Attentati

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Inviato da david 07/03/2009 @ 20:11

Tags : attentati, terrorismo, crisi e conflitti, esteri

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Attentati dell'11 luglio 2006 a Mumbai

Mahim train blast.jpg

Gli attentati dell'11 luglio a Mumbai si verificarono nella città dell'India l'11 luglio 2006 e provocarono 190 morti e 714 feriti.

Ad essere colpiti furono i treni di linea della Western Railway, carichi di pendolari nell'ora di punta, che ogni giorno trasportano 4 milioni e 500 mila persone dentro e fuori la capitale economica della nazione. La prima esplosione si verifica alle 18.09 nella stazione di Khar, nei vagoni di prima classe. Nel giro di 20 minuti ne seguono altre cinque, a Jogeshwarii, Borivili, Mira Road, Matunga e Bandra. Una settima esplosione si verifica nella metropolitana, all'altezza di Santacruz. I soccorsi sono difficoltosi, oltre che per il caos, anche per la forte pioggia che cade su Mumbai. Tutti i treni colpiti erano partiti dalla stazione di Churchgate, perciò si ritiene possibile che i terroristi abbiano piazzato lì gli ordigni per azionarli poi a distanza o con dei timer. L'esplosivo utilizzato pare essere l'RDX, ma sono ancora in corso accertamenti. Dopo le esplosioni la città è rimasta completamente paralizzata, con la rete telefonica, sia fissa che mobile, che ha completamente smesso di funzionare.

Il governo si riunisce subito per una seduta d'emergenza, mentre ai cittadini viene imposto di non abbandonare le case. Viene proclamata l'emergenza e tutti i punti più sensibili della nazione sono tenuti sotto stretto controllo nel timore di altri attacchi. Contemporaneamente la stessa misura per prudenza viene presa anche dalla città di New York. Le forze di sicurezza indiane scovano e disinnescano un altro ordigno. Nella notte la polizia riviene in tre delle stazioni colpite congegni (due timer e tre detonatori) usati per gli attentati. Il ministro degli interni indiano Shivarj Patil ha dichiarato ai giornalisti che le autorità avevano informazioni su un possibile attacco, "ma luogo e data non erano noti". Il governo indiano è stato duramente criticato per l'accaduto dall'opposizione, soprattutto dai nazionalisti indù del Bharatiya Janata Party (BJP), il cui leader L.K. Advani denuncia l'"atteggiamento troppo debole nella lotta contro i terroristi".

Le bombe erano ad alto potenziale, tanto che sono state udite a chilometri di distanza, e sarebbero state lasciate negli uffici bagagli. Secondo fonti del ministero dell'Interno l'attentato non avrebbe collegamenti con altre bombe esplose nella stessa giornata in Kashmir, ma potrebbero essere legate alle elezioni che erano in corso nel Pok, zona di quella regione controllata dal Pakistan.

Nelle ore successive all'attacco viene diffusa la notizia che la polizia abbia arrestato un uomo, Mohamed Afzal, che avrebbe confessato di aver partecipato agli attentati e di appartenere al gruppo terrorista dei Larkash-e-Taiba, il principale gruppo islamico separatista del Kashmir, legato ad Al Qaeda. Il gruppo è stato responsabile già in passato di numerosi attacchi sul territorio indiano, fra cui uno al parlamento indiano nel 2001 e bombe al mercato di Nuova Delhi nell'ottobre 2005. Altre sei persone sono fermate proprio nel Kashmir. Da parte sua l'organizzazione, tramite il portavoce Abdullah Ghaznavi, nega però ogni addebito, condannando anzi gli attentati: "questi sono atti inumani e barbari. L'Islam non permette l'uccisione di una persona innocente. Indicare come responsabili di questi atti inumani il Lakshar-i-Taiba rappresenta un tentativo delle agenzie di sicurezza indiane di diffamare la lotta per la libertà in Jammu e Kashmir". Anche il secondo gruppo separatista più importante, l'Hezb-ul-Mujaheddin, smentisce ogni coinvolgimento: "Gli attacchi contro civili non fanno parte del nostro programma politico. Noi non abbiamo mai fatti simili attacchi né permetteremmo a chicchessia di farlo" (il portavoce Ehsan Elahi). La polizia e i servizi segreti continuano però a seguire la pista della guerriglia islamica, in quanto, secondo il ministro Patil, ci sono delle somiglianze con le tecniche usate solitamente dagli indipendentisti, principalmente la scelta di esplosioni a catena. Il 13 luglio il Ministero dell'Interno indica il coinvolgimento dello Students' Islamic Movement of India, che si sarebbe occupato dell'aspetto logistico dell'attacco. Ad oggi comunque l'attentato non è stato ancora rivendicato. In ogni caso Abu al-Haaded, presunto responsabile di Al Qaeda in Kashmir ha detto a Current News Service: "Esprimiamo la nostra gratitudine e felicita' a chiunque abbia compiuto gli attacchi".

Altre piste, finora non battute dalle autorità, portano a scontri fra diversi gruppi indù, dopo gli scontri di qualche giorno prima a Bénarès (nord dell'India). Proprio due giorni prima a Mumbai si era svolta una manifestazione - finita in violenti scontri con la polizia - a causa dalla profanazione della statua della moglie del fondatore del partito indù Shiv Sena. Nemmeno le circostanze di questo episodio però sono chiare, tanto che i militanti di estrema destra ne hanno accusato i musulmani.

Secondo fonti anonime della polizia, riportate dal quotidiano Indian Express, "dietro l'operazione terroristica a Bombay così ben coordinata e ben preparata c'è una importante potenza". La polizia avrebbe identificato e sta ricercando due uomini che avrebbero collocato gli ordigni nella stazione di Borivili. Esisterebbe l'identikit di uno dei due: un ragazzo che avrebbe collocato la bomba per scendere poi molto frettolosamente dal treno. Nei giorni successivi all'attentato la polizia interroga fra le 250 e le 300 persone, di cui 20 sono sottoposte a fermo. Nella mattina del 13 luglio in una stazione di Bombay quattro giovani vengono arrestati per comportamento sospetto: avrebbero tentato di disfarsi delle loro borse alla vista degli agenti.

La città di Mumbai ha reagito con forza e civiltà all'attentato: non c'è stato nessuno sciopero o manifestazione, scuole, negozi ed uffici sono rimasti aperti. Molte persone, sia induisti che musulmani, hanno fatto la fila davanti agli ospedali per poter donare sangue da destinare alla cura dei feriti. La linea ferroviaria è stata rapidamente riavviata e la popolazione è stata rassicurata dal premier Singh: "Ci adopereremo per sconfiggere i piani diabolici dei terroristi. Non lasceremo che riescano (...) Il governo adotterà tutte le misure possibili per mantenere l'ordine pubblico e sconfiggere le forze del terrorismo (...) Invito la gente a restare calma, a non ascoltare le voci incontrollate e a dedicarsi alle proprie attività normalmente". Il ministro delle Ferrovie, Lalu Prasad, ha promesso invece un adeguato risarcimento alle vittime.

Da tutto il mondo sono giunte forti condanne all'accaduto, anche da parte del Pakistan, in lotta con l'India dal 1947 per il controllo del Kashmir: il presidente pakistano Pervez Musharraf ha parlato di "spregevole atto di terrorismo". Una nota del Ministero degli esteri pakistano recita: "Il terrorismo è il flagello dei nostri tempi e deve essere condannato, respinto e affrontato in modo efficace e globale. Questo spregevole atto di terrorismo è costato la perdita di moltissime vite preziose". Secondo Sean McCormacj, capo portavoce del Dipartimento di Stato Usa, "si tratta di insensati atti di violenza, intesi a colpire persone innocenti che stavano tornando a casa in treno come ogni giorno, è una terribile tragedia per l'India". George W.Bush ha in seguito espresso il suo apprezzamento per l'impegno dell'India nella lotta al terrorismo. Il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, ha inviato ad Avul Pakir Jainulabedeen Abdul Kalam, presidente indiano, il seguente messaggio: "In questo doloroso momento, l'Italia è particolarmente vicina al suo Paese, cui è legata da vincoli di solidarietà ed amicizia e con il quale condivide il più fermo rifiuto del terrorismo. A nome del popolo italiano e mio personale, l'espressione del più profondo e sentito cordoglio, di cui la prego di volersi rendere interprete anche con le famiglie delle vittime". Anche il vicepremier e Ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha inviato una lettera di cordoglio al premier indiano Manmohan Singh: "Desidero farle pervenire il profondo cordoglio e la mia personale partecipazione al lutto che ha colpito l'India a seguito degli attentati avvenuti nella città di Mumbai, che hanno provocato gravissime perdite di vite umane e ingenti danni materiali. A nome del mio Governo e di tutti gli italiani vorrei esprimerle la più sincera solidarietà, unitamente alla più ferma condanna per questi atti di inumana violenza, che rafforzano il fermo proposito della Comunità internazionale di agire con la massima determinazione nella lotta contro il terrorismo". Il presidente francese Jacques Chirac ha espresso indignazione, mentre il responsabile esteri dell'Unione Europea Javier Solana si è detto "scioccato". Tony Blair ha espresso solidarietà alla "più grande democrazia del pianeta".

Kofi Annan si è detto "inorridito", mentre il portavoce dell'ONU Stephane Dujarric ha dichiarato: "Questi atti non possono essere giustificati da alcuna rivendicazione servono solo a riaffermare che il terrorismo rappresenta una delle più gravi minacce alla pace e alla sicurezza e ad accrescere l'urgenza di un'azione coordinata tra tutti i Paesi per sconfiggere il terrorismo".

Papa Benedetto XVI ha inviato tramite il cardinale Angelo Sodano un telegramma alle autorità religiose indiane, in cui definisce l'attentato un "'atto insensato contro l'umanita" e promette preghiere e vicinanza spirituale per le vittime e le loro famiglie ("sui numerosi feriti invoca il dono della forza, della consolazione e del conforto").

La Conferenza episcopale indiana, tramtite il portavoce, padre Babu Joseph, "condanna l'attacco compiuto con delle bombe esplose in serie che ha colpito Mumbai, ucciso diverse dozzine di persone e ferito le persone innocenti che viaggiavano sui treni locali. (...) Denunciamo con forza gli attentati che hanno causato così tanto danno e panico fra la popolazione". Ad AsiaNews il reggente della diocesi di Mumbai, mons.Bosco Penha (che dirige la comunità in sostituzione dell'arcivescovo Ivan Dias): "Appena ho avuto notizia dell'accaduto – racconta il presule – ho offerto delle preghiere per la popolazione e questa mattina ho celebrato messa, pregando in maniera particolare che tramite l'eucarestia, sacramento di guarigione, Egli possa guarire le ferite fisiche ed emotive della popolazione traumatizzata. Anche adesso, sono costantemente in preghiera per Mumbai e la sua gente." Doplhy D'Souza, presidente del Bombay Catholic Sabha, ossia l'organizzazione di laici cattolici della città, chiede di "dare la caccia alle miserabili bestie, una macchia dell'umanità, che hanno commesso tali orrendi crimini". La All India Catholic Union si è detta "vicina al cuore di coloro che soffrono e di coloro che piangono una perdita". Per il suo presidente, John Dayal, "il bersaglio innocente di questi atti criminali è stato scelto per creare tensioni e distanze fra le diverse comunità del Paese. Sappiamo per esperienza che le forze oscure del fanatismo si rafforzano solo se riescono a seminare odio ed intolleranza, ma la nazione ha la forza per unirsi e sconfiggerli, in ogni loro forma".

Per il consigliere regionale della Toscana Severino Saccardi (DS) "la nostra mentalità eurocentrica ci impedirà, forse, di realizzare fino in fondo la gravità di quel che è successo a Bombay. Si ripete là quel che già si è verificato ad Atocha, a Londra, a Sharm-El-Sheikh, sulla scia dell'infausto 11 settembre legato alla distruzione delle Twin Towers".

Per la parte superiore



Attentati dell'11 marzo 2004 a Madrid

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Gli attentati dell'11 marzo 2004, anche conosciuti come 11-M o M-11, furono una serie di attacchi terroristici coordinati al sistema di treni locali a Madrid (Spagna), che uccisero 191 persone (177 delle quali morte immediatamente negli attentati) e provocarono 2057 feriti.

La mattina di giovedì 11 marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni spagnole, dieci zaini riempiti con esplosivo (probabilmente Goma-2 ECO) furono fatti esplodere in quattro treni regionali di Madrid, in quattro stazioni differenti.

Le esplosioni avvennero nell'ora di punta, fra le 7:36 e le 7:40 nelle stazioni madrilene di Atocha (3 bombe), El Pozo del Tío Raimundo (2 bombe), Santa Eugenia (1 bomba) ed in un quarto treno che si trovava nei pressi di via Téllez (4 bombe), sui binari che portano ad Atocha provenendo da sud. Le forze di polizia trovarono altri due dispositivi inesplosi. Entrambi furono fatti esplodere immediatamente dagli artificieri per motivi di sicurezza. Un ulteriore borsa con 500 grammi di esplosivo, mitraglia, detonatore e temporizzatore basato su un telefono mobile modificato fu ritrovata inesplosa tra gli oggetti e bagagli raccolti sui luoghi degli attentati, e trasportati a un commissariato e successivamente in un centro fieristico (IFEMA) insieme alle vittime. Quest'ultimo artefatto (che sarebbe stato inizialmente posto nel treno di Vallecas) condurrà rapidamente alle prime ipotesi certe ed ai primi arresti il 13 marzo.

Il numero ufficiale delle vittime è di 191 (alcuni alzano il numero fino a 192 perché una delle donne morte era incinta) e di 2057 feriti, per cui l'attentato diventava il primo per numero di feriti e secondo per vittime mortali, nella lista dei peggior attacchi sofferti in Europa in tempi di pace dopo l'attentato di Lockerbie, che causò la perdita di un aereo della Pan Am e la morte di tutti i passeggeri e membri dell'equipaggio il 21 dicembre 1988. Il numero di 202 morti che venne indicato in un primo momento fu poi ridotto dopo una più accurata identificazioni di alcuni resti.

I feriti furono trasportati negli ospedali di Madrid. Il numero delle persone colpite fu così grande che fu necessario installare un ospedale da campo nella struttura sportiva Daoiz y Velarde, nelle vicinanze di via Téllez, per fornire i primi aiuti e pianificare il trasporto in ospedale.

Il numero definitivo dei morti è comunque calcolato in 191, oltre a due feti rispettivamente di tre e otto mesi di gestazione. Nel computo è stato infatti considerato anche un bambino morto il 10 maggio a quarantotto ore dalla nascita: la sua morte fu causata alle ferite subite dalla madre nell'attentato.

In alcuni conteggi si riferisce il numero di 192 vittime, calcolando tra le vittime anche l'agente intervenuto a Leganes, e morto con i suicidi.

In seguito agli attentati si scatenò una forte contrasto tra il Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) a proposito di chi fosse l'autore degli stessi, se l'ETA, organizzazione indipendentista Basca che da sempre usa metodi terroristici (ad esempio per l'attentato del 1987 all'Hipercor di Barcellona) oppure al-Qāʿida, gruppo islamista già colpevole di sanguinosi attentati. I due partiti si accusarono a vicenda di utilizzare scorrettamente la situazione con fini elettorali, date le imminenti elezioni che si sarebbero svolte 3 giorni dopo gli attentati, il 14 marzo 2004. In questo clima di tensione si organizzarono manifestazioni ufficiali e di larga partecipazione popolare di rifiuto del terrorismo, ma anche manifestazioni davanti alle sedi del partito di governo, il PP, nelle ore precedenti le elezioni e nello stesso giorno delle votazioni. A tutt'oggi non sono apparse prove contrarie all'origine islamista dell'attentato, anche se nelle indagini sugli esplosivi utilizzati e sulla preparazione degli attentati, sono comparsi diversi delinquenti spagnoli e perfino confidenti della polizia, che potrebbero avere avuto collegamenti con entrambi i gruppi terroristi. Su questa ipotesi, totalmente confutata dal nuovo governo del PSOE, il PP ha costruito una campagna di propaganda tesa a porre in discussione il risultato elettorale a lui sfavorevole, in quanto frutto della presunta manipolazione degli elettori svolta del PSOE nei giorni successivi agli attentati.

Nelle giornate precedenti l'attentato le forze di polizia spagnole erano in uno stato di massima allerta per un possibile attentato del gruppo terroristico ETA in occasione della campagna elettorale e le operazioni di polizia del periodo precedente corroboravano tali timori. La mattina dell'attentato il governo, i partiti politici e tutti i mezzi di comunicazione,sospettarono e attribuirono le responsabilità all'ETA, anche se gli attentati differivano in un punto importante da quanto questa organizzazione aveva normalmente fatto negli ultimi anni: preavvertire della presenza di bombe per evitare vittime civili. Solo Arnaldo Otegi, dirigente politico di Batasuna, partito politico reso illegale per la sua stretta relazione con ETA, negò con forza la possibilità di una partecipazione dell'ETA all'attentato, dichiarazione che fu usata per rafforzare l'ipotesi ETA.

Subito dopo gli attentati il presidente del governo spagnolo del PP, José María Aznar attribuì pubblicamente a ETA la responsabilità dei tragici eventi. Numerosi corrispondenti stranieri ricevettero telefonate dal Governo che indicavano come responsabile l'organizzazione terroristica basca, per "permettere di confutare qualunque dubbio che si potesse generare nelle parti interessate". Il Ministero degli Esteri istruì tramite fax le ambasciate spagnole nel mondo in modo che confermassero le responsabilità dell'ETA. La diplomazia spagnola riuscì perfino a far sostenere dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la responsabilità del gruppo terrorista basco nella sua risoluzione 1530 dell'11 marzo.

Nonostante ciò, il giorno stesso degli attentati vennero alla luce degli indizi che contraddicevano la versione del governo, accreditando l'ipotesi di una responsabilità di gruppi fondamentalisti islamici. Alcuni mezzi di comunicazione stranieri diedero risalto a queste ipotesi e avanzarono una serie di critiche al governo per il fatto di non riconoscere apertamente che si trattasse di un attentato di radice islamica e mantenere l'ipotesi ETA. Queste critiche diedero inizio ad una polemica sulle effettive responsabilità e le relative implicazioni elettorali. Il sabato iniziarono una serie di arresti che avrebbero condotto alla smantellamento della cellula terroristica.

Il governo decise allora intensificare i suoi messaggi per rinforzare l'ipotesi che ETA fosse l'autore, forse anche per evitare un forte impatto sui suoi risultati elettorali. Le televisioni pubbliche (nazionali e regionali) controllate dal PP trasmisero video e film sulle vittime dell'ETA, nonostante le proteste di varie associazioni di vittime del terrorismo.

Finalmente il sabato cominciarono a succedersi gli arresti che avrebbero condotto alla disarticolazione della cellula terrorista.

La sete di informazioni cominciò a farsi frenetica quando i canali ufficiali non risposero alle attese di chiarimento, ed infatti a molti cittadini i comunicati ufficiali cominciarono ad apparire come tentativi di disinformazione. Alcuni mezzi di informazione cominciarono a reagire durante il pomeriggio-sera del giovedì e specialmente durante il venerdì. È noto il contributo di alcuni mezzi che comunque riuscirono a mantenere commenti e posizioni distanti dalle versioni ufficiali, già poco dopo gli attentati come La Vanguardia, la radio cadena SER, La Voz de Galicia o le televisioni della Catalogna. Però questi furono i canali di pura comunicazione.

Il fatto nuovo e fondamentale fu l'intensificazione della consultazione dei blog e media digitali, la discussione sugli attentati si estese a tutti gli ambiti. I forum di internet si trasformarono in un'ebollizione di informazioni, a volte contraddittorie, però attraverso le quali una verità diversa da quella ufficiale si faceva strada. Infatti quasi tutti i forum, di qualunque tipo di argomento trattassero ufficialmente, vennero inondati di richieste, riflessioni e inviti a conoscere la verità che si supponeva il governo stesse nascondendo. Cosi accadde nelle chat e sugli SMS dei telefonini. Si scambiavano link di giornali internazionali che diffondevano punti di vista diversi da quelli del governo, che insinuava apertamente che gli autori non fossero gli islamisti.

Diversi leader mondiali dichiararono la loro condanna degli attentati e la solidarietà con le vittime. Cosí fecero gli organismi internazionali come Amnesty International.

Il Parlamento Europeo dichiarò l'11 marzo "Giorno delle vittime del terrorismo".

Gli Stati Uniti d'America offrirono il loro sostegno alla lotta antiterroristica e per l'identificazione dei responsabili. Israele mandò esperti nel riconoscimento dei corpi e nell'analisi del DNA.

In Francia, tutte le bandiere nazionali furono poste a mezz'asta durante i tre giorni di lutto ufficiale in Spagna, e così fu deciso per le bandiere dell'Unione Europea.

La maggior parte delle borse valori europee caddero l'11 marzo fra un 2% e un 3%, mentre l'indice Dow Jones cadde solo un 1.6%. Le azioni più colpite furono quelle delle imprese di turismo e aviazione.

Polonia e Portogallo dichiararono il 12 marzo giorno di lutto nazionale.

Personalità pubbliche come Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Jean-Pierre Raffarin e Joschka Fischer viaggiarono il 12 marzo a Madrid per partecipare alla grandi manifestazioni silenziose e di massa contro il terrorismo, che partirono in tutta Spagna alle 7 del pomeriggio.

In una intervista televisiva, il 13 marzo, Fidel Castro accusò il governo spagnolo di ingannare i suoi cittadini sugli autori degli attacchi per ottenere benefici elettorali; e affermò che José Maria Aznar preferiva accusare ETA pur sapendo che un gruppo islamista stava dietro gli attentati.

In Romania, tutte le bandiere nazionali ondeggiarono a mezz'asta e il governo dichiarò il 14 marzo giorno di lutto nazionale in solidarietà con le vittime spagnole e rumene (9 morti, 8 scomparsi e 76 feriti ancora in ospedale).

Si succedono concentrazioni silenziose di rifiuto del terrorismo nelle università spagnole.

In tutta la Spagna ci furono manifestazioni spontanee, soprattutto contro ETA, non appena conosciuta la notizia dell'attentato, ancor prima della manifestazione convocata dal governo, per il giorno successivo alle 19. Il lehendakari (Presidente della regione autonoma Basca) Juan José Ibarretxe condanna gli attacchi.

Il pomeriggio dell'11 marzo il compositore lussemburghese Pierre Even scrisse un "Agnus Dei, per le vittime dell'11 marzo del 2004 in Madrid" per voce acuta e organo.

La manifestazione, convocata dal governo, fu probabilmente la protesta con maggior partecipazione della storia spagnola, comparabile a quella che si convocò dopo il tentativo di colpo di stato del 23 febbraio, a quella di protesta contro ETA dopo l'assassinio del consigliere comunale basco, Miguel Ángel Blanco, o a quella contro la guerra in Iraq.

Durante questa manifestazione già si fecero notare molte delle divergenze, fra i sostenitori dei partiti di governo e della opposizione.

Il 12 marzo, si realizzarono assemblee contro il terrorismo alle 12. La maggior parte dei negozi chiusero alle 18:30, e esposero bandiere spagnole listate a lutto con un nastro nero, o cartelli per esprimere solidarietà alle vittime.

Alle 19, 2,3 milioni di persone manifestarono a Madrid (che ha circa 4 milioni di abitanti) sotto un'intensa pioggia, con i motti todos íbamos en ese tren - "tutti viaggiavamo in quei treni" o no estamos todos: faltan 200 - "non siamo tutti qui: ne mancano 200", o ancora Spagna unida jamas será vencida - "Spagna unita non sarà mai vinta" o Asesinos, asesinos - "assassini". All'inizio la manifestazione doveva svolgersi fra la Plaza de Colón e Atocha, di fatto si riempirono anche le vie adiacenti. In forma poetica si descrive che a "Madrid non piove, Madrid sta piangendo". Il principe ereditario Felipe, e le infanti di Spagna (figlie del re), Elena e Cristina si unirono alla manifestazione, la prima volta nella storia per i membri della famiglia reale spagnola. Anche per il cardinale arcivescovo di Madrid, Rouco Varela, la partecipazione è una novità storica. Partecipano inoltre il presidente del Governo, José Maria Aznar, il presidente della commissione europea Romano Prodi, il presidente del governo italiano Silvio Berlusconi, il primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin e portoghese José Manuel Durao Barroso, così come i ministri degli esteri tedesco, svedese e del Marocco.

Nove milioni di persone parteciparono alle manifestazioni in altre città spagnole, per cui il totale arrivò a circa 11,4 milioni in tutta la Spagna. A Barcellona manifestarono 1,5 milioni, con il motto Avui jo també sóc madrileny (anch'io sono madrileno). Specialmente significativo fu che in varie città, il numero di manifestanti superò la popolazione residente, come a Cadice (140.000 abitanti e 350.000 manifestanti).

Il motto ufficiale della manifestazione fu Con las víctimas, con la Constitución, por la derrota del terrorismo - "Con le vittime, con la Costituzione, per la sconfitta del terrorismo". Il riferimento alla costituzione fu contestato dall'opposizione politica, dato che la sua presenza implicava sottilmente il riferimento a ETA e non al terrorismo in generale, ed un appoggio al governo che proprio sulla strenua difesa della costituzione basava la sua opposizione alle rivendicazioni indipendentiste dei politici baschi, mentre altri partiti appoggiavano la possibile riforma costituzionale da questi richiesta.

Molti striscioni condannarono apertamente ETA e alcune, addirittura, dirigenti politici dei partiti nazionalisti. Altre, ciò nonostante, condannavano il terrorismo e appoggiavano la pace, o condannavano la violenza in generale. Data la percezione di alcuni che il governo stava manipolando l'informazione per difendere l'ipotesi dell'attentato dell'ETA, si ebbero anche striscioni contro il PP e contro la guerra in Iraq. Alcune addirittura rifiutavano apertamente il motto ufficiale dichiarando : Barcelona con Madrid, Barcelona por la paz, la Constitución es otro tema - "Barcellona con Madrid, Barcellona per la pace, la costituzione è un'altra cosa" o ¿Qué pinta la Constitución aquí? - "Cosa c'entra qui la costituzione ?".

Fu ricorrente la associazione dell'attentato con la guerra in Iraq e perfino con il PP. Di fatto alcuni dirigenti del PP furono insultati durante le manifestazioni: Rodrigo Rato, primo vicepresidente del Governo, e Josep Piqué, presidente del Partido Popular della Catalogna, furono incalzati con gridi di "assassini" nella manifestazione più critica, quella di Barcellona.

A soli due giorni dalle elezioni e con il sospetto di manipolazione delle informazioni da parte del governo, molti manifestanti esigevano di conoscere chi era il vero autore prima di andare al voto. Le grida ¿Quién ha sido? - "Chi è stato?", proseguirono il giorno 13.

Si svolsero manifestazioni anche in altre città europee e americane.

Se le proteste antiglobalizzazione di Seattle furono pioniere nella loro organizzazione e pianificazione attraverso il WEB dei gruppi anticapitalistici, le reazioni della società civile il 13 marzo 2004 in Spagna, passeranno alla storia nazionale per essere state le prime nelle quali intervennero tutti i canali messi a disposizione dalla società dell'informazione. Si utilizzarono massicciamente tutti i mezzi disponibili, soprattutto quelli che fanno comunicare direttamente fra loro le persone. I vero motore delle mobilitazioni del 13 marzo va ricercato nelle nuove tecnologie unito al semplice passaparola. Pare infatti che le manifestazioni furono organizzate attraverso messaggi SMS dei telefonini e semplici e-mail. Alcuni dei messaggi furono: "prima di votare vogliamo la verità", "Chi é stato?", "In Europa lo sanno già" e "si nota, si sente, il governo mente".

Questa tipologia di protesta cittadina decentralizzata e totalmente impossibile da controllare, fu quella che traboccò il 13 marzo, giornata di riflessione prima del voto. Quel sentimento di ribellione, e il non voler permettere che un governo che si credeva bugiardo potesse prevalere impunemente, si propagò come una miccia non appena dei giovani si raggrupparono davanti alla sede principale del PP nella via Genova a Madrid. La notizia fu per lo meno minimizzata per molti media. Però non tutti. E quindi una protesta che fino ad allora era latente nelle reti di informazione, si trasferisce nelle strade in forma di manifestazioni improvvise ed inaspettate. Per chi si manifestò quel giorno era un dovere civico uscire per le strade e non lasciare che nessuno votasse senza sapere la verità sugli attentati. Sorto a partire da un malessere latente che si generò come conseguenza degli attentati, le manifestazioni furono un perfetto esempio sociologico di auto-organizzazione popolare. Durante quei giorni si respirava una crescente rabbia palpabile ovunque. Realmente la mobilizzazione fu di base. Solo così é possibile spiegare come si poté riunire tanta gente in meno di 24 ore.

Per il Partido Popular tutte le manifestazioni furono invece illegali e convocate per il PSOE nella giornata di riflessione per condizionare il voto. La polemica era così preparata per esplodere nei giorni immediatamente successivi all'appuntamento elettorale.

Alle 18:00 del sabato, migliaia di manifestanti si riunirono davanti alle sedi del PP in varie città spagnole, per chiedere di sapere chi stava dietro gli attentati, e prima delle elezioni della domenica. La polizia aveva osservato queste manifestazioni spontanee, e in qualche occasione identificarono i partecipanti, dato che la legge impedisce le manifestazioni nella giornata di voto e riflessione. Il candidato del PP alla presidenza del governo, Mariano Rajoy, qualificò le manifestazioni come "fatti gravemente antidemocratici ... che avevano l'obiettivo di influire e condizionare la volontà dell'elettorato nella giornata di riflessione". Il PP protestò presso la Junta Electoral Central (Commissione Elettorale Centrale), dato che per legge erano proibite manifestazioni e/o dichiarazioni politiche il 13 e 14 marzo, ma la Junta non accettò la denuncia dato che le manifestazioni spontanee non avevano i requisiti necessari a renderle illegali: non chiedevano il voto , ne erano convocate da partito alcuno.

Circa 3000 persone erano presenti nella via Genova a Madrid, sede nazionale del PP. A Barcellona 150 persone iniziarono alle 19:40 una marcia nella Rambla de Canaletas, e aggregò circa 3000 persone convertendosi in manifestazione nella Plaza de Sant Jaume; così la sede del PP fu circondata da una folla vociante e che batteva su pentole per esprimere la sua protesta. A Santiago de Compostela manifestarono 1500 persone, a Siviglia altre 1500.

Circa alla stessa ora e in ora di massima udienza, la Televisione nazionale e pubblica, cambia la programmazione e trasmette un film (Asesinato en Febrero) che tratta dell'assassinio di un deputato regionale basco (Fernando Buesa)e della sua scorta (Jorge Diez) da parte dell'ETA. Questa iniziativa provocó le proteste di ampio settore della popolazione, che vedeva in questa emissione un tentativo di rafforzare le tesi del governo sugli attentati. Tra l'altro lo stesso film era stato trasmesso il venerdì, dalla televisione regionale di Madrid, comunità governata dal PP.

In varie vie di Madrid, verso le 23:00 si produce una "cacerolada" (battere le pentole o casseruole) fino alla centrale Puerta del Sol, sede del governo regionale. Durante ore si concentrarono migliaia di persone, in omaggio alle vittime e contro il governo. La manifestazione si chiude alle 01:00 della domenica, giorno del voto, con un minuto di silenzio, con un ultimo corteo alla stazione di Atocha dove si realizza un ultimo minuto di silenzio.

Si celebrano le elezioni generali 2004. Da diversi media si invita ad andare a votare anche come dimostrazione di forza della democrazia contro il terrorismo.

La partecipazione è elevata, ma non record, ed è circa 78%.

Il risultato per il PSOE è al di sopra delle previsioni precedenti gli attentati, e si trasforma in una maggioranza relativa insperata, nonostante alcune tv spagnole (a cominciare da TVE e Telecinco) davano vincenti, pur di poco, i popolari.

Il PP perde la maggioranza assoluta del governo Aznar e si ritrova in minoranza.

Il PP, nonostante la perdita di 25 senatori, riuscí a mantenere una maggioranza relativa, molto vicina all'assoluta, al Senato. Il PSOE guadagnò 28 senatori.

Sulla base dei risultati elettorali, il PSOE formó un governo monocolore, con presidente José Luis Rodríguez Zapatero, con l'appoggio esterno principale delle formazioni di sinistra IU ed ERC. Occorre comunque segnalare che in molte decisioni di governo anche gli altri partiti autonomisti e nazionalisti appoggeranno la maggioranza, lasciando spesso solo all'opposizione lo sconfitto Partito Popolare, come nel caso dell'approvazione delle conclusioni della commissione di investigazione sugli attentati descritte più avanti.

Dopo gli attentati, si creò l'Agenzia di Attenzione alle Vittime (Oficina de Atención a las Víctimas). Un anno dopo, quest'agenzia aveva indennizzato 851 vittime, per un totale di 44,219 milloni di euro. Inoltre si sono concesse 449 permessi di residenza alle vittime e 451 a familiari fra oltre 2.590 richieste.

Il commissariato generale per gli stranieri (Comisaría General de Extranjería y Documentación) raccolse fino al 1 di marzo del 2004, 1.209 richieste di nazionalità, che sono state trasmesse alla direzione generale competente (Dirección General de los Registros y del Notariado).

La maggior parte dei familiari e delle vittime degli attentati si unì alla Asociación 11-M Afectados del Terrorismo, poi presieduta da Pilar Manjón (madre di una vittima mortale, e su posizioni critiche con il Partito Popolare e il governo Aznar). Mesi più tardi si fondò la Asociación de Ayuda a las Víctimas del 11-M (Associazione di aiuto alle vittime dell'11-M) presieduta da Ángeles Domínguez a cui si unirono altre vittime dissidenti con la linea di P.Manjón e più vicini a quella di José Alcaraz, presidente della Asociación de Víctimas del Terrorismo (AVT), associazione a cui participeranno alcune vittime dell'11-M e più vicina politicamente alle posizioni del Partito Popolare. Mentre la associazione presieduta da P.Manjón insisteva sulla responsabilitá di José María Aznar e del suo governo, per aver implicato la Spagna nella guerra dell'IRAQ, la AVT si caratterizza per la sua opposizione alle decisioni del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, soprattutto dopo che il parlamento (Congreso de los Diputados) lo autorizzasse a iniziare trattative con la banda terrorista basca ETA se questa avesse abbandonato la violenza.

Il governo Zapatero creò un nuovo incarico: l'alto commissariato per l'appoggio alle vittime del terrorismo (Alto Comisionado de Apoyo a las Víctimas del Terrorismo), e nominó come commissario (equiparato a un membro del governo): il giurista socialista Gregorio Peces-Barba. Proprio per la sua appartenenza politica, e nonostante il contributo di vittime del partito socialista nella lotta al terrorismo dell'ETA, il PP non ha mai riconosciuto l'autorità del commissario. Anzi ne ha chiesto più volte le dimissioni quando non si è schierato a sostegno delle posizioni del PP che ha sostenuto le tesi della cospirazione (descritte più avanti). Nella primavera del 2006, Peces-Barba ha annunciato finalmente le sue dimissioni, non riuscendo nell'intento di mantenere unite tutte le vittime delle varie associazioni, ormai chiaramente divise secondo le relative idee politiche.

A differenza di quanto successo in democrazie come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dove attentati simili (11-S e 7-J, rispettivamente) quasi non produssero fratture sociali ma anzi unirono la società civile attorno alle istituzioni, in Spagna invece la tensione sociale che già era cresciuta durante il secondo governo di Aznar, raggiunse il suo culmine con l'appoggio di quest'ultimo e del PP (unico partito in questa posizione) alla tesi ETA. L'attentato perciò, coincidendo tra l'altro con le elezioni politiche, provocò una rottura netta della coesione sociale tra destra e sinistra.

Dopo gli attentati l'uso politico degli stessi, che entrambe le forze politiche principali si rinfacciano, ha provocato una sostanziale rottura del Patto Antiterrorista fra PP e PSOE, dato che lo stesso esplicitamente proibisce l'uso elettoralista e politico del terrorismo. Il PSOE accusa infatti il PP di mentire e manipolare, mentre il PP accusa il PSOE di instigare le manifestazioni contro le sue sedi e contro i suoi affiliati. Alcune delle successive prese di posizione del governo del PSOE (ritiro dall'Iraq, investigazioni sugli attentati dell'11-M e apertura alla negoziazione con ETA) che il PP rifiuta in forma totale, hanno di fatto impedito la ricomposizione del Patto e decretato la sua sostanziale rottura.

Prima teoria sul condizionamento del voto: La prima teoria afferma che gli attentati cambiarono totalmente il risultato elettorale. Un gran numero di votanti avrebbe cambiato il voto in favore del PSOE, a causa della irritazione e scontento che produsse la manipolazione informativa del governo e della sua politica estera in Iraq. Il fatto che gli attentati potessero essere la risposta terrorista all'appoggio spagnolo alla guerra in Iraq, catalizzò lo scontento prodotto a suo tempo per una decisione politica del PP, in contrasto con la opinione generale del popolo spagnolo, contrario alla guerra.

Contro questi argomenti già poco dopo il voto, il PP argomentò che gli attentati si pianificarono prima della guerra in Iraq, cercando di slegare le responsabilità legate alla decisione di Aznar. Ciò nonostante tutte le evidenze investigative sembrano dimostrare un collegamento diretto fra Iraq e attentati.

Seconda teoria sul condizionamento del voto: Secondo una seconda visione, gli attentati solo introdussero un miglioramento del risultato elettorale del PSOE. Ovvero si sostiene che il PSOE avrebbe comunque vinto le elezioni, o per lo meno che il PP non avrebbe mai raggiunto la maggioranza assoluta, solo risultato che dato il continuo scontro con le altre forze politiche, gli avrebbe reso possibile poter continuare nel governo.

Che sia vera una o l'altra delle ipotesi non è possibile sapere, dato che non esiste ovviamente possibilità di controprova. Gli ultimi sondaggi disponibili davano il PP in vantaggio, anche senza poter ottenere la maggioranza assoluta, ma il PSOE era dato in crescita. Se queste tendenza fossero continuate è possibile che si potesse raggiungere una situazione di equilibrio, o addirittura di vantaggio del PSOE, ma dato che non è possibile per legge fare sondaggi nell'ultima settimana, non è dato stabilire se ci fu o no un effetto di cambio delle decisione di voto degli spagnoli per causa degli attentati e dei primi tre giorni di indagini.

Un indicatore utile potrebbe essere il voto per posta, inviato prima degli attentati. Questi voti davano come vincitore il PP (44,9%) rispetto al PSOE (36,1%), con dati molto simili ai citati sondaggi eseguiti prima degli attentati.

Effetti sulla partecipazione al voto: Dove tutti gli analisti si trovano d'accordo, è sul fatto che gli attentati funzionarono come sollecitazione a tutti gli indecisi e astensionisti abituali, che andarono a votare aumentando la partecipazione elettorale.

Le indagini sugli autori sono state chiuse all'inizio di luglio 2006, sotto la direzione del giudice (di istruzione) Juan del Olmo. Secondo i dati pubblicati del fascicolo giudiziario, l'attentato sarebbe stato perpetrato da una cellula terrorista legata a al-Qa'ida, della quale già si conoscevano e si avevano arrestato molti componenti.

Tra i presunti componenti della cellula si trovano Serhane Ben Abdelmajid "El Tunecino", presunto coordinatore degli attentati, e Jamal Ahmidan "El Chino", considerato la chiave dell'organizzazione logistica. Questi ed altri cinque individui si suicidarono due giorni dopo gli attentati, impedendo cosí il loro arresto in un appartamento nella città di Leganes, vicino a Madrid, e causando la morte di un poliziotto degli specialisti del GEO. Quattro di loro risultarono essere anche delinquenti comuni legati al traffico di droga. Il 6 di maggio 2004, l'FBI arrestò a Portland, Oregon, USA, l'avvocato statunitense Brandon Mayfield, convertito all'Islam, perché si sarebbe trovata una sua impronta in uno degli zainetti con esplosivo, che non esplose; ma dopo pochi giorni il 21/5 il governo spagnolo annunciò che l'impronta era invece di un cittadino algerino, Ouhnane Daoud.

L'8 di giugno 2004 fu arrestato a Milano, Rab'i 'Uthman al-Sayyed Ahmad, alias Mohamed el Egipcio, considerato il cervello dell'11-M e l'ideologo fondamentale di al-Qa'ida in Europa. Quattro mesi dopo verrà estradato in Spagna.

Il 16/11/2004 si condannò il primo imputato per l'attentato dell'11-M, un minore di 16 anni di nazionalitá spagnola che contribuí al trasporto degli esplosivi, sottratti in una miniera nel nord della Spagna.

Pare che i telefonini le cui suonerie fecero detonare gli zainetti esplosivi, furono sbloccati (cioè, resi funzionanti anche con SIM di gestori di telefonia mobile diversi da quello che ha venduto il telefono con SIM associata) nel negozio di Maussili Kalaji, collaboratore della polizia spagnola.

Secondo i dati del fascicolo, i terroristi islamisti avrebbero fatto ricorso a spagnoli non mussulmani per ottenere gli esplosivi, cosa non abituale in al-Qa'ida. Questa dell'origine degli esplosivi é la cosiddetta trama asturiana degli esplosivi (Le Asturie sono una regione del nord della Spagna, dove esistono miniere), della quale fanno parte Antonio Toro, Carmen Toro, Suárez Trashorras, Rafa Zuheyr, etc.

Il PP e i media affini, come la catena radio COPE (di proprietà della chiesa spagnola), i giornali El Mundo e La Razon, e tutte le tv, hanno diffuso varie versioni della teoria della cospirazione. La teoria del 4 di marzo, adottata anche dall'ex presidente Aznar, sostiene che se si fosse votato il 7 di marzo, gli attentati sarebbero avvenuti appunto il 4/3, in modo da influenzare il voto. A favore di questa supposizione, si portano alcuni indizi. Per esempio, uno degli arrestati, Jamal Zougan, quando si presenta dal giudice il 15 di marzo pare domandare come prima cosa: "Chi ha vinto le elezioni?". Di fatto l'ipotesi che i terroristi volessero influire sul voto, o per lo meno castigare il PP per la presenza in Iraq, è sostenuta da registrazioni e comunicati dei propri terroristi.

In accordo con questa teoria, i citati media sono arrivati ad includere apertamente il PSOE come parte della trama, sia per conoscenza di informazioni sconosciute al PP, sia direttamente perché partecipanti alla pianificazione del colpo. Al momento l'unico dato certo che supporta questa ipotesi, è l'evidente beneficio elettorale che il PSOE ottiene il 14-M.

Altra teoria riguarda la collaborazione ETA-Al Quaeda per sconfiggere il PP. Un indizio addotto è l'istruzione ricevuta da parte di membri dell'ETA negli anni settanta in Algeria. Altro presunto indizio sarebbe che Yusuf Galán, implicato nella trama spagnola dell'11-S (New York) fosse stato rappresentante elettorale di Herri Batasuna, partito collegato all'ETA e illegalizzato per questo motivo. E alcuni dei presunti terroristi, come El Chino, avrebbero vissuto o vivevano nei paesi baschi. Abdelkrim Beresmail, incarcerato, possedeva i numeri di telefono di due terroristi ETA come Harriet Iragui e Henri Parot. Tutte queste piste, coincidenze e ipotesi che sembrano contraddirsi le une con le altre, sono state presentate in diversi media affini al PP e trasmesse o appoggiate da responsabili del PP come Ángel Acebes (Segretario generale), Eduardo Zaplana (Portavoce parlamentare) o Esperanza Aguirre (presidente della Comunità di Madrid) che secondo la sinistra spagnola formano il cosiddetto settore radicale del PP.

Il quotidiano El Mundo è quello che maggiormente si è distinto nelle indagini giornalistiche. Secondo le sue informazioni, alcuni confidenti delle forze di sicurezza spagnole, avrebbero avvisato in anticipo degli attentati (Lavandera, Joe, Cartagena, etc) o formerebbero parte della trama asturiana degli esplosivi (Antonio Toro, Carmen Toro, Suárez Trashorras, Rafa Zouhier).

Da parte sua ETA avrebbe rubato nella stessa via dove si trovava un garage di Trashorras, l'auto poi esplosa il 3/12/2003 a Santander. Così pure si è saputo che fernando Huarte, militante del PSOE asturiano, e forse membro nascosto dei servizi spagnoli, parlò con Benesmail prima e dopo gli attentati, e che Almallah, il cittadino siriano detenuto, sarebbe membro del PSOE.

Si racconta pure che i suicidi di Leganes erano semplici mercenari e non gli ideatori, e che sarebbe stato pagato loro 3000 euro per piazzare le bombe dell'attentato.

Luis del Pino, investigatore di Libertad Digital, un giornale elettronico diretto da Federico Jimenez Lsantos, anche presentatore delle radio COPE, dice che i musulmani della trama potrebbero essere islamisti radicali, ma che non seguirono le indicazioni di al-Qa'ida. Secondo Del Pino, ancora non si sa chi scelse la data, i nomi degli esecutori o l'esplosivo utilizzato. E neppure esisterebbero registrazioni dei terroristi nelle stazioni, come invece succede il 7-J a Londra. Secondo Del Pino, al-Qa'ida non agisce in questo modo.

La Commissione di Investigazione sugli attentati dell'11 di marzo del 2004, fu creata dal parlamento spagnolo il 27 di maggio del 2004, con il fine di chiarire le circorstanze sotto cui si produssero gli attentati dell'11-M e le attuazioni della polizia e della politica anteriormente e posteriormente agli stessi. Quindi il 6/7/2004 inizia i suoi lavori per chiarire i retroscena degli attentati e se ci fu o meno manipolazione delle informazioni per fini elettorali.

Jorge Dezcallar, ex direttore del Centro Nacional de Inteligencia (CNI) si ricorda per una frase: "ETA e al-Qa'ida non possono collaborare, perché sono come l'acqua e l'olio".

Pilar Manjón, madre di una vittima e rappresentante di una delle associazioni delle vittime (11M Afectados del Terrorismo) accusò il 15 dicembre 2004 i media e i partiti di utilizzare gli attentati, producendo una gran commozione sociale.

Aznar, da parte sua, affermò che "gli attentati avevano l'obbiettivo di cambiare il risultato elettorale" e che "chi li pianificò e scelse la data non camminava per montagne lontane né in deserti remoti", alludendo evidentemente a paesi vicini alla Spagna fra gli ispiratori degli attentati.

La presenza di Zapatero, immediatamente successiva a quella di Aznar, fu la più lunga in commissione e il presidente del governo del PSOE affermò che senza dubbio gli attentati erano opera del terrorismo islamista radicale.

L'attività della commissione è troppo estesa per essere inclusa in questo estratto. Chi sia interessato può accedere alla pagina Wikipedia in spagnolo.

Di seguito si riporta solo la parte delle conclusioni.

Nel marzo del 2005 la Commissione approvó le raccomandazioni da elevare al governo per l'adozione di nuove misure di sicurezza destinate a impedire attentati come quelli dell'11-M e su miglioramenti delle attenzioni per le vittime.

Il partito popolare sollecitó infatti nuove convocazioni e la continuazione dei lavori della commissione, sebbene quest'ultima aveva denegato entrambe le petizioni. Il 6 di aprile del 2005, il gruppo popolare rimise al congresso un documento intitolato ‘Propuestas para la reflexión de la comisión del 11-M’ (Proposte per la riflessione della commissione dell'11-M), dove si sostenevano 17 domande che, a suo parere, non avevano avuto risposta.

D'altro lato, e nel suo documento di conclusione, il PSOE accusava l'anteriore governo di una grave mancanza di previsione che, in parte, fece possibile la realizzazione degli attentati. Nelle conclusioni del PSOE si aggiungeva anche che dopo gli attentati, il governo del PP aveva manipolato l'informazione con un chiaro obbiettivo elettorale.

Le conclusioni della Commissione furono approvate dal congresso con 184 voti a favore, 145 contrari e una astensione. Il PP si mostró in disaccordo con tutti gli altri partiti. Le conclusioni approvate determinano finalmente che il governo di Jose Maria Aznar non fu capace di prevenire in forma adeguata la minaccia del terrorismo islamista radicale e tergiversò i dati sugli autori degli attentati nei giorni successivi, insistendo nel parlare di ETA, quando l'investigazione della polizia si allontanava da questa ipotesi.

Con i lavori della commissione definitivamente chiusi, il giudice Del Olmo (membro dell'Audencia Nacional, tribunale principale dello stato), incaricato dell'inchiesta preliminare, ha concluso i suoi lavori. Secondo i migliaia di fogli di documentazion prodotta in oltre due anni, il magistrato conclude che l'attentato fu ispirato ma non eseguito direttamente da al-Qa'ida, e considerato come castigo alla partecipazione spagnola alla guerra in Iraq.

Il giudice istruttore attribuisce l'esecuzione degli attentati al Grupo Islámico Combatiente Marroquí (GICM), riferito come massimo referente del Movimento Salafista Yihadista in Spagna.

Vengono imputati per il giudizio di primo grado 29 degli oltre 100 investigati (ricordiamo che parte degli implicati si sono suicidati successivamente).

Jamal Zougam e Abdelmajid Bouchar sono gli imputati pricipali. Li si accusa di 191 omocidi e 1755 tentati omicidi.

Nove spagnoli sono inclusi nei 29 imputati. Tutti sono vincolati alla 'trama asturiana' che rifornì di esplosivi e che faceva riferimento al'ex minatore José Emilio Suárez Trashorras.

I supposti ideologi Rabei Osman 'Mohamed El Egipcio', Hassan el Haski e Youssef Belhadj 'Abu Dujan', saranno processati per conspirazione.

A partire dal 15 febbraio 2007, il tribunale presieduto dal giudice Javier Gómez Bermúdez in Madrid, ha ascoltato in otre 400 ore di dichiarazioni, i 28 imputati e circa 300 testimoni. L'investigazione, che ha utilizzato una sessantina di prove, ha generato una documentazione di circa 80.000 pagine. Dopo oltre 4 mesi in 57 sedute il processo è terminato lo scorso 2 di luglio 2007. Il verdetto verrà reso pubblico il prossimo 31/10/07, dopo la lunga camera di consiglio nella quale i tre giudici Félix Alonso Guevara, Javier Gómez Bermúdez e Fernando García Nicolás, decideranno sulla colpevolezza degli imputati. Le richieste dell'accusa e degli avvocati delle vittime, sommano condanne per migliaia di anni di prigione. Nel corso del processo si sono verificati episodi molto discussi, come il ripetuto tentativo da parte degli avvocati di alcuni accusati e dell'associazione delle vittime del terrorismo AVT, vicina alle posizioni politiche del PP, e di ex funzionari pubblici sotto il governo Aznar, come l'ex capo della polizia Agustín Díaz de Mera, oggi deputato europeo del PP, di implicare i terroristi baschi dell'ETA nel massacro. Questa ipotesi, in linea con la teoria della cospirazione, non ha però avuto il conforto di nessuna prova tangibile. Visti i risultati degli interrogatori e delle prove presentate nel corso del processo, è molto probabile infatti che la pista dei radicali islamisti sia l'unica che verrà considerata provata dal collegio giudicante.

Il tribunale (Audiencia Nacional) ha pubblicato come previsto la sentenza lo scorso 31/10/2007. Il tribunale ha stabilito che gli attentati dell'11/3/2004 furono compiuti da una cellula terrorista di tipo yihadista, e che nell'attentato non ci fu partecipazione della organizzazione terrorista basca ETA. Riconosciuti come esecutori dell'attentato insieme ai 'suicidi di Leganes', Jamal Zougam y Otman El Gnaoui, sono stati condannati a pene molto elevate, cosí come alcuni cooperatori indispensabili come José Emilio Suárez Trashorras che forní l'indispensabile esplosivo. Gli imputati come ispiratori Rabei Osman El Sayed, "Mohamed el Egipcio", Hassan El Haski y Youssef Belhadj sono stati invece assolti data l'insufficienza di prove dirette, che stabilissero sopra ogni dubbio la loro partecipazione effettiva nell'organizzazione degli attentati, benché riconosciuti colpevoli di partecipazione a organizzazione terrorista. La sentenza riconosce nella sostanza quasi tutta l'impostazione accusatoria dell'indagine preliminare del giudice istruttore Juan del Olmo, e del pubblico ministero (Fiscal) Olga Sánchez.

Dopo una prima reazione tesa a sostenere che questa mancata condanna degli ispiratori mantiene aperta una pista da investigare, il Partido Popular ha modificato il profilo delle dichiarazioni e pare accettare l'ovvia conseguenza: l'attentato è stato organizzato e realizzato da islamisti estremisti e non esiste prova dell'implicazione dell'ETA o delle forze di sicurezza 'deviate', come sostenuto negli ultimi tre anni con varie sfumature dai dirigenti del partito. Il PSOE, che sebbene non del tutto soddisfatto dalla sentenza parzialmente assolutoria, ha sostenuto dal primo momento successivo alla lettura pubblica della sentenza, che la stessa pone fine a tutte le ipotesi cospirative, e che pone un punto finale alle elucubrazioni dei media affini al PP (come il quotidiano Il Mundo e la catena radio COPE). Alcune delle vittime e delle loro associazioni hanno per altro dichiarato che stanno valutando un possibile ricorso alla sentenza, non essendo del tutto soddisfatti per via delle assoluzioni per gli 'ispiratori', pur valutando positivamente le condanne per gli esecutori materiali.

Le prime elezioni politiche generali successive a quelle del 14-M-2004 a ridosso degli attentati, sono state convocate per il prossimo 9 di marzo 2008, data molto prossima al quarto anniversario del 11/3/2004.

I temi relativi agli attentati e alla politica antiterrorista in generale, rimangano vivi elementi di discussione nella campagna elettorale dei partiti politici spagnoli, anche se i problemi legati all'economia, possono ridurre in parte il loro peso nella prossima decisione dell'elettorato spagnolo.

In ogni caso appare evidente che il governo e le forze di sicurezza spagnole hanno intensificato la lotta antiterrorista, specialmente nell'ultimo anno, sia contro l'ETA che contro possibili nuove cellule di terrorismo islamista. Caso concreto molto recente l'arresto di un gruppo di islamisti a Barcellona, dove sembra stessero preparando attentati imminenti nella stessa cittá catalana.

Il 7 di marzo 2008, a due giorni dalle elezioni, nella cittadina basca di Mondragon, l'ex consigliere comunale del Partito Socialista dei paesi baschi, PSE, Isaías Carrasco é stato ucciso a sangue freddo con alcuni colpi di pistola da un sicario, probabilmente dell'ETA. Questo fatto a due giorni dalle elezioni ha riaperto la ferita del terrorismo e della sua influenza sui fatti politici spagnoli.

I 25.514.671 votanti, con la partecipazione del 75.32% (di poco inferiore al 75.66% del 14-M-2004) danno PSOE nuovamente vincitore delle elezioni, confermando e migliorando il risultato del 2004.

Con oltre il 43.6% (+1% sul 2004) dei voti, ottiene 169 seggi al congresso, ovvero 5 in più del 2004. Il PP recupera il 2.3% dei voti sul 2004, ma il 40%, con 154 seggi (6 in più del 2004) lo lascia quasi sicuramente all'opposizione, data la difficoltá a formare coalizioni con i partiti nazionalisti delle autonomie catalane e basca. L'incremento dei due partiti principali si ottiene a spese dei più piccoli, che riducono quasi tutti la loro presenza al congresso. Il PSOE si afferma specialmente nella Catalogna, nelle province Basche e alle isole Canarie, resistendo con qualche erosione in Andalusia. Il PP ottiene invece i migliori risultati nelle regioni di Murcia, Valencia, Madrid e Galizia.

Con questi risultati si apre il nuovo quadriennio (l'11 di aprile 2008 ottiene la fiducia il nuovo governo Zapatero con 169 voti, maggioranza relativa sufficiente alla terza votazione; inoltre si sono avute 23 astensioni e 158 voti contrari), con il tema del terrorismo ancora presente, dato che il PP non rinuncia nei primi giorni della legislatura, a mantenere il tema in primo piano, con speciale riferimento al terrorismo interno dell'ETA. Il pericolo del terrorismo islamista, responsabile dell'attentato del 11-M-2004, rimane invece in secondo piano nella discussione politica.

All'interno del PP si apre, in vista del congresso convocato per giugno, una forte discussione fra i 'duri' della destra più liberale e cattolica, supportata dal quotidiano 'El Mundo' e dalla radio della conferenza episcopale 'Cope', che vogliono mantenere una opposizione totale al governo, e l'ala più centrista e moderata che vuole invece un partito in posizioni più costruttive e più aperto alla collaborazione con gli altri partiti, anche nazionalisti.

Il risultato del congresso é finalmente un giro al 'centro' e alla moderazione e opposizione costruttiva del PP, con Mariano Rajoy ancora in sella e con le ali piú estremiste messe in minoranza.

Come conseguenza uno dei temi sui quali entrambi i partiti sembrano ora convergere é proprio quello della lotta antiterrorista. Il PSOE abbandonando ogni idea di 'dialogo' , e il PP appoggiando il nuovo governo sulle nuove posizioni.

Il tribunale supremo (seconda sala composta dai magistrati Juan Saavedra (presidente), Andrés Martínez Arrieta, Miguel Colmenero, Juan Ramón Berdugo e Luciano Varela) ha giudicato in base ai 31 ricorsi presentati (fino al 14 gennaio 2008, ultimo giorno utile) contro la sentenza dell'Audiencia Nacional (31 ottobre 2007), in particolare contro l'assoluzione di 7 processati. I ricorsi furono presentati dai pubblici ministeri (Ministerio Fiscal), dalle associazioni delle vittime, da vittime singolarmente, dai 21 condannati e da uno degli assolti: Rabei Osman El Sayed, "Mohamed El Egipcio".

Nella sentenza di 959 pagine, pubblicata il 17 luglio 2008, si conferma la matrice islamista del gruppo terrorista, e quasi tutta la struttura logica della sentenza di primo grado. Ciò nonostante vi sono stati cambi nelle condanne.

Il tribunale ha assolto Basel Ghalyoun e Mohamed Almallah Dabas (condananti a 12 anni per appartenenza a organizzazione terrorista), Abdelilah el Fadual el Akil (9 anni per collaborazione con banda armata) e Raúl González Peña 'El Rulo' (5 anni per fornitura di esplosivi). Rabei Osman El Sayed condannato per appartenenza a banda terrorista é stato pure assolto, in quanto non è stato ritenuto sufficientemente dimostrata la sua partecipazione agli attentati, e, per il reato di banda terrorista è già stato condannato in Italia.

Uno degli assolti nel primo giudizio, Antonio Toro, è stato invece condannato a quattro anni per traffico di esplosivi.

Gli ambienti di estrema destra (COPE e El Mundo) hanno risaltato tutti gli aspetti di critica della nuova sentenza alla versione ufficiale e alla gestione dell'indagine. Una in particolare viene risaltata: il tribunale critica la ingiustificata rapidità nella rottamazione dei resti dei treni, che ha impedito ulteriori esami scientifici per chiarire per esempio il tipo preciso di esplosivo. Dato che COPE e El Mundo insistono sulla teoria della manipolazione delle indagini sugli attentati da parte di ambienti legati al PSOE, al fine di far perdere le elezioni al PP, tutti questi elementi vengono ora usati per rispolverare la stessa polemica.

Gli ambienti governativi, del PSOE, e di tutti i partiti politici, incluso in buona parte il PP (che ha moderato la sua posizione dopo la nuova sconfitta elettorale del 2008), hanno invece considerato positiva la conferma della gran parte della impostazione delle indagini e del primo processo. In particolare si risalta la conferma dell'assenza di prove che includano ETA fra i possibili complici degli attentati.

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Attentati di Mumbai

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Gli attentati dell'11 luglio a Mumbai si verificarono nella città dell'India l'11 luglio 2006 e provocarono 190 morti e 714 feriti.

Ad essere colpiti furono i treni di linea della Western Railway, carichi di pendolari nell'ora di punta, che ogni giorno trasportano 4 milioni e 500 mila persone dentro e fuori la capitale economica della nazione. La prima esplosione si verifica alle 18.09 nella stazione di Khar, nei vagoni di prima classe. Nel giro di 20 minuti ne seguono altre cinque, a Jogeshwarii, Borivili, Mira Road, Matunga e Bandra. Una settima esplosione si verifica nella metropolitana, all'altezza di Santacruz. I soccorsi sono difficoltosi, oltre che per il caos, anche per la forte pioggia che cade su Mumbai. Tutti i treni colpiti erano partiti dalla stazione di Churchgate, perciò si ritiene possibile che i terroristi abbiano piazzato lì gli ordigni per azionarli poi a distanza o con dei timer. L'esplosivo utilizzato pare essere l'RDX, ma sono ancora in corso accertamenti. Dopo le esplosioni la città è rimasta completamente paralizzata, con la rete telefonica, sia fissa che mobile, che ha completamente smesso di funzionare.

Il governo si riunisce subito per una seduta d'emergenza, mentre ai cittadini viene imposto di non abbandonare le case. Viene proclamata l'emergenza e tutti i punti più sensibili della nazione sono tenuti sotto stretto controllo nel timore di altri attacchi. Contemporaneamente la stessa misura per prudenza viene presa anche dalla città di New York. Le forze di sicurezza indiane scovano e disinnescano un altro ordigno. Nella notte la polizia riviene in tre delle stazioni colpite congegni (due timer e tre detonatori) usati per gli attentati. Il ministro degli interni indiano Shivarj Patil ha dichiarato ai giornalisti che le autorità avevano informazioni su un possibile attacco, "ma luogo e data non erano noti". Il governo indiano è stato duramente criticato per l'accaduto dall'opposizione, soprattutto dai nazionalisti indù del Bharatiya Janata Party (BJP), il cui leader L.K. Advani denuncia l'"atteggiamento troppo debole nella lotta contro i terroristi".

Le bombe erano ad alto potenziale, tanto che sono state udite a chilometri di distanza, e sarebbero state lasciate negli uffici bagagli. Secondo fonti del ministero dell'Interno l'attentato non avrebbe collegamenti con altre bombe esplose nella stessa giornata in Kashmir, ma potrebbero essere legate alle elezioni che erano in corso nel Pok, zona di quella regione controllata dal Pakistan.

Nelle ore successive all'attacco viene diffusa la notizia che la polizia abbia arrestato un uomo, Mohamed Afzal, che avrebbe confessato di aver partecipato agli attentati e di appartenere al gruppo terrorista dei Larkash-e-Taiba, il principale gruppo islamico separatista del Kashmir, legato ad Al Qaeda. Il gruppo è stato responsabile già in passato di numerosi attacchi sul territorio indiano, fra cui uno al parlamento indiano nel 2001 e bombe al mercato di Nuova Delhi nell'ottobre 2005. Altre sei persone sono fermate proprio nel Kashmir. Da parte sua l'organizzazione, tramite il portavoce Abdullah Ghaznavi, nega però ogni addebito, condannando anzi gli attentati: "questi sono atti inumani e barbari. L'Islam non permette l'uccisione di una persona innocente. Indicare come responsabili di questi atti inumani il Lakshar-i-Taiba rappresenta un tentativo delle agenzie di sicurezza indiane di diffamare la lotta per la libertà in Jammu e Kashmir". Anche il secondo gruppo separatista più importante, l'Hezb-ul-Mujaheddin, smentisce ogni coinvolgimento: "Gli attacchi contro civili non fanno parte del nostro programma politico. Noi non abbiamo mai fatti simili attacchi né permetteremmo a chicchessia di farlo" (il portavoce Ehsan Elahi). La polizia e i servizi segreti continuano però a seguire la pista della guerriglia islamica, in quanto, secondo il ministro Patil, ci sono delle somiglianze con le tecniche usate solitamente dagli indipendentisti, principalmente la scelta di esplosioni a catena. Il 13 luglio il Ministero dell'Interno indica il coinvolgimento dello Students' Islamic Movement of India, che si sarebbe occupato dell'aspetto logistico dell'attacco. Ad oggi comunque l'attentato non è stato ancora rivendicato. In ogni caso Abu al-Haaded, presunto responsabile di Al Qaeda in Kashmir ha detto a Current News Service: "Esprimiamo la nostra gratitudine e felicita' a chiunque abbia compiuto gli attacchi".

Altre piste, finora non battute dalle autorità, portano a scontri fra diversi gruppi indù, dopo gli scontri di qualche giorno prima a Bénarès (nord dell'India). Proprio due giorni prima a Mumbai si era svolta una manifestazione - finita in violenti scontri con la polizia - a causa dalla profanazione della statua della moglie del fondatore del partito indù Shiv Sena. Nemmeno le circostanze di questo episodio però sono chiare, tanto che i militanti di estrema destra ne hanno accusato i musulmani.

Secondo fonti anonime della polizia, riportate dal quotidiano Indian Express, "dietro l'operazione terroristica a Bombay così ben coordinata e ben preparata c'è una importante potenza". La polizia avrebbe identificato e sta ricercando due uomini che avrebbero collocato gli ordigni nella stazione di Borivili. Esisterebbe l'identikit di uno dei due: un ragazzo che avrebbe collocato la bomba per scendere poi molto frettolosamente dal treno. Nei giorni successivi all'attentato la polizia interroga fra le 250 e le 300 persone, di cui 20 sono sottoposte a fermo. Nella mattina del 13 luglio in una stazione di Bombay quattro giovani vengono arrestati per comportamento sospetto: avrebbero tentato di disfarsi delle loro borse alla vista degli agenti.

La città di Mumbai ha reagito con forza e civiltà all'attentato: non c'è stato nessuno sciopero o manifestazione, scuole, negozi ed uffici sono rimasti aperti. Molte persone, sia induisti che musulmani, hanno fatto la fila davanti agli ospedali per poter donare sangue da destinare alla cura dei feriti. La linea ferroviaria è stata rapidamente riavviata e la popolazione è stata rassicurata dal premier Singh: "Ci adopereremo per sconfiggere i piani diabolici dei terroristi. Non lasceremo che riescano (...) Il governo adotterà tutte le misure possibili per mantenere l'ordine pubblico e sconfiggere le forze del terrorismo (...) Invito la gente a restare calma, a non ascoltare le voci incontrollate e a dedicarsi alle proprie attività normalmente". Il ministro delle Ferrovie, Lalu Prasad, ha promesso invece un adeguato risarcimento alle vittime.

Da tutto il mondo sono giunte forti condanne all'accaduto, anche da parte del Pakistan, in lotta con l'India dal 1947 per il controllo del Kashmir: il presidente pakistano Pervez Musharraf ha parlato di "spregevole atto di terrorismo". Una nota del Ministero degli esteri pakistano recita: "Il terrorismo è il flagello dei nostri tempi e deve essere condannato, respinto e affrontato in modo efficace e globale. Questo spregevole atto di terrorismo è costato la perdita di moltissime vite preziose". Secondo Sean McCormacj, capo portavoce del Dipartimento di Stato Usa, "si tratta di insensati atti di violenza, intesi a colpire persone innocenti che stavano tornando a casa in treno come ogni giorno, è una terribile tragedia per l'India". George W.Bush ha in seguito espresso il suo apprezzamento per l'impegno dell'India nella lotta al terrorismo. Il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, ha inviato ad Avul Pakir Jainulabedeen Abdul Kalam, presidente indiano, il seguente messaggio: "In questo doloroso momento, l'Italia è particolarmente vicina al suo Paese, cui è legata da vincoli di solidarietà ed amicizia e con il quale condivide il più fermo rifiuto del terrorismo. A nome del popolo italiano e mio personale, l'espressione del più profondo e sentito cordoglio, di cui la prego di volersi rendere interprete anche con le famiglie delle vittime". Anche il vicepremier e Ministro degli esteri italiano Massimo D'Alema ha inviato una lettera di cordoglio al premier indiano Manmohan Singh: "Desidero farle pervenire il profondo cordoglio e la mia personale partecipazione al lutto che ha colpito l'India a seguito degli attentati avvenuti nella città di Mumbai, che hanno provocato gravissime perdite di vite umane e ingenti danni materiali. A nome del mio Governo e di tutti gli italiani vorrei esprimerle la più sincera solidarietà, unitamente alla più ferma condanna per questi atti di inumana violenza, che rafforzano il fermo proposito della Comunità internazionale di agire con la massima determinazione nella lotta contro il terrorismo". Il presidente francese Jacques Chirac ha espresso indignazione, mentre il responsabile esteri dell'Unione Europea Javier Solana si è detto "scioccato". Tony Blair ha espresso solidarietà alla "più grande democrazia del pianeta".

Kofi Annan si è detto "inorridito", mentre il portavoce dell'ONU Stephane Dujarric ha dichiarato: "Questi atti non possono essere giustificati da alcuna rivendicazione servono solo a riaffermare che il terrorismo rappresenta una delle più gravi minacce alla pace e alla sicurezza e ad accrescere l'urgenza di un'azione coordinata tra tutti i Paesi per sconfiggere il terrorismo".

Papa Benedetto XVI ha inviato tramite il cardinale Angelo Sodano un telegramma alle autorità religiose indiane, in cui definisce l'attentato un "'atto insensato contro l'umanita" e promette preghiere e vicinanza spirituale per le vittime e le loro famiglie ("sui numerosi feriti invoca il dono della forza, della consolazione e del conforto").

La Conferenza episcopale indiana, tramtite il portavoce, padre Babu Joseph, "condanna l'attacco compiuto con delle bombe esplose in serie che ha colpito Mumbai, ucciso diverse dozzine di persone e ferito le persone innocenti che viaggiavano sui treni locali. (...) Denunciamo con forza gli attentati che hanno causato così tanto danno e panico fra la popolazione". Ad AsiaNews il reggente della diocesi di Mumbai, mons.Bosco Penha (che dirige la comunità in sostituzione dell'arcivescovo Ivan Dias): "Appena ho avuto notizia dell'accaduto – racconta il presule – ho offerto delle preghiere per la popolazione e questa mattina ho celebrato messa, pregando in maniera particolare che tramite l'eucarestia, sacramento di guarigione, Egli possa guarire le ferite fisiche ed emotive della popolazione traumatizzata. Anche adesso, sono costantemente in preghiera per Mumbai e la sua gente." Doplhy D'Souza, presidente del Bombay Catholic Sabha, ossia l'organizzazione di laici cattolici della città, chiede di "dare la caccia alle miserabili bestie, una macchia dell'umanità, che hanno commesso tali orrendi crimini". La All India Catholic Union si è detta "vicina al cuore di coloro che soffrono e di coloro che piangono una perdita". Per il suo presidente, John Dayal, "il bersaglio innocente di questi atti criminali è stato scelto per creare tensioni e distanze fra le diverse comunità del Paese. Sappiamo per esperienza che le forze oscure del fanatismo si rafforzano solo se riescono a seminare odio ed intolleranza, ma la nazione ha la forza per unirsi e sconfiggerli, in ogni loro forma".

Per il consigliere regionale della Toscana Severino Saccardi (DS) "la nostra mentalità eurocentrica ci impedirà, forse, di realizzare fino in fondo la gravità di quel che è successo a Bombay. Si ripete là quel che già si è verificato ad Atocha, a Londra, a Sharm-El-Sheikh, sulla scia dell'infausto 11 settembre legato alla distruzione delle Twin Towers".

Per la parte superiore



Attentati dell'11 settembre 2001

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Le torri del World Trade Center bruciano poco dopo l'impatto del volo United Airlines 175 contro la torre meridionale, a destra; a sinistra la torre settentrionale colpita precedentemente dal volo American Airlines 11, dalla quale esce ancora fumo.

Gli attentati dell'11 settembre 2001 sono stati quattro attacchi suicidi da parte di terroristi di al-Qaida contro obiettivi civili e militari nel territorio degli Stati Uniti d'America.

La mattina dell'11 settembre 2001, 19 affiliati all'organizzazione terroristica di matrice islamica al-Qaida dirottarono quattro voli civili commerciali. I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle torri 1 e 2 del World Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli e conseguenti gravi danni agli edifici vicini. Il terzo aereo di linea fu fatto schiantare dai dirottatori contro il Pentagono. Il quarto aereo, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, si schiantò in un campo vicino Shanksville, nella Contea di Somerset (Pennsylvania), dopo che i passeggeri e i membri dell'equipaggio ebbero tentato di riprendere il controllo del veivolo. Oltre ai 19 dirottatori, vi furono 2974 vittime come conseguenza immediata degli attacchi, mentre i dispersi furono 24. La gran parte delle vittime erano civili, appartenenti a 90 diverse nazionalità.

Gli attacchi ebbero grandi conseguenze a livello mondiale: gli Stati Uniti d'America risposero dichiarando la "Guerra al terrorismo" e lanciando una invasione nell'Afghanistan controllato dai Talebani, accusati di aver volontariamente ospitato i terroristi. Il parlamento statunitense fece passare lo USA PATRIOT Act mentre altre nazioni rafforzarono la loro legislazione anti-terroristica, incrementando i poteri di polizia. Le borse rimasero chiuse per quasi una settimana, registrando enormi perdite subito dopo la riapertura, con quelle maggiori fatte registrare dalle compagnie aeree e di assicurazioni. L'economia della Lower Manhattan si fermò per via della distruzione di uffici del valore di miliardi di dollari.

I danni subiti dal Pentagono furono riparati dopo un anno, e un piccolo monumento commemorativo fu costruito sul luogo. La ricostruzione del World Trade Center è invece stata più problematica, a seguito di controversie sorte riguardo i possibili progetti e sui tempi necessari al loro completamento. La scelta della Freedom Tower per la ricostruzione del sito ha subito ampie critiche, conducendo all'abbandono di alcune parti del progetto originario.

Il mattino dell'11 settembre 2001, diciannove terroristi dirottarono quattro aerei di linea passeggeri in viaggio verso la California dagli aeroporti Logan (di Boston), Washington Dulles (di Dulles, ma utilizzato per voli da Washington) e Newark (in New Jersey ma che serve anche New York). I dirottatori condussero due aeroplani, il volo American Airlines 11 e il volo United Airlines 175, a schiantarsi contro le torri nord e sud del World Trade Center. Un altro gruppo di dirottatori condusse il volo American Airlines 77 a schiantarsi contro il Pentagono, mentre un quarto volo, lo United Airlines 93, col quale i terroristi intendevano colpire il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, precipitò al suolo nei pressi di Shanksville, in Pennsylvania.

Nel corso del dirottamento, alcuni passeggeri e membri dell'equipaggio furono in grado di effettuare chiamate con l'apparecchio radiotelefonico aria-superficie della GTE e con i telefoni cellulari; affermarono che diversi dirottatori erano a bordo di ciascun aeroplano e che i terroristi avevano preso il controllo dei veivoli usando coltelli e taglierini per uccidere alcuni assistenti di volo e almeno un pilota o un passeggero, tra cui il comandante del volo 11, John Ogonowski; la Commissione d'indagine sugli attentati dell'11 settembre 2001 stabilì che due dei dirottatori avevano recentemente acquistato attrezzi multifunzione di marca Leatherman. Qualche tipo di spray nocivo, come gas lacrimogeno o spray al peperoncino, sarebbe stato utilizzato sui voli American 11 e United 175 per tenere i passeggeri fuori dalla cabina di prima classe. Un assistente di volo dell'American Airlines 11, un passeggero del volo 175 e alcuni passeggeri del volo 93 riferirono che i dirottatori avevano delle bombe, ma uno dei passeggeri disse anche di ritenere che si trattasse di ordigni inerti. Nessuna traccia di esplosivi fu trovata sui luoghi degli impatti. Il Rapporto della Commissione sull'11 settembre afferma che le bombe erano probabilmente false.

Sul volo United Airlines 93 le registrazioni della scatola nera hanno rivelato che l'equipaggio e i passeggeri tentarono di sottrarre il controllo dell'aereo ai dirottatori dopo aver saputo, per via telefonica, che altri aerei dirottati erano stati mandati a schiantare contro degli edifici, quella mattina. Secondo la trascrizione della registrazione, uno dei dirottatori diede l'ordine di virare il velivolo quando fu chiaro che ne avrebbero perso in controllo a causa dei passeggeri. Poco dopo, l'aeroplano si schiantò in un campo vicino Stonycreek, nella contea di Somerset (Pennsylvania), alle ore 10:03:11 ora locale (14:03:11 UTC). In una intervista rilasciata al giornalista di al Jazeera Yosri Fouda, Khalid Shaikh Mohammed, dirigente di al-Qā‘ida, affermò che l'obiettivo del volo 93 era il Campidoglio di Washington, il cui nome in codice era «la facoltà di Legge».

Tre edifici del complesso del World Trade Center collassarono a causa di danni strutturali, quel giorno. La torre meridionale (denominata WTC 2) crollò alle 9:59 circa, dopo un incendio di 56 minuti causato dall'impatto del volo United Airlines 175; la torre settentrionale (WTC 1) collassò alle 10:28, dopo un incendio di circa 102 minuti. La caduta di WTC 1 produsse dei detriti che danneggiarono la vicina 7 World Trade Center (WTC 7), la cui integrità strutturale fu ulteriormente compromessa dagli incendi; l'edificio collassò più tardi, quello stesso giorno, alle 17:20 ora locale.

Il National Institute of Standards and Technology promosse delle investigazioni sulle cause del collasso dei tre edifici, successivamente allargando le indagini sulle misure per la prevenzione del collasso progressivo, chiedendosi ad esempio se la progettazione aveva previsto la resistenza agli incendi e se era stato effettuato un rafforzamento delle strutture in acciaio. Il rapporto riguardo WTC 1 e WTC 2 fu terminato nell'ottobre 2005, mentre l'indagine sul WTC 7 è stata pubblicata il 21 agosto 2008: il crollo dell'edificio è stato causato dalla dilatazione termica, prodotta dagli incendi incontrollati per ore, dell'acciaio della colonna primaria, la numero 79, il cui cedimento ha dato inizio ad un collasso progressivo delle strutture portanti vicine.

Gli attacchi crearono grande confusione tra le agenzie di notizie e i controllori del traffico aereo in tutti gli Stati Uniti; a tutto il traffico aereo civile internazionale fu proibito di atterrare su terreno statunitense per tre giorni. Gli aerei già in volo furono respinti o indirizzati agli aeroporti in Canada o Messico. Radio e televisioni diffusero notizie non confermate e spesso contraddittorie per tutto il giorno; una delle ricostruzioni più diffuse raccontava di una autobomba esplosa nella Segreteria di Stato degli Stati Uniti a Washington.

Poco dopo aver annunciato per la prima volta l'incidente del Pentagono, la CNN e altre emittenti raccontarono anche che un incendio era scoppiato al National Mall di Washington. Un altro rapporto fu lanciato dalla Associated Press, secondo il quale un Boeing 767 della Delta Air Lines, il volo 1989, era stato dirottato: anche questa notizia si rivelò poi un errore, in quanto si era effettivamente pensato che vi fosse quel pericolo, ma l'aereo rispose ai comandi dei controllori di volo e atterrò a Cleveland, Ohio.

Le vittime degli attentati furono 2974, esclusi i diciannove dirottatori: 246 su quattro aeroplani (88 sul volo American Airlines 11, 59 sul volo United Airlines 175, 59 sull'American Airlines 77 e 40 sul volo United 73; non ci fu alcun superstite), 2603 a New York e 125 al Pentagono. Altre 24 persone sono ancora elencate tra i dispersi. Tutte le vittime erano civili a parte 55 militari uccisi al Pentagono. Furono più di 90 i paesi che persero cittadini negli attacchi al World Trade Center.

Il NIST ha stimato che circa 17.400 civili erano presenti nel complesso del World Trade Center al momento degli attacchi, mentre i dati sui turisti elaborati dalla Port Authority of New York and New Jersey (l'"Autorità portuale di New York e del New Jersey") suggeriscono una presenza media di 14.154 persone sulle Torri Gemelle alle 8:45 del mattino. La gran parte delle persone al di sotto delle zone di impatto evacuarono in sicurezza gli edifici, come pure 18 persone che si trovavano nella zona di impatto della torre meridionale; Al contrario, 1366 delle vittime si trovavano nella zona di impatto o nei piani superiori della torre settentrionale; secondo il Rapporto della Commissione, centinaia furono le vittime causato dall'impatto, mentre le restanti rimasero intrappolate e morirono a seguito del collasso della torre. Quasi 600 persone furono invece uccise dall'impatto o morirono intrappolate ai piani superiori nella torre meridionale.

Almeno 200 persone saltarono dalle torri in fiamme e morirono, come raffigurato nella emblematica foto The Falling Man ("L'uomo che cade"), precipitando su strade e tetti degli edifici vicini a centinaia di metri più in basso. Alcune persone che si trovavano nelle torri al di sopra dei punti di impatto salirono fino ai tetti degli edifici sperando di essere salvati dagli elicotteri, ma le porte di accesso ai tetti erano chiuse; inoltre, non vi era alcun piano di salvataggio con elicotteri e, quella mattina dell'11 settembre, il fumo denso e l'elevato calore degli incendi avrebbe impedito agli elicotteri di effettuare manovre di soccorso.

Le vittime tra i soccorritori furono 411. Il New York City Fire Department (i vigili del fuoco di New York) perse 341 vigili del fuoco e 2 paramedici; il New York City Police Department (la polizia di New York) perse 23 agenti, il Port Authority Police Department (la polizia portuale) 37. I servizi di emergenza medica privata persero altri 8 tecnici e paramedici.

La Cantor Fitzgerald L.P., una banca di investimenti i cui uffici si trovavano ai piani 101–105 del WTC 1, perse 658 impiegati, più di qualunque altra azienda. La Marsh Inc., i cui uffici si trovavano immediatamente sotto quelli della Cantor Fitzgerald ai piani 93–101 (dove avvenne l'impatto del volo 11), perse 295 impiegati, mentre 175 furono le vittime tra i dipendenti della Aon Corporation. Dopo New York, lo stato che ebbe più vittime fu il New Jersey, con la città di Hoboken a registrare il maggior numero di morti.

È stato possibile identificare i resti di sole 1600 delle vittime del World Trade Center; gli uffici medici raccolsero anche «circa 10.000 frammenti di ossa e tessuti non identificati, che non possono essere collegati alla lista dei decessi». Altri resti di ossa furono trovati ancora nel 2006, mentre gli operai approntavano il Deutsche Bank Building per la demolizione.

La morte per malattie ai polmoni di alcune altre persone è stata fatta risalire alla respirazione delle polveri contenenti centinaia di composti tossici (quali amianto, mercurio, piombo, ecc.) causate dal collasso del World Trade Center. La gravità dell'inquinamento ambientale derivante da tali polveri - che investirono tutta la punta sud dell'isola di Manhattan - fu resa nota al grande pubblico solo a distanza di circa quattro anni dall'evento: sino ad allora le agenzie governative statunitensi avevano sottovalutato o nascosto il rischio ambientale, forse allo scopo di non causare ulteriore panico e di rendere più spediti i soccorsi, lo sgombero delle macerie, il ripristino delle normali attività della città così gravemente ferita.

Oltre alle Torri gemelle, i due grattacieli da 110 piani, numerosi altri edifici del World Trade Center furono distrutti o gravemente danneggiati, inclusi il 7 World Trade Center, il 6 World Trade Center, il 5 World Trade Center, il 4 World Trade Center, il Marriott World Trade Center e la chiesa greco ortodossa di St Nicholas. Il Deutsche Bank Building, situato al di là della Liberty Street rispetto al complesso del World Trade Center, è attualmente in demolizione, in quanto l'ambiente all'interno dell'edificio è tossico e inabitabile. La Fiterman Hall del Borough of Manhattan Community College, situato al 30 West Broadway, ricevette gravi ed estesi danni durante gli attacchi e la sua demolizione è stata programmata. Altri edifici limitrofi, come il 90 West Street e il Verizon Building, subirono gravi danni, ma sono stati riparati. Gli edifici del World Financial Center, la One Liberty Plaza, il Millenium Hilton, e 90 Church Street riportarono danni moderati. Anche gli impianti di telecomunicazioni situati sulla torre settentrionale andarono distrutti, incluse le antenne di trasmissione radio e televisive e i ponti radio, ma le stazioni degli organi di informazioni re-instradarono rapidamente i segnali e ripresero le trasmissioni.

Nella contea di Arlington, una porzione del Pentagono fu gravemente danneggiata dall'impatto e dal successivo incendio, e una sezione dell'edificio crollò.

Successivamente agli attacchi alle Torri gemelle, il New York City Fire Department inviò rapidamente sul sito 200 unità, pari a metà dell'organico del dipartimento, che furono aiutati da numerosi pompieri fuori-servizio e da personale dei pronto soccorso. Il New York City Police Department inviò delle unità speciali dette "Emergency Service Units" e altro personale. Durante i soccorsi, i comandanti dei vigili del fuoco, della polizia e dell'Autorità portuale ebbero difficoltà a condividere le informazioni e a coordinare i loro sforzi, tanto che vi furono duplicazioni nelle ricerche dei civili dispersi invece che ricerche coordinate.

Con la situazione che peggiorava, il dipartimento di polizia, che riceveva informazioni degli elicotteri in volo, fu in grado di diffondere l'ordine di evacuazione che permise a molti dei suoi agenti di allontanarsi prima del crollo degli edifici; tuttavia, poiché i sistemi di comunicazione radio dei dipartimenti di polizia e di vigili del fuoco erano incompatibili, questa informazione non fu inoltrata ai comandi dei vigili del fuoco. Dopo il collasso della prima torre, i comandanti dei vigili del fuoco trovarono difficoltà a inviare gli ordini di evacuazione ai pompieri all'interno della torre, a causa del malfunzionamento dei sistemi di trasmissione all'interno del World Trade Center. Persino le chiamate al 911 (il servizio di emergenza) non furono correttamente inoltrate. Una enorme operazione di ricerca e salvataggio fu lanciata dopo poche ore dagli attacchi; le operazioni cessarono alcuni mesi dopo.

Gli attacchi dell'11 settembre sono il risultato degli obiettivi dichiarati da al-Qaida, così come furono formulati nella fatwa promulgata da Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri, Abū Yāsir Rifā'ī Ahmad Tāhā, Mir Hamzah, e Fazlur Rahman, la quale dichiarava che fosse «dovere di ogni musulmano uccidere gli americani in qualunque luogo».

L'origine di al-Qa'ida risale al 1979, anno dell'invasione sovietica dell'Afghanistan; poco dopo l'invasione, Osama bin Laden si recò in Afghanistan per collaborare con l'organizzazione dei mujaheddin arabi e alla formazione di Maktab al-Khidamat, una formazione il cui scopo era quello di raccogliere fondi e assoldare mujaheddin stranieri per resistere all'Unione Sovietica. Nel 1989, con il ritiro delle forze sovietiche dal conflitto afghano, il Maktab al-Khidamat si trasformò in una "forza di intervento rapido" del jihad contro i governi del mondo islamico.

Sotto la guida di Ayman al-Zawahiri, bin Laden assunse posizioni più radicali. Nel 1996, bin Laden promulgò la prima fatwa, con la quale intendeva allontanare i soldati statunitensi dall'Arabia Saudita. In una seconda fatwa promulgata nel 1998, bin Laden avanzò obiezioni sulla politica estera statunitense nei riguardi di Israele, come pure sulla presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita anche dopo la fine della guerra del Golfo. Bin Laden ha citato testi dell'Islam per esortare ad azioni di forza contro soldati e civili statunitensi fin quando i problemi sollevati non saranno risolti, notando che «durante tutta la storia dei popoli islamici, gli ulema hanno unanimemente affermato che il jihad è un dovere individuale se il nemico devasta i paesi musulmani».

L'idea degli attacchi dell'11 settembre fu formulata da Khalid Shaykh Mohammed, che per primo la presentò a Osama bin Laden nel 1996. In quel momento bin Laden e al-Qa'ida vivevano un periodo di transizione, in quanto erano appena tornati in Afghanistan dal Sudan. Gli attentati alle ambasciate statunitensi del 1998 segnarono un punto di svolta, in quanto con essi bin Laden attaccava direttamente gli Stati Uniti. Alla fine del 1998 o all'inizio del 1999, bin Laden diede il proprio consenso a Mohammed per l'organizzazione dell'attentato. Una serie di incontri ebbero luogo nella primavera del 1999 tra Khalid Shaykh Mohammed, bin Laden e il suo rappresentante Mohammed Atef: bin Laden approvò la scelta dei capi dell'azione e garantì il sostegno finanziario; fu anche coinvolto nella scelta dei partecipanti all'attacco, tanto che fu lui a scegliere Mohamed Atta come il capo dei dirottatori. Mohammed fornì il supporto operazionale, selezionando gli obiettivi e organizzando i viaggi per dirottatori (quasi 27 membri di al-Qaida tentarono di entrare negli Stati Uniti d'America per prendere parte agli attacchi dell'11 settembre); bin Laden modificò alcune decisioni di Mohammed, respingendo alcuni potenziali obiettivi come la U.S. Bank Tower di Los Angeles.

La National Commission on Terrorist Attacks upon the United States ("Commissione nazionale sugli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti") fu formata dal governo degli Stati Uniti ed è comunemente nota come 9/11 Commission; il 22 luglio 2004 la commissione rilasciò un rapporto nel quale concludeva che gli attacchi erano stati progettati e messi in atto da membri di al-Qa'ida. La commissione affermò che «gli organizzatori dell'attentato dell'11 settembre spesero in totale tra 400.000 e 500.000 dollari per progettare e mettere in atto il loro attacco, ma che la precisa origine dei fondi utilizzati per eseguire gli attacchi è rimasta sconosciuta».

Quindici dirottatori provenivano dall'Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall'Egitto e uno dal Libano. In contrasto con il consueto profilo degli attentatori suicidi, i dirottatori erano adulti maturi e ben istruiti, le cui visioni del mondo erano ben formate. Dopo alcune ore dagli attacchi, l'FBI fu in grado di determinare i nomi e, in molti casi, i dettagli personali dei sospetti piloti e dirottatori. Il bagaglio di Mohamed Atta, che non fu trasbordato dal suo volo da Portland sul volo 11, conteneva documenti che rivelarono l'identità di tutti i 19 dirottatori e altri importanti indizi sui loro piani, sulle loro intenzioni e sui loro precedenti. Il giorno degli attacchi, la National Security Agency intercettò delle comunicazioni che portavano a Osama bin Laden, come avevano fatto i servizi segreti tedeschi.

Il 27 settembre 2001, l'FBI rese pubbliche le foto dei 19 dirottatori, assieme alle informazioni sulle possibili nazionalità e nomi falsi di molti. Le indagini dell'FBI sugli attacchi, l'operazione "PENTTBOM", furono le più vaste e complesse nella storia dell'FBI, coinvolgendo più di 7000 agenti speciali. Il governo degli Stati Uniti determinò che al-Qa'ida, diretta da Osama bin Laden, era responsabile per gli attacchi, con l'FBI che afferma che «le prove che mettono in relazione al-Qa'ida e bin Laden agli attacchi dell'11 settembre sono chiare e irrefutabili»; Il governo del Regno Unito raggiunse la stessa conclusione.

La dichiarazione di una guerra santa contro gli Stati Uniti d'America e la fatwa firmata da Osama bin Laden e altri nel 1996, in cui si chiedeva l'uccisione di civili statunitensi, sono viste come indizi del suo movente negli attacchi dell'11 settembre da parte degli investigatori. Inizialmente bin Laden negò il proprio coinvolgimento negli attacchi, per poi ammetterlo. Il 16 settembre 2001, bin Laden negò ogni coinvolgimento negli attacchi leggendo una dichiarazione trasmessa dal canale satellitare del Qatar Al Jazeera: «Sottolineo che non ho attuato questo gesto, che sembra essere stato portato avanti da individui con motivazioni proprie»; questa smentita fu trasmessa dalle testate giornalistiche statunitensi e mondiali. Nel novembre 2001 forze statunitensi recuperarono una registrazione in una casa distrutta a Jalalabad, in Afghanistan, in cui bin Laden parla a Khaled al-Harbi: nella videoregistrazione bin Laden ammette di aver saputo in anticipo degli attacchi. La registrazione fu trasmessa da varie emittenti giornalistiche a partire dal 13 dicembre 2001; la distorsione delle immagini è stata attribuita ad artefatti causati dalla copia del nastro. Il 27 dicembre 2001 fu pubblicato un secondo video di bin Laden, in cui affermava che «il terrorismo contro gli Stati Uniti merita di essere lodato perché fu una risposta ad una ingiustizia, avente lo scopo di forzare gli Stati Uniti a interrompere il suo sostegno ad Israele, che uccide la nostra gente», senza però ammettere la responsabilità degli attacchi. Poco prima delle elezioni presidenziali statunitensi del 2004, bin Laden rivendicò pubblicamente con una registrazione video il coinvolgimento di al-Qa'ida negli attacchi agli Stati Uniti, ammettendo il proprio legame diretto con gli attentati; affermò che gli attacchi erano stati portati perché «siamo liberi e vogliamo riottenere libertà per la nostra nazione. Così come voi indebolite la nostra sicurezza noi indeboliamo la vostra». Osama bin Laden afferma di aver personalmente diretto i 19 dirottatori: nel video afferma che «concordammo assieme al comandante Muhammad Atta, che Allah abbia pietà di lui, che tutte le operazioni sarebbero dovute essere completate in 20 minuti, prima che Bush e la sua amministrazione se ne accorgessero». Un altro video ottenuto da Al Jazeera nel settembre 2006 mostra Osama bin Laden con Ramzi Binalshibh e due dirottatori, Hamza al-Ghamdi e Wail al-Shehri, mentre preparano gli attacchi.

In una intervista del 2002 con il giornalista di al Jazeera Yosri Foda, Khalid Shaykh Mohammed ammise il proprio coinvolgimento nella "operazione del santo Martedì", assieme a Ramzi Binalshibh. Il Rapporto della Commissione sull'11 settembre ha determinato che l'animosità di Khalid Shaykh Mohammed, il «principale architetto» degli attacchi dell'11 settembre, verso gli Stati Uniti ebbe origine «non dalla sua esperienza di studente fatta lì, ma piuttosto dalla sua violenta opposizione con la politica estera statunitense in favore deli Israele». Mohammed Atta condivideva le stesse motivazioni di Khalid Shaykh Mohammed. Ralph Bodenstein, un ex-compagno di classe di Atta, lo descrisse come «ampiamente imbevuto, in realtà, sulla difesa degli Stati Uniti di queste politiche israeliane nella regione». Abd al-Aziz al-Umari, dirottatore del volo 11 assieme a Mohamed Atta, affermò nel suo testamento video che «il mio gesto è un messaggio per coloro che mi hanno ascoltato e per coloro che mi hanno visto e, allo stesso tempo, è un messaggio agli infedeli, che lasciate la penisola arabica sconfitti e che smettiate di dare una mano ai codardi ebrei in Palestina». Khalid Shaykh Mohammed fu arrestato il 1º marzo 2003 a Rawalpindi, in Pakistan, per poi essere detenuto definitivamente nel campo di detenzione di Guantanamo Bay, a Cuba. Durante le udienze condotte dagli Stati Uniti nel marzo 2007, che sono state «ampiamente criticate da avvocati e gruppi per i diritti umani in quanto tribunali falsi», Mohammed confessò nuovamente la propria responsabilità per gli attacchi: «ero il responsabile dell'operazione dell'11 settembre, dalla A alla Z».

Nel "Sostituto di testimonianza di Khalid Shaykh Mohammed" del processo a Zacarias Moussaoui, cinque persone sono identificate come quelle che conoscevano tutti i dettagli dell'operazione: Osama bin Laden, Khalid Shaykh Mohammed, Ramzi Binalshibh, Abu Turab al-Urdunni e Mohammed Atef. Fino al 2008, solo le figure di contorno sono state processate o condannate in relazione agli attacchi; bin Laden non è stato ancora formalmente accusato degli attentati. Il 26 settembre 2005, la Audiencia Nacional de España (la corte nazionale spagnola), diretta dal giudice Baltasar Garzón, condannò Abu Dahdah a 27 anni di prigione per cospirazione riguardo gli attentati dell'11 settembre e in qualità di membro dell'organizzazione terrorisitica al-Qa'ida. Allo stesso tempo, altri 17 membri di al-Qa'ida ricevettero condanne tra i sei e gli undici anni. Il 16 febbraio 2006, la corte suprema spagnola ridusse la pena di Abu Dahdah a 12 anni, in quanto considerò non provata la sua partecipazione alla cospirazione.

Molte conclusioni della commissione dell'11 settembre sui moventi degli attacchi sono state condivise da altri esperti. L'esperto di anti-terrorismo Richard Clarke ha spiegato, nel suo libro Against All Enemies, che le scelte di politica estera degli Stati Uniti, inclusi «il confronto con Mosca in Afghanistan, l'invio delle forze armate statunitensi nel Golfo persico» e «il rafforzamento di Israele come base per un fianco meridionale contro i sovietici», contribuirono a formare le motivazioni di al-Qaida. Altri, come il corrispondente dall'estero del The Observer Jason Burke, sottolineano l'aspetto politico dei moventi, affermando che «bin Laden è un attivista con un'idea molto chiara di ciò che vuole e di come spera di ottenerlo. Questi mezzi possono essere molto distanti dalla normale attività politica ma la sua agenda è fondamentalmente politica».

Molti studi si sono concentrati anche sull'insieme della strategia di bin Laden per individuare il movente degli attentati. Per esempio, il corrispondente Peter Bergen afferma che gli attacchi erano parte di un piano volto a far incrementare la presenza militare e culturale degli Stati Uniti nel Vicino Oriente, forzando in questo modo i musulmani a confrontarsi con le "malefatte" di un governo non-musulmano e a stabilire governi islamici conservatori nella regione. Michael Scott Doran, corrispondente di Foreign Affairs, enfatizza l'uso "mitico" del termine "spettacolare" nella risposta di bin Laden agli attacchi, spiegando che si trattava di un tentativo di provocare una reazione viscerale nel Vicino Oriente e di assicurarsi che i cittadini musulmani reagissero il più violentemente possibile a un aumento dell'impegno statunitense nella regione.

Gli attacchi dell'11 settembre ebbero un immediato e travolgente effetto sulla popolazione degli Stati Uniti. Molti agenti di polizia e soccorritori di altre parti del paese presero dei permessi dal lavoro per recarsi a New York ad assistere i propri colleghi nel recupero dei corpi dalle macerie delle Torri gemelle. Le donazioni di sangue ebbero un incremento nella settimana successiva agli attacchi in tutti gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, tutti i veivoli civili degli Stati Uniti e di altri paesi (come il Canada), che non effettuavano servizi di emergenza, furono immediatamente fatti atterrare, recando grossi disagi a decine di migliaia di passeggeri in tutto il mondo. La Federal Aviation Administration chiuse i cieli statunitensi a tutti i voli internazionali, obbligando gli aerei a dirigersi su aeroporti di altri paesi; il Canada fu uno dei paesi maggiormente toccati da questo fenomeno e lanciò l'Operation Yellow Ribbon per gestire l'enorme numero di aerei a terra e di passeggeri bloccati negli aeroporti.

Il consiglio della Nato dichiarò che gli attacchi agli Stati Uniti erano considerati un attacco a tutti i paesi della Nato e che, in quanto tali, soddisfavano l'Articolo 5 del trattato NATO. Subito dopo gli attacchi, l'amministrazione Bush dichiarò la "Guerra al terrorismo", con l'obiettivo dichiarato di portare Osama bin Laden e al-Qa'ida davanti alla giustizia e di prevenire la costituzione di altre reti terroristiche. I mezzi previsti per perseguire questi obiettivi includevano sanzioni economiche e interventi militari contro gli stati che avessero dato l'impressione di ospitare terroristi, aumenti dell'attività di sorveglianza su scala globale e condivisione delle informazioni ottenute dai servizi segreti. L'invasione statunitense dell'Afghanistan (2001) e il rovesciamento del governo dei Talebani da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti fu la seconda operazione della guerra effettuata al di fuori dei confini statunitensi in ordine di grandezza, la più vasta tra quelle direttamente collegate al terrorismo. Gli Stati Uniti non furono l'unica nazione ad aumentare la propria preparazione militare: stati come le Filippine e l'Indonesia dovevano infatti affrontare le minacce portate dal terrorismo islamista interno. Subito dopo, alcuni esponenti dell'amministrazione statunitense specularono sul coinvolgimento di Saddam Hussein, il presidente iracheno, con al-Qa'ida. Questi sospetti si rivelarono successivamente infondati, ma questa associazione contribuì a far accettare all'opinione pubblica l'invasione dell'Iraq del 2003.

A seguito degli attacchi, l'indice di gradimento del presidente Bush salì fino all'86%. Il 20 settembre 2001, il Presidente degli Stati Uniti parlò alla nazione e ad una seduta congiunta del Congresso, esponendo gli eventi del giorno degli attacchi, i successivi nove giorni di sforzi di salvataggio e ricostruzione e la sua risposta agli eventi. Anche il sindaco di New York Rudolph Giuliani ottenne un notevole gradimento a livello locale e nazionale in virtù del ruolo svolto. Molti fondi furono immediatamene aperti per assistere finanziariamente i sopravvissuti e le famiglie delle vittime degli attacchi; al termine ultimo per la compensazione delle vittime, l'11 settembre 2003, erano state ricevute 2833 richieste dalle famiglie delle vittime. Subito dopo gli attacchi furono messi in atto i piani di emergenza per l'evacuazione dei governanti e per la continuità del governo (la serie di atti necessari a garantire la prosecuzione delle funzioni governative in caso di attacco nucleare o simile). Il fatto che gli Stati Uniti fossero in una condizione di continuità del governo fu però comunicato al Congresso solo nel febbraio 2002. Il Congresso passò l'Homeland Security Act del 2002, che istituì il Department of Homeland Security, la maggiore ristrutturazione dell'amministrazione statunitense nella storia contemporanea. Il congresso passò anche lo USA PATRIOT Act, affermando che sarebbe stato utile a individuare e perseguire il terrorismo e altri crimini; i gruppi per le libertà civili hanno però criticato il PATRIOT Act, affermando che permette agli organi di polizia di invadere la vita privata dei cittadini e che elimina il controllo da parte della magistratura della polizia e dai servizi segreti interni. L'amministrazione Bush indicò gli attacchi dell'11 settembre per giustificare l'inizio di una operazione segreta della National Security Agency volta a «intercettare comunicazioni via telefono e e-mail tra gli Stati Uniti e persone all'estero senza mandato».

Furono riportati numerosi incidenti di molestie e crimini d'odio contro mediorientali e persone "dall'aspetto mediorientale"; furono coinvolti particolarmente Sikh, in quanto gli uomini sikh vestono un turbante, elemento essenziale dello stereotipo del musulmano negli Stati Uniti. Vi furono abusi verbali, attacchi a moschee e altre costruzioni religiose (tra cui un tempio induista) e aggressioni, tra cui un omicidio: Balbir Singh Sodhi, un Sikh, fu ucciso il 15 settembre, dopo essere stato scambiato per un musulmano. Le principali organizzazioni statunitensi di musulmani furono immediate nella condanna degli attacchi e si appellarono affinché «i musulmani statunitensi si facciano avanti con le loro capacità e le loro risorse per aiutare ad alleviare le sofferenze delle persone coinvolte e delle loro famiglie». Oltre a notevoli donazioni di denaro, molte organizzazioni islamiche organizzarono raccolte di sangue e fornirono assistenza medica, cibo e alloggio alle vittime dell'attentato. A seguito degli attacchi, 80.000 arabi e immigrati musulmani furono registrati e le loro impronte digitali schedate in base all'Alien Registration Act del 1940. Ottomila arabi e musulmani furono interrogati e cinquemila stranieri furono detenuti secondo la Joint Congressional Resolution 107-40, che autorizzava l'uso delle forze armate «per scoraggiare e prevenire atti di terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti».

Gli attacchi furono condannati da governi di tutto il mondo, e molte nazioni offrirono aiuti e solidarietà. I governanti della maggior parte dei paesi del Medio Oriente, incluso l'Afghanistan, condannarono gli attacchi. L'Iraq fece eccezione, in quanto diffuse immediatamente una dichiarazione in cui si affermava che «i cowboys americani stanno cogliendo il frutto dei loro crimini contro l'umanità». Un'altra eccezione molto evidenziata dai mass media furono i festeggiamenti da parte di alcuni Palestinesi. Circa un mese dopo gli attacchi, gli Stati Uniti d'America guidarono una vasta coalizione nell'invasione dell'Afghanistan, allo scopo di rovesciare il governo dei Talebani, accusati di ospitare al-Qa'ida. Le autorità del Pakistan si schierarono nettamente al fianco degli Stati Uniti contro i Talebani e al-Qa'ida: i pakistani misero a disposizione degli Stati Uniti diversi aeroporti militari e basi per gli attacchi contro il governo talebano e arrestarono più di 600 presunti membri di al-Qa'ida, che poi cedettero agli statunitensi. Diversi paesi - tra cui Regno Unito, India, Australia, Francia, Germania, Indonesia, Cina, Canada, Russia, Pakistan, Giordania, Mauritius, Uganda e Zimbabwe - promulgarono legislazioni "antiterroristiche" e congelarono i conti in banca di persone che sospettavano avessero legami con al-Qaida. I servizi segreti e le forze di polizia di alcuni paesi - tra cui Italia, Malesia, Indonesia e Filippine - arrestarono persone che indicavano come sospetti terroristi con lo scopo dichiarato di distruggere le cellule terroristiche in tutto il mondo.

Negli Stati Uniti questi fatti generarono alcune controversie; critici come il Bill of Rights Defense Committee affermarono che le tradizionali limitazioni sul potere di sorveglianza federale (come il controllo degli assembramenti pubblici del COINTELPRO) erano stati "smantellati" dallo USA PATRIOT Act. Organizzazioni per le libertà civili come la American Civil Liberties Union e il gruppo di pressione Liberty affermarono che anche alcune protezioni dei diritti civili erano state aggirate. Gli Stati Uniti aprirono un centro di detenzione a Guantanamo Bay, a Cuba, per detenervi quelli che definirono "combattenti nemici illegittimi". La legittimità di tali detenzioni è stata messa in discussione dall'Unione Europea, dall'Organizzazione degli Stati Americani e da Amnesty International, tra gli altri.

La Commissione d'indagine sugli attentati dell'11 settembre 2001, anche nota come "9/11 Commission" e diretta dall'ex-governatore del New Jersey Thomas Kean, fu istituita nel tardo 2002 per preparare una ricostruzione completa dei fatti riguardanti l'attacco, analizzando anche lo stato di preparazione e l'immediata reazione ad essi. Il 22 luglio 2004, la 9/11 Commission pubblicò il Rapporto della Commissione sull'11 settembre. La Commissione e il suo rapporto hanno ricevuto diverse critiche.

Una indagine federale sulle caratteristiche tecniche e di resistenza agli incendi connesse con il collasso delle Torri gemelle e del WTC 7 fu condotta dal National Institute of Standards and Technology (NIST) dello United States Department of Commerce. Questa indagine aveva il compito di trovare il motivo del collasso degli edifici, il numero di morti e feriti causati, oltre che le procedure collegate alla progettazione e alla gestione del World Trade Center.

Il rapporto concluse che il rivestimento anti-incendio delle infrastrutture in acciaio furono spazzate via dagli impatti degli aerei e che, se questo non fosse accaduto, le torri sarebbero probabilmente rimaste in piedi.

Gene Corley, direttore dell'indagine originale, commentò che «le torri si comportarono in maniera impressionante. Non furono gli aerei dei terroristi ad abbattere gli edifici; fu l'incendio successivo. Fu dimostrato che era possibile abbattere due terzi delle colonne di una torre e l'edificio sarebbe restato in piedi». Il fuoco indebolì le travature di sostegno dei piani, facendole piegare verso il basso, tirando così le colonne in acciaio esterne che si piegarono verso l'interno. Con le colonne portanti danneggiate, le colonne esterne piegate non furono più in grado di sostenere gli edifici, causandone il collasso. Il rapporto afferma inoltre che le trombe delle scale non erano adeguatamente rinforzate per funzionare da via di fuga per le persone al di sopra della zona di impatto. Questo fu confermato da uno studio indipendente della Purdue University. I risultati dell'indagine del NIST sul WTC 7 sono stati pubblicati il 21 agosto 2008: il crollo dell'edificio è stato causato dalla dilatazione termica prodotta dagli incendi che divamparono incontrollati per ore, e che hanno in particolare interessato l'acciaio della colonna primaria numero 79, il cui cedimento ha dato inizio ad un collasso progressivo delle strutture portanti vicine.

L'Ispettore Generale della CIA condusse una indagine interna sulle prestazioni della CIA prima dell'11 settembre e fu estremamente critico nei confronti dei funzionari anziani della CIA per non aver fatto tutto ciò che era possibile contro il terrorismo, in particolare per non essere riusciti a fermare due dei dirottatori dell'11 settembre, Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, al loro ingresso negli Stati Uniti, e per non aver condiviso le informazioni su di loro con l'FBI.

Nel maggio 2007, senatori appartenenti sia al Partito Democratico che a quello Repubblicano hanno sostenuto una proposta di legge che avrebbe reso pubblica un rapporto d'indagine interno alla CIA. Il rapporto investiga sulle responsabilità del personale CIA prima e dopo gli attacchi: completato nel 2005, i suoi dettagli non sono mai stati resi pubblici.

Gli attacchi ebbero un significativo impatto sui mercati finanziari degli Stati Uniti e mondiali. La borsa di New York (New York Stock Exchange, NYSE), l'American Stock Exchange e il NASDAQ non aprirono l'11 settembre e rimasero chiusi fino al 17 settembre. Quando i mercati riaprirono, l'indice Dow Jones precipitò di 684 punti, pari al 7.1%, fino a 8921, la maggiore flessione mai avuta in un solo giorno. Alla fine della settimana, l'indice Dow Jones era precipitato a 1369,7 punti (14,3%), la maggiore caduta settimanale della sua storia. Le azioni statunitensi persero 1.400 miliardi di dollari di valore in quella settimana. A New York si contarono circa 430.000 posti di lavoro e 2,8 miliardi di dollari di stipendi persi nei tre mesi seguenti agli attacchi; gli effetti economici si concentrarono sui settori economici dell'export della città. Si stima che la perdita in termini di prodotto interno lordo sperimentata dall'economia newyorkese negli ultimi tre mesi del 2001 e per tutto il 2002 ammonti a 27,3 miliardi di dollari. Il governo federale concesse immediatamente 11,2 miliardi di dollari al governo cittadino nel settembre 2001 e 10,5 miliardi di dollari all'inizio del 2002, per incentivare lo sviluppo economico e la ricostruzione delle infrastrutture.

Gli attacchi ebbero un grosso impatto anche sulle piccole imprese di Lower Manhattan, poste nelle vicinanze del World Trade Center; circa 18.000 di queste imprese furono distrutte o trasferite dopo gli attacchi. L'agenzia federale che gestisce i fondi per le piccole imprese, la Small Business Administration, fornì dei prestiti mentre il goveno federale diede assistenza alle piccole imprese danneggiate dagli attacchi tramite il Community Development Block Grants e l'Economic Injury Disaster Loans. Quasi tre milioni di metri quadri di uffici a Lower Manhattan furono danneggiati o distrutti. Gli studi economici sugli effetti degli attacchi hanno confermato che il loro impatto sul mercato degli uffici di Manhattan e su quello dei lavori da ufficio è stato inferiore a quanto previsto, a causa della necessità di una interazione faccia a faccia nell'ambito dei servizi finanziari.

Lo spazio aereo nordamericano fu chiuso per diversi giorni dopo gli attacchi e i voli di linea sperimentarono un calo dopo la sua riapertura. Gli attacchi causarono un taglio di circa il 20% della capacità di viaggi aerei, esacerbando i problemi delle compagnie aeree statunitensi.

Migliaia di tonnellate di detriti tossici risultanti dal collasso delle Torri gemelle contenevano più di 2500 contaminanti, tra cui alcuni elementi noti per essere cancerogeni. Sono testimoniate diversi casi di malattie debilitanti tra coloro che si occuparono dei soccorsi e dei lavori di rimozione delle macerie, malattie ritenute collegate direttamente all'esposizione ai detriti. Alcune di queste conseguenze sanitarie hanno toccato anche alcuni residenti, studenti e impiegati della Lower Manhattan e della vicina Chinatown. Molti decessi sono stati collegati alla polvere tossica causata dal collasso del World Trade Center e i nomi delle vittime saranno incluse nel memoriale del WTC. Esistono alcuni studi scientifici che suggeriscono che l'esposizione a diversi prodotti tossici dispersi nell'aria potrebbe avere effetti negativi sullo sviluppo del feto: per questo motivo, un centro studi per la salute ambientale dei bambini sta studiando i figli delle donne incinte all'epoca degli attacchi e che vivevano o lavoravano in prossimità delle torri del WTC.

Sono tutt'ora in atto procedimenti legali per il rimborso dei costi delle cure per le malattie connesse agli attacchi. Il 17 ottobre 2006, il giudice federale Alvin Hellerstein annullò il rifiuto della municipalità di New York di pagare i costi dell'assistenza sanitaria ai soccorritori, permettendo così numerosi processi contro l'amministrazione cittadina. Ufficiali governativi sono stati censurati per aver spinto le persone a tornare a Lower Manhattan nelle settimane successive agli attacchi; l'amministratrice della Environmental Protection Agency ("Agenzia per la protezione dell'ambiente", EPA) nel periodo immediatamente successivo agli attacchi, Christine Todd Whitman, fu pesantemente criticata per aver affermato scorrettamente che l'area era sicura dal punto di vista ambientale. Il presidente Bush fu anche criticato per aver interferito con le interpretazioni e i pareri dell'EPA riguardo la qualità dell'aria successivamente agli attacchi. Inoltre, il sindaco Giuliani fu criticato per aver sollecitato il personale del settore finanziario a tornare rapidamente nell'area vasta attorno a Wall Street.

Il giorno degli attacchi, Giuliani affermò: «Ricostruiremo. Ne usciremo più forti di prima, politicamente più forte, economicamente più forti. La skyline tornerà ad essere nuovamente completa». La rimozione dei detriti terminò ufficialmente nel maggio 2002. La Lower Manhattan Development Corporation, incaricata della ricostruire il sito del World Trade Center, è stata criticata per aver compiuto poco con i notevoli fondi destinati alla ricostruzione. Uno degli edifici completamente distrutti, il 7 World Trade Center, ha una nuova torre uffici, completata nel 2006; la Freedom Tower è attualmente (2008) in costruzione e, al suo completamento, nel 2011, sarà uno degli edifici più alti dell'America settentrionale con una altezza di 541 m. Si prevede il completamento di altre tre torri tra il 2008 e il 2012, poste un isolato a oriente rispetto a quelle originali.

La sezione danneggiata del Pentagono fu ricostruita e rioccupata entro un anno dagli attacchi.

Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi, si tennero molte commemorazioni e veglie in tutto il mondo; mentre ovunque a Ground Zero furono affisse immagini delle vittime. Uno delle prime commemorazioni fu il Tribute in Light, una istallazione di 88 fari da ricerca posti nelle fondamenta delle Torri che proiettavano due colonne di luce verticalmente verso il cielo. A New York fu istituita una competizione per decidere il progetto di un monumento da erigere sul luogo di Ground Zero; il progetto vincente, Reflecting Absence, selezionato nell'agosto 2006, consiste in una coppia di piscine riflettenti sul luogo delle fondamenta delle Torri, circondate da un monumento sotterraneo in cui sono iscritti i nomi delle vittime. I progetti di creazione di un museo sul sito sono stati sospesi dopo che l'International Freedom Center è stato abbandonato per le critiche delle famiglie delle vittime.

Il monumento del Pentagono è correntemente in costruzione fuori dall'edificio: si tratta di un parco con 184 panchine che fronteggiano il Pentagono. Quando il Pentagono fu ricostruito, nel 2001-2002, furono costruiti anche una cappella privata e un monumento interno, posti nel luogo dove il Volo 77 si schiantò nell'edificio. Un monumento del Volo 93 da costruire a Shanksville è in fase di progetto: includerà un groviglio di alberi scolpiti che forma un circolo intorno al sito dell'impatto, tagliato dal percorso dell'aereo, mentre delle campane a vento porteranno i nomi delle vittime. Un monumento temporaneo si trova a 450 m dal sito dell'impatto del Volo 93 a Shanksville. Molti altri monumenti permanenti sono in costruzione in tutto il mondo e la loro lista è aggiornata man mano che sono completati. Oltre a monumenti veri e propri, anche borse di studio e programmi caritatevoli sono stati istituiti dai parenti delle vittime, come pure da altre organizzazioni e privati.

A seguito degli attacchi, negli Stati Uniti e nel mondo sono stati sollevati diversi dubbi circa il reale svolgimento dei fatti e sono state formulate numerose teorie difformi da quelle comunemente accettate, generalmente configurabili come vere e proprie teorie del complotto. Tali dubbi e teorie hanno dato luogo ad innumerevoli dispute e controversie circa la natura, l'origine e i responsabili degli attentati, contestando il contenuto dei resoconti ufficiali circa l'accaduto e suggerendo, tra l'altro, che persone con incarichi di responsabilità negli Stati Uniti fossero a conoscenza del pericolo e che deliberatamente avrebbero deciso di non prevenirli, o che individui estranei ad al-Qa'ida avrebbero partecipato alla pianificazione o all'esecuzione degli attacchi. Una delle più diffuse teorie pone in dubbio che gli edifici colpiti a New York siano crollati per conseguenza del solo impatto degli aerei e degli incendi che ne sono seguiti. Tuttavia, la comunità degli ingegneri civili concorda con la versione che vuole il collasso delle Torri gemelle provocato dagli impatti ad alta velocità degli aviogetti e dai conseguenti incendi, piuttosto che da una demolizione controllata.

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Source : Wikipedia