Bobo Craxi

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Inviato da gort 03/03/2009 @ 22:12

Tags : bobo craxi, politici, politica, vittorio craxi

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Bobo Craxi

Bobo craxi by Stefano Bolognini.JPG

Bobo Craxi - all'anagrafe Vittorio Michele Craxi - (Milano, 6 agosto 1964) è un politico italiano. Già esponente del Partito Socialista Italiano storico, membro del Nuovo Psi e leader nazionale della formazione politica de I Socialisti Italiani, ha aderito poi col suo gruppo al ricostituito Partito Socialista; è stato Sottosegretario agli Affari Esteri con delega ai rapporti con l'ONU nel Governo Prodi II. È il figlio secondogenito di Bettino e fratello di Stefania.

Craxi è stato consigliere comunale a Milano e Segretario cittadino del Psi sino al 1991. Nel 2001 ha fondato il Nuovo Psi ed è stato eletto deputato, per la XIV legislatura, e componente della III Commissione permanente della Camera.

Il 7 febbraio del 2006 Craxi fonda I Socialisti ed aderisce definitivamente all'Unione. Viene candidato nella lista dell'Ulivo alla Camera dei deputati. Posizionato al nono posto della lista nella circoscrizione Lombardia 3, non viene eletto poiché la lista si aggiudica soltanto sei seggi né la formazione dei Socialisti riesce ad eleggere altri parlamentari: tuttavia quest'ultima, avendo ottenuto oltre 115.000 voti, risulta decisiva per la vittoria della coalizione di centrosinistra.

Il 18 maggio del 2006, un giorno dopo la nascita del nuovo esecutivo, Vittorio Craxi viene nominato sottosegretario agli Affari Esteri (con delega ai rapporti con le Nazioni Unite) del secondo governo Prodi insieme ad Ugo Intini (un altro vecchio membro del PSI). È stato uno dei primi ad aderire alla Costituente del Partito Socialista lanciata da Enrico Boselli, dove si è ricomposta la frattura del suo gruppo con quello di Gianni De Michelis, risalente all'epoca del passaggio a sinistra.

Ha pubblicato due libri: Route el Fawara, Hammamet (2001), con Gianni Pennacchi, che racconta gli ultimi giorni del padre, e Craxi. Il Socialismo dei padri e quello di domani (2006), una lunga intervista rilasciata a Francesco Borgonovo in cui parte dalla figura di Bettino Craxi per delineare i suoi progetti per i socialisti italiani.

Per la parte superiore



Bettino Craxi

Silvio Berlusconi e Bettino Craxi nel 1984

Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000) è stato un politico italiano.

Fu il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. Negli anni di Tangentopoli, in seguito alle indagini di Mani Pulite, venne condannato e fuggì ad Hammamet, in Tunisia, dove trascorse da latitante, gli ultimi anni di vita.

È uno degli uomini politici più rilevanti della storia della prima Repubblica , ma anche uno dei più controversi.

Primogenito dell'avvocato Vittorio Craxi, la cui famiglia paterna era originaria di San Fratello, un comune della provincia di Messina sui Nebrodi, e di Maria Ferrari, una casalinga di Sant'Angelo Lodigiano, Craxi nasce a Milano il 24 febbraio 1934.

Durante la seconda guerra mondiale, la famiglia decide di affidarlo al collegio cattolico "De Amicis" a Cantù, sia per il carattere turbolento, sia per allontanarlo dai pericoli che correva a causa dell'attività antifascista del padre che, dopo la liberazione, assumerà la carica di vice-prefetto a Milano e poi quella di prefetto a Como.

Terminata la guerra, Bettino Craxi iniziò ad avvicinarsi giovanissimo alla politica; nel 1953 a diciannove anni entrò nella federazione milanese del Partito Socialista, diventandone funzionario e quattro anni dopo, a ventitré anni, fu eletto nel comitato centrale del PSI. Nel frattempo frequentò l'Università, diventando vicepresidente dell’Unuri, il parlamentino degli studenti. Intanto proseguiva la sua ascesa all'interno del PSI: nel 1965 divenne membro della direzione nazionale. Dopo un'esperienza di amministratore come consigliere comunale a Sant’Angelo Lodigiano e assessore nella sua Milano, iniziata nel 1960, nel 1968 veniva eletto per la prima volta in Parlamento.

Poco dopo il fallimento dell'unificazione socialista (1969), nel 1970 diventò vicesegretario nazionale, su nomina di Giacomo Mancini.

Nel 1972 con l'elezione di Francesco De Martino a segretario nazionale del PSI, durante il congresso di Genova, Craxi viene confermato insieme a Giovanni Mosca nel ruolo di vicesegretario, ricevendo l'incarico di curare i rapporti internazionali del partito. Da rappresentante del PSI presso l'Internazionale Socialista stringe legami con alcuni dei principali protagonisti della politica estera del tempo, da Willy Brandt a Felipe González, da François Mitterrand a Mario Soares, da Michel Rocard ad Andreas Papandreou.

All'interno del partito fu un convinto sostenitore di Pietro Nenni e del centro-sinistra "organico" che in quegli anni governava l'Italia. Da responsabile del PSI per gli esteri finanziò economicamente alcuni partiti socialisti messi al bando dalle dittature dei rispettivi Paesi, tra cui il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il Partito Socialista Cileno di Salvador Allende, di cui Craxi era amico personale, e il Partito Socialista Greco.

Nel 1976, un articolo sull'Avanti! del segretario socialista Francesco De Martino provocò la caduta del governo Moro, provocando le successive elezioni anticipate che si conclusero con una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer, mentre la Democrazia Cristiana riuscì a rimanere il partito di maggioranza relativa solo per pochi voti.

Per il PSI invece, quelle elezioni furono una pesante sconfitta. I voti scesero sotto la soglia psicologica del 10%. De Martino, che puntava ad una nuova alleanza con i comunisti, fu costretto alle dimissioni e si aprì all'interno del partito una grave crisi. Alla ricerca di una nuova identità che rilanciasse il partito, il 16 luglio il comitato centrale si riunì in via straordinaria presso l'Hotel Midas di Roma ed elesse Bettino Craxi, da pochi giorni capogruppo alla Camera, nuovo segretario.

La scelta di Craxi fu frutto di una mediazione fra le varie correnti socialiste che si presentavano fortemente frammentate e quindi incapaci di far emergere un segretario, appoggiato da una solida maggioranza. Emerse così la volontà di eleggere un "segretario di transizione" che guidasse il partito fuori dalla crisi. Il primo a proporre il nome di Craxi, fu il calabrese Giacomo Mancini, che riuscì a far convergere sul suo nome anche i voti delle correnti guidate da Claudio Signorile ed Enrico Manca. Si opposero alla sua elezione soltanto i cosiddetti "demartiniani", ostili a colui che era considerato il "pupillo di Nenni", i quali però al momento delle votazioni preferirono astenersi.

Craxi mostrò da subito le sue doti politiche, dimostrando di essere tutt'altro che un semplice "segretario di transizione". Nominò suoi collaboratori personalità nuove, alcune molto giovani, tanto da dare inizio a quella che sarà chiamata la "rivoluzione dei quarantenni". Craxi si muove con determinazione ed energia, puntando al rilancio del partito, che "partendo dalla sua grande tradizione, ritrovi il suo orgoglio e il coraggio di intraprendere nuove strade, di dare inizio" a quello che il segretario chiama "il nuovo corso". Puntando a tracciare nuovi sentieri, Craxi si oppone al compromesso storico e delinea, per il futuro, una linea dell'alternanza, fra DC e il suo partito.

Durante il sequestro Moro fu l'unico leader politico a dichiararsi disponibile ad una trattativa, attirandosi addosso parecchie critiche. In quello stesso anno, il 1978, si svolse a Torino il XLI congresso in cui Craxi, riuscì a farsi rieleggere, malgrado la sua corrente dell'"Autonomia Socialista" ebbe un duro scontro all'inizio con la corrente lombardiana (guidata da Claudio Signorile) e con quella demartiniana (con a capo Enrico Manca), che lo avevano appoggiato due anni prima.

Craxi si presentò agli Italiani in una maniera totalmente nuova: da un lato prese esplicitamente le distanze dal leninismo rifacendosi a forme di socialismo non autoritario, e dall'altro si mostrò attento ai movimenti della società civile e alle battaglie per i diritti civili, sostenute dai radicali, curava la propria immagine attraverso i mass media e mostrava di non disdegnare la politica-spettacolo. Avviò una campagna per la "governabilità del governo", assumendo toni sempre più decisionisti, con quella che nei giornali sarà chiamata la "grinta di Craxi".

L'azione di Craxi viene aspramente criticata dalla sinistra interna, ma trascina il partito all'ottimo risultato raggiunto alle elezioni del 1983. In seguito a ciò, Craxi – che nel 1979 aveva dovuto rinunciare ad un precedente incarico, conferitogli dal presidente Pertini – chiede e ottiene la presidenza del Consiglio. È il primo socialista che ci riesce.

Il primo governo Craxi è sostenuto dal Pentapartito, un'alleanza fra Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli. Quest'alleanza nasceva non da accordi pre-elettorali o da una comune identità di vedute, ma dall'opportunità, fortemente sfruttata da Craxi, offerta dal capovolgimento delle alleanze tra le correnti della Democrazia cristiana (la cui gestione interna s'era assestata sulla linea del Preambolo di Donat Cattin, che aveva sostenuto la necessità di "tenere i comunisti fuori dal governo"): è l'unica maggioranza, in pratica, capace di potersi formare, senza coinvolgere in nessun modo il Pci.

Nonostante ciò, il suo governo fu uno dei più lunghi nella storia della Repubblica e riuscì a lasciare una traccia profonda nella politica italiana.

Il 5 agosto 1983, appena un giorno dopo aver formato il suo primo governo, Craxi istituisce il Consiglio di Gabinetto, dando seguito ad un impegno assunto con i partiti del Pentapartito nel corso delle consultazioni: «Si tratta - disse allora Craxi - di un Consiglio nel quale saranno rappresentate tutte le forze politiche; un Consiglio politico, che dovrà consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri, su tutte le questioni di indirizzo importanti. Si tratta di un organismo autorevole in cui saranno rappresentati anche i ministeri politici ed economici più importanti». La prima riunione si svolge il 26 agosto e vi prendono parte, oltre naturalmente a Craxi, Arnaldo Forlani, vicepresidente del Consiglio e Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, Giovanni Goria, ministro del Tesoro, Oscar Luigi Scalfaro, ministro dell’Interno in rappresentanza della Dc, Giovanni Spadolini, segretario del Pri e ministro della Difesa, Renato Altissimo ministro dell’Industria del Pli, Gianni De Michelis, Psi e ministro del Lavoro e il ministro del Bilancio e Psdi Pietro Longo. Fanno parte del Consiglio quindi i rappresentanti di tutti e cinque i partiti dell’alleanza di governo. Il Consiglio in seguito assunse un ruolo centrale e agì come sede di concertazione delle principali decisioni politiche nel successivo triennio, contribuendo alla fama di "governo forte" che assunse quell'Esecutivo. Presenziava alle riunioni il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato (PSI).

Rimase invece "un inutile abbaiare alla luna" - come lo definì Craxi stesso con amarezza - il progetto di una "grande riforma" costituzionale in senso presidenzialista, che desse maggiore efficienza in senso decisionista ai poteri pubblici italiani; non si raggiunse mai in Parlamento la maggioranza necessaria anche solo per affacciare l'ipotesi di approvazione di un testo, sul quale peraltro vi erano forti oscillazioni nello stesso entourage craxiano (vi era chi optava per il presidenzialismo all'americana e chi per quello alla francese).

Craxi propose anche – sulla scorta di analoghe operazioni effettivamente realizzate negli anni Settanta in Grecia e, negli anni Cinquanta, nella Germania di Konrad Adenauer – la "lira pesante", un progetto per la parità uno a mille della valuta, si disse con la possibile coniazione di una moneta con l'effigie di Garibaldi; l'operazione non ebbe alcun seguito. Con i potentati economici del Nord il rapporto fu sempre alquanto dialettico: al congresso della CGIL del 1986 accusò gli industriali di voler "lucrare senza pagare", ricevendo dalla platea sindacale un caloroso applauso e dando così l'impressione di un'efficacia redistributiva maggiore di quella che – dopo la marcia dei quarantamila che aveva visto spuntarsi le armi del sindacalismo confederale – era promessa dal massimalismo di sinistra facente capo al PCI. Dai giornali della Confindustria venne invece una piccata reazione, che paventava in quel "pagare" non una richiesta di contributo al benessere della collettività, ma una più materiale richiesta di sostegno economico al suo partito.

Assai più criticati, perché rientranti in una nozione di ingerenza dello Stato in economia che avrebbe poi trovato rovinosamente la fine negli anni Novanta, furono gli interventi del governo Craxi per la fine del mandato di Enrico Cuccia come presidente di Mediobanca (elusa dal consiglio di amministrazione con la sua nomina a presidente onorario) e l'opposizione alla vendita del complesso alimentare dell'IRI – la SME – negoziata direttamente dal suo presidente Romano Prodi e smentita da una direttiva del Governo.

Anche nella politica estera, Craxi impose il suo piglio decisionista e grintoso. Diede seguito alla politica atlantista già approvata dai suoi predecessori, ai quali aveva dato l'appoggio del suo partito per l'installazione in Sicilia degli "euro-missili" posizionati contro l'URSS; nel contempo, però mantenne una linea di attenzione ad alcune cause terzomondiste, come già lasciava prevedere - prima del suo arrivo alla guida del Governo - il sostegno dato all'Argentina nella Guerra delle Falkland, senza però interferire in alcun modo nel conflitto.

Stipulò accordi con i governi della Jugoslavia e della Turchia; sostenne anche il dittatore della Somalia Muhammad Siad Barre, già segretario del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo. Fornì un appoggio convinto alla causa palestinese e intrecciò relazioni diplomatiche con l'OLP e con il suo leader Yasser Arafat, di cui divenne amico personale, sostenendone le iniziative.

Obiettivo dichiarato era quello di fare dell'Italia una potenza regionale nell'area del Mar Mediterraneo e del Vicino Oriente. In quest'ambito, tre episodi sono considerati quelli più significativi, e tutti e tre coinvolsero gli Stati rivieraschi di fronte alle coste italiane: Egitto, Libia e Tunisia.

L'episodio più noto è senza dubbio la "crisi di Sigonella": il caso esplose nel 1985, quando alcuni membri del FPLP (Fronte Popolare di Liberazione della Palestina) – un movimento guerrigliero palestinese d'ispirazione marxista che ricorse anche al terrorismo – si impadronirono della nave da crociera italiana Achille Lauro. Craxi si oppose ad ogni intervento repressore, come invece avrebbe preferito l'allora presidente Usa, Ronald Reagan con cui ebbe un duro scontro telefonico, preferendo il dialogo con i terroristi. Dopo le trattative fu concessa a tutti i membri del commando, compreso il leader Abu Abbas, una sicura fuga in Egitto tramite trasporto aereo, in cambio del rilascio dei prigionieri. Poco prima dell'arrivo di Abu Abbas sulla nave il commando aveva ucciso, per il solo gusto di uccidere un ebreo, un passeggero paraplegico ebreo di nazionalità statunitense, Leon Klinghoffer. Reagan venuto a saperlo, ordinò all'aviazione di marina statunitense di intervenire con la forza nel tentativo di catturarlo e di trascinarlo nella base Nato di Sigonella in Sicilia, per fare scalo verso gli USA. Ma Craxi lo impedì, dicendo in una famosa conversazione telefonica con la Casa Bianca che il reato era stato commesso in territorio italiano e che quindi solo la giustizia italiana aveva il diritto di giudicare Abu Abbas e i membri del commando.

Quando il leader socialista ventilò addirittura un intervento armato dell'esercito italiano contro gli americani, l'esercito degli USA bloccò l'intervento delle truppe: lo stallo fu superato solo con la decisione di trasferire i palestinesi con un volo da Sigonella a Ciampino, ma un aereo USA violò lo spazio aereo italiano seguendolo fino a destinazione.

Abu Abbas era su un Boeing 737 con destinazione Tunisi o Algeri. Con lui i 4 palestinesi che avevano sequestrato l'Achille Lauro: avrebbe fatto da mediatore per la liberazione degli ostaggi in cambio dell'impunità per i 4 palestinesi, ma a mezz'ora dal decollo l'aereo fu affiancato da quattro F-14 americani: al Presidente del Consiglio Craxi una chiamata dalla Casa Bianca ordina di dirottare il Boeing sulla base Nato di Sigonella.

L'aereo atterra a Sigonella e 250 uomini, fra avieri di leva e carabinieri, lo circondano, ma degli F-14 neanche l'ombra: al loro posto due C-141 Lockheed da trasporto che scendono a terra. Sbarcano 50 teste di cuoio Delta Force sfidano avieri e carabinieri circondandoli: L'obiettivo è di prelevare i palestinesi, Abbas e portarli in America.

Ma giungono altri carabinieri che circondano gli americani, Craxi vuole che gli uomini siano processati in Italia. Italiani e statunitensi giungono al contatto fisico, puntano le armi, si minacciano a vicenda, le guardie egiziane sull'aereo sono pronte a respingere eventuali assalti americani. Alle 2.00 Reagan telefona, chiede personalmente la consegna dei quattro uomini, ma Craxi non è d'accordo. La tensione fra Italia e Stati Uniti era alle stelle, lo scontro fra i due Paesi non era mai stato così aspro da quando sono alleati.

In seguito, Abbas sfuggì alla giustizia italiana e fu catturato dalle truppe americane solo nel 2004, durante le operazioni militari immediatamente successive alla Seconda Guerra del Golfo. Quando Craxi si presentò al Senato per chiarire l'intera vicenda, ottenne l'approvazione anche dei comunisti, che aveva sempre attaccato con durezza: la sua affermazione, secondo cui anche Mazzini era ai suoi tempi considerato un terrorista (mentre era a capo di un movimento di liberazione nazionale alla stessa stregua di Arafat), produsse l'immediata uscita dal governo del Partito Repubblicano Italiano, fedele alleato degli Stati Uniti. Questa netta presa di posizione di Craxi rese manifesta l'alleanza che egli aveva stretto con il leader palestinese dell'OLP Yasser Arafat: si trattava di una politica che fu chiamata da alcuni dei suoi detrattori il "Social-Islam", ma che gli fu ascritta a merito dalla maggioranza degli Italiani secondo i sondaggi dell'epoca  ; il presidente della repubblica Sandro Pertini dichiarò riprendendo un sentimento diffuso che "Craxi aveva difeso l'indipendenza dell'Italia". Il settimanale britannico The Economist dipinse Craxi come "l'uomo forte d'Europa".

Forte di un vasto consenso popolare, Craxi riuscì ad ottenere nuovamente la guida del governo, cui il Pri diede il suo sostegno ancora con la partecipazione di Spadolini.

All'epoca del bombardamento americano contro Tripoli, avvenuto il 14 aprile 1986, il ruolo di Craxi fu reputato eccessivamente prudente e fu per questo criticato dalla stampa nazionale per non aver reagito alla rappresaglia libica (il lancio di missili su Lampedusa). Oltre venti anni dopo è emersa una ben diversa descrizione dei fatti secondo cui Craxi avvertì preventivamente Gheddafi dell'imminente attacco statunitense su Tripoli, consentendogli in tal modo di salvarsi.

Si tratta di una ricostruzione conforme con le note posizioni del governo italiano, che considerava la ritorsione americana, scaturita dalla politica di appoggio al terrorismo della Libia, come un atto improprio, che non doveva coinvolgere come base di partenza dell'attacco il suolo italiano. Tale versione è coerente anche con alcune ricostruzioni dei missili su Lampedusa, segnatamente quella secondo cui i missili sarebbero stati un espediente per coprire "l'amico italiano" agli occhi degli americani: lo dimostrerebbe la scarsa capacità offensiva di penetrazione dei missili, che per altro sarebbero caduti in mare senza cagionare alcun danno.

Tale tesi, nel contempo, però, non spiega come facesse Craxi a conoscere l'attacco due giorni prima, visto che esso fu condotto da navi della VI flotta alla fonda nel golfo della Sirte e che ostentatamente all'epoca si disse che il governo italiano - e nessun altro governo della NATO, ad eccezione di quello britannico - non era stato coinvolto nella sua preparazione. Sul punto, però, è giunta recentemente una testimonianza diretta del consigliere diplomatico di Craxi a palazzo Chigi, l'ambasciatore Antonio Badini, secondo cui Reagan inviò Vernon Walters ad informare il governo italiano dell'imminente attacco a Gheddafi e Craxi, non essendo riuscito a convincere gli americani a desistere, decise di salvare la vita al leader libico per evitare un'esplosione di instabilità in un Paese islamico di fronte all'Italia.

Nel novembre 1987 la senescenza del padre della patria tunisina, Habib Bourguiba, indusse la diplomazia francese a cercare di "teleguidare" un proprio candidato alla successione: ma ventiquattr'ore prima della loro mossa, la successione di Bourghiba avvenne con un colpo di Stato incruento di Zine El-Abidine Ben Ali, al quale immediatamente Craxi offrì il necessario sostegno internazionale.

Dieci anni dopo, le memorie dell'ammiraglio Fulvio Martini, allora capo del Sismi, rivelarono che non solo si era avuto il prematuro (e concordato) riconoscimento internazionale italiano del nuovo governo tunisino, ma addirittura la scelta del nuovo Presidente "bruciando sul tempo" il candidato di Parigi.

Una nuova crisi esplose nel 1986. Il segretario della Democrazia Cristiana, Ciriaco De Mita, ottenne che il secondo incarico conferito dal nuovo Capo dello Stato Francesco Cossiga a Craxi fosse vincolato ad un informale "patto della staffetta", che avrebbe visto un democristiano alternarsi alla guida del governo dopo un anno, per condurre al termine la legislatura. Dopo aver taciuto per mesi intorno a questo patto, avallandone implicitamente l'esistenza, Craxi – con l'ennesima dimostrazione di quella disinvoltura politica che gli fu più volte rimproverata come "arroganza" al limite dell'improntitudine, e che lui rivendicava invece come necessario indizio di decisionismo – sconfessò l'accordo in un'intervista a Giovanni Minoli nella trasmissione Mixer nel febbraio del 1987.

La sfida così pubblicamente lanciata fu raccolta da De Mita, che fece nuovamente cadere il governo e, con un governo Fanfani, portò il Paese alle urne; con un gesto di sfida, Craxi dichiarò che non gli interessava guidare il governo durante il periodo elettorale, perché "non stiamo in America latina, dove è il prefetto che decide l'esito delle elezioni in una provincia". L'esito elettorale – che non portò molto avanti l'"onda lunga" del consenso del PSI, da lui ripetutamente vaticinata – si incaricò di smentire quest'assunto.

Dal 1987 in poi, la DC non fu più disponibile a dare la fiducia a Craxi, preferendo sostenere come presidente del Consiglio prima Giovanni Goria e poi Ciriaco De Mita. Fu solo uno degli episodi degli scontri fra De Mita e Craxi, spiegabile forse nel fatto che il leader democristiano era anche il punto di riferimento della sinistra Dc, quella cioè più vicina al Pci. Anche alla luce di questo orientamento, Craxi resse il gioco a Forlani ed Andreotti nella progressiva sottrazione a De Mita della segreteria DC e poi della Presidenza del Consiglio. Rimase agli atti, di quella stagione di decisionismo senza Craxi presidente, l'approvazione della modifica dei Regolamenti parlamentari che abolì il voto segreto nell'approvazione delle leggi di spesa; invano richiesta da Craxi per anni da Presidente del Consiglio, fu conseguita grazie alla sua politique d'abord, di attacco al governo De Mita.

In questi anni Craxi ottenne importanti ruoli alle Nazioni Unite: fu rappresentante del segretario generale dell'ONU Peréz de Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di sviluppo (1989); successivamente svolse l’incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza (rinnovatogli nel marzo 1992 da Boutros Ghali).

La vittoria elettorale del 1983 e la crescita di consenso per il PSI, indebolirono all'interno del partito socialista l'opposizione a Craxi, tanto che nei successivi congressi, fu sempre rieletto con voti plebiscitari. A porsi contro Craxi rimasero alcuni esponenti, anche prestigiosi, che condussero solitarie battaglie. Uno su tutti Giacomo Mancini, che esclamò in un congresso "Questo non è più il partito socialista italiano; è il partito craxista italiano". Anche fra i sostenitori di Craxi vi era coscienza della grande autorità che aveva il segretario nel partito, senza precedenti nella storia del socialismo italiano.

All'inizio degli anni ottanta, Craxi – che già nel 1979 aveva avviato una revisione ideologica, inneggiando al socialismo umanitario di Proudhon in luogo di quello scientifico di Marx – proseguì ed incoraggiò una revisione anche estetica del partito. Ad esempio, vennero cancellati dal programma politico alcuni termini che potevano ricondurre al marxismo; venne eliminato il termine autonomismo che venne sostituito con la parola riformismo, giudicata più inerente dalla corrente moderata e riformista. Venne inoltre abolito il termine "Comitato Centrale" (perché esso riconduceva immediatamente ai partiti comunisti), sostituito dal più neutro "Assemblea Nazionale", nella quale entrarono a far parte oltre ai politici anche uomini dello spettacolo, della moda, dello sport e della cultura.

Alcuni eccessi di spettacolarizzazione (celebri le scenografie congressuali ideate dall'architetto Filippo Panseca) furono criticati dai suoi stessi compagni di partito: Rino Formica coniò, per l'Assemblea Nazionale del 1991, l'eloquente immagine di una "corte di nani e ballerine". Si rinunciò al tradizionale anticlericalismo socialista (con l'approvazione del Concordato) e fu infine ridotto e poi eliminato (dal 1985) il simbolo della falce e martello nel logo del PSI, sostituito dal garofano rosso, che da allora divenne emblema del partito.

Sul mutamento introdotto nella politica e nella società italiana, vi è chi ha sottolineato come, al di là delle estremizzazioni mediatiche, il craxismo abbia "lanciato" una generazione di giovani di cui, ancora a vent'anni di distanza e dagli opposti fronti degli schieramenti parlamentari, le istituzioni e la gestione della cosa pubblica ancora si avvalgono. Ma il quesito storiografico è se questa spinta modernizzatrice abbia avuto anche un valore in sé, oltre all’emersione di una nuova generazione di politici e di amministratori. Secondo alcuni gli anni di Craxi “sono il frutto di quell' idea di moderno in cui l' individualismo senza princìpi si sostituisce alle solidarietà tradizionali in crisi”, di cui quel governo seppe solo accelerare la “destrutturazione” senza sostituirvi nuovi valori. Secondo altri, invece, “Craxi interpreta le domande di dinamicità di una società che cambia e chiede alla politica di stare al passo”, a differenza di chi vedeva “nei cambiamenti un'insidia, anziché un'opportunità”.

Certo è che dagli anni Ottanta parole d'ordine come "governabilità" e "decisionismo" - dopo la deriva degli anni Settanta, in cui ogni forma di autorità era osteggiata come potenziale fonte di autoritarismo - sono state successivamente invocate da destra e da sinistra per proporre un approccio modernistico all'organizzazione del sistema-Paese.

Nello stesso tempo, l'attenzione per il progresso sociale e le conquiste sociali della sinistra nel decennio precedente non fu abbandonata, se è vero che, ancora vent'anni dopo, Massimo D'Alema indicava in Craxi uno dei due soli leader di partiti di sinistra che abbiano assunto la carica di capo del Governo nei 148 anni dall'Unità d'Italia.

Soprattutto dopo il 1989, (quando cadde il muro di Berlino), ritenendo ormai prossima la crisi del PCI, nelle intenzioni di Craxi entrò anche il lancio di un progetto annessionistico a sinistra, con la parola d'ordine dell'"unità socialista", scritta che fu aggiunta al logo del partito.

Il rapporto assai travagliato con il PCI risale agli anni della guerra fredda, quando citando Guy Mollet Craxi aveva sostenuto che "I comunisti non sono a sinistra, sono a est": ma furono "i comunisti della seconda generazione, quella dopo Togliatti e Longo" quelli che "non apprezzano la sua posizione e gliela fanno pagare cara, avvalendosi anche dell'implacabile collaborazione del direttore di Repubblica, che pure nei lontani anni sessanta era stato fraternamente appoggiato da Craxi, con Lino Jannuzzi, nella campagna elettorale" . L'impulso ad una trasformazione del grande partito della sinistra italiana in senso occidentale era impresso da Craxi con una metodica scevra dalle sudditanze politiche dei suoi predecessori, giovandosi della posizione di potere acquisita con i lunghi anni di governo con la DC, tanto che essa è descritta da Claudio Petruccioli come una disperante sindrome da "riserva indiana" in cui il PSI costringeva in un ghetto politico il PCI ponendosi "all'imboccatura della valle" della politica di governo ed esigendo un pedaggio democratico che non gli venne mai concesso .

Quando però il PCI guidato da Achille Occhetto si stava per trasformare nel PDS, per costituire un'unica forza politica ispirata al riformismo socialdemocratico, la sua strategia non seppe adeguarsi altro che con la volontà di unificare PSI, PSDI e il nuovo partito, in una logica visibilmente annessionistica che fu particolarmente criticata dai riformisti del PCI (cosiddetta corrente "migliorista"), i quali videro nel mancato tentativo di arruolare Giampiero Borghini nel PSI un'aggressione da rintuzzare con decisione (alla fine fu solo il fratello di Borghini a passare dall'altra parte).

Craxi fu anche favorevole all'entrata del neonato Partito Democratico della Sinistra nell'Internazionale Socialista (di cui Craxi fu vicepresidente fino al 1994 quando fu sostituito proprio da Achille Occhetto). Il progetto di alcune limitatissime liste comuni, sperimentato nelle elezioni amministrative del 1992, (dove non riscosse molto successo) naufragò definitivamente in seguito alle inchieste di Tangentopoli.

Nel 1989, Craxi torna alla carica, deciso a ritornare a Palazzo Chigi. Forma con i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani un'alleanza di ferro: la CAF (dalle iniziali dei cognomi dei tre protagonisti), che fu definita la "vera regina d'Italia". Nel LXII congresso del PSI, Craxi dopo essere stato rieletto segretario con una maggioranza schiacciante, fa approvare una mozione di sfiducia al governo De Mita. De Mita rassegna le dimissioni da premier, dopo che aveva perso già la segreteria democristiana che era andata nelle mani di Arnaldo Forlani, alleato di Andreotti.

Quest'ultimo, assume la guida di due governi che reggono fino al 1992. Sono anni "di assoluto immobilismo": il governo sembra incapace di prendere decisioni concrete; nel Paese si diffonde un forte malcontento, accentuato dai sospetti emersi con lo scandalo Gladio. Craxi confida apertamente in un logoramento democristiano e spera nella possibilità di portare il partito socialista al centro della scena politica, assumendo quel ruolo-guida, che fino a quel momento apparteneva alla Dc. Si mostra fiducioso di sé, anche quando il referendum sulla preferenza unica, promosso da Mario Segni – al quale Craxi si era opposto invitando gli italiani ad "andarsene al mare" – raccoglie invece un larghissimo consenso.

Il progetto di Craxi, coltivato a lungo, non si sarebbe però mai realizzato: secondo Giuliano Amato, dopo il crollo del muro di Berlino si finì per contare "più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza". Nella stessa circostanza Amato affermò che "forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perché nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute"; in effetti, all'agosto 1990 risale il primo ricovero di Craxi al San Raffaele di Milano per le complicazioni derivate dal diabete mellito che lo avrebbe portato alla morte dieci anni dopo.

Un'altra chiave di lettura è invece quella secondo cui "per un cattivo governo il momento più pericoloso è sempre quello in cui comincia a riformarsi", secondo la "legge" enunciata da Alexis de Tocqueville e di cui in quegli stessi anni sperimentarono la fondatezza altre "democrazie bloccate" come il Giappone monopolizzato dal partito liberaldemocratico .

La recessione economica, la crisi politica della Prima Repubblica, l'aumento del già abnorme debito pubblico e l'affermazione delle liste regionali (in particolare la Lega Lombarda) causarono il crollo del sistema politico di cui egli fu grande protagonista. Inoltre, le inchieste giudiziarie avviate nei suoi confronti causarono la sua caduta, stavolta definitiva.

L'epicentro del potere socialista e craxiano era Milano, centro nevralgico della finanza e degli affari, con il cui ambiente il PSI finì per identificarsi. Nel dicembre del 1986 si avvicendarono alla guida del comune Paolo Pillitteri, cognato di Craxi, e una giunta monocolore socialista guidata da Carlo Tognoli e appoggiata all'esterno da altre forze laiche, con l'astensione del PCI.

Il 17 febbraio 1992, l'ingegnere Mario Chiesa, esponente del Psi, con l'ambizione di diventare sindaco di Milano, viene arrestato dalla polizia e con le confessioni, rende pubblico un complesso sistema di tangenti che coinvolgono i dirigenti milanesi del Psi, primo fra tutti, Paolo Pillitteri cognato di Craxi. Quest'ultimo, al TG3 respinge ogni accusa, sostenendo che il suo impegno per dare al Paese un governo che affronti i momenti difficili non poteva essere infangato da un "mariuolo che getta un'ombra sull'immagine di un partito, che a Milano non ha mai avuto un esponente condannato per reati contro la pubblica amministrazione".

Intanto il settimo governo Andreotti viene travolto dalle picconate del presidente Cossiga; quest'ultimo, accogliendo le dimissioni di Andreotti, decide di indire elezioni anticipate ad aprile. Craxi, fiducioso che il crollo della Dc sia imminente, organizza una massiccia campagna elettorale, puntando alla presidenza del Consiglio.

Nel frattempo le inchieste di Tangentopoli, guidate da Antonio Di Pietro e dagli altri magistrati della Procura di Milano vanno avanti in tutta Italia. In questo clima si tengono dunque le elezioni: l'intero Pentapartito crolla, avanzano formazioni tradizionalmente escluse dal potere come il MSI, il PDS e soprattutto la Lega Nord. Il PSI, dal canto suo, passa dal 14,3 al 13,5%. "Un piccolo calo" commenta Craxi "rispetto alla crisi dei partiti di governo". In virtù di questo, Craxi chiede la guida del nuovo governo, per poter portare "l'Italia fuori dal caos". Ma il nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro rifiuta di concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti. Craxi è costretto a farsi da parte, al suo posto viene nominato Giuliano Amato.

Craxi già il 3 luglio 1992 alla Camera aveva affermato che tutti i partiti avevano bisogno di denaro ottenuto illegalmente per finanziare le proprie attività, e lo ricevevano. Raggiunto dai primi avvisi di garanzia della Procura di Milano nell'autunno, in un corsivo sull'Avanti – firmato con il consueto pseudonimo "Ghino di Tacco" – attaccò Di Pietro: "non è tutto oro, quello che luccica; col tempo scopriremo che quel giudice di cui si sente tanto parlare è tutt'altro che l'eroe che crede la gente". Questo attacco, cui fece seguito il giudizio riferito da Rino Formica circa il "poker d'assi" che Craxi aveva mostrato in una direzione del suo partito sul conto di Di Pietro, non riuscì ad emanciparsi dall'impressione che Craxi difendesse se stesso non con i fatti ma con vaghe teorie "complottistiche", volte a chiamare a raccolta sostenitori politici che non vennero mai allo scoperto.

Poco dopo, Craxi si vide costretto a dimettersi anche dalla segreteria.

Il nuovo governo avrà una vita tutt'altro che semplice. Poco dopo una "pioggia di avvisi di garanzia" cade sulle teste dei principali leader politici nazionali. Il PSI è travolto dalle inchieste, la sua dirigenza è letteralmente decimata. Craxi stesso cumula una ventina d'avvisi di garanzia e dopo aver attaccato la Procura di Milano di muoversi dietro "un preciso disegno politico", si presenta alla Camera il 29 aprile del 1993 e in un famoso discorso tuonò: "Basta con l'ipocrisia!"; tutti i partiti –secondo Craxi– si servivano delle tangenti per autofinanziarsi, anche quelli "che qui dentro fanno i moralisti". La sua linea di difesa fu incentrata sulla tesi secondo cui i finanziamenti illeciti sarebbero stati necessari alla vita politica dei partiti e delle loro organizzazioni per il mantenimento delle strutture e per la realizzazione delle varie iniziative; il suo partito non si sarebbe discostato da questo generale comportamento e, quindi, più che dichiarare se stesso innocente, Craxi giungeva a sostenere che egli era colpevole né più né meno di tutti gli altri.

Le prove sulla base delle quali furono emesse le prime sentenze di condanna della vicenda giudiziaria di Craxi si incaricheranno poi di smentire tale assunto: in un caso (sentenza ENI-SAI) la sua condanna definitiva fu per corruzione, e non solo per finanziamento illecito di partito (ciò spiega l'insistenza dei suoi eredi nell'attaccare la procedura di quella sentenza dinanzi alla Corte di Strasburgo); in altri casi sentenze - non passate in giudicato solo per il decesso dell'imputato - sostennero in motivazione che Craxi aveva utilizzato parte dei proventi delle tangenti (circa 50 miliardi di lire) per scopi personali (Finanziamento del canale televisivo Gbr di proprietà della sua concubina Anja Pieroni, acquisto di immobili, affitto di una casa in costa Azzurra per il figlio); infine, a dimostrazione del fatto che l'utilizzo delle casse del partito non era finalizzato solo all'attività amministrativa ordinaria del Psi, durante le indagini (dopo un fallito tentativo di farli rientrare in Italia, bloccato dal nuovo segretario del Psi Ottaviano Del Turco) Craxi li versò sul conto di un prestanome, Maurizio Raggio . Questa lettura, sostenuta all'epoca dei fatti, fu però abbandonata da Vittorio Feltri più di recente.

Il 29 aprile 1993, la Camera dei Deputati negò l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti provocando l'ira dell'opinione pubblica e facendo gridare allo scandalo numerosi quotidiani. Nella stessa aula, seguono momenti di tensione, con cui i deputati della Lega e del MSI gridarono "ladri" ai colleghi che avevano votato a favore di Craxi. Alcuni ministri del governo Ciampi si dimisero in segno di protesta.

Il 30 aprile in tutt'Italia si svolsero manifestazioni di dissenso: a Roma circa 200 giovani dell'istituto Einstein avevano sostato in piazza Colonna scandendo slogan contro governo e Parlamento; un altro centinaio aveva protestato davanti alla sede del PSI in via del Corso; un terzo gruppo, proveniente dal liceo Mamiani, aveva percorso in corteo il centro storico soffermandosi sempre davanti alla sede del PSI dove però era stato disperso dalle forze dell'ordine. C'era una manifestazione del Movimento Sociale Italiano nella galleria Colonna - che aveva preceduto un incontro stampa del segretario Gianfranco Fini per sottolineare l'impossibilità di tenere in vita questo parlamento - ed un'altra dimostrazione si era tenuta in serata per iniziativa del PDS, la cui segreteria era stata all'uopo sospesa. Diverse migliaia di persone si erano radunate in piazza Navona per ascoltare i discorsi del segretario del PDS Occhetto, Rutelli e Ayala: essi tutti avevano incitato i presenti a protestare contro il voto parlamentare a favore di Craxi. Un piccolo corteo, organizzato dalla Lega Nord, sfilava infine da piazza Colonna al Pantheon. In coincidenza con la fine del comizio tenutosi a Piazza Navona, una folla invase Largo Febo e attese Craxi all'uscita dell'hotel Raphael, l'albergo che da anni era la sua dimora romana.

Quando Craxi uscì dall'albergo, i manifestanti lo bersagliarono con lanci di oggetti, insulti e soprattutto monetine mentre parte dei dimostranti, sventolando banconote da 50 o 100 mila lire, intonavano in coro "Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?" sull'aria della canzone "Guantanamera". Con l'aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull'auto e poi lasciò l'hotel. Quest'episodio, ritrasmesso centinaia di volte dai TG, viene preso come simbolo della fine politica di Craxi. . Egli stesso definì quanto aveva subito "una forma di rogo" in una intervista a Giuliano Ferrara trasmessa su Canale 5.

Nel corso dell'anno emersero sempre più prove contro Craxi: con la fine della legislatura e l'abolizione dell'autorizzazione a procedere, per Craxi si fece sempre più vicina la prospettiva di un arresto e il 5 maggio 1994 decise di scappare ad Hammamet in Tunisia, protetto dall'amico Ben Alì. La latitanza – definita dal leader socialista come "esilio" – fu percepita dall'opinione pubblica come una fuga.

Dal soggiorno in Tunisia, Craxi continuò con fax e lettere aperte a commentare la politica italiana, continuando ad accusare il PDS e i giudici di Mani Pulite; si soffermò anche su alcuni suoi ex sodali, come Giuliano Amato da lui dipinto come il becchino in alcuni dei quadri in cui si dilettò nella parte finale della sua vita. Dall'estero, assistette alla fine del PSI, con i suoi maggiori esponenti che si dividevano, confluendo alcuni nel Polo delle Libertà, altri nell'Ulivo.

Ormai minato, affetto da cardiopatia, gotta e da molti anni malato di diabete, affetto da tumore ad un rene, Bettino Craxi morì il 19 gennaio del 2000 per un arresto cardiaco. L'allora presidente del Consiglio e leader dei Democratici di Sinistra Massimo D'Alema propose le esequie di Stato, ma la sua proposta non fu accettata né dai detrattori di Craxi né dalla famiglia stessa di Craxi, che accusò l'allora governo di avere impedito al leader socialista di rientrare in patria per sottoporsi a un delicato intervento presso l'ospedale San Raffaele di Milano.

Secondo quanto riportato dal settimanale l'Espresso in quel periodo, la sua tomba sarebbe orientata in direzione dell'Italia.

Il funerale di Craxi ebbe luogo ad Hammamet e vide una larga partecipazione della popolazione indigena. Ex militanti del PSI e altri italiani giunsero in Tunisia per rendere l'ultimo saluto al loro leader. Le precedenti vicende dell'epoca Mani Pulite, ancora vicine, non erano dimenticate dalla folla di socialisti giunta fuori alla cattedrale della città tunisina e la delegazione del governo D'Alema (formata da Lamberto Dini, Marco Minniti e da Gavino Angius), venne bersagliata da insulti e da un lancio di monete che voleva rappresentare la simbolica restituzione di quanto ricevuto con l'episodio all'Hotel Raphael.

Per tutti gli altri processi in cui era imputato (alcuni dei quali in secondo od in terzo grado di giudizio), è stata pronunciata estinzione a causa del suo decesso.

Le condanne e i vari processi hanno dimostrato che Craxi teneva in Svizzera diversi conti correnti segreti affidati a prestanomi, dove depositava il denaro che aveva ricevuto sotto forma di tangente dai principali gruppi industriali italiani. Secondo la testimonianza di Maurizio Raggio, che era fuggito in Messico durante la bufera di Mani pulite, Craxi aveva accumulato un tesoro di cinquanta milardi di lire. Tale denaro fu poi impiegato, tra le altre cose, per l'acquisto di appartamenti in diverse città, tra cui Barcellona, New York, Milano, per l'acquisto di un aereo privato, di una televisione privata affidata all'amante Ania Peroni, di un hotel a Roma, un villino in Costa Azzurra per il figlio Bobo.

Il 5 dicembre 2002 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha emesso una sentenza che condanna la giustizia italiana per la violazione dell’articolo 6 paragrafo 1 e paragrafo 3 lettera d (diritto di interrogare o fare interrogare i testimoni) della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo in ragione dell’impossibilità di «contestare le dichiarazioni che hanno costituito la base legale della condanna», condanna formulata «esclusivamente sulla base delle dichiarazioni pronunciate prima del processo da coimputati (Cusani, Molino e Ligresti) che si sono astenuti dal testimoniare e di una persona poi morta (Cagliari)». Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che i giudici, obbligati ad acquisire le dichiarazioni di questi testimoni dal codice di procedura penale, si sono comportati in conformità al diritto italiano. Per quanto riguarda gli altri ricorsi valutati (diritto ad un equo processo, diritto di disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla difesa) la corte non ha rilevato violazioni. Per la violazione riscontrata la corte non ha comminato nessuna pena, in quanto ha stabilito che «la sola constatazione della violazione comporta di per sé un’equa soddisfazione sufficiente, sia per il danno morale che materiale».

La Corte ha emesso una seconda sentenza il 17 luglio 2003, questa volta riguardante la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (diritto al rispetto della vita privata). La Corte ha rilevato infatti che «lo Stato italiano non ha assicurato la custodia dei verbali delle conversazioni telefoniche né condotto in seguito una indagine effettiva sulla maniera in cui queste comunicazioni private sono state rese pubbliche sulla stampa» e che «le autorità italiane non hanno rispettato le procedure legali prima della lettura dei verbali delle conversazioni telefoniche intercettate». Come equa soddisfazione per il danno morale, la Corte ha elargito un risarcimento di 2000 € per ogni erede di Bettino Craxi.

La forte personalità di Bettino Craxi incise in tal modo sulla strutturazione stessa del PSI da determinarne, dopo la sua uscita di scena e anche a causa delle inchieste di Tangentopoli, il rapido e repentino disfacimento.

Oggigiorno, alcuni esponenti socialisti già a lui fedeli hanno raggiunto l'elettorato socialista aderendo a Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi (tra gli altri, la figlia Stefania, candidatasi per le elezioni politiche del 2006, Fabrizio Cicchitto e Giulio Tremonti), altri sono andati a sinistra , aderendo prima ai Socialisti Italiani e successivamente al partito dei Socialisti Democratici Italiani, guidato da Enrico Boselli (tra cui Ugo Intini e Ottaviano Del Turco; quest'ultimo poi ha aderito al Partito Democratico), o confluendo nei DS (la Federazione Laburista di Valdo Spini e i Riformatori per l'Europa di Giorgio Benvenuto). Anche la corrente di maggioranza della CGIL (oggi vicina ai DS) è guidata da un ex-craxiano, Guglielmo Epifani; socialista era anche il giurista del diritto del lavoro Marco Biagi, poi assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.

Altro partito erede della politica craxiana è il Nuovo PSI, che vede nelle sue file uno dei più importanti esponenti socialisti degli anni Ottanta, Gianni De Michelis, già ministro degli esteri; tuttavia, De Michelis e Bobo Craxi, figlio secondogenito di Bettino, a seguito di un infuocato congresso celebratosi verso la fine del 2005 si sono contesi con reciproche contestazioni la guida del partito, con strascichi anche giudiziari.

L'oggetto del contendere furono le alleanze politiche: Bobo Craxi intendeva far entrare il Nuovo PSI, che finora ha appoggiato i governi berlusconiani, nell'Unione di centrosinistra, mentre De Michelis, pur concordando nel ridiscutere il rapporto con Berlusconi, si era dichiarato contrario a questa alleanza; anche Stefania Craxi, in contrapposizione con Bobo, si è fermamente opposta ad un passaggio nella coalizione prodiana. Tuttavia Bobo Craxi ha fondato una sua lista in appoggio della coalizione dell 'Ulivo, denominata I Socialisti. L'anno successivo, però, anche De Michelis ha abbandonato il centro-destra, per avvicinarsi, criticamente, al centro-sinistra.

A parte queste contese strettamente partitiche, l'eredità politica di Craxi è oggi contesa da parte del centrosinistra (Partito Socialista, numerosi esponenti del Partito Democratico, alcuni dei quali provenienti dal PSI craxiano), ma anche del centrodestra (Forza Italia).

Recentemente molti craxiani hanno aderito alla Costituente Socialista di Enrico Boselli, volta a ricostituire il PSI, che ha sancito la rinascita del Partito Socialista, seppur in forma ridotta, rispetto quello dell'epoca craxiana. Altri craxiani hanno invece mantenuto una linea politica autonomista e diretta a rinsaldare l'accordo politico con la Casa delle Libertà seguendo il Nuovo PSI guidato dal segretario Stefano Caldoro.

Nel libro Segreti e Misfatti, scritto dal suo fotografo personale e amico fidato fino agli ultimi giorni tunisini Umberto Cicconi, si scoprono molti retroscena curiosi ma anche di grande valore politico, storico ed umano. Si apre a fine 2006 un dibattito sull'opportunità o meno di intitolare in Italia una strada al leader socialista. La discussione trae spunto dall'annuncio da parte del governo tunisino che provvederà, il 19 gennaio 2007, in occasione del settimo anniversario della sua morte, a intitolargli una via. Il 15 gennaio 2007 in un comune laziale di 2.500 anime, Sant'Angelo Romano, a 20 chilometri da Roma, l'amministrazione di centrodestra guidata dal sindaco Angelo Gabrielli, ex socialista, ha inaugurato una piazza all'ex leader socialista. Il primato per il primo toponimo dedicato a Craxi spetta quindi all'Italia, quattro giorni prima della Tunisia. Sempre lo stesso anno, la pubblicazione del libro di Bruno Vespa, L'Amore e il Potere, contenente anche gossip su Craxi e le sue presunte amanti, ha provocato la reazione del figlio Bobo, che definito il carattere del libro "particolarmente odioso".

La 'Fondazione Craxi’è una fondazione nata il 18 maggio 2000 allo scopo di tutelare la personalità, l'immagine, il patrimonio culturale e politico di Bettino Craxi attraverso la raccolta di tutti i documenti storici che riguardino la sua storia politica. Principale animatrice è la figlia Stefania Craxi, attualmente deputato di Forza Italia. La sede principale è a Roma, mentre un'altra importante sede si trova ad Hammamet, in Tunisia, luogo dove è sepolto Bettino Craxi.

Tra le attività della fondazione vi è la costituzione e valorizzazione dell'"Archivio Storico Craxi", costituito riunendo documenti conservati in diversi luoghi (Milano, Roma, Hammamet), costituiti essenzialmente da corrispondenza, memorie, discorsi, articoli, interviste, atti processuali.

L'obiettivo generale è quello di "riabilitare" la figura dello statista italiano coinvolto nei processi di Mani Pulite e di riqualificarne l'importanza storica nonostante le svariate condanne penali riportate.

La fondazione figura anche come organizzatrice di convegni e mostre inerenti la vita e l'attività politica di Bettino Craxi, cui affianca anche un'attività editoriale.

Le sucessive sentenze di condanna peraltro stabilirono senza tema si smentita come l' epiteto, seppur inelegante, calzasse alla perfezione al personaggio Craxi, attribuirglielo anzitempo costituì però una palese forzatura e una violazione delle garanzie dovute agli imputati di reato.

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Provenienza dei politici appartenenti al Partito Socialista

Il Partito Socialista nasce dall'unione di Socialisti Democratici Italiani (partito nato nel 1998 dalla fusione di varie componenti dell'ex-Partito Socialista Italiano, in primis i Socialisti Italiani, e di parte del Partito Socialista Democratico Italiano), Nuovo Partito Socialista Italiano, I Socialisti Italiani, l’Associazione per la Rosa nel Pugno, Socialismo è Libertà, spezzoni di Sinistra Democratica, nonché dissidenti dei Democratici di Sinistra e di Democrazia è Libertà - La Margherita contrari alla nascita del Partito Democratico. Il nuovo soggetto politico è nato con lo scopo di riunire sotto un unico tetto la diaspora Socialista, ma anche con l’obiettivo ben più ambizioso di riunire tutti coloro che in Italia si rifanno al Partito Socialista Europeo.

Questo è un elenco di politici membri del PS appartenuti o vicini (anche solo come elettori), in precedenza (cioè prima della fine della Prima Repubblica, nel triennio 1992-94), ad altri schieramenti politici (ordinati in funzione della loro precedente appartenenza). È una lista di deputati, senatori, euro-parlamentari, ministri, sottosegretari, presidenti di Regione e di provincia, consiglieri e assessori regionali di primo piano, sindaci di grandi città, nonché importanti membri degli organi dirigenti del partito.

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Casa delle Libertà

Immagine:Logo House Of Freedoms.png

La Casa delle Libertà (CdL) era il nome della coalizione del centro-destra italiano, fondata nel 2000 e guidata da Silvio Berlusconi.

La coalizione venne costituita alla vigilia delle elezioni politiche del 2001 sulla base dei precedenti accordi che avevano riunito, nel 1994 e nel 1996 i partiti di centro-destra sotto le insegne del Polo delle Libertà e del Polo del Buon Governo. La Casa delle Libertà fu al governo dell'Italia nel quinquennio 2001-2006 e diede origine ad un governo (il Governo Berlusconi II) che risulterà il più longevo della storia della Repubblica.

La CdL riceve anche l'appoggio (nel 2006) di: Partito Liberale Italiano, Pensionati Uniti, Verdi Verdi, No euro, SOS Italia, Italia di Nuovo, i partiti autonomisti sardi Partito Sardo d'Azione e Riformatori Sardi, i movimenti regionali siciliani Patto per la Sicilia, Nuova Sicilia e Patto Cristiano Esteso. In occasione delle elezioni comunali di Milano del 2006 aderisce alla coalizione anche Vittorio Sgarbi con il suo movimento Liberal Sgarbi. All'indomani delle elezioni, a novembre 2006, rientra a far parte della CdL il Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo che, alle elezioni politiche, aveva appoggiato invece il centrosinistra.

Nei mesi successivi alla sconfitta del 2006, l'UDC dichiara di voler adottare una linea politica autonoma e si discosta dalle posizioni della Casa delle Libertà, ritenendo che gli schemi della CdL appartengano soltanto al passato e non ad un'ottica del presente (si dissocia in particolar modo dalla linea politica della Lega Nord).

Sempre in seguito alle elezioni politiche del 2006, il Nuovo PSI di De Michelis si dichiara indipendente dalle due coalizioni; ad aprile 2007, non senza polemiche interne, il partito appoggia l'iniziativa dello SDI di dar vita ad una Costituente Socialista, riavvicinandosi al centrosinistra. Alla fine la componente maggioritaria di De Michelis decide di abbandonare il partito a Stefano Caldoro e confluire a sinistra (come già fatto due anni prima dalla corrente di Bobo Craxi).

La Casa delle Libertà nasce come prosecuzione dell'esperienza delle precedenti coalizioni di centrodestra presentate sullo scenario politico italiano nel 1994 e nel 1996, riconosciute sotto il nome di "Polo", Polo delle Libertà, Polo del Buon Governo e Polo per le Libertà.

Essa è frutto di un rinnovato accordo tra partiti stabilmente alleati (FI-AN-CCD-CDU) e la Lega Nord, che precedentemente (sostenendo le tesi della secessione del Nord dal resto dell'Italia) aveva tentato una strada autonoma. L'accordo (quando, cioè, la Lega abbandona i suoi propositi secessionisti e si concentra sul federalismo) viene concretizzato già in occasione delle elezioni regionali del 2000, che costituiscono il preludio della complessiva esperienza dell'anno seguente.

Il momento culminante dell'esperienza della CdL è fornito dalle elezioni politiche del 2001, nelle quali la coalizione riesce a superare lo schieramento dell'Ulivo (che propone come candidato premier Francesco Rutelli), dopo aver siglato un "Contratto con gli Italiani" contenente i principali punti d'impegno del nuovo governo.

Tra novembre e dicembre 2007 l'esperienza della coalizione viene dichiarata conclusa dai leader dei principali partiti aderenti, dopo che già il partito dell'UDC si era già sfilato subito dopo le elezioni politiche del 2006. Silvio Berlusconi ricostituisce prontamente una formazione di centro-destra, cui gli elettori moderati assegnano il nome di Popolo della Libertà. La nuova coalizione vince le elezioni politiche del 2008.

Il Governo Berlusconi II all'inizio della sua attività deve fronteggiare la crisi internazionale dovuta alle ripercussioni dell'11 settembre 2001 e ai nuovi scenari del terrorismo internazionale. Appoggia l'attacco americano alle milizie talebane in Afghanistan e, più tardi, la guerra in Iraq contro il dittatore Saddam Hussein avanzata dagli Stati Uniti d'America.

Queste alcune delle principali azioni del Governo della CdL.

Approvata nel novembre 2005, la riforma costituzionale introduce la c.d. devolution (o devoluzione), che affida alle Regioni un campo specifico di legislazione (potere esclusivo) per realizzare gli interessi dei cittadini in base alle peculiarità territoriali, ma pur sempre nel rispetto di un interesse nazionale. La riforma si propone di ridurre il numero dei parlamentari (-175 fra Camera e Senato) e di porre fine al bicameralismo perfetto (accusato di rallentare l'azione parlamentare), dando vita al Senato Federale (che sarebbe dovuto andare in vigore dal 2011) da eleggere contestualmente ai Consigli Regionali.

La riforma vuole attribuire inoltre maggiori poteri al premier, denominato Primo Ministro in luogo di Presidente del Consiglio, attribuendogli alcune competenze che attualmente sono prerogativa del Presidente della Repubblica, il cui ruolo di garante degli equilibri costituzionali esce significativamente ridimensionato con minimi poteri di controllo. Approvata dai soli parlamentari della coalizione di centrodestra con un quorum inferiore ai due terzi dei parlamentari, la riforma costituzionale della Cdl è stata perciò subordinata all'approvazione da parte del corpo elettorale in un referendum che ha avuto luogo il 25 e 26 giugno 2006. Il referendum ha sancito la vittoria dei "No" con una larga maggioranza (61,3%), azzerando di fatto la riforma.

È la cosiddetta Riforma Moratti, che prende il nome dal ministro dell'Istruzione Letizia Moratti. Questa riforma innalza l'obbligo formativo all'età di 18 anni, introduce lo studio dell'inglese e dell'informatica sin dall'inizio del ciclo scolastico.

Il Governo ha attuato una riforma delle tasse che introduce una serie di fasce, a seconda del reddito familiare, in base alle quali sono stabiliti sgravi corrispondenti.

La legge 30/2003 detta legge Biagi (dal nome del giuslavorista Marco Biagi ucciso dalle Brigate Rosse) o legge Maroni (da Roberto Maroni, ministro del Lavoro del secondo governo Berlusconi e del terzo governo Berlusconi, introduce numerose novità e modifiche alla legislazione sul mercato del lavoro in Italia (in particolare, allo Statuto dei lavoratori), già abbondantemente modificata in precedenza dalle iniziative legislative di Tiziano Treu, ministro del Lavoro nel primo Governo Prodi.

Introduce nuove forme di flessibilità e nuove tipologie contrattuali, al fine di incentivare l'ingresso nel mondo del lavoro; trasforma anche alcune tipologie già esistenti, quali il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, che diviene contratto di collaborazione a progetto (con alcune tutele in più rispetto alla forma precedente, ad esempio riguardo la maternità).

La legge, nella sua iniziale presentazione, chiedeva anche, in via sperimentale e per un periodo oscillante tra i due e i quattro anni, la sospensione dell'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in alcuni casi specifici e numericamente limitati. Successivamente, anche a causa di forte pressioni dal parte del mondo del lavoro dipendente e grandi manifestazioni sindacali, il governo ha ritirato questa particolare proposta.

Prevede una nuova serie di requisiti a partire dal 2010. L'obiettivo dichiarato dal governo è quello di poter continuare a garantire il sistema pensionistico, riuscendo a fronteggiare l'aumento della durata della vita, l'invecchiamento della popolazione e il calo demografico.

La cosiddetta legge Bossi-Fini, stilata con l'intento di limitare l'immigrazione clandestina, prevede che l'espulsione, emessa in via amministrativa dal Prefetto della Provincia dove viene rintracciato lo straniero clandestino, sia immediatamente eseguita con l'accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica.

È la cosiddetta legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo che introduce il "digitale terrestre". Introduce un Sistema integrato delle comunicazioni, il quale prevede che nessun operatore possa conseguire ricavi superiori al 20% delle risorse complessive del Sic, o controllare più del 20% dei programmi televisivi o radiofonici irradiati attraverso frequenze terrestri. Prevede limiti alla pubblicità e dà l'avvio alla privatizzazione della RAI, attraverso la fusione tra "Rai spa" e "Rai Holding".

Approvata a luglio 2005, introduce la separazione delle cariche tra pubblico ministero e giudice, prevede l'avanzamento in carriera dei magistrati non solo per anzianità ma anche per meriti a concorso e una riorganizzazione delle procure.

Dopo tre anni dall'insediamento del governo della CdL, arriva il primo appuntamento elettorale che coinvolge l'intero Paese e che ripropone il tema del confronto fra le coalizioni. Alle elezioni europee del 2004, i partiti della coalizione si presentano in calo rispetto ai risultati trionfalistici del 2001 e i due poli della politica italiana escono sostanzialmente a parità di consensi, oscillando entrambi intorno al 45%. A far registrare il calo maggiore è Forza Italia che, fondata precedentemente sull'immagine del suo leader, paga il prezzo più grosso per qualche malcontento sull'azione di governo: FI è in calo soprattutto al centro-sud e si attesta al 21% a livello nazionale (alle precedenti europee e alle politiche aveva toccato il 29%).

Il calo di consensi si rende evidente nel 2005, in occasione delle elezioni regionali che consegnano la vittoria alla nuova coalizione di centrosinistra, L'Unione, vittoriosa in 12 regioni su 14. Berlusconi si attribuisce il grave errore di non aver preso parte alla campagna elettorale. La CdL si aggiudica soltanto il governo di Lombardia e Veneto e, pertanto, si impone una indispendabile aria di cambiamento: UDC e AN annunciano il ritiro dei loro ministri dal governo, criticando la predominanza dell'asse Forza Italia - Lega Nord (cosiddetto "Asse del Nord" Bossi-Tremonti). Berlusconi si dimette e costituisce un nuovo governo (il Berlusconi III) che ritrova l'unità della coalizione, istituendo un nuovo ministero ad hoc per il Mezzogiorno, il Ministero della Coesione Territoriale.

Nell'ultima fase della legislatura, la coalizione lavora per presentare ai cittadini i bilanci del quinquennio e ripresentarsi al nuovo appuntamento con le elezioni politiche.

Ad ottobre 2005, viene approvata una riforma elettorale che reintroduce il sistema proporzionale, a dodici anni dall'entrata in vigore del sistema maggioritario.

Viene introdotta la figura del leader della coalizione, al quale si ricollegano una serie di liste (bloccate) che si ripartiscono i seggi disponibili in maniera proporzionale, con un premio di maggioranza alla coalizione vincitrice che garantisca la governabilità. Lo sbarramento (per i partiti coalizzati) è del 2% alla Camera e del 3% al Senato. Al Senato, inoltre, il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale.

L'approvazione di questa legge provoca le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'UDC, che aveva sollecitato una legge proporzionale che non prevedesse liste bloccate. Follini era stato più volte in contrasto con Berlusconi e, nell'estate 2005, si era fatto sostenitore di un cambiamento di leadership e di impostazione generale della CdL. La guida dell'Udc viene assunta da Lorenzo Cesa. Nel marzo 2006, uno degli estensori materiali della riforma elettorale, Roberto Calderoli, ha definito la legge "una porcata" (da ciò il soprannome, dato alla legge, di "Porcellum", in opposizione alla precedente detta il "Mattarellum").

In vista dell'appuntamento elettorale 2006, la CdL, sfruttando la nuova logica proporzionale, annuncia la cosiddetta "tattica delle tre punte" per sconfiggere il centrosinistra guidato da Romano Prodi. In caso di vittoria, proporranno al Capo dello Stato la nomina a Presidente del Consiglio del leader del partito che avrà conseguito più voti: si impegnano in prima persona il premier Berlusconi, il ministro degli esteri Fini e il presidente della Camera Casini (che rappresentano rispettivamente FI, AN e UDC), i quali inseriscono nei simboli elettorali i loro cognomi.

Nel deposito dei contrassegni elettorali viene però indicato Berlusconi come capo unico della coalizione, come richiesto anche dalla nuova legge elettorale che obbliga all'indicazione del candidato premier.

La campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006 è una delle più accese di tutta la storia. Berlusconi e la CdL devono portare il conto di un'azione di governo ininterrotta che è durata cinque anni e che ora deve presentarsi al giudizio degli elettori. Lo sfidante è Romano Prodi, che si presenta con una coalizione di centrosinistra rinnovata, chiamata L'Unione, e fa leva sui presunti risultati negativi ottenuti dal centrodestra in questi anni.

Berlusconi partecipa a due confronti televisivi ufficiali col suo sfidante (con regole di ispirazione USA). Durante il secondo di essi accusa la sinistra di essere divisa sui principali temi dell'economia, accusa il suo sfidante di essere solo un'immagine da presentare al paese per vincere le elezioni e che non ha alcun potere reale sulla coalizione che gli sta alle spalle, fa un intervento all'assemblea di Confindustria e sceglie, come chiusura della campagna, di lanciare agli italiani la proposta dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa.

Anche grazie a questa campagna, la Casa delle Libertà riesce a riconquistare consensi e Forza Italia ottiene un risultato in ascesa rispetto alle previsioni. La CdL, comunque, esce sconfitta dalle urne: alla Camera dei deputati il centrosinistra ottiene, con 24.755 voti in più, il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale appena entrata in vigore. Al Senato, la situazione è ribaltata: la CdL ottiene nel complesso circa 147.000 voti in più (il 49,57% contro il 49,16%), ma con l'apporto del voto della circoscrizione Estero, l'Unione riesce comunque ad avere due seggi in più (158 - 156).

Forza Italia si conferma il primo partito italiano con una percentuale di consensi di circa il 24%; nel centrodestra seguono Alleanza Nazionale (12,4%), l'UDC (6,8%) e la Lega Nord in alleanza col Movimento per l'Autonomia (4,5%). L'unica altra lista che riesce ad eleggere parlamentari è l'aggregazione costituita dalla Democrazia Cristiana per le Autonomie e dal Nuovo PSI che, seppure con un risultato dello 0,7%, partecipa alla ripartizione dei seggi della Camera in qualità di "miglior perdente" (lista che ha conquistato il maggior numero di voti al di sotto dello sbarramento del 2%).

Nell'immediato dopo-elezioni, Berlusconi e la CdL contestano sonoramente il risultato delle urne, parlando di presunti brogli elettorali nei seggi che avrebbero portato voti al centrosinistra, affermando di non accettare il risultato finché non venisse fatto un riconteggio globale delle schede e arrivando persino a ipotizzare il varo di un decreto legge che imponesse un riesame di tutte le schede nulle, ipotesi non prevista dalla legge vigente e che trova la netta contrarietà del Presidente della Repubblica Ciampi e la freddezza del Ministro dell'Interno Pisanu, i quali fin dalla chiusura delle urne avevano tenuto a sottolineare l'assoluta correttezza delle consultazioni elettorali.

Non soddisfatti di tale verifica, Berlusconi e la CdL dichiarano di voler ricorrere alla Giunta per le elezioni, promettendo che, nel caso in cui la Giunta arrivasse a dimostrare che quei 24.755 voti non esistono e che le elezioni in realtà sono state vinte dalla CdL, si sarebbero appellati al Capo dello Stato per chiedergli un immediato ritorno alle urne. Tuttavia, in seguito alle due successive sconfitte elettorali, in occasione delle elezioni amministrative di maggio e del referendum costituzionale di giugno, la CdL concentra maggiormente la strategia di opposizione sul piano dei programmi.

Nell'autunno del 2006 le Giunte per le elezioni della Camera e del Senato stabiliscono un riconteggio parziale delle schede (metodo a campione).

La neo-costituita maggioranza, guidata da Romano Prodi, è chiamata, nel giro di pochi mesi, al banco di prova con la elaborazione della prima Legge Finanziaria. La Casa delle Libertà, il 2 dicembre 2006 organizza una imponente manifestazione di piazza, a Roma, in Piazza San Giovanni, dove, secondo le stime degli organizzatori, si radunano circa 2.200.000 persone (di cui 700 mila in Piazza San Giovanni, secondo stime provenienti da ambienti delle forze dell'ordine). L'obiettivo è di protestare contro la politica del governo e quella che viene definita la finanziaria delle tasse. Berlusconi lancia proposte di unità e preannuncia la nascita di un movimento unitario del centrodestra. Dal palco intervengono anche Gianfranco Fini e Umberto Bossi.

Aderiscono alla manifestazione, con tanto di leader chiamati sul palco da Berlusconi, anche la DCA, il MPA, i Pensionati, Fiamma Tricolore e Azione Sociale e i Riformatori Liberali. L'UDC, invece, non vi partecipa e organizza invece una manifestazione parallela e contemporanea, a Palermo, dove viene affermato che "esistono due opposizioni al centro-sinistra", una, quella dei moderati rappresentata appunto dall'UDC, l'altra, quella delle forze di destra che si avviano - seppur con dei distinguo - alla costituzione di una federazione di partiti, definita da Berlusconi come la Federazione delle Libertà. Diversa è invece la posizione di Nuovo PSI e PRI che, anziché scendere in piazza, annunciano una proposta di legge per riscrivere le regole della struttura della Finanziaria.

Con i distinguo sulla manifestazione contro la Finanziaria, si apre la fase di allontanamento dell'UDC dalla Casa delle Libertà, ritenuta dal leader Casini e dal segretario Lorenzo Cesa un'esperienza conclusa, puntando piuttosto alla nascita di un nuovo soggetto spiccatamente di centro ma pur sempre alternativo alla sinistra, continuando a dichiarare la sua opposizione al Governo Prodi.

In Parlamento continua a votare insieme alla Casa delle Libertà per la maggior parte delle votazioni tranne ad esempio nella votazione per il rifinanziamento delle missioni all'estero del 27 marzo 2007. In questo caso l'UDC, distinguendosi dal resto dell'opposizione, vota insieme al governo a favore del rifinanziamento delle missioni umanitarie italiane all'estero (in primis quella in Afghanistan). Gli altri esponenti della CdL invece si astengono per dissociarsi dalla politica estera del governo e per voler mettere alla prova il centrosinistra, che al Senato rischiava di non avere la maggioranza a causa di paventate defezioni di esponenti della sinistra radicale.

Nonostante i distinguo l'UDC ha deciso di presentarsi unita al resto della CdL alle elezioni amministrative del maggio 2007.

Nel novembre 2007 la CdL raggiunge una fase molto critica: fallisce la caduta del governo Prodi II, individuata come certa da Silvio Berlusconi agli alleati in una data tra il 14 e il 15 novembre, in occasione del delicato passaggio della Finanziaria al Senato. A seguito di questo fatto, la Lega Nord, l'UDC e soprattutto Alleanza Nazionale rivolgono pesantissime critiche a Forza Italia e alla strategia di opposizione portata avanti da Silvio Berlusconi, e raccolgono l'invito di Veltroni, leader del Partito Democratico, ad approvare insieme alcune riforme istituzionali, in primis quella elettorale. Tra il 16 ed il 17 novembre sia Gianfranco Fini (AN), sia Pierferdinando Casini (UDC), sia Umberto Bossi (LN) danno un giudizio negativo lla strategia berlusconiana sino a quel momento seguita, per l'assenza di risultati ottenuti. A questo si aggiunge l'ira del leader di AN per la campagna-stampa che alcuni mezzi di comunicazione vicini al "Biscione" avrebbero organizzato a danno della sua immagine pubblica.

A stretto giro, il 18 novembre 2007, Berlusconi stesso annuncia la nascita di una nuova formazione politica, il partito del "Popolo della Libertà", e lo scioglimento di Forza Italia a seguito di un'iniziativa di raccolta firme a favore di elezioni anticipate, tenutasi in quegli stessi giorni. Con il "lancio" del nuovo partito, Berlusconi dichiara conclusa l'esperienza della Casa delle Libertà (perché "vecchia" e "disomogenea") e del bipolarismo italiano. Inoltre, fissando la nascita della nuova formazione politica il 2 dicembre 2007, anniversario della manifestazione del 2006 del centrodestra contro il governo di Romano Prodi, il Cavaliere (cambiando la propria tattica d'opposizione) abbandona il rifiuto di ogni dialogo con la maggioranza e si dichiara disposto a discutere con Veltroni di legge elettorale.

Lo stesso giorno e nei giorni successivi, hanno respinto l'adesione al progetto berlusconiano tutti gli alleati maggiori della CdL: l'UDC, la Lega e Alleanza Nazionale. Hanno invece manifestato interesse all'ingresso nel nuovo partito di Berlusconi alcuni movimenti minori della Cdl, tra cui la Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, e anche alcuni esponenti dell'UDC come Carlo Giovanardi e Francesco D'Onofrio.

Con lo strappo di Berlusconi ed il suo passaggio da una strategia politica bipolare ad una partitica, si può ritenere conclusa la coalizione della Casa delle Libertà, come confermano anche le dure dichiarazioni di Berlusconi in tal senso. Infatti, già il 25 novembre 2007 (a pochi giorni dagli avvenimenti di cui sopra), il Cavaliere si è riferito in un pubblico discorso agli ex-alleati CdL come «un ectoplasma» che gli ha impedito di governare e di vincere nel 1996 e nel 2006, ed all'alleanza stessa come un'esperienza conclusa. La risposta a stretto giro di Lorenzo Cesa, secondo cui le mancate vittorie elettorali fossero invece state provocate dall'eccessiva cura di Berlusconi per i propri interessi privati, ha segnato la conferma di una frattura ormai avvenuta.

Il 24 gennaio 2008 il Senato sfiducia il Governo Prodi II, con 161 voti contrari contro 156 favorevoli. L'inizio delle consultazioni da parte del Capo dello Stato Giorgio Napolitano determinano all'unanimità la richiesta di immediate elezioni anticipate da parte dei quattro leader della Casa delle Libertà (definiti dal leghista Roberto Maroni i "soci fondatori"), che si trovano concordi anche nel dare pieno sostegno alla candidatura di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio. Le consultazioni danno esisto negativo e il Capo dello Stato indice nuove elezioni.

L'8 febbraio Berlusconi e Fini hanno annunciano che in occasione delle elezioni del 13 e 14 aprile FI e AN si presenteranno sotto la lista unica de Il Popolo della Libertà e in Parlamento formeranno un gruppo unico. Fini dopo aver rifiutato a novembre di entrare nel Popolo della Libertà decide di aderirvi per semplificare il quadro politico.

La Lega Nord ha annunciato che, data la propria natura di partito non nazionale ma territorialmente radicato nel Nord Italia, si alleerà col PdL senza confluirvi, e presenterà liste solamente nelle circoscrizioni del Centro-Nord, cioè laddove ha i numeri più alti, lasciando che al Sud si presentino solo quelle del PdL e si eviti quindi anche un'eccessiva dispersione di voti. Successivamente Berlusconi ha trovato un accordo di coalizione con il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, che si presenterà solo nel Centro-Sud .

Per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 non si può quindi parlare più di Casa della Libertà. Il Popolo della Libertà, alleato con la Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia, costituisce di fatto la naturale evoluzione della CdL verso il soggetto unitario del centro-destra.

Dati espressi in %.

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Nuovo Partito Socialista Italiano

Il Nuovo Partito Socialista Italiano più noto semplicemente come Nuovo PSI, è un partito politico italiano nato il 19 gennaio 2001 dalla fusione del Partito Socialista di Gianni De Michelis e della Lega Socialista di Bobo Craxi e Claudio Martelli. Pur definendosi un partito socialdemocratico, avendo chiari legami con il vecchio Partito Socialista Italiano e essendo pure stato membro del gruppo del Partito del Socialismo Europeo al Parlamento europeo, fa parte dello schieramento di centro-destra denominato Il Popolo della Libertà, nel quale rappresenta la sinistra interna accanto ad ampi settori di Forza Italia e ad altri gruppi di matrice socialdemocratica.

Il partito, che si considera continuatore della linea politica del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, si richiama all'unità dei socialisti italiani, laici, liberali, autonomisti e riformisti, e ai principi ispiratori del socialismo democratico e del liberalismo sociale. Ha aderito e ha militato nella Casa delle Libertà (con la quale si è presentato alle elezioni politiche del 2001 e del 2006).

Il partito, nel corso della sua attività, è stato interessato da due scissioni. Ad ottobre 2005 l'ala facente capo a Bobo Craxi si è allontanata fondando successivamente un nuovo movimento (I Socialisti Italiani) che si è alleato con l'Unione.

A giugno 2007 si è creata una ulteriore divisione in due parti: l'una, facente capo a Gianni De Michelis (che ha eletto segretario Mauro Del Bue) ha aderito alla Costituente Socialista promossa dallo SDI; l'altra ha eletto segretario Stefano Caldoro e sostiene la piena adesione del partito alla Casa delle Libertà. Si sono svolti, pertanto, due congressi paralleli sulla cui legittimità esistono contrasti. Nel settembre 2007 è stata ufficializzata la scissione del gruppo di De Michelis, il nome Nuovo Psi rimane al gruppo dell' on. Stefano Caldoro.

Il quotidiano ufficiale del partito è il Socialista Lab.

Il Nuovo PSI, nonostante l'esplicito richiamo alla tradizione socialista (che appartiene all'area della sinistra riformista), dopo poco tempo dalla sua costituzione, decide di aderire al progetto politico di Silvio Berlusconi prendendo parte alla fondazione della Casa delle Libertà, la coalizione di centrodestra che vince le elezioni del 2001 e guida il Paese per il quinquennio successivo.

Fra le motivazioni di questa scelta, viene ribadita dagli esponenti del Nuovo PSI l'impossibilità di dialogo all'interno della sinistra, l'eccessiva litigiosità interna alla coalizione dell'Ulivo e la necessità di aspettare la fine della "crisi che corrompe la sinistra dall'interno", come ha sostenuto il segretario De Michelis.

La Casa delle Libertà esce vittoriosa dalle elezioni del 2001 e dà vita al nuovo governo guidato da Berlusconi, nel quale il Nuovo PSI è rappresentato da Stefano Caldoro, sottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca.

Il partito, nella quota proporzionale della Camera dei deputati raccoglie 350 mila voti, pari all'1% dei consensi ed elegge rappresentanti parlamentari appoggiati dalla CdL: tre deputati (Bobo Craxi e Vincenzo Milioto in Sicilia, Chiara Moroni in Lombardia) e un senatore (Francesco Crinò in Calabria).

Nel corso della legislatura, il Nuovo PSI si trova più volte in contrasto con le posizioni assunte dal Governo, in particolare con gli esponenti della Lega Nord che dimostrano una certa avversione verso le ideologie e le strutture partitiche della Prima Repubblica, a cui si rifà esplicitamente il Nuovo PSI. Chiara Moroni, in particolare, è vittima di un episodio di attacchi verbali in Parlamento, in seguito al quale il Nuovo PSI minaccia di uscire dalla CdL e, pertanto, diserta per un certo periodo di tempo i vertici di maggioranza.

Intanto, il Nuovo PSI si fa promotore di un'azione di ricomposizione delle forze socialiste disseminate per la politica italiana, disperse al momento dello sfaldamento del PSI: il primo passo lo compie in occasione delle elezioni europee del 2004 quando propone ai socialisti dello SDI di realizzare una lista comune. Ma i colleghi, alleati del centrosinistra, preferiscono aderire all'appello del progetto riformista di Romano Prodi prendendo parte alla lista di "Uniti nell'Ulivo" ed entrando nella cosiddetta Fed.

De Michelis e gli altri, allora, fanno un'alleanza con altri movimenti affini come il Movimento di Unità Socialista di Claudio Signorile, per raccogliere varie anime socialiste e presentano una lista in nome dell'unità, denominata "Socialisti Uniti per l'Europa", una formazione che raccoglie il 2% a livello nazionale ed elegge due parlamentari europei, il segretario De Michelis e il giovane Alessandro Battilocchio.

Oltre ai tentativi di unità socialista, il partito è anche impegnato nel costruire accordi poltici ed elettorali con i movimenti di area liberale.

Già in occasione delle Europee del 2004, nella lista dei Socialisti Uniti viene candidato come indipendente un esponente del Partito Liberale; dopo questa consultazione si apre un dialogo, oltre che con il PLI, anche con il PRI per promuovere una federazione aperta a tutte le componenti dell'area laica, finalizzata ad affrontare insieme i successivi appuntamenti elettorali, visto che ormai sembra chiuso il dialogo con i socialisti dello SDI impegnati in una federazione ulivista alla quale il Nuovo PSI non ha intenzione di aderire.

Alle elezioni regionali del 2005, in alcune regioni si effettua tale accordo dando vita alle liste della cosiddetta "Casa Laica", progetto di cui si è discusso molto sulle pagine del quotidiano liberale L'Opinione.

In occasione delle elezioni regionali, il Nuovo PSI si presenta insieme alle liste della CdL (ad eccezione che in Basilicata e Umbria, dove preferisce correre da solo). Viene confermato il punto di forza in Calabria, dove il partito raggiunge il 5,4%, la punta più alta in assoluto.

A seguito di questi risultati, emerge nel partito la figura di Saverio Zavettieri, leader calabrese del Nuovo PSI, che più tardi (giugno 2005) si candiderà al di fuori dei due poli alle elezioni suppletive della Camera raggiungendo il 15% dei consensi e superando il candidato della Casa delle Libertà, fermo al 14,5%.

La CdL, in ogni caso, perde le regionali (la coalizione di centrosinistra si aggiudica 12 regioni su 14): questo episodio determina la crisi di governo e costringe Berlusconi a dimettersi e a formare un nuovo esecutivo per riconquistare la fiducia e l'appoggio degli alleati. In questa fase, Stefano Caldoro viene "promosso" ministro con la delega all'Attuazione del Programma di Governo, e la rappresentanza del Nuovo PSI nel governo si allarga a Giovanni Ricevuto (viceministro all'Istruzione) e Mauro Del Bue (sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti).

Una corrente del Nuovo PSI, su spinta di Bobo Craxi e Saverio Zavettieri, chiede di dichiarare conclusa l'alleanza con la CdL e di ricercare un'intesa a sinistra per raggiungere l'unità delle forze socialiste. De Michelis non è d'accordo e afferma che ci dev'essere sì una disponibilità all'apertura verso sinistra, ma non bisogna fare di questo il motivo conduttore del congresso in arrivo, decisivo per stabilire le nuove alleanze.

Il Nuovo PSI, dunque, guarda all'evoluzione dello scenario socialista: in primo piano c'è l'accordo fra lo SDI e i Radicali Italiani, che organizzano, nel settembre 2005, la "convention" laica, socialista, radicale e liberale con l'obiettivo di gettare le basi per un nuovo soggetto politico sul modello di "Fortuna, Blair e Zapatero". Tale progetto si concretizzerà, poi, con la costituzione della Rosa nel pugno, alleanza elettorale che aderirà alla coalizione di centrosinistra, L'Unione.

Rappresentanti del Nuovo PSI partecipano all'iniziativa e c'è un simbolico abbraccio tra Gianni De Michelis ed Enrico Boselli, leader dello SDI, ma la strada per l'unità socialista a sinistra viene reputata ancora "lunga e faticosa".

Le diverse anime del partito emergono nel difficile congresso straordinario che il partito tiene dal 21 al 23 ottobre 2005 presso la Fiera di Roma. È il momento della conta fra le due mozioni, una presentata dal segretario nazionale De Michelis, l'altra da Craxi in collaborazione con Zavettieri ed altri "compagni".

Il congresso fa vivere momenti molto convulsi: in aula si creano tafferugli e la stragrande maggioranza dei delegati che sosteneva la mozione De Michelis abbandona l'aula mentre la parte restante dei partecipanti acclama Craxi nuovo segretario.

Da questo momento nasce il paradosso dell'esistenza di due Nuovi PSI: sia Craxi sia De Michelis si auto-dichiarano segretari. Pochi giorni dopo, una sentenza della commissione di garanzia del partito mette provvisoriamente ordine fra le carte: il convulso congresso viene dichiarato nullo perché non c'è stato l'accreditamento dei delegati. Pertanto De Michelis viene confermato alla guida del Nuovo PSI, unico titolare del nome e del simbolo del partito. Craxi presenta ricorso.

In seguito a questi fatti, il partito va incontro ad una scissione di fatto. Con lo svolgimento del consiglio nazionale, il 29 ottobre, che riconferma la fiducia a De Michelis, si presenta anche un "terzo fronte" all'interno del partito, che sceglie di stare con De Michelis per evitare altre spaccature ma non ne condivide la linea politica. È la posizione del ministro Caldoro e dell'on. Moroni, che personalmente si astengono nella votazione della fiducia seguiti dai loro delegati.

Ma il 28 dicembre 2005 arriva la sentenza del Tribunale Civile di Roma in primo grado un giudice monocratico accoglie il ricorso presentato da Bobo Craxi e lo proclama segretario nazionale del Nuovo PSI, riconoscendogli piena titolarità legale del nome e del simbolo del partito. De Michelis, tuttavia, non rinuncia alla battaglia legale, presenta appello, che sarà giudicato valido con sentenza di secondo grado in via definitiva il 25 gennaio 2006, sempre per ordinanza dello stesso Tribunale di Roma (che decreta la nullità del congresso di ottobre), e ritorna legale rappresentante del partito. A questa sentenza Bobo Craxi non presenterà alcun appello di fatto riconoscendo la veridicità dei fatti.

La scissione definitiva e perentoria si consuma a gennaio 2006.

La lista DC-PSI punta a rappresentare una "terza identità", un ritorno alle idologie del passato ritenute ancora valide per la politica attuale. All'indomani delle elezioni, però, la lista ottiene una media di voti inferiore alle aspettiative: 285 mila alla Camera (0,7%) e 190 mila al Senato (0,6%). In ogni caso, grazie alle norme previste dalla legge elettorale appena introdotta, partecipa alla ripartizione dei seggi della Camera in qualità di "miglior perdente" della coalizione (è stata la lista più votata, al di sotto dello sbarramento del 2%).

Il Nuovo PSI elegge quattro deputati: due nelle liste DC-PSI, De Michelis (che poi opta per la carica di parlamentare europeo, lasciando il posto a Lucio Barani) e Mauro Del Bue; due nelle liste di Forza Italia, Chiara Moroni e Giovanni Ricevuto. Questi ultimi non condividendo il percorso politico di Gianni De Michelis ed emarginati, decidono, di aderire al gruppo parlamentare di FI, del quale la Moroni diventa vicepresidente. Il Nuovo PSI, dunque, rimane con una rappresentanza parlamentare di due deputati, Barani e Del Bue, che aderiscono al gruppo Democrazia Cristiana-Partito Socialista.

All'indomani delle elezioni che vedono la vittoria del centrosinistra e la costituzione del Governo Prodi II, il Nuovo PSI sceglie la linea dell'autonomia: si dichiara indipendente dai poli e, già al referendum costituzionale del 2006 sulla riforma federalista, lascia libertà di voto ai suoi elettori. Si dichiara all'opposizione del governo di centrosinistra, esprimendosi criticamente nei confronti della Legge Finanziaria del 2007 ma, insieme all'UDC e al PRI, non partecipa alla manifestazione di protesta organizzata dalla CdL, preferendo le vie parlamentari.

Ad aprile 2007, il segretario dello SDI Enrico Boselli lancia una "Costituente Socialista", con l'obiettivo di far nascere una nuova forza ispirata alla socialdemocrazia. In questa circostanza, e in previsione del futuro appuntamento congressuale, De Michelis si esprime in favore della proposta, con l'obiettivo di raggiungere l'unità dei socialisti nel centrosinistra.

A questo punto, il Nuovo PSI si spacca nuovamente in due tronconi: il coordinatore nazionale e già ministro Stefano Caldoro è contrario alla Costituente e sostiene che il partito debba mantenere la scelta di campo effettuata nel 2001 rimanendo organico alla CdL.

Il Congresso è convocato dal Consiglio Nazionale per il 23 e 24 giugno (al termine di una riunione burrascosa e piena di scontri, ma chiusasi all'unanimità). Il 26 maggio De Michelis riconvoca il CN perché ritiene che il termine per la presentazione delle mozioni sia stato fissato illegittimamente (e stabilisce una nuova data per il Congresso: il 7 e 8 luglio). L'area vicina a Stefano Caldoro ritiene illegittima quest'ultima presa di posizione e decide di proseguire nello svolgimento del congresso del 23-24 giugno all'Hotel Midas di Roma, data prefissata dal Consiglio Nazionale: in quel Congresso viene eletto segretario nazionale del Nuovo PSI Stefano Caldoro, che ribadisce l'appartenenza del partito alla Casa delle Libertà. È sostenitore di queste posizioni anche il deputato Lucio Barani.

Due settimane più tardi si svolge il congresso della componente di De Michelis che approva la sua mozione con la quale aderisce alla "Costituente Liberal socialista" insieme allo SDI di Boselli e a I Socialisti Italiani di Bobo Craxi, abbandonando la CdL. Questo congresso elegge segretario nazionale Mauro Del Bue, deputato, mentre De Michelis viene proclamato presidente. È sostenitore di queste posizioni anche l'europarlamentare Alessandro Battilocchio.

In occasione dell'annuncio da parte del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi della creazione di un nuovo soggetto unitario della coalizione, il Popolo della Libertà, il Nuovo PSI, diretto da Stefano Caldoro, aderisce da subito al processo costitutivo del partito. Il Nuovo PSI è perciò presentato all'interno delle liste del PdL in occasione delle elezioni politiche indette dopo la caduta del Governo Prodi II, elezioni che hanno visto la vittoria della coalizione PdL-LN-MpA.

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L'Unione

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L'Unione è il nome della coalizione che ha riunito i partiti del centro-sinistra italiano tra il 2005 e il 2008 con leader Romano Prodi. È stata fondata il 10 febbraio 2005 per riunire le forze della sinistra riformista e radicale e del centro, accomunati dall'essere alternativi alla destra e al conservatorismo.

L'Unione si è presentata ufficialmente agli elettori in occasione delle elezioni regionali del 2005, conquistando il governo di 12 delle 14 regioni chiamate al voto, e successivamente alle elezioni politiche del 2006 che hanno portato alla costituzione del Governo Prodi II. Ha rappresentato la prima esperienza politica italiana che ha fatto ricorso alle elezioni primarie per la scelta del proprio leader.

L'8 febbraio 2008, a seguito delle dimissioni del Governo dopo un voto di sfiducia del Senato, la coalizione cessa di esistere, dopo la manifestazione di volontà del Partito Democratico di correre da solo alle elezioni politiche del 2008, con una separazione dai partiti riuniti nella federazione de La Sinistra-l'Arcobaleno.

La base politica della coalizione è costituita da L'Ulivo, accordo fondamentale tra i due partiti maggiori (DS e Margherita) nonché asse riformista della coalizione, che il 14 ottobre 2007 sfocia nella costituzione del Partito Democratico (PD), eleggendo - attraverso elezioni primarie - il suo segretario nazionale in Walter Veltroni.

Contemporaneamente alla costituente del PD, alcune forze socialiste e riformiste della coalizione hanno dato vita ad una costituente sfociata nella nascita del Partito Socialista.

L'8 dicembre 2007 è stato siglato un patto federativo tra i partiti della sinistra radicale (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica, Verdi) che ha dato origine a un soggetto denominato La Sinistra/l'Arcobaleno.

Il 21 gennaio 2008 il partito dei Popolari-UDEUR è uscito dalla coalizione, dopo alcune vicende giudiziarie che hanno coinvolto il suo leader Clemente Mastella, dimessosi contestualmente da ministro della Giustizia. Il 24 gennaio, l'UDEUR e i Liberal Democratici negano la fiducia al Governo Prodi in Senato.

Il primo appuntamento elettorale in cui viene presentato il simbolo dell'Unione sono le elezioni regionali del 2005, mentre il Paese è governato dalla Casa delle Libertà di Silvio Berlusconi: l'appuntamento elettorale si rivela un successo per la coalizione, che risulta vincente in 12 regioni su 14. Il centrosinistra si conferma al governo delle regioni che già aveva conseguito cinque anni prima, in più strappa alla CdL il Piemonte, la Liguria, l'Abruzzo, la Calabria e riesce a prevalere anche in regioni incerte come il Lazio e la Puglia.

L'ipotesi delle primarie per la scelta del leader della coalizione e, dunque, di chi sarebbe stato indicato come Presidente del Consiglio dei Ministri in caso di vittoria alle elezioni politiche del 2006 è a lungo oggetto di discussione fra i partiti che aderiscono alla coalizione. Lanciata inizialmente dallo stesso Romano Prodi allo scopo di garantire al leader un supporto popolare diretto, la proposta venne accantonata subito dopo la schiacciante vittoria dell'Unione alle elezioni regionali.

Tuttavia, la recente nascita della "Federazione dell'Ulivo", che rappresenta la formazione cui idealmente appartiene Romano Prodi (alla quale avevano aderito i DS, la Margherita e lo SDI) va incontro ad un periodo di crisi: lo SDI si allontana dal progetto, mentre la Margherita in un primo momento si oppone alla presentazione di liste unitarie alle elezioni politiche. Così, nell'ipotesi di vedere sfumare il progetto ulivista, nel maggio 2005 lo stesso Prodi rilancia la proposta di svolgere le consultazioni primarie, sul modello americano, per avere un'approvazione popolare.

I responsabili politici dei partiti dell'Unione firmano, l'11 luglio 2005, il "regolamento quadro per le primarie". Con tale atto si dà inizio ai processi che portano allo svolgimento delle prima elezione primaria nazionale mai tentata in Italia, inizialmente prevista per i giorni 8 e 9 ottobre 2005. In seguito si sceglie di rimandare tutto di una settimana e di fissarne la data al 16 ottobre 2005.

Sin dalla prima proposta di tenere elezioni primarie, Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista, aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi in contrapposizione a Romano Prodi. Intenzioni simili erano state manifestate anche da Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi, e da Antonio Di Pietro, presidente di Italia dei Valori. Solo dopo l'ufficializzazione dell'adozione delle primarie da parte dell'Unione anche Clemente Mastella, segretario dei Popolari UDEUR, annuncia la sua candidatura sostenendo di voler presidiare il centro.

Successivamente anche il critico d'arte Vittorio Sgarbi ed il manager Ivan Scalfarotto presentano la loro disponibilità a competere: il primo, però, non può farlo in quanto una regola delle primarie impedisce la candidatura a chi ha fatto parte degli ultimi due governi Berlusconi (Sgarbi ne è stato sottosegretario fino a giugno del 2002). A sorpresa, invece, ed in atteggiamento nettamente curioso rimbalza all'ultimo minuto (15 settembre, termine ultimo per la presentazione) la candidatura di Simona Panzino, che si presenta in veste di prestanome di un candidato "senza volto", un rappresentante dei centri sociali, mostrandosi in pubblico col capo coperto da un passamontagna color arcobaleno.

La parte più consistente della coalizione sostiene, comunque, la candidatura di Romano Prodi: i partiti della Fed (DS, DL, SDI), ma anche i Comunisti Italiani e gruppi indipendenti consumatori, socialdemocratici e socialisti.

Le primarie decretano la vittoria di Romano Prodi con un largo margine di vantaggio (74,1% dei voti), che riceve così l'investitura ufficiale di candidato premier per le elezioni politiche del 2006. Le primarie vengono definite come una grande prova di coinvolgimento democratico degli elettori, vista anche la larga partecipazione di elettori, che supera le aspettative degli organizzatori: si tratta precisamente di 4.311.149 persone che si recano alle urne, con un documento di identità, sottoscrivendo il manifesto dell'Unione e pagando il simbolico contributo di 1 euro.

Votano, per la prima volta in Italia, anche gli immigrati regolari e i ragazzi che avrebbero compiuto 18 anni entro il 13 maggio 2006, cioè maggiorenni entro la fine della legislatura in corso.

Nella giornata delle votazioni piombano, tuttavia, alcune critiche del candidato Mastella che già in precedenza aveva denunciato incongruenze nella dislocazione dei seggi sul territorio. Per queste polemiche, l'UDEUR afferma in un primo momento di voler prestare soltanto un appoggio esterno all'Unione, ma successivamente il partito rientra nell'alleanza e ne sottoscrive il programma elettorale.

Il percorso intrapreso dalla coalizione per la stesura del programma non è privo di polemiche tra le varie forze politiche. Tra i punti del programma che creano maggiori discussioni ci sono le modalità di riconoscimento delle unioni di fatto. Due sono, infatti, le proposte discusse nelle varie conferenze programmatiche: quella proposta da DS, PRC, Verdi, PDCI e Rosa nel Pugno che si rifà al modello francese dei PACS e quella più moderata della Margherita a favore del riconoscimento di certi diritti, ma contraria alla creazione di un nuovo istituto alternativo a quello del matrimonio. Alla fine ha trionfato una mediazione che prevede l'obiettivo di istituire delle "unioni civili" ma non propriamente dei PACS. Restano insoddisfatti Emma Bonino, che abbandona polemicamente la discussione, delusa anche per lo scarso interesse degli altri partiti alla sua proposta di abolizione dei finanziamenti alle scuole private; insoddisfatto - per l'opposto motivo - Clemente Mastella che esprime la sua contrarietà ad una legislazione in materia.

Altro punto di discordia all'interno dell'Unione sono le grandi opere. Tutte le forze politiche sono concordi nel fermare l'iter processuale per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina e a favore di altri progetti essenziali per i collegamenti con il resto d'Europa quali il Gottardo ed il Brennero. Tuttavia, all'interno del programma non si fa esplicito riferimento alla TAV in Val di Susa e la cosa viene particolarmente criticata da Il Sole 24 ore che parla di "coltre di silenzio" da parte dell'Unione che aveva già evidenziato le sue divisioni sulla Torino-Lione in occasione delle manifestazioni organizzate dalle popolazioni della Val di Susa (vedi NO TAV). Dibattuta la questione tra coloro che la ritengono un'opera essenziale per le comunicazioni tra l'Italia e il resto d'Europa e chi sostiene che sia un'inutile spreco di soldi, oltre che uno scempio dal punto di vista ambientale.

I leader dell'Unione cominciano la campagna elettorale per le elezioni politiche proprio con la presentazione del programma al teatro Eliseo, a Roma, l'11 febbraio. Grande assente alla cerimonia è proprio la Rosa nel Pugno, in polemica col resto dell'alleanza per il mancato riconoscimento di alcune sue proposte nel programma. Nonostante ciò, Enrico Boselli assicura che la Rosa nel pugno sottoscriverà il programma dell'Unione, pur con l'obiettivo di "migliorarlo".

L'eterogeneità della coalizione ed i litigi tra i vari esponenti sono sempre al centro delle critiche degli avversari, ma anche di molti militanti e simpatizzanti del centrosinistra che nell'era di internet esprimono il loro disappunto nei tantissimi forum politici presenti sulla rete. Altri dichiarano, invece, di vedere questi contrasti interni come un valore e la testimonianza della presenza di un dibattito libero e democratico all'interno della coalizione di centrosinistra, in opposizione a quanto avviene in quella di centrodestra.

La coalizione, dopo una campagna elettorale pressante, si presenta alle elezioni del 9 e 10 aprile 2006 e, al termine delle operazioni di scrutinio che danno il risultato incerto fino alla fine, può proclamare la vittoria. Romano Prodi, viste le tendenze degli exit-poll che davano l'Unione in profondo vantaggio, aveva programmato di fare un discorso nel pomeriggio ma, nel corso della giornata, la situazione quasi si ribalta e Prodi rinvia dunque l'annuncio a tarda notte.

Lo scarto, infatti, è di poche decine di migliaia di voti: alla Camera, l'Unione ottiene 19.002.598 voti (49,81%), mentre la Casa delle Libertà si ferma a 18.977.843 voti (49,74%). Il risultato consente, tuttavia, all'Unione di ottenere il premio di maggioranza (così come stabilito nella legge elettorale varata pochi mesi prima) che garantisce stabilità. La stessa situazione non si crea al Senato: qui il centrosinistra ottiene 16.725.077 voti (48,96%) mentre la CdL conquista 17.153.256 voti (50,21%). Computando anche i seggi ottenuti nella circoscrizione Estero e nei collegi uninominali del Trentino-Alto Adige e della Valle d'Aosta, l'Unione raggiunge la risicata maggioranza di 158 seggi contro i 156 del centrodestra.

All'interno della coalizione, è l'Ulivo il primo soggetto politico, che conquista il voto del 31,3% degli elettori: i Democratici di Sinistra sono il primo partito (17,5% al Senato) e la Margherita il secondo (10,7%). A seguire - secondo i risultati della Camera - ci sono Rifondazione Comunista (5,8%), la Rosa nel Pugno (2,6%), i Comunisti Italiani (2,3%), Italia dei Valori (2,3%), i Verdi (2,1%) e l'Udeur (1,4%). Le altre formazioni minori non riescono ad eleggere alcun parlamentare.

All'indomani delle elezioni politiche, si svolgono le elezioni del nuovo presidente della Repubblica, che portano al Quirinale Giorgio Napolitano, sostenuto dall'Unione. Il nuovo Capo dello Stato, il 17 maggio 2006, affida a Prodi l'incarico di formare il nuovo governo. Tra l'altro, per una singolarità degli eventi, Prodi aveva ricevuto il medesimo incarico esattamente dieci anni prima (il 17 maggio 1996).

In quella stessa data si svolge il giuramento dei ministri e il Governo si presenta alle Camere per ottenere la fiducia iniziale. Il primo passo, giorno 19 maggio, è al Senato, dove l'esecutivo ottiene la fiducia con 165 voti favorevoli contro 155: oltre ai senatori eletti nell'Unione, infatti, votano a favore anche tutti i senatori a vita. Il 23 maggio tocca alla Camera dei Deputati, dove la coalizione gode di un'ampia maggioranza che pone il suo sigillo definitivo alla nascita del Governo Prodi con 344 sì e 268 no.

Il sostegno dei senatori a vita, nel corso della legislatura, è più volte oggetto di polemiche da parte dell'opposizione che, in alcune circostanze, accusa il Governo di non possedere una "maggioranza politica".

Il Governo incontra una prima crisi il 21 febbraio 2007, quando al Senato viene bocciata la relazione sulla politica estera (con particolare riferimento alla presenza italiana nelle forze NATO operanti in Afghanistan) presentata dal ministro e vicepremier Massimo D'Alema. La risoluzione della maggioranza ottiene 158 voti favorevoli, mentre il quorum da raggiungere è 160. Ritenendo che tale relazione avesse particolare carattere di indirizzo politico per l'esecutivo, il Presidente del Consiglio Prodi, nella stessa giornata, rassegna le sue dimissioni nelle mani Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Tuttavia, dopo tre giorni e dopo le formali consultazioni politiche, il Capo dello Stato respinge le dimissioni ed invita il Governo a presentarsi alle Camere per verificare la sussistenza del rapporto di fiducia. Contemporaneamente Prodi sottoscrive un patto (contenente 12 punti) con tutti i partiti della coalizione per individuare la base dei principali campi d'azione della nuova fase di governo. La crisi rientra con il voto di fiducia delle camere: il Senato, il 28 febbraio, si esprime con 162 favorevoli e 157 contrari; la Camera, il 2 marzo, chiude la crisi con 342 contro 253.

Nel frattempo, si concretizza la nascita del soggetto politico unitario perseguito da Romano Prodi come unità dei riformisti, al quale danno vita i due principali partiti dell'Unione, i Democratici di Sinistra (DS) e La Margherita (DL) con l'apporto di associazionismo e società civile. Nasce il Partito Democratico, che ripete l'esperienza delle elezioni primarie il 14 ottobre 2007 e individua in Walter Veltroni il suo segretario.

Una seconda crisi è quella che si rivela fatale per il Governo dell'Unione. Il 16 gennaio 2008 il Ministro della Giustizia Clemente Mastella annuncia alla Camera le proprie dimissioni, dopo la disposizione degli arresti domiciliari per la propria consorte accusata di concussione, in un'inchiesta nella quale è coinvolto lo stesso Mastella insieme ad altri esponenti politici dell'UDEUR. Mastella chiede solidarietà alla coalizione, ritenendosi vittima dell'attacco di una parte della Magistratura: in un primo momento annuncia che il suo partito darà "appoggio esterno" al Governo, successivamente ritiene che si sia "rotto" il patto di coalizione assunto davanti agli elettori e chiede il ritorno alle urne, dichiarando che l'UDEUR abbandonava la maggioranza.

Prodi si presenta, dunque, in Parlamento: il 23 gennaio la Camera conferma la fiducia con l'astensione dei deputati dell'UDEUR (326 sì, 275 no) mentre il 24 gennaio il Senato rompe il rapporto di fiducia col Governo con 161 contrari e 156 favorevoli. Ad esprimersi contro sono 2 dei 3 senatori dell'UDEUR, ma anche Lamberto Dini e parte del suo movimento dei Liberal Democratici.

Il Capo dello Stato affida, dunque, un "mandato esplorativo" per verificare le condizioni per la formazione di un nuovo governo (che abbia come obiettivo principale la riforma della legge elettorale) al Presidente del Senato Franco Marini. Marini rimette però il mandato nelle mani del Capo dello Stato non raggiungendo alcuna intesa con il centrodestra e Napolitano indice le elezioni anticipate per il 13-14 aprile 2008.

Le condizioni politiche in atto fanno ritenere conclusa l'esperienza dell'Unione. L'8 febbraio 2008, in un incontro tra PRC, PdCI, Verdi, SD e il Partito Democratico, quest'ultimo annuncia di voler mettere a fuoco la sua "vocazione maggioritaria" e di creare un'alleanza esclusivamente con le forze che aderiranno al proprio programma. Ne deriva una separazione tra la componente riformista e quella radicale, rappresentata dai partiti riuniti nella federazione de La Sinistra-l'Arcobaleno. Nell'evoluzione delle alleanze per la campagna elettorale, il PD statuisce un'alleanza con l'Italia dei Valori e apre le proprie liste alla presenza di candidati radicali, con il presupposto di costituire un gruppo parlamentare unico del Partito Democratico e di siglare un unico programma. Il candidato premier è Walter Veltroni.

Con una lista autonoma, che candida a premier Fausto Bertinotti, si presentano i quattro partiti della Sinistra Arcobaleno. Resta fuori dalle alleanze il Partito Socialista, mentre l'UDEUR guarda a possibili ipotesi di centro.

Il riferimento di punta della coalizione di centro-sinistra sulla rete internet è stato sin dai tempi delle primarie il sito ufficiale dell'unione. Tale sito venne strutturato seguendo la classica impostazione di un blog ovvero: degli articoli redatti dallo staff che periodicamente venivano aggiunti in home page e ordinati cronologicamente. Innovativo era dunque il concetto dei "commenti", ovvero la possibilità per i visitatori di scrivere brevi frasi di commento all'articolo, le quali divenivano disponibili alla lettura di ogni nuovo visitatore. Questa impostazione fu scelta probabilmente per dare un'immagine di democrazia diretta alla coalizione, la quale si faceva promotrice dell'utilizzo delle primarie per permettere al cittadino una più ampia partecipazione.

Dall'estate 2006, durante il periodo del discusso indulto il sito risulta "temporaneamente non disponibile" per manutenzione, tuttavia v'è sempre disponibile e accessibile il Programma di Governo con il quale la coalizione si è presentata agli elettori il 9 e 10 aprile 2006, risultando vincente..

Dati espressi in %.

Per la parte superiore



Elezioni politiche italiane del 2006

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Le elezioni politiche del 2006 per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano - Camera dei Deputati e Senato della Repubblica - si sono tenute il 9 e il 10 aprile.

L'esito della tornata elettorale è stato incerto fino alla fine dello scrutinio delle schede e si è risolto con una leggera prevalenza del centro-sinistra che ha quindi vinto le elezioni. La coalizione di centro-sinistra, che aveva come candidato alla presidenza del consiglio Romano Prodi, ha potuto contare su un'esigua maggioranza al Senato e un ampio margine alla Camera.

La coalizione sconfitta di centrodestra (candidato premier Silvio Berlusconi) ha contestato la vittoria del centrosinistra (vedi più avanti nella voce).

La stampa nazionale ed internazionale ha dato grande rilievo all'esito controverso di queste elezioni.

Lo svolgimento di queste consultazioni politiche è stato disciplinato da una nuova legge elettorale, che sostituisce le leggi 276 e 277 del 1993, introducendo un sistema quasi totalmente differente. La legge n° 270 del 21 dicembre 2005, scritta principalmente da Roberto Calderoli, è stata approvata con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza il consenso della minoranza che l'ha duramente criticata, e ha modificato il precedente meccanismo misto, per tre quarti a ripartizione maggioritaria dei seggi, in favore di un sistema di assegnazione dei seggi quasi completamente proporzionale, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze.

Dopo una sperimentazione condotta in circa 1500 uffici elettorali nei due anni precedenti, nel 2006 i voti di circa undici milioni di elettori sono stati conteggiati e comunicati al ministero anche con lo scrutinio elettronico.

Lo scrutinio elettronico, a differenza del "voto elettronico", prevede che gli elettori esprimano il proprio voto secondo le modalità usuali (schede cartacee ed urne), ma che durante lo spoglio il presidente del seggio sia affiancato, oltre che dagli usuali collaboratori, da un operatore che immette i dati relativi a ciascuna scheda su di un computer portatile. Alla fine del conteggio i dati vengono stampati e trasmessi attraverso rete GPRS o fissa al Ministero dell'Interno.

L'iniziativa ha suscitato diverse critiche, in particolare a causa dei tempi ristretti in cui questa è stata messa in opera e delle ingenti somme di denaro investite.

Nel merito, è stata in particolare contestata l'adozione di un software proprietario; il fatto che i sorgenti non siano pubblici impedisce di verificare che la trasmissione dei dati rispetti gli standard minimi di sicurezza in uso per tutelare la riservatezza e, soprattutto, la non-manipolabilità dei dati (ovvero firma elettronica, crittografia asimmetrica, protocollo SSL).

Tra gli scenari paventati c'è quello di un periodo di estrema instabilità istituzionale nel caso in cui il risultato del conteggio elettronico non sia conforme a quello tradizionale. Quest'ultima eventualità è però esclusa da un procedimento che prevede che i due conteggi avvengano in contemporanea e che il risultato del conteggio elettronico sia ufficializzato e comunicato solo se identico a quello manuale. In caso contrario il risultato del conteggio elettronico "non ha alcuna incidenza sul procedimento ufficiale di proclamazione dei risultati e di convalida degli eletti".

La Casa delle Libertà, coalizione parte della maggioranza parlamentare di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, si ripresenta con i suoi quattro partiti che hanno costituito l'alleanza principale nelle precedenti elezioni politiche: Forza Italia, il movimento di Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio uscente); Alleanza Nazionale, guidato da Gianfranco Fini (Vicepresidente del Consiglio uscente); Lega Nord, guidato da Umberto Bossi; UDC, partito nato successivamente all'alleanza di cinque anni prima del Biancofiore, riunente il CDU di Rocco Buttiglione e il CCD di Pierferdinando Casini, attualmente posto sotto la guida di Lorenzo Cesa.

A questi si aggiungono una serie di partiti e movimenti, come il Nuovo PSI di Gianni De Michelis, confermando l'alleanza della precedente appuntamento elettorale, ma subendo la scissione di Bobo Craxi, questa volta insieme alla Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, partito che in precedenza non si era schierato per una delle due principali coalizioni. Lo stesso per il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio La Malfa, con la differenza che il Movimento Repubblicani Europei, nato a causa del cambio di alleanza operato da La Malfa nel 2001, ora è parte integrante della coalizione avversaria di Romano Prodi. Apparentato è il Movimento per l'Autonomia fondato di recente da Raffaele Lombardo e attivo soprattutto nel meridione d'Italia, richiamante le idee della Lega Nord. Dalla scissione verificatasi nel Partito Radicale a causa della sua decisione di schierarsi e di favorire la vittoria del centrosinistra, sono nati i Riformatori Liberali, guidati da Benedetto Della Vedova, in appoggio alla coalizione di Berlusconi. Anche Alternativa Sociale si collega alla Casa delle Libertà, il partito di Alessandra Mussolini, che nelle precedenti politiche era stata eletta con Alleanza Nazionale, ora a guida di una sua coalizione che raccoglie anche l'appoggio di Forza Nuova di Roberto Fiore e del Fronte Sociale Nazionale di Adriano Tilgher. Altre formazioni apparentate sono: Ambienta Lista (Verdi Verdi), No Euro, S.O.S. Italia, Pensionati Uniti, Patto Cristiano Esteso, Nuova Sicilia, Patto per la Sicilia.

La nuova legge elettorale non prevede l'elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri (che viene designato dal Presidente della Repubblica, in base alla possibilità che ha di riscuotere la fiducia del Parlamento), ma richiede l'indicazione formale di un capo della coalizione, ruolo che viene assegnato dalla Casa delle Libertà a Silvio Berlusconi. Nonostante Berlusconi sia chiaramente intenzionato a tornare alle funzioni di cui si è preso carico negli anni passati, gli alleati Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini vorrebbero proporsi al suo posto nel caso riuscissero ad ottenere un numero di voti superiore a quello di Forza Italia.

L'Unione è il nome assunto dalla coalizione del centrosinistra, già precedentemente presentatasi alle elezioni regionali del 2005, nella quale l'alleanza precedente dell'Ulivo viene estesa ad altre forze politiche, innanzitutto Rifondazione Comunista.

La coalizione è guidata da Romano Prodi, già Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1996-1998 (XIII legislatura), in un governo dell'Ulivo, appoggiato soltanto esternamente da Rifondazione Comunista, e Presidente della Commissione europea nel periodo 1999-2004. La sua designazione come candidato dell'Unione alla presidenza del Consiglio è avvenuta, per la prima volta, in seguito alle elezioni primarie che si sono tenute il 16 ottobre 2005. Nella competizione interna si sono voluti misurare contro Prodi altri leader di partito come Clemente Mastella, Fausto Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Di Pietro. Prodi riscuote un consenso pari al 74% dei 4.300.000 voti espressi; Bertinotti non arriva al 15%, Mastella non arriva al 5%.

I partiti della coalizione, che hanno già partecipato in alleanza alle precedenti politiche, sono: i Democratici di Sinistra, guidati da Piero Fassino; La Margherita, guidata da Francesco Rutelli (che nelle precedenti politiche era soltanto una lista elettorale unente quattro formazioni politiche distinte, ed ora invece rappresenta un soggetto politico unitario nato dall'unione del Partito Popolare Italiano, dei Democratici e di Rinnovamento Italiano); i Popolari-UDEUR, con la guida di Clemente Mastella, la Federazione dei Verdi, di Alfonso Pecoraro Scanio; i Socialisti Democratici Italiani, di Enrico Boselli; i Comunisti Italiani, con segretario Oliviero Diliberto, il Südtiroler Volkspartei. Bertinotti questa volta ha portato Rifondazione Comunista all'interno della coalizione di centrosinistra, similmente Antonio Di Pietro con Italia dei Valori. Presente sin dalle europee, l'alleanza con il nuovo Movimento Repubblicani Europei di Luciana Sbarbati e, dalle regionali, quella con la Lista Consumatori (che si presentano in quattro regioni).

I Democratici di Sinistra, La Margherita e i Repubblicani Europei alla Camera dei Deputati si sono presentati in una lista unica utilizzando il simbolo della coalizione dell'Ulivo.

Nel mese di luglio 2005, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in un incontro con il presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi solleva la questione dell'opportunità di anticipare di un mese le elezioni politiche rispetto alla scadenza naturale della legislatura, ossia di indirle per la prima metà di aprile 2006, allo scopo di evitare un'eccessiva sovrapposizione di appuntamenti elettorali essendo previsto nella primavera 2006 anche un turno di elezioni amministrative e l'elezione stessa del nuovo presidente della Repubblica. Il mandato di Ciampi scade, infatti, a maggio 2006. In un primo momento Berlusconi sembra propenso a rifiutare questa proposta ma il 18 ottobre 2005, annuncia che le elezioni si terranno il 9 aprile e il 10 aprile 2006, mentre la tornata delle amministrative si svolgerà come previsto nel mese di maggio.

La data delle elezioni è stata nuovamente messa in discussione a meno di una settimana dalla data prevista per lo scioglimento delle Camere (gennaio 2006): il presidente del Consiglio dei Ministri ha richiesto di prolungare i lavori del Parlamento, ventilando l'ipotesi, in caso di non accoglimento della richiesta, di non convocare i comizi elettorali fino al termine naturale della legislatura (maggio 2006). Ufficialmente la motivazione della richiesta è quella di permettere al Parlamento di approvare alcune leggi rimaste in sospeso, tra cui anche la parziale riforma dei sistema giuridico che il presidente della repubblica ha rinviato alle Camere per palesi incostituzionalità. Taluni ritengono che Silvio Berlusconi voglia ottenere anche una dilazione dell'applicazione delle norme elettorali (par condicio), le quali regolano i passaggi e gli spazi concessi ad ognuno dei candidati, ed in generale tutte le forme di propaganda. Il presidente della Repubblica si è però detto contrario alla variazione delle data prevista per le elezioni, che, infine, dopo un confronto serrato, è stata confermata, pur con lo slittamento dello scioglimento delle Camere all'11 febbraio. L'accordo è stato raggiunto attraverso uno scambio di atti scritti, in modo da risolvere il contenzioso aperto pochi giorni prima, una modalità di accordo senza precedenti nella storia della Repubblica. Finora infatti questi passaggi sono sempre stati regolati informalmente.

Silvio Berlusconi fin dal 2004 ha proposto di modificare i termini della legge per rendere proporzionali gli accessi televisivi rispetto all'entità della presenza in parlamento delle varie forze politiche, e in tal senso il senatore Lucio Malan, nel 2006, ha presentato un emendamento, ma questa proposta, oltre a ricevere la fermissima opposizione del centrosinistra, non ha ottenuto un consenso unanime neppure tra i partiti della Casa delle libertà, come ad esempio l'UDC che ha manifestato indisponibilità al cambiamento dei principi della legge, pur criticandola.

Le maggiori critiche alla proposta trovano fondamento nella circostanza che Silvio Berlusconi, oltre a controllare direttamente tre reti (televisive) private nazionali (di cui una in odore di illegalità per presunta violazione dell'art. 21, Rete 4) in quanto proprietario di Mediaset, avrebbe un controllo indiretto, in quanto presidente del Consiglio dei Ministri, sulle tre reti pubbliche nazionali (RAI), oltre al fatto che l'eventualità di pagare gli spot elettorali all'azienda del premier configurerebbe conflitto d'interessi.

La Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI ha approvato, con i voti della sola maggioranza di centrodestra, un regolamento di esecuzione della legge sulla par condicio che prevedeva due dibattiti tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, leader rispettivamente della Casa delle Libertà e de L'Unione, tre tra i componenti dei maggiori partiti delle rispettive coalizioni, una conferenza stampa per ogni partito nei giorni precedenti le elezioni ed una conferenza stampa finale del presidente del Consiglio. Prodi ha inizialmente rifiutato di partecipare ai duelli perché riteneva un'illegittima alterazione della parità di trattamento tra le forze politiche la conferenza stampa finale del premier, e solo dopo che il Presidente del Consiglio vi ha rinunciato (definendo peraltro questa rinuncia come una "violenza subita") il leader del centrosinistra ha accettato di prendere parte ai dibattiti. Come condizione ulteriore Prodi ha imposto la definizione di regole precise su tempi e modalità delle domande e delle risposte, ad imitazione del modello americano dei duelli tra George W. Bush e John Kerry. Berlusconi ha accettato questa richiesta pur affermando che simili vincoli non avrebbero permesso un dibattito interessante.

In precedenza SKY TG24 si era offerta di ospitare i duelli dei candidati leader, ovviamente concedendo il segnale anche in chiaro, ma Berlusconi ha declinato l'invito.

I giornalisti scelti per l'arbitraggio dei due duelli principali sono stati Clemente Mimun e Bruno Vespa. Questa scelta è stata oggetto di critica da parte del giornalista Marco Travaglio (noto per essere uno dei critici più assidui sia di Berlusconi che del centrosinistra, nonché uno dei giornalisti più attenti alle vicende giudiziarie dei politici), che dopo aver ricordato i comportamenti passati di Vespa e Mimun, chiede retoricamente: posto che, a quanto pare, Prodi e Berlusconi hanno scelto un arbitro per ciascuno, quale sarebbe l'arbitro di sinistra?

Il primo dei duelli si è svolto in diretta su Rai Uno il 14 marzo 2006, sotto l'arbitraggio di Clemente Mimun, direttore del Tg1, e con le domande affidate a Marcello Sorgi, giornalista de La Stampa, e Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero (che ha avviato il dibattito), che hanno toccato, con le domande rispettivamente rivolte a Berlusconi e a Prodi, diversi argomenti. Nonostante le regole ferree che prevedevano trenta secondi per ogni domanda, due minuti e mezzo a testa per ogni risposta, e un ulteriore minuto a testa per le repliche, non sono mancate alcune piccole violazioni, che però non hanno influito troppo sul dibattito: alla seconda domanda Mimun non ha concesso a Prodi la replica finale da un minuto; e Berlusconi ha sforato tre volte il tempo di risposta alle domande (da lui contestato), poi puntualmente concesso al leader dell'Unione. Secondo alcuni dei quotidiani lo scontro si è concluso leggermente a favore di Prodi, con lo stesso Berlusconi a dichiararsi insoddisfatto del non essere riuscito ad esporre adeguatamente le sue idee proprio per le regole ferree. Il "match" è stato seguito da sedici milioni di spettatori (52% di share).

A questo si sono susseguiti altri tre duelli, sempre con un "paladino" per coalizione: Fausto Bertinotti (Rifondazione) vs Roberto Maroni (Lega Nord-MPA) il 15, Pierferdinando Casini (UDC) vs Francesco Rutelli (Margherita) il 22 e Piero Fassino (DS) vs Gianfranco Fini (AN) il 29, con le stesse modalità del primo dibattito. Unica differenza, l'estrazione a sorte, in diretta, del turno di parola e della posizione in studio (a destra o a sinistra di Mimun).

I duelli tra i due contendenti principali sono stati trasmessi da altre emittenti che hanno così usufruito del segnale Rai: in Italia, LA7 (all'interno di Otto e mezzo) e SKY TG24, all'estero da CNN, TSI, TVE (attraverso il canale all-news Canal 24 Horas) e dalla francese Public Sénat. Diversi quotidiani online, tra cui il Corriere della Sera e La Repubblica, hanno poi diffuso in streaming via Internet i cinque tête-à-tête.

A due giorni dalla chiusura della campagna elettorale Mediaset invita i due leader a confrontarsi in un terzo dibattito televisivo su Canale 5 all'interno del programma Terra!, con regole molto meno restrittive. Prodi, che in video-chat sul Corriere della Sera afferma di non essere ben trattato dalle emittenti del premier declina l'invito così come ha fatto per gli altri che ha avuto dai direttori di tg (addirittura da Emilio Fede); d'altro canto l'amministratore di Mediaset Fedele Confalonieri rilascia un' intervista in cui lamenta discriminazioni nei confronti delle sue reti. Gli organizzatori di Terra! provano comunque a realizzare una trasmissione in cui Berlusconi si trovi a confrontarsi con direttori di giornali (alcuni dei quali vicini alla sinistra). Questo tipo di soluzione, pur con una sorta di "contraddittorio", violerebbe la legge sulla par condicio, quindi l'Authority invita a non mandare in onda la trasmissione e gli stessi giornalisti di Canale 5 si associano. Alla fine va in onda una versione di Terra! in cui si dibatte su quello che è accaduto nella contestatissima giornata.

Recentemente il mercato del lavoro è entrato tra gli argomenti di discussione della campagna elettorale, sia in relazione alla sensazione di diminuzione del potere d'acquisto che in quanto base di un modello sociale.

Malgrado l'introduzione delle riforme abbia aumentato l'occupazione, conteggiando sia quella a tempo indeterminato che a breve termine, ed entrambi gli schieramenti abbiano, in qualche misura, condiviso le idee di fondo (il "Pacchetto Treu" è opera del centrosinistra, la successiva legge 30/2003, più nota con il contestato appellativo di Legge Biagi, del centrodestra), parte dei politici giudicano l'introduzione del cosiddetto "lavoro flessibile" un metodo per far lavorare più persone possibili o come preludio al "lavoro fisso", più che come sistema alternativo di organizzazione della forza lavoro. L'incremento annuo dei posti di lavoro, sia a tempo determinato che indeterminato, è diminuito dal 2% del 2001 allo 0,9% del 2004, attestandosi al di sopra della media europea che è variata dall'1,7% allo 0,7%.

Il centrosinistra ritiene che la "flessibilità" introdotta dalla legge approvata dal centrodestra corrisponda a "precarietà", considerando l'occupazione generata non duratura e non tutelata dal punto di vista della previdenza sociale e priva di garanzie sindacali, ed è avversa quindi a queste riforme. Inoltre la Legge 30/2003 non terrebbe conto di una serie di ammortizzatori sociali complementari alla flessibilità. Preoccupazioni simili sono condivise dalle formazioni di centro, anche se in riguardo alla realizzazione pratica e non alla formulazione teorica, cioè per come sono state applicate e non per come sono state ideate. L'area liberale del centrodestra ritiene invece che un certo grado di libertà nel mercato del lavoro possa rendere più disponibili le aziende alle assunzioni ad ogni segnale di crescita della domanda, rafforzandole nella competizione internazionale, e in parallelo, giovare all'occupazione.

Secondo le analisi dell'Istat, nel 2005, per la prima volta dal 1994, l'occupazione stabile è diminuita di 102.000 unità di lavoro (corrispondenti ad unità di 8 ore), il centrosinistra la ritiene una diminuzione dell'occupazione, mentre il centrodestra la considera una diminuzione dovuta al milione di ore di sciopero in più rispetto all'anno precedente.

La crescita annua del PIL, cioè della ricchezza totale prodotta, ha subito un arresto passando dall'1,8% del 2001 allo 0% del 2003 e lo 0,1% del 2005, attestandosi quindi al di sotto della media dei paesi che hanno adottato l'Euro che è diminuita dall'1,9% all'1,3% del 2005.

Comparando i dati dell'Italia con quelli dei paesi della zona Euro (si veda Eurostat alla voce General government gross dept) si nota che mentre la media europea ha lievemente aumentato il debito pubblico in percentuale sul PIL dal 63,1% al 63,3% nel periodo 2000-2004, l'Italia lo ha diminuito dal 110,9% al 106,5% mentre in parallelo, a fronte di un aumento della popolazione del 2,6%, la bassa crescita del PIL, inferiore alla media europea, e l'inflazione abbastanza elevata hanno determinato l'impoverimento medio di ogni abitante pari al 5,5% rispetto alla media europea, dato che il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto rapportato alla media dei 25 paesi dell'Unione Europea, è sceso da 109,4 a 101,3, mentre la media dei paesi dell'eurozona da 108 a 105,8.

Tuttavia, dal 2004 al 2005, il debito pubblico ha ricominciato a salire: al 2005 è stimato al 108,5%, con previsione di un 110% per il 2006, mentre allo stesso tempo l'avanzo primario è sceso dal 5,6% del PIL nel 2001 allo 0,6% del 2005. Il deficit pubblico è salito al 4,1% del 2005 dal 3,2% del 2001, infrangendo il limite imposto dal Patto di stabilità e crescita in tutti gli anni a parte nel 2002. Il fabbisogno di cassa è aumentato e rispetto al 2001 il bilancio statale segna due punti e mezzo in più di spesa corrente (fonte: Banca d'Italia).

Sono in crescita i fallimenti delle imprese commerciali che, in 5 anni, sono aumentati del 10% e, solo nel 2005, sono stati 245.000. Per quanto riguarda la distribuzione del reddito la media del 20% dei salari più ricchi è aumentata da 4,8 a 5,6 volte la media dei salari più poveri, superiore alla media europea che è aumentata da 4,4 a 4,8 volte.

Secondo l'opinione del ministro Tremonti, il Paese è all'inizio di una tendenza positiva in seguito a due fattori: dall'inizio del 2006 il mercato dell'auto sarebbe aumentato del 30% e l'IVA sugli scambi interni, mediamente, del 6%.

Un altro dei temi della campagna elettorale è la complessa questione della riduzione della pressione fiscale, uno dei punti del programma elettorale chiamato Contratto con gli italiani presentato da Berlusconi alla vigilia delle elezioni del 2001.

Una parziale riorganizzazione del sistema di tassazione, con conseguente riduzione delle imposte è iniziata nel 2002 e si è conclusa entro lo scorso 2005, con forte incidenza sull'ultima manovra finanziaria, raggiungendo una riduzione complessiva della pressione fiscale dello 0,1% del PIL (Leggi 289/02, 27/03 e 80/05). Tale manovra ha comportato la ridefinizione delle aliquote fiscali e la loro riduzione come numero, dato che è stata abolita l'aliquota fiscale più elevata ed è stato innalzato il livello di reddito sotto al quale non si pagano tasse (no tax area).

L'opposizione ha tuttavia biasimato il governo Berlusconi per aver compiuto l'intera operazione finanziando la riduzione delle imposte dirette (sui redditi) attraverso l'aumento delle imposte indirette (quali bolli, tassa di registro, imposte ipotecarie e catastali, ecc.). La gravità dell'operazione è determinata dalla redistribuzione delle imposte a favore dei redditi più alti, dato che le imposte indirette, a differenza di quelle dirette, non sono progressive, ma sono uguali per tutti e danneggiano quindi in modo più sensibile i meno abbienti.

Per di più l'operazione è stata realizzata in uno dei periodi peggiori per il Paese dal punto di vista economico, senza che sia presente la copertura finanziaria a fronte dell'enorme debito pubblico italiano che va oltre il 100% del PIL, contro la media europea del 60%. L'Unione ha proposto come obiettivo di diminuire di 5 punti percentuali il cuneo fiscale, cioè la differenza fra il costo del lavoro per le imprese e lo stipendio netto percepito dai lavoratori. Questo provvedimento secondo alcuni economisti andrebbe a intaccare la previdenza sociale. Nella finanziaria del 2005 il cuneo fiscale è stato diminuito di 1 punto percentuale. La maggiore critica della Casa delle Libertà a questo punto del programma dell'Unione riguarda la copertura finanziaria di una riduzione così importante e immediata. La Casa della libertà ha infatti proposto una riduzione progressiva in tre anni di 3 punti. L'Unione ha ribattuto che solo un intervento consistente e immediato può generare rapidamente quelle risorse aggiuntive a disposizione delle imprese e dei consumatori necessarie ad agevolare la ripresa economica e che le risorse necessarie sono inferiori a quelle necessarie alla realizzazione di alcuni punti del programma della Casa delle libertà.

Trai risultati diplomatici conseguiti dal governo uscente i più significativi sono stati gli accordi con la Libia (supportando anche i suoi contatti con l'UE), la riduzione dei flussi migratori illegali provenienti dall'Albania, gli accordi NATO-Russia (dichiarazione di Roma, anche se è ignoto il reale contributo dell'Italia), l'assegnazione dell'Authority europea sulla sicurezza alimentare a Parma (occasione dell'incidente diplomatico con la Finlandia).

Sul piano internazionale l'immagine del Presidente del Consiglio dei Ministri e, conseguentemente anche dell'Italia, ha registrato alcuni incidenti dovuti a gaffe del presidente stesso. Tra queste l'affermazione, fatta nel 2001, che la civiltà occidentale fosse superiore a quella islamica provocò le proteste di tutto il mondo arabo; il suggerimento all'eurodeputato tedesco Martin Schultz di interpretare il ruolo di kapò in un ipotetico film; l'infelice battuta nei riguardi del presidente della repubblica e sulla cucina finlandesi; il susseguirsi di affermazioni e smentite durante una sua visita negli USA riguardo all'eventuale ritiro delle truppe italiane in Iraq. Silvio Berlusconi ha sostenuto che tutti questi incidenti siano dipesi da fraintendimenti, casuali o voluti, di sue affermazioni da parte dei giornalisti.

Rimangono ancora in sospeso le indagini sull'uccisione di Nicola Calipari in Iraq da parte delle forze armate USA, in cui non si è raggiunto un accordo comune tra i due governi sulla versione dei fatti, tale da soddisfare entrambe le nazioni, creando una situazione in cui vengono affermate due diverse versioni sullo svolgimento dei fatti dai due governi coinvolti. Tale accadimento però, come hanno sottolineato entrambi i governi, non ha sortito alcun effetto sui rapporti diplomatici e sulle azioni comuni dei due Stati.

Ha destato preoccupazione la lentezza, talvolta l'assenza, di parti dell'apparato statale (Governo, Parlamento e Banca d'Italia) a riguardo delle irregolari vicende finanziarie: le obbligazioni argentine (tango bonds), i crack Parmalat e Cirio e la questione sull'acquisto delle banche Antonveneta e BNL, denominata Bancopoli, nella quale sono coinvolti funzionari statali, quali Roberto Calderoli della Lega Nord e Aldo Brancher di Forza Italia, e un europarlamentare, Vito Bonsignore dell'UDC. Il Parlamento ha varato la legge sulla protezione del risparmio alla fine del 2005, dopo 2 anni di dibattiti su questo argomento.

Durante la polemica per le caricature su Maometto, iniziata circa tre mesi dopo la loro pubblicazione, l'ex Ministro delle Riforme Roberto Calderoli ha mostrato di portare una maglietta con una di queste caricature. Questa è stata creduta la motivazione degli assalti al consolato italiano a Bengasi. Calderoli si è quindi dimesso dopo che entrambe le coalizioni lo avevano fortemente criticato per il gesto irresponsabile.

In seguito il capo di stato libico Muammar Gheddafi ha affermato, in un discorso ufficiale, che gli attacchi sono dovuti all'"odio che i libici provano verso gli italiani" risalente al periodo dell'occupazione italiana (1911-1942), ed ha quindi insistito perché lo stato italiano offra un "simbolo di riconciliazione". La Guida libica ha anche velatamente minacciato l'Italia affermando che tali attacchi potrebbero nuovamente ripetersi nel caso in cui le sue richieste non fossero accolte, tali affermazioni sono state criticate e respinte da tutti i partiti politici italiani.

Anche il terrorista internazionale al-Zawàhiri ha citato l'episodio della maglietta dell'ex-ministro in suo discorso registrato. Calderoli si è detto orgoglioso di ambedue i riferimenti e si è detto "pronto a morire" per la democrazia.

Silvio Berlusconi, in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, ha effettuato un viaggio negli Stati Uniti, durante il quale ha ricevuto il convinto apprezzamento di Bush, per la comune condivisione degli ideali democratici, una calorosa accoglienza del Congresso, dove c'erano molti big della politica americana, (anche se i fra deputati c'erano numerose assenze), per il suo discorso incentrato sul fermo supporto alla lotta contro il terrorismo, e la Medaglia per la Libertà della Fondazione Americana Intrepid.

La testata giornalistica The Independent ha rilevato come Berlusconi sia un importante alleato per Blair, per la sua comune visione della politica estera e per la vicinanza di opinione al riguardo dell'UE, sottolineando come durante questi anni i legami tra Italia e Gran Bretagna siano stati "i più stretti dai giorni di Gladstone", ma allo stesso tempo osserva che è uno degli alleati di Blair più scomodi e contestati dal suo partito.

Il settimanale The Economist ha sostenuto che Berlusconi sia sostanzialmente "inadatto a governare l'Italia" ed ha maturato un giudizio lievemente migliore, ma comunque fortemente negativo, per la coalizione di centrosinistra.

Per quanto riguarda la coalizione di centrosinistra, alcuni giornali esteri (The Economist e The Times) sostengono come la sua diversità e divisione interna rappresentino un problema per la credibilità la capacità di governo.

The Times ha velatamente riferito al programma del centrosinistra l'espressione "il più lungo biglietto di suicidio della storia", originariamente formulata da Margaret Thatcher per il programma laburista.

I programmi di entrambe le fazioni sono stati criticati per la vaghezza nelle indicazioni della copertura finanziaria.

Durante gli ultimi mesi del 2004, la Casa delle Libertà ha proposto una vasta e consistente riforma della Costituzione Italiana.

La proposta prevede una serie di modifiche nella struttura stessa dello stato per portarlo, dall'attuale sistema basato sul bicameralismo perfetto e sul mero ruolo di mediatore del presidente del consiglio, a un nuovo sistema basato sul bicameralismo imperfetto, con una legislazione più snella, e sulla centralità del Primo Ministro (non più definito presidente del consiglio), il quale, eletto dal popolo, non potrà perdere la fiducia del parlamento se non con il meccanismo della sfiducia costruttiva, di matrice tedesca e garante di stabilità.

Le due più significative modifiche riguardano il modo di fare le leggi e la devoluzione fortemente voluta dalla Lega Nord, che introduce elementi federalistici nel nostro sistema. Quanto al primo punto, salvo alcune leggi di competenza di entrambe le Camere, è previsto un procedimento monocamerale, che permetterà di dimezzare i tempi della legislazione. Quanto al secondo, si rafforzano i poteri esclusivi delle Regioni in ambito di sanità, scuola, polizia amministrativa, e il Senato (detto Federale) ne sarà espressione, essendo eletto contestualmente alle elezioni regionali. Al contempo si rintroduce l’interesse nazionale, abrogato dalla riforma varata dal centrosinistra nel 2001, e si recuperano alla potestà statale competenze come i trasporti.

Inoltre il numero complessivo dei parlamentari passerà dai circa 950 attuali a 750.

La riforma in questione è criticata in particolare per la maggiore quota di giudici della Corte costituzionale nominati dal Parlamento e la riduzione di poteri di garanzia, tra i quali lo scioglimento delle Camere, in capo al Presidente della Repubblica (eletto dal Parlamento) e il conseguente spostamento di questi poteri nelle mani del Presidente del Consiglio, eletto dal popolo (seguendo il modello inglese), la non menzione dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

La riforma è stata approvata dal Senato in via definitiva il 17 novembre 2005. Durante il secondo passaggio alla Camera la maggioranza di governo (Casa delle Libertà) ha dovuto registrare l'astensione di Marco Follini, ex leader dell'UDC.

La Costituzione prescrive, per le revisioni costituzionali, che il Parlamento approvi due volte, per ciascuna delle camere, con un intervallo di almeno tre mesi, ogni modifica, e, nel caso di maggioranza inferiore ai 2/3 in seconda lettura, ne rende possibile l'approvazione attraverso un referendum richiesto da parte di 500.000 cittadini o di cinque consigli regionali, senza che sia richiesto il raggiungimento del quorum, a differenza di quello abrogativo. Non avendo raggiunto nelle due votazioni finali la maggioranza dei 2/3 ed essendosi già attivati sia l'opposizione parlamentare che numerosi consigli regionali, tra l’altro quello lombardo, di centrodestra, le modifiche alla costituzione dovranno essere sottoposte a referendum popolare. Anche il comitato "Salviamo la Costituzione" presieduto dall'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha raccolto le firme per tale referendum costituzionale (confermativo) che ha chiesto il parere degli elettori sull'eventualità di mantenere o meno la legge.

La consultazione referendaria, tenutasi il 25 e 26 giugno 2006, ha poi bocciato la riforma con il 61,3% di no.

Uno dei temi che è attualmente oggetto di dibattito, per le sue implicazioni strategiche, politiche, economiche ed ambientali di lungo termine, è quello sulla scelta e l'uso delle fonti energetiche.

Il ministro Scajola ha recentemente sostenuto la necessità di ridurre gli sprechi e diversificare le fonti di approvvigionamento di gas naturale. La soluzione a lungo termine individuata dal ministro Tremonti, e altri esponenti della sua coalizione, consiste nella costruzione di centrali nucleari per risolvere il problema delle dipendenza strutturale dall'estero.

La strategia di Romano Prodi, basata sul Protocollo di Kyōto, coincide sostanzialmente con quella del ministro Scajola, per quanto riguarda il breve termine, ma prevede il massiccio sviluppo di fonti energetiche alternative quali l’eolico, le biomasse, il solare ed il geotermico in risposta ai problemi strutturali del Paese, giudicando l'energia nucleare una possibilità importante per il futuro solo in caso di miglioramento della tecnologia.

Le critiche sollevate dal Presidente del Consiglio e da vari membri del governo indirizzate ad alcuni magistrati definiti "politicizzati" o "toghe rosse" ed in generale verso la categoria, che sostengono si comporti come una "corporazione", sono state pesantemente respinte dalla magistratura in toto, così ha fatto anche il centrosinistra. Inoltre Silvio Berlusconi ha polemicamente osservato che all'avvicinarsi di ogni competizione elettorale viene fatto oggetto di nuove indagini o procedimenti.

Dall'altra parte il centro-sinistra ha affermato che buona parte di queste leggi sono leggi ad personam volte a salvare la persona del premier dai procedimenti giudiziari a suo carico relativi alle sue attività imprenditoriali.

Il Capo dello Stato ha spesso richiamato sia il governo che la magistratura a mantenere un comportamento corretto verso le rispettive istituzioni; in particolare, verso la fine del febbraio 2006, ha rinnovato il suo invito ai magistrati non solo ad essere imparziali, ma anche ad apparire tali, pur affermando di comprendere la loro posizione.

L'informazione in Italia è un tema a dir poco delicatissimo, date le storture del mercato tv dove vige di fatto un duopolio dominato da Mediaset (praticamente l'unico polo privato) e RAI che si dividono il 90% di risorse e ascolti. Pesa inoltre il presunto conflitto d'interessi del premier che oltre ad avere le 3 reti private, secondo alcune associazioni sovranazionali potrebbe anche influire sul servizio pubblico. Senza contare le ripetute violazioni delle sentenze della Corte Costituzionale. E in tutta questa situazione grava il fatto che la Corte di Giustizia Europea sta analizzando la legge Gasparri, che ha regolamentato il sistema radio-tv. Tale tema è stato trattato nel primo faccia a faccia. Il premier ha detto che Mediaset, che la sinistra voleva distruggere, è un'azienda apprezzata che ha dato molto all'Italia, Prodi ha risposto che non v'è nessun intento punitivo nei confronti di tale azienda ma che il conflitto d'interessi è severamente regolamentato in tutta Europa, anche se sulla questione non si è legiferato nell'ultimo governo di centrosinistra,a causa della ricerca di un dialogo con l'opposizione. Il leader dell'Unione, in precedenza, aveva auspicato la nascita di un terzo polo tv. Sempre sulla delicatissima questione, l'OSCE ha criticato i media italiani, ritenendo che fossero troppo sbilanciati sul centrodestra.

Per la prima volta nella storia dell'Italia, le elezioni politiche del 2006 hanno visto la presenza di una missione di osservazione elettorale da parte dell'OSCE. La legge elettorale è stata appositamente modificata poiché non prevedeva (così come nessuna delle precedenti leggi) la presenza di osservatori internazionali nei seggi.

Malgrado la denuncia di possibili brogli da parte di entrambi gli schieramenti durante la campagna elettorale, nel corso della missione preliminare (Needs Assessment Mission) che serviva a valutare le necessità per la missione di osservazione elettorale vera e propria, svoltasi a febbraio 2006, tutte le forze politiche avevano espresso fiducia nelle modalità di svolgimento delle operazioni di voto e di scrutinio.

La missione di osservazione elettorale dell'OSCE si è dunque composta esclusivamente di un Core Team di nove elementi, guidati dallo statunitense Peter Eicher, che si sono concentrati particolarmente sulla campagna elettorale e sul monitoraggio dei mass media, giudicati dall'organizzazione troppo sbilanciati, come già detto, sul centro-destra.

Come per tutte le missioni elettorali dell'OSCE, dopo la fine del processo elettorale è stato pubblicato un rapporto finale contenente i commenti della missione relativi al rispetto degli standard democratici durante le elezioni.

Nel periodo preelettorale sono stati realizzati molti sondaggi commissionati per lo più da giornali nazionali e stazioni TV, che hanno visto un predominio dell'Unione di circa il 5%. È da notare che i tre sondaggi che attribuivano un lieve vantaggio in termini di voti per la Casa delle Libertà sono stati tutti commissionati dal partito di Berlusconi, il quale ha più volte accusato una simpatia verso sinistra dei sondaggisti italiani.

Il risultato finale alla Camera (49,76% dell'Unione contro il 49,69% della Casa delle Libertà) e quello del Senato (49,2% dell'Unione contro il 49,9% della Casa delle Libertà) ha avuto un discostamento di circa il 3% dalla quasi totalità dei sondaggi, inclusi gli exit poll. I sostenitori di centrosinistra hanno provato a spiegare questa discrepanza sostenendo la tesi secondo cui ci sarebbero molti elettori della Casa delle Libertà che non comunicavano il loro voto quando venivano intervistati.

Lunedì 11 aprile 2006, ore 15:00: seggi chiusi e urne aperte; è iniziato lo spoglio dei voti. Gli exit poll confermavano tutti il risultato dei sondaggi preelettorali con L'Unione avanti di 5 punti percentuali sulla Casa delle Libertà ma i primi dati provenienti dal Viminale e le prime proiezioni già ridimensionavano la situazione. I dati del Ministero continuavano ad uscire con notevoli ritardi, il Viminale ha parlato di "problemi tecnici", e nel frattempo il vantaggio dell'Unione continuava lentamente ad assottigliarsi sempre più fino ad arrivare al sorpasso per quanto riguardava il voto del Senato, mentre il risultato parziale della Camera sembrava avere lo stesso tipo di andamento.

Nella notte, a scrutini non ancora finiti, il ministro Pisanu esce dalla sede del Ministero, partecipa ad una breve riunione nell'abitazione di Berlusconi e poi torna al lavoro. Le ragioni del vertice notturno non sono note. Alcuni giornali hanno riportato indiscrezioni secondo le quali Berlusconi avrebbe chiesto a Pisanu di invalidare le elezioni ed il ministro avrebbe risposto di non poterlo fare. Il Senato sembra essere nelle mani della Casa delle Libertà, mancano soltanto da assegnare i seggi dei senatori votati dagli italiani all'estero, novità della nuova legge elettorale voluta dal ministro Tremaglia. Per la Camera rimane in vantaggio l'Unione ma molti si aspettano di vedere un sorpasso analogo a quanto avvenuto al Senato (nelle precedenti elezioni alla Camera era favorita la CdL). Gli scrutini della Camera si concludono intorno alle 3 di notte (dopo uno scrutinio durato oltre 10 ore) e il sorpasso non arriva. Ai fini dell'assegnazione del premio di maggioranza, in base alla legge elettorale, non bisogna tener conto dei risultati della Valle d'Aosta e del voto degli italiani all'estero, entrambi nettamente a favore del centro sinistra, e ciò rende la situazione ancor più delicata, sul filo del rasoio. Alla fine il pacchetto di seggi del premio di maggioranza viene assegnato all'Unione grazie ad appena 26.000 voti di vantaggio (esclusi quindi valdostani e italiani all'estero).

L'andamento del grafico è stato oggetto di molte critiche da parte di diversi giornalisti: infatti si nota come i due grafici sono speculari e il vantaggio si assottiglia sempre più con l'andare del tempo. Il giornalista Enrico Deaglio, nel suo film-reportage Uccidete la democrazia, sostiene che questo andamento è indice di brogli elettorali da parte del centrodestra che riusciva a dirottare costantemente una parte delle schede bianche verso la coalizione, precisamente per Forza Italia, diminuendo costantemente lo svantaggio. Deaglio è stato successivamente indagato con l'accusa di aver diffuso notizie false e destabilizzanti dell'ordine pubblico. In seguito a tutte queste polemiche e vicende le giunte di Camera e Senato hanno deciso di procedere con la riconta parziale delle schede, per fare chiarezza su presunti brogli perpetrati dai rappresentanti di lista dei partiti dell'Unione. Secondo alcuni questo potrebbe essere spiegato dalla conclusione più rapida delle operazioni di voto e di scrutinio in alcune regioni tradizionalmente più efficienti, cosiddette "rosse", come Toscana ed Emilia Romagna, storicamente appannaggio della sinistra.

La sorpresa arriva poi dal voto degli italiani all'estero: l'Unione conquista 4 senatori contro uno solo della CdL, recuperando anche lo svantaggio al Senato. Prodi è il vincitore.

In rosso le vittorie regionali dell'Unione, in blu quelle della Casa delle Libertà. Su ogni Regione vengono indicati i seggi garantiti alla coalizione vincitrice. Superando elettoralmente tale soglia garantita, in Lombardia il centro-destra guadagnò un 27° seggio, mentre in Toscana fu il centro-sinistra a strappare un 11° eletto. In Valle d'Aosta il collegio è uninominale e non c'è rappresentanza delle minoranze. In Trentino-Alto Adige si vota con sei collegi uninominali ed uno proporzionale: risultarono eletti cinque esponenti dell'Unione e due della Casa delle Libertà. In Molise si vota col sistema proporzionale senza premio di maggioranza.

Sulla base dei risultati comunicati dal Viminale, l'Unione di Romano Prodi proclama la vittoria, ma la coalizione di centrodestra non ritiene di accettare immediatamente il risultato della consultazione elettorale. La contestazione nasce dal minimo scarto di voti che aggiudica al centrosinistra la maggioranza nei due rami del parlamento. Alla Camera dei Deputati infatti il centrosinistra si aggiudica il premio di maggioranza con un vantaggio di 25.224 voti, ovvero dello 0,06% che assicura alla coalizione vincente una consistente maggioranza di seggi (340 deputati, poi saliti a 348 con gli eletti all'estero e in Valle d'Aosta).

Anche al Senato, nonostante un vantaggio di circa lo 0,6% per il centrodestra, l'Unione risulta avere la maggioranza dei seggi, con uno scarto positivo consistente in due senatori grazie al voto estero: tale vantaggio risulta poi rafforzato dall'appoggio quasi certo di un senatore indipendente della circoscrizione estero (che avrebbe appoggiato la coalizione vincente) e di almeno quattro senatori a vita. Qualcuno parla addirittura di una sorta di nemesi: la legge elettorale e il voto all'estero, voluti fortemente dalla Casa delle Libertà, permettono la vittoria del centrosinistra (anche) al Senato, seppur di stretta misura e nonostante il numero di elettori totali sia favorevole al centrodestra per oltre 200.000 voti: 17.713.163 contro 17.511.309.

Non era mai successo, nella storia parlamentare italiana, che le elezioni politiche si giocassero su un numero di voti così esiguo. Molti hanno parlato di un quasi pareggio e di un voto che divide l'Italia in due; peraltro, anche il risultato elettorale del 2001 - sotto il profilo dei voti raccolti - non aveva fatto emergere una maggioranza assoluta di voti a favore della coalizione vincente: alla Camera la Casa delle Libertà raccolse il 45,40% dei voti nella quota maggioritaria e il 48,6% nella quota proporzionale, ed al Senato con il 42,53% dei voti ottenne 176 seggi su 315. Sta di fatto che nel 2006, come detto, alla Camera l'Unione ha avuto 19.001.684 voti, e il Polo 18.976.460; ma a questi dati bisognerebbe aggiungere i voti della Val d'Aosta (calcolati separatamente perché hanno leggi elettorali diverse): 35.302 per l'Unione e 19.237 per il Polo; inoltre, occorre aggiungere i voti delle circoscrizioni estere: 459.454 per l'Unione e 369.952 per il Polo.

In tutto, quindi, l'Unione ottene 130.801 voti in più alla Camera (19.496.450 contro 19.365.649) ma 201.854 in meno al Senato (17.511.309 contro 17.713.163).

Nell'immediato dopo voto, Silvio Berlusconi, forte del risultato di quasi parità, poco dopo aver prospettato all'Unione l'ipotesi di formare una grande coalizione, dichiara che riconoscerà la vittoria dell'avversario solo al termine delle verifiche circoscrizionali dei voti contestati. I maggiori leader della Casa delle Libertà sottolineano pertanto l'importanza di attendere il termine della verifica delle schede elettorali contestate e provvisoriamente non assegnate. Forza Italia organizza anche un sito web dal nome "Operazione ricontiamo" contenente una petizione da inoltrare al Presidente della Repubblica per richiedere il conteggio dei voti non validi, ossia il riconteggio delle schede nulle, più di un milione. Dopo una giornata di apparente distensione, il Presidente del Consiglio uscente passa all'attacco, accusando l'esistenza di supposti brogli elettorali, che sarebbero "tanti, tantissimi", così tanti che "il risultato deve cambiare", e chiedendo tempo per controllare verbali, schede, scrutini. La legge elettorale esclude però la possibilità di ricontare le schede definitivamente assegnate. Berlusconi dichiara che telefonerà a Prodi (che nel frattempo riceve i complimenti per la vittoria da diversi capi di stato) solamente dopo che saranno state finite di assegnare in sede circoscrizionale le circa 43 mila presunte schede contestate capaci numericamente di ribaltare il risultato elettorale alla Camera.

Nelle ultime ore prima della scadenza del termine a disposizione delle Circoscrizioni per ufficializzare il voto, Silvio Berlusconi ipotizza anche la promulgazione di un decreto legge che allunghi i tempi per ricontare tutte le schede e riesaminare i verbali. La proposta secondo fonti giornalistiche viene avanzata al Quirinale che esprime forte parere negativo, incontrando anche la perplessità dello stesso Ministro dell'Interno Beppe Pisanu. Sia il Presidente della Repubblica che il Ministro hanno espresso soddisfazione per la correttezza della consultazione elettorale, e nessun altro esponente politico oltre Berlusconi ha denunciato brogli.

Scaduti i tempi di verifica, il Viminale ammette: «È stato un errore materiale». Il numero delle schede contestate si riduce da 43.028 a 2.131 per la Camera dei deputati, e da 39.822 a 3.135 per il Senato, chiudendo la disputa sulla legittimità del responso elettorale. Berlusconi rifiuta comunque di accettare il risultato elettorale, allo stesso tempo riproponendo l'ipotesi di una grande coalizione con la sinistra. Nel frattempo forte del risultato elettorale finale Prodi dichiara "Il premier si scusi, ha spaccato il Paese".

A distanza di un giorno, Roberto Calderoli, interpretando a suo modo la legge che ha contribuito a scrivere lui stesso, ha sostenuto in data 15 aprile che «la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista è data dalla somma delle cifre elettorali circoscrizionali e quindi la Lega Alleanza Lombarda, che si è presentata con Unione, potendo contare solo sulla somma della cifra elettorale della circoscrizione Lombardia 2, non dovrebbe concorrere coi suoi 45.580 voti al calcolo del totale per il centrosinistra». La dichiarazione di Calderoli è stata tuttavia smentita dalla Corte di Cassazione il 19 aprile, sebbene l'ex Ministro delle Riforme Istituzionali, lette le motivazioni esposte dalla Suprema Corte, non abbia accettato l'esito ed abbia ribadito che la Casa delle Libertà risulta vincente come computo complessivo delle preferenze.

Nel settembre 2007 viene concluso il riconteggio dei voti voluto dal centrodestra, i dati confermano sostanzialmente lo scrutinio elettorale, il leader del centrodestra tuttavia non ha mai riconosciuto ufficialmente la vittoria del centrosinistra.

Dopo l'assegnazione dei seggi, il partito della Rosa nel Pugno ha contestato la mancata assegnazione di quattro seggi del senato a propri candidati. La controversia riguardava l'interpretazione della legge elettorale in riferimento al calcolo del quorum del 3 per cento dei voti. Il ricorso richiesto dalla Rosa nel Pugno non è stato accolto.

Nelle ore successive lo scrutinio, in aperto contrasto con la proclamazione della vittoria dei leader del centrosinistra, molti esponenti della Casa delle Libertà sostengono che il risultato non è una sconfitta, ma al massimo un pareggio, in attesa di ricontrollare lo scrutinio. Dopo il silenzio iniziale, da parte di Silvio Berlusconi emerge una proposta, rifiutata in partenza dal centro sinistra, di governo istituzionale ispirato alla Grosse Koalition tedesca. Nello stesso tempo alcune dichiarazioni di Gavino Angius, esponente dei DS, darebbero adito alla possibilità di un accordo che porti ad assegnare la presidenza di una delle due camere al centrodestra. Immediatamente arriva la smentita di Romano Prodi. Nei giorni successivi, continua il balletto di dichiarazioni e controdichiarazioni. Massimo D'Alema rilascia un'intervista sul Corriere della Sera dai toni distensivi, riguardante un possibile accordo sull'elezione del Presidente della Repubblica, seguita da una lettera di Silvio Berlusconi che con più decisione rilancia l'ipotesi di grande coalizione, invitando Romano Prodi a "trovare insieme soluzioni nuove", qualunque sia l'esito finale delle verifiche sullo spoglio in corso. Molte altre voci si sono espresse contro a questa eventualità, da Rifondazione Comunista ma anche dalla Lega Nord e dall'UDC, fino a che essa è tramontata completamente alla vigilia delle prime importanti scadenze parlamentari (elezione dei Presidenti di Camera e Senato e del nuovo Presidente della Repubblica). Lo stesso giorno dell'elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano, da parte di Berlusconi e del ministro uscente Castelli si è invece ripreso il tema delle verifiche sulla correttezza dei risultati elettorali, preannunciando che tale questione verrà posta alla Giunta dei due rami del Parlamento. Recentemente, la questione dei brogli elettorali è stata ulteriormente infiammata dall'uscita del dvd Uccidete la democrazia!, di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, che paventa l'ipotesi che alcune schede bianche possano essere state "trasformate" in voti per la Casa delle Libertà, tramite un semplice software. In seguito all'inchiesta, la giunta per le elezioni ha deciso di ricontare le schede bianche in 9 regioni d'Italia, ma nel frattempo Deaglio ha ricevuto una querela per diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico ed è indagato dalla procura di Roma. La querelle sulla regolarità delle votazioni ha avuto un seguito nel luglio 2007, ad opera di un candidato senatore dell'UDEUR all'estero che ha avanzato una denuncia di brogli sul sito di Repubblica.

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Source : Wikipedia