Banca Mondiale

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Antislamismo

Fatwā che giudica un caso di conversione al cristianesimo: "Quest'uomo ha commesso apostasia; gli deve essere data la possibilità di pentirsi e, se non dovesse accettare, allora deve essere ucciso così com'è comandato dalla Sharīʿa."[9] ."

Il neologismo antislamismo denota un movimento culturale o ideologico di opposizione e critica all'islamismo, cioè all'Islam politico. L'antislamismo si oppone all'idea di Stato regolato sui precetti della religione islamica, obiettivo principale dell'Islam politico. Tale opposizione si basa su due perni, il primo teorico ed il secondo empirico. In primo luogo l'antislamismo, che si richiama anche ai valori illuministi e alla laicità dello stato, si oppone all'idea di Stato religioso in quanto tale. Infatti uno Stato religioso, di qualunque religione esso sia, si basa su regole assolute svincolate dalla razionalità. In secondo luogo l'antislamismo si basa sull'analisi delle conseguenze sulla società dell'applicazione della legge islamica, la sharīʿa. L'antislamismo valuta tali conseguenze prevalentemente come negative.

L'antislamismo non va confuso con l'islamofobia. Il secondo è un neologismo che indica la paura irrazionale dei musulmani e dell'Islam. L'antislamismo prescinde dalla fede religiosa o politica ed è sostenuto anche da gruppi o personalità laiche che non militano in movimenti o partiti politici precisi e che considerano l'Islam politico una minaccia alla laicità e alle libertà dell'Occidente.

Questo articolo riassume la storia di questo movimento culturale, ne riporta le più comuni critiche mosse all'islamismo e descrive come l'Islam è rappresentato da esso.

Tra i primi a criticare l'Islam furono gli arabi pagani e gli ebrei che abitavano il sud dell'Arabia, in particolare le tribù ebree di Medina che accusarono Maometto di aver copiato i loro testi sacri e di averne travisato il significato. A questa critica i musulmani rispondono che il Corano, in quanto rivelazione divina, conferma le precedenti rivelazioni della Torah e del Vangelo e che le discrasie esistenti sono da addebitare esclusivamente ai guasti creati dal tempo e dall'azione talora maliziosa degli uomini.

Tra i primi autori ad aver criticato l'Islam si annovera Giovanni Damasceno (676-749), teologo cristiano originario della Siria che nel secondo capitolo del suo trattato La fonte della conoscenza intitolato Des Hérésies parla dell'Islam come «eresia degli ismailiti», citando passi del Corano e dei hadith direttamente in arabo.

Questa posizione coincide con quella della giornalista e scrittrice fiorentina Oriana Fallaci, icona antislamista, autrice di successo con oltre 20 milioni di copie vendute in tutto il mondo, che, rifacendosi anche alle tesi di Bat Ye'or sull'Eurabia, attribuiva il profondo malessere dell'Occidente alla dissoluzione di valori da lei considerati fondanti. Questo, secondo la giornalista, sarà causa della decadenza e dell'oblio della civiltà Occidentale. Tale tesi è oggi promossa da altri intellettuali, autori e giornalisti. Un celebre esponente è, in Italia, Magdi Allam, già editorialista e vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, che usava esprimersi con regolarità in modo particolarmente critico nei confronti dell'islamismo e dell'Islam, fino ad abbandonarlo in favore del Cattolicesimo romano. Altri famosi esponenti del movimento antislamista, si trovano negli Stati Uniti come ad esempio i giornalisti e saggisti Claire Berlinski, George Weigel, Tony Blankley, Bruce Bawer, Christopher Hitchens e Mark Steyn.

La critica principale all'islamismo deriva maggiormente dal rifiuto da parte del mondo occidentale del modello "integralistico" islamico che è accusato di voler estendere i propri principi etico-religiosi anche al campo della politica. A prescindere dal fatto che quest'ambizione è condivisa anche nel mondo occidentale da quasi tutte le religioni che qui sono praticate, la critica nei confronti dell'islamismo ripropone il sempre vivace confronto tra ideali laici e ideali religiosi. Il fatto che, nell'ultimo secolo, il mondo islamico sia stato caratterizzato da un gran numero di guerre, di violenti rivolgimenti sociali e politici, da una diffusa intolleranza verso le minoranze culturali - etniche e religiose che siano - e dall'ostilità nei confronti dei processi emancipazionistici femminili, ha fatto bollare il mondo islamico come arretrato e "medievale". Quest'ultimo reagisce ricordando che colonialismo, stalinismo, fascismo, nazismo, franchismo o polpottismo, con le loro numerose decine di milioni di morti, sono stati fenomeni tipicamente occidentali. Inoltre, agli occhi dei paesi musulmani, il mondo nato dopo la II guerra mondiale appare sempre più preda di egoismi e di irreversibile decadenza morale. Il mondo islamico giudica spesso, per i motivi sopra riportati, l'Occidente più prepotente che potente, non in condizione di ergersi a giudice dell'altrui moralità e illiberalità, preda com'è di un crescente "relativismo etico" che è giudicato del tutto carente di valori di fondo. L'Occidente, a sua volta, qualifica questo atteggiamento come marca di tolleranza e di libertà di pensiero.

La proposizione di un modello di stato totalitario trae origine dalla interpretazione letterale dei singoli versi del Corano, giudicati dai musulmani come eterni ed immodificabili, e dall'organizzazione e la cultura della società islamica originaria che era, come tutte le società del VII secolo), totalitaria.

Questa lettura, definibile come fondamentalista, è criticata da alcuni intellettuali musulmani contemporanei che ne propongono, invece, una reinterpretazione complessiva contestualizzata al periodo storico in cui i testi sacri furono composti, così da cercarvi insegnamenti fedeli allo spirito piuttosto che alla lettera delle scritture. Questa nuova impostazione ha interessanti risvolti anche dal punto di vista politico per quanto attiene la forma di stato poiché consente di superare il fondamentalismo e portare la società ad un nuovo livello di sviluppo: il postislamismo.

Ad es. l'iraniano Mohammad Mojtahed Shabestari mette in gioco tutta la sua autorevolezza di esponente del regime della prima ora per affermare la necessità di distinguere i valori religiosi eterni dai fatti contingenti, interpretando le scritture in una dimensione più alta ed ampia in cui i valori religiosi sono separati dalle realtà secolari. In questo modo, sebbene incompatibili con la lettera del Corano, in seno all'Islam sarebbe ammissibile concepire anche democrazia e diritti umani in quanto conquiste moderne dell'umanità che riguardano solo la sfera secolare dell'uomo e non incidono in alcun modo su quella religiosa. Direttamente di forme di stato parla, invece, Mohsen Kadivar, un religioso iraniano perseguitato dal regime degli ayatollah per le sue idee, che nel saggio La teoria dello stato nella giurisprudenza sciita dimostra, analizzando le opinioni di autorevoli giuristi islamici (sciiti), che proprio lo sciismo ammette almeno nove diverse forme di governo, facendo cadere l'idea di una sua supposta teologia politica monolitica e denunciandone, nel contempo, l'appiattimento sull'assolutista "Velayat-e faqih" enunciata da Khomeini.

La posizione di questi e di altri pensatori islamici è, però, decisamente elitaria, spesso espressione delle sole società iraniana e turca e con uno scarso seguito popolare da parte dei fedeli musulmani, oltre un miliardo di persone.

Gli antiislamisti accusano gli stati musulmani di non rispettare i diritti umani e quelli civili. Una forte critica è inoltre espressa verso la mancata sottoscrizione della Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo che "stabilisce una intesa comune fra i popoli del mondo riguardo i diritti inalienabili ed inviolabili di tutti i membri della famiglia umana e costituisce un obbligo per i membri della comunità internazionale" (Secondo comma della Proclamazione di Teheran) da parte degli Stati islamici che hanno preferito formulare una propria Dichiarazione Islamica dei diritti dell'Uomo che sancisce differenze di diritti e di doveri tra uomo e donna, musulmano e non musulmano secondo i dettami coranici. Questa diversa sensibilità verso di diritti dell'uomo fa si che dei 57 paesi membri dell'OCI, 6 sono classificati come liberi, 25 parzialmente liberi e 26 non liberi da parte del centro studi americano Freedom_House. Alcuni di questi paesi musulmani non liberi sono alleati dell'Occidente come il Pakistan, altri sono ad esso ostili come la Siria.

In alcuni stati musulmani esiste, inoltre, una polizia religiosa che agisce con ampi margini di discrezionalità. Ad es. quella saudita nel 2005 ha arrestato Fawza Falih perché accusata di stregoneria da un uomo che dichiarava di essere divenuto impotente a causa sua. Riconosciuta colpevole anche grazie ad una confessione estorta con la violenza, è stata condannata a morte nell'aprile 2006. Sempre in Arabia Saudita l'intolleranza verso le altre religioni arriva al punto di boicottare o vietare feste non islamiche come quella di San Valentino.

Andrebbe tuttavia sottolineato il fatto che le polemiche sul jihād e l'assoggettamento etico, giuridico e sociale dei non-musulmani ( Ahl al-Kitāb ) all'Islam sembrano accettare anche da parte occidentale il principio astorico sostenuto da una parte (consistente) dell'Islam, che pretenderebbe che tali assunti siano eterni e immodificabili. Tutto ciò mostra un difetto metodologico di storicizzazione e ignora il fatto che una parte (ancora minoritaria) del mondo intellettuale islamico considera sempre più il Corano un testo risalente al VII secolo d.C. in cui, a fianco di alcuni principi assoluti e immodificabili (per lo più rivelati nel primo periodo meccano) se ne sono poi aggiunti altri al momento della necessaria e impellente organizzazione socio-politica della Umma. Tali principi, variamente modificati dalla ineffabile volontà di Allāh, in base al principio accettato del "versetto abrogante e versetto abrogato" ( al-nāsikh wa al-mansūkh ), si riferiscono, nel caso del jihād e della superiorità etica, giuridica e sociale fra i musulmani al periodo in cui la Umma affrontava militarmente le soverchianti società politeistiche della Penisola Araba, ferocemente avverse al modello islamico che si andava costituendo e che rischiava concretamente di sostituirsi del tutto ad esse.

All'inizio del 2006 l'afghano Abdul Rahman è stato arrestato e trattenuto dalle autorità del suo paese dopo aver dichiarato pubblicamente la sua abiura dell'Islam e la sua conversione (già da anni) al Cristianesimo, evento che la legislazione afgana (compresa quella del "filo-americano" Karza'i, che accetta il dettame sciaraitico), sanziona con la pena capitale. Molti religiosi musulmani nel paese hanno quindi invocato per lui la pena di morte, ma a seguito di numerose pressioni internazionali (inclusa una dichiarazione pubblica del Segretario di Stato statunitense, Condoleezza Rice e l'intelligente azione assai riservata condotta dall'Ambasciata italiana a Kabul e dell'allora ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini) questi venne rilasciato e "segretamente" ospitato in Italia. Lo spostamento del convertito si rese necessario per la lunga e persistente tradizione afghana di concedere ufficiosamente alla famiglia dell'offeso (in questo caso la moglie di Abdul Rahman) il diritto di lavare l'onta subita, procedendo essa stessa in prima persona all'esecuzione della pena capitale. Il governo filo-occidentale di Karza'i non poté svolgere alcuna azione ostativa nei confronti di questa norma non scritta (come pure non poté impedire l'indagine sulla perseguibilità o meno di Abdul Rahman) senza il gravissimo rischio di inimicarsi tutto l'ambiente religioso afghano che avrebbe avuto gioco facile nell'additare il governo di Kabul come un agente passivo della volontà dell'Occidente cristiano, minandone concretamente le già fragili basi di consenso.

Nel 1993, il matrimonio del noto studioso e professore egiziano Nasr Hamid Abu Zayd fu ufficialmente proclamato annullato da una corte egiziana, in quanto giudicato apostata sulla base che dei suoi scritti scientifici riguardanti il rapporto fra Corano e storia e la rivisitazione critica dell'impatto sulla cultura islamica dell'antico Mutazilismo. Egli quindi dovette rifugiarsi in Europa con sua moglie (studiosa anch'essa di vaglia) che non aveva alcuna intenzione di separarsi da lui (fonte). Nasr Hamid Abu Zayd trovò quindi ospitalità nei Paesi Bassi, ricevendo per i suoi incontestabili meriti scientifici una cattedra d'insegnamento nella prestigiosa università di Utrecht, all'interno della quale ha potuto proseguire nelle sue ricerche e nell'approfondimento delle sue riflessioni filosofico-teologiche che gli valgono la stima di tutti gli studiosi del settore e l'invito a svolgere conferenze nei principali atenei - specializzati delle discipline "orientalistiche" e non - del mondo intero. Un altro professore egiziano, Farag Foda, era stato ucciso nel 1992 da uomini mascherati dopo aver criticato i fondamentalisti musulmani ed aver preannunciato un progetto per formare un nuovo movimento, aperto agli egiziani appartenenti a tutte le religioni.

La Sharīʿa consente la pena di morte in quattro casi: omicidio di un musulmano, adulterio di donne o uomini musulmani sposati (sanzionabile con la lapidazione), bestemmia contro Allah (da parte di persone di qualunque fede) e, infine, apostasia. Ciò che è esplicitato nel Corano (costituendo i cosiddetti "limiti di Dio", o ḥudūd Allāh, all'operato umano) riguarda tuttavia solo l'omicidio ingiusto di un musulmano e si basa sul disposto di Cor., II:178 che afferma: "O voi che credete! In materia d'omicidio v'è prescritta la legge del taglione: libero per libero, schiavo per schiavo, donna per donna... - Yā ayyuhā alladhina amanū, kutiba ʿalaykum al-qiṣāṣ fī l-qatli: al-ḥurr bi-l-ḥurri wa al-ʿabd bi-l-ʿabdi wa l-untha bi-l-untha...". Per altre fattispecie penali il Corano preannuncia solo la grave illiceità di simili azioni e un duro castigo nell'Aldilà. Il disposto della pena capitale è quindi in questi casi stabilito solo in base ai diversi ḥadīth fatti propri dalla Sunna.

In quanto di derivazione divina, la sanzione della pena di morte per l'omicida appare immodificabile agli occhi del credente ma se la pena irrogata in alcuni paesi musulmani sono effettivamente quelle previste dal Testo sacro dell'Islam e dalla Sunna, in numerosi altri Paesi tali disposizioni sono semplicemente disattese, per il riservato dominio arrogatosi dai codici penali, di schietta derivazione occidentale. Questo è uno dei motivi tra l'altro per cui a parte più conservatrice dell'opinione pubblica di determinati Stati pretende il ritorno alla Sharīʿa, ridotta sovente a semplice fonte ispiratrice dell'ordinamento giuridico vigente, e all'applicazione della pena capitale prevista dalla Sharīʿa nei casi già ricordati. Che tutt'oggi la pena di morte sia irrogata nei casi, ad esempio, di omosessualità (e non solo), in nazioni come l'Iran, la Nigeria o l'Arabia Saudita, non ha nulla a che fare quindi con il dispositivo coranico (che in merito non si esprime) ma è il risultato di un'analogia giurisprudenziale operata da uomini e, come tale, fallibile e riconducibile al raʾy (opinione del giurisperito), non accettato da parte non indifferente delle scuole giuridiche musulmane.

È facile obiettare che un orientamento maschilista della società non è esclusivamente il frutto voluto e imposto dell'Islam, che trovò infatti un tale tipo di mentalità già fortemente affermato in molte società che successivamente si islamizzarono. Il fenomeno attiene specificatamente al campo dell'antropologia culturale o religiosa, come la pratica dell'infibulazione, ancora perseguita in una parte residuale dell'Egitto e dei paesi africani del cosiddetto "Corno d'Africa" (Africa Orientale). L'infibulazione e tutte le mutilazioni sessuali femminili non sono in nessun modo pratiche ammesse dall'Islam, che infatti le trovò già in uso in alcune società africane che dall'Islam furono conquistate e che le conoscevano già da secoli. Del pari dicasi dell'imposizione di certe forme d'abbigliamento (hijab, burka, ecc.), considerate islamiche solo in virtù delle prese di posizione dalla parte più tradizionalista della società islamica e in pratica subite dalla parte restante.

Denunce molto forti sul maschilismo delle società musulmane (incluso le comunità che si trovano in Occidente) sono oggi portate soprattutto da Asra Nomani, scrittrice e giornalista statunitense di origine indiana, musulmana, femminista ed attivista dei Movimenti liberali nell'Islam che sull'argomento ha redatto la Carta dei diritti per le donne nella Moschea e nella stanza da letto ed una lista di 99 precetti per promuovere un Islam più progressista.

Diffuso nei paesi islamici e nelle comunità musulmane delle società occidentali è il delitto d'onore che vede le donne vittime di rapimenti, segregazioni in casa, schiavitù, costrette a matrimoni combinati anche all'estero o anche di assassini.

Ad es. in paesi come l'Iran il padre è considerato "proprietario del sangue" delle figlie e può disporre della loro vita così la loro uccisione se considerato delitto d'onore (spesso perpetrato attraverso la lapidazione) è un'attenuante e porta a condanne da 3 a 9 anni quando la pena prevista per l'omicidio è l'impiccagione.

La Commissione nazionale per i diritti umani del Pakistan nei suoi rapporti denuncia il progressivo aumento di violenze contro le donne considerate poco islamiche o infedeli.

Violenze contro le donne non sono perpetrate solo nei paesi musulmani ma anche nelle comunità islamiche dei paesi occidentali. Ad es. nel febbraio 2008 il quotidiano britannico The Independent ha denunciato che annualmente nel Regno Unito sono vittime di cosiddetti crimini di onore (rapite, segregate in casa, rese schiave, costrette a matrimoni combinati anche all'estero, assassinate) ben 17.000 donne tra cui 12 assassini . Casi analoghi sono stati denunciati anche in Italia. Molto noto è l'assassinio a Brescia di Hina Saleem da parte del padre e dai maschi della famiglia di origini pakistane che non sopportavano la decisione della ragazza di adottare stili di vita occidentali.

L'Islam sciita (ma non quello sunnita) prevede l'istituto del matrimonio temporaneo per il quale il marito si impegna a versare alla moglie una dote per un matrimonio "con termine prefissato" (ilā ajal musammā ). Per tale matrimonio (definito "di godimento", ossia nikāḥ al-mut'a), è necessario il consenso diretto della donna (non è ammesso il consenso dato dal tutore matrimoniale, o walī). Ciò non toglie che solo il marito può porre fine in ogni momento a un suo matrimonio (temporaneo o permanente), la donna necessita invece, in ogni caso, del consenso del marito.

Il matrimonio temporaneo è chiamato Sigheh in Iran, Orfi in Egitto, Mut'a in Iraq e può durare da pochi minuti (legalizzando, secondo la visione moralistica di alcuni critici, in qualche modo la prostituzione, altrimenti sanzionata con la pena di morte) a diversi anni di carcere. Va detto che il matrimonio a termine prevede però l'obbligatorietà del consenso della donna, il ricevimento da parte sua del dono nuziale, né va trascurato che l'obbligo del mantenimento e dell'educazione dell'eventuale figlio incombe sul solo padre. Il matrimonio a tempo, inoltre, crea un vincolo a tutti gli effetti valido di coniugio, con la conseguente vocazione ereditaria per il coniuge sopravvissuto.

Da segnalare che a favore della matrimonio temporaneo si è coerentemente pronunciato anche l'influente Grande Ayatollah Ali al-Sistani, vista la liceità per lo sciismo di tale pratica.

Secondo il Corano, a un musulmano è permesso sposare una cristiana o un'ebrea poiché le loro sono religioni del Libro ma a una musulmana le nozze con un uomo di fede diversa sono proibite. Per questo motivo in molti paesi a maggioranza islamica l'unione non può essere celebrata.

Importante argomento antislamista è il modo in cui sono trattati i rapporti omosessuali nei paesi islamici che portano ufficialmente alla pena di morte in Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland e Yemen, malgrado il Corano non sanzioni in alcun modo il fenomeno. . In altre nazioni musulmane come Bahrain, Qatar, Algeria e Maldive, l'omosessualità è punita con il carcere, con pene pecuniarie o pene corporali. Solo in una piccola minoranza, dov'è forte lo spirito laico ( tra cui Turchia, Giordania, Mali, Egitto), i rapporti omosessuali non sono specificatamente sanzionati dalla legge.

È interessante notare che nell'800, quando in Europa era prevalente il sentimento omofobico, i paesi islamici erano caratterizzati in maniera diametralmente opposta a come sono rappresentati oggi. L'Islam allora era accusato di promuovere la promiscuità sessuale e di essere incline all'omosessualità, come riportato negli studi tra gli altri di Edward Said, che facilmente dimostrano una persistente attitudine antiislamica dell'Occidente.

Nei paesi ove vige la shari'a l'Unicef valuta in circa 60 milioni i casi di matrimonio tra uomini e bambine , pratica avallata dal Corano che nella sura 65 al-Talâq (il ripudio), versetto 4, fa esplicito riferimento alla possibilità per un uomo di divorziare dalla moglie "che non ha ancora il mestruo". D'altra parte lo stesso Maometto, di cui ogni azione o comportamento è considerato dai musulmani esemplare e da imitare, quando aveva cinquant'anni sposò 'A'isha che aveva 6 o 7 anni per consumare il matrimonio 3 anni dopo, come riportato nel Sahih di al-Bukhari, nel Sahih di Muslim e nel Sunan di Abu Da'ud, ben tre delle sei principali raccolte di hadith sunnite .

Per denunciare questa situazione l'Unicef ha scelto come foto simbolo del 2007 uno scatto della fotografa americana Stephanie Sinclair che ritrae un afgano quarantenne accanto alla sposa undicenne. Nell'aprile 2008, inoltre, ha avuto vasta eco il caso di una bambina yemenita di otto anni che si è rivolta ad un tribunale per chiedere il divorzio.

Occasione di contesa antislamista sono le periodiche frizioni tra Islam e media (non solo occidentali) quando il tema "Islam" è trattato con articoli, libri, discorsi o programmi televisivi informativi, comici o satirici. Non di rado, infatti, queste manifestazioni del pensiero provocano proteste violente e scatenano anche vere persecuzioni contro gli autori che, se occidentali, sono costretti a vivere nascosti o sotto protezione, se provenienti da paesi islamici, a fuggire in esilio o affrontare il carcere. A volte sono anche uccisi.

Il comprensibile timore di ritorsioni di fanatici, gruppi terroristici o degli stessi governi islamisti, si traduce, secondo gli antislamisti, in una quotidiana e generalizzata autocensura del tema.

Questo è tanto più evidente quando si nota, anche nelle democrazie laiche e secolari, una pressoché totale assenza del tema "Islam" nella satira o tra i comici, nella pubblicità ed anche nelle inchieste giornalistiche che, quando in incognito, hanno messo in luce un aspetto violento e retrogrado dell'Islam, dagli antislamisti creduto quello "vero".

Esempio emblematico è il notissimo caso delle caricature di Maometto sul Jyllands-Posten, nato dalla lamentela dello scrittore danese Kare Bluitgen di non riuscire a trovare disegnatori disposti ad illustrare un suo libro per bambini che raccontava la vita di Maometto. Il direttore del Jillands Posten, a mo' di sfida, indisse quindi un concorso per delle vignette satiriche sul Profeta islamico che dovevano accompagnare un'inchiesta sull'autocensura e la libertà di espressione. La loro pubblicazione (30 settembre 2005) suscitò proteste violentissime e durature. In Italia, fra i pochi esempi recenti di satira o comici verso esponenti politici musulmani si ricorda il programma Le Iene di Italia Uno, con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu che nel 2003 interpretavano Osama Bin Laden e Saddam Hussein (personaggi che proposero anche in teatro), Crozza Italia su La7 con Maurizio Crozza che nel 2006 prendeva di mira il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ed il Bagaglino su Canale 5 con Oreste Lionello che imitava ancora bin Laden.

Nell'ottobre del 2008 il direttore generale della BBC rispondendo ad una domanda del comico Ben Elton (che criticava il fatto che sulla BBC fosse permessa la satira nei confronti del cristianesimo ma bloccata quella nei confronti dell'Islam) ha giustificato tale autocensura sostenendo la necessità di usare maggiore cautela nei confronti di una minoranza suscettibile come quella musulmana. Il comico Ben Elton ha in seguito sostenuto che le reali motivazioni di queste censure siano in realtà il timore di ritorsioni.

Nelle moderne società europee sempre più multietniche è molto dibattuto il tema dell'accoglienza dei migranti che legalmente o illegalmente vi giungono in sempre maggior numero e che, a livello politico, si dovrebbero integrare attraverso pratiche politiche quali il multiculturalismo (Olanda, Gran Bretagna, Svezia), l'Interculturalismo (Italia), l'Assimilazionismo (Francia) e cosi' via. Queste politiche hanno in comune il riconoscimento di una sfera privata in cui gli individui (siano essi immigrati o autoctoni) sono liberi di scegliersi uno stile di vita (modo di vestire, riti religiosi e civili, cucina, musica,...) nell'ambito del quadro normativo stabilito dalle leggi in vigore nello stato ospite.

Secondo gli antislamisti questi modelli di accoglienza sono falliti nel caso dei migranti musulmani perché, come mostrano alcuni sondaggi di opinione, l'Islam li fa portatori di una identità religiosa esclusiva (l'appartenenza alla umma, la comunità dei fedeli al di la della loro nazionalità di origine) per cui tenderebbero a riunirsi in comunità autonome in seno al paese ospite, rifiutando da un lato l'integrazione piena nel suo tessuto sociale, politico ed economico e richiedendo dall'altro il riconoscimento di leggi che recepiscono i propri usi e costumi nel campo del diritto, portando così a differenziarsi non solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica. Questo starebbe facendo degenerare le società europee verso il comunitarismo, cioè la suddivisione dei cittadini su base etnico-religiosa con proprie regole di comportamento, anche quando tali comunità non condividono valori liberali. Tale atteggiamento trova un precedente nella politica adottata dall'Impero ottomano che divideva i sudditi su basi etnico-religiose in millet: ciascun millet, o "nazione", raggruppava le varie comunità di credenti non musulmane, guidate dai loro rappresentanti tradizionali, che divenivano anche funzionari ottomani. A causa della funzione soprattutto sociale e politica piuttosto che religiosa delle moschee (esistono altri luoghi di raduno islamici totalmente addetti alla preghiera, ovvero le musalla) alcuni paesi musulmani esercitano su queste uno stringente controllo per evitare che diventino (come nel corso della storia di alcuni paesi è in effetti successo) centri di potere politico, tanto che gli imam sono funzionari statali ed il testo dei loro sermoni del venerdì devono essere preventivamente autorizzati. Proprio la presenza o la costruzione di nuove moschee è occasione di frequenti polemiche perché, sebbene possano svolgere un ruolo positivo nel facilitare l'integrazione dei musulmani, indagini giornalistiche, giudiziarie e l'atteggiamento dei fedeli percepito come aggressivo tende ad alimentare in varie occasioni una forte opposizione in chi vive nei loro paraggi.

Sempre secondo gli antislamisti, le tendenza a fare corpo separato starebbe trovando una importante sponda a livello istituzionale, attraverso la definizione di regole e leggi specifiche per categorie di cittadini individuate su base etnico-religiosa, avviando un processo di tribalizzazione che altrove è stato chiamato apartheid. Ad esempio, secondo alcuni "la poligamia deve essere riconosciuta se previsto nel diritto familiare del paese di origine delle persone in questione", ma non al resto della popolazione. A tal proposito altri mettono, però, in evidenza che questa politica viola i valori guida delle democrazie liberali occidentali, che affondano le loro origini negli ideali laici di libertà, uguaglianza e fraternità della rivoluzione francese per cui e non "c'è ragione perché una ragazza musulmana sia trattata differentemente da una cristiana o da un'ebrea rispetto alla legge, comunque la pensino i suoi parenti".

Per tutte queste ragioni c'è chi propone di condizionare la concessione della cittadinanza alla piena adesione ai valori della Costituzione (magari puntualizzandone i principi in una Carta di Valori condivisi) o ridare lustro ai simboli laici dello Stato (bandiera, inno nazionale,...) come valori unificanti e neutrali per immigrati e non.

Una importante critica portata alle comunità musulmane in Europa è relativa alla mancata condivisione dei valori occidentali quali democrazia o il rispetto per l'altro (libertà di opinione, di stampa, di religione...).

Questo atteggiamento, che trova la sua origine direttamente nei precetti coranici, traspare dai risultati di sondaggi di opinione svolti nelle comunità islamiche, dall'analisi dei testi adottati nelle scuole islamiche, fatwa e da quanto rivelato da numerose inchieste giornalistiche condotte nelle moschee di diversi stati europei.

Oltre a ciò esistono numerose tradizioni attribuite a Maometto, non meno impegnative dei versetti del Corano stesso, che vietano ai musulmani di associarsi a miscredenti, ebrei e cristiani nelle loro manifestazioni pubbliche, siano esse religiose che non religiose.

I sondaggi sono uno strumento molto amato dai mass media, in quanto sono un modo sintetico con basi scientifiche per presentare dati e tendenze ed offrire spunti di discussione. L'universo musulmano in Occidente e' quindi spesso oggetto di indagini giornalistiche. Tenendo presente che la validita' scientifica dei sondaggi di opinione dipende molto dal campione prescelto, dall'intervallo di tolleranza e dal modo di porre le domande che ha una qualche influenza sulle risposte, e' comunque interessante riportare qualche recente indagine. È interessante in quanto non solo da' una qualche idea sulle dinamiche d'opinione all'interno dell'universo musulmano in Occidente, ma anche offre una carrellata su quali siano le fobie e i motivi di sospetto da parte degli occidentali nei confronti dei musulmani.

Uno strumento per inquadrare e valutare la propensione all'integrazione degli immigrati musulmani è offerto da studi ed inchieste sui sistemi scolastici di provenienza e sugli istituti di istruzione islamici di diversi paesi occidentali. In particolare, ne sono stati analizzati i libri di testo concludendo che gli studenti sono generalmente cresciuti nel culto della supremazia islamica ed educati all'odio verso gli infedeli (in particolar modo cristiani ed ebrei) additati come nemici, disumanizzati definendoli maiali e scimmie per poi incitare al Jihad militare contro di loro. Sull'argomento è da segnalare anche lo studio della Banca Mondiale che giudica come arretrato il sistema educativo di quei paesi .

Questi insegnamenti sono stati denunciati da tempo dalla comunità internazionale tanto che il governo saudita si è visto costretto ad intraprendere un processo di revisione del proprio sistema scolastico che però ancora non soddisfa gli osservatori, soprattutto considerando le ingenti risorse economiche che potrebbe mettere in campo per dare effettivo seguito a tale intendimento.

Sempre per quanto riguarda l'Arabia Saudita, di interesse è considerare anche i contenuti delle khutba, gli importanti sermoni del venerdì, tenuti nelle principali moschee del paese e resi disponibili sul sito alminbar: frequenti sono le accuse rivolte a cristiani ed ebrei di essere nemici di Allah e le esortazioni ad educare all'odio contro di loro i bambini, spronandoli anche alla Jihad. Incitamenti alla Jihad sono proclamati anche sulle televisioni di stato.

L'Autorità palestinese ha cominciato a compilare propri libri di testo a partire dal 1994. In precedenza erano adottati quelli egiziani per i bambini di Gaza e giordani per la West Bank.

A riguardo occorre ricordare anche le polemiche suscitate dal programma televisivo per ragazzi Pionieri di domani, più volte denunciato per incitare alla Jihad.

In Italia alcune indagini giornalistiche hanno analizzato i libri di testo adottati in alcune scuole islamiche del paese rivelando l'adozione di libri di testo provenienti da stati musulmani (Arabia Saudita) e la riproposizione di insegnamenti intolleranti riscontrati in quei paesi.

Un'inchiesta del The New York Daily News nel 2003 ha rivelato che tipicamente i libri di elementari e medie delle scuole private musulmane dell'area di New Yorrk non solo proclamano la supremazia dell'Islam ma insegnano anche che i cristiani "adorano statue", che gli ebrei sono obbligati dalla loro religione "a maledire i luoghi di culto altrui quando vi passano davanti" e che "molti" (cristiani ed ebrei) "conducono vite decadenti ed immorali tanto che bugie, alcohol, nudo, pornografia, razzismo, turpiloquio, sesso prematrimoniale, omosessualità e molto sono tollerati dalla loro società, nelle chiese cristiane e nelle sinagoghe ebraiche", peccati intollerabili nell'Islam. Riporta inoltre le affermazioni di un editore di questi libri di testo che afferma di ricevere finanziamenti direttamente dall'Arabia Sudita e quella di due autori: uno riconosce che i testi dovrebbero essere cambiati un altro che invece li difende così come sono. Racconta, infine, della lezione di un docente (un ebreo convertito all'Islam) che fa risalire l'inimicizia dei musulmani verso gli ebrei ed il dovere (dei musulmani) a combatterli all'affermazione di Maometto secondo il quale gli ebrei avrebbero alterato a loro vantaggio la Torah.

Daniel Pipes riferisce di una scuola islamica in Canada che "pretende la totale segregazione dall'ambiente canadese ed esige un'assoluta separazione dei sessi".

Le moschee svolgono nell'Islam un ruolo molto ampio: i musulmani non solo vi si riuniscono per pregare ma anche per esaminare questioni sociali e politiche e decidere sulla vita della comunità. L'evento più importante è costituito dal sermone del venerdì (khutba) in cui l'Imam fornisce le indicazioni più importante ed impegnative ai suoi fedeli. Per questa ragione numerosi paesi musulmani esercitano uno stretto controllo sulle attività che vi si svolgono tanto che gli Imam sono spesso dei funzionari pubblici ed i loro sermoni devono essere preventivamente approvati dalle autorità preposte. L'Islam affianca le moschee con le musalla, spesso dei semplici locali a pian terreno, dove una cinquantina di fedeli possono riunirsi in tranquillità per la preghiera del mezzogiorno.

Oltre che questo ruolo pratico, le moschee, così come le chiese, nella storia hanno svolto anche la funzione simbolica e politica di palesare l'appartenenza del territorio circostante all'Islam, soprattutto quando hanno un minareto utilizzato dal muezzin per invitare i fedeli alla preghiera che, come i campanili, svetta sugli edifici circostanti ed i progetti di nuove costruzioni sono sempre accompagnati da forti polemiche, in Italia (ad es. a Bologna) come all'estero (ad es. a Colonia, a Londra, a Marsiglia, a Siviglia o in Svizzera).

In occidente la costruzione di gran parte delle moschee e centri islamici è da tempo finanziato da paesi musulmani, soprattutto dalla ricca Arabia Saudita, paese sunnita dov'è maggioritario il rigido wahhabismo. Tra queste anche la Moschea di Roma per 50 milioni di dollari statunitensi a cui si aggiunge una donazione annuale per 1,5 milioni di dollari. In qualità di finanziatori, i sauditi impongono poi imam di loro gradimento e sono quindi in grado di influenzare gli orientamenti delle comunità che vi fanno riferimento. Una raccolta di sermoni pronunciati nelle più importanti moschee saudite sono messe a disposizione dal sito alminbar e molto criticati per le frequenti accuse rivolte a cristiani ed ebrei di essere nemici di Allah e le esortazioni ad educare all'odio contro di loro i bambini, spronandoli anche al jihad. Proprio per questo alcuni hanno declinato le offerte e c'è chi ha denunciato che sono proprio "le organizzazioni più estremiste, finanziate dai regimi dittatoriali arabi, quelle che si possono permettere di pagare persone che, a tempo pieno, si occupano degli immigrati. In occidente, nel 90% dei casi, le moschee dipendono dalle organizzazioni ideologicamente contigue al terrorismo, che hanno fondi illimitati".

L'istigazione a non aderire ai valori fondanti delle democrazie occidentali è stata ripetutamente evidenziate da indagini giornaliste in incognito svolte nelle moschee europee.

Secondo gli antislamisti, la legislazione e la giurisprudenza di diversi paesi europei sta mostrando la tendenza a legittimare atteggiamenti e comportamenti inaccettabili, considerando un'attenuante la loro matrice religiosa, col risultato di relativizzare i diritti individuali, mostrando un'eccessiva tolleranza, giustificata come rispetto per le tradizioni islamiche, ed assecondando una evoluzione in senso "comunitarista" delle società europee.

Nel 1999 tre curdi, che avevano soffocato una ragazza di 18 anni e barbaramente ucciso il suo ragazzo di 23 anni per punirli perché vivevano insieme contro il volere dei genitori, sono stati condannati solo per omicidio colposo in considerazione dei "valori del proprio paese di orgine fortemente intimizzati".

Nel 2002 un libanese che aveva stuprato, picchiato e quasi strangolato sua moglie, nonché un pastore di origine turca che aveva ucciso la moglie con 48 coltellate, si sono visti riconoscere forti sconti di pena, sempre per la loro specifica appartenenza etnico-religiosa.

Nel 2005 un curdo, che per gelosia aveva ferito gravemente la moglie, ha avuto forti sconti di pena per i suoi "livelli di inibizione inferiori nei confronti delle donne".

Nel 2007 una donna si è visto respingere la richiesta di divorzio per direttissima dal marito violento, perché entrambi i coniugi erano di origine marocchina e quindi, in ottemperanza alla versetto 4:34 del Corano ("gli uomini sono preposte alle donne"), con un invito esplicito a picchiare le insubordinate, "non è strano che un uomo eserciti il diritto di punizione corporale nei confronti della moglie".

Nel Regno Unito tra i musulmani cresce l'ostilità verso la Union Jack, da essi giudicata "grondante sangue". Per questa ragione la bandiera è scomparsa da un varco dell'aeroporto londinese di Heathrow, dai taxi delle città di Blackpool e Cheltenham e dalla stazione dei pompieri di Barking.

Michael Nazir-Ali, vescovo anglicano di Rochester, ha inoltre denunciato l'esistenza di aree ove i non musulmani sono sgraditi e anche a rischio mentre Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e primate anglicano, ritiene ormai inevitabile il recepimento di alcuni aspetti della sharia nella legislazione britannica.

Sebbene la bigamia sia un reato, il ministero del Lavoro e Pensioni ha concesso ai poligami assegni familiari per ogni moglie «aggiuntiva» a semplice domanda del marito e purché i matrimoni siano stati celebrati in Paesi nei quali il rito è legale.

A questo proposito si ricorda che, diversamente da quanto affermato nella sentenza della Corte di Cassazione e da quanto presuppone la circolare della Polizia di Stato, il Corano chiede il velo ma non ne stabilisce in modo chiaro il tipo. Il suo uso si basa, infatti, sulle Sure 33:59 (che chiede alle credenti di indossare il velo per poterle distinguere dalle altre così da non essere molestate dai musulmani) e 24:31, variamente interpretata (e tradotta): per alcuni il passaggio essenziale dovrebbe essere reso come "coprire i seni con il velo" per altri come "lasciar scendere il loro velo fin sul petto" ma comunque non si fa cenno alcuno alla necessità di coprire testa e volto o quant'altro se non indirettamente attraverso l'invito a mortificarsi e svelare i propri gioielli solo ai familiari. Assodato che il velo è un simbolo distintivo che le musulmane devono indossare cosicché i musulmani non le molestino (contrariamente a quanto possono fare con le altre donne), relativamente a cosa indossare c'è chi (Gamal al Banna, Hasan al-Turabi, Samira Munir ed altri musulmani cosiddetti moderati o riformisti) affermano che alle musulmane non è richiesto di coprirsi la testa ma è sufficiente nascondere il petto, altri invece (wahhabiti, Ruhollah Khomeyni, taliban, Fratelli musulmani e fondamentalisti in genere) impongono loro di coprire testa e collo (Hijab), tutto il corpo (chador) o anche il viso (burqa).

D'altra parte in diversi paesi arabi indossare il velo è di ostacolo nella ricerca di un lavoro e si sta anche vietando il suo uso per arginare l'assenteismo negli uffici pubblici di molte dipendenti che approfittano dell'anonimato per lasciare il posto di lavoro . A riguardo è da segnalare l'esperimento di una giornalista italiana che nel 2006 ha passato una giornata intera indossando un burqa senza che alcuno la identificasse ("Fino a lasciar passare una donna velata dalla testa ai piedi dove a un uomo con il passamontagna non sarebbe permesso mai"), neppure in un aeroporto.

Nel novembre 2006 ha iniziato il suo iter legislativo presso la Camera dei Deputati una proposta legislativa per definire le "norme sulla libertà religiosa e abrogazione della legislazione sui culti ammessi". Tra l'altro è stata proposta una modifica dell'articolo 11 che consentirebbe al ministro di culto di non pronunciare durante il rito gli articoli del codice civile sulla parità dei doveri fra mogli e marito (143, 144 e 147 del codice civile) "qualora la confessione abbia optato per la lettura al momento della pubblicazione", a tutto vantaggio del rito musulmano i cui principi religiosi privilegiano l'uomo e sono contrari alla parità dei diritti e dei doveri fra marito e moglie. Si ricorda, inoltre, che una indagine giornalistica ha rivelato che la poligamia, sebbene illegale, è già avallata da Imam in Italia e secondo la Caritas Italiana estesamente praticata. Sempre a proposito di matrimonio, vale la pena ricordare che proprio la poligamia comincia ad essere vietato nel diritto di famiglia di diversi paesi islamici.

Questi episodi, secondo gli antislamisti, sono indizi molto significativi sull'orientamento della giurisprudenza a favorire una deriva comunitarista della società, facendosi strumento di pressione contro il mondo accademico affinché temi come l'Islam non siano liberamente analizzati ed affrontati, creando un precedente pericoloso tale da scoraggiare altri studiosi dal manifestare pubblicamente la loro opinione.

Sempre in Olanda, la bandiera nazionale è stata vietata in molte scuole perché considerata discriminatoria dagli immigranti musulmani. Stessa sorte è toccata a gagliardetti ed adesivi sulle automobili dato che chi li esponeva era affrontato dai musulmani ed accusato di fascismo.

Sooreh Hera, artista iraniana dal 2000 rifugiata nei Paesi Bassi, per "ragioni di opportunità" si è vista ritirare un video ed un'immagine della sua esposizione Allah o gay-bar de l'Aja perché ritraevano Maometto e il genero Ali come una coppia omosessuale. Stessa sorte è toccata al filmato su YouTube, ritirato dal gestore che ne giudicava il "contenuto inappropriato". L'8 dicembre 2007 il quotidiano francese Le Figaro ha raccolto la seguente dichiarazione di Hera sulla vicenda: "Credevo che avrei trovato la libertà di espressione nei Paesi Bassi. Ma questo non è un paese libero. Questa è una nuova dittatura islamista".

In Svezia un'organizzazione islamica ha chiesto leggi separate per i musulmani, l'impegno del governo a costruire una moschea in ogni città, paese, sobborgo e la presenza degli imam nelle scuole pubbliche.

Nella tradizione islamica, la taqiyya indica la possibilità di rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l'adesione ad un gruppo religioso e praticarne i riti di nascosto per sfuggire ad una persecuzione. Prossimo al concetto di taqiyya è quello di kitmān che consiste nel dire solo una parte della verità riconoscendosi la riserva mentale di omettere il resto celando magari le proprie reali intenzioni.

Secondo alcuni, taqiyya e kitmān sono oggi ampiamente utilizzati dagli islamisti come strumento di lotta politica per diffondere ed affermare le loro idee nei paesi occidentali. Partendo dal comandamento coranico che impone ai musulmani di perseguire sempre e comunque l'allargamento dell'Islam, gli islamisti si riterrebbero, infatti, autorizzati/obbligati ad utilizzare a fini propagandistici taqiyya e kitmān per vincere l'ostilità dell'Occidente verso la loro fede, se questa fosse rivelata fino in fondo. Questo concederebbe loro un grosso vantaggio competitivo negli scontri dialettici, sia approfittando della scarsa conoscenza degli interlocutori dei principi dell'Islam (a partire dagli stessi concetti di taqiyya e kitmān ) sia sfruttando la presunzione di onestà intellettuale loro accordata.

Secondo diversi studiosi, ed in particolari i sostenitori della teoria geopolitica nota come Eurabia, coniata dalla storica britannica Bat Ye'or e divulgata in Italia soprattutto dalla scrittrice Oriana Fallaci, all'islamismo viene attribuito un intento strategico di penetrazione nelle società occidentali con l'obiettivo di islamizzarle. I fautori di questa teoria accusano in particolare il movimento dei Fratelli musulmani di essere il principale attore di questa strategia. Diversi autori tra i quali la scrittrice femminista Caroline Fourest hanno studiato libri, articoli, interviste e soprattutto le trascrizioni dei discorsi tenuti alle comunità islamiche europee da Tariq Ramadan, intellettuale Svizzero. Ad esempio, nel suo libro pubblicato in Francia e indedito in Italia, intitolato Frère Tariq, l'autrice cerca di dimostrare come, quando Tariq Ramadan si rivolge all'opinione pubblica occidentale, egli si proponga come un moderato, mentre quando si rivolge ai musulmani usi toni ed argomenti fondamentalisti.

Ogni lode sia ad Allah, il Signore dell'Universo, e devozione sia al capo dei giusti, il nostro signore Muḥammad, la sua famiglia e tutti i suoi Compagni.

Quest'uomo ha commesso apostasia; gli deve essere data la possibilità di pentirsi e se non dovesse accettare allora deve essere ucciso così com'è comandato dalla Sharīʿa. Per quanto attiene i suoi figli, finché sono piccoli devono essere considerati musulmani, ma quando raggiungeranno l'età della pubertà, allora se rimangono nell'Islam essi saranno musulmani, ma se lasciano l'Islam e non si pentono devono essere uccisi perché Allah sa tutto.

Sigillo di al-Azhar Capo del Consiglio della Fatwā di al-Azhar.

Per la parte superiore



Russia post-comunista

Egor Gajdar.

Con la dissoluzione dell'Unione Sovietica nel dicembre 1991, la Federazione Russa diventò uno Stato indipendente. La Russia era la più estesa delle quindici repubbliche che formavano l'URSS, nel suo territorio si produceva oltre il 60% del PIL ed era abitata da più della metà della popolazione sovietica. I Russi avevano inoltre sempre ricoperto posti di preminenza sia nell'esercito che nel Partito comunista. Per tali motivi la Russia è stata pacificamente considerata quale successore dello stato Sovietico nelle relazioni diplomatiche e come membro permanente dell'ONU titolare del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nonostante tale stato di cose, la Russia era priva di quel potere politico e militare proprio della disciolta Unione Sovietica. La federazione riuscì a fare in modo che le altre repubbliche post-sovietiche si disarmassero volontariamente delle armi nucleari contenute nel loro territorio e ad ottenere una forte influenza politico-militare su quest'ultime, ma la gran parte dell'esercito e della flotta russa nel 1992 risultavano in sostanziale disarmo. Nel giugno 1991, prima della dissoluzione dell'Unione Sovietica, Boris El'cin era stato eletto Presidente della Federazione Russa nella prima elezione presidenziale diretta della storia russa. Nell'ottobre 1991, quando la Russia era ormai prossima all'indipendenza, El'cin annunciò riforme di mercato e privatizzazioni sulla falsa riga di quelle polacche, anche conosciute "terapia shock".

La Russia odierna condivide grandi elementi di continuità con la cultura politica e le strutture sociali del proprio passato zarista e sovietico.

La conversione della più grande economia controllata dallo Stato in economia di mercato sarebbe stata enormemente difficoltosa senza riforme politiche. Gli obiettivi da perseguire al fine di affrontare tale transizione furono individuati in (1) liberalizzazione, (2) stabilizzazione e (3) privatizzazione. Tali politiche erano basate sul neoliberista "Washington Consensus" di IMF, Banca Mondiale e Dipartimento del Tesoro statunitense.

I programmi relativi alla liberalizzazione e alla stabilizzazione dell'economia russa furono gestiti dal Primo Ministro nominato da El'cin, Egor Gajdar, un economista liberale trentacinquenne, sostenitore della "terapia shock". Questa iniziò alcuni giorni dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica quando, il 2 gennaio 1992, il Presidente russo sancì la liberalizzazione dei commerci con l'estero, dei prezzi e della concorrenza. Lo scopo prefissato dall'eliminazione dei prezzi calmierati era quello di far convergere le merci nei negozi russi (in crisi di approvvigionamento), rimuovere le barriere all'economia e all'impresa privata e tagliare gli aiuti a fabbriche e fattorie statali. Con l'eliminazione di dazi e barriere esterne si voleva invece far convergere nuovo capitale nel mercato russo e, nel contempo, eliminare il potere dei monopoli statali.

I risultati della liberalizzazione, abbassando i controlli sui prezzi, portarono tuttavia a un'inflazione incontrollabile (aggravata dal fatto che la Banca Centrale, organo sotto il controllo del Parlamento, scettica di fronte a tali riforme, decise di stampare nuova cartamoneta per finanziare il debito accumulato) e la prossima bancarotta di molte imprese russe, il cui modello di produzione era inadeguato a confrontarsi con il libero mercato globale.

Il processo di liberalizzazione comportò vincitori e perdenti, la cui sorte era condizionata da un insieme di variabili quali classe sociale, età, gruppo etnico e regione geografica in cui il singolo individuo si collocava. Alcuni trassero dei benefici dall'aprirsi del paese alla concorrenza, per altri fu la rovina. Tra i vincitori c'era la nuova classe di imprenditori (alcuni dei quali dediti al mercato nero) che si erano formati durante la perestrojka. Ma la liberalizzazione dei prezzi comportò per gli anziani e per coloro che avevano uno stipendio fisso un drastico calo dello stile e della qualità di vita.

Mentre ogni mese si verificava un'inflazione a doppia cifra, fu avviata una stabilizzazione macroeconomica per porre freno a tale tendenza. La stabilizzazione, anche chiamata aggiustamento strutturale, si concretizzava in un duro regime di austerity (una severa e inflessibile politica monetaria e fiscale). Nel seguire il programma di stabilizzazione, il governo lasciò lievitare gran parte dei prezzi al consumo, alzò sensibilmente i tassi di interesse, elevò drasticamente il carico fiscale dei contribuenti e tagliò recisamente sia ogni sussidio alle industrie e alle imprese statali che la spesa sociale. A causa dell'improvvisa mancanza di fondi (e di ordini di produzione) molte imprese russe furono costrette alla chiusura, trascinando nella depressione economica il territorio loro circostante.

La spiegazione razionale del programma era rappresentata dal tentativo di comprimere la pressione inflazionistica incorporata dall'economia in modo che i produttori cominciassero a prendere decisioni economicamente ragionevoli circa produzione e investimenti e in tal modo cessasse lo spreco di risorse che aveva provocato le scarsità delle merci negli anni 80. Permettendo al mercato, piuttosto che ai piani governativi, di determinare prezzi, quantità di prodotti e livelli di output, i riformatori intendevano creare un sistema economico basato su incentivi all'efficienza, dove lo spreco e la noncuranza erano puniti dal mercato stesso. La rimozione delle cause della cronica inflazione sarebbe stata, secondo Gajdar, la base per tutte le altre riforme: l'iperinflazione, a parere dei riformatori, impediva democrazia e progresso economico e solo stabilizzando il tesoro statale sarebbe stato possibile smantellare l'economia pianificata sovietica e creare la nuova Russia capitalistica.

La ragione principale per cui la transizione russa è stata così faticosa è dà individuarsi nel fatto che il Paese doveva ricostruire allo stesso tempo sia le istituzioni politiche che quelle economiche, entrambe travolte dal crollo dell'URSS. Oltre a questo è opportuno evidenziare che la Russia era impegnata a ricostruire un nuovo Stato nazionale dopo la disintegrazione dell'Unione.

La propria preminenza all'interno del blocco sovietico ed Est-Europeo comportò una transizione molto più difficoltosa rispetto agli altri paesi della cortina di Ferro, quali Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che, dopo il crollo del Muro di Berlino, si erano avviati senza traumi eccessivi sulla strada delle liberalizzazioni economiche.

Il primo grande problema a cui la neonata Russia dovette far fronte fu l'eredità dell'enorme impegno profuso dall'URSS durante la Guerra Fredda. Alla fine degli anni '80 l'Unione sovietica investiva un quarto del proprio prodotto interno nel settore della difesa (stime coeve degli analisti occidentali ritenevano invece fosse solo il 15%). In quel periodo il complesso militare-industriale dava lavoro a un adulto su cinque. In alcune regioni della Russia metà della forza lavoro era impegnata nelle industrie belliche (nella stessa circostanza di tempo occore far presente, per comparazione, che il prodotto interno destinato a scopi bellici dagli USA era di uno a sedici, così come a tale percentuale corrispondeva la forza lavoro ivi impiegata). La fine della guerra fredda e il taglio degli investimenti statali in questo ramo colpirono duramente tali industrie a cui fu di fatto impossibile trovare nuovi mercati per vendere i propri prodotti. Durante il processo di conversione un enorme bagaglio di esperienza, rappresentato da specialisti qualificati e know-how andò perduta e le fabbriche furono a volte riconvertite dalla produzione di macchinari ad alta tecnologia a quella di utensili per cucina.

Un secondo ostacolo, parzialmente legato alla vastità e alla diversità geografica del territorio russo, era rappresentato dal vasto numero di economie regionali "mono-industriali" (regioni dominate da singole forze industriali) che la Russia ha ereditato dall'Unione Sovietica. La concentrazione della produzione in un numero relativamente basso di grandi imprese statali comportò la totale dipendenza dei governi locali al potere centrale: quando l'URSS collassò e i lacci che legavano Mosca alle singole repubbliche e regioni si sciolsero, la produzione in tutto il Paese crollò del 50%. Tale accadimento causò una tremenda disoccupazione e sottooccupazione.

In terzo luogo la Russia post-sovietica non poté utilizzare il sistema di previdenza sociale e di welfare dell'URSS. Prima delle riforme infatti le aziende, principalmente grandi imprese, erano tradizionalmente responsabili del welfare pubblico: provvedevano infatti all'assistenza sociale, agli alloggi, alla salute e allo svago della forza lavoro. I paesi e le città non possedevano invece neppure lontanamente l'apparato per provvedere ai servizi sociali basilari. Per tale ragione le trasformazioni economiche sopra descritte crearono drammatici problemi per quel che concerne il welfare poiché i governi locali erano di fatto impossibilitati dall'assumere la responsabilità finanziaria delle citate funzioni.

Per ultimo è opportuno considerare una dimensione di capitale umano. La popolazione dell'Unione Sovietica non poteva certo essere considerata culturalmente arretrata: il tasso di alfabetismo era molto elevato e il livello dei laureati sovietici era tra i più alti al mondo nelle scienze, nell'ingegneria e in alcune discipline tecniche. Tuttavia i sovietici non eccellevano in quelle che l'occidente chiama "arti liberali".. I manager sovietici erano inoltre estremamente validi nel raggiungere gli obiettivi prefissati dal governo, ma questa capacità si trasformò in debolezza con il cambio di regime, in quanto erano psicologiacamente inadatti a confrontarsi con i rischi del mercato. Il profitto e l'efficienza, non erano generalmente le priorità per i responsabili sovietici di impresa, i cui obiettivi consistevano invece nel raggiungimento dei target imposti dal governo e nell'organizzazione dell'assistenza sociale per i propri sottoposti.

L'economia russa cadde in una profonda depressione alla metà degli anni '90, per poi recuperare nel biennio 1999-2000 dopo essere stata ulteriormente colpita dal crollo finanziario del 1998. Secondo le statistiche del governo russo, il declino economico, in termini di Prodotto interno lordo, fu grave quanto quello scaturito in USA durante la Grande Depressione , nonché la metà dei catastrofici crolli verificatesi durante la Prima Guerra Mondiale, la caduta del regime zarista e la guerra civile.

Dopo le riforme economiche dei primi anni '90, vi fu un brusco incremento delle ineguaglianze sociali nonché del tasso di povertà in tutto il Paese. Stime della Banca mondiale, integrate con gli indici di mortalità, indicano che durante l'ultimo periodo del regime sovietico solo l'1,5% delle famiglie viveva sotto la soglia della povertà, mentre nel 1993 tale percentuale si era alzata tra il 39 e il 49%. Le entrate pro-capite si abbassarono di un ulteriore 15% durante la crisi del 1998.

Gli indicatori della salute pubblica segnano un analogo declino. Nel 1999 la popolazione totale era diminuita di 750.000 unità rispetto al periodo sovietico. La speranza di vita calò drammaticamente da 64 anni (1990) a 57 anni (1994) per gli uomini mentre per le donne il calo, anche se più modesto, fu da 74 a 71. Il brusco aumento della mortalità giovanile per cause non naturali (delitti, suicidi, e incidenti causati dalla scarsa attenzione per la sicurezza) ha significativamente contribuito a questo trend. Nel 2004 l'aspettativa di vita si è alzata rispetto al 1994, ma rimane comunque al di sotto dei valori del 1990.

Le morti legate all'abuso di alcool aumentarono del 60% negli anni '90, i decessi per infezioni e malattie trasmesse da parassiti addirittura del 100%, molto probabilmente perché i medicinali non erano più economicamente e logisticamente abbordabili per i poveri. Oggi il rapporto tra i morti e i nati in Russia è di tre a due.

La risoluzione della problematica concernete la carenza dei beni di consumo, che ha caratterizzato l'ultimo decennio del regime, non è solo dovuta all'apertura dei mercati alle importazioni estere ma anche all'impoverimento della popolazione. I russi con uno stipendio fisso (la stragrande maggioranza della forza lavoro) videro il proprio potere d'acquisto ridursi drammaticamente: anche se anche durante l'era El'cin i negozi erano di fatto pieni di merce, i lavoratori non potevano approfittarne.

Nel 2004 gli stipendi medi sono aumentati a più di 100 dollari per mese, dato emblematico della lieve ripresa negli ultimi anni, avvenuta grazie, in larga misura, ai prezzi elevati del petrolio. Tuttavia la crescita del reddito non è uniformemente distribuita: ineguaglianza sociale è cresciuta drasticamente negli anni '90, raggiungendo punte del 40 % del coefficiente di Gini. Le disparità nel reddito russo sono oggi pari a quelle sussistenti in Stati come Brasile e Argentina, e le ineguaglianze regionali stanno ancora crescendo vertiginosamente.

La riforma strutturale abbassò lo standard di vita di gran parte della popolazione, creando al contempo una forte opposizione politica. La democratizzazione del sistema politico diede infatti modo di esprimere agli svantaggiati da questo nuovo corso politico la propria frustrazione attraverso il voto ai candidati anti-riformatori, specialmente a quelli del Partito Comunista della Federazione Russa e degli alleati di quest'ultimo in Parlamento.

Durante gli anni del potere di El'cin i gruppi favorevoli a un ritorno al vecchio sistema economico e di welfare si organizzarono, esprimendo la loro opposizione alla riforma attraverso i sindacati, le associazioni dei direttori delle aziende di proprietà statale, e partiti politici del parlamento regolarmente eletto. Un tema costante della storia russa nel 1990 è stato il conflitto tra riformatori economici e gruppi ostili al nuovo capitalismo.

Il 2 gennaio 1992 El'cin — agendo in qualità di primo ministro — emanò tramite decreto le Riforme strutturali, eludendo in tal modo il Soviet Supremo e il Congresso dei Soviet, che erano stati eletti nel giugno dell'anno precedente, prima della dissoluzione dell'URSS. Mentre tale decisione risparmiò al Primo ministro la prospettiva di negoziazioni e contestazioni in Parlamento, distrusse le speranze di una significativa discussione sulla via da intraprendere per il bene del Paese. A posteriori, nonostante l'elevato prezzo pagato dalla popolazione russa per queste scelte autoritative, tali riforme non aiutarono di fatto il paese nella transizione all'economia di mercato.

Le Riforme dovettero, come già esposto sopra, affrontare alcuni ostacoli politici: la Banca Centrale sovietica, che anche dopo il crollo dell'URSS era subordinata al controllo del Soviet Supremo e, come tale, si opponeva alla Presidenza, durante il picco inflazionistico degli anni in 1992–1993 cercò di far fallire le riforme stampando nuova cartamoneta nel tentativo di finanziare il debito ma, nella sostanza, aggravando la situazione.

Lo scontro fra istituzioni per determinare i centri di potere dell'era post-sovietica e la natura delle riforme economiche, culminò nella sanguinosa crisi politica dell'autunno 1993. El'cin, a capo del movimento politico che promulgava la necessità di privatizzazioni radicali, venne duramente contrastato dal Parlamento. Osteggiato dall'opposizione riguardo ai poteri presidenziali del Decreto delle riforme e minacciato di incriminazione, il Presidente "sciolse" il parlamento il 21 settembre, in aperto contrasto con la Costituzione russa, e ordinò nuove elezioni e un referendum per una nuova Costituzione. Il Parlamento dichiarò allora El'cin deposto e nominò Aleksandr Ruckoj presidente ad interim il 22 settembre. La tensione si alzò bruscamente e la crisi giunse all'epilogo dopo i disordini del 2 - 3 ottobre. Il 4 ottobre El'cin ordinò alle teste di cuoio russe e ad unità d'elite dell'esercito di bombardare e assaltare il palazzo del Parlamento, chiamato "Casa Bianca". Con i carri armati schierati contro i difensori del parlamento, armati solo di pistole e fucili, l'esito fu fin da subito scontato. Al termine di un duro scontro Ruckoj, Ruslan Chasbulatov e gli altri parlamentari asserragliati si arresero, venendo immediatamente arrestati e imprigionati. Il conto ufficiale delle vittime fu di 187 morti e 437 feriti (con molti uomini uccisi o feriti tra le truppe d'assalto).

Con tale accadimento il periodo di transizione giunse al termine. Una nuova costituzione fu approvata da un referendum nel dicembre 1993, conferendo alla Russia un sistema politico fortemente presidenziale. Le privatizzazioni proseguirono. I leader dei parlamentari furono rilasciati senza lo svolgimento di alcun processo il 26 febbraio dell'anno successivo, ma non assunsero più alcun ruolo di aperta opposizione. Anche se gli scontri con l'esecutivo avrebbero potuto riprendere, il nuovo parlamento russo si ritrovò da allora con poteri estremamente circoscritti.

Nel 1994, El'cin inviò 40.000 militari in Cecenia al fine di contrastarne gli aneliti secessionisti. Stanziati a più di 1.200 km a sud di Mosca, per secoli i Ceceni avevano sfidato l'occupazione russa. Dzhokhar Dudayev, il Presidente nazionalista della Repubblica di Cecenia, era intenzionato a far uscire il proprio Stato dalla Federazione russa e dichiarò l'indipendenza cecena nel 1991. La Russia fu velocemente coinvolta in un conflitto spossante e sanguinoso come quello degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Quando i Russi attaccarono la capitale Groznyj, durante le prime settimane del gennaio 1995, all'incirca 25.000 civili morirono durante gli attacchi aerei e di artiglieria alla città assediata. L'uso massiccio di artiglieria pesante e di raid aerei rimase l'elemento dominante di tutta la campagna russa. Tuttavia i ribelli ceceni cinsero d'assedio migliaia di ostaggi russi, infliggendo perdite umilianti alle demoralizzate e male equipaggiate truppe nemiche. Alla fine di quell'anno, i militari russi non erano ancora riusciti a conquistare la totalità di Groznyj.

Dopo durissimi scontri la capitale fu presa nel febbraio 1995. Nell'agosto 1996 El'cin concordò il cessate il fuoco con i ribelli ceceni e un trattato di pace fu siglato nel maggio 1997. Il conflitto riscoppiò tuttavia nel 1999, rendendo gli accordi di pace privi di seguito. A oggi i ribelli ceceni continuano a resistere alla presenza russa.

Dopo la crisi finanziaria del '98, il primo ministro Evgenij Maksimovič Primakov fu revocato dal presidente Eltsin nel maggio 1999, per timore della sua crescente popolarità. Al suo posto Eltsin nominò a capo del governo Sergej Stepašin, ministro degli interni e già direttore dei servizi segreti FSB (l'ex KGB). Tuttavia il governo di Stepašin non durò che pochi mesi, dal momento che nel successivo agosto 1999 Eltsin lo revocò e nominò al suo posto Vladimir Putin, direttore in carica dell'FSB. A norma della Costituzione russa, la Duma ratificò prontamente la nomina di Putin.

Da personaggio quasi sconosciuto quale era, Putin riuscì velocemente a guadagnarsi la fiducia dell'opinione pubblica e di Eltsin soprattutto grazie alla sua gestione della seconda guerra cecena. Infatti, solo pochi giorni dopo la nomina di Putin, gli indipendentisti ceceni attaccarono l'Esercito russo in Daghestan, e qualche mese dopo si verificarono alcuni attentati contro quartieri residenziali di Mosca ed altre città russe, attribuiti anche questi ai ceceni ribelli. Putin prese in mano in prima persona la situazione (emblematica la sua celebre frase «scoveremo i terroristi anche nei cessi!»): le Forze Armate della Federazione Russa entrarono in Cecenia nel settembre 1999, dando inizio alla seconda guerra cecena. L'opionione pubblica russa dell'epoca, a causa della rabbia e della paura suscitate dagli attacchi terroristici ceceni in Russia, supportò fortemente l'iniziativa militare; tale supporto si tramutò in un balzo di popolarità per Putin, che la comandava personalmente.

Dopo il successo dei partiti che sostenevano il governo Putin alle elezioni parlamentari russe del dicembre 1999, Eltsin decise che era giunto il momento per un suo ritiro dalla secena politica ed il 31 dicembre 1999, esattamente otto anni dopo il discioglimento dell'Unione Sovietica, si dimise. Putin assunse l'incarico di Presidente ad interim della Federazione. Fra i suoi primi atti ci fu un decreto che garantì l'immunità al suo predecessore.

Nel febbraio 2000, le truppe russe entrarono a Groznyj, la capitale cecena; Putin si recò sul posto che dichiarare la vittoria nella guerra. Questo garantì a Putin un ampio margine nella corsa elettorale, ed infatti le successive elezioni presidenziali furono da lui vinte.

Nel secondo mandato della presidenza Putin la Russia ha accresciuto notevolmente il suo prestigio internazionale e la sua economia, ritornando al suo rango tradizionale di potenza globale, abbandonato nell'ultimo disastroso decennio nonostante il potenziale bellico sia rimasto pressoché inalterato. Molti oligarchi che si erano impossessati delle immmense risorse nelle mani dell'ex stato sovietico sono stati eliminati dalla scena economica, recuperando allo Stato giganteschi capitali soprattutto in campo energetico. Diverse compagnie petrolifere e di gas sono state nazionalizzate, razionalizzate in grandi trust come Gazprom e messe al servizio della politica ambiziosa del presidente.

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Donato Menichella

Donato Menichella (Biccari, 23 gennaio 1896 – Roma, 23 luglio 1984) è stato un economista italiano. Fu direttore generale dell'IRI e governatore della Banca d'Italia.

Inizia i suoi studi secondari medi al Collegio “Ruggero Bonghi” di Lucera, consegue nel 1913 il diploma di Ragioniere presso Istituto “Pietro Giannone” di Foggia e nel 1920, dopo aver preso parte alla Prima Guerra mondiale, si laurea in Scienze sociali presso l’Istituto “Vittorio Alfieri” di Firenze.

Dopo un breve periodo alle dipendenze dell'Istituto Nazionale per i cambi con l'estero (INCE), entra nel 1921 in Banca d'Italia dove, nel 1923, si occupa della liquidazione della Banca Italiana di Sconto (BIS). Dal 1924 lavora per la Banca Nazionale di Credito (BNC) e nel 1931, dopo la fusione tra BNC e Credito Italiano (Credit), segue gli affari industriali della nuova BNC e dirige la Società Finanziaria Italiana (SFI), che aveva rilevato le partecipazioni industriali di Credit.

Nel 1933 è chiamato all'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) dal presidente Alberto Beneduce e posto a capo della Sezione Smobilizzi Industriali. All’IRI il suo lavoro è decisivo per il salvataggio dell’economia italiana di quegli anni. Dal 1934 al 1944 è Direttore generale dell’IRI e dà un contributo sostanziale alla preparazione della Legge bancaria del 1936, ribattezzata “riforma Menichella” e imperniata sul principio della separatezza tra banca e impresa.

Nel 1946, su indicazione di Luigi Einaudi, Menichella assume l’incarico di Direttore generale della Banca d'Italia e nel 1947 (con la nomina di Einaudi a ministro del Bilancio nel quarto governo De Gasperi), le funzioni di Governatore della Banca d'Italia, al vertice della quale è nominato nel 1948.

Nel dicembre 1946 è tra i fondatori dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (SVIMEZ), che elabora l'idea di un "nuovo meridionalismo", fondato sull'intervento straordinario nel Mezzogiorno. Alla scadenza del Piano Marshall, e sull’esempio dell’americana Tennessee Valley Authority, Menichella suggeriva il progetto della Cassa per il Mezzogiorno (1950), intesa come agenzia temporanea destinataria delle disponibilità della Banca Mondiale a finanziare con prestiti in dollari programmi di investimenti nelle aree depresse del mondo.

Nel 1960, dopo aver contribuito al raggiungimento di prestigiosi traguardi economici internazionali (parità della lira secondo le disposizioni del Fondo Monetario Internazionale, Oscar del Financial Times per la migliore valuta alla lira e Oscar come migliore governatore centrale), si dimetteva dall’incarico di Governatore della Banca d’Italia.

Ultimo rappresentante di un’intera epoca della finanza e dell’amministrazione pubblica italiana, moriva a Roma il 23 luglio 1984.

A lui nel 1986 la Banca d’Italia intitolava una prestigiosa borsa di studio e, nel 1999, il centro operativo di Vermicino, nel comune di Frascati (RM).

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Società finanziaria internazionale

La Società finanziaria internazionale (in inglese International Finance Corporation - IFC) è un'agenzia della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS).

Fondata nel 1956 allo scopo di promuovere lo sviluppo dell'industria privata nei paesi in via di sviluppo attraverso l'erogazione di appositi investimenti e la mediazione verso il mercato internazionale del credito, l'IFC opera - in collaborazione con investitori privati - fornendo alle imprese private che dimostrino di poter essere efficienti, capitale proprio e capitale obbligazionario; gli investimenti dell'IFC, esclusivamente a copertura parziale delle risorse finanziarie richieste dai progetti interessati, sono sempre cofinanziati da istituti bancari privati e non sono garantiti dai governi.

Ulteriori scopi istituzionali di tale organismo finanziario internazionale sono quelli di incoraggiare lo sviluppo dei mercati dei capitali dei paesi beneficiari e di stimolare il flusso internazionale di capitali privati verso tali nazioni.

I 177 paesi membri dell'IFC concorrono collettivamente alla determinazione delle politiche dell'organismo ed all'approvazione degli investimenti; solo i paesi membri della BIRS possono essere membri dell'agenzia. I diritti di voto all'interno del principale organo dell'IFC (il Consiglio dei Governatori) sono proporzionali alle quote di capitale (azioni) detenute dai vari paesi.

Analogamente a quanto avviene in molti degli organismi finanziari internazionali il Consiglio dei Governatori delega la maggior parte dei propri poteri al Consiglio Direttivo composto dai Direttori esecutivi della BIRS rappresentanti i paesi memri dell'IFC; in particolare è proprio il Consiglio Direttivo ad effettuare la revisione dei progetti di investimento sottoposti all'IFC.

Sebbene in diverse aree la Società finanziaria internazionale coordini le proprie attività con gli altri organismi appartenenti al gruppo della Banca mondiale solitamente effettua le proprie operazioni in maniera indipendente essendo un organismo sia legalmente che finanziariamente autonomo.

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Operazione Scudo difensivo

L'Operazione Scudo difensivo (in ebraico מבצע חומת מגן‎, Mivtza Homat Magen, let. "Operazione Muro difensivo") è stata una grande operazione militare condotta dalle Forze di Difesa Israeliane nel 2002, nel corso della seconda Intifada. E' stata la più grande operazione militare nella Cisgiordania, dopo la guerra dei sei giorni del 1967.

Operazione Scudo difensivo è iniziata il 29 marzo 2002, con un'incursione in Ramallah, seguiti da incursioni in sei grandi città in Cisgiordania, e le loro località circostanti. Le Forze di Difesa Israeliane hanno invaso Tulkarm e Qalqilya il 1 ° aprile Betlemme il giorno successivo, Nablus e Jenin il successivo ancora. Da 3-21 aprile, il periodo è stato caratterizzato da un rigoroso coprifuoco sulla popolazione civile e da restrizioni di movimento del personale internazionale, tra cui, a volte, il divieto di ingresso per il personale medico e umanitario, nonché osservatori dei diritti umani e giornalisti.

Secondo The Guardian, nel corso delle tre settimane di operazione almeno 500 palestinesi sono stati uccisi e 1.500 sono stati feriti. Secondo la Mezzaluna Rossa palestinese oltre 4258 persone sono state detenute dai militari israeliani. L'offensiva israeliana ha lasciato 29 soldati israeliani morti e 127 feriti.

Oltre alle perdite di vite umane, enormi perdite economiche a causa della distruzione di proprietà e l'incapacità di raggiungere i luoghi di lavoro sono stati un importante caratteristica di questo periodo. La Banca Mondiale ha stimato che più di $ 360 milioni è stato il valore del danno che è stato causato per le infrastrutture e le istituzioni palestinesi , $ 158 milioni dei quali provenienti dal bombardamenti aerei e la distruzione di case a Nablus e Jenin. Ampie facsie della popolazione palestinese sono rimaste senza tetto per l'azione e l'Autorità palestinese non è riuscita a ricostruire in pieno le infrastrutture danneggiate per circa due anni dopo l'invasione.

Il rapporto delle Nazioni Unite su questo tema, spiega, "combattenti condotti su entrambi i lati in modo che, a volte, messo civili in modo pericoloso. Gran parte dei combattimenti durante l'Operazione Scudo difensivo si sono verificati in zone densamente popolate da civili, e in molti casi sono state utilizzate armi pesanti.

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Lago d'Aral

Mappa della zona intorno al lago d'Aral, rappresentato nella sua estensione del 1960.

L'Aral (in russo Aralskoje More, Аральскοе мοре; in kazako Арал Теңізі) è un lago salato di origine oceanica, situato alla frontiera tra l'Uzbekistan (nel territorio della repubblica autonoma del Karakalpakstan) e il Kazakistan. Erroneamente è chiamato mare d'Aral, poiché possiede due immissari (Amu Darya e Syr Darya) ma non ha emissari che lo colleghino all'oceano; è infatti un bacino endoreico. Il nome deriva dal Chirghiso "Aral Denghiz" (mare delle Isole) a causa delle numerosissime isole che erano presenti nei pressi della costa orientale. Geograficamente si pone ad est dell'altipiano dell'Ust-Urt che lo separa dal Mar Caspio. In origine il lago faceva parte di un vasto oceano che comprendeva anche il Mediterraneo ed il Mar Nero e che, ritirandosi ha generato, oltre all'Aral, anche il Mar Caspio. Ne sono testimoni le numerose conchiglie fossili di cui è disseminato il deserto del Karakum che si trova a sud. Il lago ha sempre mostrato importanti variazioni nel suo livello in tempi storici ma con periodi del tutto non compatibili con quelli del ciclo di Brückner, ovvero 35 anni. Proprio in tempi recenti, sul fondo prosciugato del lago, sono riapparsi resti di un villaggio di una popolazione stanziale del XIV secolo dedita alla coltivazione del riso. È da considerarsi errata l'idea che in tempi storici il lago sia scomparso e riapparso più volte. Le variazioni di cui si ha certezza sono quelle che lo hanno visto diminuire fino all'anno 1880. Da quel momento fino al 1908 si era osservato un innalzamento della superficie di circa 3 metri nonostante fossero già stati avviati, seppur in piccola scala, i lavori di deviazione dei due immissari. Accertato invece è che nell'antichità avesse un emissario che portava le sue acque fino al mar Caspio e che fungeva da via navigabile collegata alla "via della seta".

Il lago d'Aral è vittima di uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall'uomo. L'evento è stato tra l'altro definito dal politico statunitense Al Gore nel suo libro "Earth in the balance" come il più grave nella storia dell'umanità. Originariamente infatti, il lago era ampio all'incirca 68.000 km², ma dal 1960 il volume e la sua superficie sono diminuiti di circa il 75% . Questo è stato principalmente dovuto al piano di coltura intensiva voluto dal regime sovietico dell'immediato dopoguerra. L'acqua dei due fiumi che tributavano nel lago è stata prelevata, tramite l'uso di canali e per gran parte della lunghezza dei fiumi stessi, per irrigare i neonati vasti campi di cotone delle aree circostanti . Sin dal 1950 si poterono osservare i primi vistosi abbassamenti del livello delle acque del lago. Già nel 1952 alcuni rami della grande foce a delta dell'Amu Darya non avevano più abbastanza acqua per poter sfociare nel lago. Il piano di sfruttamento delle acque dei fiumi a scopo agricolo aveva come responsabile Grigory Voropaev. Voropaev durante una conferenza sui lavori dichiarò, a chi osservava che le conseguenze per il lago sarebbero state nefaste, che il suo scopo era proprio quello di "far morire serenamente il lago d'Aral". Era infatti così abbondante la necessità di acqua che i pianificatori arrivarono a dichiarare che l'enorme lago era ritenuto uno spreco di risorse idriche utili all'agricoltura e, testualmente, "un errore della natura" che andava corretto. I pianificatori ritenevano che il lago, una volta ridotto ad una grande palude acquitrinosa sarebbe stato facilmente utilizzabile per la coltivazione del riso. Per far posto alle piantagioni, i consorzi agricoli non hanno lesinato l'uso di diserbanti e pesticidi che hanno inquinato il terreno circostante. Nel corso di quattro decenni la linea della costa è arretrata in alcuni punti anche di 150km lasciando al posto del lago un deserto di sabbia salata invece del previsto acquitrino. A causa infatti della sua posizione geografica (si trova al centro dell'arido bassopiano turanico) è soggetto a una forte evaporazione che non è più compensata dalle acque degli immissari. L'impatto ambientale sulla fauna lacustre è stato devastante. Il vento che spira costantemente verso E/SE trasporta la sabbia, salata e tossica per i pesticidi, ha reso inabitabile gran parte dell'area e le malattie respiratorie e renali hanno un'incidenza altissima sulla popolazione locale. Le polveri sono arrivate fino su alcuni ghiacciai dell'Himalaya.

I numerosi insediamenti di pescatori che vivevano del pesce del lago sono stati via via abbandonati fino al 1982, anno della definitiva cessazione di ogni attività direttamente correlata alla pesca nel lago. Gli stabilimenti di lavorazione del pesce hanno continuato comunque a funzionare per molti anni grazie allo sforzo del governo di Mosca che aveva ordinato che parte del pesce pescato sul Mar Baltico fosse trasportato e lavorato presso gli impianti di inscatolamento di Moynaq in Uzbekistan. A lungo andare, tuttavia, gli irragionevoli costi di questa pratica ne imposero il fermo. Ogni attività produttiva legata al pesce ha quindi avuto termine. Nel corso degli anni sia la città di Moynaq (situata a Sud del lago, in Uzbekistan, nel territorio della repubblica del Karakalpakstan) che la città di Aralsk (situata nel nordest del lago, in Kazakistan) sono diventate meta di un lugubre turismo che cerca le carcasse delle navi arrugginite abbandonate in quello che ora è un deserto di sale ed una volta era un florido lago. C'è un adagio in voga tra i pochi abitanti rimasti in queste città ormai semi abbandonate: "Se ognuno dei turisti che è venuto qui ad osservare la nostra miseria avesse portato con sé un bicchiere d'acqua, oggi l'Aral sarebbe nuovamente pieno". A tutt'oggi, al di là di alcuni accordi formali tra loro, i governi delle nazioni che insistono nell'area interessata (oltre al Kazakistan e all'Uzbekistan anche il Tagikistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan ed in parte l'Afghanistan) non hanno intrapreso significative azioni comuni per ripristinare l'afflusso delle acque verso il bacino del lago. Il motivo è che la coltivazione del cotone impiega ormai una quantità di lavoratori cinque volte maggiore di quella che una volta era impiegata nella pesca (che invece era concentrata nei soli Kazakistan ed Uzbekistan). Inoltre i terreni che le acque del lago hanno scoperto ritirandosi hanno mostrato di essere ricchissimi giacimenti di gas naturale. Nel corso del 2006 un importante accordo per lo sfruttamento del sottosuolo del lago è stato raggiunto tra il governo del Uzbekistan, la società russa LUKOil, la Petronas, la Uzbekneftegaz e la China National Petroleum Corporation. Un eventuale ritorno dell'acqua al livello originario sulla riva uzbeka renderebbe complicato questo genere di attività.

Per anni, una grave preoccupazione era costituita dall'installazione militare sovietica abbandonata dal 1992 i cui resti si trovano tutt'ora su quella che una volta era l'Isola di Vozroždenie. In quella base infatti venivano condotti esperimenti di armamenti chimico-batteriologici. A causa dell'abbassamento del livello del lago, tale isola ormai era di fatto diventata parte della terraferma e facilmente raggiungibile. La presenza di fusti di antrace e di altri agenti tossici era nota e confermata sia dalle autorità ex-sovietiche, sia dalle autorità uzbeke, sia da quelle statunitensi incaricate di indagare sulla effettiva pericolosità del luogo. Tale installazione è stata bonificata definitivamente nel 2002 con uno sforzo congiunto delle autorità del Kazakistan e dell'Uzbekistan coadiuvate da consulenti statunitensi. Periodici sopralluoghi vengono via via effettuati nella zona per accertare l'eventuale persistenza di agenti tossici.

Il lago, prosciugandosi, si è diviso, dal 1987, in due laghi distinti. Quello a sud, e quello (molto più piccolo) a nord. Il lago nord ("Piccolo Aral") dopo alcuni lavori di bonifica è stato completamente isolato dalla parte sud con la costruzione, finanziata dalla Banca Mondiale, della diga chiamata Kokaral e nuovamente ricongiunto, seppur con un afflusso ridotto, all'antico affluente Syr Darya. La costruzione della diga è stata completata nel 2005. Essa è una parte di un progetto più grande che punta alla riqualificazione della parte kazaka del lago. Il completamento dei lavori, che tra l'altro prevedono una forte riduzione degli sprechi idrici del Syr Darya in modo da far arrivare al lago quanta più acqua possibile, è previsto per la fine del 2008. I risultati sono stati sorprendentemente incoraggianti tanto che in alcuni villaggi è ripresa l'attività di pesca dopo che alcune specie di pesci erano state reintrodotte proprio per tentare di rendere la pesca nuovamente praticabile. Le acque del lago, inoltre, sono risultate abbastanza pulite da essere potabili e la salinità è tornata livelli simili a quelli pre 1960. La costruzione di una nuova e più grande diga è allo studio. Sarebbe anch'essa finanziata per l'85% dalla banca mondiale e per il 15% dal governo del Kazakistan. L'obiettivo della nuova diga sarebbe quello di riportare il livello del "Piccolo Aral" fino a consentirgli di bagnare e rendere nuovamente operativo, entro il 2015, il porto di Aralsk che al momento è ancora a circa 25 km di distanza dal lago. Notevole è stato l'aumento del livello delle acque. Dal 2003 al 2008 la superficie del Piccolo Aral è passata da 2550 km² a 3300 km². Nello stesso periodo la profondità è passata da 30 a 42 metri. C'è da considerare tuttavia il fatto che il "Piccolo Aral" giace completamente sul suolo del Kazakistan e la sua divisione ha, in pratica, condannato a morte il "Grande Aral" che invece giace in gran parte in Uzbekistan. Le autorità dell'Uzbekistan ritengono che ormai la situazione sia talmente compromessa che l'unica soluzione sia quella di investire nel rinverdimento del deserto lasciato dal lago evaporato invece di provvedere ad un suo eventuale nuovo riempimento. Stanno avendo un discreto successo delle opere di rimboschimento di Haloxylon ammodendron, un arbusto noto anche con il nome di "albero del sale" in grado di vivere in ambienti aridi e dalla salinità elevata. Secondo un piano curato da autorità tedesche, uzbeke e kazake, nel giro di 10 anni circa 300.000 ettari saranno rimboschiti con questo tipo di vegetazione. L'obiettivo è quello di ridurre del 60%-70% la velocità del vento al suolo durante le frequenti tempeste di sabbia in modo da ridurre sensibilmente la quantità di polveri che i venti portano nei dintorni.

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CARE International

L'organizzazione umanitaria Care International, fondata negli Stati Uniti nel 1945, ha come scopo di combattere la povertà nel mondo ed opera a favore di 30 milioni di persone nei 72 Paesi più poveri di Asia, Africa, America Latina, Medio Oriente e Europa orientale. L'organizzazione ha il suo quartier generale a Bruxelles e 11 uffici in Europa, Australia, Nord America e Giappone. Gestisce oltre 500 programmi in tutto il mondo. Dei suoi oltre 10.000 dipendenti - secondo il sito internet dell'organizzazione - 9.000 sono cittadini dei Paesi dove l'ONG realizza programmi. I programmi di Care sono sostenuti da diverse istituzioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite, la Banca mondiale e l'Unione europea.

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Fair

Fair è un'organizzazione dell'economia solidale italiana impegnata nello sviluppo di filiere equosolidali ed ecologiche, in servizi di consulenza e comunicazione sociale e in campagne e formazione sui temi della globalizzazione e del commercio internazionale. Collabora con LiberoMondo nella campagna Fairlife (www.myfairlife.it), con diverse organizzazioni tra cui Campagna per la Riforma della Banca Mondiale in Tradewatch (www.tradewatch.it) ed è tra i promotori della Campagna Sbilanciamoci.

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Source : Wikipedia