Claudio Ranieri

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Inviato da gort 05/03/2009 @ 22:11

Tags : claudio ranieri, calciatori, calcio, sport

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Claudio Ranieri

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Claudio Ranieri (Roma, 20 ottobre 1951) è un allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore. Attualmente allena la Juventus.

Da calciatore ha vestito le maglie di Roma, Catanzaro, Catania e Palermo.

Comincia a giocare a calcio in giovanissima età, nell'oratorio di Piazza San Saba a Roma. Inizia come attaccante, mostrando buone qualità, ed a soli undici anni viene arruolato dal Dodicesimo Giallorosso. Pochi anni dopo lo nota Helenio Herrera e viene tesserato per la Roma dove, a 17 anni quando gioca nella squadra Juniores, il suo allenatore Antonio Trebiciani, notando la difficoltà nel trovare la rete, decide di modificargli il ruolo, trasformandolo in terzino.

Esordisce in Serie A il 4 novembre 1973 in Genoa-Roma 2-1 ed a lanciarlo è il tecnico Manlio Scopigno. Disputa 6 partite in campionato, per poi passare al Catanzaro dove, in pochi anni, si impone come un punto fermo della difesa dei giallorossi, diventando il giocatore del Catanzaro ad aver disputato più partite in Serie A con quella maglia: 128 tra il 1976 e il 1982. Chiude la carriera in altre due squadre meridionali: Catania e Palermo.

Da allenatore ha iniziato nella categoria interregionale, guidando la Vigor Lamezia nel 1986 per poi guidare il Campania Puteolana in C1. Inizia a mettersi in luce tra i professionisti alla guida del Cagliari, dove approda nel 1989, conquistando la Coppa Italia di serie C e portando in due anni i sardi dalla serie C alla serie A. Nel 1991-92 passa al Napoli: qui ottiene il primo anno un ottimo quarto posto, che garantisce ai partenopei il ritorno in Europa, ma l'anno successivo viene inaspettatamente esonerato ad inizio stagione.

Dopo l'esonero in Campania, nella stagione 1993-94 va a Firenze, per allenare una Fiorentina appena retrocessa. I viola però spadroneggiano nel campionato cadetto, ottenendo un primo posto che garantisce il ritorno in serie A. I principali artefici di quest'impresa sono ritenuti lo stesso tecnico ed il giovane bomber Gabriel Omar Batistuta, autore in quella stagione di 16 reti. La stagione appena terminata sarà l'inizio di un amore tra Ranieri e Firenze che durerà per 4 anni, consacrandolo definitivamente. La stagione del ritorno in A si chiude con un buon decimo posto, con protagonista ancora Batistuta che realizza 26 gol, segnando consecutivamente per ben 11 partite (record del Campionato Italiano). Ma è nel 1995/96 che ottiene con i toscani i risultati più importanti: oltre al quarto posto raggiunto in campionato infatti i viola vincono la Coppa Italia, eliminando in semifinale l'Inter e battendo sia all'andata che al ritorno in finale l'Atalanta (1-0 in casa, gol di Batistuta, e 2-0 a Bergamo, reti di Batistuta e Amoruso).

L'anno successivo si pongono ovviamente più attese sulla squadra, che però non riesce a ripetersi: la stagione si apre bene, con la conquista della Supercoppa Italiana ai danni del Milan grazie ad una doppietta di Batistuta, ma in serie A arriva soltanto un nono posto; con questo risultato si chiude la sua avventura a Firenze e viene sostituito l'anno successivo da Alberto Malesani.

Nel 1997 decide di accettare la proposta del Valencia CF e parte per la Spagna. Da qui comincerà la sua esperienza all'estero, che dura ben 8 anni, permettendogli di diventare l'allenatore italiano con più stagioni all'estero all'attivo. Il primo trofeo che riesce a conquistare è la Coppa del Re nel 1999, equivalente della Coppa Italia.

Nel 1999 comincia l'avventura con l'Atletico Madrid, che però finisce con l'esonero dopo poche giornate.

Nel 2000 va in Inghilterra per guidare il Chelsea e qui,nella stagione 2000-2001 Claudio Ranieri tre anni dopo sfiora l'impresa raggiungendo la semifinale di Champions League nel 2004 ed il secondo posto in Premier League lo stesso anno. Ha diretto i blues per 199 partite ufficiali, riuscendo ad ottenere 107 vittorie. Gli ottimi traguardi, però, non lo hanno salvato dall'esonero da parte della nuova proprietà, capeggiata da Roman Abramovich che però come segno di riconoscimento diede più di 30 milioni di sterline a Ranieri per ringraziarlo di aver raggiunto tutti quei fantastici traguardi. Nella stagione 2004/05 ha ritentato l'avventura con il Valencia ma, anche qui, dopo aver vinto la Supercoppa Europea decide di tornare ad allenare in Italia.

Dopo due anni di inattività e a dieci anni dall'ultima esperienza in Italia, torna ad allenare: il 12 febbraio 2007 accetta la proposta di Tommaso Ghirardi e prende il posto di Stefano Pioli sulla panchina del Parma FC, per tentare una disperata risalita verso una salvezza, impresa che al suo arrivo sembra impossibile. La partenza non è delle migliori: esordio con sconfitta in Coppa Uefa contro lo Sporting Braga, seguito da altre due sconfitte per 1-0 contro la Sampdoria e nel ritorno di coppa Uefa; in seguito ottiene quattro pareggi consecutivi, di cui tre in trasferta (con Ascoli, Udinese e Atalanta), dopo i quali arriva la prima vittoria, in casa contro il Siena (1-0, rete di Gasbarroni), che riapre qualche spiraglio per la salvezza. In seguito però arriva un'altra sconfitta, contro l'Inter dei record. Dopo questa partita ottiene finalmente i risultati che pretendeva: quattro vittorie ed un pareggio in cinque partite, tra cui uno spettacolare 4-3 in casa del Palermo. Questo filotto di risultati è interrotto soltanto dalla sconfitta a Verona contro il Chievo, ma, a seguito dei 4 punti ottenuti nelle ultime due partite (0-0 a Roma contro la Lazio e 3-1 casalingo contro l'Empoli), riesce a raggiungere quella salvezza che solo pochi mesi prima sembrava impossibile. Tutta Parma lo ringrazierà, considerandolo il principale artefice di questa impresa. Il tecnico lascia definitivamente la società crociata il 31 maggio 2007, dopo l' amichevole pareggiata 1-1 contro il Carpenedolo, ex società gestita da Ghirardi.

Il 4 giugno 2007 viene ufficializzato l'ingaggio da parte della Juventus, che lo chiama a sostituire Didier Deschamps a seguito della promozione in A, sulla base di un contratto triennale da un milione di euro all'anno. Si conferma un buon tecnico, riuscendo a formare un gruppo umile e di carattere, composto da campioni storici, giovani cresciuti nel vivaio e qualche innesto di mercato di difficile ambientamento. Riporta la squadra in Champions League con quattro turni d'anticipo facendola piazzare terza in classifica. Il 26 agosto 2008 la sua Juventus ritorna, dopo due anni, in Europa superando gli slovacchi dell'Artmedia Bratislava nei preliminari di Champions League (4-0 all'andata; 1-1 al ritorno).

Per la parte superiore



Società Sportiva Calcio Napoli

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La Società Sportiva Calcio Napoli S.p.A., abbreviata in SSC Napoli e nota come Napoli, è la principale società calcistica della città di Napoli, nata dalla fusione di tre antiche squadre di Napoli: Naples, Internazionale Napoli e la Pro Napoli.

Attualmente, è la quarta squadra italiana per numero di tifosi. È inoltre la squadra dell'Italia meridionale più titolata a livello nazionale ed internazionale, nonché quella più presente nei campionati di Serie A. È al 47° posto nel Ranking mondiale IFFHS.

Le origini del calcio a Napoli risalgono al 1904 quando, ad opera dell'inglese James Poths, impiegato in un'agenzia marittima della città, e dell'ingegnere napoletano Emilio Anatra, venne fondato il Naples Foot-Ball & Cricket Club, la prima squadra calcistica cittadina che nel 1906 prese il nome di Naples Foot-Ball Club. La prima partita venne giocata contro i marinai-giocatori della nave Arabik che pochi giorni prima avevano battuto a Genova la blasonata squadra del Genoa per 3-0: il Naples si impose per 3-2 con le reti di MacPherson, Scafoglio e Chaudoir.

Fino al 1912 il Naples non partecipò al Campionato nazionale al quale erano iscritte solo squadre del Nord Italia. Nei primi anni vinse comunque alcune competizioni minori fra le quali la Coppa Lipton, conquistata battendo il Palermo per 2-1, la Coppa Salsi, conquistata sconfiggendo altre squadre campane, e la Coppa Noli da Costa.

Nel 1911 la componente napoletana si distaccò da quella inglese dando vita all'Unione Sportiva Internazionale Napoli. L'anno successivo la F.I.G.C. decise di ammettere al campionato di Prima Categoria (allora la massima serie) le squadre del centro-sud. Le due squadre partenopee si affrontarono in uno scontro fratricida nella semifinale centro-sud; fu il Naples a uscirne vincitore grazie a due vittorie per 2-1 e 3-2 ma perse la finale centro-sud contro la Lazio. Nella stagione successiva l'Internazionale si prese la rivincita eliminando il Naples sempre nella semifinale centrosud per disputare la finale centro-sud nella quale si affermò nuovamente la Lazio.

Nel 1919, finita la guerra, il campionato riprese; rispetto all'ultimo torneo disputato, il numero delle squadre partecipanti aumentò a dismisura soprattutto nel Nord, anche il numero di squadre campane partecipanti al campionato aumentò notevolmente; dalle due sole iscritte nel 1914-15 (il Naples e l'Internazionale), nel 1919 le squadre campane partecipanti furono molte di più (Puteolana, Savoia, Bagnolese ecc.). Negli anni dal 1919 al 1922 il Naples e l'Internazionale non brillarono particolarmente raggiungendo al massimo le semifinali interregionali.

Nel 1922 le due compagini attuarono una nuova fusione, resa necessaria da esigenze di carattere finanziario e diedero così vita al Foot-Ball Club Internazionale-Naples, meglio noto come FBC Internaples.

Nella stagione 1925/26 l'Internaples disputò un ottimo campionato: dopo aver vinto il girone campano e il girone A delle semifinali Lega Sud arrivò alla finale della Lega Sud, ma fu travolta dall'Alba Trastevere per 6-1 e 1-1.

Il 1° agosto 1926 l'assemblea dei soci dell'Internaples decise di cambiare il nome della società costituendo l'Associazione Calcio Napoli. Giorgio Ascarelli ottenne la nomina di primo presidente della storia del club.

Prima del 1926 le imprese più importanti del calcio campano erano legate al Savoia di Torre Annunziata che aveva addirittura sfiorato il titolo nazionale fermandosi solo nella finale disputata nel 1924 contro il Genoa.

Giorgio Ascarelli, giovane industriale napoletano e presidente dell'Internaples, si era reso conto che ormai il football stava diventando un fenomeno che avrebbe appassionato le folle come null'altro fino ad allora ed il 1° agosto del 1926 fondò la nuova squadra di Napoli con il nome di Associazione Calcio Napoli.

I progetti furono subito ambiziosi, si partì da mister Garbutt, classico allenatore inglese che aveva vinto due scudetti con il Genoa nel 1923 e nel 1924 e - soprattutto da Attila Sallustro soprannominato "il Veltro". Sallustro proveniva da un'agiata famiglia e suo padre - quando seppe che avrebbe giocato a calcio in Italia - gli impose l'obbligo di non guadagnare nulla dall'attività sportiva. Sallustro mantenne la promessa fin che fu possibile; il Napoli lo gratificò regalandogli una lussuosa vettura, cosa che all'epoca destò un enorme scalpore.

Fu edificato - finalmente - uno stadio vero, il "Vesuvio", in grado di accogliere le migliaia di sostenitori della squadra che intanto decisero - viste le modeste prestazioni dei ragazzi in maglia azzurra - di togliere dallo stemma della società l'originario cavallo rampante sostituendolo con un modesto somaro: da allora "'o ciucciariello" divenne per Napoli e per il mondo del calcio l'emblema della squadra partenopea.

Ascarelli morì in giovane età senza poter raggiungere i traguardi ambiziosi che si era prefissato. Lo stadio gli fu intitolato a furore di popolo ma le leggi razziali gli tolsero anche quella "soddisfazione postuma". L'Italia entrava nel baratro della guerra e ben pochi avevano ancora voglia di pensare al pallone in una città squarciata dai bombardamenti che non risparmiarono neanche lo stadio sotto le cui macerie rimase anche la storia avventurosa di quei primi anni di grande calcio a Napoli.

Tornando alle cose prettamente sportive è da ricordare che l'esordio del Napoli nel Campionato italiano fu quanto meno disastroso: un solo punto contro il Brescia in tutta la stagione, ma Ascarelli riuscì a convincere i dirigenti nazionali a non rinunciare al patrimonio che il Napoli e Napoli rappresentavano per il calcio italiano e il Napoli fu ripescato. Ascarelli in vista della stagione successiva rinforzò la squadra in modo da evitare la retrocessione nella categoria inferiore. Tuttavia, inizialmente, il campo sembrava dargli torto: il Napoli infatti alla fine del girone d'andata era in zona retrocessione. Tuttavia grazie a un ottimo girone di ritorno gli azzurri riuscirono a salvarsi arrivando terzultimi. Nel campionato 1928/29 Sallustro segnò ventidue reti portando il Napoli all'ottavo posto della classifica a pari merito con la Lazio. Tuttavia solo le prime otto squadre di ogni girone (all'epoca il campionato italiano di calcio era basato su due gironi) avrebbero partecipato al primo campionato di Serie A a girone unico. Il Napoli dovette giocare uno spareggio con la Lazio che finì in parità per due a due. Lo spareggio si sarebbe dovuto ripetere ma poi non si disputò perché Ascarelli riuscì a convincere l'allora Presidente della FIGC, Leandro Arpinati, ad allargare il campionato di Serie A a diciotto squadre in modo che anche le none classificate potessero accedervi.

Alla vigilia del primo campionato di Serie A a girone unico il Napoli si rinforzò ingaggiando Vojak e il già citato "mister" William Garbutt chiudendo il torneo al quinto posto. Nella stagione successiva il Napoli giocò un ottimo girone d'andata che concluse al secondo posto dietro la Juve poi nel girone di ritorno, anche a causa della chiamata alle armi di Sallustro, venne meno e concluse il campionato al sesto posto. Il campionato 1932/33, invece, passerà alla storia come il primo in cui gli azzurri sfiorano lo scudetto. Formidabile fu la coppia d'attacco: Sallustro segnò diciannove reti e Vojak ventidue; Il Napoli arrivò terzo a pari merito col Bologna e nel campionato succesivo fu ancora terzo qualificandosi per la Coppa Europa, la massima competizione europea di quei tempi. Al primo turno il Napoli incontrò l'Admira Wien: A Vienna finì 0-0 a Napoli 2-2, con reti di Sallustro e Vojak. Alla "bella" vinsero gli austriaci 5-0. In campionato la squadra deluse e arrivò soltanto settima.

Nel 1936 la società fu rilevata da Achille Lauro che, per risanare il bilancio, svendette subito tutti i giocatori più importanti. Sallustro da un paio di campionati segna sempre meno reti, e molti trovano la causa della sua improvvisa scarsa vena realizzativa, nella sua frequentazione con Lucy D'Albert, famosa soubrette dell'epoca, che poi diventerà sua moglie. Al termine del campionato 1936/37 il Napoli cede Sallustro alla Salernitana. In vista della stagione 1938/39 Lauro acquistò l'attaccante Italo Romagnoli, il mediano Piccinni e la mezz'ala Gramaglia. L'allenatore Payer fu sostituito da Iodice che condusse gli azzurri al quinto posto in classifica. Nella stagione successiva la squadra partenopea allenata da Adolfo Baloncieri giocò un pessimo campionato e la retrocessione in B fu evitata solo grazie a un miglior quoziente reti rispetto al Liguria. Lauro al termine della stagione si dimise e Gaetano Del Pezzo diventò presidente della Società. Nella stagione 1940/41 il Napoli si classificò settimo a parimerito col Torino. Senza più campioni il Napoli retrocesse in Serie B al termine del campionato 1941/42.

Nella stagione 1942/43 il Napoli arrivò terzo in serie B ma questo non bastò per tornare in Serie A.

A causa delle difficoltà incontrate durante lo svolgersi degli eventi bellici la società fu costretta a cessare le attività nel 1943. L'anno successivo allo scioglimento, nel 1944, nacquero due distinte società: la Società Sportiva Napoli, promossa dal giornalista Arturo Collana, e la Società Polisportiva Napoli, fondata dal dott. Gigino Scuotto, dalla cui fusione nel gennaio 1945 si costituì l'Associazione Polisportiva Napoli, con presidente Pasquale Russo. La società riprese finalmente la denominazione di A.C. Napoli nel 1947.

Nel 1945 con la fine della seconda guerra mondiale riprese il campionato di Serie A che venne suddiviso in due gironi: al primo parteciparono le squadre di Serie A del Nord e nel secondo le squadre di Serie A e B del Centro-Sud. Il Napoli, nonostante fosse una squadra di Serie B riuscì a vincere il proprio girone a pari merito col Bari qualificandosi per il girone finale a otto squadre in cui arrivò quinto alle spalle di Torino, Juventus, Milan e Inter.

In quel Napoli militava l'attaccante albanese Riza Lushta che ebbe un periodo di appannamento durante il quale si diffuse in città il detto: "Quanno segna Lushta se ne care 'o stadio" (Quando segnerà Lushta cadrà lo stadio). Si narra che quando Lushta interruppe il suo digiuno una parte di tribuna ebbe un cedimento, per fortuna senza gravi conseguenze.

Nella stagione successiva il campionato di Serie A tornò al girone unico, il Napoli venne ripescato insieme al Bari in serie A in quanto le due formazioni, nonostante fossero squadre di Serie B, erano riuscite a qualificarsi al girone finale. Il Napoli tornò così nella massima serie ma al termine del campionato 1947/48 retrocesse ancora in Serie B per un illecito sportivo. Ci vorranno due anni per risalire la china.

Nella stagione 1949/50 gli azzurri allenati da Eraldo Monzeglio vinsero il campionato di Serie B venendo promossi in A. Il Napoli in vista della stagione 1950/51 si rinforzò prelevando dalla Roma Amedeo Amadei che militò in maglia azzurra per sei stagioni segnando in tutto quarantasette reti. Nelle due successive stagioni il Napoli arrivò per due volte sesto in classifica. Lauro in vista della stagione 1952/53 acquistò dall'Atalanta il centroavanti svedese Hasse Jeppson.

Jeppson si era messo in mostra ai mondiali del 1950 svolti in Brasile, pareva dovesse finire all'Inter, ma per l'allora stratosferica cifra di centocinque milioni di lire fu ingaggiato dal Napoli col quale disputò quattro campionati; I tifosi coniarono per lui il soprannome di "'o Banco 'e Napule".

Un altro indimenticabile campione di quei tempi fu il "petisso" Pesaola che anche come allenatore, in tempi successivi, ha lasciato una traccia indelebile nella storia della società.

Jeppson divenne velocemente il goleador simbolo della squadra partenopea, e in tre anni il Napoli otterrà un quarto (1952/53), un quinto (1953/54) e un terzo posto (1954/55).

Nel 1955 arrivò dal Brasile, via Lazio, Luís Vinício ('o Lione) che affiancando Jeppson in attacco diede vita alla coppia "H-V" che fu schierata per la prima volta in campo nella partita contro la Pro Patria vinta per 8-1 dagli azzurri con tripletta di Vinício e doppietta di Jeppson. I due, nonostatante la fama, non diedero al Napoli i frutti sperati, anche perché poche furono le occasioni nelle quali vennero schierati insieme in formazione. Il Napoli in quella stagione deluse arrivando solo quattordicesimo in classifica.

La stagione 1956/57 vede la fine definitiva del tandem Jeppson-Vinício. Il primo viene infatti ceduto al Torino. In campionato i miglioramenti rispetto alla stagione precedente fruttano solo un undicesimo posto. Tra le poche "imprese" del Napoli di quegli anni ci sono le due vittorie contro la Juventus nella stagione 1957/58: all' andata a Torino finì 3-1 per il Napoli grazie alle parate fenomenali di Bugatti, sceso in campo con trentotto gradi di febbre. Charles dopo la partita disse "Ci fosse stato un altro portiere al posto di Bugatti, fra i pali della porta del Napoli, avremmo vinto 7-3". Al ritorno, comunque, il Napoli vinse 4-3. In quella stagione gli azzurri arrivarono quarti in campionato dietro a Juventus, Fiorentina e Padova.

Per la stagione 1958/59 fu ingaggiato per far coppia con Vinício il brasiliano Del Vecchio. Neanche questa coppia, come quella Jeppson-Vinício, funzionò. Del Vecchio marcò tredici gol, Vinício sette: il Napoli arrivò al nono posto.

Nella stagione successiva il Napoli lascia l'ormai angusto stadio del Vomero e inaugura il nuovo stadio S. Paolo di Fuorigrotta davanti a ottantamila tifosi. È il 6 dicembre del 1959, la partita oppone gli azzurri alla Juventus e finisce con un incredibile vittoria del Napoli per 2 a 1.

Questo è però l’unico avvenimento di notevole importanza in quell’anno, poiché il resto della stagione della compagine partenopea fu poco più che anonimo e il risultato finale fu solo un quattordicesimo posto. A giugno lasciano la squadra Vinício e Pesaola, la crisi non sembra fermarsi.

Nel 1960 quando Vinício sembrava a fine carriera ed ormai in decadenza, il Napoli cedette il brasiliano al Bologna; a smentire quella "decadenza" ci pensò Vinício stesso, vincendo la classifica dei marcatori, ben 6 anni dopo, con la maglia del Vicenza. Nella stagione 1960/61 dopo un buon avvio - (8 punti in 5 partite) - il Napoli crolla e retrocede nuovamente in serie B.

Per ritornare in A, Lauro pretese di costruire una formazione in grado di competere con le migliori: "un grande Napoli per una grande Napoli" fu il suo slogan, ma il campo gli diede torto; la squadra non sembrava essere in grado di raggiungere la meta della promozione, e alla fine del girone di andata annaspa negli ultimi posti, rischiando la C, fino a quando fu chiamato ad allenarla Bruno Pesaola, allora allenatore della Scafatese in terza serie, che lasciò subito per tornare da allenatore nella città che l'aveva visto protagonista da calciatore, che da "Mister" rimase famoso anche per il suo immancabile cappotto di cammello e per l’inimitabile sagacia tattica. Con lui in panchina il Napoli risalì la china fino a raggiungere la promozione.

La stagione si chiuse trionfalmente con la conquista della Coppa Italia ottenuta battendo in finale la SPAL. Il Napoli passò subito in vantaggio con Gianni Corelli al 12°; la Spal pareggiò al 15° con Micheli ma Pierluigi Ronzon al 79° portò definitivamente in vantaggio gli azzurri regalandogli così il loro primo trofeo. Il Napoli resta l’unica squadra nella storia del calcio italiano ad aver vinto la Coppa Italia militando in serie B.

Nel 1962/63 il Napoli della Coppa Italia è confermato quasi in blocco, con il solo innesto di Faustino Jarbas Canè, prelevato dall' Olaria di Rio de Janeiro. In campionato la squadra non ingrana ma in Coppa delle Coppe elimina sia i gallesi del Bangor City che l'Újpesti TE (Ungheria) qualificandosi così ai quarti di finale. Intanto, dopo la gara di San Siro contro il Milan, ben quattro azzurri (Pontel, Molino, Rivellino e Tomeazzi) furono squalificati per un mese causa doping. In Coppa alla bella contro l'OFK Belgrado debutta Antonio Juliano, giovanissimo centrocampista che per i successivi diciotto anni sarà l’indiscussa bandiera del Napoli, ma nulla eviterà il 3-1 e l'eliminazione. In campionato le cose non vanno meglio: al temine della partita persa 0-2 contro il Modena sugli spalti del San Paolo si scatena la rabbia dei sostenitori azzurri, adirati per una nuova retrocessione.

Nella stagione successiva il Napoli, sotto la guida di Roberto Lerici, non ottenne grandi successi. A nulla servì la sostituzione del tecnico con il suo secondo Molino: alla fine fu solo ottavo posto. Il 1964 va invece ricordato per la trasformazione dell’A.C. Napoli in Società Sportiva Calcio Napoli, tuttora titolo sportivo ufficiale della squadra partenopea.

Per il campionato 1964/65 tornò in panchina Pesaola, il tecnico della Coppa Italia. La stagione è quantomeno strana: in casa il Napoli non rende, mentre in trasferta dilaga, Canè si trasforma in goleador e gli azzurri tornano in A.

Per lo spregiudicato armatore Achille Lauro il Napoli era un fiore all’occhiello da mostrare con orgoglio, specie in periodo elettorale; per costruire una buona squadra in vista del campionato di A 1965/66 prelevò Omar Sivori della Juventus e José Altafini dal Milan; al loro fianco cominciò a mettersi in evidenza Juliano, che aveva debuttato quando la squadra era ancora in Serie B.

I risultati sono lusinghieri: in campionato il Napoli arriva terzo, con Altafini capocannoniere della squadra con quattordici gol, mentre in estate la squadra si aggiudica la Coppa delle Alpi.

Nel 1966/67 il Napoli ripeté gli ottimi risultati dell'anno passato, arrivando quarto con Altafini di nuovo mattatore, questa volta con sedici reti. Nello stesso anno la squadra partenopea partecipò alla sua prima Coppa delle Fiere: venne eliminato agli ottavi di finale dal Burnley FC.

Alla vigilia del campionato 1967/68 arrivò dal Mantova il portiere Dino Zoff, subito soprannominato l'angelo azzurro. Nonostante la società attraversasse un periodo di crisi economica, in campionato i partenopei arrivarono vicinissimi allo scudetto. La corsa terminò con la sfida decisiva contro il Milan al San Siro, tra le polemiche. L'impegno dei giocatori azzurri fruttò solo un amaro secondo posto con nove punti di distacco dal Milan: il titolo di Campioni d’Italia restò, ancora una volta, solo un sogno nel cassetto.

A conti fatti, ad eccezione della Coppa Italia del 1962 e la Coppa delle Alpi del 1966, gli anni della presidenza di Lauro avevano regalato ai tifosi più illusioni e delusioni che risultati degni di nota.

Il periodo di potere della famiglia Lauro era ormai al termine, nel 1969, con grande abilità e poca spesa Corrado Ferlaino assunse la presidenza della società ridotta però sull’orlo del dissesto finanziario. Nei suoi primi anni di dirigenza, pur dimostrando carattere e testardaggine fuori dal comune, Ferlaino non poté garantire al Napoli la possibilità di lottare per grandi traguardi badando nei primi anni di presidenza in fase di calciomercato alla cessione di pezzi pregiati come Zoff, Altafini e Claudio Sala (ceduto senza aver potuto dimostrare pienamente il proprio valore, ad appena un anno dal suo acquisto), e all'acquisto di giocatori di prima scelta ma sul viale del tramonto come Nielsen, Hamrin, Sormani e Clerici.

Il pubblico comunque ripagava la società garantendole incassi impensabili anche per le squadre più titolate e questo fattore fu determinante per invertire la rotta.

Nel 1970/71 arrivò a Napoli il brasiliano Angelo Benedicto Sormani soprannominato il Pelé bianco. Sulla panchina della compagine partenopea rimase Beppe Chiappella, arrivato due anni prima. Sormani formò con Altafini un attacco solidissimo ed il Napoli giunse a giocarsi lo scudetto con Inter e Milan, ma a fine campionato il bottino fu solo un terzo posto avvelenato da roventi polemiche.

La stagione successiva vede una piccola crisi del Napoli, dovuta ad alcuni problemi societari. La compagine partenopea arriverà soltanto all'ottavo posto. Ferlaino decide quindi di svecchiare la squadra (pensando comunque anche al bilancio). La cessione di giocatori del calibro di Zoff ed Altafini alla Juventus fu accolta malamente dai tifosi e ben pochi videro di buon occhio il nuovo assetto della squadra.

L'acquisto che rivoluziona positivamente l'ambiente azzurro, è però legato al leone Luís Vinício, che ritorna a Napoli in veste di allenatore.

All'arrivo del nuovo tecnico la società cominciò ad investire acquistando giocatori di ottimo livello (come gli attaccanti Sergio Clerici e Giorgio Braglia), mantenendo campioni come Juliano e valorizzando poi alcuni giovani talenti (Bruscolotti, Vavassori, La Palma, Salvatore Esposito ed altri). Vinício, primo in Italia, volle sperimentare una squadra in grado di giocare il calcio totale proposto dagli olandesi ai Mondiali del 1974. La squadra fu rivoluzionata ed i risultati non si fecero attendere: la stagione si chiuse con un buon terzo posto alle spalle della Lazio di Chinaglia e della Juventus.

Nel 1975 il Napoli sempre guidato da Vinício arriva ad un passo dallo scudetto: infatti appena due punti, alla fine, lo separano dalla Juventus. Decisiva risulta la sfida di Torino che la Juve vince grazie 2-1 ad un gol in zona Cesarini dell’ex Altafini, da allora soprannominato Core ‘ngrato.

Il colpo di mercato che ingigantì le speranze di gloria dei tifosi azzurri arrivò nell'estate del 1975 quando per l’allora stratosferica cifra di due miliardi di lire fu ingaggiato dal Bologna il centravanti Beppe Savoldi detto BeppeGoal o anche mister due miliardi.

La squadra, reduce dall'amaro secondo posto, non fece meglio nella stagione successiva, arrivando solo al quinto posto. Però riuscì a conquistare la sua seconda Coppa Italia battendo in finale per 4 a 0 l’Hellas Verona nella finale dell'Olimpico; poi, battendo il Southampton, il Napoli si aggiudicò anche la Coppa di Lega Italo-Inglese.

Nella stagione successiva l'obiettivo del raggiungimento della finale di Coppa delle Coppe (allenatore Pesaola) fallì dopo un’immeritata sconfitta per 2-0 nella semifinale di ritorno contro l'Anderlecht in una gara pilotata letteralmente a senso unico dall'arbitro Matthewson (che successivamente si scoprì essere dipendente dell'azienda di proprietà del presidente della squadra belga). La gara d’andata era finita 1-0 per il Napoli grazie a una rete di Bruscolotti. In campionato gli azzurri raggiungono un modesto settimo posto e subiscono anche la penalizzazione di un punto in classifica per cumulo di squalifiche del campo.

Dopo un doppio sesto posto nelle stagioni 1977/78 e 1978/79, Savoldi lascia il Napoli che precipita all'undicesimo posto nel 1980; la sostituzione del ritrovato Vinício con Sormani non riesce a fermare la crisi.

Gli anni settanta si chiusero così senza sussulti né grandi soddisfazioni. La parola "Scudetto" continuava ad essere solo una chimera per i sostenitori azzurri ma il decennio successivo li avrebbe appagati con trionfi tutt'ora irripetuti.

All’inizio degli anni ottanta, con la riapertura delle frontiere ai giocatori stranieri, giunsero in Italia fior di campioni (ed anche qualche "bidone").

Il Napoli, tradizionalmente, aveva avuto nelle sue file ottimi giocatori non italiani (Sallustro, Sivori, Jeppson, Hamrin, Cané, Clerici); per mantenere viva la tradizione fu ingaggiato dal Vancouver Ruud Krol.

Già campione d’Europa con l’Ajax e pilastro difensivo della grande Olanda dei primi anni settanta, Krol era un libero sopraffino capace di aprire il gioco con lanci lunghissimi e di estrema precisione. La sua classe era degna dei migliori calciatori che avessero calcato l'erba dello stadio San Paolo.

L’entusiasmo attorno alla squadra portò nuovamente i tifosi a sognare la "grande impresa". Nella stagione 1980/81, in un'annata resa drammatica dal sisma che il 23 novembre 1980 scosse la città, la squadra sfiorò il titolo conquistando il terzo posto finale. Dopo la vittoria sul Torino al Comunale, a cinque giornate dal termine, il Napoli si portò in testa alla classifica insieme alla Juventus e con la prospettiva di usufruire di un calendario favorevole. Incredibilmente, però, il Perugia - ultimo in classifica - nella successiva gara interna passò al San Paolo 0-1 con autogol di Ferrario nei primi minuti. Per tutto il resto della gara, gli azzurri si gettarono generosamente all'attacco, ma pali, traverse e le miracolose parate del portiere Malizia, sbarrarono al Napoli ogni possibilità di giungere quantomeno al pareggio. Nonostante tutto, la squadra affrontò l'incontro decisivo con la Juventus primatista con due soli punti di svantaggio e con la teorica possibilità di sfruttare il turno casalingo per riagguantare la vetta a una giornata dal termine. Ma ancora una volta un'autorete (Guidetti) condanna gli azzurri alla sconfitta e a dare l'addio ai sogni tricolore. Restò l'amarezza per un'occasione sfumata e la consapevolezza di aver trovato in Krol uno dei migliori campioni che abbiano vestito la maglia azzurra. A parte il già citato terzo posto nella stagione 1980/81 (allenatore Rino Marchesi) e il quarto posto nella stagione successiva, lo Scudetto restò lontano da Napoli nonostante Krol e Claudio Pellegrini, capocannoniere del Napoli in entrambe le stagioni, e con la stessa quota di gol: undici.

Nonostante l’arrivo di altri stranieri di valore quali Ramón Díaz prima e José Dirceu poi, i due campionati successivi furono coronati da "batoste" e delusioni e la serie B fu evitata in modo quasi rocambolesco.

Nella stagione successiva viene ingaggiato Daniel Bertoni, argentino e campione del mondo che prende uno dei due posti riservati agli stranieri e lasciati liberi da Krol e Dirceu. Intanto sta maturando il vero colpo di mercato che verrà definito l'affare del secolo.

Il 27 maggio del 1984 la prima pagina della Gazzetta dello Sport mandò in visibilio i supporters azzurri: "Maradona, sì al Napoli". Da quel giorno, i tifosi azzurri attesero con ansia l'ufficializzazione dell'acquisto, che avvenne un mese dopo: Diego Armando Maradona era ufficialmente del Napoli ed il 5 luglio del 1984 fu presentato allo stadio San Paolo, gremito in ogni ordine posti. Quell’entusiamo popolare fu più forte della valanga di polemiche suscitata dalla cifra allora enorme che fu sborsata dal Napoli per avere in squadra il campione argentino, cifra che si aggirava attorno ai tredici miliardi di lire.

Nella prima stagione di Maradona, però, il Napoli stentava a decollare: mal supportato da una squadra di mediocre valore, Maradona dimostrò le sue indubbie doti di funambolo ma il suo contributo non poté essere utile per raggiungere grandi traguardi. Dopo un girone di andata mediocre, il Napoli riuscì a raggiungere una tranquilla posizione di centro classifica solo alle ultime giornate di campionato.

Era chiaro che da solo Maradona non avrebbe portato il Napoli a grandi risultati e la società dovette subito correre ai ripari. L’anno successivo arrivarono in azzurro rinforzi del calibro di Bruno Giordano, Salvatore Bagni, Claudio Garella, Alessandro Renica ed altri giocatori che in pochi anni diventarono i beniamini dei tifosi. Ma anche dal vivaio emergevano giovani talenti: uno su tutti fu Ciro Ferrara, che debuttò in prima squadra proprio nel 1985-86. Quella stagione finì col Napoli al terzo posto, ma in continua crescita sotto il profilo del gioco.

La stagione del primo scudetto è quella del 1986/87. Sono arrivati nuovi innesti come l'attaccante Andrea Carnevale, mentre Maradona è appena tornato dal trionfale mondiale messicano. Così come per l'Argentina, Maradona sarà il condottiero principe del Napoli, conducendolo alla vittoria del campionato.

Il 10 maggio 1987 il San Paolo può finalmente abbracciare i protagonisti dell'impresa tante volte sognata, sfiorata e sfumata. La gara contro la Fiorentina è solo una passerella per gli azzurri, basta un pareggio (e pareggio fu con reti di Carnevale e Roberto Baggio) poi si scatena la festa, la città intera si abbandona all'euforia più sfrenata ma smentisce clamorosamente quanti prevedevano i catastrofici effetti derivanti dalla follia di una massa enorme, incontrollata ed incontrollabile riversata nelle strade della città. Uno striscione esposto in curva B recitava: "La storia ha voluto una data, 10 maggio 1987".

La squadra vince anche la sua terza Coppa Italia, conquistata vincendo tutte le gare, comprese le due finali disputate contro l'Atalanta. L'accoppiata scudetto/coppa è un'impresa che fino a quel momento era riuscita solo al Grande Torino ed alla Juventus.

La rosa Campione d’Italia comprendeva: Garella, Bruscolotti, Ferrara, Bagni, Ferrario, Renica, Carnevale, De Napoli, Giordano, Maradona, Romano; Volpecina, Caffarelli, Sola, Muro, Marino, Bigliardi, Di Fusco; Allenatore: Ottavio Bianchi.

Il campionato del 1988 inizia sotto i migliori auspici, anche grazie all'innesto del centravanti brasiliano Careca acquistato dal San Paolo: 5 vittorie nelle prime 5 gare danno subito l'impressione che il Napoli cerchi di rifarsi dalla delusione in Coppa dei Campioni vincendo un altro scudetto. Nel corso della stagione il primato azzurro non entra mai in discussione, e sembra ancor più una "passeggiata" rispetto a quello precedente. Al termine del girone d'andata, dove il Napoli è primo con 11 vittorie, 3 pareggi ed 1 sconfitta, il Napoli accelera ancora: altre 7 vittorie consecutive. Poi, improvvisamente, il crollo: nelle ultime 5 giornate, il Napoli conquista un solo punto, perdendo ben 4 gare di fila, tra cui lo scontro diretto con il Milan, che segna il sorpasso rossonero sugli azzurri.

Si scatenarono polemiche per diversi mesi, ma subito si giunse all'idea che, sull'improvviso calo del Napoli nelle ultime 5 giornate, ci fosse la mano della Camorra, in quegli anni molto attiva nel settore delle scommesse clandestine. Lo spogliatoio del Napoli, comunque, si spacca, e si passa così dalle critiche alle "epurazioni" più violente: Claudio Garella, Moreno Ferrario, Salvatore Bagni e Bruno Giordano vengono messi alla porta, resteranno gli unici a pagare per lo scudetto "regalato" ai rossoneri di Arrigo Sacchi.

Il MA.GI.CA. era il tridente di attacco del Napoli alla fine della stagione 1987-1988. Il tridente era composto da Diego Armando Maradona, Antonio Careca, e Bruno Giordano. Tale soprannome nacque dopo la partita Ascoli-Napoli del 31 gennaio 1988, finita 3-1 per i partenopei. In questa gara andarono a segno in sequenza: Maradona (su rigore), Giordano e alla fine Careca. Nella stagione di riferimento, il tridente collezionò complessivamente 97 presenze (Maradona 37, Careca 33, Giordano 27) e segnò 47 reti (Maradona 21 , Careca 18 , Giordano 8).

Finita in modo burrascoso la stagione 1987-88, per quella successiva la squadra cambia radicalmente: per sostituire i giocatori allontanati, il Napoli ricorre a diversi acquisti, tra cui quello di Giuliano Giuliani, di Luca Fusi e del forte centrocampista brasiliano Alemão, già compagno di Careca nella Seleção. Entrano a far parte della dirigenza azzurra, Luciano Moggi e Giorgio Perinetti.

Il campionato 1988/89 regala belle soddisfazioni al Napoli, come il 5-3 esterno alla Juventus, il 4-1 al Milan ed il clamoroso 8-2 al Pescara. Ma lo scudetto di quell'anno va all'Inter detta "dei record", forse la compagine nerazzurra più forte mai esistita. Che il campionato diventi monopolio dell'Inter lo si capisce subito, e così le altre squadre puntano alle competizioni europee.

In Coppa Uefa, gli azzurri partono subito col piede giusto, eliminando i greci del Paok Salonicco (1-0 ed 1-1), i tedeschi del Lokomotive Lipsia (2-0 ed 1-1) ed i francesi del Bordeaux (0-0 e 0-1). Le sfide più interessanti cominciano però dai quarti di finale, con il Napoli che si trova di fronte alla Juventus: dopo lo 0-2 subito nella gara d'andata a Torino, un secco 3-0 al ritorno ribalta il risultato a favore del Napoli, che passa così in semifinale, dove affronta i tedeschi del Bayern Monaco. In uno Stadio San Paolo da tutto esaurito, il Napoli vince per 2-0, con gol di Careca e Carnevale ed ipoteca la finale. Al ritorno, una doppietta di Careca (2-2 il finale) spiana la strada per la finalissima contro un'altra tedesca, lo Stoccarda di Jürgen Klinsmann.

Nella gara d'andata, i tedeschi gelano il San Paolo con la rete di Maurizio Gaudino (per ironia della sorte, un napoletano nato in Germania), ma le reti di Maradona prima e di Careca (allo scadere) poi, fissano il punteggio sul 2-1. Il ritorno a Stoccarda, con oltre 30.000 tifosi azzurri al seguito, è un trionfo: segna Alemão, pareggia Klinsmann, poi Ciro Ferrara e Careca mettono la parola fine alla partita. Il Napoli vince così la Coppa Uefa 1989.

La stagione 1989/90 si apre subito con una notizia clamorosa: Ottavio Bianchi va via dalla panchina azzurra, sostituito da Albertino Bigon. Maradona, invece, è in Argentina, e non rientra in tempo utile per giocare le prime partite di campionato; ma sembra che in realtà stesse cominciando ad avere problemi con la società, a cui aveva chiesto di essere ceduto: voci però subito smentite ma mai in modo del tutto convincente. La squadra intanto acquista nuovi giocatori, come Massimo Mauro dalla Juventus, e mette in prima squadra un giovanotto sardo preso dalla Serie C1: Gianfranco Zola.

In campionato, il Napoli parte subito col piede giusto: 16 risultati utili consecutivi nelle prime 16 gare. La sconfitta arriva solo all'ultima d'andata, ma non preoccupa nessuno. Un piccolo calo di rendimento avvicina l'Inter ed il Milan, ma la squadra gestisce bene il vantaggio di due punti, fino allo scontro diretto: a San Siro i rossoneri vincono 3-0 ed il Napoli viene raggiunto in testa. Due settimane dopo, gli azzurri perdono di nuovo a San Siro, stavolta contro l'Inter (3-1), e si ritrovano due punti sotto. Molti cominciano a temere il ritorno degli "spettri" del 1988, e diversi giornali parlano già di scudetto al Milan; il Napoli invece non demorde, e recupera prima un punto (Milan sconfitto a Torino dalla Juventus ed azzurri che pareggiano a Lecce), poi però si fanno battere dalla Sampdoria (2-1 al 90°) mentre il Milan perde il derby contro l'Inter. Quando i giochi, a poche giornate dalla fine, sembrano ormai fatti, avviene il famoso caso della monetina di Bergamo: sul punteggio di 0-0 tra Atalanta e Napoli, una monetina lanciata dai tifosi nerazzurri colpisce alla testa Alemão, costringendolo ad abbandonare il campo. Il giudice sportivo assegnerà il 2-0 a tavolino al Napoli, mentre il Milan viene bloccato sullo 0-0 dal Bologna, e viene raggiunto così dal Napoli a tre giornate dalla fine. Alla penultima, il definitivo sorpasso: rossoneri sconfitti a Verona per 2-1 e Napoli vittorioso 4-2 sul campo a Bologna, permettendosi così di farsi bastare il pareggio all'ultima giornata, contro la Lazio: tuttavia un gol di Marco Baroni dopo appena sette minuti chiude in fretta la partita e regala al Napoli il secondo scudetto. Non mancarono le polemiche, soprattutto da parte milanista, sia per la decisione di assegnare la vittoria a tavolino al Napoli sull' Atalanta, sia per l' arbitraggio di Rosario Lo Bello che determinerà la sconfitta del Milan a Verona. In tal proposito, l' 11 settembre del 2003, l' allora presidente napoletano, Corrado Ferlaino, rilasciò la seguenti dichiarazioni alla Gazzetta dello Sport: "Allacciai buoni rapporti con il designatore Cesare Gussoni. Alemao fu colpito, forse ingigantimmo l'episodio, ma la partita comunque era già vinta a tavolino. Facemmo un pò di scena. L'idea fu del massaggiatore Carmando. Alemao all'inizio non capì, lo portammo di corsa all'ospedale, gli feci visita e quando uscii dichiarai addolorato ai giornalisti: 'Non mi ha riconosciuto'. Subito dopo scoppiai a ridere da solo, perché Alemao era bello e vigile nel suo lettino". Il campionato si decise il 22 aprile: il Milan giocava a Verona, Gussoni designò Lo Bello per quella partita; successe di tutto, espulsioni, milanisti arrabbiati che scaraventarono le magliette a terra: persero 2-1. Noi vincemmo serenamente a Bologna per 4-2 e mettemmo in tasca tre quarti di scudetto".

Nella stagione 1990/91, la rosa del Napoli è di poco diversa da quella laureatasi campione d'Italia. La stagione comincia con la vittoria nella Supercoppa Italiana ottenuta battendo la Juventus allenata da Maifredi per 5-1. Il campionato, invece, comincia male: nelle prime tre partite la squadra ottiene solo un punto. L'inizio in Coppa dei Campioni sembra favorevole al Napoli, che ottiene una convincente doppia vittoria sugli ungheresi dello Újpesti Dózsa, squadra che aveva già incontrato nella Coppa delle Coppe del '63, quando si chiamava Újpesti TE. Al secondo turno però gli azzurri vengono eliminati dallo Spartak Mosca, implacabile ai rigori, dopo un doppio 0-0. La crisi continua per tutto l'anno, e il Napoli chiude la stagione con un modesto settimo posto.

Si chiude così il primo importante ciclo del Napoli in coincidenza con il declino di Maradona a seguito delle vicende personali che lo costrinsero a lasciare Napoli e l'Italia in modo amaro. Dal 1991, dopo che Maradona lasciò Napoli, la squadra si avviò verso un lento ma costante declino.

Inizialmente, con il nuovo tecnico Claudio Ranieri e grazie all'apporto di giocatori del calibro di Zola, Ferrara, Careca e il nuovo arrivato Laurent Blanc, ottiene un discreto quarto posto nella stagione 1991/92.

Ranieri viene confermato, e il Napoli sembra aver riacquistato la sua competività. La campagna acquisti porta in azzurro giocatori come Daniel Fonseca e Roberto Policano. In Coppa Uefa si comincia piuttosto bene, con un 5-1 esterno contro il Valencia con Fonseca autore di tutti e cinque gol del Napoli. Il Paris Saint Germain ferma però i partenopei al turno successivo; è George Weah, con una doppietta, a condannare il Napoli all'eliminazione. In campionato la squadra va in crisi e dopo un 1-5 contro il Milan, Ranieri viene licenziato. Al suo posto ritorna Ottavio Bianchi, che non può far altro che portare la squadra verso la salvezza senza grandi risultati.

La squadra viene quindi svecchiata e subisce molti cambiamenti: Bianchi diventa General Manager e sceglie come tecnico Marcello Lippi. Pilastri della squadra come Careca e Gianfranco Zola lasciano la squadra mentre molti giovani promettenti, come Fabio Cannavaro e Fabio Pecchia, diventano protagonisti. Dopo un primo periodo di crisi, Lippi decide di puntare tutto sulle forze fresche e la stagione 1993/94 finisce con un buon sesto posto e la soddisfazione di aver sconfitto il Milan, prossimo a laurearsi campione d'Italia e d'Europa, grazie ad una rete di Paolo Di Canio, elemento giunto in prestito dalla Juventus che realizza anche il gol all'ultima giornata che vale la qualificazione alla Coppa UEFA.

Lippi a fine stagione lascia il Napoli con destinazione Juventus, e con lui anche Ciro Ferrara, bandiera e capitano del Napoli. Al posto dell'allenatore viareggino arriva Vincenzo Guerini e il Napoli in campo si affida ad André Cruz, Alain Boghossian e all'ex numero dieci del Torino Benny Carbone, arrivato via Roma con Grossi e ben 18 miliardi, nell'affare che porta in terra capitolina Daniel Fonseca. Ma la stagione comincia male: Guerini viene licenziato dopo un 5-1 subito contro la Lazio ed al suo posto arriva Vujadin Boškov. L'eccentrico allenatore slavo porta i partenopei al settimo posto, sfiorando la qualificazione alla Coppa Uefa.

A partire dal 1995 con la cessione di giocatori come Benito Carbone (all'Inter) e di Fabio Cannavaro (al Parma), inizia il declino. La retrocessione è sfiorata e il Napoli si salva solo alla terz'ultima giornata, vincendo contro la Sampdoria 1-0, grazie ad un rigore nei minuti finali di Arturo Di Napoli. Boškov lascia la squadra a fine anno.

Nella stagione 1996/97 la formazione azzurra allenata da Gigi Simoni è la vera rivelazione del campionato e alla sosta di Natale è addirittura al secondo posto a pari merito con il Vicenza e dietro alla Juventus; nel girone di ritorno, tuttavia, la squadra crolla (3 vittorie in 17 gare) ed evita la retrocessione per un soffio. Nella stessa stagione il Napoli è autore di un’ottima prestazione nella Coppa Italia. Eliminati il Monza, il Pescara (entrambe per 0-1), la Lazio (1-0 ed 1-1) e l'Inter (1-1 ed 1-1, gli azzurri vincono ai rigori), il Napoli arriva in finale contro il Vicenza. All'andata, il Napoli vince 1-0 al San Paolo, ma nella gara di ritorno al Romeo Menti di Vicenza, gli azzurri perdono 1-0 nei minuti regolamentari e, complice l'espulsione di Nicola Caccia, subiscono negli ultimi tre minuti dei tempi supplementari due gol che impediscono di arrivare a giocarsi la coppa ai rigori consegnando al Vicenza il titolo e l'accesso alle coppe europee.

La stagione successiva è disastrosa: nonostante un'intelaiatura costruita per puntare alla qualificazione alla Coppa Uefa (Claudio Bellucci e Igor Protti i fiori all'occhiello della campagna d'acquisti), la crisi degli anni passati arriva a una situazione senza precedenti. Durante l'anno si succedono sulla panchina del Napoli ben quattro allenatori (nell'ordine: Mutti, Mazzone, Galeone, Montefusco) e tre direttori tecnici (nell'ordine: Ottavio Bianchi, Salvatore Bagni, Antonio Juliano), e in campo ben quaranta calciatori (fra cui l'ormai anziano Giuseppe Giannini, Reynald Pedros, Aljoša Asanović, William Prunier, José Luis Calderón, Massimiliano Allegri), ma nessuno di loro eviterà agli azzurri una triste retrocessione: con un bottino di soli quattordici punti, il Napoli retrocede in Serie B dopo trentatre anni di permanenza nella massima serie.

Il primo anno in cadetteria è mediocre, la squadra allenata da Renzo Ulivieri annovera nell'organico giocatori "blasonati" ma sul viale del tramonto come Igor Shalimov e Roberto Murgita e non riuscirà mai ad inserirsi in competizione con le altre squadre in lotta per la promozione. A gennaio arriva l'attaccante Stefan Schwoch, ma è ormai troppo tardi e il Napoli resta in Serie B.

Il ritorno in A avverrà solo l'anno dopo, grazie all'oculata gestione del nuovo allenatore Novellino e alle ottime prestazioni di Stefan Schwoch, che segna ventidue goal eguagliando così il record di reti siglate in una stagione con la maglia azzurra, detenuto fino a quel momento da Vojak. Quell'anno il Napoli ha nel proprio organico elementi di sicuro avvenire, come Massimo Oddo, Matuzalem, Roberto Stellone e Luciano Galletti.

Nonostante i meriti e l'affetto dei tifosi, proprio i due protagonisti del ritorno in A (Novellino e Schwoch), non ottengono la riconferma e nel successivo campionato il Napoli subisce all'ultima giornata un'altra retrocessione nonostante l'avvicendamento in panchina fra Zeman e Mondonico, alcune prestigiose vittorie (6-2 alla Reggina, 2-1 in casa dei campioni d'Italia in carica della Lazio e l'1-0 all'Inter) e la presenza in squadra di calciatori come Edmundo, Amauri (arrivati entrambi nel mercato di gennaio), Matuzalem, Jankulovski, Nicola Amoruso e Bellucci.

Nel campionato successivo di serie B arriva come allenatore Luigi De Canio. La squadra sembra molto competitiva ed è fra le favorite per la promozione: lotterà fino all’ultimo per ritornare in Serie A, riuscendo a risalire dai bassifondi della classifica fino ai primi posti, inanellando una serie lunghissima di risultati consecutivi; ma nella partita decisiva, in casa contro la Reggina ottiene solo un pareggio: la stagione finirà col Napoli quinto, e quindi ancora in cadetteria.

Nella stagione 2002/03 il Napoli passa dalle mani dell'imprenditore romagnolo Giorgio Corbelli a quelle dell'industriale alberghiero Salvatore Naldi che affida la squadra all'allenatore Franco Colomba ma, senza un organico competitivo si ritrova al penultimo posto ed al tecnico subentra Franco Scoglio, che lascia l'incarico di CT della Libia. La squadra risale ma poi va di nuovo in crisi ed in panchina torna Colomba che riesce nell'intento di salvare la squadra da una clamorosa retrocessione in C1 solo all'ultima giornata con un pareggio a Messina contro i locali. Nella stagione 2003/04 la squadra sembra sulla carta in grado di vincere il campionato ma sul campo delude: l'allenatore Agostinelli sarà esonerato per far posto al rientrante Simoni, ma il risultato sarà un mediocre quattordicesimo posto.

Alla crisi di risultati si è aggiunta una crisi finanziaria che ha portato nell'estate del 2004 al fallimento ed alla conseguente perdita del titolo sportivo. Nelle settimane successive l'imprenditore Aurelio de Laurentiis rileva il titolo sportivo dalla curatela fallimentare del tribunale di Napoli e iscrive la squadra, denominata Napoli Soccer al campionato di Serie C1.

La società prende parte al campionato di serie C1 nella stagione 2004-05. In quella stagione la squadra - costretta anche ad una campagna acquisti effettuata in tempi ristretti - termina il girone di andata a due punti dalla zona play-off. Con gli acquisti di calciatori di buon livello come Emanuele Calaiò, Inácio Piá e Marco Capparella ed in seguito all'esonero del tecnico Giampiero Ventura (cui subentra Edoardo Reja), il Napoli arriva terzo alla fine del campionato, ma perde la finale play-off contro l'Avellino, pareggiando 0-0 in casa e perdendo 2-1 ad Avellino. L'intera estate viene vissuta con la speranza, rivelatasi poi vana, di un ripescaggio in cadetteria.

Nella stagione 2005-06, il Napoli, grazie anche agli acquisti di Gennaro Iezzo, Rubén Maldonado e Mariano Bogliacino, ha un ottimo avvio sia in campionato che in Coppa Italia, competizione nella quale viene eliminato solo agli ottavi di finale dalla Roma (prima aveva eliminato Pescara, Reggina e Piacenza). Gli azzurri vengono promossi nella serie cadetta con un notevole distacco sulle inseguitrici, con quattro giornate d'anticipo sulla fine della stagione regolare con Emanuele Calaiò che si mette in evidenza segnando diciotto reti.

Al termine della stagione, il 23 maggio 2006, il presidente De Laurentiis, mantenendo la promessa fatta all'atto della sua acquisizione del titolo sportivo dalle mani del tribunale, restituisce al club la denominazione originaria di Società Sportiva Calcio Napoli, volutamente non utilizzata nei due campionati di terza serie.

L'ultimo atto della stagione è stata la finale di Supercoppa di Serie C1 persa contro lo Spezia: nella doppia finale ha prevalso la squadra ligure grazie allo 0-0 interno nella gara d'andata e all'1-1 al "San Paolo".

Nel campionato 2006/07 l'obiettivo è il salto di categoria in un torneo interessante e difficile, a causa della presenza di squadre di ottimo valore, prima fra tutte la Juventus (retrocessa per illecito). Per puntare alla promozione vengono acquistati calciatori di valore come Paolo Cannavaro (fratello minore di Fabio Cannavaro) e Samuele Dalla Bona che vantano molte esperienze in club di ottima levatura e giocatori di sicura affidabilità come Maurizio Domizzi, Christian Bucchi (capocannoniere della serie B 2005/06), il difensore György Garics ed il trequartista Roberto De Zerbi.

Il Napoli ha un ottimo avvio in Coppa Italia superando i primi tre turni, battendo prima il Frosinone per 3-1, poi l'Ascoli 1-0 (dopo i tempi supplementari) ed infine la Juventus, per 8-7 ai calci di rigore, dopo una gara emozionante chiusa sul 3-3. Negli ottavi di finale gli azzurri vengono eliminati dal Parma (1-0 a Napoli, 1-3 in Emilia).

In campionato la squadra si mantiene costantemente nelle prime tre posizioni; infine, registrata la promozione della Juventus, il Napoli giunge al confronto diretto dell'ultima giornata, in casa del Genoa, secondo in classifica e con un punto di vantaggio proprio sui liguri. Il pareggio a reti bianche di Marassi e il concomitante pareggio del Piacenza (unica squadra che era ancora in gioco per eventuali play-off), è stato sufficiente a garantire sia al Napoli che al Genoa la promozione diretta, festeggiata insieme dalle due tifoserie (gemellate dal 1982) da troppo tempo lontane dal massimo palcoscenico calcistico nazionale.

Per il ritorno in Serie A, il Napoli modifica leggermente la propria politica gestionale, puntando ancor di più, rispetto al passato, su giovani talenti che possano permettere con basse spese di avere buoni rendimenti immediati e futuri - in primis Lavezzi, Hamšík, Gargano - appaiandoli a giocatori di esperienza come Blasi, Zalayeta e Contini; l'allenatore è ancora Reja, uno dei più longevi della storia del club.

In Coppa Italia, gli azzurri superano i primi tre turni battendo Cesena, Pisa e Livorno, ma vengono eliminati dalla Lazio agli ottavi di finale (3-2 in totale: 2-1 a Roma e 1-1 a Napoli). Nel mercato di riparazione, vengono acquistati Santacroce e Mannini dal Brescia, Pazienza dalla Fiorentina e Navarro dall'Argentinos Juniors. In campionato la squadra ottiene una salvezza tranquilla e chiude all'ottavo posto con 50 punti, centrando la qualificazione per l'Intertoto, dopo quasi 14 anni dall'ultima partecipazione in una competizione europea.

A campionato terminato, Pierpaolo Marino mette a segno cinque acquisti: Rinaudo dal Palermo, Maggio dalla Sampdoria, Denis dall'Independiente, Russotto dal Bellinzona, Aronica dalla Reggina, e conferma per il quarto anno di fila Reja come allenatore. Superati con qualche sofferenza i greci del Panionios in Intertoto ed agevolmente gli albanesi del Vllaznia nei preliminari, il Napoli si qualifica per la Coppa Uefa 2008-2009, dove viene eliminato al primo turno dal Benfica (4-3 in totale, dopo il 3-2 a Napoli e lo 0-2 a Lisbona). In Coppa Italia il Napoli, entrato agli ottavi, supera la Salernitana (3-1) per poi essere eliminato ai calci rigori dalla Juventus, in trasferta e dopo un match combattuto , nei quarti. In campionato, alla pausa invernale, il Napoli è 5° con 33 punti in 19 partite, mantenendo l'imbattibilità in casa e chiudendo ottimamente il suo girone d'andata. Nel mercato di gennaio viene messo a segno l'acquisto di Jesús Dátolo, centrocampista argentino prelevato dal Boca Juniors, mentre dalla lista degli svincolati viene ingaggiato il portiere Luca Bucci per sopperire agli infortuni di Iezzo e Gianello. Purtroppo il girone di ritorno si apre nel peggiore nei modi: 2 punti in 7 partite. Perdendo perfino l' imbattibilità in casa contro la Roma per 0-3 alla 20° giornata, il Napoli entra in una buia crisi che sembra non finire più. Contestazioni anche da parte dei tifosi dopo la sconfitta interna con il Genoa e per Reja sembra sempre più lontano il prossimo anno in azzurro.

Il Napoli in competizioni europee ufficiali ha disputato 126 partite (6 in Coppa dei Campioni, 76 tra Coppa delle Fiere e Coppa Uefa, 17 in Coppa delle Coppe, 2 in Coppa Intertoto, 5 in Mitropa Cup, 10 in Coppa delle Alpi, 5 nel Torneo Anglo-Italiano, 2 nella Coppa di Lega Italo-Inglese, 3 nella Coppa Torneo Italia) ed ha vinto una Coppa Uefa (1989), una Coppa delle Alpi (1966) e una Coppa di Lega Italo-Inglese (1976).

La tenuta di gioco del Napoli è composta da una maglia azzurra con numerazione bianca, pantoloncini bianchi e calzerotti azzurri. La tenuta da trasferta tradizionalmente è composta da maglia bianca con numerazione blu scuro pantaloncino bianco o azzurro, calzerotti bianco o azzurri, la terza tenuta invece è composta da una maglia rossa, pantaloncino bianco o azzurro, calzerotti azzurri.

Al momento della fondazione nel 1926 fu adottata una maglia di colore azzurro con colletto celeste e pantaloncini bianchi. Il colore azzurro venne scelto poiché nel 1926, era il colore di fondo dello stemma della provincia di Napoli. Su tale principio nacque anche il primo simbolo, ovvero il cavallo, simbolo della provincia partenopea. In conseguenza dell'ultimo posto conseguito dal Napoli nella sua prima stagione, i tifosi decisero di sostituire il cavallo con un ciuccio. Da allora l'azzurro è rimasto nella maglia sino ad oggi, mentre è aumentata la presenza del bianco.

Nei primi anni '80, quando il fornitore tecnico era Ennerre, il Napoli giocava spesso con numerazione nera e pantaloncini neri; nella stagione 1982/83 invece sulle maglie del Napoli, invece del tradizionale stemma, venne stampato un ciuccio stilizzato, in onore al simbolo del sodalizio.

L'unica stagione in cui la squadra napoletana non ha giocato con la casacca tradizionale è stata il 2002-2003, disputato in Serie B. In quell'occasione lo sponsor tecnico Diadora vestì gli azzurri con una maglia a striscie verticali bianco-azzurre in stile Argentina. Nelle ultime partite di quella stagione l'allora presidente Salvatore Naldi per scaramanzia optò per un ritorno al passato e nelle partite decisive per la salvezza il Napoli tornò all'antico (a partire da quella in casa contro la Ternana), indossando le maglie dell'annata precedente. Sia la società che lo sponsor tecnico non avevano più mute di maglie azzurre. Il sodalizio napoletano fu cosi costretto a chiedere la restituzione di alcune mute, di colore azzurro, ad alcune scuole calcio cui erano state donate. Da notare che a partire dagli anni 2000 il Napoli gioca frequentemente anche con tenute monocromatiche azzurre, tendenza abbastanza diffusa ormai per meglio contrastare le divise delle squadre.

Nella stagione 2007/08 la maglia si può definire un rimando del passato, con un azzurro classico sbiadito che richiama le divise indossate nei primi anni '80, presentando il simbolo della squadra e un colletto a forma di "V", con il bianco presente su due "code di topo", che percorrono la parte anteriore della casacca e sui bordi delle maniche. La seconda maglia è bianca con bordi azzurri mentre la terza è di colore rosso (sempre in memoria degli anni '80), con pantaloncini blu scuro.

Per la stagione 2008/09 lo sponsor resta la Diadora. La maglia cambia, infatti non c'è più il classico "girocollo" ma viene adottato un colletto in stile "polo". La prima maglia è come sempre azzurra con pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri; la seconda non è più bianca ma rossa, in omaggio alle seconde maglie degli anni '80, con calzoncini azzurri (o bianchi, a seconda del colore dei calzoncini degli avversari) e calzettoni rossi; la terza divisa, infine, è completamente blu scuro. In queste tre maglie le rifiniture vanno dal collo fino alla manica: nella prima divisa sono bianche, sulla seconda azzurre e color oro sulla terza.

Con l'avvento in Italia, nel 1995, della regola dei numeri "fissi" e cognome sulla maglia di ogni calciatore, il Napoli, seppur solo nell'estate 2000, ha ritirato la maglia numero 10 appartenuta a Diego Armando Maradona dal 1984 al 1991, come tributo alla sua classe e al grandissimo contributo offerto in sette stagioni con la casacca partenopea. Nell'ordine gli ultimi ad indossare la maglia azzurra con quel numero, con l'avvento della numerazione fissa sono stati: Fausto Pizzi (nel 95/96), Beto (nel 96/97), Igor Protti (nel 97/98, ultimo calciatore ad indossare e siglare un gol con la numero 10 in Serie A), e Claudio Bellucci (98/99 e 99/2000, ma in Serie B). Tuttavia, per motivi regolamentari, il numero è stato ristampato sulle maglie azzurre dal 2004 al 2006 in Serie C1, torneo dov'è adottata ancora la vecchia numerazione dall'1 all'11. L'ultimo calciatore che ha indossato e siglato un gol con questa maglia in una gara ufficiale è stato Mariano Bogliacino nella gara casalinga del 18 maggio 2006 contro lo Spezia, valevole per la finale di ritorno della Supercoppa di C1. Primato che gli appartiene anche per l'ultima apparizione in campionato, il 12 maggio 2006 nella gara in casa del Lanciano. Per quel che concerne esclusivamente il campionato, invece, va al calciatore argentino Sosa il primato di essere stato l'ultimo ad indossare la maglia al "San Paolo" e contemporaneamente a segnare, in una gara contro il Frosinone. Il 4 gennaio 2009, durante un'amichevole con la Cavese, l'attaccante Ezequiel Lavezzi ha indossato il 10 dopo quasi 3 anni dal suo ritiro.

Il primo stemma del Napoli è rappresentato da un cavallo bianco, poggiato su un pallone da calcio, accerchiato dalle iniziali della denominazione di allora della società partenopea: "A.C.N.", che stanno per Associazione Calcio Napoli. Ma dopo un anno viene sostituito il cavallo con l'asino. Lo stemma varia di nuovo nel 1964, in concomitanza con la nuova denominazione di Società Sportiva Calcio Napoli: un cerchio bianco, con una N bianca (su sfondo azzurro) al suo interno. A parte una modifica per la stagione 1982/83 (quando lo stemma fu una "N" bianca unita ad un ciuccio stilizzato), nell'estate del 1985, all'interno del cerchio bianco fu posta la scritta in nero "Società Sportiva Calcio Napoli". Una parziale modifica avviene nell'estate del 2002, quando il cerchio diventa blu, e la scritta societaria diviene bianca. Infine, nel 2004, dopo il fallimento, lo stemma ufficiale resta quasi invariato rispetto a quello precedente, con la differenza che dal cerchio blu scompare la scritta societaria.

Oje vita, oje vita mia...

Il Napoli non ha un vero e proprio inno ufficiale, ma di solito in seguito ad una vittoria importante i sostenitori azzurri inneggiano le note de: 'O surdato 'nnammurato, una delle più celebri canzoni della musica napoletana. Tuttavia negli anni vi sono state numerose canzoni che possono essere considerate come un inno, la più famosa è certamente Napoli, Napoli di Nino D'Angelo. Ultimamente, tra i tifosi si sta diffondendo la canzone Lavezzi di Luca Sepe, dedicata all'omonimo attaccante, oppure Go West dei Pet Shop Boys alla fine di una partita casalinga di poca importanza.

Il Napoli disputa le sue partite casalinghe allo stadio "San Paolo" dal 1959; fu inaugurato con la partita Napoli-Juventus, terminata con la vittoria degli azzurri per 2-1. L'impianto, che inizialmente prevedeva una capienza di 85.012 posti a sedere, è arrivato ad ospitarne 76.824, momentaneamente ridotti a 60.240 a causa della chiusura del terzo anello.

Aggiornata al 6 febbraio 2009.

Il Settore giovanile si occupa di gestire tutte le squadre iscritte dalla SSC Napoli ai campionati giovanili della FIGC e ai vari tornei nazionali e internazionali. L'obiettivo di questo settore è quello di formare e valorizzare i giovani tesserati della SSC Napoli affinché possano essere lanciati nel mondo del calcio professionistico, costituendo anche un serbatoio di talenti dal quale la prima squadra possa attingere.

La cronica instabilità finanziaria del club ha fatto sì che non fossero mai sfruttate a pieno le potenzialità del vivaio napoletano: Antonio Juliano e Fabio Cannavaro hanno rappresentato le poche eccezioni a tale tendenza.

Negli anni '70/'80, in concomitanza con il miglior periodo della prima squadra, il settore giovanile riesce ad affermare singoli giocatori creando formazioni in grado di raggiungere ottimi piazzamenti nelle competizioni di categoria.

Nell' epoca post-Maradona il Napoli vive un momento di profonda crisi ed anche il settore giovanile viene trascurato; nonostante ciò, nei primissimi anni '90, le giovanili del Napoli portano alla Serie A giocatori di talento tra i quali spicca il (futuro) campione del mondo italiano e Pallone d'oro 2006 Fabio Cannavaro; il periodo di crisi aveva portato alla sua cessione per motivi economici, 10 anni prima del duplice riconoscimento.

Nonostante il trend negativo del sodalizio azzurro, il settore giovanile si è imposto nella Coppa Italia Primavera del 1997 ed ha conquistato lo Scudetto Allievi. In questi anni fu anche costruito, nel comune di Marianella, un centro sportivo che, nei piani dei dirigenti, avrebbe dovuto essere all'avanguardia a livello di formazione giovanile. La struttura - però - sarà consegnata al totale degrado fino alla sua chiusura.

Col fallimento della SSC Napoli nel 2004, il settore giovanile è totalmente smembrato. Ma quando la società viene rilevata da De Laurentiis, si decide di investire sui giovani per poter contare sempre più anche sull'apporto di talenti locali in erba ed risultati sono subito ottimi con un titolo Berretti di Serie C vinto al primo colpo. I primi anni del rinnovamento sono comunque molto difficili poiché la società concentra al massimo i propri investimenti nel progetto di ritorno in Serie A, nonostante ciò il lavoro del direttore Santoro e del suo staff portano al ritorno di alcuni azzurrini nel giro delle nazionali giovanili. Tra i giocatori lanciati in prima squadra figurano Luigi Vitale e Cosmo Palumbo: il primo è stato titolare nelle prima due partite d'Intertoto ed è regolarmente utilizzato in prima squadra, mentre il secondo è stato ceduto in prestito al Cesena, in Serie C.

I primi giocatori del Napoli a militare in nazionale furono Marcello Mihalich ed il Veltro Attila Sallustro il 1º dicembre 1929 contro il Portogallo. La partita terminò 6-1 e 3 gol furono segnati dai due azzurri (due da Mihalic ed uno da Sallustro).

Tuttavia i due azzurri non furono scelti per i mondiali 1934, ma fu scelto Giuseppe Cavanna, portierone azzurro, che si laureò addirittura campione del mondo come secondo del mitico Gianpiero Combi. Ai mondiali del 1938 il Napoli non ebbe alcun rappresentante.

La decadenza della nazionale degli anni '50 e '60 coincise con quella del Napoli e non è un caso che il ritorno al successo degli azzurri fu segnato dal ritorno in Nazionale di due grandi giocatori azzurri Antonio Juliano, che partecipò anche ai mondiali del 1966, e Dino Zoff, che portarono l'Italia alla vittoria del suo primo e per ora unico europeo nel 1968 e al secondo posto nei mondiali del 1970. Il Napoli ebbe tuttavia altri rappresentanti: lo stesso Juliano nel mondiale del 1974 e Mauro Bellugi nell' europeo del 1980.

Ma il periodo con più napoletani in nazionale coincise con quello del Napoli di Maradona; nel periodo compreso fra i mondiali del 1986, gli europei del 1988 e i mondiali del 1990 giocarono in nazionale Salvatore Bagni, Fernando De Napoli, Ciro Ferrara, Giovanni Francini, Francesco Romano, Andrea Carnevale convocati per le rose fase finali delle competizioni, mentre Luca Fusi e Massimo Crippa, vestirono la maglia della Nazionale in alcune amichevoli. Dopo quel periodo nessun giocatore del Napoli è stato più chiamato per la fase finale di un Europeo o un Mondiale, ma solo per gare di qualificazione alle stesse competizioni, oppure amichevoli (Ciro Ferrara, Gianfranco Zola, Fernando De Napoli ed ultimo Angelo Carbone nell'ottobre del 1992).

Per ben 15 anni nessun calciatore del Napoli fu convocato in nazionale. Spezzò il digiuno delle convocazioni, Paolo Cannavaro il 13 ottobre 2007, chiamato per l'amichevole contro il Sudafrica, senza però fare ingresso in campo. Un anno dopo la convocazione (e questa volta per gare di qualificazioni ai mondiali) fu per Fabiano Santacroce e Christian Maggio, ma anche loro non scesero nelle due gare in campo. Christian Maggio però, un mese dopo, nuovamente convocato, scendendo in campo nell'amichevole contro la Grecia, fece terminare cosi' il lungo periodo di ben 16 anni in cui nessun calciatore del Napoli aveva indossato in campo la maglia della Nazionale; digiuno che però continua ancora per quel che concerne le presenze in gare di competizioni ufficiali.

Il giocatore che ha militato nel Napoli ottenendo più presenze nella selezione azzurra è stato Fabio Cannavaro con 116 presenze, mentre quelli con più gol sono stati Gianfranco Zola (10 gol) e Gino Rossetti II (9 gol).

In 81 stagioni sportive a partire dalla fondazione della società nel 1926, compresi 4 tornei di Divisione Nazionale (A).

Nota: aggiornamento a metà della stagione 2008-09.

In questa sezione sono raccolte le partite più importanti e significative della storia del Napoli, cioè quelle che lo hanno portato alla vittoria di scudetti e della varie coppe conquistate.

Il Napoli è attualmente la quarta squadra italiana per numero di tifosi. Notevole è il seguito che da sempre la squadra ha in paesi esteri e principalmente in quelli dove è più forte il tasso di immigrati dall'Italia: i Napoli Club fuori dai confini nazionali si contano a centinaia anche nelle località più sperdute. È stato stimato che ci sono circa 7 milioni di tifosi azzurri in tutto il mondo.

La tifoseria napoletana è gemellata con quella del Genoa dal 16 maggio 1982, in seguito al pareggio per 2-2 tra le due squadre nell'ultima giornata di Serie A di quell'anno, che consentì al Genoa di salvarsi e condannò il Milan alla seconda retrocessione in Serie B della sua storia. Esiste, inoltre, un forte rapporto di amicizia con quella dell'Ancona e vi sono buoni rapporti anche con la tifoseria del Palermo, del Catania, del Messina e della Cavese. Il 18 settembre 2008 in occasione della sfida col Benfica di Coppa Uefa le due tifoserie, unite negli spalti, hanno dato vita ad un insolito gemellaggio.

La tifoseria partenopea conta un elevato numero di tifoserie rivali, ma limitandoci alle più importanti, ricorderemo le "storiche" rivalità con le cosiddette "grandi" del Nord (Juventus, Milan e Inter), quelle con le romane Roma e Lazio, quelle con le squadre lombardo-venete (Atalanta, Hellas Verona, Brescia e Vicenza su tutte) ed infine quella a livello regionale con la Salernitana e Avellino.

La tifoseria del Napoli è stata più volte colpita da provvedimenti restrittivi. Nella stagione 2007/2008 ai tifosi è stata vietata la trasferta per nove volte, e nel 2008/2009, a seguito di presunti incidenti presso la Stazione di Napoli Centrale, il divieto di trasferta è stato comminato per tutta la stagione.

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Parma Football Club

Claudio Ranieri

Il Parma Football Club è la principale società calcistica di Parma. Fondato nel 1913 come Verdi Football Club, dal 2008-2009 milita in Serie B, dopo 18 stagioni consecutive di militanza in Serie A.

Ha raggiunto l'apice del successo negli anni novanta, vincendo numerosi trofei e arrivando secondo nel campionato 1996-1997. Nel suo palmares figurano 3 Coppe Italia, una Supercoppa italiana e quattro titoli internazionali: 1 Coppa delle Coppe, 2 Coppe UEFA e una Supercoppa europea. Dopo Milan, Juventus e Inter, il Parma è il club italiano ad aver vinto di più a livello internazionale.

Il Parma nasce grazie ad uno dei più grandi maestri della musica: Giuseppe Verdi. È infatti grazie ad una celebrazione del grande compositore parmigiano che il 27 luglio 1913 nasce il Parma, con la denominazione "Verdi Football Club", trasformata il 16 dicembre successivo in Parma Associazione Calcio; la prima squadra parmigiana indossa una maglia bianca con una croce nera sul petto. Nel 1919/20 la prima stagione nel calcio di vertice: i ducali terminano l'annata con un secondo posto nel girone eliminatorio emiliano. Nel 1922 l'avvocato Ennio Tardini dà avvio al progetto per costruire lo stadio, inaugurato l'anno successivo e intitolato proprio all'avvocato, nel frattempo prematuramente scomparso. Il Parma nel frattempo partecipa ad una serie di campionati a carattere regionale, con squadre come Piacenza, Bologna, Reggiana, Spal, Mantova e Modena, e nel 1924/25 arriva la prima promozione: il Parma passa dalla Seconda alla Prima Divisione; nel 1929 viene promosso in Serie B.

Il Parma esoridsce in Serie B il 6 ottobre 1929: Parma-Biellese 2-0. La permanenza in serie B dura solo tre anni, poi la squadra è retrocessa in Prima Divisione. Nel 1935 viene ammesso alla Serie C appena costituita. Nel 1943 viene promosso in Serie B dopo lo spareggio promozione vinto 2-0 a Brescia contro il Verona, ma subito dopo viene retrocesso all'ultimo posto per corruzione di alcuni giocatori del Lecco l'ultima giornata. Nel 1949 perde 4-1 lo spareggio salvezza con lo Spezia e retrocede in Serie C. In questa categoria rimane 5 anni, fino a che nella stagione 1953/54, grazie anche alle 15 reti del bomber Korostelev, ottiene la promozione in Serie B, dove rimane negli 11 anni successivi. Due giocatori importanti di questi anni sono stati il goleador Erba, che nella stagione 1956/57 si è laureato capocannoniere della serie cadetta con 16 reti, e Ivo Cocconi, che in quegli anni colleziona 308 presenze con la maglia crociata. Nella stagione 1964/65 il Parma retrocede in Serie C in seguito a una stagione disastrosa nella quale ha totalizzato soltanto 23 punti.

Il Parma scende in quarta serie e nel 1968 il Tribunale di Parma lo mette in liquidazione. La Parmense, un’altra squadra locale, lo raggiunge in Serie D e lo ingloba in se: acquista alcuni suoi giocatori e il Parma Fc si ritira dalle competizioni. Nel 1970 la Parmense assume la denominazione Parma Ac e finisce il campionato al primo posto. Tre anni dopo, in seguito allo storico spareggio promozione vinto 2-0 a Vicenza contro l'Udinese, torna in Serie B. La prima stagione in cadetteria si apre con un ottimo 5° posto, ma l'anno dopo il Parma torna ancora in Serie C, dove rimane fino al 1978/79, quando la squadra, allenata da Cesare Maldini, vince l'ennesimo spareggio promozione, con un 3-1 ai danni della Triestina; la partita viene decisa nei tempi supplementari da una doppietta di un giovane dalle ottime speranze, Carlo Ancelotti, che in quella stessa estate viene ceduto alla Roma. L'anno dopo però il Parma retrocede ancora, dopo un campionato di bassissimo livello al termine del quale i crociati finiscono al penultimo posto della graduatoria davanti al solo Matera. Gli anni successivi vedono il Parma navigare in posizioni di centro classifica (13° nel 1980/81, 9° nel 1981/82, 6° nel 1982/83); proprio nella stagione 1982/83 arriva il giocatore che ancora oggi viene definito "l'idolo della Nord", Massimo Barbuti, chiamato così per il suo modo singolare di esultare correndo a più non posso verso la Curva Nord, dove storicamente siede il tifo organizzato capeggiato dai Boys Parma 1977 (di cui si parla più avanti); memorabile l'esultanza dopo il 2-2 segnato alla Carrarese alla quinta giornata del torneo 1982/83 quando Barbuti, aggrappatosi alla rete che separava il campo di atletica dalla curva, la fece cedere cadendo a terra e facendo a sua volta cadere alcuni tifosi crociati in maniera piuttosto esilarante. Nella stagione 1983/84 il Parma lotta tutto il campionato per la promozione in Serie B, che ottiene all'ultima giornata vincendo per 1-0 a Sanremo con un gol di un giovanissimo Stefano Pioli, passato poi alla Juventus. Capocannoniere della squadra è Barbuti con 18 marcature (16 delle quali nel solo girone di ritorno). La stagione successiva il Parma retrocede di nuovo chiudendo ancora al penultimo posto, nonostante i 10 centri di Barbuti che nell'estate del 1985 si trasferisce all'Ascoli.

Sarà con l'ingaggio di Arrigo Sacchi nel 1985 che la squadra avrà le sue prime soddisfazioni nel calcio che conta. La stagione 1985/86 è infatti l'ultima del Parma in Serie C1, campionato che vince dopo essere arrivato a pari punti con il Modena e non avendo mai visto seriamente a rischio la promozione in Serie B. La promozione arriva all'ultima giornata con la vittoria per 2-0 contro la Sanremese al Tardini; in quella partita si deve registrare il primo gol con la maglia del Parma di Sandro Melli, protagonista poi della promozione in A e dei primi grandi successi della società. L'anno successivo i gialloblù sfiorano la seconda promozione consecutiva arrivando a soli tre punti dal terzo posto che avrebbe significato la Serie A; la compagine di Sacchi comunque si toglie la soddisfazione di eliminare il Milan dalla Coppa Italia, risultato che convincerà il presidente rossonero Berlusconi ad affidare allo stesso Sacchi la guida tecnica del club meneghino. Nel 1987/88 sulla panchina ducale arriva il giovane Zdenek Zeman che con la squadra si rende protagonista di uno straordinario pre-campionato in cui viene battuto in amichevole al Tardini il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez. Tuttavia la partenza in campionato è disastrosa con il tecnico boemo che viene esonerato e sostituito dal più esperto Giampietro Vitali, il quale riesce a conquistare una salvezza tranquilla (10° posto alla pari dell'Udinese). La stagione successiva è sostanzialmente la fotocopia di quella precedente con il club, allenato ancora da Vitali, che si piazza ancora al 10° posto. La svolta per i gialloblù avviene nell'estate del 1989, quando ad allenare la squadra viene chiamato Nevio Scala che con la neopromossa Reggina, dopo un eccellente campionato, ha sfiorato la serie A poi persa allo spareggio con la Cremonese. Il Parma parte benissimo e si piazza sin da subito nelle parti alte della classifica; sul finire del girone d'andata i ducali battono nel derby la Reggiana in trasferta e si issano al primo posto. Due avvenimenti però scuotono l'ambiente: la sconfitta a tavolino contro la Reggina per un piccolo incidente occorso al reggino Cascione dopo il lancio di un accendino dagli spalti del Tardini (sebbene poi ulteriori esami abbiano rivelato che le microfratture al naso occorse al giocatore amaranto erano precendenti al lancio incriminato) e, due settimane dopo, il 4 febbraio, la morte improvvisa del patron Ernesto Ceresini che era stato ricoverato per il peggioramento delle sue condizioni di salute. Il Parma accusa il colpo e crolla finendo all'ottavo posto, a quattro lunghezze dal quarto, l'ultimo utile per la promozione; alla presidenza della squadra arriva per pochi mesi Fulvio Ceresini, figlio di Ernesto. La squadra però si ritrova e si risolleva arrivando a due giornate dalla fine al quarto posto con quattro punti di vantaggio sull'Ancona quinto. È il 27 maggio 1990, e il calendario offre la partita più sentita a Parma, ovvero il derby con la Reggiana, ma con un 2-0 firmato da Marco Osio nel primo tempo e da Sandro Melli nel secondo, il Parma ottiene la sua prima storica promozione in Serie A, rendendo vano il contemporaneo successo dell'Ancona sulla Reggina. In città si scatena la festa per un traguardo impensabile solo poche stagioni prima, e il 27 maggio diventa una data storica per i tifosi del Parma, che vedono così realizzarsi un sogno.

Dopo la promozione in serie A si verifica un'importante operazione che vede la Parmalat dell'industriale Calisto Tanzi, già azionista di minoranza e sponsor della società, acquistare dai tre figli di Ceresini il pacchetto di maggioranza del club; soltanto Fulvio Ceresini, il presidente della promozione, mantiene una piccola quota. Alla presidenza della squadra viene chiamato Giorgio Pedraneschi.

La prima stagione dei gialloblù nella massima serie si apre con l'arrivo di giocatori importanti come il portiere del Brasile Claudio Taffarel, Stefano Cuoghi, Georges Grun e Tomas Brolin. Il Parma esordisce in serie A il 9 settembre 1990: Parma-Juventus 1-2, il primo gol in A dei gialloblù è firmato da Melli. Questa sarà una delle uniche due sconfitte casalinghe della stagione per la squadra emiliana, che ottiene la prima vittoria nel calcio che conta 15 giorni dopo, in un Parma-Napoli 1-0 (rete di Marco Osio). Il girone d'andata si chiude con un sorprendente terzo posto a due punti dall' Inter e, nonostante il deludente girone di ritorno, ottiene un sesto posto finale, davanti a grandi squadre come il Napoli di Maradona e la Juventus di Roberto Baggio, che gli permetterà l'anno seguente di esordire in Europa.

La stagione 1991-92 parte con buone premesse: la conferma della squadra che aveva stupito l'anno precedente con l'aggiunta dei terzini Antonio Benarrivo e Alberto Di Chiara. Ma il tanto atteso esordio in Europa non è felice: infatti il Parma esce al primo turno di Coppa UEFA contro il CSKA Sofia. La stagione si chiuderà però molto positivamente: in campionato arriva un settimo posto, ma soprattutto arriva il primo vero trofeo: il 14 maggio 1992 batte in finale la Juventus per 2-0, con reti di Melli e Osio, dopo aver perso all'andata per 1-0, e conquista la sua prima Coppa Italia.

La stagione 1992-93 si apre con l'arrivo di un giocatore che diventerà un idolo della tifoseria parmigiana: viene infatti acquistato per poche lire dal Nacionàl Medellìn l'attaccante colombiano Faustino Asprilla. Anche quest'anno si apre male, a causa della sconfitta in Supercoppa italiana contro il Milan, ma finisce in maniera eccezionale: in Serie A arriva un ottimo terzo posto dietro alle due milanesi, sugellato da una memorabile vittoria a San Siro (1-0, rete di Asprilla) ai danni di un Milan che in campionato non perdeva da 58 partite. Ma il motivo principale per cui questa stagione sarà sempre ricordata in Emilia è la conquista del primo trofeo europeo: la Coppa delle Coppe, che arriva grazie ad una fantastica cavalcata culminata con la vittoria in finale per 3-1 contro l'Anversa a Wembley (reti di Minotti, Melli e Cuoghi).

Nell' estate del 1993 il Parma si permette altri due ottimi acquisti: il promettente fantasista Gianfranco Zola e il grintoso mediano Massimo Crippa; a questi arrivi si aggiunge quello, in novembre, del difensore Nestor Sensini, chiamato a rimpiazzare l'infortunato Georges Grun. Al contrario delle due precedenti, questa stagione inizia con un grande successo: il Parma vince in febbraio la sua prima Supercoppa europea, allora organizzata sulla formula dell'andata e ritorno, battendo a San Siro il Milan 2-0, con gol vittoria nei tempi supplementari di Massimo Crippa, dopo aver perso all'andata 1-0 in casa; in campionato arriva un quinto posto, a nove punti dal Milan campione d'Italia, con gli emiliani che nel girone d'andata stupiscono dimostrandosi i più pericolosi rivali dei rossoneri. Nel girone di ritorno il Parma crolla, complici soprattutto i passi falsi con le piccole, e abbandona la possibilità di vincere lo scudetto riuscendo comunque ad assicurandosi la qualificazione alla Coppa UEFA l'anno successivo. In Coppa delle Coppe il Parma raggiunge la finale, dopo aver eliminato squadroni sulla carta più forti come Benfica e Ajax, ma gli inglesi dell'Arsenal vincono per 1-0, e i gialloblù perdono la possibilità di vincere la competizione per il secondo anno consecutivo (impresa mai riuscita ad alcun club).

Nel 1994-95 arrivano Fernando Couto e Dino Baggio. La stagione è caratterizzata da una sfida con la Juventus su tre fronti: in campionato il testa a testa è vinto dalla Juventus, i gialloblù vanno subito in testa alla classifica ma devono arrendersi quasi subito davanti allo strapotere dei bianconeri che nello scontro diretto a Torino vincono per ben 4-0, lasciando il Parma al secondo posto staccato di dieci punti; anche in Coppa Italia il Parma viene sconfitto in finale dal club torinese, ma in Coppa UEFA i crociati trionfano nella doppia finale contro la Juventus (1-0 al Tardini, rete dell'ex Dino Baggio, e 1-1 al ritorno giocato al "Giuseppe Meazza" di Milano per una squalifica al Delle Alpi, ancora Dino Baggio risponde a Vialli). Arriva pertanto nella bacheca emiliana la prima Coppa UEFA.

La stagione 1995-96 si apre con un grande acquisto per puntare in alto: il pallone d'oro Hristo Stoichkov, oltre alla giovane promessa Filippo Inzaghi e al rammarico di aver perso la trattativa con Luís Figo (che aveva già firmato un contratto di due anni) per motivi legali. Le grandi aspettative sono però disattese: Stoichkov delude, il Parma arriva soltanto sesto in campionato nonostante la buona partenza che lo porta a chiudere il girone d'andata con soli tre punti di svantaggio dal Milan, cede un'altra volta nel momento decisivo della stagione, anche in Coppa delle Coppe delude i tifosi venendo eliminato ai quarti dal PSG, che poi vincerà il trofeo. Al termine della prima stagione senza successi, si chiude il ciclo dell'allenatore che ha fatto grande il Parma Nevio Scala, e alla presidenza della società Pedraneschi è sostituito da Stefano Tanzi, figlio di Calisto.

Concluso il ciclo Scala la panchina è affidata al giovane Carlo Ancelotti, che in passato aveva giocato con la maglia crociata; in Emilia Tanzi porta il giovane Hernan Crespo, che si era fatto notare alle olimpiadi di Atlanta (capocannoniere del torneo), il grande bomber Enrico Chiesa e il terzino brasiliano Zé Maria. Vengono ceduti Stoichkov, Couto, Inzaghi e Di Chiara. In Serie A i ducali si rendono protagonisti del loro miglior campionato: la partenza è stentata e la squadra di Ancelotti arriva alla diciassettesima giornata a sei punti dalla Juventus capolista. In seguito ad una strepitosa rimonta nel finale, passa da quarta a seconda proponendosi come unica rivale per i bianconeri che alla fine riescono a vincere per soli due punti, ma società e tifosi recrimineranno sempre per quell'1-1 nello scontro diretto a Torino che la Juventus ottiene grazie ad un rigore inesistente e che costa di fatto lo scudetto al Parma che comunque era indietro di 6 punti a 3 giornate dal termine il giorno dello scontro diretto. Comunque, questo secondo posto garantirà la prima partecipazione alla Champions League. Le uniche due delusioni della stagione sono l'eliminazione dalla Coppa UEFA al primo turno contro il Vitoria Guimaraes, e il trasferimento di Gianfranco Zola al Chelsea, a seguito di una sua richiesta dopo una stagione dove Carlo Ancelotti l'ha impiegato con il contagocce.

La stagione successiva è invece deludente: il Parma, all'esordio in Champions League, supera il turno preliminare contro i polacchi del Widzew Łódź ma non il girone all'italiana, dove incontra i Campioni d'Europa del Borussia Dortmund di Nevio Scala, il Galatasaray e lo Sparta Praga: nella partita contro i cechi, sostanzialmente decisiva, la squadra emiliana non va oltre il 2-2 casalingo. In campionato c'è l'obbligo di riscattarsi dalla delusione della stagione precedente ma i gialloblù si tengono in corsa per la vittoria solo per poche settimane, arriva quindi soltanto un sesto posto, che porta all'esonero di Ancelotti. Una nota positiva della stagione è l'ormai definitiva rivelazione di tre giovani che nel giro di pochi anni si affermeranno come fuoriclasse: i due difensori Lilian Thuram e Fabio Cannavaro ed il portiere Gianluigi Buffon.

Nel 1998 sulla panchina emiliana arriva il promettente Alberto Malesani. La squadra è fortissima, probabilmente la migliore della storia ducale: sono arrivati giocatori importanti, come il talentuoso fantasista argentino Juan Sebastian Veron, e la piazza vuole lo scudetto. A fine anno il Parma non manterrà totalmente le attese in campionato, classificandosi quarto, ma la stagione rimarrà comunque la migliore dei gialloblù, che vincono la Coppa UEFA battendo l'Olympique Marsiglia per 3-0 (reti di Crespo, Chiesa e Vanoli) e la Coppa Italia superando la Fiorentina dopo un 1-1 interno (gol di Crespo) ed un 2-2 a Firenze (ancora di Crespo e Vanoli le marcature).

La stagione 1999-00 si apre con una grande vittoria in Supercoppa di Lega, 2-1 contro il Milan a San Siro, grazie ad una rete allo scadere di Alain Boghossian; la gioia è però affievolita sia dalla cessione di Veron, rimpiazzato dal connazionale Ariel Ortega che si rivelerà deludente, sia dal secondo fallimento in Champions: eliminazione ai preliminari contro i Glasgow Rangers (0-2 in Scozia, 1-0 a Parma); la stagione termina con un quarto posto al pari dell'Inter, che però s'impone per 3-1 nello spareggio di Verona che garantiva il posto nella Champions League dell'anno seguente.

Nel 2000-01 in casa ducale c'è una rivoluzione sul piano del mercato: viene ceduto Crespo per oltre 100 miliardi di lire (l'argentino rimarrà sempre nei cuori della tifoseria parmigiana), e arrivano i vari Almeyda, Conceicao e Milosevic. La stagione è caratterizzata da un'alternanza di allenatori: Malesani viene esonerato a dicembre in seguito ai risultati negativi ottenuti in campionato, e viene sostituito dal maestro Arrigo Sacchi, che però dopo pochi giorni si dimette a causa dello stress; Tanzi affida quindi la panchina a Renzo Ulivieri che, grazie ad uno strepitoso girone di ritorno, riesce ad ottenere un quarto posto che offre al Parma una terza occasione per fare bene in Champions League; inoltre raggiunge la finale di Coppa Italia, dove incontra la Fiorentina come nel 1999, ma stavolta il trofeo va in Toscana.

L'anno seguente parte malissimo: i crociati escono al primo turno di Champions contro il Lille, dopo aver ceduto Buffon e Thuram; Ulivieri viene esonerato ad ottobre; al suo posto arriva Daniel Passarella, che viene cacciato a dicembre senza esser riuscito a conquistare nemmeno un punto. Allora la squadra è affidata a Pietro Carmignani, ex giocatore e da sempre legato al settore giovanile gialloblù. Carmignani toglie la squadra dalla zona calda e riesce nell'impresa di conquistare la terza Coppa Italia, superando la Juventus grazie alle reti del neo-acquisto Hidetoshi Nakata a Torino (sconfitta 1-2) e del brasiliano Junior a Parma (vittoria 1-0). Questo è tutt'oggi l'ultimo trofeo arrivato in casa emiliana.

La stagione si apre con la cessione di pezzi pregiati come Fabio Cannavaro e Marco Di Vaio, acquistati dall'Inter e dalla Juventus, la quale ad inizio stagione strappa la Supercoppa dl Lega proprio ai gialloblù (2-1 a Tripoli). Sulla panchina arriva Cesare Prandelli, supervisionato da Arrigo Sacchi, ed è l'inizio del progetto valorizzazione-giovani. La coppia d'attacco del Parma è infatti formata da Adriano e Mutu, entrambi giovanissimi: i due però stupiscono, diventando la coppia d'attacco più prolifica del campionato (18 reti Mutu, 15 Adriano), e portando il Parma ad un insperato quinto posto. Nelle coppe invece gli emiliani falliscono: eliminati in Coppa UEFA dal Wisla Cracovia ed in Coppa Italia dal Vicenza.

Alla fine del 2003 avviene il fatto più traumatico della storia del Parma: la Parmalat s.p.a., società proprietaria del Parma dal 1990 e sponsor dal 1987, viene travolta da un colossale crack finanziario, e il Parma per poco non scompare. La società assume la denominazione di Parma Football Club il 25 giugno 2004. A causa dei problemi economici il Parma è costretto a vendere: in estate partono Adrian Mutu, destinazione Chelsea di Abramovich e Sabri Lamouchi, mentre a gennaio torna all'Inter Adriano e inoltre vede sfumare la possibilità di portare il giovane Cristiano Ronaldo a Parma e fa perdere al Parma l'indispensabile appoggio di giocatori ceduti a condizioni favorevoli dall'Hellas Verona (negli anni arrivarono i vari Adrian Mutu, Alberto Gilardino, Paolo Vanoli, Aimo Diana per fare solo qualche nome). La partenza dei due giovani talenti (Mutu e Adriano) fa emergere un'altra promessa del calcio italiano: Alberto Gilardino (23 goal con 34 presenze in campionato), nuovo leader della squadra, supportato dalla fantasia di Domenico Morfeo e dalla velocità degli esterni Marco Marchionni e Mark Bresciano. Prandelli guida la squadra dei giovani ad un ottimo quinto posto, a un punto dall'Inter quarta.

La stagione 2004-05 al contrario parte malissimo; dopo le cessioni estive di Barone, Blasi e Donadel il Parma rischia la retrocessione, il nuovo tecnico Silvio Baldini viene esonerato e la squadra è di nuovo affidata al traghettatore Pietro Carmignani; mentre in Coppa UEFA la "seconda squadra" brilla e, dopo anche alcune goleade (ad esempio un 4-0 e un 5-0 sul Salisburgo che aveva eliminato l'Udinese) arriva in semifinale, eliminata dal CSKA Mosca che poi vincerà la coppa, in campionato neanche il pareggio all'ultima giornata 3-3 contro il Lecce basta ad ottenere la salvezza, che si giocherà nel doppio spareggio tutto emiliano contro il Bologna. All'andata, il 14 giugno, anche a causa dei numerosi giocatori squalificati viste le ammonizioni comminate dall'arbitro Massimo De Santis (che due anni più tardi nell'ambito del caso Calciopoli sarà condannato anche per questo incontro) il Parma perde in casa per 1-0, con un gol di Tare. La salvezza sembra impresa impossibile, ma nel ritorno (18 giugno) a Bologna il Parma espugna clamorosamente il Dall'Ara: 2-0, reti di Cardone e Gilardino, il Parma è salvo.

Da questo momento inizia per il Parma FC un periodo buio: le trattative per la cessione della società, prima a Gaetano Valenza, imprenditore di origini partenopee, poi a Lorenzo Sanz, ex presidente del Real Madrid, non si concludono ma si trascinano per mesi e mesi, influendo negativamente sull'ambiente e sui risultati della squadra. Nel frattempo la società continua ad essere guidata da uomini di fiducia del commissario straordinario Enrico Bondi, in attesa della definitiva vendita. Nella stagione 2005-06, dopo la cessione in estate di Alberto Gilardino al Milan per 24 milioni di euro. Grazie a queste cessioni, la società riesce a mettere a segno degli interessanti colpi di mercato: tra i pali a sostituire Frey arriva Lupatelli, a rinforzare la difesa arrivano Pasquale e il ritorno di Couto, a centrocampo oltre ad alcune riconferme arrivano Cigarini dalla Sanbenedettese e Dessena dalle giovanili, è però in attacco che arrivano i maggiori colpi: oltre a Delvecchio arriva in prestito l'ex goleador della Lazio, Bernardo Corradi che puntò sul Parma per rilanciarsi dopo una travagliata stagione al Valencia. I ducali faticano molto, ma si risollevano grazie ad un esaltante girone di ritorno: la squadra guidata da Mario Beretta conquista la salvezza con quattro giornate di anticipo, togliendosi anche lo sfizio di battere l'Inter (1-0, rete di Simplicio) e di pareggiare a Torino 1-1 contro la Juventus di Capello, partita alla quale fanno seguito molte polemiche per l'arbitraggio palesemente a favore della squadra avversaria.La salvezza viene raggiunta dagli uomini di Beretta grazie ad un affiatamento ed ad un'intesa del gruppo fuori dal comune.Infatti Beretta riesce a creare nello spogliatoio un clima di gioia. La stagione si chiude con il raggiungimento del decimo posto, risultato insperato a metà torneo, che diventa addirittura il settimo a seguito delle sentenze su Calciopoli; il Parma viene così ammesso alla Coppa UEFA 2006/2007. Il Parma così torna di nuovo in Europa dopo una stagione di assenza. Sempre a causa delle scarsissime risorse economiche, in estate vengono ceduti calciatori di notevole importanza per la squadra, come Mark Bresciano, Fábio Simplicio, Marco Marchionni, Daniele Bonera e Paolo Cannavaro. La squadra, quindi, inizia la stagione 2006/2007 con una rosa ridimensionata e con l'obiettivo della salvezza, in attesa dell'arrivo di un presidente con portafoglio che possa investire liquidi e rilanciare così la società.

Con la guida del nuovo allenatore Stefano Pioli il campionato si apre con scarsi risultati: dopo il pareggio esterno con il Torino alla prima giornata, arrivano 5 sconfitte consecutive; la prima vittoria in campionato arriva alla settima giornata, con un 1-0 all'Ascoli. Al contrario la squadra disputa grandi partite in Coppa UEFA ed in Coppa Italia: in campo europeo, dopo la qualificazione al girone grazie alla doppia vittoria per 1-0 nel primo turno contro il Rubin Kazan, ottiene tre vittorie consecutive per 2-1, contro Odense, Heerenveen e Lens, che gli permettono di qualificarsi ai sedicesimi di finale con un turno d'anticipo. In Coppa Italia riesce ad eliminare negli ottavi di finale il Napoli, ribaltando la sconfitta per 1-0 al San Paolo con un 3-1 casalingo. Il girone di andata però si chiude al penultimo posto, con due sole vittorie, contro Ascoli e Atalanta.

Il 2 gennaio 2007 il consigliere del Parma, l'avvocato Roberto Cappelli, annuncia che la prestigiosa società crociata sarà venduta attraverso un'asta pubblica (con base di 4 milioni di euro) della durata di tre settimane, con inizio il 3 gennaio. L'imprenditore bresciano Tommaso Ghirardi rileva la società il 25 gennaio 2007 in compartecipazione con Angelo Medeghini e Banca Monte Parma, e ne assume la carica di presidente, pagando 24 milioni circa.

Nel mercato invernale il Parma si rinforza con ritorno in prestito del giovane talento Giuseppe Rossi, cresciuto nelle giovanili ed emigrato poi verso il Manchester United all'età di soli 17 anni, che già all'esordio firma la vittoria dei ducali contro il Torino, e con l'acquisto del centrocampista Francesco Parravicini dal Palermo. Agli inizi di febbraio, tuttavia, Stefano Pioli, dopo due sconfitte consecutive contro Milan e Roma e l'eliminazione dalla Coppa Italia sempre ad opera di quest'ultima, viene esonerato dalla nuova presidenza, a cui preferisce il tecnico Claudio Ranieri, ex-allenatore di quel Chelsea da poco acquistato da Roman Abramovich. La sua gestione si apre con due sconfitte (entrambe per 1-0): la prima in Coppa UEFA nella trasferta portoghese contro il Braga, la seconda in campionato nella gara casalinga contro la Sampdoria. Nelle cinque partite successive di campionato, però, nonostante l'eliminazione in Europa sempre per un altro 1-0 subito dai portoghesi, il lavoro di Ranieri si fa sentire e cominciano ad arrivare i risultati: quattro pareggi di fila contro Udinese, Ascoli, Reggina e Atalanta, e la prima vittoria della gestione del tecnico romano, 1-0 contro il Siena del grande ex Mario Beretta (rete di Gasbarroni).

A seguito dell'appello di Gene Gnocchi, comico parmigiano grande tifoso del Parma, per poter giocare 5 minuti in Serie A, il Parma lo ha messo sotto contratto il 23 marzo 2007 al minimo sindacale di 1500 euro al mese (per i due mesi di aprile e maggio, nei quali è stato parte integrante della squadra). Gnocchi ha scelto il numero 52, corrispondente alla sua età: il comico avrebbe coronato così il sogno di giocare in Serie A, per di più con la propria squadra del cuore (mentre il Parma avrebbe potuto sfruttare il ritorno di immagine dell'iniziativa) ma, essendo il Parma stato a rischio di retrocessione fino all'ultima giornata, Gnocchi non è mai stato nemmeno convocato, vedendosi così sfumare la possibilità di realizzare il suo grande sogno.

In campionato intanto la squadra continua a raggiungere buoni risultati e, a parte una prevedibile sconfitta contro l'Inter, colleziona sei vittorie e solo un'altra sconfitta (contro il Chievo). Dopo il pareggio a reti inviolate a Roma con la Lazio, il Parma guadagna la salvezza nell'ultima giornata di campionato imponendosi per 3-1 sull'Empoli di fronte al proprio pubblico al Tardini, conquistando così il diritto di partecipare alla massima divisione nazionale per il diciottesimo anno consecutivo. La stagione si chiude con l'addio ufficiale di Claudio Ranieri che si accasa sulla panchina della Juventus.

La stagione 2007/08 si apre con l'arrivo sulla panchina emiliana di Domenico Di Carlo dal Mantova e con tre conferme importanti: Gasbarroni e Parravicini vengono infatti riscattati a titolo definitivo, mentre viene riscattata dal Palermo la metà di Budan. L'obiettivo dichiarato da parte della società è una salvezza tranquilla, senza le sofferenze delle stagioni precedenti e in particolare dell'ultima: pertanto la rosa viene innestata con gli arrivi dei portieri Pavarini e Petr, del difensore Falcone, dei centrocampisti Morrone, Damiano Zenoni e Mariga, e degli attaccanti Reginaldo, Matteini e Corradi, quest'ultimo giunto proprio l'ultimo giorno di mercato dal Manchester City. Tra le cessioni bisogna registrare le partenze di Ferronetti, Bolaño, Grella e Giuseppe Rossi, tornato al Manchester United dopo il prestito e ceduto dalla società inglese al Villarreal, nonostante i tentativi del presidente Tommaso Ghirardi di acquistare il talentino italo-americano a titolo definitivo.

L'avvio di stagione è deludente: il Parma viene subito eliminato dalla coppa Italia per mano della Juventus e in campionato, dovendo anche rinunciare all'attaccante croato Budan che si infortuna in allenamento a fine agosto e rientrerà solo a fine gennaio, un avvio con due sole vittorie mette a serio rischio la panchina di mister Di Carlo. Il Parma guadagna tre punti preziosi in casa con il Livorno e "salva" il suo allenatore, ma poi continua con un andamento altanenante. Tuttavia, due vittorie in casa ottenute contro Empoli e Reggina, con in mezzo la sconfitta di Napoli, consentono al Parma di chiudere l'anno in una zona tranquilla della classifica.

Alla ripartenza del campionato il Parma incassa due sconfitte contro la Fiorentina al Tardini e l'Inter a San Siro, quest'ultima fortemente condizionata dagli errori arbitrali di Gervasoni ai danni dei ducali. Intanto, la società mette a segno un bel colpo di mercato e si assicura l'ex bomber del Livorno Cristiano Lucarelli. La squadra però fatica e cominciano le prime contestazioni al mister, a cui però la società ribadisce la sua fiducia. I risultati però non migliorano e dopo una sconfitta interna con la Sampdoria Di Carlo viene sollevato dall'incarico: al suo posto l'ex interista Hector Cuper. La prima partita della nuova gestione porta al Parma un buon pareggio a Livorno contro gli amaranto, e tre giorni dopo una sofferta ma meritata vittoria casalinga col Palermo, giunta nonostante buona parte di gara giocata in inferiorità numerica. Tuttavia, cronici cali di tensione e un forte nervosismo - che comporterà numerose espulsioni - continuano ad affliggere la squadra, che subisce altre rimonte e sprofonda al terzultimo posto in classifica, riuscendo a vincere solo con il Genoa in casa quando mancano appena due giornate alla fine. Nella penultima giornata il Parma viene duramente sconfitto a Firenze, e Cuper viene sostituito dal tecnico della Primavera Andrea Manzo. Il 18 maggio 2008, all'ultima giornata, il Parma perde per 2-0 al Tardini contro l'Inter (che si laurea così campione d'Italia) e per la prima volta nella sua storia retrocede in Serie B, 18 anni dopo la storica promozione.

Dopo tante stagioni in Serie A, il Parma si trova a dover ripartire dalla serie cadetta dopo un'assenza di ben 19 anni. L'obiettivo dichiarato è l'immediata risalita nella massima serie, cercando se possibile di emulare il Chievo della stagione precedente (retrocesso e poi subito promosso). Per riuscirvi viene presto ingaggiato un allenatore esperto e affidabile come Gigi Cagni, e vengono ceduti i giocatori con più mercato (Gasbarroni al Genoa, Budan al Palermo, Cigarini all'Atalanta e Dessena alla Sampdoria ambedue in comproprietà); in entrata, tornano Kutuzov dal Pisa e Matteini dal Vicenza, mentre arriva un nutrito numero di giocatori dal Genoa (León, A. Lucarelli e Pegolo), assieme a Budel dall'Empoli, e per finire giovani di belle speranze come Paloschi dal Milan ed il danese Troest dal Midtjylland. All'inizio del campionato, tuttavia, la squadra mostra gravi limiti difensivi e - in trasferta - caratteriali, ottenendo cinque punti in altrettante partite e scatenando la rabbia dei tifosi, i quali nel dopopartita di Parma-Frosinone hanno un duro confronto con il capitano Cristiano Lucarelli e l'allenatore Gigi Cagni. La giornata successiva vede il primo colpo di scena in casa crociata: dopo uno scialbo pareggio a Brescia la società decide di esonerare il tecnico Cagni e ingaggia l'esperto Francesco Guidolin, chiamato a risollevare una classifica deficitaria. Nonostante il nuovo mister esordisca con due pareggi non troppo brillanti, la squadra sembra risollevarsi e nella seconda metà di ottobre infila una serie di tre vittorie consecutive, prima di un nuovo pareggio sul campo del Piacenza. I crociati ottengono così una lunga serie di risultati utili consecutivi (ben 13, di cui 11 sotto la gestione Guidolin) che li portano nelle primissime posizioni in classifica, prima di arrendersi in trasferta al Pisa a metà dicembre; l'anno solare 2008 si chiude con la sofferta vittoria casalinga contro il Cittadella. Nel mercato invernale la rosa viene equilibrata con gli innesti di Vantaggiato e Lunardini presi dal Rimini, D'Agostino e Manzoni dall'Atalanta e di Ginestra dalla Ternana e le cessioni di Kutuzov al Bari, Matteini, Paponi al Rimini e Parravicini all'Atalanta.Il Parma ha ottenuto altre 3 consecutive rispettivamente contro Grosseto per 4-0 , Frosinone 1-2 e contro il Brescia 1-0 e ha pareggiato 2-2 in casa del Modena.In questo periodo il Parma rimane stabilmente nelle zone alte ed è secondo a pari merito col Sassuolo e a -2 dalla coppia di testa formata da Livorno e Bari.

I giornalisti hanno più volte ricordato che nessuna squadra italiana oltre al Parma è stata presente tutti gli anni in Europa nella fascia temporale 1991-2005. Va aggiunto che in tutta Europa solo il Borussia Mönchengladbach degli anni '70 può tenere il passo col Parma come squadra di un centro inferiore ai 200.000 abitanti, plurivincitrice di coppe europee. È l'unica squadra italiana, insieme al Milan, che ha vinto più trofei internazionali che scudetti.

Il giocatore del Parma che ha totalizzato più presenze in Serie A è Antonio Benarrivo: il terzino crociato infatti ha giocato tra il 1991 e il 2004 258 partite nel campionato maggiore. Il giocatore che ha realizzato più reti in campionato è invece Hernan Crespo, che tra il 1996 e il 2000 ha segnato 62 gol.

In 85 stagioni sportive disputate dall'esordio a livello nazionale nella Lega Nord il 12 novembre 1922, compresi 1 torneo di Prima Divisione (A) e 7 tornei di Seconda Divisione e Alta Italia (B). In precedenza il Parma afferiva al Comitato Regionale Emiliano in cui militò per tre anni.

La tifoseria del Parma è composta da varie associazioni di tifosi: Centro di Coordinamento dei Parma Clubs (che riunisce la maggior parte dei clubs)e l'Associazione Petitot. Il gruppo ultras locale è denominato Boys Parma 1977, fondati nel 1977 e sempre al seguito della squadra, in casa e in trasferta, in Italia e in Europa.

Allo Stadio "Ennio Tardini" di Parma gli ultras e i sostenitori più caldi del tifo gialloblù occupano la curva Nord che dal 4 maggio 2008 è intitolata a Matteo Bagnaresi.

I Boys Parma 1977 sono attualmente gemellati con gli Ultras Tito Cucchiaroni (Sampdoria), con i Rangers e i Desperados (Empoli) e i Devils Bordeaux (Bordeaux).

In passato ci sono state amicizie con gli ultras del Barletta, del Cesena, dell'Hellas Verona (Brigate e Inferno) e dello Spezia, nonché buoni rapporti poi sfociati in accese rivalità con il Modena ed il Piacenza.

Storico il campanilismo con i cugini della Reggiana e del Bologna, mentre, con il passare degli anni, si è sviluppata un'aspra rivalità soprattutto con la Juventus e con altre tifoserie di squadre importanti come Roma, Fiorentina e Genoa.

Nonostante la differenza di categorie è rimasta una forte rivalità con le tifoserie di Reggiana, Carrarese, Cremonese.

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Juventus Football Club

Claudio Ranieri guida dal 2007 la Juventus

La Juventus Football Club S.p.A. (dal lat. iuventus, gioventù), nota anche come Juventus o, più semplicemente, Juve, è una società calcistica italiana per azioni con sede a Torino. Fondata nel 1897 come Sport Club Juventus da giovani studenti liceali torinesi, ha sempre militato nella massima categoria del campionato italiano di calcio (dal 1929 denominata Serie A) sin dalla sua fondazione, eccezion fatta per la stagione 2006-07. La Juventus è uno dei due club che rappresentano nel calcio ad alto livello il capoluogo piemontese, l’altro essendo il Torino, fondato nel 1906 da soci dissidenti della formazione bianconera.

Le origini della Juventus non sono ben documentate, in ragione del fatto che al termine del XIX secolo lo sport in Italia non era talmente diffuso da giustificarne l’interesse da parte della stampa. L’unico scritto con caratteristiche di “ufficialità” attestante con sufficiente certezza la nascita della Juventus fu redatto da uno dei suoi fondatori, Enrico Canfari, e pubblicato sulla rivista istituzionale del club sul finire del 1915.

Terzo club calcistico italiano per anzianità tra quelli tuttora attivi - dopo Genoa (1893) e Udinese (1896) - la Juventus, vincitrice del suo primo campionato nel 1905, vanta 27 titoli di campione d’Italia (record nazionale), 9 Coppe Italia (anch’esso record nazionale, condiviso con la Roma) e 4 Supercoppe d’Italia, per un totale di 40 vittorie in competizioni nazionali, cui vanno sommate 11 vittorie in tornei internazionali, tra le quali due titoli di campione d’Europa (1985 e 1996) e due di campione del mondo per club (idem), che ne fanno complessivamente il club italiano con il maggior numero di titoli ufficiali vinti, 51; limitatamente ai titoli internazionali, inoltre, è il secondo club italiano per vittorie alle spalle del Milan (18), il terzo in Europa insieme al Liverpool e alle spalle del citato Milan e del Real Madrid (15), e il sesto nel mondo ex æquo con il citato Liverpool e il San Paolo e alle spalle, oltre ai già citati, di Boca Juniors (18), Independiente (15) e gli egiziani dell’Al-Ahly (14).

Vincitrice del suo primo trofeo internazionale ufficiale nel 1977 (Coppa UEFA, nella circostanza vinta per la prima volta da un club italiano), nel 1987 la Juventus fu insignita della Targa UEFA come prima squadra ad avere vinto tutte e tre le maggiori competizioni europee dell’epoca, la Coppa dei Campioni (oggi Champions’ League), la Coppa delle Coppe (soppressa dal 1999) e la Coppa UEFA, traguardo in seguito eguagliato solo dall'Ajax nel 1992 e dal Bayern Monaco nel 1996. Con la vittoria nella Coppa Intercontinentale 1985, infine, la Juventus divenne il primo - e rimane tuttora l’unico - club al mondo ad avere conquistato almeno una volta tutti i titoli ufficiali a livello internazionale.

In base a quanto emerge da un sondaggio della società Demos (agosto 2008), la Juventus risulta essere la squadra con il più alto numero di sostenitori in Italia, avendo riscosso la preferenza del 32,5% del campione, a fronte di un 14% di sostenitori dell’Internazionale e del 13,6% del Milan, rispettivamente seconda e terza nella graduatoria di preferenze. Da un’indagine del 2002 risulta che, analogamente a quelli dell’Internazionale, i sostenitori della Juventus sono distribuiti in maniera pressoché uniforme su tutto il territorio nazionale. In 12 regioni su 20 la Juventus è il club con il più grosso seguito di sostenitori. Nelle altre 8, in 7 di esse è il secondo club per seguito, e in una, la Liguria, è il terzo club dopo Genoa e Sampdoria.

A livello internazionale, inoltre, la società dichiara di vantare un seguito di circa 170 milioni di sostenitori, di cui circa 43 in Europa e 100 in Asia in base a un rapporto della società tedesca di indagini sul mercato sportivo Sport+Markt AG dell’agosto 2005, citato nel prospetto informativo che la Juventus presentò nel 2007 alla Consob in occasione dell’OPV agli azionisti di circa 90 milioni di titoli della società. Secondo un rapporto della stessa società del 2008, la Juventus potrebbe altresì contare su un bacino potenziale di circa 17,7 milioni di sostenitori in Europa e di 9,6 milioni di simpatizzanti in Sudamerica.

Legata fin dagli anni venti alla famiglia Agnelli, la Juventus è anche uno dei membri fondatori dell’ECA - Associazione dei Club Europei, organizzazione internazionale che ha preso il posto del soppresso G-14, e composta dai principali club calcistici riuniti in consorzio al fine di ottenere una tutela comune dei diritti sportivi, legali e televisivi di fronte alla FIFA.

Il centro di allenamento delle squadre di ogni categoria del club è lo Juventus Center di Vinovo, località poco distante da Torino.

Il 1º novembre 1897 vide la luce a Torino lo Sport Club Juventus per iniziativa di un gruppo di studenti del liceo classico “Massimo d’Azeglio”, che erano soliti ritrovarsi in corso Re Umberto su una panchina oggi custodita nell’attuale sede del club. La prima maglia della squadra fu rosa, con cravatta o papillon nero. Nel 1903 divenne bianconera.

Nel 1900, con il nome di Foot-Ball Club Juventus, la società si iscrisse al suo primo campionato nazionale, ma fu eliminata dal Foot-Ball Club Torinese. Il primo titolo nazionale arrivò nel 1905, all’epoca in cui la squadra giocava allo Stadio Velodromo Umberto I. Il presidente della società era l’imprenditore svizzero Alfred Dick il quale, a seguito di accese discussioni di spogliatoio, decise di lasciare la Juventus e di fondare, assieme a un gruppo di soci dissidenti, il Foot-Ball Club Torino, segnando così l’origine della più antica rivalità del calcio italiano e l’inizio di una serie di problemi finanziari e sportivi che condussero la squadra bianconera alle soglie della retrocessione in Promozione nel 1913.

Dopo la Grande Guerra la Juventus, risollevatasi con la presidenza di Giuseppe Hess e Corrado Corradini, riuscì a migliorare il suo piazzamento in campionato e a fornire alcuni giocatori, tra cui il portiere Giovanni Giacone, alla Nazionale.

Il proprietario della FIAT Edoardo Agnelli assunse il controllo della società nel 1923; nello stesso anno fece costruire un nuovo stadio, in Corso Marsiglia, primo impianto sportivo italiano realizzato interamente in cemento armato. L’arrivo del primo allenatore della storia del club, l’ungherese Jenő Károly, e di giocatori come Férénc Hirzer e Carlo Bigatto I – il primo capitano della storia bianconera – coincise con la vittoria del secondo tricolore nella stagione 1925/26. Poco dopo l’istituzione del campionato a girone unico, la squadra, già rinforzata dagli innesti di giocatori come Giovanni Ferrari e gli oriundi Raimundo Orsi e Luisito Monti, e del celebre trio difensivo Combi - Rosetta - Caligaris, vinse cinque scudetti consecutivi (primato nazionale) tra il 1930/31 e il 1934/35. Contemporaneamente raggiunse le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale per quattro anni consecutivi. Allenatore della squadra in quattro delle cinque vittoriose stagioni fu Carlo Carcano, uno dei precursori del Metodo, mentre molti giocatori di quella compagine andarono a formare il nucleo della Nazionale italiana che si aggiudicò le vittorie nella Coppa Internazionale, progenitrice dell’attuale campionato d’Europa e, soprattutto, nel campionato del mondo 1934 (cui la Juventus contribuì con 9 giocatori). Nel pieno di tale periodo d’oro la Juventus inaugurò nel 1933 lo Stadio Comunale (oggi Stadio Olimpico). Fu il 29 giugno, in occasione di un quarto di finale di Coppa dell’Europa centrale contro gli ungheresi dell’Újpest, battuti 6-2.

La prematura morte di Edoardo Agnelli, avvenuta nel 1935, coincise con la fine del c.d. “Quinquennio d'Oro”. Per il resto del decennio e per la maggior parte degli anni quaranta – anche dopo il secondo conflitto mondiale – la squadra bianconera non riuscì più a riconquistare lo scudetto nonostante il contributo di calciatori come Alfredo Foni e Pietro Rava (olimpionici del calcio a Berlino nel 1936), dell’albanese Riza Lushta, di Pietro Magni e di Teobaldo Depetrini, atleti che comunque contribuirono a dare alla Juventus nel 1937/38 e nel 1941/42 le prime due delle sue attuali 9 Coppe Italia.

Tra il 1943 e il 1945 la società, che già aveva dovuto rinunciare alla ragione sociale Football Club a seguito dell’italianizzazione imposta dal fascismo, assunse il nome di Juventus-Cisitalia, in abbinamento con la Casa automobilistica omonima, la Cisitalia appunto, il cui proprietario era Pietro Dusio, all’epoca presidente del club bianconero.

Singolarmente il marchio FIAT, di proprietà della famiglia Agnelli, fu abbinato al Torino che, infatti, negli stessi anni, si chiamava Torino-FIAT.

Alla fine della guerra il club tornò al nome originario di Juventus Football Club. Nel 1947 l’allora ventiseienne Gianni Agnelli ne divenne presidente e, dopo una serie di riforme interne, la squadra, guidata in campo da giocatori come Carlo Parola e Giampiero Boniperti, aggiunse altri due scudetti al suo palmarès (1949/50 e 1951/52), il secondo dei quali sotto la guida dell’inglese Jesse Carver.

A Gianni Agnelli successe nel 1955 suo fratello Umberto, salito alla massima carica del club poco più che ventenne (essendo nato nel 1934). Tra le operazioni di mercato più importanti del nuovo presidente vi furono gli acquisti dal River Plate dell’argentino Omar Sivori e dal Leeds Utd. del gallese John Charles che, insieme al talento casalingo, e capitano della squadra, Giampiero Boniperti, formarono quello che la stampa non tardò a denominare “Trio magico”: grazie a tali innesti, nella stagione 1957/58 la Juventus vinse il suo 10° scudetto e divenne in tal modo il primo club italiano a poter esporre sulle maglie la Stella d’Oro al Merito Sportivo, a simboleggiare la conquista di dieci campionati nazionali. Altri due titoli giunsero al termine dei campionati 1959/60 e 1960/61, cui si aggiunsero anche due Coppe Italia consecutive (1958/59 e 1959/60). Omar Sivori divenne nel 1961 il primo calciatore proveniente dalla Serie A a vincere il Pallone d'oro.

Nel resto del decennio, dopo il ritiro (Boniperti) e la cessione (Sivori, Charles) dei migliori giocatori, la Juventus vinse solo un altro scudetto, nel 1966/67, superando all’ultima giornata l’Internazionale sconfitta sul campo del Mantova, e un’altra Coppa Italia, nel 1964/65, sotto la guida tecnica del paraguaiano Heriberto Herrera, uno dei precursori in Italia del Movimiento, schema tattico predecessore del calcio totale olandese, che applicò nella cosidetta Juve Operaia.

Il 13 luglio 1971 Giampiero Boniperti diventò presidente del club. Sotto la conduzione tecnica dell’ex giocatore cecoslovacco Čestmír Vycpálek la Juventus, grazie all’apporto di alcuni consolidati elementi come Sandro Salvadore e la valorizzazione di giovani calciatori come Franco Causio (proveniente dal Lecce), Giuseppe Furino (dal Palermo), Fabio Capello (dalla Roma e, prima ancora, dalla SPAL) e soprattutto di Roberto Bettega, torinese prodotto del vivaio bianconero, conquistò nelle stagioni 1971/72 e 1972/73 due scudetti consecutivi, rispettivamente il 14° e il 15°, quest’ultimo in maniera rocambolesca: seconda in classifica a 43 punti a pari merito della Lazio e un punto dietro al Milan capolista all’inizio dell'ultima giornata di campionato, la Juventus riuscì a vincere fuori casa negli ultimi minuti per 2-1 un incontro che stava perdendo allo Stadio Olimpico contro la Roma, mentre la Lazio fu sconfitta 0-1 a Napoli e il Milan, già sotto 1-3 alla fine del primo tempo, uscì battuto per 3-5 dal campo del Verona. Sempre nel 1973 la Juventus giunse al suo primo appuntamento internazionale di rilievo, la finale di Coppa dei Campioni, da disputarsi a Belgrado contro la squadra probabilmente più spettacolare del decennio, l’Ajax, guidata dalla panchina dal rumeno-ungherese Ştefan Kovács e in campo da talenti come Ruud Krol, Johan Neeskens e soprattutto Johan Cruijff. Gli olandesi vinsero 1-0 con un goal di Johnny Rep.

La squadra, passata nel frattempo all’ex giocatore Carlo Parola, vinse il campionato 1974/75; l’anno seguente, dopo essere giunto secondo alle spalle dei rivali cittadini del Torino, Parola fu sostituito dall’emergente Giovanni Trapattoni, all’epoca trentasettenne e con alle spalle solo un biennio di conduzione tecnica, nel Milan nel quale, da giocatore, aveva vinto sia in Italia che in Europa.

Al primo anno di Trapattoni alla Juventus è legato uno degli scudetti probabilmente più combattuti e spettacolari del calcio italiano, quello del 1976/77, conteso ai campioni uscenti del Torino fino all’ultima giornata: le due squadre, appaiate in cima alla classifica alla fine del girone d’andata con una media-punti insostenibile per le altre contendenti, continuarono il testa-a-testa per tutto il girone di ritorno. La Juventus prevalse alla fine con 51 punti, frutto di 23 vittorie, 5 pareggi e 2 sole sconfitte (record per la serie A a 16 squadre), contro i 50 del Torino, e la Gazzetta parlò di «lungo e affascinante duello». Per avere un’idea del ritmo impresso dalle due compagini torinesi a quell’edizione del campionato, basti notare che la terza classificata, la Fiorentina, si fermò a 35 punti. Quattro giorni prima di vincere il suo 17° scudetto la Juventus si aggiudicò anche la sua prima competizione internazionale, la Coppa UEFA, al termine di una durissima doppia finale disputata contro gli spagnoli dell’Athletic di Bilbao. All’andata la Juventus vinse 1-0 con un goal di Marco Tardelli, al ritorno passò subito in vantaggio con un goal di Roberto Bettega e, pur perdendo alla fine per 1-2, riuscì a vincere il doppio confronto contro i baschi e a portare a casa la Coppa. Fu, quella, l’unica affermazione internazionale che la Juventus, e più in generale una qualsiasi squadra di club, conseguì con un organico composto esclusivamente da giocatori italiani: di essi, quelli schierati in campo nella circostanza furono Zoff, Cuccureddu, Gentile; Furino, F. Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna (sostituito al 59’ dell’incontro da Spinosi), Benetti e Bettega.

Tra il 1977 e il 1986 la Juventus vinse sei scudetti; nel 1980 la squadra giunse fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, sconfitta nel doppio confronto dai londinesi dell’Arsenal (1-1 e 0-1); nella squadra inglese si mise in luce un giovane calciatore irlandese, Liam Brady, che nel mercato estivo di quell'anno, il primo aperto dopo molti anni ai calciatori stranieri, fu acquistato proprio dal club bianconero e divenne, nel biennio successivo, tra i protagonisti dei due scudetti consecutivi vinti dalla Juventus, quello del 1980/81, il 19°, e quello del 1981/82, il 20°, che diede alla squadra il diritto a fregiarsi della seconda Stella d’Oro.

Nella primavera del 1982 fu acquistato Michel Platini, all’epoca in scadenza di contratto presso il suo club in Francia, il Saint-Étienne; dall’estate del 1982 fu possibile acquistare due stranieri per club, e la Juventus ingaggiò, dal Widzew Łódź (altra squadra incontrata dalla Juventus, durante la Coppa UEFA 1980/81), il polacco Zbigniew Boniek: entrambi furono fondamentali per il salto di qualità internazionale del club. Nel 1983 la Juventus giunse alla sua seconda finale di Coppa dei Campioni da favorita, avversario l’Amburgo: ma un goal di Felix Magath fu sufficiente a far svanire il sogno di laurearsi campione d’Europa per la prima volta; dopo tale incontro Magath rimase a lungo nell’immaginario dei sostenitori juventini come una c.d. “bestia nera”.

Dopo un interregno della Roma (campione d’Italia 1982/83), la Juventus vinse nel 1984 il suo 21° scudetto e colse la sua seconda affermazione internazionale ufficiale: a Basilea, nella finale di Coppa delle Coppe, i bianconeri sconfissero il Porto per 2-1 con goal di Beniamino Vignola e Zbigniew Boniek; la vittoria in tale competizione diede alla Juventus il diritto di sfidare il Liverpool vincitore della Coppa dei Campioni nella Supercoppa UEFA, che fu disputata in gara unica a Torino nel gennaio 1985, e che vide i bianconeri prevalere per 2-0; a Bruxelles, il 29 maggio 1985, infine, la Juventus si laureò campione d’Europa, ancora di fronte al Liverpool, al termine di un incontro vinto per 1-0 (Platini su rigore) ma che fu preceduto da gravissimi incidenti causati da scontri tra la tifoseria italiana e quella inglese, e che portarono alla morte di 39 spettatori.

Con la vittoria in Coppa dei Campioni, la Juventus divenne il primo club europeo a vincere tutte le tre maggiori manifestazioni dell’UEFA, più la Supercoppa; nel dicembre successivo, a Tokyo, vinse la Coppa Intercontinentale battendo ai calci di rigore i campioni sudamericani dell’Argentinos Juniors, divenendo così il primo - e, a tutt’oggi, l’unico - club a vincere tutte le competizioni ufficiali internazionali organizzate dall’UEFA e dalla FIFA. In ragione del primato conseguito in campo continentale, la confederazione calcistica europea insignì nel 1987 la Juventus della Targa UEFA.

Lo scudetto vinto nel 1986 chiuse il decennio di Trapattoni: durante la sua gestione, complessivamente 9 elementi della Juventus giocarono nella Nazionale italiana al Campionato del mondo 1978 in Argentina (dove gli Azzurri giunsero quarti) e 6 in quella che si laureò campione del mondo 1982 in Spagna. I 5 juventini agli ordini del C.T. Enzo Bearzot in entrambe le edizioni furono Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea e Tardelli; a essi si aggiunsero, nell’edizione 1978, Benetti, Causio (presente anche nel 1982 ma nel frattempo trasferito all’Udinese), Cuccureddu e Bettega (indisponibile nel 1982 in quanto infortunatosi nel novembre 1981 al ginocchio in un incontro di Coppa dei Campioni a Torino contro l’Anderlecht); nel 1982 si aggiunse ai 5 citati anche Paolo Rossi, già presente nel 1978 ma all’epoca nelle file del Lanerossi Vicenza. Inoltre Antonio Cabrini, Gaetano Scirea e Marco Tardelli divennero i primi giocatori al mondo ad avere vinto sia tutte le competizioni per club cui presero parte sia la Coppa FIFA.

L’ultimo anno di attività di Michel Platini coincise anche con il tramonto della generazione di giocatori che avevano costituito l’asse portante della squadra: con Rino Marchesi alla guida la Juventus giunse seconda alle spalle del Napoli di Maradona e non bastò l’anno successivo l'arrivo del gallese Ian Rush dal Liverpool a far fare alla squadra il salto di qualità: la Juventus nel campionato 1987-88 dovette affrontare uno spareggio contro il Torino, poi vinto ai calci di rigore, per l'accesso all’ultimo posto disponibile di Coppa UEFA. Giunse poi un biennio con l’ex Dino Zoff alla guida, nel quale la squadra si classificò rispettivamente quarta e terza; tuttavia nel 1990 Zoff riuscì a far conquistare alla Juventus la Coppa Italia battendo nella doppia finale il Milan con un 1-0 complessivo, realizzato da Roberto Galia al “Meazza”, e la Coppa UEFA, al termine di una doppia finale tutta italiana contro la Fiorentina, vinta con un 3-1 complessivo, interamente maturato nella finale d’andata al Comunale, per l'ultima volta teatro di una vittoria bianconera, stante l'imminente passaggio al “delle Alpi”.

La stagione successiva la Juventus vide un deciso cambio di dirigenza: alla presidenza andò Luca Cordero di Montezemolo, arrivarono dalla Fiorentina Roberto Baggio e dalla Lazio Paolo Di Canio; dall’estero giunse il brasiliano Júlio César e sulla panchina fu chiamato il tecnico emergente Luigi Maifredi, che nella stagione precedente aveva portato il Bologna in Coppa UEFA; nonostante le premesse, la Juventus a inizio stagione perse la Supercoppa italiana 1-5 contro il Napoli e, a dispetto del buon girone d’andata che aveva portato la squadra a chiudere a metà campionato seconda a due punti dalla Sampdoria capolista, nel girone di ritorno emersero tutti i limiti di squadra che fecero cadere la Juventus fino al settimo posto e fuori da qualsiasi competizione europea (ufficiale o meno) per la prima volta dal 1962.

Alla fine della stagione tornò Giovanni Trapattoni, con il quale la Juventus, grazie ai rinforzi provenienti dalla Germania di Andreas Möller e di Jürgen Kohler, chiuse al secondo posto nel 1992 e vinse la Coppa UEFA l’anno successivo. Dopo un altro anno senza vittorie, comunque chiuso di nuovo al secondo posto, Trapattoni lasciò il posto a un altro promettente tecnico, l’allora quarantaseienne Marcello Lippi, in carriera difensore della Sampdoria, di cui era divenuto capitano, e che da allenatore aveva gestito il Napoli post-Maradona riuscendo a qualificarlo per la Coppa UEFA.

L’arrivo di Lippi coincise con il ritorno allo scudetto, mancante da nove stagioni: all’impianto di squadra, che già poteva vantare giocatori di spessore come Antonio Conte, Giancarlo Marocchi, Angelo Peruzzi tra i pali e i citati Baggio e Kohler, si aggiunsero i nuovi arrivi Ciro Ferrara (portato da Napoli dallo stesso Lippi), Alessio Tacchinardi, il portoghese Paulo Sousa, il francese Didier Deschamps e il giovane talento Alessandro Del Piero, già da un anno alla Juventus ed esordiente nel finale della stagione precedente con Trapattoni, ma che con Lippi fu utilizzato in maniera sempre più costante. In tale stagione, di fatto la squadra ebbe come unico contendente il Parma, che giunse secondo in campionato (e che fu battuto in entrambi gli incontri diretti, 1-3 e 0-4) e affrontò la Juventus nella finale di Coppa UEFA (vittoria degli emiliani 1-0, 1-1) e di Coppa Italia (vittoria bianconera 1-0 e 2-0).

All’inizio della stagione successiva giunse la prima Supercoppa d’Italia, vinta ancora una volta sul Parma, e, 11 anni dopo Bruxelles, anche la vittoria in Champions’ League, conquistata allo Stadio Olimpico di Roma battendo i campioni uscenti dell’Ajax; nell’estate del 1996 fu acquistato dal Bordeaux un giovane talento francese, Zinédine Zidane, determinante nei futuri successi della squadra. Più tardi nel corso del 1996 arrivò la seconda Coppa Intercontinentale, vinta battendo gli argentini del River Plate con un goal di Del Piero a pochi minuti dal termine dei tempi regolamentari; poche settimane dopo giunse anche la vittoria in Supercoppa UEFA con un perentorio 9-2 complessivo sul Paris Saint-Germain, frutto di un 6-1 realizzato a Parigi e un 3-1 nella gara di ritorno alla “Favorita” di Palermo, scelto come stadio di casa per tale competizione.

Tra il 1996 e il 1998 la Juventus vinse due ulteriori scudetti e raggiunse altrettante finali di Champions’ League. La stagione 1998-99 non fu all’altezza delle precedenti e Lippi lasciò l'incarico a febbraio 1999, dopo una sconfitta interna (2-4) contro il Parma. La panchina fu affidata a Carlo Ancelotti in corso d’opera, e il tecnico emiliano portò la squadra allo spareggio per la Coppa UEFA, perso contro l’Udinese; in estate vinse la Coppa Intertoto e si qualificò per la successiva Coppa UEFA; nelle due stagioni successive si piazzò per due volte consecutive al secondo posto, la prima volta dietro la Lazio cui cedette il primato proprio all’ultima giornata, e la seconda dietro la Roma.

Nell’estate del 2001 Lippi fece ritorno al club; grazie alla cessione di Zidane al Real Madrid fu possibile acquistare alcuni elementi fondamentali per la difesa e il centrocampo della squadra quali il portiere Gianluigi Buffon e il difensore Lilian Thuram dal Parma e il centrocampista ceco Pavel Nedvěd dalla Lazio; alla prima stagione con Lippi la Juventus tornò allo scudetto, bissandolo l’anno successivo, e arricchendolo di due Supercoppe italiane consecutive e una finale di Champions’ League raggiunta eliminando dapprima il Barcellona nei quarti di finale e poi il Real Madrid in semifinale, e persa ai calci di rigore contro il Milan per quella che fu la prima e - a tutt’oggi - unica finale tra due squadre italiane a contendersi il titolo di campione d’Europa. Nella stagione successiva, l’ultima di Lippi prima che questi assumesse la conduzione della Nazionale, la Juventus concluse al terzo posto senza mai entrare in lizza per il titolo, e giunse fino alla finale di Coppa Italia, perdendo contro la Lazio.

A Lippi seguì Fabio Capello, fino a quella stagione allenatore della Roma: nei due anni di gestione del tecnico friulano, grazie anche agli arrivi di giocatori come il difensore napoletano Fabio Cannavaro (dall’Inter), il centrocampista brasiliano Emerson, già uomo di fiducia alla Roma dello stesso Capello, e lo svedese Zlatan Ibrahimović dall’Ajax, la Juventus vinse due campionati consecutivi, nel 2004-05 e 2005-06, che nel computo generale del club sarebbero stati rispettivamente il 28° e il 29°; tuttavia, a causa del caso giudiziario giornalisticamente definito Calciopoli a seguito del quale alcuni club di serie A vennero penalizzati, lo scudetto del 2005 fu revocato e non assegnato; quanto a quello del 2006, la Juventus fu retrocessa per illeciti sportivi all’ultimo posto della classifica e, stante la contemporanea penalizzazione in punti del Milan giunto secondo alle sue spalle, il titolo fu assegnato all'Internazionale, terza prima delle sentenze della magistratura sportiva.

Vi fu un cambio di dirigenza al vertice del club la proprietà nominò presidente Giovanni Cobolli Gigli e amministratore delegato Jean-Claude Blanc; al posto di Capello, dimessosi per andare in Spagna ad allenare il Real Madrid, fu chiamato l’ex giocatore bianconero Didier Deschamps, che dovette guidare in serie B la squadra per la stagione 2006-07 con 17 punti aggiuntivi di penalizzazione; appoggiandosi ad alcuni punti fermi della squadra, in primis il capitano e fresco campione del mondo Del Piero insieme ai suoi compagni di Nazionale Buffon e Camoranesi, il ceco Nedvěd e l’innesto di giocatori di esperienza (Cristiano Zanetti) e di alcuni giovani del vivaio (Raffaele Palladino, Matteo Paro e, più avanti nella stagione, Sebastian Giovinco), la Juventus riuscì a circa metà torneo a portarsi nelle posizioni di testa; la penalizzazione fu nel frattempo, in appello, ridotta a 9 punti e a fine stagione, con 28 vittorie e 10 pareggi su 42 incontri (pari a 85 punti al netto delle penalità), la Juventus risultò prima con largo margine sulle altre due promosse in serie A, Napoli e Genoa. Deschamps si dimise prima della fine del campionato, dopo la promozione matematica, e nell’estate del 2007 fu scelto di affidare la squadra al tecnico romano Claudio Ranieri.

Nella stagione 2007-08 la Juventus si è classificata al terzo posto finale in campionato guadagnando così l’accesso al terzo turno preliminare di Champions’ League, vinto contro il club slovacco dell’Artmedia. A tutto febbraio 2009 la squadra è seconda in campionato e in procinto di disputare gli ottavi di finale di Champions’ League (contro il Chelsea) nonché la semifinale di Coppa Italia (contro la Lazio).

Dal 1903 l’uniforme di gioco della Juventus è una maglia a strisce verticali bianche e nere. I pantaloncini sono normalmente bianchi, talora neri.

La maglia originale era di colore rosa con cravatta nera: tale scelta cromatica fu dovuta a un errore nella spedizione nei corredi ordinati per il club. In seguito, a causa dei frequenti lavaggi, la maglie si scolorirono in maniera talmente evidente che il club ne decise un cambio.

Fu così chiesto all’inglese John Savage, uno dei membri della società, di cercare nel suo Paese un kit da gioco più consono e resistente all’usura; Savage aveva un amico di Nottingham tifoso del Notts County, il club calcistico più antico del mondo (fu fondato nel 1862, prima ancora della nascita della Football Association), la cui maglia è a strisce bianconere; per tale ragione fu spedito a Torino un set di uniformi analogo a quello usato dal Notts County.

Eccezion fatta per un logo in uso a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, una zebra con due stelle a simboleggiare i venti scudetti raggiunti, fin dagli anni venti l’emblema della Juventus è rimasto sostanzialmente invariato, essendo stato soggetto solamente a moderati restyling, il più recente dei quali risalente al 2004.

Esso raffigura uno scudo ovale a strisce verticali bianche e nere, che nella versione più recente sono sette, quattro bianche e tre nere. Il nome del club è impresso in caratteri neri e sottolineato in oro su di un’area bianca convessa. Il gioco di ombreggiature del logo ha lo scopo di conferire ad esso un’apparenza di tridimensionalità. Nella parte inferiore dello stemma, in bianco su sfondo nero, è rappresentato il toro, simbolo civico di Torino.

In passato lo sfondo del nome del club fu anche di colore blu Savoia, omaggio alla tradizione sabauda di Torino, e di forma concava. Anche lo sfondo dello stemma civico fu blu Savoia, mentre il toro e il nome del club erano di colore giallo-oro..

Dal logo attuale sono state eliminate le due stelle, presenti fin dal 1982, in quanto ritenute di rilevanza puramente domestica e in contrasto con l’immagine internazionale che la società ha inteso assumere con l'adozione di tale logo.

L’inno ufficiale della Juventus è Juve, storia di un grande amore, composto dal cantante e musicista emiliano Paolo Belli nel 2006. Vi sono altre canzoni scritte in omaggio alla squadra come Il cielo è bianconero, Vecchia Signora, Juve facci sognare e Magica Juve, tutte a opera del compositore Francesco De Felice. Tra quelle composte dagli artisti più noti, figura Juvecentus, opera di Pierangelo Bertoli nel 1997, in occasione del centesimo anniversario della fondazione del club.

Dalla stagione 2006-07 la Juventus disputa i suoi incontri interni nello Stadio Olimpico, impianto in passato noto come Stadio Comunale, e già terreno casalingo della squadra dal 1933 al 1990. Lo Stadio Olimpico ha una capacità massima di 27.500 posti a sedere, dopo la ristrutturazione avvenuta in occasione dei Giochi Olimpici invernali che Torino ospitò nel 2006. Nato come Stadio “Benito Mussolini” per dotare la città di un impianto che potesse ospitare le gare del campionato del mondo 1934, ribattezzato dopo la guerra Stadio Comunale e, in seguito, Stadio Comunale “Vittorio Pozzo”, esso ospitò 890 incontri di campionato della Juventus e, dal 1963, dopo la definitiva dismissione del “Filadelfia”, fu condiviso con il Torino; capace di circa 65.000 posti in piedi, fu utilizzato fino al 1990, anno in cui le due compagini cittadine si trasferirono al “delle Alpi”, riservando il Comunale solo agli allenamenti della Juventus.

Il 18 giugno 2002 il Comune cedette l’impianto a titolo gratuito al Torino in cambio dell’impegno del club granata a ristrutturarlo in tempo per i Giochi Olimpici (tale impegno non fu rispettato per sopravvenuto fallimento societario nel 2005 a seguito del quale il Comune riacquisì la titolarità della concessione dell’impianto) e, nel contempo, concesse lo sfruttamento dell’area dello Stadio delle Alpi alla Juventus per 99 anni. Lo Stadio Olimpico è destinato a rimanere l’impianto interno della Juventus fino al completamento dei lavori del nuovo stadio di proprietà, che sorgerà sull’area dell’attuale “delle Alpi”.

Il citato Stadio delle Alpi, costruito dal consorzio Acqua Marcia di Roma in occasione del campionato del mondo 1990, fu l’impianto interno dal campionato 1990-91 a tutto il 2005-06; situato nel quartiere di Vallette, nella periferia nord-occidentale di Torino, era capace di poco più di 69.000 posti ed era dotato di un impianto di diffusione acustica che lo rendeva idoneo anche all’esecuzione di concerti. Nel periodo di utilizzo del delle Alpi, comunque, la Juventus scelse di disputare le proprie gare interne in stadi di altre città, quali ad esempio il Manuzzi di Cesena (Coppa Italia), il Meazza di Milano (semifinale e finale di Coppa UEFA 1994-95 oppure la Favorita di Palermo (Supercoppa UEFA 1996).

In assoluto, i primi impianti utilizzati dal club furono il Parco del Valentino e il Cittadella, nel biennio 1897-1898. Dal 1898 al 1908 fu utilizzato lo Stadio Piazza d’Armi, tranne il biennio 1905-1906, durante il quale il terreno di casa fu il velodromo Umberto I.

Dal 1909 al 1922 l’impianto utilizzato fu quello di Corso Sebastopoli e, dal 1922 al 1933, quello di Corso Marsiglia, che fu teatro della conquista di 4 campionati, tre dei quali consecutivi.

È del 18 marzo 2008 la decisione del consiglio di amministrazione della Juventus F.C. SpA di approvare il progetto per il nuovo stadio, destinato a sorgere sull’area dell’attuale “delle Alpi”; l'investimento complessivo per la realizzazione del nuovo impianto ammonta a 105 milioni di euro.

L’opera, progettata dagli studi GAU e Shesa sotto il coordinamento degli architetti Gino Zavanella ed Eloy Suarez e dell’ingegnere Massimo Majowecki, è stata ufficialmente presentata il 20 novembre 2008 al Lingotto: prevista su un’area totale di 355.000 m² (di cui 45.000 destinati allo stadio, 155.000 ai servizi, 34.000 alle attività commerciali e 30.000 ad aree verdi e piazze), tutta la costruzione è a pianta rettangolare, circondata da due strutture semi-ellittiche destinate a ospitare le attività commerciali, i ristoranti e i bar: l’accesso alle tribune sarà garantito da specifiche passerelle inserite nei diversi settori dello stadio. Sono previsti anche palchi c.d. VIP, affacciati direttamente sul prato.

Lo stadio, definito all’avanguardia nei criteri di sicurezza per esso previsti e nell’abbattimento delle barriere architettoniche, prevede 40.200 spettatori seduti, ed è concepito solo per il calcio, non avendo pista d’atletica intorno al campo; il terreno di gioco sarà ribassato di circa un metro e mezzo rispetto alle gradinate più basse, e non sono previste barriere né separazioni fisiche tra spalti e terreno.

Esternamente allo stadio, e tutto intorno ad esso, è prevista una struttura realizzata da una rete microforata idonea a fare da schermo per videoproiezioni e assumere colori diverse durante le varie ore del giorno; la copertura delle gradinate verrà effettuata in teflon trasparente e lascerà filtrare la luce all'interno dello stadio. L’inaugurazione è prevista per luglio 2011, in concomitanza con il 150° anniversario dell’Unità d’Italia e il pieno utilizzo per la stagione 2011-12.

Nel corso degli anni la Juventus, oltre a imporsi come realtà sportiva nazionale e internazionale, ha acquisito un posto di rilievo nella cultura del suo Paese. Essa fu la prima, al pari del Genoa, ad avere al seguito un “treno speciale” di tifosi: accadde il 1° aprile 1906 in occasione dell’incontro di campionato tra dette due squadre in campo neutro a Milano, ripetizione di quello, disputato a Torino, interrotto il 18 marzo precedente a causa della prima invasione di campo della storia del calcio italiano.

Il 29° derby della Mole disputatosi allo stadio di Corso Marsiglia il 15 maggio 1932 fu il primo evento calcistico trasmesso in diretta radiofonica nazionale dall’EIAR, con la voce di Nicolò Carosio. Inoltre, nel quadro delle trasmissioni sperimentali della RAI (quelle ufficiali, anche sportive, ebbero inizio nel gennaio 1954) l’incontro di serie A Juventus - Milan del 5 febbraio 1950 fu oggetto della prima diretta televisiva nazionale, per la voce di Carlo Balilla Bacarelli.

A uno storico 0-5, subìto il 15 marzo 1931 al Campo Testaccio della Capitale a opera della Roma di Fulvio Bernardini, sono ispirati sia il primo fonofilm italiano relativo al calcio: Cinque a zero (1932), per la regia di Mario Bonnard che il romanzo di Mario Soldati Le due città (1964).

Altri riferimenti alla Juventus si trovano in Vacanze in America di Carlo Vanzina (1984), dove si assiste a una partita tra studenti juventini e romanisti a Zabriskie Point, nella Valle della Morte e in Santa Maradona di Marco Ponti (2001), nel quale si trova una scena ambientata allo Stadio delle Alpi durante l’incontro di campionato tra i bianconeri e l’Atalanta. Per quanto riguarda i film di argomento più legato al calcio e al tifo, in Ultrà di Ricky Tognazzi (1990) un capotifoso della Roma, interpretato da Claudio Amendola, si reca con il suo gruppo in trasferta a Torino, dove ingaggia violenti scontri con i Drughi, frangia di ultras bianconeri.

La poesia-tributo Madama Juve, scritta in piemontese dallo scrittore e giornalista Giovanni Arpino, fu inclusa nel libro Opere (1992), antologia a cura dei poeti Giorgio Bàrberi Squarotti e Massimo Romano. Tale poesia, insieme ad altri omaggi alla Juventus composti da Arpino, è stata tradotta in italiano dal critico letterario torinese Bruno Quaranta e pubblicata nella sua opera Stile e stiletto (1997) . Sempre in ambito letterario, la Juventus fa da sfondo, come punto di riferimento della vita del protagonista, nel romanzo di Aldo Nove Puerto Plata Market (1997). Più recentemente, nel 2003, i giornalisti Mario e Andrea Parodi hanno citato la Juventus di Trapattoni campione d’Italia nel 1977 e 1978 all’interno del contesto storico e sociale della crisi politico-istituzionale dell’Italia di quegli anni, nel loro libro In bianco e nero.

La Juventus compare anche nel video di presentazione della città di Torino trasmesso a livello internazionale dalla NBC in occasione dei XX Giochi olimpici invernali (2006).

Fuori dall’Italia la Juventus è citata come F.C. Piemonte nell’anime giapponese Captain Tsubasa Road to 2002 (2001) e con il suo nome vero nel manga omonimo. In Inghilterra i tifosi del Notts County sono usi intonare il loro coro da stadio It’s just like watching Juve (È proprio come guardare la Juve ), in riferimento alla comunanza cromatica delle uniformi dei due club, ogni volta che la loro squadra realizza una grande prestazione.

La Juventus è attiva nel campo sociale e umanitario. Tra i programmi sociali intrapresi, figurano Fatti e Progetti per i Giovani, orientato al miglioramento della qualità di vita e a favorire l'accesso all'istruzione ai giovani extracomunitari minorenni tramite un centro di accoglienza, e la realizzazione – in collaborazione con la facoltà di Economia dell’Università di Torino – di un corso di formazione allo studio del management sportivo.

In ambito sanitario, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Regina Margherita-Sant’Anna di Torino partecipa al progetto Crescere insieme al Sant’Anna, programma di ristrutturazione del reparto di Neonatologia Ospedaliera dell’ospedale “Sant’Anna” e sostiene le attività della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro.

Altro progetto comunitario della società bianconera è il “Centro di accoglienza” intitolato a Edoardo Agnelli e realizzato in collaborazione con l’Associazione Gruppi di Volontariato Vincenziano al fine di dare ospitalità a madri in condizioni disagiate.

Nel 2000, inoltre, la Juventus intraprese il progetto Un sogno per il Gaslini, allo scopo di dotare l’istituto pediatrico “G. Gaslini” di Genova di una dépendance da adibire a luogo di studio e svago per i bambini ivi ricoverati, da realizzarsi tramite il recupero edilizio dell’abbazia di san Gerolamo, che si trova all’interno della struttura dell’ospedale. Per il raggiungimento dello scopo furono necessari 4,5 milioni di euro, dei quali 2 donati dalla famiglia Gaslini, e i rimanenti raccolti dalla Juventus attraverso donazioni e iniziative di beneficenza organizzate dai propri giocatori, come la partecipazione in qualità di ospiti al festival di Sanremo 2003, la realizzazione e vendita di libri libri fotografici e CD, il più famoso dei quali fu, nel 2003, una versione del successo di Lucio Battisti Il mio canto libero.

Il settore giovanile della Juventus Football Club è composto di 17 squadre maschili che competono a livello nazionale ed eventualmente internazionale nei vari tornei di categoria. Per tutte, il proprio campo di allenamento è lo Juventus Center, centro sportivo di proprietà della società bianconera con sede a Vinovo (TO).

Analogamente a quanto già intrapreso dagli olandesi dell’Ajax, la Juventus ha istituito alcune scuole calcio sotto forma di club-satellite e campi (Summer Camps) in tutta Italia (riservati ai giovani dagli 8 ai 16 anni) e all'estero, precisamente negli Stati Uniti, in Messico e in Inghilterra (dagli 11 ai 16 anni).

Porta inoltre avanti progetti come Juventus University, la prima università del calcio al mondo (con il supporto dell’Università di Torino), e Juventus National Academy che si rivolge, attraverso la creazione di una rete di scuole calcio dislocate sul territorio nazionale, ai ragazzi dai 6 ai 12 anni.

Storicamente la Juventus ha sempre avuto una rete di osservatori giovanili su tutto il territorio nazionale, e anche all’estero. A titolo di esempio, limitatamente ai giocatori che hanno iniziato a militare in giovane età nella Juventus a partire dagli anni sessanta, figurano Pietro Anastasi (classe 1948, giunto a 20 anni da Catania), Franco Causio (1949, nel 1966 giunto alla Juventus da Lecce), Giuseppe Furino (1946, proveniente da Palermo e alla Juventus dal 1965), Roberto Bettega (1950, torinese e cresciuto nella società), Paolo Rossi (1956, da Prato, che dal 1972 al 1975 militò nelle giovanili della società prima di tornarvi da professionista nel 1981).

Di essi, Furino fu convocato per il campionato del mondo 1970 (unico giocatore della Juventus a prendere parte a tale edizione del torneo), Anastasi per quello del 1974, Causio per quelli del 1974 e 1978 (nonché quello del 1982, quando già tuttavia militava nell’Udinese) così come Bettega (che non prese parte al campionato del 1982 causa infortunio), nonché Rossi, presente nel 1982 (e che nel 1978 partecipò da giocatore in comproprietà con il Lanerossi Vicenza e con la maglia di quest’ultimo). Il citato Rossi, inoltre, grazie alla vittoria nel campionato del mondo 1982, oltre a laurearsi campione del mondo, vinse anche il Pallone d'Oro di quell’anno nonché la Scarpa d’Oro quale miglior marcatore di quell’edizione del torneo, con 6 goal, di cui 3 nel girone sostitutivo dei quarti di finale contro il Brasile, sconfitto 3-2.

Tra gli altri calciatori di prestigio cresciuti nel vivaio della Juventus si segnalano Carlo Bigatto I, Gianpiero Combi (campione del mondo nel 1934), Pietro Rava (campione del mondo nel 1938), Carlo Parola, Giovanni Viola e, soprattutto, Giampiero Boniperti, tuttora recordman di presenze bianconere in campionato (444), da sempre legato alla Juventus, dalle giovanili alla carica di presidente e, attualmente, a quella di presidente onorario del club.

Più recentemente, dal settore giovanile della Juventus si sono messi in evidenza giocatori come Raffaele Palladino, Antonio Nocerino, Sebastian Giovinco, Claudio Marchisio, Paolo De Ceglie, Antonio Mirante, Domenico Criscito e Matteo Paro, tutti militanti in Serie A. Di essi, i citati Giovinco, Nocerino, Marchisio, De Ceglie e Criscito sono stati membri della Nazionale che ha partecipato al torneo olimpico di calcio 2008 a Pechino.

In più di 110 anni di storia hanno vestito la maglia della Juventus oltre 700 calciatori, in gran parte italiani; alcuni di questi ultimi hanno anche militato nella Nazionale italiana.

Tra i calciatori italiani di rilievo che hanno militato nella Juventus figurano i già citati Carlo Bigatto I, considerato il primo calciatore-simbolo della Juventus, Giampiero Boniperti, riconosciuto come il calciatore più rappresentativo della storia della società, Carlo Parola (autore della più famosa rovesciata del calcio italiano, il cui gesto atletico ha ispirato l’inconfondibile marchio dell’album Panini dei calciatori), Dino Zoff (vincitore di sei scudetti con la Juventus, della quale difese la porta per 330 partite consecutive di campionato tra il 1972 e il 1983 e a tutt’oggi unico calciatore italiano ad avere vinto sia il campionato d'Europa che quello del mondo con l'Italia, nominato dalla FIGC nel 2004 UEFA Golden Player italiano), Gaetano Scirea, Sergio Brio, Antonio Cabrini e Stefano Tacconi, quattro dei cinque soli calciatori ad aver vinto tutte le competizioni ufficiali UEFA per club (il quinto essendo l’olandese Danny Blind), Roberto Baggio, Pallone d’oro 1993 e Alessandro Del Piero, attuale capitano e giocatore simbolo della squadra, cinque volte campione d’Italia e, nel 1996, campione d’Europa e del mondo con la Juventus, nonché campione del mondo 2006 con la Nazionale.

Tra i giocatori non italiani ad aver vestito la maglia della Juventus, inoltre, si segnalano negli anni cinquanta e sessanta l’argentino Omar Sivori (che, oriundo, in seguito militò anche in Nazionale italiana), il gallese John Charles, soprannominato per la sua stazza il gigante buono, centravanti di sicuro rendimento, che insieme al citato Sivori e a Boniperti formò un trio d’attacco che portò alla Juventus 3 scudetti; negli anni settanta il tedesco Helmut Haller, già campione d’Italia con il Bologna, che alla Juventus vinse due titoli; fino al 1980 non fu più possibile ingaggiare calciatori non italiani; tra i più rappresentativi giunti in Italia dagli anni ottanta in avanti, figurano i francesi Michel Platini, soprannominato in patria le Roi (il re), campione d’Europa nel 1984 con la sua Nazionale e nel 1985 con la Juventus, e Zinédine Zidane, campione del mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000 con la Francia, campione del mondo di club con la Juventus e, con essa, vincitrice di due scudetti.

In più di 110 anni di storia societaria, alla guida della Juventus si sono avvicendati 21 presidenti e 2 comitati di gestione. Il primo presidente della società bianconera fu Eugenio Canfari, uno dei soci fondatori.

Il periodo più lungo in carica è appannaggio di Giampiero Boniperti, alla guida della Juventus per 19 anni dal 1971 al 1990; Boniperti, al pari del suo successore Vittorio Chiusano, presidente dal 1990 al 2003, vanta il palmarès più ampio della storia del club.

L’imprenditore Umberto Agnelli, divenuto presidente a meno di 21 anni d’età, nel 1955, fu il più giovane a ricoprire tale carica. Da citare anche le presidenze degli svizzeri Alfred Dick e Giuseppe Hess, gli unici non italiani a divenire presidenti del club. In particolare, Dick fu il presidente del primo scudetto bianconero (1905).

Attualmente in carica è il dirigente aziendale Giovanni Cobolli Gigli, eletto presidente il 29 giugno 2006 dall’assemblea degli azionisti del club.

Sono 39 gli allenatori ad avere avuto a tutt’oggi la conduzione tecnica della Juventus; 11 di essi hanno ricoperto l’incarico ad interim.

Fino a tutto il secondo decennio del XX secolo non esisteva un sistema dettagliato di allenamento in preparazione degli incontri di campionato. In pratica i giocatori - studenti e lavoratori – avevano l’abitudine di ritrovarsi un paio di volte alla settimana al velodromo di Corso Re Umberto per gli allenamenti, consistenti in partitelle e corse di velocità e/o resistenza, sempre sotto il coordinamento del capitano della squadra.

Il primo allenatore della storia bianconera fu l’ungherese Jenő Károly, scelto dal presidente Edoardo Agnelli nel 1923 al fine di introdurre innovazioni dal punto di vista tattico e strategico nel gioco della squadra. Károly allenò la squadra per 70 incontri fino alla morte, avvenuta nel 1926.

A vantare il mandato tecnico più lungo è tuttora Giovanni Trapattoni, detto il Trap, rimasto alla guida della squadra per tredici stagioni, di cui dieci consecutive, dal 1976-77 al 1985-86 e poi dal 1991-92 al 1993-94. Sia il numero di stagioni consecutive che quello totale sono record per tecnici di club italiani. Il Trap vanta anche il primato complessivo di panchine (596) e di trofei vinti con il club (14, record tra gli allenatori italiani).

Da menzionare anche Carlo Carcano, tecnico negli anni trenta e unico allenatore in Italia ad avere vinto quattro scudetti.

L’attuale allenatore della prima squadra è Claudio Ranieri, romano, nato nel 1951, che ricopre l’incarico dall’estate del 2007.

La sezione giovanile della Juventus è una delle più vittoriose della sua categoria sia a livello nazionale, potendo vantare 9 titoli di campione d’Italia, sia internazionale, con 59 trofei ufficiali, tra i quali alcuni relativi alle competizioni più importanti al mondo nella categoria come per esempio il torneo di Viareggio, vinto 6 volte, la più recente delle quali nel 2009.

Nell’agosto 2007 la squadra Under-19 della Juventus partecipò all’edizione inaugurale della Champions Youth Cup in Malesia, sorta di campionato mondiale per club giovanili organizzato dal G-14, classificandosi al secondo posto finale con la miglior difesa del torneo.

La Juventus esordì nel campionato federale l’11 marzo 1900. Quella attuale (2008-09) è dunque la sua la 105ª stagione sportiva; nelle 104 precedenti, ha partecipato a 96 campionati di massima serie (11 di Prima Categoria Nazionale, 5 di Prima Divisione, 4 di Divisione Nazionale e 76 di serie A propriamente detta) e uno di serie B (nel 2006-07), mentre in altre 7 occasioni non superò le eliminatorie del Comitato Regionale Piemontese. Nel corso delle 103 stagioni in massima serie la Juventus ha vinto 27 volte il campionato (record italiano), giungendo seconda in 20 tornei e terza in 14 (60,2% di di piazzamenti nelle prime tre rispetto alle partecipazioni).

La vittoria in gara ufficiale con il maggior scarto fu un 15-0 a casa del Cento, secondo turno di Coppa Italia 1926-1927. Limitatamente al campionato, il record fu invece un 11-0 realizzato due volte, nel torneo 1928-29, contro Fiorentina e Fiumana, rispettivamente nella 2ª e 6ª giornata.

La sconfitta con il maggior scarto fu invece uno 0-8 subìto dal Torino nel campionato federale 1912-13.

A fronte delle 9 vittorie in Coppa Italia (record, detenuto a pari merito della Roma) la Juventus ha disputato 13 finali di tale torneo, che costituisce anch’esso un record. Singolarmente, pur essendo i due club che vantano il maggior numero di trofei vinti, Juventus e Roma non si sono mai affrontate direttamente in finale di tale competizione.

La Juventus vanta anche, tra tutti i club italiani, il maggior numero di stagioni disputate nelle coppe europee, 46 (inclusa la stagione 2008-09 in corso). Di esse, 40 sono relative a partecipazioni a tornei ufficiali dell’UEFA (25 Coppe dei Campioni / Champions’ League, 4 Coppe delle Coppe e 11 Coppe UEFA) e 6 alla Coppa delle Fiere; è anche l’unico club italiano ad aver vinto una manifestazione internazionale ufficiale con una rosa composta esclusivamente da calciatori provenienti da un solo Paese (Coppa UEFA 1976-1977).

Sempre in ambito internazionale, la Juventus è l’unico club del mondo ad avere vinto tutte le competizioni internazionali per club e uno dei tre club europei ad avere vinto tutte le tre principali competizioni dell’UEFA. La Juventus fu la prima a raggiungere tale traguardo nel 1985, seguita dall'Ajax nel 1992 e dal Bayern Monaco nel 1996 e, per tale ragione, le fu riconosciuta la Targa UEFA.

Il giocatore che detiene il record di presenze in campionato, a tutto il 27 febbraio 2009, è Giampiero Boniperti che, dal 1946 al 1961, scese in campo in serie A 444 volte.

Dietro di lui Alessandro Del Piero con 422 (di cui 388 in serie A e 35 in serie B); Del Piero detiene, tuttavia, il record assoluto di presenze ufficiali con la maglia bianconera, 589, nonché quello di goal, 254 (altro record), così ripartiti: 162 in serie A, 20 in serie B, 23 nelle Coppe nazionali, 48 nelle competizioni europee e 1 in Coppa Intercontinentale. Il precedente record di goal, superato nel gennaio 2006, apparteneva al citato Boniperti con 182.

Il miglior marcatore della Juventus in un campionato a girone unico fu Borel II, con 32 goal in 34 gare) nel campionato 1933-34.

L’ungherese Férénc Hirzer, invece, detiene il record di goal segnati in un campionato di prima divisione, 35 in 26 incontri nel Campionato Federale 1925-26. Analogo numero di reti segnò lo svedese Gunnar Nordahl del Milan, ma in un campionato a girone unico.

Infine, Omar Sivori detiene, insieme a Silvio Piola, il record di marcature in una singola partita: 6 goal, segnati all’Internazionale nella 28ª giornata del campionato 1960-61.

In 97 stagioni sportive a partire dall'esordio a livello nazionale il 14 aprile 1901, inclusi 20 campionati di Prima Categoria Nazionale e Prima Divisione e Divisione Nazionale (A). Sono escluse le stagioni 1899-1900, 1901-1902, 1906-1907, 1907-1908, 1908-1909, 1912-1913 e 1920-1921, nelle quali la Juventus non superò le eliminatorie regionali; la Coppa Federale 1915-1916 e il Campionato Alta Italia 1944.

Al 1° settembre 2008 la Juventus è il club che ha fornito il maggior numero di giocatori alla Nazionale italiana: a tale data, infatti, 122 elementi hanno vestito la maglia azzurra all’epoca della loro militanza juventina (a fronte dei 100 dell’Internazionale e degli 86 del Milan).

Sono 22 in totale i giocatori della Juventus militanti nelle selezioni nazionali italiane campioni del mondo: 9 nel 1934 (Bertolini, Borel II, Caligaris, Combi, Ferrari, Monti, Orsi, Rosetta e Varglien), 2 nel 1938 (Foni e Rava), 6 nel 1982 (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e P. Rossi) e 5 nel 2006 (Buffon, F. Cannavaro, Camoranesi, Zambrotta e Del Piero). Tre sono, invece, i calciatori della Juventus laureatisi campioni d’Europa con la Nazionale, nel 1968 (Bercellino, Càstano e Salvadore).

Il contributo maggiore in elementi prestati alla Nazionale risale al campionato del mondo 1978, edizione in cui il club bianconero schierò in maglia azzurra nove uomini, dei quali otto titolari; in un’occasione, l’incontro di prima fase contro i padroni di casa dell’Argentina del 10 giugno, tutti i nove giocatori juventini furono schierati in campo: Zoff, Gentile, Cabrini, Benetti, Scirea, Causio, Tardelli e Bettega dal primo minuto, poi dal 6’ Cuccureddu subentrato al bolognese Bellugi.

La Juventus guida la particolare classifica dei club che vantano giocatori campioni del mondo con la propria Nazionale, con 24: ai 22 citati vanno infatti aggiunti Didier Deschamps e Zinédine Zidane, campioni nel 1998 con la Francia: precede in tale graduatoria il Bayern Monaco (15, di cui 13 tedeschi) e la coppia Santos - San Paolo (12 a testa, tutti brasiliani).

Quanto al campionato d’Europa, oltre ai tre citati, altri tre giocatori sono vincitori del torneo con Nazionali diverse da quella italiana: Luis del Sol (Spagna, 1964), Michel Platini (Francia, 1984) e il già menzionato Zinédine Zidane (idem, 2000).

Ancora, in occasione della finale del citato campionato del mondo 2006, la Juventus ha stabilito un ulteriore record internazionale in quanto, oltre ai cinque Nazionali italiani dei quali si è fatta menzione, scesero in campo tre bianconeri con la maglia francese: Lilian Thuram, Patrick Vieira e David Trézéguet, per un totale di otto finalisti di uno stesso club sul terreno di gioco.

La Juventus Football Club è, dal 27 giugno 1967, una società per azioni a capitale interamente privato. Attualmente il 60% del pacchetto azionario è detenuto dalla finanziaria IFIL Investment SpA, holding di proprietà della famiglia Agnelli, nella quale il club fu integrato nel 2003 a seguito di una riorganizzazione societaria. A sua volta l’IFIL è controllata al 67% dalla società Giovanni Agnelli e C. S.a.p.a, per il 7,5% dalla Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO) e da azionisti diffusi al 32,5%.

Il campo d’allenamento della Juventus è di proprietà dell’azienda Campi di Vinovo Spa, controllata al 71,3% dal club.

Secondo l’attuale organigramma societario, la Juventus è articolata su 7 aree interne: Amministrazione e Finanza, Risorse umane, Informazione tecnologica, Area commerciale, Pianificazione, Controllo e progetti speciali, Area comunicazione e Area sportiva. La società è guidata da un consiglio di amministrazione composto da otto membri eletti dalla proprietà tra cui il presidente Giovanni Cobolli Gigli e l’amministratore delegato Jean-Claude Blanc.

Dal 3 dicembre 2001 la Juventus è quotata alla Borsa italiana nel segmento STAR.

Dal 1º luglio 2008 la società bianconera ha implementato un sistema di gestione della sicurezza per i lavoratori e gli atleti in conformità ai requisiti previsti dalla norma internazionale OHSAS 18001:2007 e un sistema di gestione della qualità del settore medico secondo la norma internazionale ISO 9001:2000.

I sostenitori della Juventus sono quantificabili in circa 12 milioni in Italia secondo il più recente sondaggio di settore condotto dall’istituto Demos e pubblicato nell’agosto 2008 sul quotidiano la Repubblica: con il 32,5% di preferenze da parte del campione esaminato, il club torinese risulta essere il più sostenuto in Italia. La società dichiara inoltre, nel suo profilo, 170 millioni di simpatizzanti in tutto il mondo, di cui 43 nella sola Europa. Numerosi sono anche i fan club sparsi per tutto il mondo, in particolare nei Paesi a forte emigrazione italiana.

Il tifo per la Juventus, tradizionalmente eterogeneo dal punto di vista sociologico e geograficamente uniforme in tutto il Paese, è molto marcato anche nel Mezzogiorno d’Italia e nelle isole, il che garantisce un seguito rilevante alla squadra anche durante gli incontri esterni. Tale caratteristica di diffusione del tifo fa della Juventus, dal punto di vista sociologico, una squadra «nazionale». Frequente è anche il caso di tifosi organizzati che, anche da luoghi geograficamente lontani del Paese, raggiungono con regolarità Torino per gli incontri interni della squadra.

Per quanto riguarda gli orientamenti politici delle tifoserie organizzate, in base a un rapporto della Polizia di Stato del 2003 quello della Juventus risultava prevalentemente attestato su posizioni di destra; tuttavia, fuori dalle frange organizzate, l’orientamento politico della tifoseria, in ragione della sua eterogeneità sociale e territoriale, risulta non discostarsi in misura significativa da quelli più diffusi genericamente a livello di popolazione nazionale, con una sostanziale equidivisione tra destra e sinistra.

Il pensiero comune d’inizio XX secolo voleva che il tifo per la Juventus fosse appannaggio delle classi borghesi, laddove quello per la sua rivale cittadina, il Torino, traesse linfa dalle classi popolari e proletarie. Qualche decennio dopo, con l’ingresso degli Agnelli nel capitale societario della c.d. Vecchia Signora (1923), il tifo per la squadra si diffuse anche tra gli operai meccanici dell’industria di proprietà della famiglia, la FIAT. Essendo iniziato un fenomeno migratorio - poi divenuto massiccio nel secondo dopoguerra - verso Torino e gli altri grandi poli industriali del Settentrione da parte dei lavoratori meridionali in cerca di impiego, la Juventus, già dagli anni trenta, divenne il primo club italiano ad avere una tifoseria non più connotata campanilisticamente o, al più, regionalmente, ma a carattere nazionale.

Con il consolidamento dei flussi migratori interni avvenuti tra gli anni cinquanta e i primi settanta la Juventus sembrò rappresentare, attraverso i suoi tifosi, lo spirito del nuovo lavoratore immigrato piemontese, mentre la tifoseria del Torino rimase legata all'ambiente culturale di marca prettamente torinese e cittadina. In anni più recenti, comunque, le differenze sociali e culturali fra le due opposte tifoserie si sono sempre più affievolite fino ad essere oramai, di fatto, nulle.

In Italia la tifoseria della Juventus è gemellata con quella dell’Avellino; fuori dal Paese esistono accordi di gemellaggio con i tifosi organizzati dell’ADO Den Haag, compagine olandese dell’Aia, e con quelli del Legia Varsavia, polacca.

La tifoseria rivale d’elezione è, come per tutti i casi di avversarie della stessa città, quella del Torino. A seguire, quella dell’Internazionale, fin dagli anni sessanta, e quella del Milan, nonostante per lungo tempo le due società abbiano tenuto buoni rapporti sportivo-commerciali con reciproci scambi di giocatori.

Più recenti, e legate all’imporsi alla ribalta negli anni ottanta delle loro squadre con conseguente lotta sportiva per la conquista del primato nazionale, le rivalità con la tifoseria della Fiorentina, legata principalmente alla lotta-scudetto del campionato 1981-82, e con quella della Roma, che fino alla metà di quel decennio fu la più valida contendente dei bianconeri al titolo.

La Curva Scirea allo Stadio delle Alpi è sempre stata il settore occupato durante le gare casalinghe dai nuclei più accesi della tifoseria organizzata. Attualmente, allo stadio Olimpico, i tifosi occupano la Curva Filadelfia.

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Storia della Juventus Football Club

Disposizione dei calciatori sul campo secondo il schema tattico del Metodo durante gli anni 1930.

Voce principale: Juventus Football Club.

La Storia della Juventus Football Club, squadra professionistica di calcio con sede a Torino (Italia), si estende per più di un secolo. Fondata da giovani studenti torinesi alla fine dell'Ottocento, la sua prima sede societaria venne stabilita presso la Via Montevecchio a Torino, nel 1898. Il club venne affiliato alla Federazione Italiana Foot-Ball nel 1900, partecipando così nel Campionato Federale dello stesso anno. Nel 1906, poco tempo dopo la vittoria del suo primo campionato, la società bianconera soffrì uno scisma che provocò la fondazione istituzionale del Foot-Ball Club Torino, dando così origine alla più antica rivalità del calcio italiano e ad una serie di problemi finanziari e, in seguito, sportivi che condussero la squadra quasi alla retrocessione in Promozione nel 1913, un periodo critico tra i più neri della storia del club bianconero. Fu l'avvocato ed ex giocatore bianconero Giuseppe Hess, presidente della Juventus a partire dalla seconda metà dello stesso anno, a farla uscire dalla crisi, migliorando la situazione economica del club e riformando le sue strutture interne con una direzione manageriale.

L'arrivo dell'imprenditore Edoardo Agnelli (presidente anche della FIAT) alla presidenza della società nel 1923 diede inizio a una lunga serie di grandi vittorie a livello nazionale ed internazionale che resero la Juventus la società italiana più blasonata ed una delle più vincenti del mondo, essendo finora l'unica squadra di club a livello pianetario ad avere vinto tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale. Inoltre i numerosi giocatori bianconeri chiamati in nazionale diedero un enorme contributo ai successi della nazionale di calcio.

La Juventus nacque nell'autunno del 1897 a Torino come società civile «per gioco, per divertimento, per voglia di novità» su iniziativa di alcuni giovani studenti della terza e quarta classe del Liceo classico "Massimo d'Azeglio" che si ritrovavano nella vicina Piazza d'Armi per giocare a foot-ball.

Inizialmente i soci fondatori dovettero affrontare il problema della sede, risolto dai fratelli Canfari che offrirono la loro officina in Corso Re Umberto 42, dove ebbe luogo la prima riunione. Al momento di scegliere il nome della neonata società furono lanciate svariate proposte, tra cui Società Polisportiva Augusta Taurinorum, Iris Club, Forza e Salute e Vigor e Robur (tutte scartate); rimasero le denominazioni Società Via Fort, Società Sportiva Massimo D'Azeglio e Sport Club Juventus. Dopo un'opportuna votazione, i soci, sebbene la maggioranza propendesse per i primi due nomi, scelsero invece quello meno votato, Sport Club Juventus (che, tra l'altro, suonava come un compromesso tra un nome anglosassone ed uno latineggiante) per favorire la diffusione del nuovo sport e la passione per la squadra anche fuori del ambito cittadino o regionale.

Nel 1898 il club vide un significativo incremento dei soci e dei giocatori, cosa che richiese lo spostamento della sede presso un locale di via Piazzi 4. Quello fu il momento da cui si può iniziare a parlare di Juventus come squadra di calcio a tutti gli effetti. Il 15 marzo dello stesso anno fu fondata la F.I.F. (Federazione Italiana Foot-Ball, con Edoardo Bosio come primo presidente) in seguito divenuta Federazione Italiana Giuoco Calcio. Per ragioni sconosciute la Juventus non si iscrisse all'associazione e quindi non poté partecipare al primo campionato italiano di calcio che si svolse l'8 maggio di quello stesso anno a Torino tra quattro squadre: Foot-Ball Club Torinese, Genoa, Società Ginnastica e International Foot-Ball Club Torino.

Nel 1899 la società assunse il nome di Foot-Ball Club Juventus. Gli incontri di quell'anno si svolsero in prevalenza in Piazza D'Armi, località Crocetta. La squadra ricevette anche i primi inviti da Alessandria, Milano e Genova, e fu la prima squadra ad ospitare a Torino una squadra straniera: il Montriond di Losanna. Ben presto il prestigio della società crebbe e la squadra acquisì il diritto di giocare al Velodromo Umberto I (all'epoca uno dei più prestigiosi campi sportivi di Torino).

La sua prima divisa sociale, nel 1897, prevedeva una camicia bianca e pantaloni «alla zuava», sostituita due anni dopo da una curiosa camicia rosa con papillon, colletto bianco, cravattino e berretto nero.

La Juventus, con Enrico Canfari presidente, dopo essersi iscritta nel consiglio della FIF, partecipò per la prima volta al Campionato Federale di Prima Categoria - il terzo nella storia del calcio italiano - l'11 maggio 1900, ma non superò nemmeno le eliminatorie in Piazza D'Armi, perdendo 0-1 contro il F.C. Torinese. Nel frattempo conquistò, per la prima volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione.

Nel suo secondo Campionato Federale, giocato tra cinque squadre, la Juventus vinse la prima eliminatoria contro la Società Ginnastica per 5-0 e giunse fino alle semifinali, battuta dal Milan Cricket. Conquistò, per la seconda volta, la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione e si aggiudicò il Gonfalone e la Medaglia del Municipio della Città di Torino, in un torneo tra squadre liguri e piemontesi.

Il 1902 segnò l'ingresso nella squadra juventina, composta quasi totalmente da studenti universitari, dei primi giocatori stranieri e di Carlo Favale come nuovo presidente. La Juventus disputò quella stagione con altre tre squadre torinesi, F.C. Torinese, Audace Torino e Società Ginnastica, il girone eliminatorio del quinto campionato de calcio ma, alla fine, dovette cedere il passo all'F.C. Torinese. Per la terza volta consecutiva gli juventini vinsero la Coppa del Ministero della Pubblica Istruzione.

Nel autunno dello stesso anno la Juventus partecipò nella Coppa Città di Torino, un importante torneo dell'epoca che si disputò al Velodromo Umberto I. Il presidente era a quel tempo Giacomo Parvopassu ed in rosa si cominciavano a vedere i ragazzi che conquisteranno il primo scudetto del club. Il 24 ottobre ci fu la semifinale contro l'Audace: nel primo tempo la Juventus andò a segno tre volte ma, secondo le cronache giornalistiche dell'epoca, la superiorità fu tanto netta che gli avversari (memori anche di uno 6 a 0 subito otto mesi prima in campionato) decisero nell'intervallo di ritirarsi, dando così via libera agli juventini per la finale. Questa si giocò il 2 novembre successivo contro il Milan. Agli ordini del doriano Francesco Calì, i bianconeri che scesero in campo furono: Domenico Durante, Gioacchino Armano I, Hugo Muetzell, Carlo Vittorio Varetti, Giovanni Goccione, Domenico Donna, Alfredo Ferraris, Giovanni Vigo, Luigi Forlano, Enrico Canfari ed Umberto Malvano. Al 90' il punteggio era di 2-2 e nei supplementari entrambe segnarono ancora una rete, portandosi sul 3-3. A questo punto l'arbitro decise di continuare ad oltranza, applicando una sorta di golden gol, ma i rossoneri in disaccordo decisero di non proseguire l'incontro lasciando campo libero alla Juventus, che venne così proclamata vincitrice dell'edizione.

Nel 1903 la Juventus abbandonò la maglia rosa ed adottò la maglia a strisce bianche e nere come un simbolo di «semplicità, austerità, aggressività e soprattutto, potere». La sede sociale venne trasferita da Via Gasometro 14 a Via Pastrengo.

Nel campionato nazionale di quell'anno la squadra torinese arrivò, per la prima volta, alla finale, perdendo però per 0-3 contro il Genoa, una dei principali formazioni del calcio pioneristico.

La Juventus vicecampione d'Italia venne invitata a Trino, presso Vercelli, a disputare un torneo triangolare. Gli incontri si giocarono nella stessa giornata, l'11 ottobre dello stesso anno. La finale del pomeriggio si giocò tra una compagine novarese chiamata Forza e Costanza e gli juventini. Quest'ultimi, con Mattioli, Carlo Vittorio Varetti, Heinrich Hess, Dalle Case, Giovanni Goccione, Fernando Nizza, Alfredo Armano, Frédéric Dick, Ugo Rolandi, lo svizzero Walter Streule ed Umberto Malvano in campo, vinsero per 15 reti a 0, conquistando così il Torneo di Trino Vercellese.

I bianconeri partecipano anche alla Coppa Città di Torino - stavolta un quadrangolare con Audace, Doria e Milan Cricket - un mese dopo la vittoria a Trino. La Juventus lo fece suo per la seconda volta, dopo avere vinto per 2-0 contro l'Audace e per 1-0 contro i rossoneri del Milan Cricket in finale.

Il 1904 fu l'anno in cui nuovi soci arrivarono alla Juventus e, con questi, anche nuovi soldi che rafforzarono le fondamenta della società. Dalla Svizzera arrivarono i tre fratelli Ajmone Marsan ed il campo di gioco ufficiale si spostò dalla Piazza D'Armi al Velodromo Umberto I, dotato finalmente di tribune. Inoltre, fu l'anno in cui si disputarono le prime trasferte internazionali tra clubs e la Juventus venne invitata a Losanna (Svizzera), in rappresentanza del calcio italiano, per disputare un torneo. Nel campionato italiano, dopo aver vinto le eliminatorie nazionali per la seconda volta consecutiva, arrivò nuovamente in finale contro il Genoa, ma perse nuovamente, sul campo di Ponte Carrega a Genova, con il risultato di 0-1.

Al termine della stagione 1903-1904 al Velodromo Umberto I si giocò la Coppa Universitaria, un torneo pioneristico di prestigio internazionale, in cui la Juventus travolse, in partita secca, l'Olympique Lyonnais Universitarie per 9 reti ad una.

Nel 1905 divenne presidente della società lo svizzero Alfred Dick, proprietario di un'industria tessile, che rinforzò la squadra inserendo alcuni suoi dipendenti, come gli svizzeri Frédéric Dick (il suo figlio), Paul Arnold Walty e Ludwig Weber, gli scozzesi Jack Diment ed Helscot, nonché gli inglesi James Squire e Goodley. In quella stagione la società spostò la sua sede a Via Donati 1 ed il presidente firmò un lungo contratto di affitto per l'utilizzo del Velodromo di Corso Re Umberto.

Il Campionato Federale dello stesso anno si giocò con una nuova formula rispetto ai campionati precedenti e fu composto di tre gironi regionali, con un girone finale - e non una sola partita - per l'assegnazione del titolo composto dai tre campioni regionali con partite d'andata e ritorno. La Juventus aveva superato il girone eliminatorio vincendo la partita per forfait 3-0 contro il F.C. Torinese, ritiratosi dalle eliminatorie regionali. Nel girone finale del campionato italiano, gli juventini batterono, con reti di Donna in due occasioni e Varetti, l'U.S. Milanese 3-0, pareggiano a Genova 1-1 con il Genoa (reti di Pollack per i genovesi e Forlano per i torinesi) e batterono di nuovo la Milanese a Milano 4-1 (reti di Varisco per i milanesi e Donna, Forlano, Squair e Varetti per la Juventus). Un nuovo pareggio 1-1 contro il Genoa (le cronache riportano le reti di Donna per le zebre e Meyer per i grifoni ed una grande performance del portiere juventino Durante) nella sfida decisiva del girone finale, giocata a Torino il 2 aprile dello stesso anno. Fu il primo grande successo del club, il suo primo titolo di Campione d'Italia, chiudendo il girone finale al primo posto a 6 punti, contro i 5 dei genovesi. Gli undici juventini che vinsero il campionato italiano per la prima volta, secondo le cronache dell'epoca, furono: il pittore Domenico Durante; Gioacchino Armano ed Oreste Mazzia (studenti al Politecnico); lo svizzero Paul Arnold Walty, Giovanni Goccione (capitano) e lo scozzese Jack Diment (tutti e tre impiegati); Alberto Barberis (studente in giurisprudenza), Carlo Vittorio Varetti (studente in ingegneria) e Luigi Forlano (geometra); l'inglese James Squair (impiegato) e Domenico Donna (un studente in giurisprudenza), che fungeva da allenatore della squadra dal 1900.

In quell'anno la Juventus si aggiudicò anche il Torneo di Seconda Categoria, a cui partecipavano sia squadre riserve sia le prime squadre di club non iscritte alla Prima Categoria. La Juventus “B” fu ammessa di diritto al girone finale, in quanto unica iscritta dell'eliminatoria piemontese, in compagnia di Genoa e Milan. I bianconeri vinsero per 1-0 al Milan in casa, 2-0 a Genova, 3-0 a Milano (con titolo matematico) e 3-0 a tavolino con il Genoa per forfait. I giornali dell'epoca tramandano gli artefici di questa vittoria: Francesco Longo, Giuseppe Servetto, Lorenzo Barberis, Fernando Nizza, Ettore Corbelli, Alessandro Ajmone Marsan, Ugo Mario, Frédéric Dick, Heinrich Hess, Marcello Bertinetti e Riccardo Ajmone Marsan.

A coronamento della stagione il successo per 2-1 sui titolari nella partitella in famiglia al termine del campionato.

Il Milan fu dichiarato vincitore di quella partita per 2-0 grazie alla deliberazione dalla Federazione Italiana Foot-Ball e quindi del titolo del IX Campionato Federale. Nel autunno del 1906 la Juventus vinse per la seconda volta la Coppa Luigi Bozino dopo le vittorie contro F.C. Torinese (8-0) e Milan (1-0) e raggiunse il terzo posto del Campionato di Seconda Categoria.

Nello stesso 1906 il presidente della società vicecampione d'Italia, Alfred Dick, che stava meditando di voler portare all'estero la squadra cambiandole perfino il nome in Jugend Fussballverein, decise, dopo alcune discussioni con i soci juventini, di rinunciare alla Juventus per fondare «per dispetto» ad alcuni giocatori importanti come Diment, Ballinger, Mazzia e Squair (tutti dipendenti della sua industria tessile), il Foot-Ball Club Torino (oggi, Torino F.C. 1906) unendosi al Torinese - una delle principali squadre dei primi anni del calcio italiano - che aveva già assorbito l'Internazionale Torino (un'altra squadra prestigiosa dall'epoca) qualche anno prima. In seguito all'abbandono del presidente svizzero la squadra bianconera rimase per due anni a corto di risorse finanziarie e di giocatori, senza più neanche il contratto d'affitto del Velodromo Umberto I. La presidenza della società fu assegnata a Carlo Vittorio Varetti.

Come conseguenza della partenza di Alfred Dick, la squadra juventina venne privata di alcuni fra i suoi migliori elementi e ritornò al campo di Piazza D'Armi, quello dei primi anni societari. In campionato, eliminati per opera proprio del Foot-Ball Club Torino il 13 gennaio 1907 (1-2 all'andata e 1-4 al ritorno), chiusero il campionato a gironi nel secondo posto delle eliminatorie Piemontesi.

Nell'ottobre dello stesso anno in una seduta straordinaria della Federazione Italiana Foot-Ball fu presa la decisione di "sdoppiare" il campionato. I motivi erano da ricondursi alla sempre crescente presenza di calciatori stranieri nelle squadre italiane. L'accordo di massima sembrava coinvolgere tutte le società ma, al momento delle votazioni, i delegati di Milan, Torino, Libertas, Genoa e Naples lasciarono la seduta per protesta. Si decise di disputare due campionati egualmente importanti: il primo, cosiddetto "Campionato Federale F.I.F.", era aperto anche a squadre con giocatori stranieri. Il secondo venne denominato "Campionato italiano" (o Coppa Romolo Buni), riservato solo a squadre composte interamente di calciatori di origine italiana.

Nel gennaio dell'anno successivo si giocò la gara di andata del primo torneo calcistico a Genova contro l'Andrea Doria, dove la Signora vinse per 3-0. Un mese dopo si rigiocò, a Torino, ma i doriani uscirono vincitori. Fu dunque necessario uno spareggio, da giocarsi a Torino per la maggior differenza reti bianconera nel doppio confronto. Si giocò a marzo e successe di tutto: bella partita e a pochi minuti dalla fine, con la Juventus in vantaggio per 2-1, il doriano Sardi colpì di testa, e il barone Mazzonis, allora giocatore bianconero, per respingere il pallone infilò Durante di testa: 2-2, ma l'incontro fu successivamente annullato per un errore tecnico arbitrale. Passarono due mesi e si potè rigiocare lo spareggio, sempre in Corso Sebastopoli - campo juventino fino a 1922 - e la Juventus vinse per 5-1 con Ernesto Borel (padre di Aldo, il Borel I, e Felice, il Borel II, entrambi futuri calciatori bianconeri) mattatore dell'incontro e del Campionato F.I.F. 1908.

Nello stesso anno la società juventina, dopo la conquista di due Palle d'Argento Henry Dapples - un'altra prestigiosa competizione pioneristica - nelle finali disputate il 22 novembre ed il 13 dicembre, festeggiò il suo decimo anniversario di fondazione con un banchetto ai suoi tifosi presso il Ristorante Della Pace di Torino.

La Juventus giocò, in qualità di campione federale d'Italia, il campionato italiano, Coppa Romolo Buni, iniziato a marzo dello stesso anno, con altre tre squadre. Il 1° marzo i bianconeri pareggiarono 1-1 a Vercelli contro la Pro, poi vincitrice del torneo, nella gara d'andata delle eliminatorie regionali, rinunciando in seguito di giocare la gara di ritorno a Torino il 8 marzo per protesta contro il divieto di impiego di giocatori stranieri, che all'epoca erano l'ossatura delle squadre italiane, ancora alle prime armi.

Nel 1909, con la seconda vittoria consecutiva degli juventini nel Campionato F.I.F. ed il terzo posto nell'eliminatoria piemontese del campionato italiano (che segnò il ritorno dei calciatori stranieri nelle squadre), si chiuse il ciclo dei giocatori-pionieri come Umberto Malvano e Domenico Donna.

Nel campionato italiano 1912–1913, il primo in cui venne stabilita la retrocessione, la Juventus si classificò all'ultimo posto del suo girone, il piemontese, con 3 punti in 10 giornate, al pari dell'Internazionale Napoli nel girone meridionale (con zero punti), dell'Alba Roma nel girone laziale (anch'essa a zero punti), del Pisa nel girone toscano (con 4 punti), del Racing Libertas nel girone lombardo-ligure (1 punto in 10 giornate) e del Modena nel girone veneto-emiliano (1 punto in 10 giornate), queste ultime iscritte nel cosidetto Torneo Maggiore all'inizio della stagione. Tutte queste squadre - compresi i bianconeri - sarebbero dovute retrocedere ma, in seguito alle loro proteste, durante l'Assemblea FIGC di preparazione della nuova stagione, si decise di riformare i tornei, allargando il numero delle squadre partecipanti e, di conseguenza, ripescare tutte le squadre retrocesse in quella stagione. Per il campionato successivo si stabilì che le squadre liguri, che nella stagione precedente avevano giocato con le lombarde, sarebbero state aggregate al girone piemontese, scelta che ne causò la saturazione. Di conseguenza il Novara, penultimo nel campionato, fu ammesso al girone lombardo mentre la Juventus fu ammessa in tale girone con una clausola particolare: essendo state promosse in I Categoria troppe squadre lombarde (Nazionale Lombardia, Juventus Italia, l'Associazione Milanese Calcio e, d'ufficio, il Como) si decise togliere una lombarda (il Brescia, settima nel Campionato di Promozione 1912–1913 e promossa d'ufficio nella massima categoria) spostandola nel raggruppamento veneto, lasciando libero un posto per la compagine torinese. Di fatto tutte le squadre che dovevano retrocedere in Promozione alla fine della stagione 1913–1914 (Prato, Pro Roma, Liguria, Ass. Milanese Calcio ed Udinese) furono riammesse.

Il tredicesimo campionato italiano di calcio, disputatosi nella stagione 1909-1910, fu il primo nella storia del calcio italiano in cui venne introdotto, ispirandosi al modello della First Division britannica, il girone unico con partite di andata e di ritorno. Come risultato di tale rivoluzione il torneo iniziò nell'autunno del 1909 e si giocarono un maggior numero di gare. Quell'anno la Juventus si classificò al terzo posto.

Il quattordicesimo campionato di calcio fu il primo in cui furono ammesse squadre della regione nord-orientale d'Italia (Veneto ed Emilia) ed anche il primo dove fu introdotto il calendario dalla Federazione di calcio. La Juventus finì nona ed ultima nella classifica del cosidetto Torneo Maggiore a dieci squadre.

La Juventus si presentò al campionato successivo, iniziato ad ottobre del 1911, con un organico composto da soli dieci giocatori, finendo terz'ultima con soli 9 punti.

Nella stagione 1912-13 il girone unico fu abolito ed il campionato nazionale venne esteso anche alla regione centro-meridionale della penisola italiana con formazioni toscane, laziali e campane in uno dei due tronconi del campionato, i cui vincitori accedevano direttamente alla finale del campionato. La società bianconera si classificò all'ultimo posto nel girone Ligure-Piemontese nel primo anno in cui vennero introdotte le retrocessioni in Promozione (i campionati regionali, in quanto l'attuale Serie B esiste solo dal 1930) come conseguenza di un periodo critico a livello economico per la grande difficoltà della società a reclutare nuovi giocatori nelle ultimi tre stagioni ma, al pari di tutte le squadre classificate al'ultimo posto nei loro gironi, fu ripescata e, insieme ai piemontesi del Novara, ammessa nel girone lombardo del campionato successivo (vedi quadro).

Con la presidenza dell'avvocato Giuseppe "Bino" Hess, ex giocatore juventino e poi dirigente della società bianconera, nel 1913, la Juventus (considerata ormai dopo la crisi come una squadra di secondo piano rispetto alle potenze calcistiche dell'epoca come la Pro Vercelli ed il Casale), aprì un nuovo ciclo con un tipo di mentalità manageriale diversa rispetto al periodo precedente: dopo il citato "ripescaggio", la squadra torinese disputò un campionato sorprendente, piazzandosi seconda dietro l'Inter nel girone lombardo e finendo quarta nella fase finale del Campionato Alta Italia (uno dei due gruppi del campionato nazionale), prendendosi lo sfizio di battere il Casale (poi Campione d'Italia) per 1-0.

Nel 1914 il Campionato iniziò ad ottobre, quando la Prima Guerra Mondiale non aveva ancora coinvolto l'Italia, ma il precipitare degli eventi e la decisione (presa il 22 maggio 1915) del Governo italiano di entrare in guerra a fianco delle potenze dell'Intesa, costrinse la Federazione alla sua sospensione. Nel settembre 1919 la vittoria venne assegnata al Genoa in quanto squadra capolista ad una giornata dal termine, mentre la Juventus terminò seconda nel gruppo semifinale.

Gli anni della Prima Grande Guerra portarono lutti in casa bianconera e delle altre società sportive italiane. All'inizio di quel conflitto furono 24 gli juventini sotto le armi: 6 soldati semplici e 18 tra allievi ufficiali, sottufficiali o addetti sanitari. La presidenza della società torinese fu così assegnata, provvisoriamente in primis e poi, fino a 1918, al Comitato Presidenziale di Guerra: il triumvirato composto dal pionere Gioacchino Armano, il dirigente Sandro Zambelli e l'ex calciatore Fernando Nizza. Nel 1916 saranno ben 170 i soci e giocatori della Juventus a prendere parte al conflitto bellico, con varie mansioni che partivano dal soldato semplice fino all'ufficiale.

Allo scopo di mantenere saldi i contatti con i propri associati e con i tifosi bianconeri lontani a causa della guerra, il 10 giugno 1915, venne pubblicato per la prima volta il giornale ufficiale della società, intitolato Hurrà Juventus, il primo del suo genero in patria.

Il 26 dicembre di quell'anno, sulla neonata rivista venne pubblicata la memoria autografa di Enrico Canfari, caduto nella Terza battaglia dell'Isonzo insieme a Giuseppe Hess e molti altri componenti della Juventus il precedente 23 ottobre 1915. Questo testo rappresenta tutt'oggi, nella storia bianconera, l'unica testimonianza scritta delle sue origini.

Gli juventini parteciparono, durante la Prima Grande Guerra, alla Coppa Mauro ed alla Coppa Federale di calcio. In quest'ultima competizione in particolare, dopo la vittoria nel girone eliminatorio, arrivarono fino alle finali con il Genoa, il Milan, il Casale (poi ritirata per gravissimi problemi finanziari) ed il Modena e terminò al secondo posto della classifica con 10 punti, uno di meno rispetto ai rossoneri, vincitori del torneo.

Finito il primo conflitto mondiale, il calcio ripartì in Italia con la stagione 1919-1920. Al Campionato si iscrissero 67 squadre ed il torneo venne diviso in gironi e campionati interregionali (come i Gironi Piemontese o Lombardo, con ogni girone diviso in gruppi). La Juventus, campione della Regione Piemonte, concluse quel campionato al secondo posto nel girone finale, grazie soprattutto al portiere Giovanni Giacone ed ai terzini Oswaldo Novo e Antonio Bruna, i primi calciatori della società bianconera a giocare in Nazionale (Italia-Svizzera 0-3 del 28 marzo 1920 disputatasi a Roma) e chi diedero il via alla tradizionale coppia di terzini di primo ordine che sarebbe diventata una caratteristica della Juventus.

Con il poeta e letterato Corrado Corradini (autore, tra l'altro, dell'Inno Ufficiale della Società utilizzato fino agli anni Sessanta) eletto nuovo presidente del club nel 1919, nella stagione 1921-1922 i bianconeri si iscrissero al Campionato della Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.), un settore dissidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), con sede a Milano. La scissione fu il risultato delle proteste delle squadre più rinomate che mal digerivano l'eccessivo affollamento dei tornei (al campionato precedente, dove la Juventus si classificò al quarto posto del Gruppo A del Girone Piemontese, parteciparono ben ottantotto squadre, un record). La squadra torinese chiuse la stagione al quarto posto del Girone A della Lega Nord.

Il numero dei tifosi, nel frattempo, crebbe: il 19 ottobre 1922, con Gino Olivetti a capo della Juventus dall'anno precedente, venne inaugurato lo Stadio di Corso Marsiglia (situato nell'attuale Corso Tirreno a Torino), con 15.000 posti: fu il primo stadio d'Italia costruito in cemento armato e venne considerato all'epoca un «gioiello di ingegneria». Nella gara inaugurale dello stadio la Juventus vinse 4-0 al Modena.

Il 24 luglio 1923, anno della riunificazione del campionato, la famiglia Agnelli, una delle più potenti dell'intera nazione, entrò a far parte della società bianconera con Edoardo, figlio di Giovanni Agnelli, fondatore dell'azienda automobilistica FIAT, eletto nuovo presidente del club in sostituzione di Olivetti, che diede subito il via ad un'intensa campagna di rafforzamento della squadra. Quella data rappresentò sia l'inizio del famoso legame tra la società torinese e la celebre famiglia industriale, il più antico del panorama calcistico italiano e vigente tutt'oggi, che la nascita del cosiddetto Stile Juve: «eleganza, professionalità e mentalità vincente». In tale anno la squadra raggiunse il quinto posto del Girone B della Lega Nord.

Nella stagione 1923-1924, come conseguenza dell'introduzione del Progetto Pozzo due anni prima, il torneo fu diviso in due grande gironi coordinati uno dalla Lega Nord e l'altro dalla Lega Sud. Quella fu anche la stagione in cui venne introdotto per la prima volta nel calcio italiano lo scudetto, come stemma onorifico assegnato alle squadre vincitrici del campionato federale. Durante il torneo, l'affaire Rosetta, sollevato dalla dirigenza genoana (campione d'Italia la stagione precedente), costò alla squadra bianconera le sconfitte a tavolino di tutte e tre le partite disputate dal suo difensore Virginio Rosetta, il primo giocatore italiano ufficialmente ceduto dietro contropartita economica (50.000 lire di contratto ed un mensile di 6.000 lire), arrivato a Torino dalla Pro Vercelli in quella stagione, ma squalificato dal campionato.Come conseguenza della penalizzazione, la Juventus si classificò in quinta posizione del primo raggruppamento della Lega Nord, a pari merito con l'Alessandria, con 26 punti, sette in meno rispetto ai liguri, vincitore del gruppo e poi, del tricolore.

Quello fu l'anno di debutto in campionato per Gianpiero Combi (cresciuto nel vivaio bianconero e, in seguito, grande protagonista dei successi juventini e della Nazionale A negli anni a venire) e dell'arrivo a Torino del primo allenatore della storia bianconera, Jenő Károly (che ebbe un contratto in base al quale avrebbe percepito 2.500 lire come anticipo, una settimana di vacanze pagate ed un premio di 10.000 lire in caso di vittoria dello scudetto), e la mezz'ala sinistra Ferenc Hirzer, entrambi ungheresi.

All'inizio della stagione 1924-1925, la Juventus venne rafforzata con l'arrivo del giocatore ungherese József Viola e dell'attacante Pietro Pastore che, con quindici anni d'età, è il debutante più giovane della storia bianconera. La squadra, nonostante le 14 reti dell'ala destra Federico Munerati, raggiunse solo il terzo posto del secondo raggruppamento del campionato, con due punti in meno sul Bologna, poi vincitore del campionato. La scomparsa del mediano Monticone, causata da un'aneurisma, segnò dolorosamente la società bianconera in quella stagione.

A livello societario, la società torinese organizzò i quadri manageriali assegnando precisi compiti ai vari dirigenti.

Nella stagione 1925-1926 la federazione di calcio autorizzò l'apertura ai calciatori stranieri e le zebre torinesi - che rappresentavano, per il rinnovamento societario ad opera degli Agnelli, «il futuro del calcio piemontese», in campionato raggiunsero il primo posto grazie alle nove vittorie consecutive, per un totale di 17 partite di fila senza soffrire sconfitte nel secondo raggruppamento della Lega Nord a 12 squadre, con nove partite (934 minuti) con la porta inviolata (record del calcio pioneristico), grazie anche alle prestazioni del famoso trio difesivo composto dal portiere Gianpiero Combi ed i terzini Virginio Rosetta e Luigi Allemandi. Con 17 vittorie, 3 pareggi e 2 sconfitte, si qualificò, per la prima volta in cinque anni, alla finale della Lega Nord contro il Bologna, rinnovato un anno prima da Leandro Arpinati, vicesegretario nazionale del PNF. Nella gara d'andata, giocata nel 11 luglio 1926 al campo Sterllino di Bologna, le due squadre pareggiarono 2-2 (due reti di Hirzer, capocannoniere di quella stagione con 35 reti in un totale di 26 partite). La gara di ritorno, giocata in Corso Marsiglia a Torino il 25 luglio dello stesso anno, finì 0 a 0. L'allenatore juventino Károly morì di infarto il 28 luglio, appena cinque giorni prima della partita di spareggio. In questa gara, disputata a Milano il 1° agosto, la Juventus vinse 2-1 con reti di Pietro Pastore - terzo posto della classifica finale dei marcatori in campionato durante quella stagione con 26 reti - ed Antonio Vojak I.

La Juventus, in qualità di campione del Nord, affrontò la finale contro l'Alba Roma, campione del Sud, vincendo sia all'andata per 7-1 a Torino l'8 agosto, che al ritorno per 5-0 a Roma il 22 agosto 1926. Così, con 37 punti (per un totale di 45 punti a fine del torneo) ed il migliore attaco e difesa del torneo, 68 reti a favore (per un totale di 84 a fine del campionato) e solo 14 in contro (per un totale di 18 a fine dello stesso torneo), si aggiudicò il suo secondo titolo federale, ventuno anni dopo il primo scudetto vinto nel 1905. Indossò così sulla maglia, per la prima volta, il simbolo di campione d'Italia, composto all'epoca da uno scudo sabaudo rosso con una croce bianca all'interno ed un fascio littorio - simbolo della Roma imperiale -, lo stesso utilizzato dalla nazionale italiana dall'incontro con l'Ungheria del 6 gennaio 1911. La vittoria contro l'Alba diventò storica anche per l'impatto popolare che scatenò soprattutto nella Città di Torino.

La Carta di Viareggio del 2 agosto 1926 portò all fusione della Lega Nord e della Lega Sud nella cossidetta Divisione Nazionale, prima dell'inizio del ventisettesimo campionato a gironi.

Nel campionato nazionale 1926-1927, la vecchia Signora, squadra campione in carica e, fino al 1930, sotto la guida tennica delllo scozzese George Aitken in sostituzione del ungherese Jenő Károly, si classificò nel primo posto del suo girone con 27 punti, 44 reti a favore e 10 contro. Nel girone finale della Divisione Nazionale a sei squadre, i bianconeri si classificarono al terzo posto con 11 punti, 24 reti a favore e 13 contro, dopo le vittorie storiche contro il Genoa (6-0 a Torino; 3-2 a Genova) e contro il Milan (8-2 a Torino il 10 luglio 1927) ed anche un derby con un precedente polemico: un dirigente granata, il dottor Nani, secondo le cronache, avrebbe corrotto il terzino della Juventus Luigi Allemandi con 50.000 lire, affinché questi addomesticasse il derby del 5 giugno 1927. Il risultato finale di quel derby fu di 2 reti a 1 a favore del Toro di Libonatti, Baloncieri e Rossetti, squadra capolista di quel girone finale. Alla fine del campionato, Allemandi - in primis squalificato a vita secondo sentenza della FIGC, ma poi amnistiato dopo il meritato terzo posto della Squadra Azzurra alle Olimpiadi del 1928 - fu ceduto all'Inter. La Juventus partecipò anche alla prima edizione della Coppa Italia e raggiunse la quarta fase eliminatoria, dopo le vittorie in trasferta contro il Cento per 15 a 0 il 6 gennaio - vittoria col maggior differenza reti della storia bianconera -, e contro il Parma per 2 a 0 il 27 febbraio dello stesso anno. La gara del quarto turno contro il Milan non fu disputata, al pari di altre otto partite, per l'interruzione del torneo per mancanza di date disponibili tra le formazioni classificate.

Nel 1928, le nuove leggi fasciste vietarono l'impiego di calciatori stranieri nel campionato italiano, per questo la Juventus fu costretta a cedere Hirzer, che tornò in Ungheria e fu sostituito dal attacante Luigi Cevenini III, proveniente dall'Inter. I bianconeri chiusero il campionato 1927-1928 al secondo posto nel gruppo B della Divisione Nazionale e raggiungono in seguito il terzo posto nel gruppo finale del torneo. Dopo le Olimpiade di Amsterdam di quello anno, vennero acquistati due giocatori argentini, messisi in luce durante il torneo olimpico: l'ala sinistra Raimundo Orsi ed il centromediano Luis Monti, poi membri della nazionale argentina vicecampione del mondo in Uruguay. Approdarono al club torinese anche il mediano Mario Varglien I ed il terzino sinistro Umberto Caligaris che, insieme a Combi e Rosetta, formò il trio difesivo della Juventus e della nazionale di calcio italiana negli anni Trenta del secolo scorso, una delle migliori linee difensive di tutti i tempi.

Il campionato 1928-1929 fu l'ultimo con il format a gironi e, per la Juventus, un torneo di transizione. La squadra torinese giunse il secondo posto del Gruppo B con 76 reti a favore e 25 contro. Da notare le due vittorie per 11 reti a 0, contro la Fiorentina il 7 ottobre e contro la Fiumana il 4 novembre 1928, e la serie di 12 vittorie consecutive.

Dopo il termine del campionato, la Juventus partecipò per la prima volta ad una competizione internazionale per club a livello professionistico: la Coppa dell'Europa Centrale, arrivando fino ai quarti di finale del torneo.

La seconda metà del anno 1929 registrò l'istituzione del Campionato a Girone Unico, ovvero la nascita della Serie A e della Serie B a 18 squadre.

Gli juventini, rafforzati dal oriundo argentino Renato Cesarini, chiusero il primo campionato di Serie A al terzo posto segnando 78 reti, con 5 punti di meno rispetto all'Ambrosiana-Inter, campione d'Italia.

Con l'imprenditore Edoardo Agnelli ancora alla presidenza della società bianconera, si aprì un ciclo che portò la squadra a conquistare cinque titoli nazionali consecutivi – record eguagliato nel calcio italiano solo dal "Grande Torino" nel corso degli anni quaranta del secolo scorso – tra la stagione 1930-1931 e la stagione 1934-1935. La squadra si dimostrò una delle migliori del tempo in Europa, avendo raggiunto in quattro stagioni consecutive le semifinali della Coppa dell'Europa Centrale, una sorta di "antenata" della Coppa dei Campioni, tra la stagione 1931-1932 (seconda partecipazione dei bianconeri alla Coppa) e la stagione 1934-1935. La squadra costituì anche il nucleo della Nazionale italiana durante la prima metà degli anni trenta, periodo durante il quale gli Azzurri si aggiudicarono il campionato del mondo 1934. Per tali successi, questo periodo passò alla storia come il Quinquennio d'oro e il gruppo di calciatori juventini convocati in Nazionale come la Nazio-Juve.

La Juventus della prima metà degli anni trenta del ventesimo secolo utilizzava il metodo, lo stesso schema applicato dalla Nazionale italiana: tale schema di gioco era il risultato di un'evoluzione delle tattiche applicate dalla scuola danubiana durante gli anni 1920 e 1930. Attraverso il suo innovativo modulo 2-3-2-3 o "WW" (vedi disposizione dei giocatori nell'immagine), derivato invece del modulo tattico noto come "Piramide di Cambridge" (2-3-5), gli attaccanti interni della squadra, Cesarini e Ferrari, potevano dare supporto al «centromediano metodista» Monti, giocatore con il compito di costruire il gioco, mentre i due mediani laterali, Varglien I e Bertolini, affrontavano le ali delle squadre avversarie; la linea difensiva, guidata dal trio Combi-Rosetta-Caligaris, poté acquisire maggior sicurezza mentre il centrocampo riusciva a sfruttare una maggior superiorità numerica. Tale schema rese possibile costruire una serie di attachi e contropiedi più veloci ed efficaci rispetto agli schemi tattici del decennio scorso. La linea offensiva bianconera, con calciatori come le ali Sernagiotto ed Orsi, ed il centravanti Vecchina, sostituito poi da Borel II – con il supporto delle mezzeali prima nominate –, fu la principale artefice delle 434 reti realizzate dalla squadra in partite ufficiali durante il "Quinquennio d'oro" (384 in tornei nazionali e 50 nelle coppe).

Il 14 luglio 1935 morì in un incidente aereo, davanti al porto di Genova, il presidente bianconero Edoardo Agnelli. Questo avvenimento, con la partenza di alcuni campioni come Cesarini e Ferrari, influì negativamente sul rendimento della squadra, che chiuse il campionato 1935-1936 al 5° posto, con Virginio Rosetta come giocatore-allenatore.

Sul finire degli anni 1930, la società bianconera riuscì ad aggiungere alla propria bacheca soltanto due Coppe Italia: la prima fu ottenuta al termine della stagione 1937-1938, dopo la vittoria in finale sul Torino (3-1 per i bianconeri all'andata e 2-1 al ritorno); la seconda arrivò durante la stagione 1941-1942 quando, nella doppia finale, la Juventus sconfisse il Milan (pareggio per 1-1 a Milano e vittoria per 4-1 a Torino, con tre reti della stella albanese Riza Lushta). Nel 1938, i bianconeri si classificarono secondi in campionato a due punti dall'Ambrosiana Campione d'Italia.

All'indomani della Seconda Guerra Mondiale, la società trascorse diverse stagioni nelle prime posizioni della Serie A. Nel 1947, Gianni Agnelli (detto "L'Avvocato") diventò presidente della Juventus. La Signora vinse lo scudetto al termine della stagione 1949-50, a 15 anni dall'ultimo successo, con 100 reti in campionato e 62 punti, grazie al supporto dal nuovo allenatore, l'inglese Jesse Carver, e di nuovi campioni come Carlo Parola, Ermes Muccinelli, i danesi Karl Aage Præst e John Hansen, ed in particolar modo Giampiero Boniperti, bandiera bianconera che smetterà di giocare alla fine della stagione 1960-61, dopo 444 presenze in Serie A e 182 reti, che ne fanno oggi il secondo miglior cannoniere della storia della società.

Nella stagione successiva, la 1950-1951, la Juventus arrivò terza in Serie A realizzando 103 reti. Nel 1951-1952, sotto la guida dell'ex giocatore ungherese György Sárosi, vinse ancora lo scudetto, grazie al trio d'attacco formato da Muccinelli, Boniperti e Hansen: le reti realizzate in campionato furono 98 (19 quelle di Boniperti, il capocannoniere della squadra) e i punti 60. Quel nono scudetto consentì ai bianconeri di raggiungere il Genoa, che aveva da sempre dominato la classifica per numero di tornei vinti. Nella stagione successiva, la squadra giunse seconda, dopo la storica vittoria per 8-0 sulla Fiorentina.

Nel 1955, per impegni di lavoro, Gianni Agnelli lasciò la presidenza che, due anni più tardi, passò a suo fratello minore Umberto (detto "Il Dottore"): a 22 anni Umberto divenne il più giovane presidente della storia della società bianconera. Con lui si aprì un nuovo trionfale ciclo di vittorie, con la società bianconera vincitrice dello scudetto nella stagione 1957-58 grazie anche a nuovi campioni come il gallese John Charles, l'argentino di origini italiane Omar Sivori (premiato con il Pallone d'oro nel 1961), e a campioni affermati come Boniperti. I tre saranno ricordati come il Trio Magico, uno degli attacchi più forti di tutti i tempi: 235 reti nel competizioni ufficiali (95 di Charles, 113 di Sivori e 27 di Boniperti), di cui 201 in Serie A, dalla stagione 1957-1958 alla stagione 1960-1961).

Per la prima volta, una società italiana di calcio conquistò la Stella d'Oro al Merito Sportivo, attribuita dalla FIGC per avere vinto dieci titoli nazionali.

Nella stagione 1958-1959 la Juve finì terza in campionato, ma vinse la Coppa Italia battendo in finale l'Inter per 4-1. Nel 1960 conquistò un altro scudetto (l'undicesimo) e un'altra Coppa Italia (la quarta): fu la prima "doppietta" della storia bianconera, un record eguagliato solo dal Grande Torino, dal Napoli e dalla Lazio in tutta la storia del calcio italiano. La vecchia Signora conquistò ancora uno scudetto nel 1960-1961 (con il record di Sivori, che segnò ben 6 reti nella storica vittoria per 9-1 contro l'Inter, in cui i nerazzurri schierarono per protesta la formazione Primavera), ricevendo per prima volta la Coppa campioni d'Italia.

Alla loro terza partecipazione europea, i bianconeri arrivarono ai quarti di finale della Coppa dei Campioni 1961-1962 contro il Real Madrid Ye-Yé di Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás e Francisco Gento: vittoria madridista per 1-0 a Torino e vittoria della Juve per 1-0, con rete di Sivori, a Madrid (prima vittoria di una squadra italiana nella capitale spagnola). Lo spareggio venne giocato a Parigi e il Real vinse per 3-1.

Ma i successi in casa bianconera non si limitarono agli scudetti. Nel 1962-1963 i bianconeri vinsero la Coppa delle Alpi, loro primo successo internazionale, con quattro vittorie in altrettante partite (in finale batterono l'Atalanta 3-2) e, nel 1964-1965, la Coppa Italia, battendo l'Inter in finale per 1-0; tuttavia in quella stagione la Juventus perse la Coppa delle Fiere (antenata della Coppa UEFA) contro il Ferencváros (finale unica, 0-1 a Torino). Analoga conclusione si ebbe nella stagione 1970-71, ultima edizione della Coppa delle Fiere, contro il Leeds United, nonostante il doppio pareggio in finale: 2-2 a Torino e 1-1 a Leeds (questa fu la prima volta che il trofeo venne assegnato sulla base dei gol segnati in trasferta).

Nella stagione 1966-1967 la Juventus, trasformata quell'anno in società per azioni conquistò il suo tredicesimo scudetto all'ultima giornata e ai danni dell'Inter. La cossidetta Juve Operaia Alla vigilia dell'ultimo incontro l'Inter precedeva la Juventus di un solo punto: i nerazzurri persero per 1-0 a Mantova (con errore del portiere Giuliano Sarti), mentre i bianconeri batterono in casa la Lazio per 2-0. Il presidente della società era Vittore Catella e l'allenatore era Heriberto Herrera, tecnico paraguayano precursore del movimiento, primo esempio di calcio totale, poi sviluppato e perfezionato negli Anni 1970 dalla Nazionale olandese di Johan Cruijff.

Nella Coppa dei Campioni della stagione successiva la Juventus, rafforzata dall'arrivo del tedesco Helmut Haller, arrivò ai semifinali del torneo, ma perse contro il Benfica di Eusébio (0-2 a Lisbona e 0-1 a Torino). Nella stagione 1969-70 debuttò in prima squadra il giovane Giuseppe Furino, che giocherà con i bianconeri fino al 1983-84, vincendo otto scudetti e risultando, assieme a Giovanni Ferrari, il calciatore italiano che ha tutt'ora vinto più tricolori.

Il 13 luglio 1971 Giampiero Boniperti, dopo il lungo periodo trascorso in veste di giocatore, diventò presidente del club. Con Boniperti si aprì un lungo ciclo trionfale che coincise, come negli anni trenta, con i grandi successi della Nazionale italiana, guidata in questi anni da Enzo Bearzot.

Sotto la sua gestione dirigenziale, la società vinse nove scudetti in quindici anni (1971-1972, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977, 1977-1978, 1980-1981, 1981-1982, 1983-1984 e 1985-1986), tre Coppe Italia (1978-1979, 1982-1983 e 1989-1990) ed un totale di sei trofei a livello internazionale, tra loro tutte le competizioni a livello di club, sia europee che intercontinentali.

La Juventus si classificò quarta nel campionato nazionale della stagione 1970-1971. Il 26 maggio di quell'anno morì a soli 36 anni, per un male incurabile, Armando Picchi, allenatore dei bianconeri da appena un anno. Nella stagione successiva la Juventus, già sotto la conduzione tecnica dell’ex giocatore cecoslovacco Čestmír Vycpálek e con l'apporto di di alcuni consolidati elementi come Sandro Salvadore e la valorizzazione di giovani calciatori come Franco Causio (proveniente dal Lecce), Giuseppe Furino (crescikuto nelle divisioni minori bianconere, dal Palermo), Fabio Capello (dalla Roma e, prima ancora, dalla SPAL), del libero (poi capitano bianconero) Gaetano Scirea e soprattutto di Roberto Bettega, torinese prodotto del vivaio bianconero, vinse lo scudetto della stagione 1971-1972, in cui il girone d' andata fu un continuo alternarsi di squadre nelle prime posizioni, con un punto di vantaggio sul Milan.

Al termine della stagione 1972-1973 il club torinese vinse il suo 15º scudetto, questa volta in maniera rocambolesca: seconda in classifica a 43 punti a pari merito della Lazio e con un punto di svantaggio rispetto al Milan capolista all’inizio dell'ultima giornata di campionato, la Juventus riuscì a vincere fuori casa negli ultimi minuti per due reti contro uno - rete a 3 minuti dalla fine di Cuccureddu - un incontro che stava perdendo allo Stadio Olimpico contro la Roma, mentre la Lazio fu sconfitta 0-1 a Napoli e il Milan, già sotto 1-3 alla fine del primo tempo, uscì battuto per 3-5 dal campo del Verona. La società lombarda si prese la rivincita in Coppa Italia battendo i bianconeri in finale ai calci di rigore. Nella stessa stagione i bianconeri, senza giocatori stranieri in rosa (per via del divieto di ingaggiare calciatori stranieri imposto dopo la sconfitta dell'Italia contro la Corea del Nord ai Mondiali inglesi del 1966), raggiunsero per la prima volta nella loro storia la finale di Coppa dei Campioni, ma persero a Belgrado contro l'Ajax - guidata dalla panchina dal rumeno-ungherese Ştefan Kovács - per 1-0, con gol al 4' dell'attacante Johnny Rep.

Il 28 novembre di quell'anno la Juventus (che prese il posto del rinunciatario Ajax) perse a Roma anche la Coppa Intercontinentale contro l'Independiente: 0-1 contro i "diavoli rossi" di Avellaneda, con rigore fallito da Cuccureddu quando la gara era ancora sullo 0-0. Per di più, i dirigenti bianconeri avevano trovato l'accordo con gli argentini per disputare la finale in un'unica partita allo Stadio Olimpico di Roma.

Nel 1974, dopo il Mondiale in Germania, iniziò un nuovo ciclo di grandi risultati per la Nazionale del C.T. Enzo Bearzot: quattro anni dopo, al Campionato del mondo 1978 in Argentina, l'Italia arrivò quarta, avendo nelle file complessivamente nove giocatori bianconeri: Dino Zoff, Antonio Cabrini, Claudio Gentile, Gaetano Scirea, Romeo Benetti, Antonello Cuccureddu, Franco Causio, Marco Tardelli e Roberto Bettega. In seguito, al campionato mondiale in Spagna, sei giocatori bianconeri del cosiddetto Blocco-Juve, si laureano campioni del mondo.

Allenata dall'ex-campione bianconero Carlo Parola, nella stagione 1973-1974 la Juve si classificò seconda in Serie A, alle spalle dei rivali cittadini del Torino, e raggiunse il Girone finale di Coppa Italia. Nella stagione successiva, il club vinse lo scudetto, al termine di un duello appassionante con il Napoli, e arrivò fino alle semifinali della Coppa UEFA. Nel 1975-1976, invece, non fu sufficiente un girone di andata da record (26 punti su 30 ottenuti), poiché lo scudetto finì nelle mani del Torino. In quell'anno vennero ingaggiati altri giocatori, come Marco Tardelli, Antonio Cabrini, Romeo Benetti e Roberto Boninsegna.

L’anno seguente, Parola fu sostituito dall’emergente Giovanni Trapattoni, all’epoca trentasettenne e con alle spalle solo un biennio di conduzione tecnica, nel Milan, club nel quale è stato anche giocatore.

Al primo anno di Trapattoni alla Juventus è legato uno degli scudetti probabilmente più combattuti e spettacolari del calcio italiano, quello della stagione 1976-1977, conteso ai campioni uscenti del Torino fino all’ultima giornata: le due squadre, appaiate in cima alla classifica alla fine del girone d’andata con una media-punti insostenibile per le altre contendenti, continuarono il testa-a-testa per tutto il girone di ritorno. La Juventus prevalse alla fine con 51 punti, frutto di 23 vittorie, 5 pareggi e 2 sole sconfitte (record per la Serie A a 16 squadre), contro i 50 del Torino, un «lungo e affascinante duello». Per avere un’idea del ritmo impresso dalle due compagini torinesi a quell’edizione del campionato, basti notare che la terza classificata, la Fiorentina, si fermò a 35 punti. Quattro giorni prima di vincere il suo 17° scudetto la Juventus si aggiudicò anche la sua prima competizione internazionale, la Coppa UEFA, al termine di una durissima doppia finale disputata contro gli spagnoli dell’Athletic di Bilbao. All’andata la Juventus vinse 1-0 con un goal di Marco Tardelli, al ritorno passò subito in vantaggio con un goal di Roberto Bettega e, pur perdendo alla fine per 1-2, riuscì a vincere il doppio confronto contro i baschi e a portare a casa la Coppa. Fu, quella, l’unica affermazione internazionale che la Juventus, e più in generale una qualsiasi squadra di club, conseguì con un organico composto esclusivamente da giocatori italiani: di essi, quelli schierati in campo nella circostanza furono Zoff, Cuccureddu, Gentile; Furino, F. Morini, Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna (sostituito al 59’ dell’incontro da Spinosi), Benetti e Bettega.

Con il supporto di Pietro Paolo Virdis, adquistato dal Cagliari, la Juventus conquistò il suo secondo tricolore con­secutivo con cinque punti di vantaggio sul Lanerossi Vicenza del centravante Paolo Rossi, squadra-rivelazione del torneo. nel frattempo i bianconeri arrivarono fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, perdendo ai supplementari con il Club Brugge.

Gli anni settanta si chiusero con un'altra Coppa Italia, la sesta, nel 1978-1979, con la vittoria in finale sul Palermo per 2-1 dopo i tempi supplementari.

Nella stagione successiva, la squadra giunse fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, sconfitta nel doppio confronto dai londinesi dell’Arsenal (1-1 e 0-1); nella squadra inglese si mise in luce un giovane calciatore irlandese, Liam Brady, che nel mercato estivo di quell'anno, il primo aperto dopo molti anni ai calciatori stranieri, fu acquistato proprio dal club bianconero e divenne, nel biennio successivo, tra i protagonisti dei due scudetti consecutivi vinti dalla Juventus, quello del 1980-1981, il 19°.

In quegli anni giunsero alla corte della società nuovi giocatori, come i giovani Paolo Rossi (capocannoniere del Mundial spagnolo con 6 reti e Pallone d'oro 1982), Domenico Marocchino e Giuseppe Galderisi.

Durante il campionato del mondo in Spagna si distinsero altri due giocatori che proprio quell'estate erano arrivati alla Juventus, ovvero il polacco Zbigniew Boniek, ingaggiato dal Widzew Łódź, ed il francese Michel Platini, all’epoca in scadenza di contratto presso il suo club in Francia, il Saint-Étienne, che sarebbero stati tra i principali protagonisti della Juventus negli anni successivi e le cui nazionali erano giunte rispettivamente al terzo e quarto posto di quel mondiale.

Con queste premesse la serie di trionfi della Juventus si allungò: nella stagione 1982-1983 ottenne un sofferto successo in Coppa Italia (per la settima volta) battendo in finale l'Hellas Verona: all'andata, a Verona, gli scaligeri si aggiudicarono l'incontro per 2-0, mentre nella gara di ritorno la Juventus riuscì a ribaltare il risultato vincendo 3-0 dopo i tempi supplementari. Nella stessa stagione la squadra vinse anche il Mundialito Clubs e giunse alla sua seconda finale di Coppa dei Campioni, questa volta da favorita, avversario l’Amburgo: ma un goal di Felix Magath fu sufficiente a far svanire il sogno di laurearsi campione d’Europa per la prima volta; dopo tale incontro Magath rimase a lungo nell’immaginario dei sostenitori juventini come una c.d. “bestia nera”. Quella finale costituì l'ultima esibizione in campo con i colori bianconeri di due giocatori che hanno fatto la storia del club: il portiere Dino Zoff e l'attaccante Roberto Bettega. Il primo si ritirò dall'attività poche settimane dopo, il secondo concluse la sua carriera in Canada.

Dopo un interregno della Roma (campione d’Italia 1982-1983), la Juventus vinse nel 1984 lo scudetto e colse la sua seconda affermazione internazionale ufficiale: a Basilea, nella finale di Coppa delle Coppe, i bianconeri sconfissero il Porto per 2-1 con goal di Beniamino Vignola e Zbigniew Boniek.

La vittoria in Coppa delle Coppe diede alla Juventus il diritto di sfidare il Liverpool vincitore della Coppa dei Campioni nella Supercoppa UEFA, che fu disputata in gara unica a Torino nel gennaio 1985, e che vide i bianconeri prevalere per 2-0; a Bruxelles, il 29 maggio 1985, infine, la Juventus si laureò campione d’Europa, ancora di fronte al Liverpool, al termine di un incontro vinto per 1-0 (Platini su rigore). Circa un'ora prima dell'inizio della partita, improvvisamente un gruppo di sostenitori del Liverpool scavalcò la rete che divideva il loro settore da quello limitrofo per aggredire un gruppo di tifosi della Juventus, sembra per reagire a delle provocazioni verbali. Questo suscitò il panico degli altri sostenitori juventini che occupavano il settore Z dello stadio, che cominciarono ad arretrare. La calca che seguì fu drammatica e, complice anche il crollo del muro che delimitava il settore, che portò alla morte di 39 spettatori, 32 delle quali italiane. Molti tifosi vennero soccorsi sul campo, mentre altri corpi senza vita vennero sistemati a bordo campo.

Con la vittoria in Coppa dei Campioni, la Juventus divenne il primo club europeo a vincere tutte le tre maggiori manifestazioni organizzate dall’UEFA ed, in ragione del primato conseguito in campo continentale, la confederazione calcistica europea insignì nel 1987 la Juventus della Targa UEFA (en. The UEFA Plaque).

Dopo le cessioni di Zbigniew Boniek, venduto alla Roma, e Paolo Rossi, ceduto al Milan, ma con nuovi adquisti come quelli del danese Michael Laudrup, Lionello Manfredonia e Aldo Serena, i bianconeri conquistarono un altro scudetto nella stagione 1985-1986, grazie ad un iniziale sequenza di 8 vittorie consecutive e 26 punti su 30 ottenuti nel girone di andata. Conquistarono anche la sua prima Coppa Intercontinentale, l'8 dicembre 1985 a Tōkyō (Giappone) battendo ai calci di rigore i campioni sudamericani dell’Argentinos Juniors, divenendo così il primo - e, a tutt’oggi, l’unico - club a vincere tutte le competizioni ufficiali a livello internazionale.

Sulla fine della stagione 1985-1986 chiuse il decennio di Trapattoni: durante la sua gestione, la società vinse un totale di sei scudetti anni, due Coppe Italia e tutte le coppe internazionali. Inoltre Antonio Cabrini, Gaetano Scirea e Marco Tardelli divennero i primi calciatori europei ad avere vinto tutte e tre le principali competizioni UEFA per club ed, ulteriormente, i primi giocatori al mondo ad avere vinto sia tutte le competizioni internazionali a livello di club cui presero parte sia la Coppa FIFA e l'allenatore Trapattoni, chi nel frattempo passò ad allenare l'Internazionale, il primo a livello mondiale - e, a tutt’oggi, l’unico - ad avere vinto sia tutte le competizioni a livelllo di club in cui ha partecipato che unico in Europa ad avere vinto le tre principali competizioni UEFA con la stessa squadra.

Tra il 1987 ed il 1990, la vecchia Signora conobbe quattro anni difficili. Con Rino Marchesi sulla panchina, iniziò la stagione 1986-1987 con una vittoria 2-0 ad Udine contro l'Udinese: la stagione terminò con il sorpasso all'Inter, in extremis, per il secondo posto, con 39 punti, 3 in meno della capolista Napoli di Diego Armando Maradona e del ritrovato Bruno Giordano, vincitrice dello scudetto.

La stagione successiva ebbe un andamento molto irregolare: la Juventus concluse sesta in classifica con 31 punti, e poté accedere alla Coppa UEFA solo dopo lo spareggio contro il Torino (0-0 dopo i tempi supplementari, 4-2 ai rigori).

Il 3 settembre 1989 perì in un incidente stradale a Skiernewice, in Polonia, Gaetano Scirea, per anni libero, capitano e simbolo della squadra, recordman di presenze in maglia bianconera fino al 2008, diventato poi osservatore per la società. La squadra bianconera, sotto la guida di Dino Zoff, finì il campionato di quell'anno al 4° posto, così come nella stagione successiva.

Il 5 febbraio 1990, mentre s'inaugurava lo Stadio "delle Alpi", costruito per ospitare il Campionato mondiale di calcio 1990, l'avvocato Vittorio Caissotti di Chiusano prese il posto di Giampiero Boniperti alla presidenza della società. La squadra, ancora con Dino Zoff in panchina, conquistò l'ottava Coppa Italia battendo in finale il Milan di Sacchi, dopo un pareggio per 0-0 a Torino e la vittoria per 1-0 a Milano. Sempre in quell'anno vinse la Coppa UEFA, in una doppia finale tutta italiana contro una delle più acerrime squadre rivali, la Fiorentina (3-1 a Torino e 0-0 sul campo neutro di Avellino). Questi furono i primi trofei vinti dopo quattro stagioni senza titoli.

Nella stagione successiva, Zoff lasciò il posto all'allora emergente allenatore Gigi Maifredi, il quale, nonostante l'arrivo di nuovi campioni del calibro di Roberto Baggio (Pallone d'oro nel 1993), Júlio César da Silva, Paolo Di Canio e Jürgen Kohler, non solo non vinse nulla, ma non riuscì neanche a portare la squadra oltre il settimo posto in campionato: dopo ventinove anni, la Juventus non si qualificò per nessuna competizione europea.

Nella stagione 1991-1992 Trapattoni tornò ad allenare i bianconeri. Con lui in panchina, il club ritornò competitivo, ma le amarezze continuarono: la squadra perse la finale di Coppa Italia contro il Parma e si piazzò seconda in campionato. Nella stagione 1992-1993, rafforzata da giocatori come Andreas Möller e Gianluca Vialli, vinse per la terza volta la Coppa UEFA battendo per 3-1 in Germania e per 3-0 a Torino il Borussia Dortmund. In quel torneo la squadra segnò 32 reti, per un totale di 106 nell'intera stagione. In campionato, invece, si classificò al quarto posto.

Con l'avvento della cosiddetta "Triade", composta dal direttore generale Luciano Moggi, dall'amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente, ed ex giocatore juventino, Roberto Bettega alla guida della dirigenza sportiva ed economico-finanziaria dal 1994 fino al 2006, la Juve diede una scossa all'ambiente. Il primo passo della società per ritornare ai massimi livelli fu la scelta dell'allenatore, Marcello Lippi, che sedette sulla panchina bianconera a partire dalla stagione 1994-1995.

La vecchia Signora, dopo nove anni senza vittorie in campionato, tornò alla conquista del titolo. Oltre a vincere il suo 23° scudetto (con 96 reti e dieci punti di vantaggio sulla Lazio e sul Parma), ottenne la sua nona Coppa Italia (contro il Parma, vinse 1-0 a Torino e 2-0 a Parma), realizzando così la seconda "doppietta" della sua storia. L'unica nota stonata della stagione fu la sconfitta nella finale di Coppa UEFA, ad opera del Parma (1-0 al Tardini per gli emiliani, goal di Dino Baggio, 1-1 nel ritorno giocato a Milano, gol di Vialli e pareggio ancora dell'ex bianconero Dino Baggio), divenuto in quel periodo un aspro avversario per i bianconeri.

L'anno successivo la Juventus, che annoverava ormai in squadra giocatori come Vialli, Fabrizio Ravanelli, Paulo Sousa, Alessandro Del Piero, Angelo Peruzzi, Didier Deschamps, Antonio Conte, Ciro Ferrara e Gianluca Pessotto, conquistò l'ultimo trofeo mancante nella bacheca societaria: la Supercoppa Italiana, un trofeo creato dalla FIGC nel 1988 sul modello della Supercoppa UEFA. Anche in questo caso si trattò di una vittoria contro il Parma, per 1-0 al "delle Alpi".

Le energie vennero poi concentrate sulla Champions League (ex Coppa dei Campioni), che venne vinta il 22 maggio 1996, ad undici anni di distanza dalla vittoria dell'Heysel. La Juventus affrontò nella finale di Roma l'Ajax, battendolo 5-3 ai calci di rigore dopo che i tempi supplementari si erano conclusi sul 1-1: Jari Litmanen rispose sul finire del primo tempo regolamentare al gol del bianconero Ravanelli e, nella lotteria dei rigori, dopo le parate di Angelo Peruzzi sui tiri di Sonny Silooy e Edgar Davids per gli olandesi, fu decisivo il rigore messo a segno da Vladimir Jugović.

La Juventus Football Club festeggò nel 1997 i cento anni della sua fondazione istituzionale: allo scopo di celebrare questa ricorrenza la società e le autorità della città di Torino organizzarono una serie di manifestazioni denominate Juvecentus (1897-1997; Cento anni di Juve). Dal 22 al 27 maggio 1997 venne presentata al Lingotto l'attività editoriale, multimediale e filatelica della società bianconera. In occasione del centenario della Juventus fu programmata la Coppa del Centenario-Trofeo Repubblica di San Marino contro gli inglesi del Newcastle (la Juventus indossò una divisa che ricordava il colore della divisa storica della società), disputata allo Stadio Comunale La Fiorita di Cesena il 3 agosto. A fianco di questa iniziativa venne realizzata la Mostra del Centenario, ad illustrare l'origine e l'evoluzione del club, e creato un fanclub con più di 10 mila membri.

Dopo una campagna acquisti faraonica che vide arrivare campioni del calibro di Zinédine Zidane, Christian Vieri ed Alen Bokšić la stagione 1996-97 fu inaugurata con una nuova vittoria, nella doppia finale di Supercoppa UEFA contro il club vincitore della Coppa delle Coppe, il Paris Saint-Germain. Si trattò di una sfida storica, vista la vittoria per 6-1 al "Parco dei Principi" di Parigi all'andata ed il 3-1 inflitto dai bianconeri a Palermo al ritorno. In seguito, il 26 novembre 1996 a Tokyo, la squadra conquistò anche la seconda Coppa Intercontinentale grazie ad un gol di Alessandro Del Piero all'81' contro i campioni sudamericani del River Plate. Queste vittorie vennero dedicate ad un giovane campione juventino prematuramente scomparso, Andrea Fortunato, terzino sinistro morto per una grave forma di leucemia il 25 aprile 1995.

In quella stagione erano presenti giocatori come Edgar Davids (acquistato a dicembre dal Milan), Christian Vieri (ceduto l'anno successivo all'Atlético Madrid), Zinédine Zidane e Paolo Montero. Il 24°, contestato, scudetto della storia bianconera venne conquistato con 65 punti, dopo un finale palpitante a causa della rincorsa del Parma. La Juve, reduce dallo storico 6-1 inflitto a San Siro al Milan in campionato, sconfisse l'Ajax in semifinale vincendo 2-1 all'Amsterdam Arena e 4-1 nel ritorno a Torino; perse poi per 1-3 la finale di Champions League giocata a Monaco di Baviera, il 25 maggio 1997, contro il Borussia Dortmund (in cui militavano anche ex calciatori juventini, tra cui Möller e Paulo Sousa).

Nell'estate del 1998 Zdeněk Zeman, all'epoca allenatore della Roma, lanciò un allarme a proposito di un supposto eccessivo ricorso ai farmaci da parte delle società di calcio. Incalzato dalla stampa, l'allenatore boemo citò ad esempio i giocatori juventini Gianluca Vialli ed Alessandro Del Piero. Sulla base di queste dichiarazioni, il procuratore di Torino Raffaele Guariniello aprì un'inchiesta che portò ad un lungo procedimento processuale a carico della Juventus e che vedrà imputati Riccardo Agricola (medico sociale) ed Antonio Giraudo (amministratore delegato). Nella sentenza di primo grado venne ravvisato il comportamento irregolare del medico Riccardo Agricola, che venne condannato ad un anno e 10 mesi, sospesi condizionalmente, per frode sportiva e somministrazione di farmaci in modo pericoloso per la salute (compresa la somministrazione di Eritropoietina) mentre non si ravvisarono reati per Antonio Giraudo, che venne assolto. I legali della Juventus ricorsero contro la sentenza di primo grado, che venne ribaltata in secondo grado. Sulla base della delibera della CAS, Camera di Arbitraggio dello Sport, nell'aprile 2005, alla richiesta presentata dalla Commissione Scientifica Antidoping del Comitato Olimpico Nazionale Italiano alcuni mesi prima, la Corte d'Appello di Torino assolse pienamente gli imputati «perché il fatto non costituisce reato» argomentando che i farmaci somministrati ai calciatori della Juventus non rappresentavano doping e che la somministrazione di sostanze lecite atta a migliorare le prestazioni sportive non poteva (in generale, e quindi a prescindere dalla Juventus ed il suo medico), essere considerata doping, sulla base della legislazione in vigore all'epoca dei fatti oggetto del giudizio e che la somministrazione di EPO non era stata provata. La procura di Torino ricorse allora in cassazione contro la sentenza di secondo grado, ritenendo erronea l'interpretazione e l'applicazione delle norme di diritto che motivarono la sentenza di assoluzione. Il 30 marzo 2007, infine, la Corte di Cassazione confermò la sentenza di assoluzione del secondo grado di giudizio a carico della società, cioè per quel che riguardava la somministrazione di EPO, che non era stata ritenuta provata.

De facto, l'EPO fu considerata sostanza illegale dall'Agenzia Mondiale Antidoping solo a partire dalla stagione 2000-2001, in seguito ai casi riscontrati nel ciclismo. Venne dichiarata invece l'inammissibilità del ricorso del Procuratore Generale, ma accolto il ricorso della procura, che annullò la sentenza di secondo grado per la somministrazione di medicinali diversi dall'EPO - a carico del medico sociale -, non entrando nuovamente nel merito delle posizioni degli imputati in quanto i reati loro contestati erano nel frattempo (dal 1 aprile 2007) andati in prescrizione. Si aprì a quel punto, nell'opinione pubblica e sui media, il dibattito sul significato della sentenza della Corte di Cassazione; in particolare, secondo alcuni giornalisti, con le motivazioni pubblicate nel maggio del 2007 si getterebbe un'ombra sul comportamento tenuto dagli imputati laddove veniva affermato che «questo collegio ha ritenuto che la condotta degli imputati integri il delitto di cui all'articolo 1 della legge 401/89, apparendo condivisibili quanto al resto le affermazioni della Corte territoriale con riferimento all'equiparazione della posizione degli imputati».

Anche sul piano sportivo il procedimento disciplinare a suo tempo instaurato dalla Procura Antidoping nei confronti al dott. Agricola per la somministrazione di farmaci si concluse con la prescrizione emessa in primo grado dalla Commisione Disciplinare, decisione confermata ulteriormente dalla Commissione di Appello Federale (CAF) e dal Giudice di Ultima Istanza in materia di doping (GUI) nel 19 gennaio 2007.

L'anno successivo la squadra vinse la Supercoppa Italiana. Arrivò poi il 25° scudetto con 5 punti di vantaggio sull'Inter: il tandem d'attacco in quella stagione era composto da Del Piero e Inzaghi, acquistato dall'Atalanta al posto di Vieri. Nella terza finale consecutiva di Champions League, giocata ad Amsterdam il 25 maggio 1998, la Juve cedette per 0-1 al Real Madrid a causa di un gol di Predrag Mijatović.

Nella stagione 1998-1999, proprio quando la Juventus era in testa alla classifica, Alessandro Del Piero si infortunò nella partita di campionato contro l'Udinese, dando il via ad una serie di episodi sfortunati che accompagnarono la squadra per tutta la stagione, culminata con le dimissioni di Lippi. Al suo posto subentrò Carlo Ancelotti, che condusse la Juventus al sesto posto in campionato ed alle semifinali di Champions League contro il Manchester United, che eliminò i bianconeri con una vittoria in rimonta al Delle Alpi (da 2-0 a 2-3), dopo il pareggio all'Old Trafford per 1-1. I Red Devils vinceranno poi la coppa.

Nell'estate del 1999, sotto la guida di Ancelotti, i bianconeri vinsero la Coppa Intertoto, che garantì il diritto alla partecipazione alla Coppa UEFA (dove la Juve non andò oltre gli ottavi, uscendo sconfitta contro il Celta de Vigo), ma lo scudetto sfuggì all'ultima giornata, a causa della sconfitta arrivata per mano del Perugia di Carlo Mazzone su un campo allagato da un violento nubifragio abbattutosi sul capoluogo umbro nell'intervallo tra il primo ed il secondo tempo. La Lazio si laureò campione d'Italia sorpassando inaspettatamente gli juventini. Nella stagione successiva (2000-01), non riuscì a sostenere il ritmo della Roma e concluse il campionato alle sue spalle.

Il 2001-02 fu una stagione di grossi cambiamenti in casa juventina. Nell'estate del 2001 si ebbero due importanti addii: quelli del fantasista francese Zidane, che fu ceduto al Real Madrid per 70 milioni di euro (record assoluto nelle trattative di calciomercato), e di Inzaghi, ceduto al Milan. Fu sostituito Ancelotti con Marcello Lippi, che ritornò ad allenare il club bianconero, dopo uno sfortunato periodo all'Inter. La Juventus, grazie anche all'apporto dei neo-acquisti Pavel Nedvěd (Pallone d'oro nel 2003), Lilian Thuram, David Trézéguet (giustiziere dell'Italia all'Europeo del 2000) e Gianluigi Buffon, vinse il suo 26° scudetto all'ultima giornata il 5 maggio 2002 - che i tifosi bianconeri ricordano come il Cinque Maggio -, ai danni dell'Inter di Héctor Cúper, che perse all'Olimpico contro la Lazio per 4-2, facendosi in questo modo superare in classifica dai bianconeri.

Il 20 dicembre 2001 la Juventus entrò in Borsa, compiendo un nuovo importante passo nell'evoluzione da società calcistica civile a "entertainment and leisure group": nei primi anni del XXI secolo, con oltre duecento milioni di euro di fatturato, la Juventus era la terza società calcistica per ricavi in Europa, dopo Manchester United e Real Madrid. Negli anni successivi è riuscita a realizzare in diverse occasioni utili di bilancio, anche grazie a scelte non sempre popolari verso tifosi e giornalisti, ma che hanno privilegiato la crescita dei ricavi, il contenimento dei costi e dei debiti attraverso la decisione di spendere, per l'acquisto di calciatori, solo il denaro incassato attraverso la vendita di altri giocatori. In questo modo si è potuta finanziare l'apertura di un centro sportivo a Vinovo, nei pressi di Torino, e la ristrutturazione dello Stadio delle Alpi.

Nella stagione 2002-03, dopo la vittoria della terza Supercoppa Italiana contro il Parma, disputatasi a Tripoli, i bianconeri si aggiudicarono il 27° scudetto con due giornate d'anticipo e raggiunsero la settima finale di Champions League della storia juventina eliminando avversari blasonati come il Barcellona nei quarti di finale (decisivo un gol nei tempi supplementari di Marcelo Zalayeta) e, soprattutto, i galácticos del Real Madrid in semifinale. Nella finale tutta italiana contro il Milan, giocata a Manchester il 28 maggio, la Juventus, senza Nedvěd squalificato, cedette ai tiri di rigore per 2-3, dopo che la partita si era conclusa a reti bianche. A decidere la sfida fu il rigore realizzato da Andriy Shevchenko per i rossoneri, mentre per i bianconeri andarono in gol Birindelli e Del Piero, ma sia Trézéguet, sia Montero, sia Zalayeta fallirono il loro penalty, rendendo inifluenti gli errori rossoneri di Kaladze e Seedorf. La squadra bianconera non poté così dedicare la Coppa alla memoria dell'Avvocato Gianni Agnelli, scomparso a causa di un cancro alla prostata il 24 gennaio di quell'anno.

L'estate del 2003 iniziò con un evento particolarmente significativo: il 15 luglio venne siglato l'accordo con il Comune di Torino per l'acquisizione del diritto di superficie per 99 anni dello Stadio delle Alpi, in modo che la società lo potesse gestire direttamente. In agosto la squadra si recò negli Stati Uniti d'America per giocare la Supercoppa italiana (che inaugurò la stagione 2003-04) contro il Milan. La Juventus si prese la rivincita contro i Diavoli rossoneri ai tiri di rigore, al Giants Stadium di New York, dopo un rocambolesco 1-1 maturato negli ultimi minuti dei tempi supplementari. Durante la trasferta americana, un altro lutto colpì la società: la scomparsa del presidente Vittorio Caissotti di Chiusano. Al suo posto venne nominato Franzo Grande Stevens, vicepresidente FIAT, che restò in carica per due anni.

Dopo quella vittoria, il resto della stagione si rivelò avaro di soddisfazioni per i bianconeri. Eliminati dal Deportivo La Coruña negli ottavi di finale della Champions League, perse la finale di Coppa Italia contro la Lazio di Roberto Mancini e, dopo aver tenuto la testa della classifica per la prima parte della stagione, crollò a vantaggio di Milan e Roma, finendo terza in Serie A, a due punti dai giallorossi ed a tredici dai rossoneri. Alla fine dell'annata la società fu colpita da un altro lutto: il 27 maggio 2004 morì di cancro ai polmoni Umberto Agnelli, già presidente del club juventino.

Nell'estate del 2004 avvenne un nuovo cambiamento: la squadra venne affidata, a sorpresa, a Fabio Capello. Fu un arrivo tra le polemiche: nel mese di aprile dello stesso anno infatti, il tecnico di Pieris, in quel momento allenatore della Roma, aveva dichiarato di non aver alcun interesse ad allenare i bianconeri. Arrivarono anche nuovi giocatori come il brasiliano Emerson ed il francese Jonathan Zebina (dalla Roma), Fabio Cannavaro (dall'Inter), Manuele Blasi (dal Parma) ed una nuova punta, lo svedese Zlatan Ibrahimović (dall'Ajax).

Dopo un lungo testa a testa con il Milan nel campionato 2004-05, nello scontro diretto per lo scudetto l'8 maggio 2005, le Zebre batterono 1-0 la squadra di Ancelotti a San Siro. Il 21 maggio successivo, grazie al pareggio nell'anticipo tra Milan e Palermo, la Juventus si laureò campione d'Italia, conquistando alla fine del torneo 86 punti, sette in più del Milan. Venne però eliminata nei quarti di finale della Champions League ad opera del Liverpool (sconfitta per 2-1 in Inghilterra e pareggio 0-0 al Delle Alpi), che poi avrebbe vinto la coppa, in finale contro il Milan.

Rafforzata dal francese Patrick Vieira (dall'Arsenal) nel campionato 2005-06 batté il record storico di vittorie consecutive all'inizio del campionato: nove, dal 28 agosto 2005 con la vittoria 1-0 contro il Chievo, al 26 ottobre successivo, Juventus 2-0 Sampdoria.

Il 7 marzo 2006 la Juventus sconfisse il Werder Brema per 2-1, nel ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, eliminandolo dopo il 2-3 del Weser Stadion di Brema, ma fu eliminata nei quarti di finale dagli inglesi dell'Arsenal (0-2 all'andata e 0-0 al ritorno).

Vincendo 2-0 sul campo neutro di Bari contro la Reggina il 14 maggio, conquistò lo scudetto per la seconda volta consecutiva, con 91 punti e tre di vantaggio rispetto al Milan. Per tutta l'"era Capello" la Juventus fu sempre capolista della Serie A (76 giornate, record nazionale).

Alla fine dello stesso anno, la società rimase invischiata in un'inchiesta nata da alcune intercettazioni telefoniche a carico dei dirigenti bianconeri Luciano Moggi e Antonio Giraudo. Lo scandalo, noto col nome di Calciopoli, culminò in un procedimento della giustizia sportiva: a seguito della richiesta della Procura Federale di retrocessione della Juventus in serie inferiori alla B, la sentenza di primo grado costò la revoca dello scudetto 2004-2005, la non assegnazione dello scudetto 2005-2006 (in seguito assegnato all'Inter) e la retrocessione in Serie B, con una penalizzazione di 30 punti - successivamente ridotti a 17 in Corte Federale e, dopo l'arbitrato del Coni, a 9 - da scontare nel campionato 2006-2007, insieme ad un'ammenda e la squalifica del campo per 3 turni, anche questa annullata dopo l'arbitrato. In aggiunta a ciò, i due dirigenti della "Triade" più coinvolti nell'inchiesta, Luciano Moggi e Antonio Giraudo, vennero condannati a cinque anni di inibizione con annessa proposta di radiazione per tentato illecito sportivo. La squadra, dopo la fallita conciliazione al CONI, tentò di ricorrere al TAR del Lazio, ma abbandonò tale ipotesi in quanto rischiosa: dopo il Caso Catania del 2003, infatti, il codice di giustizia sportiva era stato cambiato, costringendo le società a non ricorrere per fatti sportivi al TAR, pena la possibile radiazione della società stessa.

Moggi presentò le sue dimissioni alla Juventus subito dopo l'ultima giornata del campionato, seguito pochi giorni dopo da Giraudo e dal presidente Grande Stevens. Per porre riparo alla grave situazione creatasi, il consiglio d'amministrazione della società venne sciolto e ricomposto a fine giugno con nuovi elementi scelti dagli azionisti, tra cui l'ex calciatore bianconero Marco Tardelli e l'allenatore della Nazionale italiana di pallavolo Gian Paolo Montali; vennero nominati presidente Giovanni Cobolli Gigli ed amministratore delegato Jean-Claude Blanc.

A seguito del processo, molte stelle della formazione bianconera preferirono passare ad altre squadre di alto livello (è il caso di Emerson e Cannavaro ceduti al Real Madrid, Zambrotta e Thuram ingaggiati dal Barcellona, e Vieira ed Ibrahimović acquistati dall'Inter).

Il 10 luglio arrivò sulla panchina bianconera Didier Deschamps, già centrocampista della Juve nella seconda metà degli anni novanta: fu il primo allenatore non italiano in 33 anni, dopo Vycpálek.

Dopo 36 partite del campionato cadetto, nonostante la penalizzazione di 9 punti, si trovò in testa alla classifica di B, trascinata dai campioni rimasti in bianconero come Del Piero, Trézéguet, Camoranesi, Buffon e Nedvěd e dai numerossimi giovani del suo vivaio lanciati dall'allenatore, come Matteo Paro, Claudio Marchisio, Sebastian Giovinco e Raffaele Palladino.

Il 15 dicembre 2006, poco prima dell'inizio della gara con il Cesena, un tragico incidente si verificò nel centro sportivo del club bianconero, Juventus Center, dove due ragazzi della formazione Berretti, il centrocampista Alessio Ferramosca ed il portiere Riccardo Neri, persero la vita anneggando in un laghetto artificiale. Quella gara non venne giocata, insieme a tutte le partite della società a livello giovanile.

La Juventus fu l'unica squadra professionistica in Europa ad aver concluso l'anno solare 2006 senza alcuna sconfitta in campionato.

Rimanendo sempre tra le prime posizioni della serie cadetta, la Juventus collezionò appena tre sconfitte ed il 19 maggio 2007, dopo la vittoria per 5-1 in trasferta ad Arezzo, raggiunse la matematica promozione in Serie A, con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato. Il 26 maggio, vincendo in casa per 2-0 contro il Mantova, ottenne matematicamente il primo posto nella serie cadetta. La stessa sera Deschamps risolse consensualmente il contratto con la società. La panchina venne affidata fino al termine del campionato all'allenatore in seconda Giancarlo Corradini. Il 4 giugno venne ufficializzato il nome del nuovo allenatore, Claudio Ranieri, che iniziò la sua avventura sulla panchina bianconera il 1° luglio 2007.

Con il nuovo tecnico Claudio Ranieri, la Juventus punta a tornare nel più breve tempo possibile al calcio che conta e che da sempre l'ha vista protagonista. Per raggiungere quest'obiettivo il direttore sportivo Alessio Secco e l'amministratore delegato Blanc si sono assicurati le prestazioni di diversi calciatori: Vincenzo Iaquinta, Domenico Criscito, l'argentino Sergio Almirón, i portoghesi Tiago Mendes e Jorge Andrade, il ceco Zdeněk Grygera ed il bosniaco Hasan Salihamidžić e riscattato alcuni giovani in comproprietà con altre squadre, come Cristian Molinaro ed Antonio Nocerino (quest'ultimo proveniente dal vivaio juventino).

Il ritorno della Juventus in Serie A avviene ufficialmente sabato 25 agosto 2007 contro il Livorno (partita terminata con risultato di 5-1 in favore dei bianconeri). A fine stagione arriva terza in campionato e si ferma ai quarti di Coppa Italia, eliminata dall'Inter, campione d'Italia. Nella seconda parte del campionato, comunque, riesce a levarsi pesanti soddisfazioni come le vittorie con Inter, Milan e Roma per finire al terzo posto in classifica.

Il 5 luglio 2008 comincia a Pinzolo la nuova stagione per la squadra guidata, per il secondo anno consecutivo, da Claudio Ranieri. Diversi sono i volti nuovi: gli svedesi Mellberg ed Ekdal, il difensore croato Knežević, l'attaccante brasiliano proveniente dal Palermo Amauri ed il centrocampista danese Poulsen.

A vestire nuovamente la casacca bianconera ci sono inoltre Giovinco, Marchisio e De Ceglie, di ritorno dai prestiti ed impegnati con la nazionale olimpica ai giochi di Pechino 2008.

La Juventus affronta nel premilinare di Champions League gli slovacchi dell'Artmedia Bratislava. Il 13 agosto all'Olimpico di Torino i bianconeri superano per 4 a 0 gli avversari, mentre nel ritorno pareggiano per 1-1: la Juventus ritorna così a partecipare, dopo due anni di assenza, nelle competizioni UEFA per club, particolaremente nella manifestazione calcistica già citata.

Il 28 agosto si svolge a Montecarlo il sorteggio dei gironi della Champions League ed i bianconeri, in seconda fascia, vengono inseriti nel girone H insieme a Real Madrid, Zenit San Pietroburgo e FC BATE. L'esordio, il 17 settembre a Torino contro lo Zenit, vede i torinesi vincere 1-0 con gol di Del Piero su punizione. Il 30 settembre la squadra coglie un pareggio in rimonta per 2-2 sul campo dei bielorussi del BATE grazie ad una doppietta di Iaquinta, mentre il 21 ottobre, dopo un mese senza vittorie, riesce a battere il Real Madrid per 2-1 con le reti di Del Piero ed Amauri. Il 5 novembre è Del Piero, autore di una doppietta, a decidere la gara di ritorno valida per il quarto turno della fase a gironi e chiusasi 2-0, regalando ai bianconeri la qualificazione agli ottavi. Le ultime due partite del girone, contro Zenit e BATE, terminano entrambe con il risultato di 0-0. In ogni caso la Juve con 12 punti (in vantaggio sui merengues per gli scontri diretti) si qualifica come prima del girone e chiude la prima fase con soli tre gol subiti, miglior difesa della fase a gironi insieme al Manchester United. Il 19 dicembre vengono effettuati i sorteggi per le gare degli ottavi di finale, in cui la Juventus dovrà affrontare il Chelsea di Guus Hiddink.

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Storia del Chelsea Football Club

Claudio Ranieri

Voce principale: Chelsea Football Club.

La storia del Chelsea Football Club, una delle più famose squadre di calcio inglesi, è lunga, peculiare e ha conosciuto tutti gli alti e bassi del calcio. Dai primi giorni di vita, quando la compagine londinese divenne quasi proverbiale per i suoi insuccessi, alla vittoria del campionato negli anni Cinquanta, che inaugurò un periodo di rinascita. Dalla talentuosa squadra che emerse nella metà degli anni Sessanta, facendo tendenza nella Londra dell'epoca, al decadimento sportivo e finanziario che condusse al quasi fallimento negli anni Ottanta. Dalla squadra ringiovanita della metà degli anni Ottanta, che riportò il club alla stabilità, alla cosmopolita palingenesi dei tardi anni Novanta, che vide il club lottare di nuovo per trofei di prestigio, fino ad arrivare al cambiamento di proprietà del giugno 2003, a partire dal quale il club è tornato ad affermarsi in pianta stabile come una delle squadre egemoni del panorama calcistico europeo.

Nel 1896 Henry Augustus Mears detto Gus, uomo d'affari appassionato di calcio, acquistò insieme al fratello Joseph Mears i Campi di Atletica di Stamford Bridge di Fulham, a West London, con il proposito di organizzare partite di calcio di primo livello. I due, tuttavia, dovettero attendere il 1904 per acquisire la proprietà fondiaria assoluta, alla morte del precedente proprietario. Dopo una disputa sulle modalità di affitto, i fratelli Mears non riuscirono a convincere il Fulham Football Club a designare lo stadio di Stamford Bridge come sede delle partite interne della squadra, così iniziarono a pensare di vendere l'impianto alla Great Western Railway Company, che intendeva utilizzarlo come deposito di carbone. La leggenda vuole che Mears fosse sul punto di concludere la vendita quando fu persuaso a tornare sui suoi passi dal collega Fred Parker, nel momento in cui il cane di Mears, uno scotch terrier, morse Parker ad una gamba. Parker considerò l'incidente una premonizione, così Mears, su consiglio del collega, si risolse a fondare una squadra di calcio che giocasse a Stamford Bridge. Contrariamente alla maggioranza dei club inglesi, il Chelsea F.C. fu quindi costituito per riempire uno stadio, e non viceversa.

Il Chelsea F.C. fu fondato il 14 marzo 1905 presso il pub The Rising Sun, l'odierno The Butcher's Hook, di fronte all'attuale ingresso dello stadio del Fulham F.C., il Craven Cottage. Poiché nel borough vi era già un'altra squadra denominata Fulham, la scelta cadde sul nome del quartiere adiacente, il Royal Borough of Kensington and Chelsea, dopo i rifiuti dei nomi London FC, Kensington FC e Stamford Bridge FC. Al neonato sodalizio fu negato l'ingresso nella Southern League a causa delle obiezioni di Fulham e Tottenham Hotspur, così il Chelsea presentò richiesta di iscrizione alla Football League. La candidatura del club fu approvata al meeting annuale generale (AGM) della Football League il 29 maggio 1905, con un discorso di Parker che poneva l'accento sulla stabilità finanziaria del nuovo sodalizio, il suo nuovo e impressionante stadio e il suo gioco di squadra. Il Chelsea fu, quindi, ammesso alla Football League (gli attuali campionati professionistici esclusa la massima divisione) pur non avendo disputato partite in precedenza.

Mears adottò maglie di colore blu in onore dei colori della gara ippica di Lord Chelsea, pantaloncini bianchi e calzettoni blu scuro. La prima partita di campionato il club la disputò contro lo Stockport County il 2 settembre 1905 in trasferta, perdendo per 1-0. La prima partita in casa fu un'amichevole contro il Liverpool e si concluse con una vittoria per 4-0.

Come primo giocatore-allenatore della squadra fu ingaggiato il nazionale scozzese John Tait Robertson, centrocampista arretrato. Il primo organico era composto da giocatori affermatisi con altri club, come il forte portiere William "Fatty" Foulke, vincitore della FA Cup con lo Sheffield United, e l'attaccante interno Jimmy Windridge, proveniente dallo Small Heath. Nella sua prima stagione la squadra raggiunse un buon terzo posto, ma il ruolo di Robertson era costantemente indebolito a causa di intromissioni da parte della dirigenza. Nel novembre 1906 questi perse il potere di scegliere la formazione e a gennaio 1907 si era già trasferito al Glossop. Gli subentrò il segretario del club William Lewis, che assunse temporaneamente l'incarico e seppe guidare la squadra alla promozione alla fine della stagione, soprattutto grazie ai gol di Windridge e George "Gatling Gun" Hilsdon. Quest'ultimo fu il primo dei tanti prolifici marcatori del Chelsea. Segnò cinque gol al suo esordio e ventisette nella stagione culminata nella promozione, avviandosi a diventare il primo giocatore a raggiungere quota 100 gol segnati con la maglia del Chelsea.

A Lewis successe David Calderhead, che avrebbe guidato il Chelsea per i successivi ventisei anni. Le prime annate della nuova gestione conobbero pochi successi e videro il club navigare tra la prima e la seconda divisione. Nella stagione 1909-1910 vi fu la prima retrocessione, cui seguì il ritorno in massima serie l'anno dopo e il penultimo posto nel 1911-1912, l'ultima stagione prima della sospensione del calcio inglese a causa della prima guerra mondiale. Il club avrebbe dovuto retrocedere, ma dopo il conflitto il campionato fu allargato e il Chelsea fu invitato a riunirsi alla massima divisione, l'allora First Division.

Malgrado le alterne fortune, la popolarità del Chelsea cresceva esponenzialmente. Il club divenne una delle compagini inglesi con il maggior numero di tifosi, attirati dalla fama di squadra creatrice di un calcio d'attacco spettacolare e ricca di fuoriclasse, come il centrocampista arretrato Ben Warren e l'attaccante Bob Whittingham. Il Venerdì Santo del 1906 furono 67.000 gli spettatori presenti allo stadio per assistere alla partita di campionato contro il Manchester United. All'epoca si trattò di un record per un incontro di Second Division. Il primo derby di Londra in massima serie vide opposti Chelsea e Woolwich Arsenal e fece registrare 55.000 spettatori, primato per una partita di First Division. In 77.952 si presentarono allo stadio per il quarto turno di FA Cup contro lo Swindon, il 13 aprile 1911.

Nel 1915, a prima guerra mondiale iniziata, il Chelsea raggiunse la sua prima finale di FA Cup, la cosiddetta finale di coppa "Khaki", per via dell'elevato numero di soldati in uniforme tra gli spettatori. La partita contro lo Sheffield United si giocò in un'atmosfera fosca all'Old Trafford di Manchester, città scelta come sede del match per evitare disagi a Londra. Il Chelsea era privo del suo miglior attaccante amatoriale Vivian Woodward, che aveva sportivamente insistito sulla sua rinuncia a partecipare alla gara. La ragione del rifiuto era la convinzione che l'onore e l'onere di scendere in campo per la finale sarebbero spettati ai calciatori capaci di approdarvi. Gli uomini del Chelsea apparvero sorprendentemente nervosi e giocarono al di sotto delle aspettative per larghi tratti dell'incontro. Un errore del portiere Jim Molyneu consentì allo United di segnare prima dell'intervallo. Il Chelsea resistette sino a sei minuti dalla fine, ma poi gli avversari andarono due volte a segno e conclusero l'incontro con una vittoria per 3-0.

La prima stagione piena successiva al primo conflitto mondiale, il 1919-1920, sarebbe stata la più fruttuosa per il Chelsea fino a quel momento. Il clamoroso acquisto di Jack Cock, attaccante da 24 gol, si rivelò decisivo: alla fine si centrarono il terzo posto in campionato - fino ad allora il migliore piazzamento per un club di Londra - e la semifinale di FA Cup, dove il Chelsea fu eliminato dall'Aston Villa e perse, così, l'occasione di giocare la finale allo Stamford Bridge. Nel 1923-1924 il club retrocesse nuovamente. In quattro delle cinque stagioni seguenti sfiorò ogni anno la promozione, classificandosi quinto, terzo, quarto e ancora terzo. Nel 1929-1930 riguadagnò la promozione in First Division, dove sarebbe rimasto per i trentadue anni a venire.

Per capitalizzare la promozione del 1930 il club investì 25.000 sterline nell'acquisto di tre giocatori di fama, gli scozzesi Hughie Gallacher, Alex Jackson e Alec Cheyne. Gallacher in particolare fu uno dei talenti più fulgidi della propria epoca, conosciuto per la spiccata attitudine al gol e per aver capitanato il Newcastle United sino al campionato 1926-1927. Insieme a Jackson figurava, inoltre, tra i celebri Wembley Wizards ("Maghi di Wembley"), i componenti della Nazionale scozzese che aveva sconfitto l'Inghilterra per 5-1 a Wembley nel 1928. Nonostante gli ottimi presupposti, nessuno dei tre si espresse sui livelli di gioco desiderati. Soltanto in rare occasioni come il 6-2 inflitto al Manchester United e il 5-0 contro il Sunderland i tre riuscirono a destare un'impressione favorevole. In verità Gallacher fu il miglior marcatore del Chelsea in ciascuna delle sue quattro stagioni trascorse in squadra, realizzando in tutto 81 marcature, ma il suo periodo a West London fu caratterizzato da lunghe sospensioni per indisciplina. Jackson e Cheyne faticarono ad ambientarsi e non furono in grado di recuperare la forma di un tempo. Sommando le presenze di ciascun atleta, il trio raccolse in totale meno di 300 apparizioni e nel 1936 il loro acquisto rappresentava già un'importante fonte di perdita finanziaria per il club. Il fallimento del trio fu l'esemplificazione dei difetti della squadra durante il decennio, considerato che risultati e prestazioni raramente si conciliavano con il valore dei giocatori. Il denaro fu speso, ma spesso per calciatori inadeguati e soprattutto per l'acquisto di attaccanti, mentre la difesa fu trascurata.

Fu in FA Cup che il club giunse più vicino alla medaglia d'argento. Nel 1932 si rese protagonista di notevoli vittorie contro Liverpool e Sheffield Wednesday, prima di pareggiare contro il Newcastle United in semifinale. Il Newcastle si portò sul 2-0, ma Gallacher ridusse lo svantaggio per il Chelsea. I giocatori del Chelsea cinsero d'assedio la porta dello United nel secondo tempo, però non riuscirono a segnare. Furono i Geordies a raggiungere l'atto conclusivo della manifestazione. Calderhead diede le dimissioni nel 1933 e fu rimpiazzato da Leslie Knighton, ma la nomina non mutò di molto le sorti del Chelsea. In diversi periodi nel corso del decennio la squadra poté contare su Tommy Law, Sam Weaver, Syd Bishop, Harry Burgess, Dick Spence e Joe Bambrick, tutti nazionali affermati, ma il miglior piazzamento del decennio fu l'ottavo posto. Curiosamente due dei migliori elementi della rosa durante questa epoca non costarono nulla alla dirigenza: il portiere Vic Woodley, che avrebbe collezionato 19 presenze consecutive nella Nazionale inglese, e l'attaccante centrale George Mills, il primo calciatore a segnare 100 gol in campionato con il Chelsea. La retrocessione fu evitata per due punti nel 1932-1933 e nel 1933-1934 e per un punto nel 1938-1939. Nel 1939 la formazione londinese percorse un altro cammino positivo in coppa, dove alle vittorie contro Arsenal e Sheffield Wednesday fece seguito la sconfitta in casa nei quarti di finale contro il Grimsby Town.

Il Chelsea rimase una delle squadre con più sostenitori nel Paese. La visita dell'Arsenal il 12 ottobre 1935 attirò 82.905 persone a Stamford Bridge. Si tratta di un record assoluto per il club e del secondo primato di spettatori per una partita del campionato inglese. Folle di 50.000 persone assistettero ai debutti casalinghi di Gallacher e Jackson. Nel 1939 Knighton si dimise dopo che la squadra non era andata vicina al successo in patria. Fu sostituito dallo scozzese Billy Birrell, già allenatore del Queens Park Rangers, un uomo le cui idee avrebbero mutato radicalmente le fortune del club.

Birrell fu nominato allenatore del Chelsea poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Dopo tre giornate del campionato 1939-1940, l'attività calcistica fu sospesa in Gran Bretagna per l'intera durata del conflitto. Il provvedimento rese non ufficiali tutti i risultati di match giocati nel periodo bellico. Il Chelsea continuò a competere in alcuni tornei regionali e, come ogni altro club, vide la sua squadra fortemente decimata dalle chiamate alle armi (solo due componenti dell'organico del Chelsea 1938-1939 avrebbero rigiocato con la squadra). Fu così che la dirigenza assunse una serie di "giocatori-ospite", tra cui si ricordano Matt Busby, Walter Winterbottom ed Eddie Hapgood. Il club disputò anche la Football League War Cup, durante la quale fece il suo debutto a Wembley, perdendo per 3-1 contro il Charlton Athletic nella finale del 1944. Un anno più tardi il Chelsea sconfisse il Millwall per 2-0 di fronte ad una folla di 80.000 spettatori. Dopo questa John Harris divenne il primo capitano del Chelsea a sollevare un trofeo a Wembley. Ricevette, infatti, la coppa dal Primo Ministro Winston Churchill.

Nell'ottobre 1945, a guerra appena conclusa, le autorità del calcio inglese trovarono il modo di celebrare il ritorno del calcio in tempo di pace. Fu annunciato che la Dinamo Mosca, squadra campione dell'URSS in carica, avrebbe svolto una tournée in Gran Bretagna a scopi di volontariato, giocando diverse partite. La gara contro il Chelsea si tenne il 13 novembre a Stamford Bridge. Il club di casa si vide obbligato a vestire un'inconsueta maglia rossa per via del contrasto del colore blu con quello delle divise degli avversari, anch'esso blu. Prima del calcio d'inizio ciascun giocatore della Dinamo offrì un bouquet di fiori al giocatore avversario avente lo stesso numero. Malgrado la gaffe, i russi diedero prova di grande talento e tenacia, riuscendo a rimontare prima lo 0-2 e poi il 2-3, per poi raggiungere un meritato 3-3, sebbene il gol del pari fosse in fuorigioco. Si stima che ad assistere alla partita furono circa 100.000 persone, senza contare le migliaia che entrarono nello stadio illegalmente. È la folla più numerosa che si ricordi a Stamford Bridge. Gli spettatori guardarono il match da numerosi posti con scarsa visibilità, come la corsia per le corse dei cani e la parte superiore delle tribune.

Al termine della guerra il Chelsea riprese ad investire cifre considerevoli nell'acquisto di nuovi giocatori. Arrivarono tre attaccanti di grosso calibro come Tommy Lawton, Len Goulden e Tommy Walker, in cambio di 22.000 sterline. Il trio produsse gol e spettacolo: Lawton segnò 26 gol in 34 partite nel 1946-1947, ma il Chelsea si piazzò quindicesimo e con Birrell non andò mai oltre il tredicesimo posto. I maggiori apporti di Birrell furono fuori dal campo. Egli supervisionò lo sviluppo un nuovo programma intensivo di reperimento e sviluppo di giovani atleti, aiutato da ex giocatori quali Dickie Foss, Dick Spence e Jimmy Thompson. In particolare, nei successivi tre decenni la politica societaria fece sì che il settore giovanile producesse continuamente nuovi talenti per la prima squadra. In questo periodo, poi, arrivò al Chelsea l'attaccante Roy Bentley, acquisito dal Newcastle United per 11.000 sterline nel 1948, a seguito della partenza di Lawton.

Il 1950 sembrò essere l'anno del Chelsea in FA Cup dopo tante vicissitudini. Dopo aver battuto il Manchester United per 2-0 in un vibrante quarto di finale, la squadra fu opposta all'Arsenal dall'urna del sorteggio. Al White Hart Lane due gol di Bentley portarono il Chelsea sul 2-0, ma una rocambolesca rete dell'Arsenal poco prima dell'intervallo - il portiere del Chelsea valutò male un calcio d'angolo e spedì il pallone con i pugni nella propria porta - riaprì le sorti della gara. Il Chelsea non parve in grado di riprendersi e l'Arsenal ne approfittò con la marcatura del 2-2 a 15 minuti dalla fine della partita. Al replay i Gunners si imposero per 1-0. Un anno dopo il Chelsea parve destinato alla retrocessione: con quattro partite rimaste si trovava all'ultimo posto della graduatoria, distanziato di sei punti dalla zona salvezza, senza vittorie dopo quattordici giornate. Dopo aver vinto inaspettatamente le prime tre delle rimanenti quattro, la squadra affrontò la sua ultima gara, contro il Bolton Wanderers, sapendo di dover ottenere un'altra vittoria e confidando in un risultato favorevole dell'incontro tra Everton e Sheffield Wednesday, due delle altre squadre in lotta per non retrocedere. Il Chelsea vinse per 4-0 e il Wednesday batté l'Everton per 6-0, sancendo così la permanenza in massima serie del Chelsea, che vantava una migliore media gol (0,44 a partita). Nel 1952 il Chelsea affrontò nuovamente l'Arsenal nella semifinale di FA Cup. Dopo l'1-1 del primo incontro, il replay finì 3-0 per l'Arsenal. Birrell si dimise di lì a poco.

Nel 1952 fu nominato allenatore Ted Drake, ex attaccante dell'Arsenal e della Nazionale inglese. Era uno di quei primi allenatori "in tuta da ginnastica" che erano soliti stringere la mano ad ogni giocatore prima di ogni partita per augurare loro "il meglio". Drake intraprese un'opera di modernizzazione del club sia dentro che fuori dal campo. Uno dei suoi primi provvedimenti fu la rimozione del logo storico raffigurante un pensionato di Chelsea dal programma della partita, in modo che il soprannome storico di Pensioners ("pensionati") non fosse più usato e fosse sostituito da un leone rampante (Lion Rampant Regardant). Da allora i giocatori del Chelsea sarebbero stati conosciuti come I Blues. Drake migliorò le modalità di allenamento introducendo sessioni di esercitazione con il pallone, pratica rara in Inghilterra a quell'epoca. Il settore giovanile e il sistema di reclutamento di talenti introdotto dal suo predecessore furono ulteriormente potenziati, mentre si abbandonò la politica societaria volta all'acquisto di stelle spesso inaffidabili per prediligere, invece, acquisti affidabili di atleti provenienti dalle serie minori. Drake rivolse un appello ai tifosi affinché fossero più partecipi nel sostenere la squadra. I primi due anni non furono promettenti: il Chelsea si classificò al 19° posto, a un solo punto dalla zona retrocessione, e l'anno seguente all'8° posto.

Nel 1954-1955, nel cinquantenario della fondazione, la situazione cambiò. Il Chelsea vinse inaspettatamente la First Division con una squadra nota per la mancanza di stelle, che comprendeva il portiere Charlie "Chic" Thomson, giocatori non professionisti come Derek Saunders e Jim Lewis, l'interno destro Johnny "Jock" McNichol, l'ala Eric "Rabbit" Parsons, l'esterno sinistro Frank Blunstone, il difensore Peter Sillett, il futuro allenatore dell'Inghilterra Ron Greenwood nel ruolo di centrocampista centrale, il centrocampista destro Ken Armstrong, il terzino sinistro Stan Willemse e il veterano John Harris, difensore. Forse l'unico autentico fuoriclasse in squadra era il capitano e capocannoniere (con 21 gol in campionato) Roy Bentley, nazionale inglese. Il Chelsea aveva cominciato la nuova stagione quasi come aveva concluso quella passata, con quattro sconfitte consecutive, tra cui un entusiasmante 5-6 contro il Manchester United. A novembre era già al 12° posto. Da quel momento la compagine di Londra inanellò una serie memorabile di risultati favorevoli, perdendo soltanto 3 delle successive 25 partite e assicurandosi il titolo con una giornata d'anticipo grazie al successo per 3-0 contro lo Sheffield Wednesday il giorno di San Giorgio. Fondamentali per il triofo finale si rivelarono due vittorie contro la rivale principale nonché seconda classificata, la squadra dei Wolverhampton Wanderers. La prima gara si concluse sul 4-3 per il Chelsea a Molineux dopo che i londinesi si trovavano in svantaggio per 2-3 sul finire di partita. Il ritorno terminò 1-0 sempre per il Chelsea a Stamford Bridge in aprile, in virtù di un gol su calcio di rigore di Sillett concesso per un fallo di mano del capitano dei Wolves Billy Wright, reo di aver "parato" una conclusione da distanza ravvicinata mandando il pallone alto sulla traversa. Il Chelsea raccolse in totale 52 punti (in media 1,71 a partita), che rappresentano ancora oggi una delle quote più basse dal primo dopoguerra per una vincitrice del campionato inglese. Nell'ultima partita della stagione ai Blues, ormai campioni, fu conferita una medaglia d'onore dai Busby Babes del Manchester United di Matt Busby. In quella stagione il club ottenne uno storico quadruplo grazie ai successi della squadra riserve, della squadra A e degli juniores nei rispettivi campionati.

La vittoria nel Championship avrebbe dovuto garantire al Chelsea la partecipazione alla prima Coppa dei Campioni d'Europa, competizione in programma per l'anno seguente e alla quale i Blues sarebbero stati la prima formazione inglese a prendere parte. Il sorteggio del primo turno mise di fronte Chelsea e i campioni di Svezia del Djurgårdens. I Blues, tuttavia, furono convinti a ritirarsi dal torneo dopo l'intervento della Football League e della F.A., molti membri delle quali ritenevano che la priorità dovesse essere data alle competizioni domestiche. Il Chelsea giocò in realtà un'amichevole non ufficiale contro i campioni di Scozia dell'Aberdeen, amichevole valida per il campionato del Regno Unito e vinta dall'Aberdeen. Come ricompensa il Chelsea offrì all'Aberdeen un piatto con l'emblema del club.

La squadra non fu capace di costruire nuove vittorie sul suo successo del 1955. Nella stagione 1955-1956 finì sedicesima. Negli anni seguenti la formazione, la cui età media si stava alzando, ottenne una serie di modesti piazzamenti a metà della graduatoria. L'unica nota positiva di questo periodo fu l'emergere di Jimmy Greaves, prolifico goleador, storicamente uno dei migliori prodotti del settore giovanile del Chelsea e autore di 122 gol in quattro campionati. Insieme con Greaves emersero altri giovani di valore, noti informalmente come Drake's Duckings ("Gli Anatroccoli di Drake") e la cui inesperienza fu, tuttavia, fonte di prestazioni poco continue. Uno dei punti più bassi toccati dal club in questi anni fu l'eliminazione al terzo turno di FA Cup contro una squadra di Fourth Division (quarta serie), il Crewe Alexandra, nel gennaio 1961. Dopo che Greaves fu ceduto al Milan nel giugno seguente, le conseguenze furono evidenti: senza i gol del suo centravanti la squadra crollò. Drake fu esonerato a settembre dopo una sconfitta per 4-0 contro il Blackpool, con il Chelsea ultimo in classifica. Fu rimpiazzato dal trentatreenne allenatore-giocatore Tommy Docherty.

Gli anni Sessanta furono sotto alcuni aspetti irripetibili per il calcio britannico, per Londra e per il London Borough of Hammersmith and Fulham, detto King's Road, che conosceva il suo massimo splendore. Molte delle stelle del cinema di allora, tra cui Michael Caine, Steve McQueen, Raquel Welch, Terence Stamp e Richard Attenborough (attuale vice-presidente a vita del club), calcarono il campo di Stamford Bridge, ormai sede di una delle squadre più glamour del paese. Nel corso del decennio, malgrado il Chelsea si stesse affermando come uno dei grandi nomi del palcoscenico calcistico inglese, furono, però, pochi i successi.

Docherty impose una ferrea disciplina e cedette molti dei calciatori più anziani dell'organico, per poi rimpiazzarli con acquisti astuti e con quei giovani di talento che cominciavano ad emergere dal settore giovanile organizzato da Birrell. Al suo arrivo, nel gennaio 1962, la squadra era quasi destinata alla retrocessione, così egli impiegò il tempo a sua disposizione per programmare la risalita in massima serie per la stagione seguente. La caduta in seconda serie si concretizzò in tempi prevedibili, ma già l'anno dopo il sodalizio di Docherty, ora alla sua prima stagione piena con i Blues, riuscì a tornare in massima serie in qualità di vice-campione della Second Division. La partita decisiva, contro il Sunderland, fu molto combattuta e si concluse con il punteggio di 1-0, frutto di una rete segnata da Tommy Harmer con l'inguine. Nell'ultimo turno i londinesi ebbero la meglio sul Portsmouth, battuto 7-0.

Il Chelsea tornava in First Division con una squadra giovane, nuova, in cui brillavano Ron "Chopper" Harris, il portiere Peter Bonetti, l'ala goleador Bobby Tambling (le cui 202 marcature rimangono un primato per il club), il centrocampista John Hollins, il difensore Ken Shellito, l'attaccante Barry Bridges, l'ala Bert Murray e il capitano e costruttore di gioco Terry Venables, tutti prodotti del settore giovanile. A quest'impianto di base Docherty aggiunse la punta George Graham, il terzino mancino Eddie McCreadie e l'elegante difensore Marvin Hinton, acquistati per somme contenute. Era il Chelsea dei Piccoli Diamanti, termine adoperato dallo stesso Docherty durante un documentario in TV e poi invalso nell'uso.

Nella stagione del ritorno in massima serie il Chelsea si piazzò quinto, mentre nell'annata successiva fu in corsa per il treble campionato-FA Cup-League Cup. Lo stile di gioco si fondava sul dinamismo fisico e su una rapida circolazione della palla. Nell'uso di questa tattica il club di Londra fu una delle prime compagini inglesi a sovrapporre le posizioni dei difensori e fu perciò invitata per due volte a giocare contro la Nazionale tedesca occidentale, comprendente all'epoca campioni del calibro di Franz Beckenbauer, Uwe Seeler and Berti Vogts. I Blues vinsero per 3-1 e pareggiarono per 3-3 la seconda partita. Il Chelsea cominciò il campionato con il piede giusto e alla fine prevalse in una lotta a tre con Manchester United e Leeds United. Al successo in massima serie si aggiunse quello in League Cup, nella cui finale di andata i Blues sconfissero per 3-2 il Leicester City (grande fu la prestazione di McCreadie) per poi pareggiare 0-0 nel ritorno al Filbert Street, in un match assai combattuto.

Iniziavano, però, a farsi sentire le prime crepe nell'ambiente. Il turbolento Docherty ebbe alcuni dissidi con alcune delle personalità più forti dello spogliatoio, in particolare Venables. A marzo giunsero una sconfitta per mano del Manchester United, rivale per il titolo, e poco dopo un altro risultato negativo (0-2) contro il Liverpool nella semifinale di FA Cup, nonostante il Chelsea fosse favorito in quest'ultima partita. A quattro giornate dal termine del campionato i Blues rimanevano comunque primi, ma in vista dell'incontro decisivo contro il Burnley Docherty mise fuori squadra otto giocatori-chiave (Venables, Graham, Bridges, Hollins, McCreadie, Hinton, Bert Murray e Joe Fascione), rei di aver violato il coprifuoco imposto dall'allenatore prima della partita. Ciò che rimase della squadra, un gruppo di riserve e giovani, perse malamente (2-6) e diede il via libera alle altre pretendenti. Il Chelsea terminò il torneo al 3° posto.

L'annata successiva si rivelò ugualmente ricca di eventi, sebbene alla fine infruttuosa. Il Chelsea si batté su tre fronti: campionato, FA Cup e Coppa delle Fiere. In un'epoca che ancora non conosceva il turn over la squadra avvertì il peso delle 60 partite giocate in una stagione, un record per il club. Alla fine si piazzò al 4° posto in campionato e in FA Cup si prese la rivincita sul Liverpool detentore del trofeo, battendolo ad Anfield e guadagnando così l'accesso ad un'altra semifinale, dove affrontò lo Sheffield Wednesday, ancora una volta al Villa Park. Malgrado godesse dei favori del pronostico rispetto dal club dello Yorkshire, quel giorno il Chelsea perse per 2-0 e fu eliminato.

In Coppa delle Fiere eliminò Roma, Monaco 1860 e Milan (quest'ultima partita si decise lanciando una monetina, avendo le due squadre pareggiato). In semifinale si arrese al Barcellona. Andata e ritorno si conclusero con il punteggio di 2-0 per la squadra di casa, così fu disposto il replay, per la cui disputa fu scelto il Camp Nou al termine di un altro lancio della monetina. Il match si chiuse sul 5-0 per i blaugrana. Docherty, ormai in aperto contrasto con molti giocatori, decise di puntare su una squadra dall'età media di 21 anni. Venables, Graham, Bridges e Murray furono tutti venduti nel corso dell'annata, mentre fu acquistato per 72.000 sterline Charlie Cooke, ala scozzese di classe cui si aggiunse il centrocampista Tommy Baldwin, che arrivò a Stamford Bridge come parziale contropartita per la cessione di Graham. Dal settore giovanile emergeva un attaccante dal talento cristallino, Peter Osgood.

Le operazioni di calciomercato di Docherty furono inizialmente produttive. Il Chelsea, con Osgood come fulcro dell'intera squadra, si issò in vetta alla classifica nell'ottobre 1966, unica formazione imbattuta dopo dieci giornate. Poi Osgood si ruppe una gamba in una partita di League Cup e i piani si complicarono. Per rimpiazzarlo Docherty non badò a spese e stabilì immediatamente il nuovo primato societario dell'acquisto più costoso, ingaggiando l'attaccante Tony Hateley per 100.000 sterline. Il gioco aereo di Hateley, però, mal si conciliava con l'impostazione di gioco del Chelsea, in cui il nuovo arrivato faticava ad inserirsi. Cominciò, quindi, una fase calante che condusse la compagine londinese al 9° posto finale. Il raggiungimento della finale di FA Cup fu l'occasione giusta per una rivalsa. In semifinale i Blues avevano sconfitto il Leeds United in quella che gli storici indicano come una delle partite in cui sorse l'accesa rivalità tra i due club. In uno dei suoi momenti migliori con la maglia del Chelsea Hateley segnò un gol di testa che alla fine fu decisivo, ma la partita fu segnata da roventi polemiche attorno a due reti che il Leeds si vide annullare, una per fuorigioco e l'altra perché Peter Lorimer aveva battuto troppo velocemente il calcio di punizione.

Il Chelsea fu opposto al Tottenham Hotspur nella prima finale di FA Cup tra due club di Londra, nota come la Finale della Cockney Cup. Era la prima finale che il Chelsea disputava dal 1915 e la sua prima presenza in finale a Wembley. Ron Harris, all'epoca ventiduenne, era il più giovane capitano a scendere in campo in una finale di Coppa d'Inghilterra. I Blues giocarono al di sotto delle attese e, malgrado un gol sul finire di partita da parte di Tambling su colpo di testa, non riuscirono ad evitare la sconfitta per 2-1 contro il Tottenham degli ex Venables e Greaves. Docherty, figura sempre assai discussa, fu sollevato dall'incarico nella prima parte della stagione seguente, pagando le sole due vittorie nelle prime dieci partite stagionali. Le speculazioni dei media furono molto fitte: si parlò di uno spogliatoio in subbuglio per mancati pagamenti, problema cui si aggiunse una squalifica di 28 giorni irrogata dalla FA ai danni dello stesso Docherty.

Nel primo anno dopo la sua partenza il Chelsea perse per 7-0 contro il Leeds United, uguagliando la peggiore sconfitta nella storia del club (un 8-1 subito nel 1953-1954 contro i Wolverhampton Wanderers). Dave Sexton, ex allenatore del Chelsea e del Leyton Orient, temperamento molto più calmo e riservato di Docherty, assunse l'incarico di allenatore. Il nucleo della squadra ereditata da Docherty rimase in larga parte invariato. Vi si aggiunsero due rinforzi in difesa, John Dempsey e David Webb, l'attaccante Ian Hutchinson, l'esordiente centrocampista Alan Hudson e l'ala Peter Houseman, di ritorno da un prestito. Sexton si dimostrò influente al punto giusto e seppe traghettare la squadra a due altri piazzamenti tra le prime sei, oltre che alla Coppa delle Fiere 1968-1969, da cui i Blues furono estromessi per opera del DWS Amsterdam dopo il lancio della monetina.

Nel campionato 1969-1970 il club si classificò terzo alle spalle di Everton e Leeds United. Osgood e Hutchinson realizzarono insieme 53 gol stagionali. Poi fu proprio il Leeds United, dominatore del campionato nonché una delle potenze calcistiche dell'epoca, a contendere ai londinesi la FA Cup. Nella prima partita, a Wembley, il Chelsea, su un terreno intriso d'acqua, riuscì a pareggiare per 2-2 dopo essersi trovato in svantaggio di due reti. Segnarono Houseman e, su colpo di testa a quattro minuti dal termine, Hutchinson. Il replay, reso necessario dal pareggio del primo match di finale, si svolse all'Old Trafford di Manchester due settimane più tardi. La partita rimase celebre e per l'estremo tatticismo fisico di ambedue le squadre e per le dimostrazioni di abilità e talento dei giocatori. Nuovamente in svantaggio, il Chelsea riequilibrò il risultato per la terza volta in altrettante partite, in questo caso grazie ad un colpo di testa in tuffo di Osgood su cross di Cooke. L'incontro proseguì ai tempi supplementari, dove Webb, su assist di Hutchinson, colpì la palla di testa e realizzò il gol della vittoria, quello del 2-1.

Il successo in Coppa d'Inghilterra valse al Chelsea la qualificazione in Coppa delle Coppe per la prima volta nella sua storia. Le vittorie contro Aris Salonicco e CSKA Sofia aprirono alla squadra la strada verso i quarti di finale, dove il Club Brugge si arrese ai londinesi al termine di una partita molto emozionante. Persa per 2-0 la gara di andata, il Chelsea era bloccato sullo 0-0 a nove minuti dalla fine della partita di ritorno, ma un gol di Osgood cambiò le sorti dell'incontro, anticipando un'altra marcatura dei blues. Si giocarono, così, i tempi supplementari e alla fine gli uomini di Sexton trionfarono per 4-0. I rivali del Manchester City, detentori del trofeo, furono eliminati in semifinale. La prima finale tra Chelsea e Real Madrid terminò sull'1-1; il replay fu disputato solo due giorni dopo e fu deciso dai gol di Dempsey e Osgood: il 2-1 consentì al Chelsea di sollevare il suo primo alloro europeo. La canzone Blue is the Colour ("Blu è il Colore"), incisa nel 1972 e cantata da membri della squadra, raggiunse la quinta posizione della UK Singles Chart. Si tratta di una delle canzoni più famose del calcio inglese, un motivo legato indissolubilmente al Chelsea di quell'epoca.

Nel decennio non vi furono più successi, dal momento che l'acuirsi di una serie di complicazioni finanziarie mise il club in ginocchio. Dall'inizio degli anni Settanta la disciplina che regnava nella squadra si indebolì e Sexton si scontrò con svariati giocatori di spicco, tra cui Osgood, Hudson e Baldwin, circa il loro atteggiamento e il loro stile di vita. Insieme allo spirito di squadra vennero meno anche i risultati. Eliminato dalla Coppa delle Coppe 1971-1972 per mano dai meno quotati avversari svedesi dell'Åtvidabergs FF, il Chelsea fu estromesso pure della FA Cup dal Leyton Orient, squadra di Second Division, nonostante un vantaggio di 2-0. Da ultimo perse la finale di League Cup del 1972 contro lo Stoke City. In tutte queste occasioni la formazione di Londra era uscita sconfitta contro rivali tecnicamente inferiori e nonostante avesse dominato la partita per lunghi tratti. Nel 1972-1973 si piazzò al 12° e nel 1973-1974 al 17° posto. L'ostilità tra Sexton da una parte e Osgood e Hudson dall'altra raggiunse l'apice dopo una sconfitta casalinga per 2-4 contro il West Ham United il giorno di Santo Stefano del 1973. I due giocatori furono ceduti alcuni mesi dopo, ma anche Sexton sarebbe stato esonerato all'inizio della stagione 1974-1975 dopo un avvio difficoltoso. Gli successe l'assistente Ron Suart, il quale non fu in grado di invertire la tendenza negativa che sfociò nella retrocessione del 1975.

La costruzione della pioneristica East Stand (Tribuna Est), che mantiene il suo posto nel moderno impianto, rappresentò un'ulteriore fonte di danno. L'opera faceva parte di un piano di potenziamento dello stadio, in procinto di aumentare la capienza a 60.000 posti, tutti a sedere. Il progetto, descritto come "il più ambizioso mai intrapreso in Gran Bretagna", coincise con la crisi energetica mondiale e fu ostacolato dai ritardi, da uno sciopero dei costruttori e dalla scarsità di materiali, tutti fattori che fecero impennare sensibilmente i costi inizialmente previsti. Nel 1976 il club si ritrovò con 3,4 milioni di sterline di debito. Di conseguenza, tra l'agosto 1974 e il giugno 1978, la dirigenza non acquistò nessun giocatore. Il declino della squadra fu accompagnato da un declino nell'affluenza di pubblico: i pochi tifosi rimasti erano danneggiati dalla cattiva fama della minoranza di supporter violenti (in quei giorni la forbice tra passione e holliganismo era pericolosamente ristretta). I tardi anni Settanta e i primi Ottanta furono il periodo di maggiore sviluppo del fenomeno degli hooligans. I tifosi violenti del Chelsea, i Chelsea Headhunters, erano particolarmente famigerati per la violenza e per i legami con gruppi politici estremistici, e avrebbero fatto sentire la loro presenza negli anni successivi.

Poco prima della retrocessione del 1975 fu nominato allenatore l'ex terzino sinistro Eddie McCreadie. Dopo un anno di transizione e consolidamento (Second Division 1975-1976) il tecnico riportò i Blues in massima serie nel 1976-1977, con una squadra composta da giovani (su tutti Ray Wilkins e l'attaccante Steve Finnieston, autore di 24 gol) e veterani dei tempi d'oro (tra i quali Cooke, Harris e Bonetti). McCreadie, però, lasciò il club dopo una disputa con Brian Mears su una compagnia di automobili. Al suo posto fu ingaggiato un altro ex giocatore, l'ex terzino destro Ken Shellito.

Shellito mantenne il Chelsea in First Division nel 1977-1978, stagione il cui punto più alto fu il 4-2 inflitto ai campioni d'Europa del Liverpool in FA Cup. Shellito si dimise a metà della stagione seguente, avendo vinto soltanto tre partite di campionato fino a Natale. Neanche il fugace ritorno di Peter Osgood servì a migliorare il rendimento della squadra. Il successore di Shellito, Danny Blanchflower, ex capitano del Tottenham Hotspur vincitore del double, non fu in grado di arginare la caduta che si concluse con un'altra retrocessione, con un bilancio di sole 5 vittorie e 27 sconfitte. Si apriva uno dei periodi più bui nella storia del Chelsea. Wilkins, una delle poche stelle rimaste tra i Blues, fu venduto al Manchester United, mentre nel settembre 1979 fu assunto come allenatore l'eroe del campionato del mondo 1966 Geoff Hurst, coadiuvato dall'assistente Bobby Gould. Il loro arrivo diede una svolta all'ambiente. Per un lungo periodo il Chelsea condusse la classifica, tuttavia un crollo nell'ultima parte della stagione provocò il 4° posto finale: la squadra mancò la promozione per la differenza reti. Nell'annata seguente i londinesi faticarono a segnare, facendo registrare una striscia di nove partite consecutive senza reti realizzate e vincendo solo tre partite su venti. Alla fine arrivò un 12° posto nel 1980-1981 e Hurst fu esonerato.

Nel 1981 Brian Mears si dimise da presidente, ponendo fine ad un sodalizio familiare con il club della durata di 76 anni. Uno degli ultimi provvedimenti fu la nomina dell'ex tecnico del Wrexham John Neal come allenatore. Un anno dopo la Chelsea Football & Athletic Company, pesantemente indebitata e incapace di pagare i suoi giocatori, fu acquistata, nel punto più basso della sua storia, dall'uomo d'affari Ken Bates, un tempo presidente dell'Oldham Athletic e che la rilevò dalla famiglia Mears per la somma principesca di 1 sterlina. Bates, però, si rifiutò di pagare lo stadio e ripianare i suoi corposi debiti, decisione che avrebbe poi rimpianto. Il nuovo proprietario si dimostrò un vero lottatore nella veste di presidente, anche se i suoi avversari comprendevano tifosi (che non gradivano la decisione di installare recinzioni elettriche per tenerli fuori dal campo) e la compagnia di sviluppo immobiliare Marler Estates, cui David Mears, fratello di Brian, haveva venduto la sua parte di proprietà fondiaria assoluta.

Nel 1981-1982, altra stagione deludente terminata con un 12° posto in Second Division, il Chelsea compì il suo miglior cammino in FA Cup dopo molti anni ed eliminò il Liverpool campione d'Europa nel quinto turno. I Blues giocarono meglio dei nobili rivali e li sconfissero per 2-0. Nei quarti di finale furono messi di fronte ai vecchi avversari del Tottenham Hotspur, che, malgrado il vantaggio londinese con Mike Fillery, riuscirono a vincere con il punteggio di 3-2 in una partita entusiasmante. La stagione 1982-1983 fu la peggiore nella storia del Chelsea. Dopo un brillante avvio la squadra scivolò sempre più in basso in graduatoria, conoscendo nove partite consecutive senza vittorie quando l'annata volgeva al termine e trovandosi sull'orlo del baratro, la retrocessione in Third Division. A questo punto, considerati i problemi finanziari del club, la caduta in terza divisione avrebbe potuto significare la fine della società. Nella penultima giornata vi fu lo scontro diretto con il Bolton Wanderers, deciso da una potente tiro da quasi 25 metri di Clive Walker, tiro che si insaccò all'ultimo minuto per un decisivo 1-0 finale. Nell'ultima giornata un pareggio casalingo contro il Middlesbrough evitò la retrocessione per due punti di margine in classifica.

L'estate del 1983 segnò una svolta nella storia del Chelsea. Il presidente John Neal spinse per una serie di acquisti poi dimostratisi cruciali nel cambiare il destino della squadra. I volti nuovi erano l'attaccante Kerry Dixon, comprato dal Reading, l'abile ala Pat Nevin, dotato di grande capacità di corsa, dal Clyde, il centrocampista Nigel Spackman dal Bournemouth e il portiere Eddie Niedzwiecki dal Wrexham. A questi arrivi si aggiunse il ritorno di John Hollins come allenatore-giocatore, per un totale di 500.000 sterline di spesa. Dixon formò una coppia-gol molto affiatata con il neo-arrivato David Speedie ed entrambi si combinarono bene con Nevin per dar vita ad un trio che avrebbe prodotto quasi 200 gol in tre anni.

Il rinnovato Chelsea iniziò la stagione 1983-1984 con una goleada (5-0) contro il Derby County, cui seguirono il 5-3 contro il Fulham e il 4-0 inflitto al Newcastle United di Kevin Keegan. Grazie anche ai gol di Dixon, che ne realizzò 36 in tutte le competizioni - quanto a marcature in una stagione fecero meglio solamente Bobby Tambling e Jimmy Greaves - la promozione fu ottenuta con un altro 5-0 contro i vecchi rivali del Leeds United. La squadra fu incoronata campione della Second Division all'ultima giornata dopo una vittoria in casa del Grimsby Town. Per l'occasione ben 10.000 tifosi del Chelsea si spostarono nel Lincolnshire al seguito della formazione di Hollins.

Tornato in First Division, il Chelsea concorse sorprendentemente alla qualificazione nelle coppe europee nel 1984-1985, finendo poi al 6° posto. La squadra era ben avviata verso la terza finale di League Cup, ma la semifinale contro il Sunderland candidato alla retrocessione ebbe un esito non previsto. L'ex ala dei Blues Clive Walker guidò la sua formazione ad una vittoria per 3-2 a Stamford Bridge (5-2 il risultato complessivo), prima che scoppiassero tumulti sugli spalti. La partita continuò tra le cariche della polizia, ma poco dopo i tifosi entrarono in campo e la violenza proseguì per le strade. Neal si ritirò alla fine della stagione per ragioni di salute e fu sostituito da Hollins.

La prima annata di Hollins vide il Chelsea battersi per il titolo. Primo in classifica a febbraio, il team dovette poi rinunciare a Dixon e Niedzwiecki, vittime di due gravi infortuni, e durante il periodo pasquale concesse dieci gol in due partite, trovandosi quasi fuori dalla lotta per la vittoria del campionato. Due successi per 2-1 contro il Manchester United all'Old Trafford e il West Ham United ad Upton Park - di fatto negando, in tal modo, il titolo agli Hammers - lasciò il Chelsea a tre punti dalla capolista Liverpool con cinque giornate da disputare. Di lì al termine del torneo, però, fu guadagnato solo un punto, che fruttò un altro 6° posto. Nella stessa stagione i londinesi vinsero la prima edizione della Full Members Cup, superando per 5-4 il Manchester City F.C. a Wembley grazie ad una tripletta di Speedie e dopo aver subito una parziale rimonta degli avversari, inizialmente in svantaggio per 0-5.

Dopo questo avvio di gestione tutto sommato incoraggiante l'era Hollins visse una fase opaca. Nel campionato 1986-1987 il Chelsea si piazzò 14°, mentre lo spirito di squadra si dissolveva per via di continui dissapori tra Hollins e non pochi giocatori-chiave, su tutti Speedie e Spackman, che conseguentemente furono ceduti. Hollins fu mandato via a marzo della stagione seguente, con la squadra di nuovo in lotta per la salvezza. Fu ingaggiato Bobby Campbell, che non riuscì ad evitare la retrocessione avvenuta al termine dei play-off, i quali ebbero, in verità, vita breve. La sconfitta determinante fu nella partita contro il Middlesbrough, incontro caratterizzato ancora una volta da una sommossa del pubblico e da una tentata invasione di campo. La federazione punì severamente il club, comminandogli sei partite da disputare a porte chiuse per la stagione successiva. Senza vittorie dopo le prime sei giornate di campionato, il Chelsea riuscì comunque a vincere il campionato di Second Division 1988-1989 con 99 punti, 17 in più della rivale più agguerrita, il Manchester City.

Nella First Division 1989-90 il Chelsea, neopromosso, fu tra i protagonisti. Con un organico privo di grandi nomi l'allenatore Bobby Campbell seppe ottenere un buon quinto posto. Malgrado la squalifica del club inglesi dalle competizioni europee che partì quell'anno, il Chelsea mancò l'accesso alla Coppa UEFA perché in quella stagione l'unico posto assegnato all'Inghilterra andò all'Aston Villa vice-campione nazionale. Nella stessa annata Campbell guidò la formazione di Londra al suo secondo successo in Full Members Cup, grazie ad un 1-0 contro il Middlesbrough nella finale di Wembley. Campbell si dimise un anno più tardi e fu sostituito da Ian Porterfield, il quale condusse il Chelsea abbastanza in alto nella classifica 1991-1992 da poter guadagnare il diritto a disputare la prima stagione della Premier League. Lasciò il club a metà della stagione 1992-1993, rimpiazzato da David Webb, altro protagonista della vittoria dei Blues in FA Cup nel 1970. Sotto la gestione Webb la compagine della capitale arrivò undicesima, posizione che non valse al tecnico la riconferma. Alla fine della stagione gli subentrò il trentacinquenne Glenn Hoddle, ex centrocampista della Nazionale inglese che aveva appena conquistato la promozione in Premiership come allenatore-giocatore dello Swindon Town.

Frattanto, nel 1992, a conclusione di un decennio di incertezza sul futuro di Stamford Bridge caratterizzato da aspre dispute legali e dalla lunga campagna Save the Bridge ("Salvate il Bridge", con riferimento allo stadio), Bates finalmente scalzò gli sviluppatori immobiliari e fuse la proprietà fondiaria assoluta con il Club. Egli approfittò delle difficoltà degli sviluppatori in seguito ad un crollo del mercato e stringendo un accordo con le loro banche. Fu costituita la Chelsea Pitch Owners ("Possessori del Campo del Chelsea"), che nel 1997 acquistò la proprietà fondiaria assoluta dello stadio, i diritti di denominazione del club e il campo, a garanzia che una situazione come quella precedente non si sarebbe mai più ripetuta. Sistemata la situazione legale, iniziarono i lavori di rinnovamento dell'intero impianto (esclusa la East Stand), i cui posti furono resi tutti a sedere. Inoltre si avvicinarono le tribune al terreno di gioco e furono edificate le coperture, operazioni poi ultimate entro l'inizio del nuovo millennio.

La prima stagione di Hoddle, il 1992-1993, vide il Chelsea calare leggermente di forma, ma il rischio temporaneo della retrocessione fu scongiurato dai gol del nuovo acquisto Mark Stein, pagato 1.500.000 sterline allo Stoke City. Nella stessa stagione i Blues furono finalisti di FA Cup, dove affrontarono i campioni della Premiership del Manchester United, squadra che il Chelsea aveva battuto per 1-0 in entrambe le partite di campionato. La prima frazione di gioco si chiuse sullo 0-0, ma nello spazio di cinque minuti dall'inizio della ripresa allo United furono assegnati due calci di rigore, ambedue trasformati in gol. Il Chelsea si lanciò all'attacco e i rivali colpirono in contropiede due altre volte per il 4-0 finale. La sconfitta fu pesante, ma consentì ugualmente ai londinesi di qualificarsi per la Coppa delle Coppe 1994-1995, avendo il Manchester United già ottenuto la qualificazione in UEFA Champions League. In quella edizione della Coppa delle Coppe il Chelsea raggiunse la semifinale, dove venne eliminato dal Real Saragozza, poi vincitore del trofeo.

Il Chelsea aveva adesso una squadra di tutto rispetto, comprendente molti giocatori di alto rango, il più importante dei quali era il grintoso capitano Dennis Wise. Il presidente Ken Bates e il direttore sportivo Matthew Harding stavano raccogliendo somme da investire nell'acquisto di nuovi atleti. Nell'estate del 1995 giunsero a Stamford Bridge due stelle di fama mondiale, il fuoriclasse olandese Ruud Gullit (a parametro zero dalla Sampdoria) e il bomber del Manchester United Mark Hughes (pagato 1,5 milioni di sterline), cui fu aggiunto il talentuoso difensore rumeno Dan Petrescu. Hoddle guidò il Chelsea ad un altro 11° posto nella stagione 1995-1996 e ad un'altra semifinale di FA Cup, poi lasciò il club per assumere l'incarico di commissario tecnico della Nazionale dell'Inghilterra.

In vista della stagione 1996-1997 Gullit assunse le vesti di allenatore-giocatore, aggiungendo molti giocatori di alto livello alla squadra: l'attaccante della Juventus campione d'Europa Gianluca Vialli, l'esperto difensore francese Frank Lebœuf e i nazionali italiani Gianfranco Zola, destinato a diventare un idolo dei tifosi e uno dei migliori calciatori nella storia del club, e Roberto Di Matteo, pagato 4.900.000 euro, primato per la società. Li avrebbero raggiunti il prolifico centrocampista Gustavo Poyet, nazionale uruguagio, e il centravanti Tore André Flo, nazionale norvegese. Fu con questo organico che il Chelsea di Gullit e del suo successore si riaffermò come una delle squadre inglesi più forti, capace di esprimere un calcio veloce e piacevole.

Gullit fu artefice di un'ottima stagione d'esordio in panchina. La squadra arrivò sesta, miglior piazzamento dal 1989-1990, e pose fine ad un periodo di mancati successi di rilievo mettendo in bacheca la FA Cup. Probabilmente la partita più importante fu quella contro il Liverpool nel quarto turno. In svantaggio per 2-0 all'intervallo, Gullit indovinò la sostituzione inserendo in campo Hughes. Questi segnò immediatamente il gol che riaprì il risultato (rasoterra dal limite dell'area) e poi servì un ottimo pallone a Zola, che realizzò da quasi 25 metri un gol molto bello, calciando in modo potente con l'effetto. Completata la rimonta, il Chelsea beneficiò della doppietta di Vialli (4-2 il risultato finale). Il 2-0 al Middlesbrough in finale a Wembley fu il frutto di un avvio fulminante dei londinesi: Di Matteo mise a segno la rete più veloce nella storia della Coppa d'Inghilterra a soli 43 secondi dal fischio d'inizio; Eddie Newton chiuse i conti negli ultimi minuti. La vittoria fu il suggello a una stagione segnata dal cordoglio per la scomparsa del popolare direttore sportivo e benefattore finanziario Matthew Harding, morto nell'ottobre 1996 in un incidente d'elicottero mentre tornava da una partita di Coppa di Lega contro il Bolton Wanderers.

Gullit fu esonerato all'improvviso nel febbraio 1998, presumibilmente dopo una disputa attorno al contratto, con i Blues secondi in Premiership e in semifinale nelle due competizioni di coppa. Si decise di puntare ancora una volta sulla formula dell'allenatore-giocatore, questa volta fu il trentatreenne Gianluca Vialli a prendere in mano le redini della squadra. L'italiano cominciò la sua carriera di allenatore molto bene, vincendo due trofei in due mesi. In League Cup i londinesi trionfarono con un altro 2-0 ai danni del Middlesbrough a Wembley (Di Matteo fu ancora tra i marcatori). In Coppa delle Coppe 1997-1998 eliminarono il sorprendente Vicenza in una semifinale ricca di colpi di scena: persa l'andata per 1-0, i Blues subirono un gol nel ritorno a Stamford Bridge, ma riuscirono poi a vincere per 3-1 soprattutto grazie a Hughes. In finale superarono lo Stoccarda allo Stadio Råsunda di Stoccolma con un gol-lampo di Zola, entrato in campo da appena 17 secondi. Nell'estate di quell'anno arrivò poi la Supercoppa europea, ottenuta a scapito del favorito Real Madrid nella prima edizione della manifestazione giocata in gara unica allo Stadio Louis II di Montecarlo (1-0, marcatura di Poyet).

Nella stagione 1998-1999 il Chelsea tornò a competere seriamente per il titolo inglese dopo anni. A dispetto di una sconfitta iniziale contro il Coventry City, rimase poi imbattuta fino a gennaio, passando al comando della classifica a Natale. Le possibilità di conquistare il campionato svanirono a causa di una sconfitta in casa contro il West Ham United e ai pareggi consecutivi contro Middlesbrough, Leicester City e Sheffield Wednesday ad aprile. Il club giunse terzo, a quattro punti dal Manchester United campione d'Inghilterra. Una stagione promettente si chiuse, quindi, con molta amarezza. La difesa della Coppa delle Coppe vinta l'anno prima si interruppe in semifinale per opera del Maiorca, mentre nelle altre coppe giunsero due eliminazioni ai quarti di finale. Il terzo posto in campionato garantì in ogni caso la prima qualificazione del Chelsea alla Champions League.

Quarantaquattro anni dopo che gli era stato negato l'accesso alla prima edizione del torneo, il Chelsea fece il suo esordio nella massima competizione europea nell'agosto 1999. Seguì un filotto di prestazioni superlative, tra cui le vittorie a San Siro contro il Milan e all'Olimpico contro la Lazio e il 5-0 in casa dei turchi del Galatasaray. Nell'andata dei quarti di finale contro il Barcellona a Stamford Bridge il Chelsea si portò sul 3-0 e concesse nel finale un gol fuori casa a Luís Figo. A sette minuti dalla fine della partita di ritorno al Camp Nou il Chelsea, nonostante stesse perdendo per 2-1, era qualificato, ma gli spagnoli segnarono il gol del 3-1 che portò la sfida ai tempi supplementari. Qui i catalani realizzarono due altre reti e sancirono l'eliminazione dei britannici, sconfitti per 5-1 (per 6-4 nel risultato complessivo).

Il Chelsea era ormai una multinazionale di alto calibro che comprendeva Magic Box Zola, Di Matteo, Poyet, il portiere olandese Ed de Goey e il trio francese di campioni del mondo 1998 Frank Lebœuf, Marcel Desailly e Didier Deschamps. Sotto la gestione Vialli sarebbe diventata la prima squadra nella storia del calcio inglese a schierare una formazione titolare composta interamente da giocatori stranieri, fatto che pose l'accento sull'internazionalizzazione di questo sport. Nella stagione 1999-2000 la formazione di Londra non riuscì a sostenere l'impegno sul doppio fronte Premier League-Champions League e concluse con un deludente quinto posto il campionato. Vialli riuscì a traghettare la squadra al secondo successo finale in FA Cup in quattro anni, questa volta contro l'Aston Villa nell'ultima finale giocata a Wembley prima della chiusura dello stadio per la ristrutturazione. Determinante per l'ennesima volta una rete di Di Matteo. Ad agosto fu conquistata la Charity Shield con un 2-0 inflitto al Manchester United: Vialli diventò l'allenatore più vincente alla guida del Chelsea.

Vialli spese quasi 26 milioni di sterline per rinforzare l'organico durante l'estate. Furono ingaggiati il goleador olandese Jimmy Floyd Hasselbaink e il talentuoso attaccante islandese Eiður Guðjohnsen, ma l'allenatore italiano fu esonerato nel settembre 2000 dopo aver vinto soltanto una delle prime cinque partite di campionato. Ancora una volta si sussurrò che alla base della rottura vi fossero dissapori con i calciatori importanti. Fu sostituito da un altro italiano, Claudio Ranieri, il quale, malgrado i problemi iniziali con la lingua inglese, fu capace di guidare i Blues ad un altro piazzamento tra le prime sei nella sua prima stagione. Ranieri ricostruì con pazienza la struttura della squadra, riducendone l'età media con la vendita dei giocatori più anziani come Wise e Poyet, e rimpiazzandoli con i giovani John Terry, William Gallas, Frank Lampard e Jesper Grønkjær.

La seconda stagione di Ranieri fece vedere dei progressi, principalmente nelle coppe. Il Chelsea, difatti, raggiunse la semifinale di League Cup e un'altra finale di FA Cup, competizione che perse a vantaggio dell'Arsenal, che in quell'annata si aggiudicò il double. In campionato i passi in avanti furono meno netti e il Chelsea si piazzò di nuovo al 6° posto. Intanto circolavano voci sulla pericolosa situazione finanziaria del club, che non poté più acquistare giocatori. Le aspettative per la stagione 2002-2003 erano, per forza di cose, più contenute. Tuttavia, i Blues seppero inaspettatamente battersi per il titolo e sconfiggere il Liverpool per 2-1 all'ultima giornata, in una delle partite migliori nella storia della società. Il successo contro il club del Merseyside valse il 4° posto e la conseguente qualificazione alla Champions League, proprio ai danni degli avversari dell'ultimo turno di campionato.

Con la società in crisi economica nel giugno 2003 Bates vendette il club per la cifra di 60 milioni di sterline ad un milardario russo. Bates riconobbe un profitto personale di 17 millioni per un club che aveva acquistato per la cifra simbolica di 1 sterlina nel 1982 (nel corso degli anni il suo pacchetto azionario si era ridotto a meno del 30% del totale). Nuovo proprietario del club divenne il magnate russo Roman Abramovič, che si accollò il debito di 80 milioni di sterline, pagandone la maggior parte in tempi rapidi. Poi mise mano ad una campagna acquisti faraonica, per una spesa totale di 100 milioni di sterline prima dell'inizio della stagione. Arrivarono Claude Makélélé, Geremi, Glen Johnson, Joe Cole e Damien Duff.

Gli investimenti furono in buona sostanza ripagati. Il Chelsea si piazzò secondo in Premiership, miglior piazzamento da 49 anni a quella parte, e raggiunse la semifinale di Champions League una volta battuto l'Arsenal nel doppio confronto dei quarti di finale. Ranieri fu esonerato dopo alcune bizzarre decisioni tattiche nella semifinale contro il Monaco. Oltre all'eliminazione gli si imputò la scelta di trasformare il centrocampista centrale Scott Parker in terzino destro e il terzino destro Glen Johnson in difensore centrale per poter schierare più giocatori d'attacco. Cionostante, Ranieri riuscì pur sempre a condurre la squadra ai vertici del calcio nazionale e internazionale. Il pubblico del Chelsea lo omaggiò caldamente nella sua ultima partita come allenatore dei Blues, quella contro il Leeds United, battuto di misura all'ultimo turno di campionato. Fu proprio quell'incontro a fornire ai tifosi un'idea di cosa ne sarebbe stato del Chelsea se Abramovič non avesse acquistato il club: la squadra batté gli avversari con un allenatore in procinto di lasciare e con la minaccia dell'instabilità finanziaria, fatti che, in assenza del presidente russo, avrebbero suscitato le previsioni più pessimistiche.

Ingaggiato il talent scout Piet de Visser, noto per aver scoperto Ronaldo, nell'estate del 2004 Abramovič si accordò con l'allenatore portoghese José Mourinho, che aveva conseguito importanti vittorie in campo europeo con il Porto. Dal suo arrivo il Chelsea si è affermato come una delle squadre di vertice a livello europeo e mondiale.

Il 2004-2005 fu la stagione più ricca di successi nella storia del Chelsea. Dopo un avvio incerto, con soli otto gol messi a segno nelle prime nove gare e a cinque punti di distacco dall'Arsenal capolista, la squadra cambiò il passo gradualmente fino a conquistare il titolo. Grazie ad un successo contro l'Everton nel novembre 2004 il Chelsea si portò per la prima volta in testa; da quel momento in poi non avrebbe più lasciato il primo posto, perdendo soltanto una partita di campionato e totalizzando 29 vittorie (record) e 95 punti, il punteggio più alto mai ottenuto da una squadra della Premier League. Il successo porta la firma di campioni come Didier Drogba, Joe Cole, Arjen Robben, Tiago, Frank Lampard, John Terry, Claude Makélélé, William Gallas e Petr Čech. Uno dei punti di forza della formazione di Mourinho era una difesa solida, composta dal capitano Terry, dal versatile Gallas e dall'ottimo portiere Čech. La retroguardia londinese fu capace di concedere solo 15 reti e mantenne imbattuta la porta dei Blues per 25 partite. Čech stabilì il primato di imbattibilità di tutti i tempi per un estremo difensore della Premiership (1025 minuti senza subire gol), record poi battuto da Edwin van der Sar nel 2009. Alla solida impostazione difensiva si accompagnava un reparto centrale di primissimo ordine, costituito da Lampard, Joe Cole, dall'incontrista Makélélé e dalla talentuosa ala Robben, un reparto in grado di produrre gol e giocate di qualità. I londinesi si assicurarono il titolo battendo per 2-0 in trasferta il Bolton Wanderers con due gol di Lampard, a quasi cinquant'anni dall'ultimo successo in campionato. Quell'anno fu centrato il double, dal momento che il Chelsea si era già aggiudicato la League Cup superando per 3-2 il Liverpool nella finale giocata al Millennium Stadium di Cardiff. Nel primo anno della gestione Mourinho il Chelsea giunse inoltre a disputare la semifinale di Champions League, dove fu eliminato dal Liverpool.

Rinforzato dagli arrivi di Michael Essien, acquistato dal Lione, e di Hernán Crespo, rientrato dal prestito al Milan, nella stagione 2005-2006 il Chelsea rivinse il campionato. La squadra di Mourinho cominciò il torneo nel migliore dei modi, con una striscia di nove vittorie consecutive, tra cui un 4-1 ad Anfield Road contro il Liverpool. Ad un certo punto della stagione i Blues si ritrovarono con 18 punti di vantaggio sul Manchester United secondo in classifica. Nell'ultima parte dell'annata, però, sembrarono aprirsi dei margini per una rimonta dei Red Devils, rimonta che rimaneva comunque difficile malgrado gli uomini di Alex Ferguson, con nove vittorie consecutive, avessero ridotto il divario a sette punti. Il Chelsea giocò contro il West Ham United una partita decisiva. Dopo dieci minuti di gioco i Blues erano in svantaggio per 0-1 e dopo 17 giocavano in dieci uomini per l'espulsione di Maniche. A dispetto degli ostacoli, la squadra diede prova di grande carattere e alla fine vinse per 4-1, mantenendo le distanze dal Manchester United. Fu proprio grazie al successo interno per 3-0 contro i rivali diretti che il Chelsea si assicurò il titolo con tre turni di anticipo. In Champions League non andò oltre gli ottavi di finale, estromesso dal Barcellona, e in FA Cup fu eliminato in semifinale nell'ennesima doppia sfida contro il Liverpool.

Nel maggio 2006 Abramovič ingaggiò Michael Ballack dal Bayern Monaco e Andrij Ševčenko dal Milan per una cifra record che si aggira intorno ai 50 milioni di euro. In totale gli acquisti del presidente russo, tra i dieci uomini più ricchi del mondo, ammontano a 130 milioni di euro nella stagione 2006-2007.

Nella stagione 2006-2007 il Chelsea non seppe ripetere i formidabili risultati delle due stagioni precedenti. Per larga parte del campionato occupò la seconda posizione, per poi chiudere il torneo alle spalle del Manchester United. In Champions League fu eliminato in semifinale ancora dal Liverpool, questa volta dopo i calci di rigore. Ad aprile, tuttavia, i londinesi erano ancora in corsa per quattro trofei e aveano disputato 62 delle 63 partite previste, nella migliore delle ipotesi, all'inizio della stagione. Battendo l'Arsenal per 2-1 in rimonta nell'ultima finale di League Cup giocata al Millenium Stadium di Cardiff si assicurarono il trofeo, cui abbinarono la FA Cup, messa in bacheca dopo una vittoria per 1-0 contro il Manchester United nella prima finale giocata al nuovo Stadio di Wembley. Il club, che era stato anche l'ultimo a vincere la FA Cup nel vecchio Wembley, centrò così un prestigioso double.

Ceduto Arjen Robben per una cifra pari al doppio di quella per cui era stato acquistato tre anni prima, nel mercato estivo del 2007 il Chelsea ha invertito la tendenza delle estati scorse, diminuendo considerevolmente le somme di denaro in uscita, anche se a gennaio ha poi acquistato Nicolas Anelka per una somma onerosa. Prima della stagione Abramovič ha ingaggiato Steve Sidwell dal Reading, Claudio Pizarro dal Bayern Monaco, Tal Ben Haim dal Bolton Wanderers e la forte ala Florent Malouda dall'Lione.

Il Chelsea ha esordito in Charity Shield ancora con il Manchester United, perdendo per 4-1 ai tiri di rigore. L'inizio di stagione non è stato positivo né in campionato né in UEFA Champions League, in cui la squadra ha debuttato con un pareggio per 1-1 in casa contro il Rosenborg. La situazione ha spinto l'allenatore Mourinho, più volte in procinto di lasciare il club in passato, a rescindere il contratto dopo la partita.

Al suo posto, il 20 settembre, è stato ingaggiato l'israeliano Avraham Grant, affiancato tre settimane più tardi dall'olandese Henk ten Cate, nominato suo secondo assistente. Con il nuovo allenatore la squadra ha conosciuto un netto miglioramento in campionato, riuscendo a battere e a raggiungere in testa Manchester United a tre giornate dalla fine, ma non nell'impresa di vincere il titolo, andato ai rivali all'ultima giornata. La squadra londinese si è fatta strada anche nella Coppa di Lega inglese, ma, giunta in finale, il 24 febbraio a Wembley ha perso contro il Tottenham Hotspur per 2-1 dopo i tempi supplementari. In Champions League gli uomini di Grant hanno eliminato Olympiakos Pireo negli ottavi di finale, Fenerbahçe nei quarti e Liverpool in semifinale. Il successo contro i Reds (3-2 a Stamford Bridge al termine dei tempi supplementari), preceduto dal pareggio per 1-1 ad Anfield, è giunto nella sesta partita contro il Liverpool nelle ultime quattro edizioni della Champions League e ha garantito al Chelsea l'accesso alla sua prima finale di Champions League. Nella finale di a Mosca i Blues sono stati sconfitti dai connazionali del Manchester United ai tiri di rigore, dove si è rivelato decisivo l'errore di Anelka. Tre giorni dopo Grant è stato esonerato.

Come annunciato dal sito web del club l'11 giugno 2008, il 1° luglio 2008 l'incarico di allenatore del Chelsea è stato affidato al brasiliano Luiz Felipe Scolari, reduce dall'esperienza sulla panchina del Portogallo. Il club ha poi ingaggiato il fuoriclasse portoghese Deco, acquistato dal Barcellona. Sin da subito tra le pretendenti per il titolo, la squadra ha tuttavia deluso le attese. Subìte a Stamford Bridge due sconfitte in confronti diretti contro Liverpool (primo ko dopo 86 gare di imbattibilità interna) e Arsenal, la squadra ha perso anche il ritorno ad Anfield Road e il confronto in casa del Manchester United, mentre in Coppa di Lega è stata eliminata dal Burnley. Dopo due mesi opachi dal punto di vista del rendimento, il 9 febbraio 2009 il tecnico è stato sollevato dall'incarico, con il Chelsea a sette punti dalla capolista Manchester United. La guida del club è stata affidata temporaneamente al vice, Ray Wilkins. Sebbene i mesi di Scolari al Chelsea non siano stati tra i più fruttuosi della sua carriera, il tecnico ha stabilito un record della storia della Premier League, quello della striscia più lunga di vittorie consecutive in trasferta (ben 11).

Dopo l'esonero di Scolari, il 12 febbraio 2009 Roman Abramovič si è appellato alle sue conoscenze nella Nazionale russa per ingaggiare il tecnico olandese Guus Hiddink. Questi, che già una volta aveva seguito contemporaneamente una Nazionale (l'Australia) e un club (il PSV Eindhoven) fra il 2005 e il 2006, rimanendo CT della Russia ha deciso di aiutare il Chelsea nel momento di difficoltà a causa della panchina vacante, in modo tale da terminare la stagione nel miglior modo possibile, quindi con un contratto fino a giugno 2009.

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