Amnesty International

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Inviato da maria 01/03/2009 @ 04:43

Tags : amnesty international, diritti dell'uomo, società

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Amnesty International

Premio Nobel

Amnesty International è un'organizzazione non governativa sovranazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. Lo scopo di Amnesty International è quello di promuovere, in maniera indipendente e imparziale, il rispetto dei diritti umani sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e quello di prevenirne specifici abusi.

Fondata nel 1961 dall'avvocato inglese Peter Benenson, l'organizzazione conta oggi oltre due milioni di sostenitori, che risiedono in 140 nazioni.

Il suo simbolo è una candela nel filo spinato.

Nel 1977 è stata insignita del Premio Nobel per la pace.

Nel 1978 è stata insignita del Premio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

La visione di Amnesty International è quella di un mondo in cui ad ogni persona sono riconosciuti tutti i diritti umani sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e da altri atti sulla protezione internazionale dei diritti umani.

Nel perseguimento di questa visione, la missione di Amnesty International è quella di svolgere ricerche e azioni per prevenire e far cessare gravi abusi dei diritti all'integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione, nell'ambito della propria opera di promozione di tutti i diritti umani.Inoltre Amnesty International fa parte degli ONG (organizzazioni non governative), organizzazioni private tra cui la stessa Amnesty International, Emergency e molti altri.

Amnesty International costituisce una comunità globale di difensori dei diritti umani che si riconosce nei principi della solidarietà internazionale, di un'azione efficace in favore delle singole vittime, della copertura globale, dell'universalità e indivisibilità dei diritti umani, dell'imparzialità e indipendenza, della democrazia e del rispetto reciproco.

Amnesty International si rivolge a governi, organizzazioni intergovernative, gruppi politici armati, imprese ed altri settori non statali.

Amnesty International si propone di accertare abusi dei diritti umani con accuratezza, tempestività e continuità nel tempo. L'organizzazione svolge ricerche sistematiche e imparziali su singoli casi di violazione e su violazioni generalizzate dei diritti umani. Le conclusioni sono rese pubbliche e i soci, i sostenitori e lo staff di Amnesty International mobilitano la pressione dell'opinione pubblica sui governi e su altri soggetti allo scopo di porre fine a questi abusi. In aggiunta al suo lavoro su specifici abusi dei diritti umani, Amnesty International chiede a tutti i governi di rispettare la sovranità della legge e di ratificare ed attuare gli atti sulla protezione internazionale dei diritti umani; svolge un'ampia gamma di attività nel campo dell'educazione ai diritti umani; incoraggia le organizzazioni intergovernative, i singoli individui e gli organi della società a sostenere e rispettare i diritti umani.

Amnesty International è un movimento con un'ampia base di soci attivi. Ci sono circa due milioni di persone che condividono una stessa concezione dei diritti umani, che sono determinate nel fare pressione sui governi per fermare gli abusi ovunque accadano e che sono pronte a lavorare per questo risultato.

Questi soci attivi sono presenti in tutto il mondo e hanno la possibilità di agire rapidamente ed efficacemente sin dal momento in cui ad Amnesty International perviene notizia di abusi che rientrano nel suo mandato.

Questi individui non mettono necessariamente a disposizione del movimento delle speciali abilità o conoscenze. Donano un po' del loro tempo e delle loro risorse personali ed, in particolare, donano il loro lavoro, la loro energia e creatività.

Queste persone lottano per i diritti umani in modi diversi. I soci iscritti all'organizzazione si abbonano alle sue pubblicazioni, si uniscono ai gruppi e partecipano alle campagne. I donatori sostengono questo lavoro con i contributi finanziari. I membri dello staff contribuiscono con la loro professionalità. Molte persone che non sono né soci né sostenitori, né appartengono allo staff, assistono il movimento in vari modi: dalla semplice firma di una petizione di Amnesty International ad un tavolino di informazione, ad un intervento in Parlamento sui diritti umani.

I soci attivi di Amnesty International vengono da culture molto diverse e si trovano in quasi tutti i paesi del mondo. Molti contribuiscono alle campagne di Amnesty International lavorando individualmente. Scrivono i testi degli appelli, particolarmente nei casi di azioni urgenti, dove la tempestività della risposta è cruciale. Donano soldi e materiale ad Amnesty International. Trasmettono il messaggio di Amnesty International sui diritti umani ai propri rappresentanti politici, ai media ed ai notiziari locali.

Il nucleo di base di Amnesty International è rappresentato dal gruppo locale. In Italia vi sono circa 200 gruppi formati in media da una decina di soci e presenti in tutte le regioni. Esistono inoltre oltre trenta "gruppi giovani" ovvero formati da soci in età scolare o universitaria.

Ogni gruppo Amnesty riceve periodicamente delle azioni dai coordinamenti nazionali e dal segretariato internazionale, con il compito di coinvolgere la popolazione del proprio territorio di competenza su tali tematiche generali o casi specifici. La trasformazione delle informazioni raccolte in effettiva pressione verso i governi violatori passa proprio attraverso un capillare coinvolgimento dell'opinione pubblica sul territorio.

Coordinati su base regionale, i gruppi Amnesty, che provvedono tra l'altro ad attività di raccolta fondi e di addestramento dei nuovi soci, rappresentano quindi a tutti gli effetti il movimento sul territorio. La maniera più semplice per iniziare a lavorare con Amnesty è proprio quella di contattare il gruppo più vicino.

La sezione italiana, nata intorno alla metà degli anni settanta ed oggi in forte crescita, annovera più di 90.000 iscritti. I soci attivi operano in strutture nazionali, regionali e in circa 200 gruppi locali.

Le sezioni nazionali hanno il compito di parlare e di coordinare il lavoro degli iscritti e dei sostenitori di Amnesty International nel proprio paese. Oltre a ciò, intraprendono azioni di sensibilizzazione, promozione, educazione ai diritti umani, campaigning, lobby nei confronti delle istituzioni e raccolta fondi.

Alle sezioni nazionali può essere richiesto dal Segretariato Internazionale lo svolgimento di campagne a tema o su paesi con relativa sensibilizzazione dell'opinione pubblica.

Gli uffici nazionali della sezione italiana hanno sede a Roma. Vi lavorano oltre venti persone (lo 'staff') che svolgono importanti funzioni di coordinamento e organizzazione delle attività. Sotto la direzione del Comitato Direttivo, eletto ogni due anni dall'Assemblea dei soci, lo staff nazionale cura la gestione dell'archivio soci, l'organizzazione delle campagne, i rapporti con la stampa, le iniziative nazionali di raccolta fondi, la produzione di materiale promozionale, le attività editoriali dell'associazione ecc.

A livello nazionale il lavoro sui vari paesi viene organizzato da strutture di volontari specializzati su determinate aree geografiche o temi (per esempio il Nord America, l'Africa Meridionale, la pena di morte, il commercio di armi…). Ai coordinamenti fanno riferimento i gruppi nel loro lavoro quotidiano. I coordinatori acquisiscono negli anni conoscenze e competenze approfondite sui paesi o sui temi di cui si occupano, svolgono un importante ruolo di collegamento con i ricercatori del Segretariato Internazionale e possono rappresentare l'associazione in incontri ufficiali con le istituzioni italiane o con le rappresentanze diplomatiche in Italia.

A livello regionale operano le circoscrizioni, presenti ormai in quasi tutto il territorio italiano, che hanno il compito di raccordare l'attività dei gruppi locali con le linee strategiche d'azione formulate dal Comitato Direttivo e dal Consiglio delle Circoscrizioni. I loro responsabili sono eletti ogni due anni dalle stesse circoscrizioni e dai gruppi locali che le compongono: anche in questo caso, si tratta di incarichi di volontariato.

Le azioni intraprese da Amnesty International si basano su informazioni raccolte e vagliate dallo staff del Segretariato Internazionale del movimento. Con sede a Londra, ne fanno parte circa 300 ricercatori provenienti da oltre 50 paesi. Ripartiti in "programmi" tematici o geografici, i ricercatori provvedono alla valutazione delle informazioni che ricevono sulle violazioni dei diritti umani e all'elaborazione di azioni adeguate per contrastarle a breve, medio e lungo termine.

I ricercatori svolgono tra l'altro periodicamente visite nei paesi per verificare le informazioni, assistere a processi, incontrare i rappresentanti dei governi. Inoltre una parte dello staff provvede a seguire lo sviluppo del movimento in paesi in cui non ci sono ancora sezioni nazionali stabili. Ogni anno il Segretariato Internazionale svolge numerose decine di missioni in vari paesi, con l'obiettivo di svolgere ricerca su specifiche violazioni di diritti umani, fornire assistenza a prigionieri durante procedimenti legali, avere colloqui con i governi concernenti la situazione dei diritti umani e le preoccupazioni di Amnesty nelle varie regioni, partecipare a riunioni intergovernative ecc...

Le Sezioni Nazionali partecipano alle campagne su singoli paesi o regioni o su temi che il Segretariato Internazionale ritiene in quel momento necessarie. Ai gruppi locali di Amnesty vengono invece affidati continuativamente e direttamente casi di singoli o più prigionieri di coscienza, di condannati a morte o di persone "scomparse" sui cui casi collaborare ad una investigazione assieme ai ricercatori del segretariato o per i quali chiedere il rilascio, il termine delle torture o la non applicazione della condanna a morte. Amnesty International segue al proprio interno rigorose procedure per garantire una assoluta imparzialità e di conseguenza l'autorevolezza del proprio lavoro.

Ogni Sezione Nazionale invia i suoi rappresentanti all'incontro biennale del Consiglio Internazionale, il massimo organismo del movimento. Il Segretario Generale di Amnesty invece è responsabile sotto la direzione di un Comitato Esecutivo, eletto ogni due anni dal Consiglio Internazionale, della conduzione quotidiana degli affari generali del movimento ed è primo portavoce di Amnesty in tutto il mondo. L'attuale Segretaria Generale di Amnesty International è Irene Khan.

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Candela nel filo spinato

Il simbolo di Amnesty International.

La candela nel filo spinato (in inglese: candle in barbed wire) è il simbolo di Amnesty International, una organizzazione non governativa sovranazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. Il simbolo è noto anche semplicemente come la "candela di Amnesty International" (in inglese: the Amnesty candle). Realizzatrice del logo con la candela, a partire da un'idea del fondatore di Amnesty International Peter Benenson, fu l'artista britannica Diana Redhouse.

Il filo spinato richiama la recinzione di un campo di prigionia, a simboleggiare la detenzione protratta e le violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti dei prigionieri di coscienza; la candela accesa, che rimanda al motto spesso ricordato all'interno di Amnesty International "è meglio accendere una candela che maledire l' oscurità", rappresenta la volontà, da parte dell'organizzazione, di tenere sotto la luce dei riflettori ciascuna singola violazione dei diritti umani sulla quale essa lavora, perché l'opinione pubblica possa esserne edotta. Un ulteriore significato leggibile nella luce della candela è la speranza nella giustizia per tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani.

Lo scopo di Amnesty International è quello di promuovere, in maniera indipendente e imparziale, il rispetto dei diritti umani sanciti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e quello di prevenirne specifici abusi. Fondata nel 1961 dall'avvocato inglese Peter Benenson, l'organizzazione conta oggi oltre un milione di sostenitori, provenienti da 140 nazioni. Nel 1977 è stata insignita del Premio Nobel per la pace. Nel 1978 si è guadagnata il Premio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Per la parte superiore



Fatti del G8 di Genova

Carica della polizia a Corso Torino, 20 luglio 2001

La locuzione fatti del G8 di Genova è comunemente utilizzata per riferirsi agli episodi di violenza che hanno avuto luogo a Genova da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, in concomitanza con la riunione del G8, e in particolare agli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti che contestavano il vertice. Gli avvenimenti di quei giorni costituiscono una delle pagine più dolorose della recente storia di Genova e, più in generale, italiana.

In occasione della riunione dei governanti dei maggiori paesi industrializzati, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso poi sfociate in gravi tumulti di piazza con scontri le cui proporzioni ed effetti non si erano mai verificate nei decenni precedenti in Italia, e che culminarono con l'omicidio di un manifestante, Carlo Giuliani, da parte di un carabiniere durante gli scontri in Piazza Alimonda.

Nei sei anni successivi ci sono state alcune condanne in sede civile nei confronti dello Stato Italiano per abusi e violenze commessi dalle forze dell'ordine. In sede penale sono stati aperti diversi procedimenti contro manifestanti e contro alcuni esponenti delle forze dell'ordine per abusi compiuti durante la manifestazione. Circa 250 di questi procedimenti (originati da denunce nei confronti di esponenti delle forze dell'ordine per lesioni) sono stati archiviati per l'impossibilità di identificare gli agenti responsabili; in molti di questi casi, la magistratura ha però ritenuto effettivamente avvenuti i reati contestati.

La decisione di tenere a Genova una riunione del G8 aveva suscitato polemiche, proteste e preoccupazioni fin dai mesi precedenti. Nel corso delle ultime riunioni di organismi internazionali si erano verificate forti mobilitazioni di manifestanti contrari alle tendenze economiche neoliberiste, in alcuni casi sfociate in scontri.

Il movimento no-global aveva preso chiaramente forma a Seattle il 30 novembre 1999 alla Conferenza dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ed era cresciuto con gli anni: per questo veniva definito come Popolo di Seattle. Nel 2001 manifestazioni e scontri si erano verificati a Davos in occasione del Forum Economico Mondiale (27 gennaio), a Goteborg, per il Summit europeo (15 giugno) e a Napoli dal 15 al 17 marzo, dove la contestazione al Global Forum sfociò in violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.

Le proteste erano finalizzate a contrastare il potere di un gruppo ristretto di capi di Stato e di governo che, forti della loro potenza economica, politica e militare, erano, a detta dei manifestanti, in grado di decidere le sorti di vaste porzioni dell'umanità. Inoltre si contestavano le politiche e le ideologie neoliberiste adottate dalle organizzazioni sovranazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario Internazionale.

Il governo italiano, insediato da poco, criticò il precedente governo per la scelta di Genova. La città era considerata inadatta a garantire una buona gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico.

I genovesi dal canto loro erano già da tempo preoccupati per i rischi connessi alla presenza in città di migliaia di persone e di capi di stato. Nelle occasioni sopra citate si erano registrati duri scontri e danni materiali da parte di gruppi di contestatori, i Black bloc. I genovesi furono invitati ad abbandonare la città mentre i mass media diedero notevole risalto alle misure di sicurezza attuate, come l'installazione delle grate di delimitazione della zona rossa o la chiusura dei tombini per timore di attentati dinamitardi.

Un fascicolo riservato di 36 pagine, intitolato "Informazioni sul fronte della protesta anti-G8", compilato dalla Questura di Genova ai primi del luglio 2001, riguardante possibili strategie dell'ala più problematica dei manifestanti, venne reso pubblico dal quotidiano genovese "Il Secolo XIX" alcuni giorni dopo il termine del G8. Il fascicolo comprendeva un'analisi dei vari gruppi che dovevano partecipare alle manifestazioni, tra questi venivano individuati come intenzionati a provocare incidenti e disordini, sia gruppi vicini alle diverse realtà dei centri sociali italiani (definiti Blocco Blu e Blocco Giallo, che potevano organizzare per esempio "episodi di generico vandalismo", "blocchi stradali e ferroviari" e attacchi mirati contro le Forze dell'ordine) e ai movimenti anarchici (definiti Blocco Nero, che potevano organizzare blocchi nelle strade cittadine e organizzare azioni con piccoli gruppi di "10 o 40 elementi ciascuno"), sia gruppi legati alle organizzazioni di destra, con "Forza Nuova, Fronte Nazionale e Comunità politica di avanguardia effettuerebbero a Genova una manifestazione antiglobalizzazione" (la cui presenza di esponenti era effettivamente stata segnalata alla Questura dal Genoa Social Forum il 18 luglio) e in specifico alcuni membri di Forza Nuova che "costituirebbero un nucleo di 25-30 militanti fidati, da infiltrare tra i gruppi delle tute bianche allo scopo di confondersi tra i manifestanti anti-G8. Tale gruppo in possesso di armi da taglio avrebbero avuto come obiettivo principale di colpire i rappresentanti delle forze dell'ordine, screditando contestualmente l'area antagonista di sinistra anti-G8".

Su questi ultimi gruppi di destra il dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale dichiarerà, in risposta ad articoli apparsi sulla stampa, che durante il vertice le forze di polizia di Genova non avevano rilevato "la presenza di provocatori o estremisti di destra, né nel corso delle manifestazioni, né tra gli arrestati coinvolti nei disordini". Tuttavia non risulta individuato nessuno appartenente a questi gruppi, né di sinistra, né anarchici, né di destra.

Il fascicolo inoltre elencava alcune probabili azioni dei vari gruppi di manifestanti tra cui: lancio di "frutta con all'interno lamette di rasoio" o di "letame e pesce marcio" tramite catapulte, "blocchi stradali e ferroviari", lancio di "migliaia di "palloncini con sangue umano infetto" all'interno, uso di "fionde tipo "falcon" per lanciare a distanza biglie di vetro e bulloni allo scopo di perforare gli scudi di protezione e i parabrezza dei mezzi in uso alle forze dell'ordine limitandone la capacità di movimento", lancio di copertoni in fiamme, rapimento di esponenti delle forze dell'ordine e uso di auto con targhe dei Carabinieri falsificate per avere accesso ai varchi della zona rossa. Dopo la pubblicazione del documento è stata evidenziata da più parti (soprattutto tra i gruppi di riferimento dei manifestanti) un'apparente anomalia: il dossier infatti, oltre alle possibili strategie violente elencate sopra, metteva in guardia le forze dell'ordine anche da una serie di iniziative non violente e del tutto legittime, come il "costituire gruppi con conoscenze giuridiche per affrontare tutte le problematiche relative ad eventuali problemi giudiziari e legali con le Forze dell'ordine", il "munirsi di computer portatili e radio ricetrasmittenti nonché di telecamere per trasmettere in tempo reale sul circuito Internet le immagini della protesta" o l'"affittare, anche per poche ore, un canale satellitare per divulgare la protesta a livello mondiale".

Le misure di sicurezza prevedevano una zona gialla, ad accesso limitato, ed una zona rossa assolutamente riservata, definita da qualcuno Fortezza Genova, accessibile ai soli residenti attraverso un numero limitato di varchi.

Furono poste sotto controllo strade ed autostrade; chiusi il porto, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto di Genova-Sestri Ponente, dove furono installate batterie di missili terra-aria in seguito alla segnalazione da parte dei servizi segreti del rischio di attentati per via aerea.

Furono anche adottate apparecchiature capaci di disabilitare temporaneamente i telefoni cellulari e vennero sigillati i tombini delle fognature nelle adiacenze della "zona rossa" ed installate della inferriate per separare le zone "rossa" e "gialla".

Nel clima teso della vigilia, molti genovesi decisero di abbandonare la città e di chiudere i negozi anche nelle zone della città lontane dai luoghi interessati.

Furono molti gli allarme-bomba, il più delle volte immotivati. Un pacco-bomba ferì un carabiniere e un altro, a Cologno Monzese, la segretaria del giornalista Emilio Fede.

Alle manifestazioni di protesta parteciparono 700 gruppi e associazioni di diversa ispirazione e nazionalità, afferenti al Genoa Social Forum, organizzatore e coordinatore delle manifestazioni. Il GSF chiese tramite i portavoce Vittorio Agnoletto e Luca Casarini, l'annullamento del G8. Secondo il GSF infatti la riunione dei capi di Stato e di governo era da considerarsi illegittima perché pochi uomini potenti avrebbero preso decisioni destinate a condizionare popoli non rappresentati dal G8 e perché il divieto di entrare liberamente nella zona rossa era considerato limitativo delle libertà costituzionali. Il governo rifiutò la richiesta, adducendo a motivo gli impegni internazionali presi dall'Italia, ancorché presi dal precedente governo, che in ogni caso prescindono dal governo pro-tempore in carica.

I fatti del G8 si svolsero nell'arco di quattro giorni: da giovedì 19 a domenica 22 luglio.

Il 19 luglio si svolse una pacifica manifestazione di rivendicazione dei diritti degli extracomunitari e degli immigrati a cui parteciparono moltissimi gruppi stranieri, cittadini genovesi, rappresentanti della Rete Lilliput ed anche - in coda al corteo - un piccolo gruppo di anarchici. Fu stimata la presenza di circa 50.000 persone.

Nel frattempo, in vista soprattutto di due grandi cortei organizzati per venerdì e sabato, continuarono ad affluire gruppi organizzati e singole persone, alloggiati in aree predisposte in varie zone di Genova.

La giornata di venerdì 20 luglio fu la più drammatica e si concluse con la morte di Carlo Giuliani e con gravi danni alla città.

Secondo la relazione dell'accusa un gruppo di manifestanti si procurò, a spese di un distributore Q8 situato in via Tolemaide 13 gestito da Ernesta Neri, i mezzi per attuare un attacco tipo "Black Bloc". L'allora presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenzi, segnalò, sia tramite i canali ufficiali sia nelle interviste nelle dirette televisive, la presenza di uno di questi gruppi sospetti (stimato in circa 300 persone) in un edificio scolastico di proprietà della Provincia nella zona di Quarto Inizialmente l'edificio era stato assegnato al Genoa Social Forum e ai Cobas per ospitare i manifestanti venuti da fuori città, ma i pochi che erano già entrati erano stati scacciati all'arrivo dei primi "Black Bloc". Le stesse segnalazioni provenirono, come si scoprì durante i processi, anche da molti dei cittadini residenti in zona e da diversi manifestanti. Le segnalazioni non portarono a nulla: dopo un primo controllo da parte della Polizia tra giovedì e venerdì, che avrebbe appurato la presenza di un numeroso gruppo di persone all'interno dell'edificio, non seguirà nessuna azione e i successivi controlli verranno effettuti a G8 ormai concluso e si limiteranno a constatare i danni (stimati dalla provincia in ottocento milioni di lire). Il capo gabinetto della questura di Genova si giustificherà sostenendo che il venerdì gli agenti presenti erano impegnati negli scontri, per cui non si sarebbe avuto un organico sufficiente per intervenire, mentre il sabato la vicinanza dell'edificio al corteo avrebbe garantito al protezione della folla in caso di intervento.

È da notare che il termine Black Bloc originariamente non definisce i partecipanti alle manifestazioni o agli scontri, ma un determinato tipo di manifestazione e di scontri che prevede delle azioni tipiche (marciare in blocco, vestiti di nero, allo scopo di creare un forte effetto visivo, uso sistematico del vandalismo, deviare dai percorsi imposti dalle autorità ai cortei autorizzati, costruire barricate, o anche sit-in pacifici di protesta, e così via), ma molti giornali usano impropriamente questo termine per indicare i manifestanti violenti.

Il termine fu usato dai "media" per il suo valore emotivo e sensazionalistico. In realtà tra le centinaia di fermati ed arrestati durante i giorni del vertice, nessuno risulterà aver a che fare con il sistema dei Black Bloc. Il sistema in quanto tale smentì la sua partecipazione ai fatti del G8 di Genova e, per smarcarsi dalla cattiva fama fattagli dai giornalisti, cambiò il suo nome da "Black Bloc" ("Blocco nero"), a "Antrax Bloc" ("Blocco antracite").

Già dal primo pomeriggio alcuni Black Bloc, incominciarono ad inserirsi nei cortei causando lunghi e violenti scontri (con l'uso di bastoni, lanci di Molotov e sassi) nei pressi della stazione Brignole. Per sfuggire alle cariche delle forze dell'ordine i manifestanti violenti si disperdevano tra la folla dei manifestanti pacifici. Negli scontri si impiegarono lacrimogeni e furono esplosi alcuni colpi di arma da fuoco in aria (le relazioni di servizio dei Carabinieri riferiranno di diciotto colpi sparati nella giornata, azione in almeno un caso immortalata dai fotografi). Alcuni filmati amatoriali e televisivi mostrarono gli scontri tra manifestanti violenti e altri manifestanti che, intenzionati a preservare lo svolgimento pacifico della manifestazione, cercavano di dissuaderli dallo scontrarsi con la polizia o dal compiere atti di vandalismo come distruggere ed incendiare automobili.

Esistono anche testimonianze, riprese e immagini fotografiche di individui su scooter nell'atto di sparare.In alcune occasioni sono stati segnalati individui con il viso coperto e con abbigliamento scuro, simile a quello usato dai gruppi violenti, discorrere tranquillamente con poliziotti, carabinieri ed agenti dei servizi di sicurezza, anche all'interno del perimetro delle caserme .

Defilatosi dalla zona degli scontri, un gruppo di manifestanti si allontana dalla zona rossa verso il carcere di Marassi 44°25′2.80″N 8°57′2.12″E / 44.417444, 8.9505889. Verso le 14:30 una parte di questi si separa dal gruppo e punta verso l'ingresso del carcere, dove, adottando la tecnica del black bloc, ne danneggia le telecamere di sorveglianza esterne ed il portone. Le forze dell'ordine abbandonarono il presidio della piazza (dai filmati e dalle testimonianze al momento dell'arrivo dei manifestanti erano presenti 4 blindati e 2 defender dei carabinieri, una volante della polizia e due auto della polizia municipale) davanti al carcere subito dopo l'arrivo del gruppo. Questi forniranno una ricostruzione dei fatti diversa (circa 100 manifestanti staccati dal gruppo principale di circa 1000 persone avrebbero attaccato le forze dell'ordine armati di spranghe e lanciando diverse molotov, sassi e bottiglie di vetro, a questi se ne sarebbero aggiunti in seguito altri 200, che avrebbero tentato di accerchiare i mezzi nonostante il lancio di lacrimogeni, costringendoli alla fuga) da quanto dichiarato dal personale del carcere e da quanto mostrato da alcune riprese amatoriali (acquisite dalla magistratura), incluse quelle raccolte dal regista Davide Ferrario nel suo documentario Le strade di Genova (in questi si vede un gruppo di alcune decine di manifestanti violenti che si avvicina al piazzale antistante il carcere lanciando alcuni oggetti, e i mezzi dei carabinieri che con il gruppo ancora a distanza, ripiegano dopo aver lanciato solo due lacrimogeni, uno dei quali finito lontano dai manifestanti).

Nel primo pomeriggio avanzano circa 300 carabinieri a piedi, blindati e camionette che, a causa degli attacchi, trovano grosse difficoltà a muoversi nelle strette vie genovesi. Erano diretti verso piazza Giusti 44°24′26.20″N 8°57′11.35″E / 44.407278, 8.9531528, dove un gruppo di manifestanti violenti stava da alcune ore compiendo vandalismi contro un distributore posto tra corso Sardegna e via Archimede, un supermercato, una banca e gli arredi urbani. Secondo le testimonianze dei residenti, la polizia, benché sollecitata, non intervenne perché l'ordine era di limitarsi a passare le segnalazioni alla centrale. Inoltre alcuni manifestanti pacifici si sarebbero uniti ai manifestanti violenti nel saccheggio di un supermercato, mentre i possibili autori di azioni tipo black bloc (una quindicina) si toglievano i vestiti scuri per essere più difficilmente individuabili.

I carabinieri che stavano sopraggiungendo sarebbero dovuti giungere da via Tolemaide 44°24′20.00″N 8°57′56.39″E / 44.40556, 8.9656639 per poi passare per il sottopasso ferroviario di via Archimede, senza venire quindi in contatto con il corteo pacifico, proveniente da corso Aldo Gastaldi 44°24′16.80″N 8°57′49.82″E / 44.404667, 8.9638389 e diretto in via Tolemaide, e avrebbero quindi dovuto bloccare i gruppi estremisti che da piazza Giusti stavano intanto avanzando verso il quartiere di Marassi. Ma, non conoscendo la città e avendo sbagliato strada, arrivarono invece dalla parallela via Giovanni Tomaso Invrea, per poi posizionarsi davanti al sottopasso ferroviario che divide corso Torino da corso Sardegna 44°24′16.99″N 8°57′7.32″E / 44.4047194, 8.9520333. Qui, dopo alcuni attimi di sosta, ufficialmente per liberare la strada e per contrastare il fitto lancio di oggetti di cui erano bersaglio, caricarono per alcune centinaia di metri (fino all'incrocio con via Caffa) la testa del corteo autorizzato (tra i primi il gruppo delle "Tute Bianche") che stava sopraggiungendo.

Descrivendo questo cambio di obiettivo, diversi giornalisti presenti riferirono durante il processo di "un lancio simbolico con non più di due o tre sassi" contro le forze dell'ordine da parte di alcuni manifestanti molto giovani, esterni al corteo (secondo le testimonianze provenienti non da quest'ultimo, ma da un gruppo di manifestanti violenti): la versione fornita dalle forze dell'ordine indica un "fitto" lancio di sassi . Gli stessi giornalisti ed altri testimoni riferiranno al processo del comportamento incomprensibile da parte delle forze dell'ordine, che avrebbero tollerato per alcune ore gli atti vandalici dei manifestanti violenti, mentre il corteo autorizzato veniva fatto bersaglio di numerosi lanci di lacrimogeni e successivamente caricato, dopo solo poche decine di secondi di contatto visivo.

La stranezza del comportamento delle forze dell'ordine emerse anche durante il processo, in cui furono ascoltate delle registrazioni provenienti dalla Questura. In una di queste registrazioni si sentono sia un operatore urlare: "Nooo!... Hanno caricato le tute bianche, porco giuda! Loro dovevano andare in piazza Giusti, non verso Tolemaide... Hanno caricato le tute bianche che dovevano arrivare a piazza Verdi" sia le ripetute richieste del dirigente del Commissariato di Genova, responsabile della sicurezza del corteo, relative al far ritirare il gruppo dei Carabinieri dalla zona per evitare di fare da "tappo" e bloccare il corteo in arrivo.

Molti manifestanti ed alcuni giornalisti si allontanarono, dopo i primi lanci di lacrimogeni, per cercare riparo nelle strade laterali, ma nonostante ciò alcuni di essi non riuscirono ad evitare di essere coinvolti negli scontri e di subire il pestaggio da parte delle forze dell'ordine. Il capitano dei Carabinieri che aveva ordinato le cariche sostenne al processo che si trattava di cariche "di alleggerimento", ammettendo però di non conoscere la topografia della zona e di non essersi reso conto che così facendo aveva chiuso le vie di fuga.

Dopo questa prima carica i carabinieri iniziarono a ripiegare, per permettere il passaggio del corteo, ma nel frattempo alcuni manifestanti appartenenti al corteo, a cui si erano aggiunti altri individui provenienti dal gruppo che occupava il sottopasso di corso Sardegna, avevano assaltato e poi dato fuoco ad un mezzo blindato in panne (dalle analisi del materiale fotografico e delle riprese, effettuate nei vari processi, si scoprì che dal blindato, dopo l'uscita del personale e prima che venisse dato alle fiamme, fu sottratta una mitraglietta, che si vede in alcune foto successive semidistrutta su un marciapiede vicino). A questo punto la centrale operativa perse i contatti radio con gli uomini presenti che, avendo già impiegato tutti i lacrimogeni a disposizione (diversi agenti, seppur protetti dalle maschere, e molti manifestanti accusarono negli anni successivi sia problemi respiratori cronici, sia dermatologici, a causa dell'enorme quantità e il tipo di lacrimogeni impiegata), ripresero le cariche.

Durante i violentissimi scontri i manifestanti reagirono alle cariche ed ai lanci di lacrimogeni incendiando i cassonetti dell'immondizia e le automobili, utilizzandoli come barricata, e compiendo altri atti vandalici.

Piazza Alimonda 44°24′13.86″N 8°57′15.40″E / 44.40385, 8.954278 è una piccola piazza del quartiere Foce che divide in due via Caffa nel suo percorso da via Tolemaide a piazza Niccolò Tommaseo 44°24′8.01″N 8°57′14.52″E / 44.402225, 8.9540333. Via Caffa è lunga in tutto circa 250 metri: 90 da via Tolemaide a piazza Alimonda, circa 60 sulla piazza (della quale costituisce il lato più esteso) e poco più di 100 da piazza Alimonda (angolo via Ilice) a piazza Tommaseo. Perpendicolare a via Caffa è via Giovanni Tomaso Invrea, che collega la parte alta di via Giuseppe Casaregis, parallela a via Caffa, con Piazza Alimonda. Dalla parte opposta, dietro la chiesa che si affaccia sulla piazza, collegata da via Ilice e via Odessa, corre via Crimea.

Come testimoniato da alcune fotografie scattate verso le 15:00 del 20 luglio da un balcone su via Caffa, verso via Tolemaide, nella piazza, affollata da numerosi passanti e manifestanti di passaggio, la situazione era tutto sommato tranquilla. Ma, poco dopo le 15.00, iniziò il lancio di lacrimogeni da parte dei carabinieri, da via Invrea, verso i manifestanti in piazza. In diversi punti furono posti cassonetti dei rifiuti al centro della strada per rendere difficoltoso il movimento dei mezzi; di fronte ad uno di questi cassonetti si fermò l'auto dei carabinieri da cui fu successivamente sparato il colpo di pistola contro Giuliani.

Attorno alle 16:00 carabinieri e polizia iniziarono le cariche ed i pestaggi nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe e, grazie anche all'aiuto di numerosi mezzi, riuscirono a prendere il controllo dell'area. Un filmato ripreso dalla telecamera posta nel casco di un carabiniere, e presentato agli atti nel procedimento aperto dalla magistratura genovese in relazione alla morte di Giuliani, mostra un gruppo di carabinieri picchiare un manifestante rimasto isolato e poi trascinarlo a terra come un sacco insanguinato da via Crimea a via Ilice e per circa ottanta metri sino in piazza Alimonda. In quei frangenti giungeva in piazza, da via Invrea, il Defender con a bordo l'allora tenente-colonnello dei carabinieri Giovanni Truglio, comandante dello stesso reparto cui apparteneva Placanica. Il manifestante ferito fu prelevato da un'ambulanza verso le 17:00.

Poco dopo le 17, la compagnia del CCIR Echo dei Carabinieri, sotto il comando del capitano Claudio Cappello e con la direzione del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due Land Rover Defender, ferma insieme ad altre forze di polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, attraversò i 200 metri di via Caffa e caricò parte dei manifestanti che erano nell'incrocio con via Tolemaide (dove stavano avvenendo gli scontri) protetti da barricate improvvisate.

Secondo la versione ufficiale la carica era stata effettuata per timore che i manifestanti, che avrebbero iniziato ad avanzare facendosi scudo con alcuni cassonetti rovesciati, attaccassero il gruppo delle forze dell'ordine. In alcune foto relative alla costruzione di questa barricata compare Carlo Giuliani. Secondo le ricostruzioni basate su numerose fotografie della piazza e testimonianze, effettuate da comitati e associazioni vicine ai manifestanti, i carabinieri si sarebbero preparati a caricare senza che ci fosse stato alcun segno di ostilità da parte dei manifestanti.

Durante le inchieste su quei giorni si è fatto notare che questa carica precludeva ogni possibile via di fuga ai manifestanti (a parte l'impossibile manovra di tornare indietro lungo via Tolemaide verso le cariche delle altre forze dell'ordine). Infatti alcuni manifestanti, vistasi preclusa ogni via di fuga, avevano cercato di contrattaccare le cariche della polizia per farsi strada nella direzione opposta.

Arrivati allo scontro, le decine di carabinieri impiegati (dalle foto e dalle testimonianze circa 70) non furono però in grado di disperdere i manifestanti e, alla reazione di questi, indietreggiarono precipitosamente inseguiti dai manifestanti, verso l'inizio di via Caffa, dove era schierato un intero reparto della Polizia di Stato dotato di molti mezzi.

Durante i processi, sulla presenza dei due Defender, Cappello affermò che "vi fu un arretramento disordinato. Io non mi sono reso conto che dietro di noi vi erano anche le due Land Rover, anche perché non c'era alcun motivo operativo".

In questa ritirata una Land Rover Defender dei Carabinieri, con tre giovani militari a bordo (l'autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica carabiniere ausiliario - di leva - di 20 anni e il coetaneo e collega Dario Raffone), restò temporaneamente bloccata di fronte ad un bidone dei rifiuti mentre stava attraversando Piazza Alimonda (secondo la testimonianza dell'autista a causa di una manovra errata dell'altro mezzo e, sempre a suo dire, per l'asserito spegnimento del motore).

Una quindicina di persone, appartenenti al gruppo che dopo la carica fallita stava inseguendo i carabinieri in ritirata fin nella piazza, attaccarono il mezzo che fu danneggiato a tergo e dal lato destro, con pietre, bastoni, una palanchina di legno e un estintore. Alcuni media mainstream in un primo tempo parlarono di centinaia di persone intorno al mezzo, stima che tuttavia era superiore alla consistenza stessa del gruppo di manifestanti caricato in via Caffa.

I carabinieri Placanica e Raffone furono feriti dagli assalitori. Placanica al viso da pietre.

L'assalto al mezzo fu documentato da diversi filmati e numerose foto (il tutto successivamente acquisito dalla magistratura).

Uno degli aggressori raccoglie un estintore e lo scaglia contro il mezzo. L'estintore colpisce l'intelaiatura del finestrino della porta posteriore del mezzo e rimane appoggiato tra la carrozzeria e la ruota di scorta: dall'interno uno degli occupanti lo colpisce con un calcio, facendolo rotolare a terra, in direzione di un manifestante con il volto coperto da un passamontagna, più tardi identificato nella persona di Carlo Giuliani, che in quel momento si trova a diversi metri dal Defender, in direzione di via Tolemaide.

Questi solleva da terra l'estintore e fa per dirigersi, con l'estintore sollevato, verso la parte posteriore del Defender ma viene immediatamente colpito da un colpo d'arma da fuoco.

Il carabiniere Mario Placanica si dichiarerà in seguito responsabile dello sparo. Placanica ha dichiarato di aver sparato due colpi in aria, uno dei quali ha colpito Giuliani. L'altro proiettile colpì il muro a destra della chiesa in piazza Alimonda, lasciandovi un segno individuato solo dopo alcuni mesi.

Giuliani cadde a terra in fin di vita (secondo l'autopsia ed in base ai filmati che ne mostrano il sangue zampillante morirà diversi minuti dopo) e venne investito due volte dal mezzo che era riuscito a ripartire e si allontanava dalla piazza mettendo in salvo i carabinieri: la prima volta in retromarcia, la seconda a marcia avanti. Quando, dopo circa mezz'ora, il personale medico di un'ambulanza arrivò in soccorso, Giuliani era già morto, senza aver ricevuto alcun soccorso dalle Forze dell'Ordine che immediatamente dopo la sua caduta a terra rioccuparono la piazza e lo circondarono. L'evento, documentato da diversi filmati e da numerose fotografie, venne trasmesso da molte stazioni televisive in tutto il mondo, rendendo evidente il drammatico livello di violenza raggiunto dagli scontri di Genova.

Un reporter di Repubblica e un medico giunti sul posto subito dopo il fatto notano il bossolo di un proiettile vicino al corpo, ma quando lo mostrano ai carabinieri presenti la morte di Giuliani è ancora ritenuta dovuta al colpo con un sasso e, stando a quanto riportato dalla testimonianza del cronista, questi sembrano identificare il bossolo come uno di quelli risultanti dal lancio dei gas lacrimogeni. Il cronista raccoglierà il bossolo e lo consegnerà pochi minuti dopo ad un ispettore di polizia sopraggiunto ed avvertito del ritrovamento. Il bossolo verrà identificato poche ore dopo come proveniente dal tipo di pistola in dotazione a Mario Placanica.

Secondo il consulente tecnico del P.M., la distanza tra il Giuliani e l'arma da fuoco veniva valutata a m. 1,75 circa, e Giuliani "viene colpito nel mentre ha sollevato l'estintore sopra la testa ed è nell'atto di lanciarlo (più precisamente nel momento in cui lo lancia)"; secondo lo stesso C.T. le macchie rosse che appaiono in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine sono da attribuirsi ad effetti cromatici. (dall'Ordinanza del P.M.).

Secondo i consulenti tecnici della persona offesa, Carlo Giuliani fu colpito mentre si trovava a 337 centimetri dalla bocca dell'arma da fuoco e teneva l'estintore dietro la nuca: ciò sarebbe dimostrato da un fiotto di sangue, visibile mentre egli è in tale posizione, mostrato in un filmato ripreso dalle forze dell'ordine.

Tali conclusioni, in contrasto con quelle cui erano giunti i consulenti del P.M., non furono accolte dal G.I.P. che archiviò il procedimento (v. la sezione relativa ai procedimenti). Ciò ha precluso la possibilità di eseguire una perizia in sede dibattimentale da parte di periti nominati dal giudice.

Diversi mesi prima di ricevere l'incarico di consulente del P.M. Silvio Franz (febbraio 2002), uno dei consulenti nominati del P.M., il Prof. Paolo Romanini, esperto balistico di chiara fama, aveva pubblicato nel numero di settembre 2001 della rivista specialistica che dirigeva, Tacarmi, un editoriale nel quale prendeva decisamente partito a favore della tesi della legittima difesa quale causa di non punibilità per Placanica.

Una foto scattata da Dylan Martinez, dell'agenzia Reuters, con una prospettiva molto schiacciata causata dall'impiego di un teleobiettivo, fa apparire Giuliani immediatamente di fronte al finestrino posteriore sfondato, nel quale si intravede una mano che regge la pistola. La stessa fotografia mostra altri particolari: l'aggressione dal lato destro e posteriore, le dimensioni e la morfologia reali della palanchina in legno utilizzata contro il defender, e la pistola impugnata all'interno del mezzo dei Carabinieri, puntata tenendo il calcio in orizzontale e ad altezza d'uomo.

Altre foto e riprese laterali, tra le quali quelle trasmesse da Rai News 24, mostrano Giuliani a diversi metri dal mezzo nel momento in cui fu colpito .

Nonostante l'esito delle indagini della magistratura, che hanno visto in Mario Placanica il responsabile dei due colpi sparati, ritenendo però la sua azione compatibile con l'uso legittimo delle armi e la legittima difesa, rimangono tuttavia incongruenze sulla confessione del carabiniere Dario Raffone che era anche nei sedili posteriori del Defender, oltre al fatto che lo stesso Placanica ha nel tempo negato di aver sparato in direzione di Giuliani.

Nell'udienza del 3 maggio 2005, alla domanda dell'avvocato Pagani, Raffone ammette che era sdraiato per terra: lui sotto e Placanica sopra, al momento degli spari.

Tutto questo ovviamente va in contrasto con alcune foto nella quale è chiaramente visibile un carabiniere che si alza mentre un altro tiene ancora in mano la pistola. . Stando alle confessioni, Placanica non sarebbe certo colui che spara. Questo, secondo alcune ricostruzioni, fa pensare che ci fossero quattro carabinieri nel mezzo, come hanno dichiarato alcuni testimoni. A conferma di questa tesi Valerio Cantarella, perito d'ufficio del dottor Franz (che ordinò la prima perizia balistica), ipotizzò che a sparare furono due pistole.

Nell'agosto 2008 Mario Placanica, assistito dal legale Carlo Taormina, ha sporto denuncia contro ignoti per l'omicidio di Carlo Giuliani. Secondo la tesi le perizie di parte effettuate su resti di Giuliani dimostrerebbero l'assenza di residui dovuti alla camiciatura del proiettile: essendo i proiettili usati da Placanica, come quelli in dotazione degli altri sottoufficiali, camiciati, questo fatto escluderebbe che i colpi mortali siano partiti dalla sua pistola. Taormina ha aggiunto che i colpi potrebbero essere partiti dall'arma di un ufficiale o da quella di un civile.

E' da notare che un'ipotesi relativa al fatto che il colpo che ha ucciso Giuliani potesse essere partito dal di fuori della jeep era già stata formulata nei mesi immediatamente successivi agli eventi, ma poi era stata scartata da tutte le ricostruzioni, sia della magistratura, che di parte. Uno dei reporter presenti, Bruno Abile, un fotografo freelance francese, aveva affermato di aver visto un carabinere senza scudo, presente nella piazza, forse un ufficiale, con una pistola in mano poco prima che Giuliani cadesse a terra.. Aveva anche fatto discutere il ritrovamento del segno lasciato da uno dei due colpi sulla facciata della chiesa di Nostra Signora del Rimedio in piazza Alimonda solo dopo mesi dal fatto e gruppi vicini al movimento No Global avevano ipotizzato che questa "prova" fosse un falso, realizzato a posteriori, per dimostrare che i colpi erano stati indirizzati in aria.

Subito dopo il Defender ripartì, passando due volte sul corpo di Carlo Giuliani. Interrogato dal magistrato, l'autista Cavataio dichiarò di non aver udito alcun colpo d'arma da fuoco e di non essersi accorto di essere passato sul corpo di Giuliani (credendo che i sobbalzi del mezzo fossero dovuti ad un "sacchetto delle immondizie"). I consulenti tecnici incaricati dal PM Silvio Franz affermarono che il Defender non avrebbe arrecato a Giuliani lesioni apprezzabili: conclusione contestata dalla persona offesa, secondo la quale il doppio arrotamento subito dal corpo da parte di un mezzo del peso a vuoto di circa 18 quintali e con almeno tre persone a bordo non avrebbe potuto non provocare lesioni rilevanti. L'archiviazione del procedimento precluse il confronto dibattimentale tra le diverse consulenze tecniche e l'ulteriore approfondimento da parte di periti nominati dal giudice.

Solamente quattro degli aggressori furono identificati: Carlo Giuliani perché cadde nell'assalto, M.M. e E.P., genovesi, facilmente riconosciuti dalle numerose foto si consegneranno spontaneamente, un altro, L.F., di Pavia, estraneo al gruppo dei genovesi, verrà identificato durante le indagini dalla Digos di Pavia. Nel Corriere Mercantile del 6 settembre M.M. farà un appello a farsi avanti e a testimoniare ma nessuno si presenterà.

L'impressione di un isolamento ed assedio del mezzo, ricavata dalla maggior parte del materiale foto e video mostrato dai media, è tuttavia argomento di discussione, dato che in numerose foto, prese da angolazioni diverse, compaiono alcuni carabinieri che, a pochi metri di distanza (in via Caffa direzione piazza Tommaseo), osservano lo svolgersi degli eventi facendo segno ai colleghi poco distanti di raggiungerli , senza tuttavia avere il tempo di intervenire (l'azione è concitata, ma dura in realtà solo pochi secondi). .

James Matthews riferì di aver tentato invano di avvisare gli occupanti del Defender della presenza al suolo di Giuliani. Matthews - tra i primi a tentare di soccorrere Giuliani - riferì che era ancora vivo dopo essere stato due volte travolto dal pesante mezzo dei Carabinieri.

Il comandante del reparto, Giovanni Truglio, distante poco più di una decina di metri dal defender (ritratto in alcune immagini mentre si trova sulle strisce pedonali che attraversano via Caffa all'angolo tra piazza Alimonda e via Ilice), dichiarò di non aver udito i colpi di pistola, dichiarazione analoga fece l'autista del defender, Cavataio.

Furono sfondati tre vetri su nove del mezzo: il vetro posteriore, un oblò sul tetto, un semivetro sulla parte destra (presumibilmente già sfondato in precedenza e dietro il quale era stato posto, incastrato tra telaio del finestrino e sedili interni, uno scudo protettivo), contro il quale cozzava la palanca che nelle foto si vede impugnata da M.M., il quale confessò l'uso della stessa. Ma la presenza dello scudo fu del tutto omessa da gran parte della stampa che per anni ha alimentato la leggenda di una trave di legno, definizione del tutto impropria a descrivere la palanca impiegata nell'occasione. Nessun vetro fu infranto nella parte anteriore e sinistra, in quanto il mezzo fu attaccato solo da tergo e dal lato destro.

Mario Placanica fu portato al pronto soccorso, per essere poi prelevato per testimoniare sui fatti e riportato al pronto soccorso, dove gli furono riscontrate lievi escoriazioni con una prognosi di 7 giorni. Anche Dario Raffone fu portato al pronto soccorso (prognosi di 8 giorni).

Le prime notizie di stampa, non smentite da fonti ufficiali, riferirono della morte di un ragazzo spagnolo, colpito da un sasso.

Vittorio Agnoletto, nella prima dichiarazione a stampa e televisione, disse che "il ragazzo ucciso non era uno dei nostri ma un black block".

Probabilmente era possibile risalire subito all'identità del ragazzo (sul cui corpo esanime qualcuno, dopo la fuga dei manifestanti, procurò una larga ferita verosimilmente colpendolo con forza con una pietra), poiché le forze dell'ordine rinvennero il telefono cellulare che aveva in tasca.

Verso le 21.00, preoccupata dalle notizie della morte di un giovane manifestante, la sorella di Carlo Giuliani chiamò il fratello sul cellulare, in possesso degli inquirenti. Una persona la cui identità resta ignota, rispose alla chiamata, e dopo averle chiesto chi fosse, dichiarò di essere un amico del Giuliani e la rassicurò sulle condizioni di salute del fratello. Solo più tardi le autorità avvertirono la famiglia della morte di Carlo Giuliani.

La tensione in Piazza Alimonda era altissima. Il fotoreporter Eligio Paoni, che arrivato sul posto subito dopo gli scontri, fotografava il corpo di Giuliani prima che venisse coperto dell'arrivo delle forze dell'ordine, fu malmenato (ferite alla testa e frattura di una mano), gli fu distrutta una macchina fotografica e fu costretto a consegnare un rullino che aveva cercato di nascondere. La questione del suo pestaggio e della distruzione delle sue fotografie verrà dibattuta anche durante le audizioni della successiva indagine conoscitiva delle commissione parlamentari, senza che però si sia potuto risalire ai responsabili diretti, mentre i due vicequestori presenti, Lauro e Fiorillo, hanno affermato di non aver notato il fatto, in quanto la loro attenzione era concentrata sul corpo di Giuliani. Anche il prete della chiesa di Nostra Signora del Rimedio che tentò di benedire il corpo di Giuliani non venne fatto avvicinare.

Circa mezz'ora dopo la morte di Giuliani, alcuni giornalisti di Libero filmarono l'allora vicequestore Adriano Lauro mentre inseguiva per pochi metri un manifestante, urlandogli - davanti alle telecamere di Mediaset prontamente giunte sul posto con Renato Farina - di avere ucciso Giuliani con un sasso.

Le fotografie scattate da un abitante della zona e diffuse nel 2004 mostrano un acceso diverbio tra un carabiniere e un poliziotto. Ne parla anche il fotografo Bruno Abile, in un'intervista all'ANSA del 21 luglio 2001 e in successive dichiarazioni. Abile dice di aver visto anche uno degli agenti presenti (non sa dire se un poliziotto o un carabiniere, forse un ufficiale), dare un calcio alla testa di Giuliani e di essere riuscito a riprendere l'istante precedente a questo ("Ho fotografato l' ufficiale nell' istante di "caricare" la gamba, come quando si sta per tirare un calcio di rigore"). Qualcuno, mentre la zone attorno al corpo del giovane ucciso era interamente circondata ed occupata dalle Forze dell'ordine, come comprovato da una sequenza di fotografie, avrebbe messo un sasso a fianco della testa di Giuliani e procurato una profonda ferita sulla fronte in modo da far pensare ad una sassata.. A sostegno di questa tesi alcune fotografie mostrano il sasso prima ad alcuni metri a sinistra dal corpo e poi accanto alla testa sul lato destro, dove prima c'era solo un accendino bianco.

Il ruolo delle forze dell'ordine nella morte di Giuliani diventa evidente verso le 21 con la diffusione delle immagini scattate da un fotografo della Reuters. I parenti di Carlo Giuliani furono avvisati verso le 22 e le emittenti televisive comunicarono il nome della vittima.

La manifestazione iniziata al mattino dalla Rete Lilliput in piazza Piazza Manin (poco meno di un chilometro a nord della zona rossa 44°24′49.51″N 8°56′50.47″E / 44.4137528, 8.9473528), conta anche i gruppi di Legambiente, della Comunità di San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo, della Marcia Mondiale delle Donne e dei Beati i Costruttori di Pace: oltre ai gruppi presenti vi sono i proprietari di diversi negozi ed importatori aderenti al Commercio equo e solidale che hanno portato campioni dei loro prodotti e li tengono esposti in piccole bancarelle. Parte dei manifestanti, che si sono colorati di bianco le mani come simbolo di pace, è scesa lungo via Assarotti per arrivare davanti agli accessi della zona rossa in piazza Corvetto, dove verrà effettuato un sit-in.

Intorno alle 14 si iniziano a diffondere notizie sugli scontri che si stavano svolgendo negli altri quartieri più vicini al mare. Alcuni gruppi stranieri si uniscono ad una parte dei manifestanti che deviano verso la vicina piazza Marsala, dove qualcuno tenta di scavalcare le grate di protezione. Il tentativo è respinto con l'uso di idranti e lacrimogeni che porteranno i manifestanti a tornare verso via Assarotti.

Poco prima delle 15 il corteo principale inizia a risalire verso piazza Manin dove iniziano a circolare voci sul possibile arrivo di Black bloc provenienti dal quartiere Marassi. Dopo dieci minuti circa giunge in piazza Manin un gruppo di persone vestite di nero (la ricostruzione fatta durante i processi li identificherà come parte del gruppo che era precedentemente giunto in prossimità del carcere), alcune con il viso parzialmente o totalmente coperto, inseguite a distanza dalle forze dell'ordine, che cercano di inserirsi all'interno del gruppo dei manifestanti e scendere lungo via Assarotti 44°24′43.06″N 8°56′33.53″E / 44.4119611, 8.9426472. Ma l'azione non ha successo, a causa dell'intervento dei manifestanti presenti nella piazza, i quali creeranno un cordone di sicurezza per non mischiare i due gruppi.

Le forze dell'ordine, nel frattempo giunte a Marassi senza trovare i Black bloc, si dirigeranno prima lungo via Canevari e poi (dopo aver comunicato l'assenza di manifestanti violenti in zona alla centrale operativa) verranno dirette verso piazza Manin, passando da corso Montegrappa.

Dopo alcuni minuti di tensione, forze dell'ordine (a cui viene richiesto più volte dalla centrale di effettuare dei fermi durante questa operazione), giunte in prossimità della piazza, iniziano un lancio di lacrimogeni verso i due gruppi e, mentre la parte dei Black bloc anche presenti in zona fuggono, viene eseguita una violenta carica che finirà per colpire i manifestanti pacifici, tra cui quelli che stavano cercando di bloccare l'accesso dei Black bloc, provocando decine di feriti. Tra i feriti vi sarà anche Elettra Deiana, parlamentare di Rifondazione Comunista e Marina Spaccini, una pediatra triestina, volontaria di Medici con l'Africa Cuamm. Il gruppo dei Black bloc nel frattempo proseguirà per via Armellini e si disperderà poi lungo la circonvallazione bruciando alcune auto lungo il percorso, per poi sciogliersi senza essere stato bloccato.

Due giovani spagnoili verranno arrestati, con l'accusa di aver aggredito gli agenti. I due verranno successivamente prosciolti (anche grazie ad alcuni filmati acquisiti dalla magistratura che dimostreranno l'inesistenza di questa agressione, mostrando inevce i due arresti apparentemente avvenuti senza motivo), mentre gli agenti responsabili del loro arresto verranno indagati e rinviati a giudizio per falso e calunnia. Le indagini successive sui giovani dimostreranno anche come i due non fossero neppure presenti nel gruppo dei manifestanti violenti giunti in piazza, scagionandoli completamente.

Fecero scalpore le dichiarazioni che alcuni mesi dopo fece Claudio Scajola, ministro dell'Interno. Egli ammise di aver ordinato alle forze di polizia, nella serata del 20 luglio (dopo gli scontri della giornata e la morte di Carlo Giuliani), di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa, motivandolo con la situazione di forte tensione e con il rischio che l'eventuale ingresso dei manifestanti nella zona rossa potesse favorire attentati terroristici contro i partecipanti al summit. Fonti del Viminale affermarono successivamente che la direttiva non aveva comunque determinato il mancato rispetto da parte di polizia e carabinieri delle norme che regolano l'uso delle armi durante i servizi di ordine pubblico.

La dichiarazione di Scajola provocò aspre critiche da parte di parlamentari di opposizione e rappresentanti del movimento no-global che ne chiesero le dimissioni. Furono espresse critiche sulla tardiva ammissione di Scajola e dubbi sulla possibilità che il ministro avesse impartito l'ordine venerdì, dopo e non prima della morte di Giuliani. Pochi giorni dopo i funzionari di Polizia e Carabinieri presenti a Genova affermarono di non aver ricevuto nessun ordine relativo alla necessità di sparare in caso di invasione della zona rossa e che in ogni caso si sarebbero rifiutati di eseguirlo in quanto "manifestamente criminoso" ed inutile, visto che all'interno della zona rossa era stata creata una seconda cintura di sicurezza .

Ascoltato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, Scajola ritrattò le proprie dichiarazioni. Disse di non aver dato l'ordine di sparare, ma di "alzare il livello delle misure di sicurezza all'interno della zona rossa", per timore di attentati, e di non averlo riferito al Parlamento nel timore di danneggiare le fonti che avevano informato l'intelligence italiana del possibile attentato.

Gli avvenimenti di venerdì 20 luglio portarono a diverse richieste di annullamento della manifestazione dell'indomani, respinte dai vertici del Genoa Social Forum.

La manifestazione del 21 luglio doveva svolgersi lungo corso Italia 44°23′33.26″N 8°57′40.18″E / 44.3925722, 8.9611611, per poi concludersi nella zona della Foce, dove si trovavano le forze dell'ordine, parte delle quali alloggiate nella Fiera di Genova 44°23′43.85″N 8°56′28.68″E / 44.3955139, 8.9413.

Come era successo il giorno precedente, anche sabato 21 luglio tra i manifestanti pacifici si inseriscono gruppetti di manifestanti violenti, che provocheranno scontri, incendi, e distruzioni di auto, banche e negozi.

I primi disordini iniziarono la mattina in piazza Raffaele Rossetti 44°23′48.56″N 8°56′47.00″E / 44.3968222, 8.94639, quando un gruppo di alcune decine di manifestanti (molti dei quali vestiti di nero secondo le testimonianze dei residenti), inizia a distruggere auto e vetrine, assalendo un chiosco. Sempre secondo le testimonianze dei residenti anche in questa occasione furono fatte numerose telefonate al 113, senza che però intervenissero né le vicine forze dell'ordine, che erano poste a presidiare la zona della Fiera, né eventuali volanti della polizia. Alcuni gruppi di manifestanti, tra cui quello della "Confédération paysanne" (un sindacato dei lavoratori agricoli francese), una volta giunti in zona, cercarono di fermarli senza successo. Il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione, aggregato presso la questura di Genova durante i giorni della manifestazione, confermerà durante il suo interrogatorio di aver assistito ad atti di vandalismo e devastazione, oltre al lancio di oggetti contro le forze dell'ordine, da parte di un gruppo di una cinquantina di persone, dalla mattina alle 10:30 per circa 6 ore, ma che solo verso le 15:30/16:00, mentre il corteo stava già transitando, verrà ordinata una carica per disperdere i dimostranti violenti .

Alcune ore dopo, all'arrivò del corteo che si dirige verso il quartiere di Marassi, dove doveva terminare la manifestazione, un gruppo di alcune centinaia di manifestanti (400 persone secondo la valutazione del Ministero degli Interni) si stacca da vari punti di questo e inizia a fronteggiare le forze di polizia schierate davanti a piazzale Kennedy, accatastando bidoni, transenne e altro materiale per formare delle barricate. Per quasi un'ora questo gruppo di manifestanti si limita al blocco della strada, a slogan urlati contro le forze dell'ordine e a qualche lancio di oggetti in risposta del quale le forze dell'ordine effettuano alcuni lanci di lacrimogeni.

Il corteo, per tutto questo tempo, continua a fluire e a svoltare verso l'interno seppur con qualche rallentamento. A questo punto si aggiungono anche alcuni gruppi di manifestanti vestiti di nero, che inizieranno un fitto lascio di oggetti verso la polizia, oltre a rovesciare un'auto e a rompere alcune delle vetrine rimaste ancora integre. In questi frangenti si registrano dei tentativi da parte di alcuni dei violenti di reinserirsi all'interno del corteo ufficiale, respinti però dai servizi d'ordine dei vari gruppi che stavano sfilando, che nel frattempo deviano il percorso verso via Casaregis 44°23′44.61″N 8°56′57.35″E / 44.395725, 8.9492639 per tenersi lontani dalle azioni dei violenti e dal fumo dei lacrimogeni. Dopo alcune decine di minuti iniziano le cariche della polizia con fitto lancio di lacrimogeni, sia verso corso Italia, da cui stava ancora arrivando la coda del corteo, in un punto in cui c'erano poche vie di fuga, sia verso via Casaregis. I gruppi di violenti però fanno velocemente perdere le loro tracce nel caos generale e le cariche finiscono per colpire, come accaduto il giorno prima, i partecipanti al corteo pacifico ed autorizzato, spezzandolo in due. Il secondo spezzone del corteo pacifico è costretto di fatto a sciogliersi, mentre le persone che si trovavano nella parte finale del primo spezzone si disperdono e vengono inseguite dalle forze dell'ordine nelle vie del quartiere; molti manifestanti riportano ferite da trauma e da inalazione di lacrimogeni. Diversi abitanti della zona offrono riparo ai manifestanti negli androni del palazzi, fornendogli anche dell'acqua con cui cercare di placare l'effetto del gas lacrimogeno.

Alcuni manifestanti sposteranno diverse auto, dandogli poi fuoco, per formare delle barricate in mezzo al lungomare di corso Italia dove stavano avanzando lentamente le forze dell'ordine che effettueranno altre cariche contro i manifestanti, a volte provocate dal lancio di oggetti da parte di violenti che si inseriscono tra la polizia e il corteo che si stava ritirando. Le immagini e i filmati mostrati dalle televisioni relativi ad appartenenti al corteo pacifico, tra cui anziani e feriti, intenti a scappare, si riferiscono alle cariche di quest'ultima ora di scontri.

Gli scontri durano alcune ore e provocano centinaia di feriti tra i manifestanti e alcune decine di arresti. Verso le 16, al termine di una carica in corso Italia, verranno ritrovate dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione in una siepe di una strada laterale due Molotov, che consegnò ad un suo superiore (il generale Valerio Donnini, che non essendo un ufficiale di polizia giudiziaria non era tenuto a verbalizzare il ritrovamento) e che vennero poi portate alla sera dalle forze dell'ordine nella scuola Diaz ed esibite successivamente come prova della presenza di violenti all'interno dell'edificio. Anche durante questi scontri, come nel giorno precedente, Indymedia altri gruppi hanno raccolto filmati e foto amatoriali che mostrano persone in borghese o con abiti scuri, parlare con esponenti delle forze dell'ordine e poi tornare nella zona degli scontri.

Gli organizzatori hanno stimato che fossero presenti al corteo circa 250.000/300.000 persone, nonostante molti gruppi avessero rinunciato alla loro presenza dopo gli scontri del giorno precedente.

La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli 44°23′46.75″N 8°57′10.31″E / 44.3963194, 8.9528639, nel quartiere di Albaro, erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum, in un primo tempo come sede del loro media center, poi anche come dormitori (in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto ad evacuare alcuni campeggi). Stando alle testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano tra gli autorizzati a dormire nell'edificio. Sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.

Intorno alle 21 della sera del sabato (circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta agressione alle forze dell'ordine) alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Tento, piazza Merani e via Cesare Battisti 44°23′49.31″N 8°57′10.64″E / 44.3970306, 8.9529556) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada e intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.

Successivamente la segnalazione di un attacco ad una pattuglia di poliziotti porta alla decisione, da parte delle forze dell'ordine, di una perquisizione presso la scuola Diaz (e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli) dove stanno dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri (la maggior parte dei quali accreditati). Il verbale della polizia parla di una "perquisizione": poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block. Ma nonostante tutto, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.

Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza. I giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella. La portavoce della Questura dichiara, in una conferenza stampa, che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostra il materiale sequestrato, ma senza dare risposte agli interrogativi della stampa. Uno degli arrestati resterà in coma per due giorni. Le immagini delle riprese mostrano muri e pavimenti sporchi di sangue. A nessuno degli arrestati viene comunicato di essere in arresto, né i reati dei quali sarebbe accusato. Molti di loro scopriranno solo in ospedale (a volte attraverso i giornali) di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio (gli arrestati però non si conoscevano tra di loro), resistenza aggravata e porto d'armi. Dei 63 feriti, tre avranno prognosi riservata: la studentessa tedesca ventottenne di archeologia Melanie Jonasch (che presentava trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla e arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena e alle natiche), il tedesco Karl Wolfgang Baro (che presentava trauma cranico con emorragia venosa) e il giornalista inglese Mark Covell (che presentava perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla e omero e trauma cranico, oltre alla perdita di 10 denti, e il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video) .

La versione ufficiale della polizia di stato sostiene che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle 21:30 circa (ma inizialmente in alcune relazioni l'orario indicato era stato 22:30). Il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma e in quei giorni aggregato a Genova, in un primo tempo, riferirà di aver transitato "a passo d'uomo" (a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta) davanti alla scuola con quattro vetture. Affermò inoltre che il cortile della scuola e i marciapiedi della strada "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossanti capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersagli i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assaltare le autovetture", ma che queste riuscirono poi ad allontanarsi "azionando anche i segnali di emergenza" nonostante la folla li inseguisse.. Le forze dell'ordine tuttavia non saranno in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non verrà confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammetterà di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di aver "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Tempo dopo tre agenti sosterranno che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone (un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo) e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni. L'episodio però non risulta dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né sarà possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto. Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sosterranno al contrario, il lancio di un bullone (evento a cui i superiori non avrebbero assistito) e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, ad una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti e operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus (che si era fermato in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria) che, arrivata all'altezza delle due scuole, accelerava di colpo "sgommando", al seguito della quale veniva lanciata una bottiglia (che si infrangeva a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana); versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio (che affermeranno di aver sentito il rumore di forte accelerata seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto). Queste versioni contrastanti e date in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.

Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio (definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola".

L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana (a parte i casi di flagranza) che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso: dopo la perquisizione, le forze dell'ordine mostrano ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui sbarre metalliche, che si riveleranno provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, e 2 bombe molotov, che si scoprirà per puro caso essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove (un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostra infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, che ammetterà di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola) .

Nella stessa operazione viene perquisita (per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi) anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamenterà la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti (sia su supporto informatico che cartaceo). Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia e alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti verranno distrutti durante la perquisizione. Poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciava che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale. La Federazione nazionale della stampa si costituirà parte civile al processo contro questa irruzione.

Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli sono stati in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi. Col tempo cadranno tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che verrà contestato dalle perizie del RIS secondo cui i tagli sarebbero stati procurati appositamente, l'agente cambierà versione sull'avvenimento diverse volte e in 7 anni di indagini non si troverà nessun altro agente che abbia ammesso di aver assistito alla scena, ma nel processo di primo grado verrà comunque assolto.

Finite le manifestazioni, domenica 22 luglio, Genova conta gli ingenti danni. Le devastazioni cagionate da alcuni individui violenti (mai arrestati durante lo svolgimento delle medesime, nonostante le numerose chiamate alle forze dell'ordine da parte di numerosi cittadini e persino da parte della presidente della Provincia di Genova, attuale - 2008 - sindaco della città) e nel corso degli scontri generalizzati tra i manifestanti e forze dell'ordine hanno causato notevoli danni a proprietà private e pubbliche a distanza di anni, la grandissima maggioranza dei responsabili dei danni - sia tra i manifestanti, sia tra le forze dell'ordine - non è ancora stata identificata, mentre quasi tutti (oltre il 90%) i fermati dalle forze dell'ordine (con un totale di 329 arresti) nei giorni degli scontri sono poi risultata estranea ai fatti contestati, o non sono state individuate responsabilità specifiche a loro carico.

Alcuni sospettarono la partecipazione di simpatizzanti del movimento internazionale Black block, il cui arrivo dell'ala più integralista in Italia era stato preannunciato nelle settimane precedenti alle manifestazioni dalle autorità tedesche a quelle italiane, ma, nonostante tali avvisi, essi non furono fermati alle frontiere (come lo furono numerosi altri manifestanti pacifici) e i simpatizzanti di tale movimento solitamente usi rivendicare come propria pratica di lotta azioni simili compiute in passato, questa volta negarono la loro responsabilità. Prove della loro partecipazione non sono state trovate, perlomeno per quello che riguarda una partecipazione organizzata. Da testimonianze di manifestanti e giornalisti che seguivano i cortei autorizzati, risulterebbe che parte dei componenti del gruppo di manifestanti violenti che vestivano di nero e che si mossero liberamente per la città durante le manifestazioni, non sembrava parlare italiano.

Susciterà polemiche anche la presenza dell'allora vice-presidente del Consiglio Gianfranco Fini nella sala operativa della Questura genovese, presenza che, da diversi giornalisti dell'area di sinistra ,viene messa in relazione ai molti abusi poi compiuti dalle forze dell'ordine.

Il 14 dicembre 2007 24 manifestanti son stati condannati in primo grado a complessivi 110 anni di galera. Le condanne riguardano gli scontri in via Tolemaide e i cosiddetti fatti del "blocco nero". Tra i condannati, 10 sono stati giudicati responsabili per devastazione e saccheggio, 13 per danneggiamento, uno per lesioni. La resistenza a pubblico ufficiale è stata scriminata per tre imputati: secondo i giudici la resistenza alle cariche della polizia durante il corteo delle tute bianche era legittima solo per tali tre imputati, al contrario dei danneggiamenti successivi.

Le persone fermate e arrestate durante i giorni della manifestazione furono in gran parte condotte nella caserma di Genova Bolzaneto, che era stata approntata come centro per l'identificazione dei fermati. Saranno poi trasferite in diverse carceri italiane. Secondo il Rapporto dell'ispettore Montanaro, frutto di un'indagine effettuata pochi giorni dopo il vertice, nei giorni della manifestazione transitarono per la caserma 240 persone (di cui 184 in stato di arresto, 5 in stato di fermo e 14 denunciate in stato di libertà), ma secondo altre testimonianze di agenti gli arresti e le semplici identificazioni furono molte di più, quasi 500 .

In numerosi casi, i fermati accusano il personale delle forze dell'ordine di violenze fisiche e psicologiche, e di mancato rispetto dei diritti legali degli imputati (impossibilità di essere assistiti da un legale o di informare qualcuno del proprio stato di detenzione): gli arrestati raccontano di essere stati costretti a stare ore in piedi, con le mani alzate, senza avere la possibilità di andare in bagno, cambiare posizione o ricevere cure mediche. Inoltre riferiscono di un clima di euforia tra le forze dell'ordine per la possibilità di infierire sui manifestanti, e riportano anche invocazioni a dittatori e ad ideologie dittatoriali di matrice fascista, nazista e razzista e minacce a sfondo sessuale nei confronti di alcune manifestanti.

L'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli, che aveva visitato la caserma nelle stesse ore, dichiarerà di non essersi accorto di nulla e lo stesso confermò il magistrato antimafia Alfonso Sabella, che durante il vertice ricopriva il ruolo di ispettore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ed era responsabile delle carceri provvisorie di Bolzaneto e San Giuliano (ma Sabella fu comunque tra i primi, già la settimana dopo il G8, ad ammettere la possibilità che ci fossero state violenze da parte delle forze dell'ordine contro i manifestanti arrestati, pur escludendo appunto che queste fossero state commesse da parte di quelle che erano a Bolzaneto sotto la sua responsabilità ).

I giudici scarcereranno, nei giorni successivi, tutti i manifestanti, per l'insussistenza delle accuse che ne avevano provocato l'arresto.

I pubblici ministeri al processo contro le forze dell'ordine riguardo ai fatti della caserma Bolzaneto riferiscono di persone costrette a stare in piedi per ore e ore, fare la posizione del cigno e della ballerina, abbaiare per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale, colpiti con schiaffi e colpi alla nuca e anche lo strappo di piercing anche dalle parti intime. Molte le ragazze obbligate a spogliarsi, a fare piroette con commenti brutali da parte di agenti presenti anche in infermeria. Il P.M. Miniati parla dell'infermeria come un luogo di ulteriore vessazione.Secondo la requisitoria dei pubblici ministeri i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria aggiungendo che soltanto un criterio prudenziale impedisce di parlare di tortura, certo, alla tortura si è andato molto vicini.

Amnesty International nel 2002 ha ufficialmente richiesto un'indagine sull'operato delle forze dell'ordine nella gestione dell'ordine pubblico durante il vertice italiano, criticandone l'eccessiva violenza e chiedendo anche indagini in merito alle istruzioni impartite dai vertici. Secondo Amnesty, parecchie segnalazioni di violazione dei diritti umani erano da verificare perche suffragate con evidenza da medici, fotografie e testimonianze. AI, pur accogliendo con favore l'apertura di una serie di indagini penali da parte della autorità giudiziarie italiane, ritiene che, vista l'ampiezza e la gravità delle accuse e il gran numero di cittadini stranieri con conseguente elevato livello di preoccupazione a livello internazionale, non siano sufficienti per fornire una risposta adeguata. Raccomanda quindi l'istituzione di un'apposita commissione d'inchiesta indipendente, ritenendo insoddisfacente e viziato da disaccordo e acrimonia il lavoro svolto dalla prima commissione nel 2001.

Per la parte superiore



Sergio D'Elia

Sergio D'Elia.jpg

Sergio D'Elia (Pontecorvo, 5 maggio 1952) è un politico ed ex terrorista italiano.

Cresciuto in provincia di Lecce, luogo di origine dei suoi genitori, si trasferisce a Firenze per frequentare la facoltà di Scienze Politiche.

Qui viene a contatto con gli ambienti anarchici ed entra in alcune formazioni extraparlamentari: prima in Potere Operaio, quindi in Senza tregua, infine in Prima Linea, l'organizzazione terroristica di estrema sinistra di cui diventa dirigente. Il 20 gennaio del 1978 alcuni appartenenti alla sua formazione, durante un tentativo di evasione dal carcere delle Murate di Firenze, uccidono l'agente Fausto Dionisi. In seguito a ciò viene arrestato e condannato in primo grado a 30 anni, per banda armata e concorso in omicidio. La condanna gli viene inflitta pur non avendo egli partecipato in prima persona al tentativo di evasione e alla sua pianificazione, ma in quanto ritenuto a conoscenza del piano, secondo i dettami delle legislazione anti-terroristica d'emergenza. D'Elia, al momento dei fatti si trovava in un albergo di Roma. In appello si vede ridotta la pena a 25 anni, di cui sconta effettivamente solo 12, grazie alle riduzioni di pena per l’applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e di altri benefici di legge. Nel 2000 fu avviata la pratica di riabilitazione presso il tribunale di Roma. Nonostante il parere contrario della famiglia della vittima, il tribunale cancellò le pene accessorie, consentendo, tra l'altro, l'eleggibilità a cariche pubbliche.

Nel 1986, aderisce al Partito Radicale durante la campagna per i mille iscritti, abbracciando così le posizioni nonviolente del partito.

A partire dal 1987, viene nominato componente della segreteria del Partito Radicale, nell'ambito della quale si occupa soprattutto della riforma penitenzaria.

In seguito costituisce un'associazione per far riconoscere il voto ai detenuti e per la riforma delle pene supplementari.

Ha anche collaborato al progetto per il partito nuovo e fondato, insieme con la moglie Mariateresa Di Lascia, l'associazione Nessuno tocchi Caino per l'abolizione della pena di morte nel mondo, di cui è l'attuale segretario.

Nel 2000 viene riabilitato dal tribunale di Roma, che cancella le pene accessorie, consentendogli l'eleggibilità.

Nel 2003, riprendendo e facendo proprie le tradizionali critiche di Marco Pannella all'organizzazione umanitaria Amnesty International , Sergio D'Elia si rende protagonista di un'accesa polemica con la sezione italiana dell'organizzazione. L'esponente radicale accusa Amnesty International di non appoggiare la politica adottata da Nessuno tocchi Caino volta ad ottenere una risoluzione ONU per una moratoria della pena di morte, di essere "provatamente responsabile" della bocciatura in sede europea di tale politica per la moratoria, e di seguire piuttosto una linea abolizionista.. Amnesty International, vincolata dai propri principi ad una rigida indipendenza da ideologie, gruppi religiosi, economici e governi in caso di collaborazione con organismi terzi, afferma invece di essere favorevole alla moratoria, primo passo verso l'abolizione della pena di morte. La polemica non rientra negli anni successvi, ed ancora nel gennaio 2007 Amnesty International viene accusata da Nessuno tocchi Caino di osteggiare "presso le capitali europee, e non solo" le iniziative per l'ottenimento di una moratoria in sede ONU, e viene esortata ad appoggiare le iniziative di Marco Pannella .

Nelle elezioni politiche di aprile 2006 è stato eletto alla Camera dei deputati per la Rosa nel Pugno ed è in seguito stato nominato segretario alla Presidenza della Camera, suscitando accese proteste sia da parte dei familiari dell'agente Fausto Dionisi, sia da parte di alcuni sindacati delle forze di pubblica sicurezza. Inoltre, fa parte della III Commissione - Affari esteri e comunitari (dal 6 giugno 2006) e al Comitato di vigilanza sulle attività di documentazione (dal 29 giugno 2006).

Durante il periodo in cui e' stato deputato, s'e' distinto per aver sostenuto la proposta di liberalizzazione della professione di farmacista, a fianco del Movimento Nazionale Liberi Farmacisti (Mnlf) .

In occasione delle elezioni politiche del 2008, in seguito all'inserimento dei candidati radicali nelle liste democratiche, D'Elia non è stato candidato perché condannato in via definitiva. In realtà però il codice etico del PD stabilisce, al punto 5.3, che "le condizioni ostative alla candidatura vengono meno in caso (...) di intervenuta riabilitazione", cosa che non giustificherebbe l'esclusione sulla base della condanna, essendo stato Sergio D'Elia riabilitato nel 2000.

Dal 1993 si è impegnato - assieme al promotore Marco Pannella, ad Emma Bonino ed a migliaia di altri militanti ed iscritti radicali - per l'approvazione di una risoluzione Onu in favore della moratoria delle esecuzioni capitali. L'obiettivo, considerato il primo passo ed il punto di non ritorno nella battaglia verso l'abolizione della pena di morte nel mondo, è sembrato essere finalmente alle porte, dopo anni di scioperi della sete e della fame. Il 1 novembre 2007 è stato infatti depositato all'Onu il testo ufficiale della proposta di risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni capitali, che è stato poi discusso ed approvato in via preliminare dal Terzo Comitato delle Nazioni Unite il 16 novembre 2007. Il 18 dicembre 2007 l'Assemblea Generale, riunita in plenaria, ha definitivamente approvato la risoluzione con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti.

Il 19 dicembre 2008 Sergio D'Elia, insieme Antonella Casu (segretaria di Radicali Italiani), ed a Marco Cappato (segretario dell'Associazione Luca Coscioni), presenta denuncia verso il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, presso la Procura di Roma, per violenza privata ed intimidazioni , in seguito ad un atto d'indirizzo di pochi giorni prima sulla vicenda di Eluana Englaro.

Il 17 gennaio 2009, in seguito alla sua denuncia, la Procura di Roma iscrive il ministro Maurizio Sacconi al registro degli indagati .

Per la parte superiore



Guerra del Libano (2006)

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La guerra del Libano del 2006 o terza guerra israelo-libanese, conosciuta in Israele come seconda guerra del Libano (dopo quella del 1978), è stato un conflitto militare durato 34 giorni avvenuto in Libano e nel nord di Israele in seguito a un'operazione militare su vasta scala attuata dall'esercito dell'israeliano in risposta ad attacchi iniziati il 12 luglio 2006 da parte di militanti Hezbollah che si trovavano in Libano. Il conflitto è continuato fino al cessate il fuoco per intermediazione delle Nazioni Unite che ha avuto effetto il 14 agosto 2006, anche se formalmente le operazioni sono terminate l'8 settembre 2006, quando Israele ha rimosso il blocco strategico navale del Libano.

Il conflitto è iniziato nel momento in cui militanti di Hezbollah hanno esploso razzi Katyusha e colpi di mortaio verso alcuni villaggi israeliani di confine, ferendo numerosi civili, come diversivo per tentare di sviare l'attenzione su un'altra unità entrata in Israele per effettuare un attacco a due Humvee che stavano pattugliando il lato israeliano della rete di confine. Dei sette soldati israeliani presenti nei due mezzi colpiti, due sono stati feriti, tre uccisi e due prelevati e portati in Libano (solo il 16 luglio 2008 è stato rivelato che questi ultimi sono morti subito dopo l'evento). Altri cinque soldati sono stati poi uccisi durante un tentativo di salvataggio. Israele ha risposto con pesanti bombardamenti aerei e cannoneggiamento con mezzi d'artiglieria in Libano, danneggiando infrastrutture civili incluso l'aeroporto internazionale di Beirut che, secondo Israele, Hezbollah usava per l'importazione delle armi, con un blocco strategico aereo e navale e con un'invasione via terra del sud del Libano. Hezbollah ha quindi intensificato il lancio di razzi nel nord di Israele e ingaggiato intense operazioni di guerriglia con le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Durante il conflitto sono morte migliaia di persone, la maggior parte delle quali libanesi, e le infrastrutture del Libano sono state gravemente danneggiate. Si stima che i profughi libanesi siano stati tra 800.000 e 1.000.000. In seguito al cessate il fuoco, alcune zone del Libano del sud rimangono inabitabili a causa delle bombe inesplose.

L'11 agosto 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la Risoluzione 1701 in uno sforzo per far cessare le ostilità. La risoluzione, approvata nei giorni seguenti sia dal governo israeliano che da quello libanese, ha richiesto il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, con lo spiegamento di soldati libanesi e di una Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nel sud del Libano. L'esercito libanese si è stanziato nel sud del Libano il 17 agosto 2006. Il blocco navale israeliano è terminato l'8 settembre 2006. Il 1 ottobre 2006 il grosso delle forze israeliane ha abbandonato il Libano, anche se le ultime truppe hanno continuato ad occupare il villaggio di confine Ghayar fino al 3 dicembre 2006. Fin dall'entrata in vigore della risoluzione 1701, sia il governo libanese che l'UNIFIL hanno dichiarato che non disarmeranno Hezbollah.

L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha effettuato attacchi dal sud del Libano verso Israele attraverso i confini fin dal 1968, e l'area è diventata una base operativa significativa in seguito al conseguimento della leadership dell'OLP da parte della sua componente maggioritaria, il Fath, dopo l'espulsione dalla Giordania. Questa situazione ha dissestato l'equilibrio demografico, così come esso era stato sanzionato dal mai scritto Patto Nazionale libanese del 1943, che a aveva suddiviso i vari poteri governativi tra i diversi gruppi religiosi del paese, portando in parte alla guerra civile libanese (1975-1990). In concomitanza, la Siria iniziò un'occupazione durata 29 anni grazie al suo ingresso militare in Libano sotto l'etichetta di "Forza Araba di Dissuasione" (FAD), in base a un mandato concessole dalla Lega Araba. L'invasione israeliana del Libano del 1978 ha fallito nel fermare gli attacchi palestinesi, ma Israele invade il Libano ancora nel 1982 e con la forza espelle l'OLP. Israele si è ritirato in una zona di sicurezza cuscinetto nel sud del Libano, mantenuta con l'aiuto dei miliziani dell'Esercito del Libano del Sud (ELS). Nel 1985, una milizia libanese sciita si è chiamata Hezbollah (Partito di Dio), impegnandosi nella lotta armata alla fine dell'occupazione israeliana del territorio libanese. Quando la guerra civile libanese è finita e le altre fazioni in guerra hanno accettato il disarmo, Hezbollah e l'ELS si sono rifiutati di riconoscerne la validità. I combattimenti con Hezbollah hanno indebolito la risolutezza di Israele ed hanno portato al collasso dell'ELS e ad un ritiro di Israele nel 2000 dal proprio lato del confine designato dalle Nazioni Unite. Citando il controllo israeliano della regione delle fattorie di Sheba'a e l'incarcerazione di prigionieri libanesi in Israele, Hezbollah ha continuato gli attacchi di confine, ed ha usato con successo la tattica di catturare soldati di Israele come leva per uno scambio di prigionieri nel 2004, sebbene continui anche ad essere accusato di operare per la distruzione di Israele.

Intorno alle 9 del mattino ora locale (06:00 UTC) del 12 luglio 2006, Hezbollah ha lanciato un attacco diversivo con razzi verso posizioni militari israeliane vicino alla costa e nei pressi del villaggio di confine Zar'it, e anche verso la città israeliana di Shlomi ed altri villaggi. Nello stesso momento, un contingente di terra Hezbollah ha attraversato il confine entrando in territorio israeliano ed ha attaccato due Humvee corazzati che stavano pattugliando il lato israeliano del confine israelo-libanese, vicino Zar'it, uccidendo tre soldati, ferendone due e catturandone altri due (Ehud Goldwasser e Eldad Regev). In seguito altri cinque soldati israeliani sono stato uccisi e un carro armato è stato distrutto dal lato libanese del confine durante un infruttoso tentativo di salvare i due soldati presi come ostaggio.

Hezbollah ha chiamato l'attacco "Operazione Giusta Ricompensa" (Just Reward ) dopo la promessa pubblica del leader Hassan Nasrallah fatta l'anno precedente di catturare soldati israeliani al fine di scambiarli con l'assassino già condannato Samir Kuntar, con la spia già condannata Nasim Nisr, con il presunto terrorista Yahya Skaf di cui Hezbollah proclama l'arresto in Israele (Israele ha negato l'accaduto) e Ali Faratan, che viene ritenuto prigioniero per ragioni sconosciute. Nasrallah ha dichiarato che Israele aveva precedentemente rotto un negoziato per il rilascio di questi prigionieri, e poiché la diplomazia aveva fallito, la violenza era l'unica opzione rimasta.

Il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ha definito la cattura dei soldati come un "atto di guerra" da parte del Libano, dichiarando che "elementi da nord e da sud cercano di minacciare la nostra stabilità. Costoro pagheranno un duro prezzo." ed ha promesso una "risposta molto dolorosa e a largo raggio". Israele ha accusato il governo libanese di essere responsabile del raid, poiché proveniente dal territorio libanese e Hezbollah aveva due ministri che hanno servito il governo libanese in quel periodo.

In risposta, il Primo Ministro libanese Fouad Siniora ha negato di essere a conoscenza dei fatti ed ha condannato l'accaduto. Una riunione d'emergenza del governo libanese ha riaffermato questa posizione. Il presidente libanese filo-siriano Émile Lahoud ha promesso che appoggerà il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno attaccato bersagli entro il Libano con artiglieria e bombardamenti aerei ore prima che il governo israeliano si riunisse per discutere una reazione condivisa. Più tardi in quel giorno, il governo decide di autorizzare il Primo Ministro e il Ministro della difesa a portare avanti il piano proposto per l'azione militare in territorio libanese. La decisione ha inoltre enfatizzato la richiesta del Primo Ministro Olmert alla IDF di evitare il più possibile vittime civili. Il Capo di Stato Maggiore di Israele Dan Halutz ha dichiarato che "se i soldati non saranno riconsegnati, riporteremo il Libano indietro di 20 anni", mentre il comandante della regione Nord Udi Adam ha detto che "questo affare è tra Israele e lo Stato del Libano. Dove attaccare? Una volta entro il territorio libanese, ogni cosa è legittimata - non solo il sud del Libano, non solo la linea delle postazioni Hezbollah." Il 12 luglio 2006, il governo israeliano ha promesso che Israele "risponderà aggressivamente e duramente contro coloro che hanno perpetrato, e che sono responsabili, dell'azione di oggi. Il comunicato del governo dichiara, in parte, che "il governo libanese è responsabile dell'azione che ha avuto origine nel suo territorio".

Il 16 luglio, il governo israeliano ha emesso un comunicato in cui spiegava che anche se Israele è impegnato in operazioni militari entro il Libano e che la sua guerra non è contro il governo libanese.

L'operazione militare ha avuto come nome in codice "Giusta Retribuzione", successivamente modificato in "Cambio di direzione" (in inglese: Operation Change of Direction; in ebraico: 'שינוי כיוון').

Durante la campagna, Hezbollah ha sparato tra i 3.970 e i 4.228 razzi. Circa il 95% di questi erano razzi Katyusha da 122 mm, con una testata da 30 kg ed una gittata fino a 30 km Si stima che il 23% di questi razzi abbiano colpiti aree con edifici, principalmente residenziali. Fra le città colpite, Haifa, Hadera, Nazaret, Tiberiade, Nahariya, Safed, Shaghur, Afula, Qiryet Shmona, Beit She'an, Karmiel e Maalot, dozzine di kibbutz, moshav, drusi e villaggi arabi, oltre che il nord della Cisgiordania. Hezbollah ha anche ingaggiato una guerriglia con le IDF, attaccando da posizioni ben fortificate. Questi attacchi perpetrati con piccole unità ben armate hanno causato seri problemi all'IDF, specialmente attraverso l'uso di sofisticati missili anticarro (ATGM) di fabbricazione russa. 52 carri armati Merkava sono stati danneggiati (principalmente da differenti tipi di ATGM), i razzi hanno penetrato 22 carri, ma solo 5 sono stati distrutti. Hezbollah ha causato un numero supplementare di vittime usando gli ATGM per far collassare gli edifici in cui le truppe israeliane si rifugiavano.

Dopo la reazione iniziale di Israele, Hezbollah ha proclamato l'allerta generale. È stato stimato che Hezbollah era in possesso di 13.000 razzi all'inizio del conflitto. Il giornale israeliano Haaretz ha descritto Hezbollah come fanteria addestrata, abile, ben organizzata e altamente motivata che è stata equipaggiata con il top delle armi moderne provenienti dagli arsenali di Siria, Iran, Russia e China. La televisione satellitare libanese al-Manar ha riportato che per gli attacchi sono stati utilizzati razzi Fajr-3 e Ra'ad 1, missili a combustibile liquido sviluppati dall'Iran.

Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha difeso gli attacchi, dicendo che Hezbollah ha "evitato di colpire i civili, ma potremmo esservi costretti, perché se Israele supera certi limiti, faremo lo stesso" Hezbollah si è scusata per aver versato sangue musulmano, e ha esortato gli arabi della città israeliana di Haifa ad andarsene. Hezbollah ha continuato ad usare razzi non guidati per colpire il nord di Israele.

Durante la campagna, l'aeronautica israeliana ha effettuato più di 12.000 missioni di combattimento, la marina israeliana ha sparato 2.500 missili, e l'esercito israeliano ha sparato oltre 100.000 proiettili. Una larga parte delle infrastrutture civili libanese sono state distrutte, inclusi oltre 600 km di strade, 73 ponti e 31 altri obiettivi come l'aeroporto internazionale di Beirut, porti, impianti di depurazione delle acque, centrali elettriche, 25 stazioni di benzina, 900 strutture commerciali, più di 350 scuole e 2 ospedali, oltre che 15.000 case. Più di 130.000 case sono state danneggiate. Il settore rurale del Libano ha riportato danni per 280 milioni di dollari.

Il Ministro della difesa israeliano Amir Peretz ha ordinato ai comandanti di preparare un piano di difesa per i civili. Un milione di israeliani sono rimasti nei pressi o all'interno di rifugi antiatomici o camere di sicurezza, mentre circa 250.000 civili hanno evacuato il nord di Israele per sistemarsi in altre aree del paese.

Mentre Israele ha inizialmente ritenuto responsabile il governo libanese per gli attacchi di Hezbollah a causa del fallimento nell'applicazione della Risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2004 che imponeva il disarmo di Hezbollah, il Libano ha condannato i raid aerei, dichiarando che il governo del Libano non li avrebbe perdonati, e che anche Israele ha la sua storia di disattenzione verso le risoluzione delle Nazioni Unite.

Il 31 luglio 2006, il presidente libanese Emile Lahoud ha dichiarato il suo pieno supporto ad Hezbollah. In un'intervista con la Australian Broadcasting Corporation dell'11 agosto, ha dichiarato che Hezbollah è "complementare all'esercito ".

Anche se Israele non ha mai dichiarato guerra al Libano, ed ha attaccato solo istituzioni del governo libanese sospettate di essere usate da Hezbollah, il governo libanese ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo del conflitto. Il 14 luglio 2006, l'ufficio del Primo Ministro ha rilasciato una dichiarazione che invitava il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush a fare pressione su Israele per fermare i suoi attacchi in Libano e raggiungere un cessate il fuoco generale. In un comunicato televisivo del giorno dopo, Siniora ha richiesto "un immediato cessate il fuoco sostenuto dalle Nazioni Unite". Una bozza di risoluzione franco-americana che è stata influenzata dal Piano Siniora e che conteneva come condizioni il ritiro di Israele, azioni militari e mutuo rilascio di prigionieri è stato rigettato per inadeguatezza. Molti libanesi hanno accusato il governo degli Stati Uniti di far rimanere in stallo la risoluzione per un cessate il fuoco e di supportare Israele; in un sondaggio condotto nelle prime due settimane del conflitto, l'8% degli interpellati sentivano che gli Stati Uniti avrebbero supportato il Libano, mentre l'87% supportava la lotta di Hezbollah contro Israele. Dopo il bombardamento di Cana, Siniora ha snobbato il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice cancellando un incontro con lei e ringraziando Hezbollah per i suoi "sacrifici per l'indipendenza e la sovranità del Libano". Il 7 agosto 2006 il piano a sette punti è stato esteso per includere l'impiego di 15.000 soldati dell'esercito libanese per colmare il vuoto tra il ritiro delle truppe israeliane e il dispiegamento dell'UNIFIL.

Durante il raid israeliano su Tiro, l'esercito libanese ha informato di alcuni lanci di missili terra-aria verso elicotteri israeliani, con fuoco di reazione e distruzione di un M113 trasporto truppe libanese.

Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti in guerra sono obbligate a distinguere tra combattenti e civili, assicurandosi che gli attacchi su legittimi obiettivi militari sia proporzionali, e garantendo che il vantaggio militare di questi attacchi non abbia più peso del possibili danni ai civili. La violazione di queste leggi sono considerate crimini di guerra.

Vari gruppi ed individui sono stati accusati sia da Israele che da Hezbollah di aver violato queste leggi durante il conflitto, e avvisati dei possibili crimini di guerra. Queste dichiarazioni includono attacchi intenzionali contro popolazioni o infrastrutture civili, attacchi sproporzionati o indiscriminati, uso di scudi umani e armi proibite. Nessuna accusa formale è stata formulata contro alcun gruppo.

Amnesty International ha contattato sia Hezbollah che Israele nel tentativo di far cessare gli attacchi ai civili durante il conflitto, ed ha criticato gli attacchi contro villaggi ed infrastrutture civili da parte di Israele. Inoltre, hanno identificato l'uso da parte delle IDF di bombe al fosforo bianco in Libano. La Human Rights Watch ha condannato entrambe le parti in causa per non aver distinto tra civili e combattenti, violando il principio di distinzione, ed accusando entrambe di aver commesso crimini di guerra. Human Rights Watch ha criticato l'uso da parte di Hezbollah di razzi Katyusha non guidati, e l'uso di Israele di inaffidabili bombe cluster anche in zone vicine ad aree civili, suggerendo che abbiano deliberatamente bersagliato i civili. Jan Egeland, capo dei servizi umanitari delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la risposta di Israele ha violato il diritto internazionale umanitario, e ha criticato Hezbollah per essersi "codardamente mescolati tra donne e bambini".

Israele si è difeso dichiarando di aver tentato di evitare di colpire i civili, ed ha distribuito volantini invitando i civili residenti ad evacuare, ma che Hezbollah ha sparato da aree civli, rendendo queste aree bersagli legittimi, e che ha usato i civili come scudi umani. Comunque, sia Amnesty International che Human Rights Watch non hanno trovato casi in cui Hezbollah ha usato civili come scudi umani. Israele ha anche sostenuto che le infrastrutture civili sono state usate da Hezbollah per scopi militari, ma Amnesty International ha identificato la distruzione di interi quartieri civili e villaggi da parte delle forze israeliane, attacchi a ponti senza valore strategico, e attacchi a infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, ed ha chiesto se il "vantaggio militare anticipato dalla distruzione" di infrastrutture civili sia stato "misurato contro il probabile effetti sui civili". Amnesty ha inoltre dichiarato che le azioni israeliane hanno suggerito una "politica di punizione sia del governo libanese che della popolazione civile".

Il numero di vittime di Hezbollah è difficile da accertare, con dichiarazioni e stime da parte di diversi gruppi e cifre che vanno da 250 a 1.000 morti. La leadership di Hezbollah ha dichiarato che 250 dei propri guerriglieri sono stati uccisi durante il conflitto, mentre Israele ha stimato che le sue forze hanno ucciso 600 guerriglieri Hezbollah. Inoltre, Israele ha dichiarato di avere i nomi di 532 guerriglieri Hezbollah morti. Una stima ufficiale delle Nazioni Unite rende noto che sono stati uccisi 500 guerrieri Hezbollah, mentre per le stime ufficiali del governo libanese i guerriglieri uccisi sono stati più di 500. Una relazione della Stratfor cita "fonti in Libano" per stimare che i morti Hezbollah siano "più di 700 con molti di più che se ne stanno per andare", mentre lo studioso di storia militare John Keegan stima che la cifra potrebbe essere più di 1.000.

Il numero di vittime civli libanesi è difficile da definire con esattezza, poiché la maggior parte delle cifre pubblicate non distingue tra civli e miliziani, incluse quelle rilasciate dal governo libanese. Inoltre, i guerriglieri Hezbollah possono essere difficili da identificare, poiché molti di essi non vestivano uniformi militari. Ad ogni modo, è stato largamente riportato che la maggior parte dei morti libanese erano civili, e l'UNICEF ha stimato che il 30% di questi erano bambini sotto i 13 anni.

La polizia libanese e il Ministro della salute libanese, citando ospedali, certificati di morte, autorità locali e testimoni oculari, fissa il numero di morti a 1.123 — 37 soldati e ufficiali di polizia, 894 vittime identificate e 192 non identificat. Il Lebanon Higher Relief Council (HRC) ha fissato il numero di morti libanesi a 1.191, citando il ministero della salute e la polizia, ed altre agenzie governative. Il Human Rights Watch, basandosi su investigazioni proprie, ha stimato il numero di morti in 1.119, includendo civili, personale militare e miliziani, mentre l'Associated Press stima che la cifra è di 1.035, Nel febbraio 2007, il Los Angeles Times ha riportato che almeno 800 libanesi sono morti duranti i combattimenti, ed altri articoli hanno stimato che la cifra sia di almeno 850. L'enciclopedia Encarta, nella sua voce su Israele, afferma che "le stime variano da circa 850 a 1.200", mentre dà una cifra di "più di 1.200 nella sua voce sul Libano. Il Lebanon Higher Relief Council ha stimato che il numero di libanesi feriti sia di 4.409, il 15% dei quali permanentemente disabili.

Il numero dei morti stimato non include i libanesi uccisi dopo la fine della guerra da mine terrestri o bombe cluster israeliane inesplose. Finore, questi ordigni hanno ucciso 29 persone e ferite 215 — 90 dei quali bambini.

Le cifre per le truppe uccise delle Forze di Difesa Israeliane variano da 116 a 120. Il ministro degli Affari Esteri israeliano ha dato due differenti cifre: 117 e 119, dove la seconda tiene conto di due morti delle forze armate israeliane avvenute dopo che il cessate il fuoco è entrato in vigore. È stato stimato che 450 soldati israeliani sono stati feriti in Libano.

I razzi Hezbollah hanno ucciso 43 civili israeliani durante il conflitto, inclusi quattro morti causate da attacchi cardiaci durante gli attacchi con razzi. Inoltre, 4.262 civili sono rimasti feriti – 33 in modo grave, 68 moderatamente, 1.388 leggermente e 2.773 sono stati curati per shock e ansia. Secondo l'Human Rights Watch, "queste bombe hanno ucciso "solo" 43 civili, ma questo dice molto circa la disponibilità di sistemi di allerta e rifugi per i bombardamenti nel nord di Israele e l'evacuazione di più di 350.000 persone in seguito alle intenzioni di Hezbollah".

Il 13 luglio 2006, e ancora il 15 luglio 2006, la Heyl Ha'Avir ha bombardato la centrale termoelettrica di Jiyeh, 30 km a sud di Beirut, a seguito del quale si è riversata in mare una grande quantità di petrolio, la più grande mai riversata nel Mar Mediterraneo. I serbatoi di stoccaggio dell'impianto danneggiati hanno riversato tra le 10.000 e le 15.000 tonnellate di greggio nel Mediterraneo orientale. Una chiazza di petrolio larga 10 km ha coperto 170 km di costa, ed ha minacciato le coste di Turchia e Cipro. La chiazza ha ucciso molti pesci, tra cui il Thunnus thynnus, una specie già vicina all'estinzione nel Mediterraneo, ad ha minacciato l'habitat della tartaruga verde marina, in pericolo di estinzione. Ha anche potenzialmente incrementato il rischio di cancro nell'uomo. Altre 25.000 tonnellate di petrolio sono bruciate nella centrale termoelettrica, creando una "nube tossica" da cui poi ha piovuto petrolio. Il governo libanese ha stimato che il tempo necessario per un recupero completo sarà di 10 anni. Le Nazioni Unite hanno stimato il costo per il risanamento iniziale in 64 milioni di dollari.

Gli attacchi con razzi di Hezbollah hanno causato numerosi incendi nelle foreste del nord di Israele, in particolare sulla catena montuosa Naftali vicino Kiryat Shmona. Sono stati distrutti dai razzi di Hezbollah circa 16.500 acri di terra (67 km2), inclusi foreste e pascoli. La Jewish National Fund ha stimato che saranno necessari da 50 a 60 anni per riabilitare le foreste.

Il conflitto ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo a causa dei danneggiamenti alle infrastrutture e per il rischio di una escalation della crisi, e ha del pari provocato un insieme di dichiarazioni di sostegno e di critiche sia per Hezbollah, sia per Israele. Il governo di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Australia, e Canada, hanno affermato il diritto di Israele di autodifendersi. Il governo degli Stati Uniti ha risposto ulteriormente, autorizzando la richiesta israeliana di inviare una spedizione di missili guidati, ma la decisione non è stata annunciata pubblicamente. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha dichiarato che il conflitto fa parte della guerra al terrorismo.

Tra le vicine nazioni del Vicino Oriente, Iran, Siria e Yemen hanno fortemente appoggiato Hezbollah, mentre la Lega araba, l'Egitto e la Giordania hanno espresso dichiarazioni di condanna per la reazione di Israele. e hanno criticato l'azione di Hezbollah L'Arabia Saudita ha individuato Hezbollah come il solo responsabile.

Molte proteste a livello mondiale e dimostrazioni di piazza hanno chiesto un immediato cessate il fuoco da entrambe le parti ed hanno espresso preoccupazione per le pesanti perdite civili da entrambe le parti. Altre dimostrazioni sono state tenute esclusivamente in favore di Libano o di Israele. Con gli stessi contenuti sono state fatte numerose campagne pubblicitarie sui giornali, sono stati inviate SMS e-mail e sono state presentate petizioni online. Anche Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte il cessate il fuoco.

Vari governi stranieri hanno assistito l'evacuazione dei loro cittadini dal Libano. e l'Italia ha inviato C-130 che hanno garantito il reimbarco di cittadini che si trovavano in Libano al momento dell'avvio delle azioni belliche israeliane.

Per fare fronte all'inquinamento del mare e delle coste provocato dal bombardamento della centrale termoelettrica di Jiyeh, il Ministro dell'Ambiente libanese ha richiesto l'intervento degli Stati del Mediterraneo aderenti alla Convenzione di Barcellona, molti dei quali hanno fornito dotazioni e finanziamenti per la bonifica, avvenuta negli ultimi mesi del 2006. L'Italia ha partecipato con un aereo ed un pattugliatore della Guardia Costiera, con un mezzo disinquinante del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e la consulenza scientifica di APAT, ICRAM e diverse ARPA.

Il 20 luglio 2006, il Congresso degli Stati Uniti ha votato all'unanimità il "diritto all'auto-difesa" di Israele.

I termini per un cessate il fuoco sono stati rivisti numerose volte durante il corso del conflitto, poiché sono occorse diverse settimane prima che ci fosse un accordo definitivo tra le due parti. Hezbollah ha mantenuto il desiderio di un cessate il fuoco incondizionato, mentre Israele ha insistito per un cessate il fuoco condizionato. Tra le condizioni, il ritorno dei due soldati presi come ostaggio da Hezbollah. Il Libano si è frequentemente appellato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché si giungesse a un immediato e incondizionato cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah. A differenza delle richieste libanesi a sostegno del cessate il fuoco, gli Stati Uniti e il Regno Unito, sperando che Hezbollah fosse sgominato, hanno ostacolato il processo per il cessate il fuoco. John Bolton ha confermato che USA e Regno Unito, con il sostegno di numerosi leader arabi, hanno ritardato il processo per il cessate il fuoco. Gli ostacoli per il raggiungimento delle ostilità sono cessati solo quando è diventato evidente che Hezbollah non poteva essere facilmente sconfitto.

L'11 agosto 2006, il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la risoluzione 1701 perché cessassero le ostilità. Esso fu accettato dal governo libanese e da Hezbollah il 12 agosto 2006, e dal governo israeliano il 13 agosto 2006. Il cessate il fuoco è entrato in vigore alle 8:00 (5:00 GMT) del 14 agosto 2006.

Prima del cessate il fuoco, i due membri del governo appartenenti a Hezbollah hanno dichiarato che la loro milizia non avrebbe disarmato le aree a sud del fiume Litani, in accordo con un altro membro anziano del governo libanese, mentre un alto ufficiale Hezbollah ha del pari negato qualsiasi intenzione di disarmare nel sud del Libano. Israele ha dichiarato di avere intenzione di bloccare il ritiro dal sud del Libano se le truppe libanesi non fossero state dispiegate in quest'area entro pochi giorni.

In seguito al cessate il fuoco ottenuto con l'intermediazione delle Nazioni Unite ci sono stati vari responsi riguardo chi aveva lucrato maggiormente a causa della guerra. Iran e Siria hanno proclamato la vittoria di Hezbollah, mentre le amministrazioni di Israele e Stati Uniti hanno dichiarato che Hezbollah ha perso il conflitto. Inizialmente, in un sondaggio effettuato da una stazione radio israeliana, gli israeliani sono stati divisi su questo, con la maggioranza che ha creduto in nessuna vittoria da parte di nessuno. Al 25 agosto 2006, il 63% degli israeliani intervistati voleva le dimissioni di Olmert per via della sua gestione della guerra.

Lo storico militare britannico John Keegan ha concluso che l'esito della guerra è stato "mal riportato come una sconfitta di Israele" da pregiudizi anti-israeliani nei media internazionali. Israele ha subito percentualmente meno perdite fra le sue truppe che durante la sua vittoria nella Guerra dei Sei giorni.

Il The Economist ha concluso che, sopravvivendo a questo asimmetrico conflitto militare, Hezbollah è efficacemente emersa da questo conflito con una vittoria politica e militare. Si cita il fatto che Hezbollah è stato in grado di sostenere le sue difese sul suolo del Libano ed infliggere attacchi con razzi su civili israeliani in confronto a campagne punitive aeree e terrestri delle IDF. Inoltre, gli obiettivi dichiarati di Israele all'inizio del conflitto, ovvero il recupero dei due soldati sequestrati e la distruzione della capacità militare di Hezbollah, non sono stati raggiunti. Hezbollah sta conducendo uno sforzo per la ricostruzione del sud di Beirut e del Libano sfruttando un "illimitato" supporto da parte dell'Iran. Comunque, data la reazione delle forze militari israeliane, che ha causato vaste distruzioni del sud del Libano, e data la nuova forza ONU che ha occupato quella che un tempo era l'area controllata da Hezbollah, il conflitto è generalmente visto come una leggera sconfitta di Hezbollah. Khairi Abaza ha scritto nella versione libanese (in inglese) del Daily Star: «la stessa manipolazione strategica dell'opinione pubblica può essere vista nella "vittoria" di Hezbollah contro Israele nell'estate del 2006. Ma cos'era questa vittoria? Una vittoria che ha lasciato sul campo 1.200 vittime libanesi, che ha portato miliardi di dollari di danni e perdite nel settore turistico, e la presenza delle truppe delle Nazioni Unite nel sud del Libano? Con tale bilancio, come può Hezbollah e suoi supporter arabi ingannare il pubblico arabo e proclamare la vittoria...? Si, il segretario generale del partito, Sayyed Hasan Nasrallah, è stato lasciato al suo posto... ma ciò è abbastanza quando le loro nazioni e le loro genti sono state sottoposte a violenze?». Il 27 agosto, Hasan Nasrallah si è scusato con il popolo libanese per l'incidente che ha dato il via alla guerra, dicendo: «Se avessimo saputo che la cattura dei soldati avrebbe portato a questo, certamente non lo avremmo fatto». Questa dichiarazione è stata fatta il giorno prima della visita del Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan in Libano, Il 22 settembre, migliaia di supporter di Hezbollah si sono raccolti a Beirut per una manifestazione di vittoria. Nasrallah ha dichiarato che Hezbollah avrebbe dovuto celebrare la "vittoria divina e strategica".

Il Primo Ministro israeliano Olmert ha ammesso al Knesset che ci sono stati degli errori nella guerra in Libano, sebbene ha ritenuto la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU un risultato per Israele, che potrebbe riportare a casa i soldati presi in ostaggio, ed ha dichiarato che le operazioni hanno alterato il bilanciamento strategico di Hezbollah nella regione. Il Capo di Stato Maggiore di Israele Dan Halutz ha ammesso di aver fallito nel conflitto. Il 15 agosto, il governo israeliano ed altri membri del Knesset hanno chiesto le dimissioni di Halutz in seguito allo scandalo delle azioni, nel quale Halutz ha ammesso di aver venduto azioni ore prima dell'offensiva israeliana. Halutz ha successivamente rassegnato le dimissioni il 17 gennaio 2007 in seguito alle critiche sulla sua condotta durante la guerra.

Il 21 agosto, un gruppo di soldati israeliani della riserva smobilitati e i genitori dei soldati uccisi in combattimento hanno dato vita ad un movimento di protesta richiedendo le dimissioni di Ehud Olmert e l'insediamento di una commissione d'inchiesta di stato che indagasse sui fatti accaduti. Hanno sistemato un presidio con accampamento di fronte al Knesset, che è cresciuto fino ad ospitare oltre 2.000 sostenitori il 25 agosto, incluso l'influente Movimento per la qualità del governo. Il 28 agosto, Olmert ha annunciato che non ci sarà alcuna commissione indipendente di stato o di governo, ma solo due ispezioni interne che indagheranno su fatti politici e militari (in particolare sulle azioni delle IDF), più una terza che indagherà sull'Home Front, che sarà annunciata in seguito.. Queste avranno un mandato più limitato e meno autorità di una singola commissione d'inchiesta presieduta da un giudice che si è ritirato. Le commissioni politiche e militari sono state presiedute dall'ex direttore del Mossad Nahum Admoni e dall'ex Capo di Stato Amnon Lipkin-Shahak, rispettivamente. I critici hanno protestato che queste commissioni sono solo un modo per sviare l'attenzione attraverso indagini superficiali, a causa del limitato scopo investigativo, delle auto-designazioni e del fatto che nessuna di esse sarà presieduta da un giudice ritirato.

In seguito a queste pressioni, l'11 ottobre, Admoni è stato sostituito dal giudice fuori servizio Eliyahu Winograd come presidente dell'inchiesta politica, e l'inchiesta stessa è stata elevata a status di commissione governativa con un mandato vicino a quello di una commissione di stato, la Commissione Winograd. Il 12 settembre, l'ex ministro della difesa Moshe Arens ha parlato di "sconfitta di Israele" nella richiesta di una commissione di stato d'indagine. Ha dichiarato che Israele ha perso "un piccolissimo gruppo di persone, 5000 guerriglieri Hezbollah, che non dovrebbero essere molto per le IDF", ed ha affermato che il conflitto avrebbe potuto avere "conseguenze fatali per il futuro". Reso pubblico il suo intento di dimettersi presto, Ilan Harari, l'ufficiale responsabile dell'addestramento delle IDF, ha dichiarato in una conferenza di ufficiali anziani delle IDF che Israele aveva perso la guerra, divenendo il primo ufficiale anziano in attività a rendere nota la sua opinione. Il Maggior Generale delle IDF Yiftah Ron Tal, il 4 ottobre 2006 è diventato il secondo alto ufficiale ad esprimere la sua opinione che le IDF avevano fallito nel raggiungere la vittoria contro Hezbollah, chiedendo contestualmente le dimissioni di Dan Halutz. Ron-Tal è stato successivamente licenziato per aver esposto questo ad altri critici commenti. Hezbollah è stato rapido nell'usare le scoperte del rapporto Winograd e rafforzare la sua dichiarazione di vittoria sull'enorme superiorità militare di Israele e per criticare il governo libanese sulla gestione del conflitto.

Nel marzo 2007, il Comitato ministeriale per i simboli e le cerimonie ha deciso che il conflitto era da definirsi come guerra, in seguito alle pressioni subite dalle famiglie dei soldati uccisi. Due giorni dopo, il Comitato ha deciso di chiamare la guerra "seconda guerra del Libano", decisione che è stata successivamente approvata dal governo israeliano.

In Siria, la guerra ha portato ad una politica più belligerante nei confronti di Israele. Alla fine del 2006 il presidente Bashar al-Asad ha minacciato di colpire Israele se non si fosse ritirato dal Golan, dichiarando: "le tue bombe atomiche non ti proteggeranno".

Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha messo in dubbio le dichiarazioni di vittoria di Hezbollah "quando allo stesso tempo erano al sicuro entro il sud del Libano, ed ora stanno per essere rimpiazzati da un esercito libanense e da una forza internazionale". All'UNIFIL è stato dato un mandato ulteriore, che include la possibilità di usare la forza per assicurare che la propria area d'operazione non venga utilizzata per attività ostili, e per tentare con la forza di prevenire l'impossibilità di espletare i propri doveri.Comunque, nell'aprile del 2007, l'amministrazione Bush ha ridescritto l'esperienza di Israele nella guerra. Ha descritto la Guerra d'estate come una "sconfitta strategica" che non è riuscita a raggiungere gli obiettivi militari, accumulando una diffusa condanna su di essa, e facendo venir meno il "mito dell'invincibilità dell'esercito di Israele". I combattimenti hanno causato un enorme dissesto finanziario per il Libano, con una stima che varia da 7 a 15 miliardi di dollari in costi diretti, mentre il costo per Israele è stimato da 1,6 a 3 miliardi di dollari. Per questo un commentatore del quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat (Medio Oriente) ha messo in dubbio le dichiarazioni di vittoria di Hezbollah. Secondo un analista dell'Associated Press, la principale vittima è stata la fragile unità tra i gruppi politici del Libano, anche se un pezzo sull'Asia Times ha puntato sul supporto ad Hezbollah del Movimento Patriottico Libero comandato da Michel Aoun con la fornitura di case per gli spostamenti degli sciiti come un evidente rafforzamento delle relazioni.

Il desiderio libanese di emigrazione è aumentato dall'inizio della guerra. Più di un quinto degli sciiti, un quarto dei sunniti e quasi la metà dei maroniti hanno espresso il desiderio di lasciare il Libano. Circa un terzo dei maroniti ha già richiesto un visto alle ambasciate straniere, ed altri 60.000 cristiani hanno già lasciato il paese, all'aprile 2007. I cristiani libanesi sono preoccupati che la loro influenza sia in declino, temendo l'apparente incremento del fondamentalismo islamico, e preoccupati dalla potenziale rivalità con i sunniti e sciiti.

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Rotte dei migranti africani nel Mediterraneo

La barriera tra Spagna e Marocco.

Sin dall'inizio degli anni Novanta il Mediterraneo è attraversato da diverse rotte migratorie, i cui flussi sono aumentati di pari passo con la chiusura delle frontiere degli Stati europei attraverso l'instaurazione di un regime di visti di ingresso particolarmente restrittivo verso i Paesi poveri. Il mare viene attraversato su imbarcazioni di fortuna, spesso vecchi pescherecci, barche in vetroresina o gommoni di tipo Zodiac. I principali punti d'ingresso sono le coste spagnole, italiane e greche. Mediamente, in un anno, non più di 60.000 persone attraversano il Mediterraneo. Secondo l'Unhcr, i flussi sono misti, composti cioè di migranti economici e rifugiati politici..

Le rotte principali sono una decina. La più antica, collega la costa del Marocco alla Spagna, attraverso lo stretto di Gibilterra, e si è andata dilatando negli anni, al punto che oggi molte imbarcazioni partono direttamente dalla costa oranese dell'Algeria, sempre verso l'Andalusia e talora verso le isole Baleari. La Spagna ha una seconda rotta, quella che parte dalla costa atlantica africana (Marocco, Sahara occidentale, Mauritania, Senegal, Gambia e Guinea) fino all'arcipelago delle isole Canarie. Nel Mediterraneo centrale le rotte sono quattro. La più battuta parte dalle coste occidentali libiche, tra Tripoli e Zuwarah, puntando verso Lampedusa, la Sicilia e Malta. Parallele a questa, altre due rotte collegano il litorale tunisino tra Sousse e Monastir a Lampedusa, e la costa nord tra Biserta e Capo Bon a Pantelleria. Dall'Egitto invece partono alcuni dei pescherecci che giungono nella Sicilia orientale e in Calabria. Infine, a partire dal 2006, una nuova rotta collega Algeria e Sardegna, partendo dalla costa nei pressi della città di Annaba. In passato invece era Malta a costituire un importante punto di passaggio. Migliaia di migranti ogni anno atterravano sull'isola con un visto turistico e da lì venivano imbarcati clandestinamente verso le coste siciliane. Nel Mediterraneo orientale in fine, le rotte marittime collegano la costa della Turchia alle vicine isole greche del Mar Egeo, in particolare Samos, Mitilini, Chios, e Farmokonissi. Sull'isola greca di Creta invece arrivano, in misura minore, imbarcazioni salpate dalla costa egiziana. Alla fine degli anni Novanta e inizio Duemila, migliaia di profughi kurdi salpavano direttamente dalle coste turche verso la Calabria. Una rotta che ancora nel 2007 ha portato un migliaio di persone sulle coste della Locride. Sulla rotta che negli anni Novanta collegava l'Albania alla Puglia invece, non hanno mai viaggiato migranti africani.

I flussi migratori nel Mediterraneo valgono un giro d'affari di centinaia di milioni di euro l'anno. Il prezzo dei viaggi varia da frontiera a frontiera, ma si aggira tra i 500 e i 2.000 dollari. Sebbene esistano viaggi autoorganizzati dagli stessi migranti, la maggior parte delle partenze è controllata da alcune organizzazioni, ognuna delle quali si occupa del passaggio di una frontiera. Ogni nazionalità ha i suoi connection man, che mettono in contatto il candidato all'emigrazione clandestina con il passeur e con la rete di persone che lo ospiterà e lo trasporterà al luogo di imbarco. Sconti particolari vengono fatti a chi si offre volontario per guidare le imbarcazioni, che per questo sono spesso affidate a capitani senza nessuna esperienza di mare. Anche per questo aumentano le vittime. Secondo Fortress Europe, almeno 8.905 persone sarebbero annegate sulle rotte migratorie del Mediterraneo e dell'Atlantico dal 1988, stando alle sole notizie riportate dalla stampa. Le vittime in mare sono aumentate anche per l'evolversi delle rotte, che negli ultimi anni sono diventate più lunghe e pericolose, al fine di evitare gli intensificati pattugliamenti anti immigrazione, dal 2006 coordinati dall'agenzia europea Frontex ed esternalizzati nelle acque territoriali di alcuni Paesi di transito, come Turchia, Egitto, Libia, Algeria, Marocco, Mauritania e Senegal.

Parallelamente al contrasto della migrazione via mare, si è assistito alla criminalizzazione del soccorso in mare. In particolare con i processi ad Agrigento alla Cap Anamur e ai pescatori tunisini, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver soccorso dei naufraghi africani in mare e averli tratti in salvo in porti italiani.

Fin dalla fine degli anni Ottanta le acque dello stretto di Gibilterra sono state attraversate da importanti flussi migratori, inizialmente composti prevalentemente da cittadini marocchini e algerini, e in un secondo momento anche dell'Africa sub-sahariana. Oggi i punti di partenza interessano tutta la costa tra Larache e Hoceima, in Marocco, e tra Ghazaouet e Mostaganem in Algeria. Gli sbarchi avvengono sulla costa spagnola andalusa tra Cadiz e Almeria. Dal 2007 anche sulle isole Baleari. La traversata si effettua su piccole imbarcazioni e gommoni Zodiac. Nonostante il breve tratto di mare, dal 1988 le vittime sarebbero almeno 1.686.

I passeggeri sono marocchini, algerini e poi sub-sahariani dell'Africa occidentale e centrale. Per entrare in Marocco, i migranti sub-sahariani attraversano l'Algeria fino ad attraversare illegalmente la frontiera tra Maghnia e Oujda. La frontiera tra i due paesi ufficialmente è chiusa. Tuttavia passare la frontiera è estremamente semplice, a piedi o a bordo dei taxi locali. Oujda, nel nord est del Marocco, è anche il capolinea delle deportazioni dei migranti sub-sahariani arrestati in mare dalle autorità marocchine o rastrellati a El Ayun, Rabat e Casablanca durante le retate della polizia. I candidati all'emigrazione clandestina vengono così preventivamente arrestati e semplicemente abbandonati lungo la frontiera algerina, da dove raggiungono a piedi la bidonville alle porte della vicina città di Maghnia, oppure ritornano a Oujda, spesso minacciati dalla stessa polizia di frontiera algerina.

Nel 2007, nelle acque tra Spagna e Marocco si sono tenuti pattugliamenti europei congiunti, sotto l'egida di Frontex, denominati missione Indalo. Anche la marina reale marocchina effettua pattugliamenti anti emigrazione. Secondo testimonianze raccolte da Amnesty International e Human Rights Watch, il 28 aprile 2008 una nave della Marina reale marocchina avrebbe affondato un gommone carico di migranti subsahariani, causando la morte di almeno 28 persone, al largo di Hoceima. Con il Marocco, la Spagna ha stretto accordi di riammissione che vengono applicati anche ai minori non accompagnati.

Dopo la militarizzazione della costa marocchina e la dura repressione del 2005 nelle valli intorno a Ceuta e Melilla, le rotte dell'emigrazione si sono concentrate sulle isole Canarie - che nel 2006 hanno accolto la cifra record di 31mila immigrati - e i punti di imbarco si sono spostati sempre più a sud, dalla Mauritania al Senegal, su rotte più lunghe e pericolose per evitare i pattugliamenti navali di Frontex.

Ceuta e Melilla sono due città autonome spagnole situate nel Nord-Africa, circondate dal Marocco, situate sulla costa del mar Mediterraneo vicino allo stretto di Gibilterra, con una superficie di poche decine di chilometri quadrati. Per i migranti provenienti dall'Africa sub-sahariana, Ceuta e Melilla hanno rappresentato per tutti gli anni Novanta due porte d'ingresso per la Spagna e l'Unione europea. Per questo le due città sono state separate dal territorio marocchino da una doppia rete metallica alta inizialmente tre metri e poi raddoppiata a sei. Costruita nel 1997 a Ceuta e nel 1998 a Melilla, la recinzione è costata 20 milioni di euro, finanziati dall'Unione europea. Nell'estate e autunno del 2005 si registrarono massicci assalti alle reti, di gruppi di centinaia di uomini. Gli assalti vennero respinti a mano armata. In pochi mesi i colpi di arma da fuoco delle Forze ausiliarie marocchine e della Guardia Civil spagnola causarono 13 morti a Melilla e 4 a Ceuta. Nell'ottobre del 2005, un migliaio di migranti arrestati dalle autorità marocchine nelle vallate intorno alle due città, vennero deportati e abbandonati in pieno deserto alla frontiera algerina, all'altezza di 'Ain Chouatar, vicino Bouarfa. Prima di ricevere soccorso, una ventina di loro morirono disidratati.

Prima della stagione di repressione inaugurata nel 2005 dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero, un migliaio di migranti sub-sahariani vivevano in accampamenti di fortuna sulle montagne intorno a Ceuta e Melilla. Circa 700 persone sul massiccio di Gourougou, davanti a Melilla, e almeno il doppio a Bel Younes, di fronte a Ceuta. Camerunesi, maliani e nigeriani erano i più numerosi.

Per saltare le reti della barriera, i migranti fabbricavano scale con i rami degli alberi e si imbottivano i vestiti per proteggersi dal filo spinato. Sin dal 2004, un rapporto di Médicins sans frontières denunciava gli abusi perpetrati dalla Guardia civil spagnola e dalle forze ausiliarie marocchine da entrambi i lati del confine. Dal 2006 il flusso si è notevolmente ridotto. Alcuni tentano di raggiungere via mare le spiagge delle due città spagnole. Ma la maggior parte degli emigranti si è concentrata sulle rotte per le Canarie o per l'Andalusia.

L'arcipelago delle isole Canarie (7 isole e sei isolotti minori), dista 108 km dal punto più vicino della costa africana, Tarfaya, in Marocco. A partire dal 1999 è una delle mete principali delle rotte dell'immigrazione africana via mare. Il numero di arrivi è salito di pari passo all'aumento dei pattugliamenti nello stretto di Gibilterra e a Ceuta e Melilla (dove nel 1998 veniva ultimata la doppia barriera lungo il confine). Nel 2002 si imbarcarono per le isole Canarie, dal Sahara occidentale e dal Marocco, 9.929 persone. Un boom rispetto alle poche centinaia di persone all'anno degli anni precedenti. Per la prima volta nel 2002 il numero di sbarchi alle Canarie superò quello della costa andalusa. Ma il record di arrivi venne registrato nel 2006, con oltre 31.000 persone, in grande maggioranza africani sub-sahariani, salpati non più soltanto dalle coste del Sahara occidentale, ma anche da Mauritania, Senegal e Gambia. Nel 2007 gli arrivi alle Canarie sono invece diminuiti del 60% e nel 2008 continuano a diminuire. Le vittime su questa rotta, sono almeno 2.053 dal 1999, secondo Fortress Europe.

La diminuzione degli arrivi è stata causata dall'intensificarsi dei pattugliamenti europei congiunti, coordinati dall'agenzia Frontex attraverso la missione Hera, che ha coinvolto anche le autorità di Marocco, Mauritania e Senegal. Secondo dati ufficiali, Frontex ha respinto verso le coste africane 12.864 migranti tra il 2006 e il 2007. Il costo preventivato da Frontex per la missione Hera è di 12 milioni di euro l'anno. Altri 87 milioni sono stati stanziati dall’Ue per il biennio 2007-08 per finanziare i rimpatri dei migranti sbarcati alle Canarie (16.000 tra il gennaio e l’agosto del 2007, per un costo di 10,8 milioni di euro, ovvero 675 euro a testa). Parallelamente la Spagna ha siglato accordi di riammissione con vari Paesi dell'Africa occidentale, prevedendo il rimpatrio dei migranti sbarcati irregolarmente. Come conseguenza è salito il numero di minori non accompagnati arrivati sull'arcipelago nel 2008, di solito protetti dalla Convenzione per i diritti del fanciullo.

Una dettagliata analisi del fenomeno dell'immigrazione alle isole Canarie è stata fatta dalla ong spagnola APDHA. Amnesty International ha invece curato un rapporto sulle condizioni dei migranti respinti in Mauritania dalle autorità spagnole. Sulle missioni Frontex nell'Atlantico è invece disponibile uno studio della ong tedesca Pro Asyl.

Dalla fine del 2006 le coste cagliaritane sono meta delle rotte dell'emigrazione algerina. I migranti partono dalla costa tra Annaba, Sidi Salem, Oued Bukrat e El Bettah. I migranti viaggiano a bordo di piccole barche in legno o vetroresina dotate di piccoli motori fuoribordo, a gruppi di 15-20 persone. Il tragitto copre circa 250 km e costa intorno ai 1.000 euro. Fino a pochi anni fa in Sardegna si arrivava soltanto nascosti sulle navi mercantili dirette a Cagliari. Il primo sbarco fu registrato il 30 agosto 2006. Una barca con 17 passeggeri approdò tra i turisti sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula, a Cagliari. Inizialmente si pensò ad un errore del timoniere. Ma da allora la rotta è sempre più battuta. 189 arrivi nel 2006, 1.500 nel 2007 e 766 nel primo semestre 2008. L'utilizzo di questo nuovo tragitto potrebbe essere legato all'intenso pattugliamento lungo le coste occidentali algerine, tra Ghazaouet e Mostaganem, nella provincia di Oran, noto punto di imbarco per le coste spagnole. Lungo le rotte tra l'Algeria e la Sardegna hanno perso la vita almeno 110 persone.

Nel 2007, nelle acque tra Algeria e Sardegna, l'agenzia europea Frontex ha coordinato una missione di pattugliamento congiunto nominata Hermes. Costata 1.890.000 euro, ha visto la partecipazione di Germania, Francia, Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Romania e Regno Unito, con il dispiegamento di 6 corvette, 5 elicotteri, 2 aerei e 17 esperti di polizia. In un mese di attività, dal 18 settembre al 9 ottobre 2007, sono stati intercettati 30 migranti. Nelle acque algerine, la marina militare algerina ha attivato a sua volta un dispositivo di pattugliamento e soccorso in mare.

Per la sua posizione geografica, l'Italia rappresenta uno dei punti di ingresso in Europa per la migrazione africana. A partire dagli anni Novanta le coste trapanesi e lampedusane hanno conosciuto gli sbarchi prima di tunisini, e poi di cittadini del Nord Africa e di tutta l'Africa sub-sahariana che raggiungevano la Tunisia per imbarcarsi alla volta di Lampedusa. E anche di cittadini dell'Asia, che facendo scalo, in aereo, a Malta, venivano poi imbarcati clandestinamente su vecchie imbarcazioni che li accompagnavano sulle coste della Sicilia orientale. La situazione cambia a partire dal 1998. Il 6 agosto di quell'anno viene firmato uno Scambio di note tra l'Italia e la Tunisia concernente l'ingresso e la riammissione delle persone in posizione irregolare. Alla Tunisia vengono inviati supporti tecnici ed operativi e un fondo di 15 miliardi di lire per tre anni. 500 milioni di lire sono dedicati alla realizzazione in Tunisia di centri di permanenza. Il giro di vite anti-emigrazione applicato dal governo tunisino non fa che spostare più a sud le partenze. L'emigrazione sub-sahariana scompare dalla Tunisia. L'ultimo paese di transito per arrivare in Italia è la Libia. Le partenze da allora si concentrano lungo le coste tra Zuwarah e Tripoli. Nel frattempo anche la situazione a Malta cambia. Dopo l'ingresso nell'Unione europea nel 2004, l'isola cessa di essere una base logistica per gli organizzatori delle traversate. Al contrario, diventa una meta per i migranti partiti dalla Libia. Gli arrivi aumentano a partire dal 2002. Anche se nella maggior parte dei casi si tratta di naufraghi finiti alla deriva e soccorsi dalla marina maltese. Dalla Libia nessuno vuole andare a Malta. Nell'isola infatti i nuovi sbarcati vanno incontro a una detenzione fino a 18 mesi in condizioni giudicate degradanti dallo stesso Parlamento Europeo.

In Sicilia, la maggior parte dei migranti arriva a Lampedusa. Ma gli sbarchi sono rari. Il dispositivo di pattugliamento in mare, a cui partecipano Guardia costiera, Guardia di finanza e Marina Militare, fa sì che quasi tutti i natanti siano intercettati in alto mare e quindi scortati a Lampedusa, dove i migranti sono trattenuti per un periodo che può andare dai 2 ai 15 giorni nel centro di prima accoglienza, da dove saranno poi inviati nei centri di prima accoglienza sparsi sul territorio italiano. L'utilizzo di Lampedusa come punto di smistamento è dovuto al fatto che l'isola è il punto ed il centro abitato più meridionale dello Stato italiano. Situata alla latitudine di 35°30' N, l'isola si trova più a sud di Tunisi e Algeri e dista solo 113 km dalla Tunisia. Il dispositivo di pattugliamento è rafforzato durante l'estate dalla missione Nautilus coordinata dall'agenzia europea Frontex.

Dopo una diminuzione per due anni consecutivi del numero degli arrivi, il dato è in forte aumento nel 2008. Nel primo semestre il numero degli arrivi è addirittura triplicato, con 11.949 persone arrivate in Sicilia contro i 3.158 dello stesso periodo nel 2007. Cambia anche la tipologia dei passeggeri. Più donne e richiedenti asilo. Sempre meno marocchini e egiziani. All’aumento degli arrivi corrisponde, inevitabilmente, un aumento delle vittime: 387 quelle documentate dalla stampa nel primo semestre 2008, contro le 556 di tutto il 2007. Dal 1988 le vittime del Canale di Sicilia sarebbero almeno 2.962. Il più grave naufragio fu il naufragio della F174, la notte di Natale del 1996, quando 14 miglia al largo di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, persero la vita 289 migranti chiusi nella stiva di una nave affondata durante una notte in tempesta dopo essere stata speronata dalla nave madre dalla quale erano stati trasbordati i passeggeri.

Nei primi sei mesi del 2008, secondo dati del Ministero dell'Interno, le prime dieci nazionalità dei migranti sbarcati in Sicilia erano: Somalia (2.556 persone), Nigeria (1.859), Tunisia (1.287), Ghana (853), Marocco (849), Egitto (557), Burkina Faso (290), Costa d'Avorio (277), Eritrea (240) e Togo (202). Secondo l'Acnur, il 60% delle 14.053 richieste d'asilo politico presentate in Italia nel 2007 provengono da migranti sbarcati sulle coste italiane. Il 10% delle domande viene accolto e il 47% riceve una protezione umanitaria. Il che significa che dei 20.455 migranti sbarcati in Italia nell'intero 2007, uno su quattro era un titolare di protezione internazionale. Le cifre sono molto ridotte rispetto ai 31,7 milioni di rifugiati censiti nel mondo dall'Acnur alla fine del 2007, la maggior parte dei quali è ospitato in Pakistan, Siria e Iran.

Ed è ridotta anche l'incidenza degli sbarchi sul fenomeno immigrazione in Italia. Secondo il Ministero dell'Interno, non più del 15% dei migranti oggi residenti in Italia senza permesso di soggiorno sarebbe arrivato via mare. Gli altri sono overstayers, sono cioè entrati in Italia con un visto turistico che hanno poi lasciato scadere. Nel 2007, a fronte dei 20.455 sbarchi, il governo italiano ha chiesto l'ingresso di 170.000 lavoratori stranieri e di 80.000 lavoratori stagionali, ovvero oltre dieci volte il numero degli arrivi in Sicilia.

Per il contrasto dell'immigrazione africana nel Canale di Sicilia, il governo italiano ha siglato diversi accordi con la Libia. Il primo nel 2003, firmato dal governo Berlusconi, prevedeva l'invio in Libia di mezzi per il pattugliamento e fondi per la costruzione di due campi di detenzione a Kufrah e Gharyan. Un secondo accordo è stato firmato il 29 dicembre 2007 dal governo Prodi prevedendo l'avvio di pattugliamenti italo-libici da effettarsi in acque libiche con l'obiettivo di respingere verso i porti di partenza i migranti intercettati in mare. Contro il respingimento in Libia di potenziali rifugiati politici si è espressa anche Amnesty International. La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Diversi rapporti internazionali inoltre denunciano abusi e torture commessi dalla polizia libica ai danni dei migranti nei campi di detenzione sparsi nel paese. Una mappa dei campi è stata realizzata da Fortress Europe.

Dall'inizio degli anni Duemila, le isole greche del mar Egeo sono divenute meta dei flussi migratori, inizialmente di origine asiatica, di transito in Turchia. I dati degli arrivi sono in aumento. Soltanto nei primi sette mesi del 2008 sono state intercettate 7.263 persone nell'Egeo, contro le 9.240 di tutto il 2007. Nel 2006 gli arrivi sulle isole greche non avevano superato le 4.000 unità. Gli intensi pattugliamenti lungo la rotta spagnola e italiana hanno spostato i flussi dell'emigrazione africana sulla rotta greca. Interi quartieri di Istanbul e Izmir (in Turchia) sono abitati da migranti africani di transito, in attesa di raggiungere la Grecia, via mare oppure via terra, attraversando nascosti nei camion la frontiera nord occidentale della Turchia. A Istanbul i migranti africani (somali, eritrei, nigeriani, sudanesi, senegalesi, burkinabé, ma anche marocchini, tunisini e algerini) vivono nei quartieri di Aksaray, Kunkapi, Zeytinburnu e Tarlabaşı. Ogni nazionalità ha un proprio connection man che prende in pegno i soldi per il pagamento del viaggio (2.000 dollari per la traversata via mare e 4.000 per quella via terra), ne trattiene una quota e li consegna al kaçakçi, l'organizzatore, di solito turco, una volta finito il viaggio. Una volta pagato si viene trasferiti nella città costiera di Izmir, ospitati nei piccoli alberghi del quartiere Basmane. Il pagamento della quota del viaggio dà diritto a imbarcarsi di nuovo, gratuitamente, ogni qual volta la traversata non vada a buon fine. Il viaggio infatti è molto pericoloso, sebbene il tragitto sia di poche miglia marittime. La Guardia costiera greca è abituata a respingere in mare i migranti intercettati. Secondo decine di testimonianze raccolte dalla ong tedesca Pro Asyl nel 2007, spesso i gommoni sono forati dagli agenti, che li lasciano quindi affondare in prossimità della costa turca. Il 26 settembre 2006, a Karaburun, nella provincia di Izmir, 8 migranti morirono annegati dopo essere stati gettati in mare da una motovedetta della Guardia costiera greca, secondo una denuncia di Amnesty International. Altre volte, per evitare i pattugliamenti, si parte in piena tempesta. I viaggi vengono effettuati quasi sempre in gommoni tipo zodiac con motore fuoribordo. Talvolta, quando le traversate sono autoorganizzate, ci si imbarca su canotti di due metri, in gruppi di quattro o cinque persone, spingendosi con i remi, senza motore, nei punti della costa più vicini alle isole. Dal 1994 le vittime tra la Turchia e la Grecia sono almeno 908, di cui 257 soltanto nel 2007.

Una volta in Grecia, la quasi totalità dei migranti e dei richiedenti asilo entra nella clandestinità. Dai centri di detenzione delle isole, si viene rilasciati con un ordine di espulsione valido un mese. Arrivati ad Atene molti provano a chiedere asilo politico. Tuttavia il diniego delle domande d’asilo in Grecia è pressoché sistematico: su 13.345 richieste d’asilo nei primi sette mesi del 2007, sono stati riconosciuti solo 16 rifugiati e 11 protezioni umanitarie. Lo 0,2%. La Grecia ha firmato nel 2001 un accordo di riammissione con la Turchia. E i diniegati rischiano l'espulsione in Turchia. A loro volta in Turchia, molti rischiano di essere rimpatriati oppure riaccompagnati al confine con la Siria. La maggior parte dei migranti africani infatti atterra con un visto turistico in Siria ed entra senza documenti in Turchia, attraversando a piedi il confine siriano, sulle montagne tra Halabb (in Siria) e Hatay (in Turchia). Le condizioni di detenzione nel centro di trattenimento degli immigrati in Turchia sono pessime, secondo quanto dichiarato dal rapporto Unwelcome Guests, redatto da Hyd nel 2008.

In Grecia il tasso di riconoscimento delle rischieste di asilo politico è uno dei più bassi di Europa. Nel 2007, il 99% delle richieste è stato rifiutato. Così molti richiedenti asilo - soprattutto afgani - continuano il loro viaggio clandestino verso l'Europa. Si concentrano a Patrasso, dove ogni notte tentano di nascondersi nei camion che dal porto si imbarcano sui traghetti diretti in Italia.

L'isola di Cipro, è membro dell'Unione europea dal maggio del 2004. Ed è dall'inizio degli anni duemila una delle mete dell'immigrazione africana verso l'Europa. Secondo dati ufficiali, nel 2006 l'isola ospitava circa 110.000 migranti, ovvero il 15% della popolazione residente. Secondo il rapporto su Cipro del Parlamento Europeo, dal 2004 sono stati arrestati 12.000 migranti senza documenti sull'isola, e le persone fermate nel 2006 sono state 3.778, il 378% in più rispetto al 2005. I principali paesi di origine dei migranti a Cipro sono Siria, Iran, Pakistan, Iraq, Bangladesh, Egitto e Turchia, ma molti vengono anche dall'Africa. Il numero di richiedenti asilo è di circa 10.000 persone. Data la difficoltà di ottenere un visto Schengen, la maggior parte dei migranti africani raggiunge prima la Repubblica Turca di Cipro Nord e poi attraversa clandestinamente la "linea verde" che dal 1974 divide in due l'isola, dopo l'intervento militare turco. Per entrare nella parte nord dell'isola ci sono vari modi. Alcuni viaggiano nascosti nelle navi mercantili. Altri invece, una volta ottenuto un visto turistico per la Turchia, atterrano all'aeroporto di Erçan. Dalla Siria invece è facile imbarcarsi sul traghetto di linea che collega Lathqiya al porto di Famagusta. Una volta presentata la richiesta d'asilo a Cipro, i tempi di attesa possono durare anni. E i migranti senza documenti vengono arrestati e mantenuti in dentenzione - senza alcun limite di tempo - in una sezione del carcere centrale di Nicosia, il Blocco 10.

Nell’ottobre del 2007, il blocco 10 del carcere di Nicosia fu teatro di una rivolta: sei richiedenti asilo politico iraniani e un afgano passarono quattro giorni arrampicati sulla torre della cisterna dell’acqua, chiedendo che le loro domande d’asilo venissero riesaminate. Un anno prima, nel maggio 2006, altre proteste avevano colpito il centro, con scioperi della fame e materassi incendiati.

Una sessantina di richiedenti asilo politico curdi siriani e iracheni vivono a Dhekelia, una delle duee Sovereign Base Areas (SBA) di Cipro, postazioni mantenute sotto l’autorità inglese dopo l’indipendenza dell’isola, ex colonia britannica, nel 1960. Due aree di 250 km quadrati con una popolazione di circa 3.500 abitanti, per lo più militari e funzionari inglesi. Si tratta dei passeggeri di una nave di profughi che nell'ottobre del 1998 salpò dal Libano verso le coste della Calabria e fu costretta ad approdare ad Akrotiri, una delle due SBA di Cipro, dopo un guasto al motore. Nel 2004 Cipro ha firmato un accordo con le SBA per farsi carico di queste persone.

Dalla fine del 2005, si è aperta una nuova rotta per la migrazione africana, dall'Egitto verso Israele. Si tratta in particolare di richiedenti asilo politico sudanesi e eritrei, che entrano in Egitto dal Sudan, attraversando il deserto, e poi continuano il viaggio attraverso il deserto della penisola del Sinai. Secondo l'Unhcr, soltanto nel 2007, sono transitati dalla frontiera tra Egitto e Israele almeno 5.000 potenziali rifugiati. Le autorità egiziane sono accusate da Amnesty International di aver ucciso a colpi di arma da fuoco decine di rifugiati intercettati lungo la frontiera con Israele, nel corso del 2007 e del 2008. Lo stesso rapporto di Amnesty International, denuncia deportazioni collettive di richiedenti asilo eritrei dall'Egitto. In particolare, nel giugno 2008, almeno 1.200 eritrei sono stati rimpatriati dall'Egitto. Molti erano stati arrestati ad Aswan, alla frontiera meridionale con il Sudan, da dove erano entrati senza documenti, diretti in Israele.

Decine di migliaia di migranti e rifugiati politici hanno perso la vita tentando di raggiungere clandestinamente l'Unione europea negli ultimi vent'anni. Vittime soprattutto dei naufragi nel Mediterraneo e dei viaggi nel deserto del Sahara. Secondo i dati elaborati dall'osservatorio Fortress Europe e basati sulle notizie documentate dalla stampa internazionale, le vittime sulle rotte dell'immigrazione verso l'Ue sarebbero almeno 12.572.. Si tratta di dati approssimati per difetto, in quanto non tutti i naufragi sono riportati sulla stampa, specialmente quelli occorsi in prossimità delle coste africane. Il dato reale pertanto potrebbe essere molto maggiore.

In Libia si registrano gravi episodi di violenze contro i migranti. Non esistono dati sulla cronaca nera. Nel 2006 Human rights watch e Afvic hanno accusato Tripoli di arresti arbitrari e torture nei centri di detenzione per stranieri, tre dei quali sarebbero stati finanziati dall'Italia. Nel settembre 2000 a Zawiyah, nel nord-ovest del Paese, vennero uccisi almeno 560 migranti nel corso di sommosse razziste.

Viaggiando nascosti nei tir hanno perso la vita in seguito ad incidenti stradali, per soffocamento o schiacciati dal peso delle merci 299 persone. E almeno 182 migranti sono annegati attraversando i fiumi frontalieri: la maggior parte nell'Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nell'Evros tra Turchia e Grecia, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Altre 112 persone sono invece morte di freddo percorrendo a piedi i valichi della frontiera, soprattutto in Turchia e Grecia. In Grecia, al confine nord-orientale con la Turchia, nella provincia di Evros, esistono ancora i campi minati. Qui, tentando di attraversare a piedi il confine, sono rimaste uccise 88 persone.

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Source : Wikipedia