Carbonia

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Tags : carbonia, sardegna, italia

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Carbonia

Panorama di Carbonia

Carbonia (in sardo Carbònia o Crabònia) è un comune italiano di circa 30.000 abitanti, capoluogo, con Iglesias, della provincia di Carbonia-Iglesias, istituita nel 2001 e attiva dal 2005. Il suo nome sta ad indicare luogo o terra del carbone, a testimonianza della sua vocazione mineraria.

Carbonia è situata nel sud-ovest della Sardegna, nella storica regione del Sulcis di cui è il principale centro urbano, a circa 65 km a ovest di Cagliari, in un'area un tempo paludosa e in seguito bonificata durante la costruzione della città. La morfologia del territorio è in buona parte pianeggiante, con pochi rilievi di altitudine modesta (inferiore ai 300 metri), tra cui monte Sirai (da cui si può ammirare un panorama della laguna di Sant'Antioco), monte Crobu, monte Leone e monte Rosmarino. Il colle più elevato nel comune è il monte San Michele Arenas (in sardo: Santu Miali), alto 492 m s.l.m.. Da questo colle, nei pressi dei ruderi della chiesa di San Michele, forse di origine bizantina ma ormai scomparsa, si può ammirare un vasto panorama con quasi tutti i comuni del Sulcis, escluso Gonnesa e Teulada.

La città è attraversata dal rio Santu Milanu e dal suo affluente rio Cannas, due corsi d'acqua a carattere torrentizio i cui alvei sono in secca per buona parte dell'anno, e che sfociano nella laguna di Sant'Antioco. Il rio Santu Milanu o Millanu (che significa rivo San Gemiliano o Emiliano, santo del I o II secolo d.C., originario di Cagliari, venerato nel sud Sardegna) era denominato nelle carte catastali dell'Ottocento riu Bau Baccas (rivo Guado delle Vacche).

I primi insediamenti in epoca moderna di quella che oggi è Carbonia si ritrovano nell'abitato di Serbariu, divenuto comune autonomo nel 1853, staccandosi da Villamassargia come altri comuni del Basso Sulcis nel XIX secolo. La scoperta di grandi giacimenti carboniferi nel sottosuolo sulcitano, portò nei primi decenni del Novecento all'apertura di varie miniere e a numerosi lavori di sondaggio per valutare l'eventuale apertura di nuovi pozzi grazie alle seguenti società carbonifere.

Così il 9 dicembre 1933 a Trieste, nella sede dell'Arsa o Società Anonima Carbonifera Arsa (istituita nel 1919), nacque la Societa Mineraria Carbonifera Sarda SpA, o semplicemente Carbosarda, per rilevare le miniere di carbone del Sulcis, gestite dalla Società anonima miniere di Bacu Abis (costituita a Torino nel 1873 dall'ing. Anselmo Roux) con questa società già dichiarata fallita il 12 aprile 1933 per difficoltà finanziarie. Guido Segre, alto esponente della comunità ebraica triestina e già presidente dell'Arsa, fu il primo presidente della Carbosarda. Poi il 9 giugno 1935 vi fu la comunicazione dell'istituzione del bacino carbonifero del Sulcis da parte di Mussolini nella sua prima visita a Bacu Abis. Da tutto ciò ne consegue che il 28 luglio 1935 con R.D.L. n. 1406 si costituì l'A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani), con primo presidente sempre Guido Segre, che gestì il bacino carbonifero del Sulcis con la Carbo-Sarda o Carbosarda, o anche S.M.C.S. (Società Mineraria Carbonifera Sarda) e quello minerario dell'Istria sud-orientale con la Carbo-Arsa o Arsa. L'ebreo Segre fu il vero artefice e dinamico presidente di tutte le società minerarie in attività sia nel bacino carbonifero sulcitano sia in quello istriano, costruendo due nuove città operaie di fondazione vicino alle miniere: Arsia e Carbonia. Verso la fine del 1936 con il metodo dei sondaggi vi fu la scoperta del giacimento di carbone nella zona di Serbariu-Sirai, che si rivelò di un'enorme vastità, tanto che l'A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani), proprietaria dell'intero bacino carbonifero con la Carbosarda e in previsione di un'intensa attività estrattiva, propose al governo di costruire una città operaia vicino alle miniere e al porto di Sant'Antioco per il trasporto e l'imbarco del minerale. Il governo, condividendo la scelta dell'A.Ca.I., decise così di fondare una nuova città mineraria, da costruire al servizio della miniera e dei suoi lavoratori. Il nome scelto, Carbonia, denominazione futuristica che significa "terra o luogo del carbone" caratterizza questa volontà.

Fu così che nel 1937, nei pressi della miniera di Serbariu, iniziarono i lavori per l'edificazione di Carbonia, fortemente voluta dal regime fascista. Precisamente il giorno della fondazione del centro comunale viene fatto risalire al 9 giugno di quell'anno, data della prima visita del capo del governo fascista, Benito Mussolini, al centro carbonifero di Bacu Abis (destinata a divenire frazione mineraria di Carbonia, molto simile ad Arsia, in Istria), avvenuta due anni prima nella stessa data. La rituale cerimonia della fondazione di Carbonia, con le tipiche celebrazioni del regime di quel periodo, si realizzò, in presenza delle diverse autorità civili, militari e religiose, con la posa della prima pietra e di un astuccio contenente una pergamena (con i nomi dei partecipanti al rito battesimale della nuova città) nel fosso delle fondamenta della torre Littoria, ora torre Civica, primo edificio costruito in città sul Monte Fossone.

La costituzione del comune di Carbonia fu stabilita con Regio Decreto numero 2189 del 5 novembre 1937. Secondo l’articolo 1 del suddetto Decreto si prevede l'istituzione del comune di Carbonia con capoluogo nel villaggio minerario in località Monte Fossone, la cui circoscrizione comprende l’intero territorio del comune di Serbariu, nonché le parti dei territori dei Comuni di Gonnesa e di Iglesias, delimitate in conformità della pianta planimetrica. I lavori, costati circa 325 milioni di lire dell'epoca, vennero completati nel 1938, sebbene parecchi quartieri sarebbero stati costruiti negli anni successivi. I lavori si basarono sui progetti realizzati dall'ingegner Cesare Valle e dall'architetto Ignazio Guidi.

La data che è comunemente celebrata come l'anniversario della città è quella dell'inaugurazione che avvenne il 18 dicembre 1938 alla presenza di Mussolini, il quale, nella sua seconda visita del bacino carbonifero del Sulcis, tenne un discorso inaugurale e propagandistico dalla torre Littoria in presenza di oltre cinquantamila persone, radunate nella centrale piazza Roma, a conclusione dei lavori di edificazione del centro urbano della città. Carbonia, la seconda città a carattere minerario realizzata dal regime dopo Arsia, andò a sostituire il comune di Serbariu (divenuto frazione della città), oltre ad inglobare nel suo territorio aree dei comuni limitrofi che il governo aveva trasferito alla nuova città. Seguì poco dopo un riconoscimento per Carbonia con l’attribuzione del titolo di città (con Regio Decreto Legge del 9 febbraio 1939).

La città, negli anni dell'autarchia, fu meta di un vasto flusso migratorio da altre regioni dell'isola e anche da oltre Tirreno (si valuta che l'11% della popolazione cittadina dell'epoca provenisse dalle altre regioni italiane), infatti le miniere di carbone sulcitane lavoravano a pieno regime essendo una delle principali fonti di approvvigionamento di combustibile dell'Italia dell'epoca, fatto che aumentò notevolmente i livelli occupazionali nel Sulcis. Nel periodo dal 1940 al 1943, tutte le miniere del bacino carbonifero del Sulcis furono militarizzate; furono raggiunti i massimi livelli di produzione di carbone con grandi sacrifici e numerosi incidenti sul lavoro anche mortali. La Carbosarda, forte della condizione di azienda militarizzata, attuò un regime di sfruttamento con provvedimenti arbitrari come l'aumento dei viveri di prima necessità negli spacci aziendali e il costo dell'energia, fino all'aumento degli affitti per le case dei minatori e per gli alberghi operai, in contrasto con gli accordi contrattuali, tanto che vi fu quasi subito un'unanime reazione di contrapposizione da tutti i lavoratori del bacino carbonifero del Sulcis. Così il 2 maggio 1942 nella città vi fu il primo sciopero d'Italia durante il regime fascista e la guerra, contro il caro vita, organizzato da cellule clandestine del partito comunista e diretto da Tito Morosini, delegato confederale del sindacato dei lavoratori, iniziato con l'astensione totale dal lavoro nei pozzi carboniferi di Sirai. La gente accorsa a Carbonia in questi anni fu superiore alle aspettative del governo, e per accogliere parte di questi minatori fu inaugurata il 15 maggio 1942 Cortoghiana (anche in questo caso alla presenza di Mussolini, che, con la sua terza visita nel Sulcis, fece un secondo discorso in piazza Roma a Carbonia), tuttora una delle frazioni più popolate di Carbonia, da cui dista pochi chilometri.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1943 Carbonia fu bombardata tre volte dagli aerei anglo-americani, poi divenuti alleati, seppur subendo danni minori rispetto a quelli patiti da altri centri dell'isola. Dopo la fine del conflitto e la caduta del fascismo si visse un nuovo periodo di espansione economica, essendo le miniere carbonifere sulcitane rimaste le sole a poter garantire adeguati livelli di produzione nel paese, dopo che l'Istria e i suoi giacimenti erano passati alla Jugoslavia.

Dal 7 ottobre 1948 al 17 dicembre dello stesso anno fu effettuato lo sciopero "bianco" dei 72 giorni, attuazione della "non collaborazione" per contrastare le misure repressive e provocatorie della direzione della Carbosarda, in attuazione di una rigida politica di costi e ricavi nella gestione aziendale, posta in essere con licenziamenti e trasferimenti di personale (soprattutto quello più politicizzato e sindacalizzato), aumento indiscriminato dei fitti delle case e degli alberghi operai, dei viveri negli spacci aziendali, dei prezzi dell'energia e del carbone ceduto alle maestranze, riduzione arbitrarie degli stipendi anche con applicazione delle multe ai dipendenti responsabili di presunti disservizi.

Lo sciopero "bianco" si attuò con la "non collaborazione", cioè i minatori, presenti regolarmente al lavoro nei cantieri minerari, dopo le 8 ore di normale servizio giornaliero, non effettuarono più prestazioni straordinarie a cottimo (retribuite secondo la quantità di carbone estratto), in base a precedenti accordi aziendali, tanto che la produttività della Carbosarda scese del 50%. La direzione della Carbosarda reagì con misure drastiche e incontrollate ancora più pesanti di quelle sopra indicate, ricorrendo con intimidazioni alla polizia e alla magistratura. Esplose così, non solo a Carbonia e nel Sulcis, ma anche in tutta la Sardegna e nel resto della penisola, un vasto movimento popolare di solidarietà e sostegno alla lotta dei minatori carboniferi con i seguenti gesti significativi: parecchi lavoratori sottoscrivono a loro favore mezza giornata di paga, come i dipendenti comunali di Carbonia; i commercianti della città aprono crediti alle famiglie dei minatori; la C.G.I.L. nazionale inviò più volte un contributo di un milione di lire; i minatori di tutta Italia proclamarono uno sciopero di 24 ore in segno di solidarietà. Un tentativo di mediazione, fra la direzione mineraria e le rappresentanze sindacali, promosso dal Ministero del Lavoro il 19 novembre 1948 fallì per rigidità e intransigenze della Carbosarda. Dopo un lungo braccio di ferro nel quale la Direzione della Carbosarda minacciò di non corrispondere salari e gratifiche natalizie, e dopo che i minatori licenziati si barricano nei pozzi minerari per non essere allontanati dal posto di lavoro con l'intervento della polizia, la S.M.C.S., con la mediazione del presidente dell'A.Ca.I., Ing. Mario Giacomo Levi (contrario alla posizione portata avanti dalla Carbosarda finora) sottoscrisse un accordo con le rappresentanze sindacali il 17 dicembre 1948, annullando tutti i provvedimenti restrittivi presi (licenziamenti, multe, aumenti dei prezzi nei viveri, nei fitti e nell'energia) e aumentando le retribuzioni, con vittoria quasi totale nella vertenza dei lavoratori carboniferi.

Nel 1949 si toccherà la punta massima di popolazione della storia cittadina, con oltre 48.000 residenti e 60.000 dimoranti. Il 25 maggio 1952 vi fu la "Seconda Nascita di Carbonia" o "Rifondazione della città", con questa data delle seconde elezioni comunali di Carbonia, si attuò, con la giunta municipale guidata dal sindaco Pietro Cocco, un primo programma politico di riscatto dalla servitù aziendale dell'A.Ca.I., già tentato dalla precedente giunta diretta dal sindaco Renato Mistroni, che coinvolse tutta la cittadinanza appartenente sia alla maggioranza e sia alla minoranza politica. Il 18 febbraio 1953 con l'adesione dell'Italia alla C.E.C.A. la (Comunità europea del carbone e dell'acciaio), che fu creata col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951, si ebbero importanti conseguenze economiche e sociali per il bacino carbonifero del Sulcis e per le miniere a Carbonia.

Fra i numerosi centri abitati di fondazione, autarchici o della bonifica (ne sono stati censiti quasi duecento dei quali sarebbe auspicabile un percorso nazionale, o almeno regionale, dell’architettura razionalista e moderna), costruiti in Italia e nelle colonie durante il ventennio fascista, si trova una cittadina, anch’essa già mineraria, molto simile a Carbonia. Questa cittadina, fotocopia di Carbonia, non appartiene più all’Italia dal 1947 ma alla Croazia e si chiama Arsia (in croato: Raša), già cittadina carbonifera dell’Istria orientale nel dismesso bacino carbonifero dell’Arsa. Ad Arsia, che in breve tempo divenne il terzo comune dell’Istria, dopo Pola e Pisino, fu inizialmente proposta la denominazione di Libùrnia, che rimase solo per indicare il carbone istriano del bacino dell’Arsa definito appunto liburnico. Numerosi documenti confermano il legame fra il bacino carbonifero del Sulcis con quello dell’Istria, quest’ultimo, durante il domino austro-ungarico, fu gestito da finanzieri ed imprenditori della comunità ebraica triestina, che con diverse società controllavano sia le miniere di carbone di Albona (in croato: Labin) sia quelle di Trifail (in sloveno: Trbovlje) nella Zasavska, Slovenia centrale.

Infatti, il 9 dicembre 1933, a Trieste nella sede dell’Arsa (la Società Anonima Carbonifera costituita nel 1919) fu istituita la Società Mineraria Carbonifera Sarda, per lo sfruttamento delle miniere carbonifere nel Sulcis di Bacu Abis, di Cortoghiana, di Caput Acquas, di Sirai e di Piolanas Nord. Poi, il 28 luglio 1935 nasceva l’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani), che, tramite le società CarboArsa (Società Anonima Carbonifera Arsa) e Carbosarda o S.M.C.S. (Società Mineraria Carbonifera Sarda), organizzava e sfruttava i due bacini carboniferi istriano e sulcitano. É noto che questi due centri abitati di fondazione autarchica e fascista, Arsia e Carbonia, hanno le stesse similitudini urbanistiche ed architettoniche per il semplice fatto che gli stessi urbanisti ed architetti (Gustavo Pulitzer-Finali ed Eugenio Montuori) e lo stesso artista (lo scultore Marcello Mascherini) collaborarono con l’Azienda Carboni Italiani. Così, ad esempio, il Palazzo Ceva di Carbonia lo ritroviamo uguale a Piedalbona (già Pozzo Littorio d’Arsia, in croato: Podlabin), denominato Casa Ceva. Infatti, l’A.Ca.I., al fine di risparmiare sulle spese, utilizzava gli stessi progetti e la stessa organizzazione del lavoro prima in un bacino carbonifero e poi nell’altro.

Albona, storica città fu il più importante centro carbonifero dell’Istria, prima che, durante il fascismo, fosse fondata la cittadina autarchica di Arsia, tanto che il bacino dell’Arsa veniva chiamato bacino dell’Albonese, prendendo appunto nome da Albona. Poi, con la costruzione di Arsia (fondata il 4 novembre 1937), Albona perse molta importanza a favore di questa cittadina mineraria, tanto che i confini comunali fra questi due centri arrivarono fin sotto al colle dove sorge il centro storico albonese. Ai piedi di questo colle, vicino alla Miniera di Pozzo Littòrio, fu costruito l’omonimo centro abitato minerario, inaugurato nel 1942 per il ventennale della marcia su Roma, nello stesso anno in cui fu inaugurata da Mussolini Cortoghiana, evidenziando quell’incredibile parallelismo di identici avvenimenti nei due bacini carboniferi. Arsia con quasi ventimila abitanti e oltre diecimila minatori, in poco tempo come Carbonia, divenne la terza città dell’Istria per popolazione subito dopo Pola (in croato: Pula) e Pisino (in croato: Pazin); diventò uno dei maggiori centri industriali della Regione Venezia Giulia, dopo Trieste, Fiume (in croato: Rijeka) e la stessa città di Pola, prima dell’invasione jugoslava. Così, l’edilizia estensiva nei due bacini carboniferi si attuò nei centri di Arsia, nei diversi quartieri di Carbonia e a Bacu Abis (vera fotocopia di Arsia), sotto l’influenza dell’architetto ebreo di Trieste Gustavo Pulitzer-Finali; mentre, l’edilizia intensiva si realizzò nella frazione di Pozzo Littorio d’Arsia e nei quartieri carboniensi lungo e vicino al Rio Cannas (Via Nuoro, Via Gallura, Corso Iglesias, Via G. M. Angioj e i cosiddetti Palazzoni di Serbariu), su progetto dell’architetto pesarese Eugenio Montuori e i palazzi di Cortoghiana dell’architetto Saverio Muratori.

Come si è sopra ricordato, sia a Carbonia sia a Pozzo Littorio d’Arsia esiste un uguale complesso edilizio: il Palazzo Ceva che nella frazione carbonifera dell’Istria si chiana Casa Ceva, prende la denominazione dall’acronimo dei cognomi dei due architetti che lo progettarono: Ceppi e Varsi. Nell’Archivio Storico Comunale Carboniense esistono tre progetti sulla sistemazione della piazza centrale di Pozzo Littorio d’Arsia, che oggi si chiama Trg Labinski Rudara (che significa: Piazza dei Minatori Albonesi), corrispondente alla nostra Piazza Iglesias di Carbonia. Nel 1947, il comune di Arsia e la sua frazione Pozzo Littorio d’Arsia fu aggregato al comune di Albona e si chiamò Piedalbona, diventando oggi il centro moderno della cittadina albonese con oltre 13.000 abitanti. L’ente pubblico statale A.Ca.I., possedeva e gestiva, con la la CarboArsa per il bacino carbonifero istriano e la Carbosarda per il bacino carbonifero sulcitano, l’immenso patrimonio immobiliare, costituito non solo dalle strutture industriali e dagli impianti minerari, ma anche dagli abitati dei due comuni sunnominati con le rispettive frazioni carbonifere nel Sulcis: di Bacu Abis e di Cortoghiana (comune di Carbonia), dei centri minerari di Nuraxi Figus e di Seruci (comune di Gonnesa); e nell'Istria: di Tupliaco (in croato: Tupljak, nel comune di Pedena (in croato: Pićan), di Càrpano (in croato: Krapan, nel comune di Arsia), di Vines (in croato: Vinež, già comune di Arsia ora di Albona), Pozzo Littorio d’Arsia (già comune di Arsia ora di Albona), denominato oggi Piedalbona (in croato: Podlabin), perché dal 1947 era stata aggregata al vicino comune di Albona (in croato: Labin).

Non a caso fu nominato come primo presidente dell’A.Ca.I. Guido Segre, un imprenditore ebreo originario di Torino, ma autorevole rappresentante della comunità ebraica di Trieste, che fu il vero artefice nell’organizzazione e nel rilancio dei due bacini carboniferi con la costituzione di due nuovi comuni di Arsia e Carbonia; così come vi furono altri ebrei nei consigli d’amministrazione delle società minerarie sopra indicate e collaboratori israeliti come l’architetto Gustavo Pulitzer-Finali (progettò Arsia e Bacu Abis con altri tecnici, e collaborò per Carbonia), i quali furono estromessi dagli incarichi subito dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1938. Infatti, lo stesso Segre, esautorato dalla carica di presidente dell’A.Ca.I., non poté partecipare nel 1938 alla cerimonia inaugurale della città di Carbonia.

Con la fine dell'embargo contro l'Italia, i carboni esteri, più economici e con minore presenza di zolfo, portarono alla crisi del settore estrattivo sulcitano, particolarmente grave in quanto all'epoca Carbonia e altri comuni della zona si basavano economicamente su questo tipo di attività. Nell'autunno del 1962 vi fu il primo ritrovamento di un reperto nel sito archeologico di Monte Sirai da parte di un ragazzo di Carbonia. Tutto ciò desterà un interesse nazionale e internazionale su Monte Sirai, tanto che nell'agosto del 1963 vi fu la prima campagna di scavi sul sito archeologico, condotti dalla Sopraintendenza di Cagliari e dall'Istituto Studi del Vicino Oriente dell'Università La Sapienza di Roma.

Nonostante i numerosi scioperi, alla fine si assistette alla chiusura di molte miniere sulcitane, e tra queste anche quella di Serbariu, la cui attività estrattiva fu interrotta nel 1964. Conseguenza di queste dismissioni fu un vasto esodo da Carbonia, che si assestò negli anni a seguire sui 30.000 abitanti. Con l'apertura del vicino polo industriale di Portovesme, finanziato da aziende statali, i livelli occupazionali della zona si risollevarono, seppur in parte. La popolazione della città aumentò leggermente tra gli anni settanta fino agli anni novanta. Però il disimpegno dello Stato tramite le privatizzazioni di queste realtà produttive, dovuto all'eccessivo debito pubblico, mostrò ben presto la scarsa competitività delle medesime. Ciò determinò una nuova pesante crisi della città e del suo tessuto produttivo, con una notevole diminuzione dei lavoratori nel polo di Portovesme. Di conseguenza questo ultimo fattore determinò un riaumento dell'emigrazione, che portò la popolazione a diminuire in meno di dieci anni di circa duemila unità.

Segnala un certo dinamismo economico e sociale di quel perido anche il fatto che un gruppo di imprenditori e liberi professionisti di Carbonia nel 1975 costituirono in città "Tele Uno", la seconda televisione libera e privata in Sardegna, subito dopo la TV Videolina di Cagliari; poi nel 1976, in seguito alla sentenza n. 202/1976 della Corte Costituzionale, con la quale si decise la fine del monopolio RAI e si consentì l'installazione e l'esercizio degli impianti di diffusione radiofonica via etere di portata non eccedente l'ambito locale, si costituirono in Italia diverse radio libere e private, fra queste la prima di Carbonia e della Sardegna: Radio Gamma 102.

Tutto ciò fu accompagnato da tragici fenomeni sociali che colpirono duramente soprattutto la popolazione giovanile. Tra questi si può annoverare la diffusione tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta dell'eroina che da un lato determinò l'aumento di fenomeni legati alla cosiddetta criminalità predatoria e dall'altra a un notevole aumento della mortalità giovanile. Per quanto gli ultimi dati demografici del 2004 abbiano mostrato almeno una minima crescita della popolazione, si possono considerare come esemplificativi della condizione economica della città i tassi di disoccupazione giovanile maschile e femminile: il primo si attesta al 57%, mentre il secondo ben al 71%.

Comunque sia, effettivamente nel primo quinquennio degli anni 2000 vi è stata una notevole crescita del settore dei servizi, in particolar modo grazie alle nuove attività commerciali sorte in città. Negli ultimi anni inoltre la città sta giocando la carta del turismo legato soprattutto all'archeologia industriale: a questo riguardo va segnalata la ristrutturazione della vecchia miniera di Serbariu, riconvertita a museo (ospita il Centro Italiano della Cultura del Carbone), e i lavori di ristrutturazione del centro storico (piazza Roma), ora più simile allo stile della fondazione.

Il 12 ottobre 2005 con delibera del Consiglio Provinciale n. 21 (Determinazione del Capoluogo. Atto Statutario.) a Carbonia, unitamente a Iglesias, è stata attribuita la qualifica di capoluogo della Provincia di Carbonia-Iglesias. A Carbonia ha sede, quindi, il Presidente della Provincia e si riunisce la Giunta Provinciale.

Lo stemma comunale, approvato con un Regio Decreto datato 26 ottobre 1939, presenta una lampada da minatore in testa a una montagna di carbone, a caratterizzare la vocazione mineraria della città. Il gonfalone comunale presenta questo stemma posto su drappo nero e azzurro con la scritta Città di Carbonia a caratteri dorati.

Il popolamento di Carbonia ha avuto un andamento oscillante, legato allo sviluppo produttivo delle attività carbonifere, con rapidi incrementi in pochi anni fino a far diventare la città il terzo comune più popolato della Sardegna (con quasi 60.000 abitanti), dopo Cagliari e Sassari, e il primo centro di fondazione autarchica d’Italia per popolazione fino agli anni sessanta. Mentre, dagli anni sessanta in avanti, il popolamento di Carbonia fece registrare continui e progressivi decrementi, dovuti alla quasi completa chiusura del bacino carbonifero e dei relativi impianti minerari, con la riduzione del personale addetto e alla diminuzione delle attività estrattive del carbone. Così, si passò da circa ventimila lavoratori a poco più di un qualche centinaio di dipendenti dell’azienda carbonifera, rimasti ora nelle ultime due miniere di carbone ancora attive, ubicate però nel vicino comune di Gonnesa, fuori dal territorio comunale carboniense. Questo andamento così oscillante della popolazione ha fatto registrare negli uffici anagrafici comunali la seguente situazione in 70 anni: a Carbonia sono nate più di 200.000 persone e hanno avuto la residenza circa 500.000 abitanti, con presenze valutate e stimate in un numero superiore per almeno tre mesi. Fotografa bene quel periodo il seguente detto popolare diffuso in Sardegna: “Si calincunu perdit unu fillu, de siguru dd’agatat a Carbonia (Se qualcuno perde un figlio, di sicuro lo ritrova a Carbonia)”.

Gli abitanti di Carbonia sono denominati carboniènsi, a volte carbonièsi (in sardo carbonièsus o carboniàntis). La caratteristica particolare di questo comune, che è un centro di fondazione autarchica e fascista, è costituita dal fatto che ha una popolazione originaria eterogenea, quasi multietnica, proveniente da diverse zone della Sardegna e dell'Italia, inizialmente dai centri di tradizione mineraria. Tutto questo fa di Carbonia un comune diverso rispetto a tutti gli altri della Sardegna; ed è questa la ragione per la quale in questa città non esiste un dialetto proprio, ma un italiano, a volte con la tipica cadenza sarda, che ha sue caratteristiche espressioni gergali, che necessariamente ha costituito una sorta di lingua franca comune, che consentì di far comunicare fra loro le diverse comunità presenti nel comune, ora più omogenee e meno divise rispetto al passato. Il sardo con la variante campidanese, seppur relegato ad esclamazioni, ad espressioni gergali o all’ambito familiare, rimane, comunque dopo l’italiano, la lingua più diffusa e compresa, ma poco parlata anche tra i sardi residenti in città; dove si trovano, però, anche comunità numerose di origine abruzzese, calabrese, emiliana, friulana, lucana, marchigiana, pugliese, siciliana, toscana, umbra, veneta e di altre parti d’Italia, insomma quasi tutte le province italiane sono, o sono state, qui rappresentate, comprese quelle della regione giuliano-istriana e quarnerina, con famiglie provenienti dalle città e Province di Pola, di Fiume e di Trieste, in particolare dai comuni di Albona, Arsia, Fasana, Gallignana, Pisino, Sanvincenti.

Carbonia oltre a essere capoluogo della provincia di Carbonia-Iglesias, è sede anche di parte degli organi di governo dell'ente (altri si trovano ad Iglesias). Nella sede di via Fertilia hanno infatti sede gli uffici del Presidente e della Giunta.

Tra la città e le sue frazioni sono presenti 7 scuole dell'infanzia, 9 scuole primarie, 5 scuole secondarie di primo grado e 5 scuole secondarie di secondo grado (di cui un liceo classico, uno scientifico, due istituti tecnici e uno professionale). Oltre a queste scuole pubbliche, le suore Orsoline gestiscono una scuola dell'infanzia, una primaria e una secondaria di primo grado parificate.

Bacu Abis, già Delegazione comunale, è sede di circoscrizione decentrata e di parrocchia, che si trova nella chiesa di Santa Barbara, inizialmente dedicata a San Valeriano.

La storia di questo paese inizia alla metà dell'Ottocento con la scoperta di alcuni giacimenti di lignite, utili per il fabbisogno nazionale come fonte energetica.

La fortuna della miniera è l'interesse da parte di un ingegnere minerario piemontese (Anselmo Roux) che con le proprie sostanze ed il finanziamento di alcuni possidenti locali fonda la Società mineraria Bacu Abis. Nel 1870 circa il carbone estratto da Bacu Abis sale al vertice nazionale come fonte energetica, e la miniera conta all'inizio circa 700 operai che lavorano all'estrazione.

Dopo alcuni anni di splendore arrivò la crisi, i soci di Roux si ritirarono, essendo la società in crisi economica, e l'ingegnere rilevò la miniera da solo. Dopo la sua scomparsa la miniera fu rilevata dalla società Monteponi, e nella grande guerra il suo carbone servì come combustibile per le navi.

Durante il Fascismo nel territorio videro splendere altre miniere e un interesse particolare ebbe il Duce per Bacu Abis. Il paese si trasformò, furono costruite case per i minatori e nel giro di pochi anni divenne un vero e proprio centro abitato. Vennero ampliati i pozzi che c'erano già e ci fu una attività estrattiva fino ai primi anni sessanta, quando la miniera cessò la sua attività.

Frazione, ormai sobborgo di Carbonia, situata a nord-ovest della città, sorge lungo la strada provinciale per Villamassargia. Secondo alcuni la denominazione della frazione, derivando dal fenicio-punico "bar-bus", significherebbe "pozzo fetido" o "acquitrino". Nei pressi della frazione è presente una rara pianta: il bosso delle Baleari, esistente solo in una piccola montagna, denominata S'arriu de suttu, minacciata da una cava per l'estrazione della ghiaia.

Barbusi, già delegazione comunale, è sede di circoscrizione decentrata e di parrocchia, che si trova nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, costruzione che sostituisce la vecchia chiesa medievale (dedicata sempre alla Madonna) abbattuta con l'antico cimitero e che si trovava vicino all'olivastro millennario. La vecchia chiesa, pare di origine giudicale e bizantina, fu tappa della strada denominata "de sa reliquia", cioè il percorso della processione di Sant'Antioco che da Iglesias arrivava all'antica Sulci, raggiungendo le chiese di Santa Maria di Barega, Santa Barbara di Piolanas e Santa Maria delle Grazie di Barbusi.

Sita sulla strada per Iglesias, conta 2700 abitanti circa, e fu progettata nel 1939 nei pressi dell'omonima miniera e della zona nota come Corti Ogianu, da cui deriva il suo nome. L'inaugurazione avvenne il 15 maggio 1942, alla presenza del capo del regime fascista Benito Mussolini, che visitò il nuovo centro abitato e la locale miniera, tenendo poi un discorso a Carbonia, meno solenne ma più propagandistico rispetto a quello del dicembre 1938 (influenzato dall’andamento negativo della guerra).

Strutturalmente simile a Pozzo Littorio d’Arsia, in Istria, è di particolare rilevanza l'organizzazione urbanistica dell'abitato, di stampo razionalista, e la vasta piazza Venezia, tipico esempio di architettura del Ventennio. Cortoghiana, già Delegazione comunale, è sede di circoscrizione decentrata e di parrocchia, che si trova nella chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, costruita negli anni settanta e non rispondente affatto a quella prevista con torre campanaria nei progetti dall'architetto progettista del villaggio minerario, Saverio Muratori.

A circa due chilometri da Cortoghiana si trovano le imponenti strutture dell'omonima miniera carbonifera(che dovrà essere valorizzata), costituita da diversi edifici: direzione mineraria, magazzini, officine e impianti minerari, ora utilizzati per attività artigianali e commerciali.

Il vecchio casale di proprietà delle famiglie Gannau si trova, vicino al rio Santu Milanu, in località denominata in passato "Coderra" (in sardo: coderra o coa de terra significa spazio di terra in una zona acquitrinosa). Ora costituisce una zona residenziale in espansione, posta nel lembo sud-occidentale del territorio comunale, sorge infatti al confine con la frazione di Is Urigus, appartenente al comune di San Giovanni Suergiu. La borgata di Is Gannaus (ormai sobborgo di Carbonia) è sede di circoscrizione decentrata e di parrocchia, che si trova nella moderna chiesa dedicata a San Marco Evangelista.

Questa frazione, completamente inglobata nella città di cui costituisce la periferia sud-est, si può considerare il nucleo originario del comune di Carbonia. Secondo alcuni la denominazione deriverebbe da "s'erba de s'arriu", che significa "l'erba del rivo". La vecchia borgata di Serbariu, già antica villa giudicale e medievale, rinacque infatti tra il XVIII e il XIX secolo e fu proclamata comune nel 1853, staccandosi da Villamassargia di cui era stata frazione con quasi tutti gli attuali comuni del Sulcis. Lo status di comune autonomo per Serbariu si manterrà sino alla fondazione di Carbonia che ne acquisì tutto il suo territorio. Serbariu, già Delegazione comunale, è sede di circoscrizione decentrata e di parrocchia, che si trova nella chiesa moderna dedicata a San Narciso.

Si è affermata ora a Carbonia, che sembrava destinata alla scomparsa senza tanti rimpianti, un tipo di attività economica diversificata, dopo la chiusura di quasi tutti gli impianti del bacino carbonifero sulcitano, che la caratterizzavano con un’economia monoculturale. La città di Carbonia, quindi, seppur faticosamente e lentamente, sta trovando nuovi equilibri e sviluppo nel terziario come centro di servizi non solo per il territorio del Sulcis (circa 100.000 abitanti), ma conquistato il ruolo di capoluogo (benché in condominio con Iglesias) nella neo-costituita provincia di Carbonia-Iglesias, ma anche oltre lo stesso territorio provinciale della Sardegna sud-occidentale.

Questo sviluppo economico è limitato, però, dal fatto che Carbonia ha avuto, e mantiene ancora, la caratteristica di città aziendale, come Arsia in Istria e Torviscosa nel Friuli, dove, fino a qualche decennio fa, non esisteva quasi il suolo pubblico. Infatti, le strade urbane, tutti gli impianti d’illuminazione, i sottoservizi idrici e fognari appartenevano all’A.Ca.I. (Azienda Carboni Italiani), che tramite la Carbosarda gestiva e possedeva, non solo tutti gli impianti produttivi e industriali dell’intero bacino carbonifero del Sulcis, ma anche quasi tutto il patrimonio immobiliare di Carbonia e delle frazioni minerarie di Bacu Abis e di Cortoghiana, dove ogni casa e ogni edificio, sia per uso abitativo o pubblico, apparteneva alla sunnominata società mineraria. Persino il Palazzo Comunale e la chiesa di San Ponziano (la prima e più importante parrocchia della città) appartenevano alla società A.Ca.I., alla quale veniva pagato, addirittura, un affitto seppur simbolico di poche lire.

In questi decenni la situazione è cambiata anche se la maggior parte del patrimonio immobiliare del comune di Carbonia appartiene ancora a società, che ebbero attività minerarie ora dimesse e hanno il loro domicilio legale fuori dalla Sardegna; oppure all’Istituto Autonomo per le Case Popolari (con sede a Cagliari), diventato ora A.R.E.A. (Azienda Regionale di Edilizia Abitativa), che possiede da molti anni e detiene ancora quasi il cinquanta per cento del patrimonio abitativo nel comune già minerario. Tutto questa situazione influisce non poco su un normale sviluppo edilizio ed economico di questa città, che si sta battendo perché la maggior parte del patrimonio immobiliare, presente nel comune carboniense, sia affrancato e restituito alla sua comunità.

Carbonia dal 1956 è capolinea della diramazione Carbonia-Villamassargia delle Ferrovie dello Stato, che nella stazione di Villamassargia si congiunge con la tratta principale Iglesias-Decimomannu-Cagliari. Il capoluogo regionale dista 68 Km e i tempi di percorrenza oscillano tra i 55 e gli 80 minuti, a seconda che i treni siano diretti o meno (nel secondo caso a Villamassargia si ha la coincidenza col treno per Cagliari) e dal numero di fermate intermedie. Sono presenti inoltre due fermate intermedie nella Carbonia-Villamassargia, entrambe in territorio comunale, una sita nella frazione di Barbusi, e un'altra in località Cixerri.

Sino al 1974 Carbonia era attraversata anche da un'altra ferrovia, la San Giovanni Suergiu-Iglesias, gestita dalle Ferrovie Meridionali Sarde, che permetteva di raggiungere in treno dalla città Iglesias e i comuni dell'isola di Sant'Antioco.

Carbonia è collegata al territorio provinciale e a Cagliari dagli autobus dell'ARST.

La mobilità pubblica nel centro cittadino è garantita da 3 autolinee urbane dell'ARST, che effettuano in particolare collegamenti con la zona del cimitero, con l'ospedale Sirai, col centro città e con la stazione ferroviaria. In questo caso i pullman sono posti in coincidenza con l'arrivo e la partenza dei treni.

Nel calcio la principale squadra cittadina è l'Associazione Sportiva Dilettanti Carbonia Calcio, attualmente militante in Eccellenza, che ha all'attivo varie stagioni in serie C e Serie D. Il miglior risultato conseguito dalla squadra biancoblu è un terzo posto in serie C negli anni cinquanta, a un punto dalle squadre promosse in serie B. Altre storiche società carboniesi sono la Polisportiva Sguotti, attiva sino al 2008 nei campionati regionali, e il Carbonia Sud, quest'ultima attiva nel settore giovanile. Varie altre società militano nei campionati minori e in quelli per categorie giovanili. Varie le società attive negli altri sport, si spazia dal basket alla pallavolo, dal rugby alla ginnastica artistica, dall'hockey su pista al tennis, sino all'atletica leggera. Nella maggior parte dei casi le squadre competono a livello provinciale o regionale, anche se non mancano le eccezioni nella storia dello sport carboniese. Le società cittadine di pattinaggio ad esempio negli ultimi decenni hanno più volte lanciato campioni affermatisi poi a livello europeo e mondiale.

Per la parte superiore



Sardegna

Sardegna - Bandiera

La Sardegna (in sardo Sardigna, Sardinia, Saldigna, Sardinna o Sardinnya; in catalano: Sardenya) è un'isola e una regione autonoma a statuto speciale facente parte della Repubblica Italiana.

Lo Statuto Speciale, sancito nella Costituzione della Repubblica italiana del 1948, garantisce alle Istituzioni sarde una larga autonomia amministrativa e culturale. L'isola è depositaria di una millenaria cultura, con singolari peculiarità etniche e linguistiche.

L'accentuata insularità è stata il fattore predominante che ha contribuito a conservare le antiche tradizioni anche se, fin dall'antichità, esistevano continui rapporti commerciali e culturali con molti popoli mediterranei ed europei, data la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo occidentale.

In epoca moderna, molti viaggiatori e scrittori hanno esaltato nelle loro opere la bellezza dell'isola, immersa in un ambiente in gran parte incontaminato, che ospita un paesaggio botanico e faunistico con specie uniche, nel quale si trovano poi le vestigia della misteriosa civiltà nuragica.

Il nome Sardegna deriva da quello dei suoi antichi abitatori: i Shardana. Ben conosciuta nell'antichità sia dai Fenici che dai Greci, fu da questi ultimi chiamata Hyknusa o Ichnussa (Ιχνουσσα), mentre i Latini la chiamarono invece Sardinia.

La storia geologica della Sardegna, insieme a quella della Corsica — sua isola gemella — iniziò circa 100 milioni di anni fa, attraverso gli spostamenti e gli scontri tra la grande placca africana, quella eurasiatica e quella nord-atlantica. Tra 35 e 13 milioni di anni fa, questi fenomeni crearono una profonda frattura che correva lungo tutta la costa che attualmente va dalla Catalogna alla Liguria. I relativi lati rocciosi originati da questa frattura sono ancora visibili tra i graniti cristallini che affiorano oggi in Provenza, nel massiccio dell'Esterel — tra Cannes e Fréjus — e poi, oltre il Mare di Sardegna, sulla costa sud-occidentale còrsa e su quella nord e nord-occidentale sarda.

Lungo questa spaccatura, circa 30 milioni di anni fa, si originò il distacco di una micro-placca che comprendeva a nord-est le attuali Sardegna e Corsica, e più a sud-ovest il complesso delle isole Baleari. Conseguentemente, la rotazione della placca sardo-corsa in senso antiorario, nel suo progredire, determinò il sollevamento dal mare della catena degli Appennini e delle Alpi Apuane. Furono queste le cause che portarono la Sardegna e la Corsica a migrare dalla parte continentale.

Esse raggiunsero la loro posizione attuale circa 6-7 milioni di anni fa e al fenomeno della migrazione si aggiunse più tardi la tensione di apertura del Mar Tirreno, che creò conseguentemente la conformazione orientale tra le due isole e la Penisola italiana.

Quanto ad estensione la Sardegna costituisce la seconda isola italiana e dell'intero Mediterraneo (23.821 km²), nonché la terza regione italiana avendo una superficie complessiva di 24.090 km². La lunghezza tra i suoi punti più estremi è di 270 km, mentre 145 sono i Km di larghezza.

Gli abitanti sono circa 1,68 milioni, per una densità demografica di 69 abitanti per km².

Dista circa 187 miglia nautiche dalle coste della Penisola — dalla quale è separata dal Mar Tirreno — mentre il Canale di Sardegna la divide dalle coste tunisine che si trovano 184 miglia nautiche circa più a Sud.

A Nord, per 11 miglia nautiche, le bocche di Bonifacio la separano dalla Corsica e il Mar di Sardegna, ad Ovest, dalla Penisola iberica e dalle isole Baleari.

Si situa tra il 41° ed il 39° parallelo; il 40° la divide praticamente quasi a metà.

Più dell'80% del territorio è montuoso o collinare; per il 67,9% è formato da colline e da altopiani rocciosi, alcuni dei quali, molto caratteristici, sono chiamati giare o gollei se granitici o basaltici, tacchi o tonneri se in arenaria o calcarei.

Le montagne sono il 13,6% e sono formate da rocce antichissime, livellate da un lento e continuo processo di erosione. Culminano nella parte centrale dell'Isola con Punta La Marmora, a 1.834 m s.l.m, nel Massiccio del Gennargentu.

Da Nord, si distinguono i Monti di Limbara (1.362 m), i Monti di Alà (1.090 m), il Monte Rasu (1.259 m), il Monte Albo (1.127 m) e il Supramonte con il Monte Corràsi di Oliena (1.463 m). A Sud il Monte Linas (1.236 m) e i Monti dell'Iglesiente che digradano verso il mare con minori altitudini.

Le zone pianeggianti occupano il 18,5% del territorio; la pianura più estesa è il Campidano, che separa i rilievi centro settentrionali dai monti dell'Iglesiente, mentre la piana della Nurra si trova nella parte nord-occidentale tra le città di Sassari, Alghero e Porto Torres.

I fiumi hanno carattere torrentizio e i più importanti sono sbarrati da imponenti dighe che formano ampi laghi artificiali, utilizzati principalmente per irrigare i campi; tra questi il bacino del lago Omodeo, il più vasto d'Italia. Seguono poi il bacino del Flumendosa, del Coghinas, del Posada. I fiumi più importanti sono il Tirso, il Flumendosa, il Coghinas, il Cedrino, il Temo. L'unico lago naturale è il lago di Baratz, a nord di Alghero.

Le coste si articolano nei golfi dell'Asinara a settentrione, di Orosei a oriente, di Cagliari a meridione e di Alghero e Oristano a occidente. Per complessivi 1.850 km, sono alte, rocciose e con piccole insenature che a nord-est diventano profonde e s'incuneano nelle valli (rias).

Litorali bassi, sabbiosi e talvolta paludosi si trovano nelle zone meridionali e occidentali: sono gli stagni costieri, zone umide molto importanti dal punto di vista ecologico.

L'isola è circondata da molte isole ed isolette, tra le quali l'isola dell'Asinara, l'isola di San Pietro, l'isola di Sant'Antioco, l'isola di Tavolara, l'arcipelago della Maddalena con Caprera.

Le città più importanti sono Cagliari, capoluogo regionale, e Sassari, secondo polo di rilevanza regionale.

Cagliari (157.600 ab.) è al centro di un'area urbana di 500.000 abitanti, i cui principali centri sono Quartu Sant'Elena (71.200 ab.), Selargius (29.000 ab.), Assemini (26.500 ab.), Capoterra (23.500 ab.), Monserrato (20.800 ab.), Sestu (19.100 ab.) e Quartucciu (12.400 ab.).

Sassari (130.200 ab.) ha un'area urbana che si espande soprattutto verso il golfo dell'Asinara, e include i centri di Porto Torres (22.200 ab.) e Sorso (14.700 ab.), per un totale di 275.000 abitanti circa.

Le rimanenti città svolgono funzione di polarità locale e hanno tutte una popolazione compresa tra 10.000 e 60.000 abitanti: Olbia (53.000 ab.), Alghero (40.900 ab.), Nuoro (36.500 ab.), Oristano (32.500 ab.), Carbonia (30.000 ab.), Iglesias (27.600 ab.), Villacidro (14.500 ab.), Tempio Pausania (14.200 ab.), Arzachena (12.800 ab.), Guspini (12.500 ab.), Sant'Antioco (11.700 ab.), La Maddalena (11.700 ab.), Siniscola (11.400 ab.), Ozieri (11.000 ab.), Macomer (10.800 ab.), Tortolì (10.500 ab.) e Terralba (10.400 ab.). Tra i centri minori con meno di 10.000 abitanti sono inclusi anche due capoluoghi di provincia: Sanluri (8.500 ab.) e Lanusei (5.700 ab.).

Il clima mediterraneo è tipico di gran parte della Sardegna, tranne alcune zone interne contraddistinte da un clima più rigido. Lungo le zone costiere, dove risiede la gran parte della popolazione, si hanno inverni miti, grazie alla presenza del mare, con nevicate rare, all'incirca ogni 5-10 anni e temperatura quasi mai sotto lo zero, ed estati calde e secche; la bassa umidità e la relativa mancanza d'afa, nonché la notevole ventilazione, permettono di sopportare facilmente le elevate temperature estive, capaci di raggiungere normalmente i 35 °C.

Nelle zone interne il clima è più rigido. Sui massicci montuosi più elevati nei mesi invernali nevica e le temperature scendono sotto lo zero. D'estate è fresco, soprattutto durante le ore notturne, e raramente fa caldo per molti giorni consecutivi.

Le precipitazioni risultano essere particolarmente scarse lungo le coste e nella zona meridionale, con medie inferiori ai 500 mm annui; in particolare, la località di Capo Carbonara fa registrare il valore minimo assoluto sia della regione che dell'intero territorio nazionale italiano, con una media di soli 266 mm annui. Nelle aree interne della maggior parte dell'isola la piovosità media è di 500-800 mm; in prossimità dei principali rilievi montuosi si registrano i valori pluviometrici maggiori dell'intera regione, che possono anche superare i 1000 mm annui. Per sopperire al problema della siccità, dalla fine dell'Ottocento ad oggi sono stati realizzati sull'intero territorio dell'isola circa 50 bacini idrografici, molti dei quali dotati di centrali idroelettriche.

La Sardegna è inoltre una regione molto ventosa. Il vento dominante è il Maestrale, seguito dallo Scirocco. Il primo mitiga le temperature estive ma spesso, a causa della sua velocità, crea danni non indifferenti all'agricoltura e favorisce anche la propagazione degli incendi; il secondo si rivela dannoso in particolare in tarda primavera, giacché intensifica l'evapotraspirazione causando stress idrici alle colture non irrigue.

Il regime dei venti ha favorito l'installazione di numerosi impianti eolici sui crinali di alcuni rilievi e in alcune aree industriali.

Situata strategicamente al centro del mar Mediterraneo occidentale, la Sardegna fu sin dagli albori della civiltà umana un attracco obbligato per quanti navigavano da una sponda all'altra del Mar Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali.

Il suo territorio, ricco di boschi, di acque e di importanti minerali, fu luogo di insediamenti importanti, e gli approdi naturali lungo le sue coste si rivelarono essenziali per le navi che transitavano su rotte dirette verso altri porti.

Fu così che nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dal proprio isolamento - che ha consentito lo svilupparsi della civiltà nuragica sia dalla propria posizione strategica, ostacolo invalicabile nella rete degli antichi percorsi, e nel suo antico bagaglio storico si trovano abbondanti le testimonianze delle culture indigene, disseminate dappertutto lungo l'intera Isola, ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche. Uno dei siti più importanti di questa civiltà è la città nuragica di Su Nuraxi presso Barumini, classificata dall'Unesco come patrimonio mondiale dell'umanità.

Secondo una generica teoria dell'archeologo Giovanni Lilliu, la storia della Sardegna è caratterizzata da ciò che egli definisce "la costante resistenziale sarda" , e cioè la lotta millenaria condotta dai sardi contro i colonizzatori.

Varie ipotesi si sono fatte sull'origine del popolo sardo. Originatisi a partire da una popolazione mediterranea hanno avuto influenze euroasiatiche. Secondo alcune interpretazioni linguistiche gli antichi sardi erano eredi, come i baschi, dell'antica cultura mediterranea pre-indoeuropea; secondo altre, corroborate anche da recenti ritrovamenti archeologici, essi parlavano una lingua indoeuropea, probabilmente affine al Lidio.

Oggi è possibile ricostruire la storia naturale della popolazione, attingendo alla informazione contenuta nel DNA degli abitanti attuali. L'interpretazione della variabilità genetica li fa derivare in buona parte da gruppi di genti giunte in Sardegna attraverso varie migrazioni nel paleolitico e nel neolitico.

Benché i Sardi abbiano una composizione genetica molto simile a quella degli altri Italiani ed Europei si riscontrano delle differenze quantitative dovute molto probabilmente all'isolamento e alla deriva genetica. La causa di questa differenziazione è dovuta in particolar modo, alla larga diffusione dell'aplogruppo I-M26, quasi esclusivo dell'isola, e diffuso sopratutto nella zona centro-orientale, meno in quella settentrionale.

Questa subclade I-M26 dell'aplogruppo I, nel resto dell'Europa Occidentale si trova in bassissime percentuali (esclusa la Castiglia, i Paesi Baschi e il dipartimento di Béarn) mentre in Sardegna interessa più del 40% della popolazione. Gli studiosi ritengono che sia molto probabilmente collegato ai primi coloni che giunsero in Sardegna, nel paleolitico, dalla regione pirenaica. Basse percentuali di questa subclade I-M26 si registrano anche nella vicina Corsica, in Svezia e nelle Isole Britanniche (dove comunque prevalgono le subcladi I-M253 ed I-M436).

Recenti studi hanno dimostrarto che l'isolamento, le difficili condizioni ambientali e malattie come la malaria, hanno generato nel tempo particolari caratteristiche antropologiche e genetiche nelle popolazioni. Il differenziamento genetico si esplica anche nella frequenza elevata di certe patologie come la talassemia, la malattia di Wilson, il diabete, la sclerosi multipla e alcune altre malattie autoimmuni, dovute ad un singolare effetto fondatore in combinazione con la selezione in un contesto di isolamento ambientale.

Anche il fenomeno della longevità in Sardegna è correlato a pattern caratteristici e distintivi, nel cui ambito l'isola vanta alcuni primati. Attualmente è presente una intensa attività di ricerca tesa alla comprensione della componente genetica e ambientale implicata nel fenomeno.

Per la maggior parte dei linguisti il sardo è una lingua neolatina autonoma appartenente al gruppo delle lingue indoeuropee, considerata la più conservativa tra le lingue derivanti dal latino. Secondo questa corrente di pensiero, ai tempi di Giulio Cesare, un cittadino romano, prima di partire per un breve viaggio, avrebbe molto probabilmente chiesto alla moglie di preparargli una bisaccia dicendo «pone mihi tres panes in bertula», ed esattamente la stessa frase, immutata nel tempo, è attualmente ancora utilizzata in sardo per chiedere la stessa cosa.

Ad Alghero è poi parlato una variante della lingua catalana, il dialetto algherese.

Nell'ambito delle iniziative per la ufficializzazione dell'uso della lingua sarda, la Regione ha avviato dei progetti denominati LSU (Limba Sarda Unificada) e LSC (Limba Sarda Comuna) al fine di definire e normalizzare trascrizione e grammatica di una lingua unificata che comprenda le caratteristiche comuni delle varianti logudorese, nuorese e campidanese.

Nell'aprile del 2006 la Limba Sarda Comuna è diventata lingua ufficiale per le comunicazioni dell'amministrazione regionale.

La musica tradizionale sarda, sia cantata che strumentale, è una delle più antiche e ricche del Mediterraneo: basti pensare che in un vaso risalente alla cultura di Ozieri — circa 3.000 anni a.C. — si documenta un tipico ballo sardo, mentre l'origine delle launeddas viene fatta risalire all'VIII secolo a.C., sulla base di un bronzetto raffigurante un suonatore ritrovato nelle campagne di Ittiri.

Questo antico strumento è formato essenzialmente da tre canne palustri di cui due legate assieme; alla più lunga, chiamata tumbu, si unisce sa mancosa manna, ad entrambe si aggiunge poi sa mancosedda.

Per poter suonare le launeddas occorre conoscere una particolare tecnica di respirazione, chiamata respirazione circolare (espirazione e inspirazione), grazie alla quale è possibile — per il suonatore — fornire fiato continuo per diversi minuti.

Diversi studi sono stati fatti negli anni 1957-58 e 1962 dal musicologo danese Andreas F. Weis Bentzon, il quale ha registrato e filmato diverse esecuzioni musicali che poi ha catalogato e trascritto su pentagramma.

Un'altra musica auctotona della Sardegna, in particolare della Barbagia, è quella del canto a tenore (chiamato in sardo su concordu, su tenore, su contrattu o s'aggorropamentu).

É un canto polifonico di cui non si conosce esattamente l'epoca della sua comparsa, e che viene eseguito a quattro voci senza l'ausilio di alcuno strumento musicale.

Nel 2005 il canto a tenore è stato riconosciuto dall'Unesco come Patrimonio orale e immateriale dell'Umanità.

Il cantu a chiterra è un tipo di canto nato in Logudoro (probabilmente a Ozieri) e sviluppatosi successivamente anche in Gallura, dove ha avuto grande diffusione. Si suppone che abbia avuto origine dal contatto tra le tradizioni musicali aragonesi e spagnole, e quelle sardo-logudoresi.

Ha avuto una gran diffusione a partire dal XX secolo, grazie alle numerose feste paesane, durante le quali si svolgevano (e si svolgono attualmente) delle vere e proprie competizioni tra cantadores, in genere maschi, accompagnati da un chitarrista e spesso anche da un fisarmonicista.

Esistono diversi tipi di cantu a chiterra, alcuni probabilmente derivati da melodie esistenti ancor prima che venissero accompagnate con questo strumento.

Le feste scandiscono da sempre la vita delle comunità isolane e oggi più che mai, soprattutto con la rivalutazione di molte sagre minori, esse sono legate al desiderio (ed alla necessità) di riaffermare la propria unica identità culturale.

In Sardegna, andare per feste significa immergersi in una cultura antica alla scoperta di suoni e di armonie sconosciute, di balli ritmici con ricchi costumi tradizionali, di gare poetiche fuori dal tempo, di sfrenate corse di cavalli, di sfilate folcloristiche - a piedi o a cavallo - con preziosi e coloratissimi abiti d'altri tempi.

Spesso le feste durano diversi giorni e coinvolgono tutta la comunità; molte volte, per l'occasione, vengono preparati dolci speciali ed organizzati banchetti con pietanze tradizionali a cui tutti possono partecipare.

Le feste popolari più importanti dell'isola sono: Sant'Efisio a Cagliari, la Sagra del Redentore a Nuoro, S'Ardia a Sedilo, la Cavalcata sarda e la Faradda a Sassari, Sa Sartiglia a Oristano, San Gavino a Porto Torres, San Michele ad Alghero e San Simplicio a Olbia.

Di notevole suggestione sono i festeggiamenti del carnevale in Barbagia e i riti della Settimana Santa.

La cucina sarda si basa su ingredienti molto semplici derivati dalla tradizione pastorale e contadina e, lungo le coste, dalla tradizione marinara. È molto varia e cambia da regione a regione non solo nel nome delle pietanze ma anche negli ingredienti.

Diverse tecniche, trasmesse di generazione in generazione per lavorare la pasta, insieme ai molteplici procedimenti per farla lievitare, contribuiscono ad offrire una vasta scelta di originali forme di pane in ogni regione dell'isola.

Il più conosciuto è il pane carasau, venduto anche nel continente e formato da una doppia sfoglia croccante, rotonda e piatta. Il nome deriva da carasare che in sardo significa tostare.

Legata a particolari ricorrenze, la lavorazione dei pani votivi e la preparazione dei dolci — in certe regioni dell'Isola — può diventare un'arte . . Gli ingredienti sono semplici e vanno dalla farina di grano duro alle mandorle, al miele. In alcuni dolci si usa come ingrediente anche il formaggio o la ricotta.

La Sardegna, grazie alla sua atavica tradizione pastorale, offre la più vasta produzione di formaggi pecorini d'Europa.

Da sempre la Sardegna è stata considerata un vigneto in mezzo al mare. Alcune ricerche archeologiche hanno evidenziato che già al tempo della civiltà nuragica si coltivava la vite e si produceva vino. Tale tradizione è continuata con i Romani e poi, attraverso le varie occupazioni straniere, si è ancora arricchita.

Tra i vini rossi il Cannonau è il più importante, insieme alla Monica, al Carignano, al Girò, mentre tra i bianchi i più rinomati sono il Vermentino di Gallura (DOCG), la Malvasia di Bosa, il Nasco, il Torbato di Alghero, il Nuragus di Cagliari, il Moscato, senza dimenticare la tipica Vernaccia di Oristano.

Negli ultimi anni diversi vitigni minori sono stati riscoperti ed al momento sono oggetto di una importante valorizzazione da parte di diversi produttori sardi. È il caso di vitigni come il Cagnulari (che era in via di estinzione), del Caddiu (valle del Tirso), del Semidano e altri.

Vista la lunga tradizione, molti vini sono D.O.C., come il Cannonau, e variano di gusto e di gradazione a secondo delle regioni in cui vengono prodotti: quello di Jerzu è uno dei più conosciuti insieme al Nepente di Oliena.

Tra i liquori, quello di Mirto (sia bianco che rosso), la fortissima grappa filu 'e ferru ed il Villacidro sono tra i più diffusi; negli ultimi anni nella zona di Siniscola ha fatto la sua comparsa il liquore di Pompia (distillato dalle bucce dell'omonimo agrume).

Per estensione, la Sardegna è la terza regione italiana e la seconda isola del Mediterraneo. Il suo paesaggio naturale alterna profili montuosi dalla morfologia suggestiva a macchie e foreste, stagni e lagune a torrenti tumultuosi, lunghe spiagge sabbiose a scogliere frastagliate e falesie a strapiombo.

Le formazioni calcaree costituiscono il 10% della superficie dell'isola e sono frequenti i fenomeni carsici nei settori centrorientale e sudoccidentale dell'isola, con la formazione di grotte, voragini, doline, laghi sotterranei, sorgenti carsiche, come quelle di Su Gologone di Oliena e sa Conca e Locoli a Siniscola.

Suggestive sono le formazioni rocciose granitiche, caratterizzate da guglie frastagliate che la continua l'erosione degli agenti atmosferici ha spesso modellato, creando delle singolari sculture, sparse su tutta l'isola, come l'orso di Palau, l'elefante di Castelsardo, il fungo di Arzachena.

Le grotte sono un altro elemento pittoresco dell'ambiente naturale dell'isola.

Tra quelle sommerse, la Grotta di Nereo è da molti è ritenuta la più famosa e la più vasta grotta sommersa marina di tutto il Mediterraneo. È ubicata sotto il promontorio di Capo Caccia (Alghero) e al suo interno si possono ammirare intere pareti di roccia ricoperte di corallo rosso.

Più di 600.000 ettari di territorio sardo sono sotto protezione ambientale. Anche se il varo di alcuni parchi procede con qualche difficoltà, sono sotto tutela alcuni dei più affascinanti tratti della costa sarda e ampi territori dell'interno.

Il patrimonio faunistico annovera diversi esempi di specie di grande interesse. La fauna dei Vertebrati superiori mostra analogie e differenziazioni rispetto a quella del continente europeo. Le analogie si devono alla migrazione nel corso delle glaciazioni oppure all'introduzione da parte dell'uomo nel Neolitico o in epoche più recenti. Le differenziazioni si devono invece al lungo isolamento geografico che ha originato neoendemismi a livello di sottospecie o, più raramente, di specie.

Le popolazioni dei grandi mammiferi erbivori (Cervidi e Muflone) hanno subito una drastica contrazione, arrivando a vere e proprie emergenze fino agli settanta, ma negli ultimi decenni hanno ripreso una sensibile crescita grazie alle azioni di tutela. Il Cinghiale sardo invece è ampiamente diffuso in tutta l'isola e così pure diverse specie di Roditori e Lagomorfi. I predatori più grandi sono la comune volpe sarda e il raro gatto selvatico sardo, ai quali si affiancano i piccoli carnivori come i Mustelidi.

Tra i mammiferi, particolare curiosità destano una variante dell'asino domestico, ossia l'asinello bianco, presente solo in Sardegna e più precisamente sull'isola dell'Asinara (se ne contano circa 90 esemplari), ma anche il caratteristico Cavallino della Giara (Equus caballus Giarae), una specie di cavallo endemica dell'Isola , e presente nell'altopiano della Giara, di origine incerta, o molto probabilmente importati dai naviganti Fenici o Greci nel V-IV secolo a.C..

L'interesse per l'avifauna si articola in tre contesti: i rapaci, l'avifauna delle aree umide e quella delle scogliere. I rapaci sono rappresentati da quasi tutte le specie europee, fra le quali ci sono alcune sottospecie endemiche. La maggior parte è associata alle zone forestali di montagna e di collina, tuttavia alcune sono molto comuni anche in pianura e in aree antropizzate. Si sono purtroppo estinte due specie di avvoltoi e sopravvivono solo nei territori di Bosa e Alghero alcune colonie di grifoni.

L'avifauna delle zone umide vanta un lungo elenco di specie, molte minacciate dalla forte contrazione dell'habitat. L'elevato numero di stagni costieri e lagune (circa 12.000 ettari, pari al 10% del patrimonio italiano) fa sì che questa regione, annoveri ben otto siti di Ramsar (secondo posto in Italia, dopo l'Emilia-Romagna). Il simbolo di questa fauna è il fenicottero maggiore, che in alcuni stagni forma colonie di migliaia di esemplari. Questa specie, storicamente svernante negli stagni sardi, da diversi anni è anche nidificante.

Dei 1.850 km di coste, il 76% è costituito da scogliere e da un grande numero di isole e scogli. È questo il regno degli uccelli marini, che possono formare colonie di centinaia o migliaia di individui. Fra le specie di maggiore interesse c'è il rarissimo gabbiano corso.

I vertebrati terrestri minori comprendono Rettili e Anfibi fra i quali si annoverano molti importanti endemismi tirrenici, sardo-corsi o sardi. Di questi, alcuni hanno una marcata ed esclusiva localizzazione geografica.

La vegetazione spontanea dell'isola è tipicamente mediterranea. Le zone fitoclimatiche presenti in Sardegna si limitano al Lauretum e alla sottozona calda del Castanetum, quest'ultima limitata alle aree interne e montuose più fredde. La vegetazione boschiva è perciò rappresentata in gran parte da macchia mediterranea e foresta sempreverde e solo oltre i 1.000 metri è significativa la frequenza delle specie caducifoglie del Castanetum.

L'essenza prevalente è il leccio, accompagnato e in parte sostituito dalla roverella nelle stazioni più fredde, e dalla sughera in quelle più calde. Nelle stazioni fredde persistono inoltre relitti di un'antica flora del Cenozoico (tasso, agrifoglio, acero trilobo. Sulla sommità dei rilievi metamorfici del Paleozoico, a 1.000-1900 metri, si sviluppano steppe e garighe assimilabili alla flora alpina che, nelle altre regioni, occupa quote di 2.500-3.500 metri.

La copertura boschiva è ciò che resta di intensi disboscamenti che hanno raggiunto il suo culmine nella seconda metà del XIX secolo. Il passaggio di vasti territori dalla Cassa Ademprivile al Demanio dello Stato e, in seguito, all'ex A.F.D.R.S. ha permesso la salvaguardia e la lenta ricostituzione del patrimonio boschivo residuo, nonostante la minaccia annuale degli incendi. Il grave degrado di vaste aree espone l'isola alla desertificazione, ma il patrimonio boschivo vanta alcune peculiarità, come la macchia-foresta del Sulcis, ritenuta la più vasta d'Europa, e la Foresta demaniale di Montes, una delle ultime leccete primarie del Mediterraneo. L'opera di tutela e recupero del patrimonio residuo, oggi pone l'isola come la regione italiana con maggiore superficie forestale, con 1.213.250 ettari di boschi (secondo i dati dell'Inventario nazionale foreste e carbonio del Corpo Forestale dello Stato, pubblicati nel maggio 2007).

Di grande interesse botanico, per gli endemismi e le rarità, sono anche le associazioni floristiche "minori" che popolano gli stagni costieri, i litorali sabbiosi e le scogliere.

L'ambiente marino è caratterizzato dalla straordinaria limpidezza dell'acqua. La maggior quantità di luce che raggiunge il fondale consente alla posidonia di crescere ben più profonda rispetto il suo limite naturale.

I paesaggi sommersi sono molto complessi e ricchi di colori per la varietà di Pesci, spugne e coralli.

Un cenno particolare va fatto alla foca monaca. A lungo perseguitata dai pescatori e disturbata dai vacanzieri, si pensa che sia ormai estinta. L'ultima riproduzione documentata risale al 1978, mentre in seguito sono stati documentati avvistamenti attribuibili a giovani in deriva.

L'ambiente naturale della Sardegna è caratterizzato da un elevato numero di endemismi.

Alcuni di questi sono paleoendemismi ossia relitti della fauna e della flora ancestrale risalente al Cenozoico prima del distacco della placca sardo-corsa dal continente europeo; queste specie, veri e propri fossili viventi, si sono anticamente estinte nel continente mentre sono sopravvissute in condizioni particolari nell'isola.

La maggior parte delle specie endemiche sono invece neoendemismi, prodotti da un'evoluzione differenziale a partire dal Neozoico o da epoche più recenti, grazie all'isolamento geografico.

Gli endemismi botanici accertati sono oltre 220 e rappresentano circa il 10% di tutta la flora sarda. Alcuni di questi sono delle vere rarità anche per il basso numero di esemplari e per la limitatissima estensione dell'areale, in alcuni casi ridotto a pochi ettari.

I metalli, l'agricoltura e la pastorizia furono nell'antichità le tre principali risorse che portarono l'isola al centro di intensi traffici commerciali. Prima l'ossidiana, poi l'argento, lo zinco e il rame sono stati per molto tempo una vera ricchezza per la Sardegna. Dopo il secolare sfruttamento, attualmente, le prospettive per le miniere sarde sono molto limitate e le zone minerarie (tra le quali spicca il Sulcis-Iglesiente) si stanno convertendo sempre di più al turismo.

Il tasso di disoccupazione sull'isola nel 2007 (secondo l'ISTAT) si attestava sull'8,6%, nell'ultimo trimestre del 2008 il tasso è lievitato al 10,8%, ed è riconducibile alla recessione economica internazionale. In Sardegna il prodotto pro capite è di 17.507 € (dati Eurostat), il più elevato tra le regioni del Mezzogiorno.

Grazie al clima mite, ai paesaggi incontaminati, alla purezza della acque marine, all'interesse storico e archeologico di tante località, la Sardegna è motivo di grande richiamo turistico e attira ogni anno un gran numero di vacanzieri (nel 2007 le presenze turistiche sull'Isola per la prima volta hanno superato i 10 milioni di visitatori.

Alghero e la Riviera del Corallo, Castelsardo, la Costa Smeralda, Dorgali, La Maddalena, Loiri Porto San Paolo, Olbia, Orosei, Palau, Porto Cervo, Porto Rotondo, Porto Torres, Pula, Chia, San Teodoro, Santa Teresa, Siniscola, Stintino, Villasimius sono rinomate località di fama internazionale. Ovunque, lungo la costa ma anche sulle isole, sono sorti villaggi turistici, molti dei quali con servizi di animazione, e alberghi esclusivi.

I primi investimenti ed i primi piani di sviluppo risalgono al 1948 in concomitanza con l'acquisizione dello status di regione autonoma e con la sconfitta definitiva della malaria lungo le coste. Le prime promozioni e realizzazioni infrastrutturali furono attuate attraverso l'Ente Regionale ESIT (Ente Sardo Industrie Turistiche) ed il primo boom turistico si sviluppò a cavallo tra gli anni '50 e '60.

Ma il boom turistico di dimensioni internazionali avvenne nei primi anni '60 allorché fu fondata dal principe ismailita Āgā Khān la Costa Smeralda con la costruzione dei centri di Porto Cervo, Capriccioli, Cala di Volpe e Romazzino.

Sin dagli inizi, in Costa Smeralda il turismo si caratterizzò principalmente come di elite, basato sulla possibilità di attracco per i diportisti, sulla qualità delle strutture ricettive e delle infrastrutture, sulle bellezze naturali. I suoi centri principali divenennero da subito luoghi di elezione del Jet set internazionale e tra le mete più ambite nel Mediterraneo.

A questa iniziativa seguirono una miriade di altri insediamenti, con una offerta turistica simile, quali Porto Rotondo, Porto Raphael, Baja Sardinia, Liscia di Vacca, per citarne alcuni nelle vicinanze, ma anche nel resto della Sardegna il settore si sviluppò in maniera esponenziale, fino a divenire uno dei settori principali delle attività economiche dell'Isola.

In questi ultimi anni l'offerta turistica si è modificata, orientandosi verso la diversificazione e la destagionalizzazione: non solo mare e spiagge , ma anche nuove proposte come l'archeologia, l'arte e la cultura, il turismo congressuale, il turismo equestre, l'escursionismo, l'osservazione degli uccelli, il golf, la vela, il turismo subacqueo, il free climbing, con un conseguente incremento di agriturismi e Bed & Breakfast.

L'agricoltura sarda è oggi legata a produzioni specializzate come quelle vinicole e quelle del carciofo. Le bonifiche e l'irrigazione hanno permesso di estendere comunque le colture e di introdurre alcune coltivazioni specializzate quali riso, ortaggi, primizie e frutta, accanto a quelle tradizionali dell'olivo e della vite che prosperano nelle zone collinose.

La piana del Campidano produce frumento, orzo e avena, della quale è una delle principali produttrici italiane. Nell'ortofrutta, oltre ai carciofi, sono di un certo peso la produzione di pomodoro e agrumi.

Per secolare tradizione, la percentuale degli addetti alle attività primarie è alta e l'allevamento rappresenta una fonte di reddito molto importante. Attualmente nell'isola si trova circa un terzo dell'intero patrimonio ovino e caprino italiano. Oltre alla carne, dal latte ricavato si produce una grande varietà di formaggi; basti pensare che la metà del latte ovino prodotto in Italia viene dalla Sardegna e viene in gran parte lavorato dalle cooperative dei pastori e da piccole industrie.

L'altra forma di allevamento molto diffusa è quella del cavallo, principalmente razza anglo-arabo . La Sardegna vanta una tradizione secolare nell'allevamento dei cavalli sin dalla dominazione Aragonese, la cui cavalleria attingeva dal patrimonio equino dell'Isola per rimpinguare il proprio esercito o per farne ambito dono ai sovrani d'Europa.

Resa insicura, in passato, dalle frequenti scorrerie saracene, la pesca è oggi un'attività che i Sardi stanno riscoprendo sempre di più, vista la pescosità di alcune zone marine e le lunghissime coste dell'isola. È molto sviluppata a Cagliari, ad Alghero e nelle coste del Sulcis: da queste zone proviene la maggior parte del pescato sardo.

Tale attività ha una certa rilevanza anche in Gallura e soprattutto nell'Oristanese, dove i pescatori lavorano nei vasti stagni e nelle peschiere e si pescano in grandi quantità anguille e muggini. Ottima è anche la produzione di mitili, specialmente a Olbia.

Nelle zone di Alghero, Bosa e Santa Teresa è molto attiva la pesca alle aragoste insieme alla raccolta del corallo.

Di antica tradizione e mai abbandonate, nonostante la rarefazione del tonno, sono ancora molto importanti le tonnare di Carloforte e di Portoscuso. Costituiscono un pezzo di storia e di tradizione dei pescatori sardi, e certi riti, insieme a particolari tecniche di pesca, sono rimasti immutati nel tempo, come la lavorazione stessa delle bottarghe e delle frattaglie. Gran parte dei tonni vengono esportati direttamente in Giappone, dove sono consumati entro 72 ore dalla pesca.

La nascita del settore industriale sardo contemporaneo (escludendo quindi il settore minerario) è principalmente dovuta all'apporto di finanziamenti statali, concentrati soprattutto negli anni '60-'70, e denominati "piano di Rinascita". La politica economica finalizzata all'accrescimento industriale nell'isola si è caratterizzata in quel periodo con la formazione dei cosiddetti poli di sviluppo industriali, a Cagliari (Macchiareddu e Sarroch), Porto Torres e in un secondo momento ad Ottana. Sono sorti così i complessi petrolchimici e le grandi raffinerie per la lavorazione del greggio, che si collocano attualmente tra le maggiori d'Europa, inoltre, sull'isola, si producono piattaforme petrolifere, per conto della Saipem ed è in via di costruzione il gasdotto GALSI, che fornirà gas metano all'Europa dall'Algeria, passando in Sardegna.

Altri settori industriali sono quello alimentare, legato alla lavorazione dei prodotti dell'allevamento (formaggi, latte, carni) e della pesca (lavorazione del tonno), manifatturiere, tessili, lavorazione del sughero, meccaniche (produzione di mezzi agricoli, cantieristica navale, ferroviaria, componentistica per aeromobili), edìle e metallurgico.

L'energia viene prodotta, in misura anche superiore al fabbisogno, da centrali idroelettriche alimentate dai bacini che raccolgono le acque dei fiumi, da centrali termoelettriche alimentate a carbone di importazione estera e da numerosissime centrali eoliche, sparse sull'intero territorio isolano.

L'artigianato tradizionale sardo è un insieme di arti popolari estremamente vario, sviluppato in campi molto diversi, ricco di gusto e originalità. Alcune di queste forme artistiche sono di origine molto antica ed hanno subito l'influenza delle diverse culture che hanno segnato la storia dell'isola.

La ceramica è diffusa in diverse zone, ma i maestri più noti operano ad Assemini, Decimomannu, Dorgali, Oristano, Pabillonis, Siniscola, Villaputzu.

La tessitura in lana, cotone e lino di tappeti, arazzi, cuscini e tende è in larga parte ancora praticata a mano con telai di concezione molto antica, ma molte delle produzioni meccanizzate mantengono le caratteristiche della tradizione. Le più famose sono quelle di Bonorva, Dorgali, Nule, Nuoro, Osilo, Samugheo, Sarule, Sedilo, Tonara e Mogoro.

I lavori tradizionali di oreficeria, dal gusto molto raffinato, sono in filigrana. I gioielli rappresentano una delle testimonianze artigianali più autentiche e costituiscono parte integrante dei costumi tradizionali, ricchi di spille e bottoni in filigrana e di collane arricchite con corallo, pietre dure e perle.

Gli orafi e gli argentieri più apprezzati sono quelli di Bosa, Iglesias, Oristano, Nuoro, Sassari, Sinnai e Oliena, nota anche per la produzione di scialli neri, con ricami in colori vivaci e fili d'oro e d'argento. Ad Alghero, insieme alle produzioni in filigrana, viene lavorato anche il corallo.

La lavorazione del legno è caratterizzata da prodotti originali e tipicamente sardi, come le cassapanche intagliate, le sedie impagliate di Assemini, le bisere dei Mamuthones (ossia le maschere, tradizionali di Mamoiada e Ottana) e le produzioni in sughero di Calangianus. A Castelsardo, Ollolai, Olzai, San Vero Milis, Tinnura e Sinnai, l'artigianato più tipico è la lavorazione di cestini, in fibre vegetali.

Altra antica tradizione artigianale sarda è quella della arresoya, resolza o resorza (dal termine latino rasoria che indicava un genere di coltello con la lama pieghevole). Quelle da collezione non sempre sono a serramanico, ma anche a manico fisso, generalmente in corno di montone o di muflone e intarsiate a mano. Dalla classica lama a folla 'e murta (a foglia di mirto), sono chiamate anche lepa e sono considerate dagli appassionati delle vere e proprie opere d'arte.

La Sardegna è la regione italiana con il sottosuolo più ricco di minerali. Conosciuti sin dall'antichità, alcuni centri minerari erano sfruttati per l'estrazione di piombo, zinco, rame e argento (la galena argentifera conteneva fino a 10 kg d'argento per tonnellata di minerale).

A partire dal 1800, furono aperte miniere di carbone, antimonio e bauxite: i giacimenti più importanti si trovano nell'Iglesiente, nel Sulcis, nel Guspinese - Arburese, nel Sarrabus, nella Nurra e nella zona dell'Argentiera.

Attualmente l'attività estrattiva sta attraversando un periodo di grave crisi e molte miniere sono state chiuse perché poco competitive: l'economia dell'Iglesiente si sta legando non più alle miniere ma al turismo e allo sviluppo del Parco Archeologico Minerario, sotto il patrocinio dell'Unesco, con la salvaguardia del patrimonio storico e architettonico delle miniere e utilizzando la bellezza incontaminata delle sue coste come sua altra grande risorsa.

Da una quindicina d'anni la Sardegna è stata caratterizzata da una corsa alla ricerca di giacimenti auriferi, grazie soprattutto all'intervento di società minerarie australiane, attualmente è l'unica regione italiana in cui l'estrazione dell'oro avviene con metodi industriali. La principale miniera è localizzata a Furtei, la quale è destinata alla chiusura per l'esaurimento del filone superficiale, altre zone ricche di questo minerale sono ubicate nella subregione del Sarrabus e nel Sassarese, ma le attività di estrazione sono bloccate per ragioni di sicurezza e preservazione dell'ambiente.

Nonostante una civiltà plurimillenaria e una popolazione residente quasi triplicatasi negli ultimi 140 anni, la Sardegna è una delle poche regioni europee in cui un'economia moderna e diversificata convive con un ecosistema ancora intatto, se non vergine, in vaste aree del territorio; questo fatto è spiegabile demograficamente grazie alla bassa densità abitativa, pari a 68 ab./km².

Il milione e seicentomila sardi risiedono nell'isola consegnando il territorio al terzultimo posto per la densità fra le regioni italiane, preceduto solo dalla Valle d'Aosta con 37 ab./km² e dalla Basilicata con 60 ab./km².

Inoltre questa densità si ritrova equamente distribuita fra le province che presentano tutte valori simili (42, 88, 70, 30, 40, 55, 78 ab./km² per le province di Nuoro, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra, Olbia-Tempio, Oristano e Sassari rispettivamente), tranne nel caso della Provincia di Cagliari che tocca i 119 ab./km², dato comunque sempre sensibilmente inferiore alla densità media italiana (194 ab./km²).

Nel 2008 i nati sono stati 13.686 (8,2‰), i morti 14.354 (8,6‰) con un incremento naturale di -668 unità rispetto al 2006 (-0,4‰). Il 31 dicembre 2008, su una popolazione di 1.672.422 abitanti, si contavano 30.115 stranieri (1,8%). Le famiglie contano in media 2,5 componenti.

La particolare posizione geografica, inserita al centro del Mediterraneo, le ricchezze minerarie e le fertili pianure, hanno fatto della Sardegna, sin dall'antichità, un'isola molto ambita dalle potenze coloniali antiche.

Sempre in guerra con i Sardi dell'interno, mai assoggettati, sia i Cartaginesi che i Romani deportarono nell'isola un vasto numero di schiavi, utilizzati per lavorare nelle miniere e nelle pianure come agricoltori, per la produzione intensiva di cereali.

Importante fu anche l'afflusso di genti iberiche durante la dominazione aragonese e spagnola, mentre in epoca moderna, nel XIX secolo, furono molteplici gli insediamenti di pescatori Campani provenienti da Ponza e Torre del Greco, che si stabilirono nei centri marinari della costa nord orientale.

Arrivarono poi popolazioni venete, chiamate da Mussolini ad insediarsi nelle bonifiche dell'oristanese e che fondarono Mussolinia (1928), chiamata poi Arborea. Molti minatori giunsero da diverse parti d'Italia per popolare il grosso centro minerario di Carbonia, nel Sulcis (1938). Gli ultimi arrivi di popolazioni in ordine temporale, furono i Giuliano-Dalmati nel 1947, scampati all'epurazione etnica perpetrata in Dalmazia e nell'Istria: si stabilirono a Fertilia, presso Alghero, nella Nurra.

I primi flussi emigratori considerevoli in Sardegna si registrano verso la fine dell'Ottocento, in seguito alla interruzione del trattato commerciale con la Francia nel 1877. Considerando il periodo dal 1876 al 1903 gli espatri sardi furono verso il bacino del Mediterraneo e l'Europa (64,1% di cui il 33,1% verso la Francia), mentre il rimanente era destinato verso le americhe (di cui il 17% verso l'Argentina e l'11,4% verso gli Stati Uniti d'America).

Dai primi anni del Novecento il flusso divenne costante, dal 1901 al 1905 la destinazione principale fu l'Africa. Dal 1906 al 1914 la media annuale crebbe in maniera considerevole e anche le destinazioni cambiarono infatti l'America divenne la meta più ambita seguita dall'Europa, mentre in Africa si indirizzò il flusso minore. Dopo l'intervallo della I guerra il flusso riprese e nell'intervallo fra il 1919 ed il 1925 l'Europa assorbì la maggioranza degli emigranti. In totale considerando l'intervallo dal 1876 al 1925 si contano 44.691 emigrati verso l'Europa, 44.095 verso l'America e 34.083 verso l'Africa.

Negli anni del dopoguerra vi furono grandi migrazioni verso l'Australia, il Canada e gli Stati Uniti (1950-56).

Fra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 molti lasciarono l'isola verso i paesi europei di questi la maggioranza si stabilirono in Germania e in Francia, un consistente numero si diresse verso le miniere del Belgio, altri in Svizzera.

La corrente migratoria principale fu quella che si diresse verso le aree industriali del Nord Italia, dove si stabilirono più di 200.000 Sardi.

Verso la fine degli anni '60 e negli anni '70 si verificò anche l'emigrazione di molti pastori soprattutto delle zone interne che, non rinunciando alla loro antica tradizione pastorale, emigrarono con le loro greggi, verso la Toscana, il Lazio e la Romagna, e all'interno della stessa Sardegna in Logudoro e Campidano, rivitalizzando territori che versavano in stato d'abbandono.

In anni recenti, dal 1987 al 1999, secondo le statistiche, sono emigrati 15.647 isolani (82% in Europa, 16% nelle Americhe), mentre ne sono rientrati 12.869, con una differenza di 2.598 unità. La maggior parte degli emigrati degli ultimi anni proviene dalla provincia di Cagliari ed hanno lasciato l'isola diretti per il 70% verso i grandi paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera), mentre il 30% verso altre nazioni come Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Argentina e Venezuela. Fra questi un numero cospicuo è costituito da giovani laureati.

I Sardi che vivono al di fuori della Sardegna, secondo le ultime statistiche, sono circa 500.000.

Una caratteristica particolare del movimento migratorio sardo fu quello dell'emigrazione femminile che in alcuni periodi (anni '60) era superiore come numero a quella maschile.

In Sardegna si arriva sia in aereo che in nave, con o senza auto al seguito: nei periodi estivi, l'afflusso di vacanzieri e il traffico da e per i principali punti di accesso (porti e aeroporti) aumentano in modo considerevole.

Gli spostamenti nelle località interne richiedono tempo e spesso le strade sono tortuose (a parte le principali direttrici), con tante curve e saliscendi a secondo l'orografia del territorio: andare piano è d'obbligo.

Per mare la Sardegna è collegata con i porti di Civitavecchia, Palermo, Trapani, Genova, Livorno, Piombino, Napoli, Ajaccio, Bonifacio, Propriano, Tolone, e Marsiglia, in estate anche con Fiumicino e Salerno.

In estate aumentano il numero delle corse ed entrano in funziona anche traghetti veloci che compiono il tragitto in circa 4h30'. I porti di arrivo sono: Arbatax, Cagliari, Golfo Aranci, Olbia, Palau, Porto Torres, Santa Teresa di Gallura. Il porto passeggeri di Olbia-Isola Bianca negli ultimi 30 anni è cresciuto tanto da far diventare lo scalo gallurese il primo porto passeggeri in Italia.

La Sardegna ha ricorso da sempre al trasporto aereo per contrastare gli effetti dell'insularità, fatto che l'ha portata a sviluppare una buona rete di servizi ed impianti ben distribuiti sul territorio.

Specialmente negli ultimi anni, il traffico aeroportuale ha registrato forti incrementi sul numero di voli e di passeggeri, confermando come la Sardegna sia un mercato fra i più attivi ed interessanti del mercato italiano ed europeo.

Aeroporti di arrivo: Alghero-Fertilia, Olbia-Costa Smeralda, Cagliari-Elmas e, con meno traffico e volume aereo, quelli di Oristano-Fenosu e Tortolì-Arbatax.

Sull'isola ha sede la compagnia aerea Meridiana (ex Alisarda).

La rete ferroviaria, costruita sul finire del XIX secolo, è considerata insieme alla costruzione della ferrovie del Regno di Sardegna in Piemonte, come una delle cause principali del disboscamento dell'isola. Si sviluppa per 600 km e si limita a congiungere le città principali e i porti.

Le Ferrovie dello Stato collegano Cagliari con Sassari (3 ore) e Porto Torres, e con Olbia e Golfo Aranci (4 ore e mezza). Chilivani è lo snodo ferroviario da dove ripartono i due tronchi verso Sassari e Porto Torres e verso Olbia e Golfo Aranci. Un'altra linea collega Cagliari con Iglesias (50 minuti) e Carbonia (1 ora). Le Ferrovie della Sardegna, che hanno in gestione la rete secondaria dell'isola, collegano invece Cagliari con Isili, Macomer con Nuoro, e Sassari con Nulvi, Sorso e Alghero.

L'intera rete ferroviaria non è elettrificata (gli unici mezzi elettrici in circolazione sulle rotaie dell'isola sono i tram della Metropolitana leggera di Sassari e della Metropolitana leggera di Cagliari), e presenta visibilmente decenni di mancati investimenti in innovazioni.

Gli ultimi ammodernamenti effettuati sul tracciato FS, dal 2000 ad oggi, riguardano la costruzione delle varianti di Chilivani, Campeda e San Gavino Monreale per velocizzare le relazioni, l'introduzione dei treni Minuetto, dotati di maggior comfort per i passeggeri e che hanno diminuito i tempi di percorrenza rispetto alle precedenti automotrici, e la realizzazione del doppio binario tra la nuova stazione di San Gavino Monreale e Decimomannu, dove la linea si ricollega a quella a doppio binario esistente verso Cagliari.

Va inoltre segnalato il servizio turistico delle FdS: il Trenino Verde è un modo particolare per visitare alcune zone interne dell'isola; i convogli infatti penetrano in aree assolutamente prive di strade ed altrimenti irraggiungibili. È un viaggiare d'altri tempi, sia per la velocità sia per i percorsi che attraversano zone impervie e incontaminate nell'interno dell'isola.

Alcuni trenini sono inoltre mossi da locomotive a vapore, veri pezzi di antiquariato, perfettamente funzionanti: la più antica tra quelle attualmente in uso risale al 1914. Le linee del Trenino Verde sono 4: Mandas - Arbatax; Isili - Sorgono; Sassari - Nulvi - Tempio Pausania - Palau e Macomer - Bosa. La suggestività dei paesaggi e la possibilità di scoprire zone meno note della Sardegna attirano ogni anno un discreto movimento di turismo ferroviario lungo queste linee. Un analogo servizio è svolto anche dalle FS.

Sebbene la Sardegna sia l'unica regione italiana priva di autostrade, la rete stradale è abbastanza sviluppata e si sta ampliando ulteriormente, completando la costruzione di una rete di superstrade fra i principali centri dell'isola, completamente pubbliche e gratuite. Da queste importanti arterie si diramano poi strade secondarie verso tutte le località, ma alcune strade periferiche ed interne restano tortuose e non consentono velocità elevate.

La superstrada SS 131 Carlo Felice attraversa l'isola da nord a sud collegando Cagliari con Sassari e Porto Torres, passando per Oristano e Macomer, mentre una sua deviazione, la SS 131 DCN - Diramazione Centrale Nuorese raggiunge Olbia passando per Nuoro, Siniscola e San Teodoro. Nella zona settentrionale dell'isola la superstrada SS 291 della Nurra e la strada statale 597 collegano Alghero, Sassari e Olbia.

Le dorsali Cagliari-Sassari-Porto Torres e Alghero-Olbia fanno parte dello SNIT - Sistema Nazionale Integrato dei Trasporti.

L'Azienda Regionale Sarda Trasporti (ARST) collega quasi tutti i centri della Sardegna con almeno una corsa giornaliera, le restanti località, invece, sono servite da compagnie private.

Gli autobus sono presenti negli aeroporti e nei porti in coincidenza con l'arrivo dei traghetti.

Le strade, generalmente ricche di tornanti e panoramiche, sono molto frequentate dagli appassionati delle due ruote, e la moto sembrerebbe il mezzo ideale per spostarsi nei mesi estivi; difatti a causa delle distanze e della scarsa densità, un mezzo di trasporto privato resta spesso l'unica scelta praticabile per visitare molte zone dell'isola.

Sono presenti sistemi di trasporto pubblico urbano ad Alghero, Cagliari e area metropolitana, Macomer, Nuoro, Olbia, Oristano, Porto Torres e Sassari.

Lo sport in Sardegna si è sviluppato ad un certo livello solo dal secondo dopoguerra in poi. La Sardegna è rappresentata con una o più squadre nelle massime serie, A o B, nel baseball, nel calcio (maschile, femminile e calcio a 5), nel football americano, nell'hockey in-line, nell'hockey su prato maschile, nella pallacanestro (maschile, femminile e in carrozzina), nella pallamano femminile, nella pallanuoto (maschile e femminile), nella pallavolo (maschile e femminile), nel rugby, nel softball (maschile e feminile) e nel tennis (maschile e femminile). Abbastanza praticato è anche il Golf, nella regione ci sono 12 Golf Club e tre campi con 18 buche.

Uno sport tradizionale sardo è "Sa strumpa", o lotta sarda, disciplina sportiva riconosciuta dal CONI e dalla Federazione Internazionale Lotte Celtiche (FILC).

Altro "sport" tradizionalmente praticato in Sardegna è sa Murra,di origini antiche era noto agli egizi ai greci e romani(che lo chiamavano micatia).

La Legge Regionale Statutaria n. 1/2008, dà attuazione alle predette norme ed in particolare allo Statuto della Regione Autonoma della Sardegna.

Il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, con l'elezione diretta prevista dalla legge costituzionale n. 2 del 2001, ha il ruolo di garante dell'autonomia regionale e di rappresentante della Regione Sardegna in tutti gli ambiti, compreso quello dei rapporti internazionali. Ha la responsabilità di formare la Giunta regionale e dirigerne l´operato: nomina e revoca i componenti della Giunta, gli assessori; convoca, presiede e fissa l'ordine del giorno delle riunioni della Giunta; vigila sull’attuazione delle deliberazioni della Giunta; assicura l´indirizzo politico amministrativo dell’esecutivo.

Egli assomma in sé i poteri tipici negli ordimenti presidenziali. Infatti, indice le elezioni del Consiglio regionale, del Presidente della Regione e i referendum regionali. Convoca la prima seduta del Consiglio regionale e può richiederne la convocazione in via straordinaria. Cura i rapporti con l´Assemblea legislativa e promulga le leggi regionali e i regolamenti. In qualità di presidente è componente della Conferenza Stato-Regioni, della Conferenza Stato-Città ed Autonomie locali; convoca e presiede la Conferenza permanente Regione-Enti locali. In ambito internazionale sottoscrive accordi internazionali e transfrontalieri, con altri Stati e le intese con enti territoriali interni ad altri stati; fa parte della delegazione italiana chiamata a definire la posizione dell'Unione europea rispetto alle posizioni dell'isola.

La Giunta regionale è l'organo di governo della Regione. Essa è formata dal Presidente e da dieci Assessori, nominati dal Presidente. Dal 2004, cioè da quando il Presidente della Regione è stato eletto direttamente dai cittadini e non dal Consiglio regionale, sulla base della legge costituzionale n. 2/2001, dello Statuto Regionale e della Legge Statutaria n. 1/2008 (particolare legge rinforzata di attuazione dello Statuto Regionale), Presidente e Giunta non devono più ottenere il voto di fiducia dell'Assemblea per esercitare le proprie funzioni.

Il Consiglio regionale è l'organo legislativo della Regione Sardegna. Esso è in sostanza il Parlamento regionale: approva le leggi regionali e ha la facoltà di modificare lo Statuto della Regione.

È eletto ogni 5 anni, ed è costituito da 80 consiglieri, che rappresentano, in maniera proporzionale alla popolazione, le 8 circoscrizioni provinciali in cui è ripartita la Sardegna. Oltre alla funzione più propriamente legislativa, il Consiglio ha il compito di indirizzare e controllare l´attività esecutiva della Giunta.

La Sardegna è divisa storicamente in sub-regioni che derivano direttamente, nella denominazione e nell'estensione, dai distretti amministrativi-giudiziari-elettorali dei regni giudicali, le curatorie (in sardo curadorias o partes) che ricalcavano la suddivisione territoriale ben più antica operata delle diverse tribù nuragiche.

Alcune denominazioni non sono più in uso, mentre altre hanno resistito fino ad oggi e sono ancora correntemente utilizzate dai sardi. Eccone alcune delle più conosciute: Anglona, Barbagia, Barigadu, Baronie, Campidano, Logudoro,Gallura, Goceano, Mandrolisai, Marghine, Marmilla, Meilogu, Monteacuto, Montiferru, Nurra, Ogliastra, Planargia, Quirra, Romangia, Sarcidano, Sarrabus, Sulcis, Trexenta.

Il DPR del 5 luglio 1952 concede alla Regione autonoma la possibilità di fregiarsi di uno stemma e di un gonfalone.

Attualmente è in corso un riordino dell'identità visiva della Regione. Con delibera del 25 gennaio 2005 la Giunta sarda ha autorizzato un disegno di legge regionale "per l'adozione del simbolo della bandiera della Regione Autonoma della Sardegna anche quale Stemma e Sigillo della Regione medesima".

Causa e testimonianza della forte identità sarda, per alcuni autonoma e diversa da quella italiana, sono presenti diversi gruppi politici indipendentisti, fra cui si citano Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, Sardigna Natzione e A Manca pro s'Indipendentzia, oltre ai principali due partiti autonomisti, Riformatori Sardi e Partito Sardo d'Azione. A questi si aggiungono le sezioni locali dei partiti nazionali italiani che godono di uno status particolare considerando fra i propri valori l'autonomismo e il federalismo.

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Carbonia (composto)

La carbonia è un composto chimico formato da carbonio e ossigeno. Ha la stessa forma molecolare della SiO2, in inglese silica, da cui il nome.

È un materiale ultraduro, paragonabile al diamante, ma che è stabile solo in particolari condizioni. Tecnicamente, è un materiale amorfo, vetroso.

La carbonia è stata ottenuta da un progetto di collaborazione tra il LENS di Firenze e il SOFT di Roma, nel 2006. Per ottenerla, si parte dalla comune anidride carbonica in forma gassosa, compressa a circa 7.105 atmosfere, paragonabile a quella ad una profondità di oltre 1000 km sotto la crosta terrestre. Si porta poi la temperatura a 400 gradi celsius, diminuendo la pressione gradualmente fino a 1.105 atmosfere.

La carbonia possiede un modulo di compressibilità estremamente elevato, pari a 365 GPa, il più alto noto per i materiali amorfi molto vicino al valore del cristallo di diamante (443 GPa), il più alto in assoluto. La carbonia, ottenuta secondo il procedimento sopra descritto, non è stabile in condizioni normali, e si riconverte rapidamente in anidride carbonica molecolare. si pensa che materiali misti carbonia-silice possano mantenere le caratteristiche della carbonia anche in condizioni standard, aprendo quindi la strada alle applicazioni pratiche.

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Stazione di Carbonia Stato

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La stazione di Carbonia Stato è lo scalo ferroviario delle FS nella città di Carbonia.

Capolinea della linea regionale per Villamassargia e Cagliari, la stazione fu inaugurata nel 1956. Costruita a pianta rettangolare, con ampio utilizzo di trachite a vista (materiale utilizzato in molti edifici pubblici del centro), si presenta con tre binari per il servizio passeggeri, serviti da marciapiedi e raggiungibili tramite una passerella sui binari, seppur solo il binario 1 (quello più vicino al fabbricato viaggiatori) sia normalmente utilizzato dai treni passeggeri. A pochi metri dalla stazione si trova lo scalo merci, in passato utilizzato regolarmente (sino a 3 treni settimanali), ma ultimamente soggetto a un traffico saltuario. Il fascio binari continua anche oltre la stazione passeggeri, dove sorge un ulteriore terminal merci oltre a diversi binari tronchi per il ricovero di carri inutilizzati e di manutenzione della linea. In passato uno di questi binari usciva dai cancelli della stazione, e dopo aver attraversato un passaggio a livello in via Roma raddoppiava terminando di fronte alla miniera di Serbariu, dove i treni merci caricavano il carbone per il trasporto verso Cagliari. Tuttora questi binari sono presenti ma non sono più utilizzabili dato che il passaggio a livello è stato rimosso e asfaltato. Per consentire l'inversione soprattutto delle locomotive a vapore (tuttora utilizzate per treni turistici delle FS), al posto della piattaforma girevole venne creato un sistema di binari simile alla forma di una stella. Da qualche anno la stazione non è più presenziata, e il movimento è gestito direttamente da Cagliari, tuttavia in caso di necessità è possibile la gestione delle operazioni anche in loco.

Il traffico passeggeri è prettamente pendolare. Dalla stazione partono treni per Cagliari e Villamassargia.

Il nome Carbonia Stato della stazione è ricollegato al fatto che al momento della costruzione della Villamassargia-Carbonia, le Ferrovie Meridionali Sarde avevano già in città una stazione (che portava il nome di Carbonia) della linea che da Iglesias proseguiva verso Calasetta, la San Giovanni Suergiu-Iglesias. La stazione FMS era distante in linea d'aria poco meno di un chilometro dal fabbricato viaggiatori di Carbonia Stato, impedendo un vero interscambio tra la rete FS e quella a scartamento ridotto FMS. Con la chiusura della rete FMS nel 1974, la stazione di Carbonia fu chiusa, cosicché col tempo la denominazione di Carbonia Stato della stazione FS è rimasta per lo più formalmente, mentre comunemente il suo nome è diventato negli anni semplicemente Stazione di Carbonia. Nel territorio del comune di Carbonia sono inoltre attualmente attive altre due fermate, nelle località di Barbusi e Cixerri.

Negli ultimi anni il comune di Carbonia ha avviato un progetto per una nuova stazione: a fine ottobre 2007, nel piazzale merci è stata posta la prima pietra del nuovo centro intermodale, che ospiterà il capolinea ferroviario e una stazione per i bus dell'ARST. L'edificio, che riprenderà le caratteristiche architettoniche del centro della città, è previsto venga completato nell'estate del 2009.

I binari utilizzati per il traffico passeggeri.

La stazione vista dal parcheggio.

Locomotiva a vapore 740.423 all'ingresso della stella di inversione.

Il piazzale merci, qui sono in corso i lavori di costruzione della nuova stazione. Sullo sfondo l'ex stazione FMS di Carbonia.

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Source : Wikipedia