Cinema italiano

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Inviato da gort 09/04/2009 @ 22:07

Tags : cinema italiano, cinema, cultura

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Cinema italiano

Cabiria, il tempio di Moloch

La storia del cinema italiano iniziò pochi mesi dopo la prima proiezione pubblica dei fratelli Lumière, avvenuta a Parigi il 28 dicembre 1895: nell'ultimo dopoguerra la cinematografia italiana sarà una delle più influenti e premiate a livello mondiale.

I primi film sono documentari, filmati di pochi secondi nei quali coraggiosi pionieri (primo fra tutti un ex-cartografo dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, nonché inventore, operatore e regista, Filoteo Alberini) riprendevano con una semplice cinepresa a manovella fatti e personaggi del loro tempo, perlopiù regnanti, imperatori e papi.

Il primo filmato del quale si conosce il titolo è del 1896, realizzato sempre da Alberini, è andato perduto, e riguardava la visita del Re e della Regina a Firenze.

Il primo filmato giunto sino ai giorni nostri e tuttora visibile riguarda Papa Leone XIII che si reca in preghiera nei giardini Vaticani e si rivolge alla macchina da presa per quella che è la prima benedizione papale filmata, e dura per la precisione 2:00 minuti.

Nel periodo 1903-1909 il cinema, sino allora considerato alla stregua di un fenomeno da baraccone e presentato d'ambulanti girovaghi in spettacoli itineranti insieme ai circhi e alle giostre, si organizzò come industria, con case di produzione nei principali capoluoghi: soprattutto Torino con la Società Anonima Ambrosio, Aquila Film e la Itala Film, Roma con la Cines, Milano con i meglio attrezzati studi cinematografici dell'epoca edificati dal produttore Luca Comerio che fondò una società di produzione con il suo nome poi denominata Milano Film, Napoli con la Partenope Film, Venezia quindi una rete sempre più capillare di sale cinematografiche nei centri urbani delle città.

Questa trasformazione portò alla produzione dei film a soggetto, che per gran parte del periodo muto affiancarono il filmato documentario fino a sostituirlo quasi completamente all'inizio della prima guerra mondiale.

Il primo film a soggetto venne realizzato sempre da Alberini nel 1905, lo storico agiografico La presa di Roma, ma i generi che attecchirono da subito presso il pubblico furono i drammi, passionali e storici, seguiti dalle comiche finali, come già da decenni avveniva negli spettacoli teatrali.

Il primo film sonoro italiano venne proiettato il 19 ottobre 1906 al cinema Lumère di Pisa dal professore Pietro Pierini e prodotto dalla Fabbrica Pisana di Pellicole Parlate.

Tra il 1910 e il 1914 il cinema italiano riscosse in ogni parte del mondo un successo oltre ogni previsione, con kolossal storici e religiosi diretti da Mario Caserini (Gli ultimi giorni di Pompei, del 1913), Enrico Guazzoni (Marc'Antonio e Cleopatra sempre del 1913) e soprattutto Giovanni Pastrone, che realizzò nel 1914 il celeberrimo Cabiria che ebbe il grande onore di venire proiettato in anteprima alla Casa Bianca di fronte al Presidente degli Stati Uniti d'America e a tutto il personale.

L'Italia fu il primo paese a portare un movimento d'avanguardia nel cinema, grazie al Futurismo. Il Manifesto della Cinematografia Futurista risale al 1916 (ma alcuni esperimenti erano già avvenuti anteriormente) e fu firmato, tra gli altri, da Filippo Marinetti, Armando Ginna, Bruno Corra, Giacomo Balla, ecc.

Per i futuristi il cinema era l'arte ideale per i loro "meravigliosi capricci", essendo giovane, privo di passato e capace di estrema duttilità e velocità grazie al montaggio e gli effetti speciali, che divennero parte integrante di un nuovo linguaggio creativo e sovversivo (non come semplici attrazioni mostrative). Molte delle già di per sé scarse opere del cinema futurista sono andate perdute. Tra le più significative resta Thaïs di Anton Giulio Bragaglia (1917) dove le scenografie ipnotiche e simboliste di Enrico Prampolini fecero da fonte d'ispirazione per il successivo cinema espressionista tedesco.

Attori come Emilio Ghione e Mario Bonnard, attrici come Lyda Borelli e Francesca Bertini furono i primi divi, soprattutto durante la prima guerra mondiale, tra il 1914 e il 1918, quando i drammi passionali presero il sopravvento nei gusti del pubblico.

Sempre durante questo periodo si sviluppò un filone particolare del cosiddetto film propagandistico: quello in cui un eroe, mitologico o anche delle vecchie comiche s'immerge in avventure belliche distinguendosi per coraggiosi atti di eroismo, ma senza mai calcare la mano sulla violenza effettiva della guerra.

Dopo la fine della Grande guerra, il cinema italiano attraversò un fortissimo periodo di crisi, dovuta soprattutto al proliferare di piccole case di produzione che fallivano generalmente dopo pochi film, e da alcune scelte organizzative sbagliate. Resistono ancora i drammi passionali, perlopiù ripresi da testi letterari e teatrali classici, diretti da specialisti come Roberto Roberti (padre di Sergio Leone) e i kolossal religiosi di Giulio Antamoro.

Nomi mitici del palcoscenico come Eleonora Duse (Cenere, del 1916) e La Bella Otero appaiono sugli schermi suscitando anche qualche perplessità. L'unico filone che resse fu quello napoletano, grazie all'opera della prima film-maker donna del cinema nostrano, Elvira Notari, che produsse e diresse moltissime sceneggiate e canzoni filmate (eseguite direttamente nelle sale cinematografiche da orchestre e cantanti famosi in sincronia con le immagini) che ottengono un successo travolgente tra gli italiani emigrati in Sudamerica (soprattutto in Argentina, Brasile e Uruguay).

Il fascismo, salito al potere tra il 1922 e il 1925, all'inizio non si preoccupò di rilanciare una cinematografìa in declino sempre più costante e precipitoso, fin verso la fine degli anni venti, quando fecero il loro esordio due futuri protagonisti dell'era dei telefoni bianchi: Alessandro Blasetti, con Sole del 1928, e Mario Camerini, con il notevole Rotaie del 1929.

Nello stesso momento il fascismo istituì il Ministero della Cultura Popolare (popolarmente abbreviato in Min.Cul.Pop) il quale, dopo un disastroso incendio, avvenuto nel 1935, negli studi cinematografici della vecchia Cines (episodio avvolto nel mistero, che continua ancora oggi a far discutere storici e studiosi) suggerì la creazione di una struttura importante per rilanciare un cinema italiano altrimenti destinato all'agonia.

Mussolini approvò in pieno: venne trovata un'area a sud-est della capitale e dopo due anni di lavoro, il 21 aprile 1937 il Duce stesso presenziò alla solenne inaugurazione di Cinecittà, coniando lo slogan celebre "La cinematografìa è l'arma più forte".

Venne concepita alla maniera di Hollywood, con tutto quello che qualsiasi cineasta poteva desiderare per la realizzazione di un film: teatri di posa, servizi tecnici ed il famoso Centro Sperimentale di Cinematografia, che si rivelò una vera e propria fucina per futuri celebri maestri, con annessa la Cineteca Nazionale.

Due anni più tardi, il 1 gennaio 1939, entrò in vigore il cosiddetto monopolio, una legge che di fatto bloccava in gran parte l'importazione della cinematografìa estera (soprattutto americana, vista allora come il fumo negli occhi) favorendo una più ampia produzione di film italiani. Si svilupparono così due filoni principali, le commedie dei telefoni bianchi e il più impegnato calligrafismo.

La stagione cinematografica dei telefoni bianchi interessò un periodo di tempo relativamente breve. Il nome proveniva dalla presenza di telefoni bianchi nelle sequenze di alcuni film prodotti in questo periodo, sintomatica di benessere sociale: uno status symbol atto a marcare la differenza dai telefoni neri, maggiormente diffusi.

La critica degli ultimi anni preferisce definirla anche Commedia all'ungherese, perché, nonostante siano produzioni italiane, i soggetti e le sceneggiature di questi film sono attinti da autori ungheresi e ivi ambientati per ragioni censorie (l'argomento preferito di queste commedie, infatti, era una minaccia di adulterio o divorzio, cosa impensabile per l'Italia di quegli anni): la città di Budapest è molto spesso nominata, oppure altra definizione è quella di Cinema Decò per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamano lo stile internazionale dell'Art Déco, molto in voga in quel periodo.

Nel corso della seconda guerra mondiale, ma soprattutto negli ultimi anni del conflitto (1943-1945) l'Italia conosce lutti e distruzioni immani. In questo contesto si sviluppa il neorealismo, un movimento artistico e culturale che riguarda tutte le forme di arte, ma in particolare il cinema.

Il cinema neorealista ha lo scopo principale di rappresentare la situazione reale del paese: le trame dei film ruotano spesso attorno alle vicende, e vicissitudini, di famiglie povere; gli attori sono frequentemente non professionisti, immersi pertanto nella vita di tutti i giorni; c'è una particolare attenzione all'uso della lingua, con grande ricorso ai dialetti regionali; per quanto riguarda l'immagine i registi (tra cui Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis, Pietro Germi) si propongono di non truccare la realtà, rinunciando all'illuminazione artificiale e alle riprese in studio per privilegiare quelle all'aria aperta, con gli interni girati non negli studios ma in case di parenti o amici. In una posizione molto più defilata, "autonoma", appare in quegli anni Federico Fellini, autore formatosi presso la grande scuola neorealista ma nel contempo alla ricerca di una dimensione estetica che gli permetta di superarla.

Film come quelli viscontiani (Ossessione girato ancora in piena guerra mondiale, La terra trema e Bellissima), ma soprattutto la trilogia della guerra di Rossellini (Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero) e la quadrilogia desichiana (Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano e Umberto D.) ottengono moltissimi riconoscimenti a livello internazionale.

Successivamente Roberto Rossellini sperimenta nuovi stili, sempre ascrivibili al filone neorealista, nella celebre trilogia Stromboli terra di Dio (1949), Europa '51 (1952) e Viaggio in Italia (1953), fondendo perfettamente cinema documentaristico a scavo psicologico. Al centro di queste opere spiccano figure femminili sofferte ed alienate interpretate da Ingrid Bergman, in fuga da Hollywood e nuova moglie di Rossellini. La critica dell'epoca, con l'eccezione dei Cahiers du cinema, stroncò il trittico rosselliniano, ma il tempo ha reso giustizia a quelli che oggi appaiono films di sorprendente modernità.

Fra il 1950 e il 1953 anche Fellini si fa conoscere al grande pubblico e alla critica più attenta con due pregevoli film, (Luci del varietà, codiretto insiema ad Alberto Lattuada e Lo sceicco bianco), e un capolavoro assoluto, I Vitelloni.

Nonostante il successo ottenuto (talvolta più di critica che di pubblico) la stagione neorealista dura solo una decina d'anni. Con il ritrovato benessere, i toni si attenuano e, dalla metà degli anni cinquanta, si inizia a sviluppare un fortunato sottofilone, denominato del neorealismo rosa, che di fatto è il progenitore della commedia all'italiana.

A partire dalla metà degli anni cinquanta il cinema italiano cominciò a emanciparsi dal neorealismo affrontando le tematiche esistenziali da punti di vista differenti, più introspettivi che descrittivi.

Inutile cercare di classificare il cinema profondamente autoriale che cominciò a svilupparsi in questo decennio e terminò, virtualmente, solo con la morte di Federico Fellini, a inizio anni novanta.

Michelangelo Antonioni (con film quali Le amiche, Il grido e la trilogia L'avventura (1960), La notte e L'eclisse (1963)) portò alla ribalta un cinema esistenziale, introspettivo, estremamente attento alle psicologie dei personaggi più che agli eventi. Fama e riconoscimento internazionale vennero consolidati da opere come Blow up (1966) e Professione: reporter (1972): quest'ultimo in particolare è uno dei film figurativamente più belli dell'intero cinema italiano (e non solo).

Fellini, con capolavori come La strada (1954), con una bravissima Giulietta Masina nel ruolo di Gelsomina, Le notti di Cabiria (1956) e La dolce vita (1960), oltre al già citato I vitelloni con Alberto Sordi, si impone come uno dei massimi punti di riferimento del cinema italiano nel mondo. Il suo stile, inconfondibile, viene esaltato dal fortunato sodalizio artistico con lo scrittore e sceneggiatore Cesare Zavattini e con il compositore Nino Rota, le cui colonne sonore entreranno nell'immaginario collettivo. Alcune scene dei suoi film più celebri assurgeranno a simboli di un'intera epoca, basti pensare alla famosa scena di Anita Ekberg che, ne La dolce vita fa il bagno nella Fontana di Trevi divenuta, fin da allora, un'icona del cinema italiano nel mondo.

Nel corso del decennio degli anni sessanta Fellini inizia una fase di sperimentazione col monumentale, onirico e visionario 8 e ½ (1963), che aprirà una nuova fase della sua già luminosa carriera: opere successive come Satyricon, Amarcord, Il Casanova di Federico Fellini, E la nave va, immaginifiche e visionarie, consacrano Fellini come uno dei più grandi artisti della macchina da presa del Novecento.

Se Roberto Rossellini e Vittorio De Sica perseguono altre strade negli anni sessanta e settanta del Novecento, il primo come autore di nicchia televisivo e documentarista, il secondo come attore di successo, oltreché regista, Luchino Visconti, il grande esteta per definizione, continuerà a regalare al cinema italiano altri indimenticabili, e prestigiose, creazioni. Dopo il folgorante esordio pre-neorealistico di Ossessione e i già citati La terra trema, e Bellissima sarà la volta, fra la seconda metà degli anni cinquanta e l'inizio degli anni settanta, di un'ininterrotta serie di immortali capolavori, fra cui Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Morte a Venezia e Ludwig.

Un caso a parte nel panorama cinematografico e culturale dell'epoca è Pier Paolo Pasolini, regista, attore e scrittore, che nelle sue opere si oppose alla morale del tempo. Personaggio di rottura, fino alla morte (avvenuta in circostanze poco chiare nel 1975) non si stancò di combattere a tutti i livelli (letterario, cinematografico e politico) per proporre nuovi valori contrari al conformismo e al consumismo della società italiana a cavallo fra gli anni sessanta e settanta.

I suoi film, da Mamma Roma, (1962) con Anna Magnani nel ruolo di una prostituta, Il vangelo secondo Matteo (1964), una tra le più apprezzate ricostruzioni cinematografiche della vita di Gesù, Uccellacci e uccellini, una favola moderna con il comico Totò nell'unica interpretazione drammatica della sua carriera, Edipo re (1967), Teorema (1968), le trasposizioni cinematografiche della "trilogia" Il Decameron (1971), dei I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle mille e una notte (1974) o le agghiaccianti scene di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) hanno tutti scatenato lunghe polemiche, spesso con strascichi giudiziari ed episodi di censura in Italia e altri paesi.

Le prime pellicole di Pasolini (compresi folgoranti cortometraggi come Che cosa sono le nuvole? e La ricotta) colpiscono profondamente per lo straordinario lirismo e poesia che ogni inquadratura, ogni fotogramma restituiscono allo spettatore.

Pasolini, che non ha mai fatto mistero della sua omosessualità e della sua simpatia per l'ideologia comunista, è uno dei personaggi culturalmente più influenti di quegli anni, malgrado le sua posizioni siano state considerate estreme e la sua opera sia spesso stata discriminata.

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa anche il genere della commedia, spesso conosciuta come commedia all'italiana, una definizione che fa riferimento al titolo di un film di Pietro Germi: Divorzio all'italiana (1961) con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli, due tra i più importanti attori del cinema italiano. Questo film ha vinto anche un Oscar nel 1963 per la migliore sceneggiatura originale.

A tale filone si ricollegano i nomi dei principali attori italiani del tempo, da Alberto Sordi a Ugo Tognazzi, da Monica Vitti a Claudia Cardinale, da Vittorio Gassmann a Nino Manfredi, senza dimenticare Totò e Sofia Loren, oltre ai già citati Mastroianni e Sandrelli.

Generalmente si ritiene sia stato Mario Monicelli, capostipite e fra i massimi esponenti (con Ettore Scola, Pietro Germi e Dino Risi) della commedia italica, ad inaugurare il nuovo genere con I soliti ignoti, del 1958, cui fecero seguito altri lungometraggi memorabili diretti dallo stesso regista come La grande guerra, L'armata Brancaleone, Amici miei e Un borghese piccolo piccolo.

Gli anni sessanta sono il periodo del boom economico e anche il cinema risente dei cambiamenti che modificano radicalmente la società italiana. Fra i tanti film di questo decennio è importante ricordare Il sorpasso di Dino Risi, un lungometraggio che riesce a mischiare bene la comicità e la serietà del soggetto, con Vittorio Gassman nel ruolo del protagonista. Il finale drammatico della pellicola e la colonna sonora, con brani di Edoardo Vianello (con Guarda come dondolo) e Domenico Modugno (con Vecchio frack) sono altri due elementi che contribuiscono a rendere questo film una delle grandi creazioni di quegli anni.

Tra gli ultimi capolavori della commedia italiana "classica" è doveroso segnalare Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, C'eravamo tanto amati e La terrazza di Ettore Scola, che, uscito nel 1980, è, secondo taluni, l'ultimo film ancora ascrivibile al genere.

In effetti sul finire degli anni settanta il tono delle commedie si fa sempre più cupo ed esistenziale: l'ottimismo del dopoguerra appare, anno dopo anno, solo un lontano ricordo. In questo periodo il genere declina rapidamente fino ad esaurirsi, salvo rare eccezioni (fra cui, forse, Amici miei atto II) all'inizio del decennio successivo.

Nel frattempo si impongono sempre più le commedie a sfondo (più o meno) erotico. Prodotte fin dai primi anni settanta, conosceranno un periodo di grande popolarità fra la metà di quello stesso decennio e l'inizio degli anni ottanta (commedia sexy all'italiana).

Va infine messo in evidenza che spesso gli elementi costitutivi della commedia sono stati mescolati ad arte con generi diversi, dando vita a pellicole inclassificabili. Luigi Comencini è stato un maestro di tale tecnica: dopo aver raggiunto la celebrità negli anni cinquanta con alcune commediole rosa, ha regalato al cinema italiano opere come Tutti a casa, il già citato Scopone scientifico, lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio, Il gatto in cui si fondono perfettamente e magistralmente generi e stili differenti.

I movimenti studenteschi della fine degli anni sessanta e quelli del decennio successivo influenzano anche il cinema, che, oltre al filone della commedia, si sviluppa anche in un genere più impegnato socialmente e politicamente.

In questo contesto nuovi registi continuano e potenziano l'opera iniziata già anni prima tra gli altri da Francesco Rosi (Salvatore Giuliano, il film che narra la storia del famoso bandito siciliano, è del 1961).

Tra i film più importanti si ricordano Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri, con la notevole interpretazione di Gian Maria Volontè, la trasposizione cinematografica del romanzo di Leonardo Sciascia Il giorno della civetta (1967) e il successivo Confessioni di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica (1971), entrambi di Damiano Damiani.

Ma forse il punto d'arrivo del filone di "denuncia" fu Il caso Mattei (1972), un film inchiesta in cui il regista Francesco Rosi cerca di far luce sulla misteriosa scomparsa di Enrico Mattei, manager del più importante gruppo statale italiano, l'ENI. La pellicola di Rosi vinse la Palma d'oro al festival di Cannes e divenne un modello per analoghi film d'inchiesta prodotti nei decenni successivi (a partire dal celebre JFK - Un caso ancora aperto di Oliver Stone).

Anche se non strettamente legato alla realtà italiana è doveroso ricordare La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966), potente ricostruzione degli eventi civili e militari che portarono l'Algeria all'indipendenza dal colonialismo francese. Il film di Pontecorvo, Leone d'oro a Venezia, è divenuto nel tempo una delle opere italiane più conosciute e celebrate nel mondo.

Nello stesso periodo anche un altro genere ottiene un grande successo, non solo a livello nazionale, ma anche e soprattutto a livello internazionale: lo spaghetti-western. Con questa definizione s'intendono tutta una serie di film italiani d'ambientazione western (spesso girati in Spagna), non solo con attori italiani, ma anche americani ancora non conosciuti, come Clint Eastwood.

Sergio Leone è il precursore di questo filone, con la cosiddetta trilogia del dollaro: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Lo stile leoniano, coadiuvato dalle eccezionali colonne sonore di Ennio Morricone, è di programmatica rottura con l'enfasi patriottarda e romantica dei classici statunitensi: crea un universo iperbolico, dominato da violenza e sopraffazione e dipinto con un incessante umorismo nero. La qualità filmica della trilogia raggiunge l'apice con l'ultimo capitolo: una sorta di la grande guerra ambientato durante il conflitto di secessione (1860-1865) e raccontato mescolando felicemente toni picareschi a momenti di grande lirismo. Leggendario il finale: raro capolavoro di montaggio e combinazione tra musica e immagine.

A questo trittico seguiranno lo straordinario kolossal epico C'era una volta il West (1968), girato in parte nella Monument Valley americana, e Giù la testa (1971).

Sergio Leone, snobbato all'epoca da buona parte della critica, viene oggi celebrato come uno dei registi italiani più noti e amati internazionalmente.

Il successo mondiale dei film di Leone aprì la strada a una moltitudine d'imitazioni made in Italy (circa cinquecento pellicole in dieci anni): quasi tutte di scarsa qualità, pur con valide eccezioni. Da ricordare a tal proposito Il grande silenzio (1969) di Sergio Corbucci, La resa dei conti (1967) e Faccia a faccia (1968) di Sergio Sollima, Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani, Keoma (1976) di Enzo G. Castellari.

Sono considerati spaghetti-western anche pellicole che uniscono all'ambientazione classica dei western una trama comica più legata alla tradizione della commedia all'italiana. Tra i tanti titoli ricordiamo Lo chiamavano Trinità... (1970) e il seguito ...continuavano a chiamarlo Trinità (1972), con il duo comico Bud Spencer e Terence Hill (nomi d'arte degli italiani Carlo Pedersoli e Mario Girotti).

Del 1973 è Il mio nome è Nessuno: celebre, curiosa pellicola che unisce l'epicità (e il coprotagonista Henry Fonda) di C'era una volta il west con la comicità demenziale dei western-comici; il risultato è squilibrato ma memorabile.

Per quanto riguarda il cinema di genere un'importante rilevanza va data all'horror e al thriller. Intorno agli anni sessanta e in particolare nel decennio seguente si è sviluppata un'ondata di registi che hanno reinventato diverse forme di cinema horror per i seguenti anni fonte per registi di fama internazionale (autori decisamente influenzati sono stati Quentin Tarantino, come Brian De Palma o Tim Burton).

I due nomi fondamentali di questa fase sono stati per primo Mario Bava, direttore della fotografia passato alla regia. Il quale ha non solo creato un vero presupposto per un horror di qualità in Italia ma si è rivelato soprattutto un notevole narratore, colto e raffinato. Titoli fondamentali della sua filmografia sono gioielli come La maschera del demonio (1960), La frusta e il corpo (1962), Operazione paura (1966), I tre volti della paura (1965), il postumo Cani arrabbiati o l'antesignano dell'horror moderno Reazione a catena (1971).

Dario Argento, ideale continuatore di certe atmosfere baviane, ha decisamente fatto diventare l'horror italiano una forma di cinema più popolare, oscillando dal thriller puro all'horror di natura più fantastica, con pellicole che sono tutt'ora prese a modello sia dal punto di vista formale ed estetico che da quello narrativo. Pur avendo attinto a piene mani a films come La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l'assassino, Argento ha saputo nei suoi migliori lavori emanciparsi dal maestro Bava grazie a un uso incalzante del montaggio in combinazione a colonne sonore di grande fascino, virtuosistiche e insinuanti (fondamentale, nel suo periodo d'oro, la collaborazione con i Goblin). Titoli da ricordare L'uccello dalle piume di cristallo (1970), Profondo rosso (1975), Phenomena (1985) e il suo capolavoro Suspiria (1977).

Ma nell'ambito del cinema italiano di genere svariati registi hanno lasciato contributi memorabili: tra gli altri ricordiamo Antonio Margheriti (Danza macabra, Contronatura), Riccardo Freda (L'orribile segreto del dr. Hichcock, Lo spettro), Lucio Fulci (Non si sevizia un paperino, Sette note in nero), Pupi Avati (La casa dalle finestre che ridono, Zeder), Ubaldo Ragona (L'ultimo uomo della Terra), Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero), Pasquale Festa Campanile (Autostop rosso sangue), Massimo Dallamano (Il medaglione insanguinato, Cosa avete fatto a Solange?) e perfino Federico Fellini, che si concesse un'intrigante divagazione horror nell'episodio Toby Dammit del film Tre passi nel delirio.

Nel corso degli anni settanta il cinema horror italiano sconfinò più volte nello splatter e nel gore, dando vita a un filone esecrato dalla critica dell'epoca ma che, in alcuni casi, fu in seguito rivalutato e comunque lasciò un segno nell'immaginario cinematografico italiano.

Suscitò interesse internazionale soprattutto il genere "cannibalistico", avviato da Umberto Lenzi nel 1972 con Il paese del sesso selvaggio. L'idea di ambientare storie horror/avventurose in scenari esotici e solari si rivelò vincente sotto il profilo commerciale e negli anni successivi ne nacque un vero e proprio filone. Esempi celebri sono La montagna del dio cannibale (1978) di Sergio Martino, Mangiati vivi! (1979) e Cannibal Ferox (1980) di Umberto Lenzi, Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977) e Antropophagus (1980) di Joe D'Amato.

Questi e altri simili film furono accompagnati all'uscita da grandi polemiche per la crudeltà e la violenza esposte. Ma l'apice dello scalpore (e degli strascichi giudiziari) si ebbe con Cannibal Holocaust (1979) di Ruggero Deodato, senz'altro il punto d'arrivo del filone cannibalistico. Il film fu perfino scambiato per uno snuff movie e di fatto ne fu impedita la circolazione in Italia, cosa che non gli impedì d'ottenere uno straordinario riscontro economico altrove.

Pesantemente tagliato e censurato ovunque, "Cannibal Holocaust" è stato a lungo odiato e deriso dalla critica cinematografica, considerato solo un'operazione sensazionalistica di dubbio gusto. Distribuito recentemente in versione integrale in DVD, è stato gradualmente rivalutato, riconoscendone le qualità narrative e lo humor corrosivo con cui viene messo alla berlina il sensazionalismo mediatico dei nostri tempi.

Nel corso degli anni ottanta si può affermare che le eccezioni del decennio precedente divennero quasi regola: furono prodotte decine di pellicole thriller/horror di infima qualità (all'epoca si preferiva usare la definizione "Serie Z", analoga al B-movie), spesso sequel apocrifi di film cult d'oltreoceano. Il concentrato di cattivo gusto, dilettantismo, ridicolo involontario di quelle pellicole, ha tuttavia finito per conquistare nel tempo un'ampia schiera d'estimatori.

La degenerazione dei generi cinematografici e l'allentarsi dei confini della censura trasformò la commedia all'italiana, che nel corso degli anni '70 divenne sempre più "pecoreccia", utilizzando un diffuso aggettivo dell'epoca. Trame, sceneggiature e dialoghi risibili fecero da pretesto per sviluppare pellicole (più o meno) erotiche: a questo genere di film legarono la propria popolarità (almeno inizialmente) attori come Lino Banfi, Diego Abatantuono, Alvaro Vitali, Gloria Guida ed Edwige Fenech.

Secondo alcuni nel filone trash andrebbero incluse le numerose pellicole della saga di Fantozzi, scritta e interpretata da Paolo Villaggio. Va tuttavia riconosciuta, almeno nei primi due capitoli, una buona qualità dell'insieme sia sotto il profilo comico che tematico (le ritualità grottesche della società moderna e l'intento satirico dell'autore).

Un caso a parte è quello del regista Tinto Brass, che durante gli anni '70 diresse alcune eccentriche grandi produzioni (Salon Kitty, Io, Caligola) e ottenne un buon successo nel 1983 con La chiave, dramma erotico con Stefania Sandrelli in veste inedita.

Tra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta il cinema italiano attraversa un periodo di lunga crisi. Si tratta di un processo fisiologico, legato per lo più all'avanzare della televisione commerciale, che investe nello stesso periodo altri paesi di grande tradizione cinematografica (Giappone in particolare, ma anche Francia).

In questi anni il cinema d'autore tende ad isolarsi, con una serie di film che difficilmente si inseriscono in uno sviluppo comune.

Non mancano comunque opere memorabili, quantomeno nella prima metà del decennio.

Tra le pellicole principali figurano La città delle donne (1980), E la nave va (1983) e Ginger e Fred (1985) di Fellini, L'albero degli zoccoli (1978), di Ermanno Olmi (vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes), Una giornata particolare (1978) e La terrazza (1980) di Ettore Scola, Bianca (1984) e La messa è finita (1985) di Nanni Moretti, il Minestrone (1981) di Sergio Citti, La notte di San Lorenzo (1982) dei fratelli Taviani, Tre fratelli (1983) di Francesco Rosi.

Anche se non sono film completamente italiani, non si possono dimenticare C'era una volta in America di Leone (1984) e L'ultimo imperatore (1987), la pellicola di Bernardo Bertolucci vincitrice di nove premi Oscar.

Sul fronte della commedia si ricordano alcuni lavori del giovane Massimo Troisi che ottiene consensi con Ricomincio da tre (1981), "Scusate il ritardo" (1983) e soprattutto Non ci resta che piangere (1984), Carlo Verdone che dà il meglio di se in Compagni di scuola (1988), l'eterno Mario Monicelli che torna al successo con Speriamo che sia femmina (1988), Roberto Benigni che raggiunge notorietà internazionale con Il piccolo diavolo (1988), interpretato da Walter Matthau.

Tra le poche rivelazioni del decennio merita d'essere ricordato Franco Piavoli, autore proveniente dal cineamatorismo che fin dalla sorprendente e poetica opera prima Il pianeta azzurro (1982) si rivela come un caso unico nel panorama italiano. Piavoli, più interessato alle immagini e ai suoni della natura che alle parole, prosegue la sua ricerca con Nostos - Il ritorno (1989), un'affascinante rilettura dell'Odissea.

Dalla crisi creativa ed economica degli anni '80 il cinema italiano non si risolleverà nel decennio successivo. Scomparsi i grandi autori, fiaccato a livello commerciale e incapace di creare nuovi "generi", il movimento cinematografico nazionale proseguirà all'insegna dell'improvvisazione.

Eppure segnali di rinascita, perlomeno a livello popolare, si colgono a inizio anni '90 con Nuovo cinema Paradiso, il film con cui Giuseppe Tornatore' vince il premio Oscar per la miglior pellicola straniera nel 1990, un successo bissato due anni dopo da Gabriele Salvatores con Mediterraneo, una storia ironico/vacanziera su un gruppo di soldati italiani sperduti su un'isola della Grecia durante la seconda guerra mondiale.

Nonostante la tiepida accoglienza della critica, si giudica positivamente la ritrovata visibilità internazionale del nostro cinema.

Comunque negli anni seguenti non mancheranno pellicole di sicuro valore artistico: "Le vie del signore sono finite" (1987), di Massimo Troisi; Gianni Amelio s'impone all'attenzione con Porte aperte (1989) e si conferma con Il ladro di bambini (1992) e L'america (1994), Nanni Moretti vince un premio a Cannes con l'acclamato Caro Diario (1993), Francesca Archibugi emoziona con Il grande cocomero (1993).

Opere non meno importanti di quel periodo sono: La voce della luna (1990) ultimo film di Federico Fellini, Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza, favola nera sui campi di sterminio nazisti, L'amore molesto (1995) di Mario Martone interpretato da una memorabile Anna Bonaiuto, Senza pelle (1994) di Alessandro D'Alatri che rilancia la carriera di Kim Rossi Stuart.

Dividono la critica Ciprì e Maresco che mettono a frutto l'esperienza televisiva maturata con Cinico tv nell'esordio Lo zio di Brooklyn (1995) e nei successivi Totò che visse due volte (1998) e Noi e il Duca - quando Duke Ellington suonò a Palermo (1999). Lo stile surreale e immaginifico dei due autori che procedono per accumulo di episodi in un universo totalmente iperbolico sconcerta, tra entusiasmi e stroncature.

Gradualmente riprende quota la commedia, pur rivisitata con temi e stili contemporanei: ricevono consensi "Pensavo fosse amore... invece era un calesse" (1991) di Massimo Troisi, Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992) e Perdiamoci di vista (1994) di Carlo Verdone, viene salutato dalla critica come una rivelazione Paolo Virzì, autore di La bella vita (1994), Ferie d'agosto (1995) e Ovosodo (1997), riceve grandi consensi di pubblico Leonardo Pieraccioni, specialmente con Il ciclone (1996). Importante ricordare "Il postino" (1994), regia di Micheal Radford, con uno straordinario Massimo Troisi, candidato a 5 Premi Oscar tra cui migliore attore protagonista e miglior film. Vinse l'oscar per la colonna sonora composta da Luis Bacalov. Un discorso a parte merita l'italo/svizzero Silvio Soldini il cui stile dolce-amaro non rientra facilmente in alcun genere: nel corso degli anni '90 dirige alcuni dei suoi film più noti: L'aria serena dell'ovest (1990), Un'anima divisa in due (1993), Le acrobate (1997). Tra gli esordienti del periodo non passa inosservato Mimmo Calopresti che dirige Nanni Moretti nell'intenso La seconda volta (1995) e si conferma con La parola amore esiste (1998).

Gli ultimi anni del decennio vedono Gianni Amelio incassare un Leone d'oro a Venezia con l'impegnativo Così ridevano (1998), Bernardo Bertolucci tornare alla regia in Italia con l'accattivante L'assedio (1998) e soprattutto il trionfo internazionale di Roberto Benigni con La vita è bella (1997). L'attore-regista toscano, già premiato dal pubblico coi precedenti Johnny Stecchino (1991) e Il mostro (1994), realizza il suo film più ambizioso: una coraggiosa e drammatica satira sull'Italia fascista e i campi di concentramento nazisti. Il film, tra i numerosi riconoscimenti, otterrà nel 1998 l'Oscar al miglior film straniero, a Roberto Benigni come migliore attore protagonista e a Nicola Piovani per la migliore colonna sonora oroginale.

Pur individuando nei decenni '50 e '60 il periodo aureo del cinema italiano, produttivamente e artisticamente, in tempi più recenti altri registi hanno conquistato la nomea di "autori", riuscendo a raggiungere fama e riconoscimento internazionale.

Ermanno Olmi viene considerato da molti il contraltare cattolico a Pier Paolo Pasolini: un (raro) esempio di regista-poeta ma ideologicamente opposto al marxismo pasoliniano. Già nel film d'esordio Il tempo si è fermato (1958), emozionante parabola sui rapporti tra l'uomo e la natura, emergono le doti artistiche e l'ispirazione di Olmi. La notorietà arriverà tre anni dopo con Il posto (1961), un ritratto dolce-amaro della Milano del boom economico. Dopo alcuni lavori interlocutori gli anni '70 consacrano Olmi a livello internazionale con L'albero degli zoccoli (1978) elegiaco affresco di un mondo contadino ormai scomparso, premiato a Cannes con la Palma d'oro. Dopo una lunga malattia Olmi ritorna alla ribalta negli anni '80 col surreale Lunga vita alla signora (1987) e l'intenso La leggenda del santo bevitore (1988) premiato col Leone d'oro al festival di Venezia. Nel 2001 l'anziano regista realizza quello che molti considerano il suo miglior lavoro: Il mestiere delle armi, dedicato al mito di Giovanni dalle bande nere. Il film, a sorpresa grande successo di pubblico, conquisterà nel 2002 ben 9 David di Donatello. Un rinnovato interesse critico accompagna l'uscita dei successivi lungometraggi Cantando dietro i paraventi (2003) e Centochiodi (2007) definito dal regista l'ultimo film della sua carriera.

Marco Ferreri si è imposto all'attenzione a partire dagli anni '50 con un cinema grottesco e provocatorio dai tratti parzialmente "bunueliani". I titoli più importanti della prima fase della sua carriera sono El pisito (1958), El cochecito (1959) (girati entrambi in Spagna) e La donna scimmia (1964). Raggiunge la piena maturità artistica con Dillinger è morto (1969), stralunato e modernissimo capolavoro sull'alienazione della vita dell'uomo moderno. Dopo il percorso kafkiano e surreale di L'udienza (1971) ottiene la massima popolarità internazionale con il sorprendente, discusso La grande abbuffata (1973). Negli ultimi anni della sua carriera (dopo vari altri provocatori, ma incompiuti lavori) sono soprattutto La casa del sorriso (1991) e Diario di un vizio (1993) a destare l'attenzione della critica.

Bernardo Bertolucci si avvicina al cinema grazie a Pier Paolo Pasolini di cui sarà assistente sul set di Accattone. Si stacca presto dal mondo e dalla poetica pasoliniani per inseguire un'idea personale di cinema basata sostanzialmente sull'individualità di persone che si trovano di fronte a bruschi cambiamenti del loro mondo e di quello circostante, a livello esistenziale e politico, senza che essi possano o vogliano cercare una risposta concisa. Esordisce giovanissimo al lungometraggio con La commare secca (1962), e desta attenzione con Prima della rivoluzione (1964). Nei primi anni '70 realizza in rapida successione tre capisaldi del suo cinema: Il conformista (1970) tratto da Moravia, il metafisico La strategia del ragno (1970) e il film scandalo del decennio: Ultimo tango a Parigi (1972). Consolida la fama internazionale col kolossal Novecento (1976), accolto tuttavia con riserva dalla critica, per poi dedicarsi a progetti più personali e intimisti. Il 1987 segna un'ulteriore svolta nella sua carriera: dirige in Cina il colossale affresco L'ultimo imperatore, grande successo mondiale che si aggiudicherà ben 9 Premi Oscar, tra cui quelli per miglior film e regia. Negli anni successivi Bertolucci prosegue sulla strada del kolossal per il mercato internazionale con Il tè nel deserto (1990) e Il piccolo Buddha (1993), ambientato in Nepal e negli Stati Uniti. La seconda metà degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio vedono Bertolucci impegnato nuovamente in chiave più intimista con Io ballo da sola (1996) e The Dreamers (2003).

Gianni Amelio dopo molte regie televisive per la RAI, esordisce al cinema con Colpire al cuore (1982), un film sul terrorismo che non passa inosservato. Dopo l'interessante I ragazzi di via Panisperna sul leggendario gruppo di fisici guidato da Enrico Fermi, raggiunge la notorietà internazionale con l'acclamato e premiato Porte aperte, tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia. Nei film che seguono, Amelio sviluppa tematiche legate alla realtà sociale con dolorosa partecipazione e sensibilità artistica. Con Il ladro di bambini, suo maggior successo commerciale, vince nel 1992 il Premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l'European Film Award come miglior film, oltre a due Nastri d'Argento e cinque David di Donatello. Lamerica si aggiudica nel 1994 il premio Osella d'oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come miglior film. Quattro anni dopo, Così ridevano, probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il grande pubblico, vince il Leone d'Oro, sempre alla Mostra del cinema di Venezia. Dopo Le chiavi di casa (2004) sul problematico rapporto tra un padre e il figlio disabile, Amelio cerca una storia di più ampio respiro con La stella che non c'è ambientato tra l'Italia e la Cina con Sergio Castellitto nel ruolo di protagonista.

Nanni Moretti esordisce al cinema con mezzi amatoriali con Io sono un autarchico (1976) e inizia subito a far parlare di sé: si riconosce in lui un'inedita vena sarcastica con cui affronta luoghi comuni e problematiche del mondo giovanile del tempo. Ecce Bombo (1978) consolida la fama di Moretti a livello critico e ottiene un grande, inaspettato successo popolare. Dopo l'interlocutorio Sogni d'oro (1981), realizza verso la metà degli anni '80 due opere che sanciscono un definitivo salto di qualità artistico: Bianca (1984) è un intrigante, personalissimo giallo esistenziale, mentre La messa è finita (1985) con Moretti nelle vesti di un sacerdote, viene considerato da molti il suo capolavoro e tra i più memorabili film italiani del decennio. Incassato l'Orso d'argento al Festival di Berlino 1986, Moretti si dedicherà nel lustro successivo a un cinema più coinvolto "politicamente" con il documentario La cosa, sullo scioglimento del PCI, e il criptico film a soggetto Palombella rossa nel quale i contenuti politici costituiscono parte integrante della storia. Il 1993 sancisce il definitivo riconoscimento internazionale di Moretti, che col film a episodi Caro diario vince il premio per la miglior regia al festival di Cannes 1994. Dopo un altro (meno convincente) diario personale Aprile (1998), Moretti conquista la Palma d'oro al Festival di Cannes con La stanza del figlio (2001), in cui vengono descritti gli effetti che la morte accidentale di un figlio provoca in una famiglia medio borghese. Nel 2006 gira il lungometraggio Il caimano, ispirato alla figura di Silvio Berlusconi. Il film, presentato nel pieno della campagna elettorale per le elezioni politiche di quello stesso anno, ha suscitato numerose polemiche presentando scenari apocalittici che sarebbero seguiti a un rifiuto del leader politico di abbandonare il potere.

Nonostante l'Italia non abbia grande tradizione commerciale nell'ambito del cinema d'animazione, nel corso del tempo si sono rivelati diversi autori degni d'attenzione.

Il pioniere del cartone animato italiano è stato Francesco Guido, meglio conosciuto come "Gibba". Realizzò nel 1946 il primo mediometraggio animato del nostro cinema: L'ultimo sciuscià, a tematica neorealistica e nel decennio successivo i lungometraggi Rompicollo e I picchiatelli in collaborazione con Antonio Attanasi. Negli anni '70, dopo molti documentari animati, tornerà al lungometraggio con Il racconto della giungla e l'erotico Il nano e la strega.

Interessanti anche i contributi del pittore e scenografo Emanuele Luzzati che dopo alcuni pregevoli cortometraggi, realizzò nel 1976 uno dei capolavori dell'animazione italiana: Il flauto magico, basato sull'omonima opera di Mozart.

Ma è con Bruno Bozzetto che il cartoon italiano raggiunge una dimensione internazionale: il suo lungometraggio d'esordio West and Soda (1965), un'irresistibile ed esuberante parodia del genere Western accoglie consensi sia di pubblico che di critica. Pochi anni dopo sarà la volta di Vip - Mio fratello superuomo (1968), una parodia del genere supereroistico, molto in voga all'epoca. Dopo tanti cortometraggi satirici (spesso incentrati sul suo celebre "Signor Rossi") torna al lungometraggio con quello che viene considerato il suo lavoro più ambizioso: Allegro non troppo (1977). Ispirato a Fantasia della Disney è un film a tecnica mista, protagonista Maurizio Nichetti, in cui gli episodi animati sono plasmati su celebri brani di musica classica.

Nel corso degli anni '80 l'unico lavoro significativo è Volere volare di Nichetti, commedia surreale realizzata a tecnica mista.

Ma nel decennio successivo l'animazione italiana pare entrare in una nuova fase produttiva grazie allo studio torinese Lanterna magica che nel 1996, con la regia di Enzo d'Alò, realizza l'intrigante favola natalizia La freccia azzurra, basata su un racconto di Gianni Rodari. Il film è un successo e apre la strada negli anni successivi ad altri lungometraggi: nel 1998, dopo soli due anni di lavoro, viene distribuito l'intenso e poetico La gabbianella e il gatto, grande successo di pubblico e vertice del nostro cinema animato. Il regista Enzo d'Alò, separatosi dallo studio Lanterna Magica, produrrà negli anni seguenti Momo alla conquista del tempo (2001) e Opopomoz (2003). Lo studio torinese distribuisce Aida degli alberi (2001) e Totò Sapore e la magica storia della pizza (2003), accompagnati da un buon riscontro di pubblico.

Nel 2001 Nanni Moretti si aggiudica la Palma d'Oro al festival di Cannes con La stanza del figlio, mentre Ermanno Olmi filma una delle sue opere più potenti: Il mestiere delle armi, che colpisce sia per la visionarietà, realistica e poetica allo stesso tempo, che per l'accurata ricostruzione d'epoca.

Marco Bellocchio, definitivamente archiviata la sua discussa collaborazione con lo psicanalista Fagioli, produce due acclamati lungometraggi: L'ora di religione (2002) e Buongiorno notte (2003) dedicato al rapimento di Aldo Moro.

Gabriele Salvatores dopo alcuni lavori interlocutori torna alla ribalta internazionale con Io non ho paura (2003), intensa e visionaria favola gotica sull'infanza, il rapporto tra il mondo dei fanciulli e degli adulti, la paura e il superamento di essa.

Marco Tullio Giordana ottiene consensi con I cento passi (2002) e soprattutto con l'opera fiume La meglio gioventù (2003) che attraverso le vicende di una famiglia italiana, ripercorre la storia contemporanea della nazione dagli anni '60 del '900 alla contemporaneità.

Viene salutato come una rivelazione Emanuele Crialese, che suscita interesse con l'opera seconda Respiro (2003) e soprattutto con l'affresco Nuovomondo (2006) in cui descrive la tragica realtà dell'emigrazione italiana del primo novecento, con uno stile accattivante che unisce un accurato iperrealismo a sorprendenti squarci surreali.

Nell'ambito della commedia ottengono un grande successo popolare il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, autori di film come Tre uomini e una gamba o Chiedimi se sono felice (2003). Si confermano campioni di incasso, durante il periodo natalizio, film comici che sfruttano la notorietà di divi della televisione: i cosiddetti "cinepanettoni", diretti da specialisti del genere quali Neri Parenti e Carlo Vanzina.

Maggior consenso critico riceve l'emergente Gabriele Muccino, regista molto legato a tematiche sentimental-giovanilistiche che riesce a filmare con una certa "gentilezza di tocco": i suoi maggiori successi sono Come te nessuno mai (1999) e L'ultimo bacio (2001). Muccino è stato poi chiamato, in conseguenza del successo, a lavorare negli Stati Uniti.

Le dichiarazioni di Tarantino hanno avuto molta eco, sollevando reazioni contrastanti. Ad ogni modo, grazie ad una maggiore spinta produttiva, negli ultimi anni in Italia sono cresciuti gli investimenti economici e il successo nelle sale di un nuovo cinema d'autore che in alcuni casi recupera modelli di cinema di genere (su tutti il noir e il thriller). Esempi in tal senso sono i film di Paolo Sorrentino, L'uomo in più (2003), Le conseguenze dell'amore (2004), e di Matteo Garrone, L'imbalsamatore (2002).

Nel 2008 due ambiziosi film realizzati da Garrone e Sorrentino hanno ottenuto la consacrazione internazionale al festival di Cannes: Gomorra, tratto dal romanzo di Roberto Saviano, e Il Divo, ispirato alla figura di Giulio Andreotti, che hanno conquistato rispettivamente il Grand Prix Speciale della Giuria e il Premio della giuria. Pur stilisticamente differenti, le due opere si accomunano al tentativo di tornare a raccontare, attraverso il cinema, aspetti critici della società italiana. L'ottimo riscontro al botteghino di entrambi i film segna anche il rilancio di un cinema italiano d'autore capace di raggiungere il vasto pubblico.

Da segnalare infine alcuni esordi interessati di giovani autori cresciuti come assistenti nei film di Nanni Moretti: Andrea Molaioli che nel 2007 esordisce con La ragazza del lago e Alessandro Angelini con l'interessante e premiato L'aria salata.

Si afferma anche una nuova generazione di attori, tra i quali Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Jasmine Trinca, Elio Germano, Riccardo Scamarcio, ritrovati poi tutti in Romanzo criminale di Michele Placido (2005, basato sull'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo). A questi si aggiungono i nomi di Laura Chiatti (L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino), Maya Sansa (Buongiorno, notte di Marco Bellocchio).

Oggi (2008) il cinema italiano vive un momento importante di rinascita in quanto, grazie alla tecnologia digitale, girare un film indipendente non costituisce più un'impresa economicamente troppo impegnativa mentre i nuovi canali distributivi (Home video e Internet) offrono occasioni e spunti ai giovani cineasti per emergere al di fuori delle politiche del profitto dei grandi distributori. Sono sempre più numerosi i casi di film italiani distribuiti direttamente in DVD senza passare per le sale che riescono comunque ad arrivare al medio/grande pubblico. I primi esempi vengono dall'horror, e sono Ti piace Hitchcock? di Dario Argento, Il mistero di Lovecraft - Road to L. di Federico Greco, H2Odio di Alex Infascelli e AD Project di Eros Puglielli.

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Il gusto del cinema italiano

Il gusto del cinema italiano è una rassegna che ha lo scopo di promuovere, oltre che la cinematografia italiana, anche i prodotti tipici dell'enogastronomia italiana.

La rassegna è ideata e curata dall'Associazione Culturale Seven. Per la prima volta è stata presentata a New York dal 9 al 17 novembre 2005, nell'ambito del festival NICE, in collaborazione con Cinecittà Holding, il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, l'Istituto Luce, la Cineteca di Bologna, il Fondo Pasolini.

La rassegna propone un viaggio affascinante nel tempo per scoprire il gusto di un cinema, quello italiano, che ha raccontato e continua a raccontare gli italiani e l'Italia attraverso lo stare a tavola. Una tavola che è l'espressione del cambiamento dei costumi, della cultura e delle tradizioni gastronomiche di un paese.

In ogni pellicola viene "scovata" una ricetta: molte sono tratte film famosi come La grande abbuffata; altre ricette sono tratte da film ironici (il cervello al forno di Hannibal, o la Sachertorte di Nanni Moretti).

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Reggio Calabria Filmfest - retrospettiva sul cinema italiano

Il Reggio Calabria Filmfest - retrospettiva sul cinema italiano (noto anche come Reggio Calabria Filmfest o Reggio Calabria Film Festival) è uno dei festival cinematografici italiani che si svolge in primavera. Ha inaugurato la propria attività nel 2005 per iniziativa della Minerva Pictures e del Comune di Reggio Calabria.

Si occupa essenzialmente di mettere a confronto il cinema italiano di ieri e di oggi, attraverso omaggi e retrospettive ad autori del passato e una vetrina sulle opere più recenti, con alcune anteprime. Vi sono incontri con il mondo del cinema italiano. Inoltre durante il corso del festival che dura alcuni giorni viene attribuito il "Leopoldo Trieste Award-Città di Reggio Calabria" a due interpreti emergenti del cinema italiano, ed il premio "CortoRaro" ai cortometraggi i n concorso.

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Source : Wikipedia