Areva

3.4264392324009 (938)
Inviato da murphy 06/03/2009 @ 13:07

Tags : areva, nucleare, energia, economia, areva challenge, louis vuitton cup 2007, vela, sport

ultime notizie
Areva poco mossa a Parigi nonostante voci su cessione partecipazioni - Finanzaonline.com
Areva avrebbe venduto le sue partecipazioni in Gdf Suez e in Total. Lo ha riportato oggi il Wall Street Journal, citando fonti vicine al dossier. Il colosso francese dell'energia nucleare avrebbe venduto l'1,2% di Gdf Suez e lo 0,4% di Total,...
Nucleare/ Areva: lavori Epr Finlandia procedono normalmente - Wall Street Italia
(Apcom-Nuova Energia) - I lavori di costruzione del reattore di terza generazione (Epr) "finlandese continuano in maniera assolutamente normale", assicura il gruppo francese Areva, smentendo l'annuncio dell'Autorità finlandese per la sicurezza nucleare...
Niger/ Al via lavori a miniera di Imouraren, finanziati da Areva - Wall Street Italia
(Apcom) - La prima pietra della miniera di Imouraren, finanziata dal gruppo nucleare francese Areva, è stata posata oggi nella località nel nord del Niger alla presenza del Presidente nigerino Mamadou Tandja, del ministro per la Cooperazione francese...
FRANCIA/ Una base militare permanente di fronte all'Iran - Il Sussidiario.net
Ma ci saranno anche i dirigenti di Total, Eads (Airbus), Bouygues, Areva o Gdf Suez. Oltre al negoziato sui caccia Rafale, e' ben avviato anche quello relativo a una cooperazione sul nucleare civile: un consorzio Areva-Gdf/Suez-Total ha gia' presentato...
Areva, vinto contratto da 100 mln euro in Cina - Finanzaonline.com
La francese Areva si aggiudica un nuovo contratto in Cina. Il polo di Trasmissione e Distribuzione del gruppo ingegneristico, in partnership con China Electric Power Research Institute, ha siglato un contratto per la fornitura di sistemi di...
Pericolo nucleare: fermate quel reattore - Terranauta.it
È quanto si legge in una lettera inviata dall'autorità di sicurezza nucleare STUK lo scorso dicembre al costruttore francese AREVA e di recente resa nota dalle tv finlandesi. “Con la presente esprimo la mia grande preoccupazione per l'assenza di...
Dai gasdotti all'auto a Berlino spira forte il «vento dell'Est» - Corriere della Sera
... l'ultimo grande caso di relazione speciale è stata la decisione della Siemens di rompere un'alleanza nella costruzione di centrali nucleari con la francese Areva per cambiare cavallo ed entrare in una «partnership strategica» con la russa Rosatom....
Nucleare/ Stato francese chiede ad Areva valutazione cessione T&D - Wall Street Italia
(Apcom-Nuova energia) - Il governo francese ha chiesto alla compagnia Areva di valutare la cessione della sua controllata Transmission & Distribution (T&D), specializzata nella trasmissione e la distribuzione di elettricità....
NUCLEARE: BERLUSCONI A SPINETTA, ITALIA E FRANCIA DEVONO COLLABORARE - Adnkronos/IGN
Un appello, questo, che il presidente del Consiglio rivolge a Jean Cyril Spinetta, nella sua veste di presidente del consiglio di sorveglianza del gruppo nucleare francese Areva, al termine dell'incontro che si e' svolto a Palazzo Chigi su Alitalia....

Areva

AREVA (Euronext: CEI) è una multinazionale francese che opera nel campo dell'energia, specialmente quella nucleare. Lo stato francese possiede più del 90% del capitale azionario. Recentemente ha acquisito notorietà mondiale grazie alla sponsorizzazione del team velico francese Areva Challenge alla XXXI America's Cup e XXXII America's Cup.

AREVA è l'azienda leader nel campo dell'energia atomica ed è l'unica presente in ogni attività industriale ad essa connessa: miniere, chimica, arricchimento, combustibili, ingegneria, propulsione nucleare e reattori, trattamento, riciclaggio, stabilizzazione e stoccaggio delle scorie nucleari. AREVA offre soluzioni tecnologiche per produrre energia senza emissioni di CO2.

I principali partner di AREVA sono: Technicatome, Euriware, STMicroelectronics, Eramet, e SAFRAN.

Nel mondo, il gruppo AREVA ha una presenza industriale in 40 Paesi, mentre la sua rete commerciale raggiunge più di 100 Paesi. Impiega 58,000 persone per un ricavo consolidato di 10.863 miliardi di Euro.

AREVA possiede due miniere a Arlit, in Niger, dove impiega 1.600 persone; Il Niger è uno dei più grandi esportatori di uranio.

Per la parte superiore



Areva Challenge

Areva Challenge è un team velico francese partecipante alla 32esima America's Cup. Precedentemente si chiamava K-Challenge. Il suo proprietario è Stéphane Kandler.

Per la parte superiore



Abbandono dell'energia nucleare

Elemento di combustibile: assemblaggio di barre in reticolo quadrato 17x17

L'abbandono dell'energia nucleare è l'ipotetica rinuncia all'uso di energia elettrica derivante da centrali elettronucleari a fissione; in pratica consiste nel non costruirne di nuove e nel chiudere quelle esistenti.

La moratoria temporanea alla costruzione di nuove centrali è stata decisa (e fino ad ora rispettata) unicamente in cinque paesi sui trentacinque in totale che dispongono di almeno un reattore nucleare di potenza (NPP) per l'elettrogenerazione: in Svezia nel 1980, in Spagna nel 1983, in Italia nel 1988, in Belgio nel 1999 e in Germania nel 2000.

Alcune nazioni hanno annunciato piani per disattivare la loro intera capacità di produrre energia nucleare, ma alla data odierna soltanto l'Italia ha posto fine a questa sua capacità. Inoltre, l'Austria, le Filippine e la Corea del Nord hanno costruito alcune centrali nucleari, ma per diversi motivi hanno deciso di non "accenderle".

In Italia erano presenti all'epoca tre centrali funzionanti più una già chiusa per "vecchiaia". Delle tre in funzione, considerata la durata media di questi impianti (25-30 anni), due erano nella fase finale del ciclo di vita e solo una è stata effettivamente chiusa (nel 1990) con grande anticipo sul ciclo di vita previsto (si veda oltre il quadro della situazione in Italia).

Il referendum italiano non è tuttavia un caso unico nel mondo: anche negli Stati Uniti, ad esempio, centrali nucleari sono state chiuse a seguito di votazioni della popolazione, ad esempio quella di Rancho Seco in California, dotata di reattore PWR da 913 MWe e chiusa nel 1989 dopo 12 anni di operatività.

Le preoccupazioni sull'uso dell'energia nucleare nascono da considerazioni di carattere sociale, politico, ambientale nonché sulla sicurezza di questa tecnologia.

La potenza complessiva delle centrali elettronucleari installate nel mondo crebbe molto velocemente a partire dagli anni cinquanta, e più lentamente dagli anni ottanta, fino a raggiungere i 371,6 GW a fine 2007. Tra il 1970 ed il 1990 erano in previsione più di 50 GW di nuova capacità produttiva (con picchi di oltre 150 GW a cavallo del 1980) ma più di due terzi di questi progetti sono stati poi cancellati.

Nel 1983 un'inaspettata caduta nel prezzo del carburante fossile bloccò la costruzione di nuove centrali elettriche nucleari. Negli anni ottanta negli Stati Uniti e negli novanta in Europa, la liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica ha giocato un ruolo importante nell'aumento di rischio finanziario per le iniziative collegate alla produzione di energia nucleare.

Gli incidenti di Three Mile Island nel 1979 e di Černobyl' nel 1986 hanno avuto un ruolo centrale nel bloccare la costruzione di nuove centrali in molti paesi nonostante il primo non abbia provocato vittime e il numero globale di vittime accertate del secondo (anche a fronte dell'evacuazione di più di 300 000 persone dalla cittadina e dalle zone adiacenti e di una nube radioattiva che nei giorni seguenti si diffuse in parte dell'Europa) secondo il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell'ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA sia di 65 morti accertati con sicurezza e altri 4.000 presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Questo bilancio ufficiale è però contestato da associazioni antinucleariste, che arrivano a parlare di circa 200.000 decessi collegati al disastro.

Diverse nazioni, soprattutto europee, hanno deciso di abbandonare lo sfruttamento dell'energia nucleare a partire dal 1987. L'Austria nel 1978, la Svezia nel 1980 e l'Italia nel 1987 hanno votato dei referendum a favore dell'abbandono dell'energia nucleare, mentre il movimento di opposizione in Irlanda è riuscito a evitare nel paese l'attuazione del programma nucleare. I paesi che non hanno centrali nucleari e che hanno limitato la costruzione di nuovi impianti comprendono l'Australia, l'Austria, la Danimarca, la Grecia, l'Irlanda e la Norvegia. La Polonia ha interrotto la costruzione di una centrale, mentre Belgio, Germania, Olanda, Spagna e Svezia hanno deciso di non costruirne di nuove o hanno deciso di abbandonare questo tipo di energia, nonostante facciano affidamento tuttora principalmente sull'energia nucleare. La Svizzera ha sospeso la costruzione di nuove centrali per dieci anni ma, in seguito a un referendum nel 2003, ha deciso di non rinnovare la moratoria.

La scelta del parlamento finlandese del 2002 di costruire un quinto reattore nucleare è stata vista dunque come il segnale di un'inversione di tendenza in quanto da più di dieci anni nell'Europa occidentale non veniva presa una decisione simile. Questa inversione di tendenza è stata rafforzata nel 2007 dalla decisione francese di realizzare un impianto EPR gemello di quello in corso di costruzione in Finlandia.

L'energia nucleare ha continuato a contribuire alla produzione di energia elettrica in molte altre nazioni come la Francia, il Giappone, l'ex URSS e recentemente la Cina. Argentina, Brasile, Canada, Cina, Finlandia, India, Iran, Corea del Nord, Russia, Pakistan, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Ucraina, Romania, Slovacchia, Turchia, Bulgaria, Egitto, Indonesia e gli USA progettano di costruire nuovi reattori o di rimetterne in esercizio altri. Quarantotto reattori nucleari sono attualmente in costruzione in vari Paesi quali: Argentina 1, Bulgaria 2, Cina 15, Corea del Sud 5, Federazione Russa 8, Finlandia 1, Francia 1, Giappone 2, India 6, Iran 1, Pakistan 1, Taiwan 2, Ucraina 2, USA 1.

Nel 2004 la produzione mondiale di elettricità da nucleare era il 16,1% del totale (30% nei 30 Paesi dell'OCSE); secondo l'AIEA, mediante l'installazione di 60 nuovi impianti, questa percentuale aumenterà significativamente fino al 2020 per poi scendere al 13–14% nel 2030.

In generale, il nucleare è una fonte energetica che non si è sviluppata secondo le aspettative, e il suo contributo alla produzione totale di energia è in calo: nel 1985 soddisfaceva il 4,5% del fabbisogno di energia primaria a livello mondiale; nel 2003 era al 5,5%, quando prima del disastro di Černobyl' si prevedeva una crescita fino al 15%; nel 2004 l'AIEA stimava che il totale scenda progressivamente fino al 5–5,2% nel 2030, anche se questo dato implica comunque un aumento della potenza nucleare installata nel mondo.

Il nucleare in Europa produce il 30% dell'energia elettrica, se si considera quindi solamente la produzione di energia elettrica e non la produzione totale di energia in Europa il nucleare è la prima fonte energetica.

I paesi che abbandonano l'energia nucleare devono trovare forme alternative di generazione dell'energia se non vogliono essere dipendenti dalle importazioni energetiche per soddisfare i propri fabbisogni. Le alternative più dibattute includono l'energia idroelettrica, i combustibili fossili, l'energia eolica, l'energia solare, l'energia geotermica e le biomassa.

Una delle preoccupazioni principali dovute all'uso di energia nucleare per la produzione di elettricità è la sicurezza dell'ambiente e delle persone. Alcuni incidenti nucleari del passato hanno provocato una contaminazione radioattiva. Il più grave incidente, il disastro di Černobyl', ha ucciso delle persone (vedere disastro di Černobyl' per la controversa stima delle vittime, che varia da 41 a centinaia di migliaia a seconda delle fonti), provocato feriti e danneggiato e reso inutilizzabili per decenni grandi estensioni di terra. Si teme che possano accadere altri incidenti in futuro (anche se uno come quello di Černobyl' è improbabile che si ripeta).

I gruppi ambientalisti criticano i rischi di contaminazione radioattiva nelle fasi di estrazione, arricchimento, deposito a lungo termine di combustibile nucleare esaurito e smaltimento delle scorie nucleari; richiedono il rispetto rigoroso del principio di precauzione, in virtù del quale si prendono in considerazione solo quelle tecnologie che dimostrino di non causare un danno significativo alla salute dei viventi o della biosfera.

Un altro problema che accomuna questo tipo di centrali a quelle termoelettriche è l'elevata quantità di acqua necessaria per il raffreddamento e l'immissione delle acque calde nei sistemi idrici: ciò in alcuni ecosistemi può causare pericoli per la salute delle forme di vita acquatica, come per talune specie di pesci già a rischio di estinzione. Tali difficoltà possono essere notevolmente ridotte usando torri di raffreddamento, che di solito sono collocate in quei luoghi dove si ritiene inaccettabile un riscaldamento eccessivo delle acque o vi è scarsità di acqua per refrigerare il condensatore della centrale, oppure costruendo le centrali vicino al mare dove il calore viene disperso in enormi quantità d'acqua. Gli impianti di cogenerazione hanno anche le potenzialità di ridurre il calore totale "di scarto", aumentando l'efficienza di tutti i tipi di centrale dove si usa vapore. In Francia la creazione di un sistema di allevamento ittico ha permesso l'utilizzo economicamente conveniente del calore (che agevola l'itticoltura) e allo stesso tempo la salvaguardia dell'ecosistema.

Le centrali nucleari, a differenza delle termoelettriche, non hanno emissione di fumi poiché non sfruttano il principio della combustione per la produzione di calore e non provocano quindi alcun inquinamento atmosferico, ad eccezione del vapore acqueo proveniente dalle torri di raffreddamento dell'acqua di condensazione (torri presenti solo in alcuni impianti), che comunque condensa in poco tempo. Recentemente c'è stato un rinnovato interesse per l'energia nucleare come soluzione alla diminuzione delle riserve di petrolio e al riscaldamento globale perché la richiesta di elettricità sta aumentando e l'energia nucleare genera pochi gas serra (nelle fasi di estrazione, preparazione e trasporto del combustibile nucleare e costruzione, mantenimento e dismissione degli impianti), contrariamente alle alternative più comuni quale il carbone: si è discusso dell'energia nucleare come soluzione all'effetto serra (per esempio "le centrali nucleari sono verdi"). In base a ciò l'Unione Europea ha recentemente definito il nucleare come uno strumento importante per la lotta contro il riscaldamento climatico. Questa affermazione è contestata da molte organizzazioni ambientaliste.

I reattori nucleari non emettono gas serra o ceneri durante le operazioni normali; tuttavia, l'estrazione mineraria e il trattamento dell'uranio generano delle emissioni. Le emissioni prodotte nell'intero ciclo di vita sono paragonabili a quelle dell'energia eolica o idroelettrica, ma molto più basse rispetto al fotovoltaico. Comunque, un tema controverso è che le emissioni di gas serra dovute all'estrazione mineraria, alla lavorazione e all'arricchimento potrebbero essere molto maggiori in futuro mentre le riserve mondiali di uranio di prima qualità andranno via via esaurendosi e si userà sempre più uranio di bassa qualità (si veda anche il paragrafo bilancio energetico dell'elettronucleare).

In un documento del 2000 commissionato dal gruppo verde al Parlamento Europeo intitolato Is Nuclear Power Sustainable? («L'energia nucleare è sostenibile?») e nel documento successivo del maggio 2002 initolato Can Nuclear Power Provide Energy for the Future; would it solve the CO2-emission problem? («L'energia nucleare può fornire energia per il futuro? Risolverebbe il problema delle emissioni di CO2?»), Jan Willem Storm van Leeuwen e Philip Smith hanno sostenuto che l'energia nucleare alla fine supererà i combustibili fossili nelle emissioni di gas serra man mano che scarseggerà il minerale di alta qualità. I due hanno messo in dubbio la sua sostenibilità all'interno di un piano di tutela ambientale. Questo documento è stato liquidato come falso dal settore nucleare poiché i risultati pubblicati sull'estrazione del minerale mostrano un vantaggio del 99% della generazione di energia nucleare nei confronti dei combustibili fossili sul versante delle emissioni di CO2. Gli autori hanno attenuato molto le affermazioni contenute nel loro documento e l'hanno ri-pubblicato nel 2005 (), omettendo la maggior parte dei valori numerici usati, ma le affermazioni rimanenti sono ancora contraddette da alcuni studi sul ciclo di vita (ad esempio Vattenfall). Tutto ciò mette fortemente in dubbio l'articolo le cui previsioni si pensa siano sbagliate perché si basano su elementi smentiti dai dati attuali, talvolta di 3:1. Va fatto notare che le affermazioni del settore si basano sul minerale di alta qualità attualmente disponibile, mentre quelle di Storm van Leeuwen e Smith si fondano sulle loro proiezioni delle qualità di minerale disponibili in futuro.

La Germania ha affiancato all'abbandono dell'energia nucleare lo sviluppo dell'energia rinnovabile e intende aumentare l'efficienza delle centrali elettriche fossili per ridurre la dipendenza dal carbone. Secondo il ministro tedesco Jürgen Trittin nel 2020 questo diminuirà le emissioni di anidride carbonica del 40% rispetto ai livelli del 1990. La Germania è diventata un paese modello per gli sforzi compiuti per rispettare il protocollo di Kyōto. Fra l'altro la Germania ha conseguito ottimi risultati in materia di risparmio energetico, grazie agli sforzi compiuti a partire dalla crisi energetica degli anni '70. I critici della politica tedesca ritengono una contraddizione l'abbandono dell'energia nucleare a favore dell'energia rinnovabile, dato che entrambe hanno emissioni molto basse di CO2.

Tutti gli altri prodotti di scarto delle centrali nucleari vengono raccolti e depositati in isolamento, a differenza delle altre fonti energetiche come il petrolio ed il carbone i cui residui inquinanti sono immessi direttamente nell'ambiente circostante. Senza centrali nucleari, se fossero costretti a sostituirle con centrali a combustibile fossile, ogni anno gli Stati Uniti produrrebbero quasi 700 milioni di tonnellate metriche di anidride carbonica in più, una cifra all'incirca pari alla quantità di anidride carbonica prodotta annualmente dalle automobili statunitensi.

Non sono ancora stati completamente risolti i problemi relativi al confinamento di scorie nucleari a lungo termine. In effetti, una volta esaurito il fissile presente nel combustibile, restano i sottoprodotti della reazione a catena, che non sono fissili ma radioattivi. Questi sottoprodotti sono una gamma di isotopi con tempo di dimezzamento molto vario, ma che può arrivare anche ad alcune migliaia di anni: le scorie prodotte dai reattori si mantengono radioattive a lungo nel tempo, fino al caso estremo del Cesio 135 (135Cs) che impiega 2,3 milioni di anni per dimezzare la propria radioattività. Le scorie nucleari hanno altresì un volume minimo (un tipico reattore nucleare di potenza produce circa 25 tonnellate all'anno di combustibile irraggiato pari a circa 3 m3) e in termini di volume costituiscono meno dell'1% dei rifiuti altamente tossici nel tempo nei paesi industrializzati, sebbene la loro tossicità non sia paragonabile.

Nonostante i notevoli investimenti in tempo e denaro, non si è ancora giunti a risultati definitivi su queste procedure, che comunque richiedono investimento nell'ordine del miliardo e mezzo di euro per ogni impianto, gettando così un'ulteriore, pesante incognita sui costi dell'elettricità nucleare. Il plutonio, che è contenuto nelle barre di combustibile esaurito, è estratto in impianto simili a quello COGEMA a La Hague (Francia) o a quello BNFL a Sellafield (Gran Bretagna). Durante questo processo in passato sono state rilasciate in mare grandi quantità di rifiuti radioattivi, pratica ora vietata.

È necessario prevedere sia delle aree di stoccaggio in cui gli isotopi più radioattivi (scorie di terza categoria) abbiano il tempo di decadere, sia dei siti di immagazzinamento definitivo in cui riporre il restante materiale radioattivo (scorie di prima e seconda categoria, ossia con un'emivita inferiore ai 300 anni). Nel caso di riprocessamento del combustibile irraggiato, queste ultime vengono conservate in depositi superficiali di cemento che dopo circa tre secoli, quando la radioattività delle scorie diventa paragonabile a quella del fondo naturale, vengono definitivamente ricoperti di terra. Nonostante sia un punto molto controverso, i sostenitori del nucleare affermano che la soluzione dello smaltimento sotterraneo (geologico) permanente (reversibile o irreversibile che sia) delle scorie "a secco" (ossia senza preventivo riprocessamento) o di quelle di terza categoria nel caso di riprocessamento - un'idea che diversi paesi hanno già preso in considerazione - sia ben testata e provata; fanno notare l'esempio naturale di Oklo, il deposito naturale di scorie radioattive, dove le scorie sono confinate da circa 2 miliardi di anni con una contaminazione minima dell'ecosistema circostante.

Scorie nucleari, se pure molto poco durevoli in termini di radiotossicità, sono anche grandi parti delle strutture delle centrali nucleari. La radioattività indotta da neutroni e gli elementi, ad alta attività ma breve vita, rilasciati dall'operazione quotidiana del ciclo di raffreddamento sulle parti a contatto con il fluido primario, determinano la necessità tecnica, per evitare alti costi e rischi per il personale, di attendere lunghi periodi, dopo la fine delle operazioni produttive e lo spegnimento del reattore, prima di iniziare lo smantellamento. In Inghilterra, dove per centrali come quella di Calder Hall sono previsti cento anni di chiusura dopo lo spegnimento, il costo dello smantellamento si prospetta molto più basso (molte decine di volte minore) di quello che scontano ad esempio reattori come quelli Italiani, il cui smantellamento "accelerato" è stato deciso per ragioni politiche nella tredicesima legislatura, con un decreto dell'allora ministro Bersani, per i quali il costo di smantellamento potrà essere alla fine anche due o tre volte superiore a quello di costruzione.

In molti paesi non è ancora stato stabilito chi debba coprire i costi di gestione delle aree di confinamento delle scorie nucleari. Al momento sembra che probabilmente, almeno in Germania, lo Stato pagherà i costi per le scorie dirette (barre esaurite) e i materiali contaminati delle centrali o prodotti nell'estrazione del plutonio e dell'uranio, così come le altre scorie nucleari, perché l'industria non dispone di mezzi sufficienti. Negli Stati Uniti, le società di servizi pagano una tassa fissa per chilowattora in un fondo monetario per lo smaltimento amministrato dal Dipartimento per l'energia (che si dubita possa riuscire a coprire i costi senza un intervento pubblico).

In Gran Bretagna, nell'aprile 2005 questo problema ha portato alla creazione dell'Autorità Nazionale per lo smantellamento.

Sono stati avviati nel 2004 a Olkiluoto, sulla costa meridionale del Paese, gli scavi per la costruzione del primo deposito geologico al mondo per lo smaltimento definitivo di scorie radioattive. I lavori - gestiti da Posiva Oy - proseguiranno fino al 2020 quando le gallerie scavate nello zoccolo di granito che sorregge la penisola scandinava accoglieranno 5 531 tonnellate di scorie.

Sono in corso di sperimentazione nel laboratorio sotterraneo di Oskarshamn a 330 chilometri a sud di Stoccolma, (realizzato tra il 1990 e il 1995, consiste in una rete di gallerie che si estende fino a una profondità di 450 metri scavata in una formazione rocciosa con caratteristiche identiche a quelle di Olkiluoto), le barriere tecniche usate per il contenimento delle scorie finlandesi. La struttura è un modello a grandezza naturale del deposito in costruzione in Finlandia e di quello che si prevede di costruire nei prossimi anni nei dintorni della stessa Oskarshamn oppure a Osthammar, a nord di Stoccolma (la scelta tra i due siti è prevista per il 2011).

Sono in via di sperimentazione altre barriere nei laboratori di Grismel e Mont Terri. Anche la Svizzera dunque si avvia, terza dopo la Finlandia e la Svezia, a costruire un deposito definitivo dove seppellire le scorie ad alta radioattività. Le differenze geologiche impongono in Svizzera una soluzione diversa da quella scandinava, così i tecnici hanno spostato l'attenzione sull'argilla opalina, uno strato omogeneo di roccia sedimentaria stabile, non soggetto a terremoti e attività tettonica, che si estende sotto la regione del Weinland zurighese. Nel 2002 è stato presentato alle autorità nazionali il piano di fattibilità per la costruzione del deposito in quell'area, senza indicazioni precise sul sito, piano poi approvato nel corso del 2006 dal Consiglio Federale. Il sito specifico sarà scelto in seguito.

È in fase di costruzione un laboratorio sotterraneo a Bure, nell'est del Paese, per studiare la fattibilità di un deposito per lo smaltimento geologico in una formazione di argilla.

Sono in corso accertamenti su uno strato di argilla a 200 metri di profondità sotto la cittadina di Mol, nel nord del Paese, per valutare la fattibilità di un deposito geologico.

Da anni è attivo nel Whiteshell Provincial Park, nel nord del Paese, un laboratorio sotterraneo per lo studio di una vasta formazione di granito che potrebbe ospitare un deposito geologico.

È stato ultimato il deposito geologico reversibile posto a 300 metri di profondità sotto la Yucca Mountain (una montagna di tufo alta 1 500 metri) in Nevada, costruito dopo un percorso di 20 anni e costato al governo federale 8 miliardi di dollari, che dovrebbe accogliere 77 000 tonnellate di scorie. È stato progettato per essere a tenuta d'aria e a prova di infiltrazione per 10 000 anni, anche se l'economista Jeremy Rifkin sostiene che in realtà non sia così. Il deposito ha ottenuto una licenza dal NRC per 70 anni di esercizio, in previsione di un probabile riutilizzo futuro delle scorie stesse, che contengono ancora circa il 95% di energia sotto forma di isotopi di uranio e plutonio.

La sicurezza delle centrali nucleari è stata spesso messa in questione, dal momento che le loro strutture (specialmente le torri di raffreddamento), spesso sono fragili, sono visibili da chilometri, e potrebbero essere facili obiettivi di attacchi terroristici, ad esempio da parte di kamikaze che impiegassero aerei di linea per colpirle (questo dibattito è stato molto acceso in Germania). Secondo i sostenitori del nucleare, questi attacchi potrebbero rendere le centrali inattive ma non potrebbero produrre contaminazioni radioattive dato che il nucleo delle centrali è protetto da mura di cemento armato spesse diversi metri: eventuali aerei kamikaze non sarebbero in grado di rompere i muri esterni a meno di utilizzare cariche esplosive estremamente potenti. D'altronde non è detto che gli attacchi debbano essere attuati attraverso esplosioni esterne all'edificio. Le centrali nucleari, secondo i loro sostenitori, vengono sorvegliate con estrema attenzione, anche se molti lo mettono in dubbio.Uno studio condotto dalla commissione statunitense che controlla il settore nucleare (Nuclear Regulatory Commission) ha evidenziato che più di metà delle centrali nucleari statunitensi non sono state in grado di prevenire una simulazione di attacco.

La sicurezza della tecnologia nucleare comunque andrebbe garantita non solo per il nucleo ma su tutto il ciclo di produzione, che comprende anche deposito, trattamento, trasporto e stoccaggio delle scorie.

I sostenitori del nucleare sottolineano altre sì l'alto livello di sicurezza vigente per gli addetti impiegati nel settore (che del resto sono inevitabilmente meno, essendo il nucleare un attribuite ad altre fonti: 342 all'energia prodotta dal carbone, 85 al metano e 883 all'energia idroelettrica.

Secondo i contrari al nucleare, in generale le fuoriuscite di materiale radioattivo mettono a rischio la sicurezza delle centrali nucleari. Si teme che le radiazioni fuoriuscite costituiscano un pericolo per la salute. Per far fronte a questi timori, tutti gli operatori nucleari sono obbligati a misurare le radiazioni all'interno dei siti ed attorno a essi e a render note tutte le particelle e le radiazioni emesse. Ciò deve essere certificato da un organo di valutazione indipendente. Questa pratica è sostanzialmente identica in tutti i paesi membri dell'AIEA. Nel caso le sostanze fuoriescano in quantitativi considerevoli, cioè al di sopra dei limiti fissati dal NCRP (National Council on Radiation Protection and Measurements, Consiglio Nazionale sulla Misurazione e la Protezione dalle radiazioni) degli Stati Uniti e obbligatorio per tutti i membri AIEA, bisogna mettere al corrente l'AIEA ed è necessario che venga assegnato almeno un livello 5 della scala INES, un evento molto raro. Tutte le attrezzature vengono controllate regolarmente. Inoltre, tutti gli operatori sono obbligati a divulgare pubblicamente gli elenchi completi delle misurazioni. Un individuo che viva vicino ad una centrale in media ne riceverà circa l'1% dei livelli di radiazione naturali, molto al di sotto dei limiti di sicurezza. In Gran Bretagna studi approfonditi condotti dal Comitato sugli Aspetti Medici delle Radiazioni nell'Ambiente (COMARE) nel 2003 non hanno riscontrato prove di una maggior incidenza del cancro tra i bambini che vivono vicino alle centrali nucleari. Hanno invece rilevato un numero abnorme di leucemie e di linfoma non-Hodgkin (LnH) vicino ad altre installazioni nucleari, come quelle di AWE a Burghfield, di UKAEA a Dounreay e di BNFL a Sellafield sebbene COMARE abbia giudicato improbabile un legame tra questo e il materiale nucleare. Secondo COMARE, «è improbabile che le incidenze abnormi attorno a Sellafield e Dounreay siano un fatto casuale, anche se attualmente non esiste una spiegazione convincente del fenomeno».

L'incidente di Černobyl', accaduto a causa della combinazione di un progetto carente riguardo agli aspetti di sicurezza (soprattutto il coefficiente di reattività positivo per vuoti alla basse potenze) con l'esecuzione da parte del personale di prove non previste dai progettisti per determinare le capacità di produzione "inerziale" di energia elettrica, non è fisicamente ripetibile in un reattore moderato ad acqua, che si caratterizza per altre tipologie di incidente. L'impianto di Černobyl' -inoltre- aveva poi una tipologia di sistema di contenimento secondario solo parziale: una struttura completa avrebbe forse limitato la dispersione all'esterno dei rilasci radioattivi.

Un involucro di contenimento completo era invece presente nella centrale di Three Mile Island (Pennsylvania, USA), che subì un incidente nel 1979 con la fuoriuscita di quantità significative di particelle radioattive e la parziale fusione del nocciolo. Tale fuga radioattiva fu mitigata dalla presenza di maggiori strutture di contenimento del reattore americano rispetto a quello sovietico. Nei reattori di tipo LWR (come quello di Three Mile Island) le barre di uranio devono restare immerse in una vasca di acqua che, oltre a stabilizzare la reazione a catena, funge da fluido di raffreddamento. Se a causa di un evento esterno il livello di acqua si abbassa sotto una certa soglia critica oppure non circola, l'accumulo di calore (dovuto alla radioattività degli isotopi di fissione presenti nelle barre di combustibile irraggiato) può portare nel lungo periodo (ore o alcuni giorni) alla fusione del nocciolo.

Questi sono i più noti e gravi episodi di incidenti a centrali civili, anche se un discreto numero di episodi si è verificato nel corso degli anni passati (ad esempio a Sellafield in Gran Bretagna o a Browns Ferry negli USA) e continua a verificarsi tuttora, ad esempio con vari scandali in Giappone.

Un altro problema di sicurezza riguarda il pericolo di fughe radioattive non derivanti da guasti interni alla centrale, ma da eventi esterni che possono compromettere la tenuta delle strutture. Un evento climatico catastrofico, quale un tornado o un terremoto di particolare intensità, potrebbero distruggere l'edificio di contenimento, con inevitabili fughe radioattive.

I reattori di III generazione promettono di risolvere buona parte di questi problemi.

In alcune nazioni possono non esserci alternative, secondo alcuni. Come dicono dei francesi, «non abbiamo carbone, noi non abbiamo petrolio, noi non abbiamo gas, noi non abbiamo scelta». I critici dell'abbandono dell'energia nucleare sostengono che le centrali nucleari non potrebbero essere sostituite e prevedono una crisi energetica, oppure sostengono che soltanto il carbone potrebbe sostituire l'energia nucleare, ma le emissioni di CO2 aumenterebbero spaventosamente (con l'uso del petrolio e dei combustibili fossili) e si dovrebbe importare energia prodotta o dal nucleare o dal petrolio. L'energia nucleare non è stata sostanzialmente toccata dagli embarghi, e l'uranio è estratto in paesi "sicuri" quali l'Australia e il Canada, al contrario di altri, come alcuni grandi fornitori di gas naturale, fra cui l'ex URSS.

Per quanto riguarda i costi, è noto che negli ultimi anni le materie prime fossili come il petrolio hanno avuto un incremento notevole, che ha portato per esempio nel 2005 il costo medio dell'energia elettrica negli Stati Uniti a 5 centesimi di euro il kW.h. Nella produzione di elettricità da nucleare, il costo del combustibile è, almeno attualmente, una voce trascurabile del complesso dei costi (costruzione, sicurezza ecc.): ma si veda sotto per la disponibilità di uranio.

Secondo molti, le ragioni della rinuncia all'uso di questa fonte energetica sono da cercare più che altro nelle forti pressioni che la lobby del petrolio esercita sui governi., dal momento che il ricorso all'energia nucleare porterebbe a una significativa riduzione della dipendenza dai carburanti fossili, e naturalmente dai gruppi industriali che basano le loro attività sul loro commercio.

I costi del combustibile fissile potrebbero in futuro aumentare esponenzialmente, perché è impossibile stimare con precisione le riserve di uranio ancora estraibile, ma bisogna considerare che il necessario uranio-235 è molto raro, e che dove non è presente in quantità sufficienti la sua estrazione diventa ancora più decisamente antieconomica se non impossibile. Molti perciò stimano che le riserve basteranno ancora per pochi decenni, e che insomma con l'uranio ci si ripresenteranno gli stessi problemi che si hanno col petrolio: ad esempio l'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) calcola che i giacimenti di uranio attualmente conosciuti basteranno a soddisfare il fabbisogno fino al 2035 nel caso di una domanda media, e fino al 2026 nel caso di una domanda elevata come quella sostenuta dai fautori del nucleare. Come succede col petrolio, c'è invece chi stima che le riserve accertate di uranio (non solo del pregiato uranio-235, quindi) economicamente sfruttabili con le tecnologie attuali basteranno ancora per un millennio, valutandole in 200 Gtep (miliardi di tonnellate di petrolio equivalenti), contro i 300 Gtep complessivi di petrolio e gas naturale: si noti comunque che anche questi dati dimostrerebbero che c'è meno uranio che petrolio e gas.

Per circa cinque decenni, dal 1950 al 2000, il prezzo dell'ossido di uranio (naturale, quindi da arricchire successivamente: U3O8, concentrato di uranio, yellowcake) è stato generalmente basso e comunque quasi sempre in discesa considerando i prezzi al netto dell'inflazione, fatta eccezione per la seconda metà degli anni '70, quando salì come le materie prime in generale in seguito alle crisi petrolifere del 1973 e 1979. Tale situazione favorevole era chiaro segno di una sempre maggiore disponibilità, nonostante la costante crescita dei consumi.

Tuttavia, nel primo decennio del nuovo secolo tale andamento si è bruscamente invertito, facendo crescere il prezzo del materiale fino a livelli reali mai raggiunti in precedenza (pur considerando l'effetto inflativo sul dollaro), anche con forti oscillazioni: in pochi anni si è passati da meno di 10$/lb del 2002 a oltre 130$/lb di metà 2007, con un successivo calo attorno a 85$/lb.

Le centrali nucleari attualmente consumano circa 80 milioni di chilogrammi di uranio arricchito all'anno, contro una produzione di 45; circa 35 vengono dalle scorte pubbliche, e solo 16 sono scambiati sul mercato. Molti speculatori scommettono su un rialzo a breve termine del prezzo dell'uranio, e investono il proprio denaro in diritti di sfruttamento; le società di estrazione valutano la riapertura di molte miniere o filoni abbandonati in passato perché antieconomici, che ora possono al contrario risultare molto profittevoli. Si ritiene che questo repentino aumento del prezzo sia dovuto alla riduzione dell'uranio proveniente dallo smantellamento delle armi nucleari russe e dall'aumento di richiesta dell'uranio che ha ridotto le scorte dei produttori. L'aumento delle attività estrattive dovrebbe ridurre il costo della materia prima, che al 2001 (prima della rivalutazione degli ultimi anni) incideva solo per il 5-7% del totale dei costi della produzione di energia nucleare.

L'utilizzo di reattori autofertilizzanti potrebbe innalzare significativamente l'efficienza di utilizzo dell'uranio portando dal 5% degli attuali reattori a un teorico 100% dei reattori autofertilizzanti di nuova generazione. L'innovazione introdotta da questa nuova tecnologia (FBR, Fast Breeder Reactor) sfrutta la conversione dell'isotopo non fissile uranio-238 (circa 140 volte più abbondante dell'isotopo fissile con numero di massa 235) in plutonio-239. Tuttavia il plutonio è materiale adatto alla realizzazione di armamenti ed è chimicamente tossico (oltre che molto radioattivo), per cui la sua produzione è problematica. Questi reattori di nuova generazione sono stati sperimentati in passato con successo con alcuni modelli: uno di essi era il francese Super-Phénix (di proprietà ENEL per il 30%), oggi chiuso per problemi tecnici e per aver esaurito la sua fase di sperimentazione; altri sono ancora operativi. Ultimamente l'interesse è cresciuto perché il progressivo (ma poco probabile, vedi sopra) esaurimento dell'uranio potrebbe renderli molto convenienti e sono in corso studi per nuove generazioni che si prevede entrino in funzione dal 2030.

Per far fronte a questo problema sono state sviluppate inoltre delle centrali nucleari che utilizzano il torio al posto dell'uranio come combustibile nucleare. Poiché il torio è molto più comune dell'uranio potrebbe fornire combustibile per moltissimi secoli, anche se è necessario un procedimento di fertilizzazione del torio-232 per trasformarlo in uranio-233 fissile. Come ulteriore vantaggio non sono note, a tutt'oggi, tecniche per produrre armi nucleari a partire dal torio e dai rifiuti nucleari delle centrali che lo usano. In India sono già operative alcune centrali nucleari a torio, la scelta di questo combustibile è stata particolarmente vantaggiosa per la nazione asiatica che possiede numerose miniere dell'elemento sul suo territorio.

I promotori del nucleare sostengono che sia possibile aumentare in maniera relativamente rapida il numero di centrali: in media la costruzione di reattori di ultima generazione dura dai tre ai quattro anni; secondo altri invece ne servono non meno di cinque, e in ogni caso è molto di più di quanto serva per costruire ad esempio una centrale elettrica a metano (uno o due anni). I soli costi di costruzione, che ammontano ad almeno due miliardi di dollari per centrale, abbinati al lungo tempo necessario, rendono in ogni caso molto difficile incrementare sensibilmente la produzione di elettricità da nucleare in breve termine: raddoppiare la produzione statunitense come molti sostengono che si debba fare costerebbe un migliaio di miliardi di dollari.

Alcuni sostenitori del nucleare demoliscono le obiezioni sulla base delle caratteristiche delle future centrali a fusione termonucleare: il progetto relativo (ITER) però punta a giungere a un prototipo solo nel 2030 e a una centrale commerciale per il 2050, anche se la data di possibile utilizzo della fusione termonucleare per la produzione di energia elettrica viene rinviata da decenni), perciò appare irrealistico considerarle all'interno di una politica energetica nazionale per i prossimi decenni.

Il nucleare è il metodo di produzione di elettricità che realizza in massimo grado la concentrazione e centralizzazione della produzione tipica del passato (a partire dalle prime centrali elettriche), e di tutte le centrali elettriche alimentate da combustibili fossili. Secondo questo modello, la produzione è concentrata in pochi punti da dove poi l'elettricità è distribuita attraverso poderose reti elettriche fin dove serve. In questo modo, prima di tutto si rendono necessari grandi investimenti per la costruzione e manutenzione delle reti, e in secondo luogo si crea un forte potere di controllo della vita (non solo economica) delle persone accentrato nelle mani di pochi. Questo risulta evidente ad esempio quando un paese (o una società) forte produttore di gas dimostra di poter decidere unilateralmente di diminuire le esportazioni lasciando sprovvisti i paesi consumatori ed esponendoli a gravissimi rischi economici e vitali, ma anche quando la rottura di un solo elettrodotto mette al buio un intero Paese (l'Italia ha subito entrambe le evenienze).

Infatti ormai l'elettricità è fondamentale per qualsiasi attività umana, e non è più accettabile come in passato il rischio di esserne privati: non si tratta più di poter tenere accesa qualche lampadina elettrica invece di un lume a petrolio come all'inizio dell'era elettrica, ma di sopravvivere: a partire dalle riserve alimentari conservate nei frigoriferi fino ad arrivare al caso estremo degli ospedali, dove una carenza di elettricità può facilmente determinare la morte di pazienti in situazioni critiche.

L'unico modo per risolvere questi problemi è distribuire la produzione: sparpagliare per tutto il territorio piccoli impianti di produzione vicini ai consumatori, più facilmente controllabili da parte degli stessi e soprattutto impossibili da disattivare con conseguenze disastrose come quelle che possono derivare dallo spegnimento di una centrale elettrica da 1000 MW in un momento di picco della domanda. In questo modo si realizzerebbe una vera democratizzazione dell'elettricità. Tutto ciò è possibile grazie allo sviluppo delle conoscenze tecnologiche in merito alle fonti rinnovabili: solare, eolico, microidroelettrico, geotermico e biomasse sono tutte fonti che si potrebbero prestano a uno sviluppo in funzione dell'obiettivo di cui sopra.

Anche le centrali nucleari di tipo pebble bed consentiranno di costruire piccoli impianti.

Alcuni studiosi sostengono che l'energia nucleare sia economicamente svantaggiosa e che gli enormi capitali necessari alla costruzione di un impianto non possono essere compensati dalla produzione di energia. Paine ha dichiarato: «L'analisi suggerisce che anche nelle condizioni più ottimistiche (dove i costi sono considerevolmente tagliati ed i redditi salgono notevolmente), le centrali nucleari dell'attuale generazione, nel corso della loro vita, possono arrivare al massimo a coprire i costi».

Paine non discute delle problematiche ambientali e delle esternalità economiche, come lo smaltimento delle scorie. Lamenta anche il fatto che i dati precisi sulla convenienza in termini economici dell'energia atomica non sono disponibili al pubblico.

D'altro canto, i costi di costruzione non sono facilmente prevedibili: considerando 75 impianti statunitensi completati, si è constatato che i costi di costruzione totali effettivi sono stati di 145 miliardi di dollari contro i 45 previsti; in India gli stanziamenti previsti inizialmente per gli ultimi dieci impianti sono aumentati del 300%. I costi dipendono strettamente dai tempi necessari, che da uno studio del Consiglio Mondiale dell'Energia (WEC) sugli impianti in costruzione nel mondo tra il 1995 e il 2000 sono risultati essere aumentati da 66 a 116 mesi. Questo si dovrebbe all'aumentata complessità degli impianti.

Il prezzo di un kW.h nucleare ammonta in definitiva a circa 6,1 centesimi di euro, secondo prudenti stime del ministero dell'energia degli Stati Uniti, includendo anche una stima dei costi di confinamento delle scorie: si tratta di un prezzo molto superiore non solo a quello di un kW.h a carbone o a gas, ma anche di quelli eolico e da biomasse (ricordiamo che negli Stati Uniti non si costruiscono nuove centrali dal 1978). Per valutare questo dato, è necessario un più generale confronto coi costi di tutte le altre fonti energetiche alternative, soprattutto nel medio-lungo periodo.

Queste argomentazioni sono state messe negli ultimi anni in dubbio dato che lo sviluppo di centrali nucleari di terza e quarta generazione aumenta l'efficienza e riduce i costi raddoppiando la vita utile delle centrali. D'altronde, questo non inficia le obiezioni relative ai costi di costruzione e smantellamento delle centrali e soprattutto di confinamento delle scorie.

Per molti, la dimostrazione finale e incontestabile della non economicità dell'elettricità da fissione nucleare è che da decenni nessuna azienda privata ha pensato di costruire una nuova centrale, se non dove sussistono ingenti sovvenzioni statali in seguito a una precisa scelta puramente politica (si veda sotto il caso della Finlandia), come per certe fonti rinnovabili (ad esempio il fotovoltaico), che senza contributi statali non avrebbero alcuna convenienza economica, se non in casi particolari.

Il nucleare avrebbe anche uno dei più bassi costi esterni, ad esempio in termini di ambiente e persone, anche se stime di questo genere sono estremamente inaffidabili perché il costo principale, e cioè il confinamento per secoli o millenni di migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi in siti sicuri (insieme allo smantellamento delle centrali vecchie), presenta incognite insuperabili. Per i sostenitori dell'energia atomica, invece, essa è la sola fonte di energia che nei costi totali include esplicitamente i costi stimati per il contenimento delle scorie e per lo smantellamento dell'impianto (ma questi costi sono difficilmente stimabili e le passate stime al ribasso costringeranno i governi a spendere denaro pubblico per pagare lo smaltimento dei rifiuti pericolosi), e il costo dichiarato degli impianti a combustibile fossile è basso in modo fuorviante per questo motivo; il protocollo di Kyōto, inserendo nei costi le esternalità ambientali a livello di effetto serra, dovrebbe correggere questo punto: il nucleare, considerando gli effetti esterni associati a ogni modo di produrre energia, sarebbe quindi un modo economicamente competitivo e rispettoso dell'ambiente per produrre energia rimpiazzando i combustibili fossili. Secondo alcune stime, nel Regno Unito per esempio i costi esterni per il nucleare, per quanto riguarda effetto serra, salute pubblica, salute sul lavoro e danni materiali, ammontano a 0,25 centesimi di euro al kW.h, cioè poco più che per l'eolico (0,15 centesimi di euro per kW.h), ma molto meno che per il carbone (da 4 a 7 centesimi di euro per kW.h), il petrolio (da 3 a 5 centesimi di euro per kW.h), il gas (da 1 a 2 centesimi di euro per kW.h) e le biomasse (1 centesimo di euro per kW.h).

L'economicità dell'energia nucleare dipende anche dai costi delle fonti alternative: per questo in molti paesi, se l'energia atomica non è popolare, in tempi di crescita dei prezzi per i combustibili fossili, le argomentazioni a sostegno dell'energia nucleare riemergono.

In alcuni luoghi, specialmente dove le miniere di carbone sono molto lontane dagli impianti, l'energia atomica è meno costosa, mentre in altri risulta avere un prezzo all'incirca pari o maggiore. Gli stessi paragoni possono essere fatti con gas e petrolio.

Inoltre, il costo dichiarato di molte energie rinnovabili aumenterebbe se fosse inclusa la fornitura delle fonti di riserva necessarie nei periodi in cui la natura intermittente di sole, vento, onde, eccetera non permette di produrre energia. Considerando questo è stato calcolato che l'energia eolica, una delle più grandi speranze per l'abbandono del nucleare, costerebbe il triplo del costo medio dell'elettricità in Germania. D'altro canto il collegamento di tutte le reti elettriche nazionali permette di compensare le carenze di produzione temporanee di un luogo con le eccedenze di un altro, rendendo gestibili le problematiche di tali fonti. Va poi evidenziato che la produzione da fonte solare sarebbe perfetta per l'alimentazione di impianti di condizionamento in quanto l'assorbimento di energia sarebbe "sincronizzato" con la disponibilità.

Non è esatto dire che il bilancio energetico del nucleare sia in effetti totalmente positivo nella produzione di energia, perché il processo completo, dall'estrazione del combustibile sino alla fissione, può consumare più energia di quella prodotta. La centrale elettronucleare in questo caso produce complessivamente meno energia rispetto all'energia consumata per permettere le attività di estrazione mineraria, la purificazione chimica e l'arricchimento isotopico. Un paese che compra il combustibile fissile da un altro paese, in pratica, comprerebbe indirettamente l'energia che il primo paese ha utilizzato nell'estrazione e nel raffinamento di combustibile, usando probabilmente anche combustibili non rinnovabili come fonte di energia, fra cui anche il petrolio, dalla cui economicità dipenderebbe quindi quella del nucleare (il che è un paradosso, visto che l'aumento dei costi del petrolio è uno degli argomenti favoriti dai sostenitori del nucleare). È noto che la validità di questa affermazione dipende fortemente dalla purezza iniziale del minerale nativo estratto. Questo bilancio viene chiamato EROEI e per una centrale nucleare può variare da meno di 1 (resa negativa) fino ad arrivare a 100 (rapporto molto conveniente).

Vista l'entità del rischi che comportano, nella maggior parte di paesi le centrali nucleari non possono essere assicurate solamente da assicuratori privati, a causa degli alti costi prospettati nel caso di un incidente grave: nessuna società di assicurazioni. Nel 2005 il governo statunitense ha fissato a 300 milioni di dollari la cifra massima stipulabile per un'assicurazione in questo campo, mentre il rischio di un grave incidente nucleare sarebbe molto maggiore (anche se questo non è successo nel caso di Three Mile Island). Per questo motivo i governi devono sostenere le spese assicurative. Questa pratica è simile a quella per le banche, che sono anch'esse sostenute con garanzie pubbliche per risarcire i risparmiatori in caso di fallimento.

La cifra totale supera i 10 miliardi di dollari (il ministero dell'energia fornisce 9,5 miliardi per le proprie attività nucleari). Indipendentemente dalla responsabilità, il Congresso, in qualità di assicuratore ultimo, deve decidere come disporre i risarcimenti nel caso in cui le richieste avanzate superino la cifra coperta di 10 miliardi. Nel 2005, la legge è stata nuovamente rinnovata dal Congresso all'interno della Legge sulla politica energetica del 2005.

Una critica che talvolta viene sollevata è che più di 40 anni di ricerca non sono riusciti a creare un settore abbastanza sicuro da coprire i propri costi assicurativi. I sostenitori del nucleare tuttavia asseriscono che questo problema verrà risolto da progetti più sicuri come il reattore modulare nucleare pebble bed.

Un'altra argomentazione contro l'energia nucleare è il rischio costituito dall'aumento di scorie radioattive prodotte, in circolazione e depositate temporaneamente in magazzini di fortuna. Infatti, anche materiale radioattivo di bassa qualità può essere adoperato per costruire le cosiddette "bombe sporche" (dette più precisamente "bombe radiologiche", dove la totalità del potere deflagrante è fornito da esplosivi tradizionali, circondati da materiale radioattivo vario che, al momento dell'esplosione, si diffonde nell'ambiente), il che le renderebbe un ottimo strumento per fini terroristici grazie alla relativa facilità di preparazione.

Un'eventualità ancora più rischiosa è il potenziale collegamento fra usi civile e militare (che nella maggior parte dei paesi sono mantenuti rigorosamente separati), che potrebbe portare a un aumento dei Paesi possessori di bombe atomiche. Il know-how maturato per la costruzione di centrali nucleari potrebbe essere utilizzato per l'avvio di programmi di riarmo atomico. La produzione di energia nucleare si basa su un meccanismo di reazione a catena, controllato, che è tecnicamente più difficile da gestire di un utilizzo dell'uranio per scopi bellici.

Nelle barre di combustibile nucleare industriali, la frazione di isotopo di uranio fissile 235 deve essere incrementata dalla percentuale naturale dello 0,7% fino al 5% per potere generare una reazione a catena; fanno eccezione quegli impianti che usano acqua pesante o grafite come moderatori, come i reattori CANDU o i reattori RBMK. Un impianto per l'arricchimento dell'uranio (per esempio quello tedesco di Gronau) potrebbe – con grande difficoltà – aumentare la quantità dell'U 235 fino all'80% o più in modo da poter realizzare delle armi nucleari. Di conseguenza, alcune delle tecniche per l'arricchimento dell'uranio sono mantenute segrete (per esempio la diffusione gassosa, la centrifuga del gas, l'AVLIS e il ritrattamento nucleare).

Gli oppositori del nucleare sostengono che non è possibile distinguere fra uso civile e uso militare e quindi l'energia nucleare contribuisce alla proliferazione delle armi nucleari. Mentre è possibile far funzionare una centrale nucleare con materiali non affini alle armi, il possesso di un reattore comporta l'accesso a materiali e tecnologie che possono essere usati in speciali reattori militari a bassa combustione e ritrattati per produrre plutonio, l'elemento essenziale per la costruzione di armi nucleari ad alta resa. Questo è ciò che è accaduto in Israele, India, Sudafrica (che in seguito ha consegnato le proprie armi nucleari) e Corea del Nord: tutti hanno dato il via a programmi "pacifici" per l'energia nucleare con reattori che poi sono stati usati per produrre plutonio adatto per le armi. Israele e Corea del Nord attualmente non dispongono di centrali nucleari, mentre il Sudafrica ne ha aperta una molto dopo essersi dotato di armi nucleari. A molti pare una stridente contraddizione che George Bush nel 2006 abbia fortemente sostenuto l'opzione del nucleare come fonte energetica sicura, economica e pulita opponendosi contemporaneamente con tutte le proprie forze al programma nucleare iraniano, fino al punto di minacciare un intervento militare: se nonostante tutte le assicurazioni dell'Iran che lo scopo del progetto è puramente civile la sola possibilità che non sia così è sufficiente perché il rischio che si producano armi atomiche sia considerato tanto grave da imporre interventi tanto pesanti, allora è insostenibile la posizione di chi sostiene che le centrali nucleari non costituiscano un rischio di proliferazione nucleare.

Gran parte del timore popolare per la possibile proliferazione delle armi deriva dalla considerazione dei materiali fissili. Ad esempio, a proposito del plutonio contenuto nel combustibile esaurito che ogni anno viene generato dai reattori nucleari commerciali di tutto il mondo, è corretta ma fuorviante l'affermazione secondo cui servono solo pochi chili di plutonio per fare una bomba: tutti i paesi infatti dispongono di uranio in quantità tali da poter costruire alcune armi (l'uranio andrebbe però arricchito).

Il plutonio è una sostanza con proprietà variabili a seconda della fonte. È composta da diversi isotopi, come Pu-238, Pu-239, Pu-240 e Pu-241. Si tratta sempre di plutonio ma non tutti questi tipi sono fissili: solo Pu-239 e Pu-241 possono essere sottoposti alla normale fissione in un reattore. Il plutonio 239 è un combustibile nucleare eccellente; è stato anche molto usato nelle armi nucleari perché ha un tasso di fissione relativamente basso e una bassa massa critica: di conseguenza, il plutonio 239, con soltanto una piccola percentuale degli altri isotopi presenti (fino a un massimo del 7%), è spesso definito plutonio "weapons-grade" in inglese ("per le armi"). È stato usato nella bomba di Nagasaki nel 1945 e in molte altre armi nucleari.

D'altro canto, questo plutonio è totalmente diverso da quello che viene normalmente prodotto in tutti i reattori delle centrali nucleari commerciali ad acqua leggera (detto "reactor-grade") e che può essere separato ritrattando il combustibile esaurito. Il plutonio dei reattori contiene un'alta percentuale (fino al 40%) di isotopi di plutonio più pesanti, soprattutto il Pu-240, perché è dovuto rimanere nei reattori per un periodo di tempo relativamente lungo. Questo non costituisce un problema particolare per il riutilizzo del plutonio in combustibile ossido misto (MOX) per i reattori, ma influisce pesantemente sull'idoneità dell'impiego del materiale nelle armi nucleari. A causa della fissione spontanea del Pu-240, nel materiale per la produzione di armi ne è tollerabile solo un quantitativo molto limitato. La progettazione e la costruzione di esplosivi nucleari con il plutonio "reactor-grade" sarebbero difficili ed inaffidabili e finora nessuno le ha mai perseguite; tuttavia è stato creato un ordigno nucleare con plutonio a bassa combustione proveniente da un reattore nucleare Magnox. Testato nel 1962, la sua composizione non è mai stata ufficialmente resa nota, ma chiaramente si aggirava attorno al 90% di Pu-239 fissile. Tale metodo di produzione era molto costoso, inaffidabile e facilmente individuabile (il combustibile deve restare nel reattore per un periodo di tempo relativamente breve, ossia poche settimane, rispetto al normale uso, pari ad alcuni anni, e con una resa relativamente limitata). Tutti questi fattori hanno contribuito al fatto che non si ripetessero altre esperienze analoghe a quella dell'ordigno del 1962.

Il plutonio ad alta concentrazione può essere usato per la costruzione di armi nucleari, ma in pratica è usato ancora nelle centrali nucleari in barre di combustibile di MOX. I fautori nel nucleare rispondono affermando che esistono diverse tipologie di centrali nucleari che utilizzano tecnologie che non possono aver applicazioni militari e i paesi del primo mondo potrebbero vendere queste tecnologie agli altri paesi per evitare la proliferazione nucleare. Difatti, molti studi sulle centrali nucleari al Torio partono proprio da questo genere di considerazioni.

L'Italia tra la fine degli anni 50 e degli anni 70 decise di dotarsi di nucleare per l'elettro-generazione, avviando in tal modo la costruzione di centrali; qualche anno dopo, nel 1987, ha tenuto tre referendum riguardanti il finanziamento pubblico e gli incentivi alla costruzione di centrali, nonché il divieto per l'ENEL di parteciparvi; l'anno successivo pertanto si è sospesa la costruzione di nuove centrali (compreso il completamento della centrale BWR "Alto Lazio" di Montalto di Castro, in seguito parzialmente "riconvertita" a metano e/o olio combustibile attraverso il riutilizzo delle sole opere di presa dell'acqua di mare e degli edifici di supporto (mensa, depositi), della quale erano già stati ultimati l'80% dei lavori per un costo di circa 5 mila miliardi delle vecchie lire) e si sono avviate le procedure di chiusura delle tre ancora attive (una era già stata chiusa per obsolescenza): la moratoria su questo punto, inizialmente valida solo dal 1988 al 1993, è stata prolungata di cinque anni in cinque anni. Il risultato del referendum infatti è stato interpretato come una volontà di chiudere le centrali nucleari e di fermare gli investimenti in tal senso (ma non di vietare la ricerca nucleare).

Si noti tuttavia che, considerata la durata media di tali impianti (25-30 anni dal momento dell’accensione del reattore), alla data dei referendum (1987) Garigliano era già stata chiusa per raggiunti limiti d’età mentre Latina e Trino lo sarebbero state entro pochi anni. L'unica centrale che è davvero stata chiusa prematuramente è quella di Caorso in provincia di Piacenza. Attualmente sono tutte gestite dalla SOGIN.

L'Italia importa comunque il 13,8% circa del proprio fabbisogno elettrico dall'estero, in larga parte prodotto da centrali nucleari francesi: a causa dell'insufficiente capacità degli elettrodotti provenienti dalla Francia, tale energia viene triangolata anche dalla Svizzera. Piccole importazioni si hanno anche da Austria e Slovenia. Peraltro, circa il 6% dell'energia è persa dalla rete.

Ultimamente in particolare, visti gli aumenti del costo dell'energia, si discute nuovamente del ritorno al nucleare da elettro-generazione, ritenuto dai suoi sostenitori più convinti una soluzione ai problemi energetici dell'Italia, che ridurrebbe i costi dell'elettricità in uno dei paesi europei dove costa di più, differenza che sarebbe causata proprio dall'assenza del nucleare fra le fonti energetiche nazionali.

Tuttavia altri osservatori notano che la discrepanza di costo è costante sia nei confronti dei paesi europei nuclearizzati, che in confronto agli altri, e che perciò i maggiori costi hanno cause diverse. Inoltre, molti paesi non nucleari hanno una buona autosufficienza energetica grazie soprattutto ad un utilizzo massiccio del carbone nelle centrali termoelettriche.

Nonostante ciò, con il decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 il Governo si è impegnato alla "realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare" (art. 7, comma 1), giustificando questa scelta con la necessità di "contenere le emissioni di CO2 e garantire la sicurezza e l'efficienza economica dell'approvvigionamento e produzione di energia". Parallelamente, con decreto legge n. 185 del 29 novembre 2008, in virtù del contenimento della spesa pubblica, il Governo ha reso più complesso avere incentivi per il risparmio energetico nelle abitazioni e ha anche posto un tetto a quelli volti al contenimento dei consumi.

In seguito ai referendum sono stati sospesi gli investimenti nella produzione elettronucleare in Italia, ma non gli investimenti di aziende italiane all'estero: ad esempio l'ENEL investe molto sul nucleare, e sta collaborando con importanti aziende europee.

Grazie al decreto Marzano del 2003 l'ENEL ha potuto acquistare nel febbraio del 2005 il 66% della Slovenke Elektrarne, massima produttrice di elettricità in Slovacchia e seconda dell'Europa centro-orientale coi suoi oltre 7 000 MW di potenza installata, di cui 2 034 MW generata da 5 reattori nucleari di tipo VVER 400. L'ENEL si è offerta di finanziare la costruzione in Slovacchia di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi.

Sempre nel 2005 inoltre l'ENEL ha sottoscritto un accordo con EdF per partecipare allo sviluppo del nucleare di terza generazione, l'EPR (European Pressurized water Reactor), con un investimento preventivato di 375 milioni di euro (pari al 12,5% della spesa totale) per la costruzione (iniziata il 3 dicembre 2007) di un nuovo reattore da 1 650 MW lordi nella centrale di Flamanville a Manche (nella penisola di Cotentin sulla costa della Manica in Normandia); in cambio ha ottenuto la possibilità di mandare propri dipendenti a condurre dei tirocini in loco, acquisendo così le competenze e le risorse umane necessarie per un eventuale ritorno al nucleare in patria.

Il 30 novembre 2007 inoltre è stato definito un ulteriore accordo tra ENEL e EdF che ha permesso alla prima di avere il 3% del mercato energetico francese rilevando quote in asset francesi per circa 2 miliardi di euro, tra cui il 12,5% in 6 centrali nucleari di prossima costruzione in Francia (incluso il reattore EPR di Flamanville) e il 40-49% in centrali a gas. In cambio EdF ha avuto accesso ad asset produttivi di ENEL in Slovacchia, Bulgaria e Russia oltre allo sblocco definitivo da parte del governo italiano della partecipazione di maggioranza che EdF ha in Italenergia Bis (la holding che controlla Edison, il secondo produttore elettrico italiano dopo ENEL).

Anche Ansaldo Energia ha fatto tornare in attività una sua divisione, la Ansaldo Nucleare, che fa capo a Finmeccanica e che con 150 dipendenti ha concluso il 1° novembre 2007 la costruzione, attraverso una joint-venture con la società canadese AECL, del secondo reattore della centrale rumena di Cernavodă e che non ha mai smesso le proprie collaborazioni in Armenia, Ucraina (compresa Černobyl'), Cina e Francia.

In Belgio l'abbandono del nucleare è stato legiferato nel luglio del 1999 dai liberali, dai socialisti e dall'AGALEV (ora Groen!), il partito dei verdi. La legge in questione ha stabilito la chiusura di tutti i sette reattori belgi dopo 40 anni di funzionamento, senza che in seguito venissero costruiti nuovi reattori. Dopo l'approvazione di questa legge si è vociferato sul fatto che la decisione potesse essere revocata quando fosse salita al potere un nuovo esecutivo non comprendente i verdi.

In effetti nel 2003 si è insediato un nuovo governo senza l'apporto dei verdi. Tuttavia, nel 2005, non c'è nessuna indicazione che possa far presumere che il governo corrente revocherà la legge sull'abbandono nucleare, dopo che l'incidente di Tihange del 22 novembre 2002 ha spinto l'opinione pubblica contro l'energia nucleare. Nel settembre 2005 il governo belga ha però deciso di posporre l'abbandono del nucleare per altri 20 anni, con la possibilità di ulteriori rinvii. Non è ancora stata decisa la costruzione di nuovi impianti, anche se essa sembra probabile. Il motivo del cambiamento di rotta è dovuto al fatto che il governo ha giudicato irrealistica la sostituzione del nucleare con fonti alternative come sperato dai verdi. Le altre opzioni sarebbero l'aumento dell'uso dei combustibili fossili (incompatibile con i dettami del protocollo di Kyōto) o l'importazione di energia dall'estero (che renderebbe il paese meno indipendente energeticamente e che sarebbe comunque di origine nucleare).

Nel mese di luglio del 2005, l'autorità nazionale di pianificazione ha pubblicato un nuovo rapporto dichiarando che il petrolio e altri combustibili fossili coprono il 90% del fabbisogno belga di energia, l'energia nucleare soltanto il 9% e l'energia rinnovabile il restante 1%. Bisogna notare che la produzione di elettricità incide solo per il 16% dei consumi energetici. Anche se il paese dipende solo al 9% dal nucleare, nelle Fiandre ed in altre aree l'energia elettrica di origine nucleare copre il 50% dell'elettricità richiesta da case e aziende; questo è uno dei principali motivi per cui il paese ha cambiato rotta, infatti era impossibile coprire con energie alternative più del 50% della domanda, né si poteva passare al carbone a causa del protocollo di Kyōto. Le attuali proiezioni prevedono che entro 25 anni l'energia rinnovabile aumenterà al 5%, a causa degli alti costi delle altre fonti. Il programma attuale del governo assicura che tutte le centrali nucleari cesseranno il loro funzionamento entro il 2025. Il rapporto suscita inquietudini circa i gas a effetto serra e la sostenibilità.

Nel mese di agosto del 2005 il gruppo Suez francese si è offerto di comprare l'Electrabel belga, azienda che gestisce le centrali nucleari. Alla fine del 2005 Suez deteneva circa il 98,5% di tutte le azioni Electrabel; all'inizio del 2006 Suez e Gaz de France hanno annunciato una fusione.

Attualmente in Belgio ben il 54% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 2 centrali elettronucleari in funzione (Doel nelle Fiandre orientali e Tihange a Liegi) che dispongono complessivamente di 7 reattori attivi. Vi è anche una centrale chiusa (BR nella provincia d'Anversa) con un reattore PWR da soli 11 MW netti (ultimata il 10 ottobre 1962, fu la prima ad essere costruita nel Paese e servì soprattutto per istruire i tecnici).

In Bulgaria oltre il 43% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Kozloduy nell'omonima località) che dispone di 2 reattori PWR attivi da 953 MW netti ciascuno e 4 fermati. Una seconda centrale con 2 reattori PWR da 953 MW netti cadauno è in costruzione a Belene, nel nord del Paese, secondo gli standard occidentali del consorzio CARSIB di Areva NP e Siemens. I due reattori di Belene sono del tipo AES-92 di terza generazione (modello VVER-1000) della Russia's Atom Stroy Export, la quale ha stipulato un contratto con la compagnia elettrica bulgara Bulgaria's National Electric Company.

Nella Federazione Russa quasi il 16% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 11 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 31 reattori attivi, 4 fermati e 7 in costruzione. Vi è anche una sola centrale chiusa (Aps-1 Obninsk a Kaluga), con un unico reattore LWGR da soli 5 MW netti (ultimato nel lontano 26 giugno 1954, spento il 29 aprile 2002 e utilizzato solo per istruire i tecnici). La Russia ha programmi per aumentare il numero di reattori in funzione da 31 a 59, finanziati con prestiti dell'Unione Europea. I vecchi reattori saranno potenziati e aggiornati, comprese le unità RBMK, simili al reattore di Černobyl'.

In Finlandia il 28% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Loviisa e Olkiluoto nelle omonime località) che dispongono complessivamente di 4 reattori attivi e 1 in costruzione. Il terzo reattore della centrale di Olkiluoto è stato il primo EPR commerciale al mondo a essere stato messo in cantiere. Nel dicembre del 2006, 16 mesi dopo l'inizio della costruzione, la società francese Areva dichiarò ritardi di 18 mesi sui tempi di completamento originariamente previsti. I costi dovrebbero aumentare di almeno 700 milioni di euro rispetto alle previsioni.

Il contratto di costruzione del reattore prevede delle condizioni fisse di rendimenti certi per il compratore, per ridurre i rischi economici d'investimento. I dettagli tuttavia non sono disponibili al pubblico e gli oltre 610 milioni di euro di sussidi statali francesi al progetto sono sotto indagine come possibili aiuti di stato illeciti per i regolamenti europei.

In Francia ben il 78% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 20 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 59 reattori attivi, 7 fermati e 1 in costruzione (il terzo reattore da 1 650 MW elettrici lordi della centrale nucleare di Flamanville a Manche, nella penisola di Cotentin sulla costa della Manica in Normandia, unità che costituisce il secondo reattore EPR commerciale messo in cantiere al mondo dopo quello finlandese di Olkiluoto e alla cui costruzione partecipa anche l'ENEL nella misura del 12,5% della spesa totale). Vi sono anche altre 3 centrali chiuse, 2 (El-4 a Monts Arrel e la centrale autofertilizzante veloce Super-Phenix a Isere) con un reattore ciascuna e una (Marcoule) con due reattori.

In Germania oltre il 31% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 12 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 17 reattori attivi e 1 fermato. Vi sono anche altre 14 centrali chiuse, 13 con un reattore ciascuna e una (Greifswald nell'omonima località) con cinque reattori. Nel 2000, il governo tedesco, comprendente Alleanza '90 - I Verdi ed il SPD ha annunciato ufficialmente l'intenzione di abbandonare l'uso dell'energia nucleare. Jürgen Trittin (membro dei Verdi), come assessore all'ambiente, della conservazione della natura e della sicurezza nucleare, ha raggiunto un accordo con le aziende di energia sulla graduale interruzione del funzionamento delle diciannove centrali nucleari del paese e sulla cessazione dell'uso civile dell'energia nucleare entro il 2020. Tale decisione è stata promulgata nella legge sull'uscita dal nucleare. Sulla base della valutazione in 32 anni del periodo medio di funzionamento per una centrale nucleare, l'accordo fissa in modo preciso la quantità di energia che una centrale elettronucleare può produrre prima di essere chiusa.

Le centrali elettriche di Stade e di Obrigheim sono state spente rispettivamente il 14 novembre 2003 e 11 maggio 2005, e il loro smantellamento è previsto per il 2007.

Una legge sulle fonti d'energia rinnovabili ha istituito un'imposta a favore dell'energia rinnovabile. Sostenendo che la tutela del clima è un tema centrale della sua politica, il governo tedesco ha annunciato l'obiettivo di ridurre le emissioni di anidride carbonica del 25% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2005. Nel 1998 in Germania l'uso di energie rinnovabili ha raggiunto la quota di 284 PJ del fabbisogno energetico primario, che equivale al 5% della domanda elettrica totale. Il governo tedesco vuole raggiungere il 10% entro il 2010.

Gli attivisti antinucleari criticano l'accordo: pensano che esso sia una garanzia sul funzionamento piuttosto che un'uscita dall'energia nucleare. Inoltre hanno contestato la scadenza del piano ritenendola troppo estesa ed hanno criticato il fatto che il divieto di costruzione di nuove centrali nucleari di uso commerciale usate non si sia applicato agli impianti per scopi scientifici: alcuni di questi sono stati messi in funzione (per esempio München II). Inoltre non è stato applicato un divieto agli impianti per l'arricchimento dell'uranio e alla stazione di arricchimento di Gronau in seguito è stato esteso il permesso di funzionamento. Successivamente, il ritrattamento del combustibile nucleare non è stato vietato con effetto immediato, ma bensì permesso fino a metà 2005.

Anche se i reattori in Obrigheim sono stati chiusi, lo smantellamento di tali impianti comincerà soltanto nel 2007. Di conseguenza, potrebbe essere possibile decidere di rimetterli in funzione dopo la successiva elezione federale di settembre (questo provvedimento era stato proposto dalla CDU, allora forza di opposizione).

Gli attivisti antinucleari hanno contestato il governo tedesco, che non avrebbe fatto altro che sostenere l'energia nucleare fornendo le garanzie finanziarie per i produttori di energia. Inoltre è stato precisato che non esistono, finora, programmi per il deposito finale delle scorie radioattive. Rendendo più restrittive le norme di sicurezza e incrementando la tassazione, si potrebbe forzare un più rapido abbandono dell'energia nucleare. La chiusura graduale delle centrali nucleare è stata accompagnata da concessioni in materia di sicurezza per la popolazione dei trasporti di scorie nucleari attraverso la Germania. Quest'ultimo punto non è stato applicato dal ministro dell'ambiente, della conservazione della natura e della sicurezza nucleare.

A causa dei prezzi in aumento dei combustibili fossili, sono ancora riprese con vigore le discussioni sull'"abbandono dell'abbandono". Nella campagna per l'elezione federale nel 2002, Edmund Stoiber, il candidato per la carica di cancelliere del CDU/CSU, ha promesso, nel caso di vittoria, di annullare l'uscita dall'energia nucleare. Il suo successore e attuale cancelliere, Angela Merkel, ha annunciato di voler negoziare con le aziende di energia la scadenza per la interruzione delle centrali nucleari.

Chi critica l'abbandono dell'energia nucleare in Germania sostiene che le centrali nucleari potrebbero non essere adeguatamente rimpiazzate e predice una crisi energetica, oppure sostiene che soltanto il carbone potrebbe sostituire l'energia nucleare. Le emissioni di CO2 aumenterebbero enormemente (con l'uso del petrolio e dei combustibili fossili); altrimenti, si dovrebbe importare elettricità dalle centrali nucleari francesi o gas naturale della Russia, vista come un alleato di cui non ci si può ancora fidare.

In Lituania quasi il 70% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Ignalina nell'omonima località) che dispone di 2 reattori LWGR da 1 185 MW netti ciascuno, di cui uno fermato.

Nei Paesi Bassi poco più del 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Borssele a Zeeland) che dispone di un reattore PWR da 482 MW netti. Vi è anche una centrale chiusa (Dodewaard di Gelderland) con un reattore BWR da soli 55 MW netti. Nel 1994, il Parlamento olandese ha votato a favore dell'abbandono dopo una discussione sulla gestione delle scorie nucleari. La centrale elettrica di Dodewaard fu chiusa 1997. Nello stesso anno il governo ha deciso di far scadere la licenza di funzionamento dell'impianto di Borssele alla fine del 2003. Nel 2003, però, lo smantellamento fu rinviato al 2013 dal governo conservatore.

Nel 2005 la decisione fu annullata e sono stati stanziati fondi per ricerche nel campo dell'energia nucleare. Questo cambiamento è stato preceduto dalla pubblicazione di un fascicolo da parte dell'Alleanza Cristiano-Democratica sull'energia sostenibile; poi gli altri partiti della coalizione si allinearono. Nel 2006 il governo ha deciso che Borssele resterà aperta fino al 2033 se riuscirà ad ottemperare alle più severe norme in ambito di sicurezza. I proprietari, Essent e Delta, investiranno cinquecento milioni di euro nell'energia sostenibile insieme al governo, denaro che altrimenti secondo il governo avrebbe dovuto essere versato ai proprietari delle centrali a titolo di risarcimento.

Nel Regno Unito oltre il 18% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 9 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 19 reattori attivi e 8 fermati. Vi sono anche altre 8 centrali chiuse, 2 con un reattore ciascuna, 4 con due reattori ciascuna e 2 con quattro reattori ciascuna. Un sondaggio effettuato nel 2003 a nome di Greenpeace ha mostrato un grande sostegno nel Regno Unito all'energia eolica. Il futuro del nucleare nel Paese è attualmente oggetto di un attento esame. Sono presenti nel Paese molti reattori che stanno raggiungendo la fine del loro ciclo di vita e non si sa ancora come sostituirli. Il Regno Unito inoltre non ha mantenuto i propri obiettivi di riduzione di emissioni di anidride carbonica e la situazione potrebbe peggiorare se non si costruissero nuove centrali nucleari. Nel Paese esistono anche molte centrali alimentate a gas che producono meno biossido di carbonio di quelli basati sull'utilizzo di carbone o idrocarburi pesanti, ma ultimamente si sono riscontrati problemi nella fornitura di gas in quantitativi adeguati. La posizione del nuovo primo ministro inglese dal 2007 Gordon Brown è favorevole alla ripresa dei programmi nucleari e il governo ha inoltre da poco nominato come nuovo segretario di Stato per le Finanze, l'Industria e le Riforme (Segretary of State for Business, Enterprise and Regulatory Reform) John Hutton, anch'esso favorevole al nucleare per elettrogenerazione. È previsto un finanziamento di 100 miliardi di euro per la costruzione di 22 nuovi reattori nucleari di diversa capacità in grado di rendere il Paese autosufficiente per i prossimi 30 anni.

Nella Repubblica Ceca oltre il 31% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Dukovany a Trebic e Temelin nella Boemia del sud) che dispongono complessivamente di 6 reattori attivi.

In Romania il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione nel Paese (Cernavodă nell'omonima località) che dispone di 2 reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) attivi di tipo CANDU, il primo da 653 MW netti e il secondo da 655 MW netti. Il secondo reattore è stato costruito attraverso una joint-venture fra la società canadese AECL e l'italiana Ansaldo Nucleare (divisione di Ansaldo Energia che fa capo a Finmeccanica) ed è diventato commercialmente operativo dal 1° novembre 2007.

In Slovacchia oltre il 57% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da due centrali elettronucleari in funzione (Bohunice e Mochovce, entrambe nella parte occidentale del Paese) che dispongono complessivamente di 5 reattori attivi e 2 fermati. Dal febbraio del 2005 l'ENEL è diventato proprietario del 66% dell'ente elettrico slovacco Slovenke Elektrarne e gestisce operativamente tali impianti. L'ENEL si è inoltre offerta di finanziare anche la costruzione di due nuovi reattori rimasti allo stadio di progetto dal 1991 per mancanza di fondi.

In Slovenia oltre il 40% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione nel Paese (Krško) che dispone di un reattore PWR da 666 MW netti. Tale centrale verrà chiusa solo nel 2023, mentre nel corso del 2007 è stato deciso di costruire una seconda centrale nucleare.

In Spagna quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 7 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 8 reattori attivi e 2 fermati. Nel 1983 è stata promulgata una moratoria dal governo socialista e si sono discussi a lungo i programmi per l'abbandono dell'energia nucleare. Si è puntato molto sull'eolico, che ormai soddisfa quasi per intero i consumi elettrici dell'Andalusia, permettendo alla Spagna di vantare il secondo posto al mondo dopo la Germania per produzione di energia eolica e un totale del 16,52% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili.

Nel 2004 il Presidente Zapatero disse «Manterremo il nostro compromesso di sostituzione graduale di energia atomica per altre più sicure, pulite e meno costose, in modo ordinato nel tempo e con il massimo di consenso sociale»; nel settembre del 2006 ha promesso che non rinnoverà il permesso alla centrale elettronucleare attiva più vecchia del Paese, quella di Santa Maria de Garoña a Burgos, che fu completata nel 1971 e che dovrebbe pertanto chiudere nel 2009. Zapatero ha promesso anche di non rinnovare il permesso a nessuno degli altri sette reattori attivi, che dovrebbero pertanto chiudere entro il 2014, come quasi da programma di Joaquín Almunia, che nel 1999 aveva detto «Chiuderò tutte le centrali in 15 anni e Garoña subito».

In Svezia il 48% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 3 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 10 reattori attivi (Ringhals, la più potente centrale nucleare svedese, situata a Halland a circa dieci chilometri a sud di Göteborg, con quattro reattori attivi produce da sola circa 24 TW.h l'anno, ossia il 21% del fabbisogno elettrico svedese). Vi sono anche altre 2 centrali chiuse (Agesta a Sodermanland e Barsebäck a Skane), la prima con un reattore ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) da soli 10 MW netti (servito a suo tempo per istruire i tecnici) e la seconda con due reattori BWR da 600 e 615 MW netti.

Dopo l'incidente alla Three Mile Island nel 1979, ci fu un referendum giudicato iniquo da alcuni osservatori, perché prevedeva come scelte possibili, solo tre "no al nucleare", più o meno pesanti. Dopo che il Parlamento svedese decise nel 1980 che nessuna ulteriore centrale nucleare sarebbe stata costruita, l'abbandono svedese dell'energia nucleare avrebbe dovuto essere completato entro il 2010. Nel 1997 il Riksdag, il Parlamento svedese, decise la fermata dei due reattori a Barsebäck, il primo entro il 1° luglio 1998 e il secondo prima del 1º luglio 2001, a condizione che l'energia da loro prodotta fosse stata compensata. Il governo conservatore seguente provò ad annullare la decisione ma, dopo le proteste, decise di rinviarne la scadenza al 2010. Alla fine a Barsebäck, il reattore numero 1 è stato fermato il 30 novembre 1999 mentre per il reattore 2 si è aspettato il 31 maggio 2005.

La produzione di energia delle centrali nucleari rimanenti è stata aumentata considerevolmente negli ultimi anni per compensare la dismissione di Barsebäck e, nonostante i vasti sforzi sulle fonti alternative all'energia nucleare come i combustibili fossili (nel 1998, il governo ha deciso di non costruire ulteriori impianti idroelettrici per proteggere le risorse idriche nazionali), all'inizio del 2009 è stato deciso che la Svezia non spegnerà più le centrali esistenti, e ne costruirà di nuove quando esse avranno concluso il loro "ciclo di vita" (è stato valutato che le attuali centrali nucleari resteranno in funzione fino al 2050).

D'altronde già nel marzo 2005 un sondaggio di opinione su un campione di 1 027 persone mostrò che l'83% di loro era favorevole al mantenimento o all'incremento della produzione di energia elettrica da fonte nucleare e un altro sondaggio del mese di maggio dello stesso anno che ha interpellato chi abitava nei dintorni di Barsebäck evidenziò che il 94% degli intervistati avrebbe voluto che la centrale appena chiusa fosse rimasta invece in funzione.

Nell'agosto 2006 tre dei dieci reattori nucleari del paese sono stati chiusi per motivi di sicurezza a seguito di un incidente alla centrale nucleare di Forsmark, in cui due dei quattro generatori di emergenza non sono entrati in funzione, innescando così una situazione di rischio. I sistemi di raffreddamento hanno funzionato e lo spegnimento è riuscito. L'incidente è stato classificato di livello 2 nella Scala INES. Un ulteriore reattora a Forsmark e un quinto della centrale di Ringhals sono stati scollegati per lavori di manutenzione in quanto si è evidenziato un difetto di progettazione. Con cinque dei dieci reattori totali fuori uso, la capacità di produrre energia della Svezia è calata di quasi un quinto durante quei mesi.

In Svizzera oltre il 37% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione nel Paese (Beznau a Doettingen, Gösgen a Soleure, Leibstadt a Aargau e Müehleberg a Berna) che dispongono complessivamente di 5 reattori attivi. Nella Confederazione Elvetica ci sono stati molti referendum sull'energia nucleare, a partire da quello del 1979 per la sicurezza nucleare su iniziativa dei cittadini, che fu bocciato. Nel 1984, ci fu una votazione su un'iniziativa "per un futuro senza centrali nucleari", in cui si raccolse il 55% di voti contrari contro il 45% di favorevoli. Il 23 settembre 1990 in Svizzera si tennero due nuovi referendum: l'iniziativa "Fermiamo la costruzione di centrali nucleari", che proponeva una moratoria di dieci anni sulla costruzione di nuove centrali nucleare, fu approvata con il 54,5% contro il 45,5%, mentre la proposta di abbandonare l'energia nucleare fu bocciata con il 53% contro il 47%. Nel 2000 ci fu una votazione su una tassa verde per sostenere l'energia solare, proposta che fu rifiutata col 67% dei voti. Il 18 maggio 2003 ci furono due referendum: "Elettricità senza nucleare", che chiedeva una decisione sull'abbandono dell'energia nucleare, e "Moratoria più", per un'estensione temporale della moratoria alla costruzione di nuovi impianti. Entrambi furono bocciati. I risultati furono: Moratoria Più 41,6% Sì, 58,4% No; Elettricità senza nucleare 33,7% Sì, 66,3% No.

Il programma della petizione "Elettricità senza nucleare" prevedeva di chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2033: prima le unità 1 e 2 delle centrali di Beznau, poi Mühleberg nel 2005, Gösgen nel 2009 e Leibstadt nel 2014. "Moratoria più" sosteneva l'estensione della moratoria per altri 10 anni e un termine di 40 anni per la chiusura di tutte le centrali. Per rimandare la scadenza di altri dieci anni si sarebbe dovuto tenere un altro referendum, che sarebbe costato molto denaro. Il rifiuto di "Moratoria più" sorprese molti perché i sondaggi di opinione prima del referendum avevano mostrato un buon consenso. I motivi del rifiuto in entrambi i casi sono stati individuati nel peggioramento della situazione economica.

A giugno 2008 la compagnia Atel ha sottoposto all'Ufficio Federale Svizzero dell'Energia la richiesta di approvazione della costruzione di un nuovo impianto nucleare a Gösgen, senza ancora specificare la tipologia e la taglia della centrale. La richiesta dovrà essere sottoposta a referendum popolare nel Cantone interessato.

In Ucraina oltre il 47% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione nel Paese che dispongono complessivamente di 15 reattori attivi e 2 in costruzione (come unità 3 e 4 della centrale di Khmelnitski). Vi è anche una centrale chiusa (quella di Chernobyl) con 4 reattori RBMK (LWGR secondo la nomenclatura internazionale), uno da 725 MW netti e gli altri tre (compreso il numero 4, ossia quello esploso la notte del 26 aprile 1986) da 925 MW netti. La chiusura della centrale di Chernobyl è avvenuta in più fasi: il reattore numero 2 è stato spento l'11 ottobre 1991, il numero 1 (quello da 725 MW netti) è stato fermato il 30 novembre 1996 e infine il reattore numero 3 è stato chiuso il 15 dicembre 2000 (ossia oltre 14 anni dopo l'incidente). A partire da quest'ultima data, quindi, non esistono più reattori RBMK attivi in Ucraina.

In Ungheria oltre il 37% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare in funzione (Paks di Tolna Megye) che dispone di 4 reattori attivi.

La Repubblica Sudafricana è l'unico Paese del continente africano dotato di centrali elettronucleari. Dispone infatti di una centrale a Koeberg (nei pressi di Città del Capo) con due reattori PWR attivi da 900 MW netti ciascuno, che genera oltre il 4% dell'energia elettrica totale prodotta nel Paese nonché di un impianto per l'arricchimento dell'uranio a Pelindaba. È attualmente perseguita una politica d'espansione basata sul reattore nucleare modulare pebble bed ed è in cantiere la sua esportazione in Cina, nonostante l'opposizione di gruppi quali Earthlife Africa e Koeberg Alert.

In Canada quasi il 16% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 5 centrali elettronucleari in funzione (Bruce, Darlington e Pickering nell'Ontario, Gentilly in Quebec e Point Lepreau in New Brunswick) che dispongono complessivamente di 23 reattori, 18 dei quali attualmente attivi.

A Cuba esiste una sola centrale elettronucleare a Juragua, equipaggiata con due reattori VVER da 417 MW ciascuno di progetto sovietico, i cui lavori sono stati interrotti nel 1995 per difficoltà finanziarie quando erano completati per il 75% per la parte civile e per il 90% per l'edificio reattore.

In Messico quasi il 5% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare del Paese (Laguna Verde a Veracruz) che dispone di due reattori BWR attivi da 680 MW netti ciascuno.

Negli Stati Uniti d'America quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 64 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 104 reattori attivi, 7 fermati e 1 in costruzione. Vi sono anche altre 20 centrali chiuse, 19 con un reattore ciascuna e una (Zion in Illinois) con due reattori. Recentemente 39 reattori hanno ottenuto il rinnovo della licenza. Sono state presentate tre domande per ottenere un Early Site Permit (permesso preventivo) e tre consorzi hanno fatto richiesta per la Combined Construction-Operating Licence. Inoltre la legge sulla politica energetica (Energy Policy Act) del 2005 contiene degli incentivi per dar ulteriore spazio a questo tipo di fonte.

Il segnale più chiaro di una ripresa nell'uso della fonte nucleare per la produzione di energia elettrica in USA sono i due ordini di aprile e maggio 2008 ciascuno per 2 nuovi reattori di tipo AP-1000 Westinghouse effettuati da parte dei due esercenti South Carolina Electric e Gas e Georgia Power.

In Argentina, il 7% circa dell'elettricità è prodotta da due centrali in funzione: la centrale di Embalse Río Tercero di Cordoba con un reattore CANDU6 da 600 MW netti e la centrale Atucha di Buenos Aires con un reattore ad acqua pesante pressurizzata tedesco (PHWR) da 335 MW netti. Nel 2001, quest'ultimo impianto è stato modificato per usare l'uranio leggermente arricchito, trasformandolo così nel primo reattore ad acqua pesante pressurizzata al mondo ad usare questo combustibile. Si è inoltre già provveduto alla costruzione di più della metà del secondo reattore (tipologicamente uguale al primo ma di potenza più che doppia). L'Argentina dispone anche di numerosi reattori usati a fini di ricerca ed esporta tecnologia nucleare.

In Brasile quasi il 4% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dalla centrale elettronucleare Angra di Rio De Janeiro che dispone di due reattori PWR attivi rispettivamente da 520 e 1275 MW netti.

In Armenia circa il 42% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dall'unica centrale elettronucleare del Paese che dispone di due reattori PWR da 376 MW netti, uno dei quali non più in funzione.

In Cina quasi il 2% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione (Guangdong e Lingao a Guangdong, Qinshan a Zhejiang e Tianwan nell'omonima località) che dispongono complessivamente di 11 reattori attivi e 4 in costruzione. La Cina inoltre sta costruendo una nuova centrale Hongyanne a Liaoning con un reattore PWR da 1080 MW lordi e ben altri 25 reattori sono in progetto.

In Corea del Nord si stavano costruendo due reattori ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) a Kumho, finché nel novembre 2003 le operazioni non vennero sospese. Il 19 settembre 2005 il paese si è impegnato ad abbandonare la costruzione di armi nucleari e ha accettato le ispezioni internazionali in cambio di aiuti energetici, che potrebbero includere uno o più reattori ad acqua leggera. Nell'accordo si legge: "Le altre parti hanno espresso i propri punti di vista e hanno convenuto di discutere al momento opportuno l'argomento della fornitura di un reattore ad acqua leggera".

In Corea del Sud oltre il 38% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 4 centrali elettronucleari in funzione (Kori a Busan, Ulchin e Wolsong a Gyeongsangbuk-do e Yonggwang a Jeollanam-do) che dispongono complessivamente di 20 reattori attivi. Inoltre sono in fase di costruzione due nuove centrali (Shin-Kori a Busan & Ulsan e Shin-Wolsong a Gyeongsangbuk-do), la prima con due reattori PWR da 960 MW netti ciascuno e la seconda con un reattore PWR sempre da 960 MW netti.

Aumenta lentamente l'incidenza dell'energia rinnovabile, soprattutto idroelettrica.

Nelle Filippine nel 2004 il presidente Gloria Macapagal-Arroyo ha esposto la sua politica energetica. Ha intenzione di aumentare le riserve di gas e petrolio nazionali con nuovi sondaggi, di sviluppare le risorse energetiche alternative, di imporre lo sviluppo del gas naturale come combustibile e del diesel di cocco come combustibile alternativo, nonché di creare delle partnership con l'Arabia Saudita, i paesi asiatici, la Cina e la Russia. Ha anche reso pubblici i progetti di conversione della centrale nucleare di Bataan in un impianto alimentato a gas.

In Giappone quasi il 20% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 17 centrali elettronucleari in funzione che dispongono complessivamente di 55 reattori attivi, 1 fermato e 1 in costruzione. Vi sono anche altre tre centrali chiuse (Fugen Atr e Monju a Fukui e Jpdr a Ibaraki) con un reattore ciascuna.

In India quasi il 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata da 6 centrali elettronucleari in funzione (Kaiga a Karnataka, Kakrapar a Gujrat, Madras a Tamil Nadu, Narora a Uttar Pradesh, Rajasthan nell'omonima località e Tarapur a Maharastra) che dispongono complessivamente di 17 reattori attivi e 3 in costruzione. Si stanno inoltre costruendo due nuove centrali (Kudankulam e PFBR, entrambe a Tamil Nadu), la prima con due reattori PWR da 917 MW netti e la seconda con un reattore autofertilizzante veloce (FBR) da 470 MW netti e ben altri 24 reattori sono in progetto.

L'Iran attualmente possiede un'unica centrale elettronucleare (Bushehr, nell'omonima località) in costruzione, di cui si prevede l'esercizio commerciale a metà del 2009. La centrale dispone di un reattore ad acqua leggera pressurizzata da 915 MW elettrici netti, della tipologia VVER-1000 russa. L'Atomic Energy Organization of Iran AEOI prevede anche la ripresa della costruzione dell'unità 2 di Bushehr e nell'aprile del 2007 è stata annunciata la gara per la costruzione di due reattori PWR di terza generazione di grande taglia sullo stesso sito.

In Kazakistan vi è una sola centrale elettronucleare (BN-350), con un reattore autofertilizzante veloce (FBR) da 520 MW termici, chiusa dal 22 aprile 1999. Il reattore ha funzionato per circa 27 anni sia per la produzione di energia elettrica che per la desalinizzazione dell'acqua di mare (circa 80 000 m3 al giorno). Deve essere poi ricordato che il Kazakistan possiede circa il 15% delle risorse di uranio conosciute.

In Pakistan quasi il 3% dell'energia elettrica prodotta in totale viene generata dalle due centrali elettronucleari del Paese (Chashma nel Punjab e Kanupp nelle vicinanze di Karachi), la prima che dispone di due reattori PWR da 300 MW netti ciascuno (uno dei quali in costruzione) di progettazione cinese e la seconda (la prima costruita, entrata in funzione nel dicembre 1972) con un reattore ad acqua pesante pressurizzata (PHWR) di concezione canadese da 125 MW netti.

Per la parte superiore



Centrale nucleare di Gösgen

La Centrale nucleare di Gösgen (KKG) è una centrale nucleare della Svizzera situata presso il . Essa iniziò l'attività commerciale nel Novembre 1979 e fu la prima centrale nucleare da 1.000-MW del paese.

Il cuore della centrale è un reattore ad acqua pressurizzata costruito dalla KWU che al tempo era sussidiaria della tedesca Siemens AG adesso Areva NP con 3.002 MW di potenza termica.

Utilizza una torre di raffreddamente alta 150 metri.

La centrale nucleare di Gösgen generea attualemente circa 8 mila milioni di kilowatt per ora, che corrispondono all'incirca al 15% dell'intero fabbisogno Svizzero. Nel 1980 è stato stimato che il costo per ogni kilowatt prodotto era di 6.30 Rappen (circa 6 centsimi di dollaro). Questo costo è stato ridotto da varie modifiche e nel 2001 è stato di 4.07 Rappen (circa 4 centesimi di dollaro).

Per la parte superiore



Reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata

Il reattore nucleare europeo ad acqua pressurizzata, meglio noto con la sigla EPR (European Pressurized Reactor o Evolutionary Power Reactor) è un reattore nucleare di generazione III+, a fissione, nel quale la refrigerazione del nocciolo e la moderazione dei neutroni vengono ottenuti grazie alla presenza nel nocciolo di acqua naturale (detta anche leggera per distinguerla dall'acqua pesante) in condizioni sottoraffreddate. Il reattore è quindi della tipologia PWR.

È stato progettato e sviluppato principalmente dalla società francese Framatome (Areva NP) per il mercato Europeo, in particolare quello francese dominato dal gruppo EdF ma è prevista la sua esportazione sia sul mercato cinese, dove sono in costruzione 2 reattori per il sito Taischan 1 nella provincia del Guangdong, che sul mercato USA nella versione US-EPR, sottoposta alla certificazione del progetto da parte dell'ente di controllo NRC alla fine del 2007.

Il reattore EPR potrebbe essere la soluzione scelta dall'Italia per un eventuale ritorno al nucleare. Sono state valutate le evoluzioni del PWR di matrice americana (l':en:AP1000 della :en:Westinghouse Electric Company) e francese (l'EPR della EdF). Nel 2008 l'ENEL ha avviato una collaborazione di lungo periodo con la EdF con lo scopo di partecipare con quote di minoranza in tutte le 5 centrali EPR di prevista costruzione su suolo francese, permettendo ad EdF una partecipazione di minoranza in 4 centrali da costruirsi in Italia.

Il 24 febbraio 2009 un memorandum of understanding firmato tra ENEL ed EdF previde la costruzione di 4 centrali nucleari EPR in Italia, operative tra il 2020 e il 2023, per un totale di 6600 MW. L'ENEL ha finora aquistato una partecipazione del 12.5% negli impianti EPR di Flamanville 3 e Penly (24 febbraio 2009). Gli accordi ricadono nel quadro più ampio di una collabarazione di lungo periodo tra Francia e Italia che coinvolga tutta la filiera del nucleare, dalla ricerca alla costruzione (Protocollo di Intesa italo francese per la cooperazione energetica).

I principali scopi del progetto dell'EPR sono un'aumentata sicurezza e, allo stesso tempo, fornire una migliore competitività economica, tramite miglioramenti graduali ai precedenti, ed ampiamente collaudati PWR, spinti fino alla taglia di potenza di 1600 MW elettrici. Il reattore EPR può utilizzare come combustibili ossido di uranio arricchito al 5% oppure MOX (miscela di ossidi di uranio e plutonio) fino al 100% del nocciolo.

Gran parte di questi sistemi sono per la verità già presenti anche in reattori più vecchi: ad esempio la doppia parete di calcestruzzo è già presente nei reattori francesi di classe N4 (anni '80), il core catcher è presente ad esempio nel reattore Superphenix (anni '70), mentre il contenimento metallico è ad esempio presente nei reattori BWR6 della General Electric. (anni '80).

Questa tipologia di reattore comprende negli incidenti base di progetto (DBA Design Basis Accident), cioè gli scenari presi in considerazione per dimensionare le diverse salvaguardie ingegneristiche (sistema di contenimento, core catcher, etc.), anche incidenti con possibile fusione del nocciolo nucleare e la successiva fuoriuscita dal recipiente in pressione (vessel) del materiale fuso (corium) senza che questi gravi e poco probabili eventi comportino rilasci radioattivi significativi all'esterno della centrale stessa. Questa tipolgia di eventi, chiamata incidenti severi, è simile a quanto avvenuto a Three Mile Island per la sola parte interna al reattore (a TMI non si è verificata la fuoriuscita di materiale fuso dal vessel, evento per il quale l'EPR è ulteriormente protetto per la presenza del core catcher) e non possono essere paragonati a quello di Chernobyl, avvenuto in una centrale di tipo RBMK, radicalmente diversa dalle filiere PWR di concezione occidentale come l'EPR.

Come ogni centrale nucleare, anche gli EPR producono scorie radioattive estremamente pericolose e di cui a tutt'oggi non si sa esattamente che destinazione dare. In questo ambito infatti, i cosiddetti "reattori di terza generazione" non apportano alcun sostanziale beneficio. Al contrario, il maggior "bruciamento" del combustibile in questi reattori impatta negativamente sulla produzione di radionuclidi nelle scorie e sulla emissione di calore residuo, rendendo significativamente più problematica la loro gestione; in breve, si ha un peggioramento per quanto riguarda la produzione di rifiuti radioattivi.

Tale problematica è evidenziata nel recente studio ambientale della società POSIVA, incaricata di gestire le scorie del costuendo reattore EPR di Olkiluoto (Finlandia). Si evidenzia come questa tipologia di reattore abbia una produzione di Iodio 129 superiore a quella di reattori PWR tradizionali; ciò pone problemi molto seri in quanto tale isotopo dello Iodio ha una emivita di 16 milioni di anni e rimane pericoloso per circa 160 milioni di anni.

La centrale elettrica di Olkiluoto 3 in Finlandia, che inizialmente si prevedeva di mettere in servizio nel 2009 , è il primo reattore EPR ad essere costruito nel mondo. La costruzione è uno sforzo congiunto della francese Areva e della tedesca Siemens AG attraverso la loro sussidiaria comune Areva NP. È previsto per l'impianto un costo di circa 3,2 miliardi di € senza contare le altre strutture logistiche.

In riferimento a problemi di controllo qualità del calcestruzzo utilizzato durante la costruzione delle fondamenta della centrale, nel 2006 sono stati annunciati ritardi di circa 1 anno per l'ultimazione della centrale stessa. I ritardi sono stati causati in parte dalla mancanza di supervisione del lavoro dei subappaltatori addetti alla costruzione. Difficoltà e ritardi secondo AREVA derivano in particolare nell’essere l’impianto il primo del suo genere mai costruito e dalle modalità specifiche del processo autorizzativo finlandese che prevede sia l’approvazione della documentazione tecnica da parte del cliente sia l’approvazione dei progetti dettagliati di impianto da parte dell’autorità di sicurezza finlandese durante lo svolgimento dei lavori.

La proprietà dell'impianto di Flamanville 3 è al 12.5% dell'ENEL, così come le successive 5 unità EPR che verranno realizzate in Francia, secondo quanto previsto dall'accordo del 2008 fra ENEL ed EDF.

La cerimonia di inizio lavori sul sito si è tenuta il 26 agosto 2008 alla presenza del Governatore della provincia e di alcuni rappresentanti dell'AREVA. Le 2 centrali cinese sono le prime centrali di questa tipologia EPR in costruzione fuori dell'Europa.

Per la parte superiore



Scorie radioattive

In genere si definisce scoria radioattiva lo scarto di combustibile nucleare esausto derivante dalla fissione nucleare.

Entrambe queste categorie, accumulandosi, tendono ad impedire il corretto svolgersi della reazione a catena e pertanto periodicamente il "combustibile" deve essere estratto dai reattori ed eventualmente riprocessato cioè "ripulito". Complessivamente questo "combustibile esausto" (o "spento") costituisce le "scorie radioattive".

Come visibile in figura, a seconda del "combustibile" e del ciclo (cioè in pratica della tipologia di reattore/i) utilizzati, la radiotossicità delle scorie può essere nettamente differente; questo si traduce in tempi di isolamento delle scorie che oscillano indicativamente dai 300 anni al milione di anni. Questo è il tempo necessario affinché le scorie diminuiscano la loro radiotossicità fino al valore dell'uranio naturale; dopo tale periodo la radiotossicità delle scorie non è zero, ma comunque, essendo pari a quella dei giacimenti di uranio normalmente presenti nella crosta terrestre, è accettabile in quanto sostanzialmente si ritorna -in termini di radiotossicità- alla situazione di partenza.

Come detto, in realtà, il combustibile estratto ("scaricato") dai reattori contiene ancora una grandissima quantità di elementi fertili (torio, uranio 238...) e fissili (uranio 233, 235, plutonio) potenzialmente utilizzabili. In particolare le scorie degli attuali reattori (2° e 3° generazione funzionanti ad uranio) contengono una grandissima quantità di U238 (94%), una piccola quantità di U235 e di plutonio (2%) una ancor minore quantità di altri nuclei pesanti (attinoidi) mentre un 3-4% è dato dagli atomi "spezzati" cioè dai prodotti di fissione.

Benché il plutonio sia altamente tossico e radiotossico, il suo recupero insieme all'uranio 238 e 235 è talvolta attuato. Il problema è che tali atomi sono frammisti ai prodotti di fissione (anch'essi altamente radiotossici) e vanno dunque separati. Tale processo è detto ritrattamento o riprocessamento delle scorie e produce da un lato nuovi elementi fertili e fissili, dall'altra delle scorie inutilizzabili ed estremamente pericolose che devono essere collocate in luoghi sicuri. Per quanto riguarda i costi, dovendo operare sul "combustibile irraggiato" cioè "spento" ovvero altamente radioattivo, il ritrattamento è una operazione estremamente onerosa e non è detto che sia economicamente conveniente effettuarla. Inoltre il recupero del plutonio pone seri problemi anche dal punto di vista socio-politico, in quanto esso è utilizzabile per produrre ordigni bellici.

Va inoltre sottolineato che gli impianti di ritrattamento (così come quelli di arricchimento) sono ovviamente a rischio di incidente nucleare; lo stesso trasporto dei materiali da e per questi impianti è soggetto a rischi. Alcuni degli incidenti più gravi oggi noti sono infatti avvenuti in queste installazioni. Nel 2008 in francia sono avvenuti alcuni incidenti riguardanti proprio impianti di ritrattamento (come quello di Tricastin gestito dalla Areva).

Per tali motivi non è detto che il ritrattamento venga attuato (alcuni paesi come gli USA hanno deciso di non ritrattare il combustibile esausto): pertanto con "scorie" si può intendere sia il combustibile scaricato dai reattori, sia lo scarto inutilizzabile dei processi di ritrattamento. Nei due casi i volumi da smaltire (così come i rischi ed le problematiche citate) sono molto differenti.

Attualmente vengono principalmente proposti due modi per depositare le scorie: per le scorie a basso livello di radioattività si ricorre al deposito superficiale, ovvero il confinamento in aree terrene protette e contenute all'interno di barriere ingegneristiche; per le scorie a più alto livello di radioattività si propone invece il deposito geologico, ovvero allo stoccaggio in bunker sotterranei profondi e schermati in modo da evitare la fuoriuscita di radioattività nell'ambiente esterno. Ad oggi tuttavia non esiste al mondo alcun deposito geologico definitivo in esercizio. Qualora le scorie siano liquide, esse vengono dapprima raccolte in contenitori di plastica o di vetro. I siti di destinazione ottimali vengono individuati e progettati in base a rigorosi studi di natura geologica.

In genere comunque, prima del riprocessamento o comunque prima del deposito delle scorie, queste vengono "parcheggiate" (per divesi anni se non decenni) in apposite piscine in dotazione alle centrali con lo scopo di raffreddarle e di far perdere una piccola parte di radioattività dovuta agli elementi con emivita (o tempo di dimezzamento) più breve, agevolando così le fasi successive.

A parte tali elementi molto pericolosi ma a vita breve, il problema maggiore legato alle scorie nucleari riguarda infatti l'elevatissimo numero di anni necessari affinché si raggiunga un livello di radioattività non pericoloso. Il "tempo di dimezzamento" è il tempo che un determinato elemento impiega a dimezzare la propria radioattività: è quindi necessario un tempo molte volte superiore alla "emivita" affinché l'elemento perda il proprio potenziale di pericolo. Si consideri che ad esempio il plutonio ha una emivita ci circa 24000 anni e che, nel suo complesso, il combustibile scaricato da un reattore di 2° o 3° generazione ad uranio mantiene una pericolosità elevata per un tempo dell'ordine del milione di anni.

Secondo l'INSC, la quantità di scorie prodotte annualmente dall'industria nucleare mondiale ammonta, in termini di volume, a 200 000 m3 di Medium and Intermediate Level Waste (MILW) e 10 000 m3 di High Level Waste (HLW). Questi ultimi, che sono i più radiotossici, prodotti annualmente in tutto il mondo occupano il volume di uno stadio da pallacanestro (30 m x 30 m x 11 m). Dati i piccoli volumi in gioco, la maggior parte dei 34 Paesi con impianti nucleari di potenza ha per ora adottato la soluzione del deposito delle scorie presso gli impianti stessi in attesa di soluzioni più durature. Alcuni Paesi hanno in costruzione depositi geologici sotterranei (Finlandia, Olkiluoto, gestito da Posiva Oy ed USA, Yucca Mountain, Nevada, gestito dal DOE, governativo). Non altrettanto "ridotta" è però la loro nocività, stimabile -sulla base del grafico soprastante- approssimativamente in circa 3 000 miliardi di sievert/anno (6 sievert sono generalmente fatali per un uomo).

Per la parte superiore



Reattore nucleare di III generazione

Viene denominato reattore nucleare di III generazione un reattore nucleare di potenza che incorpori sviluppi delle tecnologie della "seconda generazione" (la stragrande maggioranza di quelli attualmente in funzione), con miglioramenti "evolutivi" nel disegno, ma senza innovazioni sostanziali sui principi di funzionamento.

Tali miglioramenti derivano quindi da sperimentazioni effettuate durante la vita utile dei reattori nucleari di II generazione attuali, senza l'introduzione di modifiche radicali quali potrebbero essere la sostituzione del refrigerante-moderatore acqua con altri refrigeranti (elio, sodio e/o piombo fuso, ed i sali minerali fusi).

Come combustibile nucleare utilizzano l'ossido di uranio arricchito al 4-6% oppure le miscele di ossidi di uranio e plutonio (combustibile MOX).

In considerazione di ciò, non vi è nessun vantaggio sotto il profilo delle scorie, che risultano analoghe ai reattori di generazioni precedenti quanto a durata e radiotossicità.

Come nei reattori di II generazione, il combustibile si trova sottoforma di piccole pasticche contenute nelle barrette del combustibile, rivestite normalmente in leghe di zirconio. Spesso vengono impiegate le tradizionali barre in argento,cadmio e indio per controllare la velocità della reazione a catena e spegnere il reattore.

Il target in termini di sicurezza per questi reattori è di 108 anni/reattore senza incidenti con danneggiamento grave del nocciolo, in altri termini un reattore costruito all'epoca della scomparsa dei dinosauri in teoria avrebbe meno del 50% di probabilità di essere soggetto ad un guasto di entità tale da causare un disastro ambientale.

Tra le migliorie progressive si possono elencare alcuni sistemi di sicurezza passiva e di sicurezza attiva nel circuito refrigerante, come p.es l'introduzione di tubazioni concentriche interne a giunti saldati (per assorbire la dilatazione termica), contenute all'interno di tubi in acciaio più spessi, con una intercapedine di acqua naturale, e con le giunzioni delle tubature esterne serrate da viti.

La camera del reattore nucleare è contenuta dentro un doppio contenitore: uno interno metallico che permette la cessione passiva di calore dalla camera del reattore ad una intercapedine esterna, e spruzzatori (di emergenza) di acqua che irrorano dall'esterno questo contenitore in acciaio (ma in alcuni progetti è rinforzato con strati in titanio e carburo di boro, in modo che, nell'eventualità dell'interruzione di tutti i circuti refrigeranti, si possa asportare passivamente il calore del reattore per convezione ed evaporazione.

Tra il contenitore interno e quello esterno vi è una intercapedine dove può circolare l'aria per raffreddare passivamante il contenitore metallico interno.

In molti progetti (ad.es EPR) il contenitore esterno è progettato come una doppia parete in cemento armato molto spesso, rinforzata con contrafforti, ed i loro progettisti le ritengono in grado di resistere sia ad impatti di aerei di linea che a terremoti della più elevata intensità.

Questi reattori incorporano sistemi di pompe ridondanti (modelli molto ben conosciuti e collaudati), scambiatori di calore avanzati in lega inconel, ed altri componenti che sono stati migliorati negli anni. Hanno un doppio circuito di raffreddamento ad acqua, uno interno ad alta pressione, a contatto con il reattore ed un altro esterno ad acqua bollente, che diventando vapore d'acqua fornisce pressione a delle turbine avanzate. Hanno bisogno di grandi quantità d'acqua per i condensatori delle turbine e spesso si trovano nei pressi di fiumi o laghi.

Alcuni progetti industriali più avanzati che spesso incorporano miglioramenti sia dal punto di vista della sicurezza che della convenienza economica, ma sono meno rivoluzionari rispetto ai prototipi di reattori nucleari di IV generazione, e che conservano elementi di tipo "evolutivo" vengono denominati di Generazione III+. Un prototipo di questi è il reattore economico semplificato ad acqua bollente (Economic Simplified Boiling Water Reactor, sigla ESBWR), che si basa sui principi dei modelli BWR.

Alcuni disegni prototipici della III generazione di reattori includono l'EPR, basati sulla classe PWR, ed il Reattore nucleare avanzato ad acqua bollente o ABWR, basato sul BWR.

L'adozione di numerose misure di sicurezza porta ad un incremento nei costi di costruzione dei reattori III-Generazione, che hanno mantenuto stili costruttivi classici, al contrario dei reattori che invece sono passati alla prefabbricazione di molti componenti.

Ad esempio il costo di costruzione del reattore EPR - Franco-Tedesco (di progettazione classica), in costruzione a Olkiluoto in Finlandia, è di tre miliardi e duecento milioni di euro, mentre il costo di un reattore di III generazione Nippo-Americano Westinghouse-Toshiba AP-1000, progettato con ampio uso di prefabbricazioni, ha un costo del MW installato pari alla metà di quello del reattore EPR, per un costo d'impianto di un miliardo e quattrocento milioni di euro.

In generale la III-Generazione, comportando investimenti più elevati, fonda la sua competitività economica più sulla capacità di bruciare maggiori quantità di combustibile producendo meno scorie -ricavando dunque più energia dal singolo kg di uranio inserito- che dal contenimento dei costi di costruzione.

Il Reattore EPR infatti, a fronte di un costo capitale molto più elevato (più del doppio), garantisce però in fase operativa il doppio dei MW per ogni tonnellata di uranio inserito (il burn-up passa infatti da una media nei reattori odierni di 35.000 MWd/t a un livello pari a 70.000 MWd/t) riducendo al contempo di quasi il venti per cento la quantità di scorie emessa. Questo aumento del burn-up, cioè del livello di esaustione del combustibile, porta però ad una maggiore radioattività delle scorie. Per la multinazionale Areva, che attualmente (2009) ha in costruzione alcuni reattori francesi, l' aumento della radioattività è del 15%, mentre per Greenpeace è del 100% come minimo.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia