Chernobyl

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Inviato da maria 02/04/2009 @ 01:07

Tags : chernobyl, ucraina, europa, esteri

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S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl

S.T.A.L.K.E.R.: Shadow of Chernobyl, precedentemente conosciuto come S.T.A.L.K.E.R.: Oblivion Lost, è uno sparatutto in prima persona ambientato in uno scenario futuristico post-apocalittico in seguito a un secondo disastroso incidente nucleare a Chernobyl. Il gioco, che riprende l'omonimo film Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij, è stato sviluppato dalla software house ucraina GSC Game World, ed è stato rilasciato il 23 marzo 2007 (il 20 marzo in Nord America e Australia) dopo oltre 5 anni di sviluppo e numerose smentite e ritardi.

Nel 2012, una misteriosa esplosione a Chernobyl causa cambiamenti inspiegabili nell'area circostante, determinando stravolgimenti delle leggi fisiche, morti inspiegabili, anomalie radioattive e di origine sconosciuta. Denominata Zona, quest'area contaminata viene presidiata da numerose guarnigioni di militari, che mirano a isolare e proteggere (nascondere?) la Zona da occhi indiscreti. Solo gli STALKER osano infrangere questo cordone di sicurezza, alla costante ricerca di reperti da portare nel "grande mondo" in cambio di compensi sempre più esigui a mano che la zona si popola di cacciatori di tesori. Il giocatore verrà trasportato nei panni di Marchiato, un STALKER che ha perso la memoria in seguito ad un incidente. Al suo risveglio il Marchiato, trova un'unica direttiva nel suo palmare: "Uccidi Strelok".

La trama si può sviluppare in diversi modi giungendo così a 7 finali diversi, dei quali 5 falsi (ovvero che non completano la trama) e 2 veri (che invece la completano).

Questo videogioco si differenzia dagli sparatutto convenzionali per il modo in cui integra nel proprio gameplay elementi da gioco di ruolo. Il giocatore ad esempio, per sopravvivere in un ambiente ostile, dovrà far fronte alla fame, ai danni procuratigli dalle radiazioni, ed alle emorragie procurategli dagli scontri. Inoltre Marchiato può modificare le proprie armi, trovarne di nuove (e a volte uniche) addosso ai cadaveri dei nemici abbattuti, utilizzare armature e visori notturni. Il giocatore gode infine di una considerevole libertà d'azione durante i suoi pellegrinaggi attraverso l'area di gioco (composta di 30 km quadrati).

Varie caratteristiche del gioco sono esplicitamente ispirate al film "Stalker" di Andrej Tarkovskij, in particolare il fatto che in S.T.A.L.K.E.R. si proceda attraverso le "anomalie" con l'uso di bulloni, così come lo Stalker faceva nel film. Inoltre l'aspetto del giocatore in S.T.A.L.K.E.R. è quasi identico a quello di Aleksandr Kajdanovskij, l'attore che impersonava lo Stalker nel film.

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Chernobyl Forum

Il Chernobyl Forum è stato un incontro istituzionale promosso dall'IAEA che ha avuto luogo dal 3 al 5 febbraio 2003, a Vienna. Vi hanno partecipato, oltre all'IAEA, altre organizzazioni dell'ONU (FAO, UN-OCHA, UNDP, UNEP, UNSCEAR, OMS), la Banca Mondiale e le autorità della Russia, della Bielorussia e dell'Ucraina. Un secondo incontro si è tenuto il 10 e 11 marzo 2004 e un terzo dal 18 al 20 aprile 2005.

Lo scopo degli incontri è stato quello di mettere in chiaro in maniera scientifica gli effetti sulla salute e sull'ambiente del disastro di Chernobyl. Il forum ha fornito una stima delle vittime passate e future causate dalle radiazioni e dal fallout di materiale radioattivo.

Il forum è presieduto da Burton Bennett, specialista di effetti radiologici, e annovera tra i suoi membri rappresentanti dei governi dei tre paesi maggiormente colpiti dal disastro.

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Chernobyl 7991

Chernobyl 7991 è l'ultimo lavoro del gruppo Area, pubblicato nel 1997.

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Abbandono dell'energia nucleare

Elemento di combustibile: assemblaggio di barre in reticolo quadrato 17x17

L'abbandono dell'energia nucleare è l'ipotetica rinuncia all'uso di energia elettrica derivante da centrali elettronucleari a fissione; in pratica consiste nel non costruirne di nuove e nel chiudere quelle esistenti.

La moratoria temporanea alla costruzione di nuove centrali è stata decisa (e fino ad ora rispettata) unicamente in cinque paesi sui trentacinque in totale che dispongono di almeno un reattore nucleare di potenza (NPP) per l'elettrogenerazione: in Svezia nel 1980, in Spagna nel 1983, in Italia nel 1988, in Belgio nel 1999 e in Germania nel 2000.

Alcune nazioni hanno annunciato piani per disattivare la loro intera capacità di produrre energia nucleare, ma alla data odierna soltanto l'Italia ha posto fine a questa sua capacità. Inoltre, l'Austria, le Filippine e la Corea del Nord hanno costruito alcune centrali nucleari, ma per diversi motivi hanno deciso di non "accenderle".

In Italia erano presenti all'epoca tre centrali funzionanti più una già chiusa per "vecchiaia". Delle tre in funzione, considerata la durata media di questi impianti (25-30 anni), due erano nella fase finale del ciclo di vita e solo una è stata effettivamente chiusa (nel 1990) con grande anticipo sul ciclo di vita previsto (si veda oltre il quadro della situazione in Italia).

Il referendum italiano non è tuttavia un caso unico nel mondo: anche negli Stati Uniti, ad esempio, centrali nucleari sono state chiuse a seguito di votazioni della popolazione, ad esempio quella di Rancho Seco in California, dotata di reattore PWR da 913 MWe e chiusa nel 1989 dopo 12 anni di operatività.

Le preoccupazioni sull'uso dell'energia nucleare nascono da considerazioni di carattere sociale, politico, ambientale nonché sulla sicurezza di questa tecnologia.

La potenza complessiva delle centrali elettronucleari installate nel mondo crebbe molto velocemente a partire dagli anni cinquanta, e più lentamente dagli anni ottanta, fino a raggiungere i 371,6 GW a fine 2007. Tra il 1970 ed il 1990 erano in previsione più di 50 GW di nuova capacità produttiva (con picchi di oltre 150 GW a cavallo del 1980) ma più di due terzi di questi progetti sono stati poi cancellati.

Nel 1983 un'inaspettata caduta nel prezzo del carburante fossile bloccò la costruzione di nuove centrali elettriche nucleari. Negli anni ottanta negli Stati Uniti e negli novanta in Europa, la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica ha giocato un ruolo importante nell'aumento di rischio finanziario per le iniziative collegate alla produzione di energia nucleare.

Gli incidenti di Three Mile Island nel 1979 e di Černobyl' nel 1986 hanno avuto un ruolo centrale nel bloccare la costruzione di nuove centrali in molti paesi nonostante il primo non abbia provocato vittime e il numero globale di vittime accertate del secondo (anche a fronte dell'evacuazione di più di 300 000 persone dalla cittadina e dalle zone adiacenti e di una nube radioattiva che nei giorni seguenti si diffuse in parte dell'Europa) secondo il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA sia di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4.000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Questo bilancio ufficiale è però contestato da associazioni antinucleariste, che arrivano a parlare di circa 200.000 decessi collegati al disastro.

Diverse nazioni, soprattutto europee, hanno deciso di abbandonare lo sfruttamento dell'energia nucleare a partire dal 1987. L'Austria nel 1978, la Svezia nel 1980 e l'Italia nel 1987 hanno votato dei referendum a favore dell'abbandono dell'energia nucleare, mentre il movimento di opposizione in Irlanda è riuscito a evitare nel paese l'attuazione del programma nucleare. I paesi che non hanno centrali nucleari e che hanno limitato la costruzione di nuovi impianti comprendono l'Australia, l'Austria, la Danimarca, la Grecia, l'Irlanda e la Norvegia. La Polonia ha interrotto la costruzione di una centrale, mentre Belgio, Germania, Olanda, Spagna e Svezia hanno deciso di non costruirne di nuove o hanno deciso di abbandonare questo tipo di energia, nonostante facciano affidamento tuttora principalmente sull'energia nucleare. La Svizzera ha sospeso la costruzione di nuove centrali per dieci anni ma, in seguito a un referendum nel 2003, ha deciso di non rinnovare la moratoria.

La scelta del parlamento finlandese del 2002 di costruire un quinto reattore nucleare è stata vista dunque come il segnale di un'inversione di tendenza in quanto da più di dieci anni nell'Europa occidentale non veniva presa una decisione simile. Questa inversione di tendenza è stata rafforzata nel 2007 dalla decisione francese di realizzare un impianto EPR gemello di quello in corso di costruzione in Finlandia.

L'energia nucleare ha continuato a contribuire alla produzione di energia elettrica in molte altre nazioni come la Francia, il Giappone, l'ex URSS e recentemente la Cina. Argentina, Brasile, Canada, Cina, Finlandia, India, Iran, Corea del Nord, Russia, Pakistan, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Ucraina, Romania, Slovacchia, Turchia, Bulgaria, Egitto, Indonesia e gli USA progettano di costruire nuovi reattori o di rimetterne in esercizio altri. Quarantotto reattori nucleari sono attualmente in costruzione in vari Paesi quali: Argentina 1, Bulgaria 2, Cina 15, Corea del Sud 5, Federazione Russa 8, Finlandia 1, Francia 1, Giappone 2, India 6, Iran 1, Pakistan 1, Taiwan 2, Ucraina 2, USA 1.

Nel 2004 la produzione mondiale di elettricità da nucleare era il 16,1% del totale (30% nei 30 Paesi dell'OCSE); secondo l'AIEA, mediante l'installazione di 60 nuovi impianti, questa percentuale aumenterà significativamente fino al 2020 per poi scendere al 13–14% nel 2030.

In generale, il nucleare è una fonte energetica che non si è sviluppata secondo le aspettative, e il suo contributo alla produzione totale di energia è in calo: nel 1985 soddisfaceva il 4,5% del fabbisogno di energia primaria a livello mondiale; nel 2003 era al 5,5%, quando prima del disastro di Černobyl' si prevedeva una crescita fino al 15%; nel 2004 l'AIEA stimava che il totale scenda progressivamente fino al 5–5,2% nel 2030, anche se questo dato implica comunque un aumento della potenza nucleare installata nel mondo.

Il nucleare in Europa produce il 30% dell'energia elettrica, se si considera quindi solamente la produzione di energia elettrica e non la produzione totale di energia in Europa il nucleare è la prima fonte energetica.

I paesi che abbandonano l'energia nucleare devono trovare forme alternative di generazione dell'energia se non vogliono essere dipendenti dalle importazioni energetiche per soddisfare i propri fabbisogni. Le alternative più dibattute includono l'energia idroelettrica, i combustibili fossili, l'energia eolica, l'energia solare, l'energia geotermica e le biomassa.

Una delle preoccupazioni principali dovute all'uso di energia nucleare per la produzione di elettricità è la sicurezza dell'ambiente e delle persone. Alcuni incidenti nucleari del passato hanno provocato una contaminazione radioattiva. Il più grave incidente, il disastro di Černobyl', ha ucciso delle persone (vedere disastro di Černobyl' per la controversa stima delle vittime, che varia da 41 a centinaia di migliaia a seconda delle fonti), provocato feriti e danneggiato e reso inutilizzabili per decenni grandi estensioni di terra. Si teme che possano accadere altri incidenti in futuro (anche se uno come quello di Černobyl' è improbabile che si ripeta).

I gruppi ambientalisti criticano i rischi di contaminazione radioattiva nelle fasi di estrazione, arricchimento, deposito a lungo termine di combustibile nucleare esaurito e smaltimento delle scorie nucleari; richiedono il rispetto rigoroso del principio di precauzione, in virtù del quale si prendono in considerazione solo quelle tecnologie che dimostrino di non causare un danno significativo alla salute dei viventi o della biosfera.

Un altro problema che accomuna questo tipo di centrali a quelle termoelettriche è l'elevata quantità di acqua necessaria per il raffreddamento e l'immissione delle acque calde nei sistemi idrici: ciò in alcuni ecosistemi può causare pericoli per la salute delle forme di vita acquatica, come per talune specie di pesci già a rischio di estinzione. Tali difficoltà possono essere notevolmente ridotte usando torri di raffreddamento, che di solito sono collocate in quei luoghi dove si ritiene inaccettabile un riscaldamento eccessivo delle acque o vi è scarsità di acqua per refrigerare il condensatore della centrale, oppure costruendo le centrali vicino al mare dove il calore viene disperso in enormi quantità d'acqua. Gli impianti di cogenerazione hanno anche le potenzialità di ridurre il calore totale "di scarto", aumentando l'efficienza di tutti i tipi di centrale dove si usa vapore. In Francia la creazione di un sistema di allevamento ittico ha permesso l'utilizzo economicamente conveniente del calore (che agevola l'itticoltura) e allo stesso tempo la salvaguardia dell'ecosistema.

Le centrali nucleari, a differenza delle termoelettriche, non hanno emissione di fumi poiché non sfruttano il principio della combustione per la produzione di calore e non provocano quindi alcun inquinamento atmosferico, ad eccezione del vapore acqueo proveniente dalle torri di raffreddamento dell'acqua di condensazione (torri presenti solo in alcuni impianti), che comunque condensa in poco tempo. Recentemente c'è stato un rinnovato interesse per l'energia nucleare come soluzione alla diminuzione delle riserve di petrolio e al riscaldamento globale perché la richiesta di elettricità sta aumentando e l'energia nucleare genera pochi gas serra (nelle fasi di estrazione, preparazione e trasporto del combustibile nucleare e costruzione, mantenimento e dismissione degli impianti), contrariamente alle alternative più comuni quale il carbone: si è discusso dell'energia nucleare come soluzione all'effetto serra (per esempio "le centrali nucleari sono verdi"). In base a ciò l'Unione Europea ha recentemente definito il nucleare come uno strumento importante per la lotta contro il riscaldamento climatico. Questa affermazione è contestata da molte organizzazioni ambientaliste.

I reattori nucleari non emettono gas serra o ceneri durante le operazioni normali; tuttavia, l'estrazione mineraria e il trattamento dell'uranio generano delle emissioni. Le emissioni prodotte nell'intero ciclo di vita sono paragonabili a quelle dell'energia eolica o idroelettrica, ma molto più basse rispetto al fotovoltaico. Comunque, un tema controverso è che le emissioni di gas serra dovute all'estrazione mineraria, alla lavorazione e all'arricchimento potrebbero essere molto maggiori in futuro mentre le riserve mondiali di uranio di prima qualità andranno via via esaurendosi e si userà sempre più uranio di bassa qualità (si veda anche il paragrafo bilancio energetico dell'elettronucleare).

In un documento del 2000 commissionato dal gruppo verde al Parlamento Europeo intitolato Is Nuclear Power Sustainable? («L'energia nucleare è sostenibile?») e nel documento successivo del maggio 2002 initolato Can Nuclear Power Provide Energy for the Future; would it solve the CO2-emission problem? («L'energia nucleare può fornire energia per il futuro? Risolverebbe il problema delle emissioni di CO2?»), Jan Willem Storm van Leeuwen e Philip Smith hanno sostenuto che l'energia nucleare alla fine supererà i combustibili fossili nelle emissioni di gas serra man mano che scarseggerà il minerale di alta qualità. I due hanno messo in dubbio la sua sostenibilità all'interno di un piano di tutela ambientale. Questo documento è stato liquidato come falso dal settore nucleare poiché i risultati pubblicati sull'estrazione del minerale mostrano un vantaggio del 99% della generazione di energia nucleare nei confronti dei combustibili fossili sul versante delle emissioni di CO2. Gli autori hanno attenuato molto le affermazioni contenute nel loro documento e l'hanno ri-pubblicato nel 2005 (), omettendo la maggior parte dei valori numerici usati, ma le affermazioni rimanenti sono ancora contraddette da alcuni studi sul ciclo di vita (ad esempio Vattenfall). Tutto ciò mette fortemente in dubbio l'articolo le cui previsioni si pensa siano sbagliate perché si basano su elementi smentiti dai dati attuali, talvolta di 3:1. Va fatto notare che le affermazioni del settore si basano sul minerale di alta qualità attualmente disponibile, mentre quelle di Storm van Leeuwen e Smith si fondano sulle loro proiezioni delle qualità di minerale disponibili in futuro.

La Germania ha affiancato all'abbandono dell'energia nucleare lo sviluppo dell'energia rinnovabile e intende aumentare l'efficienza delle centrali elettriche fossili per ridurre la dipendenza dal carbone. Secondo il ministro tedesco Jürgen Trittin nel 2020 questo diminuirà le emissioni di anidride carbonica del 40% rispetto ai livelli del 1990. La Germania è diventata un paese modello per gli sforzi compiuti per rispettare il protocollo di Kyōto. Fra l'altro la Germania ha conseguito ottimi risultati in materia di risparmio energetico, grazie agli sforzi compiuti a partire dalla crisi energetica degli anni '70. I critici della politica tedesca ritengono una contraddizione l'abbandono dell'energia nucleare a favore dell'energia rinnovabile, dato che entrambe hanno emissioni molto basse di CO2.

Tutti gli altri prodotti di scarto delle centrali nucleari vengono raccolti e depositati in isolamento, a differenza delle altre fonti energetiche come il petrolio ed il carbone i cui residui inquinanti sono immessi direttamente nell'ambiente circostante. Senza centrali nucleari, se fossero costretti a sostituirle con centrali a combustibile fossile, ogni anno gli Stati Uniti produrrebbero quasi 700 milioni di tonnellate metriche di anidride carbonica in più, una cifra all'incirca pari alla quantità di anidride carbonica prodotta annualmente dalle automobili statunitensi.

Non sono ancora stati completamente risolti i problemi relativi al confinamento di scorie nucleari a lungo termine. In effetti, una volta esaurito il fissile presente nel combustibile, restano i sottoprodotti della reazione a catena, che non sono fissili ma radioattivi. Questi sottoprodotti sono una gamma di isotopi con tempo di dimezzamento molto vario, ma che può arrivare anche ad alcune migliaia di anni: le scorie prodotte dai reattori si mantengono radioattive a lungo nel tempo, fino al caso estremo del Cesio 135 (135Cs) che impiega 2,3 milioni di anni per dimezzare la propria radioattività. Le scorie nucleari hanno altresì un volume minimo (un tipico reattore nucleare di potenza produce circa 25 tonnellate all'anno di combustibile irraggiato pari a circa 3 m3) e in termini di volume costituiscono meno dell'1% dei rifiuti altamente tossici nel tempo nei paesi industrializzati, sebbene la loro tossicità non sia paragonabile.

Nonostante i notevoli investimenti in tempo e denaro, non si è ancora giunti a risultati definitivi su queste procedure, che comunque richiedono investimento nell'ordine del miliardo e mezzo di euro per ogni impianto, gettando così un'ulteriore, pesante incognita sui costi dell'elettricità nucleare. Il plutonio, che è contenuto nelle barre di combustibile esaurito, è estratto in impianto simili a quello COGEMA a La Hague (Francia) o a quello BNFL a Sellafield (Gran Bretagna). Durante questo processo in passato sono state rilasciate in mare grandi quantità di rifiuti radioattivi, pratica ora vietata.

È necessario prevedere sia delle aree di stoccaggio in cui gli isotopi più radioattivi (scorie di terza categoria) abbiano il tempo di decadere, sia dei siti di immagazzinamento definitivo in cui riporre il restante materiale radioattivo (scorie di prima e seconda categoria, ossia con un'emivita inferiore ai 300 anni). Nel caso di riprocessamento del combustibile irraggiato, queste ultime vengono conservate in depositi superficiali di cemento che dopo circa tre secoli, quando la radioattività delle scorie diventa paragonabile a quella del fondo naturale, vengono definitivamente ricoperti di terra. Nonostante sia un punto molto controverso, i sostenitori del nucleare affermano che la soluzione dello smaltimento sotterraneo (geologico) permanente (reversibile o irreversibile che sia) delle scorie "a secco" (ossia senza preventivo riprocessamento) o di quelle di terza categoria nel caso di riprocessamento - un'idea che diversi paesi hanno già preso in considerazione - sia ben testata e provata; fanno notare l'esempio naturale di Oklo, il deposito naturale di scorie radioattive, dove le scorie sono confinate da circa 2 miliardi di anni con una contaminazione minima dell'ecosistema circostante.

Scorie nucleari, se pure molto poco durevoli in termini di radiotossicità, sono anche grandi parti delle strutture delle centrali nucleari. La radioattività indotta da neutroni e gli elementi, ad alta attività ma breve vita, rilasciati dall'operazione quotidiana del ciclo di raffreddamento sulle parti a contatto con il fluido primario, determinano la necessità tecnica, per evitare alti costi e rischi per il personale, di attendere lunghi periodi, dopo la fine delle operazioni produttive e lo spegnimento del reattore, prima di iniziare lo smantellamento. In Inghilterra, dove per centrali come quella di Calder Hall sono previsti cento anni di chiusura dopo lo spegnimento, il costo dello smantellamento si prospetta molto più basso (molte decine di volte minore) di quello che scontano ad esempio reattori come quelli Italiani, il cui smantellamento "accelerato" è stato deciso per ragioni politiche nella tredicesima legislatura, con un decreto dell'allora ministro Bersani, per i quali il costo di smantellamento potrà essere alla fine anche due o tre volte superiore a quello di costruzione.

In molti paesi non è ancora stato stabilito chi debba coprire i costi di gestione delle aree di confinamento delle scorie nucleari. Al momento sembra che probabilmente, almeno in Germania, lo Stato pagherà i costi per le scorie dirette (barre esaurite) e i materiali contaminati delle centrali o prodotti nell'estrazione del plutonio e dell'uranio, così come le altre scorie nucleari, perché l'industria non dispone di mezzi sufficienti. Negli Stati Uniti, le società di servizi pagano una tassa fissa per chilowattora in un fondo monetario per lo smaltimento amministrato dal Dipartimento per l'energia (che si dubita possa riuscire a coprire i costi senza un intervento pubblico).

In Gran Bretagna, nell'aprile 2005 questo problema ha portato alla creazione dell'Autorità Nazionale per lo smantellamento.

Sono stati avviati nel 2004 a Olkiluoto, sulla costa meridionale del Paese, gli scavi per la costruzione del primo deposito geologico al mondo per lo smaltimento definitivo di scorie radioattive. I lavori - gestiti da Posiva Oy - proseguiranno fino al 2020 quando le gallerie scavate nello zoccolo di granito che sorregge la penisola scandinava accoglieranno 5 531 tonnellate di scorie.

Sono in corso di sperimentazione nel laboratorio sotterraneo di Oskarshamn a 330 chilometri a sud di Stoccolma, (realizzato tra il 1990 e il 1995, consiste in una rete di gallerie che si estende fino a una profondità di 450 metri scavata in una formazione rocciosa con caratteristiche identiche a quelle di Olkiluoto), le barriere tecniche usate per il contenimento delle scorie finlandesi. La struttura è un modello a grandezza naturale del deposito in costruzione in Finlandia e di quello che si prevede di costruire nei prossimi anni nei dintorni della stessa Oskarshamn oppure a Osthammar, a nord di Stoccolma (la scelta tra i due siti è prevista per il 2011).

Sono in via di sperimentazione altre barriere nei laboratori di Grismel e Mont Terri. Anche la Svizzera dunque si avvia, terza dopo la Finlandia e la Svezia, a costruire un deposito definitivo dove seppellire le scorie ad alta radioattività. Le differenze geologiche impongono in Svizzera una soluzione diversa da quella scandinava, così i tecnici hanno spostato l'attenzione sull'argilla opalina, uno strato omogeneo di roccia sedimentaria stabile, non soggetto a terremoti e attività tettonica, che si estende sotto la regione del Weinland zurighese. Nel 2002 è stato presentato alle autorità nazionali il piano di fattibilità per la costruzione del deposito in quell'area, senza indicazioni precise sul sito, piano poi approvato nel corso del 2006 dal Consiglio Federale. Il sito specifico sarà scelto in seguito.

È in fase di costruzione un laboratorio sotterraneo a Bure, nell'est del Paese, per studiare la fattibilità di un deposito per lo smaltimento geologico in una formazione di argilla.

Sono in corso accertamenti su uno strato di argilla a 200 metri di profondità sotto la cittadina di Mol, nel nord del Paese, per valutare la fattibilità di un deposito geologico.

Da anni è attivo nel Whiteshell Provincial Park, nel nord del Paese, un laboratorio sotterraneo per lo studio di una vasta formazione di granito che potrebbe ospitare un deposito geologico.

Nel marzo del 2008 è stato definitivamente abbandonato il progettato e mai ultimato deposito geologico reversibile posto a 300 metri di profondità sotto la Yucca Mountain (una montagna di tufo alta 1.500 metri) in Nevada, costruito dopo un percorso di ben oltre 20 anni e costato al governo federale 7,7 miliardi di dollari, che avrebbe dovuto accogliere a partire già dal 1998 77.000 tonnellate di scorie. Al momento non è stata ancora trovata una destinazione alternativa e le scorie continueranno ad accumularsi nei 121 depositi esistenti (non sotterranei) dislocati in 39 stati. Il deposito di Yucca Mountain era stato progettato per essere a tenuta d'aria e a prova di infiltrazione per 10.000 anni, anche se l'economista Jeremy Rifkin sostiene che in realtà non fosse così. Il deposito aveva ottenuto una licenza dal NRC per 70 anni di esercizio, in previsione di un probabile riutilizzo futuro delle scorie stesse, che contengono ancora circa il 95% di energia sotto forma di isotopi di uranio e plutonio.

La sicurezza delle centrali nucleari è stata spesso messa in questione, dal momento che le loro strutture (specialmente le torri di raffreddamento), spesso sono fragili, sono visibili da chilometri, e potrebbero essere facili obiettivi di attacchi terroristici, ad esempio da parte di kamikaze che impiegassero aerei di linea per colpirle (questo dibattito è stato molto acceso in Germania). Secondo i sostenitori del nucleare, questi attacchi potrebbero rendere le centrali inattive ma non potrebbero produrre contaminazioni radioattive dato che il nucleo delle centrali è protetto da mura di cemento armato spesse diversi metri: eventuali aerei kamikaze non sarebbero in grado di rompere i muri esterni a meno di utilizzare cariche esplosive estremamente potenti. D'altronde non è detto che gli attacchi debbano essere attuati attraverso esplosioni esterne all'edificio. Le centrali nucleari, secondo i loro sostenitori, vengono sorvegliate con estrema attenzione, anche se molti lo mettono in dubbio.Uno studio condotto dalla commissione statunitense che controlla il settore nucleare (Nuclear Regulatory Commission) ha evidenziato che più di metà delle centrali nucleari statunitensi non sono state in grado di prevenire una simulazione di attacco.

La sicurezza della tecnologia nucleare comunque andrebbe garantita non solo per il nucleo ma su tutto il ciclo di produzione, che comprende anche deposito, trattamento, trasporto e stoccaggio delle scorie.

I sostenitori del nucleare sottolineano altre sì l'alto livello di sicurezza vigente per gli addetti impiegati nel settore (che del resto sono inevitabilmente meno, essendo il nucleare un attribuite ad altre fonti: 342 all'energia prodotta dal carbone, 85 al metano e 883 all'energia idroelettrica.

Secondo i contrari al nucleare, in generale le fuoriuscite di materiale radioattivo mettono a rischio la sicurezza delle centrali nucleari. Si teme che le radiazioni fuoriuscite costituiscano un pericolo per la salute. Per far fronte a questi timori, tutti gli operatori nucleari sono obbligati a misurare le radiazioni all'interno dei siti ed attorno a essi e a render note tutte le particelle e le radiazioni emesse. Ciò deve essere certificato da un organo di valutazione indipendente. Questa pratica è sostanzialmente identica in tutti i paesi membri dell'AIEA. Nel caso le sostanze fuoriescano in quantitativi considerevoli, cioè al di sopra dei limiti fissati dal NCRP (National Council on Radiation Protection and Measurements, Consiglio Nazionale sulla Misurazione e la Protezione dalle radiazioni) degli Stati Uniti e obbligatorio per tutti i membri AIEA, bisogna mettere al corrente l'AIEA ed è necessario che venga assegnato almeno un livello 5 della scala INES, un evento molto raro. Tutte le attrezzature vengono controllate regolarmente. Inoltre, tutti gli operatori sono obbligati a divulgare pubblicamente gli elenchi completi delle misurazioni. Un individuo che viva vicino ad una centrale in media ne riceverà circa l'1% dei livelli di radiazione naturali, molto al di sotto dei limiti di sicurezza. In Gran Bretagna studi approfonditi condotti dal Comitato sugli Aspetti Medici delle Radiazioni nell'Ambiente (COMARE) nel 2003 non hanno riscontrato prove di una maggior incidenza del cancro tra i bambini che vivono vicino alle centrali nucleari. Hanno invece rilevato un numero abnorme di leucemie e di linfoma non-Hodgkin (LnH) vicino ad altre installazioni nucleari, come quelle di AWE a Burghfield, di UKAEA a Dounreay e di BNFL a Sellafield sebbene COMARE abbia giudicato improbabile un legame tra questo e il materiale nucleare. Secondo COMARE, «è improbabile che le incidenze abnormi attorno a Sellafield e Dounreay siano un fatto casuale, anche se attualmente non esiste una spiegazione convincente del fenomeno».

L'incidente di Černobyl', accaduto a causa della combinazione di un progetto carente riguardo agli aspetti di sicurezza (soprattutto il coefficiente di reattività positivo per vuoti alla basse potenze) con l'esecuzione da parte del personale di prove non previste dai progettisti per determinare le capacità di produzione "inerziale" di energia elettrica, non è fisicamente ripetibile in un reattore moderato ad acqua, che si caratterizza per altre tipologie di incidente. L'impianto di Černobyl' -inoltre- aveva poi una tipologia di sistema di contenimento secondario solo parziale: una struttura completa avrebbe forse limitato la dispersione all'esterno dei rilasci radioattivi.

Un involucro di contenimento completo era invece presente nella centrale di Three Mile Island (Pennsylvania, USA), che subì un incidente nel 1979 con la fuoriuscita di quantità significative di particelle radioattive e la parziale fusione del nocciolo. Tale fuga radioattiva fu mitigata dalla presenza di maggiori strutture di contenimento del reattore americano rispetto a quello sovietico. Nei reattori di tipo LWR (come quello di Three Mile Island) le barre di uranio devono restare immerse in una vasca di acqua che, oltre a stabilizzare la reazione a catena, funge da fluido di raffreddamento. Se a causa di un evento esterno il livello di acqua si abbassa sotto una certa soglia critica oppure non circola, l'accumulo di calore (dovuto alla radioattività degli isotopi di fissione presenti nelle barre di combustibile irraggiato) può portare nel lungo periodo (ore o alcuni giorni) alla fusione del nocciolo.

Questi sono i più noti e gravi episodi di incidenti a centrali civili, anche se un discreto numero di episodi si è verificato nel corso degli anni passati (ad esempio a Sellafield in Gran Bretagna o a Browns Ferry negli USA) e continua a verificarsi tuttora, ad esempio con vari scandali in Giappone.

Un altro problema di sicurezza riguarda il pericolo di fughe radioattive non derivanti da guasti interni alla centrale, ma da eventi esterni che possono compromettere la tenuta delle strutture. Un evento climatico catastrofico, quale un tornado o un terremoto di particolare intensità, potrebbero distruggere l'edificio di contenimento, con inevitabili fughe radioattive.

I reattori di III generazione promettono di risolvere buona parte di questi problemi.

In alcune nazioni possono non esserci alternative, secondo alcuni. Come dicono dei francesi, «non abbiamo carbone, noi non abbiamo petrolio, noi non abbiamo gas, noi non abbiamo scelta». I critici dell'abbandono dell'energia nucleare sostengono che le centrali nucleari non potrebbero essere sostituite e prevedono una crisi energetica, oppure sostengono che soltanto il carbone potrebbe sostituire l'energia nucleare, ma le emissioni di CO2 aumenterebbero spaventosamente (con l'uso del petrolio e dei combustibili fossili) e si dovrebbe importare energia prodotta o dal nucleare o dal petrolio. L'energia nucleare non è stata sostanzialmente toccata dagli embarghi, e l'uranio è estratto in paesi "sicuri" quali l'Australia e il Canada, al contrario di altri, come alcuni grandi fornitori di gas naturale, fra cui l'ex URSS.

Per quanto riguarda i costi, è noto che negli ultimi anni le materie prime fossili come il petrolio hanno avuto un incremento notevole, che ha portato per esempio nel 2005 il costo medio dell'energia elettrica negli Stati Uniti a 5 centesimi di euro il kW.h. Nella produzione di elettricità da nucleare, il costo del combustibile è, almeno attualmente, una voce trascurabile del complesso dei costi (costruzione, sicurezza ecc.): ma si veda sotto per la disponibilità di uranio.

Secondo molti, le ragioni della rinuncia all'uso di questa fonte energetica sono da cercare più che altro nelle forti pressioni che la lobby del petrolio esercita sui governi., dal momento che il ricorso all'energia nucleare porterebbe a una significativa riduzione della dipendenza dai carburanti fossili, e naturalmente dai gruppi industriali che basano le loro attività sul loro commercio.

I costi del combustibile fissile potrebbero in futuro aumentare esponenzialmente, perché è impossibile stimare con precisione le riserve di uranio ancora estraibile, ma bisogna considerare che il necessario uranio-235 è molto raro, e che dove non è presente in quantità sufficienti la sua estrazione diventa ancora più decisamente antieconomica se non impossibile. Molti perciò stimano che le riserve basteranno ancora per pochi decenni, e che insomma con l'uranio ci si ripresenteranno gli stessi problemi che si hanno col petrolio: ad esempio l'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) calcola che i giacimenti di uranio attualmente conosciuti basteranno a soddisfare il fabbisogno fino al 2035 nel caso di una domanda media, e fino al 2026 nel caso di una domanda elevata come quella sostenuta dai fautori del nucleare. Come succede col petrolio, c'è invece chi stima che le riserve accertate di uranio (non solo del pregiato uranio-235, quindi) economicamente sfruttabili con le tecnologie attuali basteranno ancora per un millennio, valutandole in 200 Gtep (miliardi di tonnellate di petrolio equivalenti), contro i 300 Gtep complessivi di petrolio e gas naturale: si noti comunque che anche questi dati dimostrerebbero che c'è meno uranio che petrolio e gas.

Per circa cinque decenni, dal 1950 al 2000, il prezzo dell'ossido di uranio (naturale, quindi da arricchire successivamente: U3O8, concentrato di uranio, yellowcake) è stato generalmente basso e comunque quasi sempre in discesa considerando i prezzi al netto dell'inflazione, fatta eccezione per la seconda metà degli anni '70, quando salì come le materie prime in generale in seguito alle crisi petrolifere del 1973 e 1979. Tale situazione favorevole era chiaro segno di una sempre maggiore disponibilità, nonostante la costante crescita dei consumi.

Tuttavia, nel primo decennio del nuovo secolo tale andamento si è bruscamente invertito, facendo crescere il prezzo del materiale fino a livelli reali mai raggiunti in precedenza (pur considerando l'effetto inflativo sul dollaro), anche con forti oscillazioni: in pochi anni si è passati da meno di 10$/lb del 2002 a oltre 130$/lb di metà 2007, con un successivo calo attorno a 85$/lb.

Le centrali nucleari attualmente consumano circa 80 milioni di chilogrammi di uranio arricchito all'anno, contro una produzione di 45; circa 35 vengono dalle scorte pubbliche, e solo 16 sono scambiati sul mercato. Molti speculatori scommettono su un rialzo a breve termine del prezzo dell'uranio, e investono il proprio denaro in diritti di sfruttamento; le società di estrazione valutano la riapertura di molte miniere o filoni abbandonati in passato perché antieconomici, che ora possono al contrario risultare molto profittevoli. Si ritiene che questo repentino aumento del prezzo sia dovuto alla riduzione dell'uranio proveniente dallo smantellamento delle armi nucleari russe e dall'aumento di richiesta dell'uranio che ha ridotto le scorte dei produttori. L'aumento delle attività estrattive dovrebbe ridurre il costo della materia prima, che al 2001 (prima della rivalutazione degli ultimi anni) incideva solo per il 5-7% del totale dei costi della produzione di energia nucleare.

L'utilizzo di reattori autofertilizzanti potrebbe innalzare significativamente l'efficienza di utilizzo dell'uranio portando dal 5% degli attuali reattori a un teorico 100% dei reattori autofertilizzanti di nuova generazione. L'innovazione introdotta da questa nuova tecnologia (FBR, Fast Breeder Reactor) sfrutta la conversione dell'isotopo non fissile uranio-238 (circa 140 volte più abbondante dell'isotopo fissile con numero di massa 235) in plutonio-239. Tuttavia il plutonio è materiale adatto alla realizzazione di armamenti ed è chimicamente tossico (oltre che molto radioattivo), per cui la sua produzione è problematica. Questi reattori di nuova generazione sono stati sperimentati in passato con successo con alcuni modelli: uno di essi era il francese Super-Phénix (di proprietà ENEL per il 30%), oggi chiuso per problemi tecnici e per aver esaurito la sua fase di sperimentazione; altri sono ancora operativi. Ultimamente l'interesse è cresciuto perché il progressivo (ma poco probabile, vedi sopra) esaurimento dell'uranio potrebbe renderli molto convenienti e sono in corso studi per nuove generazioni che si prevede entrino in funzione dal 2030.

Per far fronte a questo problema sono state sviluppate inoltre delle centrali nucleari che utilizzano il torio al posto dell'uranio come combustibile nucleare. Poiché il torio è molto più comune dell'uranio potrebbe fornire combustibile per moltissimi secoli, anche se è necessario un procedimento di fertilizzazione del torio-232 per trasformarlo in uranio-233 fissile. Come ulteriore vantaggio non sono note, a tutt'oggi, tecniche per produrre armi nucleari a partire dal torio e dai rifiuti nucleari delle centrali che lo usano. In India sono già operative alcune centrali nucleari a torio, la scelta di questo combustibile è stata particolarmente vantaggiosa per la nazione asiatica che possiede numerose miniere dell'elemento sul suo territorio.

I promotori del nucleare sostengono che sia possibile aumentare in maniera relativamente rapida il numero di centrali: in media la costruzione di reattori di ultima generazione dura dai tre ai quattro anni; secondo altri invece ne servono non meno di cinque, e in ogni caso è molto di più di quanto serva per costruire ad esempio una centrale elettrica a metano (uno o due anni). I soli costi di costruzione, che ammontano ad almeno due miliardi di dollari per centrale, abbinati al lungo tempo necessario, rendono in ogni caso molto difficile incrementare sensibilmente la produzione di elettricità da nucleare in breve termine: raddoppiare la produzione statunitense come molti sostengono che si debba fare costerebbe un migliaio di miliardi di dollari.

Alcuni sostenitori del nucleare demoliscono le obiezioni sulla base delle caratteristiche delle future centrali a fusione termonucleare: il progetto relativo (ITER) però punta a giungere a un prototipo solo nel 2030 e a una centrale commerciale per il 2050, anche se la data di possibile utilizzo della fusione termonucleare per la produzione di energia elettrica viene rinviata da decenni), perciò appare irrealistico considerarle all'interno di una politica energetica nazionale per i prossimi decenni.

Il nucleare è il metodo di produzione di elettricità che realizza in massimo grado la concentrazione e centralizzazione della produzione tipica del passato (a partire dalle prime centrali elettriche), e di tutte le centrali elettriche alimentate da combustibili fossili. Secondo questo modello, la produzione è concentrata in pochi punti da dove poi l'elettricità è distribuita attraverso poderose reti elettriche fin dove serve. In questo modo, prima di tutto si rendono necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti, e in secondo luogo si crea un forte potere di controllo della vita (non solo economica) delle persone accentrato nelle mani di pochi. Questo risulta evidente ad esempio quando un paese (o una società) forte produttore di gas dimostra di poter decidere unilateralmente di diminuire le esportazioni lasciando sprovvisti i paesi consumatori ed esponendoli a gravissimi rischi economici e vitali, ma anche quando la rottura di un solo elettrodotto mette al buio un intero Paese (l'Italia ha subito entrambe le evenienze).

Infatti ormai l'elettricità è fondamentale per qualsiasi attività umana, e non è più accettabile come in passato il rischio di esserne privati: non si tratta più di poter tenere accesa qualche lampadina elettrica invece di un lume a petrolio come all'inizio dell'era elettrica, ma di sopravvivere: a partire dalle riserve alimentari conservate nei frigoriferi fino ad arrivare al caso estremo degli ospedali, dove una carenza di elettricità può facilmente determinare la morte di pazienti in situazioni critiche.

L'unico modo per risolvere questi problemi è distribuire la produzione: sparpagliare per tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, più facilmente controllabili da parte degli stessi e soprattutto impossibili da disattivare con conseguenze disastrose come quelle che possono derivare dallo spegnimento di una centrale elettrica da 1000 MW in un momento di picco della domanda. In questo modo si realizzerebbe una vera democratizzazione dell'elettricità. Tutto ciò è possibile grazie allo sviluppo delle conoscenze tecnologiche in merito alle fonti rinnovabili: solare, eolico, microidroelettrico, geotermico e biomasse sono tutte fonti che si potrebbero prestano a uno sviluppo in funzione dell'obiettivo di cui sopra.

Anche le centrali nucleari di tipo pebble bed consentiranno di costruire piccoli impianti.

Alcuni studiosi sostengono che l'energia nucleare sia economicamente svantaggiosa e che gli enormi capitali necessari alla costruzione di un impianto non possono essere compensati dalla produzione di energia. Paine ha dichiarato: «L'analisi suggerisce che anche nelle condizioni più ottimistiche (dove i costi sono considerevolmente tagliati ed i redditi salgono notevolmente), le centrali nucleari dell'attuale generazione, nel corso della loro vita, possono arrivare al massimo a coprire i costi».

Paine non discute delle problematiche ambientali e delle esternalità economiche, come lo smaltimento delle scorie. Lamenta anche il fatto che i dati precisi sulla convenienza in termini economici dell'energia atomica non sono disponibili al pubblico.

D'altro canto, i costi di costruzione non sono facilmente prevedibili: considerando 75 impianti statunitensi completati, si è constatato che i costi di costruzione totali effettivi sono stati di 145 miliardi di dollari contro i 45 previsti; in India gli stanziamenti previsti inizialmente per gli ultimi dieci impianti sono aumentati del 300%. I costi dipendono strettamente dai tempi necessari, che da uno studio del Consiglio Mondiale dell'Energia (WEC) sugli impianti in costruzione nel mondo tra il 1995 e il 2000 sono risultati essere aumentati da 66 a 116 mesi. Questo si dovrebbe all'aumentata complessità degli impianti.

Il prezzo di un kW.h nucleare ammonta in definitiva a circa 6,1 centesimi di euro, secondo prudenti stime del ministero dell'energia degli Stati Uniti, includendo anche una stima dei costi di confinamento delle scorie: si tratta di un prezzo molto superiore non solo a quello di un kW.h a carbone o a gas, ma anche di quelli eolico e da biomasse (ricordiamo che negli Stati Uniti non si costruiscono nuove centrali dal 1978). Per valutare questo dato, è necessario un più generale confronto coi costi di tutte le altre fonti energetiche alternative, soprattutto nel medio-lungo periodo.

Queste argomentazioni sono state messe negli ultimi anni in dubbio dato che lo sviluppo di centrali nucleari di terza e quarta generazione aumenta l'efficienza e riduce i costi raddoppiando la vita utile delle centrali. D'altronde, questo non inficia le obiezioni relative ai costi di costruzione e smantellamento delle centrali e soprattutto di confinamento delle scorie.

Per molti, la dimostrazione finale e incontestabile della non economicità dell'elettricità da fissione nucleare è che da decenni nessuna azienda privata ha pensato di costruire una nuova centrale, se non dove sussistono ingenti sovvenzioni statali in seguito a una precisa scelta puramente politica (si veda sotto il caso della Finlandia), come per certe fonti rinnovabili (ad esempio il fotovoltaico), che senza contributi statali non avrebbero alcuna convenienza economica, se non in casi particolari.

Il nucleare avrebbe anche uno dei più bassi costi esterni, ad esempio in termini di ambiente e persone, anche se stime di questo genere sono estremamente inaffidabili perché il costo principale, e cioè il confinamento per secoli o millenni di migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi in siti sicuri (insieme allo smantellamento delle centrali vecchie), presenta incognite insuperabili. Per i sostenitori dell'energia atomica, invece, essa è la sola fonte di energia che nei costi totali include esplicitamente i costi stimati per il contenimento delle scorie e per lo smantellamento dell'impianto (ma questi costi sono difficilmente stimabili e le passate stime al ribasso costringeranno i governi a spendere denaro pubblico per pagare lo smaltimento dei rifiuti pericolosi), e il costo dichiarato degli impianti a combustibile fossile è basso in modo fuorviante per questo motivo; il protocollo di Kyōto, inserendo nei costi le esternalità ambientali a livello di effetto serra, dovrebbe correggere questo punto: il nucleare, considerando gli effetti esterni associati a ogni modo di produrre energia, sarebbe quindi un modo economicamente competitivo e rispettoso dell'ambiente per produrre energia rimpiazzando i combustibili fossili. Secondo alcune stime, nel Regno Unito per esempio i costi esterni per il nucleare, per quanto riguarda effetto serra, salute pubblica, salute sul lavoro e danni materiali, ammontano a 0,25 centesimi di euro al kW.h, cioè poco più che per l'eolico (0,15 centesimi di euro per kW.h), ma molto meno che per il carbone (da 4 a 7 centesimi di euro per kW.h), il petrolio (da 3 a 5 centesimi di euro per kW.h), il gas (da 1 a 2 centesimi di euro per kW.h) e le biomasse (1 centesimo di euro per kW.h).

L'economicità dell'energia nucleare dipende anche dai costi delle fonti alternative: per questo in molti paesi, se l'energia atomica non è popolare, in tempi di crescita dei prezzi per i combustibili fossili, le argomentazioni a sostegno dell'energia nucleare riemergono.

In alcuni luoghi, specialmente dove le miniere di carbone sono molto lontane dagli impianti, l'energia atomica è meno costosa, mentre in altri risulta avere un prezzo all'incirca pari o maggiore. Gli stessi paragoni possono essere fatti con gas e petrolio.

Inoltre, il costo dichiarato di molte energie rinnovabili aumenterebbe se fosse inclusa la fornitura delle fonti di riserva necessarie nei periodi in cui la natura intermittente di sole, vento, onde, eccetera non permette di produrre energia. Considerando questo è stato calcolato che l'energia eolica, una delle più grandi speranze per l'abbandono del nucleare, costerebbe il triplo del costo medio dell'elettricità in Germania. D'altro canto il collegamento di tutte le reti elettriche nazionali permette di compensare le carenze di produzione temporanee di un luogo con le eccedenze di un altro, rendendo gestibili le problematiche di tali fonti. Va poi evidenziato che la produzione da fonte solare sarebbe perfetta per l'alimentazione di impianti di condizionamento in quanto l'assorbimento di energia sarebbe "sincronizzato" con la disponibilità.

Non è esatto dire che il bilancio energetico del nucleare sia in effetti totalmente positivo nella produzione di energia, perché il processo completo, dall'estrazione del combustibile sino alla fissione, può consumare più energia di quella prodotta. La centrale elettronucleare in questo caso produce complessivamente meno energia rispetto all'energia consumata per permettere le attività di estrazione mineraria, la purificazione chimica e l'arricchimento isotopico. Un paese che compra il combustibile fissile da un altro paese, in pratica, comprerebbe indirettamente l'energia che il primo paese ha utilizzato nell'estrazione e nel raffinamento di combustibile, usando probabilmente anche combustibili non rinnovabili come fonte di energia, fra cui anche il petrolio, dalla cui economicità dipenderebbe quindi quella del nucleare (il che è un paradosso, visto che l'aumento dei costi del petrolio è uno degli argomenti favoriti dai sostenitori del nucleare). È noto che la validità di questa affermazione dipende fortemente dalla purezza iniziale del minerale nativo estratto. Questo bilancio viene chiamato EROEI e per una centrale nucleare può variare da meno di 1 (resa negativa) fino ad arrivare a 100 (rapporto molto conveniente).

Vista l'entità del rischi che comportano, nella maggior parte di paesi le centrali nucleari non possono essere assicurate solamente da assicuratori privati, a causa degli alti costi prospettati nel caso di un incidente grave: nessuna società di assicurazioni. Nel 2005 il governo statunitense ha fissato a 300 milioni di dollari la cifra massima stipulabile per un'assicurazione in questo campo, mentre il rischio di un grave incidente nucleare sarebbe molto maggiore (anche se questo non è successo nel caso di Three Mile Island). Per questo motivo i governi devono sostenere le spese assicurative. Questa pratica è simile a quella per le banche, che sono anch'esse sostenute con garanzie pubbliche per risarcire i risparmiatori in caso di fallimento.

La cifra totale supera i 10 miliardi di dollari (il ministero dell'energia fornisce 9,5 miliardi per le proprie attività nucleari). Indipendentemente dalla responsabilità, il Congresso, in qualità di assicuratore ultimo, deve decidere come disporre i risarcimenti nel caso in cui le richieste avanzate superino la cifra coperta di 10 miliardi. Nel 2005, la legge è stata nuovamente rinnovata dal Congresso all'interno della Legge sulla politica energetica del 2005.

Una critica che talvolta viene sollevata è che più di 40 anni di ricerca non sono riusciti a creare un settore abbastanza sicuro da coprire i propri costi assicurativi. I sostenitori del nucleare tuttavia asseriscono che questo problema verrà risolto da progetti più sicuri come il reattore modulare nucleare pebble bed.

Un'altra argomentazione contro l'energia nucleare è il rischio costituito dall'aumento di scorie radioattive prodotte, in circolazione e depositate temporaneamente in magazzini di fortuna. Infatti, anche materiale radioattivo di bassa qualità può essere adoperato per costruire le cosiddette "bombe sporche" (dette più precisamente "bombe radiologiche", dove la totalità del potere deflagrante è fornito da esplosivi tradizionali, circondati da materiale radioattivo vario che, al momento dell'esplosione, si diffonde nell'ambiente), il che le renderebbe un ottimo strumento per fini terroristici grazie alla relativa facilità di preparazione.

Un'eventualità ancora più rischiosa è il potenziale collegamento fra usi civile e militare (che nella maggior parte dei paesi sono mantenuti rigorosamente separati), che potrebbe portare a un aumento dei Paesi possessori di bombe atomiche. Il know-how maturato per la costruzione di centrali nucleari potrebbe essere utilizzato per l'avvio di programmi di riarmo atomico. La produzione di energia nucleare si basa su un meccanismo di reazione a catena, controllato, che è tecnicamente più difficile da gestire di un utilizzo dell'uranio per scopi bellici.

Nelle barre di combustibile nucleare industriali, la frazione di isotopo di uranio fissile 235 deve essere incrementata dalla percentuale naturale dello 0,7% fino al 5% per potere generare una reazione a catena; fanno eccezione quegli impianti che usano acqua pesante o grafite come moderatori, come i reattori CANDU o i reattori RBMK. Un impianto per l'arricchimento dell'uranio (per esempio quello tedesco di Gronau) potrebbe – con grande difficoltà – aumentare la quantità dell'U 235 fino all'80% o più in modo da poter realizzare delle armi nucleari. Di conseguenza, alcune delle tecniche per l'arricchimento dell'uranio sono mantenute segrete (per esempio la diffusione gassosa, la centrifuga del gas, l'AVLIS e il ritrattamento nucleare).

Gli oppositori del nucleare sostengono che non è possibile distinguere fra uso civile e uso militare e quindi l'energia nucleare contribuisce alla proliferazione delle armi nucleari. Mentre è possibile far funzionare una centrale nucleare con materiali non affini alle armi, il possesso di un reattore comporta l'accesso a materiali e tecnologie che possono essere usati in speciali reattori militari a bassa combustione e ritrattati per produrre plutonio, l'elemento essenziale per la costruzione di armi nucleari ad alta resa. Questo è ciò che è accaduto in Israele, India, Sudafrica (che in seguito ha consegnato le proprie armi nucleari) e Corea del Nord: tutti hanno dato il via a programmi "pacifici" per l'energia nucleare con reattori che poi sono stati usati per produrre plutonio adatto per le armi. Israele e Corea del Nord attualmente non dispongono di centrali nucleari, mentre il Sudafrica ne ha aperta una molto dopo essersi dotato di armi nucleari. A molti pare una stridente contraddizione che George Bush nel 2006 abbia fortemente sostenuto l'opzione del nucleare come fonte energetica sicura, economica e pulita opponendosi contemporaneamente con tutte le proprie forze al programma nucleare iraniano, fino al punto di minacciare un intervento militare: se nonostante tutte le assicurazioni dell'Iran che lo scopo del progetto è puramente civile la sola possibilità che non sia così è sufficiente perché il rischio che si producano armi atomiche sia considerato tanto grave da imporre interventi tanto pesanti, allora è insostenibile la posizione di chi sostiene che le centrali nucleari non costituiscano un rischio di proliferazione nucleare.

Gran parte del timore popolare per la possibile proliferazione delle armi deriva dalla considerazione dei materiali fissili. Ad esempio, a proposito del plutonio contenuto nel combustibile esaurito che ogni anno viene generato dai reattori nucleari commerciali di tutto il mondo, è corretta ma fuorviante l'affermazione secondo cui servono solo pochi chili di plutonio per fare una bomba: tutti i paesi infatti dispongono di uranio in quantità tali da poter costruire alcune armi (l'uranio andrebbe però arricchito).

Il plutonio è una sostanza con proprietà variabili a seconda della fonte. È composta da diversi isotopi, come Pu-238, Pu-239, Pu-240 e Pu-241. Si tratta sempre di plutonio ma non tutti questi tipi sono fissili: solo Pu-239 e Pu-241 possono essere sottoposti alla normale fissione in un reattore. Il plutonio 239 è un combustibile nucleare eccellente; è stato anche molto usato nelle armi nucleari perché ha un tasso di fissione relativamente basso e una bassa massa critica: di conseguenza, il plutonio 239, con soltanto una piccola percentuale degli altri isotopi presenti (fino a un massimo del 7%), è spesso definito plutonio "weapons-grade" in inglese ("per le armi"). È stato usato nella bomba di Nagasaki nel 1945 e in molte altre armi nucleari.

D'altro canto, questo plutonio è totalmente diverso da quello che viene normalmente prodotto in tutti i reattori delle centrali nucleari commerciali ad acqua leggera (detto "reactor-grade") e che può essere separato ritrattando il combustibile esaurito. Il plutonio dei reattori contiene un'alta percentuale (fino al 40%) di isotopi di plutonio più pesanti, soprattutto il Pu-240, perché è dovuto rimanere nei reattori per un periodo di tempo relativamente lungo. Questo non costituisce un problema particolare per il riutilizzo del plutonio in combustibile ossido misto (MOX) per i reattori, ma influisce pesantemente sull'idoneità dell'impiego del materiale nelle armi nucleari. A causa della fissione spontanea del Pu-240, nel materiale per la produzione di armi ne è tollerabile solo un quantitativo molto limitato. La progettazione e la costruzione di esplosivi nucleari con il plutonio "reactor-grade" sarebbero difficili ed inaffidabili e finora nessuno le ha mai perseguite; tuttavia è stato creato un ordigno nucleare con plutonio a bassa combustione proveniente da un reattore nucleare Magnox. Testato nel 1962, la sua composizione non è mai stata ufficialmente resa nota, ma chiaramente si aggirava attorno al 90% di Pu-239 fissile. Tale metodo di produzione era molto costoso, inaffidabile e facilmente individuabile (il combustibile deve restare nel reattore per un periodo di tempo relativamente breve, ossia poche settimane, rispetto al normale uso, pari ad alcuni anni, e con una resa relativamente limitata). Tutti questi fattori hanno contribuito al fatto che non si ripetessero altre esperienze analoghe a quella dell'ordigno del 1962.

Il plutonio ad alta concentrazione può essere usato per la costruzione di armi nucleari, ma in pratica è usato ancora nelle centrali nucleari in barre di combustibile di MOX. I fautori nel nucleare rispondono affermando che esistono diverse tipologie di centrali nucleari che utilizzano tecnologie che non possono aver applicazioni militari e i paesi del primo mondo potrebbero vendere queste tecnologie agli altri paesi per evitare la proliferazione nucleare. Difatti, molti studi sulle centrali nucleari al Torio partono proprio da questo genere di considerazioni.

L'Italia tra la fine degli anni 50 e degli anni 70 decise di dotarsi di nucleare per l'elettro-generazione, avviando in tal modo la costruzione di centrali; qualche anno dopo, nel 1987, ha tenuto tre referendum riguardanti il finanziamento pubblico e gli incentivi alla costruzione di centrali, nonché il divieto per l'ENEL di parteciparvi; l'anno successivo pertanto si è sospesa la costruzione di nuove centrali (compreso il completamento della centrale BWR "Alto Lazio" di Montalto di Castro, in seguito parzialmente riconvertita a metano e/o olio combustibile attraverso il riutilizzo delle sole opere di presa dell'acqua di mare e degli edifici di supporto (mensa, depositi), della quale erano già stati ultimati l'80% dei lavori per un costo di circa 5 mila miliardi delle vecchie lire) e si sono avviate le procedure di chiusura delle tre ancora attive (una era già stata chiusa per obsolescenza): la moratoria alla costruzione di nuove centrali nucleari, inizialmente valida solo dal 1988 al 1993, è stata prolungata per altre due volte. Il risultato del referendum infatti è stato interpretato come una volontà di chiudere le centrali nucleari e di fermare gli investimenti in tal senso (ma non di vietare la ricerca nucleare).

Si noti tuttavia che, considerata la durata media di tali impianti (25-30 anni dal momento dell’accensione del reattore), alla data dei referendum (1987) Garigliano era già stata chiusa per raggiunti limiti d’età mentre Latina e Trino lo sarebbero state entro pochi anni. L'unica centrale che è davvero stata chiusa prematuramente è quella di Caorso in provincia di Piacenza. Attualmente sono tutte di proprietà e gestite dalla SOGIN.

L'Italia importa comunque il 13,8% circa del proprio fabbisogno elettrico dall'estero, in larga parte prodotto da centrali nucleari francesi: a causa dell'insufficiente capacità degli elettrodotti provenienti dalla Francia, tale energia viene triangolata anche dalla Svizzera. Piccole importazioni si hanno anche da Austria e Slovenia. Peraltro, circa il 6% dell'energia è persa dalla rete.

Ultimamente in particolare, visti gli aumenti del costo dell'energia, si discute nuovamente del ritorno al nucleare da elettro-generazione, ritenuto dai suoi sostenitori più convinti una soluzione ai problemi energetici dell'Italia, che ridurrebbe i costi dell'elettricità in uno dei paesi europei dove costa di più, differenza che sarebbe causata proprio dall'assenza del nucleare fra le fonti energetiche nazionali.

Tuttavia altri osservatori notano che la discrepanza di costo è costante sia nei confronti dei paesi europei nuclearizzati che in confronto agli altri, e che quindi i maggiori costi avrebbero cause diverse. Inoltre, molti paesi non nucleari hanno una buona autosufficienza energetica grazie soprattutto a un utilizzo massiccio del carbone nelle centrali termoelettriche.

In ogni caso, con il decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 il Governo si è impegnato alla "realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare" (art. 7, comma 1), giustificando questa scelta con la necessità di "contenere le emissioni di CO2 e garantire la sicurezza e l'efficienza economica dell'approvvigionamento e produzione di energia".

In seguito ai referendum sono stati sospesi gli investimenti nella produzione elettronucleare in Italia, ma non gli investimenti di aziende italiane all'estero: ad esempio l'ENEL investe molto sul nucleare, e sta collaborando con importanti aziende europee.

Grazie al decreto Marzano del 2003 l'ENEL ha potuto acquistare nel febbraio del 2005 il 66% della Slovenke Elektrarne, massima produttrice di elettricità in Slovacchia e seconda dell'Europa centro-orientale coi suoi oltre 7 000 MW di potenza installata, di cui 2 034 MW generata da 5 reattori nucleari di tipo VVER 400. L'ENEL si è offerta di finanziare la costruzione in Slovacchia di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi.

Sempre nel 2005 inoltre l'ENEL ha sottoscritto un accordo con EdF per partecipare allo sviluppo del nucleare di terza generazione, l'EPR (European Pressurized water Reactor), con un investimento preventivato di 375 milioni di euro (pari al 12,5% della spesa totale) per la costruzione (iniziata il 3 dicembre 2007) di un nuovo reattore da 1 650 MW lordi nella centrale di Flamanville (nella penisola di Cotentin sulla costa della Manica in Normandia); in cambio ha ottenuto la possibilità di mandare propri dipendenti a condurre dei tirocini in loco, acquisendo così le competenze e le risorse umane necessarie per un eventuale ritorno al nucleare in patria.

Il 30 novembre 2007 inoltre è stato definito un ulteriore accordo tra ENEL e EdF che ha permesso alla prima di avere il 3% del mercato energetico francese rilevando quote in asset francesi per circa 2 miliardi di euro, tra cui il 12,5% in 6 centrali nucleari di prossima costruzione in Francia (incluso il reattore EPR di Flamanville) e il 40-49% in centrali a gas. In cambio EdF ha avuto accesso ad asset produttivi di ENEL in Slovacchia, Bulgaria e Russia oltre allo sblocco definitivo da parte del governo italiano della partecipazione di maggioranza che EdF ha in Italenergia Bis (la holding che controlla Edison, il secondo produttore elettrico italiano dopo ENEL).

Anche Ansaldo Energia, che fa capo a Finmeccanica, ha fatto tornare in piena attività una sua controllata al 100%, l'Ansaldo Nucleare, che con 150 dipendenti ha concluso il 1° novembre 2007 la costruzione, attraverso una joint-venture con la società canadese AECL, del secondo reattore della centrale rumena di Cernavodă e che non ha mai smesso le proprie collaborazioni in Armenia, Ucraina (compresa Černobyl'), Cina e Francia.

In Belgio l'abbandono del nucleare è stato legiferato nel luglio del 1999 dai liberali, dai socialisti e dall'AGALEV (ora Groen!), il partito dei verdi. La legge in questione ha stabilito la chiusura di tutti i sette reattori belgi dopo 40 anni di funzionamento, senza che in seguito venissero costruiti nuovi reattori. Dopo l'approvazione di questa legge si è vociferato sul fatto che la decisione potesse essere revocata quando fosse salita al potere un nuovo esecutivo non comprendente i verdi.

In effetti nel 2003 si è insediato un nuovo governo senza l'apporto dei verdi. Tuttavia, nel 2005, non c'è nessuna indicazione che possa far presumere che il governo corrente revocherà la legge sull'abbandono nucleare, dopo che l'incidente di Tihange del 22 novembre 2002 ha spinto l'opinione pubblica contro l'energia nucleare. Nel settembre 2005 il governo belga ha però deciso di posporre l'abbandono del nucleare per altri 20 anni, con la possibilità di ulteriori rinvii. Non è ancora stata decisa la costruzione di nuovi impianti, anche se essa sembra probabile. Il motivo del cambiamento di rotta è dovuto al fatto che il governo ha giudicato irrealistica la sostituzione del nucleare con fonti alternative come sperato dai verdi. Le altre opzioni sarebbero l'aumento dell'uso dei combustibili fossili (incompatibile con i dettami del protocollo di Kyōto) o l'importazione di energia dall'estero (che renderebbe il paese meno indipendente energeticamente e che sarebbe comunque di origine nucleare).

Nel mese di luglio del 2005, l'autorità nazionale di pianificazione ha pubblicato un nuovo rapporto dichiarando che il petrolio e altri combustibili fossili coprono il 90% del fabbisogno belga di energia, l'energia nucleare soltanto il 9% e l'energia rinnovabile il restante 1%. Bisogna notare che la produzione di elettricità incide solo per il 16% dei consumi energetici. Anche se il paese dipende solo al 9% dal nucleare, nelle Fiandre ed in altre aree l'energia elettrica di origine nucleare copre il 50% dell'elettricità richiesta da case e aziende; questo è uno dei principali motivi per cui il paese ha cambiato rotta, infatti era impossibile coprire con energie alternative più del 50% della domanda, né si poteva passare al carbone a causa del protocollo di Kyōto. Le attuali proiezioni prevedono che entro 25 anni l'energia rinnovabile aumenterà al 5%, a causa degli alti costi delle altre fonti. Il programma attuale del governo assicura che tutte le centrali nucleari cesseranno il loro funzionamento entro il 2025. Il rapporto suscita inquietudini circa i gas a effetto serra e la sostenibilità.

Nel mese di agosto del 2005 il gruppo Suez francese si è offerto di comprare l'Electrabel belga, azienda che gestisce le centrali nucleari. Alla fine del 2005 Suez deteneva circa il 98,5% di tutte le azioni Electrabel; all'inizio del 2006 Suez e Gaz de France hanno annunciato una fusione.

Attualmente in Belgio ben il 54% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 2 centrali elettronucleari in funzione (Doel nelle Fiandre orientali e Tihange a Liegi) che dispongono complessivamente di 7 reattori attivi. Vi è anche una centrale chiusa (BR nella provincia d'Anversa) con un reattore PWR da soli 11 MW netti (ultimata il 10 ottobre 1962, fu la prima ad essere costruita nel Paese e servì soprattutto per istruire i tecnici).

In Bulgaria oltre il 43% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Kozloduy nell'omonima località) che dispone di 2 reattori PWR attivi da 953 MW netti ciascuno e 4 fermati. Una seconda centrale con 2 reattori PWR da 953 MW netti cadauno è in costruzione a Belene, nel nord del Paese, secondo gli standard occidentali del consorzio CARSIB di Areva NP e Siemens. I due reattori di Belene sono del tipo AES-92 di terza generazione (modello VVER-1000) della Russia's Atom Stroy Export, la quale ha stipulato un contratto con la compagnia elettrica bulgara Bulgaria's National Electric Company.

Nella Federazione Russa quasi il 16% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 11 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 31 reattori attivi, 4 fermati e 7 in costruzione. Vi è anche una sola centrale chiusa (Aps-1 Obninsk a Kaluga), con un unico reattore LWGR da soli 5 MW netti (ultimato nel lontano 26 giugno 1954, spento il 29 aprile 2002 e utilizzato solo per istruire i tecnici). La Russia ha programmi per aumentare il numero di reattori in funzione da 31 a 59, finanziati con prestiti dell'Unione Europea. I vecchi reattori saranno potenziati e aggiornati, comprese le unità RBMK, simili al reattore di Černobyl'.

In Finlandia il 28% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Loviisa e Olkiluoto nelle omonime località) che dispongono complessivamente di 4 reattori attivi e 1 in costruzione. Il terzo reattore della centrale di Olkiluoto è stato il primo EPR commerciale al mondo a essere stato messo in cantiere. Nel dicembre del 2006, 16 mesi dopo l'inizio della costruzione, la società francese Areva dichiarò ritardi di 18 mesi sui tempi di completamento originariamente previsti. I costi dovrebbero aumentare di almeno 700 milioni di euro rispetto alle previsioni.

Il contratto di costruzione del reattore prevede delle condizioni fisse di rendimenti certi per il compratore, per ridurre i rischi economici d'investimento. I dettagli tuttavia non sono disponibili al pubblico e gli oltre 610 milioni di euro di sussidi statali francesi al progetto sono sotto indagine come possibili aiuti di stato illeciti per i regolamenti europei.

In Francia ben il 78% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 20 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 59 reattori attivi, 7 fermati e 1 in costruzione (il terzo reattore da 1 650 MW elettrici lordi della centrale nucleare di Flamanville a Manche, nella penisola di Cotentin sulla costa della Manica in Normandia, unità che costituisce il secondo reattore EPR commerciale messo in cantiere al mondo dopo quello finlandese di Olkiluoto e alla cui costruzione partecipa anche l'ENEL nella misura del 12,5% della spesa totale). Vi sono anche altre 3 centrali chiuse, 2 (El-4 a Monts Arrel e la centrale autofertilizzante veloce Super-Phenix a Isere) con un reattore ciascuna e una (Marcoule) con due reattori.

In Germania oltre il 31% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 12 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 17 reattori attivi e 1 fermato. Vi sono anche altre 14 centrali chiuse, 13 con un reattore ciascuna e una (Greifswald nell'omonima località) con cinque reattori. Nel 2000, il governo tedesco, comprendente Alleanza '90 - I Verdi ed il SPD ha annunciato ufficialmente l'intenzione di abbandonare l'uso dell'energia nucleare. Jürgen Trittin (membro dei Verdi), come assessore all'ambiente, della conservazione della natura e della sicurezza nucleare, ha raggiunto un accordo con le aziende di energia sulla graduale interruzione del funzionamento delle diciannove centrali nucleari del paese e sulla cessazione dell'uso civile dell'energia nucleare entro il 2020. Tale decisione è stata promulgata nella legge sull'uscita dal nucleare. Sulla base della valutazione in 32 anni del periodo medio di funzionamento per una centrale nucleare, l'accordo fissa in modo preciso la quantità di energia che una centrale elettronucleare può produrre prima di essere chiusa.

Le centrali elettriche di Stade e di Obrigheim sono state spente rispettivamente il 14 novembre 2003 e 11 maggio 2005, e il loro smantellamento è previsto per il 2007.

Una legge sulle fonti d'energia rinnovabili ha istituito un'imposta a favore dell'energia rinnovabile. Sostenendo che la tutela del clima è un tema centrale della sua politica, il governo tedesco ha annunciato l'obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 25% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2005. Nel 1998 in Germania l'uso di energie rinnovabili ha raggiunto la quota di 284 PJ del fabbisogno energetico primario, che equivale al 5% della domanda elettrica totale. Il governo tedesco vuole raggiungere il 10% entro il 2010.

Gli attivisti antinucleari criticano l'accordo: pensano che esso sia una garanzia sul funzionamento piuttosto che un'uscita dall'energia nucleare. Inoltre hanno contestato la scadenza del piano ritenendola troppo estesa ed hanno criticato il fatto che il divieto di costruzione di nuove centrali nucleari di uso commerciale usate non si sia applicato agli impianti per scopi scientifici: alcuni di questi sono stati messi in funzione (per esempio München II). Inoltre non è stato applicato un divieto agli impianti per l'arricchimento dell'uranio e alla stazione di arricchimento di Gronau in seguito è stato esteso il permesso di funzionamento. Successivamente, il ritrattamento del combustibile nucleare non è stato vietato con effetto immediato, ma bensì permesso fino a metà 2005.

Anche se i reattori in Obrigheim sono stati chiusi, lo smantellamento di tali impianti comincerà soltanto nel 2007. Di conseguenza, potrebbe essere possibile decidere di rimetterli in funzione dopo la successiva elezione federale di settembre (questo provvedimento era stato proposto dalla CDU, allora forza di opposizione).

Gli attivisti antinucleari hanno contestato il governo tedesco, che non avrebbe fatto altro che sostenere l'energia nucleare fornendo le garanzie finanziarie per i produttori di energia. Inoltre è stato precisato che non esistono, finora, programmi per il deposito finale delle scorie radioattive. Rendendo più restrittive le norme di sicurezza e incrementando la tassazione, si potrebbe forzare un più rapido abbandono dell'energia nucleare. La chiusura graduale delle centrali nucleare è stata accompagnata da concessioni in materia di sicurezza per la popolazione dei trasporti di scorie nucleari attraverso la Germania. Quest'ultimo punto non è stato applicato dal ministro dell'ambiente, della conservazione della natura e della sicurezza nucleare.

A causa dei prezzi in aumento dei combustibili fossili, sono ancora riprese con vigore le discussioni sull'"abbandono dell'abbandono". Nella campagna per l'elezione federale nel 2002, Edmund Stoiber, il candidato per la carica di cancelliere del CDU/CSU, ha promesso, nel caso di vittoria, di annullare l'uscita dall'energia nucleare. Il suo successore e attuale cancelliere, Angela Merkel, ha annunciato di voler negoziare con le aziende di energia la scadenza per la interruzione delle centrali nucleari.

Chi critica l'abbandono dell'energia nucleare in Germania sostiene che le centrali nucleari potrebbero non essere adeguatamente rimpiazzate e predice una crisi energetica, oppure sostiene che soltanto il carbone potrebbe sostituire l'energia nucleare. Le emissioni di CO2 aumenterebbero enormemente (con l'uso del petrolio e dei combustibili fossili); altrimenti, si dovrebbe importare elettricità dalle centrali nucleari francesi o gas naturale della Russia, vista come un alleato di cui non ci si può ancora fidare.

In Lituania quasi il 70% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Ignalina nell'omonima località) che dispone di 2 reattori LWGR da 1 185 MW netti ciascuno, di cui uno fermato.

Nei Paesi Bassi poco più del 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Borssele a Zeeland) che dispone di un reattore PWR da 482 MW netti. Vi è anche una centrale chiusa (Dodewaard di Gelderland) con un reattore BWR da soli 55 MW netti. Nel 1994, il Parlamento olandese ha votato a favore dell'abbandono dopo una discussione sulla gestione delle scorie nucleari. La centrale elettrica di Dodewaard fu chiusa 1997. Nello stesso anno il governo ha deciso di far scadere la licenza di funzionamento dell'impianto di Borssele alla fine del 2003. Nel 2003, però, lo smantellamento fu rinviato al 2013 dal governo conservatore.

Nel 2005 la decisione fu annullata e sono stati stanziati fondi per ricerche nel campo dell'energia nucleare. Questo cambiamento è stato preceduto dalla pubblicazione di un fascicolo da parte dell'Alleanza Cristiano-Democratica sull'energia sostenibile; poi gli altri partiti della coalizione si allinearono. Nel 2006 il governo ha deciso che Borssele resterà aperta fino al 2033 se riuscirà ad ottemperare alle più severe norme in ambito di sicurezza. I proprietari, Essent e Delta, investiranno cinquecento milioni di euro nell'energia sostenibile insieme al governo, denaro che altrimenti secondo il governo avrebbe dovuto essere versato ai proprietari delle centrali a titolo di risarcimento.

Nel Regno Unito oltre il 18% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 9 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 19 reattori attivi e 8 fermati. Vi sono anche altre 8 centrali chiuse, 2 con un reattore ciascuna, 4 con due reattori ciascuna e 2 con quattro reattori ciascuna. Un sondaggio effettuato nel 2003 a nome di Greenpeace ha mostrato un grande sostegno nel Regno Unito all'energia eolica. Il futuro del nucleare nel Paese è attualmente oggetto di un attento esame. Sono presenti nel Paese molti reattori che stanno raggiungendo la fine del loro ciclo di vita e non si sa ancora come sostituirli. Il Regno Unito inoltre non ha mantenuto i propri obiettivi di riduzione di emissioni di anidride carbonica e la situazione potrebbe peggiorare se non si costruissero nuove centrali nucleari. Nel Paese esistono anche molte centrali alimentate a gas che producono meno biossido di carbonio di quelli basati sull'utilizzo di carbone o idrocarburi pesanti, ma ultimamente si sono riscontrati problemi nella fornitura di gas in quantitativi adeguati. La posizione del nuovo primo ministro inglese dal 2007 Gordon Brown è favorevole alla ripresa dei programmi nucleari e il governo ha inoltre da poco nominato come nuovo segretario di Stato per le Finanze, l'Industria e le Riforme (Segretary of State for Business, Enterprise and Regulatory Reform) John Hutton, anch'esso favorevole al nucleare per elettrogenerazione. È previsto un finanziamento di 100 miliardi di euro per la costruzione di 22 nuovi reattori nucleari di diversa capacità in grado di rendere il Paese autosufficiente per i prossimi 30 anni.

Nella Repubblica Ceca oltre il 31% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Dukovany a Trebic e Temelin nella Boemia del sud) che dispongono complessivamente di 6 reattori attivi.

In Romania il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione nel Paese (Cernavodă nell'omonima località) che dispone di 2 reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) attivi di tipo CANDU, il primo da 653 MW netti e il secondo da 655 MW netti. Il secondo reattore è stato costruito attraverso una joint-venture fra la società canadese AECL e l'italiana Ansaldo Nucleare (divisione di Ansaldo Energia che fa capo a Finmeccanica) ed è diventato commercialmente operativo dal 1° novembre 2007.

In Slovacchia oltre il 57% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Bohunice e Mochovce, entrambe nella parte occidentale del Paese) che dispongono complessivamente di 5 reattori attivi e 2 fermati. Dal febbraio del 2005 l'ENEL è diventato proprietario del 66% dell'ente elettrico slovacco Slovenke Elektrarne e gestisce operativamente tali impianti. L'ENEL si è inoltre offerta di finanziare anche la costruzione di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi.

In Slovenia oltre il 40% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione nel Paese (Krško) che dispone di un reattore PWR da 666 MW netti. Tale centrale verrà chiusa solo nel 2023, mentre nel corso del 2007 è stato deciso di costruire una seconda centrale nucleare.

In Spagna quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 7 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 8 reattori attivi e 2 fermati. Nel 1983 è stata promulgata una moratoria dal governo socialista e si sono discussi a lungo i programmi per l'abbandono dell'energia nucleare. Si è puntato molto sull'eolico, che ormai soddisfa quasi per intero i consumi elettrici dell'Andalusia, permettendo alla Spagna di vantare il secondo posto al mondo dopo la Germania per produzione di energia eolica e un totale del 16,52% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

Nel 2004 il Presidente Zapatero disse «Manterremo il nostro compromesso di sostituzione graduale di energia atomica per altre più sicure, pulite e meno costose, in modo ordinato nel tempo e con il massimo di consenso sociale»; nel settembre del 2006 ha promesso che non rinnoverà il permesso alla centrale elettronucleare attiva più vecchia del Paese, quella di Santa Maria de Garoña a Burgos, che fu completata nel 1971 e che dovrebbe pertanto chiudere nel 2009. Zapatero ha promesso anche di non rinnovare il permesso a nessuno degli altri sette reattori attivi, che dovrebbero pertanto chiudere entro il 2014, come quasi da programma di Joaquín Almunia, che nel 1999 aveva detto «Chiuderò tutte le centrali in 15 anni e Garoña subito».

In Svezia il 48% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 3 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 10 reattori attivi (Ringhals, la più potente centrale nucleare svedese, situata a Halland a circa dieci chilometri a sud di Göteborg, con quattro reattori attivi produce da sola circa 24 TW.h l'anno, ossia il 21% del fabbisogno elettrico svedese). Vi sono anche altre 2 centrali chiuse (Agesta a Sodermanland e Barsebäck a Skane), la prima con un reattore ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) da soli 10 MW netti (servito a suo tempo per istruire i tecnici) e la seconda con due reattori BWR da 600 e 615 MW netti.

Dopo l'incidente alla Three Mile Island nel 1979, ci fu un referendum giudicato iniquo da alcuni osservatori, perché prevedeva come scelte possibili, solo tre "no al nucleare", più o meno pesanti. Dopo che il Parlamento svedese decise nel 1980 che nessuna ulteriore centrale nucleare sarebbe stata costruita, l'abbandono svedese dell'energia nucleare avrebbe dovuto essere completato entro il 2010. Nel 1997 il Riksdag, il Parlamento svedese, decise la fermata dei due reattori a Barsebäck, il primo entro il 1° luglio 1998 e il secondo prima del 1º luglio 2001, a condizione che l'energia da loro prodotta fosse stata compensata. Il governo conservatore seguente provò ad annullare la decisione ma, dopo le proteste, decise di rinviarne la scadenza al 2010. Alla fine a Barsebäck, il reattore numero 1 è stato fermato il 30 novembre 1999 mentre per il reattore 2 si è aspettato il 31 maggio 2005.

La produzione di energia delle centrali nucleari rimanenti è stata aumentata considerevolmente negli ultimi anni per compensare la dismissione di Barsebäck e, nonostante i vasti sforzi sulle fonti alternative all'energia nucleare come i combustibili fossili (nel 1998, il governo ha deciso di non costruire ulteriori impianti idroelettrici per proteggere le risorse idriche nazionali), all'inizio del 2009 è stato deciso che la Svezia non spegnerà più le centrali esistenti, e ne costruirà di nuove quando esse avranno concluso il loro "ciclo di vita" (è stato valutato che le attuali centrali nucleari resteranno in funzione fino al 2050).

D'altronde già nel marzo 2005 un sondaggio di opinione su un campione di 1 027 persone mostrò che l'83% di loro era favorevole al mantenimento o all'incremento della produzione di energia elettrica da fonte nucleare e un altro sondaggio del mese di maggio dello stesso anno che ha interpellato chi abitava nei dintorni di Barsebäck evidenziò che il 94% degli intervistati avrebbe voluto che la centrale appena chiusa fosse rimasta invece in funzione.

Nell'agosto 2006 tre dei dieci reattori nucleari del paese sono stati chiusi per motivi di sicurezza a seguito di un incidente alla centrale nucleare di Forsmark, in cui due dei quattro generatori di emergenza non sono entrati in funzione, innescando così una situazione di rischio. I sistemi di raffreddamento hanno funzionato e lo spegnimento è riuscito. L'incidente è stato classificato di livello 2 nella Scala INES. Un ulteriore reattora a Forsmark e un quinto della centrale di Ringhals sono stati scollegati per lavori di manutenzione in quanto si è evidenziato un difetto di progettazione. Con cinque dei dieci reattori totali fuori uso, la capacità di produrre energia della Svezia è calata di quasi un quinto durante quei mesi.

In Svizzera oltre il 37% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione nel Paese (Beznau a Doettingen, Gösgen a Soleure, Leibstadt a Aargau e Müehleberg a Berna) che dispongono complessivamente di 5 reattori attivi. Nella Confederazione Elvetica ci sono stati molti referendum sull'energia nucleare, a partire da quello del 1979 per la sicurezza nucleare su iniziativa dei cittadini, che fu bocciato. Nel 1984, ci fu una votazione su un'iniziativa "per un futuro senza centrali nucleari", in cui si raccolse il 55% di voti contrari contro il 45% di favorevoli. Il 23 settembre 1990 in Svizzera si tennero due nuovi referendum: l'iniziativa "Fermiamo la costruzione di centrali nucleari", che proponeva una moratoria di dieci anni sulla costruzione di nuove centrali nucleare, fu approvata con il 54,5% contro il 45,5%, mentre la proposta di abbandonare l'energia nucleare fu bocciata con il 53% contro il 47%. Nel 2000 ci fu una votazione su una tassa verde per sostenere l'energia solare, proposta che fu rifiutata col 67% dei voti. Il 18 maggio 2003 ci furono due referendum: "Elettricità senza nucleare", che chiedeva una decisione sull'abbandono dell'energia nucleare, e "Moratoria più", per un'estensione temporale della moratoria alla costruzione di nuovi impianti. Entrambi furono bocciati. I risultati furono: Moratoria Più 41,6% Sì, 58,4% No; Elettricità senza nucleare 33,7% Sì, 66,3% No.

Il programma della petizione "Elettricità senza nucleare" prevedeva di chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2033: prima le unità 1 e 2 delle centrali di Beznau, poi Mühleberg nel 2005, Gösgen nel 2009 e Leibstadt nel 2014. "Moratoria più" sosteneva l'estensione della moratoria per altri 10 anni e un termine di 40 anni per la chiusura di tutte le centrali. Per rimandare la scadenza di altri dieci anni si sarebbe dovuto tenere un altro referendum, che sarebbe costato molto denaro. Il rifiuto di "Moratoria più" sorprese molti perché i sondaggi di opinione prima del referendum avevano mostrato un buon consenso. I motivi del rifiuto in entrambi i casi sono stati individuati nel peggioramento della situazione economica.

A giugno 2008 la compagnia Atel ha sottoposto all'Ufficio Federale Svizzero dell'Energia la richiesta di approvazione della costruzione di un nuovo impianto nucleare a Gösgen, senza ancora specificare la tipologia e la taglia della centrale. La richiesta dovrà essere sottoposta a referendum popolare nel Cantone interessato.

In Ucraina oltre il 47% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione nel Paese che dispongono complessivamente di 15 reattori attivi e 2 in costruzione (come unità 3 e 4 della centrale di Khmelnitski). Vi è anche una centrale chiusa (quella di Chernobyl) con 4 reattori RBMK (LWGR secondo la nomenclatura internazionale), uno da 725 MW netti e gli altri tre (compreso il numero 4, ossia quello esploso la notte del 26 aprile 1986) da 925 MW netti. La chiusura della centrale di Chernobyl è avvenuta in più fasi: il reattore numero 2 è stato spento l'11 ottobre 1991, il numero 1 (quello da 725 MW netti) è stato fermato il 30 novembre 1996 e infine il reattore numero 3 è stato chiuso il 15 dicembre 2000 (ossia oltre 14 anni dopo l'incidente). A partire da quest'ultima data, quindi, non esistono più reattori RBMK attivi in Ucraina.

In Ungheria oltre il 37% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Paks di Tolna Megye) che dispone di 4 reattori attivi.

La Repubblica Sudafricana è l'unico Paese del continente africano dotato di centrali elettronucleari. Dispone infatti di una centrale a Koeberg (nei pressi di Città del Capo) con due reattori PWR attivi da 900 MW netti ciascuno, che genera oltre il 4% dell'energia elettrica totale prodotta nel Paese nonché di un impianto per l'arricchimento dell'uranio a Pelindaba. È attualmente perseguita una politica d'espansione basata sul reattore nucleare modulare pebble bed ed è in cantiere la sua esportazione in Cina, nonostante l'opposizione di gruppi quali Earthlife Africa e Koeberg Alert.

In Canada quasi il 16% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 5 centrali elettronucleari in funzione (Bruce, Darlington e Pickering nell'Ontario, Gentilly in Quebec e Point Lepreau in New Brunswick) che dispongono complessivamente di 23 reattori, 18 dei quali attualmente attivi.

A Cuba esiste una sola centrale elettronucleare a Juragua, equipaggiata con due reattori VVER da 417 MW ciascuno di progetto sovietico, i cui lavori sono stati interrotti nel 1995 per difficoltà finanziarie quando erano completati per il 75% per la parte civile e per il 90% per l'edificio reattore.

In Messico quasi il 5% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare del Paese (Laguna Verde a Veracruz) che dispone di due reattori BWR attivi da 680 MW netti ciascuno.

Negli Stati Uniti d'America quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 64 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 104 reattori attivi, 7 fermati e 1 in costruzione. Vi sono anche altre 20 centrali chiuse, 19 con un reattore ciascuna e una (Zion in Illinois) con due reattori. Recentemente 39 reattori hanno ottenuto il rinnovo della licenza. Sono state presentate tre domande per ottenere un Early Site Permit (permesso preventivo) e tre consorzi hanno fatto richiesta per la Combined Construction-Operating Licence. Inoltre la legge sulla politica energetica (Energy Policy Act) del 2005 contiene degli incentivi per dar ulteriore spazio a questo tipo di fonte.

Il segnale più chiaro di una ripresa nell'uso della fonte nucleare per la produzione di energia elettrica in USA sono i due ordini di aprile e maggio 2008 ciascuno per 2 nuovi reattori di tipo AP-1000 Westinghouse effettuati da parte dei due esercenti South Carolina Electric e Gas e Georgia Power.

In Argentina, il 7% circa dell'elettricità è prodotta da due centrali in funzione: la centrale di Embalse Río Tercero di Cordoba con un reattore CANDU6 da 600 MW netti e la centrale Atucha di Buenos Aires con un reattore ad acqua pesante pressurizzata tedesco (PHWR) da 335 MW netti. Nel 2001, quest'ultimo impianto è stato modificato per usare l'uranio leggermente arricchito, trasformandolo così nel primo reattore ad acqua pesante pressurizzata al mondo ad usare questo combustibile. Si è inoltre già provveduto alla costruzione di più della metà del secondo reattore (tipologicamente uguale al primo ma di potenza più che doppia). L'Argentina dispone anche di numerosi reattori usati a fini di ricerca ed esporta tecnologia nucleare.

In Brasile quasi il 4% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dalla centrale elettronucleare Angra di Rio De Janeiro che dispone di due reattori PWR attivi rispettivamente da 520 e 1275 MW netti.

In Armenia circa il 42% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare del Paese che dispone di due reattori PWR da 376 MW netti, uno dei quali non più in funzione.

In Cina quasi il 2% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione (Guangdong e Lingao a Guangdong, Qinshan a Zhejiang e Tianwan nell'omonima località) che dispongono complessivamente di 11 reattori attivi e 4 in costruzione. La Cina inoltre sta costruendo una nuova centrale Hongyanne a Liaoning con un reattore PWR da 1080 MW lordi e ben altri 25 reattori sono in progetto.

In Corea del Nord si stavano costruendo due reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) a Kumho, finché nel novembre 2003 le operazioni non vennero sospese. Il 19 settembre 2005 il paese si è impegnato ad abbandonare la costruzione di armi nucleari e ha accettato le ispezioni internazionali in cambio di aiuti energetici, che potrebbero includere uno o più reattori ad acqua leggera. Nell'accordo si legge: "Le altre parti hanno espresso i propri punti di vista e hanno convenuto di discutere al momento opportuno l'argomento della fornitura di un reattore ad acqua leggera".

In Corea del Sud oltre il 38% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione (Kori a Busan, Ulchin e Wolsong a Gyeongsangbuk-do e Yonggwang a Jeollanam-do) che dispongono complessivamente di 20 reattori attivi. Inoltre sono in fase di costruzione due nuove centrali (Shin-Kori a Busan & Ulsan e Shin-Wolsong a Gyeongsangbuk-do), la prima con due reattori PWR da 960 MW netti ciascuno e la seconda con un reattore PWR sempre da 960 MW netti.

Aumenta lentamente l'incidenza dell'energia rinnovabile, soprattutto idroelettrica.

Nelle Filippine nel 2004 il presidente Gloria Macapagal-Arroyo ha esposto la sua politica energetica. Ha intenzione di aumentare le riserve di gas e petrolio nazionali con nuovi sondaggi, di sviluppare le risorse energetiche alternative, di imporre lo sviluppo del gas naturale come combustibile e del diesel di cocco come combustibile alternativo, nonché di creare delle partnership con l'Arabia Saudita, i paesi asiatici, la Cina e la Russia. Ha anche reso pubblici i progetti di conversione della centrale nucleare di Bataan in un impianto alimentato a gas.

In Giappone quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 17 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 55 reattori attivi, 1 fermato e 1 in costruzione. Vi sono anche altre tre centrali chiuse (Fugen Atr e Monju a Fukui e Jpdr a Ibaraki) con un reattore ciascuna.

In India quasi il 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 6 centrali elettronucleari in funzione (Kaiga a Karnataka, Kakrapar a Gujrat, Madras a Tamil Nadu, Narora a Uttar Pradesh, Rajasthan nell'omonima località e Tarapur a Maharastra) che dispongono complessivamente di 17 reattori attivi e 3 in costruzione. Si stanno inoltre costruendo due nuove centrali (Kudankulam e PFBR, entrambe a Tamil Nadu), la prima con due reattori PWR da 917 MW netti e la seconda con un reattore autofertilizzante veloce (FBR) da 470 MW netti e ben altri 24 reattori sono in progetto.

L'Iran attualmente possiede un'unica centrale elettronucleare (Bushehr, nell'omonima località) in costruzione, di cui si prevede l'esercizio commerciale a metà del 2009. La centrale dispone di un reattore ad acqua leggera pressurizzata da 915 MW elettrici netti, della tipologia VVER-1000 russa. L'Atomic Energy Organization of Iran AEOI prevede anche la ripresa della costruzione dell'unità 2 di Bushehr e nell'aprile del 2007 è stata annunciata la gara per la costruzione di due reattori PWR di terza generazione di grande taglia sullo stesso sito.

In Kazakistan vi è una sola centrale elettronucleare (BN-350), con un reattore autofertilizzante veloce (FBR) da 520 MW termici, chiusa dal 22 aprile 1999. Il reattore ha funzionato per circa 27 anni sia per la produzione di energia elettrica che per la desalinizzazione dell'acqua di mare (circa 80 000 m3 al giorno). Deve essere poi ricordato che il Kazakistan possiede circa il 15% delle risorse di uranio conosciute.

In Pakistan quasi il 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dalle due centrali elettronucleari del Paese (Chashma nel Punjab e Kanupp nelle vicinanze di Karachi), la prima che dispone di due reattori PWR da 300 MW netti ciascuno (uno dei quali in costruzione) di progettazione cinese e la seconda (la prima costruita, entrata in funzione nel dicembre 1972) con un reattore ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) di concezione canadese da 125 MW netti.

Per la parte superiore



Disastro di Černobyl'

Contribuiti dei diversi radioisotopi alla radioattività (nell'aria) dopo il disastro di Černobyl'. Il grafico si basa sui dati del rapporto dell'OECD.

Il disastro di Černobyl' (in ucraino: Чорнобильська катастрофа, Čornobyl's'ka katastrofa, in russo: Чернобыльская авария, Černobyl'skaja avarija) è stato il più grave incidente nucleare della storia, l'unico al livello 7 (il massimo) della scala INES dell'IAEA.

Avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:44 presso la centrale nucleare V.I. Lenin di Černobyl' (Russo: Чернобыльская АЭС им. В.И.Ленина, Ucraino: Чорнобильська АЕС), in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia, allora repubbliche dell'Unione Sovietica. Nel corso di un azzardato test di sicurezza, un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore numero 4 della centrale causò la scissione dell'acqua di refrigerazione e l'accumulo di idrogeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle strutture di contenimento, il contatto dell'idrogeno e della grafite incandescente con l'aria che a sua volta innescò l'esplosione e lo scoperchiamento del reattore.

Una nube di materiali radioattivi fuoriuscì dal reattore e ricadde su vaste aree intorno alla centrale che furono pesantemente contaminate, rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336 000 persone. Nubi radioattive raggiunsero anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori.

Il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4 000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni.

Il bilancio ufficiale è contestato da associazioni antinucleariste internazionali fra le quali Greenpeace che presenta una stima di fino a 6 000 000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo lo specifico modello adottato nell'analisi. Altre associazioni ambientaliste, come il gruppo dei Verdi del parlamento europeo, prende le distanze dal rapporto Greenpeace, che considera una boutade con tuttavia il merito di segnalare il problema, e pur concordando sulla stima delle 65 morti accertate del rapporto ufficiale ONU, se ne differenzia e lo contesta sulle morti presunte che stima piuttosto in 30 000 ~ 60 000.

Alle ore 1:23:44 (ora locale) del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 esplose. All'esplosione del contenitore seguì il violento incendio della grafite contenuta nel nocciolo, che in alcune ore disperse nell'atmosfera una enorme quantità degli isotopi radioattivi, i prodotti di reazione contenuti all'interno. L'incidente è l'unico caso avvenuto di meltdown di un reattore a fissione, cioè la perdita di controllo della reazione a catena con collasso e fusione del nocciolo, ed è l'unico incidente nucleare ad essere classificato come livello 7 della scala INES degli incidenti nucleari.

Le esplosioni non furono di tipo nucleare – ovvero non si trattò di reazione a catena incontrollata come avviene nelle armi atomiche – bensì chimica, cioè furono la conseguenza del surriscaldamento del nocciolo: le elevatissime temperature spinsero la pressione di vapore dell'impianto di raffreddamento a livello esplosivo, e contribuirono all'esplosione le reazioni fra sostanze chimiche contenute (acqua e metalli) innescate dalle temperature raggiunte.

L'ultimo rapporto ufficiale del Chernobyl Forum, al quale partecipano fra gli altri la IAEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica), l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e l'UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sull'Effetto delle Radiazioni Ionizzanti) stila un bilancio relativamente basso in rapporto all'enorme impatto mondiale dell'incidente: 2 lavoratori della centrale sono morti nei minuti dell'esplosione. Un terzo operatore è deceduto per trombosi coronarica. È stata diagnosticata una Sindrome Acuta da Radiazione a 134 persone, tutte fra i lavoratori che sono intervenuti sul luogo dell'incidente (soccorritori di emergenza e pompieri) esposti a grandi dosi di radiazioni durante le prime ore; 28 di queste persone morirono nel 1986 per tale sindrome e altri 19 morirono fra il 1987 e il 2004, alcuni per cause non correlate alle radiazioni. Il totale numero di decessi direttamente imputabili in breve tempo all'incidente è di 68 persone, il numero include alcuni ingegneri e dirigenti della centrale e militari o pompieri e giornalisti, alcuni morti accidentalmente nelle operazioni.

Fra la popolazione – all'epoca in età 0-18 anni – alla data del 2002 sono stati registrati 4000 casi di tumore della tiroide considerati direttamente imputabili all'esposizione allo iodio-131, di questi il 99 % è guarito mentre 15 individui sono deceduti. L'azione di sorveglianza sanitaria condotta sui circa 6 milioni di persone della regione a lungo raggio intorno Černobyl' dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dagli istituti superiori di sanità di Ucraina, Russia e Bielorussia non ha potuto provare un andamento epidemiologico dei decessi dovuti a tumori e leucemie superiore al normale. Tuttavia lo stesso Chernobyl Forum stima (in base a calcoli basati su modelli radioprotezionistici e sul modello cautelativo LNT) come possibilmente imputabili al disastro di Černobyl' ulteriori 4000 decessi per tumori e leucemie sull'arco di 80 anni, corrispondenti a un incremento dello 0,3 %, decessi che non è stato e non sarà possibile osservare e distinguere statisticamente rispetto agli 1,5 milioni di persone che comunque morirà per malattie oncologiche non legate all'incidente (malattie che normalmente incidono per il 25 % fra le cause umane di decesso). Dunque non esisterà mai la possibilità di porre in correlazione la morte di singoli individui con l'aumento di radiazioni nell'ambiente. Si è registrato un modesto incremento delle malformazioni congenite in Bielorussia, ma questo in modo uguale in aree (denominate oblast) contaminate e in aree a contaminazione assente, fatto questo che si spiega meglio con un'aumentata attenzione di registrazione epidemiologica piuttosto che con un effettivo aumento dovuto all'esposizione alle radiazioni. Il bilancio ufficiale del Chernobyl Forum è stato contestato da Greenpeace, che invece stima in più di 200 000 decessi per tumori, leucemie o altre patologie come direttamente imputabili alla catastrofe di Černobyl'.

La centrale di Černobyl' è situata vicino all'insediamento di Pripyat, in Ucraina, 18 km a nord-ovest della città di Černobyl' e 110 km a nord della capitale Kiev, e dista 16 km dal confine con la Bielorussia. L'impianto era composto da quattro reattori, ognuno in grado di produrre 1 gigawatt di energia elettrica (3.2 gigawatt di energia termica); i quattro reattori, insieme, producevano circa il 10% dell'elettricità ucraina. La costruzione dell'impianto iniziò negli anni '70, il reattore numero 1 fu consegnato nel 1977, e fu seguito dai reattori 2 (1978), 3 (1981), e 4 (1983). Altri due reattori (i 5 e 6, da 1 GW ciascuno) erano in fase di costruzione quando si verificò l'incidente.

I reattori erano di tipo RBMK-1000, un reattore a canali, moderato a grafite e refrigerato ad acqua. Una caratteristica di questo reattore è quella di avere un coefficiente di vuoto positivo, cioè, con l'aumentare delle quantità di vapore presente nel refrigerante, la reazione a catena, anziché diminuire, aumenta. Tale caratteristica è vietata nei reattori occidentali per motivi di sicurezza. In un ipotetico reattore "intrinsecamente sicuro" se il liquido refrigerante manca, il reattore dovrebbe essere in grado di spegnersi autonomamente senza interventi umani o di mezzi meccanici. Nei reattori con uno standard di sicurezza accettabile devono essere comunque evitate le caratteristiche costruttive che implicano un aumento della reazione in caso di malfunzionamento. Il reattore RBMK ha anche un coefficiente di potenza positivo: cioè al crescere della potenza termica erogata, si produce anche un aumento della reazione nucleare nel nocciolo.

Il fine del reattore era la produzione di elettricità per uso civile e di plutonio ad uso militare. Per aumentare l'efficienza del sistema erano state adottate alcune soluzioni tecniche che ne diminuivano la sicurezza. Innanzitutto la scelta della grafite come moderatore accoppiata all'uso dell'acqua leggera come refrigerante, soprattutto per migliorare l'economia neutronica e facilitare quindi la produzione di plutonio-239. Ai progettisti era noto il fatto che i coefficienti di vuoto e potenza positivi, in aggiunta a un refrigerante che assorbe neutroni come l'acqua, e a un moderatore solido (grafite) erano caratteristiche che in determinate condizioni avrebbero potuto rendere instabile il reattore. In fase di progetto però fu impossibile eliminare il problema dei parametri principali a meno di rinunciare alla caratteristica economica considerata più importante, cioè la possibilità di usare uranio naturale, non arricchito, con costi molto vantaggiosi.

Poco dopo il suo completamento, fu aperta un'indagine a cura del KGB per verificare le effettive carenze strutturali e l'eventuale povertà di materiali usati. Lo stesso presidente di allora del KGB, Jurij Andropov si assunse la responsabilità di verificare di persona la correzione degli errori strutturali.

Il 26 aprile 1986 alle ore 01:23:44 locali, nel corso di una prova, definita di sicurezza, in cui si voleva verificare se la turbina accoppiata all'alternatore potesse continuare a produrre energia elettrica sfruttando l'inerzia del gruppo turbo-alternatore anche quando il circuito di raffreddamento non producesse più vapore, vennero disabilitati alcuni circuiti di emergenza. In particolare si voleva colmare il lasso di tempo di 40 secondi che intercorreva tra l'interruzione di produzione di energia elettrica del reattore e l'intervento del gruppo diesel di emergenza.

Riguardo le cause dell'incidente esistono due ipotesi contrastanti. La prima, pubblicata nell'agosto 1986 attribuiva tutta la responsabilità agli operatori dell'impianto; la seconda, pubblicata nel 1991, attribuiva l'incidente anche a debolezze intrinseche nel progetto del reattore nucleare RBMK, in particolare a un errore di progettazione delle barre di controllo. A prescindere dalla valutazione sulla responsabilità di singole persone o azioni, nel complesso l'evento appare il risultato di una impressionante somma di fattori di rischio che riguardano sia le caratteristiche intrinseche fondamentali del tipo di macchina e di alcuni suoi particolari, sia del sistema di gestione economico e amministrativo per cui la centrale elettrica risultava priva di personale qualificato, infine per la scelta di un "esperimento" nelle ore dell'incidente che fu compiuto con errori di coordinamento e manovre particolarmente incaute e sfortunate.

Un dato importante è che gli operatori della centrale non erano a conoscenza dei problemi tecnici del reattore. Secondo uno di loro, Anatoliy Dyatlov, i progettisti sapevano che il reattore era pericoloso in certe condizioni, ma avevano nascosto intenzionalmente tale informazione ai tecnici. Le caratteristiche del reattore RBMK non erano note al pubblico, assimilandole a questioni militari. In aggiunta il personale dell'impianto era composto per la maggior parte da operatori non qualificati per il reattore RBMK: il direttore, V.P. Bryukhanov, aveva esperienza di impianti a carbone; anche il capo ingegnere, Nikolai Fomin, proveniva da impianti convenzionali; anche Anatoliy Dyatlov, capo ingegnere dei reattori 3 e 4 aveva solo una limitata esperienza con reattori nucleari per lo più su piccoli esemplari di reattori VVER progettati per i sottomarini nucleari sovietici.

In particolare gli operatori disattivarono i sistemi di sicurezza del reattore, che è proibito dai manuali operativi dell'impianto. Secondo il rapporto dell'agosto 1986 della commissione governativa, gli operatori estrassero completamente dal nocciolo almeno 204 barre di controllo delle 211 presenti, lasciandone inserite solo 7. Anche questa condizione è vietata dai manuali operativi, che pongono a 30 il numero minimo assoluto di barre nel reattore RBMK-1000 in funzione.

Resta da considerare inoltre che nel 1982 il reattore numero 1, a causa di manovre errate effettuate dal personale tecnico, ha subito la distruzione dell'elemento centrale del reattore. L'esplosione, seppur infinitamente più piccola di quella del 26 aprile 1986, ha causato il rilascio di radioattività nell'atmosfera. Il fatto non è mai stato reso pubblico prima dell'incidente del 1986. Non sono state prese alcune misure di sicurezza e l'impianto non è stato assolutamente migliorato per far fronte a futuri altri problemi.

Il 25 aprile 1986 era programmato lo spegnimento del reattore numero 4 per normali operazioni di manutenzione. Si approfittò della recente fermata per manutenzione del reattore per eseguire un test che - per ironia del destino - era considerato destinato a incrementare la sicurezza. Si trattava di valutare la capacità delle turbine di generare elettricità sufficiente per alimentare i sistemi di sicurezza anche in assenza di rete elettrica. In particolare l'energia prodotta dal momento inerziale delle turbine sarebbe servita ad alimentare le pompe dell'acqua refrigerante del reattore, nel caso fosse improvvisamente venuta a mancare l'alimentazione elettrica esterna. I reattori come quello di Černobyl avevano ciascuno due generatori diesel di emergenza a questo scopo, ma non erano attivabili istantaneamente. L'obiettivo del test era sfruttare il momento d'inerzia residuo nelle turbine ancora in rotazione, ma disconnesse dal reattore, per alimentare le pompe per il tempo necessario all'avvio dei generatori diesel. Il test era già stato condotto su un altro reattore (ma con tutti i sistemi di sicurezza attivi) ed aveva dato esito negativo, cioè l'energia elettrica prodotta dall'inerzia delle turbine era insufficiente ad alimentare le pompe. Erano state apportate quindi delle migliorie alle turbine, che richiedevano un nuovo test di verifica. La finalità ultima di questi test era forse quella di migliorare la resa energetica dei reattori. L'eventuale possibilità di alimentare le pompe con l'inerzia, infatti, avrebbe garantito un aumentato standard di sicurezza - avviare più rapidamente il sistema refrigerante - tale da consentire un utilizzo di pieno regime del reattore.

La potenza del reattore numero 4 doveva essere ridotta, dai normali 3200 MW termici a 1000 MW termici, per condurre il test in sicurezza. Tuttavia l'inizio del test fu ritardato di 9 ore a causa di un guasto sulla rete elettrica civile che comportò una richiesta di non ridurre immediatamente la fornitura di energia. Fissato un nuovo orario per il test (l'una di notte) gli operatori cominciarono a ridurre la potenza troppo rapidamente. Non vi era in sala controllo un ingegnere nucleare con piena competenza di tutte le caratteristiche specifiche di questo reattore. Le barre di controllo vennero introdotte troppo profondamente, causando conseguentemente un crollo della potenza oltre quanto ci si aspettasse, raggiungendo il livello bassissimo di soli 30 MW termici. Intervenne quindi un effetto di feedback dovuto alla produzione di xeno-135 nella fase di raffreddamento di reattore. Come conseguenza del calo, infatti, la concentrazione di xeno-135 aumentò ulteriormente (normalmente quest'assorbitore di neutroni è in concentrazione di equilibrio proporzionale alla potenza del nocciolo e tende invece ad aumentare in quantità nella prima fase di riduzione della potenza per poi decadere e scomparire).

Sebbene il calo di potenza fosse vicino al massimo ammesso dalle norme di sicurezza, si decise di non eseguire lo spegnimento completo, e di continuare l'esperimento. Con una manovra di correzione contraria alle procedure corrette, la sala controllo decise di far risalire nuovamente la potenza, per accelerare l'andamento dell'esperimento, riuscendo però a far risalire la potenza solo fino 200 MW termici. Le manovre di aumento di potenza avevano forse l'intento di contrastare l'eccesso di xeno-135 che assorbiva neutroni, ma per raggiungere lo scopo furono estratte quasi tutte le barre di controllo, incluse molte barre di controllo manuali, ben oltre i limiti delle norme di sicurezza che prevedono di lasciare almeno 30 barre di controllo inserite. Secondo la cronologia dell'esperimento ciò avvenne così: alle 01:05 del 26 aprile le pompe dell'acqua furono alimentate direttamente dalle turbine dei generatori, ma la quantità di acqua immessa superò i limiti di sicurezza. Il flusso di acqua aumentò, e poiché l'acqua assorbe neutroni, si ebbe un ulteriore blocco di potenza e così alle 01:19 si decise la rimozione anche delle barre di controllo manuali. Questa azione ebbe conseguenze catastrofiche. L'ultima azione aveva portato il reattore in una situazione molto instabile e pericolosa, all'insaputa degli operatori. L'instabilità del reattore non era riportata in alcun modo sui pannelli di controllo, nessuno degli operatori in sala controllo era conscio del pericolo. Essi infatti non conoscevano le proprietà dello xeno-135, che assorbendo i neutroni può nascondere la reale attività del nocciolo, ma il cui effetto viene meno rapidamente quando il gas decade.

Alle 01:23:04 si iniziò l'esperimento vero e proprio. Venne staccata l'alimentazione alle pompe dell'acqua, che continuarono a girare per inerzia. La turbina fu scollegata dal reattore; con il surriscaldamento dell'acqua, i tubi si riempirono di sacche di vapore. Il reattore RBMK ha un coefficiente di vuoto molto positivo e quindi la reazione crebbe rapidamente al ridursi della capacità di assorbimento di neutroni da parte dell'acqua di raffreddamento, diventando sempre meno stabile e sempre più pericoloso.

A causa della lenta velocità del meccanismo d'inserimento delle barre di controllo (che richiede 18-20 secondi per il completamento) e dell'estremità (estensori) in grafite delle barre, lo SCRAM causò un rapido aumento della reazione. Infatti, nei primi secondi le estremità in grafite delle barre rimpiazzarono nel reattore un uguale volume di acqua di raffreddamento. Ora, l'acqua refrigerante assorbe neutroni mentre la grafite funge da moderatore portando i neutroni alla velocità ottimale per la reazione. La conseguenza fu che all'inizio dell'inserzione delle barre la reazione venne accelerata improvvisamente producendo un aumento enorme di potenza nel reattore. L'improvviso aumento di temperatura deformò i canali delle barre di controllo che stavano scendendo, al punto che le barre si bloccarono a circa un terzo del loro cammino, e quindi non furono più in grado di arrestare una reazione in cui l'aumento di potenza diveniva incontrollato a causa del coefficiente di vuoto positivo.

Così, dopo soli sette secondi dall'inizio dell'inserzione delle barre - alle 01:23:47 - la potenza del reattore raggiunse i 30 GW termici, dieci volte la potenza normale. Le barre di combustibile iniziarono a fratturarsi bloccando le barre di controllo con la grafite all'interno, quindi il combustibile cominciò a fondere; inoltre alle alte temperature raggiunte l'acqua all'interno del reattore reagì chimicamente con lo zirconio, di cui sono in genere fatte le tubazioni degli impianti nucleari, dissociandosi e producendo grandi volumi di idrogeno gassoso.

La pressione del vapore e del gas aumentò fino a causare la rottura delle tubazioni e quindi il contatto fra vapore, grafite incandescente, idrogeno e aria. L'esplosione di vapore dall'interno del nocciolo risalì lungo i canali e la pressione generò un'enorme esplosione che fece saltare la copertura del recipiente ermetico del reattore: il disco di copertura pesante oltre 1000 tonnellate in acciaio e calcestruzzo fu proiettato in aria, con le tubazioni dell'impianto di raffreddamento e le barre di controllo, e ricadde verticalmente sull'apertura lasciando il reattore scoperto.

L'esplosione distrusse il solaio, fece crollare gran parte del tetto dell'edificio e danneggiò il tetto dell'adiacente locale turbine; i frammenti di grafite si sparsero nella sala principale e intorno all'edificio. Il nocciolo del reattore si trovò così scoperchiato e all'aperto, a contatto con l'atmosfera. Dall'esplosione si sollevò un'alta colonna di vapore ionizzato. Al contatto con l'ossigeno dell'aria, per le altissime temperature dei materiali del nocciolo, nel reattore divampò un violento incendio di grafite che coinvolse i materiali di copertura del tetto e altre sostanze chimiche presenti. Questo incendio contribuì in misura enorme alla diffusione di materiali radioattivi nell'atmosfera.

Per ridurre i costi, l'impianto era stato costruito con un contenimento parziale, che escludeva la sommità del reattore e questo ha consentito la dispersione dei contaminanti radioattivi nell'atmosfera. C'è però da riflettere sul fatto che l'esplosione dell'idrogeno sarebbe in ogni caso stata difficile da contenere, in quanto in genere anche i più massicci contenimenti secondari in calcestruzzo non resistono oltre le 2-3 atmosfere di pressione. L'incendio della grafite ormai esposta all'aria contribuì ulteriormente alla diffusione di materiale radioattivo nell'ambiente, anche se il movimento d'aria impedì al nocciolo di fondere.

Ci sono alcune controversie sulla sequenza degli eventi dopo le ore 01:22:30 a causa di incongruenze fra i testimoni oculari e le registrazioni. La versione comunemente accettata è quella descritta sopra. Secondo questa ricostruzione la prima esplosione avvenne intorno alle 01:23:44, sette secondi dopo il comando di SCRAM. Talvolta però è stato detto che l'esplosione avvenne prima o immediatamente dopo lo SCRAM (questa era la versione di lavoro della commissione sovietica di studio sull'incidente). La distinzione è importante poiché, se il reattore è esploso diversi secondi dopo lo SCRAM come risulta dall'ultima ricostruzione accertata, il disastro sarebbe da attribuirsi principalmente al progetto delle barre di controllo. Se l'esplosione fosse da anticipare allo SCRAM, la causa sarebbe da attribuire maggiormente alle azioni degli operatori.

A complicare la ricostruzione alle ore 01:23:47 fu registrato, nell'area di Černobyl', un debole evento sismico di magnitudo 2,5. Inoltre il tasto di SCRAM fu premuto più di una volta, ma la persona che l'ha fatto materialmente è deceduta due settimane dopo l'incidente per l'esposizione prolungata alle radiazioni.

Nel gennaio 1993 la AIEA ha rivisto l'analisi dell'incidente attribuendo la causa principale al progetto del reattore e non agli operatori. Nel 1986 la stessa AIEA aveva indicato negli operatori la causa principale dell'incidente.

Immediatamente furono mandati operatori della centrale per effettuare rilevamenti, attrezzati di soli contatori Geiger e mascherine di tipo chirurgico. Un operatore incaricato tornò con dei dati sconcertanti. Le radiazioni nei pressi del reattore misuravano ben 20 000 Röntgen/ora. Considerato che in una città europea la pietra misura circa 20 micro-Röntgen, ovvero 0,00002 Röntgen, il valore rilevato nei pressi della centrale era 1 miliardo di volte superiore a quello naturale. Sono sufficienti 500 Röntgen per uccidere un essere umano distribuiti in un lasso di 5 ore. Molti operatori furono esposti ad una dose mortale di radiazioni nell'arco di pochi minuti. Solo una piccola parte degli strumenti di rilevazione a disposizione erano in grado di effettuare misure fino a 360'000 Röntgen/ora (R/h); molti di quelli impiegati arrivavano ad un massimo di 3,6 R/h. In alcune zone, visto che la propagazione delle radiazioni è a macchia di leopardo, i valori stimati superavano di oltre 5000 volte il valore riportato dagli strumenti meno efficienti. A causa dei valori fuori scala riportati, il capo ingegnere Alexander Akimov suppose quindi che il reattore fosse ancora intatto. Nonostante questo rimase, senza alcun indumento protettivo, nel reattore n°4 della centrale assieme alla sua squadra. Morì assieme ad altri suoi colleghi a distanza di pochi giorni, nel maggio del 1986, per la prolungata esposizione alle radiazioni.

Le misure di sicurezza adottate immediatamente dopo il verificarsi dell'esplosione coinvolsero migliaia di vigili del fuoco e militari accorsi immediatamente sul luogo del disastro. Benché la situazione apparve nell'immediato critica, la città di Pripyat non venne evacuata immediatamente. Il mattino del 26 aprile 1986 è stato documentato da Vladimir Shevchenko che, non consapevole dei rischi a cui era sottoposto, si avventurò nella zona fortemente contaminata senza alcuna precauzione e a causa delle radiazioni si ammalò e morì anche lui dopo lunga malattia. Nel suo filmato sono visibili le migliaia di mezzi dell'esercito accorsi sul luogo. Peraltro quel 26 aprile gli operai impegnati nella costruzione dei reattori 5 e 6 andarono regolarmente al lavoro; nessuno li aveva avvertiti.

La squadra capitanata dal tenente Vladimir Pravik arrivò sul luogo del disastro per prima con il comando di spegnere un incendio causato da un corto circuito. Non erano stati informati della tossicità dei fumi e del materiale caduto dopo l'esplosione nell'area circostante la centrale. Alle 5:00 del mattino alcuni incendi sul tetto e attorno all'area erano stati estinti. Pravik morì il 9 maggio 1986, 13 giorni dopo l'esplosione e così morirono altri vigili del fuoco in azione la mattina del 26 aprile 1986.

Il reattore continuò a bruciare per giorni e venne spento con l'ausilio di elicotteri che sganciarono tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia, unici materiali in grado di estinguere un incendio di tale natura. Si ricordano le vittime dell'elicottero precipitato durante una manovra di sgancio materiali il cui equipaggio era composto da quattro giovani piloti: Volodymyr Kostyantynovyc Vorobyov, Oleksandr Yevhenovich Yunhkind, Leonid Ivanonovych Khrystych e Mykola Oleksandrovich Hanzhuk.

Il governo sovietico inizialmente cercò di tenere nascosta la notizia di un grave incidente nucleare. Impiegarono diversi giorni per rendersi conto della gravità del fatto ma nonostante la situazione risultasse da subito disperata un velo di omertà si stese sull'URSS.

La mattina del 27 aprile, nella relativamente vicina Svezia, alcuni lavoratori in ingresso alla centrale di Forsmark fecero scattare l'allarme ai rivelatori di radioattività. Si suppose, visto l'elevato livello dei dati, che vi fosse una falla all'interno della centrale e i responsabili cominciarono immediatamente a fare controlli in tutti gli impianti. Assicuratisi che le loro centrali erano perfettamente in sicurezza, cominciarono a cercare altrove la fonte delle radiazioni e giunsero così fino in Unione Sovietica. Chiesero spiegazioni al governo e chiesero loro perché non era stato avvisato nessuno. Dapprima il governo sminuì la cosa ma ormai gli svedesi, con i loro controlli, avevano messo al corrente l'Europa intera che un grave incidente era occorso in una centrale sovietica. Il mondo intero cominciò a fare pressione e finalmente rilasciarono le prime e scarne dichiarazioni sull'incidente che fecero il giro del mondo. Intanto sull'Europa intera si riversavano piogge contaminate e le radiazioni si spargevano a macchia di leopardo su campi, villaggi, città.

La commissione d'inchiesta capitanata da Valeri Legasov giunse a Pripyat la sera del 26 aprile. Viste le condizioni di numerose persone già sotto terapia decisero la notte del 27 aprile l'evacuazione della città. Fu detto ai cittadini di portare con sé pochi effetti personali, che sarebbero stati trasferiti in misura precauzionale e che in breve tempo avrebbero potuto far ritorno alle loro abitazioni.

Le autorità sovietiche iniziarono ad evacuare la popolazione dell'area circostante Černobyl' 36 ore dopo l'incidente. Giunsero da Kiev decine di autobus che successivamente vennero abbandonati in una sorta di cimitero nella zona interdetta, dove ancora oggi si possono osservare migliaia di mezzi utilizzati per lo sgombero e la gestione della zona. Molti sono veicoli militari. L'evacuazione è stata documentata da Michail Nazarenko e si può notare la sottile calma che quel giorno imperversava in città. Nessuno era realmente conscio di ciò che stava accadendo. Decine di persone si soffermarono fino a tardi, la notte dell'esplosione, per ammirare la luce scintillante sopra il reattore. Vennero direttamente bombardati dalle radiazioni. Nel maggio 1986, circa un mese dopo, tutti i residenti nel raggio di 30 km dall'impianto, circa 116.000 persone, erano stati trasferiti.

Una volta spento l'incendio e tamponata la situazione di emergenza, negli anni successivi si procedette alle operazioni di recupero e di decontaminazione dell'edificio e del sito del reattore e delle strade intorno, così come alla costruzione del sarcofago. Incaricati di queste operazioni furono i cosiddetti liquidatori (recovery operation workers). In base a leggi promulgate in Bielorussia, Russia e Ucraina, 600.000 persone, fra militari e civili, ricevettero speciali certificati e la associata medaglia che confermavano il loro status di "liquidatori". Sebbene altre stime basate su registri nazionali parlino di 400.000 e altre ancora 800.000. In ogni caso, fra il totale dei liquidatori la popolazione costituita dai 226.000 ~ 240.000 che operarono nella zona in un raggio di 30 Km e negli anni 1986 e 1987 è quella che ricevette la dose di radiazioni più critica. Il resto lavorò in aree oltre i 30 Km oppure negli anni fra il 1988 e il 1990, quando il livello di radiazioni si era già notevolmente abbassato. I primi liquidatori furono coloro che vennero incaricati di prelevare i blocchi di grafite dal tetto per gettarli a braccia dentro allo squarcio dove si trovava il reattore. Vennero informati a questo punto dei rischi e moltissimi non indugiarono un momento pur essendo consapevoli che avrebbero potuto morire di li a poco. Erano sottoposti a turni di 40 secondi l'uno. Dovevano uscire sul tetto, caricare a braccia un blocco di grafite di circa 50 chilogrammi di peso e buttarlo il più rapidamente possibile nello squarcio. Alcuni dovevano invece, con l'ausilio di un badile, spalare i detriti sempre all'interno del reattore. Erano protetti da indumenti che potevano garantire soltanto un minimo di protezione dalle radiazioni. Fu promesso loro che al termine di un monte ore di servizio sul sito del disastro avrebbero avuto il diritto alla pensione anticipata di tipo militare. Tra i liquidatori c'erano numerosi civili provenienti da tutta l'ex Unione Sovietica.

Il 9 maggio 1986, le 5000 tonnellate di boro, dolomia, argilla e carburo di boro scaricate nei primi giorni sul reattore per spegnere l'incendio della grafite, gravarono tanto sul reattore già distrutto e crollarono ulteriormente dentro la voragine. Da questo ulteriore crollo si sprigionò una nuova nuvola radioattiva che causò un rilascio di materiale di fissione che si sparse in un raggio di 35 chilometri, già evacuati, attorno alla centrale.

Secondo gli esperti vi erano buone possibilità che il nocciolo ancora incandescente e pieno di attività potesse sprofondare ulteriormente arrivando a contatto con l'acqua delle falde, causando così nuove esplosioni e la fusione del nocciolo. Vennero chiamati dei minatori che lavorarono a braccia sotto il reattore scavando un tunnel per isolare la struttura soprastante dal terreno. Spesso le mascherine protettive rendevano loro difficoltosa la respirazione, costringendoli a lavorare in condizioni al limite del sopportabile. Molte precauzioni non furono adottate e per questo anche tra i minatori ci furono molte vittime.

Tra i 600.000 liquidatori si trovano anche coloro che si adoperarono per la costruzione del sarcofago esterno. I primi due anni 1986-1987 furono 226.000 ~240.000 che si alternarono per la pulizia e la realizzazione dello scudo protettivo. Il reattore necessitava di essere isolato assieme ai detriti dell'esplosione al più presto possibile, che comprendevano 180 tonnellate di combustibile e pulviscolo altamente radioattivo e 740.000 metri cubi di macerie contaminate. Fu quindi progettata la realizzazione di un sarcofago di contenimento per far fronte all'emergenza. Viste le necessità furono impiegati una fila di camion come fondamenta delle pareti di cemento, per un totale di 300.000 tonnellate, erette per il contenimento del reattore e la struttura portante del sarcofago sono le stesse macerie del reattore numero 4 e materiale metallico (1.000 tonnellate), il che rende il complesso sia instabile che poco sicuro. La volta è sostenuta da tre corpi principali che sorreggono la copertura superiore costituita da tubi di 1 metro di diametro e di pannelli di acciaio. La parete sud è realizzata prevalentemente da pannelli di acciaio che alzandosi per alcune decine di metri si inclinano di circa 115 gradi per poi concludere verticalmente formando il tetto. La parete est è la parete non collassata dello stesso reattore mentre la parete a nord è un puzzle di acciaio, cemento e mura semidistrutte. La parete ovest, quella più spesso impressa sulle foto, per la sua complessità è stata realizzata a parte e poi montata con l'ausilio di gru sulla facciata.

È stato creato a tempo record tra il maggio ed il novembre 1986 ma ogni anno, proprio per la povertà dei materiali usati e per la mancanza di una più seria progettazione, nuove falle si aprono sulla struttura, per un totale di oltre 1000 metri quadrati di superficie. Alcune fessure raggiungono dimensioni tali da potervi lasciar passare tranquillamente un'automobile, pari a circa 10/15 metri di diametro. La pioggia vi si infiltra all'interno e rischia di contaminare le falde seppur sotto il reattore sia stato costruito a braccia un tunnel per isolare il nocciolo fuso dal terreno. Circa 2.200 metri cubi di acqua si riversano all'interno del sarcofago ogni anno facendo aumentare di 10 volte il peso delle fondamenta che va da un minimo di 20 fino ad un massimo di 200 tonnellate per metro quadrato. Il basamento è sprofondato di 4 metri permettendo l'infiltrarsi di materiale radioattivo nelle falde acquifere che sono correlate ai fiumi Pripyat e Dnepr che a loro volta portano il loro carico fino al mar Nero. 30 milioni di persone lungo il corso dei fiumi si servono di essi. La temperatura all'interno del sarcofago, raggiunge in alcuni punti, ancora oggi, 1.000 gradi centigradi in prossimità del nocciolo, e tale temperatura contribuisce al costante indebolimento e alla deformazione della struttura.

L'attuale sarcofago non è mai stato dichiarato come una struttura di contenimento permanente. Ad aggravare la situazione è la sismicità della zona del Pripyat.

All'interno del sarcofago si trovano quindi le macerie dell'intera struttura che conteneva il reattore. Si impiegò moltissimo per poter conoscere cosa si trovava sotto le macerie e i detriti scaricati. I tecnici in azione in quel periodo critico riferiscono che era terribile lavorare in quelle condizioni sempre con un contatore Geiger a portata di mano e che spesso rilevavano una radioattività tollerabile come 1 o 5 R/h ma spesso bastava voltare l'angolo per dover scappare davanti a 500 R/h. Dopo la costruzione dello scudo di acciaio e cemento, nelle pareti in muratura interne rimaste, sono stati effettuati dei buchi per ispezionare mediante l'uso di telecamere ed apparecchiature radiocomandante la condizione interna dell'edificio semidistrutto. Inizialmente i tecnici e gli operatori supposero di trovare il reattore sepolto là sotto tra le macerie ma con loro grande stupore, si resero conto che non era rimasto più niente. Dopo breve tempo si resero conto che si era letteralmente sciolto assieme al nocciolo, colando lungo i piani sottostanti. La lava radioattiva ha formato una stalagmite dalla curiosa forma che assomiglia ad un "piede d'elefante" e proprio così è stata ribattezzata. È formata dal reattore e dal nocciolo fusi ed è composta da uranio, cesio, plutonio, grafite ed altro materiale. È altamente radioattiva ed un essere umano morirebbe intossicato nell'arco di pochi minuti o secondi se si avvicinasse. Il video del Piede d'elefante è stato realizzato tramite apparecchiatura radiocomandata. Resterà radioattivo per migliaia di anni.

Nel 1997 al vertice del G7 a Denver, fu fondata la Chernobyl Shelter Fund per raccogliere fondi per mettere in sicurezza il reattore. Il nuovo progetto prevede la costruzione di un nuovo sarcofago di diversa concezione, realizzato con materiali più sicuri e montato su binari. La struttura a cupola successivamente dovrebbe essere spinta fino sopra il vecchio sarcofago così da evitare agli addetti ai lavori l'esposizione diretta alle radiazioni. Nel 1998 il costo stimato per la sua progettazione e realizzazione raggiungeva i 780 milioni di dollari. Ora è levitato oltre il miliardo di dollari. Metterebbe in sicurezza il sito per circa 100 anni. La Shelter Implementation Plan (SIP) è una cooperativa che si adopera per raccogliere i fondi per la realizzazione della nuova cupola, che la sola Ucraina non sarebbe in grado di supportare. La SIP è composta e supportata dall'Unione Europea, dagli Stati Uniti e dalla stessa Ucraina. Le uniche modifiche apportate al sarcofago fino ai nostri giorni sono state la realizzazione di accessi per la manutenzione ed il monitoraggio del tetto ed un sistema per il controllo delle polveri.

Il progetto del nuovo sarcofago (NSC) prevede la realizzazione di una struttura a doppia volta (una sopra l'altra) di altezza massima pari a 92.5 metri e costituita da un totale di 85 elementi. Parte della struttura verrà costruita esternamente al sito e verrà assemblato il tutto a 180 metri di distanza dal reattore. Gli archi saranno composti da materiale tubulare d'acciaio resistente e relativamente leggero per diminuire il peso della struttura e i costi d'assemblaggio e successivamente verranno ricoperti con tre strati di pannelli poi ulteriormente rivestiti di Lexan, resina termoplastica di policarbonato in grado di prevenire l'accumularsi di particelle radioattive tra i vari corpi della volta. Tra l'arco superiore, di campata pari a 270 metri e quello inferiore, di campata pari a 240 metri, intercorre nel punto più alto uno spazio di 12 metri. Saranno realizzate 12 doppie volte di una lunghezza di 13,5 metri e una volta assemblate formeranno un unico corpo lungo oltre 150 metri. Dopodiché verranno costruite delle pareti laterali e non verranno più sfruttate le macerie ed il vecchio sarcofago come struttura portante. Si cercherà di rendere il tutto meno pesante possibile e gli scavi per la costruzione delle fondamenta saranno minimi per evitare di smuovere terreno in superficie ancora fortemente contaminato formato da terra, sabbia, detriti della costruzione del primo sarcofago e scorie radioattive. Verranno posati dei binari per spostare la struttura direttamente sopra il sarcofago così da evitare agli operai che realizzeranno la struttura l'esposizione alle radiazioni. Il progetto finito il 12 febbraio 2004 è stato approvato un mese dopo dal governo Ucraino, ma è ancora sottoposto a continue verifiche e non si sa precisamente quando e come verrà realizzato. Il 26 aprile 2007 venne dichiarato che il sito di costruzione è in fase di preparazione ma l'articolo non specifica altro. Il 17 settembre 2007 la BBC ha dichiarato che stanno susseguendosi i lavori. Sono previsti 5 anni per il completamento del NSC, ma la mancanza dei fondi necessari e i continui intoppi burocratici ed economici potranno far subire alterazioni alle stime di realizzazione.

Allo scopo di stilare un bilancio scientifico delle vittime, dei danni alla salute e all'ambiente, l'ONU ha promosso un incontro istituzionale, denominato Chernobyl Forum, al quale hanno preso parte fra gli altri l'Organizzazione Mondiale della Sanità, gli istituti superiori di sanità di Russia, Bielorussia e Ucraina, l'UNSCEAR, la IAEA, la FAO etc. con l'assistenza di più di 100 esperti internazionali. Dopo vari incontri, il Chernobyl Forum ha fornito un bilancio che risulta molto meno drammatico di quanto la sensazione collettiva si aspettasse. In particolare, il bilancio delle vittime risulta essere di 65 morti accertati con sicurezza, le cause della cui morte sono così stabilite: 2 lavoratori della centrale morti sul colpo a causa dell'esplosione; 1 per trombosi coronarica; fra i 1057 soccorritori di emergenza, 134 hanno contratto la sindrome acuta da radiazioni e di questi 28 sono morti nei mesi successivi; dei 134 altri 19 sono morti negli anni fra il 1987 e il 2005, ma per varie cause non necessariamente e direttamente imputabili all'esposizione alla radiazione, anzi in molti casi sicuramente no; fra la popolazione all'epoca di età 0-18 anni si sono registrati negli anni 1986-2005 4000 casi di tumore alla tiroide, 9 sono morti per degenerazione del tumore, e altri 6 sono morti ma per cause diverse non imputabili al tumore. 4 morti per la caduta dell'elicottero dal quale stavano spegnendo le fiamme. A rigore dunque, anche fra i morti accertati come sicuramente dovuti al disastro, la cifra di 65 è da considerarsi in eccesso, essendo invece la cifra di 30 morti (i 2+28 riportati nel rapporto del 2000 dell'UNSCEAR) una stima per difetto, e forse più aderente alla realtà.

L'azione di sorveglianza epidemiologica condotta dagli istituti superiori di sanità di Russia, Bielorussia e Ucraina, così come anche dall'OMS, su liquidatori, evacuati e popolazione residente (5 milioni) a lungo raggio, non ha evidenziato aumento rispetto alla situazione precedente al disastro né di leucemie, né di tumori solidi altri che il tumore alla tiroide, né infine di anomalie genetiche, malformazioni congenite alla nascita, aborti spontanei o riduzione della fertilità. Tuttavia sempre il Chernobyl Forum stima in aggiuntive 4000 morti presunte in eccesso per leucemie e tumori su un arco di 80 anni, morti che non è stato né sarà possibile rivelare epidemiologicamente, distinguere statisticamente rispetto a fluttuazioni casuali, evidenziare rispetto alle circa 1 000 000 di persone che comunque morirà per malattie oncologiche per cause non legate all'incidente. Tumori e leucemie infatti normalmente incidono in media per un 20~25% dei decessi naturali nella popolazione umana.

Il rapporto del Chernobyl Forum è stato però contestato dal gruppo dei Partito Verde Europeo del parlamento europeo che ha stilato un rapporto alternativo denominato TORCH (ovvero The Other Report on Chernobyl). Il rapporto TORCH concorda col Chernobyl Forum sulla stima dei 65 morti sicuri, ma se ne distingue sulla stima dei morti presunti. In particolare evidenzia come nel rapporto del Chernobyl Forum oltre ai 4000 morti presunti fra liquidatori, evacuati e popolazione residente in aree a stretto controllo, si parla di un ulteriore 0,6% di casi in più per tumori e leucemie fra la popolazione residente in aree debolmente contaminate (5 milioni), che ammonterebbe a ulteriori 5000 morti presunti in più, per arrivare dunque a un totale di 9000 morti presunti. Il TORCH va oltre e, considerando anche la popolazione residente in tutta Europa e persino in tutto il mondo raggiunta da contaminazioni molto deboli, fino anche a meno di 37 KBq/m², e considerando il modello LNT (Linear No-Threshold model), arriva a fornire ulteriori 30 000 - 60 000 decessi in eccesso su tutta la popolazione mondiale che comunque sarà del tutto impossibile evidenziare, essendo una frazione inferiore allo 0,005% di tutti quelli (1 miliardo e 200 milioni) che comunque moriranno per tumori e leucemie dovuti a cause naturali.

Come risulta dalle tabelle, per comprendere il bilancio del disastro è necessario analizzarne gli effetti, in termini di radiazioni assorbite, malati e mortalità in eccesso, su diverse popolazioni da considerare separatamente: il personale della centrale e i soccorritori delle prime ore (emergency workers); la popolazione di età 0-18 al 1986 residente in zone a partire da 37 KBq/m²; i liquidatori che lavorarono al recupero dal 1986 al 1990; tutta la popolazione a largo raggio residente in zone a partire da 37 KBq/m²; resto della popolazione mondiale.

A causa dell'esplosione del reattore morirono sul colpo 2 lavoratori della centrale, travolti dai detriti, mentre 1 lavoratore morì di trombosi coronarica.

Nelle prime ore successive all'incidente, le operazioni di emergenza per il contenimento del disastro furono a carico di circa 1057 soccorritori (emergency workers), fra personale della centrale e del centro medico locale, forze dell'ordine e pompieri non adeguatamente equipaggiati e preparati a una tale evenienza. Ad essi fu affidato il compito di spegnere l'incendio operando in condizioni al limite della sopravvivenza e ricevendo altissime dosi di radiazioni, al di là del fondo scala dei dosimetri di cui erano equipaggiati ma che fu possibile stimare per mezzo degli effetti biologici patiti. Fra lavoratori e soccorritori di emergenza, 237 furono ricoverati e su 134 di loro fu riscontrata la sindrome da intossicazione radioattiva acuta per aver ricevuto dosi di radiazioni comprese tra i 2 e i 20 gray. Di questi, 28 persone morirono nel 1986, nei giorni seguenti all'incidente. Inoltre altri 19 morirono nel periodo dal 1987 al 2006, sebbene per alcuni di questi ultimi la causa della morte non possa essere con certezza direttamente attribuita all'esposizione alle radiazioni (anzi per alcuni certamente non lo è). Il numero totale delle vittime fra il personale della centrale e i soccorritori di emergenza ammonta pertanto a 50, secondo la stima massima.

L'UNSCEAR nel suo rapporto del 2000, sulla base di misure di radioattività e analisi di campioni, ha stimato che il rilascio totale di radioattività nell'atmosfera, escludendo l'attività dovuta ai gas nobili, è stato pari a 5300 PBq. Il rapporto del Chernobyl forum, considerando la radioattività totale inclusi anche i gas nobili, arriva a una stima di 14 EBq, pari a 14 000 PBq. Di queste, 1800 PBq sono dovute allo iodio-131 dalla emivita di 8 giorni, 85 PBq al cesio-137 di 30 anni di emivita, 10 PBq dovuti allo stronzio-90 e 3 PBq a isotopi di plutonio.

I più alti valori di cesio-137 si trovano sugli strati superficiali del terreno, da dove vengono assorbiti da piante e funghi e quindi entrano nella catena alimentare locale. Test recenti hanno dimostrato che il livello di cesio-137 negli alberi continua a crescere. La principale fonte di eliminazione sarà il decadimento naturale del cesio-137 nel più stabile bario-137.

Fra le aree a bassa contaminazione, ve ne sono anche alcune che interessano i paesi scandinavi (Svezia, Finlandia e Norvegia) e dell'Europa orientale (Bulgaria, Grecia, Moldovia, Slovenia, Austria, Svizzera e anche 300 km² in Italia).

È stato calcolato che l'incidente di Černobyl' abbia rilasciato una quantità di radiazioni pari a 400 volte a quelle rilasciate in occasione della bomba caduta su Hiroshima. Alcuni ritengono tuttavia che altre azioni quali gli esperimenti nucleari del XX secolo abbiano liberato quantità di radiazioni ancora maggiori.

La tabella riporta inoltre un confronto con le dosi effettive che normalmente si ricevono a causa del fondo di radioattività naturale, in media 2,4 millisievert/anno, ma che può variare da 1 mSv a 10 mSv a seconda del luogo geografico, fino in alcuni casi anche a oltre 20 mSv, per popolazioni residenti nell'aree del mondo a più alta radiazione naturale quali Ramsar in Iran (con picchi fino a 260mSv/anno), Guarapari in Brasile, Kerali in India e Yangjiang in Cina. Senza che però sia stato evidenziato in queste popolazioni un effettivo rischio per la salute.

I liquidatori (recovery operation workers) sono i lavoratori che operarono al recupero della zona negli anni 1986-1987, con un proseguo delle attività fino al 1990. Loro compiti furono la decontaminazione dell'edificio e del sito del reattore, delle strade, la costruzione del sarcofago. In base a leggi promulgate in Bielorussia, Russia e Ucraina, 600 000 persone, fra militari e civili, ricevettero speciali certificati che confermavano il loro status di "liquidatori". Sebbene altre stime basate su registri nazionali parlino di 400.000 e altre ancora 800 000. In ogni caso, fra il totale dei liquidatori la popolazione costituita dai 226 000 ~ 240 000 che operarono nella zona in un raggio di 30 Km e negli anni 1986 e 1987 è quella che ricevette la dose di radiazioni più critica. Questa popolazione ricevette una dose media di 62 millisievert e fino a 100-110 millisievert (fra i militari). Il resto entrò nella zona per residue operazioni di bonifica due anni dopo l'incidente in presenza di un livello di radiazioni molto più basso, o lavorarono in zone oltre i 30 Km. Tutti i soccorritori ed i lavoratori sapevano di rischiare conseguenze sanitarie, anche perché in larga parte non erano equipaggiati di tute protettive adeguate ma solo di maschere e guanti. Per mantenere basso il livello di radiazioni assorbite furono stabilite turnazioni brevissime nei lavori, ma in diversi casi, come mostrato da alcune registrazioni tra gli elicotteristi e le centrali operative, i militari sovietici rifiutarono volontariamente il turn over, che avrebbe potuto metterli al riparo dai rischi delle radiazioni e spesso questo accadde apertamente contravvenendo agli ordini.

Dalla notte del 27 aprile fino al Settembre del 1986, un totale di 116 000 abitanti (inclusi tutti i 50 000 abitanti della vicina città di Pripyat) furono evacuati dalla zona di esclusione (contaminazione maggiore di 1480 KBq/m² ovvero 40 cu/Km² di cesio-137) e in parte anche dalla zona a stretto controllo, in un raggio di 30 Km e oltre. 220 000 altri abitanti furono trasferiti altrove negli anni successivi.

I registri oncologici di Bielorussia, Russia e Ucraina, insieme a studi epidemiologici basati su altre fonti, hanno evidenziato un incremento drammatico dell'incidenza del tumore alla tiroide nella popolazione all'epoca dell'incidente in età 0-18 anni residenti nelle aree di Bielorussia, Russia e Ucraina colpite dal disastro. Fino al 2002 sono stati registrati più di 4000, fino quasi a 5000 casi di tumore alla tiroide in questa popolazione, con un incremento anche fino a 10 volte rispetto al periodo precedente il disastro. La maggior parte di questi 4000 tumori alla tiroide sono senza alcun dubbio da attribuirsi all'assunzione di iodio-131 avvenuta nei giorni immediatamente successivi al disastro. Lo iodio-131 è infatti un isotopo con tempo di dimezzamento relativamente breve di 8 giorni. La fascia di popolazione più colpita fu la più giovane a causa della maggiore assunzione quotidiana dello iodio in bambini e adolescenti, soprattutto attraverso il consumo di latte dove lo iodio-131 era presente. L'assorbimento di radiazioni conseguente fu stimato essere fino anche a 50 gray, ma con una media nelle zone contaminate di 0,03 gray fino a qualche gray. Fra l'altro, le dosi di iodio-131 alla tiroide nella popolazione infantile di Pripyat fu notevolmente ridotta grazie alla somministrazione di iodio non radioattivo. Se questa profilassi fosse stata seguita ovunque nelle aree colpite dal disastro, il numero di casi sarebbe stato notevolmente inferiore.

I tumori tiroidei infantili che sono stati diagnosticati sono per lo più carcinomi papillari di un tipo più aggressivo di quello classico. Se diagnosticati prima che raggiungano uno stadio troppo avanzato, questi tumori possono essere curati mediante intervento chirurgico, solitamente seguito da terapia specifica. La probabilità di guarigione nel tumore alla tiroide è normalmente del 90%. Ad oggi, sembra che il 99% dei casi diagnosticati nelle regioni interessate di Russia, Bielorussia e Ucraina siano stati curati con successo, la ragione di questa minore mortalità dei tumori correlati a Chernobyl è facilmente individuabile nel fatto che mentre la mortalità media è calcolata su casi diagnosticati a vari stadi di progressione della malattia, perché per scoprire un tumore alla tiroide occorrono esami che normalmente non si fanno se non a causa della presenza già rilevata di sintomi, la mortalità specifica per le zone di Chernobyl è quella su una popolazione che è stata controllata fin da subito per questo specifico rischio (essendoci stato un incidente ed essendo nota la pericolosità dello Iodio 131) e quindi ha avuto praticamente solo diagnosi di tumori al primo stadio di progressione, e quindi ancora più facilmente curabili. Il bilancio totale fino al 2002 di vittime del tumore alla tiroide è di 15 morti.

Sulle stime dell'incidenza del tumore alla tiroide ci sono discordanze col rapporto ufficiale. Fonti di associazioni umanitarie parlano di 11000 casi di tumore alla tiroide nella sola Bielorussia dal 1986 ad oggi.

I circa 5 milioni di persone residenti in zone a largo raggio a bassa contaminazione (fra 37 e 185 kBq/m² ovvero fra 1 e 5 Ci/km²) hanno ricevuto dosi di radiazioni relativamente modeste. In media 10-20 mSv su un totale di 20 anni dal 1986 fino al 2006 secondo il rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Da confrontare con la dose assorbita dovuta al fondo di radioattività naturale che è normalmente di 48 mSv su 20 anni (con picchi fino a 260 mSv all'anno nella città di Ramsar in Iran).

Di fatto, studi epidemiologici condotti dagli istituti superiori di sanità di Russia, Bielorussia e Ucraina e indipendentemente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità non hanno evidenziato alcuna variazione di rilievo, rispetto al periodo precedente al disastro, del tasso di incidenza di leucemie e tumori solidi (altri che tumori alla tiroide) e del tasso di decessi per queste malattie. Non è stato cioè possibile registrare aumenti vistosi, variazioni chiaramente distinguibili da fluttuazioni casuali, dei decessi dovuti a queste patologie rispetto alla media considerata "normale" di incidenza, che è di circa il 25% di decessi nella popolazione umana.

Tuttavia, studi di Agenzie specializzate dell'ONU e le conclusioni del Chernobyl Forum arrivano a stimare in 4000~5000 presunti decessi aggiuntivi per tumori e leucemie sull'arco degli 80 anni successivi al disastro, da sommarsi al 25% di quei 5 milioni della popolazione presa in esame, cioè 1,2 milioni di persone che comunque morirà per malattie oncologiche per cause non legate all'incidente. Le 4000~5000 vittime presunte rappresentano meno dell'1% del totale, percentuale troppo piccola su un arco di 80 anni per essere chiaramente osservabile, distinguibile statisticamente rispetto a fluttuazioni casuali.

L'altro studio di Greenpeace sostiene invece che il valore di 4000~5000 decessi aggiuntivi è in forte sottostima.

A causa delle basse dosi di radiazioni (10-20 mSv) alle quali la popolazione delle regioni intorno Chernobyl è stata esposta, secondo il rapporto del Cernobyl Forum non c'è nessuna evidenza e neanche alcuna probabilità di osservare una riduzione della fertilità sia in individui maschi sia nelle femmine come risultato dell'esposizione alle radiazioni. È anche fortemente improbabile che così basse dosi di radiazioni possano comportare un aumento di aborti spontanei, complicazioni nelle gravidanza e nel parto o nella salute dei neonati. Il registrato diminuito tasso di nascite sembra dovuto piuttosto alla preoccupazione di avere figli dimostrata dall'aumento di aborti volontari. Si è registrato un modesto incremento delle malformazioni congenite in Bielorussia, ma questo in modo uguale in aree contaminate e in aree a contaminazione assente, fatto questo che si spiega meglio con un'aumentata attenzione di registrazione epidemiologica piuttosto che con un effettivo aumento dovuto all'esposizione alle radiazioni.

Il Chernobyl forum così come le associazioni ambientaliste sono concordi nell'affermare che il disastro di Chernobyl ha avuto un impatto sociale enorme ed ha causato gravi problemi di salute mentale e conseguenze psicologiche persistenti sulle popolazione coinvolta. La deportazione forzata e quasi immediata di circa 300 mila persone e la rottura di tutte le relazioni sociali precostituite sono state gravemente traumatiche e hanno prodotto elevato stress, ansie, paure circa eventuali effetti sulla salute, depressione, includendo anche sintomi fisici da malattie psico-somatiche e da stress post-traumatico. La diminuzione della qualità di vita in questa popolazione, la disoccupazione e l'aumento della povertà, complicate ulteriormente dai contemporanei eventi politici legati al crollo dell'Unione Sovietica, hanno avuto come conseguenza un elevatissimo aumento dell'alcolismo, della tossicodipendenza, dei suicidi e di comportamenti contrari ad ogni profilassi quali l'uso di siringhe infette e di rapporti sessuali non protetti, con conseguente aumento dei casi di epatiti e AIDS, oltre che di tubercolosi e difterite dovute alla difficoltà di nutrirsi e scaldarsi in modo adeguato. Una grande responsabilità di questo fatalismo senza speranze sembra essere dovuta soprattutto ai mass media ma anche alle associazioni ambientaliste che hanno soprattutto insistito nel definire questa popolazione come vittime del disastro di Chernobyl, instillando negli individui la percezione di essere fatalisticamente condannati, senza speranze e alcun futuro. Le raccomandazioni fornite nel rapporto dell'OMS vanno nel senso di cercare di ridurre questo carico psicologico sulle popolazioni coinvolte grazie ad un rinnovato sforzo di fornire una informazione corretta sugli effettivi rischi per la salute dovuti alle radiazioni.

Nell'area compresa in un raggio di 10 km dall'impianto furono registrati livelli di fallout radioattivo fino a 4,81 GBq/m². In quest'area si trovava un boschetto (circa 4 km²) di pini che a causa delle radiazioni virò verso un colore rossiccio e morì, assumendo il nome di foresta rossa . Vicine foreste di betulle e di pioppi tuttavia restarono verdi e sopravvissero . Nelle settimane e mesi successivi al disastro nella stessa area alcuni animali come una mandria di cavalli lasciati su un'isola del fiume Pripyat a 6 km dalla centrale, morirono per danni alla tiroide dopo aver assorbito 150-200 Sv. Su una mandria di bovini lasciata sulla stessa isola si osservò uno sviluppo ritardato, per quanto la generazione successiva risultò normale.

Negli anni successivi, col calare del livello delle radiazioni, la situazione è tuttavia cambiata. Studi scientifici così come documentari naturalistici e articoli mostrano come l'ecosistema si sia sostanzialmente ben ripreso e sia anzi diventato una vera e propria oasi ecologica. L'evacuazione della zona in un raggio di 30 km ha in effetti generato un rifugio unico per la fauna selvatica. La biodiversità in questa area è aumentata in seguito all'assenza di ogni attività umana. Molte specie di animali selvatici e uccelli che non erano mai state viste precedentemente sono ora riapparse nella zona di evacuazione. Fra queste si citano l'alce, il capriolo, il cinghiale russo, la volpe, la lince, la lontra e la lepre. Fra i grandi predatori il lupo è ritornato ben presente nella zona di esclusione e sono state persino viste impronte di orso. Fra gli uccelli l'aquila dalla coda bianca , il gufo reale e la cicogna nera hanno ripopolato la zona e nel documentario della BBC si vedono piccioni, storni e rondini volare dentro e fuori dal sarcofago dove hanno posto il loro nido. La biodiversità della flora è anche impressionante. La ragione di questa ripresa della natura è legata all'assenza di ogni attività umana con tutte le sue implicazioni (industrializzazione, inquinamento, agricoltura, pesticidi). Pur in queste condizioni favorevoli alla fauna e alla flora, tuttavia studi scientifici mostrano come l'ancor elevato livello di radiazioni ha un effetto sulla salute degli animali, in particolare degli uccelli, il cui numero si riduce di due terzi andando dai confini della zona di esclusione fino alle zone più contaminate.

La Bielorussia ha già istituito sull'area di esclusione di sua pertinenza una riserva naturale mentre in Ucraina si sta addirittura pensando di istituire un parco nazionale.

I problemi alla centrale di Černobyl' non finirono con il disastro avvenuto nel reattore n° 4. Il governo ucraino continuò a mantenere operativi i tre reattori rimanenti a causa della scarsità di energia elettrica nel paese. Nel 1991 divampò un incendio nel reattore n° 2, in seguito le autorità lo dichiararono danneggiato irreparabilmente e fu dismesso. Il reattore n° 1 fu decommissionato nel novembre 1996 nell'ambito di accordi stipulati tra il governo ucraino e le organizzazioni internazionali come l'AIEA. Il 15 dicembre del 2000, con una cerimonia ufficiale, il presidente ucraino Leonid Kučma premette personalmente l'interruttore per lo spegnimento del reattore n° 3, cessando definitivamente ogni attività nell'intero impianto.

Le repubbliche - oggi paesi indipendenti - di Ucraina, Bielorussia e Russia, sono tuttora gravate dagli ingenti costi di decontaminazione e le popolazioni delle aree contaminate subiscono gli effetti dell'incidente.

Il sarcofago non è un contenitore permanente e duraturo per il reattore distrutto a causa della sua affrettata costruzione, spesso eseguita a distanza con l'impiego di robot industriali. Il progetto originario aveva considerato una durata massima del sarcofago di 30 anni, in quanto esso era stato previsto solo come misura di emergenza temporanea per dare il tempo di realizzare una struttura permanente.

Nonostante vengano periodicamente eseguiti dei lavori di ristrutturazione e consolidamento, l'edificio sta invecchiando. La presenza di crepe nella struttura ne può accelerare il deterioramento e permette le infiltrazioni di acqua. Inoltre l'edificio non venne costruito su solide fondamenta, perciò sprofonda lentamente nel terreno deformandosi.

Sono stati discussi molti piani per la costruzione di un contenitore più duraturo ma, finora, si sono rivelati tutti troppo costosi o pericolosi da mettere in atto. Il costo attualmente stimato per una nuova copertura si aggira attorno al miliardo di euro, la difficoltà nel reperire i fondi è evidente e fino ad oggi sembra siano stati stanziati soltanto i due terzi della somma necessaria.

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Source : Wikipedia