Cave

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Tags : cave, lazio, italia

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Cave

Cave - Stemma

Cave è un comune di 10.487 abitanti della provincia di Roma.

Feudo della famiglia Colonna, è noto per il Trattato di Cave, stipulato nel 1557 fra i cardinali inviati come plenipotenziari da papa Paolo IV, e Fernando Álvarez de Toledo, duca d'Alba, rappresentante di Filippo II di Spagna. Marcantonio Colonna recuperò il Ducato di Paliano, sottrattogli dal suddetto pontefice, che lo aveva donato al nipote Giovanni Carafa. Il trattato di pace, tra le altre clausole, prevedeva la smilitarizzazione della fortezza di Ferentino, che cessò di essere capoluogo della Campagna e Marittima.

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Per la parte superiore



Trattato di Cave

Il Trattato di Cave, anche conosciuto come Pace di Cave, è un trattato che pone termine alla guerra tra papa Paolo IV e la Spagna, firmato il 13 settembre 1557 a Cave, nello Stato Pontificio.

La vicenda che stiamo per narrare, e che vede la città di Cave protagonista di un importante momento storico, è del tutto trascurata dalla storiografia ufficiale italica evidentemente in tutt’altre faccende affaccendata. Qualche lieve traccia la si può trovare solo in polverosi libri che dormono in trascurate biblioteche. Allora, sta a cittadini consapevoli darne il giusto risalto e dare luogo alla doverosa rievocazione.

Il 1° Maggio 1555 morì papa Marcello II dopo aver occupato il Soglio per soli ventidue giorni: uno dei più brevi pontificati della storia. Il Conclave, riunitosi il giorno 12 dello stesso mese, dopo una decina di giorni elesse l’Eminentissimus ac Reverendissimus Cardinal Gian Pietro Carafa, che scelse il nome pontificale di Paolo IV in omaggio a quel Paolo III Farnese che lo aveva fatto Cardinale nel 1536.

Il nuova papa era di antica famiglia napoletana collegata collateralmente ai nobili Caracciolo: famiglia potentissima che si considerava padrona del regno.

Papa Paolo IV, al momento della elezione, aveva quasi ottant’anni (n. 1476) ma l’età non smorzava né le asperità del suo carattere ne’ la forza delle sue convinzioni ed avversioni.

Noto per la sua intransigenza, durezza ed animosità Pietro Carafa fu eletto da suoi colleghi per disperata ricerca dell’uomo “forte” in un momento di estrema crisi dell’istituzione ecclesiale. La Chiesa, infatti, da un lato era minacciata dalla Riforma protestante nel nord Europa e dall’altro dal riunificatore dell’impero absburgico-spagnolo, il Cattolicissimo Carlo V, il quale non nascondeva le sue mire cesaro-papistiche.

Contro la minaccia di disgregazione il cardinal Carafa era sembrato alla nomenclatura vaticana un buon rimedio: era noto che Paolo III Farnese aveva riesumato l’Inquisizione romana, poi chiamata Sant’Uffizio, su suo suggerimento, anzi su sua pressione; era altresì nota la sua azione di componente del Sant’Uffizio (praticamente di presidente); era, infine, noto che per sua suggestione Paolo III aveva istituito (ma non pubblicato) l’Indice dei libri proibiti.

Peraltro, si conosceva bene anche l’avversione profonda del cardinale per l’Impero e per la Spagna nonché la sua acredine verso il dominio della potenza iberica su Napoli; un’avversione, del resto, ampiamente ricambiata da parte dell’imperatore il quale era giunto persino ad impedire al Carafa di prendere possesso della cattedra arcivescovile partenopea, che egli deteneva dal 1549, minacciandolo di arresto se avesse osato mettere piede nel Regno.

L'attenzione, anzi l’odio, del neoeletto papa nei confronti della monarchia austro-spagnola aveva d’altra parte un motivo ben preciso: l’Impero (e poi la Corona spagnola) possedeva direttamente o indirettamente quasi tutto il territorio italico, con l’eccezione della Repubblica veneta e dello Stato della Chiesa.

Negli ambienti vaticani si temeva, perciò, che da parte di Carlo V (e dei suoi successori) si mirasse alla riunificazione della penisola; cosa che avrebbe determinato la scomparsa dello Stato della Chiesa con tutte le conseguenze del caso.

Ed in proposito era risaputo l’assiduo lavorio diplomatico che il Carafa aveva svolto sin dal 1513, quando era Nunzio apostolico in Inghilterra, per creare nemici all’impero “sul quale non tramonta mai il sole”, e le sue relazioni con influenti ambienti della Corte francese.

Un altro grave problema che travagliava la Curia papale in quel periodo storico, era quello finanziario: a causa delle enormi spese affrontate per la costruzione della basilica di San Pietro, essa aveva fatto ricorso alla vendita delle indulgenze; un fatto, questo, che aveva provocato la ribellione luterana e l’implementazione della Riforma nel nord Europa.

Ciò aveva comportato per conseguenza il rifiuto dei principi, re e città libere dell’area protestante di continuare a sovvenire finanziariamente lo Stato pontificio determinando così l’inaridirsi di una importante fonte di entrate.

In stato di deficit, la Curia romana si era quindi rivolta per prestiti alle corporazioni che praticavano usura; queste, in quello scorcio del sedicesimo secolo, dopo il fallimento di quelle “lombarde” (italiane), erano in gran maggioranza gestite da ebrei. Dopo poco tempo, tuttavia, la Curia, impossibilitata a far fronte alle ingenti rate, aveva sospeso i pagamenti provocando nella parte lesa una reazione di rivalsa; i creditori, infatti, si misero ad appoggiare finanziariamente la Riforma e le strutture politiche che vi aderivano.E’ dalla fusione degli interessi finanziari ebraici e dall’intrapresa commerciale dei ceti economicamente forti di quelle nazioni che nacque la potenza dei Paesi Bassi, della Svizzera e dell’Inghilterra, mentre i paesi cattolici, Spagna in testa, si avviavano ad un lento declino.

Pressato dalle difficoltà economiche di vastissima portata, il nuovo Papa prese la decisione (al contempo troppo facile e troppo impopolare) di aumentare al massimo, ed in modo capillare, gabelle, tasse, imposte, dazi e quant’altro, gravando pesantemente sulle già povere condizioni di vita delle popolazioni di quel centro Italia dominato dall’apparato statale pontificio.

A farne le spese furono soprattutto la plebe romana e i ceti contadini laziali e marchigiani che da allora, da uno stato di povertà, passarono ad uno di miseria vera e propria, protrattasi in pratica sino alla metà del secolo scorso.

Tra l’altro, la Camera apostolica aumentò del doppio l’imposizione daziaria sull’importazione del sale che arrivava dalle saline siciliane e quindi dal Regno, provocando le proteste e le minacce di ritorsione da parte del vicereame di Palermo e della Corte di Madrid.

Questa lite sui dazi fu una delle cause della guerra, che sarebbe scoppiata da lì a poco, tra lo Stato della Chiesa e la Spagna; un conflitto conosciuto anche come Guerra del Sale. Privo di industrie, mal gestito, continuamente rastrellato fiscalmente, con un livello assai basso di rendimento agricolo dato il modo primitivo con il quale veniva gestita l’agricoltura, senza buone strade e nella più totale insicurezza di fronte ad una criminalità in costante aumento, lo Stato della Chiesa non era in grado di raggiungere un sia pur mediocre livello finanziario e versava continuamente in stato di deficit.

Papa Paolo IV, oltre alla monarchia austro-spagnola, odiava tre cose: l’eresia di qualsiasi genere fosse (gli Ebrei per lui erano “eretici”), la cultura (e le persone colte, ad esclusione dei teologi ortodossi) e la sessualità. Di carattere cupo, misantropo e misogino, passava da momenti di corrucciato mutismo a violenti scoppi d’ira, dall’inerzia all’attività frenetica, dall’atteggiamento baldanzoso allo sconforto più nero. Inoltre, non sapeva circondarsi di validi collaboratori; sin da principio, seguì una politica nepotistica mentre a parole giurava di voler combattere il nepotismo: così diede la gestione incontrollata della politica estera al nipote Carlo, uomo avido, corrotto ed incapace come pochi, da lui peraltro creato Cardinale.

D’altra parte, lo Stato della Chiesa rappresentava una entità politica unitaria solo sulla carta poiché in realtà vi era da un lato una costellazione di vastissimi feudi appartenenti a potenti famiglie patrizie laziali, umbre e marchigiane e dall’altro lato, nelle Legazioni dell’Emilia, una borghesia cittadina che mal sopportava la perdita dell’indipendenza politica e l’esoso fiscalismo. Una delle grandi famiglie feudali in rotta di collisione con il papato era quella sommamente nobile e riottosa dei Colonna che, nel lontano passato, aveva espresso Giacomo detto Sciarra, protagonista dell’arresto di Bonifacio VIII ad Anagni nel 1303.

In quello scorcio di secolo la famiglia Colonna, elevata a rango principesco nei loro feudi di Paliano e di Sonnino, nonché duchi di Marino, era travagliata dai dissensi tra Ascanio, sostenitore di una politica antispagnola, e suo figlio Marcantonio, ostile al papato.

Alla morte del padre, avvenuta nel 1555, Marcantonio entrò al servizio della Spagna, al che Paolo IV reagì pretendendo la consegna dei castelli della famiglia; cosa alla quale Marcantonio non volle sottomettersi.

Si attirò così un mandato d’arresto da parte della Cancelleria apostolica e solo fuggendo riuscì a sottrarsi alla minacciata prigionia. Contro di lui furono emanati avvisi di comparsa dinnanzi al Tribunale romano e quando egli, ovviamente, decise di essere contumace, il 4 maggio 1556 dal Foro ecclesiastico venne colpito dalla scomunica maggiore, condannato a morte per decapitazione e dichiarato decaduto dai suoi feudi di Marino, Montecompatri, Nettuno, Astura, Cave, Palestrina, Capranica, Genazzano, San Vito e Paliano.

Con altra bolla del 9 maggio 1556 dello stesso anno i feudi colonnesi confiscati andarono a costituire lo Stato di Paliano, eretto a Ducato, che fu conferito a Giovanni Carafa, nipote del papa, il quale, come Carlo, assommava in sé inesistenti qualità come un uomo di potere e una notevole stupidità.Furibondo per la disgrazia che aveva colpito lui e la sua famiglia, Marcantonio, nel frattempo rifugiatosi a Napoli, tempestò di suppliche la Corte di Madrid affinché si mettesse riparo al torto subito dalla casata. Filippo II, re cattolicissimo di Spagna, il Prudente (ma non troppo), che in quello stesso anno era divenuto re alla morte del padre Carlo V, colse l’occasione per dare una lezione al Sommo Pontefice ribadendo la superiorità dell’arbitrato della sua Corte e delle sue Cortes (Tribunali civili) sulle faccende ecclesiastiche, nonché la dipendenza dalla Monarchia da parte del Sacro Tribunale della Inquisizione di Spagna, l’attività della quale era stata sempre completamente autonoma rispetto alla fiacca Inquisizione romana.

Così, il 1° Settembre 1556, il Duca d’Alba, viceré di Napoli, invase col suo esercito lo Stato della Chiesa; aveva in subordine Marcantonio Colonna al quale fu affidato anche il comando del tercio (reggimento) che puntava direttamente su Roma. Il grosso dell’esercito spagnolo occupò facilmente Veroli, Alatri, Frosinone, Ferentino ed Anagni, mentre un’altra colonna al comando di Don Garcia de Toledo prese Castro e puntò su Terracina e Piperno.

Il comandante generale dell’armata che invadeva i domini di Sua Santità era, come detto, il Duca d’Alba ovvero Fernando Alvarez de Toledo, Grande di Spagna, Consigliere Segreto del Cattolicissimo Re, Cavaliere dell’Ordine di San Giacomo di Compostella, Viceré di Napoli, Conte di Uzeda, ecc. ecc., allora quasi cinquantenne.

Era, come si suol dire, uomo tutto d’un pezzo che dimostrerà queste sue virtù di spietata durezza e di totale disprezzo della vita altrui a partire dal 1567 quando sarà inviato nei Paesi Bassi in rivolta.

Là attuerà una politica di feroce repressione impiccando “sul tamburo” decine di migliaia di “pezzenti”, come lui chiamava gli Olandesi, e imperverserà per sei anni nelle Fiandre finché persino Madrid si accorgerà che, al di là della sua politica di terrore, non vi saranno risultati di sorta; ragion per cui lo richiamerà in Spagna e lo metterà agli arresti domiciliari nel suo castello di Uzeda. Da lì però sarà riesumato nel 1580 per essere posto a capo dell’esercito con il compito di conquistare il Portogallo. In questo nuovo compito il Duca dimostrerà che il lupo, se a volte perde il pelo, non perde mai il vizio, dato che nella conquista della Lusitania egli si distinguerà nuovamente per la sua ferocia. Se questo era il comandante, le sue truppe non erano da meno; i tercios dell’armata di Sua Maestà Cattolicissima allora in guerra col capo della Chiesa Cattolica, erano formati da mercenari malpagati; rifiuti sociali che se non si fossero arruolati avrebbero esercitato la professione di banditi e che nell’esercizio del loro mestiere di “soldati” si comportavano esattamente nello stesso modo.

I membri di quella truppa, detti Micheletti dagli italiani (da Miguel, Michele in spagnolo), erano - come li descrive il Manzoni - un flagello per le popolazioni anche in tempo di pace e nelle sedi dove si acquartieravano commettevano su coloro che avrebbero dovuto difendere tutte le angherie e le vessazioni di un’orda di briganti.

Se ciò accadeva in territori amici, c’è da immaginare come potevano comportarsi invadendo un territorio nemico. Nei loro ufficiali, del resto, vigeva la politica del quieto vivere in quanto se da un lato temevano che la canaglia al loro servizio si sbandasse in caso di imposizione di rispettare i civili (dice il Manzoni, “la truppa li avrebbe lasciati soli a guardar le bandiere”) dall’altro trattenevano parte del soldo per le loro tasche.

E ciò senza considerare che allora il diritto di conquista comportava il saccheggio, l’imposizione dei tributi ed il mantenimento delle truppe e degli ufficiali a carico delle popolazioni invase. La guerra stessa consisteva nell’occupazione di località o fortezze, sia in ottica offensiva che difensiva, e raramente si arrivava allo scontro campale fra eserciti contrapposti e se vi arrivavano quelle “giornate” erano cruciali per l’esito dei conflitti: una battaglia di poche ore decideva di guerre che si erano prolungate per anni, dopodiché si avviavano le trattative di pace e le bande di mercenari venivano sciolte.

Quei banditi ed i nobilotti che li comandavano restavano così disoccupati sino alla prossima, eventuale guerra, a parte quelli destinati alle guarnigioni; una destinazione, però, che spesso si traduceva, come si è visto, nell’assoggettamento delle popolazioni dei vari potentati che li mantenevano.

In quanto all’organizzazione tattica degli eserciti dell’epoca, quello spagnolo era certamente all’avanguardia del processo polemologico, e questo spiega la vittoria nei confronti delle armate francesi e, più segnatamente, il fatto d’armi di San Quintino dove, sotto il comando di Emanuele Filiberto di Savoia, l’armata spagnola batté i francesi in uno scontro cruciale che determinò la pace di Cateau Cambrèsis del 1559, con il conseguente predominio spagnolo sul continente per altri cinquant’anni.

Gli eserciti iberici erano organizzati in tercios, formazioni tatticamente autonome, comprendenti fanteria, cavalleria ed artiglieria, per un totale ciascuna di millecinquecento uomini (teorici), divisi in due colonne di quattrocento fanti ciascuna e formazioni di cavalleria con compiti di esplorazione e di supporto, più qualche cannone con il personale di servizio ai pezzi.

Gli spagnoli avevano compreso per primi che la cavalleria era una arma al tramonto come forza decisiva in uno scontro campale, e che la reale forza d’urto era rappresentata dalla fanteria, ordinata in quadrati irti di picche e supportata dal fuoco degli archibugieri, nonché dalle incursioni dei reparti di cavalleria con funzione di disturbo delle linee nemiche.In ogni tercio le due colonne di picchieri erano costituite da quattrocento uomini che in battaglia si schieravano in quadrato compatto, mantenendo una certa distanza tra quadrato e quadrato, ed avanzando lentamente con la prima fila con le lance abbassate.

La picca o lancia di cui i micheletti erano armati era un’asta di legno lunga da tre metri e mezzo a quattro metri, rafforzata da chiodi e terminante in punta con un lungo e sottile ferro quadricuspide molto appuntito.Gli archibugieri, schierati negli intervalli tra le colonne, col loro fuoco aprivano lo scontro e, a loro volta, i picchieri avanzavano penetrando con la massa dei quadrati nello schieramento avversario.

Queste dense formazioni di fanteria armate di una lunga lancia ed ordinate in quadrati intervallati rappresentavano un qualcosa di misto tra la falange macedone e la legione romana; il difetto fondamentale di una organizzazione tattica del genere consisteva nello scarso peso che si attribuiva al fuoco degli archibugieri, che operavano in piccoli reparti sul fronte dei quadrati di picchieri o negli intervalli tra i quadrati.

D’altra parte, il maneggio dell’archibugio dell’epoca era complicato, faticoso e molto lento: le armi da fuoco essendo pesantissime necessitavano di un sostegno, erano ovviamente ad avancarica, la polvere veniva incendiata mediante una miccia, ecc. ecc. Saranno gli olandesi a radunare gli archibugieri in formazioni dense e destinate col loro fuoco a falciare le colonne spagnole di picchieri, determinando lo sfaldamento del sistema avversario e, con ciò, il declino della potenza militare spagnola. D’altra parte, sia i comandanti come la truppa vedevano quegli scontri campali come un incubo: in essi i capi si giocavano, insieme alle sorti della guerra, la loro sorte personale, la carriera, le cariche e le prebende mentre i soldati erano consapevoli del rischio di lasciarci la pelle.

Rischio, per quest’ultimi, piuttosto probabile se combattevano contro le forze spagnole che, per abitudine, massacravano i prigionieri di bassa forza dai quali non si poteva sperare di ottenere un riscatto come invece accadeva per gli ufficiali. Gli stessi comandanti delle armate del Cattolicissimo rey, prima di una battaglia campale o dell’assalto ad una piazzaforte, facevano issare uno straccio rosso e suonare da una tromba un triste segnale chiamato “deguellio” (sgozzamento), con il quale si ordinava ai gentiluomini al loro servizio di non “dar quartiere” ai nemici, ossia di ammazzare quanti cadessero nelle loro mani.

I nemici degli spagnoli, considerando (giustamente) un crimine un tale comportamento, trattavano i prigionieri come omicidi, ossia li impiccavano alla presenza delle loro truppe schierate. In quanto agli ufficiali, dato che potevano riscattarsi, essi se la cavavano con qualche mese di blanda prigionia nelle mani di aristocratici del loro stesso rango e conservando la loro spada, simbolo della casta nobiliare cui appartenevano.

Si diceva, in precedenza, che allora le guerre consistevano per lo più in marce, devastazioni di campagne e villaggi ed assedi a fortezze o a centri abitati. Installatisi in una località, gli invasori dopo il saccheggio sistematico di quanto c’era di valore, arredi di chiesa compresi, prendevano quartiere nel borgo mangiando, bevendo ed alloggiando a carico dei civili.

Al diritto di saccheggio seguiva il diritto di requisizione, per cui capi e gregari non si muovevano dal posto finché c’erano le provviste dei villani da consumare e le donne dei cabrones (caproni – appellativo dato ai civili) con le quali divertirsi.Un divertimento ulteriore era anche tatuare la pelle dei mariti, padri e fratelli delle locali donne con la punta delle loro misericordias, il pugnale lungo e stretto, ben appuntito, con il quale si risparmiava ai feriti la sofferenza di una lunga agonia. Queste “nobili” ed “eroiche” azioni venivano compiute da persone che giuravano di continuo sul proprio onore, che si definivano buoni cristiani, bardati di crocifissi e rosari, devotissimi della beata Virgen do Pilar e di San Giacomo di Compostela; che odiavano marranos, ebrei, arabi ed eretici luterani; e figli devoti di Santa Romana Chiesa, di quella stessa Istituzione di cui nel frangente attuale invadevano e devastavano il Patrimonio territoriale, depredavano le chiese e violentavano le monache.

Dall’altra parte, le milizie pontificie, composte com’erano di mercenari raccogliticci di tutte le nazionalità, non solo non brillavano per spirito combattivo, ma non si comportavano molto diversamente dei loro avversari.

Per tornare a Marcantonio Colonna, comandante in capo dei tercios che puntavano su Roma attraverso la Ciociaria e la valle del Sacco, non aveva reagito in alcun modo alle prepotenze della soldataglia commesse sui civili di quei territori; ma quando, dopo Anagni, le colonne degli spagnoli entrarono nei suoi feudi puntando su Paliano e Palestrina, prese ad agitarsi e, con gran sorpresa di quei caballeros, cominciò ad ordinare ai comandanti di reparto che impedissero i saccheggi, gli stupri e le devastazioni ai danni di quelli che chiamava i suoi sudditi. Ciò non tanto per affetto verso quelle comunità, bensì perché trovava offensivo nei suoi riguardi che le truppe portassero scompiglio in casa sua. Riuscì comunque a frenare, per quanto poteva, gli eccessi dei Micheletti portandosi preventivamente sui luoghi che l’esercito avrebbe attraversato; ma non era certo in grado di stare in più posti contemporaneamente e controllare le molteplici situazioni.

Così Cave fu risparmiata ma Palestrina venne saccheggiata da cima a fondo con le consuete modalità; e se nei feudi colonnesi il comandante si preoccupava dei danni, nella zona costiera l’altro capitano, l’eccellentissimo Don Garcia de Toledo, non si prendeva certo briga per tali piccolezze: Piperno, Terracina, Santo Stefano, Prassedi, San Lorenzo furono “coscienziosamente” saccheggiate.Per quest’ultimi territori, il comandante generale e viceré don Fernando de Alba de Toledo decise di costituire un Governatorato per la Marittima ponendoli sotto amministrazione spagnola con un corregidor residente in Piperno. Due mesi dopo l’inizio delle ostilità, fu stabilita tra le parti una tregua di quaranta giorni con trattative segrete in vista di un possibile accordo. Ma le mosse diplomatiche fallirono, anche per le pressioni che il Duca d’Alba esercitava perché si continuasse la guerra, essendo egli impaziente di entrare in Roma da trionfatore.

Nell’eventuale caso, la prospettiva per i romani sarebbe stata quella di ripetere l’esperienza dell’atroce, storico Sacco operato dai lanzi tedeschi e dai mercenari spagnoli ed italiani. Così il conflitto riprese a gennaio del 1557 ma avvenne allora un fatto nuovo ed inaspettato: le popolazioni della Marittima, stanche di vessazioni e soprusi, si sollevarono contro gli occupanti ed il governatore spagnolo fu costretto a fuggire da Piperno. In quel frangente le truppe pontificie si scossero dalla loro apatia e Bonifacio Caetani da Sermoneta, comandante di quelle milizie, avanzò sino a Santo Stefano.

Nel marzo arrivarono finalmente i francesi al comando di Monsegneur François duca di Guisa che schierò le sue truppe alla difesa di Roma tra Valmontone e la costiera di Nettuno. Comunque i francesi, pur essendo amici, non si comportarono meglio degli spagnoli ed i paesi dell’Agro Romano ebbero a soffrire quanto quelli della Ciociaria e della Marittima a causa dei caballeros di Spagna. La guerra comunque continuò fiaccamente per tutta la primavera e l’estate, ma a giugno Marcantonio Colonna si impadronì di Valmontone, minacciando così Roma da sud-est oltre che da meridione. Intanto la guerra tra Spagna e Francia, tanto desiderata e da tempo preparata sul piano diplomatico da Gian Pietro Carafa, infuriava nelle Fiandre: si trattava di decidere se l’influenza egemonica della Spagna sull’intera Europa dovesse durare ancora a lungo o se una vittoria francese avrebbe portato alla rapida eliminazione del potere imperiale in Germania e nei Paesi Bassi.

Quest’ultima ipotesi si realizzerà lentamente attraverso un travagliato processo storico: infatti, sebbene l’impero spagnolo fosse condannato al crepuscolo per via delle sue interne contraddizioni, la sua potenza militare gli permetterà di vincere la partita sul piano politico e di procrastinare il crollo per un secolo ancora.

Per inciso, un po’ come oggi avviene per gli Stati Uniti d’America rispetto al loro impero planetario ed alla loro egemonia in particolare sul continente europeo.Infatti, il 2 aprile 1569 a Saint Quintin sulla Somme veniva combattuta la celebre battaglia che segnò la vittoria delle fanterie spagnole e persuase Enrico II di Francia che la partita con un suo cugino Filippo II di Spagna non poteva essere vinta sul piano militare ma solo pareggiata su quello diplomatico.

Comunque, dato che la guerra non era finita (lo sarebbe stata solamente due anni dopo), il duca di Guisa fu richiamato in patria con le sue truppe, a difendere i confini minacciati. Abbandonato dai suoi alleati, Paolo IV comprese che lo Stato della Chiesa correva grave pericolo di smembramento a favore dei domini spagnoli se non proprio di annessione. Allertò quindi il Nunzio apostolico alla corte di Madrid perché venissero esplicitate le intenzioni di pace del Papa Re; ed ottenne buono e rapido ascolto da quell’orecchio. La Spagna, impegnata su tre fronti (contro la Francia, i protestanti d’Olanda e di Germania nonché contro Stato Pontificio), pressata dal dissesto economico che la massiccia importazione d’oro dall’America andava determinando a causa dei processi inflattivi incontrollabili, aspirava anch’essa alla cessazione dei conflitti. Una volontà, da parte della Spagna, di recedere comunque dagli impegni bellici che avrà il suo sbocco con la pace di Cateau Cambrèsis del 1559 la quale porrà l’evento di San Quintino nel novero storico delle vittorie inutili; come inutile era stata per la Spagna la pur vittoriosa guerra di Campagna.

Infatti, già ai primi di settembre la marcia su Roma del duca d’Alba fu fermata per ordine del Consiglio madrileno e la pace fra il Vicereame di Napoli (in pratica la monarchia spagnola) e lo Stato della Chiesa fu firmata a Cave il 13 settembre di quel 1557 in Palazzo Leoncelli, oggi sito in Via della Pace al civico 12.

Al tavolo delle trattative, che furono rapide, sedevano il Viceré di Napoli duca d’Alba ed il Segretario di Stato Cardinal Carafa, nipote di Sua Santità. Alle clausole rese pubbliche si aggiunse un accordo classificato riguardante il futuro del Ducato di Paliano (in pratica i feudi colonnesi) che veniva posto sotto il governo di un Consiglio fiduciario, composto da personalità delle due parti, senza specificarne la sorte definitiva.

Questa invece veniva determinata dal Trattato segreto, nel senso che in futuro (alla morte di papa Paolo IV) quelle terre sarebbero state restituite al dominio di Casa Colonna. Nel trattato palese comunque il pontefice fece includere una clausola riguardante la condanna a morte di Marcantonio ed il sequestro dei suoi feudi; pene che restarono in vigore, anche se solo nominalmente. La Spagna, tuttavia, non poteva abbandonare e deludere il suo più fedele e capace alleato italiano, per cui il cardinale Carafa, all’insaputa dello zio Papa, fu obbligato a sottoscrivere il citato accordo classificato che impegnava la sua parte alla cancellazione della condanna nei confronti dei Colonna ed alla restituzione alla casata di tutte le prerogative e dominanze sui possedimenti, riuniti due anni prima nello Stato di Paliano.

A parte l’impegno a soddisfare in futuro la Casa Colonna ed altre clausole di minore importanza, la Spagna non guadagnò alcunché dalla Pace di Cave. La guerra, comunque era costata a tutti qualcosa: un notevole colpo le alle finanze madrilene già esauste, devastazioni e spoliazioni, perdite di vite umane e danni di ogni genere subiti dalle popolazioni laziali coinvolte in una guerra inutile, priva di scopi sin dall’inizio e senza sbocchi alla fine. Tuttavia, quella catastrofe era servita a dimostrare almeno un fatto: lo Stato Pontificio non era in grado di difendere da se stesso ed aveva potuto evitare il tracollo solo per l’intervento francese.

C’è anche da dire, comunque, che Filippo II Re Cattolicissimo, impegnato in una lotta ideologica, politica e militare contro la Riforma, non avrebbe potuto permettersi né di cacciare il Papa da Roma, (il che sarebbe stato inconcepibile) né di annettersi in tutto o in parte il Patrimonio di San Pietro, ovvero lo Stato della Chiesa – di quella Chiesa Cattolica della quale si professava ubbidientissimo figlio.In ogni caso la Pace di Cateau Cambrèsis ridisegnò gli equilibri dei poteri in Italia riconfermando la piena integrità del dominio pontificio; questo Stato artificiale e debolissimo sul piano economico e militare non poteva comunque sussistere senza un protettorato straniero che ne assicurasse l’esistenza.

Così la nomenclatura romana all’alleanza francese dovette sostituire quella spagnola che sul piano interno significava la resurrezione di Casa Colonna e l’ascesa di Marcantonio. Egli, dopo aver fatto la guerra contro lo Stato Pontificio come comandante spagnolo, diveniva comandante ed ammiraglio pontificio ed in tale veste guidò le galee del Papa alla battaglia navale di Lepanto contro gli Ottomani. La battaglia fu vinta. Ovviamente non certo per merito del principe colonnese (data anche della pochezza delle sue forze navali); comunque il condottiero pontificio si batté con notevole impegno, all’opposto del Doria che in pratica non volle muovere le sue galee poiché il suo protettore, il Re di Francia, nulla aveva da guadagnare da una vittoria sull’impero turco che favoriva soprattutto la Spagna e poneva in ombra l’unica potenza mondiale che poteva contrastare il predominio spagnolo sul Mediterraneo.

In quanto al gran capitano spagnolo, don Ferdinando de Toledo duca d’Alba, ecc. ecc., se ne tornò a Napoli a fare il Viceré, dopo aver rinunciato al suo sogno di gloria di entrare da vincitore a Roma e dopo aver dovuto ingoiare a Cave il rospo di quella pace di compromesso a coronamento di una guerra vittoriosa.

Il suo avversario francese, monsegneur François duca di Guisa, richiamato nella patria in pericolo, malgrado il sostanziale fiasco nella campagna d’Italia fu nominato luogotenente generale dell’armèe. Nel suo nuovo comando, dimostrò astuzia e coraggio poiché, invece di contrattaccare gli spagnoli che premevano sulla Somme, si volse contro Calais, ultima piazzaforte tenuta in Francia dagli inglesi che in quell’occasione bellica erano alleati degli spagnoli, e se ne impadronì. Si rivolse poi contro gli spagnoli e li batté a Thionvilles. Con le sue vittorie determinò quindi la salvezza del suo paese ma anche il predominio in esso della fazione cattolica della quale era il capofila.

In ordine alla contesa tra Spagna e Francia per l’egemonia negli affari dell’Europa, le due superpotenze di allora raggiunsero la pace di compromesso di Cateau Cambrèsis del 2 aprile 1559: un atto che rimandava di mezzo secolo il declino della Spagna. Le conseguenze di quella inutile guerra (e della pace con retroscena politico-diplomatico favorevole solo ai Colonna) si riversarono invece su casa Carafa.

L’infelice conflitto con la cattolica Spagna, naturale protettrice del papato, dovuto alla cocciutaggine ed all’isterismo di papa Paolo IV che l’aveva avventatamente iniziato per consiglio dei suoi nipoti, portò alla rovina quest’ultimi con conseguente crollo della casata. Infatti quest’ultimi, odiati da tutti, accusati a ragione di ruberie macroscopiche, frodi e falsi amministrativi, di incapacità e disprezzo nei confronti di tutto e di tutti, privati dell’appoggio dello zio Papa Carafa al suo decesso, furono privati di tutte le cariche ed esiliati da Roma. Il nuovo Pontefice, Pio IV, su consiglio (e pressione) di Marcantonio Colonna, aprì contro di essi un processo, che si concluse con la condanna a morte dei cardinali Carlo e Giovanni. Quest’ultimo, oltre che per le note ruberie, anche per l’assassinio della moglie, Violante d’Alife, compiuto nel 1559 a Gallese.

Carlo, firmatario della pace di Cave, fu strangolato nelle prigioni di Castel Sant’Angelo mentre Giovanni venne decapitato in pubblico, insieme al cognato conte d’Affile ed allo spagnolo Lorenzo de Cardenas ritenuti suoi complici nell’uxoricidio perpetrato a Gallese. Era il 5 marzo 1561, e fu giorno di festa per il popolo romano: quello stesso popolo che alla notizia della morte di Papa Paolo IV, avvenuta il 18 agosto 1559, era scesa nelle vie a festeggiare la fine di un incubo, ad abbattere i simboli dei Carafa ed a coprire di oltraggi le statue del papa appena defunto.

Sic transit gloria mundi.

Tra dolori e miserie, devastazioni e lutti, la vita riprese a scorrere per le popolazioni del basso Lazio e, come sempre accade, le ferite col tempo presero a rimarginarsi. Tuttavia per queste povere genti un motivo di contentezza esisteva: il ricordo dell’insurrezione della Marittima che aveva cacciato da Priverno il governatore spagnolo e dove gente del popolo, quasi disarmata, aveva affrontato e spazzato via gli sgherri che li opprimevano.

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Rocca di Cave

Rocca di Cave è un comune montana di 381 abitanti della provincia di Roma.

È uno dei più piccoli comuni di Italia per residenti effettivi, ed annovera oltre ad alcuni punti di interesse panoramico e geologico, le vestigia del Castello Colonna (che attualmente ospita il Museo geopaleontologico ed una postazione di osservazione astronomica). Nel 2008 è stata ristrutturata la centrale piazza del paese (Piazza S. Nicola).

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Cave In

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I Cave In sono una band alternative metal. Formati nel 1995, avevano una formazione piuttosto variabile, fatta di tanti cantanti che e di bassisti si succedevano a raffica (tanto che, rimasti senza voce e basso si ritrovarono in tour col bassista dei Piebald ad aiutarli). Tutto ciò fino al 1998, in cui, stanchi di cercare nuovi cantanti, e contenti del recente acquisto al basso (Caleb Scofield, del quale dicono di averci diviso il furgone con la sua vecchia band ai tempi del primo tour, ignorando totalmente che sapesse suonare il basso, "e anche piuttosto bene"), registrano Until Your Heart Stops, entrati nelle grazie di Aaron Turner (proprietario della Hydrahead e chitarra/voce negli Isis). Il suono tipico post un po' rock 'n' roll e a tratti molto melodico li caratterizza fino in fondo tanto che nel 2003 arriva Antenna, accompagnato da un contratto su una major come RCA. Il sound dell'album è sensibilmente diverso, molto più "easy listening" degli altri. Nonostante avessero più volte pensato di abbandonare la linea caotica e le voci in screaming (soprattutto in seguito ai problemi alla gola di Stephen), dopo un tour post-Antenna arriva nel 2005 Perfect Pitch Black, che segna il ritorno del quartetto verso Hydrahead, e verso sonorità più aggressive e complesse.

Nello stesso periodo lascia la band il batterista John Connors, e al suo posto subentra Ben Koller, attuale batterista dei Converge.

I vari membri facevano parte di vari gruppi diversi, alcuni dei quali ancora attivi. Caleb è anche bassista degli Old Man Gloom (assieme ad Aaron degli Isis e Nate dei Converge), mentre Ben è dal 1999 il batterista dei Converge. Per i membri passati, Jay era chitarrista nei Ten Yard Fight, mentre Dave cantava negli Alert.

La discografia ha vari pezzi, fra 7" e full-length.

Inoltre vi sono due raccolte Hydrahead, una del 1997 che comprende i pezzi dei primi lavori, chiamata Beyond Hypothermia, e una del 2005, in edizione limitata, che contiene tutti i singoli.

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Source : Wikipedia