Antonio Iovine

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Inviato da amalia 12/03/2009 @ 15:14

Tags : antonio iovine, camorra, mafia, criminalità, società

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Antonio Iovine

Antonio Iovine (San Cipriano d'Aversa, 20 settembre 1964) è un criminale italiano. Boss del clan camorristico dei Casalesi.

Antonio Iovine è uno dei boss del clan dei Casalesi, attualmente latitante. Ricercato dal 1996 e dal 2002 per omicidio ed altro; il 10 luglio 1999 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali. Insieme a Michele Zagaria, ha preso le redini del clan dei Casalesi dopo l'arresto del boss Francesco Schiavone.

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Roberto Saviano

Roberto Saviano

Roberto Saviano (Napoli, 22 settembre 1979) è un giornalista e scrittore italiano. Nei suoi scritti, articoli e nel suo libro, Gomorra, usa la letteratura e il reportage per raccontare la realtà economica, di territorio e d'impresa della camorra e della criminalità organizzata in genere.

Dalle prime minacce di morte del 2006 da parte dei cartelli camorristici, denunciati nel suo "expose" e nella piazza di Casal di Principe durante una manifestazione per la legalità, Roberto Saviano è sottoposto a un serrato protocollo di protezione. Attualmente, più di due anni di vita sotto scorta, conta cinque agenti e due auto blindate.

Numerose le sue collaborazioni con importanti testate giornalistiche italiane ed internazionali. Attualmente in Italia collabora con L'espresso e la Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e a breve in Gran Bretagna con il Times.

Per le sue posizioni coraggiose è considerato un "eroe nazionale" da importanti scrittori e personaggi culturali del calibro di Umberto Eco.

Figlio di un medico, si è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di Napoli Federico II, dove è stato allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo. Comincia la sua carriera giornalistica nel 2002 scrivendo per numerose riviste e quotidiani tra cui: Pulp, Diario, Sud, Il Manifesto, il sito web Nazione Indiana e per l'osservatorio sulla camorra del Corriere del Mezzogiorno. Nel Marzo 2006 pubblica il romanzo no-fiction Gomorra. Attualmente collabora per L'espresso, la Repubblica, Washington Post, Time, El pais, Die Zeit, Der Spiegel, Expressen e per il Times. E' autore insieme a Mario Gelardi dello Spettacolo teatrale Gomorra ed è sceneggiatore del film Gomorra.

Nel Marzo 2006 esce il suo primo romanzo "Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra", un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, l'agro aversano, luoghi dove l'autore è cresciuto dei quali fa conoscere al lettore una realtà inedita agli occhi di chi da tali luoghi non proviene. Il libro parla di ville sfarzose di boss malavitosi create a copia di quelle di Hollywood, di campagne pregne di rifiuti tossici smaltiti per conto di mezza Europa, di una popolazione che non solo è connivente con questa criminalità organizzata, ma addirittura la protegge e ne approva l'operato; l'autore ci racconta quindi di un Sistema (questo il vero nome usato per riferirsi alla camorra) che adesca nuove reclute non ancora adolescenti, facendo loro credere che il loro sia l'unica scelta di vita possibile, di boss-bambini convinti che l'unico modo di morire come un uomo vero sia quello di morire ammazzati, e di un fenomeno criminale influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, in cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze ai divi del cinema.

Ad ottobre 2008 il libro ha venduto oltre 1,8 milioni di copie nella sola Italia ed è stato tradotto in 43 paesi. È presente nelle classifiche di Best seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia, Lituania. Da Gomorra sono stati tratti uno spettacolo teatrale, che è valso a Saviano gli Olimpici del Teatro 2008 come miglior autore di novità italiana, e l'omonimo film (uscito nelle sale italiane il 16 maggio 2008), candidato nel settembre 2008 a concorrere al premio Oscar come miglior film straniero.

Il successo ottenuto dal libro ha creato diversi problemi all'autore: a partire dalle lettere minatorie, le telefonate mute ma anche e soprattutto da una sorta di isolamento ambientale.

Durante una manifestazione per la legalità tenuta nell'Ottobre del 2006 a Casal Di Principe, lo scrittore, denunciò in piazza, gli affari dei capi del Clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone (attualmente in carcere) e dei due reggenti, Antonio Iovine e Michele Zagaria invitando la popolazione a ribellarsi. A causa delle minacce ed intimidazioni subite, l'allora Ministro dell'Interno, Giuliano Amato, ha deciso di affidargli la scorta per motivi di sicurezza.

Il 14 Marzo 2008, durante il Processo Spartacus, il legale dei boss Francesco Bidognetti ed Antonio Iovine, Michele Santonastaso (coadiuvato dal collega Carmine D'Aniello), lesse dinanzi alla prima sezione di corte d'assise d'appello Raimondo Romeres, una lettera scritta congiuntamente dai boss Francesco Bidognetti ed Antonio Iovine (il primo in carcere, il secondo latitante da 13 anni). La lettera conteneva una richiesta di spostamento del processo per legittima suspicione causata dalle influenze che Roberto Saviano, Rosaria Capacchione ed il Pm Raffaele Cantone avrebbero avuto sui giudici. A seguito della lettera, il Ministero dell'Interno ha deciso di rinforzare le misure di sicurezza dello scrittore, aumentando la scorta da tre a cinque uomini.

Il 14 ottobre 2008, arriva la notizia di un possibile attentato nei confronti di Roberto Saviano. Un ispettore di Polizia della DIA di Milano informò la Direzione distrettuale antimafia di essere venuto a conocenza, dal pentito Carmine Schiavone (cugino del boss Francesco Schiavone detto Sandokan), di un piano, ormai in fase operativa, per uccidere lo scrittore e gli uomini della scorta entro Natale con un attentato spettacolare sull'autostrada Roma-Napoli in stile Capaci. Tuttavia, Carmine Schiavone, interrogato dai magistrati, ha smentito, di essere a conoscenza di un piano dei Casalesi per uccidere Saviano, provocando l'immediata risposta dello scrittore: "È ovvio che lo dica; se lo dicesse, implicitamente dovrebbe ammettere di avere ancora rapporti con la criminalità organizzata".

Nell'ottobre del 2008 Roberto Saviano ha deciso così di lasciare l'Italia, "almeno per un periodo e poi si vedrà", anche in seguito alle minacce, confermate da informative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno svelato il progetto di eliminarlo da parte del clan dei Casalesi.

Il 20 ottobre 2008, sei premi Nobel internazionali si mobilitano per Roberto Saviano, chiedendo che lo Stato Italiano faccia qualsiasi sforzo per proteggerlo e sconfiggere la camorra, ponendo l'accento sul fatto che la criminalità organizzata non è un problema di polizia che riguarda solo lo scrittore, ma un problema di democrazia che riguarda tutti i cittadini liberi. Questi cittadini, concludono i sei premi Nobel nel loro appello, non possono tollerare che gli eventi descritti nel libro accadano in Europa nel 2008, così come non possono tollerare che il prezzo da pagare per aver denunciato questi eventi sia la rinuncia alla propria libertà ed alla propria incolumità. I sei premi Nobel firmatari dell'appello sono Dario Fo, Mikhail Gorbaciov, Günter Grass, Rita Levi Montalcini, Orhan Pamuk e Desmond Tutu.

L'appello è stato firmato da scrittori del calibro di Jonathan Franzen, Javier Marías, Jonathan Safran Foer, Jonathan Lethem, Martin Amis, Chuck Palahniuk, Nathan Englander, Ian McEwan, Hans Magnus Enzensberger, José Saramago, Elfriede Jelinek, Wislawa Szymborska, Betty Williams, Lech Wałęsa, Paul Auster, Siri Hustvedt, Peter Schneider, Colum McCann, Patrick McGrath, Cathleen Shine, Junot Diaz, Tahar Ben Jelloun, Taslima Nasreen, Caro Llewelyn, Ingrid Betancourt, Adam Michnik e Claudio Magris. Anche i media stranieri rilanciano l'iniziativa: da El País al Le Nouvel Observateur, dal Courrier International fino ad Al Arabiya e alla Cnn.

Dopo l'iniziativa, diverse radio hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti sul tema, in particolar modo la trasmissione Fahrenheit tramesse da Radio 3 ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell'informazione, dello spettacolo e della società civile. Numerose città italiane hanno inoltre offerto la cittadinanza onoraria allo scrittore mentre numerose sono state le scuole che hanno sottoscritto l'appello. La Casa della Memoria e della Storia, a Roma, ha infine ospitato per otto ore una lettura corale di Gomorra.

Il gruppo britannico dei Massive Attack ha creato un brano ispirato alla storia di Roberto Saviano e Gomorra, "Herculaneum", il brano è diventato la colonna sonora del film Gomorra.

Il rapper napoletano Lucariello, dopo aver ottenuto il consenso di Roberto Saviano ha scritto una canzone, "Cappotto di legno", musicata da Ezio Bosso, in cui è descritta la storia di un killer che si prepara ad uccidere lo stesso Saviano.

Il gruppo torinese dei Subsonica ha dedicato a Roberto Saviano la canzone "Piombo", contenuta nell'album L'eclissi.

Nel brano del gruppo rap 'A 67, "TammorrAntiCamorra" Roberto Saviano legge un frammento del suo libro in una Tammurriata anticamorra dedicato alla morte di don Giuseppe Diana.

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Giuseppe Setola

Giuseppe Setola (Santa Maria Capua Vetere, 5 novembre 1970) è un criminale italiano. Boss del clan camorristico dei Casalesi, ne è stato a capo dell'ala più sanguinaria.

Nella giovinezza frequenta l'Azione Cattolica, fa a volte anche da chierichetto servendo la messa e passa spesso le giornate giocando a biliardino. Ben presto però inizia i primi episodi criminali, con piccole estorsioni ed intimidazioni.

Nel 1992 compie probabilmente il suo primo omicidio: a San Cipriano d'Aversa viene ucciso Arcangelo Chiarovalanza. All'età di 21 anni inizia a gestire il traffico del racket. Il suo carattere ribelle che non vuole avere regole da seguire gli vale il soprannome di "'a puttana" affibbiatogli dai boss Casalesi Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, che non pongono piena fiducia in lui.

Insieme a Michele Zagaria e Antonio Iovine prende le redini del clan dei Casalesi dopo l'arresto del boss Francesco Schiavone. Ritenuto responsabile della strage di Castelvolturno, è stato considerato fino alla data del suo arresto come uno dei più pericolosi latitanti della camorra ed era ricercato dal 2008 per associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio ed altro.

Setola passa la sua latitanza insieme alla famiglia in un monolocale di Trentola-Ducenta, in via San Giuseppe Cottolengo nelle vicinanza di una chiesa. Il monolocale, con una piccola stanza da letto, un cucinino e un bagno, è difeso da una squadra di fiancheggiatori.

La mattina del 11 gennaio 2009 i carabinieri riescono ad individuare il covo e il giorno successivo, il 12 gennaio, scatta il blitz delle forze dell'ordine. All'ingresso dei soldati, la moglie di Setola, Stefania Martinelli, trovata rannicchiata in un angolo del monolocale, viene portata alla caserma di Aversa, interrogata e poi arrestata per detenzione e porto abusivo di armi.

Setola invece, scortato da due complici, accede ad un tunnel sotterraneo tramite una botola situata sotto un tavolino della stanza da letto. Il tunnel, collegato alle fogne, ha permesso loro di sbucare in un'altra zona della città, dove hanno fermato e rubato un'automobile con la quale si sono dati alla fuga.

Nel nascondiglio del super latitante sono stati trovati, tra gli altri, una copia del libro "L'oro della camorra" di Rosaria Capacchione e una copia del libro "Alzatevi, andiamo!" di Giovanni Paolo II.

Il blitz nell'appartamento di Trentola-Ducenta era avvenuto a solo una settimana dall'individuazione del rifugio di un altro super latitante del clan dei casalesi, Antonio Iovine.

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Nuova Camorra Organizzata

La Nuova Camorra Organizzata (conosciuta anche con l'acronimo NCO) è l'organizzazione camorristica creata da Raffaele Cutolo, boss di camorra, negli anni '70 in Campania. Si ingrandì enormemente agli inizi degli anni '80 coinvolgendo gli altri clan di camorra in sanguinose guerre.

Fu soppiantata dalla Nuova Famiglia, una confederazione di clan creata ad hoc da boss quali Carmine Alfieri, Luigi Giuliano, Pasquale Galasso, e da altre famiglie camorristiche come i Nuvoletta di Marano (in provincia di Napoli), i Vollaro di Portici e i casalesi di Antonio Bardellino e Mario Iovine.

Fu considerata estinta alla fine degli anni '80, quando molti dei boss furono uccisi o arrestati.

Il fondatore di questa organizzazione è Raffaele Cutolo, detto anche "il somo" o "il professore" (in napoletano: o' professòre), nato a Ottaviano. Il professore conosce da giovane le sbarre del carcere per un omicidio commesso nel 1968, ma trasforma la carcerazione nel suo trampolino di lancio. Servendosi dei ricavati delle tangenti imposte dai suoi fedelissimi fuori dal carcere, riesce ad investire attentamente i guadagni all'interno dello stesso carcere di Poggioreale per aiutare le condizioni dei giovani detenuti, soprattutto quelli destinati a uscire presto. Cutolo usa anche il suo ascendente per ricomporre liti e dispute.

I risultati non si fanno attendere: la popolarità tra gli ex-detenuti è altissima i legami di gratitudine sono molto saldi e un mare di soldi comincia ad affluire nelle casse del Professore. Le offerte in danaro sono però il primo passo per creare una falange di fedelissimi. Le alleanze diventano numerose: oltre che con la Sacra Corona Unita pugliese (da lui fu creato un ramo nel 1979 capeggiato dai fratelli Spedicato e Guerrieri che gli si ribellò successivamente per la sua indipendenza), Cutolo stringe i rapporti con la 'ndrangheta da cui ne adottò i riti ormai scomparsi nella Camorra. Accordi vengono stretti anche con le bande lombarde di Renato Vallanzasca (detto "il bel Rene") e Francis Turatello.

Quando considera la sua organizzazione oramai matura, Cutolo decide di imporre una tassa persino sulle casse di sigarette a tutti gli altri clan camorristici di Napoli. Nel 1978 Michele Zaza (noto contrabbandiere napoletano legato con la mafia siciliana) e i suoi creano una banda denominata Onorata fratellanza, ma Cutolo non se ne preoccupa e si infiltra in nuovi territori.

Quando tenta di prendere il controllo della zona del centro di Napoli (Forcella, Duchesca, Mercato, Via del Duomo) nelle mani dei potenti Giuliano, questi si alleano con i clan di San Giovanni a Teduccio e di Portici e con i boss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso. La famiglia Altamura, comandata dal boss Gaetano Altamura, teneva sotto controllo l'intero quartiere di San Giovanni a Teduccio, all'epoca anche Piazza Mercato, Forcella, Sanità, assieme ai rispettivi clan. Gli Altamura avevano un rapporto strettissimo con i Giuliano ed è per questo che gli Altamura intervengono nella guerra contro Cutolo. Altamura, un volta arrestato, è stato incriminato per traffico di droga, internazionale, omicidio, tentato omicidio, estorsione, contrabbando, traffico di armi e prostituzione.

Alla fine del 1979 nasce la cosiddetta Nuova Famiglia, una confederazione di clan creata ad hoc per eliminare i cutoliani. E scoppia la guerra.

È una guerra senza quartiere: nel solo napoletano, nel 1979 si registrano 71 omicidi; l'anno successivo sono 134 e salgono a 193 nel 1981, a 237 nel 1982, a 238 nel 1983, per scendere a 114 nel 1984. Quando nella Nuova famiglia subentrano anche Altamura, i Nuvoletta, gli Alfieri, i Galasso, i Misso della Sanità e soprattutto i Casalesi, la guerra si conclude con un indebolimento dei cutoliani e con un rafforzamento della presenza camorristica nel napoletano.

Alla fine degli anni '80 una serie di blitz e una catena di omicidi (tra cui quello del figlio di Cutolo, Roberto), mettono la parola fine all'ascesa cutoliana.

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Francesco Bidognetti

Francesco Bidognetti (Casal di Principe, 29 gennaio 1951) è un criminale italiano. Boss del clan dei Bidognetti, uno dei cinque che compongono il clan camorristico dei Casalesi, insieme a Francesco Schiavone è ritenuto il capo incontrastato del clan dei Casalesi.

Nato nel 1951, soprannominato Cicciotto 'e mezzanotte, viene arrestato il 18 dicembre 1993 e recluso sotto il regime del 41 bis. Nel clan le sue attività criminali convergevano principalmente sullo smaltimento illegale dei rifiuti urbani, industriali e tossici, attività per cui è noto alla magistratura già all'inizio degli anni '90. . Negli anni '90 ordina l'assassinio del medico Gennaro Falco, colpevole di non aver diagnosticato in tempo una neoplasia di cui era affetta la moglie del boss. Per l'omicidio del medico qualche anno dopo viene accusato il figlio di Bidognetti, Raffele.

La sua amante, Angela Barra, egemone nel territorio di Teverola, curava le alleanze politiche ed economiche del clan. Sua moglie, Anna Carrino, fu arrestata nel 2007 con l'accusa di fare da tramite tra il marito recluso e il clan recapitando pizzini. Anna Carrino si pente e grazie alle sue rivelazioni, nell'Aprile del 2008, vengono emesse 52 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti affiliati al clan tra cui il figlio Raffaele. Il clan per ritorsione ferisce in un agguato la nipote anche se si presume che l'obiettivo fosse la madre della ragazza, sorella della Carrino. .

Nel giugno del 2008 la sentenza d'appello del primo troncone del processo Spartacus, che vede imputati 37 tra boss e affiliati, condanna al carcere a vita Bidognetti, Schiavone e altri 14 boss del clan, e pene minori per gli affiliati, per un totale di 700 anni di reclusione. Anche i latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine sono giudicati colpevoli. Al processo hanno testimoniato 500 persone ed è durato dieci anni durante i quali sono state uccise 5 persone coinvolte a vario titolo nel processo tra cui un interprete .

Nel marzo del 2008, attraverso i propri legali in aula, Francesco Bidognetti accusa il pubblico ministero della Dda Antonio Cantone di influenzare i pentiti e lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione di essere dei «prezzolati» della Procura.

Il figlio Gianluca, 20 anni, è stato arrestato il 21 novembre 2008 ; il 31 maggio 2008 aveva tentato di uccidere la sorella dell'ex convivente di Cicciotto 'e mezzanotte, oggi divenuta collaboratrice di giustizia.

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Processo Spartacus

Il processo Spartacus (dal nome del celebre gladiatore tracio Spartaco, la cui ribellione cominciò presso il Vesuvio, viene anche detto Spartacus 1, in seguito all'apertura di un processo derivato, denominato "Spartacus 2") si è aperto nella Corte d'Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), presieduta dal presidente Catello Marano, il 1 luglio 1998. È un processo penale, ancora non concluso definitivamente, condotto principalmente contro il clan camorristico campano dei Casalesi e il suo capo Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan". Oltre 115 sono le persone processate, 27 gli ergastoli, oltre 750 anni di galera inflitti. Un processo, seguito dal magistrato Raffaello Magi, in cui è emerso anche un piano per uccidere il senatore Lorenzo Diana, come si può leggere nell’interrogazione parlamentare del 11 dicembre 2000, firmata da un nutrito gruppo di parlamentari.

Il processo ha avuto origine da un'indagine avviata dalla DDA sin dal 1993, pool investigativo composto da Lucio Di Pietro, Federico Cafiero de Raho, che ha sostenuto l´accusa durante il dibattimento, Franco Greco e Carlo Visconti. I magistrati hanno ricostruito le vicende del clan da quando era guidato dal boss Antonio Bardellino, scomparso misteriosamente in Brasile nel 1988.

Gli imputati sono 31, di questi: cinque sono latitanti, tra cui il già citato Antonio Iovine e Michele Zagaria, considerati i vertici del clan dei Casalesi, e nei loro confronti è stato chiesto l'ergastolo. Stessa richiesta per Francesco Bidognetti (soprannominato "Cicciotto ‘e mezzanotte") e Francesco Schiavone ("Sandokan"), entrambi detenuti e ritenuti i capi storici dell'organizzazione. Richiesta d'ergastolo anche per Walter Schiavone, per Francesco Schiavone, cugino e omonimo di "Sandokan", Vincenzo Zagaria, tutti detenuti, e per Raffaele Diana, latitante. Altri cinque imputati hanno già chiuso il processo con un "concordato" che, nei casi di ergastolo, ha comportato una condanna di trent'anni di reclusione.

Il processo è terminato in primo grado il 15 settembre 2005, con sentenza (3187 pagine in 550 "faldoni", giudice estensore Raffaele Magi) depositata nel giugno dell'anno successivo.

Tra i dati di questo "maxiprocesso": l´escussione di 508 testimoni (25 dei quali collaboratori di giustizia), l´interrogatorio di Carmine Schiavone, cugino del capoclan, pentito dal 1993 (e grazie al quale la DDA avviò l'indagine), è durato 49 udienze, 50 udienze per la requisitoria del pubblico ministero, 108 udienze per le arringhe dei difensori. L'esito provvisorio di questa prima fase è stato di 95 condanne (di cui 21 ergastoli), 21 assoluzioni (assolti quasi tutti i politici coinvolti e i rappresentanti delle forze dell'ordine) mentre altri dieci imputati sono morti prima della conclusione del dibattimento.

Durante l'udienza del 13 marzo 2008, del processo d'appello, che si svolge nella prima sezione della Corte d'Assise di Appello di Napoli (in mancanza di una sede d'appello della Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere), nall'aula bunker "Ticino uno" di Poggioreale, presieduta dal presidente Raimondo Romeres, i boss imputati Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (quest'ultimo ricercato dal 1995) hanno prodotto un documento che faceva riferimento anche alla possibilità di appellarsi alla parte della legge Cirami riguardante la "legittima suspicione". La formalizzazione e l'accoglimento dell'istanza avrebbe comportato l'attesa di una decisione della Corte di Cassazione (mentre il processo restava sospeso, in conformità alla medesima legge, nei termini della prescrizione e delle custodie cautelari). Ma il tutto si è sgonfiato in seguito alla rimessione del mandato da parte dell'avvocato dei due boss, Michele Santonastaso (lettore del documento in udienza), e delle riprovazioni e del disaccordo avanzati dagli altri avvocati facenti parti dello stesso collegio difensivo (avvocati Mauro Valentino, Raffaele Esposito, Massimo Biffa, Alfonso Baldascino e Carlo De Stavola), i quali hanno dichiarato la loro sorpresa riguardo al documento.

In tale udienza, tuttavia, rimangono rilevanti, al di fuori delle tecniche processuali, le giustificazioni a supporto di tale documento: in questo si dichiarava che l'autore del libro Gomorra (2006), Roberto Saviano (che vive lontano dalla sua città di residenza, Napoli, e sotto scorta dal 2006 per il pericolo di una vendetta dei Casalesi secondo indagini condotte dai Carabinieri), con la sua opera avrebbe "tentato di condizionare l'attività dei giudici", in particolare per avere rimproverato, nello stesso libro, agli organi di informazione di non aver dato un grande e giusto risalto al processo, alla sentenza e alle sue motivazioni (il riferimento è ancora al primo grado), mentre le inchieste giornalistiche di una cronista del quotidiano nazionale Il Mattino, Rosaria Capacchione, avrebbe favorito la Procura di Napoli. Il documento conteneva accuse anche al Pubblico ministero della DDA Raffaele Cantone, già dimessosi all'epoca dei fatti; secondo lo scritto quest'ultimo avrebbe influenzato, con la collaborazione dei pentiti, i giudici della Corte d'Assise. Le parole dei boss hanno suscitato grande clamore tra gli operatori dell'informazione e tra gli esponenti politici italiani, di tutti i partiti, in particolare di provenienza o attivi in Campania. I riferimenti personali sono stati considerati minacce gravi e non espressione di un genuino, ancorché capzioso, diritto di difesa. La voce più autorevole in questa direzione è stata quella del Presidente della Repubblica. Il Mattino del 15 marzo 2008 dà la notizia della telefonata giunta al giornale da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Sto partendo per l’estero ma prima voglio esprimere attraverso il Mattino la mia solidarietà a Roberto Saviano, al giudice Raffaele Cantone e alla vostra giornalista Rosaria Capacchione per le minacce che sono state rivolte loro in un’aula di tribunale dai boss della camorra».

L'ultima udienza del processo d'appello si è svolta il 16 giugno 2008: il sostituto procuratore generale Franceso Iacone non ha svolto la replica prevista, limitandosi alla richiesta di accoglimento delle richieste di condanna, e Francesco Schiavone, in videoconferenza dal carcere de L'Aquila, ha chiesto e ottenuto la parola. Schiavone l'ha usata per stigmatizzare le riprese video e fotografiche dei vari organi di informazione autorizzati dalla Corte, affermando, tra l'altro, che egli non voleva essere ripreso da «Telekabul» e che non era una «fiera in gabbia». Nel medesimo giorno, la Camera di Consiglio ha cominciato l'iter per emettere la sentenza di secondo grado.

Il giorno 19 giugno 2008 è giunto il giudizio della sentenza d'appello. Accolte integralmente le 16 richieste di ergastolo formulate dal p.m.: ribadita, dunque, la condanna al carcere a vita per Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. Lo stesso vale per i latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria. L'elenco degli altri condannati agli ergastoli confermati è il seguente: Giuseppe Caterino, Cipriano D'Alessandro, Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria, Alfredo Zara e i due latitanti Mario Caterino e Raffaele Diana.

La presenza degli organi di informazione è stata enorme. All'uscita dall'aula del dibattimento di Poggioreale, dove era stata letta da poco la condanna da parte del presidente Romeres, i magistrati dell'accusa sono stati applauditi dai numerosi presenti. Nell'aula, ad assistere alla lettura del giudizio d'appello, era presente anche Saviano, sotto scorta.

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Source : Wikipedia