Benevento

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Tags : benevento, campania, italia

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Benevento

Panorama di Benevento

Benevento (Benevient in beneventano) (Beneventum in Latino) è un comune della Regione Campania, capoluogo dell'omonima provincia, conosciuta anche come Sannio. Con i suoi 62.940 abitanti è il nono comune più popoloso della regione.

Città sannitica, romana, longobarda e poi pontificia, Benevento vanta un buon patrimonio storico ed archeologico. Una leggenda che risale al medioevo la vuole la "città delle streghe", fama che sopravvive ancora oggi.

Benevento è sede dell'Università degli Studi del Sannio e dell'Arcidiocesi di Benevento. Sta vivendo un periodo di intense trasformazioni, con un occhio soprattutto al turismo sempre in crescita.

La città si trova nell'entroterra appenninico della Campania, nella parte meridionale della regione storica del Sannio, in una posizione quasi equidistante dai mari Tirreno e Adriatico.

È posta in una conca circondata da colline; ad ovest in particolare, oltre la Valle Vitulanese, si trova il massiccio del Taburno Camposauro: le sue cime, viste dalla città, disegnano la sagoma di una donna distesa, la Dormiente del Sannio.

Dalla parte più alta della città si possono scorgere le cime del Monte Mutria del Matese a nord-ovest, l'alta cortina del Partenio con il monte Avella a sud, il brullo Trimunzio montecalvese a sud-est e le appendici dei monti Dauni a est.

La città è attraversata da due fiumi: il Calore Irpino, affluente del Volturno, e il Sabato, che confluisce nel Calore in contrada Pantano, poco ad ovest del centro cittadino.

Il territorio su cui si estende la città è piuttosto ondulato. Il suo centro infatti si eleva su una collina nel mezzo della vallata, ed alcune contrade sorgono su altre colline circostanti. L'altezza media sul livello del mare è pari a 135 m, con una minima di 80 m ed una massima di 495 m, pari ad un'escursione di 415 m.

Il clima di Benevento ha tratti sensibilmente più continentali di quello, marittimo, del Casertano e del Napoletano. Nel semestre invernale la temperatura in genere è più bassa; le piogge sono relativamente frequenti, così come nebbia e brine. Le correnti umide australi provenienti dal Mar Tirreno incontrano qui i primi baluardi appenninici (il Taburno ed il Partenio), dietro ai quali si ha uno sbalzo di temperatura: a contatto con un ambiente meno caldo, la saturazione del vapore acqueo nell'aria viene facilitata e così le precipitazioni.

Benevento ha quindi un clima di tipo appenninico, con temperatura media annua di 15,8 °C. La temperatura media del mese più freddo (gennaio) è 7,1 °C,quella del mese più caldo (agosto) è di 24,7 °C. . Le precipitazioni sfiorano i 700 mm l'anno e si manifestano specialmente nelle stagioni autunnali e invernali. In inverno non sono rare le precipitazioni nevose. La temperatura più alta registrata in città fu di 42 °C al 18 luglio del 1884, mentre la minima fu di -11 °C al 21 gennaio del 1891. L'umidità nel periodo invernale è mediamente del 72% ed in quello estivo del 57%.

La fondazione di Benevento risale a tempi remoti. Una leggenda narra che Benevento debba le sue origini all'eroe greco Diomede,sbarcato in Italia dopo la distruzione e l'incendio di Troia e secondo Procopio di Cesarea avrebbe anche ospitato l'incontro tra Diomede ed Enea . Una moneta del IV secolo a.C., attribuita alla città e recante impresso l'emblema del cavallo e la scritta Malies, avvalorerebbe la tesi dell'origine greca, in quanto il cavallo era il simbolo particolare di Diomede. In realtà, la fondazione si dovrebbe agli Osci, passando successivamente ai Sanniti. Inoltre, la parola Malies (o Malocis), nome probabilmente osco o sannita, sarebbe all'origine del primo nome della città che era Maloenton, da cui quello latino di Maleventum o Maluentum. Del periodo pre-romano la città offre ceramiche e bronzi del secolo VIII e VII. A tal proposito è interessante sottolineare che secondo lo studio linguistico dei Toponimi, la radice *Mal- (con possibile significato di "pietra") non sarebbe riconducibile ad una radice indoeuropea, per questo motivo si ritiene che questo toponimo (ricorrente in molti luoghi in Europa ed in particolare in Italia), sia una lascito nelle lingue indoeuropee ( a cui appartengono l'Osco e il Latino), della lingua parlata prima dell' arrivo di questi popoli in età neolitica. Negli ultimi anni alcuni studiosi vanno ipotizzando un'origine diversa della città, che avrebbe preso nome di Civitate Beneventana, così come si chiamò una zona dell'attuale territorio cittadino nel corso del Medioevo.

Per la prima volta nella storia romana nel 314 a.C., Maleventum, definita a proposito della prima guerra sannitica quale fiorente centro del Sannio Meridionale. Nei suoi pressi, le legioni di Papirio Cursore e di Bibulco sconfissero, nel corso della seconda guerra sannitica, le truppe sannitiche.

Nelle vicinanze della città, nel 297 a.C., il console romano Publio Decio Mure, avrebbe sconfitto durante la terza guerra sannitica gli Apuli, impedendo in tal modo il ricongiungimento con i Sanniti.

Nel 275 a.C., i Romani vinsero Pirro, venuto in Italia con i suoi elefanti: questo fatto si dimostrò fondamentale per lo sviluppo della città. Per assicurarsi il possesso di Benevento, vennero dedotti nel 268 a.C. il primo stanziamento di coloni romani con diritto latino. A quest'epoca risale il nome di Beneventum, mutuato da Maleventum, considerato di cattivo augurio.

Durante la seconda guerra punica, vennero combattute due battaglie decisive: nel 214 a.C. il generale cartaginese Annone fu sconfitto da T. Gracco; nel 210 a.C., il campo di Annone venne assalito e preso dal console Q. Fulvio.

Nel 209 a.C. fu una delle diciotto colonie latine a somministrare contingenti di uomini e denaro per continuare la guerra.

L'importanza della città crebbe con la realizzazione della via Traiana, nuovo tracciato della via Appia.

Nell'86 a.C., i Romani la elevarono al rango di municipium. Verso la fine della Repubblica, Benevento viene descritta come una delle città più floride del Meridione. Augusto, nel 42 a.C., vi deduce una nuova colonia, mentre da Nerone viene dedotta una terza colonia, che prende il nome di Concordia, come è documentato anche nelle iscrizioni del regno di Settimio Severo: Colonia Julia Augusta Concordia Felix. Adriano poi la unì alla Campania.

Benevento trasse particolari benefici dall'essere situata su una importante arteria di comunicazione quale era al tempo la via Appia. Vi confluivano la vecchia via Latina e la via Egnazia. Traiano la scelse quale punto di partenza per la via che prese il suo nome. Fu così che per tutto il III e IV secolo d.C. la città prosperò in modo particolare, arricchendosi di numerosi e splendidi monumenti. In quel periodo fu la città più popolosa del Meridione dopo Capua.

Sede vescovile a partire dal IV-V secolo, fu quasi interamente distrutta da un terribile terremoto nel 369 d.C., segnando il suo lento ed inesorabile declino, favorito anche dalla crisi dell'Impero romano d'Occidente.

Nel 410 d.C., subì l'invasione dei Visigoti e nel 455 quella dei Vandali. Poco tempo dopo, si verificò la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Nel 490 d.C. fu presa dai Goti, nel 536 o 537 liberata da Belisario e nel 545 conquistata e saccheggiata da Totila.

Nel 571 i Longobardi vi fondorono il ducato di cui Zottone fu il primo duca fino al 591. L'ultimo fu Arechi II, genero di re Desiderio, dal 778 al 787. Protetto dalla sua grandezza, dalla situazione appartata e dalle difficoltà di portarvi e sostenervi guerra, il ducato si mantiene incolume davanti alla minaccia dei Franchi e lo stesso Carlo Magno è costretto ad arrestarsi ai suoi confini. Nell'840, dopo la morte violenta di Sicardo, il dominio fu diviso nei due principati di Benevento e Salerno e nella contea di Capua. Seguì la serie dei principi indipendenti di Benevento da Radalgisio a Landolfo VI. Nel 969, papa Giovanni XIII innalzò Benevento a Chiesa metropolitana. Il principato finì nel 1053 con la battaglia di Civitate e la presa di Benevento da parte di Riccardo I di Aversa e Roberto il Guiscardo. Nel 1077, Enrico III la cedette alla Chiesa.

Fu per qualche anno in mano ai Normanni (1078 - 1081), rimanendo poi per secoli un'enclave pontificia nel Regno di Napoli, governata da rettori papali, pur fra alterne vicende: vi furono infatti tentativi di conquistarla da parte di Federico II e Manfredi di Svevia, che qui rimase ucciso in una battaglia contro Carlo d'Angiò. Fu sottratta alla Chiesa durante le lotte tra Angioini e Aragonesi.

Nel 1458, papa Callisto III, alla vigilia della sua morte, crea il nipote Pedro Luís duca di Benevento, infeudazione illusoria, in quanto la città è saldamente tenuta da re Ferrante.

Alessandro VI, per non essere da meno, confermando a Federico d'Aragona l'investitura del regno di Napoli, nel 1497 l'ottiene per il figlio Giovanni, già duca di Gandia, principe di Tricarico, conte di Garinola e di Claromonte, nonché Gonfaloniere della Chiesa. Benevento fu poi turbata dalle lotte intestine sorte tra la fazioni di Castello e quella della Fragola (Fravola), concluse con la pace del 1530.

Nel Seicento, però, pestilenzie, carestie e terremoti annientarono gli sforzi compiuti e impoverirono sempre più la città. Benevento ritrova serenità sotto il papa, salvo un breve assedio operato dagli spagnoli dal 4 settembre al 28 settembre 1633.

Nel 1688 fu distrutta da un terremoto. Si salvò dalle rovine del suo palazzo il cardinale arcivescovo Orsini, il futuro Benedetto XIII, che non solo ricostruì la città, ma ne incrementò tutte le attività. Nel 1702, Benevento fu però squassata da un nuovo cataclisma e il Pastore non desisté dalla sua opera, tanto da essere celebrato come Alter Conditor Urbis ("nuovo fondatore della città").

Con l'arrivo in Italia di Napoleone Bonaparte nel 1798, Benevento fu dapprima occupata da Ferdinando IV di Borbone. In seguito, Napoleone la fece sede di un nuovo principato, retto dal Talleyrand (1806). Tornata alla Chiesa con la Restaurazione, nel 1860 i garibaldini di Salvatore Rampone la sottrassero al dominio pontificio, e fu così annessa al nascente Regno d'Italia.

Cominciava così una nuova vita per la vetusta città, che riprendeva nel Mezzogiorno d'Italia la sua funzione, sviluppandosi notevolmente nel suo complesso urbano ed abbellendosi di edifici interessanti e di bei monumenti, progredendo nell'agricoltura, specie nella coltivazione dei tabacchi e dei cereali, nelle famose industrie dolciarie, meccaniche, dei liquori, del legno, dei laterizi, nei suoi floridi commerci, nelle istituzioni assistenziali e culturali.

Né tale fervore poteva essere spento dall'immane distruzione del secondo conflitto mondiale, allorché la cittadinanza diede tale prova di coraggio e di abnegazione, da meritare la Medaglia d'Oro al Valor Civile (15 giugno 1967). La città fu bombardata dagli Alleati nel 1943: duemila abitanti morirono e oltre la metà della città rimase distrutta.

Ingenti danni furono poi causati da un'alluvione nel 1949. Da allora ad oggi Benevento si è notevolmente espansa, ed è tuttora oggetto di grandi interventi di riqualificazione.

Il centro storico di Benevento si trova su un'altura fra il corso dei fiumi Calore e Sabato, digradante verso la loro confluenza, ad ovest. È attraversato da un asse viario principale costituito dal Corso Dante e dallo spazioso Corso Garibaldi, sul quale si aprono alcune piazze (Cardinal Pacca, Duomo, Orsini, Roma, Matteotti). Nel punto più alto si trova il castello, la Rocca dei Rettori.

Nei due corsi confluisce un'irregolare rete di vicoli, nella quale sono distinguibili alcuni rioni storici, fra cui i medievali Piano di Corte e Triggio, situati rispettivamente all'estremo nordorientale e sudoccidentale. I longobardi eressero una cinta muraria che includeva tutta la zona, della quale oggi rimangono oggi solo alcuni tratti. L'acropoli di Benevento conserva una cospicua quantità di monumenti, di cui i principali sono posti su Corso Garibaldi.

La zona nuova del centro cittadino sorge ad est del centro storico, continuando la salita della stessa collina. Lo attraversano due lunghi viali alberati: Viale Antonio Mellusi, costruito nel dopoguerra, e Viale Atlantici, prosecuzione ideale di Corso Garibaldi, completato nel 1932 su progetto dell'ingegnere Gennaro De Rienzo e dedicato ai "Trasvolatori Atlantici".

All'inizio dei due lunghi viali si trovano, ripettivamente: la grande Piazza Risorgimento, in cui si trova la sede della Banca d'Italia e si tiene il mercato della frutta; e Piazza IV Novembre, su cui si apre l'ingresso della rinomata Villa Comunale.

Il quartiere è costituito principalmente da palazzi, ingentiliti da molto verde. Risalendo Viale Atlantici si trovano la sede della Soprintendenza ai Beni Archeologici (nell'ex convento di San Felice), il Seminario Arcivescovile, la Scuola Allievi Carabinieri. Circa a metà del viale, sulla destra vi è un crocefisso posto nel XIX secolo.

Nel quartiere si trova inoltre il Teatro-Auditorium Nicola Calandra. I viali Mellusi ed Atlantici ad est si ricongiungono portando ad un un piazzale sopraelevato, dove si trova il Convento dei Cappuccini.

Proseguendo lungo l'altura seguendo Via delle Puglie, si incontra la zona residenziale di Pacevecchia. Qui si trova l'ospedale cittadino, il Gaetano Rummo. La contrada presenta graziose villette e fabbricati di nuova costruzione, e si sviluppa attorno al magnifico parco di Villa dei Papi, residenza del vescovo Orsini. A Pacevecchia si trova lo stadio in cui gioca il Rugby Benevento.

La contrada prende il nome dalla pace che fu qui firmata dalle fazioni cittadine nel 1530, dopo quasi un secolo di avversità. Visto il contributo fornito dal padre cappuccino Lodovico da Napoli per la sottoscrizione dell'accordo, il Comune volle ringraziare i frati permettendo loro di costruire un convento. La costruzione originaria sorse in una collocazione diversa da quella odierna: distrutta da un terremoto, fu sostituita dalla villa dell'Orsini.

Il Rione Ferrovia si trova a nord del fiume Calore; il principale collegamento con il centro è costituito dal Ponte Vanvitelli. Subito dopo il ponte si incontra piazza Leonida Bissolati da cui a sinistra si aprono via Valfortore (già Francesco Paga), che conduce ale vie di collegamento con i Comuni del Fortore, e il Lungocalore Manfredi di Svevia (ove si ritiene che un tempo sorgesse la chiesa di San Marciano, già diruta nel XVIII secolo, nella quale papa Adriano IV diede a re Guglielmo I di Sicilia l'investitura di Duca di Puglia e di Sicilia, come si legge nelle cronache).

Il rione è attraversato dal viale Principe di Napoli, che porta dal ponte alla stazione ferroviaria (da cui il nome). Lungo il suo corso si trovano la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e l'Ospedale Sacro Cuore di Gesù, tenuto dall'ordine religioso dei Fatebenefratelli.

L'abitato non si protrae molto profondamente nelle traverse che partono dal viale: ad est del rione si trova la zona industriale di Pezzapiana. Nel Rione hanno inoltre sede le due principali industrie dolciarie della città: le Fabbriche Riunite Torrone di Benevento e la Strega Alberti (di fronte alla stazione).

Poco dietro la stazione si trova la rotonda dei Pentri, al centro della quale è stato eretto un monumento a Padre Pio.

La collina del centro storico presenta una forte pendenza verso sud, ai piedi della quale vi è la zona di Porta Rufina, detta così da un ingresso della città andato distrutto. Il collegamento con la zona alta avviene principalmente tramite Piazza Orsini e Via delle Puglie, lungo la quale si trova la Facoltà di Scienze Economiche dell'Università. Nel rione si apre piazza Commestibili, sede del mercato alimentare fino ad inizio Novecento, dalla fine del 2007 adibita a galleria commerciale. Vi è inoltre l'ufficio postale centrale della città.

Il ponte Santa Maria degli Angeli, attraversando il fiume Sabato, conduce da via Porta Rufina su via Napoli, fiancheggiata a destra da un lungo prato alberato e a sinistra da una serie di negozi posti in piccole costruzioni isolate, le quali peraltro hanno suscitato numerose critiche perché ritenute antiestetiche. Oltre, sui due lati si estende il quartiere più abitato della città, il popolare Rione Libertà, intitolato alla liberazione nazionale nella seconda guerra mondiale, detto anche «le palazzine».

Del rione è rappresentativa soprattutto la parte ad ovest di via Napoli: costruita nel secondo dopoguerra in base ai principi del Razionalismo italiano, presenta strade ortogonali, in cui si aprono vasti spiazzi liberi. Molti dei palazzi per abitazioni, dall'aspetto sobrio e massiccio, sono in cattive condizioni. Fra di essi si trova la chiesa di San Modesto.

Le zone ad est di via Napoli presentano una topografia meno regolare, poiché i palazzi non sono stati costruiti secondo un piano unico. Qui si trova un'altra chiesa moderna, dedicata alla Madonna Addolorata. Il settore nord-est assume in genere un altro nome, Santa Colomba. Vi si trovano il moderno Centro Servizi Amministrativi della Provincia di Benevento, lo stadio Santa Colomba, e fra i due, alcune scuole secondarie superiori. Attorno allo stadio si svolge, il sabato, il più grande mercato cittadino.

Procedendo verso sud, via Napoli si allaccia sulla SS7 Appia, salendo sull'altura della contrada San Vito.

È non solo il massimo monumento della città, ma uno dei migliori esemplari dell'arte traianea ed il più insigne arco onorario romano. Ha un solo fornice. Fu eretto, come attesta l'iscrizione ripetuta sull'attico delle due fronti, dal senato e dal popolo romano nel 114 all'inizio della nuova via Traiana, per ricordare ed esaltare il governo dell'optimus princeps, e terminato nel 117. I piloni sono decorati con bassorilievi; in particolare la faccia dei piloni rivolta verso la città presenta scene di pace, l'altra scene militari. L'Arco fu inserito nel medioevo nella cinta di mura della città, della quale costituì la Porta Aurea. Alto 15,60 metri, con fornice di oltre 8 metri, ha ua ossatura costituita da massi di calcare ed un rivestimento di marmo.

Il Ponte Leproso era l'attraversamento sul fiume Sabato tramite il quale la via Appia arrivava in città. Restaurato sotto Settimio Severo e Marco Aurelio Antonino, fu più volte rimaneggiato nel corso dei secoli. Allo stato attuale ha quattro arcate. Chiamato originariamente Ponte Marmoreo, deve probabilmente il nome attuale ad un vicino lebbrosario del Medioevo. Nelle sue vicinanze sorge l'antico cimitero di Santa Clementina.

Il nuovo prevalere, sulla severa arte traianea, delle correnti elleniche promosse da Adriano trovò in Benevento il suo documento aulico nel grandioso Teatro, dalla scena che si stagliava preziosa di marmi policromi verso il virgiliano Taburno, dalla cavea candida e luminosa, dagli atri scintillanti di mosaici e di stucchi. Fu costruito sotto l'imperatore Adriano (inaugurato nel 126) ed ingrandito da Caracalla tra il 200 e 210. Realizzato in opus latericium, ricorda il Teatro di Marcello di Roma. Misura 90 metri di diametro e può contenere circa 10.000 spettatori. Si è perso gran parte del rivestimento marmoreo; sono giunti fino a noi la cavea, la scena, il primo e parte del secondo dei tre ordini di arcate.

La chiesa di Santa Sofia è un edificio longobardo che risale circa al 760, di piccole proporzioni: si può circoscrivere con una circonferenza di diametro 23,50 m. Si tratta di una delle chiese più importanti della Langobardia Minor giunta fino ai giorni nostri, notevole soprattutto per la sua originalissima pianta stellare e la disposizione anomala dei pilastri e delle colonne (un esagono circondato da un decagono).

Fu quasi completamente distrutta dal terremoto del 1688 e ricostruita in forme barocche per volere dell'allora cardinale Orsini di Benevento (poi divenuto papa Benedetto XIII). Le forme originarie furono nascoste, e furono riscoperte solo con il discusso restauro del 1951.

La chiesa è parte di un più ampio complesso monumentale di cui fanno parte l'ex monastero, ora sede del Museo del Sannio, il campanile settecentesco e la fontana al centro della piazza, che si affaccia sul Corso Garibaldi.

Il castello di Benevento, meglio conosciuto come Rocca dei Rettori, si trova nel punto più elevato della città, a dominare le valli dei fiumi Sabato e Calore, e le due importanti e antiche via Appia e via Traiana. Il sito era già stato utilizzato dai Sanniti, che vi avevano costruito una serie di terrazzi difensivi, e dai Romani, che vi costruirono un edificio termale (Castellum aquae), i cui resti possono ancora essere visti nel giardino del castello. I benedettini vi ebbero un monastero. La Rocca ricevette il nome attuale nel Medioevo, quando divenne sede dei governatori per conto del papa, i Rettori.

Il castello è di fatto costituito da due edifici distinti: il Torrione, costruito dai Longobardi a partire dall'871, e il Palazzo dei Governatori, costruito dai papi a partire dal 1320.

Sorto nel 780, fu ampliato nel XII secolo: a quell'epoca risale la facciata in stile romanico pisano, a tre portali, sormontate da un ordine di arcate e da una loggia. Il massiccio campanile in stile gotico è invece del 1280. Nel XVIII secolo il Duomo fu ulteriormente arricchito. Fu quasi completamente distrutto durante i bombardamenti alleati del 1943: ne rimasero soltanto il campanile, la facciata e la Cripta con i suoi affreschi, nonché la porta di bronzo del XII secolo, la Janua Major, composta da 72 formelle con bassorilievi (citata tra l'altro nel film Hannibal con Anthony Hopkins), recentemente restaurata. Il Duomo attuale, ricostruito nel dopoguerra, ha 5 navate. Sono in corso lavori di ripristino dell'aspetto antecedente la distruzione del 1943.

L'Hortus Conclusus era l'orto del convento medievale dei Padri Domenicani. Dal 1992 ospita un'installazione permanente dell'artista beneventano Mimmo Paladino, uno dei più grandi esponenti della Transavanguardia. L'Hortus vuole essere una sorta di galleria d'arte libera e immersa nel verde. Le opere dell'artista (il Cavallo, il Disco, la Testa equina, il Teschio) si alternano a resti dell'epoca romana (pezzi di colonne, di capitelli e di frontoni) creando un contrasto che comunica la complessa cultura del Sannio, e che rimane aperto a diverse interpretazioni.

Dal 1990 Benevento è sede dell'Università degli Studi del Sannio, ospitata in varie strutture cittadine. L'ateneo è rinomato soprattutto per la formazione nel campo dell'informatica.

A Benevento si trovano inoltre il Conservatorio Statale di Musica Nicola Sala, nell'ex palazzo De Simone in Piazza Arechi II; e il Centro di Cultura Raffaele Calabrìa, nel Palazzo Arcivescovile, legato all'Università Cattolica.

Il principale museo di Benevento è il Museo del Sannio, allestito nella Rocca dei Rettori, che ospita la sezione storica, e nel chiostro della chiesa di Santa Sofia: qui si trovano importanti reperti di epoca sannitica, romana, longobarda, e una serie di opere d'arte dei secoli dal XVI al XX; inoltre una raccolta numismatica e di volumi e documenti antichi.

Il Museo Diocesano è una raccolta di quanto è stato possibile salvare dalla distruzione del duomo di Benevento durante la seconda guerra mondiale. È situato nella sua cripta, che in realtà è la prima chiesa su cui poi fu elevata la cattedrale. Oltre a conservare antichi affreschi, ospita la cattedra vescovile detta di San Barbato, e quanto rimane dei tumuli dei principi longobardi una volta situati in piazza Duomo.

Il Museo d'Arte Contemporanea Sannio (ARCOS), inaugurato il 25 giugno 2005, si trova nel piano seminterrato del Palazzo del Governo; oltre a possedere un'esposizione permanente, organizza periodicamente mostre tematiche con opere dei grandi dell'arte contemporanea. Vi sono esposizioni anche al Palazzo Paolo V.

Infine, è da poco aperto il Musa (Museo della tecnica e del lavoro in agricoltura), nella contrada di Piano Cappelle. Oltre a ricostruzioni degli ambienti di una casa contadina, esso è principalmente una mostra dei macchinari usati in agricoltura nel corso della storia.

La Biblioteca Provinciale Antonio Mellusi è ospitata dal 1975 nel Palazzo Terragnoli. Nata come raccolta di libri, documenti e riviste di valore storico, oggi è incentrata su testi didattici, scientifici, riguardanti il mondo moderno, i beni culturali in generale e in particolare quelli locali. Con la ristrutturazione del 1999 è stata creata inoltre una sezione Mediateca.

La Biblioteca Capitolare e la Biblioteca Arcivescovile Pacca si trovano nel palazzo arcivescovile; conservano una cospicua quantità di documenti storici dal Cinquecento in poi.

Di seguito le altre biblioteche.

A queste vanno aggiunte le biblioteche dell'Università del Sannio (vedi).

A Benevento si trova l'Osservatorio Astronomico del Sannio, il più grande d'Italia per ospitalità e recettività. Ideato e realizzato dall'astronomo Antonio Pepe a cui ne è affidata anche la direzione, si trova a Pacevecchia, la zona alta della città, presso il Centro congressi la Pace.

Sempre a Pacevecchia, nella Villa dei Papi, è stato installato il MARSec (Mediterrean Agency for Remote Sensing and Environmental Control), ovvero la centrale di controllo di una rete di satelliti per il monitoraggio ambientale che guardano sull'intero bacino mediterraneo, realizzata in collaborazione con l'Università del Sannio. I dati vengono messi a disposizione per il monitoraggio dell'agricoltura e delle acque, il riliveo cartografico, il rilevamento degli incendi. Sono in progetto collaborazioni con la NASA. Degno di nota il "camuffamento" artistico dell'antenna ricevente, opera di Salvatore Paladino.

Da poco attivo, infine, il GeoBioLab (Laboratorio Europeo Naturalità), in contrada Pontecorvo. Esso è un museo e laboratorio didattico dedicato alla geologia e alla biologia, strutturato in percorsi di esposizione.

Benevento è comunemente nota come la "città delle streghe" (o, più propriamente, delle janare). La fama, consolidatasi grazie al libro De nuce maga beneventana del protomedico Pietro Piperno, è dovuta con tutta probabilità ai riti pagani che i longobardi svolgevano nei pressi del fiume Sabato: alcune donne urlanti saltavano intorno ad un albero di noce da cui pendevano serpenti, oppure dei guerrieri a cavallo infilzavano una pelle di caprone appesa ad un albero. Questi riti apparvero come demoniaci ai beneventani cattolici, che forse credettero di vedere dei sabba stregoneschi.

Più tardi i dominatori capirono che era molto più conveniente accettare la religione dei beneventani. Questa valutazione politica, forse ancor più della perseveranza di San Barbato, portò dunque i nuovi padroni a convertirsi nel 664. Ciò garantì una lunga e stabile prosperità alla città e ai suoi governanti, e portò all'abbattimento dell'albero sacro da parte di San Barbato. In questo luogo egli fece erigere un tempio intitolato a Santa Maria in voto.

Ma nei secoli successivi la credenza non si sopì, anzi si arricchì di nuovi elementi. Streghe provenienti da ogni dove, volando come il vento, si sarebbero riunite sotto un noce, ovvero l'albero dei longobardi inspiegabilmente risorto. Qui si sarebbero tenuti banchetti e orge con la partecipazione del demonio, dopo i quali le streghe avrebbero attuato sortilegi contro la popolazione. Numerose furono le donne processate per stregoneria che riferirono dei sabba sotto il noce di Benevento. Ancora oggi la credenza sopravvive come superstizione popolare.

Nel I secolo d.C. il poeta latino Marziale annoverava la cupedia (più tardi "copeta"), progenitrice del torrone, tra i prodotti tipici di Beneventum e del Sannio in generale. Il nome cupedia, che letteralmente significa "cose desiderate" (o anche cupita, "desiderata") si rifà alla squisitezza di questo dolce che lo rendeva, appunto, desiderabile. Era un dolce a base di miele, albume d'uovo, mandorle o nocciole, diffuso tra le classi ricche come tra quelle povere. Ben poco si differenziava dal futuro torrone, che sarebbe nato come versione raffinata della cupedia, annasprato o ricoperto di grana di zucchero. La sua fama si diffuse a partire dal XVII secolo: a quei tempi in occasione delle feste natalizie era usuale inviarne ai prelati di Roma, capitale dello Stato Pontificio di cui Benevento faceva parte. Nel secolo successivo, infatti, nacque il Torrone del Papa, con zucchero liquefatto, pinoli e frutta sciroppata, oltre al Perfetto Amore, ricoperto di cioccolato, limone o caffè, e all'Ingranito, arricchito da confetti cannellini. Furono però i Borboni nel XIX secolo a valorizzare questo prodotto facendolo diventare una specialità natalizia: alla casata fu dedicato il Torrone della Regina.

Oggi viene prodotto prediligendo le tecniche artigianali e ne vengono prodotte nuove varietà che hanno pur sempre alla base la stessa ricetta vecchia di secoli. Gli ingredienti utilizzati provengono rigorosamente dal Sannio: così facendo vengono anche incoraggiate alcune produzioni locali, come quella del miele. La sua fama è nazionale; continua ad essere un dolce soprattutto natalizio: in particolare è diffuso il torrone bianco, alle nocciole o alle mandorle. Due le ditte produttrici principali: la Strega Alberti (nota anche per il liquore) e le Fabbriche Riunite del Torrone di Benevento, entrambe con sede al Rione Ferrovia. Ma è un prodotto tipico anche della provincia: da menzionare soprattutto il torroncino "Bacio" di San Marco dei Cavoti ricoperto di cioccolato, e il "Torroncino del Fortore" di Montefalcone di Val Fortore.

È in preparazione la richiesta per la registrazione IGP.

Il Beneventano è tradizionalmente una zona a vocazione agricola. Sebbene l'attività agricola interessi soprattutto i comuni della provincia, Benevento non fa eccezione, avendo nel suo territorio comunale ampie zone rurali. Tra le principali coltivazioni, l'uva, le olive e il tabacco.

Il settore secondario è piuttosto dinamico, soprattutto al livello delle piccole imprese. L'industria più sviluppata è quella alimentare, che comunque non raggiunge grandi dimensioni: in particolare sono importanti le industrie dolciarie (produzione del famoso torrone), ma vi è anche lo storico pastificio Rummo. Sono presenti inoltre industrie tessili, edili, metalmeccaniche, di lavorazione delle pelli e del legno. Presente anche l'attività artigianale.

Il settore terziario è indubbiamente la leva dell'economia cittadina. Tuttavia, il commercio al dettaglio nel centro cittadino ha registrato nell'ultimo periodo una flessione non trascurabile, dovuta principalmente all'apertura di due centri commerciali negli ultimi anni.

Per il suo sviluppo economico, Benevento punta sulla valorizzazione delle produzioni tipiche locali, sulla conquista di un ruolo centrale in ambito nazionale per le vie di comunicazione e la ricerca scientifica, e soprattutto sullo sviluppo del turismo. La città vuole sfruttare pienamente il suo patrimonio storico e quello naturalistico dell'hinterland. Mentre il centro storico viene ristrutturato e sorgono nuovi musei, stanno, quindi, moltiplicandosi esercizi di ristorazione, alberghieri ed agrituristici.

Per quanto riguarda il settore dei servizi, in città ha sede Campaniacom, la prima compagnia indipendente nel campo dell'ICT di tutto il centro-sud.

Tra gli artisti locali è da menzionare innanzitutto Perinetto da Benevento, che decorò la chiesa dell'Annunziata, dipingendo nell'aprile 1456 le Sette Gioie della Vergine, nel marzo 1457 Storia di San Giorgio e della Donzella, Sant'Antonio, La Madonna, San Michele con quattro Angeli.

Nel secolo successivo l'artista di maggior spicco fu Donato Piperno. Nel 1589 nella chiesa di San Domenico dipinse su legno San Vincenzo Ferreri e forse il Rosario; sono suoi, inoltre, il Martirio di San Gennaro nella chiesa dell'Annunziata, la Pace nell'aula delle riunioni dell'ex Seminario, la Deposizione nella chiesa di Sant'Agostino, Sant'Orsola anacoreta con Sant'Onofrio e Sant'Antonio abate nella chiesa di Santa Sofia.

Nel XVIII secolo Basilio Alvano dipingeva il quadro di Elia e Daniele, fatto collocare dall'arcivescovo Landi nella navata maggiore dell'antica chiesa Metropolitana, mentre il sacerdote Giuseppe Cassella nel 1786 dipingeva la Parrocchia di Santa Maria della Verità con una serie di affreschi, successivamente perduti nella guerra e nel terremoto nel 1980.

Nel XIX secolo svariati artisti furono attivi in città. Giuseppe Salvetti realizzò nel 1840, nel centro della volta della crociera dell'antica Chiesa Metropolitana, un grande dipinto dei santi Bartolomeo, Gennaro e Barbato, voluto dal cardinale Bussi.

Achille Vianelli nel 1850 fece aparire alla chiesa Santa Sofia un'aula di disegno che vide cultori come l'acquarellista Luigi Petrosini, Giuseppe Petrosini, il caricaturista Vincenzo Romano. Giuseppe Chiarotti (m. 17 gennaio 1905) dipinse San Pantaleone nell'estinta cappella omonima in piazza Piano di Corte. Suo anche un quadro perduto della Desolata in via Episcopio (già calata Olivella). Francesco Pastore (m. 22 dicembre 1907) dipinse Un brutto quartodora, negli uffici dell'Economato del Palazzo Provinciale; il cardinale Di Rende gli commissionò inoltre una rappresentazione di San Barbato per la cappella del Convitto Arcivescovile, ed a lui l'avv. Ignazio Pilla fece eseguire il ritratto del cardinale Donato Maria Dell'Ollio e quello del patriota Federico Torre.

Da ricordare inoltre: Gaetano De Martini, Maurizio Barricelli, Raffaele Maienella, Cesare Mainella, Attilio Zanchelli, Nicola Silvestri.

Il più autorevole esponente beneventano della pittura contemporanea è Mimmo Paladino, ex-docente del Liceo Artistico, assurto agli allori della fama mondiale con mostre in America ed in Cina. È tra i massimi esponenti della Transavanguardia. Attualmente vive e lavora a Benevento.

Giovanni De Vita in Thesaurus Antiquatarum menzionava, tra i collegi di arti e mestieri esistenti in epoca romana a Benevento, quelli dei tibicines e degli artifices organorum, ovvero suonatori e costruttori di strumenti. A conferma di ciò nel 1912, durante i lavori di costruzione della ferrovia Benevento-Cancello, nelle vicinanze della chiesa dei SS. Cosma e Damiano furono rinvenuti reperti che attestavano l'esistenza di un collegio musicale romano.

Per quanto riguarda il medioevo, la Biblioteca Capitolare di Benevento raccoglie numerosi codici musicali risalenti al IX secolo, scritti in notazione neumatica. Essi costituiscono la più grande raccolta di musica antica a disposizione oggi.

Nel XVI secolo si ha notizia di un primo organo in città, costruito fa Fabio Scoppa e Carlo Scala, posto nella scomparsa chiesa di Santo Spirito, all'inizio dell'odierno corso Garibaldi. Questo secolo e il successivo vedono numerosi contributi alla musica da parte di artisti locali. Domenico Scorpione, insegnante di musica al seminario, compose i Sacra Modulamina (1672), completa da cappella dedicata a Gioacchino Monti. Caratterizzata dal basso continuo dell'organo, comprende quattro "antifone" e "litanie della Beata Vergine" a cinque voci. Scorpione scrisse inoltre testi teorici come le Istituzioni Corali, dedicata al vescovo Orsini e un Introduttorio musicale. In questo periodo si annoverano poi Don Prisco Della Porta, maestro di cappella nella chiesa Metropolitana, che diede alla stampa Arianna Musicale, operetta dedicata al De Nicastro; e Sipontino, arciprete della Metropolitana.

Nel XIX secolo è famosa l'accademia poetica e musicale celebrata nel convitto delle Orsoline il 1° novembre 1849, in onore di papa Pio IX in visita a Benevento. In questo periodo si annoverano l'agostiniano Beniamino Arena, vissuto ai primi del secolo, compositore di canti sacri per il popolo, fra cui un famoso Miserere. Giuseppe Petrosini, ritrattista e musicista, fondatore della società mandolinista e del circolo filodrammatico, scrisse parecchie suonate, valzer (fra cui La vallata del Sabato, scherzo con tamburelli) e sinfonie (fra cui Aurora). Alla sua morte lasciò il suo harmonium al tempio della Madonna delle Grazie. Antonio De Maria fu un altro musicista, capo opera per circa 40 anni della schola cantorum del seminario. Anche il clinico Gaetano Rummo non ancora ventenne, appena diplomatosi in pianoforte al conservatorio di San Pietro a Maiella, musicò Iarba di Salvatore Cosenza, in 3 atti, eseguita il 17 marzo 1900 nel Teatro Comunale Vittorio Emanuele.

Nel 1980 è sorto anche a Benevento un Conservatorio musicale, situato nell'antico palazzo De Simone (già Collegio La Salle), e dedicato nel 2006 al compositore sannita Nicola Sala. Il Conservatorio dispone di una notevole biblioteca musicale con un patrimonio musicale di oltre 4.000 volumi ed opuscoli, di circa 300 dischi e di sei periodici correnti.

Benevento si trova al centro di una rete viaria ancora migliorabile: in particolare si avverte la mancanza di una via comoda e diretta per raggiungere il Napoletano, dato che attualmente la via più diretta è la Strada Statale 7 Via Appia, percorrendo la quale però è necessario uscire su strade secondarie nei pressi di Arienzo e immettersi poi nella rete viaria della provincia di Napoli. Benevento è collegata all'autostrada A16 Napoli-Bari tramite il Raccordo Autostradale RA09 DI 17 Km. La SS 372 Telesina Benevento-Caianello, che attraversa tutti i comuni della valle Telesina e molti della provincia di Caserta, si innesta sulla A1 e permette così di arrivare a Roma in meno di tre ore. La Strada Statale 87 Sannitica raggiunge Campobasso, e Termoli, permettendo di proseguire verso i paesi abruzzesi, tra cui San Salvo, Vasto e Pescara.

Discreti i collegamenti ferroviari. La stazione di Benevento, trovandosi sulla linea Caserta-Foggia, è di snodo per le vie di comunicazione con la Puglia e in essa fermano ogni giorno diversi Eurostar e Intercity da Roma diretti a Bari e Lecce e viceversa. Ha un flusso medio di 800.000 viaggiatori l'anno. Essa è collegata inoltre con Campobasso (verso la quale il servizio passeggeri di Trenitalia è ormai effettuato quasi totalmente da autobus sostitutivi) e Avellino: su questo tragitto si trovano 2 altre fermate, Arco di Traiano e Porta Rufina. Il collegamento con Napoli è assicurato dalla linea di MetroCampania NordEst, che in città ha 3 fermate oltre alla Stazione Centrale: Appia, Rione Libertà e Pontecorvo-Castelpoto.

Sono molte le aziende private che affettuano il collegamento via autobus con quasi tutti i comuni della provincia e con Avellino, Caserta, Campobasso, Napoli e Salerno (quest'ultimo collegamento concepito in particolare per gli studenti dell'università). Inoltre vi sono autobus a lunga percorrenza per Roma e la Toscana. Il terminal degli autobus si trova dietro Piazza Risorgimento.

I trasporti urbani via pullman sono gestiti dall'Amts.

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Storia di Benevento

Prospetto della Pontificia Città di Benevento (metà del XVIII secolo)

Voce principale: Benevento.

Un'altra moneta rinvenuta risale al III secolo a.C., dopo che la città era divenuta colonia romana. Su di essa è già scritto Benevento (forse una forma latina arcaica per il genitivo), ma il fatto interessante è che nel recto reca ancora la testa di Apollo, e nel verso un cavallo rampante, venerato nel culto di Apollo praticato nell'isola di Lesbo: nell'isola il dio era chiamato Maloeis, all'accusativo Maloenton.

Un'altra ipotesi fa riferimento ad una leggenda secondo cui il nome Malies deriva dall'antico popolo dei Mali, così chiamati dal nome del figlio di Anfizione. Essi erano tessali di provenienza, e abitavano nell'entroterra del golfo perciò detto Maliaco; non si sa se si spinsero fino alle fertili terre della Campania.

Ancora, si fa derivare il nome della città dal greco Mallos (vello di pecora) e dal suffisso enton, indicante un luogo di commerci. Maloenton avrebbe quindi il significato di centro di raccolta e di tosatura delle greggi.

Sembra che poi il nome della città si modificò, attraverso il dialetto italico, in qualcosa come Malventum /Maleventum , con un processo di traslitterazione simile a quello di Taras in Tarantum, o Acragas in Agrigentum.

Il nome venne poi mutato dagli stessi Romani nel 268 a.C., quando fecero di Maleventum una colonia: poiché avevano qui sconfitto Pirro nella battaglia del 275 a.C., ribattezzarono finalmente la città con il nome augurale di Beneventum(avendo inteso la radice "mal-/male-" col significato latino che è poi quello attuale in italiano).

A tal proposito è interessante sottolineare,pur non chiarendo in questo modo l'origine del nome della città, che secondo lo studio linguistico dei Toponimi, la radice *Mal- (con possibile significato di "pietra") non sarebbe riconducibile ad una radice indoeuropea, per questo motivo si ritiene che questo toponimo (ricorrente in molti luoghi in Europa ed in particolare in Italia: nell'area costiera nel nord dell'antica Puglia esisteva un'altra Malventum (in proposito si veda oltre in questa sezione) e sulle opposte sponde dell'Adriatico, in area albanese-macedone, si ha notizia di un altro antico insediamento con un appellativo simile. La cosa non è singolare se si pensa che la popolazione di lingua Messapica dell'antica Puglia è stata spesso ritenuta di discendenze Illiriche), sia un lascito nelle lingue indoeuropee storiche (a cui appartengono l'Osco, il Latino e quindi l'Italiano), di quella lingua parlata in età neolitica dalle genti autoctone prima dello stanziamento in questa regione delle genti italiche di lingua indoeuropea.

Tutte le fonti classiche in possesso oggi concordano nel dire che Benevento è una città di antichissima fondazione. Una tradizione molto celebrata si rifà a Solino e Stefano di Bisanzio che la ritennero fondata da Diomede, eroe della guerra di Troia. Procopio di Cesarea (VI sec.) colorì la vicenda, narrando di come l'eroe greco donò , invece che un Palladio, le enormi zanne del cinghiale calidonio ucciso da suo zio Meleagro. La leggenda acquistò una parvenza storica quando nel sec. XIII si rinvenne in uno scavo un bassorilievo di marmo, creduto di età romana o precedente, nel quale era raffigurato un cinghiale da offrirsi in sacrificio, ancora oggi visibile incastonato nella facciata del campanile del DUomo della città. Successivamente, fu rinvenuto un altro bassorilievo ancora conservato presso il museo provinciale, in cui si raffigura una scena di caccia al cinghiale, in cui si è voluto riconoscere appunto Meleagro che uccide il cinghiale Calcedonio. Sicché dalla prima metà del XV sec. il comune pontificio di Benevento assunse il CInghiale come stemma. Potrebbe però esserci stata confusione tra un Diomede che partecipò alla caccia, figlio di Ares, e un Diomede omerico che dopo la guerra di Troia approdò sulle coste italiche. Inoltre, la vicenda della donazione delle zanne del cinghiale dello scrittore Procopio, si riferisce ad una Malevento apula, in puglia, e non sannitica, posta sulle coste di rimpetto alla Dalmazia, anticamente chiamata Maleventum a causa dei fortissimi venti che talora vi spiravano, tanto da rendere impossibile agli abitanti camminare per le vie (Cfr. Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica ).

Festo, invece, la credette fondata da Ausone, figlio di Odisseo e di Circe: una tradizione che suggerisce che Benevento fu in origine una città degli Ausoni. Un'altra leggenda, d'altra parte, la vuole città sannitica: secondo tale leggenda un pastore, chiamato Sagno Sabino, avrebbe fondato la città sui colli della Guardia, dandole il proprio nome. Successivamente essa prese quello di Beneventum, dio del buon-evento da lui venerato, il cui culto sarebbe arrivato poi anche a Roma, dove gli sarebbe stato eretto un tempio. Le parole Samnium hodie Beneventum, che compaiono nei diplomi dei duchi longobardi, possono essere interpretate come a sostegno della leggenda. Del dio Beneventum esisteva un'iscrizione, mezza infranta, intagliata su di un arco dell'antico ponte di Calore.

Infine Eutropio, nel suo Breviarium historiae Romanae, dice che la città fu fondata da Appio Claudio.

Le testimonianze più antiche esistenti nel territorio beneventano risalgono al paleolitico. I ritrovamenti archeologici di palafitte nel territorio di Castelvenere e numerosi reperti ritrovati altrove testimoniano la presenza dell'uomo preistorico nei dintorni dell'attuale città. La posizione strategica e le condizioni ambientali della zona hanno costituito un motivo di forte attrazione per le popolazioni di varie epoche. Sono state trovate diverse tracce d'insediamenti ascrivibili al periodo neolitico. Alcuni decenni fa è stata rinvenuta nel corso di un'esplorazione archeologica nel giardino dell'ex Collegio La Salle in piazzetta Vari una necropoli dell'orientalizzante antico (fine VIII - inizi VII secolo a.C.).

La prima grande fase della storia di Benevento, di cui poco è noto, è legata alle vicende dei Sanniti. Il territorio delimitato dalle vallate dei fiumi Ofanto, Calore e Sabato, in particolare, era occupato dai Sanniti irpini. Benevento, sorta alla confluenza di questi ultimi due fiumi, come attestano i reperti rinvenuti nell'attuale contrada Cellarulo, fu quindi una loro città, almeno secondo Plinio il Vecchio; ma Livio e Tolomeo la assegnavano ai Sanniti propriamente detti.

La fondazione risale circa al IV secolo a.C.. I primi abitanti stabili del posto erano dediti alla lavorazione e al commercio della lana e dell'argilla. Per la sua posizione centrale, la città divenne presto importante. La felice posizione fece sì inoltre che la cultura locale fosse influenzata da influssi provenienti dalla vicina Magna Grecia.

Al IV secolo a.C. sono datate due necropoli sannitiche venute alla luce poco distanti fra di loro, una ancora nei pressi dell'ex Collegio La Salle ed un'altra alla Rocca dei Rettori, caratterizzate dalla presenza di tumuli di terra di forma diverse che coprono una o più sepolture. Notevole tra queste una tomba realizzata in blocchi di tufi giallo e grigio, squadrati e connessi tra di loro a formare una cassa chiusa da una copertura a baule; in essa è stata rinvenuta una scala di accesso realizzata mediante la costipazione in gradini di scaglie di lavorazione dei blocchi. All'interno lo scheletro era fornito di un corredo non molto abbondante ma di gran pregio rappresentato da una patera bronzea che conteneva un coltello in ferro, due fibule in ferro ed una fibbia in bronzo. Una necropoli coeva è stata trovata poi alla periferia della città, in contrada Olivola, dove sono venute alla luce tombe di guerrieri con cinturoni ed armi.

Il Sannio fu teatro di tre guerre contro i Romani. La Prima Guerra Sannitica (354 a.C. – 330 a.C. circa) sancì la definitiva sottomissione del Lazio al potere romano, ma non della zona sannitica.

La Seconda Guerra Sannitica (327 a.C. – 304 a.C. circa) costituì il primo vero scontro fra la nascente potenza e i Sanniti, che si risolse a favore di questi ultimi. I Romani tentarono di muovere guerra da Capua a Benevento, ma un astuto stratagemma sannita riuscì a bloccare presso Caudium le truppe romane. Una volta in trappola, i soldati romani furono costretti a passare sotto le Forche Caudine, un arco composto dalle lance nemiche in maniera tale da costringere ogni soldato a piegare la schiena per poter passare. Durante il passaggio, i Romani furono costretti a subire ogni tipo di oltraggio, anche fisico e, infine, a lasciare in ostaggio tutta la loro cavalleria.

I Sanniti, subito dopo la vittoria, aizzarono le altre popolazioni italiche del Centro e del Sud Italia (Etruschi in primis) contro i Romani, dando vita alla Terza Guerra Sannitica (298 a.C. - 290 a.C. circa). Stavolta però furono i Romani ad averla vinta, sconfiggendo uno ad uno tutti gli alleati dei Sanniti e costringendo infine questi ad un trattato di pace intorno al 290 a.C.. Sembra che Maleventum fu presa dai Romani, anche se l'occasione precisa è ignota. Di sicuro era nelle loro mani nel 275 a.C., quando essi domarono definitivamente i nemici a seguito della vittoria ottenuta su Pirro, re d'Epiro, proprio a Maleventum.

Nel 268 a.C., Benevento diventò definitivamente una colonia romana con i diritti delle città latine. Durante la seconda guerra punica fu ripetutamente utilizzata dai generali romani come postazione importante, vista la sua vicinanza alla Campania, e la sua resistenza come fortezza. Nelle sue immediate vicinanze si ebbero due delle azioni più decisive della guerra: la battaglia di Benevento (214 a.C.), in cui il generale cartaginese Annone fu sconfitto da Tiberio Gracco; l'altra nel 212 a.C., quando l'accampamento di Annone, in cui aveva accumulato una grande quantità di grano e altre provviste, fu assaltato e preso dal console romano Quinto Fulvio Flacco. E nonostante il suo territorio fosse stato più volte lasciato desolato dai Cartaginesi, Beneventum era ancora una delle 18 colonie latine che nel 209 a.C. poterono e vollero immediatamente fornire la quota di uomini e danaro richiesta per continuare la guerra .

È notevole che non ci sia menzione di Benevento durante la guerra sociale (91-88 a.C.); sembra che fosse scampata alle calamità che a quel tempo affliggevano molte città del Sannio, e verso la fine della Repubblica Romana se ne parlava come una delle città più fiorenti ed opulenti d'Italia .

Nel 42 a.C., sotto il secondo triumvirato, Lucio Munazio Planco per ordine di Augusto dedusse a Benevento una colonia per i veterani (Iulia Concordia Felix Beneventum; si narra che a distribuire i lotti sia stato un rozzo centurione di nome Cafo, da cui la parola cafone). Il territorio della città fu parecchio allargato, aggiungendovi quello di Caudium; una terza colonia vi fu stabilita da Nerone. Nelle iscrizioni del regno di Settimio Severo, la città portava i titoli Colonia Julia Augusta Concordia Felix Beneventum.

L'importanza e la felice condizione di Beneventum sotto l'Impero romano è sufficientemente attestata dalle rovine e dalle iscrizioni; senza dubbio a quel tempo era la città principale degli Irpini e probabilmente, insieme a Capua, la città più popolosa e considerevole del Sud Italia. La sua ricchezza è confermata dalla grande quantità di monete che coniava. Certamente doveva la sua prosperità in parte alle sua posizione sulla via Appia, proprio alla congiunzione delle due diramazioni principali di quell'importante strada (uno dei quali chiamato poi via Traiana). È famosa la tappa a Beneventum nel racconto di Orazio riguardante il suo viaggio da Roma a Brundisium. Sempre alla posizione favorevole doveva l'onore di ripetute visite degli imperatori, tra le quali sono ricordate in particolare quelle di Nerone, Traiano e Settimio Severo. Probabilmente per la stessa ragione fu qui eretto il nobile arco trionfale dedicato a Traiano. Gli imperatori successivi conferirono alla città altri territori ed eressero, o almeno diedero il nome a svariati edifici pubblici. Per scopi amministrativi Beneventum, insieme al resto dell'Irpinia, fu inclusa dapprima nella II regione di Augusto (Apulia et Calabria), ma fu poi annessa alla Campania. I suoi abitanti furono inclusi nella tribù Stellatina.

Il territorio di Beneventum sotto l'Impero romano era considerevole. Ad ovest, come già detto, includeva quello di Caudium, eccetto la città; a nord arrivava al fiume Tamarus, includendo il villaggio di Pagus Veianus; a nord-est comprendeva la città di Equus Tuticus, e ad est e a sud confinava con i territori di Aeclanum e Abellinum. Un'iscrizione ci ha preservato i nomi di diversi villaggi dipendenti da Beneventum, ma non è possibile identificare la loro collocazione.

Pare inoltre che la Benevento romana sia stato luogo di grande attività letteraria, a cominciare dal grammatico Orbilio Pupillo, che insegnò a lungo nella città nativa prima di trasferirsi a Roma, e fu onorato con una statua dai suoi concittadini; esistono iscrizioni che danno onori simili ad un altro grammatico, Rutilio Eliano, e a svariati oratori e poeti di celebrità evidentemente solo locale. La città mantenne la sua importanza fino alla fine dell'Impero.

Caduto l'Impero Romano (476 d.C.), le popolazioni cosiddette barbariche irruppero in Italia, devastando le migliori terre ed occupando le principali città, che cadevano alla forza delle loro armi. Benevento, per la sua importanza storica e di posizione, non fece eccezione.

I Goti guidati, da Teodorico, nel 490 molestarono la città, ma poi ne furono scacciati da Belisario, generale dell'Imperatore d'Oriente, Giustiniano, tra il 536 ed il 537. Totila, approfittanto delle discordie intestine, alimentate da lui medesimo, tra i partigani dei Goti e quelli dell'imperatore d'Oriente, nel 545 la riprese, ne distrusse i migliori edifici e ne diroccò le mura.

Narsete, altro generale dell'Imperatore d'Oriente, dopo aver sconfitto i Goti alle falde del Vesuvio, e respinti i Franchi fuori d'Italia (ragion per cui venne nominato Esarca), riedificò la città, riparando tutti i danni cagionati dai Goti. Ma lo stesso Narsete, dopo non molto, offeso dall'imperatrice Sofia, moglie di Giustiniano, per vendicarsi chiamò in Italia i Longobardi.

Con loro, Benevento visse un nuovo periodo di splendore: Paolo Diacono ne parlava come di una città molto ricca, dominante su tutte le province circostanti.

I Longobardi fecero di Benevento la capitale di un potente Ducato longobardo. Le circostanze della sua nascita sono molto discusse. Secondo alcuni studiosi, i longobardi erano presenti nel Mezzogiorno già prima della completa conquista della Pianura Padana: il ducato sarebbe stato fondato nel 576 da alcuni soldati capeggiati da Zottone, autonomamente dal re longobardo.

Il successore di Zottone fu Arechi I (morto nel 640), dal Ducato del Friuli, che prese Capua e Crotone, saccheggiò la bizantina Amalfi ma non riuscì a impossessarsi di Napoli. Dopo il suo regno, all'Impero Romano d'Oriente rimanevano nel Sud Italia solo Napoli, Amalfi, Gaeta, Sorrento, l'estremità della Calabria e le città marittime della Puglia.

Nei decenni successivi, Benevento conquistò alcuni territori al ducato romano-bizantino, ma il suo nemico principale era ora lo stesso regno longobardo del nord. Re Liutprando intervenne varie volte imponendo un proprio candidato alla successione del ducato; il suo successore Ratchis dichiarò i ducati di Spoleto e Benevento stati esteri in cui era proibito viaggiare senza un permesso reale.

Con il crollo del regno longobardo nel 773, il duca Arechi II fu elevato al rango di Principe sotto il nuovo impero dei Franchi di Carlo Magno, in compenso per alcuni suoi territori dati alla Chiesa (fu lui a far erigere uno dei più bei esempi di architettura longobarda rimasti, la chiesa di Santa Sofia). Benevento fu chiamata la "seconda Pavia" (Ticinum geminum), dopo la caduta della capitale longobarda. L'unità del Principato durò poco: nell'851, Salerno si staccò sotto Siconulfo e, dalla fine del secolo, anche Capua fu indipendente. La persistenza di stati longobardi autonomi permise ai Longobardi di salvaguardare una propria identità culturale e mantenne gran parte dell'Italia del Sud nell'orbita culturale occidentale, anziché bizantina.

La cosiddetta Langobardia Minor fu unificata per l'ultima volta dal duca Pandolfo Testa di Ferro, che espanse il suo controllo nel Mezzogiorno dalla sua base a Benevento e Capua. Prima della sua morte (marzo 981), aveva ottenuto dall'imperatore Ottone I anche il titolo di Duca di Spoleto. Ma sia Benevento che Salerno si ribellarono al suo figlio e successore, Pandolfo II.

I primi decenni dell'XI secolo videro altri due dominatori del Sud Italia venuti dalla Germania: Enrico II conquistò nel 1022 sia Capua che Benevento, ma si ritirò dopo l'assedio fallito a Troia. Risultati simili ottenne Corrado II nel 1038. In questi anni i tre stati (Benevento, Capua e Salerno) furono spesso coinvolti in guerre e dispute locali che favorirono l'ascesa dei Normanni da mercenari a dominatori dell'intero Mezzogiorno.

Nel 1047 Enrico III riconobbe due principati normanni. Benevento entrò perciò in urto con l'imperatore, che in risposta lasciò la città ai saccheggi dei Normanni, contro i quali poco poteva Pandolfo III. Per questo motivo, alcuni esponenti della nobiltà cittadina, di propria iniziativa, chiesero nel 1049 la protezione di papa Leone IX. L'anno dopo, dopo che Pandolfo rifiutò di sottomettersi al papa e all'imperatore, il partito filopapale rovesciò il principe, e offrì a Leone la signoria della città. In base all'accordo di Worms (1052) fra Papa Leone IX e l'Imperatore Enrico III, mentre quest'ultimo otteneva l'usufrutto dell'arcidiocesi di Bamberga, il papato otteneva campo libero per la politica beneventana.

Tuttavia Leone IX lasciò la città al suo destino dopo una dura sconfitta contro i Normanni; nel 1055 essa tornò nelle mani di Pandolfo III. Anche se non è nota la dinamica precisa, nel frattempo i Normanni si impadronivano di tutti i territori del principato. Nel 1059 Pandolfo abdicò a favore del figlio Landolfo VI, che mantenne ambigui rapporti di amicizia con la Chiesa romana, finché il 12 agosto 1073 accettò di sottomettersi a papa Gregorio VII, rimanendo un semplice governatore della città. La cessione ufficiale di Benevento si ebbe nel 1077 con la morte senza eredi di Landolfo. La città divenne così la pietra angolare del potere temporale pontificio nel Mezzogiorno.

Il dominio pontificio sulla Città di Benevento cominciò di fatto nel 967 con l' istituzione della Metropolia, la prima nell' Italia meridionale; si trattava comunque di una sovranità religiosa. Ma lo svolgimento storico che condusse l' antica e gloriosa Città longobarda alla sudditanza feudale alla Chiesa avvenne prevalentemente per processi che avevano a che fare più con la regressione politica e civile seguìta allo smembramento del Principato che con gli sconquassi e spartizioni delle invasioni nordiche. E avvenne per fasi diverse e successive, la prima delle quali fu una supplica accorata "ad Leonem IX...ut veniat" (1082). La ragione della supplica, peraltro approvata sia dal ceto nobiliare che popolare, era che una volta Benevento ridotta ad un piccolo Ducato si sentiva pericolosamente isolata, e indifesa dalle incursioni e razzie dei Normanni. Tale atto tuttavia è da inquadrare storicamente nella Constitutio del 12 agosto del 1073 approvata da Gregorio VII e Landolfo VI, in forza della quale i Principi longobardi si impegnavano perpetuamente all' obbedienza al Papa e sudditi della Chiesa. Successivamente, Pasquale II consolidò le fondamenta del dominio pontificio con un provvedimento istituzionale che accordava ad un suo rappresentante la funzione di mediazione tra la cittadinanza beneventana e la Sacra Consulta, che era l' organo politico della Chiesa. Questa figura istituzionale (in sèguito definita Rettore e poi Delegato Apostolico) finì con l'assumere un ruolo politco nel governo di Benevento, in quanto andò progressivamente svolgendo funzioni di mediazione "materiale" fra i ceti sociali cittadini più che di mediazione fra la Città e la S. Sede. Per comprensibili ragioni, il ceto dei nobili godeva presso il Papato, oltre che di prestigio, di un atteggiamento "politicamente" favorevole in virtù e in funzione del suo status sociale. Così che, quando Urbano II "investit Ansonem (filium Dacomarii rectoris) de dominio Beneventi" (1097), nella Città si andarono delineando due opposte tendenze politiche incernierate sui due ceti, quello nobiliare e quello popolare. Perché i nobili difendevano la designazione pontificia, i popolari proponevano invece la designazione di Landulphus Burellus. Da questo momento si andò creando una contrapposizione politico-sociale che definire vivace è poco, perché essa sfociò spesso in atti criminali e assassini, e durò praticamente fino al 1860, l' anno della caduta del Delegato Apostolico Agnelli a Benevento, della cacciata dei Borboni da Napoli, e della vittoria dei Savoia in Italia (1861). Benevento sotto la Chiesa godette di una certa autonomia amministrativa. A capo della città vi era il rettore, che nei primi tempi fu elettivo; si occupava, oltre che di affari prettamente politici, dell'erario e di importanti questioni giudiziarie. In questo era coadiuvato da un collegio di giudici, che fungevano anche da notai. Oltre a questi amministratori dipendenti direttamente dal papa, vi era un consiglio popolare.

Sotto Gregorio VII vennero eletti come rettore Stefano Sculdascio (detto anche Stefanone) e come reggente Pontile Dacomario. Questi dovettero subito sostenere l'assedio di Roberto il Guiscardo, che il 19 dicembre 1077 occupò la città; si ritirò pochi mesi più tardi, per l'arrivo di Giordano di Capua e del fratello Rainolfo.Il trattato di Ceprano (20 giugno 1080) confermò l'appartenenza di Benevento alla Santa Sede; Gregorio VII diede invece al Guiscardo il ducato di Puglia, in cambio della protezione da Enrico IV.

Morto Sculdascio, Dacomario divenne di fatto il signore della città. Alla sua morte nel 1097 gli succedette suo figlio, l'ambizioso Anzone. In una vertenza con cui l'abbazia di Montecassino voleva riprendere possesso dell'abbazia di Santa Sofia, questi si oppose con un chiaro atteggiamento di indipendenza, e nel 1099 si dichiarò principe dei Beneventani.

Il successore di Urbano, Pasquale II, inaugurò una nuova linea di saldo esercizio del potere papale su Benevento. Innanzitutto attaccò la città; Anzone fuggì. Quindi tolse alla nobiltà beneventana la facoltà di scegliere i rettori, per farlo personalmente: diede così un duro colpo ai privilegi aristocratici.

Di fronte alla minaccia dei Normanni, in città si crearono due fazioni: una nobiliare che non accettava alcun compromesso con loro, e una popolare che invece, provata da grandi sacrifici, desiderava un accordo col nemico. Il papa, interessato a mantenere il potere, si schierò con i primi. Questo fu il primo di una lunga serie di contrasti fra l'aristocrazia e il popolo: nel 1112 la cittadinanza si divise di nuovo sulla scelta di un rettore. Fu chiamato a decidere il papa, che passò l'inverno in città, prendendo misure drastiche contro il partito di Landolfo Borrello, probabilmente filo-normanno, e risparmiando invece quello di Anzone, forse l'ex rettore.

L'11 dicembre 1113 il papa sostituì il rettore nominando il patrizio Landolfo della Greca connestabile, un incarico che comprendeva il comando delle milizie. Questi riuscì ad ottenere numerosi buoni successi contro i baroni normanni confinanti; il popolo, però, stanco di una guerriglia che peggiorava soltanto la sua situazione, nel 1114 si levò a tumulto, sostenuto dall'arcivescovo Landolfo, che concluse un armistizio con i Normanni. L'arcivescovo fu deposto dal papa, che lo invitò a discolparsi nel concilio di Ceprano; ma egli non si presentò.

Negli anni successivi alla morte di Pasquale II, l'Assemblea del Popolo teneva di fatto il potere; a capo del partito era l'arcivescovo Landolfo, reintegrato nelle sue funzioni. Presto fu esiliato Landolfo Della Greca. Dopo qualche anno di tregua con i Normanni, nel 1119 l'arcivescovo si schierò al fianco di Giordano di Ariano contro Rainolfo di Avellino, con cui si era alleato Landolfo Della Greca; ma l'arcivescovo morì e il cardinale Ugo combinò un rappacificamento tra i due feudatari. Papa Callisto II, venuto a Benevento, decise di riportare l'ordine sostituendo il rettore Stefano con Rossemanno figlio, e tenne per gli anni successivi un saldo potere sulla città.

Nel maggio del 1120, racconta il cronista Falcone Beneventano, la città venne turbata da «una tale inondazione del fiume Calore che non vi era memoria di una simile». Nel 1122 il nuovo rettore, il cardinale Crescenzio, temendo le conquiste di Giordano, si schierò contro di lui alleandosi con Guglielmo II di Puglia. Giordano fu sconfitto.

Nel 1124 papa Onorio II succedette a Callisto. Nel 1127, morto Guglielmo di Puglia, suo cugino, conte Ruggero II di Sicilia, iniziò l'espansione nel Mezzogiorno, con lo scopo d'unificare tutti i domini normanni in Italia. I beneventani lo accolsero a Salerno, timorosi di una vendetta di Giordano; ma il papa ovviamente non lo vedeva di buon occhio, e rifiutò le offerte che Ruggero gli fece, scomunicandolo. Così Ruggero ordinò ai baroni vicini a Benevento di infastidire la città. Con l'aiuto di Roberto di Capua, i beneventani riuscirono a rovesciare la situazione; ma il papa portò la guerra in Puglia e qui, sotto il sole di luglio che smembrò le sue truppe, cedette offrendo a Ruggero il feudo di Puglia. Indebolitosi il potere papale, a Benevento il popolo insorse contro la nobiltà, che fu espulsa dalla città; il rettore fu ucciso.

Nel 1130, al nascere della contesa del seggio papale tra Innocenzo II e Anacleto, Benevento sostenne quest'ultimo, che però tenne una politica filonobiliare: convocati i rappresentanti del partito popolare nel Sacrum Palatium, li fece arrestare a tradimento e cacciare dalla città. Nominò rettore il cardinale Crescenzio.

Nel 1132 Roberto di Capua e Rainolfo di Avellino si allearono contro Ruggero di Sicilia. Quando i due eserciti si accamparono ai lati opposti di Benevento, Ruggero, già alleato di Anacleto, volle garantirsi l'appoggio della città, in cambio dell'esonero dalle tasse dovute. Ma l'accordo sottoscritto da Crescenzio sembrò alla cittadinanza una sottomissione a Ruggero: ragion per cui il rettore fu cacciato e la città preferì garantire la neutralità ai principi alleati; ben presto, con la sconfitta di Ruggero, essa diede aperto appoggio a Innocenzo II.

Questi inviò come rettore Gherardo di Santa Croce, il quale a sua volta nominò un nuovo connestabile, il capo dei popolari Rolpotone, con l'intenzione di muovere l'attacco a Ruggero e Anacleto. Dopo qualche successo, nel 1134 Ruggero conquistò rapidamente una serie di feudi. Rolpotone fuggì da Benevento e Ruggero prese la città: la sua appartenenza al papato rimase soltanto formale. Nel 1137 Lotario conquistò Benevento per Innocenzo, ma non appena se ne andò Ruggero la riprese senza difficoltà.

Alla città fu confermato l'esonero dalle tasse. I beneventani si rassegnarono al nuovo padrone, anzi lo aiutarono contro Rainolfo. Ma Innocenzo II era pur sempre interessato a frantumare il Sud in Stati minori inoffensivi: perciò, inaspriti i rapporti con Ruggero, iniziò lo scontro. Il papa, benché fu fatto prigioniero e dovette arrendersi, riottenne Benevento. Ruggero tentò di tenere un protettorato sulla città e poi, a causa di nuovi contrasti, le tolse l'esonero dalle tasse; ma nel 1148 morì, lasciandola al papato.

Il nuovo papa, Adriano IV, non riconobbe il Regno di Sicilia, ora tenuto da Guglielmo I; a Benevento si riunirono i nobili a lui ostili, perciò Guglielmo attaccò la città; ma a causa dell'ammutinamento di altri baroni, dovette desistere. Adriano approfittò di quest'episodio per attaccare Guglielmo, insieme ai bizantini e ai nobili ostili al re. Ma il re ebbe successo: gli avversari dispersi si riunirono a Benevento, a cui Guglielmo tagliò i rifornimenti: il 18 giugno 1156 Adriano fu costretto ad arrendersi.

Con questa guerra cessavano le ostilità fra Stato della Chiesa e Regno di Sicilia: divenuti i due Stati alleati contro l'Impero, Benevento visse un periodo di tranquillità, sviluppandosi ma intanto perdendo l'importanza strategica. Vi si rifugiò papa Alessandro III durante lo scisma con Vittore IV, e questi dopo la pace di Venezia ne nominò rettore il suo antagonista Callisto III. Nel 1172 Guglielmo II ripristinò l'esenzione dalle tasse e concesse il pascolo nei terreni limitrofi alla città, a patto che Benevento non ospitasse suoi nemici. In questo periodo a Benevento nasceva una nuova istituzione, il Consolato, con cui il crescente ceto borghese poté partecipare al governo cittadino. L'imperatore Enrico VI, preso possesso del Regno di Sicilia, confermò a Benevento i suoi privilegi.

Nel gennaio 1202, nel Sacrum Palatium, alla presenza del rettore Gregorio, dodici giudici, dodici consoli e ventiquattro giurati e consiglieri sottoscrissero gli statuti della città, in cui erano codificati i cambiamenti avutasi dalla fine del principato longobardo, anche se in una forma spesso non limpida. Essi non solo completarono l'ordinamento municipale, ma introdussero anche norme di diritto e procedure. Furono un importante organo giuridico, basato sul diritto longobardo ed integrato con quello romano, da cui emergeva come Benevento, ben lungi dall'arrivare a gradi di autogoverno e libertà civile pari a quelli dei comuni del Nord Italia, era comunque avanti rispetto al resto del Sud assorbito nel Regno di Sicilia. Erano ispirati ad un alto ideale civico: Officia honorent et ament popolum, popolus amet et onoret officia.

Gli statuti prevedevano che i consoli venissero eletti da tre giurati, che venivano scelti dal rettore, dai giudici e dai consoli uscenti. In caso di nuove deliberazioni o di notevole interesse comune, i magistrati dovevano consultare il consiglio dei principali cittadini delle otto contrade o porte della città (Porta Somma, Port'Aurea, Rufina, San Lorenzo, Nova, Gloriosa, Fogliarosa e Biscarda). I consoli usciti di carica non potevano essere rieletti se non dopo cinque anni, né potevano loro succedere il padre, i fratelli o i figli. In caso d'inadempienza erano tenuti a risponderne solo nel primo mese dall'abbandono della carica.

Nel 1207 gli statuti vennero approvati da papa Innocenzo III. Essi furono spesso trascurati nei primi decenni di vita: nel 1230 si rese necessario che il rettore Roffredo di Umberto d'Anagni facesse di nuovo solennemente giurare ai magistrati ed al popolo la loro perfetta osservanza.

I primi decenni del XIII secolo furono tranquilli: la città era in ottimi rapporti con i papi, e il successore di Enrico, Federico II, imitò i suoi predecessori confermando i privilegi di Benevento, anche per far sì che Onorio III lo incoronasse imperatore. Tuttavia, la città prima del 1220 aveva approfittato dell'assenza di Federico dal regno per annettersi alcuni castelli limitrofi; ma le furono tolti al suo arrivo.

Con l'inizio delle ostilità fra Papato e Impero, la situazione cambiò radicalmente. Dapprima, nel 1128, Federico la fece sorvegliare, fra le proteste di papa Gregorio IX. Poi, i beneventani approfittarono dei successi del papa in Campania per intraprendere una campagna di saccheggi fino in Puglia: Federico rispose con azioni di devastazione del territorio cittadino. Ma, conclusasi la guerra a suo favore, la pace preservò lo status e le libertà di Benevento.

Nel 1239, riaperte le ostilità, Federico decise di liberarsi della città, scomoda roccaforte papale e rifugio dei suoi nemici, nel mezzo del suo regno: iniziò un lungo assedio, cui i Beneventani erano risoluti a resistere fino all'ultimo. Gregorio lodò e sovvenzionò la resistenza. Ma, distrutte le colture della città, arrivò la fame: ad aprile 1241 Benevento accettò le condizioni di resa, che comprendevano la clemenza imperiale. Le mura furono distrutte; il Consolato fu soppresso e gli altri funzionari iniziarono ad obbedire a Federico. Nel 1247 papa Innocenzo IV riunì i beneventani a lui fedeli, dando vita così una resistenza clandestina, che nel 1249 uscì allo scoperto. Il 1° gennaio 1250 Federico rase al suolo Benevento e ne disperse gli abitanti.

Di lì a poco morì Federico. Innocenzo tentò di assoggettarsi il Regno di Sicilia e finanziò la ricostruzione di Benevento, che nel frattempo si era ripopolata. Ma presto il figlio di Federico, Corrado IV, riprese possesso del regno e con questo di Benevento, che non aveva possibilità di difendersi. Con la morte prematura di Corrado (1254), la Chiesa tenne la parte settentrionale del regno e diede quella meridionale a Manfredi di Svevia in qualità di vicario papale; ma presto Manfredi riottenne anche quei territori. Era comunque vincolato a finanziare la ricostruzione di Benevento e lasciarla autonoma.

Carlo d'Angiò lasciò che le sue truppe saccheggiassero la città, marzo 1266, in quanto essa aveva appoggiato Manfredi. Ma Clemente protestò e ottenne l'impegno del nuovo sovrano di Sicilia alla ricostruzione.

I beneventani tentarono di ampliare l'autogoverno della città, ma senza minacce esterne il papato non era incentivato a concedere nuove libertà. Anzi, nel 1267 Clemente IV non approvò i nuovi compilati dal popolo, con cui si voleva mettere a capo della città otto boni et legales homines eletti ogni semestre. Egli vietò a Benevento l'emanazione autonoma di statuti: ciò causò nuovi disordini interni con il crearsi di due fazioni opposte: gli Intrinseci e Estrinseci.

Sotto il papato di Gregorio X, a fomentare il clima di ribellione si aggiunse l'invio di rettori spesso corrotti, provenienti dalla nobiltà dello Stato della Chiesa. Il 9 ottobre del 1281 papa Martino IV, guadagnandosi per mezzo del suo governatore Uguccione Marzoli l'adesione di alcuni nobili beneventani, abolì l'istituto dei Consoli che erano a garanzia del popolo. La città ne fu subito indignata ed insorse, i Beneventani arrivarono a mettere su un autogoverno parallelo; per esempio istituirono un organo di polizia, il Consiglio dei Ventiquattro, che presto fu vietato. Con la morte di Martino IV, a cui successe Onorio IV al popolo beneventano fu restituito il Consolato. In seguito il 4 marzo 1285 ebbe luogo fra le due fazioni opposte una pubblica pace. Sotto Bonifacio VIII fu istituito un Consiglio dei Cinquecento: il papa lo accettò perché ora intendeva limitare il potere della nobiltà che stava diventando pericolosa. Infine, il 18 gennaio 1304, Benedetto XI riconobbe alla città la facoltà di scegliere i propri funzionari e limitò drasticamente il potere dei rettori.

Nel XIV secolo Benevento fu travagliata da lotte intestine che durarono fino al 1530, quando fu sottoscritto un atto di pace (Pace Vecchia). Nel 1688, uno spaventoso terremoto distrusse quasi completamente la città, che venne ricostruita con enormi sacrifici, anche grazie all'intervento economico del Cardinale Vincenzo M. Orsini (in seguito divenuto Papa con il nome di Benedetto XIII).

Il primo concilio in città risale al 1059; il canonico Stefano Borgia, autore di monografie locali, lo vuole presieduto da Papa Niccolò II nella estinta chiesa di San Pietro. Il concilio fu tenuto nell'interesse dell'abazia di San Vincenzo al Volturno (fondata da tre fratelli beneventani, Paldo, Tato e Taso), occupata da Liutfredo abate.

Benedetto XIII, nel suo synodicon pubblicato nel 1693, ne enumera ventuno.

Nel 1798 Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, preoccupato dall'occupazione di Roma da parte delle truppe napoleoniche, decise di prendere Benevento prima che nascesse anche lì un governo filofrancese, pericoloso per la stabilità del dominio borbonico. Effettuata l'operazione, tentò lo scontro con la Repubblica Romana, ma dovette presto arrendersi; con l'armistizio di Sparanise, lasciò Benevento e Capua ai Francesi.

Questi attirarono presto l'antipatia popolare saccheggiando il tesoro del duomo. Governò la città prima Andrea Valiante, poi Carlo Popp, che la dichiarò annessa alla Francia e vi importò le leggi francesi post-rivoluzionarie, come l'abolizione della nobiltà e dei privilegi del clero. Procedette inoltre ad una raffica di arresti, seminando il terrore. Il malcontento popolare esplose in rivolta il 24 maggio 1799, approfittando dell'arrivo di truppe partenopee: a capo della città sedette il cardinale Ruffo, riportando la città sotto il dominio pontificio.

Nonostante le trattative della Santa Sede con Napoleone, questi di nuovo occupò i territori pontifici (1802). Nel 1806 fece di Benevento un principato indipendente, capeggiato dal marchese Talleyrand. Fu nominato governatore della città Louis De Beer, che introdusse notevoli novità legislative ed amministrative, che ricalcavano quelle applicate in Francia. A gennaio 1814 Gioacchino Murat, re di Napoli, occupò il principato e lo tenne fino alla fine dell'epopea napoleonica.

Con il Congresso di Vienna (1815), nella seduta del 4 giugno, a norma dell'articolo 103 si stabilì che Benevento fosse restituita alla Santa Sede, insieme all'altro principato napoleonico di Pontecorvo. In questo periodo il castello e la città furono presidiati dalle truppe austriache (23 maggio- 18 giugno 1815), e successivamente la città fu governata dall'intendente di Avellino Carlo Ungaro, duca di Monteiasi, dall'11 giugno al 15 luglio 1815.

Anche in città nel 1820 si costituirono un bosco ed una vendita, e quando, nel luglio 1820, giunse la notizia che in Napoli era scoppiata la rivoluzione ed era stata proclamata la Costituzione, anche i Carbonari beneventani insorsero, chiedendo le medesime garanzie di libertà.

Il 3 settembre 1860, ancora prima che Garibaldi giungesse a Napoli, si ebbe una singolare "rivoluzione", che non incontrò alcuna resistenza pontificia. Il beneventano Salvatore Rampone, senza scorta, vestito in camicia rossa da colonnello dei garibaldini, si recò al castello per comunicare all'ultimo delegato apostolico, Edoardo Agnelli, l'ordine di lasciare la città entro tre ore. Il dominio papale era finito.

In cambio dell'incorporazione nel regno sabaudo, Salvatore Rampone ottenne che a Benevento fosse creata una Provincia ad hoc che comprendeva anche alcuni territori dalle province del Regno delle Due Sicilie più prossime (Principato Ultra, Molise, Terra di Lavoro, in minor misura Capitanata).

A causa della sua centralità nelle comunicazioni ferroviarie fra Roma e Puglia, la città venne colpita in maniera durissima dai bombardamenti angloamericani nel 1943. Il 21 agosto gli Alleati cominciarono a bombardare la città per stanare i tedeschi e spingerli a risalire la Penisola: il primo obiettivo centrato fu la stazione ferroviaria.

L'8 settembre 1943 venne firmato l'armistizio di Cassibile, ma per la città non ci fu tregua: arrivò un nuovo bombardamento degli angloamericani, questa volta nella zona intorno al Ponte Vanvitelli. I bombardamenti continuarono nei giorni 11 e 12 settembre. Il 15 fu il giorno più funesto per la città: cinque ondate di bombardamenti spianarono per intero Piazza Duomo e Piazza Orsini.

Duemila morti tra la popolazione civile, l'apparato industriale della zona ferrovia quasi azzerato, 5.000 vani distrutti, quasi 4.000 fortemente danneggiati, fu il tragico bilancio delle incursioni aeree. Qualche settimana dopo, il 2 ottobre 1943, i tedeschi lasciarono la città. Per il comportamento della cittadinanza in queste difficili circostanze, nel 1967 la città sarebbe stata insignita della medaglia d'oro al valor civile.

Pochi anni dopo la guerra, la terribile piena del fiume Calore del 2 ottobre 1949 portò ancora vittime e distruzione.

L'economia della città, tradizionalmente agricola, nel secondo dopoguerra si è poggiata prevalentemente sul settore pubblico: i numerosi impieghi nelle pubbliche amministrazioni e, comunque, le maggiori possibilità di lavoro hanno indotto molti degli abitanti dei comuni della Provincia ad inurbarsi.

L'ampliamento della città, almeno sino agli anni Settanta, non è stato governato efficacemente dai pubblici poteri; una prima inversione di tendenza si è osservata negli anni Ottanta, ma è negli ultimi anni che Benevento è cambiata radicalmente. Da un lato sono sorti l'università e centri di ricerca come il MARSec, dall'altro i numerosi interventi di riqualificazione e restauro del centro storico hanno reso la città elegante e ospitale. Oggi Benevento punta a divenire un'importante meta di turismo culturale.

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Provincia di Benevento

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La Provincia di Benevento è una provincia della Campania di 289.057 abitanti, istituita il 25 ottobre 1860. Fa parte del Sannio. Da tempo in Provincia si sta discutendo per la costituzione del Molisannio.

Confina a nord con il Molise (Provincia di Campobasso), a est con la Puglia (Provincia di Foggia), a sud con la Provincia di Avellino e la Provincia di Napoli, a ovest con la Provincia di Caserta.

La sua massima dimensione longitudinale tra il colle Giglio sul confine nord (41°29') ed il monte Avella, sul confine sud (40°59') è di 30', pari a 55,590 km; e la massima lunghezza fra la falda del monte San Vito sul confine orientale(2°42'), e la punta estrema del territorio di Limatola nel Volturno (1°54') è di 48', pari a 67 km circa (al parallelo 41°14' che taglia per metà la provincia).

Posta nel cuore dell'Appennino sannitico (che fa parte dell'Appennino meridionale), questa provincia, a guardarla sulla carta a rilievo, ha la forma di una grande conca alpestre, molto accidentata, compresa quasi tutta nel bacino del medio e basso Calore, tranne l'estremo lembo proteso verso nord-est, il quale rientra nell'alto bacino del Fortore, ed il versante occidentale del Taburno, che fa parte del bacino del Volturno.

L'altitudine media di questa "conca" è di circa 900 m sul livello del mare; la massima depressione si ha nella punta di Limatola (44 m) e la massima elevazione con il monte Mutria (1822 m); è cinta dai contrafforti del Matese e dai monti Molisani a nord, dai monti Dauni ad est, dalle ultime appendici del Terminio e Partenio a sud, e dai monti Tifata e Taburno ad ovest.

L'odierna valle del Calore Beneventano in origine era un bacino chiuso occupato da un lago, di cui il Calore, il Tammaro ed il Sabato erano i principali tributari. Per una violenta depressione del suolo tra l'estremità settentrionale del Taburno e la meridionale del Matese, le acque di quel lago si sarebbero aperto il varco verso il Volturno ed avrebbero formato l'odierna valle del basso Calore con la piana di Solopaca. Che la conca beneventana in origine sia stato un lago è provato dal fatto che l'odierna piana di Benevento e quasi tutte le colline che la circondano, sono di formazione terziaria (compresa tra 70-63 e 1-2 milioni di anni fa), composte cioè di stratificazioni ghiaiose, o ammassamenti di ciottoli misti a calcare ed arenaria.

Durante il terziario accaddero intensi e vasti movimenti tettonici, soprattutto legati alla cosiddetta orogenesi alpina, che non si limitò alle sole Alpi, ma alla quale si devono le principali linee direttrici del rilievo attuale dei continenti. Di formazione secondaria o mesozoica (tra 230-225 e 70-63 milioni di anni fa) è invece, costituita la cinta montana della provincia.

I terreni sono costituiti in massima parte da elementi argilloso - calcareo - silicei, con qualche raro masso erratico di granito (Valfortore); non sono rare invece le concrezioni conchiliace e le incostrazioni ittiche (Pietraroja, Castelfranco in Miscano), i giacimenti di marmi colorati (Vitulano, Cautano, Paduli), e di selci trasparenti e calcedonio comune.

Non mancano zone in cui sono evidenti i segni di una primordiale attività vulcanica, come nelle regioni Vitulanese, Telesina e Galdina. Nella valle di Vitulano, in quasi tutto il suolo di Tocco Caudio, vi sono giacimenti di tufo con pomici, foglie di mica e cristalli di pirosseno, attestanti chiaramente l'esistenza del cratere di un vulcano spento, dal quale dovettero essere lanciate tutte le sostanze vulcaniche che si rinvengono in molte parti della valle Beneventana. La stessa base del paese di Tocco Caudio non sarebbe che un cono rovesciato di tufo vulcanico.

Nella regione Telesina e Cerretese, poi, oltre alle sorgenti d'acqua termali e minerali, vi sono grandi giacimenti di tufo grigio, formati evidentemente da ceneri vulcaniche, e di lignite (Pietraroja), che, secondo molti geologi, è indizio dell'origine vulcanica di quei terreni. Nel settore nord-est, tra il Tammaro ed il Fortore, non vi è nessuna traccia di terreno vulcanico oltre al tufo di monte Caffarello (687 m), in quel di San Marco dei Cavoti.

Bisogna andare al di là del Fortore nella regione Galdina, per trovare un'altra zona vulcanica. Nel sito detto Fontane Padule ad est di San Bartolomeo in Galdo, e tra il bosco Montauro ed Alberona, si trovano ad una certa profondità pomici, scorie, pezzi d'ossido nero di manganese e di ferro fuso in forma spirale, oltre a strati di torba papiracea, un'immensa quantità di piriti e strati di ferro carbonati litoide.

Sorgenti d'acqua termo-minerali vengono fuori da tutti i punti del suolo della provincia.

I venti predominanti nella conca beneventana sono: tra gli australi, lo scirocco da SW; tra i boreali, il grecale da NE, quello che i naturali chiamano Salernitano, che apporta piogge e nebbie, le quali perciò vengono su di solito dalla valle del fiume Sabato; la bora, che viene chiamata localmente vòrea, sgombra dall'ambiente l'umidità, purifica l'aria e la rende più respirabile, infondendo un senso di benessere.

Nel settore sud-est vi sono le ultime diramazioni del Terminio, che separano la valle del Sabato da quella del Calore, con le alture di San Giorgio del Sannio (380 m), quelle di Sant'Angelo a Cupolo, con il monte Pagliari (475 m), quelle di San Nazzaro e Calvi, con il monte San Marco (505 m) e le alture di Cucciano che separono la valle del Calore da quella dell'Ufita, con il monte Calvano (554 m), Rocchetta (632 m) e Cucciano (700 m).

Nel settore nord-est vi è l'incurvatura della dorsale appenninica, dove i monti Molisani si congiungono con i monti Dauni, formando la catena la catena arcuata dei monti d'Alberona, Roseto, Castelfranco, Montefalcone, Foiano di Val Fortore e Baselice nella quale sono le sorgenti del Fortore.

In questa catena emergono i monti: Taglianaso (908 m), Teglia (742 m), Tufara (913 m) e S. Angelo (641 m) al confine nord-est, sulla destra del Fortore; mentre sulla sinistra, costituenti lo spartiacque tra la valle del Fortore e quella del Tammaro si trovano i monti: Serravessilli (892 m), Calvello (946 m), Rovino (920 m), S. Onofrio (950 m), S. Luca (981 m) e S. Marco (1007 m).

Tra le diramazioni dei monti Molisani si distinguono anche le montagne di Cercemaggiore (960 m), quelle di Santa Croce del Sannio con il monte S. Martino (853 m), il Murgia Giuntatore (992 m), il m. Saraceno (1086 m), i monti di Colle Sannita (871 m) e di Castelvetere in Val Fortore (706 m), le alture di Castelfranco in Miscano con il monte S. Felice (851 m), di San Marco dei Cavoti con il monte Caffarello (687 m), e le alture di Foiano di Val Fortore con i monti Barbato (946 m) e Fontesanlorenzo (981 m), e giù fino al colle di Paduli (380 m) ed al monte Crapiano (371 m) che forma le appendici estreme dei monti Molisani sulla destra del Calore.

Nel settore NW si elevano le propaggini del Matese, dove sono i monti più alti della provincia, che determinano lo spartiacque tra le valli del Tammaro, del Volturno e del basso Calore. Il crine di displuvio è costituito da una ramificazione che cominciando dal monte Acero (733 m.), a sud-ovest, gira per i monti Monaco di Gioia (1331 m.), Erbano (1390 m), Crosco (1300 m), Pescolombardo (1566 m), Monte Mutria (1822 m), Moschiaturo (1470 m.), Pagliarella (1020 m) e termina all'altro gruppo dei Giallonardo (1030 m).

Vi si distinguono inoltre i monti Serra Macchia Strinata (1252 m), Morrone della Serra (1351 m), Colle Statera,(1252 m), Cima Selvozza (1194 m), Rotondo (926 m), Mangialardo (1030 m), Calvello (1018 m), Valluccio (1010 m), Coppo (1009 m) e giù sino ai monti di S. Vitale (250 m), Scopa (251 m) e S. Angelo (190 m), che forma le estreme appendici meridionali del Matese.

Nel settore SW, tra i torrenti Serretelle e Corvo ad est, la valle del basso Calore a nord, il bacino del Volturno ad ovest, e la valle dell'Isclero a sud, sorge il gran massiccio del Taburno, il quale a sud-est per mezzo di un ramo formato dal monte Mauro (671 m), dal valico di Sferracavallo (300 m), dal colle Tufara (500 m) e dal monte Cornice (907 m) si congiunge al monte Avella (1591 m), nella catena del Partenio separando la valle Caudina da quella di Benevento.

Talché il crine displuviato è formato da questo ramo e dai monti Taburno (1393 m), Tuoro Alto (1300 m), Rosa (1310), Camposauro (1394 m), Pizzo Cupone (1234 m) e Pentime (1170 m), nella direzione di sud-est a nord-ovest.

Il massiccio del Taburno è formato come da un grande acrocoro, che nella parte superiore comprende la valle Vitulanese lunga circa 15 km²., da Montesarchio a Paupisi, cinge a guisa di una grande terrazza il fianco orientale del massiccio in tutta la sua lunghezza ed altezza media di circa 500 m., che passa per Campoli, Cautano, Foglianise, Vitulano, Torrecuso e Paupisi.

Il crinale del Taburno si sviluppa nella stessa direzione della valle Vitulanese da sud a nord ed è diviso trasversalmente in due sezioni per mezzo della piana di Prata (790 m) che apre un varco fra i due versanti orientale ed occidentale, e mette in comunicazione la valle Vitulanese, con quella del Volturno. La sezione meridionale, oltre ai monti già menzionati, comprende: il Pizzo Cardito (1150 m), Cepponeto (1270 m), Colle dei Paperi (1331 m), Toppo Ortichelle (1260 m), Toppo Campiglia (1205 m), m. Coppola (1011 m) e la sezione settentrionale del m. Gaudello (1209 m), il Piano d'Andrea (1304 m), il Tesoro (1180 m) ed altri.

A sud di Benevento si prolungano le appendici settentrionali del Partenio che segna lo spartiacque fra la valle del Corvo e quella del Sabato, con il m. Trascio (461 m.) e le colline di San Leucio del Sannio (380 m.),M. Calvo (347 m.) e la Gran Potenza o Monte san Felice (200 m.).

In una zona montuosa come il Sannio non pochi sono i valichi per le comunicazioni interne ed esterne, che una volta, quando esso non era così provvisto di vie ferrate e rotabili, furono per secoli molto frequentati. Sul confine occidentale, con la provincia di Caserta, ve ne sono due: la sella di Arpaia (254 m) tra il Monte Tairano (768 m) ed il Monte Veccio (860 m.), per la quale si giunge nella valle Caudina; e la gola di Moiano (264 m.) per la quale si entra nella medesima valle per chi venga da Sant'Agata de' Goti. Dalla valle Caudina si scende nella conca beneventana attraverso la sella di Sferracavallo, a sud-est di Montesarchio.

Un antico valico per il quale il Sannio caudino comunicava con Apulia e Daunia e gli Irpini con i Pentri, era l'altro estremo della provincia, nella gola dell'antica Cluvia, presso Buonalbergo, la dove è ora il ponte delle Chianche: qui vi era lo sbocco di quella grande arteria di viabilità detta tratturo, tipica via per la quale i Sanniti, quasi tutti dediti alla pastorizia, si conducevano con i loro greggi ed armamenti da luogo a luogo. Qui i Romani posero una guarnigione ed una colonia, quale punto strategico inespugnabile, per proteggere le comunicazioni fra la valle del Miscano e quella del Tammaro.

Un altro valico si trova sul confine nord, presso Sassinoro dove era l'antica stazione di Sirpio o Super Tamarum della via Numicia (itin. Anton.) che conduceva a Boiano: a quella via forse corrisponde in parte l'odierna sannitica.

La maggior parte degli altopiani sono antiche pianure fluviali che hanno poi subìto un sollevamento tettonico, ma esistono anche altopiani d'erosione che corrispondono ad antica superficie d'erosione e altopiani strutturali formati da antiche superfici strutturali.

I fiumi principali sono: innanzitutto il Calore Irpino, che nasce in provincia di Avellino per riversarsi nel Volturno, il quale interessa parzialmente i confini occidentali; abbiamo poi due affluenti del Calore provenienti sempre dalla provincia di Avellino: il Sabato, che confluisce nel Calore nei pressi di Benevento, e l'Ufita (il Miscano, nato in provincia di Foggia, si riversa nell'Ufita); un altro affluente, il Tammaro, proviene dalla provincia di Campobasso.

Le differenze climatiche e geologiche imprimono una certa differenza anche allo sviluppo della vegetazione nella provincia.

In quasi tutte le valli e le pendici vegetano spontaneamente la malva, il rovo, l'ortica, il gettaione, il rosolaccio, lo stoppione, il sambuco erbaceo, la mercorella e simili, indizio della fericità del suolo.

Prima del 1860, la provincia, era quasi isolata; vi erano solo due vie rotabili di grandi comunicazioni: la Sannitica, che da Napoli, attraverso Caserta, Solopaca, Guardia Sanframondi, San Lupo, Pontelandolfo e Morcone andava a Campobasso; e l'antica via Consolare che da Caserta, attraverso la valle Caudina e Benevento, andava a innestarsi alla via regia delle Puglie prima di Mirabella Eclano.

In tutto, una novantina di km di vie maestre. Delle due solo la via Consolare passava per Benevento; essa, essendo allora l'unica grande arteria del transito meridionale tra i versanti tirrenico ed adriatico, bastava a fare di Benevento un centro commerciale e strategico di primissimo ordine, e la città dovette a ciò la sua fortuna nell' antichità romana e nell'alto medioevo. Ma da quando Benevento, nell'XI secolo, cadde sotto il dominio del Papa, e Carlo I d'Angiò, per liberare la viabilità del Regno di Napoli, nel 1269 tracciò la nuova via, che da Napoli, per Monteforte Irpino, Avellino ed Ariano andava in Puglia, la via Consolare divenne anemica, ed il cuore di essa, Benevento, fu minacciata sempre da paralisi commerciale.

Né gli altri paesi della regione, che allora appartenevano al Regno di Napoli, si trovavano in migliori condizioni, poiché non c'erano altre vie di grande comunicazione; e quelle poche di piccola comunicazione o mulattiere erano mal tenute ed impraticabili per la maggior parte dell'anno. Ciò costituì un grande ostacolo allo sviluppo del commercio, della ricchezza e quindi della civiltà.

Bisogna tuttavia aggiungere una strada particolare, il regio tratturo: ampia via naturale, tracciata, sin ab antiquo, dal periodico passaggio delle gregge e degli armenti. Il regio tratturo beneventano entrava nella provincia per il passo di Serravessilli, attraversava la Murgia delle Fate a sud di San Giorgio La Molara, guadando i torrenti Drago e Tamaricchio alle loro confluenze con il Tammaro, passava sotto Reino e lasciando a destra Circello, a sinistra Santa Croce del Sannio a nord di Sassinoro entrava nel Molise. Centinaia di migliaia di capi d'armenti passavano e ripasavano annualmente per quella via recando il più valido contributo alla agricoltura.

Dal 1860 Benevento è tornata, un centro importante di viabilità nel mezzogiorno d'Italia. Sin dal 1871 il Prefetto della nuova provincia poté annunziare al Consiglio provinciale, che questa, "testè priva quasi affatto di strade, oramai se n'era tanto arricchita, che tra le province d'Italia non occupava più uno degli ultimi posti", ed indicava come già compiute, o presto a compiersi, la provinciale di Val Fortore che arrivava fino a San Bartolomeo in Galdo, quella dei Ciardelli che andava direttamente ad Avellino, quella di Alvignanello che andava a Caserta, e le comunali che coprivano tutti i comuni della provincia. Oggi dunque moderne vie di comunicazione consenono di raggiungere e attraversare comodamente il territorio provinciale. Poiché la città si è estesa in modo considerevole sono state infine create agli inizi degli anni Settanta del XX secolo una moltitudine di strade, tra cui le due tangenziali che circondano ad anello il capoluogo.

Per ciò che riguarda i collegamenti con il resto della regione e del Paese invece si avverte ancora la mancanza di una via comoda e diretta per raggiungere il Napoletano: attualmente la via più diretta è la Strada Statale 7 Via Appia, percorrendo la quale però è necessario uscire su strade secondarie nei pressi di Arienzo e immettersi poi nella rete viaria della provincia di Napoli. Manca altresì un collegamento diretto e veloce con Avellino, dato che tale non può più definirsi nè il percorso attraverso la declassata Strada Statale 88 dei Due Principati nè il percorso via A16. Di contro la SS 372 Telesina Benevento-Caianello, che attraversa tutti i comuni della valle Telesina e molti della provincia di Caserta, si innesta sulla A1 e permette così di arrivare a Roma in meno di tre ore. La Strada Statale 87 Sannitica raggiunge Campobasso, e Termoli, permettendo di proseguire verso i paesi abruzzesi, tra cui San Salvo, Vasto e Pescara luoghi di vacanza di molti beneventani. Un raccordo autostradale che passa per San Giorgio del Sannio collega la Tangenziale est di Benevento con l'autostrada A16 Napoli-Canosa.

La provincia di Benevento fu costituita con decreto del Dittatore Garibaldi del 25 ottobre 1860, ma il potere temporale dei Papi, nella città era finito già prima che Garibaldi giungesse a Napoli.

Il 3 settembre si era avuta infatti una incruenta e singolare "rivoluzione" conclusasi con la liberazione di Benevento. I volontari del Vitulanese guidati da Giuseppe De Marco, ed i garibaldini beneventani guidati da Salvatore Rampone dovettero difendersi più dalle scomuniche che dalle artiglierie pontificie, che rimasero mute, senza accennare neanche una simbolica resistenza bellica, come invece avvenne nell'ultimo atto della caduta del potere temporale, dieci anni dopo a Porta Pia. I disordini popolari si mutarono presto in festa cittadina ed i gendarmi del Papa si unirono ai beneventani nella gioiosa esultanza. Il Delegato Pontificio, (Eduardo Agnelli) dopo una formale protesta, accettò l'invito del Rampone in nome di Garibaldi, a lasciare la città. Si concludevono così otto secoli di dominio pontificio, e Benevento si emancipava dal potere temporale per porsi a capo di una circoscrizione provinciale.

Ma a Torino, nella seduta della Camera dei Deputati del 2 aprile 1861, si annunciava una tempesta contro la nuova provincia di Benevento: Giuseppe Massari, deputato di Bari, recava all'assemblea giudizi gravi sull'amministrazione delle province napoletane; nell'occasione poi, criticò la nuova provincia di Benevento, costituita con danni gravi nei confronti delle altre province di Avellino, Salerno, Foggia, Campobasso, Caserta.

La provincia apparve destinata al soffocamento. Il 3 aprile venne presentata la proposta di legge del deputato casertano Beniamino Caso, e da altri deputati delle province di Terra di Lavoro (Caserta) di Principato Ultra (Avellino) e del Molise, che chiesero la sospensione del decreto del Luogotenenete del Re. I dibattiti furono lunghi ed animati, alla fine però con grande maggioranza di voti il 15 maggio 1861 la Camera Dei Deputati rigettava la legge di sospensione del deputato Caso, ed approvava la circoscrizione della provincia di Benevento, anche se alla fine le furono tolti molti comuni.

La provincia si ampliò momentaneamente nel 1927 integrando parte della soppressa provincia di Caserta; alla reistituzione di quest'ultima (1945), la provincia di Benevento tornò nei confini precedenti.

I Sanniti a perpetuare la memoria dei loro padri, in tutte le insegne e le armi che usavano, portavano effigiata la testa del toro.

In molti luoghi e città dell'antico Sannio come a Boiano ed Isernia, in marmi, con molto artificio ed in diverse guise, si vede scolpito il toro.

Usi e costumi - Tra le montagne della provincia di Benevento, per tanti secoli impervie, e quindi quasi impenetrate all'avvicendarsi delle civiltà, vi è un ceto pastorale e contadinesco che conserva non solo il costume e la coscienza tradizionale degli avi antichi, ma anche il tipo fisico con lo stampo della razza.

Forti e ben piantati e con maschi lineamenti gli uomini, che fanno pensare agli antichi vèliti e gladiatori sanniti dal contegno dignitoso e onesto e gelosi custodi dell'onore e delle proprie tradizioni.

Ne le donne, anche dall'aspetto fiero ed adusto mancano di avvenenza: brune, capelli ed occhi neri e profondi, con un'espressione di energia nel volto e negli atteggiamenti.

I loro costumi erano davvero molto tradizionali, anche se oggi il modo di vestire di un tempo è praticamente scomparso.

I pastori vestivano lanose pelli: zampitti (da calzari di pelli caprine, che ne facevano somigliare i piedi a zampe). Il contadino, indossava giacchetta e calzoni corti, con grossi bottoni lucenti, sciarpe colorate, anelli ed altri gingilli.

Ancora più pittoresco era il costume di gala della contadina, elementi caratteristici del vestiario erano: panneranno o friso o magnosa cioè una tovaglia di lino o seta ornata di merletti e frange che si portava ripiegata sul capo, la cannacca una grossa collana di globi d'oro o di corallo a più giri, che copriva la gola ed il petto; il corpetto, di panno rosso o verde, gallonato o adorno di grossi bottoni d'oro ed allacciato alla schiena con nastri o lacci colorati di seta, maniche strette del medesimo castoro, staccate agli omeri, e legatevi con altri nastri; e dalle maniche e dal corpetto scollato venivano fuori i ricci o ricami della camicia bianchissima. I cerchioni, grandissimi pendenti circolari d'oro; la rizzola una specie di scuffia, che le maritate portavano sotto il friso.

Elementi non meno interessanti di caratteri etnici si conservavano nei tradizionali riti funebri, nuziali e religiosi.

L’Alto Tammaro è una zona olivicola, dove si produce un olio di elevata qualità: il "Sannio Beneventano".

Tutti i paesi della Comunità Montana del Fortore fanno parte dell'area di produzione del "Caciocavallo Silano", formaggio di denominazione di origine protetta (D.O.P.).

I vini D.O.C. prodotti sono l'Aglianico del Taburno, il Solopaca e il Sant’Agata dei Goti, famoso nella tipologia Falanghina.

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Source : Wikipedia