Clementina Forleo

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Inviato da murphy 07/03/2009 @ 14:13

Tags : clementina forleo, gip, giustizia, società

ultime notizie
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Clementina Forleo

Maria Clementina Forleo (Francavilla Fontana, 1963) è un magistrato italiano, attualmente in servizio presso l'ufficio Gip del Tribunale di Cremona.

Ha conseguito la maturità col massimo dei voti ricevendo un premio come uno dei migliori 25 studenti in Italia ("Alfiere Del Lavoro"). Dopo essersi laureata in giurisprudenza con lode presso l'Università di Bari, partecipa ai concorsi pubblici per entrare nella polizia e nella magistratura.

Nel 1989, vincendo uno dei due concorsi, diventa commissario della Polizia di Stato ma dopo solo un mese rassegna le dimissioni per intraprendere la carriera di magistrato avendo vinto anche l'altro concorso. Durante la piccola parentesi nella polizia riceve un encomio per il lavoro svolto durante gli sbarchi dei clandestini in Puglia.

Diviene famosa come giudice quando scagionò dall'accusa di terrorismo internazionale due tunisini, Maher Boujahia e Ali Toumi, e il marocchino Mohamed Daki, considerandoli invece alla stregua di guerriglieri. Alcuni media italiani ed internazionali criticarono la sua decisione, motivata in base alla distinzione tra guerriglieri e terroristi (i primi compiono azioni contro obiettivi di natura militare, i secondi contro la popolazione civile). Tale distinzione fu ripresa e ampliata dai giudici della Corte d'Assise d'Appello. L'assoluzione fu poi annullata dalla Cassazione ed infine la seconda Corte d'Assise d'Appello, in data 23 ottobre 2007, ha rilevato la natura prettamente terroristica e non militare di alcuni dei piani contestati agli imputati ed ha condannato per terrorismo internazionale Mohamed Daki a 4 anni di reclusione mentre i due tunisini a 6 anni .

Altro fatto di dominio pubblico riguarda l'intervento della Forleo, in data 8 luglio 2005, in difesa di un extracomunitario, fermato in metropolitana senza biglietto da alcuni poliziotti, che hanno quindi tentato di arrestarlo. Il Gip è intervenuto, qualificandosi come magistrato, lamentando un eccessivo uso di violenza da parte degli agenti, che l'hanno successivamente querelata.

Il 28 agosto 2005 in un incidente automobilistico sulla strada tra Francavilla Fontana e Sava, nel brindisino, perde entrambi i genitori, il padre Gaspare Forleo, 77 anni, avvocato ed ex sindaco di Francavilla Fontana, e sua moglie Stella Bungaro, 75 anni, insegnante di matematica. L'incidente è stato definito dalla stessa Forleo "fortuito", ma su di esso sono stati espressi numerosi pareri discordanti dovuti anche alle pesanti minacce ricevute dal Magistrato e dirette anche ai suoi familiari.

A partire dall'estate 2005 Forleo ha cominciato ad occuparsi del caso Antonveneta (vedi Bancopoli): a causa di quest'ultima inchiesta il magistrato ha ricevuto critiche da diversi esponenti della maggioranza.

Nel 1992, la Forleo venne criticata per non aver dato seguito ad una denuncia per diffamazione presentata dalla famiglia di Enzo Tortora contro il pentito Gianni Melluso, che in un'intervista ad un settimanale aveva ribadito le sue accuse nei confronti di Tortora.

Il caso Antonveneta rappresenta la svolta fondamentale della carriera del magistrato che, nelle sue precedenti pronunce giudiziarie, aveva registrato critiche dall’esterno dell’ordine giudiziario ma era stata sempre difesa dagli organismi associativi della magistratura e dal Consiglio superiore della magistratura: è infatti alla luce degli sviluppi del caso che si è intrapresa una doppia azione nei suoi confronti, una per incompatibilità ambientale/funzionale e l’altra di tipo disciplinare.

La prima iniziativa, che ha prodotto la proposta di trasferimento e di affiancamento obbligatorio di Forleo con altri colleghi, ha avuto luogo nella prima commissione del CSM e reagisce alla bufera mediatica attivata da un’intervista resa dal GIP di Milano alla trasmissione di Rai-2 “Annozero”. Nella dichiarazione Forleo rendeva noto di sentirsi esposta a rappresaglie dei potenti per le inchieste da lei condotte, e di averne fatto menzione in un esposto presentato ai carabinieri e del quale era stata investita per competenza la procura della Repubblica presso il tribunale di Brescia. Nel corso della dichiarazione resa alla commissione consiliare del CSM presieduta dalla professoressa Vacca (autrice della proposta di trasferimento, accolta all’unanimità dei presenti), il giudice Forleo espose i fatti che avevano a suo modo di vedere corroborato la convinzione esposta nella trasmissione televisiva (colloqui con il suo superiore in Tribunale e con il giudice Imposimato), ma anche i suoi antichi sospetti in ordine alla scarsa professionalità delle forze dell’ordine pugliesi ed alle fonti che avrebbero passato ai giornali i contenuti di parte del suo esposto.

La seconda iniziativa ruota intorno alle inchieste del 2007 sui cosiddetti "Furbetti del quartierino". La procura aveva intercettato delle telefonate di imprenditori sotto inchiesta per reati finanziari e alcune di queste telefonate erano dirette a parlamentari. La Legge Boato imponeva in questo caso che le intercettazioni non potessero essere usate come prova senza che il parlamento avesse concesso l'autorizzazione. La procura passò quindi le telefonate alla Forleo (in qualità di GIP) che doveva valutarne la rilevanza penale ed eventualmente richiedere al parlamento il permesso di usarle. La Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Fassino, D'Alema, Comincioli, Latorre, Cicu) non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni gli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, "appaiono consapevoli complici di un disegno criminoso". Il presidente della Giunta delle autorizzazioni della Camera, deputato Carlo Giovanardi, definì la richiesta un’inammissibile anticipazione di giudizio, in quanto preannunciava che l’autorizzazione sarebbe servita a consentire l’iscrizione dei cinque parlamentari sul registro degli indagati. Per il Procuratore della Cassazione Delli Priscoli ciò avrebbe violato il principio secondo cui l’azione penale procede dal pubblico ministero e non dal GIP (quale è Forleo), la quale avrebbe così compiuto un atto “abnorme” sanzionabile disciplinarmente. Nella medesima audizione dinanzi alla prima commissione del CSM Clementina Forleo ricordò che in Procura a Milano il procuratore aggiunto Greco (in un’intervista al Sole 24 ore) condivideva la tesi che per l’iscrizione a registro occorresse la previa autorizzazione parlamentare, che la legge obbliga a far richiedere dal GIP; una tesi, peraltro, non condivisa da altre Procure, come Catanzaro, dove il pm De Magistris iscrisse Mastella a registro degli indagati in virtù di un’intercettazione di una telefonata con l’indagato Saladino senza che di questo utilizzo fosse previamente richiesta l’autorizzazione alla Camera di appartenenza del Mastella.

L’avvicinamento per approssimazioni alla strada corretta per utilizzare le intercettazioni è stato reso particolarmente difficoltoso dalla scarsa giurisprudenza sulla “legge Boato” (140/2003) e dalle molteplici e divergenti prassi esistenti tra le varie Procure. In più, il GIP Forleo era stata destinataria di moniti alquanto espliciti, in ordine alle conseguenze processuali di un utilizzo privo di autorizzazione, dall’unico documento approvato dal Parlamento nell’imminenza dell’esplosione del caso, la relazione del senatore Giovanni Crema a nome della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato nella XV legislatura. Il testo ammoniva anche la Procura di Milano alla tutela della riservatezza delle conversazioni dei parlamentari, cosa che aveva convinto la Procura per due anni a mai sbobinare le intercettazioni in questione (secondo una prassi sino ad allora seguita solo per le erronee intercettazioni dei colloqui avvocato-cliente). Clementina Forleo quindi fu particolarmente garantista, per la funzione parlamentare, nel rendere noto a che scopo intendesse utilizzare le intercettazioni (invece di richiedere l’autorizzazione “in bianco” che avanzarono altri giudici in passato), ma facendo ciò si prestò alla critica di aver surrettiziamente reintrodotto l’abolita autorizzazione a procedere (allo scopo di dare massimo rilievo mediatico alla richiesta e precostituirne l’esito di accoglimento da parte della Camera, sotto l’impeto dell’opinione pubblica). La procedura di trasferimento d'ufficio, attivata presso il CSM, non ha riscontrato in questa condotta malafede, ma ha ritenuto che le pubbliche dichiarazioni rese dall'interessata abbiano leso il decoro dell'ordine giudiziario e giustificassero il suo trasferimento in altra sede. Contro tale decisione Forleo ha proposto nel settembre 2008 ricorso al TAR del Lazio.

Più in generale la controversia giuridica appare superata dalla sentenza della Corte costituzionale n. 390, depositata il 23 novembre 2007, che ha precisato che l’autorizzazione va richiesta solo se si intende utilizzare l’intercettazione nei confronti dei parlamentari, con ciò presupponendo che premessa di questo utilizzo sia l’iscrizione a registro degli indagati da parte del pubblico ministero che deve rivolgere richiesta al GIP: in coerenza con ciò, il GIP Forleo ha nel marzo 2008 ritrasmesso alla Procura presso il tribunale di Milano le intercettazioni in questione, affinché i pubblici ministeri valutino se gli elementi in esse contenuti giustifichino l’apertura del procedimento a carico dei parlamentari. La Procura ha però insistito nella sua interpretazione ed in assenza per malattia della Forleo un altro GIP ha reiterato le richieste senza prima iscrivere i parlamentari.

Il 27 giugno 2008 il CSM assolve la Forleo dalle accuse riguardanti le sue dichiarazioni relative all'inchiesta Unipol, perché il fatto non costituisce illecito disciplinare.

Per la parte superiore



Bancopoli

Bancopoli è il nome che è stato dato dalla stampa all'insieme di scandali finanziari che si sono succeduti in Italia a partire dal luglio del 2005.

Durante l'estate del 2004 la banca olandese ABN Amro chiese alla Banca d'Italia l'autorizzazione per salire dal 12,6% al 20% nella quota di capitale detenuto in Banca Antoniana Popolare Veneta, così da diventarne il maggiore azionista. Nello stesso periodo la banca spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) deteneva il 15% del capitale della Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Il 14 febbraio 2005 la Banca Popolare di Lodi (BPL) ricevette il permesso della Banca d'Italia per salire fino al 15% del capitale di Antonveneta.

Il 29 marzo la BBVA lanciò un'Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) per la maggioranza delle azioni della BNL. Il giorno dopo fu la volta della ABN Amro che lanciò un'OPA su Antonveneta. Il 29 aprile fu il turno della BPL che lanciò un'Offerta Pubblica di Scambio (OPS) su Antonveneta, il 19 luglio Unipol lanciò un'OPA sulla BNL, ci si trovò dunque in una situazione in cui due compagnie italiane contrastavano le offerte delle due banche straniere.

Lo scandalo scoppiò il 25 luglio con il sequestro, da parte della procura di Milano, dei titoli Antonveneta detenuti dalla Banca Popolare Italiana (BPI, che nel frattempo aveva cambiato nome da BPL), a seguito delle indagini iniziate il 2 maggio e condotte dai Pubblici Ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotta.

L'amicizia che intercorre tra l'amministratore delegato della BPL Gianpiero Fiorani e il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio favorisce celeri autorizzazioni concesse da quest'ultimo alla BPL, mentre rallenta quelle richieste dalla ABN Amro. Secondo quanto affermato dalla Consob, la BPL ha rastrellato azioni della Antonveneta fin dal novembre del 2004 attraverso un patto parasociale tenuto segreto, mentre il 17 gennaio la banca afferma di aver da poco superato il 2%.

Il 14 febbraio viene assunto il controllo della banca, raggiungendo la quota del 52% attraverso la partecipazione diretta della BPL (15%) e altre ditte quali Fingruppo, Gp Finanziaria, Unipol e Magiste. Il finanziamento dell'operazione avviene, secondo quanto affermato dallo stesso Fiorani nell'interrogatorio del 17 dicembre, prelevando denaro attraverso illeciti aumenti delle commissioni bancarie e altrettanto illegali sottrazioni di soldi da conti correnti di persone defunte. Il 1 maggio si aggiorna il consiglio d'amministrazione della banca Antonveneta, e vengono eletti tutti i 15 candidati di Fiorani, che diventa amministratore delegato.

Il 2 maggio 2005 la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata alla Antonveneta. Il reato ipotizzato è aggiotaggio, ovvero la manipolazione del prezzo delle azioni della Antonveneta attraverso la diffusione di notizie false. Dalle indagini la procura ipotizza che a novembre 2004 sarebbero stati effettuati acquisti di titoli per circa 500 milioni di euro, in modo da spingere il prezzo delle azioni Antonveneta sopra a quello dell'Opa di 25 euro, impedendo alla banca Abn Amro di effettuare altri acquisti di azioni, pena il rilancio dell'Opa al nuovo prezzo. Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta (in totale un gruppo di 18 imprenditori tra cui Emilio Gnutti) avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30% di Antonveneta, oltre il quale la legge impone l'opa sul totale del capitale della società scalata. Quindi la Bpl viene costretta a effettuare l'offerta entro una settimana. Quindici giorni più tardi avvengono le prime iscrizioni nel registro degli indagati per ipotesi di reato di insider trading, aggiotaggio e ostacolo all'attività di vigilanza. Si sospetta che 18 imprenditori siano stati finanziati dalla Bnl con 552 milioni di euro per rastrellare il 9,48% delle azioni Antonveneta tra il 14 dicembre 2004 e il 25 febbraio 2005. Fra le 23 persone indagate spiccano i nomi di Fiorani ed Emilio Gnutti, importante finanziere proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa, in cui Silvio Berlusconi ha una partecipazione attraverso Mediaset e Fininvest, già co-autore della clamorosa scalata a Telecom Italia, assieme alla Olivetti di Roberto Colaninno, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena, condannato in precedenza per insider trading.

A seguito delle indagini, l'8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione della Antonveneta.

Nel frattempo anche la procura di Roma decide di aprire un fascicolo sui movimenti nel settore bancario, e Fiorani viene iscritto nel registro degli indagati il 12 luglio. Subito dopo, si inizia a comprendere che lo scandalo ha proporzioni ben maggiori. Tre giorni dopo, anche Francesco Frasca, responsabile della vigilanza presso Bankitalia, finisce sul registro degli indagati a Roma, dove lavorano i PM Perla Lori e Achille Toro, con l'accusa di abuso d'ufficio per varie irregolarità nei controlli alla Bpl di Fiorani durante la scalata. Per Fiorani sono ipotizzati tre nuovi reati: falso in bilancio, falso in prospetto e abuso d'ufficio. Particolare scalpore è stato suscitato dall'utilizzo che la stampa ha fatto di trascrizioni di intercettazioni telefoniche tra i personaggi al centro dello scandalo. In particolare la telefonata in cui Fazio annunciava a Fiorani il permesso della Banca d'Italia per le sue operazioni è stata considerata particolarmente sorprendente vista la familiarità tra i due banchieri e ha portato lo scandalo a conoscenza dell'opinione pubblica.

Il 25 luglio i titolari dell'inchiesta milanese, Fusco e Perrotti, dispongono il sequestro delle azioni Antonveneta detenute da BPI e dai concertisti, gli alleati Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, proprietario di Magiste e coinvolto nella torbida scalata alla RCS, i Lonati e Danilo Coppola. Il decreto di sequestro fa anche menzione di alcune intercettazioni che coinvolgono Fazio e Fiorani. Per i PM è la prova che la scalata era stata illegalmente pianificata. Il 2 agosto il GIP Clementina Forleo convalida il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti e notifica anche la misura interdittiva nei confronti di Fiorani e del direttore Gianfranco Boni.

Il 16 settembre Fiorani si dimette dalla carica di amministratore delegato di BPI. La decisione arriva dopo una nuova ipotesi di reato a suo carico. Oltre che di aggiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio e falso prospetto, Fiorani deve rispondere anche di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale.

Intanto i partiti politici discutono dello scandalo, additando come principale responsabile Fazio, al quale chiedono più volte le dimissioni. Alla fine del braccio di ferro, il 22 settembre il Ministro dell'Economia e delle Finanze Domenico Siniscalco si dimette, in protesta verso la posizione del Governo, a suo modo di vedere poco decisionista, nei confronti del caso sorto attorno al Governatore.

Il 29 settembre filtra la notizia che il Governatore della Banca d'Italia è indagato sin dai primi giorni di agosto, dalla procura di Roma, per abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta Antonveneta. Convocato dai magistrati, Fazio si presenta in procura il 10 ottobre.

Il 6 dicembre l'intero CdA, il comitato esecutivo e i sindaci di BPI vengono indagati per aggiotaggio sui titoli della banca. È il nuovo filone di un'inchiesta che smuove il mondo economico nelle sue parti più profonde.

Il 7 dicembre anche Giovanni Consorte, amministratore della compagnia di assicurazioni Unipol, viene iscritto nel registro degli indagati, per aver partecipato al rastrellamento delle azioni Antonveneta per conto di Fiorani.

Il 13 dicembre un altro capo di imputazione si aggiunge per Fiorani. L'accusa è di associazione per delinquere. L'inchiesta, dunque, si muove su tre fronti: associazione per delinquere, aggiotaggio e appropriazione indebita, in quanto Fiorani avrebbe sottratto fondi dai conti correnti dei clienti della propria banca. A questo punto, il GIP Forleo, su richiesta della procura, emette un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Fiorani.

Lo stesso giorno viene indagato per aggiotaggio Vito Bonsignore, europarlamentare dell'UDC e imprenditore, proprietario di Gefip, società che partecipò al concerto organizzato da Fiorani, che attualmente risulta l'unico uomo politico coinvolto nello scandalo.

Il 15 dicembre Consorte viene indagato dalla procura di Roma per aggiotaggio, manipolazione del mercato e ostacolo all'autorità di vigilanza, nell'ambito dell'inchiesta sulla scalata a BNL, dopo che la Consob accerta un patto parasociale tra Unipol e Deutsche Bank.

Il primo interrogatorio per Fiorani avviene il 17 dicembre, nel corso del quale ammette di avere accumulato un tesoro di 70 milioni di euro a spese dei propri clienti.

Il Governatore della Banca d'Italia, ormai coinvolto dall'inchiesta e sotto la pressione unanime del Parlamento Italiano, rassegna le sue dimissioni il 19 dicembre, accettate dal Consiglio Superiore della Banca Centrale il giorno dopo.

Il 28 dicembre anche Consorte è costretto ad abbandonare l'incarico da Unipol, a causa del continuo allungarsi dei capi d'accusa nell'inchiesta. Unipol avrebbe, secondo i magistrati, aiutato Fiorani nelle illegalità della scalata Antonveneta e, probabilmente, avrebbe ricevuto vantaggi, dall'intricata ragnatela di rapporti già tessuta con gli altri furbetti del quartierino, per l'acquisizione della BNL.

Martedì 3 gennaio 2006 la Procura di Perugia iscrive nel registro degli indagati il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro per un'ipotesi di concorso in violazione del segreto d'ufficio. Nonostante l'attestazione di fiducia ricevuta dalla sua Procura il PM decide di dimettersi, pur dichiarandosi innocente, dalle inchieste sull'OPA BNL, sull'OPA Antonveneta e sui movimenti di azioni RCS. Il segreto d'ufficio che Toro avrebbe rivelato riguarderebbe proprio le indagini in corso.

Lo stesso giorno, a seguito dell'acquisto del 25,9% del capitale finora in mano alla BPI, gli olandesi di ABN Amro hanno definitivamente acquisito il controllo della Antonveneta arrivando al 55,8% del capitale e si preparano a lanciare entro la fine del mese l'OPA obbligatoria sull'intero flottante dell'istituto di credito alle stesse condizioni dell'offerta promossa nel luglio scorso, andata deserta per l'opposizione della BPI ed i suoi alleati di allora.

Il 10 gennaio la Banca d'Italia blocca l'OPA di Unipol su BNL. Il 3 febbraio 2006, BNP Paribas ha acquistato il 48% di BNL da Unipol ed i suoi associati ed ha successivamente lanciato un'OPA sul totale del capitale azionario. Anche il Banco de Bilbao ha poi conferito le azioni in suo possesso.

Il 2 gennaio la pubblicazione da parte de Il Giornale, di stralci di intercettazioni telefoniche tra Consorte e il segretario dei DS Piero Fassino ha come effetto l'allargamento dello scandalo politico. Le intercettazioni pubblicate, risalenti al luglio 2005, erano risultate irrilevanti ai fini giudiziari, e non erano state neppure trascritte dalla magistratura; la loro pubblicazione ha comunque un grosso effetto politico e mediatico che viene sfruttato dalla maggior parte dei politici di destra, anche a causa della campagna elettorale per le imminenti elezioni del 9 aprile.

Il 12 gennaio, durante una puntata di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa, Silvio Berlusconi rivela di essere a conoscenza di fatti riguardanti l'implicazione dei DS nella questione Unipol. Dopo i ripetuti inviti degli esponenti dell'Unione a deporre il prima possibile davanti ai magistrati, il giorno seguente si reca alla procura di Roma, dove resta 30 minuti a colloquio con i magistrati. Alla fine lo stesso Berlusconi ha precisato di non aver parlato di fatti penalmente rilevanti e ai magistrati afferma di essere venuto a conoscenza da Tarak Ben Ammar di un incontro fra i vertici delle Generali Assicurazioni e quelli dell'Unione, nel quale questi ultimi avrebbero esercitato pressioni affinché le Generali vendesse a Unipol la propria quota di BNL, pari all'8,7%.

Il 18 gennaio il presidente delle Generali Antoine Bernheim, ascoltato dai magistrati come persona informata, ha categoricamente smentito di aver ricevuto pressioni per la vendita da parte di esponenti della sinistra, ma di averle ricevute solo da parte di Fazio. Ben Ammar conferma di aver parlato di questi incontri, ma anche lui smentisce le parole di Berlusconi: «mai io e Bernheim, abbiamo detto al presidente del Consiglio che esponenti politici di sinistra o destra abbiano fatto pressioni.» Il 25 gennaio la Procura di Roma chiede l'archiviazione del fascicolo relativo alle deposizioni di Berlusconi, dal momento che non ha riscontrato fatti penalmente rilevanti, ma non sussistono neppure i presupposti per l'avviamento di un procedimento per calunnia nei confronti di quest'ultimo .

Non è ancora nota la fonte che ha permesso al giornalista de il Giornale di accedere alle intercettazioni. In seguito a un'ispezione ordinata dal Ministero della Giustizia, infatti, il dischetto contenete gli originali fu trovato ancora nella busta sigillata l'agosto precedente. Durante l'audizione parlamentare di uno dei componenti di maggior rilievo dei servizi segreti italiani, i parlamentari dei DS hanno invitato i servizi ad astenersi da ogni intervento che potesse condizionare l'esito della campagna elettorale.

Gianpiero Fiorani, ex presidente della Banca Popolare Italiana, avrebbe in un primo momento confermato ai PM la concessione di prestiti a condizioni agevolate ad esponenti politici di centrodestra per ottenere il salvataggio di Antonio Fazio, direttore della Banca d'Italia. Tra le misure volte ad ottenere questo scopo, anche il salvataggio di Credieuronord, banca leghista sull'orlo del fallimento. Successivamente sarebbe emersa dall'interrogatorio anche la dazione di somme di denaro in contanti a politici di centrodestra, tra cui Roberto Calderoli, della Lega Nord, e Aldo Brancher, di Forza Italia. Si è in attesa di riscontri documentali per alcune delle posizioni .

Per la parte superiore



Massimo D'Alema

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Massimo D'Alema (Roma, 20 aprile 1949) è un politico italiano, già Presidente del Consiglio dei Ministri dal 21 ottobre 1998 al 25 aprile del 2000. È stato il primo ed unico ex esponente del Partito Comunista Italiano a ricoprire il più alto ufficio del potere esecutivo in Italia.

È stato ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio del governo Prodi II (17 maggio 2006 - 8 maggio 2008).

È stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana dal 1975 al 1980, segretario nazionale del Partito Democratico della Sinistra dal 1994 al 1998 e presidente dei Democratici di Sinistra dal 2000 al 2007. È vicepresidente dell'Internazionale Socialista e deputato eletto nel gruppo dell'Ulivo. Dal 2007 è esponente del Partito Democratico.

Dal 13 marzo 1991 è iscritto all'albo come giornalista professionista.

D'Alema è sposato con Linda Giuva, foggiana, professoressa associata di archivistica generale presso l'Università degli Studi di Siena, e ha due figli, Giulia e Francesco. È figlio di Giuseppe D'Alema, che è stato anche deputato del PCI, e Fabiola Modesti (morta nel marzo 2008).

È soprannominato scherzosamente "conte Max", da chi lo ritiene molto potente, sempre al centro di tutti i giochi politici, e "Baffino" o "Baffo di ferro" in riferimento ai suoi perenni baffi.

A causa del lavoro del padre Giuseppe la sua famiglia si trasferiva spesso da una città all'altra. La madre raccontava che con il marito si decise di non imporre nulla al figlio, soprattutto in materia di religione, ma che già a sei anni «era interessato a tutto e gli piaceva tanto qualsiasi cosa sapesse di politica».

Nei primi giorni di scuola si dichiarò ateo e non partecipò alle lezioni di religione, cominciando uno scontro con la maestra, che secondo lui ogni giorno faceva «la solita propaganda democristiana» e anticomunista.

Non ebbe mai difficoltà a scuola: non fece la quinta elementare e fu il primo agli esami di terza media, secondo la madre più per la sua spigliatezza che per una grande applicazione, perché non studiava molto sui libri di testo, preferendo quelli che trovava in casa e che leggeva avidamente, specie se di storia.

A Monteverde Vecchio era iscritto ai pionieri (associazione comunista per ragazzi e ragazze fino ai 15 anni) coi figli di Giancarlo Pajetta. Quando in quel quartiere si tenne un congresso del partito, fu scelto - aveva appena nove anni - come rappresentante dei pionieri: la madre ricorda che volle scriversi da solo il discorso per poi saperlo meglio, e che fece un'ottima figura, tanto da far dire a Togliatti «Capirai, se tanto mi dà tanto questo farà strada».

La sua militanza politica cominciò nel 1963, quando a 14 anni si iscrisse alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). D'Alema è sempre stato considerato un «figlio del partito», perché è cresciuto in un ambiente "di partito": il PCI pervadeva la vita dei genitori e numerosi alti dirigenti del PCI erano amici di famiglia e lo conoscevano fin dalla sua infanzia, e in seguito ha percorso tutti i gradi della militanza.

A Genova, città presso la quale frequentò il liceo classico Andrea D'Oria e dove il padre era segretario regionale del PCI, si occupò di organizzare il movimento studentesco nella propria scuola: ad esempio per le manifestazioni contro la guerra in Vietnam; ma svolgeva anche volontariato in parrocchia e partecipava alla redazione del giornalino parrocchiale, oltre che alle lezioni di religione (pur essendo esonerato), discutendo sempre con l'insegnante, un sacerdote.

Dopo aver conseguito la maturità classica, nell'ottobre del 1967 si trasferì a Pisa per frequentare la Normale (corso di filosofia): arrivò quinto all'esame di ammissione. I vincitori del concorso ricevevano (e ricevono) vitto e alloggio gratuito nella sede storica di piazza dei Cavalieri.

All'esame di ammissione conobbe Fabio Mussi, che arrivò subito dopo di lui in graduatoria e ebbe una camera proprio a fianco alla sua. I due fecero subito amicizia e parteciparono assieme in posizione eminente alle grandi contestazioni degli studenti della Normale del periodo: recentemente era stato espulso Adriano Sofri, per aver infranto le rigidissime regole del collegio, che vietavano, fra l'altro, l'ingresso di ragazze nelle camere.

Dopo varie occupazioni, il regolamento fu modificato con la liberalizzazione degli accessi e l'abolizione dell'obbligo di pernottamento e dei rientri a orari predeterminati. In seguito, Mussi e D'Alema rischiarono anche l'espulsione, da cui si salvarono grazie all'appoggio di alcuni professori e all'impegno mostrato nello studio.

Grazie a queste esperienze, i due entrarono quasi subito nella dirigenza locale del PCI (il cui segretario, fra l'altro, aveva accolto calorosamente D'Alema, figlio di una suo vecchio amico del padre) e organizzarono molte iniziative e manifestazioni rischiando spesso il carcere e scontrandosi coi più radicali elementi di Lotta continua, che ritenevano D'Alema troppo allineato alla posizione del PCI.

D'Alema, però, si ritirò poco prima di discutere la tesi, che avrebbe dovuto vertere sull'opera Produzione di merci a mezzo di merci dell'economista Piero Sraffa, amico di Antonio Gramsci. Secondo l'amico del tempo Marco Santagata, D'Alema vi rinunciò per non essere sospettato di favoritismi, poiché l'intellettuale del PCI Nicola Badaloni era diventato preside di Lettere e Filosofia; sicuramente influirono notevolmente in questa scelta gli impegni politici assunti da D'Alema prima a livello locale, a Pisa, e poi a livello nazionale con la segreteria della FGCI.

Poco dopo entrò nel comitato federale nel partito e divenne capogruppo in consiglio comunale. In tale veste fu uno dei promotori della giunta Lazzari del luglio 1971, un esperimento inedito sostenuto da PCI, PSI, PSIUP e una parte della DC per superare un momento di stallo e votare il bilancio comunale.

Con questo, D'Alema conquistò l'attenzione dei vertici del partito e si fece la fama di aspirante capo del partito. Tuttavia non mancarono le contestazioni della sua linea, che provocò grandi discussioni: era ritenuto un saputello presuntuoso e si temevano le sue relazioni coi movimenti estremisti. Un altro ostacolo erano i commenti moralisti sulla sua relazione libera e aperta con Gioia Maestro, conosciuta da poco: ostacolo che fu rimosso con un matrimonio celebrato il 19 aprile 1973 e concluso un anno e mezzo dopo.

Nel 1975 Enrico Berlinguer stava cercando un successore per Renzo Imbeni alla guida della FGCI, per la quale voleva un nuovo corso: che la risollevasse dalla diminuzione degli iscritti e la portasse più vicina alla linea del Compromesso storico.

Il successore designato era Amos Cecchi, ma il suo protettore Carlo Alberto Galluzzi fu sostituito nella carica di supervisore della FGCI dall'amendoliano Gerardo Chiaromonte, amico di famiglia dei D'Alema, che scelse il futuro segretario fra D'Alema e Mussi, optando infine - dopo una cena informale coi due - per il primo, che pure non era formalmente iscritto all'organizzazione come previsto dallo statuto: la scelta di uno sconosciuto sembrò ai membri della FGCI un atto di forza e un attentato all'autonomia dell'organizzazione.

In quel periodo il motto della FGCI era "stare nel movimento": D'Alema cercò di mediare fra la sinistra extraparlamentare e il Partito per evitare una rottura definitiva, inizialmente senza risultati di rilievo. Per dare consistenza a questa prova di dialogo, si creò il settimanale Città futura, che arrivò a vendere 50.000 copie: era diretto da Ferdinando Adornato e ospitava articoli di persone dalle opinioni più varie, animato da Umberto Minopoli, Claudio Velardi, Giovanni Lolli, Goffredo Bettini, Marco Fumagalli, Walter Vitali, Giulia Rodano, Livia Turco, Leonardo Domenici: secondo D'Alema «l'ultima generazione di quadri del partito. Lì si formò un legame umano quel tipo di solidarietà non si è spezzato, anche se abbiamo preso strade diverse». Il giornale chiuse poco dopo.

Tuttavia, dopo il rapimento di Aldo Moro nel 1978, la FGCI prese maggiormente le distanze dagli autonomi, scegliendo di emarginare i terroristi. D'Alema, tuttavia, cercò di recuperare parte del movimento proseguendo la propria opera di mediazione: ebbe occasione di parlare con Berlinguer, che era colpito personalmente dal conflitto generazionale, dato che il figlio Marco Berlinguer si era avvicinato a posizioni estremistiche: in un famoso discorso a Genova preparò alla rottura dell'unità nazionale, con un forte richiamo ai giovani, che «in fondo sono figli nostri», anche nelle esagerazioni. Ai tempi si ebbe l'impressione che Napolitano e Chiaromonte imputassero questa svolta a sinistra a D'Alema, che fu mandato in Puglia senza un incarico, come per punizione.

Il 19 marzo 1980 D'Alema arrivò a Bari, dove venne accolto dal segretario locale della FGCI, Renato Miccoli, con cui avrebbe convissuto per quasi quattro anni. Come primo atto da responsabile di stampa e propaganda acquistò la televisione locale TvZeta, finanziata anche con dei concerti. Poco dopo fu promosso responsabile dell'organizzazione. Come tale, partecipava a tutti i comizi, manifestazioni e incontri del partito, per costruire un rapporto diretto con la base del partito ed essere indipendente dal resto della dirigenza, che gli era ostile, ritenendo il suo arrivo un commissariamento.

I suoi discorsi inizialmente furono giudicati troppo freddi, ma presto apprese le tecniche oratorie e conquistò la base, così che quando, dopo le fallimentari amministrative del 1981 (vinte dai socialisti), il segretario regionale si dimise, egli fu eletto al suo posto: la sua rafforzata posizione aveva permesso a Berlinguer e Alessandro Natta di premere in suo favore senza esporsi eccessivamente.

Poco dopo, Berlinguer sferrò pesanti accuse al PSI e alla politica clientelare in generale (la cosiddetta questione morale), in particolare in un'intervista a Scalfari ne la Repubblica del 28 luglio 1981. D'Alema si attestò sulla stessa posizione e cominciò una dura battaglia per impedire al PSI di fare della Puglia una solida base politica e di potere: la prima mossa fu ostacolare ogni alleanza locale fra PSI e DC; a questo scopo formò a Bari una giunta di sinistra col socialista Rino Formica, mentre in molti altri comuni si alleò colla DC. Infine, nonostante le resistenze interne al partito, strinse un'alleanza con la DC anche per la Regione.

Con questo curriculum, al congresso del 1983 fu eletto membro della direzione nazionale, assieme ad altri dirigenti locali come Piero Fassino, Giulio Quercini e Lalla Trupia.

Nel 1984, nonostante D'Alema fosse soltanto un giovane dirigente locale, Berlinguer lo portò con sé al funerale di Jurij Andropov, per dare un forte segnale di rinnovamento e, si ipotizzò allora, per prepararlo alla successione in un congresso di due anni dopo.. Berlinguer però morì poco dopo e gli successe Alessandro Natta, una soluzione di transizione in vista dell'elezione a segretario di uno dei giovani selezionati da Berlinguer, di cui Occhetto e D'Alema erano i più in vista. Natta diede a D'Alema l'importante incarico dell'organizzazione, mentre Achille Occhetto, nel luglio del 1987, fu nominato vicesegretario.

Quando il 30 aprile 1988 Natta ebbe un infarto, D'Alema - che in quel periodo era direttore de l'Unità - a Italia Radio parlò per primo della successione, senza discuterne con lui. Nel frattempo Occhetto e D'Alema avevano spinto per modificare la linea del partito, rendendola più aggressiva verso il PSI di Bettino Craxi e più aperta verso un cambiamento del sistema politico imperniato sul maggioritario.

Fu eletto deputato per la prima volta nel 1987, nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto.

Nel 1990 concluse l'esperienza a capo de L'Unità: Occhetto aveva bisogno di lui per dare seguito alla Svolta della Bolognina. D'Alema, da coordinatore della segreteria, si occupava dei rapporti con l'ala sinistra del partito ed era una garanzia di stabilità, per il suo essere un «figlio del partito» che non l'avrebbe mai tradito o gettato a mare; al contrario, Occhetto appariva voler approfittare della svolta per demolire parte della tradizione del partito con cui non era a proprio agio. Infatti nel suo libro Il sentimento e la ragione Occhetto scrive che D'Alema affrontò la svolta descrivendola come una "dura necessità", impostazione che strideva con la sua.

D'Alema divenne da subito coordinatore della segreteria del neonato partito, acquistandovi una posizione eminente (anche grazie al controllo delle leve organizzative) e quasi facendo ombra a Occhetto, tanto da essere considerato il vicesegretario di fatto, cosicché, nell'aprile 1992, fu escluso dalla direzione per diventare capogruppo alla Camera (dopo essere stato capolista alle elezioni).

Contemporaneamente Walter Veltroni, responsabile della propaganda, fu promosso da Occhetto alla direzione de l'Unità.

A maggio, nell'instabilità esacerbata dall'attentato a Giovanni Falcone, D'Alema preferì con Ciriaco de Mita la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro a quella di Giovanni Spadolini caldeggiata da Occhetto.

Quando si formò il primo governo Amato, D'Alema non votò la fiducia, ma cominciò una fase di dialogo e di collaborazione per superare le difficoltà politiche e finanziarie del momento: dopo la crisi del governo, D'Alema fu intervistato - primo ex comunista - dal giornale della DC Il Popolo. In quell'intervista accreditò l'idea di un governo sostenuto dai partiti riformatori ma guidato da un uomo nuovo: era il profilo di Romano Prodi, ma per quella fase si scelse di formare un governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi, per cui giurarono anche dei pidiessini. Essi tuttavia si dimisero dopo che il Parlamento aveva negato ai magistrati l'autorizzazione a procedere contro Craxi; il PDS non votò la fiducia ma D'Alema mantenne dei contatti di collaborazione col governo.

In seguito alla vittoria del PDS alle amministrative del 1993 furono indette in anticipo nuove elezioni, che si tennero nel 1994: furono vinte da Silvio Berlusconi mentre D'Alema fu eletto nel collegio n. 11 della Puglia.

In seguito alla sconfitta elettorale, Achille Occhetto si dimise e, nella successione apertasi, sostenne Veltroni contro D'Alema. Eugenio Scalfari su la Repubblica suggerì di scegliere il segretario con un referendum, che la direzione del partito decise di tenere fra tutti i 19.000 dirigenti centrali e locali del partito.

Piero Fassino si occupava di promuovere la candidatura di Veltroni; Scalfari scriveva che se fosse stato eletto D'Alema non sarebbe cambiato nulla; esperti di immagine lo bocciavano; Giampaolo Pansa lo soprannominava «baffino di ferro»: infatti i baffi furono eretti a simbolo del suo presunto stalinismo, o comunque attaccamento a una vecchia concezione del partito e della politica.

Al referendum parteciparono solo 12 mila aventi diritto, di cui circa 6 mila votarono per Veltroni e circa 5 mila per D'Alema; poiché nessuno aveva conseguito la maggioranza, la decisione fu rimandata al Consiglio nazionale, composto di 480 membri, che furono pressati da una parte da Fassino e dall'altra da Claudio Velardi (divenuto il più fedele collaboratore di D'Alema che conosceva fin dall'inizio della sua carriera parlamentare), aiutato da una squadra di dalemiani, quasi tutti ex esponenti della FGCI.

Il primo luglio 1994 D'Alema fu eletto Segretario nazionale con 249 voti contro 173: secondo il diretto interessato, ciò avvenne perché il partito voleva un cambiamento rispetto alla politica di Occhetto, cui Veltroni era troppo vicino.

Il 21 aprile 1996, a seguito di una nuova tornata elettorale che vide prevalere la coalizione de L'Ulivo sul centro-destra, riconfermò il proprio seggio.

Il 5 febbraio 1997 D'Alema venne eletto presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali, dopo aver convinto l'allora capo dell'opposizione, Berlusconi, a sostenere la sua candidatura. Il 9 ottobre 1997, dopo che Rifondazione Comunista tolse l'appoggio al governo, Prodi si dimise temporaneamente. D'Alema sarebbe stato orientato verso elezioni anticipate, approfittando della difficoltà del Polo e della stessa Rifondazione. Prodi però riuscì a trovare un compromesso con Fausto Bertinotti e la crisi rientrò.

Il 9 ottobre 1998 cadde il governo Prodi, in seguito a una crisi provocata da Rifondazione Comunista, che patì anche la scissione del Partito dei Comunisti Italiani, contrari alla crisi di governo. Per la formazione di un nuovo governo con maggioranza di centro-sinistra, alcuni parlamentari centristi, guidati da Clemente Mastella e ispirati da Cossiga, si mostrarono disponibili a votare la fiducia, a patto che il presidente del consiglio non fosse Prodi; molti videro in questa richiesta una chiara indicazione di D'Alema come nuovo capo di governo. Scalfaro incaricò quindi D'Alema di formare il nuovo governo.

Il primo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999.

D'Alema fu il primo esponente dell'ex PCI ad assumere la carica di presidente del Consiglio. Sostenne l'intervento NATO nella guerra del Kosovo, attirandosi così le critiche dell'ala pacifista della sua coalizione. Nell'ottobre 1999 venne annunciata una crisi di governo pilotata allo scopo di farvi entrare I Democratici, ma passarono due mesi perché si arrivasse al D'Alema bis.

Il secondo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000.

Diede le dimissioni in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali, in cui si era pubblicamente annunciato come certo vincitore. In particolare D'Alema ricevette la delusione peggiore dalla vittoria nel Lazio di Francesco Storace, esponente di Alleanza Nazionale e candidato della Casa delle Libertà. Gli successe nella carica di premier Giuliano Amato, che prima ricopriva l'incarico di Ministro del Tesoro.

All'opposizione rispetto al secondo e al terzo governo Berlusconi, dal giugno 2004 al maggio 2006 è stato membro del Parlamento Europeo per la lista Uniti nell'Ulivo nella circoscrizione sud, eletto con 832 mila voti. È stato iscritto al gruppo parlamentare del Partito Socialista Europeo.

Alle elezioni politiche del 2006, vinte della coalizione di centrosinistra, Massimo D'Alema è stato eletto deputato ed ha quindi rinunciato alla carica di Parlamentare europeo. È stato proposto in modo informale da L'Unione per la Presidenza della Camera dei Deputati. Lo stesso D'Alema ha poi rinunciato a questo incarico per evitare possibili divisioni all'interno della coalizione e facilitando così la proposta e la successiva elezione di Fausto Bertinotti.

Nel maggio del 2006, alla scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi e dopo la rinuncia di quest'ultimo ad un possibile nuovo reincarico, è stato per alcuni giorni proposto in modo informale dal centrosinistra per la Presidenza della Repubblica. Data la divisione che il suo nome ha provocato nel mondo politico, l'Unione, dopo una nuova rinuncia di D'Alema, ha preferito convenire per il Quirinale sul nome di un altro esponente dei DS, Giorgio Napolitano, eletto presidente della Repubblica il 10 maggio 2006.

Il 17 maggio 2006 è stato nominato ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio nel Governo Prodi II. Durante il suo mandato hanno ricevuto una certa rilevanza nel 2006 l'intervento per una missione in pace in Libano, in collaborazione con la Francia, e in seguito l'impegno per la promozione di una moratoria presentata all'ONU sull'abolizione della pena di morte nel mondo.

Il 21 febbraio 2007 è stato chiamato in Senato a riferire sulle linee guida di politica estera del governo, dopo aver dichiarato pubblicamente che qualora non si fosse raggiunta la maggioranza sulla mozione il governo si sarebbe dovuto dimettere. L'esito della votazione seguita alla sua relazione (158 favorevoli, 136 contrari e 24 astenuti) ha visto battuto il governo (non essendo stato raggiunto il quorum di voti favorevoli necessario, pari a 160 voti), motivo per cui il presidente del consiglio Romano Prodi ha rassegnato le dimissioni. Rinnovata la fiducia al governo, D'Alema ha ripreso a ricoprire la carica di ministro degli Esteri fino alla caduta del Governo Prodi il 24 gennaio 2008.

Da Ministro degli Esteri, il 18 dicembre 2007, ottiene un importante successo come promotore di una moratoria sulla pena di morte approvata per la prima volta nella storia dall'ONU (104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti) dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto per il mancato raggiungimento del quorum.

È membro della Conferenza dei presidenti di delegazione; della Commissione per il commercio internazionale; della Commissione per la pesca; della Commissione per gli affari esteri; della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa; della Delegazione Permanente per le relazioni con il Mercosur; della Delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb e l'Unione del Maghreb arabo (compresa la Libia).

Nel dicembre 2000 è stato eletto presidente dei Democratici di sinistra (Ds); ha mantenuto la carica fino ad aprile 2007.

Nell'ottobre 2003, nel corso del 22° Congresso dell'Internazionale Socialista, tenutosi a San Paolo del Brasile, è stato eletto vicepresidente della stessa, carica che detiene tutt'ora.

Nel 2007 è stato uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico che ha riunito i leader delle componenti del Partito Democratico prima dell'avvio della sua fase costituente.

Attualmente è presidente della Fondazione di cultura politica Italianieuropei e fondatore del movimento politico ReD, sigla di Riformisti e Democratici, che ha suscitato non poche critiche da parte di esponenti dello stesso Partito Democratico evidenziando la possibilità che questa iniziativa potesse causare problemi allo stesso. D'Alema, considerato un'anima critica nei confronti della segreteria diretta da Walter Veltroni, ha comunque smentito qualsiasi ipotesi di nascita di correnti, dichiarandosi ad esse contrario.

Nei primi mesi del 1993, quando l'inchiesta di Mani Pulite iniziava ad occuparsi delle cosiddette tangenti rosse al PCI-Pds, D'Alema definiva spregiativamente il pool «il soviet di Milano».

Il 5 marzo 1993, il governo di Giuliano Amato approvò il decreto Conso, con cui il parlamento cercava una "soluzione politica" a Tangentopoli. Il decreto fu contestato da gran parte della popolazione, non fu firmato dal presidente Scalfaro e fu criticato dal PDS. Questo episodio fu causa di attrito fra D'Alema e Amato: il presidente del consiglio accusò il PDS di aver tenuto un comportamento ambiguo.

Nel 1985 Massimo D'Alema ricevette 20 milioni di lire da parte del miliardario barese Francesco Cavallari, che fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. I soldi erano destinati al Partito Comunista Italiano, di cui D'Alema era all'epoca segretario regionale pugliese. Per questo finanziamento illecito D'Alema è stato inquisito ma, a causa dello scadere dei termini di prescrizione nel 1995, il procedimento è stato archiviato dal gip Concetta Russi. L'episodio è stato ammesso dallo stesso D'Alema quando il reato era destinato a cadere in prescrizione.

Per D'Alema è stato ipotizzato dal GIP Clementina Forleo il concorso in aggiotaggio nell'ambito della scalata alla BNL organizzata dalla Unipol di Giovanni Consorte. Il giudice Forleo richiese nel 2007 al Parlamento italiano la possibilità di utilizzare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano D'Alema e Consorte nel procedimento a carico degli scalatori, procedimento che peraltro non vede D'Alema tra gli indagati.

Secondo il Parlamento Europeo - chiamato dal Parlamento italiano a pronunciarsi in materia, in quanto D'Alema era parlamentare europeo all'epoca dei fatti - i testi delle telefonate tra D'Alema e Consorte non potranno essere utilizzati in quanto già esistono agli atti elementi di prova sufficienti a suffragare l'accusa nei confronti degli autori della scalata, peraltro già rinviati a giudizio..

Nel 1995 D'Alema rimase coinvolto in Affittopoli, uno scandalo scoperto da Il Giornale: enti pubblici davano in locazione a VIP appartamenti a prezzi agevolati. Dopo una dura campagna mediatica D'Alema lasciò l'appartamento per comprare casa a Roma, ma solo dopo essersi presentato alla trasmissione di Rai 3 condotta da Santoro, dal titolo Samarcanda, in cui ha giustificato la cosa affermando che aveva bisogno della casa degli enti perché versava metà del suo stipendio di parlamentare al partito (all'epoca consistente in circa 12 milioni di Lire al mese).

Appassionato di vela D'Alema è stato proprietario di una prima barca a vela, la Ikarus, e successivamente - con i proventi della vendita della stessa integrati dalla vendita di una casa nel frattempo ereditata dal padre e da un leasing ha acquistato, in comproprietà, una nuova barca a vela, la Ikarus II, lunga 18 metri, che è stata pagata la metà del prezzo originale: i cantieri "Stella Polare" di Fiumicino gliel'avrebbero regalata per questioni di pubblicità ma lui ha voluto comunque almeno pagarne la metà.

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Giovanni Consorte

Giovanni Consorte (Chieti, 16 aprile 1948) è un dirigente d'azienda italiano laureato in Ingegneria chimica all'Università di Bologna nel 1972.

Dal novembre 1973 all'aprile 1975 è al Gruppo Montedison (analisi e budget degli investimenti). Dal 1976 al 1978 è alla Lega delle Cooperative, nel ruolo di responsabile di un piano per la ristrutturazione e gestione dei processi di cambiamento di grandi cooperative.

Dal 1979 viene assunto come Dirigente in Unipol Assicurazioni S.p.A., ricoprendo vari incarichi manageriali (Direttore Programmazione, Organizzazione, Controllo, Partecipazioni, Amministrazione, Finanza, Immobiliare), e nel luglio 1996 diventa Presidente e Amministratore Delegato.

Dal novembre 1991 al giugno 1996 cura la ristrutturazione prima finanziaria e poi societaria della "finanziaria di controllo" del Gruppo Unipol denominata Unipol Finanziaria (oggi Finsoe). Dal 1996 al 1999 ha curato il lancio e la gestione di Unisalute S.p.A. (Compagnia di Assistenza Sanitaria Integrativa specializzata nel managed care).

A partire dal dicembre 1998 ha curato la ristrutturazione di Banec e successivamente il lancio di Unipol Banca, contribuendo alla elaborazione delle strategie di sviluppo ed occupandosi delle politiche gestionali della Banca.

Dal 1997 ha curato quale Presidente e A.D. di Finec (oggi Unipol Merchant Banca per le Imprese) la ristrutturazione di numerose cooperative e medie imprese operanti nel settore industriale e delle costruzioni, trasformandola nel 2003 in una Merchant di mercato e poi in una Banca di medio termine.

Si è dimesso dalle cariche di vertice in Unipol il 9 gennaio del 2006.

L'intera vicenda si innesta in quella più ampia e con numerosi intrecci e connivenze economiche e politiche, vicenda che tenne a lungo tempo le prime pagine dei giornali. Riguarda la scalata alla Banca Antonventeta da parte della banca Popolare di Lodi (allora Presieduta da Gianpiero Fiorani), sostenuto dall'allora Governatore della Banca d'Italia, alcuni immobiliaristi (Ricucci,Coppola) ed il finanziere bresciano Emilio Gnutti (già alleato di Consorte nella vicenda Telecom). L'insieme dei personaggi è stato consegnato alle cronache con la definizione emblematica dei furbetti del quartierino.

Le sue dimissioni sono state causate dalle accuse di aggiotaggio, associazione a delinquere e appropriazione indebita a lui rivolte in occasione dello scandalo finanziario relativo alla scalata della Banca popolare di Lodi, oggi Banca Popolare Italiana, alla Banca Antonveneta. L'aggiotaggio si concentra su 50 milioni di Euro ricevuti (insieme al proprio vice Ivano Sacchetti) dal finanziere bresciano Gnutti. Per «consulenze» in proprio fatte a favore della Hopa di Gnutti. «Consulenze», però, pagate non con fatture ma dietro lo schermo di plusvalenze artificialmente create con operazioni borsistiche «blindate».

Questa è la versione che Consorte ha offerto agli inquirenti per giustificare questa consistente somma. Flussi creati con un particolare meccanismo, secondo quanto già rilevato dalle indagini e spiegato da Gnutti: Consorte e Sacchetti, attraverso intermediari spesso del gruppo del banchiere Gianpiero Fiorani, investivano su titoli o prodotti derivati ritenuti «promettenti» dal punto di vista del margine di incremento prevedibile, e subito li rivendevano a Gnutti a prezzi sensibilmente più alti, ricavandone quindi immediate plusvalenze a colpo sicuro, di dimensione pari all'apparente generosità di Gnutti.

Al suo posto è stato nominato il Presidente dell'Emiliano-Romagnola Coop Adriatica, Pier Luigi Stefanini.

Ancora in corso gli accertamenti della magistratura, ma intanto il procuratore capo di Perugia Nicola Miriano e i Pm Alessandro Cannevale e Sergio Sottani hanno chiesto l'archiviazione per Consorte, il giudice milanese Francesco Castellano e il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro: la motivazione consiste nella "insussistenza di elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio". L'indagine aveva ipotizzato che i due magistrati fossero stati "arruolati" da Consorte per conoscere indiscrezioni e segreti delle indagini su Bnl, Antonveneta e Rcs: dopo un anno d'indagini, a chiudere l'inchiesta ha provveduto in data 2 ottobre 2006 la stessa procura.

In data 25 ottobre 2006, invece, Consorte, Ivano Sacchetti (ex presidente Unipol Banca e vicepresidente di Unipol) e il finanziere Emilio Gnutti sono stati condannati a 6 mesi di reclusione dal giudice di Milano Elisabetta Meyer con l'accusa di insider trading su titoli Unipol, stabilendo in 92.500 euro i danni patrimoniali e non patrimoniali che andranno risarciti dai tre condannati, in solido tra loro, alla Consob, parte civile nel processo. "Amareggiati e increduli" per l'esito della sentenza del Tribunale di Milano, Consorte e Sacchetti hanno sottolineato il fatto che si tratta comunque "solo del primo grado di giudizio".

Nel luglio 2007 la vicenda torna all'onore delle cronache perché una richiesta del Gip di Milano Clementina Forleo chiede al Parlamento di acquisire come prove il testo delle telefonate intercorse tra il Consorte e D'Alema e Fassino. L'ipotesi è di una guida "anche" politica alla scalata di BNL della quale Consorte sarebbe stato l'esecutore ottemperando alle volontà politiche dei suoi referenti.

Nel novembre 2007, Consorte viene condannato in appello, con sentenza che conferma la pena di 6 mesi ottenuta in primo grado. Consorte ha dichiarato: «Sono condannato per aver agito nell'interesse di Unipol. È una sentenza che non capisco: faremo ricorso in Cassazione».

Nel luglio 2008 Consorte ritorna in possesso di gran parte dei 50 milioni di euro sequestrati dalla magistratura in quanto ritenuti frutto di operazioni illecite. Il Gup di Milano Luigi Varanelli ha riconosciuto che effettivamente la cifra riguardava una consulenza, disponendo quindi il dissequestro con sentenza passata in giudicato. Nonostante l'importanza di questa notizia, la stessa passa quasi sotto silenzio: appare nella versione cartacea del "Sole24ore" e di "Il Foglio", ma è difficile trovare in internet qualche riferimento (lo stesso Consorte si "dimentica" di aggiornare il proprio sito).

Il 21 gennaio 2009 le condanne per Consorte, Sacchetti e gli altri dirigenti Unipol per insider trading vengono annullate senza rinvio dalla quinta sezione penale della Cassazione per incompetenza territoriale della procura di Milano. Gli atti vengono trasmessi a Bologna.

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Giovani dell'Italia dei Valori

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Giovani dell'Italia dei Valori (acronimo GIV) è un'associazione culturale giovanile autonoma italiana, legata al partito Italia dei Valori.

Si riconosce in una cultura liberaldemocratica e riformista, nelle idee dei Manifesti di Oxford del 1947, 1967, 1997 e dell'Internazionale liberale.

È socio fondatore del Forum Nazionale Giovani.

È un'associazione giovanile italiana di carattere politico, accreditata dal dicembre 2005 come "full member" del Lymec, il movimento europeo dei giovani liberali (il movimento giovanile legato all'ELDR, terzo gruppo del Parlamento Europeo) e Member dell'IFLRY (International Federation of Liberal Youth) da dicembre 2007.

Attualmente GIV ricopre la vice presidenza della commissione "Europa Mondo", la commissione internazionale del Forum Nazionale Giovani, con Marco D'Acri, che ha rappresentato il Forum in occasione della 62° sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2007) in qualità di Youth Delegate (prima partecipazione per l'Italia).

L'organizzazione accoglie i giovani di età compresa tra i 14 ed i 35 anni e l'iscrizione non comporta l'adesione al partito Italia dei Valori.

Il GIV nasce il 19 febbraio 2003 ad opera di Massimo Bernacconi. Il 27 maggio 2004 viene registrato a Milano lo Statuto. Il 25 luglio 2004 il 1° Congresso a Roma viene trasmesso in differita su Radio Radicale.

Il 26 marzo 2004 a Zagabria presenta all'assemblea del Lymec la propria candidatura e l'assemblea vota l'affiliazione. Giv diventa applicant member, il primo livello di membership, dalla durata non inferiore a 12 mesi.

L'11 novembre 2004 organizza a Bruxelles il dibattito all'interno dell'europarlamento con l'eurodeputato olandese Toine Manders (partito olandese VVD) sul ruolo e le funzioni del Parlamento Europeo, seguito dal gemellaggio con le due organizzazioni liberali olandesi JOVD e JD, alla quale presenzia una delegazione del Danish Youth Council. Il giorno successivo nelle sale del parlamento europeo ha luogo il secondo seminario titolo "Politiche di difesa dell' UE, i ruoli della NATO e dell' ONU" organizzato da GIV. Relatori il funzionario europeo Jaques Lecarte (Policy Advisor AFET, DROI, EMPL, SEDE), il Generale Nato Gianpaolo Torrini (ISTRID, istituto ricerche e formazioni Difesa) e Christian Franchi per la scuola di liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi.

Nella primavera del 2005 aderisce al comitato referendario lanciato dai radicali volto a promuovere i quattro quesiti referendari sulla fecondazione assistita.

Il 2 dicembre 2005 ad Helsinki presenta la candidatura come full member del Lymec e l'assemblea approva con voto all'unanimità.

Lo Statuto viene modificato dall'Assemblea dei Soci il 27 e 28 dicembre 2005 a Pescasseroli.

Nel 2005, 2006, 2007 sono delegati dal presidente di Italia dei Valori a rappresentare il partito al congresso del gruppo parlamentare europeo.

Nel 2006 GIV ha realizzato un ciclo di incontri itineranti in Piemonte in occasione della campagna per il referendum sulla riforma costituzionale proposta dal Governo Berlusconi.

Il 1º settembre 2006 a Roma ricevono una delegazione di JNC (Joventut Nacionalista de Catalunya), prima parte del gemellaggio. Si terranno 2 seminari, il primo sulla storia del liberalismo italiano, il contributo crociano, con il deputato Giuseppe Ossorio, il secondo sulle politiche giovanili in italia e la rappresentanza giovanile nelle istituzioni , speaker il presidente forum giovani Cristian Carrara.

Il 22 settembre 2006 a Vasto, si tiene la prima festa dei valori, convegno "Politiche giovanili: l'Italia al passo con l'Europa?", ospiti il Presidente del Forum Nazionale Giovani Cristian Carrara, il vice presidente Lymec Pietro Paganini.

Il 1º dicembre 2006, a Tarragona, seconda parte del gemellaggio. Una delegazione GIV composta dai membri dell' esecutivo nazionale è ospite di JNC in occasione del loro congresso, che vede la partecipazione del deputato spagnolo Artur Mas.

Il 27 marzo 2007, aderisce al Coordinamento delle associazioni che lottano per l'approvazione di una vera legge sulla Class Action.

Il 29 agosto 2007, lancia con i Giovani Liberaldemocratici il Comitato "Kenneth Foster", che raccoglie l'adesione bi-partisan di tutte le organizzazioni giovanili di partito. Il comitato nasce con l'obiettivo di lanciare un appello per scongiurare la condanna a Morte di Kenneth Foster, cittadino americano, condannato per un crimine che non ha commesso. Kenneth verrà graziato.

Il 10 maggio 2007, organizza una conferenza sui 15 anni di Mani Pulite che vedrà la partecipazione Piercamillo Davigo, giudice del pool di mani pulite.

L'8 settembre 2007 sarà l'unica associazione giovanile a sostenere ufficialmente il V-Day di Beppe Grillo.

Il 14 settembre 2007 so inaugura ad Acquasparta la scuola di formazione politica.

Il 6 ottobre 2007, a Vasto, nell'ambito della seconda festa dei valori, si tiene la conferenza dal tema "I giovani: una generazione antimafia".

Il 22 ottobre 2007 sarà l'unica associazione giovanile a sostenere il GIP Clementina Forleo ed il magistrato Luigi De Magistris con una raccolta di firme nazionale per una petizione.

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Source : Wikipedia