Altare

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Inviato da maria 02/05/2009 @ 02:11

Tags : altare, liguria, italia

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Altare

Altare edificato in Polonia in occasione della visita di papa Giovanni Paolo II

Un altare è un luogo in cui si compie un sacrificio o rito religioso.

In molte religioni, si praticano riti di purificazione o di offerta. I fedeli, per ingraziarsi il proprio dio, offrono doni o sacrificano animali. Non di rado, nell'antichità l'altare veniva usato anche come luogo di sacrifici umani, come nel caso dei culti religiosi maya e aztechi.

Normalmente l'altare è fisso, costruito in pietra o legno. Se è usato per sacrifici animali, l'altare ha spesso una forma adatta a raccogliere il sangue degli stessi, che poi sarà usato per i riti di purificazione. Nelle religioni che vivono in modo intenso il rapporto del fedele con gli elementi della natura (acqua, terra, fuoco, alberi ecc.), l'altare è, spesso, posto all'aperto, a volte circondato da gradini, per favorire la partecipazione dei fedeli. Spesso l'altare è anche "dedicato", cioè legato al culto specifico di una divinità.

In molte religioni l'altare, però, è posto all'interno di un tempio dedicato ad una divinità. A volte, come nel caso delle vestali romane o dei sacerdoti ebraici, l'altare è inaccessibile ai "laici", al popolo. Vi possono, infatti, accedere solo i sacerdoti o le sacerdotesse, a volte dopo specifici riti purificatori. L'altare, in questi casi, non è più visto come il semplice luogo dell'offerta o del sacrificio, ma diviene "manifestazione" della presenza della divinità. Spesso, infatti, sull'altare o sotto lo stesso, sono contenuti oggetti che "rappresentano" il divino, di solito statue o amuleti.

Nella religione romana l'altare, chiamato più spesso con il termine latino ara, è generalmente di forma quadrangolare. Vitruvio prescrive che l'altare di un tempio deve essere rivolto a oriente e in posizione più bassa rispetto alla statua di culto, affinché chi prega guardi in alto verso la divinità. L'altezza dell'altare però varia a seconda del tipo di divinità al quale è dedicato: quelli delle divinità celesti, come Giove, sono molto alti, mentre quelli delle divinità terrestri e marine e anche di Vesta sono abbastanza bassi.

Anche se nelle case la funzione dell'altare viene svolta dal larario, tuttavia si possono trovare casi di veri e propri altari, come ne sono stati ritrovati a Pompei, tra cui particolare un'ara cilindrica con un serpente (immagine del Genio) che le si avvolge intorno.

In uno dei riti pubblici eseguiti nel tentativo di ripristinare la religione romana, Giacomo Boni ricostruì nel 1917 un'ara graminea basandosi su un passo di Orazio. Quest'ara particolare fu costruita con sei strati di "mattoni" di terra erbosa e addobata con quattro festoni di alloro, nastri rossi, corone e sagmine ("fronde sacre") di olivo. Nelle intenzioni di Boni l'ara sarebbe dovuta diventare un altare pubblico sul quale ogni italiano avrebbe dovuto sacrificare quanto di più caro per favorire le sorti dell'Italia in guerra. L'ara però andò distrutta da un forte vento la notte del 23 ottobre 1917, nelle stesse ore in cui l'esercito austro-ungarico sfondava le linee italiane a Caporetto.

Riprendendo una prescrizione riferita da Macrobio, la moderna Via romana agli Dèi stabilisce che se si afferra l'ara con le mani anche la semplice parola costituisce sacrificio, purché si sia osservato un regime di purità nei tre giorni precedenti al rito.

Nell'induismo gli altari sono di fatto dei piccoli santuari e perciò sono sacri e qui si fanno offerte e sacrifici agli Dèi. Si distinguono gli altari dei templi (mandir), più grandi e accessibili soltanto ai brahmana (sacerdoti) dagli altari "familiari", più piccoli, in cui abitualmente l'adorazione (puja) delle murti (immagini degli Dèi) è effettuata dal capofamiglia. In questi altari familiari, oltre alle immagini degli Dèi, si trovano anche lumi, immagini di santi e guru, e offerte, di solito di cibo.

Nella religione cristiana l'altare assume una valenza particolare. Alcune comunità protestanti, non attribuendo valore "sacrificale" all'Eucarestia, hanno, nel corso del tempo, escluso dalle loro chiese l'altare. Le loro "assemblee" liturgiche, infatti, vedono al primo posto la lettura ed il commento alla Parola di Dio, pertanto posto centrale negli edifici di culto ha assunto l' "ambone", o "pulpito", o "leggìo", il luogo dove è proclamata la Parola di Dio.

In altre chiese cristiane, come quelle cattolica, vetero-cattolica, ortodossa o anglicana, siccome l'Eucarestia mantiene il carattere sacrificale o, comunque, è considerato corpo di Cristo, l'altare ha mantenuto considerevole importanza, tanto da essere centrale nell'edificio religioso.

La Chiesa cattolica, in particolare, considera l'altare il simbolo stesso di Cristo, per questo il sacerdote lo bacia e lo incensa in segno di venerazione, in particolari momenti delle celebrazioni liturgiche; l'altare rappresenta inoltre sia la mensa dell'Ultima cena, che il patibolo della Croce, sul quale Cristo immolò se stesso. Infatti, per i cattolici, l'Eucaristia che si celebra sull'altare è il ripetersi, in maniera incruenta, del sacrificio di Cristo, morto e risorto, che rinnova tutti i giorni il dono di sé.

Sia gli ortodossi, che i cattolici, ma anche armeni e copti, spesso hanno edificato altari nelle prossimità delle tombe di martiri. Esempio tipico è la basilica di San Pietro a Roma, edificata intorno all'altare costruito sulla tomba dell'apostolo cristiano.

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Bocchetta di Altare

Il punto esatto di demarcazione tra le Alpi e gli Appennini

La Bocchetta di Altare, o Colle di Cadibona o Bocchetta di Cadibona, (459 m s.l.m) è un importante valico in provincia di Savona. Tradizionalmente e convenzionalmente divide le Alpi dagli Appennini, nello specifico le Alpi liguri dall'Appennino ligure.

Il colle è raggiungibile percorrendo la Strada Statale 29 del Colle di Cadibona. Nei pressi del colle transitano anche l'Autostrada A6 Torino-Savona e la ferrovia Ferrovia Savona-San Giuseppe di Cairo. Il colle è terminale di tappa dell'Alta Via dei Monti Liguri.

In realtà il punto più basso dello spartiacque ligure-padano è il Colle di Santa Libera (441 m s.l.m.), che si trova a 1,7 km di distanza in direzione nord. Tuttavia il Colle di Cadibona è da sempre preferito come punto di valico perché più facilmente raggiungibile da Vado.

Il valico venina considerato già al tempo dei Romani come limite tra il sistema alpino ed il sistema appenninico, perché in questo tratto dello spartiacque «l'abbassamento della catena montuosa, che nella zona ha carattere uniforme , è più esteso qui che altrove e l'altitudine del valico rimane la minima del displuvio appenninico fino alla Sella di Marcellinara in Calabria.».

Nonostante fosse già stato sfruttato dagli 8.000 soldati di Magone Barca nel corso della seconda guerra punica durante la ritirata dell'esercito cartaginese dalla Pianura Padana del 203 a.C., la prima vera strada di valico fu aperta dal console romano Marco Emilio Scauro nel 109 a.C., al fine di collegare il porto di Vado Sabatia, l'odierna Vado, alla città di Derthona, oggi Tortona. La strada faceva parte della Via Emilia Scauri.

Già all'epoca della Campagna d'Italia di Napoleone Bonaparte (1795-96) sul colle sorgevano alcune fortificazioni. I francesi allargarono la strada che oltrepassa il valico e costruirono sotto la bocchetta una galleria di circa 300 metri, il cui ingresso nord è posto alla quota di 435 m s.l.m.. Di qui nasce l'equivoco sulla reale altitudine del colle: la galleria di valico si trova a quota 435, il colle sovrastante a quota 459.

Nella seconda metà degli '80 del XIX secolo venne realizzato sul colle un sistema di sbarramento con la costruzione di una serie di forti (complesso difensivo della Tagliata e del forte di Altare), oggi abbandonati: Forte Tecci e Forte Cascinotto, entrambi sul versante alpino del passo. Sul Forte Tecci venne aperto nel 1889 l'Osservatorio meteorologico-sismico della Fortezza di Altare.

L'importanza logistica del valico ha perso gran parte della propria importanza a seguito dell'apertura dell'Autostrada A6 Savona-Torino nel 1960 e della nuova galleria sulla SS 29 che aggira a nord il colle e l'abitato per collegare direttamente Cadibona al casello autostradale di Altare.

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Altare argenteo di San Jacopo

L' Altare argenteo di San Iacopo attualmente conservato nella cappella detta del Giudizio della cattedrale di Pistoia, fu realizzato fra 1287 e 1456 da alcuni degli orafi più valenti del tempo.

Il paliotto anteriore, realizzato dall'orafo pistoiese Andrea di Jacopo d'Ognabene, fu terminato nel 1316 e contiene 15 riquadri con undici storie del Nuovo Testamento, una Maestà fra Maria e San Iacopo e tre storie di San Iacopo. I medaglioni a sbalzo circolari e quadrilobi che adornano il paliotto agli angoli delle formelle sono una delle prime e più importanti testimonianze in Italia della tecnica del traslucido.

Verso la metà del '300 si decise un ampliamento dell'altare e furono aggiunte ai lati del paliotto tre edicole gotiche sovrapposte contenenti statue di Apostoli.

Fra il 1361 e il 1364 gli orafi fiorentini Francesco Niccolai e Leonardo di ser Giovanni eseguirono in uno stile simile a quello dell'Orcagna il paliotto originariamente a destra e ora collocato a sinistra che contiene 9 riquadri con Storie del Vecchio Testamento. Poco dopo fu dato al solo ser Giovanni l'incarico di realizzare 9 formelle con le Storie di san Iacopo per il paliotto laterale destro, ora a sinistra, che risente della influenza di Andrea Pisano nella dolcezza espressiva dei personaggi.

Fra il 1380 e il 1390 l'orafo Pietro d'Arrigo Tedesco, incaricato di ampliare il dossale del 1287, danneggiato da Vanni Fucci nel 1293, ne recuperò le figure inserendole in un ordinamento nuovo nel quale inserì anche figure d'altra origine e opere sue e della sua bottega, che si distinguono nel complesso per le durezze espressionistiche di stampo nordico. Nella fascia mediana fu inserita, entro un'ampia nicchia centrale con arco ogivale, la grande statua a tutto tondo di San Iacopo in trono, con basamento adorno di smalti traslucidi in cornice mistilinea, realizzata dall'orafo Giglio Pisano fra il 1349 e il 1353. Alla base del dossale, che raggiunse m. 2,35, fu collocata una predella divisa i 9 riquadri contenenti busti a rilievo. In questo periodo fu invertita la posizione dei paliotti laterali per consentire ai pellegrini la visione delle Storie di San Iacopo attraverso la cancellata che separava la Cappella dal resto della cattedrale.

Nel 1394-98 fu realizzato il coronamento del dossale che fu progettato dal pittore pistoiese Giovanni di Bartolomeo Cristiani e realizzato dall'orafo fiorentino Nofri di Buto e dal pistoiese Atto di Piero Braccini che sbalzarono a altissimo rilievo un Cristo apocalittico nella mandorla centrale e un Paradiso con angeli cantanti e musicanti in uno stile tardo-gotico.

Dopo la consacrazione dell'altare, avvenuta nel 1399, a vari artisti fu affidato il completamento dei due lati del dossale che furono adornati con figure di Profeti, Dottori della Chiesa, Evangelisti e Santi. Fra questi si distinguono per vigore espressivo i due busti dei profeti Geremia e Isaia, un Sant'Agostino a figura intera e un San Giovanni Evangelista seduto, eseguiti nel 1401 e collocati sul fianco sinistro del dossale , sicuramente di Filippo Brunelleschi, che rappresentano le sue uniche opere di oreficeria rimaste.

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Altare del duca Rachis

Maiestas Domini, rilievo dell'Altare del Duca Ratchis

L'altare del duca Ratchis è una delle più importanti opere scultoree della rinascenza liutprandea ed è conservato nel Museo Cristiano di Cividale del Friuli. È datato tra il 737 e il 744, periodo in cui Ratchis era duca del Friuli. Le dimensioni complessive sono 1,45 x 0,90 x 0,88 m.

Composto da un unico blocco di pietra d'Istria, è scolpito sulle quattro facce laterali con vari soggetti religiosi: la Visitazione, il Cristo in Maestà (entro una "mandorla" sorretta da quattro angeli), l' Adorazione dei Magi.

In queste scene le figure sono fortemente bidimensionali e poco chiaroscurate, con un netto distacco della parte scolpita rispetto allo sfondo, come un disegno a rilievo. Questo effetto, assieme alla marcata stilizzazione delle figure e il senso calligrafico, fa assomigliare l'altare più ad un monumentale cofanetto eburneo.

Le figure umane presentano numerose deformazioni, come negli angeli che sorreggono il Cristo in maestà, dalle mani vistosamente grandi. Inoltre non vengono individuate le une rispetto alle altre, ma sono raffigurate in modo similare, ed i volti tendono ad assottigliarsi verso il mento e ad allargarsi verso la fronte, il punto in cui si trova la ragione, la parte più nobile dell'uomo. L'antinaturalismo, diversamente dall'arte bizantina ove esprime l'idea piuttosto che la concretezza, lo spirito piuttosto che la materia, qui ha una valenza espressionistica.

La Maiestas Domini (Maestà Divina) è la scena principale raffigurata sull'altare per mezzo della tecnica del bassorilievo. Le figure sono definite con linee a solco e appaiono completamente bidimensionali, non trasmettendo alcuna profondità. Originariamente le facce dell'altare erano completamente ricoperte da paste vitree policrome.

L'Adorazione dei Magi, anch'essa rappresentata in bassorilievo, raffigura la Madonna che regge il Bambino mentre i Magi portano i loro doni. La Vergine, identificata con una croce sulla fronte, ed il Bambino sono sproporzionati rispetto alle altre figure per enfatizzare la loro superiorità divina. I Magi, collocati sul medesimo piano, sono rappresentati nella stessa posizione, con la variazione minima costituita dalla testa reclinata del primo. Un angelo privo di dinamicità e disposto in orizzontale sormonta la decorazione. Nel bassorilievo si scorge la tendenza barbarica all'horror vacui (il terrore del vuoto) infatti pochi sono gli spazi senza alcuna decorazione, quelli residui sono riempiti con crocette, palmette e schematici fiori.

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Source : Wikipedia