Buddismo

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Tags : buddismo, religione, società

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Soka Gakkai

Soka Gakkai (dal giapponese Sōka Gakkai, 創価学会: società per la creazione di valori) è il nome di un nuovo movimento religioso giapponese di matrice buddhista costituitosi nel XX secolo, in origine come associazione laica della scuola buddhista giapponese Nichiren Shōshū (日蓮正宗) fondata nel XIII secolo dal discepolo di Nichiren Nikkō (日興, 1246-1333). L'associazione promuove ed insegna il buddismo di Nichiren e la pratica della recitazione del titolo (daimoku) del Sutra del Loto. Tale formula, in giapponese "namu myōhō renge kyō" (南無妙法蓮華経) è la pratica fondamentale anche nella scuole Nichiren-shū e Nichiren Shōshū. La Sōka Gakkai era peraltro legata a quest'ultima scuola buddhista prima di una separazione, verificatasi nel 1991 a seguito della scomunica del presidente Ikeda.

Il fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, nasce in Giappone nel 1871. Educatore, dedica la maggior parte della sua vita a sviluppare una pedagogia in grado di riformare il sistema educativo giapponese.

Il cuore della sua filosofia è la 'teoria del valore': scopo dell'educazione è rendere le persone capaci di creare valore in ogni circostanza.

Nel 1928, insieme a Josei Toda, un giovane insegnante che ammira profondamente le sue idee, Makiguchi abbraccia il Buddismo di Nichiren. Nel 1930 i due fondano la Soka Kyoiku Gakkai (società educativa per la creazione di valore), antesignana dell'attuale Soka Gakkai, e Makiguchi ne diviene il presidente.

All’inizio, la Soka Kyoiku Gakkai era una riunione informale di educatori che erano interessati e rispondenti alle idee educative di Makiguchi. Mentre il gruppo professava la fede della Nichiren Shoshu come base per le proprie teorie educative, essa era fondata sui concetti ideologici chiave della ricerca, condotta da Makiguchi per tutta la vita, intitolata la “Filosofia del Valore” (Kachi Ron).

Pur essendo nata come un piccolo gruppo di educatori, la Soka kyoiku Gakkai si sviluppa gradualmente fino a diventare un gruppo numeroso e connotato dal punto di vista religioso.

Alla fine, l’integrazione delle due si trasformò in un movimento di riforma focalizzato sulla diffusione della “Filosofia del Valore” nella società (giapponese) come principio guida per la vita quotidiana.

Nel 1936 vennero condotti regolarmente incontri informali tra la Nichiren Shoshu e il sig. Makiguchi, aventi come oggetto lo studio degli insegnamenti Buddhisti e come propagare la Vera Legge insegnata da Nichiren. Nell’agosto dello stesso anno, il primo Corso estivo di formazione si tenne al Tempio Principale Taisekiji, segnando il deciso spostamento verso un’organizzazione attiva più sulla religione.

Contemporaneamente, cominciarono diverse altre attività per indicare la nuova direzione, una rottura dai semplici confini dell’educazione verso un mezzo più religioso di realizzare le riforme. In linea con la loro nuova politica, la cerimonia formale di fondazione per la Soka Yoiku Gakkai venne condotta ad Azabu, Tokyo, al ristorante giapponese Kikusuitei nel 1937.

Dai discorsi e le lezioni del sig. Makiguchi stampati sul periodico Kachi Gozo (la Creazione del Valore), è possibile avere una visione approfondita dell’ideologia e degli obiettivi della Soka Kyoiku Gakkai.

In conformità con questo desiderio di cercare ciò che è fondamentale, (Nichiren Daishonin) rivelò il Dharma Mistico (Myoho), l’essenza del Buddhismo, come la Via di vita con il più alto valore, e così differenziando il Suo insegnamento da quello degli altri.

Dobbiamo distinguere tra la vita fondata sulla creazione del maggior valore da quella dei modi di vita inferiori, prevalenti, che esistono nelle nostre società … (omissis) …

Il maggior obiettivo della Soka Kyoiku Gakkai è creare questo altissimo valore nella nostra vita quotidiana, provare e studiare la sua validità tramite le nostre esperienze nella nostra vita quotidiana, ed è verso questo fine che dobbiamo guidare e dirigere tutti gli altri”.

In breve, il primo presidente della Soka Kyoiku Gakkai, Makiguchi, insegnò che l’obiettivo primario dell'associazione era il perseguimento di “beneficio, bontà, e bellezza” (ri, zen, bi).

Nel 1940 si svolse il Secondo Meeting Generale al Gunjin Kaikan (Club degli Ufficiali Militari) a Kudan, Tokyo, con la partecipazione di oltre trecento ospiti e membri.

L’anno seguente, 1941, sul Kachi Sozo (La Creazione del Valore), il periodico mensile della Soka Kyoiku Gakkai, venne stampato un rapporto sulla crescita dei membri ad oltre tremila credenti.

La nazione giapponese, incapace di uscire dal prolungato conflitto cino-giapponese, era sul punto di entrare in un’altra guerra contro le forze alleate degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Era un periodo di tensione crescente, dato che nel dicembre di quello stesso anno, sarebbe cominciata la guerra del Pacifico.

La società prebellica giapponese sotto il governo militarista esercitò una pressione involontaria ancora maggiore sulle vite di tutti i giapponesi. Venne imposta rigidamente una politica di controllo del pensiero; anche la religione e le ideologie erano sempre più soggette ad uno stretto controllo.

I pensieri filosofici della Soka Kyoiku Gakkai non facevano eccezione; anch’essi dovevano rapidamente mutare in quelli di aspetto estremamente militaristico, riflettendo il background sociale di quest’epoca.

Con l'inizio della seconda guerra mondiale il governo militarista avvia una politica fortemente repressiva. In nome della pace e della sicurezza nazionale tutte le religioni sono costrette a unificarsi sotto l'egida dello Shintoismo. Nel 1943 Makiguchi e Toda con altri leader dell'organizzazione si rifiutano di accettare compromessi e vengono arrestati e incarcerati con l'accusa di blasfemia. Makiguchi, muore in carcere il 18 novembre 1944 all'età di 73 anni.

Il 3 luglio del 1945 Josei Toda viene rilasciato,dopo la seconda guerra mondiale e la proclamazione della libertà di culto, il discepolo di Makiguchi e secondo presidente Josei Toda nel 1946 decide di rinominarla Soka Gakkai (Società per la creazione di valori), convinto che la missione dell'organizzazione non debba fermarsi solo all'educazione, ma debba aprire la strada all'applicazione concreta del Buddhismo di Nichiren come modello di vita e di azione per le persone comuni.

Il 3 maggio 1951 Toda diventa il secondo presidente della Soka Gakkai, e si ripromette di convertire 750.000 famiglie alla fede della Nichiren Shōshū. Dedicherà il resto della vita al raggiungimento di questo obiettivo. Nel 1957, in piena guerra fredda, pronuncia una storica dichiarazione contro le armi nucleari. Da allora le iniziative per la pace avrebbero costituito una delle attività principali della Soka Gakkai. Il 2 aprile 1958 Toda muore.

Il 3 maggio 1960 Daisaku Ikeda diventa il terzo presidente della Soka Gakkai.

Nel 1968, Ikeda fonda una serie di istituzioni come la Soka University, l'associazione concertistica “Min-On”, e il Museo Fuji finalizzate a promuovere ideali di pace, cultura ed educazione. Dagli anni '70 vengono promosse iniziative per la pace in tutto il mondo.

Oggi la Soka Gakkai Internazionale, fondata nel 1975, è una ONG accreditata presso le Nazioni Unite , presente in 198 paesi del mondo e annovera circa 12 milioni di seguaci.

Sino agli anni '90 la SGI era un'affiliazione laica della Nichiren Shōshū, scuola buddista cui faceva riferimento per la dottrina e l'approfondimento religioso.

Nel novembre 1991, il 67° Sommo Patriarca della Nichiren Shōshū ufficializzava la rottura con una notifica di scomunica nei riguardi di Ikeda, che non seguendo la corretta interpretazione degli insegnamenti di Nichiren, veniva espulso dalla Nichiren Shōshū. Il motivo scatenante fu una riunione in cui Ikeda avrebbe parlato impropriamente di termini dottrinali basilari, e avrebbe fatto riferimento all'Inno alla Gioia di Beethoven, in cui si nomina Dio. In realtà, già da tempo i rapporti con la Soka Gakkai erano tesi, in quanto quest'ultima rifiutava tendenzialmente la linea di condotta della Nichiren Shōshū in campo dottrinale, tanto da aver chiesto al governo giapponese di poter vendere oggetti con il marchio "The World Nichiren Sect".

Già negli anni '70, Daisaku Ikeda era stato scomunicato, per comportamenti contrari al corretto insegnamento di Nichiren, ed aveva successivamente ritrattato, giurando profonda obbedienza alla Nichiren Shoshu.

La Soka Gakkai, da parte sua, rispondeva alla notifica con il rifiuto della scomunica.

In Italia, l'Associazione Italiana Nichiren Shoshu (AINS), che sostituì l'originaria Italiana Nichiren Shoshu (INS), fino a diventare nel 1987 ente morale, ha rappresentato la Nichiren Shōshū fino all’avviso di scioglimento (Notice to Disband), che fu mandato dalla Nichiren Shōshū il 7 novembre 1991 alla Soka Gakkai, e al successivo Decreto di Scomunica, del 28 novembre 1991.

Cambiato nome e statuto, la Soka Gakkai cambiava il testo delle preghiere silenziose, il significato del Daimoku, la struttura della liturgia e infine l'oggetto di culto, producendo gohonzon in proprio, copiandoli da una matrice in legno dedicata ad un prete di un tempio locale.

Da quel momento, molti membri smisero di praticare, altri restarono fedeli al Tempio Principale, la maggior parte tuttavia restò legata all'associazione, che ovviamente dovette cambiare nome in Associazione Italiana Soka Gakkai (in seguito diventata Istituto Buddista Soka Gakkai), modificando pian piano la c. d. pratica secondaria (pratica del Gongyo), stampando in seguito il proprio oggetto di culto dalla matrice del patriarca Nichikan e scegliendo di rinunciare alla rigida ortodossia tramandata dalla Nichiren Shōshū per rendere più "attuale" il suo insegnamento. In pratica, fondando un movimento di Buddhismo, basato soprattutto sul Sutra del Loto e sugli scritti di Nichiren Daishonin.

Ora, la Sōka Gakkai opera come un gruppo indipendente sia dottrinalmente sia organizzativamente. Molti, pertanto, considerano la Sōka Gakkai attuale come una "nuova" religione .

In Italia la Soka Gakkai ha la sede centrale a Firenze; secondo alcune stime nel 1997 essa contava più di 20.000 membri nella Penisola, tra cui alcuni personaggi molto famosi, come Roberto Baggio, che ha aperto una sala di riunione a Thiene, e Sabina Guzzanti, la quale dichiarò in un'occasione: "“Io pratico il Buddismo da vent’anni e tutto quello che c’è di bello e di importante nella mia vita è legato al Buddismo. Da vent’anni leggo i discorsi del presidente Ikeda e mi domando se sto mettendo in pratica i suoi insegnamenti. Mi confronto con il suo pensiero, mi commuovo e mi rafforzo grazie al suo esempio e in cuor mio prometto di utilizzare tutto il mio talento, le mie capacità, la mia umanità, il mio tempo per realizzare la pace così come il Buddismo insegna… Il Buddismo nasce… per dire che siamo tutti ugualmente degni di rispetto”.

La questione del cambio degli oggetti di culto , divenuta ovviamente uno dei maggiori punti nodali della controversia religiosa, ha determinato la pubblicazione da parte della Nichiren Shōshū del libretto "100 Questions and Answers about the Soka Gakkai Counterfeit Gohonzon" e della guida "The Grave Crime of the Soka Gakkai's Distributions of Counterfeit Gohonzons", data il 25 settembre 1994 dal Rev. Kotoku Obayashi, allora capo del Tempio Myokoji. Da questi documenti, tra l'altro, si evince che le misure del "nuovo" Gohonzon siano 20 x 39,5 cm, cioè 2,8 x 2,7 cm più grandi dell'originale Okatagi Gohonzon, trascritto dai Sommi Patriarchi e affidato dalla Nichiren Shōshū ai propri fedeli. Inoltre, sembrerebbe che la parte centrale contenente le iscrizioni nei Gohonzon della Soka Gakkai sia un tutt'uno con la cornice decorativa che la circonda, come se fosse stampata su un unico foglio.

Il Gohonzon da cui sono copiati gli oggetti di culto della Soka Gakkai proviene dal Tempio Jo'enji nella Prefettura di Ibaragi. Esso venne trascritto dal 26° Sommo Patriarca Nichikan Shonin il 13 giugno del 1720, e porta l'iscrizione "Affidato a Daigyo Ajari Honsho-bo Nissho dell'Honnyo-zan Jo'enji nel paese di Kogusuri nella provincia di Shimosuke". Questa dedica è stata tuttavia cancellata nelle copie attuali della Soka Gakkai, poiché testimonia l'affidamento ad una singola persona di quel Gohonzon.

Il Buddhismo di Nichiren Daishonin fonda la pratica religiosa sulla recitazione di versi scelti del Sutra del Loto, trascritto dal Sanscrito al cinese antico e pronunciato in giapponese secondo la lettura On Yomi) e delle sillabe «Nam myoho renge kyo». Nella liturgia della Soka Gakkai queste due pratiche prendono il nome di Gongyo e Daimoku.

La recitazione del Gongyo si fa al mattino ed alla sera di fronte al Gohonzon: per chi non lo conoscesse a memoria (in pratica tutti i principianti) ma anche per chi lo recita da anni, è consigliato leggerlo da un apposito libretto. Vengono recitati due dei ventotto capitoli del Sutra del loto, e precisamente la sezione in versi del secondo (Hoben) e del sedicesimo (Juryo); lo scopo è per i credenti quello di dare il ritmo giusto alla giornata e di stabilire dentro di sé una pratica assidua e corretta.

Il Daimoku, invece, consiste nella recitazione di «Nam myoho renge kyo», a volte anche per più ore consecutive. Il Daimoku ha come funzione principale quella di consentire a chi lo recita di entrare in diretto contatto con il flusso del ritmo fondamentale della vita, e permettere al praticante un graduale sviluppo esistenziale verso una consapevolezza della vita sempre più profonda. Questo processo venne definito da Ikeda rivoluzione umana perché stimolerebbe la parte migliore dell'uomo a uscire allo scoperto, nutrendola giorno per giorno e permettendo dunque di riconoscere e far scaturire da sé stessi le proprie infinite potenzialità.

Con il daimoku, inoltre, sarebbe possibile trasformare (o illuminare) l'oscurità fondamentale insita nella vita di ognuno, concentrandosi sullo sviluppo della propria umanità: un'apertura del proprio cuore al mondo, che infine permettendo il cambiamento di sé stessi e degli altri in vite realizzate e felici, arriverebbe a trasformare il destino dell'umanità. Tale cambiamento è chiamato «Kosen Rufu» e sostanzialmente è lo scopo comune di ogni membro della Soka Gakkai.

La Soka Gakkai è un'organizzazione non governativa che si occupa in maniera attiva della tutela dei diritti umani perseguendo lo scopo della pace. Collabora con molte organizzazioni fra cui Green Cross International fondata del premio Nobel Gorbaciov che promuove La Carta della Terra.

Il presidente della Soka Gakkai Internazionale Daisaku Ikeda promuove in prima persona questi ideali di pace e di dialogo.

In Italia l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato riconosciuto come Ente di culto dotato di personalità giuridica con decreto del Presidente della Repubblica il 20 novembre 2000 Il governo italiano ha però bloccato, nel 2007, la procedura per l'Intesa (tra fedi religiose e Stato) con la Soka Gakkai, procedendo invece con tutte le altre otto che l'avevano richiesta (tra cui: Chiesa Apostolica in Italia, Unione Buddista Italiana, Chiesa Greco-Ortodossa,Chiesa Valdese) in seguito alla necessità della SG di operare una modifica di Statuto.

Le sedi nazionali della Soka Gakkai dipendono, per l'elezione delle massime cariche, dal nulla osta della Presidenza della Soka Gakkai Giapponese, mentre il ritiro dello stesso nulla osta determina la decadenza delle cariche medesime. In Italia questo principio è sancito dall'articolo 14 della Statuto dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG).

Dal 1958 si tiene ogni 16 marzo la Festa della divisione giovani della Soka Gakkai, in commemorazione della grande riunione tenuta dalla divisione giovani con la presenza del secondo presidente Josei Toda.

La Soka Gakkai partecipa alla Consulta giovanile per il pluralismo culturale e religioso istituita il 15 dicembre 2006 con decreto del Ministro per le Politiche Giovanili e per le Attività Sportive di concerto con il Ministro del'Interno e presentata il 10 gennaio 2007. La consulta è formata da ragazzi dei diversi credi cristiani, ebrei, musulmani e buddisti.

L'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai non fa parte dell'Unione Buddhista Italiana (associata all'Unione Buddhista Europea) in cui sono invece rappresentate le altre tradizioni buddiste presenti nel Paese.

Come risulta anche dall’Ordine del Giorno del Consiglio direttivo dell’UBI del 24/1/98, nel quale si specifica che "Nessuna richiesta di adesione all’UBI è mai stata avanzata dalla Soka Gakkai e in ogni caso lo Statuto dell’UBI, in quanto riconosce pari validità e dignità a tutte le tradizioni buddhiste, non consente l’adesione di organizzazioni che si dichiarano uniche ed esclusive rappresentati del Dharma autentico contestando la validità delle altre tradizioni". Questa precisazione è stata confermata da un Comunicato della Soka Gakkai Italiana.

La Soka Gakkai, è stata spesso oggetto di aspre polemiche da parte dei mass media. Molti dei critici sostengono che la Soka Gakkai non rispetti il principio (sancito dall'articolo 20 della Costituzione giapponese) di separazione fra religione e politica per via di legami con il partito politico nipponico Komeito. Si afferma che pur fondata su ideali genuini, la Soka Gakkai, si è, via via, trasformata in un sistema di potere, potendo contare su 12 milioni di adepti (tra i quali gli 8 milioni di elettori del Komeito), amicizie influenti e frequentazioni dei maggiori leader mondiali, anche alcuni tra i più discussi e controversi, come Noriega, Ceausescu, Castro.

La Soka Gakkai è stata in Italia inclusa nel rapporto della Direzione centrale polizia di prevenzione "Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia" redatto nel 1997, dove si afferma, in generale, che tratta di "dottrine e pratiche rituali spesso molto distanti dalle confessioni di origine", e aggiungendo in particolare che nel caso del "buddismo della Soka Gakkai, basato sul Sutra del Loto, la massima autorità buddista sulla Terra, il Dalai Lama, non la riconosce".

In Francia una commissione parlamentare, nel 1995 e nel 1999 (Rapporto Guyard ) , e in Belgio un'analoga commissione d'inchiesta della Camera dei Rappresentanti, nel 1997, hanno incluso la Soka Gakkai in una lista di organizzazioni religiose le quali, secondo le commissioni, devono essere ritenute delle «sette» a tutti gli effetti.

Per la parte superiore



Regno indo-greco

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Il Regno indo-greco (talvolta Regno greco-indiano) si estese su varie zone collocate a nord e a nord-ovest del subcontinente indiano tra il 180 a.C. e il 10 d.C., venendo governato da una successione di più di trenta sovrani elleni ed ellenistici, spesso in contrasto tra di loro.

Il regno ebbe origine dall'invasione dell'India da parte del sovrano del Regno greco-battriano Demetrio I, nel 180 a.C., che portò alla creazione di una entità statale che si separò infine dall'originario regno, centrato in Battria (il moderno Afghanistan settentrionale). Il regno ebbe numerose capitali, anche contemporanee l'un l'altra, in considerazione del fatto che sotto il nome di Regno indo-greco si riuniscono diverse linee dinastiche; una delle prime capitali fu Taxila, nel Pakistan settentrionale, mentre altre dinastie ebbero la propria sede a Pushkalavati e Sagala (la più vasta capitale) e, secondo quanto scritto da Claudio Tolomeo nella sua Geografia e quanto deducibile dai nomi degli ultimi sovrani, la città di Theophila nel sud fu ad un certo punto una sede regale o quantomeno satrapale.

Durante i due secoli di governo indo-greco, i sovrani combinarono le lingue e i simboli greci e indiani, come visibile sulla loro monetazione, operando una commistione di pratiche religiose greche, induiste e buddiste, come diviene chiaro esaminando i resti delle loro città. La cultura indo-greca raggiunse un elevato grado di sincretismo, il cui influsso è sentito ancor oggi, specialmente attraverso la diffusione dell'arte greco-buddista.

Gli indo-greci terminarono di essere una entità politica indipendente intorno all'anno 10, a seguito delle invasioni degli indo-sciti, sebbene è plausibile ritenere che enclavi di popolazioni greche rimasero per secoli sotto le dominazioni indo-sasanidi e dell'Impero Kushan.

Nel 326 a.C. Alessandro Magno conquistò la parte nord-occidentale del subcontinente indiano, fino al fiume Hypasis, fondando satrapie e diverse città, come Alessandria Bucefala, finché le sue truppe si rifiutarono di avanzare ulteriormente a oriente. Le satrapie indiane del Punjab vennero lasciate ai re Poro e Taxile, cui vennero rinnovate col Trattato di Triparadiso del 321 a.C., mentre le truppe greche di stanza in queste satrapie vennero poste sotto il comando del generale Eudemo. Dopo il 321 a.C. Eudemo rovesciò Taxile e regnò fino al 316 a.C., quando lasciò l'India. Un altro generale di Alessandro governò l'India, Peitone, finché non partì per Babilonia nel 316 a.C.. Un ultimo generale, Sofite, potrebbe aver regnato nel Punjab settentrionale fino al 294 a.C. circa.

Secondo fonti indiane, truppe greche ("yavana") sostennero Chandragupta Maurya nel rovesciare della dinastia Nanda e nella formazione dell'Impero Maurya. A partire dal 312 a.C. circa, Chandragupta aveva raccolto sotto il proprio dominio vasti territori dell'India nord-occidentale.

Venne anche deciso di inviare diversi greci, tra cui lo storico Megastene e Deimaco e Dionisio, a vivere alla corte maruyana; le due corti continuarono a scambiarsi doni.

Nei suoi editti, Ashoka afferma di aver inviato emissari buddisti ai sovrani greci, fino al Mediterraneo (Editto numero 13) e di aver promosso lo sviluppo della produzione di erbe officinali nei loro territori, per il bene delle persone e degli animali (Editto numero 2).

I Greci d'India sembrano aver giocato un ruolo attivo nella diffusione del buddismo, tanto che alcuni degli emissari di Ashoka, come Dharmaraksita, sono descritti dalle fonti in pali come importanti monaci buddisti greci (yona) attivi nel proselitismo. Si ritiene anche che i Greci contribuirono alla scultura dei Pilastri di Ashoka.

Alessandro Magno aveva fondato numerose città (Ai-Khanoum, Begram) anche nella vicina Battria, principiando una amministrazione che sarebbe durate per più di due secoli sotto i Seleucidi e i Greco-battriani, sempre a contatto con il territorio indiano.

I Greco-Battriani mantennero una cultura di forte impronta ellenistica in prossimità dell'India durante l'Impero Maurya, come chiaramente visibile negli scavi archeologici di Ai-Khanoum. Quando l'Impero Maurya fu rovesciato dai Sunga, i Greco-Battriani ebbero l'occasione di espandersi in India, formando il Regno indo-greco.

In India, la dinastia Maurya venne rovesciata attorno al 185 a.C., quando Pusyamitra Sunga, comandante in capo delle forze imperiali maurya e bramino, assassinò l'ultimo imperatore maurya, Brhadrata. Una volta salito al trono, Pusyamitra Sunga fondò l'Impero Sunga, che giunse a controllare il Punjab.

Fonti buddiste come l'Asokavadana riferiscono che Pusyamitra era ostile ai buddisti e che perseguitò la loro fede. Un gran numero di monasteri buddisti (vihara) sarebbero stati convertiti in templi induisti, in luoghi come Nalanda, Bodhgaya, Sarnath o Mathura. Sebbene sia stato dimostrato che all'epoca induismo e buddismo erano in competizione, e che i Sunga favorivano il primo, studiosi moderni rigettano le notizie di persecuzione sunga come una esagerazione delle fonti buddiste.

Il re greco-battriano Demetrio I, figlio di Eutidemo I, invase l'India da nord-ovest intorno al 180 a.C., guidando le proprie truppe attraverso l'Hindu Kush. L'invasione greca sembra essere avanzata fino alla capitale di Pataliputra, per poi arretrare e consolidarsi nell'India nord-occidentale. Apollodoto, pare un parente di Demetrio, guidò l'invasione verso meridione, mentre Menandro, uno dei generali di Demetrio, diresse la penetrazione verso oriente. Per le sue conquiste, Demetrio ricevette l'appellativo ανικητος ("aniketos"), "l'invincibile", un titolo mai assunto da alcun re prima di lui.

I Greco-Battriani, dopo aver attraversato l'Hindu Kush, tentarono prima di rioccupare l'area di Arachosia, dove le popolazioni greche avevano vissuto sin dalla concessione di quel territorio a Chandragupta Maurya da parte di Seleuco I: Isidoro di Charax descrive le città greche della zona, una delle quali è chiamata Demetrias, probabilmente in onore del conquistatore Demetrio I.

A sud, i Greci occuparono le aree del Sindh e del Gujarat fino alla regione del Surat, Saraostus in greco, nei pressi di Bombay, inclusa il porto strategico di Barigaza (Bharuch), come affermato da diversi scrittori e come evidente da monete databili al re indo-greco Apollodoto I.

Diverse fonti indiane descrivono attacchi degli Yavana contro Mathura, Panchala, Saketa, e Pataliputra: il termine Yavana è ritenuto una traslitterazione di "Ioni" ed è stato accertato che veniva usato per indicare i greci ellenistici, ma potrebbe essere stato usato anche per altri stranieri, in particolare negli ultimi secoli.

L'Anushasanaparava del Mahabharata afferma che il paese di Mathura, il cuore dell'India, era sotto il controllo comune degli Yavana e dei Kambojas. Il Vayupurana afferma che Mathura fu governata da sovrani greci per 82 anni. Racconti di battaglie tra Greci e Sunga in India centrale sono contenuti anche nel Malavikagnimitram, un'opera di Kalidasa che racconta dell'incontro tra le forze greche e Vasumitra, nipote di Pusyamitra Sunga, durante il regno di quest'ultimo.

Sono note molte raffigurazioni di Greci nell'India centrale, risalenti al II-I secolo a.C., come i soldati greci a Bharhut o un fregio a Sanchi che raffigura stranieri di aspetto greco che onorano la stupa di Sanchi con doni, preghiere e musica: vestono il chlamys sopra un corto chitone senza pantaloni, ed indossano sandali con allacciatura alta; sono senza barba con capelli ricci e corti e fasce allacciate in testa, mentre due uomini indossano dei cappelli di tipo pilo; suonano differenti strumenti, tra cui due trombe di tipo carnyx e un doppio flauto (diaulos). Questo fregio si trova non lontano da Vidisa, dove è presente un monumento indo-greco, il Pilastro di Eliodoro.

La città di Sirkap, nel moderno Pakistan nord-occidentale e vicino a Taxila, fu costruita seconda lo schema a griglia "ippodamea" tipica delle città greche, e fu una fortezza ellenistica di proporzioni rilevanti, con mura di 6 km di circonferenza e di 10 m di altezza. Le case del livello indo-greco sono «quelle progettate meglio di tutti e sei gli strati, e le strutture di pietra di cui sono costituite le sue mura sono le più solide e compatte.» Si ritiene che questa città fu costruita da Demetrio.

Sono stati ritrovati molti resti archeologici ellenistici, in particolare monete di re indo-greci, contenitori per cosmetici in pietra decorati con scene della mitologia greca e piccole statuine. Alcuni artefatti sono puramente ellenistici, altri mostrano l'evidenza di una evoluzione dello stile greco-battriano presente ad Ai-Khanoum verso stili più indianizzati; per esempio, sono stati ritrovati accessori come bracciali per caviglie indiani decorati con scene delle mitologia greca, come raffigurazioni di Artemide.

In realtà, gli scavi dei livelli greci di Sirkap sono stati molto limitati, sviluppandosi inoltre solo in aree periferiche per evitare di andare a toccare i più recenti strati archeologici (quelli indo-sciti e in particolare quelli indo-parti) e le costruzioni religiose, oltre a causa della difficoltà di scavare estensivamente a sei metri di profondità. Sebbene molto interessanti, i risultati sono parziali e le conclusioni tratte non possono essere considerate definitive. Oltre a Sirkap, nessuno scavo archeologico di rilievo di città indo-greche è mai stato effettuato.

Artifatti ellenistici sono stati ritrovati in tutta l'India settentrionale. Sigilli di argilla raffiguranti divinità greche e la raffigurazione di un re indo-greco identificato con Demetrio sono stati ritrovati a Benares.

Quando gli Indo-Greci si insediarono nell'area di Taxila, imponenti strutture buddiste erano già presenti nell'area: tra queste, la stupa di Dharmarajika, costruita da Ashoka nel III secolo a.C. Queste strutture vennero rinforzate nei secoli successivi, attraverso la costruzione di anelli si piccole stupa e altre costruzioni intorno a quelli originali: diverse monete del re indo-greco Zoilos II furono trovate sotto nelle fondamenta di una di queste stupa del I secolo a.C.

Nel II secolo a.C. numerose strutture buddiste, come la stupa di Buktara nella regione dello Swat furono ingrandite e decorate con elementi architettonici ellenistici, specialmente sotto il regno di Menandro I. Le stupa erano solamente delle collinette rotonde quando gli Indo-Greci si insediarono in India, forse con qualche decorazione sulla sommità, ma subito aggiunsero varie strutture e elementi decorativi come cinture di rafforzamento, nicchie, decorazioni architettoniche come plinti, tori e cavetti, stucchi colorati. Le nicchie dovevano probabilmente contenere delle statue o dei fregi, un indizio della prima arte decorativa buddista attestata all'epoca degli Indo-Greci. Monete di Menandro I furono trovate in queste costruzioni, permettendo di datarle al 150 a.C. circa. Tra la fine del dominio indo-greco e durante il periodo indo-scito (I secolo a.C.), le stupa vennero riccamente decorate con scale ornate da colonne e fasce ellenistiche con foglie d'acanto.

In ogni caso, Eucratide sembra aver occupato un territorio che si estendeva fino al fiume Indo, tra il 170 e il 150 a.C. Le sue avanzate furono alla fine bloccate da sovrano indo-greco Menandro I, precedentemente generale di Demetrio, che consolidò il proprio potere nella parte indiana dell'impero "greco-indo-battriano", anche se pare che abbia conquistato la Battria, come testimoniato dall'emissione di monete in stile greco-battriano, e iniziò persino le ultime avanzate verso oriente.

Menandro I è considerato il più vittorioso sovrano indo-greco, conquistatore di un vasto territorio. I ritrovamenti di sue monete sono i più numerosi e più sparsi geograficamente rispetto a tutti gli altri re indo-greci. Nell'antichità, per lo meno a partire dal I secolo, col nome di Menander Mons, "Monte di Menandro", ci si riferiva alla catena montuosa all'estremità orientale del subcontinente indiano, le moderne Naga e Arakan, come testimoniato dalle mappe basate sulla Geografia di Claudio Tolomeo, geografo ellenistico del I secolo.

Anche la letteratura buddista ricorda Menandro, con il nome di Milida: nel Milinda Panha viene ricordato come un convertito al buddismo, divenendo un arhat le cui reliquie vennero poste in un tempietto in un modo simile a quelle del Buddha.

Va notato anche che Menandro iniziò la coniazione di una nuova moneta, raffigurante Atena Alkidemos ("Protettrice del popolo") al rovescio, continuata poi dai suoi successori orientali.

Sotto il suo regno si ebbero le conquiste a est del Punjab. Alla sua morte gli succedette la moglie Agatocleia, come tutrice per il figlio Stratone I. Dopo di lui, altri circa venti sovrani indo-greci regnarono in successione la parte orientale del territorio indo-greco.

A partire dal 130 a.C., gli Sciti, seguiti poi dagli Yuezhi, penetrarono nella Battria da nord, dopo una lunga migrazione lungo il confine della Cina. Intorno al 125 a.C., il re greco-battriano Eliocle, figlio di Euticrade I fu ucciso, probabilmente durante questa invasione, e il Regno greco-battriano vero e proprio terminò di esistere. Alla caduta di Eliocle sopravvisse probabilmente il suo parente Eucratide II, che regnò a sud dell'Hindu Kush, in aree non interessate dall'invasione. Altri re indo-greci come Zoilo I, Lisia e Antialcide potrebbero essere stati parenti della dinastia eucratidea o di quella eutidemide; tutti coniarono monete con legende sia greche che bilingue e fondarono regni propri.

Una alleanza con gli Yuezhi pare sia seguita all'invasione: sulle monete di Zoilo I viene raffigurata la clava di Ercole con un arco ricurvo del tipo usato sulle steppe all'interno di una corona della vittoria.

Gli Indo-Greci soffrirono così della penetrazione greco-battriana nei loro territori occidentali: il dominio indo-greco fu così diviso in sue reami, con la casata di Menandro che regnò i territori che andavano dalla sponda orientale del fiume Jhelum fino a Mathura e i re occidentali che controllarono il più vasto regno comprendente Paropamisadae, il Punjab occidentale e Arachosia verso sud.

Durante il I secolo a.C., gli Indo-Greci persero progressivamente terreno nei confronti degli Indiani a oriente e degli Sciti, gli Yuezhi e i Parti a occidente. Circa diciannove re indo-greci di questo periodo sono noti, fino all'ultimo di essi, Stratone II, che regnò nel Punjab fino all'anno 10.

Gli Indo-Greci regnarono fino a Mathura ancora nel I secolo a.C.: l'iscrizione di Maghera, proveniente da un villagio sito nei pressi di Mathura, registra l'inaugurazione di un pozzo «nel centosedicesimo anno di regno degli Yavana», che potrebbe essere identificato non oltre il 70 a.C.. Poco dopo i re indiani riconquistarono l'area di Mathura e il Punjab sud-orientale, a oveste del fiume Yamuna, iniziando a coniare monete proprie. Gli Arjunayana, nell'aera di Mathura, e gli Yaudheya celebrarono le proprie vittorie militari sulle rispettive monete ("Vittoria degli Arjunayana", "Vittoria degli Yaudheya"). Durante il primo secolo i Trigarta, gli Audumbaras e infine anche i Kuninda (i più vicini al Punjab) iniziarono a coniare le proprie monete, solitamente con uno stile molto simile alla monetazione indo-greca.

Il re occidentale Filosseno occupò per un breve periodo il restante territorio greco da Paropamisadae al Punjab occidentale tra il 100 e il 95 a.C.; in seguito il territorio indo-greco si frammentò nuovamente. I re occidentali riconquistarono i propri territori verso ovest fino ad Arachosia, mente i re orientali continuarono a governare a intermittenza fino all'inizio dell'Era Volgare.

Intorno all'80 a.C. un re indo-scita, Maues, forse un generale al servizio degli Indo-Greci, regnò per alcuni anni nell'India del nord-ovest, prima che i Greci riconquistassero la zona. Re Ippostrato (65-55 a.C.) sembra sia stato uno dei più vittoriosi tra i successivi re indo-greci, ma alla fine venne sconfitto dall'indo-scito Azes I, che fondò la dinastia indo-scita.

Sebbene il predominio militare e politico degli Indo-Sciti sia indubitabile, rimasero sorprendentemente molto rispettosi delle culture greca e indiana. Le loro monete vennero coniate nelle zecche greche e continuarono ad utilizzare legende greche e kharoshthi in maniera corretta, raffigurando persino divinità del pantheon greco, in particolare Zeus. L'iscrizione sul capitello del leone di Mathura afferma che adottarono la fede buddista, così come testimoniano le raffigurazioni di divinità che formano i vitarka mudra sulle loro monete. Le comunità greche non solo non vennero sterminate, ma continuarono ad esistere sotto il dominio indo-scito. Esiste la possibilità che le due comunità, i Greci e gli Indo-Sciti, si siano fuse: in una moneta pubblicata di recente, il re indo-greco Artemidoro si dichiara «figlio di Maues», mentre i rilievi di Burner mostrano Indo-Greci e Indo-Sciti mentre festeggiano insieme.

Gli Indo-Greci continuarono a governare un territorio nel Punjab orientale, finché il regno dell'ultimo re indo-greco, Stratone II, venne conquistato dal sovrano indo-scita Rajuvula intorno all'anno 10.

Sono noti circa otto re indo-greci occidentali. L'ultimo re di una certa importanza fu Ermeo, che regnò fino al 70 a.C. circa; poco dopo la sua morte gli Yuezhi invasero i suoi territori dalla Battria. Le cronache cinesi, la Hou Hanshu in particolare, raccontano che il generale cinese Wen-Chung aveva fatto da intermediario nella stipula dell'alleanza tra Ermeo e gli Yuezhi contro gli Indo-Sciti. Va notato come sulle monete in cui è raffigurato a cavallo, Ermeo appare armato di arco ricurvo e faretra tipici delle steppe, da cui provenivano gli Yuezhi.

Dopo il 70 a.C. gli Yuezhi divennero i nuovi signori di Paropamisadae: coniarono grandi quantità di emissioni postume di Ermeo, per lo meno fino al 40 d.C., quando la loro monetazione si fonde con quella del re kushan Kujula Kadphises. Il primo principer yuezhi storico, Sapadbizes, regnò intorno al 20 a.C.: egli coniò monete con legende greche e con lo stesso stile dei re indo-greci occidentali, probabilmente utilizzando zecche e incisori greci.

I Parti, rappresentati dai Surena, una famiglia parta nobile di discendenza arsacide iniziarono a penetrare nei territori che erano stati occupati dagli Indo-sciti e dagli Yuezhi, fino alla deposizione dell'ultimo re indo-scita, Azes II, intorno al 12 a.C. I Parti arrivarono a controllare tutta la Battria e vasti territori in India settentrionale, dopo aver combattuto contro molti signori locali come Kujula Kadphises dell'Impero Kushan nella regione del Gandhara. Intorno al 20 Gondophares, uno dei conquistatori parti, dichiarò la propria indipendenza dall'Impero parto e fondò il Regno indo-parto nei territori conquistati, con capitale Taxila.

Pare che alcune città greche siano rimaste intatte sotto il dominio parto, come nel caso dell'Arachosia, descritta da Isidoro di Charax nella sua opera del I secolo Stazioni parte, in cui ci sono le città di Demetrias e Alexandopolis.

Gli Yuezhi si espansero a est durante il I secolo, per fondare l'Impero Kushan. Il primo imperatore kushan, Kujula Kadphises, si fece associare ostentatamente con Ermeo sulle proprie monete, suggerendo un legame con lui per merito dell'antica alleanza o quanto meno rivendicandone l'eredità: gli Yuezhi, da cui discesero poi i Kushan, erano infatti eredi politici e culturali degli Indo-Greci sotto molti punti di vista, come indicato dalla loro adozione della cultura greca (sistema di scrittura, arte greco-buddista, ...) e dalla loro pretesa appartenenza alla dinastia di Ermeo.

L'ultima menzione di un sovrano indo-greco è suggerita da una iscrizione su di un anello con sigillo del I secolo, recante il nome del re Theodamas, dall'area di Bajaur in Gandhara, moderno Pakistan: non sono state ritrovate sue monete, ma il sigillo reca una scritta in kharoshthi, Su Theodamasa, con Su interpretato come la traslitterazione greca del titolo regale kushan shau, da shah, "re".

Ad oggi sono noti 36 sovrani indo-greci. Sebbene molti di loro siano ricordati dalle fonti, sia occidentali che indiane, la maggior parte di loro sono noti attraverso rinvenimenti numismatici. L'esatta cronologia e succesione dei loro regni è ancora oggetto di discussione, con correzioni regolarmente applicate in seguito a nuove analisi e a nuovi rinvenimenti di monete.

Oltre alla venerazione degli dei del pantheon greco classico, attestata dalle raffigurazioni di queste divinità (Zeus, Ercole, Atena, Apollo,...) sulle monete, gli Indo-Greci vennero influenzati dalle fedi locali, in particolare dal buddismo, ma anche dall'Induismo e dallo Zoroastrismo.

Dopo che i Greco-Battriani ebbero occupato militarmente l'India settentrionale intorno al 180 a.C. ebbero a che fare con la fede buddista, con interazioni di cui rimangono testimonianze.

Un altro testo indiano, lo Stupavadana di Kṣemendra, cita sotto forma di profezia che Menandro costruì una stupa a Patalinutra.

Sono registrate nelle fonti le partecipazioni dei Greci ai pellegrinaggi buddisti. Sotto il regno di Menandro I, il monaco buddista greco (pali: yona, "ionico") Mahadharmaraksita (sanscrito: Mahadharmaraksita, "Gran protettore del dharma") è detto proveniente da Alasandra (identificata con Alessandria del Caucaso, la città fondata da Alessandro Magno, nei pressi della moderna Kabul) con 30.000 monaci in occasione della cerimonia di inaugurazione della Maha Thupa ("Grande stupa") costruita da re Dutthagamani ad Anuradhapura in Sri Lanka intorno al 130 a.C., a riprova dell'importanza del buddismo nelle comunità dell'India nord-occidentale e del ruolo prominente svoltovi dai monaci buddisti greci.

Sebbene la diffusione del buddismo in Asia centrale e settentrionale sia normalmente attribuita ai Kushan uno o due secoli dopo, esiste la possibilità che sia stato introdotto in quelle aree da Gandhara «anche prima, al tempo di Demetrio e Menandro». Esiste però un indizio testuale che suggerisce come il buddismo possa essere penetrato molto prima in Asia centrale: i primi due discepoli del Buddha erano chiamati Tapassu e Bhallika, ed erano originari della regione di Balhika (l'attuale Balkh, e il nome sanscrito della Battria); sebbene non sia possibile dedurre che una azione di proselitismo importante sia avvenuta dopo il loro viaggio di ritrono, il fatto che il nome sanscrito per la Battria derivi dal nome di un monaco buddista battriano suggerisce una qualche sorta di influenza iniziale.

Dal 180 a.C. circa, Agatocle e Pantaleone, probabili successori di Demetrio I nella regione di Paropamisadae e i più antichi re greci a coniare monete quadrate di standard indiano con legende bilingue greco-bramino, fecero raffigurare il leone buddista con la dea indù Lakshmi. Alcune monete di standard indiano di Agatocle raffigurano anche una stupa a sei archi e un albero con una inferriata, simbolo tipico dell'albero della Bodhi nel buddismo antico. Queste monete mostrano la volontà, mai registrata prima, di di adattarsi ad ogni aspetto della cultura locale: la forma delle monete, la loro dimensione, la loro lingua e religione.

In seguito, alcune monete indo-greche incorporarono il simbolo buddista della ruota a otto raggi, come nel caso di Menanadro I e del suo probabile nipote Menandro II. Su queste monete la ruota è associata alla simbologia greca della vittoria, la palma della vittoria o la corona intrecciata della vittoria porta dalla dea Nike. Questa simbologia ha suggerito ad alcuni studiosi che Menandro abbia adottato durante il suo regno il ruolo di chakravartin, "colui per il quale la ruota della legge gira", tradotto come "re della ruota" nei testi occidentali.

L'ubiquo simbolo dell'elefante potrebbe essere associato al buddismo o meno. È interessante che su alcune monete di Antialcide l'elefante svolga lo stesso ruolo per Zeus e Nike che la ruota buddista svolge sulle monete di Menandro II, suggerendo un significato comune per i due simboli. Alcuni delle prime monete del re Apollodoto I permettono di associare direttamente l'elefante al simbolismo buddista; presentano anche la collina stupa sormontata da una stella già presente sulle monete dell'Impero Maurya e su quelle del successivo Regno Kuninda.

Dopo il regno di Menandro I, diversi sovrani indo-greci — Agatocleia, Aminta, Nicia, Peucolao, Ermeneo, Ippostrato, Menandro II e Filosseno — fecero raffigurare sé stessi o le proprie divinità greche con la mano destra atteggiata in un gesto di benedizione identico al vitarka mudra buddista (pollice e indice uniti, le altre dita estese), che nel buddismo indica la trasmissione degli insegnamenti del Buddha.

Esattamente nello stesso periodo, dopo al morte di Menandro, molti sovrani indo-greci iniziarono anche ad adottare sulle loro monete il titolo pali di dharmikasa, "seguace del dharma" (il titolo del grande re indiano buddista Ashoka era dhrmaraja, "re del dharma"). Questo utilizzo è presente in Stratone II, Zoilo I, Eliocle II, Teofilo, Peucolao, Menandro II e Archebio.

Allo stesso tempo, la conversione di Menandro I al buddismo suggerita dal Milinda Panha sembra aver causato l'introduzione dell'uso del simbolismo buddista, in una forma o in un'altra, nelle emissioni monetrarie di quasi la metà dei re che gli succedettero. In particolare, tutti i re dopo Menandro di cui è attestato il regno su Gandhara (a parte il poco conosciuto Demetrio III) mostrano simboli buddisti; fa eccezione il poetente Ippostrato, che probabilmente prese sotto la propria protezione molti greci gandhariani in fuga dagli Indo-sciti.

Un rilievo del II secolo a.C. dalla stupa buddista di Bharhut, nel Mandhya Pradesh orientale, ora conservato al Museo indiano di Calcutta), raffigura un soldato straniero con i capelli ricci di un greco e la fascia regale con le estremità svolazzanti di un re greco cinta sulla testa; nella mano sinistra regge un ramo d'edera simbolo di Dioniso; indossa alcune vesti di stile ellenistico, con righe di pieghe geometriche; sulla sua spada compare il simbolo buddista dei tre gioielli, il triratana.

Gli Indo-greci potrebbero essere stati i primi a produrre raffigurazioni antropomorfe del Budda nella statuaria, forse già dal II-I secolo a.C.; le stupa costruite all'epoca di Menandro, come la stupa di Butkara, erano provviste di nicchie destinate ad ospitare statue o rilievi, costituendo un indizio di un'arte figurativa buddista all'epoca degli Indo-greci. Esistono anche dipinti cinesi che raffigurano l'imperatore Wu di Han mentre venera delle statue di Budda portate dall'Asia centrale intorno al 120 a.C..

La predisposizione dei Greci a raffigurare e venerare divinità autoctone è attestata anche in Egitto, con la creazione del dio Serapide in stile ellenistico come adattamento della divinità egizia di Apis, o in Frigia con la raffigurazione ellenistica della divinità locale Cibele. Al contrario, l'arte buddista indiana era tradizionalmente aniconica (Budda era rappresentato solo tramite simboli), come pure nella tradizione iranica (il cui influsso fu dovuto agli Indo-parti nel I secolo), in cui le divinità non erano raffigurate in forma umana. Una tradizione indo-cinese spiega inoltre che Nagasena, che fu maestro di buddismo di Menandro I, creò nel 43 a.C., a Pataliputra, una statua del Budda, nota come Budda di smeraldo.

La datazione delle prime statue di Budda può essere stimata da un confronto stilistico con la monetazione indo-greca: le monete coniate prima del 50 a.C. mostrano infatti l'elevato realismo tipico della cultura ellenistica, che tende a diminuire dopo quella data, in conseguenza delle invasioni degli Indo-sciti, Yuezhi e Indo-parti. Le più antiche statue di Budda pervenute sono molto realistiche e mostrano stilemi ellenistici; questa considerazione ne permette la datazione al periodo che intercorre tra la morte di Menandro I (130 a.C.) e le invasioni (50 a.C.), quando il simbolismo buddista entra a far parte della monetazione indo-greca. Menandro e i suoi successori potrebbero dunque essere stati i principali protagonisti della diffusione delle idee e delle raffigurazioni di Budda.

Le raffigurazioni del Budda potrebbero essere connesse anche alla sua progressiva divinizzazione, che è solitamente associata alla diffusione del principio indiano del bhakti, la devozione personale ad una divinità. Il bhakti è un principio evolutosi all'interno del movimento religioso Bhagavata e si ritiene abbia permeato il buddismo a partire dal 100 a.C. circa, fornendo un contributo fondamentale alla rappresentazione umana del Budda. L'associazione tra gli Indo-greci e il movimento Bhagavata è documentato dal Pilastro di Eliodoro, eretto durante il regno del re indo-greco Antrialcide (115-95 a.C.): in quel periodo le relazioni con i Sunga sembrano essere migliorate, con scambi religiosi di qualche genere; il 100 a.C. sarebbe quindi l'epoca in cui il bhakti avrebbe incontrato la tradizione artistica ellenistica.

La maggior parte delle raffigurazioni più antiche del Budda sono anepigrafiche, caratteristica che le rende difficili da datare; la prima rappresentazione del Budda cui è possibile attribuire una data è il portagioie di Bimaran, che è stato trovato sepolto con monete del re indo-scito Azes II (o forse Azes I), risalenti al periodo 30-10 a.C., sebbene questa data non sia accettata da tutti gli studiosi. La datazione, lo stile ellenistico e la raffigurazione dei Budda (rappresentazione del vestito in stile ellenistico, attitudine da "contrapposto") fanno pensare che il portagioie sia un lavoro indo-greco, utilizzato per cerimonie indo-scite subito dopo la fine del dominio indo-greco nell'area di Gandhara. L'iconografia di tipo già avanzato — Brahma e Sakra come attendenti, la presenza di bodhisattva — suggerisce che raffigurazioni di Budda erano già frequenti all'epoca, fin dall'epoca indo-greca.

Raffigurazioni antropomorfiche di Budda sono totalmente assenti dalla monetazione indo-greca: questo fatto potrebbe suggerire il rispetto dei sovrani indo-greci per la norma indiana delle raffigurazioni aniconiche del Budda, che prevede la rappresentazione dei soli simboli buddisti (la ruota del dharma, il leone seduto). Secondo questa interpretazione, la raffigurazione del Budda sarebbe un fenomeno posteriore, datato normalmente al I secolo e promosso dai sovrani indo-sciti, indo-parti e kushan per mezzo di manodopera greca e, in seguito, indiana.

Una differente interpretazione è che gli Indo-greci non abbiano considerato Budda un dio vero e proprio, ma piuttosto un saggio o un filosofo umano, in linea con la tradizionale dottrina buddista del Nikaya; proprio come i filosofi venivano raffigurati sulle statue ma non sulle monete, l'immagine del Budda sarebbe apparsa solo nella statuaria.

Infine, sebbene i sovrani indo-greci raffigurarono divinità indiane sulle loro monete, come nel caso delle monete di Agatocle (180 a.C.), in seguito la pratica venne interrotta. Dunque gli Indo-greci decisero non raffigurare divinità locali sulle loro monete, per ragioni non note.

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Māra

L'assalto di Mara sul Buddha (rappresentazione aniconica: il Buddha è simbolizzato soltanto dal suo trono), II secolo, Amaravati (India).

Nel buddismo, Māra è il demone che tentò Gautama Buddha tentando di sedurlo con la visione di bellissime donne le quali, in varie leggende, sono spesso ritenute essere le sue figlie. Nella cosmologia buddista, Mara personifica l'incapacità, la "morte" della vita spirituale. Egli (ella) è un tentatore, che distrae gli uomini dalla pratica della vita spirituale, rendendo la vita mondana seducente o facendo sembrare il negativo come positivo.

I primi buddisti, tuttavia, piuttosto che vedere Mara come un Signore del Male demoniaco, virtualmente onnipotente, si riferiscono a esso come a una seccatura. Molti episodi che riguardano le sue interazioni con il Buddha hanno un'aria decisamente umoristica.

Il recente buddismo ha riconosciuto un'interpretazione sia letteraria che psicologica di Mara. Mara è descritto sia come entità che ha un'esistenza letteraria, proprio come le varie divinità del pantheon Vedico sono mostrate come esistenti attorno al Buddha e anche descritto come forza psicologica primaria - una metafora per vari processi di dubbio e tentazione che ostruiscono la pratica religiosa.

Mara appare in diverse delle serie Shin Megami Tensei di Atlus. Questo demone è ritratto come un pene gigante fuso con un cocchio dorato senza cavallo. Mara è anche uno dei sedici principi dedrici in The Elder Scrolls IV: Oblivion, dove è solitamente associata con la morte.

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Yongzheng

Yongzheng, in cinese 雍正 (13 dicembre 1678 – 8 ottobre 1735), fu imperatore della Cina dal 5 febbraio 1723 alla sua morte.

Era il quarto figlio dell'imperatore Kangxi e ne divenne il successore in seguito ad una congiura di palazzo. Fu dominato da un'estrema (e giustificata) sfiducia nei confronti del suo prossimo. In particolare ogni riferimento ad una possibile usurpazione del trono del drago venne trattato da Yongzheng con durezza inflessibile.

D'altro canto Yongzheng riuscì a risanare i conti statali in sfacelo tramite una rigida politica di risparmio. Nel 1727 concluse con la Russia il Trattato di Kiachta, nel quale furono ammessi ampi privilegi commerciali. Nel 1729 promulgò una prima legge sulla limitazione del commercio e dell'utilizzo di oppio.

Nonostante il suo confucianesimo, si occupò anche di diverse scuole di buddismo, in particolare di buddismo zen e di vajrayana tibetano e mongolo. Durante il suo regno vi furono diverse persecuzioni contro il cristianesimo e l'attivita' dei missionari (1724, 1732), la maggior parte dei quali venne esiliata a Canton prima, e a Macao poi. In quel periodo la Controversia dei Riti cinesi aveva ormai superato le fasi piu' delicate e stava arrivando verso la sua conclusione, giunta con la Bolla del 1742.

Sotto il suo regno fu creata anche la famosa enciclopedia Intera collezione di scritti e opere a colori dell'era antica e nuova (Gujin tushu jicheng).

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Prasangika

La Prasangika è una scuola filosofica del Buddismo Madhyamika che ritiene l'apagoge (prasanga), l'unico metodo valido per dimostrare la natura delle due verità in un dibattito.

La scuola della Prasangika è stata dominante nel Buddhismo tibetano a partire dalla seconda disseminazione, e la maggior parte degli scritti che la riguardano sono disponibili solo in lingua Tibetana.

Nonostante generalmente venga riconosciuto come fondatore della scuola il maestro Candrakirti, in realtà il primo ad abbracciare completamente il metodo sillogistico nei suoi insegnamenti, anche se in maniera limitata, fu Buddhapalita, uno degli studenti Shantarakshita.

Il dibattito fra la scuola Prasangika e quella Svatantrika include una componente tecnica oltre a implicazioni metafisiche. Mentre la scuola Prasangika ritiene che l'unico metodo valido per dimostrare le due verità sia quello della prasanga, la Svatantrika sostiene che un logico Buddhista non si deve limitare a dimostrare la falsità delle tesi dell'avversario, ma deve anche portare dei motivi concreti per dimostrare la bontà delle sue tesi.

Nella scuola filosofica Prasangika, la più sottile di tutto il Sutrayana, è negato un "Dio creatore" (come in ogni tipo di visione Buddhista) ed è negata una esistenza inerente dal lato della base di imputazione che nel caso, per esempio, di un vaso, sarebbe costituito da una presunta "vasità" la quale dovrebbe fungere da valida base sulla quale poter imputare il nome "vaso"; questo è un particolare della visione Madhyamaka Svatantrika ed è negato dalla Scuola Prasangika che si oppone con argomentazioni valide ad una qualsiasi esistenza intrinseca che possa caratterizzare la base di imputazione del supposto "vaso". Di seguito si riporta un'esposizione della visione dell'interdipendenza che porta a comprendere e realizzare la vacuità di esistenza inerente.

È interessante evidenziare il fatto che nel Dharma è negato un "Dio" proprio come è negata una causa unica creatrice di molti risultati: tante cause e condizioni producono un singolo risultato come nel caso classico del germoglio: il germoglio è il risultato della causa seme e delle condizioni quali: il terreno adatto, la sufficiente quantità d'acqua, il materiale fertilizzante, il sole, la luna e la temperatura adatta. Si può obiettare che insieme si ha anche il quadagno del contadino, ma il guadagno del contadino dipende avendo quale causa il germoglio e quali condizioni le precedenti quindi il risultato rimane in effetti uno solo mentre le cause e condizioni rimangono innumerevoli.

Un "Dio" non crea niente, anzi, non c'è proprio neanche un "Dio": la causa non è permanente, una causa permanente non produrrebbe niente in quanto la causa non esiste al tempo del risultato come nel caso del seme e del germoglio. Il seme, supposta causa del germoglio, non ne è la causa al tempo della sua propria esistenza poiché il gemoglio non è ancora da essa prodotto; al tempo del germoglio il seme non esiste più quindi, non esistendo, non può essere causa di niente e neanche causa il germoglio nel momento in cui si realizza la produzione del germoglio cioè la causa e il risultato non sono coincidenti in uno stesso istante il che significa che non possono essere simultanei perché se lo fossero avrebbero esistenze separate come il cibo e il piatto su cui esso è posato: uno non sarebbe causa dell'esistenza dell'altro e così essendo il seme non sarebbe causa del germoglio perché il germoglio avrebbe una sua esistenza separatamente dal seme e indipendentemente da esso.

Poiché il seme non è veramente la causa del germoglio è logico pensare che il germoglio non sia il risultato del seme tuttavia, a livello della realtà convenzionale del prodursi dei fenomeni in accordo alla "legge" di causa-effetto, il germoglio non nasce senza causa, per puro caso, né nasce da ciò che è altro dal germoglio e qua si dovrebbe parlare con precisione dei quattro estremi o delle quattro visioni estreme che nel Buddhismo Madhyamaka Prasangika sono negate: che qualcosa possa nascere da sè, da altro, da sé e altro insieme e in assenza di sé e altro quindi senza causa; nessuna di queste quattro visioni estreme è corretta, ognuna per specifici motivi e la consequenzialità è spiegata in accordo alla visione della produzione dipendente quale modo effettivo tramite il quale si producono i fenomeni.

Un "Dio" non esiste in quanto i fenomeni dipendono da innumerevoli cause e condizioni etc., non esistono da soli, non vengono "creati" da chiccessia e messi là per poi essere "goduti" dalle persone: senza la "Imputazione nominale/designazione concettuale" nessun fenomeno è tale; senza una mente che imputi un nome su una base di imputazione costituita da un insieme di cause-condizioni e parti nessun fenomeno è tale come una tazza non esiste naturalmente come "tazza" di per se stessa in assenza di una mente che imputi il nome "tazza": con tale argomentazione, la quale dimostra incontrovertibilmente la realtà della realtà della produzione dipendente nel modo in cui è stata esposta, la concezione, falsa, di un "Dio" che crea le cose è eliminata.

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Rinpoche

Rinpoche, o Rimpoche (Tibetano), è un titolo onorifico di carattere religioso utilizzato frequentemente all'interno del Buddismo Tibetano.

Rinpoche letteralmente significa prezioso.

Si tratta di un titolo riservato generalmente ai tulkus, lama reincarnati; o comunque, a tutti coloro riconosciuti come "lama di fiducia", o a cui è concessa una grande stima.

Rinpoche quindi, sinonimo di Tulku, verrebbe a significare "colui che ha scelto di rinascere 'intenzionalmente' nel samsara", per beneficiare e prestare soccorso a tutti gli esseri senzienti, nel cammino verso il risveglio della propria coscienza e illuminazione.

Storicamente e nel corso del tempo, il titolo "Rinpoche" si è venuto usando sempre di più e di frequente, ormai, anche in quei casi in cui semplicemente si voglia indicare un certo grado di rispetto (come i discepoli, o gli studenti per il proprio maestro), perdendo quindi la sua accezione originaria.

In Tibet e Bhutan, quando si usa come "Guru Rinpoche" vuole significare Padmasambhava, colui il quale per primo è considerato come portatore del Buddismo tibetano nel territorio dell'Himalaya. Quando si utilizza invece come "Je Rinpoche", si riferisce generalmente a Je Tsongkhapa, il fondatore della scuola Gelug.

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Nichiren

Nichiren (ritratto)

Nichiren (日蓮, Nichiren?) (16 febbraio 1222 – 13 ottobre 1282) è stato un monaco giapponese fondatore del Buddismo Nichiren, una delle maggiori correnti del Buddhismo giapponese che comprende diverse scuole di pensiero, che spesso professano dottrine anche contrastanti..

Chiamato alla nascita con il nome di Zennichimaro (善日麿), lo cambiò in Zeshō-bō Renchō (是生房蓮長) quando fu ordinato monaco e che infine nel 1253 assunse il nome di Nichiren (日蓮) con cui viene ricordato.

Nichiren è stata una figura controversa durante l'intero arco della sua vita, e lo è tutt'ora per via delle diverse fedi religiose che si rifanno ai suoi insegnamenti.

Nichiren nacque a Kominato, un piccolo villaggio di pescatori, nell'antica provincia di Awa. Nichiren inizia i suoi studi Buddhisti all'età di 11 anni nel vicino monastero, di scuola Tendai, Seichoji (清澄寺, chiamato anche Kiyosumi-dera). Viene ordinato monaco secondo la piattafoma monastica Tendai all'età di 16 anni, prendendo il nome Zeshō-bō Renchō. Lascia presto il tempio Seichoji per continuare i suoi studi a Kamakura dove, come era costume per i monaci Tendai, approfondisce le dottrine del Buddhismo Zen e dello Jodoshu. Diversi anni dopo lo troviamo a perfezionare gli studi nella zona di Kyōto–Nara, dove erano situati tutti i maggiori centri buddhisti dell'epoca. In particolare nel 1242 è attestata la sua presenza sul Monte Hiei, sede dello Enryaku-ji monastero centrale della scuola Tendai e, poco dopo, sul Monte Koya, sede dello Shingon. In questo periodo e a seguito di questi studi approfonditi si convince della preminenza del Sutra del Loto, già proclamata dalla scuola cinese Tiantai ed in particolare del suo titolo Myōhōrengekyō oggetto di uno degli studi più importanti (il Fahua xuanyi) del patriarca cinese Zhiyi, autore che Nichiren conosceva perfettamente e che verrà più volte citato nei suoi scritti. Il riconoscimento di tale esclusiva preminenza lo porta a distaccarsi dagli altri insegnamenti buddhisti, compresi alcuni della stessa scuola Tendai, e nel 1253 torna al Seichoji.

Il 28 aprile 1253 proclama per la prima volta Nam myoho renge kyo. Con questo atto egli afferma che la devozione e la pratica del Sutra del Loto sono l'unico Vero Buddismo per l'epoca storica attuale (o Mappo, Ultimo giorno della Legge, vedi più avanti). In questa occasione cambia il suo nome in Nichiren dove il carattere kanji per nichi (日) significa "sole" e quello per ren (蓮) significa "loto".

Da questa data, che tutte le scuole del Buddismo Nichiren nate successivamente prendono come data della loro fondazione (立宗: risshū), Nichiren comincia a diffondere i suoi insegnamenti proprio da Kamakura che all'epoca era la capitale di fatto del Giappone, in quanto era li che risiedeva lo shogun e dove aveva sede l'apparato di governo. Diversi discepoli cominciarono a seguire i suoi insegnamenti, sia fra i monaci che fra i laici e molti dei suoi seguaci laici provenivano proprio dalla classe sociale dei samurai.

Nichiren fu una figura estremamente controversa anche al suo tempo e molte delle scuole nate dai suoi insegnamenti continuano tali controversie anche ai giorni nostri (vedi Buddismo Nichiren). Alla base di tali controversie c'è il fatto che i seguaci di ognuna di queste scuole sono fermamente convinti che la loro sia l'unica forma corretta di Buddismo.

Nel suo trattato inoltre, in accordo alle medesime predizioni, egli fa presente che il non adottare la corretta forma di Buddhismo lascerà il paese aperto a ulteriori e nuovi disastri, inclusi conflitti armati e più specificamente ribellioni interne e invasioni straniere.

Nichiren presenta il Rissho Ankoku Ron nel luglio 1260. Benché il suo autore non riceva nessuna risposta ufficiale, il trattato non passa inosservato, ma anzi viene passato al vaglio dei severi sguardi dei preti e del clero delle altre sette Buddiste. Come conseguenza Nichiren viene arrestato e perseguitato ripetutamente, anche con la forza, ed esiliato nel 1261 nella penisola di Izu fino ad essere quasi assassinato nel 1264.

Gli anni successivi sono segnati da una propagazione importante in particolare nelle zone ovest del Giappone e questo acuisce ulteriormente il risentimento e l'odio fra i preti delle altre sette e fra le autorità. Dopo un acceso scontro con un prete molto influente dell'epoca, Ryōkan (良観), Nichiren fu chiamato per un interrogatorio dalle autorità, nel settembre 1271. Egli usò questa opportunità per sottoporre il suo secondo ammonimento alle autorità nella persona di Hei no Saemon (平の左衛門, chiamato anche 平頼綱: Taira no Yoritsuna), un politico e militare molto potente.

Due giorni dopo, il 12 di settembre, Hei no Saemon e un gruppo di soldati prelevavano Nichiren dalla sua capanna a Matsubagayatsu, Kamakura. Il loro intento era quello di arrestarlo e decapitarlo: ma una qualche sorta di fenomeno astronomico -una grande esplosione di luce- che si scatenò sul luogo dell'esecuzione (Tatsunokuchi) terrorizzò i soldati impedendo loro di portare a termine l'esecuzione. Questa è conosciuta come la Persecuzione di Tatsunokuchi ed è considerato il vero punto di svolta nella vita di Nichiren, chiamato Hosshaku kempon (発迹顕本). Hosshaku kempon significa "scartare il provvisorio e rivelare la verità": Nichiren, a questo punto, scarta la sua identità "provvisoria" di prete mortale e rivela la sua "vera" identità come reincarnazione del Bodhisattva Jōgyō (上行菩薩) o come Buddha Originale dell'Ultimo giorno della Legge (本仏: hombutsu) a seconda della scuola di pensiero che si accetta.

Non sapendo bene cosa fare con Nichiren, Hei no Saemon decide di esiliarlo a Sado, un'isola nel mar del Giappone nota per i suoi inverni particolarmente rigidi e come un posto dal quale erano tornati in pochi. Questo secondo esilio di Nichiren dura quasi 3 anni e nonostante le terribili condizioni in cui si trova a vivere e le sofferenze fisiche rappresenta uno dei più importanti periodi di insegnamento di tutta la sua vita. Mentre è a Sado infatti si uniscono a lui molti fedeli discepoli e scrive due dei suoi più importanti trattati (gosho): il Kaimoku Shō (開目抄: "L'apertura degli occhi") e il Kanjin no Honzon Shō (観心本尊抄:"Il Vero Oggetto di Culto" o più letteralmente "L'oggetto di devozione per osservare la mente stabilito nel quinto periodo di cinquecento anni dopo la scomparsa del Tathagata"), così come numerose lettere e trattati minori che contengono punti fondamentali del suo insegnamento. Le lettere o Gosho, erano per Nichiren il modo più semplice per incoraggiare i suoi discepoli e per insegnare loro la sua dottrina, con termini comprensibili, aiutandosi spesso con esempi o situazioni della vita di tutti i giorni.

Fu in questo periodo di esilio a Sado, nel 1272 che egli iscrisse il primo Gohonzon (御本尊), il mandala che Nichiren vedeva come una rappresentazione grafica dell'essenza del Sutra del Loto—Myōhō-Renge-Kyō o la "Mistica Legge" di causa ed effetto che sta alla base di ogni fenomeno e manifestazione dell'interno universo (vedi Nam myoho renge kyo).

Nichiren fu perdonato nel febbraio 1274 e tornò a Kamakura in marzo. Qui fu nuovamente interrogato da Hei no Saemon, che adesso era interessato ad avere da Nichiren informazioni su una molto temuta invasione da parte dei Mongoli. Infatti l'arrivo di molti messaggeri mongoli che chiedevano fedeltà da parte del Giappone avevano convinto le autorità a credere che la previsioni di Nichiren riguardo ad una invasione straniera stavano per diventare realtà (cosa che avvenne in ottobre con l'invasione Mongola del Giappone). Nichiren, ancora una volta, usò l'interrogatorio per sottopporre il suo terzo ammonimento ai governanti.

Poiché anche il suo terzo ammonimento non ricevette risposta, Nichiren seguì l'antica tradizione Cinese che voleva che quando un uomo presentava proteste o ammonimenti e per tre volte veniva ignorato, doveva lasciare il paese. Decise così di ritirarsi in un esilio volontario sul Monte Minobu nel mese di maggio del 1274.

Ad eccezione di alcuni brevi spostamenti, Nichiren trascorse il resto della sua vita a Minobu, dove lui e i suoi discepoli edificarono un tempio, il Kuonji (久遠寺) e dove continuò la sua opera di insegnamento e di scrittura. Due dei suoi scritti principali di questo periodo sono "'Senji Shō (撰時抄: "Sulla selezione del tempo") e l' Hōon Shō (報恩抄: "Ripagare i debiti di gratitudine"), che assieme al Risshō Ankoku Ron, al Kaimoku Shō, e al Kanjin no Honzon Shō costituiscono i Cinque Principali Scritti di Nichiren.

Egli iscrisse anche numerosi Gohonzon specificatamente per alcuni discepoli e credenti laici. Molti di questi Gohonzon sono arrivati fino ai giorni nostri e sono conservati in alcuni tempi come il Taisekiji (大石寺) a Fujinomiya, nella Prefettura di Shizuoka, che conserva una vasta collezione che viene mostrata al pubblico una volta l'anno nel mese di aprile.

Nell'autunno del 1279, un certo numero di discepoli laici di Nichiren nel distretto di Fuji caddero nelle mani di Gyōchi (行智), il prete che era a capo del tempio dove viveva Nisshū (日秀), uno dei discepoli di Nichiren. I credenti, poveri contadini del villaggo di Atsuhara, erano andati ad aiutare Nisshū con la raccolta del riso. Gyōchi vede questa come un'occasione per liberarsi di quella spina nel fianco e chiama alcuni guerrieri locali per arrestare i contadini, accusandoli di aver raccolto illegalmente il riso. I contadini decidono di difendersi ma senza alcuna speranza, così molti di loro vengono feriti e 20 vengono arrestati e condotti a Kamakura per il processo.

Quando arrivano a destinazione trovano Hei no Saemon ad aspettarli; parve subito chiaro che il suo vero intento era quello di perseguitarli per la loro fede piuttosto che di condurli in giudizio per la faccenda del riso. Inizia così ad intimare ai contadini di rinunciare alla loro fede pena la morte se questi avessero rifiutato, ma in cambio della loro libertà se avessero acconsentito. I contadini subiscono ingiurie e perfino torture ma rimangono saldi nella loro determinazione a non abbandonare Nichiren e la loro fede. Hei no Saemon, esasperato, fa decapitare tre di loro (i fratelli Jinshiro, Yagoro e Yarokuro) nella speranza di convincere gli altri, ma i superstiti rifiutano nuovamente di abiurare e vengono esiliati da Atsuhara. Questi eventi si svolgono il 15 ottobre del 1279.

Nella tradizione della Nichiren Shoshu (le altre scuole variano un po' nell'interpretazione del significato di questo evento), Nichiren venendo a sapere da altri discepoli che dei poveri contadini erano disposti a sacrificare la propria vita in nome della fede, decide che è giunto il momento di "rivelare" il Gohonzon con il quale egli intende portare a termine "la missione della sua venuta in questo mondo" (出世の本懐: shusse no honkai). Il 12 ottobre 1279, Nichiren iscrive il Dai-Gohonzon, che diversamente dagli altri Gohonzon iscritti in questo periodo (che erano destinati a singoli discepoli), è destinato a tutti i suoi discepoli e credenti, contemporanei e futuri.

Nichiren trascorre i suoi ultimi anni scrivendo Gosho, iscrivendo Gohonzon per i suoi discepoli e credenti e spiegando i suoi insegnamenti. Le sue condizioni di salute iniziano a peggiorare e molti dei suoi discepoli tentano di convincerlo a spostarsi in luoghi più caldi ed accoglienti per riceverne beneficio. Così lascia Minobu con alcuni discepoli, l'8 settembre 1282.

Dopo 10 giorni da suo arrivo alla residenza di Ikegami Munenaka, uno dei suoi principali credenti laici, Nichiren sente che la sua vita sta giungendo al termine e comincia a prepararsi. Il 25 settembre tiene il suo ultimo discorso sul Risshō Ankoku Ron, e l'8 di ottobre egli nomina 6 discepoli anziani: —Nisshō (日昭), Nichirō (日朗), Nikkō (日興), Nikō (日向), Nichiji (日持), and Nicchō (日頂)— con il chiaro obiettivo di continuare la propagazione dei suoi insegnamenti dopo la sua morte.

Il 13 ottobre 1282 nell'ora del dragone (circa le 8:00 del mattino), Nichiren entra nel Parinirvāṇa (giapponese nyunehan, designa la cessazione dei cinque aggregati in un Buddha o in un illuminato) alla presenza di molti discepoli e credenti laici. Il suo funerale e la cremazione si svolgono il giorno successivo. Il suo discepolo Nikkō lascia la casa di Ikegami con le ceneri il 21 ottobre, raggiungendo nuovamente Minobu il 25. Il luogo di sepoltura, come da volere dello stesso Nichiren, si trova a Kuonji e una parte delle sue ceneri sono conservate al tempio Taisekiji.

Alcune scuole Nichiren si riferiscono all'interezza del Buddismo di Nichiren come all' "insegnamento di una vita", una descrizione piuttosto adatta alla luce del grande numero di scritti che Nichiren ha lasciato. Molti di questi esistono ancora nella loro originaria forma manoscritta, alcuni per intero altri come frammenti e altri ancora sono arrivati a noi come copie fatte dai suoi primissimi discepoli. Oggi gli studiosi di Nichiren hanno accesso a più di 700 dei suoi lavori, incluse trascrizioni di insegnamenti orali, lettere di rimostranza e perfino illustrazioni.

Oltre che ai trattati scritti in kanbun (漢文) una forma di scrittura formale modellata sul Cinese classico che era la lingua del governo e degli insegnamenti nel Giappone dell'epoca, Nichiren scrisse anche lettere e spiegazioni per i suoi discepoli e credenti laici in un vernacolo misto kanji–kana così come lettere in semplice kana per i credenti che non riuscivano a leggere lo stile più formale. Queste lettere (Gosho) specialmente sono un prezioso aiuto per i credenti contemporanei perché proprio grazie alla loro semplicità ed immediatezza offrono un chiaro esempio del pensiero di Nichiren.

Alcuni dei lavori scritti in kanbun, in particolare il Risshō Ankoku Ron, sono considerati capolavori esemplari di stile, mentre molte delle sue lettere mostrano una inusuale comprensione, empatia e vicinanza per le persone più disagiate della sua epoca. Molti osservatori moderni vedono anche un messaggio politico nei suoi lavori, e durante il periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale il governo ha insistito perché numerosi passaggi e perfino interi documenti venissero eliminati dal corpus dei suoi scritti perché considerati offensivi nei riguardi dell'Imperatore,mentre,sempre nello stesso periodo,altri vollero interpretare il "Rissho Ankoku Ron" in senso nazionalistico e in particolare Chigaku Tanaka (1861-1939) e Nissho Honda (1867-1931) fondarono una scuola di pensiero chiamata "nichirenismo",che influi' nel preparare la strada alla guerra e all'invasione da parte del Giappone dei paesi asiatici vicini .

Gli scritti di Nichiren sono conosciuti anche come go-ibun o gosho e sono disponibili in varie raccolte. Molti di questi appaiono in Iwanami Shoten's 102-volume antologico di letteratura classica Giapponese pubblicato alla fine degli anni 50 - inizio anni 60, così come altre raccolte similari di letteratura classica. La raccolta più famosa è la Nichiren Daishonin Gosho Zenshu (日蓮大聖人御書全集: "Raccolta completa delle opere di Nichiren Daishonin") compilata dal 59esimo Patriarca della Nichiren Shoshu Hori Nichiko, pubblicata per la prima volta nel 1952, rivista e ristampata diverse volte succesivamente dalla Soka Gakkai. Il tempio Taisekiji inoltre ha rilasciato una nuova raccolta nel 1994 intitolata Heisei Shimpen Nichiren Daishonin Gosho (平成新編 日蓮大聖人御書). Questo volume presenta gli scritti di Nichiren in ordine cronologico a cominciare ad un documento datato nel 1242 (all'epoca Nichiren stava studiando sul Monte Hiei a Kyōto) e che comprende 81 lavori non pubblicati nel già citato Gosho Zenshu. Vedi le fonti e i collegamenti esterni elencati sotto per vedere la traduzione inglese e, laddove esista in rete, quella in italiana.

Dopo la morte di Nichiren i suoi insegnamenti vennero interpretati in diversi modi da alcuni dei suoi discepoli, in particolare i Sei Preti Anziani che erano stati nominati dallo stesso poco prima del suo decesso. Come risultato di questo, il Buddismo di Nichiren oggi comprende diverse scuole principali e alcune scuole minori, ognuna di queste con la sua interpretazione del pensiero di Nichiren. Queste scuole hanno piccole come grandi differenze, a volte di dettagli. Le differenze più significative si possono individuare sulla posizione della scuola di Nichiren nello sviluppo della storia del Buddismo e sull'oggetto di culto.

Vedi Buddismo di Nichiren: Scuole e Buddismo di Nichiren: Dottrine e pratiche per approfondire le scuole e i vari insegnamenti.

Dal momento della sua scomparsa Nichiren fu conosciuto con molti nomi attribuitigli dopo la morte che intendono esprimere rispetto per lui o rappresentare la sua posizione della storia del Buddismo. I più comuni sono Nichiren Shōnin (日蓮上人; traducidibile come Santo -o Saggio- Nichiren) e Nichiren Daishōnin (日蓮大聖人; dove "Dai sta per Grande). Inoltre la corte imperiale Giapponese ha insignito Nichiren con il titolo onorifico di Nichiren Daibosatsu (日蓮大菩薩; "Grande Bodhisattva Nichiren") e Risshō Daishi (立正大師; "Grande Maestro Risshō); il titolo fu formalizzato nel 1358 e successivamente nel 1992.

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