Basilicata
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Basilicata
La Basilicata, o Lucania, è una regione del Mezzogiorno d'Italia di 591.119 abitanti ed ha come capoluogo Potenza. Comprende la provincia di Potenza e la provincia di Matera. Le altre città principali, oltre ai due capoluoghi, Potenza e Matera, sono Melfi, Policoro e Pisticci. Confina a nord e ad est con la Puglia, ad ovest con la Campania, a sud con la Calabria ed è bagnata dal mar Tirreno a sud-ovest e dal mar Jonio a sud-est.
Il territorio della Basilicata è prevalentemente montuoso (46,8%).
I massicci del Pollino (Serra Dolcedorme - 2.267 m) e del Sirino (Monte Papa - 2.005 m), il Monte Alpi (1.900 m), il Monte Raparo (1.764 m) ed il complesso montuoso della Maddalena (Monte Volturino - 1836 m) costituiscono i maggiori rilievi dell'Appennino lucano. Nell'area nord-occidentale della regione è presente un vulcano spento, il monte Vulture.
Le colline costituiscono il 45,13% del territorio e sono di tipo argilloso, soggette a fenomeni di erosione che danno luogo a frane e smottamenti.
Le pianure occupano solo l'8% del territorio. La più estesa è la piana di Metaponto che occupa la parte meridionale della regione, lungo la costa ionica. I fiumi lucani sono a carattere torrentizio e sono il Bradano, il Basento, l'Agri, il Sinni e il Cavone.
Tra i laghi, quelli di Monticchio hanno origini vulcaniche, mentre quelli di Pietra del Pertusillo, di San Giuliano e del Monte Cotugno sono stati costruiti artificialmente per usi potabili ed irrigui. Artificiale è anche il lago Camastra le cui acque vengono potabilizzate.
Le coste del litorale ionico sono basse e sabbiose mentre quelle del litorale tirrenico sono alte e rocciose.
Il clima è di tipo mediterraneo sulle coste e continentale sui rilievi montuosi.
Queste diversità si enunciano sia a livello faunistico, che a quello floristico ed infine a quello climatico.
Il clima della Basilicata cambia di zona in zona; infatti una caratteristica rilevante è che la regione è esposta a tre mari. La parte orientale della regione (non avendo la protezione della catena appenninica) risente dell'influsso del mar Adriatico, a cui va aggiunta l'orografia del territorio e l'altitudine irregolare delle montagne. Ma nonostante la diversità, il clima della regione può essere definito continentale, con caratteri mediterranei solo nelle aree costiere. Infatti se ci si addentra già di qualche chilometro nell'interno, soprattutto in inverno, la mitezza viene subito sostituita da un clima rigido e umido.
La Lucania antica era ben più vasta dell'odierna Basilicata; oltre a questa infatti comprendeva vasti territori appartenenti ad altre due regioni odierne: alla Campania (Cilento e Vallo di Diano nel Salernitano) e alla Calabria (arrivava a Sibari, Turi, e al fiume Lao, nel Cosentino). Non comprendeva però le terre ad est del fiume Bradano, quindi la stessa Matera, ma anche l'intera area del Vulture, la cui principale città era Venusia, all'epoca degli Irpini. Tali confini geografici riflettono la situazione posteriore alla scissione fra Bruzi (antichi abitanti della Calabria) e Lucani avvenuta nel 356 a.C. con il confine fra le due regioni nell'istmo tra Turi e Cirella (Piccola Lucania). Prima di questa data, le fonti dal V sec. in poi si riferivano ad una vasta area, chiamata convenzionalmente dai moderni Grande Lucania, che si spingeva fino allo stretto di Messina ed era abitata da genti di ceppo sannitico.
I suddetti confini nord-orientali della Lucania furono poi mantenuti nell'istituzione delle regioni augustee, avvenuta intorno al 7 d.C: le terre dei Lucani (al di qua del Bradano) entrarono a far parte della Regio III Lucania et Bruttii, mentre Matera e il Vulture della Regio II Apulia et Calabria.
Una suggestiva leggenda vuole che il nome fosse dato da un popolo diretto verso Sud, una volta giunto in una terra dalla quale si vedeva sorgere il Sole, e che il nome Lucania indicasse quindi "Terra della Luce".
Il toponimo Basilicata compare nel XIII secolo. Proviene dal greco Basilikos, termine con cui venivano chiamati i Governanti bizantini della Regione. Basilikos in greco vuol dire "funzionario del re" e deriva da un'altra parola greca: Basileus (Re). Un'altra ipotesi, meno accreditata, è che l'origine del nome sia legata a quello dell'Imperatore Bizantino Basilio II di Bisanzio.
Nella preistoria i primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico inferiore (Homo Erectus) e a rifugi del Mesolitico. Dal V millennio a.C. si diffusero gli insediamenti in villaggi fortificati e nell'età del ferro esistette una cultura indigena locale.
Dall'VIII secolo a.C. fu fondata la colonia greca di Siris (di madrepatria microasiatica) e intorno al 630 a.C. quella di Metaponto, di colonizzazione achea, completando l'occupazione della costa ionica, mentre nell'interno continuano a fiorire le comunità indigene (in particolare nell'area di Melfi). Dopo un primo periodo di pacifica convivenza alcuni insediamenti indigeni scompaiono e altri vengono fortificati. Le città greche lottano l'una con l'altra.
I primi contatti dei Romani con i Lucani si ebbero con una temporanea alleanza antisannita intorno al 330 a.C. Dopo la conquista di Taranto nel 272 a.C. il dominio romano si estese a tutta la regione. Venne prolungata la via Appia fino a Brindisi e vennero fondate le colonie di Potentia (Potenza) e Grumentum. A Venosa nacque il poeta latino Orazio.
Alla fine del V secolo la Lucania era già ampiamente cristianizzata e dopo la caduta dell'impero romano restò in possesso bizantino fino alla conquista longobarda nel 568, entrando a far parte del Ducato di Benevento. Le incursioni saracene portarono le popolazioni locali all'abbandono degli abitati in pianura e in prossimità della costa, a favore di centri protetti sulle alture. Tricarico e Tursi conoscono una dominazione araba di più lunga durata che inciderà profondamente sulla struttura stessa degli abitati, che hanno conservato testimonianze ancora oggi ben visibili nei quartieri della ràbata e della saracena a Tricarico e della rabatana a Tursi .
Nel 968, dopo la conquista bizantina, venne costituito il thema di Lucania, con capoluogo Tursikon (attuale Tursi) . Nel 1059 con la conquista normanna, il thema scomparve e Melfi divenne una delle sedi del potere regale. Federico II di Svevia soggiornò a Melfi nel 1225 e nel 1231, anno in cui vennero emanate le Constitutiones regni Siciliae ("Costituzioni di Melfi"), e in quegli anni, venne costruito il castello di Lagopesole.
Nel XIV secolo la Lucania attraversò una profonda crisi demografica, attribuibile probabilmente alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo d'Angiò. La famiglia Caracciolo ottenne la signoria su Melfi e diversi altri feudi. Nella seconda metà del XV secolo si ebbe una generale ripresa economica e demografica, anche in seguito all'arrivo di profughi dalle regioni dell'Impero bizantino in seguito alla caduta di Costantinopoli.
La Basilicata fu teatro della famosa Congiura dei baroni ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino consigliato da Antonello Petrucci e Francesco Coppola, ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli che coinvolse molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino, conti di Tricarico, si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone, che si riunirono nel Castello di Miglionico (detto del Malconsiglio o della congiura dei Baroni). La Congiura fu narrata dallo Storico Camillo Porzio nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I.
Carlo V di Spagna tolse i loro domini ai feudatari precedenti, a cui subentrarono le famiglie dei Carafa (principi di Stigliano), Revertera, Pignatelli e Colonna. La Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno, mentre Matera e la Murgia fecero parte della Terra d'Otranto. Con l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri possedimenti. Nella seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità e in quest'epoca si sviluppò una notevole attività artistica, legata alla committenza delle grandi famiglie baronali e religiosa. Nella vita sociale e politica della regione si ebbe l'emergere di una nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie locali, ed impegnata a rappresentare i baroni, i vescovi e gli abati nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente le comunità locali formarono le prime "Università".
Quando a Napoli scoppiò la rivolta di Masaniello, nel 1647, una sollevazione popolare generalizzata coinvolse tutta la regione, che aderì alla Repubblica, ma la rivolta venne quindi repressa. Nel 1663 venne creata una nuova provincia per la Basilicata, per assicurarne un maggiore controllo, con capoluogo a Matera.
Sull'onda dei fatti del 1799, Avigliano fu la prima città (ancor prima di Napoli) a piantare l'albero della libertà e a proclamare la Repubblica Napoletana; da lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro, ma l'insurrezione venne repressa. I francesi ritornarono sette anni più tardi, nonostante le resistenze della popolazione, la cui gran parte era di parte borbonica. Il sette agosto 1806 la città di Lauria, che allora contava oltre settemila abitanti, venne rasa al suolo, incendiata e saccheggiata dalle truppe del generale francese Massena. Durante l' occupazione napoleonica il progetto di distribuite in piccoli lotti delle terre demaniali venne abbandonato: le richieste di cambiamento, in particolare per la riforma agraria, rimasero inascoltate. Successsivamente la Regione partecipò blandamente ai moti del 1848. La voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la parte latifondista della società lucana ai fatti che portarono alla unificazione piemontese nel 1860, anche se un recente revisionismo storico ha portato a valutare negativamente quel coinvolgimento. Tra i principali artefici della svolta sabauda si menzionano Giacinto Albini con Nicola Mignona Governatori del Governo Prodittatoriale: Albini, in particolare, fu il principale artefice dell' insurrezione lucana e nominato poi Governatore della Provincia. Sono inoltre da ricordare Carmine Senise, Capo di Stato Maggiore delle Forze insorte, Pietro La Cava, Florino Del Zio, Ferdinando Petruccelli della Gattina, Giacomo Racioppi e infine Francesco Scardaccione, che fu il primo Presidente della Provincia di Basilicata (1861). Come per la Repubblica Napoletana, anche in questo caso vi fu un precoce proclama in un comune lucano, Montemurro: il 14 agosto 1860, infatti, nella casa di campagna della famiglia Marra, ancor prima che Garibaldi smuovesse i suoi Mille, venne proclamata l'Unità d'Italia. Dopo l'annessione le mancate riforme promesse e la creazione di vasti latifondi, che presero di fatto il posto degli antichi feudi, favorirono la nascita di moti di resistenza contro il nuovo Regno d'Italia, attraverso il fenomeno del cosiddetto brigantaggio, in realtà una vera e propria guerra civile, che interessò tutta la regione e causò migliaia di morti, deportati e dispersi tra i contadini lucani, rivolta animata in particolare nelle zone del melfese dal noto brigante antisabaudo Carmine "Donatelli" Crocco, di Rionero in Vulture.
Le cattive condizioni economiche e ambientali, con la presenza di zone malariche, e la mancanza di infrastrutture, di lavoro, e di aiuti statali, come nel resto del mezzogiorno, portarono ad un vasto fenomeno di emigrazione. Solo negli anni trenta del Novecento si realizzarono l'acquedotto e importanti vie di comunicazione.
Il 23 novembre 1980 la Basilicata fu sconvolta da un grave terremoto che colpì buona parte del territorio regionale.
Nel 2003 la decisione del governo nazionale di trasferire tutte le scorie nucleari delle ex centrali atomiche in una salina di Scanzano Jonico ha provocato un'intensa protesta, con una manifestazione oceanica cui parteciparono oltre 100.000 persone (pari a circa un quinto della popolazione lucana) che ha portato nel gennaio del 2004 al ritiro del decreto.
Di seguito vengono riportati i primi 12 comuni della regione, ordinati per popolazione residente, oltre 10.000 abitanti.
Potenza, Matera, Melfi, Pisticci e Policoro sono le città più importanti della regione.
Capoluogo di regione, le sue radici affondano in tempi remotissimi. La località Serra di Vaglio (dista 20 km da Potenza) costituì il primo nucleo abitativo della città che fu distrutto dai Romani. Nel V secolo fu invasa dai Goti di Alarico e successivamente dai Longobardi. Intorno al XIII secolo Federico II , dopo aver devastato la città, promulgava dal castello di Melfi le Constitutiones Augustales e fece costruire nuove fortificazioni in Basilicata. La città subì due forti terremoti nel 1273 e nel 1694. Con Decreto napoleonico del 1806 Potenza divenne capoluogo di regione. Il Primo Piano Regolatore (1843) permise l'espansione della città verso sud, ma cento anni più tardi, Potenza subì un bombardamento che diede via ad un piano di ricostruzione. Nel novembre del 1980 una nuova scossa di terremoto mise di nuovo in ginocchio la città.
Matera è città antichissima, il cui territorio testimonia insediamenti continui sin dall'età paleolitica. Infatti nelle grotte sparse lungo le Gravine materane sono stati ritrovati diversi oggetti risalenti a quell'epoca, testimonianti la presenza di gruppi di cacciatori. Nel periodo Neolitico gli insediamenti diventarono più stabili, tanto che sono presenti tracce evidenti di diversi villaggi trincerati. Con le Età dei metalli nacque il primo nucleo urbano, quello dell'attuale Civita, sulla sponda destra della Gravina. Si presenta come un coacervo di arte, archeologia e modernità. La città consta di parti di varie epoche: la parte antica (Sassi), quella medioevale-rinascimentale e quella nuova con eleganti rioni, opera di noti architetti italiani. Tra le numerose chiese le più antiche sono San Giovanni, San Domenico e il Duomo che risentono dell'influenza dell'arte romanica pugliese. Nel 1663, in epoca spagnola, Matera uscì dalla provincia pugliese di Terra d'Otranto, di cui fino ad allora era parte integrante, diventando capoluogo della Basilicata. Nel 1927 la città divenne capoluogo di provincia. Oggi la città sta avendo un grandissimo sviluppo economico e urbanistico.
La storia della città è molto importante per la regione, alla pari del capoluogo, e anche per il Meridione. All'inizio dell'XI secolo fanno la loro apparizione nell'Italia meridionale bande di mercenari provenienti dall'Europa settentrionale composte da Normanni, fra tutti Rainulfo Drengot, che divenne conte di Aversa, e i membri della famiglia Altavilla, che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando delle guerre fra i vari ducati e principati, mostrarono le loro capacità combattive e ne divennero padroni. Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e gli altri capi normanni si rivolsero al duca longobardo Guaimaro di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio di Melfi. In cambio accettarono di prestare omaggio come vassalli. Ansioso di ostacolare i tentativi espansionistici di un altro Normanno, Rainulfo d'Aversa, Guaimaro ratificò (1043) l'alleanza con gli Altavilla. Il territorio di Melfi venne assegnato a dodici "condottieri", cioè dodici baroni, indipendenti l'uno dall'altro, che dovevano governarla in modo collegiale, e giurarono di prestarsi assistenza reciproca. Ognuno dovette erigersi un palazzo in un differente settore di Melfi, che doveva perciò restare indivisa. I feudi vennero attribuiti a seconda del rango e del merito: Ascoli Satriano spettò a Guglielmo, Venosa a Drogone e così via. Guglielmo d'Altavilla, che si fregiò del titolo di conte già dal 1042, sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in posizione dominante. La famiglia degli Altavilla partì da qui alla conquista dell'intero meridione d'Italia e della Sicilia. Ma è con l'era di Federico II che la città raggiunge l'apice dello splendore sia per la scelta della città da parte dell'imperatore come capitale del regno che come luogo per la stesura della Costituzione di Melfi primo documento democratico della storia mediterranea. Oggi la città, con il dislogamento della Fiat nel suo territorio, sta avento un notevole sviluppo economico e demografico.
Borgo antichissimo, i primi insediamenti in territorio di Pisticci risalgono al X secolo a.C., ad opera degli Enotri, e sono testimoniati da diverse necropoli. Successivamente l'area venne colonizzata dai Greci e Pisticci divenne un importante centro del territorio di Metaponto. Tra il V e il IV secolo a.C. vi visse e operò il cosiddetto Pittore di Pisticci, primo ceramografo italiota ad aver adottato la produzione di vasi a figure rosse. Successivamente alla sconfitta di Taranto, Pisticci passò sotto la dominazione romana e diventò un importante centro agricolo. Intorno all'anno 1000 i Normanni costituirono il feudo di Pisticci, posseduto in successione dai Sanseverino, dagli Spinelli, dagli Acquara e dai De Cardenas. Sempre nello stesso periodo, i Benedettini fondarono il cenobio di Santa Maria del Casale, poco distante dall'abitato, sui resti di un antico insediamento basiliano. Dalla fine degli anni '80 nel suo territorio sono state create svariate industrie che hanno portato uno sviluppo economico anche se contenuto. Nell'ultimo decennio sono state create infrastrutture strategiche per la regione come la Pista Mattei ed il Porto turistico sulla costa jonica.
La regione Basilicata ospita nel suo territorio nove aree protette, di cui due parchi nazionali, il Pollino e il Val d'Agri, due parchi regionali (Parco naturale di Gallipoli Cognato - Piccole Dolomiti Lucane e Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano), e sei riserve naturali minori. Le zone sottoposte a protezione occupano circa il 30% della dell'intera superficie regionale.
La popolazione è concentrata per lo più nei grossi centri, infatti il 56% abita nei 12 centri più grandi della regione, il 27% invece vive nei centri medi, cioè quelli compresi tra i 5.000 e i 9.999 abitanti, il restante 17% vive nei piccoli comuni. È in atto un forte spopolamento dei comuni dell'entroterra, soprattutto nel materano, infatti alcuni comuni che trent'anni fa raggiungevano all'incirca i 10.000 abitanti (Tricarico, Montalbano Jonico, Irsina e Stigliano) hanno perso dal 25 al 40 % della loro popolazione originaria. Questo spopolamento avviene anche in molti comuni montani del potentino (Lagonegro, Latronico, Moliterno, Marsiconuovo, ecc.).
Fanno registrare, invece, un segno opposto le quattro zone maggiormente sviluppate della regione dove si registra un notevole incremento demografico (Policoro, Scanzano Jonico, Bernalda e Marconia nel Metapontino; Melfi, Lavello e Rionero in Vulture nel Melfese; Marsicovetere, Tito e Pignola nella Val d'Agri- area metropolitana di Potenza). La città di Matera, invece, sta avendo un notevole incremento demografico dovuto sia al polo del salotto che alle attività sorte per il grande afflusso di turisti dovuto all'interesse per il centro storico cittadino risaltato dal cinema americano.
Nel 2006 i nati sono stati 4.958 (8,4‰), i morti 5.667 (9,6‰) con un incremento naturale di -709 unità rispetto al 2005 (-1,2‰). Le famiglie contano in media 2,6 componenti.
L'emigrazione su larga scala ha fatto sì che la popolazione lucana crescesse soltanto del 12% nel ventesimo secolo, il tasso di crescita più basso in Italia. La Basilicata è ancora oggi una delle regioni più povere del Paese, ma la sua economia è cresciuta in maniera significativa negli ultimi 20 anni, anche grazie alla scoperta del petrolio, tant'è che oggi il suo Pil procapite è il più alto del Sud Italia. Ma dopo un'interruzione negli anni novanta è ripresa in modo significativo l'emigrazione sia verso regioni più ricche, sia interna in cui si spopolano i centri più piccoli e si popolano i due capoluoghi e le altre città più popolose.
La Basilicata, svantaggiata dalla propria costituzione morfologica ed emarginata per lungo tempo dagli investimenti, è una delle regioni più povere del Paese: a un reddito pro capite fra i minori corrisponde infatti anche la minima produttività del lavoro, equivalente a 2/3 circa di quella media italiana.
Il settore agricolo costituisce ancora oggi un caposaldo dell'economia regionale. La produzione di colture di pregio è relegata solo in alcuni territori regionali a causa dei condizionamenti esercitati dalla montuosità del territorio, dalla sua scarsa fertilità e dall'irregolarità delle precipitazioni. La riforma fondiaria, cominciata a partire dagli anni Cinquanta , assieme all'assegnazione di migliaia di case sparse e di terre ai braccianti, alle bonifiche e alle irrigazioni di vasti comprensori (grazie anche allo sbarramento del Bradano e di altri fiumi) hanno contribuito allo sviluppo dell'agricoltura. La diffusione di tali opere ha però subito, nel corso del tempo, un rallentamento ed esse non sono oggi in grado di assicurare adeguate opportunità di sviluppo alle attività agricole, penalizzate anche dall'insufficienza delle strutture di commercializzazione. La loro localizzazione ha quindi determinato aree piuttosto differenziate per caratteristiche produttive: privilegiate risultano le valli dell'Agri , nel suo medio corso, e dell'Ofanto , oltre alla piana di Metaponto. Le colture più estese sono quelle del frumento, seguito da altri cereali che in buona parte costituiscono materia prima per l'industria alimentare lucana (avena, orzo, mais), e delle patate; abbastanza diffusi sono la vite (soprattutto uva da vino), l'olivo, presente nelle aree collinari, e gli agrumi, nelle piane ioniche; un certo incremento hanno registrato alcune colture industriali, in particolare la barbabietola da zucchero (che ha superato per estensione la tradizionale coltura della patata) e il tabacco, e quelle ortofrutticole. Nelle zone interne del materano è sviluppata la coltura di cerealicola: frumento, granturco, orzo e avena, di cui la regione è la maggior produttrice nazionale. Sulle colline a ridosso del Metapontino invece c'è una fiorente coltivazione di vigneti, mentre nella piana sono molto sviluppate le piantagioni di alberi da frutto: susine, pesche, pere, kiwi e agrumeti. Il settore primario, in ogni caso, dopo una fase di relativa modernizzazione, più intensa nella Piana di Metaponto, sembra avere raggiunto i propri limiti strutturali, in assenza di una efficiente rete di distribuzione commerciale e di promozione: ciò, in un quadro di forte concorrenza interregionale, ha di fatto ostacolato la creazione di nuove filiere produttive, relegando in ruoli marginali le stesse colture di qualità.
L'allevamento è suddiviso per zone, infatti nella zona del materano abbiamo quello di ovini, suini, caprini mentre quello dei bovini è per lo più praticato nelle zone montuose del potentino e nei grandi pascoli del melfese. La pesca è poco sviluppata, ed è solo limitata alla costa Jonica.
Oggi la vera ricchezza è rappresentata dalle risorse del sottosuolo che offrono ottime prospettive per lo sviluppo economico della regione, in particolare il ritrovamento di giacimenti petroliferi nella Val d'Agri ha portato alla stipula di un accordo (nel 1998) fra Governo, Regione ed E.N.I. . La Basilicata, in cambio delle concessioni per lo sfruttamento di questa importante materia prima (una produzione stimata in 104.000 barili al giorno per vent'anni, pari al 10% del fabbisogno nazionale), otterrà rilevanti benefici economici ed occupazionali, oltre all'impegno da parte dello Stato di effettuare interventi infrastrutturali per accelerare lo sviluppo socio-economico della zona e di garantire la riqualificazione ambientale, con la salvaguardia del parco naturale che dovrà sorgere nella Val d'Agri. La regione è ricchissima di idrocarburi, particolarmente metano (nella Valle del Basento) e petrolio, in Val d'Agri, dove è situato il più grande giacimento dell'Europa continentale.
La regione è specializzata nella produzione alimentare, nella produzione di fibre artificiali, nella lavorazione di minerali non metalliferi e nelle produzioni chimiche (concentrate in Valbasento). Positiva è la localizzazione di industrie alimentari “esogene” (pastarie, lattiere, dolciarie), in particolare a Matera e nel Melfese. Nuove prospettive ha aperto la costruzione di uno stabilimento modello della FIAT a Melfi (1993), sia per i posti di lavoro che offre nel brevissimo termine sia per le possibilità di occupazione che lo sviluppo dell'indotto potrebbe creare nel medio e lungo periodo. Certamente, in valori assoluti, le 6500 unità (1997) assorbite dal complesso melfese sono andate a compensare le perdite massicce degli altri rami industriali, e in particolare della chimica. È interessante confrontare i dati relativi alla divisione settoriale del lavoro negli anni immediatamente precedenti e seguenti l'apertura del complesso melfese: nel 1991 , gli occupati in agricoltura ammontavano ancora al 20%, mentre l'industria assorbiva solo il 26% del totale e il restante 54% ricadeva nel settore terziario; nel 1994 il quadro risultava profondamente trasformato e, pur in un preoccupante calo dell'occupazione complessiva (da 193.000 a 176.000 unità), i valori percentuali vedevano l'industria balzare al 37%, mentre l'agricoltura si dimezzava quasi (11,5%, con 6000 unità in meno) e il terziario stesso scendeva al 51,5%, perdendo oltre 10.000 posti di lavoro. Altra risorsa scarsamente valorizzata è rappresentata dal patrimonio ambientale, sia naturalistico sia storico-culturale. Nonostante la migliorata accessibilità, soprattutto dai versanti tirrenico (con la bretella di collegamento fra Potenza e l'autostrada Salerno-Reggio Calabria, su cui si è sviluppato, nei pressi del capoluogo, il nucleo industriale di Tito) e ionico (con il potenziamento della strada litoranea sul golfo di Taranto , da cui si dipartono le arterie di penetrazione lungo i fondovalle del Bradano, del Basento e dell'Agri), la Basilicata presenta ancora un movimento turistico assai debole: poco più di 200.000 arrivi e circa un milione di presenze all'anno, con una permanenza media, dunque, assai breve (meno di 5 giorni) e comunque legata, in massima parte, alle località balneari.
L'industria della regione è basata sulle attività di piccole e medie imprese: industrie alimentari (oleifici, aziende vinicole, pastifici), tessili ed industrie della lavorazione del marmo. Di rilevanza lo stabilimento Fiat di Melfi mentre a Matera è presente l'industria ferroviaria Ferrosud e l'industria del mobile. A Potenza esistono stabilimenti chimici mentre nella Valle del Basento sono presenti impianti di produzione tessile.Nel Metapontino, infine, vi è una grande presenza di aziende agricole con produzione industriale soprattutto di fragole e alberi da frutto.
Il turismo è basato su due tipologie: storico-culturale per quanto riguarda le città della Magna Grecia (Metaponto, Policoro, Nova Siri); le città d'epoca romana (Venosa, Grumentum); città medioevali (Melfi, Miglionico, Tricarico); Preistorica e barocca (I Sassi di Matera).Turistico-balneare per quanto riguarda le due coste tirreniche (Maratea) e ioniche (Metaponto, Pisticci, Scanzano Jonico, Policoro, Rotondella, Nova Siri).
Il territorio montuoso ha sempre reso difficili le comunicazioni nella regione, un problema che ancora persiste: i collegamenti ferroviari sono scarsi e la regione è dotata soltanto di un piccolo aeroporto, a Pisticci, attualmente oggetto di studi per l'ampliamento. Le uniche arterie importanti sono la S.S. Basentana (Potenza - Metaponto), S.S. Jonica ( Metaponto - Nova Siri), S.S. 655 Bradanica, Raccordo Autostradale Potenza-Sicignano, l'A3 (Lagonegro - Lauria). La Basilicata è quasi completamente priva di ferrovie; tuttavia vi sono importanti stazioni ferroviarie come Potenza centrale, Metaponto, Maratea.
La regione ecclesiastica Basilicata è una delle sedici regioni ecclesiastiche in cui è suddiviso il territorio della Chiesa cattolica in Italia. Il suo territorio corrisponde al territorio della regione amministrativa Basilicata.
La regione è caratterizzata da tanti piccoli paesi, borghi e centri rurali spesso separati da barriere geografiche, determinando la necessità di cucinare e mangiare quello che si produceva sul posto, secondo le tecniche messe a punto in loco. E ancora oggi, le ricette più comuni, passando da una zona all'altra, da un paese all'altro assumono connotazioni differenti, e vengono realizzate con materie prime differenti.
Le ricette che fanno largo uso di carni bianche, carni di agnello, uova, spezie locali come il peperoncino piccante e tutta una serie di verdure coltivate o, molto spesso, spontanee. I primi piatti comprendono tutte le varietà di pastasciutta accompagnata dal ragù. Per i secondi sono spesso utilizzate carni ovine.
Tra le specialità locali ci sono gli "gnummarieddi", involtini di interiora di animale, la soppressata, riconosciuta prodotto agroalimentare tradizionale e la famosa lucanica (come fu definita dai Romani questa specialità lucana), diventata, in molti dialetti del nord Italia luganega, un tipo di salsiccia il cui nome deriva proprio dalla parola Lucania.
Uno degli ingredienti tipici della cucina lucana, specialmente in Val d'Agri è il rafano. Viene grattugiato sulla pasta fatta in casa o impiegato come ingrediente della "rafanata", una frittata preparata con questo tipo di radice.
Un'altra specialità caratteristica della Regione sono i peperoni (chiamati in dialetto, a seconda delle zone, pupacc', p'pruss, puparul' o paprign) "cruschi", cioè croccanti. Sono peperoni rossi essiccati che vengono scottati nell'olio d'oliva, spesso accompagnati dal baccalà o utilizzati come condimento nella pasta. Particolarmente noti sono i Peperoni di Senise, noti nel dialetto locale come i "Zafaran", che hanno ottenuto il marchio IGP.
Le aree montuose consentono di produrre e stagionare salumi tra i più tipici della tradizione meridionale: rinomati quelli di Tricarico e Picerno. In questi territori si sta sempre più affermando la produzione di miele di ottima qualità.
Tra i vini il più famoso e apprezzato è l'Aglianico del Vulture, un vino DOC presente in Basilicata fin dall'VIII secolo a.C. Nella stessa zona di produzione di questo vino, nel nord della regione sgorgano acque minerali effervescenti naturali. Nella zona della val d'Agri è presente la seconda produzione vinicola DOC Terre dell'Alta Val d'Agri. Altra area di produzione vinicola è il Materano che ha ottenuto il riconoscimento della DOC con la denominazione Matera DOC.
Si producono anche oli di oliva extravergini di qualità superiore tra i quali quello ottenuto dall'oliva majatica di Ferrandina.
Grande pregio hanno le produzioni orticole fra cui il fagiolo di Sarconi e il peperone di Senise IGP e la melanzana rossa di Rotonda. Fragole, uva da tavola, pesche e albicocche vengono coltivate nelle pianure costiere, le pomacee nelle valli che degradano al mare. I frutti di bosco e le castagne caratterizzano le aree interne che ascendono ai monti. La tradizione artigianale delle genti contadine ha tramandato tecniche di trasformazione e conservazione degli ortofrutticoli sott'olio extravergine di oliva.
La lavorazione artigianale della pasta produce forme originali dal grano duro locale. Tra i prodotti da forno risalta il pane di Matera, che ha ottenuto il riconoscimento della IGP.
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Storia della Basilicata
Voce principale: Basilicata.
I primi insediamenti umani scoperti in Basilicata risalgono al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo Erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le testimonianze di questa prima fase di civiltà sono emerse a Venosa, dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di specie faunistiche oggi estinte, come l'elefante e il rinoceronte, e sopravvivenze di lontanissime specie terziarie come il Machairodus o "tigre dai denti a sciabola".
Altri ritrovamenti riguardano utensili litici, come la punta musteriana ritrovata in contrada "Panevino", frazione di Tursi, oppure ciottoli decorati con incisioni geometriche, rinvenuti nella "grotta dei Pipistrelli" e nella "grotta Funeraria" di Matera.
In Basilicata sono emersi diversi rifugi preistorici: le grotte di Latronico e di "Pietra della Mola" a Croccia Cognato (Accettura) e il riparo di Tuppo dei Sassi presso Filiano, dove è venuto alla luce un esempio di pittura rupestre del primo periodo postglaciale o Mesolitico.
Nel V millennio a.C. la cultura neolitica cominciò ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi lucani, raggiungendo anche le aree interne: i gruppi e le tribù non vivevano più nelle grotte ma in villagi di capanne disposte circolarmente, provviste di fossati difensivi, porte e palizzate. Tali evoluzioni sono state ben studiate nell'area di Tolve, Tricarico, Latronico, Alianello, Melfi, Metaponto e nella Murgia Materana, cogliendo anche informazioni di rilievo sia sull'habitat che sull'economia dell'Homo Sapiens Sapiens, basata sulla cerealicoltura e l'allevamento bovino e caprino.
Le comunità indigene della prima età del ferro erano organizzate in grossi villagi ubicati sugli altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura Agglomerati che testimoniano questa fase sono considerati quelli di Santa Maria d'Anglona, situata sul displuvio delle fertili valli dell'Agri e del Sinni, Siris ed Incoronata-San Teodoro, sulla costa ionica; sulla collina immediatamente sovrastante la costa sul finire dell'VIII secolo a.C., si registra la presenza dei primi coloni greci, provenienti dalla Grecia insulare e dall'Asia Minore, spintisi al di qua del Mediterraneo alla ricerca di terre fertili da coltivare.
La prima colonizzazione greca avvenne con la costruzione di Siris, situata presso la riva del fiume omonimo oggi detto Sinni, sul finire dell'VIII secolo a.C., ad opera di profughi da Colofone, fuggiti in Occidente per scampare alla dominazione lidia. Con la fondazione di Metaponto, avvenuta nel 630 a.C. circa da parte di coloni di stirpe achea, si estende la colonizzazione a tutta la costa ionica lucana.
Si instaureranno due modelli coloniali sostanzialmente diversi, quello acheo (Sibari, Metaponto) basato sulla centralità della terra e dello spazio agrario e quello sirita meno accentratore e maggiormente permeato dalle preesistenze indigene, anche nella metodologia di sfruttamento della terra.
Molti insediamenti, risalenti all'VIII-VII secolo a.C., sono stati ritrovati nelle aree interne del Vallo di Diano e della Val d'Agri, ricche e numerose necropoli : i ritrovamenti consistono in utensili in argilla ben depurata con disegni geometrici a tenda, ceramica enotria, armi e accessori - connotazioni distintive dei guerrieri-, oggetti e parures femminili che caratterizzavano lo status principesco di alcune donne della società del tempo.
Nel corso del VI secolo a.C. ognuna delle due città era ormai padrona di un territorio molto vasto (chorà) che si estendevano nell'entroterra fino a Pisticci, Bernalda e Montescaglioso per Metaponto e fino ad Pandosia e Montalbano Jonico, la cosiddetta Siritide, per Siris.
Con gli scavi condotti ad Alianello, Armento, Roccanova, Incoronata, Cozzo Presepe, Pisticci e Serra di Vaglio, emerge come proprio la Lucania interna, in questa fase, si caratterizzi quale importante crocevia di popoli e culture diversi, così come evidenzia la diffusione di oggetti di lusso, di chiara matrice etrusca, e l'affermazione dei costumi e dell'organizzazione sociale ellenica (adozione dell'armamento greco e comparsa della figura del cavaliere).
Questa convergenza di culture si imprimerà nel sostrato indigeno "enotrio", portando allo sviluppo di una progredita cultura locale, come dimostrano i ritrovamenti in particolare di Serra di Vaglio, dove, in particolare, la presenza di un imponente santuario (l'area sacra di Braida), dalle caratteristiche strutturali e stilistiche molto evolute, e di grandi edifici decorati nello stile metapontino e poseidoniate, testimoniano di una realtà civile e sociale molto ben strutturata e certamente mediata dalle mature esperienze delle due città costiere. Altro nodo importante era costituito dall'area del Melfese che, grazie al fiume Ofanto, incrociava importanti itinerari di scambi. Una conferma di questa facilità e continuità di rapporti arriva dagli scavi effettuati nelle grandi necropoli di Pisciolo e Chiuchiari e in quelle di Ruvo del Monte dove, i ricchi corredi funerari, presentano i segni e le influenze del mondo dauno ( i vasi riccamente decorati), di quello etrusco (vasi e candelabri in bronzo) e di quello greco (le coppe ioniche e vasi di imitazione locale).
Fra il VI ed il V secolo a.C. però, questo ipotizzabile equilibrio tra coloni greci ed "Enotri" viene intaccato, provocando una trasformazione improvvisa nel quadro territoriale della Basilicata, dove alcuni degli insediamenti più fiorenti, ricaduti nel raggio dei territori delle città greche (chorai), scompaiono (l'Incoronata e Pandosia), mentre altri, soprattutto nelle zone più interne della regione, si fortificano presentando una loro evoluta strutturazione interna (Pisticci, Ferrandina, Montescaglioso, Timmari, Garaguso, Ripacandida e Satriano): a questo fenomeno risalgono le prime cinte fortificate e alcuni importanti santuari, ubicati presso le sorgenti e prevalentemente votati a divinità femminili.
Questa trasformazione interna si colloca in un quadro storico estremamente movimentato che, sul finire dell'età arcaica, vede gran parte dell'Italia e dei suoi gruppi etnici coinvolti in una moltitudine di conflitti ed avvicendamenti, che avrebbero azzerato e riformulato gli equilibri territoriali costituitisi fino a quel momento. Le ostilità si aprono tragicamente nel 510 a.C. con la distruzione di Sibari da parte di Crotone: con Sibari, di fatto, si distruggeva un'esperienza politica a forti coloriture democratiche alla quale si opponeva, vittoriosamente, il modello pitagorico e aristocratico di Crotone, ispirato ad un acceso conservatorismo. Ma se la città fu distrutta, provocando nuovi equilibri nella gestione dei traffici sul Mediterraneo, le spinte democratiche, invece, le sopravvissero determinando quei movimenti antioligarchici che tanto avrebbero inciso nella ristrutturazione della società del tempo; lo stesso Pitagora venne poi esiliato finendo i suoi giorni a Metaponto.
I Romani avevano avuto i primi contatti con i Lucani intorno al 330 a.C. quando costituirono un'alleanza "strumentale" utile a fronteggiare la pressione esercitata dai Sanniti a nord. L'alleanza, tuttavia, durò poco poiché i Romani manifestarono ben preso forti mire espansionistiche verso sud.
Nel 282 a.C., contravvenendo ai patti alcune navi romane sfidarono i tarantini nel loro porto e vennero distrutte, dando origine alla guerra tarantina. In difesa della città ionica sbarcò a Taranto Pirro, re dell'Epiro che, appoggiato dai Lucani, ottenne vittoria dopo la battaglia durissima combattuta fra Pandosia ed Heraklea nel 280 a.C.. Ma appena 4 anni dopo, nel 276 a.C. Pirro venne sconfitto a Maleventum e Taranto si arrese nel 272 a.C.. Il dominio romano si estese ben presto a tutte le colonie greche dell'Italia meridionale. Nela regione lucana si ebbe un declino economico, provocato dalla politica di sfruttamento dei territori conquistati, acquisiti come suoli di proprietà dei vincitori.
Dopo un tentativo di riscatto mediante l'aiuto fornito ad Annibale nel III secolo a.C., l'ennesima sconfitta provocò un inasprimento della sottomissione da parte dei romani e nel territorio lucano vennero dedotte le colonie di Potentia e di Grumentum, dove furono reclusi i ribelli lucani e brutii sottomessi dai romani.
Nel II secolo a.C. i Romani dotarono la regione di infrastrutture importanti: il prolungamento della via Appia fino a Brindisi e un tratti di acquedotto, con lo sviluppo dei centri romani sul percorso della via, tra i quali Venosa, che fu quindi patria del poeta latino Orazio.
La Lucania era ampiamente cristianizzata e la chiesa e le comunità monastiche rappresentavano una realtà concreta già a partire dalV secolo.
Con la Prammatica sanzione promulgata da Giustiniano il 14 agosto del 554 venne stabilita l'amministrazione delle province dell'Impero bizantino, che curava in modo particolare l'esazione delle imposte: il praefectus thesariorum e i rationales garantirono la spietata riscossione dei tributi nelle province italiche, impoverendo l'economia locale, già fortemente ridotta per la guerra greco-gotica. Questa situazione negativa ebbe termine con l'arrivo dei Longobardi nel 568.
Alcune zone del Materano rimasero anche in seguito sotto il dominio bizantino e videro la diffusione delle chiese rupestri che sulla Murgia di Matera trovarono la loro massima espressione.
Tra il VI e il IX secolo la Lucania fece parte del longobardo ducato di Benevento. Contemporaneamente le incursioni saracene costringevano le popolazioni lucane ad arroccarsi sulle montagne e sulle colline.
Nel 968, dopo la conquista bizantina, venne costituito il thema di Lucania, con capoluogo Tursikon. Tra l'XI e il XII secolo, con laconquista normanna, il thema scomparve e Melfi nel 1059 divenne capitale del Regno normanno. Tra il XII e il XIII secolo anche la Lucania fu coinvolta nelle lotte tra Svevi e Angioini che si contendevano l'Italia meridionale.
Federico condusse una intensa attività legislativa: a Capua nel 1220, a Messina nel 1221, a Melfi nel 1224, a Siracusa nel 1227 e a San Germano nel 1229, ma soltanto ad agosto del 1231, nel corso di una fastosa cerimonia tenutasi a Melfi, ne promulgò la raccolta organica ed armonizzata secondo le sue direttive, avvalendosi di un gruppo di giuristi quali Roffredo di Benevento, Pier delle Vigne, l'arcivescovo Giacomo di Capua ed Andrea Bonello da Barletta. Questo corpo organico, preso lungamente a modello come base per la fondazione di uno stato moderno, è passato alla storia col nome di Costituzioni di Melfi o Melfitane anche se il titolo originale Constitutiones Regni Utriusque Siciliae rende più esplicita la volontà di Federico di riorganizzare il suo stato, il Regno di Sicilia: quest'ultimo, infatti, fu ripartito in undici distretti territoriali detti giustizierati, poiché erano governati da funzionari di propria nomina, i giustizieri, che rispondevano del loro operato in campo amministrativo, penale e religioso ad un loro superiore, il maestro giustiziere, referente diretto dell'imperatore che stava al vertice di questa struttura gerarchica di tipo piramidale.
Il 5 giugno 1224, all'età di 30 anni, Federico istituì con editto formale, a Napoli, la prima universitas studiorum statale e laica della storia d'Occidente, in contrapposizione all'ateneo di Bologna, nato come aggregazione di studenti e docenti e poi finito sotto il controllo papale. Fu tuttavia Federico che inviò all'Università di Bologna e ad altre Università le opere del filosofo arabo Averroè, che lui stesso aveva fatto tradurre. L'università, polarizzata intorno allo studium di diritto e retorica, contribuì all'affermazione di Napoli quale capitale della scienza giuridica. Napoli non era la capitale del Regno, ma Federico la scelse per la sua posizione strategica ed il suo già forte ruolo di polo culturale ed intellettuale di quei tempi. L'università federiciana, che non ha mai interrotto la sua attività, è stata intitolata al suo fondatore nel 1987, assumendo la denominazione di Università degli studi di Napoli "Federico II", allorché iniziarono i lavori per l'istituzione della Seconda università degli studi di Napoli, dallo scorporo della prima facoltà di Medicina e chirurgia della prima, decretata nel 1989 e attuata nel 1991.
La intensa attività politica e militare, l'innovazione portata nella sua legislazione del Regno di Sicilia, l'interesse per scienze e lettaratura fecero di Federico un personaggio mitico. L'amicizia praticata nei confronti degli arabi (ebbe a lungo una Guardia personale costituita da guerrieri arabi, e lui stesso parlava correntemente tale lingua) unitamente alla lotta contro il papa Gregorio IX, che arrivò perfino a definirlo anticipatore dell'Anticristo, fecero crescere attorno a lui un alone di mistero e di leggende. Fu forse il suo essere stato definito l'Anticristo (od il suo anticipatore) a dare origine, dopo la sua morte, alla leggenda di una profezia secondo la quale egli sarebbe ritornato dopo 1000 anni.
Federico II nel 1225 giunse nella regione del Vulture e convocò a Melfi la dieta per reperire i fondi straordinari da destinare alla crociata in Terra Santa.
Nel maggio del 1231 l'imperatore ritornò in Basilicata insieme a Pier della Vigna, suo collaboratore strettissimo, e all'arcivescovo di Capua, ai quali era stato affidato il compito di raccogliere, in un unico corpo legislativo, le disposizioni emanate nei vari centri del regno a partire dal 1220. Nell'agosto di quell'anno venivano promulgate le Constitutiones regni Siciliae, correntemente dette "Costituzioni di Melfi". Queste contenevano diversi provvedimenti, che per l'agricoltura prevedevano contratti di locazione agevolati per i suoli demaniali incolti e un controllo maggiore, tramite inventario, delle terre, delle masserie e delle foreste regie (ristrutturazione delle antiche massarie curiae, con norme rigorose per l'allevamento di bovini, ovini e suini e per un adeguato sfruttamento delle risorse dei campi). Fu inoltre condotta una generale ristrutturazione delle fortificazioni secondo l'elencazione degli statuta officiorum e in questo periodo si ebbe la costruzione di imponenti castelli come quello di Lagopesole (1242).
Nel XIV secolo la Lucania attraversò una profonda crisi demografica, attribuibile probabilmente alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo d'Angiò, in accordo con il papa, che provocò in Basilicata la dispersione di tutte le comunità arabe, come quelle residenti a Castelsaraceno, Bella, Pescopagano, Tursi e Tricarico. La politica religiosa del sovrano vide inoltre la costruzione di numerosi conventi. Alla fine del XIV secolo la Basilicata fu coinvolta nelle sanguinose lotte per la successione al trono fra Luigi d'Ungheria e Carlo di Durazzo, con il saccheggio della zona del Vulture da parte degli Ungheresi. Nel 1405 a Saponara la strenua difesa opposta all'avanzata delle forze reali, convinse Ladislao d'Angiò a concedere al popolo un indulto (firmato il 14 aprile), che garantiva un'esenzione fiscale e l'impegno del re a non infeudare il comune, che divenne "città regia". Sergianni Caracciolo, napoletano e ministro della regina Giovanna II, ottenne nel 1416 la signoria su Melfi e il territorio del Vulture, estendendo poi i domini della casata fino al Melandro e, per qualche tempo, anche su Marsico e Miglionico. La Basilicata in questo secolo fu teatro della famosa Congiura dei baroni ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino consigliato da Antonello Petrucci e Francesco Coppola, ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli che coinvolse molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone, che si riunirono nel Castello di Miglionico (detto del Malconsiglio o della congiura dei Baroni). La Congiura fu narrata dallo Storico Camillo Porzio nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I.
Nella seconda metà del XV secolo si ebbe una generale ripresa economica: segnali di un incremento delle attività commerciali si ebbero soprattutto in centri ben collegati come Venosa e Matera e si registrò una sostanziale crescita demografica. A quest'ultima dovette contribuire l'immigrazione dei profughi costantinopolitani in seguito alla caduta della città sotto il dominio ottomano. tra il 1450 e il 1480 approdarono alle coste ioniche numerosi gruppi di esuli greci e, soprattutto, albanesi giunti al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg, il condottiero che aveva combattuto dalla parte di Ferdinando II d'Aragona. Queste nuove comunità ripopolarono soprattutto la zona del Vulture (Barile, Rionero, Maschito) e poi si stabilirono a San Chirico Nuovo, Ruoti e Brindisi di Montagna. A Matera, invece, gli Schiavoni fondarono un vero e proprio quartiere, scavando le abitazioni nella massa tufacea di quella parte dei Sassi a tutt'oggi nota con il nome di "Casalnuovo".
Nella lotta tra Francia e Spagna per il dominio sul l'Italia, apertasi con la morte di Ferdinando II d'Aragona nel 1516, la Basilicata subì nuove distruzioni. Con il dominio dell'Italia meridionale l'mperatore Carlo V di Spagna tolse i loro domini ai feudatari precedenti, tra i quali i Caracciolo; i feudi di Melfi, Candela, Forenza e Lagopesole andarono così ad Andrea Doria "in soddisfazione della rendita annua di 6.000 ducati" e in cambio dei servigi resi alla corona, nel momento di massima ricchezza e splendore del condottiero genovese e della sua città. I feudi dei Sanseverino,furono divisi fra le famiglie dei Carafa (principi di Stigliano), Revertera, Pignatelli e Colonna. In questo contesto si inserisce la tragica vicenda della poetessa Isabella Morra. La Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno, mentre Matera e la Murgia fecero parte della Terra d'Otranto.
Con l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri possedimenti. Vi furono anche casi di rivolta contro gli abusi dei baroni: a Matera, ad esempio, i cittadini sfiniti dalle esose contribuzioni richieste dal nuovo signore assegnato dal re, il banchiere napoletano Giancarlo Tramontano, nella notte di Natale del 1514 gli tesero un agguato e lo uccisero, non consentendogli di ultimare il suo imponente castello. I mercati dei centri urbani riuscivano in qualche modo a garantire un certo vigore economico, mentre le campagne rimanevano invece in una condizione di generale povertà, poiché gran parte della produzione agricola era assorbita dall'autoconsumo delle famiglie e ben poco del prodotto poteva essere destinato ai mercati esterni. Nel 1528, i lanzichenecchi , dopo il sacco di Roma portano nuove distruzioni, in particolare a Melfi.
Nella seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità e in quest'epoca si sviluppò un rigoglioso mercato dell'arte legato alla committenza delle grandi famiglie baronali e religiosa: opere di grande pregio saranno realizzate da Cima da Conegliano, Simone da Firenze e da numerosi artisti locali fra cui Altobello Persio, Giovanni Todisco, il Pietrafesa, Antonio Stabile e, più avanti, Carlo Sellitto e Pietro Antonio Ferro.
Nella vita sociale e politica della regione si ebbe l'emergere di una nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie locali, ed impegnata a rappresentarei baroni, i vescovi e gli abati nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente al formarsi di questo nuovo corpo sociale si avviò un processo di autonomia delle comunità cittadine: attraverso una procedura complessa, i cittadini potevano riscattare la propria città pagando al potere regio la somma altrimenti versata dal barone: in questo modo le terre passavano al Regio Demanio e, senza l'intermediazione del barone, divenivano di possesso comune e quindi "universali" (motivo per cui queste comunità cittadine vennero all'epoca definite "Università"). Tali emancipazioni furono tuttavia poco frequenti in Basilicata: le città regie furono pochissime e non sempre il riscatto riusciva duraturo, poiché era molto costoso e comportava un notevole sacrificio economico da parte dei cittadini: fra queste, oltre a Saponara, che lo era già dal secolo precedente, ci furono Matera, Lagonegro, Maratea, San Mauro e Rivello.
La situazione non migliorava invece per le campagne e le zone interne i cui prodotti, quando riuscivano a superare la soglia del consumo personale, erano nei mercati sottoposti ad una forte stagnazione dei prezzi. A questo si aggiungeva un sistema fiscale basato essenzialmente sulle imposte indirette sui generi di consumo, quindi la farina, il vino, il formaggio, la carne continuavano ad essere fortemente tassati; per evitare conflittualità con i gruppi dirigenti mancava l'imposta diretta sui beni e i patrimoni, che venne introdotta solo nel 1742 con il "Catasto Onciario" di Carlo III.
Alla metà del XVII secolo le comunità cominciarono con più insistenza a rivendicare i diritti nei confronti dei baroni e dello strapotere ecclesiastico. In Basilicata l'assenza delle dirette autorità dello Stato (poiché sottoposta alla provincia di Salerno) e l'isolamento di molti centri abitati, favorirono l'organizzazione e il diffodersi della rivolta di Masaniello, scoppiata a Napoli nel 1647. La sollevazione fu generalizzata e coinvolse tutta la regione: a Potenza il principe Celano fu costretto a fuggire, mentre a Vaglio il principe Salazar, uno dei capi della rivolta fuoriuscito dal carcere napoletano, si pose alla testa dell'esercito rivoluzionario al fianco di Matteo Cristiano. L'offensiva fu determinata e nel gennaio del 1648 tutta la Basilicata aveva aderito alla Repubblica ed i poteri erano ufficialmente passati al nuovo "governatore delle armi" in rappresentanza del governo rivoluzionario di Napoli, Matteo Cristiano. La rivolta venne sanguinosamente repressa e nella successiva primavera era già stata stroncata.
Nel 1663 venne creata una nuova provincia per la Basilicata, per assicurarne un maggiore controllo, con capoluogo a Matera. La presenza del "tribunale della regia udienza" favorì il formarsi di una classe di giurisperiti, impegnati nelle contese che vedevano contrapporsi le Università e i baroni e la città si sviluppò ulteriormente, raggiungendo con il circondario una popolazione di circa 60.000 abitanti. Esistevano vivaci contatti commerciali con i porti pugliesi e una attiva vita culturale: vi nacque il poeta Tommaso Stigliani e nel secolo successivo il musicista Egidio Romualdo Duni.
Nelle rilevazioni del "Catasto Onciario" della metà del Settecento, la maggior parte della popolazione lucana era composta da braccianti e contadini. Pochi esponenti della società locale riuscivano a raggiungere posizioni economiche ragguardevoli, costituendo una nuova borghesia rurale. L 'influenza dei nuovi orientamenti liberali e repubblicani dell'epoca dei lumi fu consistente in Basilicata, grazie soprattutto alla vicinanza di Napoli che fu il centro propulsore dell'illuminismo nel Mezzogiorno. Il giansenista Giovanni Andrea Serrao venne nominato vescovo di Potenza da Ferdinando di Borbone nel 1783, nonostante l'opposizione del papa. Parte autorevole del movimento cattolico riformatore napoletano il Serrao fu il fautore del nuovo orientamento liberale introdotto nella formazione del giovane clero del seminario di Potenza e l'ispiratore dei circoli progressisti della città.
L'inquietudine sociale, mai sopita nel corso dei centocinquanta anni trascorsi dalla "rivoluzione di Masaniello", esplose con rinnovato vigore nel 1799. Il 19 gennaio la popolazione di Avigliano scese in piazza e di lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dai giovani fratelli Michelangelo e Girolamo Vaccaro, di Avigliano. Tra la fine di marzo e l'inizio di aprile si ebbe la controffensiva borbonica, con una prima durissima repressione a Potenza, dove truppe realiste assaltarono e saccheggiarono il seminario e il vescovado, decapitando sia il rettore che il vescovo Serrao. A Tito si ebbe un'accanita resistenza e venne uccisala famiglia Cafarelli. In aprile la resistenza continuava nella parte nord occidentale della regione fino al lungo assedio di Picerno dove si erano concentrate tutte le forze insorte; il 15 maggio, caduta Picerno, trovarono la morte i fratelli Vaccaro e almeno altri settanta fra uomini e donne. L'occupazione di Melfi tra il 29 ed il 31 maggio spense l'ultimo focolaio, seguito da una dura repressione.
Durante la successiva occupazione napoleonica, tra le trasformazioni introdotte in Basilicata da Giuseppe Bonaparte e dal reggente Gioacchino Murat, determinante fu la decisione di trasferire la provincia: il fulcro delle attività amministrative della regione si spostava così a Potenza, pare per l'appoggio garantito dai potentini alle truppe di occupazione francesi. Nel giro di pochi anni, il paese che si estendeva ancora solo nella parte più alta, dal Duomo alle prime case extra moenia presso Porta Salza, dovette trasformarsi in città ed adeguare il suo assetto urbanistico alle nuove importanti funzioni amministrative. Tra il 1806 e il 1815, inoltre, oltre 16.000 ettari di terre demaniali venivano divise, per ordine di Giocchino Murat, in 13.000 quote assegnate ai coltivatori.
L'alleanza tra i contadini e la giovane borghesia lucana che aveva animato le lotte repubblicane del 1799, avrebbe avuto parte di grande rilievo nella cospirazione antiborbonica della prima metà dell'Ottocento. Da questo momento in poi si sviluppa in Lucania un forte contrasto sociale tra la base della popolazione e i vertici di qualsiasi stato o bandiera. Questi patrioti postisi alla guida della resistenza lucana potevano contare sull'ingente forza d'urto delle popolazioni contadine, che muovevano istanze di libertà e richieste di nuove leggi agrarie. Ma, come tutte le cose di terre sfortunate, l'epilogo fu tragico e la repressione borbonica ed austriaca si scatenò violenta ed impietosa. Ma questa repressione violenta non fece altro che alimentare e creare più forti rancori sociali che sfoceranno in una forma di associazionismo rivoluzionario chiamato: Brigantaggio. Non si spensero gli ideali di libertà e di uguaglianza che animavano ovunque le lotte del Risorgimento nel Meridione. Nel 1848 dopo l'insurrezione di Palermo si creò il "Circolo Costituzionale" guidato da d'Errico e da Maffei, prese allora in mano la situazione e riuscì rapidamente a far approvare un documento che trasformava il Circolo in un "Comitato per la difesa della Costituzione violata dal Re". Il Comitato guidò l'azione di difesa e l'organizzazione militare degli insorti in Basilicata, promettendo la quotizzazione delle terre demaniali; all'inizio di giugno venne sottoscritta una "Dichiarazione di Principi Costituzionali",poi approvata dalla Dieta provinciale e da quella federale, quest'ultima indetta al Liceo di Potenza ed alla quale aderirono rappresentanti del Molise, della Capitanata, della Terra d'Otranto e della Terra di Bari. Nonostante una serie di insurrezioni fu ricostituito il trono dei Borboni e tutti quelli che avevano creduto nella lotta e nella libertà, soprattutto contadini, si ritrovarono con un pugno di mosche in mano. Nell'agosto 1860 la Basilicata fu travolta dall' innalzamento della bandiera dell'Italia unita. Le vittoriose imprese garibaldine in Sicilia avevano risvegliato gli animi popolari e ovunque erano riprese le lotte per le terre demaniali; a Matera gli scontri assunsero subito un carattere molto violento poiché il popolo insorto uccise il conte Gattini ed alcuni suoi collaboratori. Prima che la situazione degenerasse, Albini, Mignogna e Boldoni affrettarono l'iniziativa politica ed a Corleto Perticara, dove erano da tempo ospiti di Carmine Senise, per primi dichiararono decaduti i borboni proclamando l'unità nazionale. Francesco II, insediatosi nel maggio del 1859, vista l'impossibilità di controllare i moti esplosi in Sicilia con Garibaldi e già estesisi a macchia d'olio nel Regno, tentò di guadagnare alla propria causa i liberali moderati concedendo la costituzione del '48, ma ormai era troppo tardi. La voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la migliore parte della società lucana al processo che portò alla unificazione piemontese anche se un recente revisionismo storico ha portato a valutare negativamente quel coinvolgimento. Tra i principali artefici della svolta sabauda si menzionano appunto Giacinto Albini che con Nicola Mignona assunsero la carica di Governatori del Governo Prodittatoriale, in seguito lo stesso Albini fu nominato poi Governatore della Provincia, Carmine Senise Capo di Stato Maggiore delle Forze insorte, Pietro La Cava, Florino Del Zio, Ferdinando Petruccelli della Gattina, Giacomo Racioppi, Francesco Scardaccione che fu il primo Presidente della Provincia di Basilicata nel 1861. Il nuovo stato savoiardo distrusse tutte le speranze e le aspettative delle popolazioni e con un sbagliata politica di colonizzazione che ammazzava ogni forma di cultura locale ed una politica economica fatta di tasse e sottosviluppo provocò una guerra che partì dal basso.
Per dieci anni ci fu una cruenta lotta tra falci e zappe contro cannoni e fucili che provocò la morte di migliaia di persone la distruzione di interi paesi e la miseria totale e l'emigrazione. La questione meridionale nasce ora e non si estinguerà fino ai nostri giorni. Questa guerra civile interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine "Donatelli" Crocco di Rionero. Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo. A Crocco si unì il generale Borjes inviato dal re di Spagna. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, lo spagnolo fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo. Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si isituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate. L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del De Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale.
Il comando delle truppe venne affidato al generale Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro. Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio.Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi ed a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio "quel Gran Pio IX", come egli stesso testimoniò più avanti, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontifice, lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine Donatelli detto Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita nel bagno di Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie. Le svolte del governo sui temi di politica interna e di ordine pubblico in quel primo decennio unitario, da Urbano Rattazzi a Marco Minghetti, determinarono le coordinate di un irreversibile declino sociale ed economico del Meridione.
Le conseguenze disastrose della politica piemontese si fecero presto evidenti. In Basilicata, in particolare, il tasso di mortalità infantile era elevatissimo e le condizioni ambientali estremamente degradate per la presenza di vaste zone malariche. Per questi ed altri motivi fra il 1876 e il 1900 ben 180.000 lucani abbandonarono la regione per emigrare al Nord o all'estero, per lo più in America. L'ultimo intervento di bonifica di fatto portava la firma dei borboni e riguardava il Vallo di Diano, fra Basilicata e Campania, di lì in poi nulla era stato fatto dal governo della "nuova" Italia. I primi studi sulla persistenza della malaria nel Sud, condotti dal dott. Michele Lacava e da Giovanni Pica, fra il 1885 e il 1889, dimostrarono che sui 125 comuni della Basilicata solo nove erano realmente immuni dall'infezione, nella totale assenza di difese ed assistenza sanitaria. Del resto la regione mancava di qualunque organizzazione infrastrutturale, la viabilità era scarsa e questo aveva inciso non poco nell'aggravarsi dei fenomeni di delinquenza sociale e nel penalizzare le attività produttive e gli scambi. L'organizzazione dei trasporti per le derrate collegava solo le principali aree produttive della regione, il Vulture e il materano, con i porti pugliesi di Taranto e Bari, ma escludeva il capoluogo e gran parte delle aree interne. Non è un caso, difatti, che proprio a Matera nasceva il primo Istituto di Credito autonomo della regione, la Banca Popolare sorta per impulso del sotto-prefetto Prosdocimi nel 1879; a questa fondazione ne seguirono altre e nel 1888 le banche popolari della regione erano ben 45 e comprendevano circa 14.000 soci. Negli stessi anni nasceva anche la "Lega Agraria" , sorta per volere di Francesco Paolo Materi, neo deputato e grosso proprietario terriero di Grassano, che intendeva coadiuvare l'attività delle imprese agricole per facilitare le azioni di credito. A testimonianza del rinnovato vigore economico decretato dalla confisca e dalla vendita dei beni della Chiesa; a Potenza, ad esempio, i Branca e gli Scafarelli si aggiudicarono 2.500 ettari di terra spendendo qualcosa in meno di un milione di lire che, se vogliamo, corrispondeva ad un terzo dell'intero capitale versato dai 14.000 soci degli istituti di credito lucani nel 1888. Nel ‘900 la situazione non cambia di molto e solo negli anni ’30 si fa qualche infrastruttura in più come l'Acquedotto e alcune vie di comunicazione importanti. Ma solo dopo gli anni ’80 si hanno dei veri insediamenti industriali e si tenta una ripresa economica.
Il 23 novembre 1980 fu sconvolta da un grave terremoto che colpì buona parte del territorio regionale. Nel terzo millennio, la storia in questa regione è come se si fosse fermata, infatti l'emigrazione, la mancanza di infrastrutture e la debolezza economica sono sempre forti. I vari governi e i vari politici della regione non sono mai stati in grado di far si che lo sviluppo toccasse queste terre.
Nel 2003 il governo nazionale decise di trasferire tutte le scorie nucleari delle varie ex centrali atomiche dell'Italia in un sito unico posto in una salina di Scanzano Jonico. Questo provocò un'intensa protesta che portò alla paralisi dei trasporti dell'intera regione ed alla grande manifestazione di oltre 100 mila persone, pari a circa il 20% della popolazione regionale residente; a seguito di tali proteste il governo, nel gennaio del 2004, ritirò il decreto.
Dialetti gallo-italici di Basilicata
Galloitalico di Basilicata, come si evince dal nome, identifica una isola alloglotta all'interno della Basilicata composta da dialetti in cui dominano caratteristiche, soprattutto fonetiche, di tipo settentrionale, appartenenti cioè a parlate della grande famiglia dei galloitalici, diffusa in gran parte dell'Italia Settentrionale. I principali centri con parlata galloitalica sono: in provincia di Potenza, Potenza, Tito, Picerno, Pignola e Vaglio Basilicata e Trecchina.

