo articolo per Il Sole 24 Ore, e criticato da diverse personalità del mondo laico e dello stesso mondo cattolico, compreso l'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Secondo molti critici il sistema si configura dal punto di vista giuridico come una sorta di votazione su una imposta (in cui chi non ha espresso una preferenza non viene considerato). Il fatto che i cittadini non possano esprimersi direttamente su una imposta, infatti, è un fatto ampiamente acquisito nella civiltà giuridica dei paesi occidentali, e anche la nostra Costituzione vieta espressamente referendum in materia tributaria e di bilancio (art. 75). L'analoga iniziativa del Cinque per mille, che ha lo scopo di finanziare la ricerca ed il non profit, prevede che in caso di non espressione di una preferenza il gettito venga incamerato dallo Stato: in questo modo il cittadino può disporre soltanto del 5x1000 calcolato sulla propria IRPEF, e non influenza in alcun modo l'utilizzo del denaro di chi non ha espresso preferenza.

I dati più recenti disponibili indicano che l’otto per mille dell'Irpef sui redditi del 2000 ammontava ad 897.077.447 euro. Di questi, ricordando che è tenuto a presentare la dichiarazione solo chi ha superato i 3.000 euro di reddito, 4.800 euro per i lavoratori autonomi, 7.500 per i pensionati e 8.000 per i dipendenti, fra chi ha presentato il modello 730 ed il modello Unico, coloro che hanno effettuato una scelta sono stati il 61,3% mentre sul totale complessivo (ivi compreso chi non è obbligato a presentare alcuna dichiarazione, ma il solo CUD), solo il 39,62% (ovvero 355.422.085 euro) è stato destinato in base alle scelte espresse dai contribuenti, il restante 60,38% (ovvero 541.655.362 euro) è stato destinato senza alcuna scelta da parte dei contribuenti. In virtù di questo meccanismo, nonostante solo il 35,24% degli aventi diritto avesse destinato nel 2000 il proprio contributo alla Chiesa cattolica, l'87.25% dell'intero gettito dell'8 per mille, pari quindi alla percentuale proporzionale delle scelte effettivamente espresse alla stessa, è stato devoluto alla Cei. Il problema è stato portato all'attenzione del Parlamento italiano nell'ambito di un'interpellanza promossa dal Coordinamento nazionale delle Consulte per la laicità delle istituzioni.

Si sostiene, da parte concordataria, che a tale scopo - consacrato nell'articolo 47 terzo comma della legge 20 maggio 1985 n. 222 - tendeva il tenore letterale delle intese intercorse tra Bettino Craxi ed il cardinale Agostino Casaroli il 18 febbraio 1984, ratificate dal presidente Pertini previa autorizzazione parlamentare recata con legge 25 marzo 1985, n. 121: l’attuale disciplina (secondo cui la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse) sarebbe coperta dall’obbligo concordatario sulla previa intesa in ordine alla revisione degli impegni finanziari dello Stato italiano nei confronti della Chiesa cattolica. Ma la medesima legge 121/1985 recava anche il relativo ordine di esecuzione, per cui è da ritenere che con essa si sia esaurita tutta la vicenda formale delle relazioni tra i soggetti di diritto internazionale “Repubblica italiana” e “Santa sede”. Tutto il resto, a partire dai contenuti della legge 20 maggio 1985 n. 222, appare di stretta pertinenza del nostro ordinamento: è propriamente nell’ambito della sovranità nazionale decidere in ordine alla destinazione della quota dell’otto per mille relativa alle scelte non espresse da parte dei contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi.

Per la parte superiore



Controversia sulla remissione della scomunica al vescovo Richard Williamson

"Screenshot" dell'intervista rilasciata il 1° novembre 2008 e tramessa dalla televisione di Stato svedese "SVT" il 21 gennaio 2009.[5]

Voci principali: Fraternità Sacerdotale San Pio X, Richard Williamson.

La controversia sulla remissione della scomunica al vescovo Richard Williamson ed agli altri tre vescovi scismatici della Fraternità Sacerdotale San Pio X, da parte di papa Benedetto XVI, è stata una polemica internazionale avvenuta fra il gennaio e il febbraio 2009.

La polemica ha avuto principalmente ad oggetto la posizione negazionista della Shoah espressa da Williamson e la tempistica sulla remissione della scomunica.

Gli altri tre vescovi lefebvriani cui il Papa ha rimesso la scomunica sono: Bernard Fellay (superiore della Fraternità), Bernard Tissier de Mallerais, Alfonso de Galarreta, ma, come gli altri membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X, rimangono tutti sospesi a divinis sino a nuova decisione.

La scomunica ai quattro vescovi era stata comminata latae sententiae il 30 giugno 1988 al momento della loro ordinazione da parte dell'arcivescovo scismatico Marcel Lefebvre, dichiarata dalla Congregazione dei Vescovi il 1° luglio e sanzionata formalmente da Giovanni Paolo II con il motu proprio "Ecclesia Dei" del 2 luglio seguenti.

La comunità fondata da Lefebvre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X con altre istituzioni collegate, era cosiderata scismatica dal 1976, con la sospensione a divinis al vescovo francese da parte del Papa Paolo VI. Lo scisma consiste nella non accettazione, da parte dei seguaci di Lefebvre, del Concilio Vaticano II e dell'insegnamento dei papi successivi a Pio XII.

Il 21 gennaio 2009 il Papa, Benedetto XVI, ha rimesso la scomunica ai Vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X mediante un decreto della Congregazione per i Vescovi, accogliendo una lettera di mons. Bernard Fellay del 15 dicembre 2008 in cui il Presule dichiarava a nome della Fraternità: «siamo sempre fermamente determinati nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l’attuale situazione».

La remissione della scomunica è una tappa importante del cammino auspicato da Benedetto XVI che dovrebbe portare «al più presto alla completa riconciliazione e alla piena comunione».

E si aggiunge un richiamo rivolto a tutta la Fraternità: «Si auspica che questo passo sia seguito dalla sollecita realizzazione della piena comunione con la Chiesa di tutta la Fraternità San Pio X, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del Magistero e dell'autorità del Papa con la prova dell'unità visibile».

La remissione della scomunica dei lefebvriani è stata accompagnata e seguita da malumori e dissensi in seno alla Chiesa cattolica. Il teologo svizzero Hans Küng, ad esempio, ha accusato il Papa di «restaurazione» e «svolta conservatrice», lamentando «un'atmosfera opprimente nella Chiesa». Lo stesso Küng ha dichiarato: «È inspiegabile che il Papa si preoccupi più dei lefebvriani che di un miliardo di cattolici».. Uno dei problemi ravvisati da Küng è la mancata sottoscrizione, da parte dei lefebvriani, dei documenti conciliari concernenti la libertà religiosa ed il rapporto con l'Ebraismo.

Secondo il cardinale Dionigi Tettamanzi, la Fraternità dovrà compiere il passo fondamentale «dell’adesione a tutti i testi conciliari». Un chiarimento supplementare particolarmente riguardo la dichiarazione conciliare Nostra Aetate relativa al dialogo con ebrei e musulmani potrebbe essere necessario secondo il mediatore papale Darío Castrillón Hoyos, essendo l'«integrale riconoscimento» del Concilio Vaticano II il principale nodo da sciogliere. Infatti, una settimana dopo il decreto di remissione della scomunica, il superiore dei lefebvriani Bernard Fellay ha nuovamente confermato «le riserve» sul Concilio Vaticano II.

Il cardinale Walter Kasper, responsabile in Curia per i rapporti ecumenici e il dialogo con l'Ebraismo, spiegando la remissione della scomunica, ha dichiarato: «È un gesto pensato per favorire la ricostituzione dell'unità nella Chiesa. È solo un primo passo, perché c'è ancora da discutere su una serie di temi. Bisognerà vedere in che modo accettano il Concilio. E resta da vedere quale sarà lo status della Fraternità Pio X Si è voluto togliere un ostacolo al dialogo. Per loro era importante che venisse tolta la scomunica allo scopo di parlare meglio insieme in vista del ristabilimento di una piena unità, che ancora non c'è. E credo che non sarà un processo facile».

Il 1º novembre 2008, Richard Williamson è al seminario di Zaitzkofen, nel comune di Schierling, non lontano da Ratisbona, in Baviera, dove procede all'ordinazione del primo diacono svedese della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Lo stesso giorno Williamson rilascia un'intervista al giornalista svedese Ali Fegan nella quale gli viene domandato di ritornare sulle sue affermazioni sulla Shoah fatte a Sherbrooke, in Québec, nell'aprile del 1989 e che avevano suscitato l'invio, da parte del presidente della conferenza episcopale del Canada, l'arcivescovo di Halifax James Martin Hayes, di un telegramma al Congresso ebraico canadese nel quale si disapprovavano tali affermazioni.

Il 15 gennaio 2009, in previsione della diffusione della trasmissione Uppdrag granskning, programmata per il 21 gennaio, sul tema della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l'incaricata delle relazioni con la stampa della diocesi di Stoccolma, Maria Hasselgren, diffonde un communicato con il quale la diocesi «rigetta completamente ogni forma di razzismo o di antisemitismo».

Il 17 gennaio l'avvocato José Fernández de la Cigoña, con un breve post sul blog "La cigüeña de la torre" (che gestisce personalmente) e nel quale appare un'immagine di San Pio X, anticipa brevemente e senza ulteriori particolari una "notizia bomba" sulla base di indicazioni fornitegli personalmente dal cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

Il 19 gennaio 2009, il contenuto dell'intervista è reso pubblico dal settimanale tedesco Der Spiegel.

Il momento di crisi nel rapporto con la comunità ebraica comincia all'indomani della remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, concessa il 21 gennaio 2009 (durante la settimana che la Chiesa dedica alla preghiera per l'Unità dei cristiani), lo stesso giorno viene mandata in onda dalla televisione di Stato svedese un'intervista in cui mons. Richard Williamson (uno dei quattro vescovi) ha pubblicamente professato una posizione negazionista sulla Shoah affermando che nei campi di concentramento nazisti fossero morti 200.000-300.000 ebrei, nessuno dei quali nelle camere a gas, sostenendo inoltre che: «L'antisemitismo può essere cattivo solo quando è contro la verità, ma se c'è qualcosa di vero non può essere cattivo. Non sono interessato alla parola antisemitismo».

Il 24 gennaio la Sala Stampa della Santa Sede con il suo bollettino quotidiano rende ufficialmente nota la revoca della scomunica. La notizia, assieme alle parole pronunciate dal mons. Williamson si diffonde immediatamente, e ciò, soprattutto in mancanza di una spiegazione circa l'intervista di Williamson, fa infiammare la polemica e, poiché essa è considerata come legata alla remissione della scomunica, investe direttamente anche il Papa e la sua posizione sull'olocausto.

Ciò spinge il Gran Rabbinato d'Israele a rendere nota il 26 gennaio l'intenzione di voler sospedendere ogni colloquio col Vaticano.

Lo stesso giorno, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana afferma: A proposito, poi, della recentissima revoca della scomunica alla Fraternità di San Pio X, mentre esprimiamo il nostro apprezzamento per l’atto di misericordia del Santo Padre, manifestiamo il disappunto per le infondate e immotivate dichiarazioni di uno dei quattro Vescovi interessati circa la Shoah; dichiarazioni peraltro rese alcuni mesi or sono e solo adesso riprese con intento strumentale; dichiarazioni già ripudiate dalla stessa Fraternità.

Ma le scuse del priore della Fraternità sacerdotale San Pio X, mons. Bernard Fellay, non bastano a placare la polemica, soprattutto perché indirizzate al Papa e non alla comunità ebraica. Fellay nel suo comunicato comunque dichiarava che: «Le affermazioni di monsignor Williamson non riflettono in nessun caso la posizione della nostra Fraternità. Perciò io gli ho proibito, fino a nuovo ordine, ogni presa di posizione pubblica su questioni politiche o storiche».

Il 27 gennaio 2009 la Conferenza Episcopale Svizzera - nel cui territorio ricade la sede centrale della Fraternità - dirama una nota per chiarire la posizione della Fraternità all'interno della Chiesa cattolica e il significato da attribuire alla revoca della scomunica. Nella nota - tra le altre cose - si legge: «Con un decreto firmato dal prefetto per la Congregazione per i vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, il Papa Benedetto XVI ha revocato il 21 gennaio la pena della scomunica contro i quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X. Questo decreto è l'espressione della volontà del Papa di riassorbire lo scisma con una comunità che conta nel mondo alcune centinaia di migliaia di fedeli e 493 preti. Si è tuttavia prestata poca attenzione - sottolinea il presidente dei vescovi svizzeri - al fatto che questi quattro vescovi rimangono sospesi a divinis. Non è loro permesso, pertanto, di esercitare il loro ministero episcopale».

Sollecitato da più parti, Benedetto XVI nell'udienza generale del 28 gennaio 2009 ha contestato ogni forma di negazionismo della Shoah e ha espresso piena solidarietà agli ebrei: «In questi giorni nei quali ricordiamo la Shoah, mi ritornano alla memoria le immagini raccolte nelle mie ripetute visite ad Auschwitz, uno dei lager nei quali si è consumato l'eccidio efferato di milioni di ebrei, vittime innocenti di un cieco odio razziale e religioso. Mentre rinnovo con affetto l’espressione della mia piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, auspico che la memoria della Shoah induca l'umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell'uomo. La Shoah sia per tutti monito contro l'oblio, contro la negazione o il riduzionismo. La Shoah insegni sia alle vecchie sia alle nuove generazioni che solo il faticoso cammino dell'ascolto e del dialogo, dell’amore e del perdono conduce i popoli, le culture e le religioni del mondo all'auspicato traguardo della fraternità e della pace nella verità. Mai più la violenza umili la dignità dell’uomo!».

Nella stessa occasione Benedeto XVI ha esplicitato che la remissione della scomunica ai quattro vescovi scismatici è stata compiuta come «atto di paterna misericordia» e che egli auspicava che a questo gesto facesse séguito «il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell'autorità del Papa e del Concilio Vaticano II».

Lo stesso giorno il Rabbinato fa sapere che pur apprezzando le parole del Papa pronunciate nell'udienza generale l'indomani del Giorno della Memoria, corregge la notizia data in precedenza dichiarando di voler soltanto posticipare i colloqui ufficiali con la Commissione per i rapporti con l'ebraismo della Santa Sede.

Il 29 gennaio 2009 don Floriano Abrahamowicz, sacerdote appartenente alla comunità dei lefebvriani nel nordest Italia, già noto alla cronaca per le sue posizioni filofasciste, ha affermato in un'intervista: «Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dire se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione». Lo stesso giorno, mons. Andrea Bruno Mazzocato - vescovo di Treviso, nella cui diocesi opera don Floriano - ribadisce che «ogni posizione che prende le distanze dal pensiero del Papa è da considerare storicamente infondata ed estranea al sentire cristiano e agli elementari sentimenti di umanità».

Williamson ha successivamente chiesto perdono al Papa - ma non agli ebrei - per la «tremenda tempesta mediatica» causata da «alcune mie imprudenti osservazioni». In una lettera al cardinale Darío Castrillón Hoyos, il vescovo lefebvriano ha espresso «sincero rammarico per avere creato a lei e al Santo Padre così tante tensioni e problemi non necessari».

La diocesi di Ratisbona ha tuttavia messo al bando Williamson, il quale non potrà più frequentare i luoghi di preghiera della Chiesa cattolica della città bavarese. La decisione è stata presa dal vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Müller, e vale anche per gli altri tre vescovi ultra-conservatori ai quali il Papa ha revocato la scomunica. Müller ha definito Williamson «inumano» per le sue dichiarazioni antisemite, accusandolo inoltre di «blasfemia».

Anche il cardinale francese Philippe Barbarin ha protestato per le scuse «assolutamente insufficienti» presentate da Williamson al Papa: «Non c’è stata alcuna ritrattazione da parte di chi ha negato la Shoah con dichiarazioni riprovevoli, scandalose, rivoltanti». Analoghe rimostranze sono arrivate dall'episcopato svizzero, austriaco, tedesco e svedese.

Il portavoce papale Federico Lombardi in un intervento a Radio Vaticana ha duramente condannato l'accaduto: «Chi nega il fatto della Shoah non sa nulla né del mistero di Dio né della croce di Cristo. Tanto più è grave, quindi, se la negazione viene dalla bocca di un sacerdote o di un vescovo, cioè di un ministro cristiano, sia unito o no con la Chiesa cattolica».

Franz Schmidburger, responsabile della Fraternità in Germania, ha affermato che gli ebrei oggi portano la colpa del deicidio, finché non prenderanno le distanze dai loro avi e non riconosceranno la natura divina di Gesù Cristo.

Secondo un articolo de La Repubblica che commenta la vicenda, nel movimento lefebvriano covano profondi fermenti antigiudaici e antisemiti. Anche la Stampa rileva nella comunità dei lefebvriani «un impressionante antigiudaismo (teologico?)» e un «aperto disprezzo verso tutte le altre religioni e verso le altre confessioni cristiane».

Il 29 gennaio 2009, circa 50 membri cattolici del Congresso degli Stati Uniti hanno chiesto a Benedetto XVI chiarimenti circa le affermazioni del vescovo Williamson, affermazioni che avrebbero suscitato preoccupazione per le conseguenze di una mancata condanna esplicita delle sue posizioni da parte del papa stesso.

La Merkel ha dichiarato inoltre di sentirsi rallegrata dalle proteste dei fedeli tedeschi contro la decisione del Vaticano. Il cardinale Karl Lehmann, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha dichiarato che la scelta della remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani rappresenterebbe una catastrofe e che «il Papa deve chiarire che la negazione dell'Olocausto non è una trasgressione perdonabile».

Il 3 febbraio 2009, Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, risponde alla Merkel con una dichiarazione ufficiale ribadendo le forti condanne dell'Olocausto espresse da Benedetto XVI nella Sinagoga di Colonia il 19 agosto 2005, nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau il 28 maggio 2006, nella successiva Udienza generale del 31 maggio 2006 e in quella del 28 gennaio 2009.

In un editoriale di Famiglia Cristiana dedicato all'attualità del Concilio Vaticano II, si sostiene che la revoca della scomunica, in un contesto compromesso dalle affermazioni negazioniste di un vescovo e dalle prese di posizione di stesso tenore ad opera di diversi sacerdoti della Fraternità, «rischia di appannare l'immagine della Chiesa cattolica e del Vaticano II la mano tesa alla Fraternità di San Pio X avrebbe meritato ben altra regia e comunicazione».

Il 4 febbraio 2009 la Segreteria di Stato della Santa Sede diffonde una nota in cui si afferma: «Le posizioni di Mons. Williamson sulla Shoah sono assolutamente inaccettabili e fermamente rifiutate dal Santo Padre, come Egli stesso ha rimarcato il 28 gennaio scorso quando, riferendosi a quell'efferato genocidio, ha ribadito la Sua piena e indiscutibile solidarietà con i nostri Fratelli destinatari della Prima Alleanza, e ha affermato che la memoria di quel terribile genocidio deve indurre "l'umanità a riflettere sulla imprevedibile potenza del male quando conquista il cuore dell'uomo", aggiungendo che la Shoah resta "per tutti monito contro l'oblio, contro la negazione o il riduzionismo, perché la violenza fatta contro un solo essere umano è violenza contro tutti"».

Nella nota la Segreteria di Stato chiarisce anche «alcuni aspetti della vicenda». Anzitutto «la remissione della scomunica». Il Decreto della Congregazione per i vescovi, si legge nella nota, «è stato un atto con cui il Santo Padre veniva benignamente incontro a reiterate richieste da parte del superiore generale della Fraternità San Pio X. Sua Santità ha voluto togliere un impedimento che pregiudicava l'apertura di una porta al dialogo. Egli ora si attende che uguale disponibilità venga espressa dai quattro vescovi in totale adesione alla dottrina e alla disciplina della Chiesa». È stato ribadito che, contrariamente a quanto molti mezzi d'informazione avevano fatto capire, la remissione della scomunica non significa che lo scisma dei lefebvriani dal cattolicesimo sia stato ricomposto e che, quindi, la Fraternità San Pio X resta esterna alla Chiesa.

E inoltre che «per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI».

Il 5 febbraio 2009 , nel corso di un programma dell'emittente televisiva Canale Italia, don Floriano Abrahamowicz ha insistito sulle posizioni anticonciliari asserendo che «il Concilio Vaticano II è stato peggio di un'eresia, perché l'eresia significa prendere una parte della verità, renderla assoluta e negare il resto San Pio X ci spiega che il modernismo è la cloaca maxima delle eresie e non si capisce niente in questo modernismo: una pagina dice la verità, giri la pagina c'è l'errore. In questo senso dico che il Concilio Vaticano II è una cloaca maxima Ecco perché i padri conciliari, tra i quali Lefebvre, facevano una fatica grande perché ad ogni pagina dovevano mettere una pezza». Relativamente alla sua intervista della settimana precedente in cui negava l'esistenza delle camere a gas, il sacerdote lefebvriano ha dichiarato: «io non ho intenzione di abiurare rispetto a quanto detto».

Il 6 febbraio 2009 il vescovo Williamson, in un'intervista a Der Spiegel, ha dichiarato di non avere intenzione di ritrattare: «Ritratterò solo se troverò le prove». Il vescovo lefebvriano ha inoltre rinnovato le critiche al Concilio Vaticano II asserendo che i testi del Concilio sarebbero equivoci e avrebbero portato al «caos teologico che oggi esiste» nella Chiesa cattolica. Ha poi criticato anche i diritti umani universali: «laddove i diritti umani vengono interpretati come un ordine obiettivo, che viene quindi imposto allo Stato si giunge sempre ad una politica anticristiana».

Sempre nello stesso giorno la Fraternità Sacerdotale San Pio X, con una nota firmata dal suo superiore per l'Italia, don Davide Pagliarani, annuncia l'espulsione di don Floriano Abrahamowicz.

Nel frattempo, secondo alcune testate giornalistiche, in Vaticano circolerebbe un "dossier" secondo cui l'attenzione mediatica sulla remissione delle scomuniche sarebbe stata creata ad arte per nuocere all'immagine del papa.

L'8 febbraio 2009 avviene un colloquio telefonico fra il Papa e la cancelliera tedesca Merkel: i due sono concordi nel dire che l'Olocausto «resta un monito valido per tutto il mondo».

Il 9 febbraio 2009 il superiore per l'America Latina della Fraternità di San Pio X padre Christian Bouchacourt dirama una nota nella quale - tra l'altro - si legge: «Le affermazioni di monsignor Williamson non riflettono in alcun modo la posizione della nostra congregazione». Nella stessa nota si annuncia la rimozione di Williamson dalla direzione del Seminario di La Reja in Argentina. Il 10 febbraio il superiore Bernard Fellay chiede a Richard Williamson di studiare la storia e di ritrattare le sue falsità e rivendica la paternità delle decisioni di rimuovere Williamson dalla direzione del seminario e di vietargli di comparire in pubblico.

Il 12 febbraio 2009, in occasione di un'udienza concessa in Vaticano alle organizzazioni ebraiche statunitensi, il Papa ha confermato la notizia, già nota da mesi, che nella primavera 2009 si recherà in Terra Santa: Israele, Palestina e Giordania. Nella stessa occasione, il Papa ha chiesto perdono al popolo ebraico con le stesse parole che usò Giovanni Paolo II nel 2000: «faccio mia la sua preghiera. "Signore dei nostri padri, che scegliesti Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo Nome alle Nazioni: siamo profondamente addolorati per il comportamento di coloro che nel corso della storia hanno causato sofferenza ai tuoi figli e, nel chiedere perdono, vogliamo impegnare noi stessi per una autentica fratellanza con il Popolo dell'Alleanza"». Inoltre, il Papa ha definito «inaccettabile e intollerabile» la posizione di chi, tra gli uomini di Chiesa, nega o minimizza la Shoah (riferimento, questo, esplicito alla posizione del vescovo scismatico Williamson). Subito dopo, il presidente dello Yad Vashem, il mueso israeliano sulla Shoah, ha espresso apprezzamento e fiducia per le «frasi inequivocabili» del Papa.

Il 18 febbraio 2009 il cardinale Camillo Ruini, Vicario emerito di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha affermato in un'intervista concessa al Tg1 che «chi nega la Shoah non può essere un vescovo cattolico».

Il 18 febbraio 2009 avvengono regolarmente i previsti incontri tra Santa Sede ed Israele per la sigla degli accordi che regoleranno lo status giuridico della Chiesa cattolica nel Paese.

La sera stessa, nel corso della trasmissione televisiva israeliana "Tonight with Lior Schlein", va in onda su canale 10 una puntata intitolata "Like a Virgin" nella quale, come premesso dallo stesso conduttore, in risposta alle tesi negazioniste di Williamson vengono ridicolizzati Gesù e Maria. La trasmissione nella quale vengon utilizzati parole e messaggi blasfemi, provoca la reazione dapprima dei vescovi di Terra Santa e poi quella diretta del Vaticano. In apertura della seduta del Consiglio dei ministri del 22 febbraio il Primo ministro israeliano interviene direttamente scusandosi con il Vaticano: Provo rammarico per le espressioni contro la religione cristiana manifestate la settimana scorsa in un programma televisivo. Io non desidero che il governo israeliano intraprenda una critica dei diversi programmi televisivi. Ma penso che se in un altro Paese fossero state dette cose analoghe contro la religione ebraica, di certo la comunità ebraica avrebbe reagito con un grido di allarme. intervento seguito dal Ministero degli Esteri israeliano e dall'intervento di Avi Cohen, dirigente di Canale 10, e dello stesso Shlein che hanno sostenuto di non aver voluto offendere la sensibilità dei cristiani israeliani. Gli stessi hanno dichiarato che la puntata incriminata non verrà replicata.

A seguito degli sviluppi della vicenda, il Financial Times e il Sunday Times hanno espresso giudizi duri in merito al papato di Benedetto XVI.

Il 19 febbraio 2009 l'Argentina ha deciso di ordinare a Richard Williamson di lasciare il Paese. Il ministro degli Interni argentino, Florencio Randazzi, «ha intimato a Richard Nelson Williamson di abbandonare il territorio nazionale in un termine perentorio di dieci giorni», «pena l'espulsione», a causa di «irregolarità nella sua documentazione». La motivazione ufficiale risiederebbe nel fatto che Williamson avrebbe mentito relativamente al «vero motivo della sua permanenza nel Paese, giacché dichiara di essere un impiegato amministrativo dell'Associazione Civile 'La Tradizione', quando in realtà la sua vera attività è di sacerdote e direttore del Seminario lefebvriano che la Fraternità San Pio X possiede nella località di Moreno». La nota ministeriale tiene conto anche della «diffusione pubblica che hanno avuto le sue affermazioni antisemite a una tv svedese, nelle quali ha messo in dubbio che il popolo ebraico sia rimasto vittima dell'Olocausto». Nel comunicato, il governo di Buenos Aires sostiene che «episodi come questi nuocciono profondamente la società argentina, il popolo ebreo e tutta l'umanità, pretendendo di negare una comprovata verità storica». Pertanto decide di «fare ricorso alla facoltà che ha per legge di ordinare al vescovo lefebvriano di lasciare il Paese e sottomettersi all'espulsione». Il segretario di stato per le religioni, Guilermo Oliveri, interpellato dall'ANSA, ha affermato che il provvedimento è stata «una decisione politica», maturata nel corso «delle ultime settimane» a seguito delle dichiarazioni del vescovo. Qualche giorno prima, il rabbino di Buenos Aires Daniel Goldman aveva chiesto alle autorità argentine di dichiarare il vescovo negazionista «persona non grata». Goldman aveva sottolineato che le dichiarazioni del vescovo lefebvriano erano da considerarsi «assolutamente offensive e devastanti, non solo per il popolo ebreo ma per l'umanità intera. Sarebbe importante che le autorità nazionali dichiarino Williamson persona non gradita, poiché questi apologeti dell'odio non possono essere ospitati nei nostri territori».

Il 24 febbraio, Williamson lascia l'Argentina e torna a Londra dove, secondo il quotidiano londinese The Times, avrebbe contattato lo storico revisionista David Irving per chiedergli consiglio su come presentare il suo punto di vista sulla Shoah senza suscitare polemiche. All'aeroporto di , sarebbe stato accolto da Michele Renouf, l'attivista politica negazionista che ha finanziato la difesa legale dello scrittore negazionista australiano Gerald Fredrick Töben.

Il 26 febbraio 2009 mons. Richard Williamson, in una dichiarazione riportata dall'agenzia di stampa di ispirazione cattolica Zenit, ha espresso il suo rammarico per le sue dichiarazioni in merito alla Shoah, chiedendo perdono agli ebrei: «se avessi saputo in anticipo il danno e il dolore che avrebbero arrecato, soprattutto alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich, non le avrei rilasciate. Chiedo perdono davanti a Dio a tutte le anime che si sono onestamente scandalizzate per ciò che ho detto. Come ha affermato il Santo Padre, ogni atto di violenza ingiusta contro un uomo ferisce tutta l'umanità». Nonostante la sua richiesta di perdono alle vittime dell'Olocausto, Williamson non ha ritrattato le proprie convinzioni negazioniste.

Nonostante fonti di stampa abbiano sostenuto che il testo della dichiarazione di Williamson fosse stato inviato alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il Vaticano, il 27 febbraio 2009, ha smentito tale notizia negando che la lettera fosse stata indirizzata al papa o alla Commissione Ecclesia Dei. Il portavoce Federico Lombardi ha dichiarato che la missiva «non sembra rispettare le condizioni stabilite dalla segreteria di Stato» vaticana del 4 febbraio che sollecitava il vescovo a «prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah». Il testo infatti non conteneva alcuna ritrattazione delle posizioni negazioniste dell'Olocausto esternate recentemente alla televisione svedese.

Anche il rabbino David Rosen, presidente dell'International Jewish Committee on Interreligious Consultations, ha dichiarato di ritenere «non sufficienti» le dichiarazioni di Williamson: «Non ha detto "ho sbagliato, le mie opinioni erano false, me ne pento non lo farò più". Sono scuse ingenue».

Il 27 febbraio 2009, il commissario alla giustizia, libertà e sicurezza dell'Unione Europea, Jacques Barrot, ha avvertito pubblicamente Williamson che la negazione dell'Olocausto è un reato penalmente perseguibile in molti stati membri, anche se non è ancora in applicazione la "decisione quadro" UE sulla lotta al razzismo e alla xenofobia mediante il diritto penale, approvata dal Consiglio il 18 novembre 2008. Il ministro della giustizia tedesco, Brigitte Zypries, ha dichiarato che la Germania potrebbe emanare un mandato di arresto contro Williamson per le sue dichiarazioni negazioniste espresse pubblicamente e sul suolo tedesco.

Per la parte superiore



Insegnamento della religione cattolica in Italia

L'insegnamento della religione cattolica in Italia (talvolta abbreviato con l'acronimo IRC), comunemente chiamato ora di religione, è un'istituzione del concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica. Prevede che in tutte le scuole pubbliche italiane siano riservate lezioni settimanali (un'ora e mezza per materna, due ore per primaria, un'ora per secondaria di primo grado e secondo grado) all'insegnamento della religione cattolica. Ogni anno, all'atto dell'iscrizione alla classe successiva, lo studente decide se avvalersi o meno di tale possibilità.

L'insegnamento della religione è presente in quasi tutti gli altri paesi europei (è assente solo in Francia, Repubblica Ceca e Slovenia) con diverse modalità (obbligatorio o facoltativo), contenuti (religione cattolica, protestante, ortodossa), approcci (storico, etico, para-catechistico).

Nel 1923, durante il primo governo fascista, la riforma della scuola rese obbligatorio l'insegnamento della religione cattolica. Con il concordato del 1929 si introduceva l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica». Nelle modifiche concordatarie del 1984 (L.121/1985 di applicazione del concordato) la formula viene trasformata così: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado». La legge è stata poi nuovamente modificata dalle Intese fra lo Stato italiano e le diverse confessioni religiose (L.449/1994, 516 e 517/1988, 101/1989, 116 e 520/1995 con valdesi e metodisti, avventisti, pentecostali, ebrei, battisti e luterani) e, per gli aspetti più strettamente organizzativi, dalle successive Intese fra il Ministero della Pubblica Istruzione e la Conferenza episcopale italiana (Dpr 751/1985 modificato dal Dpr 202/1990).

Prima del concorso per l'immissione in ruolo del 2004, la totalità dei docenti veniva nominata su segnalazione della curia diocesana al dirigente scolastico che normalmente confermava la nomina. Il contratto era annuale e non esisteva, come per i docenti delle altre materie, uno statuto giuridico di ruolo.

La legge 186 del 18 luglio 2003 ha previsto l'entrata in ruolo, previo concorso abilitativo, di circa quindicimila insegnanti (su circa venticinquemila complessivi), rendendo il docente "organicamente inserito nei ruoli della scuola e non più soggetto ai caroselli degli incarichi annuali" (ministro Giuseppe Fioroni, 6 marzo 2007 ). Dall'entrata in vigore della legge la nomina dei docenti di IRC compete, come avviene per la totalità degli altri insegnanti, per il 70% delle cattedre complessive al U.S.R. (Ufficio Scolastico Regionale d'intesa con l'Ordinario Diocesano, riguardante i soli docenti che hanno superato il concorso. La nomina del restante 30% è lasciato alla discrezione della curia diocesana e alla conferma del dirigente scolastico. L'autorità diocesana si riserva comunque di revocare l'idoneità dell'insegnante per alcuni gravi motivi, come incapacità didattica o pedagogica, e/o condotta morale non coerente con l'insegnamento.

Il concorso ha avuto luogo nel marzo 2004 ed erano idonei a partecipare solo i docenti con una carriera di almeno 4 anni d'insegnamento consecutivo e almeno 12 ore settimanali.

L'immissione in ruolo è avvenuta gradualmente in tre tranches, la terza e ultima delle quali è avvenuta il 30 luglio 2007.

I circa venticinquemila insegnanti di religione, al pari degli altri insegnanti, sono retribuiti dallo Stato Italiano. Nel 2001, ultimo dato disponibile, il costo annuo a carico dello Stato per la loro retribuzione è stato pari a circa 620 milioni di euro, pari a circa l'1,8% della spesa complessiva statale per il personale scolastico (ammontante a 34.197 milioni di euro).

Secondo tale disposizione sembra che il docente di IRC, al pari degli altri insegnanti, può determinare promozione e bocciatura degli avvalentisi (l'espressione ricorrente in ambito scolastico è che il docente "può alzare la mano" come gli altri docenti in sede di scrutinio).

Il termine 'espresso' è ambiguo: nello scrutinio il docente IRC deve 'esprimere' un giudizio che deve essere messo a verbale, ma non è chiaro se tale giudizio ha un carattere decisionale e costitutivo della maggioranza oppure no.

La Sentenza n. 5 del 5 gennaio 1994 del TAR Puglia (sezione Lecce) ha stabilito che il giudizio degli insegnanti di religione cattolica iscritto a verbale doveva “mantenere un carattere decisionale e costitutivo della maggioranza”. Dunque è valido per determinare promozione o bocciatura. Sullo stesso tenore la Sentenza del TAR Toscana n. 1089 del 20 dicembre 1999, ribadita dallo stesso TAR per un diverso ricorso con la Sentenza n. 5528 del 3 novembre 2005.

Di parere opposto è la Sentenza n. 780 del 16 ottobre 1996 emessa dalla prima sezione del TAR del Piemonte, per la quale la valutazione espressa dall'insegnante di religione non rientra nel piano del computo effettivo dei voti.

Nel quadro delle finalità della scuola e in conformità alla dottrina della Chiesa Cattolica, l'I.R.C. concorre a promuovere l'acquisizione della cultura religiosa per la formazione dell'uomo e del cittadino e la conoscenza dei principi del cattolicesimo che fanno parte del patrimonio storico del nostro Paese. (Art. 1 Nuovi programmi IRC).

Con riguardo al particolare momento di vita degli studenti e in vista del loro inserimento nel mondo del lavoro e civile, l'IRC offre contenuti e strumenti specifici per una lettura della realtà storico - culturale in cui essi vivono; viene incontro ad esigenze di verità e di ricerca del senso della vita, contribuisce alla formazione della coscienza morale e offre elementi per scelte consapevoli e responsabili di fronte al problema religioso. (Art. 2 Nuovi programmi IRC).

Gli insegnanti di religione, come i colleghi delle altre materie, hanno programmi di riferimento, pubblici e approvati dall'autorità scolastica. Recentemente, in accordo con l'avvio della riforma Moratti, sono stati approvati e sono entrati in vigore precisi Osa (Obiettivi specifici di apprendimento) per il ciclo primario e la secondaria di primo grado. Ad essi devono fare riferimento anche i libri di testo.

Per gli studenti che non intendano frequentare l'ora di religione esiste la possibilità di non avvalersene: questi devono scegliere una delle possibilità che ogni scuola dovrebbe offrire, ovvero la frequentazione di corsi alternativi (lo fa il 9,9% degli interessati), lo studio personale assistito (scelto dal 16,8%) o non assistito (24,7%), oppure l'uscita dall'istituto scolastico. Quest'ultima alternativa è adottata dal 48,6% degli studenti interessati. Queste percentuali, relative al 2006/07, sono pressoché stabili da almeno dieci anni.

Negli ultimi anni il numero degli studenti "avvalentisi", come vengono tecnicamente chiamati, è in leggero e costante calo, a causa della laicizzazione della società e alla crescente presenza di studenti stranieri.

Il numero di studenti che non si avvalgono dell'IRC è maggiore nei grandi centri urbani e nel nord del paese, e le punte maggiori si registrano in Liguria e nel Lazio.

Anche il Ministero infatti redige ogni anno delle statistiche sulla scelta della religione cattolica a scuola, prendendo a campione una percentuale di istituti.

La normativa prevede che l'ora di religione dev'essere erogata in ogni classe anche se scelta da un solo studente. In linea teorica questo impedirebbe eventualmente l'accorpamento di più classi con pochi studenti avvalentisi, che permetterebbe una riduzione dei costi per lo stato. Di fatto però negli istituti scolastici di grado inferiore vengono accorpate le classi con pochi studenti avvalentisi (avvalentisi classe A + avvalentisi classe B fanno lezione di religione, mentre i rimanenti delle due classi compiono attività alternativa), evitando inutili sprechi.

L'insegnamento della religione è presente in quasi tutti gli altri paesi europei (è assente solo in Francia, Repubblica Ceca e Slovenia) con diverse modalità (obbligatorio o facoltativo), contenuti (religione cattolica, protestante, ortodossa), approcci (storico, etico, para-catechistico).

Il fatto che gli insegnanti siano formati e indicati dall'autorità religiosa ma retribuiti da quella statale è oggetto di molte critiche da parte di chi lo ritiene incompatibile con il principio della separazione tra Chiesa e Stato. Inoltre la nomina da parte dell'autorità religiosa favorisce gli insegnanti di fede cattolica violando i principi di uguaglianza e antidiscriminazione sul lavoro in funzione della fede dell'individuo.

D'altro canto in Italia attualmente non è possibile applicare una soluzione completamente statalista, come per esempio accade in Germania e nel Regno Unito, che preveda l'inserimento di normali insegnanti 'statali' laureati in teologia: le facoltà teologiche statali italiane furono soppresse nel 1873 e da allora mai più ripristinate.

Per la parte superiore



Camillo Ruini

Immagine di Camillo Ruini

Camillo Ruini (Sassuolo, 19 febbraio 1931) è un vescovo cattolico e cardinale italiano.

È stato Cardinale vicario del pontefice per la Città e la Provincia di Roma e Arciprete della Basilica Lateranense dal 1° luglio 1991 al 27 giugno 2008; era stato Pro-Vicario dal 17 gennaio dello stesso 1991.

È stato inoltre Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) dal 7 marzo 1991 alla stessa data del 2007.

Ha ottenuto la licenza in filosofia e teologia presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma dove è stato alunno dell'Almo collegio Capranica. Ordinato sacerdote l'8 dicembre 1954 dal futuro cardinale Luigi Traglia, allora arcivescovo vicegerente. Rientrato nella diocesi di nascita nel 1957, ha insegnato filosofia presso il seminario diocesano e, successivamente e in tempi diversi, teologia dogmatica presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Modena-Reggio Emilia-Carpi-Guastalla e presso lo Studio Teologico Accademico Bolognese. All'insegnamento ha affiancato altri incarichi diocesani tra i quali quello di assistente diocesano dei Laureati Cattolici e di delegato vescovile per l'Azione Cattolica.

Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo ausiliare per le diocesi di Reggio Emilia e Guastalla (successivamente riunite nell'attuale unica diocesi di Reggio Emilia-Guastalla) assegnandoli la sede titolare di Nepte il 16 maggio 1983. È stato ordinato vescovo il 29 giugno successivo da monsignor Gilberto Baroni.

Il 17 gennaio 1991 è stato nominato pro-vicario generale per la diocesi di Roma in attesa di divenirne vicario il 1° luglio 1991 dopo la creazione a cardinale avvenuta nel concistoro del 28 giugno 1991, del Titolo di Sant'Agnese fuori le mura. Nel frattempo, il 7 marzo 1991, Giovanni Paolo II lo aveva nominato anche Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, incarico nel quale sarà confermato per i successivi quinquenni il 7 marzo 1996, il 6 marzo 2001 e il 14 febbraio 2006 da papa Benedetto XVI con la formula "donec aliter provideatur" (cioè a tempo indeterminato, fino alla nomina di un successore). Il 7 marzo 2007 il papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età chiamando monsignor Angelo Bagnasco a sostituirlo alla guida dei vescovi italiani dopo sedici anni.

Ruini ha sostenuto nella Chiesa cattolica italiana la necessità di una presenza della Chiesa e dei cristiani nel mondo della cultura, da realizzare attraverso il Progetto culturale della Chiesa italiana.

Specialmente con l'avvento del nuovo millennio, ha delineato un modo alternativo di intendere la missione della Chiesa Cattolica nella società di cui è parte (quella italiana), alimentando il dibattito politico su argomenti come la difesa dei diritti umani e del diritto alla vita.

Alcune componenti, laiche e non, del mondo politico italiano, pur giudicando pertinente alla missione ecclesiastica l'interesse per questi argomenti, hanno contestato la parzialità e la pretesa di universalità di alcune esternazioni del cardinale, ritenendo che su certi argomenti il messaggio della Chiesa non debba entrare nello specifico della legislazione di uno stato sovrano, ma limitarsi a indicazioni di carattere generale, senza imporre per legge le prescrizioni di un'ideologia particolare.

Nel 2005, in occasione dei referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, si fece portavoce dell'istanza ufficiale della CEI invitando i cattolici a non presentarsi alle urne con lo scopo di non raggiungere il quorum del 50%, in difesa del «diritto alla vita». Il gesto venne letto in maniera eterogenea dal mondo politico: per i promotori del referendum fu un'inaccettabile ingerenza della Chiesa cattolica nel mondo politico, a lei estraneo, per altri invece, un legittimo parere di una importante personalità pubblica. Ruini fu anche denunciato dal ginecologo Severino Antinori, sulla base di una normativa che condanna fino a tre anni di reclusione chi incita all'astensione, ma la denuncia fu subito archiviata, in quanto le parole di Ruini avevano solo il valore di un'indicazione. Il referendum fallì poiché non raggiunse il quorum: si recò alle urne soltanto un quarto degli elettori. Il cardinale Ruini, incalzato dai giornalisti, affermò il giorno dopo l'annuncio dei risultati: «Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano». In quell'occasione la Chiesa e i partiti politici contrari al referendum non caldeggiarono la scelta del no confidando in un più sicuro astensionismo.

Nel settembre 2005 venne aspramente contestato e criticato da un gruppo di studenti del collettivo Farfalle Rosse, che interruppero lanciando slogan ed esponendo striscioni («Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»), una cerimonia privata della Fondazione Liberal del parlamentare di Forza Italia, Adornato, nel quale il cardinale veniva premiato. Da questa contestazione presero le distanze quasi tutti gli esponenti del mondo politico, anche quelli critici verso le opinioni ed i comportamenti di Ruini.

Più volte il Vicario del Papa si è detto contrario al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto (PACS), in linea con la Dottrina cattolica tradizionale e con il pensiero espresso da tutti i papi che hanno trattato tali argomenti. Ruini ritiene che l'introduzione di queste normative «comprometterebbe gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale»". Il cardinale ha anche criticato l'approvazione da parte dell'Unione Europea di una risoluzione che «sollecita una equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali con quelli delle vere e legittime famiglie». «Conforta il fatto - ha commentato - che gran parte degli europarlamentari italiani si è opposta a tale risoluzione».

La decisione del Vicariato di Roma di negare le esequie religiose a Piergiorgio Welby ha dato origine ad un dibattito nell'opinione pubblica. Questi, da anni ammalato di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta che venisse sospeso ciò che egli considerava accanimento terapeutico nei suoi confronti.

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Source : Wikipedia