Banca Popolare di Lodi

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Antonio Fazio

Antonio Fazio con Vincenzo Visco nel settembre 2000, alla conferenza di Praga dell'FMI

Antonio Fazio (Alvito, 11 ottobre 1936) è un economista italiano, governatore della Banca d'Italia dal 1993 al 2005.

È sposato dal 1978 con Maria Cristina Rosati ed ha cinque figli.

Laureatosi in Economia a Roma nel 1960 con una tesi sui rapporti tra evoluzione demografica e sviluppo economico, vince subito una borsa di studio per specializzazione presso il servizio studi di Bankitalia, dove lavora anche come docente.

Dal 1962 segue corsi di specializzazione in Macroeconomia e in teoria dello sviluppo economico e monetario presso il Massachusetts Institute of Technology, sotto la guida del premio Nobel Franco Modigliani.

Nel 1963, torna in Bankitalia come esperto all'ufficio ricerche econometriche, dove collabora a mettere a punto il primo modello econometrico (M1BI).

Nel 1966 viene assunto di ruolo e comincia un nuovo ciclo di specializzazione presso il MIT, sotto la guida di grandi economisti del calibro di Paul Samuelson, Kenneth Arrow, e Alban Phillips.

La sua carriera prosegue: diventa capo dell'ufficio ricerche econometriche e poi dell'ufficio mercato monetario del servizio studi. Nel 1972 viene nominato vicedirettore del servizio studi, l'anno seguente ne diventa prima direttore e poi capo. Nel 1976 assume il grado di condirettore centrale di Bankitalia, continuando a dirigere il servizio studi sino al dicembre 1979. Nel 1980 viene nominato direttore centrale, fino al 1982, in cui viene nominato vicedirettore generale.

Quando nel 1993, Carlo Azeglio Ciampi presenta le dimissioni per assumere la carica di Presidente del Consiglio, Fazio viene nominato governatore della Banca Centrale Italiana e presidente dell'Ufficio Italiano Cambi, cariche che ha ricoperto fino alle dimissioni, avvenute il 19 dicembre 2005 in seguito agli eventi connessi allo Scandalo della Banca Antonveneta in concomitanza con le rivelazioni del banchiere Giampiero Fiorani, ex amministratore di Banca Popolare Italiana.

La tappa più significativa del suo mandato come Governatore è sicuramente quella del passaggio dalla Lira all'Euro, avvenuto tra l'1 gennaio 1999 ed l'1 marzo 2002. Fazio è riconosciuto come uno dei principali fautori in Italia della stabilità economica necessaria per il passaggio alla moneta unica europea. Si fregia del titolo di ultimo Governatore la cui firma è stata posta sulle banconote in lira.

Nel 2001, in occasione della consueta lettura delle considerazioni finali del 31 maggio, appoggia le scelte economiche del futuro governo Berlusconi, parlando di un possibile nuovo miracolo economico. I rapporti con il Ministro del Tesoro Giulio Tremonti si incrinano a seguito di una pubblica contestazione del Governatore di alcuni punti della manovra finanziaria varata nel 2003. Il disaccordo tra governo e Governatore culmina con il caso Parmalat a cavallo tra il 2003 ed il 2004, in cui il Governatore e Ministro si trovano nuovamente in disaccordo aperto. La vicenda si conclude con le dimissioni di Giulio Tremonti dal governo e la rappacificazione del Governatore con il Parlamento Italiano.

Nel frattempo, i rapporti tra Fazio e il mondo sindacale si erano deteriorati, a causa della decisione del Governatore (nel 2003) di mantenere in servizio, in violazione degli accordi sindacali vigenti, tre alti funzionari della Banca centrale che avevano ormai raggiunto l'età del pensionamento per vecchiaia, tra i quali il capo della Vigilanza, che stava seguendo alcuni dossier molto delicati; tale decisione venne ritenuta illegittima dal Tribunale di Roma.

Nel luglio 2005 Fazio rimane implicato in uno scandalo che scoppia quando Il Giornale pubblica alcune intercettazioni telefoniche che evidenziano potenzialmente un ruolo improprio del Governatore affinché la Banca Centrale approvasse una offerta pubblica d'acquisto da parte di Banca Popolare di Lodi della Banca Antonveneta, nonostante tale operazione fosse stata considerata non legittima da Claudio Clemente e Giovanni Castaldi, Capi dei Servizi dell'Area Vigilanza della Banca d'Italia, competenti in materia. Tali intercettazioni suggeriscono che alla base dell'approvazione del Governatore ci sarebbero rapporti non ufficiali tra lo stesso Governatore ed un gruppo di imprenditori, politici e la stessa moglie del Governatore.

In seguito a questa inchiesta, e ripetute pressioni da parte dell'opinione pubblica e di parte del mondo politico, Antonio Fazio ha rassegnato le proprie dimissioni da Governatore della Banca d'Italia il 19 dicembre 2005.

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Bancopoli

Bancopoli è il nome che è stato dato dalla stampa all'insieme di scandali finanziari che si sono succeduti in Italia a partire dal luglio del 2005.

Durante l'estate del 2004 la banca olandese ABN Amro chiese alla Banca d'Italia l'autorizzazione per salire dal 12,6% al 20% nella quota di capitale detenuto in Banca Antoniana Popolare Veneta, così da diventarne il maggiore azionista. Nello stesso periodo la banca spagnola Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (BBVA) deteneva il 15% del capitale della Banca Nazionale del Lavoro (BNL). Il 14 febbraio 2005 la Banca Popolare di Lodi (BPL) ricevette il permesso della Banca d'Italia per salire fino al 15% del capitale di Antonveneta.

Il 29 marzo la BBVA lanciò un'Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) per la maggioranza delle azioni della BNL. Il giorno dopo fu la volta della ABN Amro che lanciò un'OPA su Antonveneta. Il 29 aprile fu il turno della BPL che lanciò un'Offerta Pubblica di Scambio (OPS) su Antonveneta, il 19 luglio Unipol lanciò un'OPA sulla BNL, ci si trovò dunque in una situazione in cui due compagnie italiane contrastavano le offerte delle due banche straniere.

Lo scandalo scoppiò il 25 luglio con il sequestro, da parte della procura di Milano, dei titoli Antonveneta detenuti dalla Banca Popolare Italiana (BPI, che nel frattempo aveva cambiato nome da BPL), a seguito delle indagini iniziate il 2 maggio e condotte dai Pubblici Ministeri Eugenio Fusco e Giulia Perrotta.

L'amicizia che intercorre tra l'amministratore delegato della BPL Gianpiero Fiorani e il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio favorisce celeri autorizzazioni concesse da quest'ultimo alla BPL, mentre rallenta quelle richieste dalla ABN Amro. Secondo quanto affermato dalla Consob, la BPL ha rastrellato azioni della Antonveneta fin dal novembre del 2004 attraverso un patto parasociale tenuto segreto, mentre il 17 gennaio la banca afferma di aver da poco superato il 2%.

Il 14 febbraio viene assunto il controllo della banca, raggiungendo la quota del 52% attraverso la partecipazione diretta della BPL (15%) e altre ditte quali Fingruppo, Gp Finanziaria, Unipol e Magiste. Il finanziamento dell'operazione avviene, secondo quanto affermato dallo stesso Fiorani nell'interrogatorio del 17 dicembre, prelevando denaro attraverso illeciti aumenti delle commissioni bancarie e altrettanto illegali sottrazioni di soldi da conti correnti di persone defunte. Il 1 maggio si aggiorna il consiglio d'amministrazione della banca Antonveneta, e vengono eletti tutti i 15 candidati di Fiorani, che diventa amministratore delegato.

Il 2 maggio 2005 la procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata alla Antonveneta. Il reato ipotizzato è aggiotaggio, ovvero la manipolazione del prezzo delle azioni della Antonveneta attraverso la diffusione di notizie false. Dalle indagini la procura ipotizza che a novembre 2004 sarebbero stati effettuati acquisti di titoli per circa 500 milioni di euro, in modo da spingere il prezzo delle azioni Antonveneta sopra a quello dell'Opa di 25 euro, impedendo alla banca Abn Amro di effettuare altri acquisti di azioni, pena il rilancio dell'Opa al nuovo prezzo. Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani, di concerto con altri soci di Antonveneta (in totale un gruppo di 18 imprenditori tra cui Emilio Gnutti) avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30% di Antonveneta, oltre il quale la legge impone l'opa sul totale del capitale della società scalata. Quindi la Bpl viene costretta a effettuare l'offerta entro una settimana. Quindici giorni più tardi avvengono le prime iscrizioni nel registro degli indagati per ipotesi di reato di insider trading, aggiotaggio e ostacolo all'attività di vigilanza. Si sospetta che 18 imprenditori siano stati finanziati dalla Bnl con 552 milioni di euro per rastrellare il 9,48% delle azioni Antonveneta tra il 14 dicembre 2004 e il 25 febbraio 2005. Fra le 23 persone indagate spiccano i nomi di Fiorani ed Emilio Gnutti, importante finanziere proprietario di Fingruppo, Gp Finanziaria e Hopa, in cui Silvio Berlusconi ha una partecipazione attraverso Mediaset e Fininvest, già co-autore della clamorosa scalata a Telecom Italia, assieme alla Olivetti di Roberto Colaninno, vicepresidente del Monte dei Paschi di Siena, condannato in precedenza per insider trading.

A seguito delle indagini, l'8 giugno il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amministrazione della Antonveneta.

Nel frattempo anche la procura di Roma decide di aprire un fascicolo sui movimenti nel settore bancario, e Fiorani viene iscritto nel registro degli indagati il 12 luglio. Subito dopo, si inizia a comprendere che lo scandalo ha proporzioni ben maggiori. Tre giorni dopo, anche Francesco Frasca, responsabile della vigilanza presso Bankitalia, finisce sul registro degli indagati a Roma, dove lavorano i PM Perla Lori e Achille Toro, con l'accusa di abuso d'ufficio per varie irregolarità nei controlli alla Bpl di Fiorani durante la scalata. Per Fiorani sono ipotizzati tre nuovi reati: falso in bilancio, falso in prospetto e abuso d'ufficio. Particolare scalpore è stato suscitato dall'utilizzo che la stampa ha fatto di trascrizioni di intercettazioni telefoniche tra i personaggi al centro dello scandalo. In particolare la telefonata in cui Fazio annunciava a Fiorani il permesso della Banca d'Italia per le sue operazioni è stata considerata particolarmente sorprendente vista la familiarità tra i due banchieri e ha portato lo scandalo a conoscenza dell'opinione pubblica.

Il 25 luglio i titolari dell'inchiesta milanese, Fusco e Perrotti, dispongono il sequestro delle azioni Antonveneta detenute da BPI e dai concertisti, gli alleati Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, proprietario di Magiste e coinvolto nella torbida scalata alla RCS, i Lonati e Danilo Coppola. Il decreto di sequestro fa anche menzione di alcune intercettazioni che coinvolgono Fazio e Fiorani. Per i PM è la prova che la scalata era stata illegalmente pianificata. Il 2 agosto il GIP Clementina Forleo convalida il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti e notifica anche la misura interdittiva nei confronti di Fiorani e del direttore Gianfranco Boni.

Il 16 settembre Fiorani si dimette dalla carica di amministratore delegato di BPI. La decisione arriva dopo una nuova ipotesi di reato a suo carico. Oltre che di aggiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività di vigilanza della Consob, falso in bilancio e falso prospetto, Fiorani deve rispondere anche di falsa dichiarazione a pubblico ufficiale.

Intanto i partiti politici discutono dello scandalo, additando come principale responsabile Fazio, al quale chiedono più volte le dimissioni. Alla fine del braccio di ferro, il 22 settembre il Ministro dell'Economia e delle Finanze Domenico Siniscalco si dimette, in protesta verso la posizione del Governo, a suo modo di vedere poco decisionista, nei confronti del caso sorto attorno al Governatore.

Il 29 settembre filtra la notizia che il Governatore della Banca d'Italia è indagato sin dai primi giorni di agosto, dalla procura di Roma, per abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta Antonveneta. Convocato dai magistrati, Fazio si presenta in procura il 10 ottobre.

Il 6 dicembre l'intero CdA, il comitato esecutivo e i sindaci di BPI vengono indagati per aggiotaggio sui titoli della banca. È il nuovo filone di un'inchiesta che smuove il mondo economico nelle sue parti più profonde.

Il 7 dicembre anche Giovanni Consorte, amministratore della compagnia di assicurazioni Unipol, viene iscritto nel registro degli indagati, per aver partecipato al rastrellamento delle azioni Antonveneta per conto di Fiorani.

Il 13 dicembre un altro capo di imputazione si aggiunge per Fiorani. L'accusa è di associazione per delinquere. L'inchiesta, dunque, si muove su tre fronti: associazione per delinquere, aggiotaggio e appropriazione indebita, in quanto Fiorani avrebbe sottratto fondi dai conti correnti dei clienti della propria banca. A questo punto, il GIP Forleo, su richiesta della procura, emette un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Fiorani.

Lo stesso giorno viene indagato per aggiotaggio Vito Bonsignore, europarlamentare dell'UDC e imprenditore, proprietario di Gefip, società che partecipò al concerto organizzato da Fiorani, che attualmente risulta l'unico uomo politico coinvolto nello scandalo.

Il 15 dicembre Consorte viene indagato dalla procura di Roma per aggiotaggio, manipolazione del mercato e ostacolo all'autorità di vigilanza, nell'ambito dell'inchiesta sulla scalata a BNL, dopo che la Consob accerta un patto parasociale tra Unipol e Deutsche Bank.

Il primo interrogatorio per Fiorani avviene il 17 dicembre, nel corso del quale ammette di avere accumulato un tesoro di 70 milioni di euro a spese dei propri clienti.

Il Governatore della Banca d'Italia, ormai coinvolto dall'inchiesta e sotto la pressione unanime del Parlamento Italiano, rassegna le sue dimissioni il 19 dicembre, accettate dal Consiglio Superiore della Banca Centrale il giorno dopo.

Il 28 dicembre anche Consorte è costretto ad abbandonare l'incarico da Unipol, a causa del continuo allungarsi dei capi d'accusa nell'inchiesta. Unipol avrebbe, secondo i magistrati, aiutato Fiorani nelle illegalità della scalata Antonveneta e, probabilmente, avrebbe ricevuto vantaggi, dall'intricata ragnatela di rapporti già tessuta con gli altri furbetti del quartierino, per l'acquisizione della BNL.

Martedì 3 gennaio 2006 la Procura di Perugia iscrive nel registro degli indagati il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro per un'ipotesi di concorso in violazione del segreto d'ufficio. Nonostante l'attestazione di fiducia ricevuta dalla sua Procura il PM decide di dimettersi, pur dichiarandosi innocente, dalle inchieste sull'OPA BNL, sull'OPA Antonveneta e sui movimenti di azioni RCS. Il segreto d'ufficio che Toro avrebbe rivelato riguarderebbe proprio le indagini in corso.

Lo stesso giorno, a seguito dell'acquisto del 25,9% del capitale finora in mano alla BPI, gli olandesi di ABN Amro hanno definitivamente acquisito il controllo della Antonveneta arrivando al 55,8% del capitale e si preparano a lanciare entro la fine del mese l'OPA obbligatoria sull'intero flottante dell'istituto di credito alle stesse condizioni dell'offerta promossa nel luglio scorso, andata deserta per l'opposizione della BPI ed i suoi alleati di allora.

Il 10 gennaio la Banca d'Italia blocca l'OPA di Unipol su BNL. Il 3 febbraio 2006, BNP Paribas ha acquistato il 48% di BNL da Unipol ed i suoi associati ed ha successivamente lanciato un'OPA sul totale del capitale azionario. Anche il Banco de Bilbao ha poi conferito le azioni in suo possesso.

Il 2 gennaio la pubblicazione da parte de Il Giornale, di stralci di intercettazioni telefoniche tra Consorte e il segretario dei DS Piero Fassino ha come effetto l'allargamento dello scandalo politico. Le intercettazioni pubblicate, risalenti al luglio 2005, erano risultate irrilevanti ai fini giudiziari, e non erano state neppure trascritte dalla magistratura; la loro pubblicazione ha comunque un grosso effetto politico e mediatico che viene sfruttato dalla maggior parte dei politici di destra, anche a causa della campagna elettorale per le imminenti elezioni del 9 aprile.

Il 12 gennaio, durante una puntata di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa, Silvio Berlusconi rivela di essere a conoscenza di fatti riguardanti l'implicazione dei DS nella questione Unipol. Dopo i ripetuti inviti degli esponenti dell'Unione a deporre il prima possibile davanti ai magistrati, il giorno seguente si reca alla procura di Roma, dove resta 30 minuti a colloquio con i magistrati. Alla fine lo stesso Berlusconi ha precisato di non aver parlato di fatti penalmente rilevanti e ai magistrati afferma di essere venuto a conoscenza da Tarak Ben Ammar di un incontro fra i vertici delle Generali Assicurazioni e quelli dell'Unione, nel quale questi ultimi avrebbero esercitato pressioni affinché le Generali vendesse a Unipol la propria quota di BNL, pari all'8,7%.

Il 18 gennaio il presidente delle Generali Antoine Bernheim, ascoltato dai magistrati come persona informata, ha categoricamente smentito di aver ricevuto pressioni per la vendita da parte di esponenti della sinistra, ma di averle ricevute solo da parte di Fazio. Ben Ammar conferma di aver parlato di questi incontri, ma anche lui smentisce le parole di Berlusconi: «mai io e Bernheim, abbiamo detto al presidente del Consiglio che esponenti politici di sinistra o destra abbiano fatto pressioni.» Il 25 gennaio la Procura di Roma chiede l'archiviazione del fascicolo relativo alle deposizioni di Berlusconi, dal momento che non ha riscontrato fatti penalmente rilevanti, ma non sussistono neppure i presupposti per l'avviamento di un procedimento per calunnia nei confronti di quest'ultimo .

Non è ancora nota la fonte che ha permesso al giornalista de il Giornale di accedere alle intercettazioni. In seguito a un'ispezione ordinata dal Ministero della Giustizia, infatti, il dischetto contenete gli originali fu trovato ancora nella busta sigillata l'agosto precedente. Durante l'audizione parlamentare di uno dei componenti di maggior rilievo dei servizi segreti italiani, i parlamentari dei DS hanno invitato i servizi ad astenersi da ogni intervento che potesse condizionare l'esito della campagna elettorale.

Gianpiero Fiorani, ex presidente della Banca Popolare Italiana, avrebbe in un primo momento confermato ai PM la concessione di prestiti a condizioni agevolate ad esponenti politici di centrodestra per ottenere il salvataggio di Antonio Fazio, direttore della Banca d'Italia. Tra le misure volte ad ottenere questo scopo, anche il salvataggio di Credieuronord, banca leghista sull'orlo del fallimento. Successivamente sarebbe emersa dall'interrogatorio anche la dazione di somme di denaro in contanti a politici di centrodestra, tra cui Roberto Calderoli, della Lega Nord, e Aldo Brancher, di Forza Italia. Si è in attesa di riscontri documentali per alcune delle posizioni .

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Banca Popolare di Milano

Palazzo Marino, qui nel 1865 fu costituita la Banca Popolare di Milano

La Banca Popolare di Milano è una società cooperativa a responsabilità limitata fondata a Milano nel 1865, istituto di credito a capo del gruppo Bipiemme. È l'ottava banca in Italia per capitalizzazione, quarta tra gli istituti popolari.

Il presidente del Consiglio di amministrazione è Roberto Mazzotta, il direttore generale è Dalu Fiorenzo e il vice direttore generale Chiesa Enzo.

Può contare su una forza lavoro di oltre 6.000 dipendenti-soci (che salgono a 8.000 considerando il gruppo Bipiemme), con 1.430.100 clienti e una raccolta, diretta e indiretta, di 57,3 miliardi di euro. Ha una presenza interregionale nel territorio con le sue 702 filiali, con una forte concentrazione in Lombardia (462 agenzie). Lo sviluppo su base nazionale è stato raggiunto grazie alle numerose acquisizioni che l'hanno vista protagonista, tra cui la Banca Popolare di Roma, la Banca Briantea, Banca Agricola Milanese, Banca Popolare Cooperativa Vogherese, Banca Popolare di Bologna e Ferrara, Banca Popolare di Apricena, Ina Banca, Cassa di Risparmio di Alessandria e Banca di Legnano.

La Banca Popolare di Milano è una Società cooperativa a Responsabilità Limitata, il cui capitale è tenuto nelle mani di oltre 130 mila azionisti (di cui 65 mila soci). Ogni socio, così come previsto dall'art. 13 dello statuto della banca, può esprimere un solo voto indipendentemente dal numero di azioni possedute (il cosiddetto voto capitario). L'art. 11 dello statuto indica che possono diventare soci tutti gli azionisti che ricevono il gradimento del Consiglio di amministrazione, dopo aver presentato domanda scritta. I soci hanno inoltre diritto ad una percentuale dell'utile lordo, così come previsto dall'art. 47 dello statuto della banca. Praticamente tutti i dipendenti della Banca Popolare di Milano partecipano attivamente alla vita dell'istituto, essendo tutti soci della cooperativa, per questo gli stessi dipendenti hanno diritto al 5% dell'utile lordo.

La Banca Popolare di Milano nacque con l'intento di creare una cooperativa di credito capace di assicurare ai propri soci una sostenibilità e una competitività di fronte alla crescente forza dell'alta borghesia nella crescita industriale che caratterizzava la fine dell'Ottocento nel capoluogo lombardo.

La caratteristica popolare, che già aveva avuto successo in Germania e in Belgio, fu sicuramente ispiratrice per la vicina Banca Popolare di Lodi di Tiziano Zalli, amico del fondatore di BPM, Luigi Luzzatti. Lo stesso Zalli si disse affascinato dal testo di Luzzatti: "La diffusione del credito e delle Banche popolari" del 1863, fonte di spunti per la nascita della prima banca popolare italiana, la Banca Mutua Popolare Agricola di Lodi.

Fu proprio Luzzatti, il 28 ottobre 1864 a comunicare a Zalli l'esistenza a Milano di un comitato promotore per una banca popolare cittadina. Il comitato nacque da una precedente commissione, istituita dall'allora sindaco Antonio Beretta con il compito di promuovere la creazione di una nuova azienda bancaria, denominata "Compagnia del credito sul lavoro di Milano". La compagnia si sciolse poco dopo, ma lasciò in Luzzatti (responsabile della stesura del programma) l'idea che un istituto popolare fosse pronto a nascere sul suolo meneghino.

Solo nel febbraio del 1865 si riuscì a nominare un consiglio di amministrazione provvisorio composto dallo stesso Luzzatti, oltre a Francesco Viganò, Aristide Gabelli, Alessandro Romanelli, Luigi Bossi, Giovanni D'Italia, Filippo Binda, Giovanni Spertini, Giuseppe Brusadelli, Giovanni Battista Colombo, Giacomo Cattadori oltre ad un certo Tresoldi (di cui non si hanno altre notizie).

Il 3 agosto 1865, in un'assemblea a cui presero parte 350 cittadini di ogni ceto, si preparò l'istituzione della Banca Popolare di Milano e del suo statuto. Luigi Luzzatti convocò la prima assemblea straordinaria il 21 agosto dello stesso anno, alla quale parteciparono 184 soci. Il 7 dicembre 1865 in una sala di Palazzo Marino si svolse l'ultima assemblea preparatoria e nella stessa sede, il 12 dicembre il notaio Girolamo Corridori redasse l'atto di costituzione della Società Anonima a Responsabilità Limitata denominata Banca Popolare di Milano e autorizzata con decreto reale n. 1710 del 23 del medesimo mese.

L'attività ebbe inizio ufficialmente il 25 gennaio 1866, grazie all'apporto di 404 diversi soci che avevano sottoscritto 1.086 azioni per un capitale di 56.000 Lire. Lo statuto prevedeva un limite massimo di 50 azioni per ciascun socio ad un prezzo di 50 Lire cadauna, pagabili anche ratealmente. Il primo anno di attività raccolse grande interesse attorno alla neonata Banca, tanto che si accolsero 700 nuove domande di associazione, capaci di far salire il capitale sociale (quasi interamente versato) a 220.000 Lire e accantonarne altre 8.000 per le riserve. La crescita fu costante e dopo i primi cinque anni di attività si raggiunsero risultati eccelsi: 2.500 soci possedevano 29.706 azioni e il capitale versato era salito a 1.500.000 di Lire.

I grandi risultati raggiunti non avevano fatto altro che attirare i capitali dell'alta borghesia milanese, aumentando di fatto il distacco della minoranza operaia all'interno dell'azionariato. Il legame con le fasce più deboli dell'economia cittadina fu, fin dall'inizio, uno dei capisaldi dell'attività della Banca Popolare. Si capì subito che la classe operaia non era abituata al credito: lo evitava temendo di indebitarsi o ne abusava servendosi male di questa possibilità. Fu così imposto un limite al voto capitario (sancito dall'art. 11 dell'allora statuto, oggi diventato art. 13) utile a costituire una buona garanzia per i soci meno abbienti.

Le difficoltà riscontrate dall'attività agricola erano ben note al fondatore Luzzatti, che fu il primo a richiedere alla Banca Popolare uno sviluppo in questo senso. In seguito all'Unità d'Italia le campagne erano in una situazione tutt'altro che favorevole: la cronica difficoltà nel recuperare i capitali utili ad ammodernare le macchine agricole era accentuata dagli alti interessi applicati sui titoli di Stato che favorivano la fuga degli investimenti dalle campagne. Questo, unito alla rivoluzione industriale fecero precipitare le capacità economiche dei contadini, che dovevano spesso affidarsi all'usura per sostenere la propria attività. Solo il Monte frumentario veniva loro in aiuto.

La vicina Banca Popolare di Lodi fu il primo istituto ad accorgersi di questo settore e ad istituire nuove filiali vicine alle realtà contadine, fuori dalle mura cittadine. L'interesse di BPM però, era quello di non instaurare nuove agenzie ma di concentrare tutta l'attività sull'unica sede milanese, contando sulla centralità del capoluogo Lombardo per l'attrazione di capitali nazionali ed esteri. La vicina Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde aveva seguito una strategia più decentralizzante con la nascita di nuove filiali, restando però lontana dal credito agricolo privilegiando i mutui ipotecari e i titoli pubblici.

La Banca Popolare di Milano nella persona del suo fondatore, offrì la propria disponibilità per entrare nel settore del credito agricolo. L'amministrazione però e soprattutto il nuovo presidente, Lisiade Pedroni decisero di rinunciare all'apertura verso il settore primario, lasciando aperta la porta per la nascita di un nuovo istituto di credito specializzato: la Banca Agricola Milanese. Correva l'anno 1874 e venne fondata la banca con la quale BPM strinse fin da subito stretti accordi di collaborazione, che sfociarono poi nella completa acquisizione del 1997.

Durante la lunga presidenza di Lisiade Pedroni la banca raggiunse la definitiva consacrazione a protagonista di grande successo tra gli istituti di credito popolari in particolare e commerciali in generale. Verso gli inizi del 1870 si ebbe un generale aumento della produzione, soprattutto nei grandi centri settentrionali, Milano su tutti. Il risveglio dell'economia accentuò la crescita bancaria che si trasformò in un vero e proprio boom con la nascita di nuovi e numerosi istituti di credito. In questo clima di fiducia la Popolare di Milano fece la parte del leone registrando nuovi record per la giovane azienda meneghina: i depositi in conto corrente passarono da 3 milioni del 1870 a 14 milioni del 1872 ponendo la banca al secondo posto nella capacità di raccolta di risparmio, dietro solo alla Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. La Cariplo era in effetti leader del mercato con una raccolta di 214.438.000 Lire, un risultato raggiunto soprattutto grazie alla presenza delle diverse agenzie sul territorio, in contrapposizione con quanto scelto dalla Popolare che fino ad allora non aveva aperto altri sportelli oltre quello della sede cittadina.

La nuova forza di BPM le consentì di superare brillantemente la crisi del 1873 che costò cara a molti altri istituti bancari. Fu proprio per superare questa crisi che la banca istituì, così come già fatto proprio dalla Cariplo, i Libretti di risparmio al portatore, una nuova modalità di gestione del risparmio che consentiva alla banca di raggiungere anche i ceti meno agiati, che più erano diffidenti nei confronti dei conti correnti.

Agli inizi del 1880 iniziò a maturare l'idea di aprire nuove filiali sul territorio comunale, così da poter essere più vicini ai piccoli operai e ai commercianti, che più facilmente avrebbero potuto raggiungere l'agenzia più vicina, senza dover distogliere troppo tempo dal proprio lavoro per raggiungere l'istituto centrale. L'avventura però non iniziò con i risultati sperati: le prime due agenzie sorsero nel 1881 all'interno dei quartieri di Porta Genova e Porta Ticinese, ma dopo soli due anni di attività, nel 1883 l'amministrazione decise di chiuderle.

Questa esperienza segnò in maniera indelebile il futuro di Banca Popolare di Milano: da quel momento in poi il Consiglio di amministrazione si rivelò sempre contrario all'apertura di nuove agenzie nella città. Si dovranno aspettare quasi trent'anni per vedere un'inversione di tendenza: solo nel 1909 la dirigenza prese in considerazione la possibilità di inaugurare nuove filiali. Sulla scia di altre grandi banche che avevano da tempo percorso questa strada, la Popolare scelse inizialmente di aprire un'agenzia fuori dal comune milanese: Sesto San Giovanni potreva essere uno snodo strategico, con i suoi 12.000 abitanti e i grandi stabilimenti industriali, la nuova succursale avrebbe potuto attirare interessanti capitali per la banca. L'istituto, che in quel periodo era la più grande banca popolare italiana, aveva molta fiducia sulla strategia centralizzante che fino ad allora aveva riscosso così tanto successo e non vedeva di buon grado l'apertura di nuovi sportelli che in passato erano costati sfortunati investimenti. Solo nel 1911, sotto la presidenza di Francesco Mira (1911-19), l'istituto riuscì a promuovere la creazione di un'unica nuova agenzia: era il primo agosto 1911 e la nuova agenzia di Porta Vittoria (Milano, via F.lli Bronzetti, angolo C.so XXII Marzo) diede inizio alla ramificazione delle attività creditizie della Banca Popolare di Milano. Questa nuova avventura si rivelò sin da subito molto promettente: già sul finire del 1913 la dirigenza poté annunciare l'apertura di oltre 400 nuovi conti e una rimanenza di 1,3 milioni di lire.

La continua crescita e la costante espansione che fino ad allora avevano caratterizzato la vita di BPM furono per la prima volta messi seriamente in discussione da un evento tanto generale quanto catastrofico: la prima guerra mondiale. Era il 4 agosto 1914 e già da una settimana le principali piazze borsistiche avevano dato forti segni di nervosismo, registrando ingenti perdite e trascinando con sé anche le nazioni che inizialmente si erano dichiarate neutrali, come gli Stati Uniti e la stessa Italia.

L'introduzione della scontata moratoria, provocò un repentino quanto atteso calo dei depositi, che passarono in un solo mese, da 62 a 54 milioni di Lire nel settembre del 1914. Di lì a poco Milano si sarebbe trovata al centro di una frenetica produzione industriale, spinta dall'eccezionale domanda dello Stato che, per far fronte all'enorme sforzo bellico, necessitava di continui approvvigionamenti di mezzi ed armi oltre ad un'importante investimento per l'evoluzione tecnologica. La domanda aggregata poteva così restare su alti livelli, per lo più in una piazza come Milano dove la Banca Popolare godeva di grande fiducia nei confronti dei cittadini e dei principali investitori. Il primo cinquantenario (1865-1915) non fu naturalmente festeggiato, ma nonostante l'ingresso in guerra dell'Italia, il totale dei depositi riprese la sua ascesa, arrivando a 80 milioni nel 1917 e a 90 milioni nel 1918. L'ultimo anno di guerra portò una ventata di ottimismo all'economia italiana e la tanto attesa pace portò una nuova crescita per la Banca Popolare che vide salire i depositi a 108 milioni di Lire. La fine della guerra però provocò un aumento dell'inflazione causato dalla ripresa della circolazione del denaro. Questo, unito al debito pubblico, all'indebolimento della Lira nei confronti delle altre valute forti, al calo del potere d'acquisto e all'aumento del costo delle materie prime resero comunque difficile il periodo post bellico.

Nel contesto economico italiano ed occidentale, la Grande guerra fu l'occasione per l'emancipazione della donna e l'ingresso nel mondo del lavoro. La Banca Popolare di Milano aveva già intrapreso questa strada da qualche anno: nel febbraio del 1911 l'incremento del lavoro d'ufficio fu l'occasione per aprire le porte della professione bancaria al gentil sesso. Per la prima volta nella storia di BPM, il direttore dell'unica agenzia fu autorizzato ad assumere personale femminile.

Durante la Marcia su Roma e la conseguente ascesa al potere del Partito Nazionale Fascista, a capo della Banca Popolare di Milano c'era Filippo Meda, al quale verrà poi intitolata la piazza nella quale sorge l'attuale sede meneghina della banca. Proprio a Meda si deve l'introduzione della quota di utile destinata ai dipendenti (pari al 10%), nelle modifiche apportate allo statuto il 6 febbraio del 1920. Filippo Meda era un personaggio di primo piano del movimento cattolico italiano e aveva già ricoperto cariche istituzionali nei precedenti governi; questi aspetti, uniti alle critiche avanzate dallo stesso Meda nei confronti della politica monetaria del partito fascista incrinarono definitivamente i rapporti tra la Banca Popolare e il governo del Duce. Si arrivò così alle dimissioni avanzate da Meda e rientrate solo dopo l'intervento del fondatore nonché presidente onorario Luigi Luzzatti.

Proprio in quei giorni però, il 29 marzo 1927 si spense a Roma il Deus ex machina di BPM: Luigi Luzzatti. La scomparsa del punto di riferimento dell'allora dirigenza favorì l'allineamento della banca con le direttive del partito fascista: Meda infatti si allontanò dall'amministrazione ed evitò di partecipare all'assemblea che elesse a nuovo presidente Giuseppe Borgomaneri. Altri esponenti vicini all'ideologia fascista salirono ai vertici della Banca Popolare, come il vice presidente Ulisse Gobbi e altri cinque consiglieri. L'ascesa fascista alla direzione di BPM fu completata con le dimissioni del direttore generale, Gerolamo Pirinoli (da sempre vicino a Meda) sostituito da Arnaldo Dini.

Dalla seconda metà degli anni venti la situazione economica italiana era entrata in una fase di stallo: diversi erano i motivi della stagnazione tra i quali l'introduzione della cosiddetta quota 90 concorreva ad un generale calo della produzione e ad un preoccupante abbassamento dei salari. Sul finire di quel decennio, la crisi del 1929 che paralizzò l'economia Americana, trascinò con sé dapprima i paesi che avevano richiesto un aiuto economico da parte degli States, come Gran Bretagna, Austria e Germania, e poi coinvolse anche Francia e Italia. I primi anni trenta avevano portato sul baratro molte grandi industrie e con loro, tutti gli istituti di credito caratterizzati da ampie partecipazioni in queste aziende. Solo l'intervento dell'IRI, così come previsto dalle teorie Keynesiane, salvò le grandi banche come la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano e il Banco di Roma, mentre tutti gli altri piccoli istituti bancari perirono.

La Banca Popolare di Milano non aveva mai scelto la strada dell'investimento nelle grandi attività industriali e risentì quindi in maniera relativa della crisi. Ci fu comunque una riduzione dei depositi di 5 milioni (saliti a 10 milioni alla fine del '33) e per la prima volta, la banca si era trovata ad affrontare un problema di liquidità. Nel milanese, oltre alla Popolare anche la Cariplo, la Banca Agricola Milanese, la Banca Cesare Ponti (oggi parte del Gruppo Carige), la Banca Bellinzaghi (acquisita nel 1983 dal Credem) riuscirono a salvarsi dal fallimento o dall'acquisizione da parte dello Stato.

È in questo periodo di crisi e di decelerazione che la Popolare di Milano ebbe la forza di portare avanti e concludere un progetto iniziato quasi 10 anni prima: la nuova sede cittadina della banca. Gli studi per la nuova sede iniziarono già nel 1923 e furono affidati ad una commissione guidata dal consigliere Enrico Belloni e due anni dopo, i lavori di progettazione furono affidati all'architetto Giovanni Greppi. Per costruire la nuova sede della banca, sita in piazza Francesco Crispi (oggi piazza Filippo Meda) furono demoliti diversi palazzi, atto necessario per lasciare spazio ai 3.650 mq utili al salone centrale e agli uffici posti sopra di esso.

Lo stabile, che ancora oggi è la sede ufficiale e storica di Banca Popolare di Milano, nonché base dell'agenzia 0, fu concluso nel 1931 ed inaugurata l'8 dicembre dello stesso anno.

Prima della seconda guerra mondiale il regime fascista aveva imposto severi limiti sulla diffusione territoriale delle banche popolari, che avrebbero dovuto rimanere all'interno della provincia di fondazione, senza poter quindi aprire nuovi sportelli nelle province limitrofe. Sull'orlo del baratro della più grande guerra mai combattuta dall'umanità, BPM pagò, come tutte le aziende italiane dell'epoca, il suo prezzo nei confronti del conflitto. Già nel 1941 80 impiegati furono chiamati alle armi e si pensi che in quegli anni l'organico della banca non raggiungeva le 800 unità. È in questo periodo che, nonostante tutto, ci sarà una proficua rivoluzione del personale bancario: 301 persone furono assunte durante la guerra, di cui il 43,5% di sesso femminile. Alcune di queste, il 28%, furono chiamate dalla banca per sostituire i mariti al fronte. È in questi anni che si allunga la durata del servizio bancario, i neo assunti del periodo bellico e post bellico saranno i futuri dirigenti e quadri che condurranno al meglio la banca durante il boom economico, portando l'istituto di credito meneghino ad essere uno dei maggiori protagonisti nel panorama prima settentrionale e poi nazionale.

Durante la guerra, i bombardamenti del 24 ottobre 1942 distrussero le agenzie di via Principe Umberto e del Macello. Già da qualche anno però la Banca Popolare si era adoperata per evitare la perdita di dati e soprattutto di valori durante il conflitto: dal 1939 i contenuti dei mezzi forti erano stati trasferiti in località più sicure ed erano stati presi provvedimenti in tal senso per il loro trasferimento. Dal 1940 una seconda contabilità era mantenuta e aggiornata in una provincia lontana e la sede centrale aveva subito delle ingenti opere di rafforzamento e protezione delle strutture che avrebbero dovuto assorbire pesanti vibrazioni dovute ai bombardamenti alleati.

Nel periodo bellico la scarsa diffusione delle banconote spinse la Popolare, come molti altri istituti di credito, a stampare su carta filigranata dei particolari assegni circolari da 50, 100 e 250 Lire. La crisi però, non riguardava solo l'insufficiente circolo del danaro, ma anche e soprattutto la fuga delle grandi industrie, la chiusura dei negozi e la sospensione della maggior parte delle attività commerciali. È in questo periodo di difficoltà che la banca acquisì il servizio di tesoreria per alcuni comuni ed enti della provincia di Milano e Varese, oltre alla gestione dei valori bollati iniziata nel 1940 assieme alla Cariplo. Servizio di tesoreria che ai giorni nostri continua in concomitanza con l'erede della Cassa di Risparmio: Banca Intesa, ora Intesa Sanpaolo.

Nonostante la crisi bellica, alla fine della seconda guerra mondiale la Banca Popolare di Milano poteva contare su 33 agenzie e 5 filiali, oltre 31.000 soci possedevano 1.360.000 azioni per un capitale di 68 miliardi di Lire. Delle 33 agenzie, ben 13 erano fuori dal comune di Milano: nella provincia si trovavano a Magenta, Vittuone, Magnano, Rho, Novate, Varedo, Meda, Macherio, Cusano Milanino e Sesto San Giovanni; nella provincia di Varese c'erano Cavaria, Cassano Magnago e Saronno. Il tessuto urbano era ormai profondamente cucito all'anima della Banca Popolare e più di un terzo dei cittadini milanesi era cliente della banca.

Dopo aspre lotte interne alla Popolare di Milano, l'istituto accolse un radicale cambiamento di rotta della politica di crescita dell'istituto: la banca infatti aprì molti sportelli (in contrapposizione con quanto fatto fino ad allora) e anzi iniziarono decise contestazioni nei confronti della Banca d'Italia che invece circoscriveva molto l'attitività delle banche locali. L'istituto allora godeva di un'ottima liquidità e vedeva di buon grado un'espansione all'esterno della provincia meneghina. Dopo Varese, molto appetibile veniva considerata la provincia pavese e per la prima volta, si tentò di aprire un nuovo sportello fuori dalla Lombardia, a Genova, per cercare di essere di supporto ai clienti milanesi che sfruttavano molto il porto ligure per i propri affari. La crescita interregionale di BPM però iniziò decisamente più a sud, nella capitale.

I grandi limiti imposti dalla Banca d'Italia alle mire espansionistiche delle banche locali dell'epoca, obbligarono l'istituto milanese a puntare su obiettivi differenti per accrescere il numero delle dipendenze. Da una parte, potevano essere stretti accordi con istituti di credito complementari, come la Banca Agricola Milanese, la Banca Briantea ed il Credito Industriale Sardo. Dall'altra parte si potevano acquisire istituti bancari minori, soprattutto se in difficoltà finanziaria.

La Banca Popolare di Roma era un istituto di credito sorto nella capitale nel 1945 ed era l'unica banca popolare ad operare nel comune romano. Era comunque una popolare anonima, la maggior parte del capitale infatti era nelle mani della società di assicurazioni INA, che aveva interesse nel trasformare la banca in una società per azioni. La forte opposizione dell'Associazione Nazionale fra le Banche Popolari coinvolse BPM che intervenì acquisendo l'istituto capitolino, aprendo così un nuovo sportello Banca Popolare di Milano al di fuori della Lombardia, a Roma. Si riuscì così a salvare la difficile situazione dell'istituto popolare laziale, oltre a consentire a BPM di aumentare il proprio bacino d'utenza.

Dopo l'ottimo recupero dell'acquisita Banca Popolare di Roma, la Popolare di Milano capì che per evitare i limiti espansionistici imposti dalla Banca d'Italia le strade delle fusioni e degli accordi collaborativi con istituti di credito complementari potevano essere le uniche strade percorribili per ottenere una maggiore diffusione delle proprie dipendenze. Sul finire degli anni cinquanta la Banca Popolare di Milano si vide costretta a realizzare, in tempi relativamente brevi, un salto dimensionale per evitare di rimanere incastrata tra due forze opposte ma ugualmente insidiose: la concorrenza della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, allora molto potente e le scalate industriali operate da grandi aziende milanesi del settore secondario su istituti di credito locali, quali la Banca Provinciale Lombarda e il Credito Commerciale, entrambe nelle mani della bergamasca Italcementi.

La Popolare di Milano individuò nel piccolo istituto cooperativo denominato Banca Briantea, un altro possibile quanto valido alleato alle mire espansionistiche della dirigenza di BPM. La collocazione delle loro filiali, così come l'attività, erano considerate complementari alla Popolare di Milano e così, anche per la Banca Briantea, vennero estesi gli stessi accordi già previsti nel patto con l'Agricola Milanese. La Popolare di Milano ebbe fin da subito il controllo della maggioranza assoluta, una percentuale che oscillava tra il 60% e il 70%, senza mai sfociare in un completo assorbimento del piccolo istituto, operazione che verrà effettuata molti anni più tardi.

Per raggiungere una completa fusione delle tre banche meneghine, la Popolare di Milano acquisì la Mobiliare Milanese della quale l'azienda di credito BPM ottenne l'intero capitale azionario di 600 milioni di lire. Previa autorizzazione della Banca d'Italia, la nuova società finanziaria deteneva il 26,5% dell'Agricola Milanese ed il 60% della Briantea. Nonostante le ottime presentazioni per il concludersi della fusione a tre, le resistenze interne della Popolare di Milano (le quali temevano di perdere lo status di cooperativa) e del patto di sindacato dell'Agricola Milanese, impedirono la fusione. Banca Popolare di Milano dovrà aspettare il 1986 per riuscire a prendere il controllo dell'istituto agricolo di via Mazzini, con la prima OPA ostile del mondo bancario italiano. Offerta pubblica di acquisto che portò al controllo e poi alla completa fusione nel 1997.

Gli anni settanta rappresentarono per la Popolare di Milano un decennio di tentativi, per lo più falliti, di fusioni ed incorporazioni per la crescita del numero delle dipendenze. Dopo aver partecipato con successo alla nascita di istituti quali Centrobanca, Mediocredito Lombardo, Finanziaria Regionale Lombarda e Banca Italease (nel cui capitale rientrerà solo nell'aprile 2005), la banca faticò ad acquisire nuove fette di mercato al di fuori della Lombardia. Dopo i tentativi bloccati da Banca d'Italia di approdare, tramite acquisizioni, in Emilia, in Toscana e nelle Marche e gli insuccessi delle offerte alla Banca Popolare di Codogno (finita nelle mani di Banca Popolare Commercio e Industria, oggi BPU Banca) e alla Banca Popolare di Napoli (acquisita dalla Banca di Credito Popolare di Torre del Greco), la crisi della Banca Popolare Cooperativa Vogherese consentì all'istituto milanese di avanzare un'offerta di fusione che accolse i favori del commissario straordinario dell'azienda pavese.

Gli ultimi vent'anni del XX secolo hanno visto l'affermarsi della vocazione interregionale del neonato gruppo Bipiemme. Prima di mettere a segno nuove acquisizioni in Italia, l'istituto popolare si affaccia per la prima volta all'attività estera, con gli uffici di rappresentanza aperti a Londra, New York e Francoforte. In territorio nazionale si procede con le acquisizioni della Banca Popolare di Bologna e Ferrara (1988), Banca Popolare di Apricena (1989) e Banca 2000 SpA, ex Ina Banca Marino SpA (1998). Grande interesse viene dato al settore dell'investimento, con il controllo di Banca Akros.

La Banca Popolare di Milano ha provveduto poi ad ampliare il proprio ventaglio di offerte, stringendo accordi con altre importanti società del settore parabancario, con la creazione di Selma Bipiemme Leasing SpA (in collaborazione con Mediobanca), Bipiemme Ras Vita (con RAS, divenuta poi Bipiemme Vita e rivenduta nel 2006 per il 46% a Fondiaria Sai), Bipiemme Immobili e molte altre attività direttamente o indirettamente connesse con il mondo creditizio.

È in questi anni, e più precisamente il 17 maggio 1994 che la Banca Popolare di Milano, precedentemente quotata al mercato ristretto (oggi Expandi), accede alla contrattazione continua di Borsa Italiana.

Gli anni 2000 si aprono con l'acquisizione di Banca di Legnano, ceduta il 25 giugno 2001 dall'allora Intesa BCI e portata in dote dalla Banca Commerciale Italiana durante la fusione del gruppo BCI con Intesa. La cessione riguardava il 55% del capitale, la maggioranza assoluta fu acquisita grazie ad un'OPA a 15,797 Euro per azione. Nel 2003 la Banca Popolare di Milano stringe un accordo di collaborazione e concambio di azioni con i francesi della Fondazione di Strasburgo del Crédit Mutuel, un accordo fortemente voluto dal presidente Mazzotta e che permette all'istituto meneghino di avere un importante partner quale il Crèdit Industriel et Commercial, banca parigina controllata dal gruppo Crédit Mutuel. In un'ottica di espansione nelle regioni nord orientali e soprattutto in Piemonte, il gruppo Bipiemme acquisisce la Cassa di Risparmio di Alessandria (2004) e nello stesso anno procede all'assunzione del 20% del capitale della Cassa di Risparmio di Asti.

Dopo i falliti accordi con Bipop (in mano a Capitalia) e Banca Popolare Italiana (ex Banca Popolare di Lodi, ormai unita al Banco Popolare di Verona e Novara), l'istituto milanese si ritrova, come mezzo secolo prima, a cercare partner e soluzioni per evitare di rimanere una facile preda per i grandi istituti europei, come la concittadina Unicredit, l'inglese Barclays o i già soci francesi del Crédit Mutuel. Attualmente la Banca Popolare di Milano è l'unico istituto popolare di grande respiro a non aver allacciato accordi con banche di medesime dimensioni.

Era stata diffusa la notizia di un bilaterale interessamento con la Banca Popolare dell'Emilia Romagna, un istituto presente in 13 paesi europei (principalmente in Europa dell'Est) e forte in Italia con 13 banche controllate, 1.100 sportelli e 12.000 dipendenti. La stampa aveva fatto circolare voci su possibili sviluppi futuri: un merger of equals, inteso come fusione con pari dignità per i due istituti, con una holding cooperativa a capo di due banche, scorporate e trasformate in SpA con grande autonomia. La sede legale doveva essere a Modena e quella operativa a Milano, con il Bipiemme Roberto Mazzotta come presidente, l'emilio-romagnolo Guido Leoni come amministratore delegato e Fabrizio Viola di BPM confermato direttore generale del nuovo gruppo. Sarebbe nata così una super popolare da 1.800 sportelli, 20.000 dipendenti e 10 miliardi di capitalizzazione ma il progetto è successivamente stato bocciato di misura dal Consiglio di Amministrazione della banca.

Gli ultimi due bilanci sociali di Banca Popolare di Milano hanno visto un mantenimento degli indici di rating delle principali società di analisi finanziaria.

Banca Popolare di Milano ha fin dalla sua nascita avuto una grande attenzione nei confronti della città di Milano e dei suoi abitanti. L'evoluzione e la crescita del gruppo bancario meneghino ha sempre avuto come riferimento i propri clienti, per lo più residenti nel capoluogo lombardo e ancora oggi, la maggior parte degli impieghi, dei depositi e dei crediti concessi ai privati e alle imprese coinvolgono cittadini milanesi.

La città di Milano ha avuto un grande partner nella Popolare, non solo per gli aspetti direttamente collegati all'attività bancaria e all'accesso al credito: un'azienda di queste dimensioni offre alla città che la ospita dei livelli occupazionali, un indotto e quindi un prodotto interno lordo di tutto rispetto.

A metà degli anni settanta la crescita del personale impiegato in sede e la necessità di godere di grandi spazi per i sempre più sviluppati centri servizi, richiesero alla Banca Popolare di Milano un nuovo centro capace di rispondere alle maggiori esigenze interne. Si decise così di distinguere la storica sede centrale, sita tutt'ora in Piazza Meda dalla nascente sede operativa: la prima avrebbe ospitato la direzione generale, gli uffici del personale e altre attività focali, la seconda sarebbe stato il centro nevralgico della banca: il centro assegni, la direzione informatica e la maggior parte dei servizi sarebbero stati spostati nella nuova sede operativa.

La banca acquistò così uno dei migliori segni distintivi del boom economico e del miracolo italiano: la Torre Galfa, un palazzo di 31 piani per 109 metri di altezza, il terzo grattacielo Milanese, il quarto della Lombardia, tredicesimo in Italia. Finito di erigere nel 1959 seguendo i disegni tecnici dell'architetto Melchiorre Bega, il palazzo deve il suo nome all'incrocio delle vie dove sorge: via Galvani e via Fara.

Per quasi trent'anni i suoi 26.100 metri quadrati sono stati il cuore pulsante della Banca Popolare di Milano, un centro di sviluppo ma anche un simbolo della presenza della banca nella sua città natale. Il grattacielo è stato poi venduto nel 2006 per 48 milioni di euro (con una plusvalenza per la banca di 25 milioni di euro) ed è stato così sostituito dal nuovo Centro Servizi di via Bezzi.

La Banca Popolare di Milano era da tempo alla ricerca di un'area, all'interno del comune di Milano, capace di ospitare la nuova sede operativa. Nel 1995 fu scelta l'ex base industriale di Farmitalia, un'area ormai dismessa che, una volta ristrutturata ed ampliata, avrebbe potuto ospitare gran parte degli uffici centrali della banca.

L'area si trova tra via Bezzi (snodo cruciale posto sulla circonvallazione esterna), via Massaua, via Fornari e via Marostica, quasi 5 ettari di terreno posto in un quartiere semi centrale di Milano.

Nel 1996, Bipiemme Immobili (azienda del gruppo) incaricò la società di progettazione General Planning di iniziare i lavori di risanamento e riqualificazione degli edifici già esistenti, senza apporre sostanziali modifiche al progetto originale. L'anno seguente il comune di Milano autorizzò Bipiemme Immobili alla ristrutturazione dell'area industriale e quattro anni dopo, nel 2001 la Banca Popolare di Milano poté iniziare ad usufruire del Centro Servizi: una struttura composta da tre edifici principali e uno di ingresso per un totale di 33.514 metri quadrati. Le capacità della struttura vennero poi raddoppiate negli anni seguenti e nel 2006 sono stati inaugurati quattro nuovi edifici. Le prime strutture vengono così rinominate Bezzi 1 e le nuove costruzioni Bezzi 2.

Se per Bezzi 1 fu sufficiente la concessione del Comune a riqualificare l'area industriale di Farmitalia, per Bezzi 2 fu necessario ottenere una nuova concessione, che permettesse l'edificazione di nuove strutture. Banca Popolare di Milano scelse la strada della Concessione convenzionata, una modalità di accesso agevolata alle necessarie autorizzazioni che consentisse la costruzione dei nuovi edifici in cambio della realizzazione (e del conseguente mantenimento) di un parco di circa dieci mila metri quadrati gratuitamente disponibile ai cittadini milanesi.

L'area utilizzata dalla Banca Popolare di Milano per il proprio Centro Servizi copre 36.992 metri quadrati, oltre a 9.159 mq dedicati al parco pubblico mantenuto dalla banca. Gli edifici si svluppano su una superficie complessiva di 65.245 mq e i dipendenti possono usufruire di 800 posti auto e 200 per i motocicli per un totale di 25.562 mq dedicati all'autorimessa sotterranea. I dipendenti, in servizio o pensionati, hanno inoltre accesso alla mensa, capace di servire 480 persone. La struttura ospita inoltre un auditorium per conferenze ed assemblee interne di 450 posti.

Banca Popolare di Milano può contare su un'importante presenza all'interno del comune di Milano, grazie alle 121 agenzie del gruppo Bipiemme sparse per la città. Basti pensare che nel comune meneghino ci sono più agenzie Bipiemme che uffici postali (111).

Banca Popolare di Milano (o BPM) è la capogruppo del gruppo Bipiemme, un insieme di società capaci di occupare i principali comparti della finanza italiana.

Piazza della Scala, nel 1865 a Palazzo Marino (a destra) venne fondata BPM.

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Banco di Chiavari e della Riviera Ligure

La sede principale del banco a Chiavari

Il Banco di Chiavari e della Riviera Ligure è un istituto di credito ligure oggi entrato nell'orbita del Banco Popolare.

Il Banco di Chiavari e della Riviera Ligure nacque nel 1870 da un gruppo di intraprendenti operatori di Chiavari con il nome di "Banco di Sconto del Circondario di Chiavari", con sede nella stessa cittadina tigullina in provincia di Genova.

La prima data importante è il 1904 quando viene inaugurata la prima filiale del nuovo istituto di credito nella vicina Rapallo alla quale ne seguono altre, tra le quali nel 1909 quella di Varese Ligure, la prima in provincia della Spezia.

Nel 1919 viene aperta la sede di Genova, divenendo da quel momento uno fra i più importanti istituti bancari del capoluogo ligure insediandosi sistematicamente nelle due province. Storico proprietario del Banco è stato il senatore Nicola Giuseppe Dallorso, che ha mantenuto la presidenza del banco per molti anni, dal 1936 al 1954. Nel frattempo venne mutata la denominazione in Banco di Chiavari e della Riviera Ligure.

Durante il 1968, in seguito alla morte del Presidente Giovanni Dallorso,figlio di Nicola Giuseppe che era successo al padre alla presidenza dell'istituto, il pacchetto di maggioranza delle sue azioni viene acquistato dalla Banca Commerciale Italiana, questo passaggio tuttavia non limitò l'indipendenza dell'istituto di credito infatti mantenne autonomia e sedi dirigenziali a Chiavari ed a Genova e favorì lo sviluppo extra regionale (vennero aperte filiali a Milano, Torino,ecc.) e l'entrata in borsa. Nel 1978 vi fu l'acquisizione della Banca Galleani che consentì l'insediamento nella provincia di Savona e l'apertura di 11 nuove agenzie. La sede genovese si trovava nella storica via Garibaldi al civico numero 2 nei locali di Palazzo Pantaleo Spinola, conosciuto anche come Palazzo Gambaro. Negli anni ottanta nacque anche una squadra di calcio di proprietà del banco e molti dei suoi giocatori vennero assunti come dipendenti.

Nel dicembre 1999, a seguito della fusione tra Comit e Banca Intesa, anche il Banco di Chiavari entra a far parte del Gruppo Intesa; costituendosi nel 2001 Intesa BCI, il pacchetto di controllo del Banco di Chiavari e della Riviera Ligure passa a questo istituto bancario che nel gennaio 2003 viene rinominato Banca Intesa.

Con un acquisto di azioni pari al 69,621% del capitale sociale, nel corso del 2003, il Banco di Chiavari e della Riviera Ligure entra a far parte del Gruppo Bancario Bipielle che, nel giugno dello stesso anno, arriverà a controllare l’87,26% delle azioni del Banco. Con l'acquisizione da parte della Banca Popolare di Lodi, l'archivio storico, già riordinato e aperto alla consultazione, viene chiuso al pubblico e depositato in una sede provvisoria e inidonea inoltre vengono vendute quasi la totalità delle proprietà immobiliari del Banco. Il titolo in borsa fu mutato in Reti Bancarie e si perse definitivamente la denominazione Banco di Chiavari e della Riviera Ligure e la ragione sociale diventa: Banca Popolare di Lodi S.p.a. Successivamente allo scandalo Fazio (ex governatore della Banca d'Italia) a cui l'amministratore delegato Fiorani era collegato, il gruppo si trasforma in Banca Popolare Italiana, contemporaneamente fallisce la scalata alla Banca Antonveneta.

Dopo la ulteriore fusione tra Banca Popolare Italiana e Banco Popolare di Verona e Novara nel 2007, il Banco entrò a far parte del Gruppo Banco Popolare. Scompare la denominazione Banca Popolare Italiana, ricompare il marchio Banco di Chiavari e della Riviera Ligure, ma la ragione sociale rimane Banco Popolare di Lodi S.p.a. Nel dicembre 2007 si è ufficializzato il ritorno dell'istituto bancario nel mondo calcistico, infatti a partire dal gennaio 2008 il Banco sponsorizza la Virtus Entella, squadra di calcio locale militante tra i dilettanti ed il logo del banco comparirà su tutte le divise ufficiali del club. Nel corso del 2008, è tornato ad esistere il marchio Banco di Chiavari e della Riviera Ligure, tuttavia è stato definitivamente eliminato, quello che è stato il simbolo del Banco per decenni, la Caravella.

Per la parte superiore



Gianpiero Fiorani

Gianpiero Fiorani (Codogno, 12 settembre 1959) è un banchiere e dirigente d'azienda italiano.

Laureato in scienze politiche, è stato amministratore della Banca Popolare Italiana (già Banca Popolare di Lodi). Alla sua guida Fiorani ha iniziato una raffica di acquisizioni, tra cui la Banca Popolare di Crema, la Banca Popolare del Trentino, Efibanca, Cassa di Imola e scalate a varie società. La sua aggressiva espansione della Bpl è stata fermata con la scalata alla Banca Antonveneta, che ha innescato un'inchiesta chiamata dai media Bancopoli e seguita dai PM di Roma e Milano.

Nel processo per il fallimento di Parmalat, che è stato diviso in 5 tronconi giudiziari distinti, Fiorani è accusato di concorso nella bancarotta di Parmatour. Il processo è stato avviato a luglio 2008.

Il 13 dicembre del 2005, a seguito degli sviluppi dell'inchiesta sul caso Antonveneta è stato arrestato. Tornato in libertà il 13 giugno 2006, il 25 luglio 2007 la Procura di Milano ne chiede il rinvio a giudizio per associazione a delinquere, aggiotaggio manipolativo e informatico e ostacolo all'esercizio delle funzioni di vigilanza della Banca d'Italia. In precedenza, il 68,4% dei soci della banca della quale era AD avevano votato a favore per un'azione di responsabilità a suo carico.

Dagli accertamenti della Procura e della Banca d'Italia emerge che, da anni, Fiorani e soci si erano impadroniti del controllo totale dell'istituto della Banca Popolare di Lodi utilizzandolo sia per acquisire il controllo di altri istituti (Popolare di Crema), ma anche e soprattutto per acquisire ingenti vantaggi patrimoniali in favore proprio e di terzi, gestendo e operando in pieno arbitrio, nell'assoluta assenza e nella presumibile complicità di organi interni, esterni e soprattutto istituzionali. La procura ha inoltre accertato che, per coprire alcune perdite, i clienti inconsapevoli si ritrovavano d'improvviso un clamoroso incremento delle spese per commissioni. In questo modo, scrive sempre il gip Forleo, sono stati provocati ai piccoli risparmiatori della banca danni enormi. Inoltre è stato appurato che, alla morte del cliente se i parenti non intervenivano in tempi brevi alla chiusura del conto, venivano incamerati illegalmente dalla Banca.

Fiorani ha chiesto il patteggiamento nell'udienza preliminare per tutti i reati di cui è stato accusato tranne l'aggiotaggio ad aprile 2008. A maggio ha ottenuto il patteggiamento a 3 anni e 3 mesi per associazione a delinquere, truffa e appropriazione indebita.

A luglio 2008 è stato rinviato a giudizio per falso in bilancio. Secondo l'accusa Fiorani avrebbe truccato i conti 2003/2004 della Bpi per far apparire il gruppo più solido di quanto lo era in realtà, in modo da agevolare la scalata ad Antonveneta.

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Banco San Geminiano e San Prospero

Il Banco San Geminiano e San Prospero S.p.a. è stato un istituto bancario nato nel 1932 a Modena dalla fusione tra il Banco San Geminiano fondato a Modena nel 1897 e il Banco San Prospero fondato a Reggio Emilia nel 1899.

Nel 1996 a seguito della fusione per incorporazione nella Banca Popolare di Verona nasce la Banca Popolare di Verona - Banco San Geminiano e San Prospero Soc.Coop.a r.l. con sede a Verona e uffici di direzione a Verona e a Modena .

Nel 2002, con l'acquisizione della Banca Popolare di Novara il nome della banca muta in Banco Popolare di Verona e Novara Soc.Coop.a r.l. (BPVN).

Tale denominazione verrà mantenuta fino al 1°luglio 2007 quando con la Banca Popolare Italiana (ex Banca Popolare di Lodi) viene fondato il gruppo bancario Banco Popolare e la rete di sportelli ex BPVN confluisce nella nuova banca denominata Banca popolare di Verona - San Geminiano e San Prospero S.p.A.. Attualmente fanno parte della Banca popolare di Verona - San Geminiano e San Prospero S.p.A. anche gli sportelli con marchio Banco San Marco operanti nella provincia di Venezia e quelli della Banca Popolare del Trentino attivi nella omonima regione.

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Banca Rasini

La Banca Rasini era una piccola banca milanese, nata negli anni '50 ed inglobata nella Banca Popolare di Lodi nel 1992. Il motivo principale della sua fama odierna è che tra i suoi clienti principali si annoveravano i criminali Pippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano (al tempo, uomini guida della Mafia) e l'imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi, il cui padre Luigi Berlusconi ivi lavorava come funzionario. Le dichiarazioni di Michele Sindona sulla Banca Rasini la fanno citare più volte da Nick Tosches, un giornalista del New York Times, nel suo libro I misteri di Sindona, e l'hanno resa nota tra gli studiosi internazionali che si occupano della storia della Mafia italiana.

La "Banca Rasini Sas di Rasini, Ressi & C." viene fondata all'inizio degli anni '50 dai milanesi Carlo Rasini, Gian Angelo Rasini, Enrico Ressi, Giovanni Locatelli, Angela Maria Rivolta e Giuseppe Azzaretto. Il capitale iniziale è di 100 milioni di lire. Sin dalle sue origini la banca è un punto di incontro di capitali lombardi (principalmente quelli della nobile famiglia milanese dei Rasini) e palermitani (quelli provenienti da Giuseppe Azzaretto, uomo di fiducia di Giulio Andreotti in Sicilia).

Nel 1970 Dario Azzaretto, figlio di Giuseppe, diviene socio della banca. Sempre nel 1970, il procuratore della banca Luigi Berlusconi (padre di Silvio Berlusconi) ratifica un'operazione destinata ad avere un peso nella storia della Rasini: la banca acquisisce una quota della Brittener Anstalt, una società di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figurano nomi destinati a divenire famosi, come Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus.

Nel 1973 la Banca Rasini diviene una S.p.a., ed il controllo passa dai Rasini agli Azzaretto. Il Consiglio di Amministrazione della Banca Rasini S.p.a. è costituito da Dario e Giuseppe Azzaretto, Mario Ungaro (avvocato romano e noto amico di Michele Sindona e Giulio Andreotti), Rosolino Baldani e Carlo Rasini. Ma nel 1974, nonostante l'ottima situazione finanziaria della Banca Rasini (che nell'ultimo anno aveva guadagnato oltre un quarto del suo capitale), Carlo Rasini lascia la banca fondata dalla sua famiglia, dimettendosi anche dal ruolo di consigliere. Secondo gli analisti, le ragioni delle dimissioni di Carlo Rasini sono da cercarsi nella sua mancanza di fiducia verso il resto del Consiglio di Amministrazione, e degli Azzaretto in particolare.

Sempre nel 1974, Antonio Vecchione diviene Direttore Generale, ed in soli dieci anni il valore della banca esplode, passando dal miliardo di lire nel 1974 al valore stimato di circa 40 miliardi di lire nel 1984.

Il 15 febbraio 1983 la Banca Rasini sale agli onori della cronaca, per via dell'"Operazione San Valentino". La polizia milanese effettua una retata contro gli esponenti di Cosa Nostra a Milano, e tra gli arrestati figurano numerosi clienti della Banca Rasini, tra cui Luigi Monti, Antonio Virgilio e Robertino Enea. Si scopre che tra i correntisti miliardari della Rasini vi sono Totò Riina e Bernardo Provenzano. Anche il direttore Vecchione e parte dei vertici della banca vengono processati e condannati, in quanto emerge il ruolo della Banca Rasini come strumento per il riciclaggio dei soldi della criminalità organizzata.

Dopo il 1983, Giuseppe Azzaretto cede la banca a Nino Rovelli. Nino Rovelli è un imprenditore (noto soprattutto per la vicenda Imi-Sir) e non ha esperienza nel settore bancario. Nelle inchieste tuttora in corso sulla Banca Rasini, Nino Rovelli è spesso considerato un uomo che ha coperto la vera dirigenza della banca fino al 1992. Tuttavia, non esistono evidenze al riguardo, né ipotesi sui nomi dei veri amministratori della Banca.

Nel 1992 la Banca Rasini viene inglobata nella Banca Popolare di Lodi, ma è solo nel 1998 che la Procura di Palermo mette sotto sequestro tutti gli archivi della banca. I giudici di Palermo, anche a seguito delle rivelazioni di Michele Sindona (intervista del 1985 ad un giornalista americano, Nick Tosches) e di altri "pentiti", indicano la stessa banca Rasini come coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa. Tra i correntisti della banca figurava anche Vittorio Mangano, il mafioso che lavorò come fattore nella villa di Silvio Berlusconi dal 1973 al 1975.

La Banca Rasini deve la sua fama tra gli studiosi della storia d'Italia soprattutto alle dichiarazioni di Michele Sindona del 1984. Quando il giornalista del New York Times, Nick Tosches, chiese a Sindona (poco prima della misteriosa morte di quest'ultimo): «Quali sono le banche usate dalla mafia?». Sindona rispose: «In Sicilia il Banco di Sicilia, a volte. A Milano una piccola banca in Piazza dei Mercanti». L'unica banca presente a Piazza dei Mercanti, al tempo, era inequivocabilmente la Banca Rasini.

In effetti, le indagini successive alla retata dell'Operazione San Valentino dimostrarono ampiamente il ruolo della Banca Rasini nel riciclaggio dei soldi della mafia, ed i contatti dell'istituto coi più alti vertici mafiosi. Il Commissario di Polizia Calogero Germanà ha ipotizzato che l'istituto, al pari della Banca Sicula di Trapani, fosse uno dei centri per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra.

Tra i personaggi famosi con cui la Banca Rasini ebbe dei legami va citato l'imprenditore e uomo politico Silvio Berlusconi. Il padre di Silvio Berlusconi, Luigi Berlusconi fu prima un impiegato alla Rasini, quindi procuratore con diritto di firma, ed infine assunse un ruolo direttivo all'interno della stessa. La Banca Rasini, e Carlo Rasini in particolare, furono i primi finanziatori di Silvio Berlusconi all'inizio della sua carriera imprenditoriale. Silvio e suo fratello Paolo Berlusconi avevano un conto corrente alla Rasini, così come numerose società svizzere che possedevano parte della Edilnord, la prima compagnia edile con cui Silvio Berlusconi iniziò a costruire la sua fortuna.

La Banca Rasini risulta anche nella lista di banche ed istituti di credito che gestirono il passaggio dei finanziamenti di 113 miliardi di lire (equivalenti ad oltre 300 milioni di euro nel 2006) che ricevette la Fininvest, il gruppo finanziario e televisivo di Berlusconi, tra il 1978 ed il 1983.

Il giornale inglese The Economist cita ripetutamente la Banca Rasini nel suo noto reportage su Silvio Berlusconi, sottolineando come, ad avviso dei recensori del reportage, Berlusconi abbia effettuato transazioni illecite per mezzo della banca. È stato invece accertato che Silvio Berlusconi ha registrato presso la banca ventitré holding come negozi di parrucchiere ed estetista. Anche per fare chiarezza su questi fatti nel 1998 l'archivio della banca è stato messo sotto sequestro.

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Source : Wikipedia