Bayern Monaco

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Inviato da maria 07/04/2009 @ 05:13

Tags : bayern monaco, germania, squadre nazionali europee, calcio, sport

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Bayern Monaco II

Voce principale: Bayern Monaco.

Il Bayern Monaco II o Bayern Monaco amatori è la seconda squadra del club calcistico tedesco del Bayern Monaco, avente sede a Monaco di Baviera. Milita nella Dritte Bundesliga, la terza divisione del campionato di calcio tedesco. Si è piazzata solitamente nelle zone centrali della graduatoria.

Nel 2004 vinse la Regionalliga, ma, come per le squadre di riserve degli altri club di Bundesliga o di Zweite Bundesliga, non ebbe diritto alla promozione.

I giocatori in grassetto fanno parte anche della prima squadra.

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TSV 1860 München

Il TSV 1860 München, noto in Italia come Monaco 1860, è una società polisportiva di Monaco di Baviera, in Germania. È famosa soprattutto per la squadra di calcio, che attualmente gioca nella seconda divisione tedesca e che in passato ha militato diversi anni in Bundesliga, rivaleggiando con i concittadini del Bayern Monaco.

Nella stagione 2007-2008 il Monaco 1860, che vanta anche un titolo tedesco e due secondi posti in massima serie, si è classificato 11° in seconda divisione.

Il Monaco 1860 è una delle associazioni sportive più antiche della Germania. Il Turn und Sport Verein nasce il 17 maggio 1860 con sezioni di ginnastica e atletica. La sezione calcio viene fondata il 25 aprile 1899, prima della nascita del Bayern Monaco, oggi la squadra bavarese più conosciuta nel panorama europeo.

I colori dell'associazione sportiva sono il verde-oro, mentre quelli della divisione calcio il bianco-azzurro. I Leoni di Monaco indossano alternativamente negli anni o un completo con maglia celeste (più raramente la tonalità va sull'azzurro) con pantaloncini e calzettoni bianchi, oppure una maglia a strisce verticali celesti e bianche, pantaloncini azzurri e calzettoni bianchi. Nella stagione appena conclusa, il Monaco 1860 ha indossato una divisa mai utilizzata prima d'ora: maglia a quarti bianco celesti con pantaloncini e calzettoni bianchi.

La squadra dei "Leoni" di Monaco è una delle squadre fondatrici dell'attuale Bundesliga, essendosi qualificata seconda dietro al Norimberga nell'Oberliga bavarese 1962-1963, costringendo in questo modo il Bayern Monaco (giunto in quell'occasione terzo) a non disputare tutte le edizioni del massimo torneo, che vide l'avvio nel 1963. Questo record spetta soltanto all'Amburgo SV.

Il club ha vissuto fortune alterne nel corso degli ultimi decenni. A ottimi piazzamenti negli anni sessanta ha alternato stagioni opache negli anni settanta e primi anni ottanta, fino alla mancata iscrizione ai campionati professionistici nel 1982 e la conseguente ripartenza dai campionati regionali. Negli anni novanta la squadra bavarese è riuscita a tornare in Bundesliga trascorrendo un decennio nella massima serie tedesca tra il 1994 e il 2004, quando è retrocessa nuovamente nella serie cadetta, dove milita tuttora.

Nel suo palmares il Monaco 1860 vanta 1 campionato tedesco nel 1966, 2 secondi posti nel 1931 e nel 1967, 2 Coppe di Germania nel 1942 e nel 1964, una finale della Coppa delle Coppe nel 1965 (nella quale venne sconfitta dal West Ham United per 1-0) ed alcune partecipazioni alla Coppa UEFA e una qualificazione al turno preliminare della Champions League nel 2000. Nel Monaco 1860 hanno giocato nel recente passato, campioni del calibro di Rudi Voeller e Thomas Häßler.

Il club ha vissuto in questi ultimi anni un momento particolarmente difficile della sua storia. Nel maggio 2006 ha evitato il fallimento, per colpa di investimenti poco oculati e per la costruzione onerosa dell'Allianz Arena, stadio avveniristico che divide come stadio casalingo con i "cugini" del Bayern, ma troppo costoso per un club che non milita nella massima serie. Tuttavia l'ottimo settore giovanile, che ha visto trionfare gli under-17 nel campionato nazionale di competenza 2005-2006, ha creato delle ottime basi affinché il club di Monaco possa presto tornare ai fasti degli anni sessanta e novanta. La squadra nel 2007-2008 è stata in media la più giovane della seconda serie tedesca, ma senza dubbio una delle più talentuose. La squadra dopo un'ottima prima parte di stagione, coronata da risultati roboanti, è letteralmente crollata nel girone di ritorno, conquistando la matematica permanenza solo alla penultima giornata. Dopo la sfiducia degli azionisti del club ad Albrecht von Linde, lo scorso 26 maggio è stato eletto come nuovo presidente Rainer Beeck, il quale ha subito affermato la volontà di rinforzare la squadra e dichiarato il progetto di risalire in Bundesliga entro il 2010, anno in cui il club compirà 150 anni. Come direttore sportivo è stato confermato l'ex campione del mondo Stefan Reuter (ex Juventus e Borussia Dortmund), stesso discorso per l'allenatore Marco Kurz, ex difensore di buon livello sia del club bavarese che dello Schalke 04.

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Franz Beckenbauer

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Franz Anton Beckenbauer (Monaco di Baviera, 11 settembre 1945) è un ex calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo tedesco.

Soprannominato "Kaiser" (Imperatore), ha giocato nel ruolo di libero nel Bayern Monaco (1964-1977) e nei New York Cosmos (1977-1980), per poi concludere la carriera in patria con l'Amburgo (1980-1982). Pilastro anche della Nazionale tedesca, con i panzer collezionò 103 presenze, condite da 14 gol. Occupa la 4° posizione nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata da World Soccer.

Nel suo palmarès annovera 5 campionati nazionali tedeschi, 3 Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, 4 Coppe di Germania e 3 campionati nordamericani. Con la Nazionale fu campione del mondo nel 1974, vice campione nel 1966, mentre giunse terzo nel 1970 dopo la celeberrima semifinale vinta per 4-3 dalla nazionale italiana.

Nel 1972 si aggiudicò anche gli Europei e nello stesso anno conquistò il Pallone d'oro, successo quest'ultimo che avrebbe poi ripetuto nel 1976, anno in cui sfiorò il bis agli europei perdendo ai rigori la finale con la Cecoslovacchia.

Appesi gli scarpini al chiodo, divenne allenatore e dal 1984 al 1990 fu commissario tecnico della Nazionale arrivando secondo al campionato del mondo 1986 e vincendo quelli del 1990, svoltisi in Italia. Assieme al brasiliano Mário Zagallo può vantare il fatto di aver vinto il mondiale sia da giocatore che da allenatore.

Inserito da Pelé all'interno del FIFA 100 (la speciale graduatoria che include i più grandi calciatori di tutti i tempi), è l'attuale presidente del Bayern Monaco e dal 2007 fa parte del comitato esecutivo della FIFA e dell'UEFA.

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UEFA Champions League

Il logo della UEFA Champions League sventola al centro del campo prima di ogni partita

L'UEFA Champions League (letteralmente Lega dei Campioni), già Coppa dei Campioni d'Europa e detta semplicemente Champions League, è il massimo torneo calcistico europeo e, per livello sportivo e dimensioni finanziarie, la più importante competizione al mondo per squadre di club. L'attuale detentore del trofeo è il Manchester United, che si è aggiudicato l'edizione 2007-2008 del torneo battendo in finale il Chelsea a Mosca nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2008. La competizione è stata vinta da 21 squadre, 12 delle quali sono diventate Campione d'Europa per più di una volta. La squadra più titolata è il Real Madrid con 9 successi, di cui 5 consecutivi dal 1955-1956 al 1959-1960. I madrileni sono seguiti dal Milan (7 trofei) e dal Liverpool (5).

In origine il concetto di calcio internazionale era indossolubilmente legato agli incontri fra le squadre nazionali, essendo le società di club confinate nell'ambito interno a ciascun paese. Col tempo talune nazioni organizzarono manifestazioni comuni quali la Coppa dell'Europa Centrale (1927) e la Coppa Latina (1949), ma tali esperimenti ebbero sempre un limitato raggio d'azione geografico. L'idea di una competizione paneuropea per formazioni di club nacque nel 1954. In quell'anno sui giornali sportivi francesi si aprì in un acceso dibattito su chi fosse la squadra più forte del continente tra gli spagnoli del Real Madrid, gli italiani del Milan, gli ungheresi della Honvéd e gli inglesi dell'Arsenal, formazioni all'epoca ai vertici dei rispettivi campionati nazionali. Fu così che il quotidiano transalpino L'Equipe, diretto da Gabriel Hanot, propose a FIFA e UEFA l'idea di un campionato fra i maggiori club d'Europa. In un primo tempo le due associazioni non si mostrarono entusiaste dell'idea, ma, una volta che L'Equipe si mosse privatamente coi dirigenti di numerose società, la FIFA impose alla UEFA l'organizzazione del nuovo torneo. Il timore della UEFA era, dall'inizio, quello che un campionato europeo per club potesse avere un successo tale da oscurare sia i campionati nazionali, sia il nascente Campionato Europeo per Nazioni. Quindi la confederazione continentale decise di limitare il progetto, strutturandolo sul meccanismo dell'eliminazione diretta ed ammettendo una sola società, indicata dalle federazioni nazionali, per ciascun paese.

Fu così che venne alla luce la Coppa dei Campioni d’Europa (fr. Coupe des clubs champions européens, ingl. European Cup) tenuta sotto l'egida della UEFA. A quella storica prima edizione presero parte sedici formazioni provenienti dalle principali federazioni calcistiche. Unica assenza di spicco fu quella della Football Association inglese, che non riteneva la nuova coppa all'altezza del blasone dei fondatori del football. La partita inaugurale fu giocata domenica 4 settembre 1955 a Lisbona fra lo Sporting Lisbona e gli jugoslavi del Partizan Belgrado. Curiosamente, nessuna di queste due squadre vantava in quel momento il titolo nazionale nel proprio paese. Ogni singola federazione era infatti libera di designare la propria rappresentante in piena libertà, con una vaga condizione che la società prescelta avesse vinto almeno una volta il campionato nazionale in passato. Nei fatti, solo sette delle partecipanti erano campioni in carica, e ciò lasciò un curioso strascico linguistico negli anni a venire, dato che l'espressione Coppa dei Campioni d'Europa fu tendenzialmente ridotta a Coppa dei Campioni nei paesi che subito ebbero a rappresentarli la detentrice dello scudetto, e invece a Coppa d'Europa negli altri. La formula della coppa era la semplice eliminazione diretta con gare di andata e ritorno, tranne la finale da disputarsi in campo neutro a Parigi. I primi Campioni d'Europa furono gli spagnoli del Real Madrid che, battendo i francesi del Reims davanti a quarantamila spettatori, diede inizio ad uno storico quinquiennio di inarrestabili trionfi.

Il travolgente successo di pubblico della prima edizione convinse cinque nuove nazioni, tra cui l'Inghilterra, ad entrare nella manifestazione. L'UEFA riuscì ad imporre che ciascuna federazione presentasse il proprio campione in carica, con l'unica eccezione, che verrà peraltro abolita nel 1960, della possibile coincidenza fra i Campioni d'Europa e un campione nazionale, nel qual caso la seconda classificata in campionato sarebbe stata ugualmente ammessa alla coppa. Il torneo ebbe un rapidissimo sviluppo. Già alla finale della seconda edizione, disputata a Madrid fra il Real e la Fiorentina (prima squadra italiana a raggiungere la più importante finale continentale), presenziarono addirittura 125.000 spettatori. Nel volgere di pochi anni tutte le trentadue federazioni europee decisero di iscrivere i propri campioni, l'ultima a farlo fu quella dell'Unione Sovietica nel 1966. L'entusiasmo fu tale che nel 1960 fu creata una identica manifestazione per le vincitrici delle coppe nazionali, la Coppa delle Coppe, la cui prima edizione fu vinta dalla Fiorentina. Durante questo periodo, come si è già detto, la Coppa dei Campioni fu dominata dal Real Madrid. Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Raymond Kopa, José Santamaría e Miguel Muñoz furono tra gli artefici delle cinque vittorie consecutive in Coppa dei Campioni tra il 1956 e il 1960. Tra le partite memorabili vi sono il 7-3 ( 3 gol di Di Stefano e 4 di Puskas) contro l'Eintracht Francoforte nella finale dell'Hampden Park del 1960, davanti alle telecamere della BBC e dell'Eurovisione e a un pubblico di oltre 135.000 spettatori, la più grande affluenza per una finale di Coppa dei Campioni. Le altre squadre finaliste furono il francese Stade de Reims, che raggiunse due finali (1955-56 e 1958-59) e due squadre italiane, la Fiorentina, finalista nel 1957, e il Milan, finalista nel 1958. Anche il Manchester United ottenne buoni risultati, raggiungendo le semifinali nel 1957 e nel 1958. Il disastro aereo di Monaco durante la Coppa dei Campioni 1958, però, mise una tragica fine a tutte le speranze del Manchester di superare il Real.

Nell'edizione del 1961, al primo turno del torneo il Barcellona diventò la prima squadra capace di sconfiggere il Real Madrid in una partita di Coppa dei Campioni, mettendo così fine al monopolio madridista sulla competizione. Il Barça arrivò fino alla finale giocata allo Wankdorf Stadion di Berna, in Svizzera, dove fu battuto dal Benfica di Lisbona. Nella successiva edizione di Coppa dei Campioni si unì a questa squadra, capitanata dal forte mozambicano Mário Coluna, il leggendario Eusébio, che guidò il Benfica alla difesa del trofeo nella finale contro il Real Madrid, battuto per 5-3 all'Olympia Stadion di Amsterdam, Paesi Bassi.

Le reti di Josè Altafini porteranno per la prima volta in Italia la Coppa dei Campioni, conquistata dal Milan nel mitico stadio di Wembley nell'edizione del 1963, dopo la vittoria per 2-1 nella finale contro il Benfica, finalista per la terza volta consecutiva. Nell'edizione del 1964 la Coppa fu vinta da un'altra squadra milanese, l'Inter, che prevalse per 3-1 con due gol di Mazzola e uno di Milani allo Stadio del Prater di Vienna contro il grande Real Madrid. L'anno seguente l'Inter tornò a dominare: vinse di nuovo la Coppa dei Campioni, questa volta proprio a San Siro. Sotto un vero e proprio diluvio superò, infatti, il Benfica per 1-0 con gol di Jair. Nacque il mito della Grande Inter, una squadra che fu subito paragonata al Real Madrid "pentacampione" del decennio precedente. Quest'era si concluse nell'edizione del 1966 con la sesta vittoria del Real Madrid, che prima sconfisse l'Inter in semifinale e poi sconfisse in finale il Partizan Belgrado per 2-1 con una squadra interamente composta da giocatori spagnoli, la prima nella storia della manifestazione. Da notare che solo Paco Gento giocò in tutte e sei le edizioni vinte dal Real Madrid e centro ester.

Nell'edizione 1966-1967 il Celtic divenne il primo e fino ad allora unico club britannico e nord-europeo a vincere la Coppa dei Campioni. Capitanati da Billy McNeill, i Bhoys sconfissero in finale l'Inter per 2-1 all'Estádio Nacional di Lisbona, in Portogallo, il 25 maggio 1967. Inter subito in vantaggio con Mazzola su rigore. Da quel momento e soprattutto per l'intero secondo tempo fu un assalto continuo contro la difesa "più forte del mondo". A far capitolare Giuliano Sarti ci pensò Gemmell con un tiro potentissimo dal limite. Il gol della vittoria lo siglò Chalmers all'80° con una deviazione sotto rete. I calciatori biancoverdi passarono alla storia come Lisbon Lions ("Leoni di Lisbona").

Ad oggi il Celtic rimane l'unico club scozzese ad aver raggiunto la prestigiosa finale di Coppa dei Campioni e l'unica squadra al mondo ad averlo fatto con giocatori tutti provenienti dal vivaio . Tutti i giocatori erano scozzesi e nati intorno allo stadio.

Dieci anni dopo il disastro aereo di Monaco, il Manchester United divenne la prima squadra inglese a vincere la competizione. Avvenne nell'edizione 1967-1968. Grazie al fenomenale trio d'attacco formato da Bobby Charlton, George Best e Denis Law lo United riuscì ad arrivare alla finale di Londra e quel giorno, con il giovane Brian Kidd al posto di Law, batté il Benfica per 4-1 dopo i tempi supplementari nel mitico stadio di Wembley. Fu una gara straordinaria, fra due squadre moderne, ancorché di scuole diverse: più basato sugli spunti individuali il Benfica; più collettivo, atletico e veloce il Manchester. I tempi regolamentari si chiusero sull'1-1 (gol di Charlton e Graça). Nel primo tempo supplementare i Red Devils segnarono in pochi minuti addirittura tre gol (Best - Kidd - Charlton). Al Benfica resta il rimpianto per la grande occasione sprecata da Eusebio quasi al 90°: solo e a pochi metri da Stepney, "la Perla del Mozambico" sferra un tiro potentissimo che il portiere inglese intercetta e riesce addirittura a trattenere!

Negli anni Settanta la Coppa dei Campioni fu dominata da tre sole squadre, AFC Ajax, Bayern Monaco e Liverpool, ognuna della quale ha vinto almeno tre finali.

La prima delle tre squadre fu l'Ajax, che, dopo aver perso la finale del 1969 contro il Milan, vide vincere i rivali del Feyenoord di Rotterdam nell'edizione del 1970 contro il Celtic, dopo i tempi supplementari.

L'Ajax egemonizzò poi il movimento calcistico europeo vincendo tre Coppe dei Campioni consecutive nel 1971, 1972 e 1973. La prima a Wembley contro un sorprendente Panathinaikos, squadra greca arrivata alla finale dopo aver eliminato la Stella Rossa di Belgrado (1-4 in Jugoslavia e miracolosa rimonta 3-0 ad Atene). VanDijk portò in vantaggio gli olandesi dopo un veemente assalto iniziale; poi i greci si ripresero e sfiorarono il pareggio con Antoniadis. Il risultato restò in bilico fin quasi a fine gara. Poi uno sfortunato autogol di Vlahos diede ai lancieri la certezza della vittoria. Nelle altre due finali invece l'Ajax si impose con meno sforzo: 2-0 all'Inter e 1-0 alla Juventus. Le ragioni del successo degli olandesi sono sostanzialmente due: la disciplina tattica introdotta dall'allenatore Rinus Michels e il contributo del genio calcistico di Johan Cruijff. Già nelle edizioni degli anni Sessanta l'Ajax era stata la culla del cosiddetto "calcio totale", una nuova concezione tattica che superava la tradizionale divisione del lavoro in campo tra difensori, centrocampisti ed attaccanti. Secondo questa filosofia tutti i calciatori dovevano partecipare al gioco in ogni suo aspetto. Questa impostazione valse all'Ajax un'organizzazione tattica straordinaria, secondo cui ognuno poteva ricoprire, senza difficoltà, una diversa zona del campo a seconda delle esigenze della squadra.

Il calcio totale dell'Ajax sembrava destinato a non tramontare fino a quando Cruijff scelse di seguire l'ex allenatore Michels al Barcellona, nel tardo 1973. Con la partenza di Cruijff e quella successiva di Johan Neeskens più avanti, l'Ajax avrebbe faticato a imporsi in Coppa dei Campioni per oltre 20 anni.

Dopo l'Ajax fu il Bayern a dominare la competizione. Guidato da Franz Beckenbauer e con altri giocatori come Sepp Maier, Gerd Müller, Uli Hoeness e Paul Breitner, il Bayern vinse la Coppa dei Campioni per tre volte consecutive nella metà degli anni Settanta.

La prima Coppa fu conquistata nel 1974 ai danni di un volitivo Atletico Madrid, guidato in panchina da Juan Carlos Lorenzo. La svolta arrivò nel secondo tempo supplementare quando la punizione-gol di Luis Aragones illuse gli spagnoli. Fu il difensore Schwarzenbeck, a un minuto dalla fine, a salvare la partita e i futuri destini dei bavaresi con un tiro disperato quanto fortunato da lunga distanza. L'1-1 costrinse le due squadre alla ripetizione della gara e stavolta non ci fu partita: 4-0 con doppiette di Höness e Müller. Nell'edizione del 1975 il Bayern ebbe la meglio su un Leeds United che dominò per larghi tratti la finale, ma che fu battuto per 2-0 al Parco dei Principi di Parigi (gol di Roth e Muller). I bavaresi completarono l'opera sconfiggendo il St. Étienne all'Hampden Park di Glasgow nell'edizione del 1976. Anche qui la vittoria arrivò al termine di una gara difficile: Saint Etienne, rivelazione del calcio francese, capace di colpire due pali e impegnare severamente il portiere Maier. A decidere la gara una punizione dal limite di Roth nel primo tempo.

Quindi la squadra subì un lento declino, come i precedenti club dominanti: il Bayern non vinse nessun'altra Coppa dei Campioni per 25 anni.

Nella fine degli anni Settanta iniziò un periodo di dominio delle squadre inglesi, che raccolsero sei vittorie consecutive ed un totale di sette vittorie in otto anni.

La squadra che iniziò questo ciclo fu il Liverpool guidato da Bob Paisley, ricordato come uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio. Paisley poteva disporre di una squadra formata da elementi di sicuro valore come il portiere Ray Clemence, i difensori Phil Neal e Alan Kennedy, i centrocampisti Jimmy Case, Emlyn Hughes e Terry McDermott, gli attaccanti Ray Kennedy, Toshack e, su tutti, il talentuoso King Kevin Keegan, uno dei migliori talenti espressi dal calcio inglese, eletto Pallone d'oro in due occasioni. Erano tutti giocatori di livello internazionale, regolarmente convocati dalle loro rappresentative nazionali.

Il Liverpool giunse alla finale dello Stadio Olimpico di Roma del 1976-1977 contro il Borussia Mönchengladbach, già battuta nella finale di Coppa UEFA del 1972. I Reds vinsero per 3-1 e si laurearono campioni d'Europa per la prima volta, successo che replicarono l'anno successivo nella finale di Wembley contro i belgi del Bruges.

Nell'edizione 1978-1979 il Liverpool campione uscente fu sconfitto al primo turno da una connazionale, il Nottingham Forest. Il Forest, guidato da Brian Clough, ottenne poi il titolo europeo sconfiggendo gli svedesi del Malmö per 1-0 a Monaco. Gli uomini di Clough parteciparono all'edizione 1979-1980 come detentori del titolo, arrivando alla finale del 28 maggio 1980 allo Stadio Santiago Bernabéu, dove furono opposti ai campioni tedeschi dell'Amburgo. Gli inglesi passarono in vantaggio al 19° minuto con John Robertson e si chiusero in un impenetrabile catenaccio che riuscì a neutralizzare le punte tedesche. Il Nottingham Forest conquistò così anche la Coppa del 1980.

Il Liverpool ritornò in finale nell'edizione del 1981. Mise in bacheca il suo terzo trofeo battendo il Real Madrid a Parigi per 1-0.

Alla sua prima partecipazione in Coppa dei Campioni nel 1981-1982, l'Aston Villa vinse la competizione superando in finale il Bayern Monaco di Karl-Heinz Rummenigge, sconfitto per 1-0 al Feijenoord Stadion di Rotterdam, nonostante il portiere titolare, infortunato, fosse stato costretto ad abbandonare il terreno di gioco dopo appena dieci minuti dal fischio di inizio. I Villans continuarono così il dominio europeo degli inglesi di quegli anni.

La finale della Coppa dei Campioni 1982-1983, giocata il 25 maggio 1983 allo Stadio Spiridon Louis di Atene, fu la prima senza squadre inglesi dopo sette anni. A contendersi la Coppa c'erano la Juventus allenata da Trapattoni e condotta in campo da Michel Platini e Roberto Bettega, nettamente favorita e sospinta dall'urlo di 40.000 italiani, e i campioni tedeschi dell'Amburgo. Per nulla intimorito, l'Amburgo affonda subito il colpo: dopo appena otto minuti Felix Magath sorprese Dino Zoff fuori dai pali e lo beffò con un pallonetto dal limite dell'area. La Juventus, ingabbiata dalla difesa tedesca e con le punte in serata storta, non riuscì a pareggiare. L'Amburgo diventò la seconda squadra tedesca (dopo il tris del Bayern Monaco negli anni Settanta) a vincere la Coppa dei Campioni.

Nel 1983-1984 arrivò la quarta Coppa dei Campioni del Liverpool, vinta ancora una volta allo Stadio Olimpico di Roma, questa volta contro la squadra che in quello stadio era normalmente di casa, la Roma. Dopo l'addio di Ray Clemence, il Liverpool s'era affidato a un portiere africano spericolato e guascone, lo zimbabwese Bruce Grobbelaar, ex combattente e giramondo (aveva giocato al calcio in Sudafrica e in Canada). Per la prima volta nella storia la finale di Coppa dei Campioni fu decisa ai calci di rigore (dopo un sofferto pareggio per 1-1 siglato da Phil Neal e Roberto Pruzzo). Nei tiri dagli undici metri risultò determinante l'atteggiamento clownesco di Bruce Grobbelaar, che indusse Conti e Graziani a sbagliare i loro tiri. Per l'ennesima volta la Coppa dei Campioni prese la strada dell'Inghilterra. Il Liverpool divenne così la prima squadra capace di vincere il trofeo per quattro volte dopo il Real Madrid negli anni Cinquanta, mentre Grobbelaar divenne il primo calciatore africano a vincere la competizione.

Il giorno seguente l'UEFA escluse le squadre inglesi - i cui tifosi si erano già in passato macchiati di simili efferatezze - a tempo indeterminato dalle Coppe europee. Il provvedimento di esclusione fu applicato fino al 1990, un anno dopo la Strage di Hillsborough, che vide sempre protagonisti (anche se stavolta senza alcuna colpa) i tifosi del Liverpool.

Con l'esclusione delle squadre inglesi dal calcio europeo, si concluse il loro periodo di egemonia. Negli anni immediatamente successivi alla Strage dell'Heysel, ci furono vittorie inattese di squadre come la Steaua Bucarest (Romania), il Porto (Portogallo) e il PSV Eindhoven (Paesi Bassi).

Nell'edizione del 1985-1986 il trofeo fu sollevato dai rumeni della Steaua Bucarest. Nessuno immaginava la Steaua come possibile favorita per il titolo finale nella Coppa dei Campioni, ma gli uomini di Emeric Jenei sorpresero tutti, con un gioco forse non bello da vedere ma profondamente efficace, attendista e ostruzionistico, che cercava di impedire agli avversari di giocare per poi infilarli in contropiede. Campioni quali il capitano Balint, i goleador Boloni (di professione dentista) e Piturca, il "regista" Belodedici e, soprattutto, il portiere Duckadam guidarono la Steaua sino alla finale del 7 maggio 1986 allo Stadio Ramon Sanchez Pizjuan di Siviglia, in Spagna. I rumeni si trovarono di fronte proprio una compagine spagnola, il Barcellona, allenato da Terry Venables. In una finale dai poveri contenuti tecnici, la Steaua raggiunse il suo principale obiettivo: portare la sfida ai calci di rigore. Dopo aver mantenuto inviolata la sua porta nel corso della partita, Duckadam parò tutti e quattro i rigori battuti dal Barcellona, regalando la Coppa alla Steaua.

Nel 1986-1987 il Porto guidato da Artur Jorge (nome assunto da Pedroto) vinse il suo primo alloro continentale, la Coppa dei Campioni, battendo per 2-1 il Bayern Monaco. La finale, piuttosto movimentata, è reputata una tra le più belle della Coppa dei Campioni e si risolse con il gol di tacco di Rabah Madjer.

Nell'edizione del 1987-1988 il PSV Eindhoven, allenato da Guus Hiddink e composto da giocatori di rilievo come Ronald Koeman, Eric Gerets, Søren Lerby e Wim Kieft, vinse la Coppa dei Campioni per la prima ed unica volta nella sua storia. In finale batté il Benfica ai calci di rigore dopo che la partita si era conclusa a reti inviolate. Curiosamente il PSV si aggiudicò il trofeo senza più vincere alcuna partita dopo gli ottavi di finale: i biancorossi estromisero dalla competizione il Bordeaux ai quarti e il Real Madrid in semifinale grazie ai gol in trasferta pareggiando quattro volte.

Nell'edizione del 1988-1989 fu il Milan di Arrigo Sacchi a rendersi protagonista in Coppa dei Campioni, eliminando nell'ordine il Vitocha Sofia, la Stella Rossa Belgrado ai rigori, il Werder Brema e il Real Madrid. Contro gli spagnoli, dopo una partita dominata allo Stadio Santiago Bernabéu e caratterizzata da episodi dubbi fra i quali un gol regolare annullato, i rossoneri sbaragliano le merengues con uno storico 5-0 a San Siro grazie ai gol di Carlo Ancelotti, Frankie Rijkaard, Ruud Gullit, Marco van Basten e Roberto Donadoni, in quella che molti considerano la più bella partita mai giocata dal Milan. La finale del 24 maggio 1989 mette di fronte il Diavolo e i temibili rumeni della Steaua Bucarest, già campioni d'Europa nel 1986. Di fronte ai quasi centomila sostenitori rossoneri accorsi al Camp Nou di Barcellona il Milan annichilisce gli avversari per 4-0 con le doppiette di Ruud Gullit e Marco Van Basten.

Il Milan si conferma campione d'Europa anche nell'edizione successiva, dopo aver sconfitto il Benfica per 1-0 con gol di Rijkaard, al termine di una partita incerta in cui le squadre si equivalgono. Il trio olandese formato da van Basten, Gullit e Rijkaard divenne l'emblema di una delle squadre più forti di ogni epoca, votata Migliore squadra di club di sempre dalla rivista inglese World Soccer nel luglio 2007.

Nell'edizione del 1990-1991 il Milan campione in carica fu eliminato ai quarti di finale, dopo un vibrante doppio confronto con l'Olympique Marsiglia. I francesi furono poi sconfitti nella finale dello Stadio San Nicola di Bari dai campioni iugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, che conquistarono il trofeo ai rigori, dopo un pareggio a reti inviolate. La finale del 1991 fu la sola tra il periodo 1989-1998 a non vedere una squadra italiana come finalista. L'esclusione delle squadre inglesi, come si è già detto, finì nel 1990, ma i campioni inglesi del Liverpool non poterono partecipare alla Coppa dei Campioni del 1991 poiché dovevano scontare un ulteriore anno di squalifica dalle Coppe europee.

Le squadre inglesi fecero ritorno nella Champions League nei primi anni Novanta, ma nessuna riuscì a superare gli ottavi di finale perché ostacolate dalla regola dei "tre stranieri": la UEFA prevedeva che alle squadre non fosse permesso, nelle partite giocate nell'ambito delle sue competizioni (quindi nella Champions League, nella Coppa delle Coppe e nella Coppa UEFA) di convocare più di tre giocatori stranieri. La limitazione ebbe effetti particolarmente negativi sulle squadre del Regno Unito, in quanto sia la UEFA che la FIFA considerano l'Inghilterra, l'Irlanda del Nord, la Scozia e il Galles delle nazioni separate.

Il periodo vide le squadre italiane sugli scudi. Furono tre le squadre della Serie A (Sampdoria, Milan e Juventus) che raggiunsero la finale in sette stagioni consecutive, vincendone due.

La finale della Coppa dei Campioni 1992, giocata allo stadio di Wembley, fu vinta dal Barcellona contro la Sampdoria. Il Barcellona, allenato da Johan Cruyff, era soprannominato Dream Team ("Squadra dei Sogni") e traeva il nome dalla squadra di pallacanestro statunitense che giocò alle Olimpiadi di Barcellona 1992. Il club catalano poteva annoverare giocatori come Josep Guardiola, José Mari Bakero, Aitor Begiristain, Jon Andoni Goikoetxea, Ronald Koeman, Michael Laudrup e Hristo Stoichkov, votato Pallone d'Oro nel 1994.

In questi anni la formula della Coppa dei Campioni fu rivoluzionata. Il torneo fu rinominato UEFA Champions League e il numero di squadre partecipanti fu ampliato, con la creazione di due gironi di qualificazione all'italiana di quattro squadre ciascuna prima dei quarti di finale.

Nella prima edizione della cosiddetta UEFA Champions League (trentottesima edizione della Coppa dei Campioni), nel 1992-1993, a vincere il trofeo fu l'Olympique Marsiglia, che sconfisse in finale il Milan di Fabio Capello per 1-0. L'Olympique Marsiglia fu poi esclusa dalla Coppa Intercontinentale, dalla Supercoppa Europea e dall'edizione successiva del trofeo in seguito ad uno scandalo di corruzione denominato Affaire VA-OM, che coinvolse il presidente del club francese, Bernard Tapie. Sempre nella stagione 1992-1993 l'Olympique Marsiglia si vide revocare il titolo nazionale che aveva conquistato sempre a maggio 1993. Il Milan, finalista perdente, avrebbe giocato la Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale al posto dei marsigliesi, perdendole entrambe. Il Marsiglia rimane l'unica squadra francese ad aver vinto una Coppa dei Campioni. Nel gennaio 2006 destano scalpore alcune dichiarazioni dell' ex giocatore del Marsiglia, Jean-Jacques Eydelie, che disse di essersi dopato con altri giocatori la sera della finale. Dirigenti ed ex compagni di squadra del calciatore querelarono e smentirono le accuse. Il trofeo rimase nella bacheca marsigliese, nonostante l'iniziale ipotesi di una riassegnazione della Coppa dei Campioni al Milan.

Nell'edizione del 1993-1994 il Milan riscattò in modo memorabile la sconfitta contro l'Olympique Marsiglia patita nella finale dell'anno precedente, conquistando così il suo quinto titolo europeo nella finale di Atene (18 maggio 1994). L'avversario era il Barcellona, il cui allenatore, Johann Cruyff, alla vigilia si era detto sicuro che i suoi uomini avrebbero inflitto al Milan una lezione di calcio. Tuttavia, furono i rossoneri a surclassare gli avversari catalani con un severo 4-0 firmato da una doppietta di Daniele Massaro e dai gol di Dejan Savićević e Marcel Desailly. Quel punteggio rappresenta il maggiore scarto mai registrato in una finale di Coppa dei Campioni/Champions League, eguagliando esattamente quello della ripetizione della finale del 1974 (Bayern Monaco-Atletico Madrid 4-0), ma rimanendo inferiore, in termini di gol segnati, al roboante 7-3 della finale del 1960 tra Real Madrid ed Eintracht Francoforte. Marcel Desailly, il quale aveva vinto la Champions League l'anno prima con il Marsiglia, diventò nel 1994 il primo giocatore a vincere la Coppa in due stagioni consecutive con squadre differenti e il primo giocatore a vincere la Coppa dei Campioni con l'avversaria (il Milan) della sua ex squadra (l'Olympique Marsiglia) che aveva vinto l'edizione precedente (1992-1993).

Il Milan di Fabio Capello raggiunse la finale per il terzo anno consecutivo nell'edizione del 1994-1995, ma perse per 1-0 contro l'Ajax. Il club olandese presentava una squadra formata in gran parte da giocatori provenienti dalle sue formazioni giovanili, tra cui spiccava il 19enne attaccante Patrick Kluivert, autore del gol della vittoria. Quella formazione olandese, allenata da Louis van Gaal, si inseriva nel solco della grande tradizione del vivaio dell'Ajax, il cui prodotto più insigne è senza dubbio Johan Cruyff. Questo fu il primo trionfo dell'Ajax dal 1973, quando aveva vinto la sua terza Coppa dei Campioni consecutiva. In quel periodo numerosi giocatori dell'Ajax divennero titolari nella Nazionale olandese.

Il 22 maggio 1996, a undici anni dalla vittoria contro il Liverpool nella partita ricordata per la Strage dell'Heysel, tornò a trionfare la Juventus, rivoluzionata con l'arrivo ai vertici della triade Bettega-Giraudo-Moggi e dell'allenatore Marcello Lippi, che guidava una squadra di campioni come Gianluca Vialli, capitano della squadra, il giovane Alessandro Del Piero, già campione affermato, Gianluca Pessotto, Fabrizio Ravanelli, Angelo Peruzzi, Didier Deschamps, Ciro Ferrara e Paulo Sousa. La Juventus affrontò nella finale di Roma i detentori dell’Ajax, battendoli per 5-3 ai tiri di rigore dopo che i tempi supplementari si erano conclusi sul punteggio di 1-1, in una partita palpitante e ricca di emozioni. Jari Litmanen rispose sul finire del primo tempo regolamentare al gol del bianconero Ravanelli. Ai rigori, dopo gli errori di Sonny Silooy e di Edgar Davids per gli olandesi, fu decisivo il tiro trasformato in gol da Vladimir Jugović.

Da allora il mondo del calcio cominciò ad adattarsi ai cambiamenti radicali dovuti alla sentenza Bosman. Essa permetteva a tutti i calciatori dell'Unione Europea di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto, ma l'impatto più importante fu subito dalla Champions League. Infatti la sentenza Bosman ha anche proibito alle leghe calcistiche nazionali degli stati UE, e anche alla UEFA, di porre un tetto al numero di calciatori stranieri qualora ciò discriminasse cittadini dell'Unione Europea. Dopo la sentenza, la regola poteva ancora essere imposta, ma solo con riguardo ai calciatori non aventi cittadinanza di paesi facenti parte dell'Unione Europea.

Il Borussia Dortmund entrò nel novero delle squadre vincitrici della Coppa dei Campioni nell'edizione del 1996-1997, quando i tedeschi sconfissero i detentori della Juventus nella finale, dopo aver sconfitto i campioni inglesi del Manchester United in semifinale.

Nell'edizione del 1997-1998 la UEFA aprì le porte della Champions League alle seconde classificate degli otto migliori campionati continentali (vedi anche Formato del torneo). Nonostante i cambiamenti, fu una vecchia gloria a conquistare il titolo europeo: il Real Madrid. Guidata da Jupp Heynckes, la squadra che comprendeva campioni come Raúl, Predrag Mijatović, Fernando Redondo, Fernando Hierro, Davor Šuker, Clarence Seedorf e Roberto Carlos pose fine all'astinenza del Real Madrid nel massimo torneo continentale, astinenza che durava dal 1966. La squadra della capitale iberica batté infatti la Juventus per 1-0 nella finale della Champions League 1997-1998. Per i bianconeri si trattò della seconda sconfitta consecutiva in finale.

L'edizione 1998-1999 incoronò il Manchester United, capace di centrare, in quella stagione, il cosiddetto treble, che consiste nella vittoria in un'unica stagione di campionato, coppa nazionale e Champions League. Il Manchester impressionò per la capacità di uscire imbattuto da un girone difficile, comprendente anche Barcellona e Bayern Monaco, e per essersi sbarazzato di due grandi italiane, Inter e Juventus, nei quarti e in semifinale. Gli inglesi trionfarono anche in patria, dove vinsero sia la Premier League sia la FA Cup.

La finale passò alla storia come una delle partite più emozionanti di ogni epoca e venne giocata al Camp Nou di Barcellona. Anche l'altra squadra finalista, il Bayern Monaco, era in procinto di raggiungere il treble, conducendo il risultato per 1-0 dopo un gol su calcio di punizione di Mario Basler. Il Bayern dominò per tutta la durata dell'incontro, anche se non riuscì a segnare nessun altro gol, anche per merito del portiere del Manchester Peter Schmeichel, galvanizzato in quella che sarebbe stata la sua ultima partita di sempre con la maglia dei Red Devils. Dopo che l'arbitro Pierluigi Collina segnalò tre minuti di recupero, tutti i giocatori del Manchester si portarono nell'area avversaria alla ricerca del pareggio. Su un calcio d'angolo battuto da David Beckham i loro sforzi furono premiati: il subentrato Teddy Sheringham segnò dopo un quasi-gol di Ryan Giggs. Giusto un minuto dopo, un altro calcio d'angolo di Beckham fu trasformato in gol, stavolta da Ole Gunnar Solskjær su assist di Sheringham. Il repentino quanto clamoroso cambiamento del risultato valse la vittoria agli inglesi.

Fu il primo successo della squadra di Manchester dal 1968 e la prima vittoria di un'inglese da quella del Liverpool nel 1984.

L'edizione 1999-2000 coincise con un nuovo mutamento del formato della Champions League, aperta da allora anche alle terze classificate delle sei principali federazioni e alle quarte classificate delle migliori tre (vedi anche Formato del Torneo).

Questa stagione vide il ritorno delle squadre spagnole al dominio europeo. Dopo aver vinto due Coppe dei Campioni nel 1992 col Barcellona e nel 1998 col Real Madrid, la Spagna ebbe tre semifinaliste nella Champions League 1999-2000 (Real Madrid, Valencia e Barcellona). In quest'ultima edizione si giocò la prima finale fra due squadre di uno stesso paese (Real Madrid e Valencia). La prima finale del nuovo millennio, disputata nello Stade de France di Parigi, dove si era svolta la finale della prima edizione della Coppa dei Campioni, fu vinta dal Real Madrid, che sconfisse il Valencia per 3-0. Prima della finale il Real aveva avuto la meglio sul Bayern Monaco in semifinale e sul Manchester United nei quarti. La partita dei quarti di finale contro il Manchester all'Old Trafford, terminata con la vittoria per 2-3 in trasferta da parte dei madrileni, è ricordata per uno dei gol più belli nella storia del calcio. La marcatura fu realizzata da Raúl a conclusione di una notevole azione personale di Fernando Redondo, capace di superare un avversario con un colpo di tacco, soprannominato el taconazo de Old Trafford.

Nella UEFA Champions League 2001 la Liga spagnola ebbe due semifinaliste, Real Madrid e Valencia. Stavolta fu il Valencia ad arrivare in finale, dove fu sconfitto dal Bayern Monaco per 5-4 dopo i calci di rigore (1-1 alla fine dei tempi regolamentari). L'allenatore tedesco Ottmar Hitzfeld vinse così la sua seconda Coppa dei Campioni con due squadre diverse, a quattro anni di distanza dal trionfo con il Borussia Dortmund nel 1997. Per il Valencia si trattò della seconda sconfitta consecutiva in finale, come successe alla Juventus nel 1997 e nel 1998.

Dalla finale della UEFA Champions League 2002 uscì vincitore il Real Madrid. Furono almeno due le analogie con la vittoria del Real nel 1960: la nazionalità dell'avversaria (il Bayer Leverkusen, squadra tedesca come l'Eintracht Francoforte battuto nel 1960) e lo stadio (l'Hampden Park di Glasgow, dove si era disputata la finale del 1960). Mentre la squadra del 1960 era formata da campioni come Di Stéfano e Puskás, quello del 2002 era il Real dei cosiddetti Galacticos ("Galattici"), cioè dei grandi acquisti che avvenivano annualmente. Nell'estate 2001 il Real Madrid aveva acquistato dalla Juventus un plurivincitore del FIFA World Player of the Year, Zinédine Zidane, per la cifra record di 71 milioni di euro. Zidane e il Real Madrid furono all'altezza delle attese: il francese mostrò grandi abilità calcistiche, conducendo il Real alla sua nona vittoria in Coppa dei Campioni insieme a molte altre stelle, tra cui Luís Figo, Raúl e Roberto Carlos. Zizou segnò un gol memorabile in finale, quando colpì violentemente al volo il pallone da distanza ragguardevole, indirizzandolo all'incrocio dei pali. In semifinale i madridisti prevalsero sui connazionali del Barcelona, mentre nell'atto conclusivo il sorprendente Bayer Leverkusen di Lucio, Michael Ballack e Zé Roberto (che in semifinale aveva eliminato il Manchester United) fu sconfitto per 2-1 in rimonta il 15 maggio 2002.

Questa sconfitta pose fine ad una strana stagione per il Bayer Leverkusen allenato da Klaus Toppmöller. I tedeschi sfiorarono il treble, classificandosi secondi in tutte e tre le competizioni più importanti. Nella Bundesliga tedesca persero cinque punti nelle ultime tre giornate a favore del Borussia Dortmund, che si aggiudicò poi il campionato; in Coppa di Germania furono sconfitti per 4-2 dallo Schalke 04; in Champions League furono battuti dal Real Madrid. Inoltre, fatto singolare, molti tedeschi del Bayer che facevano parte della Nazionale tedesca arrivarono secondi al campionato del mondo 2002.

La stagione seguente segnò il ritorno delle squadre italiane al vertice del calcio europeo. Dopo aver dominato la competizione durante gli anni Novanta, Milan e Juventus avevano vissuto una crisi, culminata nell'edizione 2001-2002, quando nessuna squadra italiana raggiunse i quarti di finale. La tendenza fu invertita nella Champions League 2002-2003, in cui, delle quattro semifinaliste, tre erano italiane (Juventus, Milan e Inter). In semifinale ci fu il primo storico derby europeo tra le milanesi, in cui prevalse il Milan. La Juventus affrontò il Real Madrid e lo sconfisse per 3-1 dopo aver perso all'andata per 2-1. Pavel Nedved, vincitore proprio quell'anno del Pallone d'oro, rimediò un cartellino giallo nella sfida di ritorno e dovette saltare la finale per somma di ammonizioni.

Ad aggiudicarsi il trofeo fu il Milan, di nuovo campione dopo nove anni. I rossoneri giocarono un calcio a tratti spettacolare, basato sul possesso palla e sulla tecnica ed espresso nel miglior modo da un modulo innovativo, il cosiddetto rombo (il 4-3-1-2), ideato dall'allenatore Carlo Ancelotti per schierare nella stessa formazione giocatori di alto spessore tecnico come Andrea Pirlo e Manuel Rui Costa. In finale, il 28 maggio all'Old Trafford di Manchester, i rossoneri sconfissero ai calci di rigore la Juventus, rivale storica, nella prima finale della Coppa dei Campioni-Champions League con entrambe le contendenti italiane. La partita, molto combattuta, terminò a reti bianche dopo i tempi supplementari e si decise dal dischetto. Ai tiri dal dischetto Dida parò tre conclusioni avversarie, mentre Andriy Shevchenko trasformò il rigore decisivo che consegnò al Milan la coppa. Il capitano Paolo Maldini la sollevò a quarant'anni esatti dal padre Cesare, campione d'Europa 1963 con i rossoneri a Londra. Clarence Seedorf conquistò la sua terza Champions League, diventando il primo calciatore ad aggiudicarsi tre Coppe con tre squadre diverse: infatti aveva già vinto la Coppa con l'Ajax nel 1995 e col Real Madrid nel 1998.

Nella fase a gironi si verificarono alcuni curiosi risultati. Tre squadre chiusero con il medesimo punteggio tutti i loro incontri. Il Barcellona vinse tutte e sei le partite del suo girone, mentre lo Spartak Mosca le perse tutte. L'AEK Atene, invece, pareggiò sei volte, diventando la prima squadra imbattuta nel girone a non qualificarsi, finendo terza. Infine il Newcastle United perse le sue prime tre partite del girone, per poi vincere le altre tre contro Juventus, Dinamo Kiev e Feyenoord. Gli inglesi si piazzarono secondi con 9 punti e si qualificarono, pertanto, al secondo turno. Inoltre dopo il primo turno furono promosse tutte e quattro le italiane in gara: Inter, Juventus, Milan e Roma.

Le edizioni 2003-2004 e 2004-2005 della Champions League si rivelarono estremamente avvincenti per l'imprevedibilità dei risultati e per il livello di gioco su cui si espressero le squadre. Uno degli eventi più eclatanti fu il ribaltone di La Coruña: il Deportivo, sconfitto per 4-1 a San Siro dal Milan campione d'Europa uscente, fu in grado di infliggere agli italiani un clamoroso 4-0 nella gara di ritorno, nei quarti di finale dell'edizione 2004. Sempre nel corso di quella edizione e sempre nei quarti di finale, oltre all'inattesa eliminazione del Milan vi fu quella, clamorosa, di una compagine blasonata come Real Madrid, sconfitto dal Monaco. L'altro quarto di finale vide scontrarsi le inglesi Arsenal e Chelsea, formazione che prevalse nel doppio confronto. La finale di quella edizione fu tra due outsider come il Monaco allenato da Didier Deschamps e il Porto di José Mourinho, che prevalse con un netto 3-0.

Dell'edizione 2004-2005 resta memorabile l'emozionante finale di Istanbul, vinta ai calci di rigore dal Liverpool contro il Milan. Questa edizione fu caratterizzata da un notevole susseguirsi di vittorie del Milan. Inizialmente i rossoneri conclusero al primo posto il proprio raggruppamento. Di seguito eliminarono il Manchester United negli ottavi di finale (doppio 1-0), l'Inter nei quarti (successi per 2-0 in casa e 3-0 a tavolino nel ritorno) e il PSV Eindhoven in semifinale (vittoria per 2-0 a Milano e sconfitta per 3-1 al Philips Stadion). Il 25 maggio, nella finale di Istanbul, la decima nella storia rossonera, il Milan dominò il gioco e chiuse il primo tempo in vantaggio per 3-0 contro il Liverpool, grazie ad un gol di Maldini e alla doppietta di Crespo (più un gol annullato a Shevchenko per un fuorigioco inesistente). Nel secondo tempo, tuttavia, i rossoneri furono raggiunti sul 3-3 in soli 6 minuti, durante i quali un rigore parato dal portiere rossonero Dida fu poi ribadito in gol da Xabi Alonso, il che riaccese l'entusiasmo su una partita che sembrava ormai decisa e poco spettacolare. La gara procedette ai tempi supplementari, dove il portiere polacco Jerzy Dudek fu autore di un prodigioso salvataggio su un tiro ravvicinato di Shevchenko, e quindi ai calci di rigore. Qui il Milan fallì tre tiri dal dischetto di cui l'ultimo, decisivo, proprio con l'attaccante ucraino. Fu quindi la squadra inglese a sollevare la coppa, la quinta nella storia dei Reds di Liverpool.

L'edizione 2005-2006 si chiuse con il trionfo del Barcellona delle tante stelle, da Ronaldinho a Lionel Messi a Samuel Eto'o. I catalani, allenati dall'ex campione del Milan Frank Rijkaard, impressionarono per la capacità di abbinare un gioco a tratti spettacolare e la concretezza delle squadre esperte. Ronaldinho viene eletto miglior giocatore del torneo. Nella finale di Parigi superarono, per 2-1 in rimonta, gli inglesi dell'Arsenal, guidati da Henry.

Nel 2006-2007 si è assistito alla rivincita del Milan ai danni del Liverpool, primo caso nella storia della Champions League in cui due squadre si sono incontrate due volte in pochi anni in finale e in cui la perdente della prima è riuscita ad ottenere ciò che aveva perso precedentemente.

Dopo un'estate travagliata e caratterizzata dallo scandalo del calcio italiano del 2006, la Champions League iniziò con l'assenza di una delle sue protagoniste storiche, la Juventus, retrocessa in Serie B d'ufficio dopo essersi vista revocare gli ultimi due scudetti. Le cose andarono diversamente per il Milan, che pur avendo rischiato di mancare alla più importante competizione continentale, riuscì a iscriversi al torneo partendo dal terzo turno preliminare di agosto contro la Stella Rossa e ottendendo il diritto di partecipare alla fase a gironi della competizione per l'ottava volta negli ultimi dieci anni.

Nella fase a gironi dell'edizione 2006-2007 il Barcellona di Ronaldinho e il Chelsea di Shevchenko si affrontarono per l'ennesima volta. Dopo essersi contese nel 2005 l'accesso ai quarti di finale (aveva avuto la meglio la formazione inglese), nel 2006 si erano sfidate sempre negli ottavi di finale, nei quali la formazione catalana si era presa la rivincita, avviandosi a conquistare la coppa per la seconda volta nella sua storia. Questa volta, invece, furono nuovamente i Blues a prevalere, conquistando la testa del Girone A.

Tra le squadre qualificate per gli ottavi di finale del torneo figuravano tutte e quattro le inglesi. Solamente l'Arsenal non riuscì ad approdare alle semifinali, battuto agli ottavi dal PSV Eindhoven. Liverpool, Chelsea e Manchester United arrivarono ad occupare tre posti sui quattro disponibili nelle semifinali (l'altro fu del Milan). Le grandi assenti dei quarti di finale erano il Real Madrid, battuto da un agguerrito Bayern Monaco, l'Inter, eliminata dal Valencia dopo un doppio pareggio per la regola dei gol fuori casa, e il Barcellona campione in carica, sconfitto dal Liverpool, che con una serie notevole di vittorie (tra cui la rivincita contro il Chelsea) giunse a disputare la seconda finale in tre anni, secondo solamente all'altra finalista, il Milan, alla sua terza finale negli ultimi cinque anni.

Proprio il Milan, che pareva aver esaurito le energie già a dicembre, dopo aver pareggiato in casa contro il Bayern Monaco fu capace di infliggere un 2-0 in trasferta all'Allianz Arena, di surclassare il Manchester United grazie ad un grande Kaká, autore di una doppietta all'Old Trafford (vittoria inglese per 3-2) e di un gol nel 3-0 rossonero di San Siro, e di raggiungere in finale i Reds allo Stadio Olimpico di Atene. Proprio come nel 1994 contro il Barcellona, il Milan sollevò la coppa nella città ellenica, portandosi per la settima volta della sua storia sul tetto dell'Europa.

Importantissimo fu il contributo di Kaká, capocannoniere del torneo con 10 gol, Filippo Inzaghi, autore di due gol in finale, Andrea Pirlo, Clarence Seedorf, Paolo Maldini, Gennaro Gattuso, Dida, Massimo Ambrosini, Alessandro Nesta e tanti altri giocatori già componenti della squadra vincitrice della Champions League nel 2003. In particolare Inzaghi, malgrado le poche partite disputate nel corso della stagione, seppe segnare i gol decisivi nelle partite di maggiore importanza. A titolo di curiosità va citata la particolarità relativa allo sponsor: se l'anno prima le squadre finaliste vestivano Nike, questa volta entrambe erano sponsorizzate da Adidas (in questa stagione il Liverpool aveva cambiato fornitore tecnico).

Nel 2007-2008 la Champions League è stata vinta dal Manchester United, che ha battuto in finale il Chelsea nella prima finale tutta inglese della competizione ed è diventato Campione d'Europa per la terza volta.

Molte le favorite oltre alle due finaliste all'inizio della competizione. Tra le italiane spicca l'Inter di Zlatan Ibrahimović e delle tante stelle messe a disposizione dell'allenatore Mancini dal presidente Massimo Moratti assieme al Milan campione in carica che fatica in campionato ma che continua a dare il meglio di sé in Europa. Oltre alle finaliste anche altre due inglesi si candidano alla vittoria: il Liverpool squadra solida che punta su un gruppo in grado di conquistare sempre le fasi finali della competizione negli utimi quattro anni e un Arsenal che Arsène Wenger ha rivoluzionato dall'anno precedente. I Gunners sostituiscono infatti la loro bandiera e giocatore di punta Thierry Henry (trasferitosi al Barcelona andando a formare il quartetto di campioni con Eto'o, Messi e Ronaldinho) con innesti giovani ma di grande classe come il togolese Adebayor. E proprio il Barcelona dei quattro fuoriclasse è una delle due formazioni spagnole favorite insieme al Real Madrid.

Dopo la fase a gironi tutte le favorite sono ancora in gioco per la vittoria finale. Le varie fasi a eliminazione diretta riservano un'edizione ricca di emozioni grazie a scontri diretti tra le grandi fin dagli ottavi di finale (come Milan-Arsenal), alla presenza tra le accesse alle fasi finali di altre squadre di un certo calibro come Roma e Lione e di squadre-rivelazione come lo Schalke 04, in grado di mettere in difficoltà il Barça, e il Fenerbahçe, che prima elimina il Siviglia e poi crea problemi al Chelsea.

Alle semifinali si è prospettata una situazione simile a quella dell'edizione 2002-2003 e anche a quella dell'anno prima. Infatti 3 squadre su 4 erano di un'unica nazionalità. Sicuramente una squadra inglese sarebbe volata a Mosca. Da una parte si sono affrontate Liverpool e Chelsea. I Reds erano reduci da scontri diretti estenuanti contro Inter e Arsenal (che a sua volta ha eliminato il Milan Campione uscente), mentre i Blues hanno avuto vita facile contro Olympiakos e sofferto contro il Fenerbahçe. Dalla parte opposta del tabellone il Manchester United ha eliminato Lione e Roma (che a sua volta aveva eliminato il Real) e il Barça, che ha affrontato Schalke e Celtic. Il Liverpool, sebbene esprima un buon gioco, ha pregiudicato la qualificazione nella partita di andata con un autogol negli ultimi minuti di John Arne Riise, che ha vanificato la possibilità di una vittoria esterna importantissima. L'altra semifinale di andata tra Barcellona e Manchester United è stata spettacolare, ma è terminata 0-0. La gara di ritorno, più tattica, si è conclusa con la qualificazione degli inglesi, vittoriosi grazie a un gol di Paul Scholes.

In finale i Red Devils hanno sfidato il Chelsea (per la prima volta alla finale della massima competizione europea), nella prima finale tutta inglese della storia del torneo, la terza tra nazioni di uno stesso paese dopo 2000 e 2003. Il primo tempo è finito con il parziale di 1-1, con Cristiano Ronaldo a segno di testa per il Manchester e Frank Lampard, a termine di un'azione molto confusa, per il Chelsea. Il risultato è rimasto immutato fino alla fine dei tempi regolamentari e dei tempi supplementari, nonostante la sfida sia stata molto accesa e piena di emozioni. Ai tiri di rigore hanno fallito Ronaldo per il Manchester United e per il Chelsea il capitano John Terry, scivolato al momento del tiro su un campo non impeccabile proprio sull'ultimo rigore, quando la vittoria sembrava già raggiunta. L'errore decisivo è stato quello di Nicolas Anelka, il cui tiro è stato parato da Edwin van der Sar.

La formula inziale del torneo era, come si è già detto, quella dell'eliminazione diretta: le trentadue squadre si incontravano a doppio turno di andata e ritorno (per i primi anni era prevista anche una terza partita di spareggio) nei turni di sedicesimi, ottavi, quarti di finale, semifinali e poi finale unica. In caso vi fossero più di trentadue squadre ai nastri di partenza, quelle con il coefficiente UEFA più basso dovevano spareggiare per entrare a far parte del tabellone principale. La vincitrice della Coppa dei Campioni era ammessa di diritto all'edizione dell'anno successivo (unico caso in cui era possibile vedere più di una squadra per federazione).

La formula della Coppa dei Campioni rimase praticamente immutata per oltre trent'anni. Fu solo sul finire degli anni 1980 che si cominciarono a mettere in cantiere progetti di riforma. La struttura delle Coppe europee era da sempre considerata provvisoria, riecheggiando ciclicamente quell'idea di un campionato europeo per clubs che era stata proposta da Gabriel Hanot decenni prima.

Il primo cambiamento alla ormai classica formula della coppa fu apportato nella stagione 1991/92 quando furono previsti, in luogo dei quarti di finale e delle semifinali, due gironi di qualificazione all'italiana di quattro squadre ciascuna. Il pubblico dimostrò di gradire la novità tant'è che nella successiva stagione 1992/93 l'UEFA diede a questi nuovi gironi il nome UEFA Champions League, registrandone un logo e un inno ufficiale. La stagione successiva si ebbe una piccola aggiunta: dopo i gironi fu introdotta una semifinale di sola andata (in casa della vincitrice del girone) tra prime e seconde, le vincenti vanno in finale.

Un altro grande cambiamento avvenne nella stagione 1994/95. Con l'edizione precedente, infatti, si era concluso il contratto che legava la UEFA all'Eurovisione e che dava diritto a quest'ultima di trasmettere in esclusiva la finale della Coppa dei Campioni. Ciò diede campo libero alla UEFA per rivedere integralmente il format della competizione secondo canoni più appetibili alle televisioni private. L'accesso alla coppa fu dunque riservato ai soli 24 migliori campioni del continente, relegando gli altri nella meno prestigiosa Coppa UEFA. Il termine Champions League prese ad indicare l'intera manifestazione e non solo i gironi, e la coppa si strutturò su una fase a gironi autunnale e una ad eliminazione diretta primaverile.

Ma la grande svolta avvenne con la stagione 1997/98, quando fu abrogata quella clausola che era divenuta l'essenza stessa della Coppa dei Campioni, e cioè la partecipazione dei soli campioni in carica. In quell'anno infatti il meccanismo dei preliminari estivi se da un lato ricomprendette quelle nazioni che ne erano state escluse tre anni prima, dall'altro aprì le porte alle seconde classificate degli otto migliori campionati continentali.

La minaccia di una Superlega fra le migliori società europee spinse infine nel 1999 la UEFA a ridisegnare in fretta e furia l'intero impianto delle sue tre coppe. La porta della Champions League venne aperta anche alle terze classificate delle sei principali federazioni e alle quarte classificate delle migliori tre. Il format fu ampliato con ben due fasi a gironi seguite da due turni ad eliminazione più la finale. Per laurearsi campione era dunque necessario disputare ben 17 gare, se non 19, 21 o addirittura 23 nel caso di partenza dai preliminari. La Champions League assunse quindi un ruolo di assoluto predominio nell'immaginario sportivo collettivo, relegando in una posizione marginale la Coppa UEFA e determinando l'abrogazione della Coppa delle Coppe.

L'attuale formato della competizione è in vigore dalla stagione 2003/04.

Il torneo si compone di diverse fasi, composte tra eliminazione diretta e gironi all'italiana. I primi tre turni sono ad eliminazione diretta e le squadre iniziano a prendere parte a una delle tre fasi in base alla posizione ottenuta nel proprio campionato nazionale ed al coefficiente UEFA (vedi anche la sezione Squadre ammesse). Sedici squadre, quelle meglio classificate nei campionati nazionali più importanti del continente, prendono direttamente parte alla fase a gironi senza passare quindi dai turni preliminari. In questi preliminari, giocati con partite in casa e in trasferta da metà luglio a fine agosto, la squadra vincente passa al turno successivo. Le squadre sconfitte al terzo turno vengono ammesse alla Coppa UEFA mentre le 16 squadre uscite vincenti dai turni preliminari possono prendere parte alla fase a gironi, assieme alle altre 16 già ammesse direttamente.

Questi gironi si compongono di 8 gruppi di 4 squadre ed ogni squadra gioca con le altre tre due volte, una in casa e una in trasferta. Questa fase dura da metà settembre ai primi di dicembre. Le terze classificate verranno ammesse in Coppa UEFA, mentre l'ultima verrà eliminata dal torneo. Le prime due passano al turno successivo, ad eliminazione diretta (da fine febbraio fino alla finale di maggio): le prime classificate giocheranno con le seconde e avranno il fattore campo a favore. In questa fase non sono previsti derby nazionali, che potranno essere giocati a partire dai quarti di finale.

Gli scontri diretti che terminano in parità prevedono la regola del gol fuori casa, dei tempi supplementari ed eventualmente dei calci di rigore. Fa eccezione la finale, giocata a turno unico (in uno stadio determinato un paio di anni prima) con tempi supplementari e rigori per i pareggi.

Dal 2009 è stabilita la riforma dei turni preliminari. Rispetto alla formula attuale, sei squadre in più saranno ammesse direttamente ai gironi: le terze classificate dei tre migliori campionati nazionali e i campioni delle federazioni fra il 10° e il 12° posto del ranking. I dieci residui posti saranno attribuiti attraverso due distinti percorsi preliminari. Il primo comprenderà i campioni delle nazioni minori classificate dal 13° al 53° posto del ranking, si svolgerà in quattro turni e avrà l'effetto di favorire a tali squadre la qualificazione alla fase a gironi, rispetto al regolamento precedente che prevedeva lo scontro con squadre non campioni nazionali delle maggiori federazioni. Il secondo percorso preliminare, costituito da due turni, comprenderà invece le squadre residue delle federazioni maggiori fino al 15° posto. Anche le squadre perdenti il penultimo turno preliminare, e non solo l'ultimo, avranno accesso alla Coppa UEFA.

Nessun cambiamento è invece previsto per il format della competizione vera e propria, confermato sino al 2012. Sono stabiliti solo piccoli ritocchi di calendario, con gli ottavi che saranno spalmati in un mese (4 partite a settimana), mentre dal 2010 la finale si svolgerà di sabato per agevolare l'afflusso delle famiglie nell'impianto sede dell'atto conclusivo della manifestazione.

La forma del trofeo così com'è conosciuto ora fu commissionata nel 1966 per 10.000 franchi svizzeri e la prima squadra a vincere la nuova coppa fu il Celtic FC (vincente nella finale del 25 maggio 1967 a Lisbona contro l'Internazionale Football Club). La forma, con i particolari manici denominati "grandi orecchie", venne approvata dall'allora segretario generale della UEFA, Hans Bangerter, sulla base di varie proposte presentate da uno specialista di Berna, Hans Stadelmann. I ritocchi finali furono opera dell'incisore Fred Bänninger dopo 340 ore di lavoro del figlio di Stadelmann, Jürg. La coppa misura 62 cm di altezza e pesa 7,5 kg. Se le versioni del 1973 e del 1976 furono sostanzialmente conformi all'originale del 1966, quella del 1994 variò nel particolare della scritta Coupe des clubs champions européens che da minuscola divenne maiuscola, e del retro su cui si incominciarono ad incidere i risultati delle finali, mentre il trofeo attuale, datato 2005, porta oggi incisi sul retro i nomi di tutte le squadre che l'hanno vinto in precedenza, ed ha le orecchie piu aggraziate.

Dal 1997 il trofeo originale viene consegnato al sindaco della città ospitante la finale, così da poter essere visitato dal pubblico per uno o due mesi prima dell'incontro decisivo. Così fu anche per Milano nel 2001, che ospitò la coppa al centro dell'ottagono della Galleria Vittorio Emanuele a due passi dal Duomo, liberamente visibile da chiunque fino al 23 maggio, giorno della finale tra Bayern Monaco e Valencia. Attualmente sono due le città italiane ad avere ospitato il trofeo: Milano (2001) e Roma (1996), che lo ospiterà di nuovo nell'edizione del 2009.

La squadra vincitrice della Champions League ritira la coppa al termine della cerimonia di premiazione, e riconsegna il trofeo al quartier generale della UEFA due mesi prima della finale della stagione successiva. La UEFA consegna comunque una replica in scala ridotta della coppa che viene mantenuta dalla società vincitrice. Le uniche squadre a poter trattenere il trofeo originale sono quelle capaci di aggiudicarsi tre tornei consecutivi o cinque in tutto, ovvero quelle insignite del Badge of Honour (Stemma onorifico), introdotto nella stagione 2000-2001.

Queste squadre vengono contraddistinte da un particolare stemma di colore blu raffigurante la coppa con impresso il logo della competizione (le stelle che formano un pallone) sotto il numero di Champions League (e Coppe Campioni) vinte, posto sulla manica sinistra della divisa ufficiale.

Nell'edizione 2004-2005 l'UEFA ha introdotto il logo dei detentori, da apporre sulla manica destra della maglia della detentrice del trofeo nella stagione successiva alla vittoria. La prima squadra a indossare il logo dei detentori è stato il Porto.

Alla UEFA Champions League, cui è ammessa di diritto la squadra detentrice, possono partecipare solo le squadre che militano nei campionati associati alla UEFA (eccetto Liechtenstein), in base alla posizione in classifica ottenuta durante la precedente stagione.

Il coefficiente UEFA determina automaticamente a che livello una squadra dovrà iniziare a competere: i primi tre campionati che apportano 4 squadre, vedranno le prime due classificate iniziare dai gironi all'italiana, mentre la terza e la quarta dovranno iniziare dai cosiddetti preliminari di Champions League, ovvero dal terzo turno di qualificazione. Attualmente, questo è il caso previsto per i campionati di Liga Spagnola, Serie A e Premier League.

Le successive tre nazioni iscriveranno ugualmente due squadre direttamente ai gironi, ma una sola ai preliminari, come peraltro le seguenti tre federazioni, che però di posti assicurati nei gironi ne hanno uno solo a testa.

Le altre nazioni devono necessariamente passare integralmente dai preliminari, con due formazioni le prime sei, e una sola tutte le altre.

Oltre ai già citati meriti sportivi, ogni club deve ricevere una particolare licenza dalla propria associazione calcistica per partecipare alla Champions League, utile a comprovare l'adeguatezza dello stadio, delle infrastrutture e della stabilità finanziaria.

La Champions League è una competizione dalle grandi possibilità economiche per i club che vi partecipano e che riescono a giocare il maggior numero di partite. La UEFA, infatti, distribuisce parte dei ricavi ottenuti dalle vendite dei diritti televisivi in tutta Europa tra le squadre partecipanti in base ai livelli raggiunti (gironi, quarti di finale, semifinali e finale). Per esempio i guadagni ottenuti dai club che hanno preso parte all'edizione 2004-2005 sono compresi tra i 3,8 milioni di euro dello Sparta Praga ai 30,6 milioni di euro del vincente Liverpool. Per le italiane: 10,6 milioni alla Roma, 14,9 all'Inter, 15 alla Juve e 26 milioni di euro al Milan.

Nel torneo 2005-2006 sono stati distribuiti 430 milioni di euro tra le 32 formazioni partecipanti.

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Luca Toni

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Luca Toni, all'anagrafe Luca Toni Varchetta Delle Cave (Pavullo nel Frignano, 26 maggio 1977), è un calciatore italiano, attaccante del Bayern Monaco e della Nazionale italiana. Campione del Mondo con la Nazionale nel 2006.

Ha vinto la Scarpa d'oro 2006 ed è stato il terzo giocatore italiano capace di aggiudicarsi il titolo di capocannoniere in un campionato straniero. Prima di lui erano riusciti nell'impresa solo Marco Negri (con i Glasgow Rangers, nella stagione 1997-1998 del campionato scozzese) e Christian Vieri che nella stagione 1997-1998 realizzò 24 gol in altrettante partite nella Liga spagnola con l'Atletico Madrid.

Centravanti dalla evidente potenza fisica, si trova a suo agio sia in un attacco a due che come punta centrale di un tridente. Partecipa alla fase offensiva difendendo il pallone e facendo salire la squadra. Oltre ad un ottimo senso del gol, Toni possiede anche un ottimo colpo di testa sfruttando l'altezza notevole.

È cresciuto nelle giovanili del Modena dove, a 13 anni, nei "giovanissimi", venne allenato dal campione brasiliano Cinesinho già campione d'Italia con la Juventus.

Ha iniziato la sua carriera professionistica nella squadra emiliana in Serie C1 nella stagione 1994-1995 collezionando 7 partite e 2 gol. Con i modenesi è rimasto anche nella stagione successiva (25 partite, 5 gol), per poi disputare una stagione a testa con Empoli in Serie B (3 partite, 1 gol), Fiorenzuola in C1 (26 partite, 2 gol) e Lodigiani sempre in C1.

Con la squadra romana, allenata dal tecnico Guido Attardi, siglò 15 gol in 31 partite in Serie C1, attirando su di sé l'attenzione del Treviso, con cui disputò una buona stagione in Serie B nell'annata 1999-2000 (35 partite, 15 gol). Gli si sono quindi aperte le porte della Serie A, dove ha esordito quando è stato acquistato dal Vicenza.

L'esordio in Serie A è avvenuto il 1° ottobre 2000, a 23 anni, nella partita persa contro il Milan per 2-0. Nella sua stagione di esordio ha segnato 9 gol in 31 partite, che comunque non sono bastati per salvare la squadra veneta dalla retrocessione. È poi passato al Brescia di Carlo Mazzone per 30 miliardi di lire, l'acquisto più costoso nella storia delle rondinelle. Con i lombardi è rimasto due anni, disputando una buona prima stagione condita da 13 gol mentre la seconda si conclude con un misero bottino di 2 gol ed un lungo infortunio. Il suo bilancio finale è di 15 gol in 44 partite.

Acquistato dal Palermo nel 2003 a 26 anni, ha preso una coraggiosa decisione circa il prosieguo della carriera, scendendo di nuovo di categoria. Scelta premiata in quanto è diventato capocannoniere del campionato cadetto nella stagione 2003-2004, con 30 gol in 45 partite, aiutando la squadra siciliana ad essere promossa nella massima categoria e mettendosi in mostra come uno degli attaccanti più importanti della B insieme a Cristiano Lucarelli.

Con i palermitani ha disputato anche la stagione seguente in Serie A, segnando 20 gol in 35 partite ed aiutando in maniera determinante la squadra a classificarsi al 6° posto e qualificarsi quindi per la Coppa UEFA. In questa stagione è riuscito a confermarsi anche nella massima serie ed entrare nel giro della Nazionale.

Nell'annata 2005-06 Toni passa dal Palermo alla Fiorentina. In campionato nelle prime 11 partite di campionato in cui i viola vanno in rete lui è sempre presente nel tabellino (15 gol); poi è un amaro dicembre, in cui non va mai in rete fino alla doppia marcatura con cui stende il Chievo. I viola arrivano quarti (74 punti), ma dopo la sentenza post Calciopoli terminano noni a 44 punti (-30). Toni realizza 31 gol in campionato e 4 in Coppa Italia, vincendo così la Scarpa d'oro (primo italiano in assoluto a vincerla) e superando il record di gol in una sola stagione nella Fiorentina di Kurt Hamrin e Gabriel Omar Batistuta che si fermarono a quota 26.

La stagione 2006-2007 si apre con qualche malumore con la società, in quanto vorrebbe passare all'Inter, ma il club viola si impone, confermandolo nella rosa. Inizia il campionato con buoni risultati, segnando una doppietta (inutile ai fini del risultato della gara, persa dalla Fiorentina, per 3-2) nella prima partita di campionato proprio contro l'Inter. Dopo altri due gol nelle partite con Catania (1 ottobre) ed Empoli (15 ottobre), viene colpito da un'infiammazione al metatarso, che lo costringe a saltare diverse partite.

Nonostante ciò conclude il girone d'andata con 9 gol. Finirà la stagione mettendo a segno un totale di 16 gol, un bottino ragguardevole visti gli infortuni.

Dopo tante smentite il 30 maggio 2007 è ufficiale la notizia del suo trasferimento al Bayern Monaco per 11 milioni di euro nelle casse della Fiorentina per avere il campione del mondo. A 30 anni lascia dunque l'Italia e viene presentato alla stampa l'8 giugno, insieme al suo futuro compagno e nuovo acquisto del Bayern Franck Ribéry. Ripaga lo sforzo economico segnando già contro l'Hansa Rostock all'esordio in Bundesliga. Dopo il suo ottimo inizio in campionato esordisce anche nelle coppe europee, giocando in Coppa UEFA. Proprio in questa competizione (10 gol totali) il 19 dicembre 2007 realizza una quadripletta nel 6-0 del Bayern contro l'Aris Salonicco.

Diventa protagonista nella manifestazione europea anche nei quarti di finale, il 10 aprile 2008, allorché con due reti realizzate negli ultimi 5 minuti del secondo tempo supplementare della sfida di ritorno contro il Getafe, fissa il punteggio sul 3-3, che consegna all'ultimo respiro la qualificazione ai bavaresi. Il 19 aprile 2008 segna una doppietta che risulta decisiva nella finale della Coppa di Germania contro il Borussia Dortmund.

Il 4 maggio 2008 arriva il suo primo trofeo importante con una squadra di club: infatti, grazie allo 0-0 contro il Wolfsburg, il suo Bayern si laurea campione di Germania, davanti al Werder Brema. Chiude la stagione laureandosi capocannoniere della Bundesliga 2007-2008 con 24 reti (39 reti totali, tra campionato, coppa UEFA, e coppa di Germania).

Il 25 febbraio 2009 realizza la prima doppietta in Champion's League, nella partita di andata degli ottavi contro lo Sporting Lisbona.

L'esordio con la maglia della Nazionale risale al 18 agosto 2004, a 27 anni, nella partita persa contro l'Islanda per 2-0. Il ct Marcello Lippi lo convocò perché impressionato dai 30 gol segnati la stagione precedente in Serie B. Ha messo a segno la sua prima rete in azzurro nel match successivo contro la Norvegia, disputato il 4 settembre a Palermo e terminato 2-1, realizzando il gol decisivo per la vittoria.

L'11 giugno 2005 è stato il capitano della Nazionale nella partita amichevole Italia-Ecuador (1-1), e nel settembre successivo, segnando una tripletta nel match di qualificazione al mondiale di Germania 2006 contro la Bielorussia a Minsk, terminato 4-1 per l'Italia, diventa il primo giocatore della Fiorentina a segnare tre gol in una sola partita della Nazionale italiana.

Nel maggio del 2006 viene convocato per il Mondiale in Germania, la sua prima volta in una competizione internazionale, dove indossa la maglia numero 9. Già nella partita d'esordio contro il Ghana (vinta 2-0) colpisce la traversa dopo una botta di collo pieno. Mette a segno una doppietta in Italia-Ucraina del 30 giugno e permette l'ingresso all'Italia in semifinale contro la Germania.

Diventa Campione del mondo il 9 luglio 2006, nella partita vinta 5-3 ai rigori contro la Francia. Viene inserito nella squadra All Star Team dei 23 migliori giocatori del mondiale].

Nella finale coi francesi colpisce una traversa con un colpo di testa su calcio d'angolo e sucessivamente, sempre di testa, si vede annullare un gol per fuorigioco molto dubbio.

Dopo il mondiale riceve la fiducia anche del neo commissario tecnico Roberto Donadoni, venendo convocato regolarmente nelle partite valide per le qualificazioni al Campionato europeo di calcio 2008; contro l'Ucraina, si procura prima un calcio di rigore ed in seguito mette a segno il gol che consente alla Nazionale di rimettersi in corsa per la qualificazione al Campionato Europeo, dopo le titubanti prestazioni iniziali.

Segna ancora una doppietta in Italia-Scozia (2-0) del 28 marzo 2007, regalando la vittoria all'Italia. Segna nuovamente alla Scozia nella partita del 17 novembre a Glasgow, vinta dagli azzurri 2-1, che consegna alla Nazionale la qualificazione. Si toglie anche la soddisfazione di segnare un gol a Modena, la sua città, in Italia-Far Oer (3-1).

Risulta il capocannoniere italiano delle qualificazioni a Euro 2008, con 5 gol in 6 partite giocate. Tuttavia durante il torneo non riesce ad esprimersi ai suoi soliti livelli, attirandosi addosso molte critiche e rimanendo a secco di reti anche a causa di un errore arbitrale che gli annulla un gol regolare nella sfida contro la Romania.

Trova la conferma in nazionale anche con la seconda gestione di Marcello Lippi anche se nelle prime partite non va a segno. Ritrova finalmente il gol nella partita amichevole del 19 novembre 2008 contro la Grecia dopo un digiuno di 9 partite in meno di 9 mesi.

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Source : Wikipedia