Arcore

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Inviato da amalia 06/04/2009 @ 15:13

Tags : arcore, lombardia, italia

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Arcore

Arcore - Stemma

Arcore (Arcur in lombardo) è un comune della provincia di Monza e Brianza, noto anche in quanto all'interno del suo territorio si trova la ex Villa Giulini-Casati-Stampa, ora Villa San Martino e la Villa Borromeo d'Adda.

Sull'origine di Arcore non esiste documentazione certa: dall'etimologia si può dedurre un'origine romana. L'etimologia del nome Arcore è infatti controversa: alcuni lo ricollegano al semidio Ercole, per il cui culto forse sorgeva un tempio in suo onore, altri lo associano ad un arco eretto dai romani.

I documenti più antichi finora ritrovati risalgono al IX secolo e sono relativi a donazioni alle chiese locali da parte di abitanti di "vico Arcole" o "loco Arculi". Arcore, nel medioevo, appartiene alla pieve di Vimercate ed è segnalata la presenza di due monasteri: il monastero benedettino di San Martino e la casa delle Umiliate a Sant'Apollinare.

Nel trecentesco Liber Sanctorum di Goffredo da Bussero è citata la Chiesa di Sant'Eustorgio che diverrà la Parrocchia della comunità ai tempi di San Carlo Borromeo.

Dal XVI secolo diverse famiglie nobiliari lombarde (Casati, Durini, Giulini, Vismara, D'Adda, Barbò) spostano la propria residenza lungo tutta la Valle del Lambro e la Bassa Brianza e vi edificano importanti ville di delizia, tra cui ad Arcore la Villa Borromeo D'Adda, la Villa "La Cazzola" e la Villa San Martino (già Casati-Stampa, nota come ex-residenza di Silvio Berlusconi), favoriti dalla buona collocazione geografica e dalle agevoli comunicazioni. La costruzione dell'attuale chiesa parrocchiale risale al 1716.

Il comune ebbe una discreta crescita industriale e demografica in conseguenza della realizzazione stazione della linea ferroviaria Milano-Monza-Lecco, con l'insediamento della Falck e di altre industrie legate alla lavorazione dei metalli e dei macchinari.

La formazione geologica del territorio arcorese (compreso fra il Lambro il Molgora) è costituito da un terreno fluvioglaiale, nonché da depositi morenici. Il sottosuolo è ricco di argilla ed è poco poroso. Inoltre vi sono alcune falde acquifere a diverse profondità. La popolazione di Arcore ha avuto un grande aumento demografico specialmente dopo il secondo dopoguerra, dai circa 5.000 paesani ai quasi 17.000 nel 2007. Nel 1963, ad incrementare ulteriormente la popolazione, venne annessa la frazione di Bernate, prima sotto la competenza di Usmate Velate.

L'industria arcorese è nota soprattutto per aver dato i natali alla Gilera, prestigiosa casa motociclistica italiana, che vi ha avuto la sede principale fino agli anni '80, ma è anche nota a livello internazionale per l'azienda Peg Perego, produttrice di passeggini su scala internazionale. Fino alla fine della seconda guerra mondiale accanto ad uno stabilimento della Falck vi fu la ditta Carlo Bestetti, ovvero un aeroporto per aerei da guerra e per piccoli aeroplani commerciali, distrutto dai partigiani nel 1945. Vi ha sede anche un impianto della Tenaris Dalmine, ed in forte sviluppo è l'impresa del settore terziario.

Ecco una lista dei cognomi più diffusi ad Arcore, in ordine alfabetico e non di numero.

Il palio disputato il 16 settembre 2007 in Villa Borromeo D'Adda, è stato assegnato al Rione Arcore Nord, ossia alla frazione di Bernate.

La prima manifestazione della "Primavera Arcorese". Nel 2008 la manifestazione si è tenuta ancora nella centralissima Piazza Pertini da venerdì 14 a domenica 16 marzo.

La prima domenica di ottobre la comunità parrocchiale della Regina del Rosario celebra le sua festa patronale. Da tempo memorabile questa è la seconda festa patronale di Arcore.

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Gilera 5V Arcore

La Gilera 5V Arcore 125

La Gilera 5V Arcore è un modello di motocicletta prodotto dal 1972 al 1979.

All'inizio degli anni Settanta, come tutte le Case europeee, la Gilera venne pesantemente colpita dalla grave crisi iniziata negli anni Sessanta e determinata dal generale abbandono della motocicletta a favore dell'automobile.

La gestione "Piaggio", subentrata nel 1969, rimase a lungo indecisa se continuare la produzione delle motoleggere a quattro tempi oppure puntare sui motori due tempi che, in quegli anni, sembrano prevalere. Verrà adottata una soluzione di compromesso, producendo una nuova linea di ciclomotori con motorizzazione a due tempi e ristrutturando radicalmente la vecchia linea di 125/150 cc a quattro tempi, con l'obiettivo di costruire una moto-leggera utilitaria, dai costi d'acquisto e di manutenzione contenuti, senza troppo distaccarsi dalla produzione precedente.

La nuova "Arcore" venne presentata nel novembre 1971 al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano e, da subito, proposta nella cilindrata classica di 125 cc, ad uso dei sedicenni neopatentati, e nella versione di 150 cc, per consentire ai maggiorenni l'accesso alle autostrade.

La denominazione "5V Arcore" fu scelta per sottolineare la continuità con il precedente modello "124 5V" e, nel contempo, differenziarlo nettamente, in virtù della nuova progettazione di motore e telaio.

I nuovi modelli vennero messi in vendita, nei primi mesi del 1972, al prezzo di 340.000 Lire franco fabbrica per la "125" e di 360.000 Lire franco fabbrica per la "150", un prezzo lievemente superiore ai modelli concorrenti, ma ben giustificato dal buon livello tecnico del veicolo.

Le due versioni sono esteticamente molto simili e, a prima vista, si differenziano principalmente per le colorazioni: serbatoio, fianchetti e copristeli verniciati in rosso con carter-catena, e parafanghi cromati per la "150"; serbatoio e fianchetti verniciati in azzurro con copristeli, carter catena e parafanghi verniciati in grigio chiaro per la "125". Ad un esame più attento, però, si rileva che la versione "150" ha una strumentazione più precisa e leggibile, ed un impianto frenante di maggiori dimensioni, oltre alla dotazione della batteria (assente sulla 125) per consentire il funzionamento dei fari anche con il motore spento. La presenza della batteria permette sulla 150 la presenza del clacson mentre l'avvisatore acustico della 125 è un più che modesto cicalino. Inoltre la 150 ha gli ammortizzatori posteriori con le molle esterne ed è dotata di pneumatici a sezione maggiore.

In previsione del lancio della Arcore sul mercato statunitense (dove la Piaggio era presente da tempo), venne prevista la sistemazione intercambiabile dei comandi a pedale cambio - freno posteriore. Per il mercato italiano viene adottata la soluzione classica del cambio a destra. L'inserimento della prima si effettuava azionando il pedale verso l'alto.

Nonostante i suoi 12 CV, le prestazioni non risultavano particolarmente brillanti, se confrontate alla contemporanea produzione duetempistica. Anche l'impostazione turistica non incitava a comportamenti sportivi. La "Arcore" era concepita come stradista comoda e, soprattutto, economica. La "125" percorreva mediamente oltre 35 Km con un litro di benzina super, ma non era difficile ottenere percorrenze superiori a 40 km/lt con un impiego pacato e, pur di fronte ad un uso esasperato, era sostanzialmente impossibile scendere al di sotto dei 30 km/lt. Il consumo del modello "150" era di poco superiore.

Occorre segnalare l'insorgenza di alcuni problema, specie sulle prime serie prodotte, dovuti agli effetti delle vibrazioni, che colpivano più la moto del pilota. Non era infrequente la perdita di particolari come la leva del cambio o della marmitta fissati senza l'uso di materiali assorbenti e, in sporadici casi, la rottura del telaio dopo percorrenze superiori ai 150.000 km. Nelle ultime serie, la Gilera aveva adottato alcune migliorie con montaggi di tipo "silent-block".

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Vittorio Mangano

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Vittorio Mangano (Palermo, 18 agosto 1940 – 23 luglio 2000) è stato un criminale italiano legato a Cosa Nostra, conosciuto - attraverso le cronache giornalistiche che hanno seguito le vicende processuali che lo hanno visto coinvolto - con il soprannome de lo stalliere di Arcore.

Nel 1957 abbandonò gli studi al terzo anno di perito industriale; nel 1964 si sposò ed ebbe la prima figlia (la seconda nel 1967). Dal 1965 in poi entrò nelle cronache giudiziarie. Cinque anni prima di trasferirsi a Milano subì tre arresti e vari procedimenti penali per truffa, emissione di assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione; subisce le prime condanne: per assegni a vuoto dalla Pretura di Milano (15 gg di reclusione), per truffa dalla Corte d'appello di Palermo (1 anno e 4 mesi; pena condonata).

Fu "stalliere" (con funzioni di amministratore) nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi, nella quale visse circa due anni (tra il 1973 e il 1975). Era stato proposto per quell'incarico da Marcello Dell'Utri. La Procura della Repubblica di Palermo sostiene che Dell'Utri era a conoscenza dei precedenti penali di Mangano. Al tempo in cui Dell'Utri, infatti, lasciò l'impiego in banca per diventare collaboratore di Berlusconi, e successivamente chiamò Mangano ad Arcore, la locale stazione dei Carabinieri ricevette un'informativa dai loro colleghi palermitani che segnalava Mangano quale persona con precedenti giudiziari e Dell'Utri quale persona che era informato di ciò.

Mangano lasciò la villa di Arcore nel 1976 (a suo dire di propria iniziativa), mentre Berlusconi con la famiglia si trasferì prima in Svizzera e poi in Spagna.

Il 28 novembre 1986 una bomba esplose nella villa di Berlusconi in via Rovani a Milano, provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del pianerottolo del primo piano. Berlusconi parlando al telefono con Dell'Utri accusò Mangano, il quale in realtà si trovava in carcere in Sicilia a scontare una condanna (l'attentato è ascrivibile altresì alla mafia catanese, come risulta dalle dichiarazioni del pentito Antonino Galliano, un affiliato del clan della Noce).

Tommaso Buscetta e Totò Contorno, durante il maxiprocesso di Palermo (1986-1987), lo indicarono come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra, nella famiglia di Pippo Calò, il capo della famiglia di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta).

Il nome di Mangano viene citato per la prima volta dal Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino in una intervista rilasciata il 19 maggio 1992 (due mesi prima di essere ucciso nell'attentato di via d'Amelio), riguardante i rapporti tra mafia, affari e politica. Borsellino affermò che Mangano era "uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia".

Il 19 luglio 2000 Mangano fu condannato all'ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest'ultimo vittima della "lupara bianca" nel gennaio del 1995. Di questo secondo omicidio Mangano sarebbe stato l'esecutore materiale.

Mangano, malato di tumore, morì pochi giorni dopo la sentenza, il 23 luglio 2000, in carcere, dove risiedeva già da cinque anni per reati per cui era stato precedentemente condannato (traffico di stupefacenti, estorsione).

Verrà inoltre sospettato di aver rapito il principe Luigi D'Angerio dopo una cena alla villa di Silvio Berlusconi, il 7 dicembre 1974.

Il pentito Salvatore Cancemi divulgò la notizia che la compagnia Fininvest di Berlusconi, attraverso Marcello Dell'Utri e Mangano, pagò a Cosa Nostra 200 milioni di lire (100.000 €) annualmente e in base agli accordi presi con Cancemi.

L'8 aprile 2008 Marcello Dell'Utri durante un’intervista ha suscitato molte polemiche definendo Mangano un uomo che fu "a suo modo un eroe" perché, a suo dire, pur malato terminale di tumore si rifiutò di inventare dichiarazioni contro Berlusconi o lo stesso Dell'Utri nonostante i benefici che ciò avrebbe potuto portargli. Il giorno dopo (9 aprile) lo stesso Berlusconi durante la trasmissione televisiva Omnibus su La7 sostiene questa tesi commentando: "Su Vittorio Mangano ha detto bene Dell'Utri: quando era in carcere ed era malato, i pm gli dicevano che se avesse detto qualcosa su Berlusconi sarebbe andato a casa e lui eroicamente non inventò mai nulla su di me, i pm lo lasciarono andare a casa solo il giorno prima della sua morte. Mangano era una persona che con noi si è comportata benissimo, stava con noi e accompagnava anche i miei figli a scuola. Poi ha avuto delle disavventure che lo hanno portato nelle mani di una organizzazione criminale, ma non mi risulta che ci siano sentenze definitive nei suoi confronti. Poi quando era in carcere fu aggredito da un male che lo fece gonfiare in maniera spropositata. Quindi bene dice Dell'Utri nel considerare eroico un comportamento di questo genere", posizione ribadita poi intervenendo a 28 minuti, trasmissione di RadioDue dello stesso giorno..

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Villa San Martino

Villa Visconti a Cassinetta di Lugagnano

Villa San Martino si trova ad Arcore, in Brianza, da poco provincia di Monza e Brianza.

Con la Villa Borromeo d'Adda, attualmente sede comunale, e la Villa La Cazzola, residenza privata, fa parte del gruppo di ville sorte nel comune di Arcore a partire dal XVI secolo lungo il Lambro, che si presentano oggi come residenze di diporto («ville di delizia»), ma che erano nate come residenze padronali da dove venivano gestite grandi aziende agricole.

L'ampio edificio prende il nome dalla località San Martino, in cui sorgeva un monastero benedettino, acquisito con le sue terre a metà del '700 dai conti Giulini, che lo ristrutturarono in forme neoclassiche.

L'edificio fu disposto o forse mantenuto dai Giulini nella tipica struttura a U aperta verso il paese. Durante queste opere di trasformazione fu impostato anche il grande viale d'accesso lungo un asse prospettico che, partendo dalla piazza antistante villa Borromeo, si spinge verso Ovest oltrepassando a cannocchiale l'edificio, nella sequenza corte d'onore, arco centrale del portico e apertura corrispondente nel salone; quindi attraversa il giardino e, infine, fiancheggiato da un lungo filare d'alti pioppi, si prolunga fino al Lambro, distante qualche chilometro.

Un impianto scenografico imponente, capace di far colloquiare l'edificio, il parco secolare e il verde agricolo molto esteso alla villa. Questo asse prospettico, sebbene ora interrotto visivamente da una macchia verde di alberi e arbusti e dal muro di cinta, è rimasto sostanzialmente integro. Dopo le trasformazioni compiute dal Giulini, la villa passò ai Casati nella prima metà dell'Ottocento, a seguito del matrimonio di Anna Giulini Della Porta con Camillo Casati. Alla fine di quello stesso secolo, pervenne al ramo dei Casati Stampa di Soncino e, seppure non stabilmente, continuò ad essere abitata con assiduità. Fino al 1955, anno della sua morte, fu abitata da Alessandro Casati, che ne ingrandì la biblioteca e vi ospitò a più riprese l'amico Benedetto Croce.

Negli anni Settanta, la villa è stata acquistata da Silvio Berlusconi. L'attuale proprietario ha fatto eseguire un restauro di tipo conservativo della porzione più antica e un ripristino di alcune parti alterate da precedenti interventi o che apparivano ormai fatiscenti. Grazie a questi lavori sono anche stati liberati, sistemati e resi disponibili splendidi locali sotterranei. L'attuale proprietario vi ha collocato un mausoleo personale (opera di Pietro Cascella), oggetto di interesse da parte della stampa mondiale, con loculi per i prossimi, una statua da 100 tonnellate ed un faraonico sarcofago in marmo rosa.

Villa San Martino è oggi una delle più affascinanti fra le dimore patrizie della Brianza, capace di competere per sontuosità con le maggiori nobili residenze d'Italia.

L'ultimo Casati-Stampa, il marchese Camillo, morì suicida a Roma, nel 1970, dopo avere ucciso la moglie e il giovane amante in una brutta storia che fece epoca nelle cronache del tempo. Ma oltre a dare motivo di chiacchiere alle gazzette, il marchese aveva lasciato una figlia minorenne, Annamaria Casati Stampa, e grandi sospesi con il fisco. L'ereditiera Annamaria, avendo nel frattempo lasciato l'Italia per il Brasile, su consiglio del suo pro-tutore, l'allora giovane avvocato Cesare Previti, accettò una volta divenuta maggiorenne di vendere l'intera proprietà San Martino nel 1974 all'allora imprenditore edile Silvio Berlusconi <<(la villa, completa di pinacoteca, biblioteca di 10mila volumi - per curare i quali venne assunto come bibliotecario Marcello Dell'Utri - arredi e parco con scuderia in cui fu assunto come stalliere Vittorio Mangano, era all'epoca valutata circa 1.700 milioni di lire , in cambio della cifra, molto inferiore alla valutazione, di 500 milioni di lire in titoli azionari (di società all'epoca non quotate in borsa), pagamento dilazionato nel tempo. L'ereditiera non riuscì a monetizzare, se non con un accordo con gli stessi Previti e Berlusconi, che li riacquistarono per 250 milioni, ossia la metà di quanto avrebbero dovuto valere.

All'inizio degli anni '80 la proprietà fu valutata garanzia sufficiente ad erogare un prestito di 7,3 miliardi di lire.. Una sentenza del Tribunale di Roma, nel 2000, ha assolto gli autori del libro "Gli affari del presidente", che raccontava la storia della transazione.

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Gianfranco Ciaurro

Gian Franco Ciaurro (Terni, 1929 – Roma, 2000) è stato un funzionario e politico italiano vicino al PLI.

Segretario generale della Camera dei deputati nel 1989, fu tra i primi a valorizzare il filone della riflessione della burocrazia parlamentare sul suo proprio ruolo, di alta consulenza istituzionale verso la politica nazionale.

Assessore al Comune di Roma fra il 1991 e il 1993, fu Ministro per il Coordinamento delle Politiche Comunitarie e agli Affari Regionali del Governo Amato I, dal 21 febbraio al 28 aprile 1993.

Con Antonio Martino fece parte della delegazione di "teste d'uovo" che si recò ad Arcore nell'autunno del 1993 per spiegare a Silvio Berlusconi l'effetto della nuova legge elettorale e le straordinarie opportunità di una sua discesa in campo; ne ricavò la tessera n. 3 di Forza Italia.

In quello stesso anno, prima della nascita di Forza Italia e del Polo, fu eletto sindaco di Terni con la lista civica "Alleanza per Terni", il primo designato a suffragio universale diretto e il primo non di sinistra dalla liberazione. Fu rieletto nel 1997 con l'appoggio di una coalizione riconducibile al Polo delle libertà. Per contrasti interni ai partiti della maggioranza consiliare rassegnò le dimissioni nel 1999.

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Source : Wikipedia