Alatri

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Tags : alatri, lazio, italia

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Alatri

Panorama di Alatri

Alatri (/a'latri/) è un comune di 29.053 abitanti della provincia di Frosinone.

È uno dei principali centri della Ciociaria e il terzo della provincia per popolazione; è un sito turistico noto soprattutto per l'acropoli preromana cinta da mura megalitiche, tuttora ben conservata, della quale la Porta Maggiore è il monumento più imponente. Di notevole interesse sono inoltre la chiesa romanico-gotica di Santa Maria Maggiore e la reliquia dell'Ostia Incarnata, conservata nella Cattedrale.

Gli abitanti di Alatri sono noti come alatresi, alatrensi o, più raramente, alatrini; quest'ultima forma era in passato predominante, e la si ritrova anche nel latino tardo («Vetustissima et fidelissima civitas Alatrina», motto dello stemma comunale). Nel latino classico, la forma utilizzata era Aletrinas.

La città di Alatri sorge su una collina bigemina nel cuore della Ciociaria, alle pendici dei Monti Ernici che costituiscono il confine naturale del Lazio con l'Abruzzo.

Il vasto territorio alatrense, pianeggiante a sud e montagnoso o collinoso per la parte restante, comprende anche l'isola amministrativa di Pratelle, compresa tra il comune di Collepardo e quello abruzzese di Morino, dove si registra l'altitudine massima di 2.064 m s.l.m. (Monte Passeggio); da qui degrada fino al minimo di 175 m della piana di Tecchiena, comprendendo nella sua estensione gran parte del bacino del fiume Cosa, affluente del Sacco che scorre ad est del centro cittadino in direzione nord-sud.

L'abitato, in seguito allo sviluppo economico e sociale, si è esteso lungo alcune direttrici predominanti: verso la vallata settentrionale (Bitta, Colleprata, XII Marie) e nella zona collinosa occidentale (Civette, San Francesco di Fuori). Inoltre, separatamente dal centro urbano, hanno assunto una significativa estensione le frazioni di Tecchiena, Chiappitto, Monte San Marino, La Fiura, Mole Bisleti.

Ogni rione possiede un proprio stemma araldico.

La presenza umana nel territorio di Alatri è accertata dal periodo calcolitico. In epoca storica la città è abitata dalla popolazione italica degli Ernici. Nel 380 e nel 362 a.C. gli Ernici entrano in conflitto con Roma. Nella successiva rivolta del 306 a.C. Alatri, rimasta fedele a Roma, ottiene di restare indipendente e conosce un periodo di benessere, che ha un culmine nel primo quarantennio del II secolo a.C. in coincidenza con la riorganizzazione urbanistica e amministrativa della città promossa dal censore Lucio Betilieno Varo. Nel 90 a.C. Alatri ottiene la piena cittadinanza romana. Si suppone che il Cristianesimo sia arrivato già nell'età apostolica, sebbene la presenza di cristiani nella città non sia documentata prima del 380.

Dopo la caduta di Roma la città subisce le invasioni barbariche e la sanguinosa guerra tra Odoacre e Teodorico. Nel 543 Alatri è saccheggiata da Totila e rimane completamente distrutta; l'anno successivo viene inclusa nel Ducato romano, soggetto all'autorità papale. Nel 1173 Alatri conquista l'autonomia comunale. Nel 1186 la città, durante le lotte del papato contro l'impero, è assediata dall'esercito di Enrico VI al quale riesce tuttavia a resistere. Nel Duecento il comune alatrino si espande a danno dei paesi limitrofi: sottomette Collepardo ed in seguito anche Trivigliano, e aggredisce Vico nel Lazio, che verrà assoggettata all'inizio del XIV secolo, quando anche Frosinone sarà costretta a partecipare al Parlamento di Alatri e fornire truppe al comune ernico. Un forte periodo di sviluppo economico, monumentale ed edilizio si ha con la nomina del cardinal Gottifredo di Raynaldo a podestà nel 1286.

La cattività avignonese del papato coincide con una fase di decadenza per Alatri, che nel 1324 viene conquistata da Francesco de Ceccano, cacciato due anni dopo. Nel 1357 le Costituzioni egidiane obbligano la città a restituire la signoria su Trivigliano al papato e quella su Torre ai Caetani. Durante lo scisma d'occidente la città è occupata dalle milizie papali e rimane forzatamente fedele a Urbano VI. Tuttavia, a seguito dell'ingresso in città di Onorato Caetani, che cattura quaranta nobili, gli alatrensi per difendersi da ulteriori scorrerie nominano i Conti signori della città. Nel Quattrocento il dominio sulla città da parte di re Ladislao I di Napoli (1408-1414) divide la città in fazioni. In seguito, salvo la breve signoria di Filippo Maria Visconti nel 1434, Alatri deve sottostare al diretto potere pontificio, che si fa più soffocante. Nel XVI secolo il Sacco di Roma e la successiva occupazione spagnola lasciano la città impoverita e a dover fronteggiare la peste. La situazione economica si aggrava anche a causa di lunghe lotte con i comuni vicini e delle occupazioni da parte di Cesare di Caietani prima, e di Ferdinando Alvarez de Toledo poi.

Una riorganizzazione sociale e religiosa viene promossa da Ignazio Danti, vescovo della città dal 1583, che istituisce il Seminario Diocesano. Il XVII secolo per Alatri è segnato da due terremoti e nuovamente dalla peste. Nel Settecento la città raggiunge gli ottomila abitanti; viene attuata una riforma delle istituzioni locali, e nel 1729 viene istituito il Collegio delle Scuole Pie.

Con la proclamazione della Repubblica Romana nel 1798 emerge in città un ceto dirigente filofrancese, abbattuto però, nel luglio 1798, da una ribellione che sfocia in un massacro. Nel riordino amministrativo della provincia pontificia di Campagna e Marittima (che cambia nome in Dipartimento del Circeo), Alatri diviene capo cantone di un vasto territorio. Dal 1809 al 1814 la città subisce il dominio dell'impero napoleonico, e la deportazione in Francia di molti dissidenti e del vescovo Giuseppe Della Casa.

La Restaurazione produce un periodo di incertezza politica; il fenomeno del brigantaggio testimonia l'arretratezza generale dello Stato pontificio, nonostante i tentativi di migliorare la situazione (come la realizzazione dell'acquedotto per volere di Pio IX). Con l'instaurazione della Seconda Repubblica romana, il patriota alatrense Sisto Vinciguerra viene eletto deputato alla Costituente.

In seguito all'unificazione della penisola, la popolazione raggiunge i tredicimila abitanti; vengono potenziati i servizi di assistenza ed ha inizio un vivace progresso. Fiorisce anche la vita letteraria e politica. Nello stesso tempo, con l'aumento della popolazione, l'area del centro abitato supera assai presto l'antica cerchia muraria. Nel 1917 l'inaugurazione di una ferrovia vicinale fa cadere l'isolamento in cui si trova la città.

Durante la seconda guerra mondiale la città subisce pesanti perdite umane e la rovina di molti monumenti e abitazioni. Nel 1941 nel territorio di Alatri viene istituito il campo di internamento delle Fraschette, che rimarrà in funzione fino al 1944. Dopo la guerra Alatri diviene una città florida economicamente, con un potenziamento delle attività commerciali.

L'acropoli di Alatri è una vasta area sopraelevata posta nel cuore del centro storico, sulla cima del colle.

È di notevole interesse per le sue mura in opera poligonale, costituite da diversi strati di megaliti polimorfici che spesso raggiungono la lunghezza di 3 metri, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza l'ausilio di calce o cementi. Il perimetro delle mura è di 2 km.

L'acropoli, oltre alla rampa d'accesso, presenta due porte d'ingresso, la Porta Maggiore o dell'Areopago e la Porta Minore o dei falli. Su di essa sorge la cattedrale dedicata a san Paolo.

Osvaldo Rea dimostra attraverso prove documentali che la Sectio Aurea si riscontra sia nella visione aerea dell’intera costruzione pelasgica, sia nelle proporzioni della Porta Maggiore e della porta minore dell’Acropoli di Aletrium. La Sectio Aurea dell'Acropoli determina anche la posizione dell'opera orientata verso la Luce che sorge a Est.

La Porta Maggiore è posizionata verso il tratto sudorientale dell'Acropoli all'opposto della porta dei falli posizionata verso ovest dove c'è l'ombra.

Sulla sommità dell'acropoli, sul podio di un antico ierone (altare ernico) e sui resti di un tempio dedicato a Saturno, sorgono, rispettivamente, la Cattedrale di San Paolo e l'attiguo Vescovado, risalenti al periodo altomedioevale: ne abbiamo notizie fin dal 930.

A seguito di un importante intervento di ristrutturazione effettuato nel corso del XVIII secolo, entrambi gli edifici si presentano al visitatore moderno con linee e forme settecentesche. La facciata, in pietra e laterizio, è stata realizzata assieme al campanile da Jacopo Subleyras tra il 1790 e il 1808 e mostra di ispirarsi al modello delle maggiori basiliche romane, per la presenza di un unico ordine di paraste a binati. Nel 1884 furono aggiunti l'attico e il timpano.

L'interno è a croce latina, a tre navate e con un lungo transetto sopraelevato in corrispondenza del presbiterio. Tra il materiale artistico di pregio custodito nel luogo sacro vanno annoverati i reperti di un pergamo cosmatesco risalente al 1222.

Nella chiesa è conservata una particola di carne umana: per i credenti si tratta di un'ostia trasformatasi miracolosamente in carne nel XIII secolo.

Tale avvenimento, la cui veridicità venne riconosciuta dalla Chiesa cattolica tramite un mandatum papale inviato da Gregorio IX al vescovo Giovanni V (13 marzo 1228), viene altresì ricordato dai recenti affreschi presenti nelle cappelle laterali della chiesa.

Approssimativamente concentrica all'Acropoli, e costruttivamente analoga, è una seconda e più ampia cinta di mura, che costituisce lo sviluppo della città romana e medievale; lunga oltre due chilometri e ancora oggi quasi integralmente conservata, circonda il centro storico, caratterizzandosi per il perfetto innesto delle strutture murarie su un ambiente naturale impervio e caotico.

La datazione di queste mura è controversa. Tuttavia, secondo Filippo Coarelli, esse risalirebbero agli inizi del I secolo a.C., presumibilmente nel contesto delle lotte tra Gaio Mario e Silla, dopo la costituzione del municipio. La datazione è derivata da scavi condotti dallo studioso nell'originario terrapieno dietro la porta San Benedetto, e da un'iscrizione (CIL X 5806) in cui si commemora la costruzione delle mura curata dal quattuorviro Publio Betilieno Hapalo, magistrato municipale: il municipio fu istituito a seguito della guerra sociale.

Nel medioevo l'intero circuito, ad eccezione del tratto meridionale, già di per sé protetto da un duplice sbarramento megalitico, fu ulteriormente rinforzato con l'inserzione di alti torrioni quadrangolari, dai quali veniva esercitato il controllo sui territori circostanti.

Lungo la cerchia esterna delle mura, in corrispondenza dei tracciati viari più antichi ed importanti della città, si aprono cinque porte di accesso, in origine tutte concluse da architravi monolitici.

La chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore risale al V secolo: fu edificata sulle rovine di un tempio pagano. L'attuale aspetto romanico-gotico si deve principalmente alle profonde modificazioni operate nel XIII secolo.

Dell'esterno va segnalato il grande rosone realizzato agli inizi del XIV secolo. Nella chiesa sono conservate pregevoli opere quali il gruppo ligneo della Madonna di Costantinopoli (XIII secolo), il Trittico del Redentore di Antonio da Alatri, la Vergine con il Bambino e san Salvatore (prima metà del XV secolo) e il fonte battesimale del XIII secolo.

Costruita tra la seconda metà del XIII secolo e la prima metà del XIV, si caratterizza per una struttura compatta, in stile gotico; la facciata presenta un portale archiacuto e un rosone a colonnine radiali. L'interno, in un'unica navata, venne ristrutturato in epoca barocca e conserva una nota Deposizione di scuola napoletana del Seicento, e un mantello risalente al XIII secolo attribuito a san Francesco d'Assisi.

La chiesa aveva annesso un contiguo convento, i cui ambienti sono attualmente adibiti a sala espositiva: il Chiostro.

Costruita tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo con dimensioni limitate, la chiesa di Santo Stefano aveva inizialmente forme romaniche. Venne ristrutturata ed ingrandita nel 1284 per volontà del cardinal Gottifredo di Raynaldo secondo i caratteri dell'architettura gotica. Un'epigrafe resta a ricordare l'ampliamento: è scolpita in caratteri gotici su due lastre collocate sugli stipiti del portale; il testo è in versi leonini, ossia esametri e pentametri in rima ed è dedicata al cardinal Gottifredo.

Nel XVI secolo venne privata della navata di sinistra per la costruzione del Monastero dell'Annunziata, fortemente voluto dal vescovo Ignazio Danti e da lui stesso progettato nel 1586, ed ancora molto attivo (nel 1984 ha ricevuto la visita di papa Giovanni Paolo II). Successivi rimaneggiamenti nei due secoli seguenti hanno finito di snaturare il primitivo edificio medievale, lasciando intatto unicamente il portale trilobato, ricollocato tuttavia sul lato destro della chiesa così come il leone crocigero medievale posto sull'apice del timpano.

L'interno è tardobarocco e custodisce numerose opere d'arte tra le quali una pala del Seicento con i santi Stefano, Benedetto e Scolastica sull'altare maggiore, e sulla parete sinistra una tela raffigurante la Vocazione di Matteo dipinta nel 1739 da Filippo Palazzetti. Sul campanile della chiesa è installata una campana detta di San Benedetto risalente al VI secolo e che, secondo la tradizione, sarebbe stata donata da san Benedetto da Norcia al protocenobio di San Sebastiano, retto dal diacono Servando, durante la sua visita del 528.

Ubicata nella zona delle Piagge, venne costruita tra il X e l'XI secolo in un'unica navata, alla quale nel 1331 vennero aggiunte la navata sinistra e la sagrestia. Mantiene ancora oggi le linee romaniche: l'austera semplicità della struttura esterna, la sobrietà dell'interno ed il soffitto a capriate lignee offrono al visitatore suggestioni dal sapore antico.

Notevole, per l'intensità di espressione e per la sua antica fattura, è l'affresco di San Silvestro con il drago del XII secolo, collocato sul lato destro dell'abside. Sul lato opposto immagini votive, rappresentazioni del Nuovo Testamento e successioni di santi, databili tra il XIII ed il XV secolo.

Dall'interno della Chiesa si può accedere alla cripta del IX secolo con volte a crociera e un affresco di Santo Benedicente, di fattura bizantineggiante.

Fu realizzata tra il 1734 ed il 1745 su progetto del padre calasanziano Benedetto Margariti da Manduria ed è dedicata allo Sposalizio della Vergine.

La facciata, in travertino, è concepita come un organismo architettonico a sé stante, e reinterpreta motivi borrominiani; si dispone su due registri orizzontali attraverso un doppio ordine di lesene tuscaniche che inquadrano, al di sotto di un ampio timpano mistilineo, l'unico portale di ingresso con la sovrastante finestra centrale. La grande compostezza del prospetto si conclude con la sequenza verticale delle finestre incorniciate da larghe membrature aggettanti nelle sezioni laterali; queste, secondo l'originario progetto, non portato a compimento, dovevano terminare con due campanili gemelli.

L'interno, a croce greca, con terminazioni absidate, è dominato dalla tensione ascensionale delle lesene corinzie, raccordate fra loro da una trabeazione ininterrotta, su cui si impostano le grandi arcate a tutto sesto che sorreggono la cupola. Molto curata la monocroma decorazione a stucco delle superfici murarie, sulle quali risaltano per contrasto le grandi tele settecentesche, poste ad ornamento dei tre altari della chiesa: sull'altare maggiore troviamo lo Sposalizio della Vergine, dipinto nel 1731 da Carmine Spinetti, mentre sui due laterali trovano posto una Crocifissione del pittore veneto Benedetto Mora e un'opera non firmata raffigurante San Giuseppe Calasanzio, realizzata nella seconda metà del Settecento per celebrare il padre fondatore dell'Ordine degli Scolopi.

La monumentale fonte, inaugurata nel 1870 e dedicata a papa Pio IX in segno di gratitudine per il cospicuo contributo in denaro elargito alla città nel 1863 per la realizzazione di un nuovo acquedotto, è opera dell'architetto Giuseppe Olivieri. La semplicità degli elementi linguistici, desunti dalla tradizione medievale, è posta al servizio di una più complessa struttura dichiaratamente scenografica, che pur nelle non grandi dimensioni appare deliziosa per finitezza tecnica ed elaborazione; intenso il dinamismo che dalla grande vasca quadrangolare della base raggiunge attraverso la struttura elicoidale dei delfini annodati i due catini con teste leonine, confezionando un leggiadro gioco d'acque.

Collocata nel rione Spidini, proprio davanti la chiesa di San Gabriele, venne costruita nel 1869. Come riportato dall'iscrizione centrale le spese furono a carico del conte Filippo Antonini, gonfaloniere della città che ne affidò il progetto all'architetto Giuseppe Olivieri. La fontana ha un prospetto strutturalmente semplice e richiama i portoni dei palazzi circostanti: tutto è raccolto entro il motivo classico dell'arcata a sesto pieno, a cui obbedisce ogni altro elemento della posata composizione. Esplicita appena la costruzione allegorica, direttamente ispirata all'araldica degli Antonini, di cui si avverte il ricordo nella chiara allusione a draghi che gettano acqua e alle numerose stelle a otto punte che interrompono la ghiera ed i piedritti dell'arco.

Contemporanea alle altre due fontane monumentali della città, fu anch'essa progettata dall'architetto Giuseppe Olivieri, dopo la costruzione dell'acquedotto di Trovalle, inaugurato il 27 dicembre 1866 in questo stesso luogo con una fonte provvisoria. Essa ha un tono semplice e dimesso con il rilievo smorzato dal telaio centrale, atto a raccordare la grande vasca antistante con le due volute che racchiudono la ricca decorazione dello stemma alatrino. La nitidezza del travertino dai toni caldi e preziosi, l'eleganza estrema di ogni particolare abilmente scalpellato, fanno di questa fonte un piccolo ma senza dubbio raffinato capolavoro.

Il Palazzo Conti-Gentili, edificio gentilizio che risale al XIII secolo, compone uno dei lati della piazza Santa Maria Maggiore, ed è saldato su di un fianco alla chiesa degli Scolopi, con la quale condivide gran parte della sua storia recente: per oltre due secoli è infatti stato sede del Collegio delle Scuole Pie, retto dal 1729 ed il 1971 dalla comunità religiosa dei Padri Scolopi. Non conosciamo i primi proprietari del palazzo, sono noti però quelli successivi, i Tuzi e i Conti.

Della struttura duecentesca, e del profondo porticato terreno che la connotava, non rimane che il grande portale archiacuto d'ingresso. La veste attuale del prospetto si deve infatti ad un'opera di ammodernamento dei piani inferiori voluta dall'allora proprietario Giovanni di Francesco Tuzi, detto Turco, nel 1532, cui fece seguito la ristrutturazione degli ordini superiori intrapresa dall'erede Carlo di Francesco Conti, che tra il 1580 ed il 1583 trasformò lo stabile in un'elegante dimora rinascimentale.

Passato al Comune nel 1721 per volontà testamentaria del nobile Giuseppe Conti e della consorte Innocenza Gentili, subì ulteriori trasformazioni che adeguarono l'intero complesso al nuovo ruolo di Palazzo degli studi.

La storica Biblioteca del Palazzo conserva testi di storia locale ed antiche pergamene, tra cui una copia membranacea degli Statuti alatrini del 1582. Presso le antiche sale del Liceo-Ginnasio si trova inoltre un piccolo museo che vanta tra l'altro una pregiata sfera armillare priva di un sistema planetario interno firmata da Giacomo Lusverg a Roma nel 1669.

La grande meridiana presente sulla facciata del palazzo è opera di Angelo Secchi, ed è stata realizzata nel 1867. L'orologio permette di determinare, nei limiti compresi tra le ore dieci e le ore sedici, sia il tempo vero, evidenziato dai segmenti rettilinei, sia il tempo medio, individuato dalle figure a forma di otto.

Attualmente nel Palazzo hanno sede il Liceo Classico, erede del Collegio, il Liceo Linguistico e il Socio-psico-pedagogico; nel 2005 vi è stata istituita una sede distaccata della Facoltà di Giurisprudenza dell'università di Roma La Sapienza.

Concepito nella più totale autonomia dalle consuete forme tipologiche dell'architettura medioevale alatrina, questo edificio, imponente nella sua altezza, è stato costruito intorno alla metà del XIII secolo come residenza del cardinal Goffredo di Raynaldo, ricco feudatario alatrino e dotto diplomatico pontificio durante gli anni della lotta anti-imperiale.

Il disegno del palazzo è espresso dalla fusione tra due robuste case-torri, diverse per stile ed epoca di costruzione, collegate fra loro da un ampio corpo longitudinale, che si snoda con un profilo sfaccettato per gran parte del corso Vittorio Emanuele. Le notevoli difformità stilistiche sono rese evidenti, oltre che dalla diversa ornamentazione dei due ingressi principali, anche e soprattutto dalla diversa disposizione delle aperture superiori: assai irregolari e rade nella più antica torre angolare, alquanto ordinate e strutturalmente più organiche nei restanti corpi di fabbrica. L'interno è in parte compromesso dal crollo delle grandi arcate ogivali che sostenevano il settore centrale della copertura.

Negli ambienti di proprietà comunale di Palazzo Gottifredo, restaurati negli anni ottanta, è ospitato il Museo civico.

L'edificio originario venne innalzato nella prima metà del XII secolo, e fu in seguito ristrutturato nel 1395 e poi nel 1558. Tra il 1863 e il 1870 ha assunto le attuali forme neoclassiche per opera dell'architetto Raffaele Boretti. Un orologio concludeva in alto la facciata dell'edificio, ma è andato distrutto sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Si tratta di un possente edificio risalente al XIII secolo, munito di torre. Noto anche come Palazzo Patrassi o Patrassi-Grappelli, dal nome dei primi proprietari, fu un importante punto di riferimento per la vita politica della città durante l'età comunale. Nel XVII secolo venne ampliato per volontà di Paolo Grappelli. Alla famiglia alatrense dei marchesi Grappelli appartiene il celebre jazzista Stéphane Grappelli.

Risalente anch'esso al XIII secolo, il Palazzo Amore e Stampa deve l'attuale aspetto alla radicale ristrutturazione del 1855. L'aspetto originario dell'edificio ci è suggerito dalle bifore tamponate e dagli arcate ogivali al piano terreno.

Sorge alle pendici del piccolo colle Monticchio, sul quale, intorno all'XI secolo, sorsero per volontà del popolo di Alatri alcune fortificazioni. Continue contese con la vicina Ferentino, sfociate in autentiche azioni belliche, indussero nel 1245 papa Innocenzo IV a privare il comune alatrino di qualsiasi diritto su ciò che restava del castello, incamerando l'area di Tecchiena nei beni della Chiesa e rivendendola successivamente (nel 1395) ai Certosini di Trisulti. I monaci fondarono una vera azienda agricola che nella seconda metà del XVIII secolo fu trasformata nell'attuale complesso della Grancia (granaio), che gestirono fino agli inizi del Novecento. La struttura consta di più corpi riuniti da linee settecentesche che hanno saputo fondere edificio e paesaggio. Nei pressi del complesso sono visibili alcune rovine dell'antico castello.

Edificio di grande suggestione, la sua costruzione risale alla fine del V secolo per volere del prefetto delle Gallie Liberio, che la affidò all'abate Servando; in origine il complesso ospitò una delle più antiche comunità cenobitiche d'Occidente e qui soggiornò anche san Benedetto da Norcia nel 528. Oggi il monastero appare come una suggestiva opera architettonica dalle linee medievali, con decorazioni duecentesche raffiguranti la vita di Cristo e della Madonna.

Dedicata dal 1196 alla Maddalena penitente, sorge nelle vicinanze del centro di Alatri, ai piedi del monte Sant'Angelo in Formis, nel luogo anticamente adibito a lebbrosario. La chiesa, sobria ed essenziale, fu costruita alla fine dell'XI secolo. Sulla facciata, preceduta da un portico, spicca il portale lunettato, sormontato da una stretta monofora ampiamente strombata.

L'interno, in un'unica navata, è costituito da tre grandi archi che sorreggono il tetto. Sulle pareti si conserva un'interessante serie di pitture ad affresco quattrocentesche, rappresentanti santi e sante, opera probabile del pittore locale Antonio da Alatri.

Il tema iconografico dominante è costituito dalla figura di Maria Maddalena, replicato più volte all'interno della chiesa. Sulla parete destra della chiesa, è invece, raffigurato il trecentesco affresco di un santo vescovo, seguito dalla figura di san Pietro della prima metà del Cinquecento e la quattrocentesca raffigurazione della Trinità vicino all'ingresso. Il ciclo pittorico viene concluso dalla figura panneggiata della Madonna col Bambino, dipinta nell'ambito del presbiterio. Sulla parete d'ingresso della chiesa si trova un grande quadro dipinto da Raffaele Zappelli nel 1877 raffigurante san Cristoforo e il Bambino Gesù.

È una cappella situata nella zona di Colleprata. Conserva una Madonna idropica e altri tre affreschi: un Cristo, una Maddalena e un San Sebastiano, del Maestro della Madonna di Alvito.

È una tipica cappellania rurale, situata fuori dell'abitato, costruita nel tardo Trecento a partire da una primitiva piccola cona. La chiesa, ad unica navata, è particolarmente interessante per la teoria di Santi e Sante e per le dodici raffigurazioni mariane che ne adornano le pareti e danno il nome alla chiesa, attribuite alla mano del pittore tardo-gotico Antonio da Alatri.

Entrando, sulla parete sinistra, si può ammirare oltre ad una Madonna col Bambino e un Sant'Antonio Abate, un'altra immagine della Vergine affiancata da una duplice raffigurazione di san Leonardo dall'inconfondibile attributo dei ceppi; accanto, la figura inginocchiata del committente. Ad altra mano appartengono invece le figure di san Giovanni Battista, di Cristo nel Sepolcro e di san Floriano, poste sulla parete di fondo. Nella piccola icona, invece, nel riquadro che accoglie una Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Evangelista e Sisto I papa e in quelli che accolgono la Vergine col bambino e una figura di santa orante, prevale decisamente lo stile senese. Sulla parete sinistra, ancora le raffigurazioni del pittore Antonio di Alatri con tre Vergini col Bambino insieme a santa Caterina d'Alessandria, santa Lucia e san Giovanni Battista. Infine, sulla parete d'ingresso trovano posto le ultime due immagini della Maternità di Maria.

Negli anni settanta, presso la collina di Monte Lungo vennero segnalate da un contadino locale alcune pietre intagliate che ricordavano le costruzioni delle mura dell'Acropoli. Scavi successivi guidati dalla Soprintendenza della regione Lazio, in associazione con l'archeoclub locale, portarono alla luce resti di muraglie del tutto simili a quelle delle città saturnie, appartenenti al gruppo della "prima maniera". Varie sono state le ipotesi, pubblicate peraltro nel 1988, dal paese gemello all'avamposto militare: la opzione che oggi si ritiene la più probabile è legata alla mancanza di organicità delle mura e sottolinea come in realtà possa trattarsi di alcune prove fatte dai costruttori prima di accingersi alla fondazione della città.

La cucina popolare alatrese è caratterizzata da un forte legame con l'agricoltura di sussistenza che sempre ha prevalso nella regione: non vi è quindi una netta tradizione legata ad animali di grossa taglia né tanto meno al pesce. L'elemento centrale è quello cerealicolo con ottime elaborazioni di pasta (per lo più all'uovo), pane e dolci secchi. La carne più consumata è quella bianca con pollami e conigli, anche se la regina della tavola resta sempre il produzione di origine ovina, sia essa carne che latte e derivati. Frutti e verdure sono quelli tipici dell'Italia centrale; famosi nella zona sono i broccoletti di Alatri, il cui consumo (curiosità) sembrerebbe legato all'alta incidenza, in passato, di gozzo endogeno nella popolazione locale.

Di notevole qualità sono gli oli d'oliva locali: nel 2006 l'Olio Quattrociocchi del Frantoio Quattrociocchi Amerigo di Alatri ha vinto l'undicesima edizione del Biol ad Andria con un voto di 82,60 su 100: è risultato il migliore del 2006 tra gli oltre 250 oli in gara, meritandosi il titolo di Miglior olio biologico del mondo.

La vita economica della città di Alatri è abbastanza eterogenea senza dimostrare una vocazione univoca. Ampio spazio è dato nelle zone rurali alle coltivazioni di piccola e media estensione, con cereali e ortaggi nella pianura meridionale e uliveti e vigneti nella parte nord-orientale più collinosa: la produzione di olio d'oliva raggiunge alti livelli qualitativi, ed ha ottenuto importanti riconoscimenti. La aree boschive sono poco sfruttate e utilizzate per la raccolta di castagne, funghi ed altri prodotti spontanei. Intensa è la pastorizia di ovini, anche se col passare degli anni ha sempre meno peso nell'economia alatrense.

Il settore industriale è sviluppato nella zona di Chiappitto ed in prossimità del Comune di Frosinone: qui sono presenti sia impianti di grandi multinazionali metalmeccaniche (Omron), che imprese locali di interesse nazionale (Solac, Mazzocchia), che piccole imprese di artigianato industriale dalle dimensioni più ridotte. L'artigianato in senso stretto occupa ormai solo una piccola percentuale della popolazione e propone piccole lavorazioni del legno e del cuoio. Risentendo favorevolmente della posizione strategica in cui è situata, molti lavoratori sono pendolari con le grandi città e con il Polo industriale di Frosinone-Ferentino oppure si dedicano all'attività di autotrasportatori.

Dopo gli anni della crisi economica italiana, il centro storico si sta valorizzando come "centro commerciale naturale" attirando all'interno delle mura visitatori e turisti che alla sera animano i bar ed i locali notturni. Il terziario è particolarmente sviluppato poiché Alatri si propone come erogatore di servizi privilegiato (scolastici, sanitari) per una vasta area della provincia.

Il territorio di Alatri è attraversato da nord a sud dalla Strada Statale 155 di Fiuggi, che collega la città con Fiuggi e Subiaco in direzione nord, e Frosinone in direzione sud, permettendo così di raggiungere il casello dell'autostrada A1 del capoluogo.

Per un breve tratto, ricadono nel Comune anche la via Casilina, che attraversa l'estremo sud-occidentale del territorio (il Quarticciolo, in prossimità del confine con Frosinone), e la superstrada Frosinone-Sora al confine sud-orientale con Veroli. Le ultime direttive di sviluppo delineate dalla regione prevedono il proseguimento della superstrada Avezzano-Sora-Frosinone fino a congiungersi alla A1, dove sorgerà l'uscita Ferentino-Alatri.

Il trasporto pubblico locale nell'ambito del territorio comunale è gestito dalla società Reali Tours S.r.l.; il servizio consta di 13 linee di autobus che collegano il centro urbano con l'ospedale San Benedetto e con le varie frazioni nel territorio. Un servizio navetta collega il centro con la zona dell'ex-stazione ferroviaria.

I collegamenti regionali, con il capoluogo e con gli altri centri della provincia sono gestiti dalla Cotral.

Dal 1917 e fino al 1978, la Ferrovia Roma-Fiuggi-Alatri collegava Alatri con Roma, seguendo il tracciato della S.S. 155.

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Storia di Alatri

La Torre alata nello stemma di Alatri

Un'etimologia popolare si richiama allo raffigurazione sullo stemma cittadino — che tuttavia è storicamente documentato solo dagli inizi del XII secolo (stemma del cardinal Ugone da Alatri) — della Torre alata o Alata Turris, che, per contrazione, sarebbe divenuta Ala(ta)t(ur)ri(s).

Secondo la mitologia romana il dio Saturno, una volta spodestato da Giove e cacciato dall'Olimpo, sarebbe venuto nelle terre del Lazio e qui avrebbe fondato Alatri ed altre città (dette città saturnie), dando origine all'età dell'oro. Secondo un'altra leggenda i fondatori di Alatri sarebbero gli antichi ciclopi, ritenuti gli unici in grado di costruirne le possenti mura.

Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio di Alatri risalgono al periodo calcolitico: una tomba a fossa con il relativo corredo funerario, rinvenuta nel 1878 e riferibile probabilmente a popolazioni seminomadi, che praticavano il rito dell'inumazione.

Ceramiche appartenenti alla cultura protovillanoviana e teste di animali scolpite nella roccia lavica, scoperte nel 1959 nelle vicinanze del centro storico, testimoniano un successivo stanziamento.

Alatri è uno dei centri della popolazione italica degli Ernici. Intorno alla metà del VI secolo a.C. le quattro città più importanti degli Ernici (Veroli, Anagni, Alatri e Ferentino) si riuniscono in una confederazione (la Lega Ernica), allo scopo di fronteggiare la pressione dei Volsci e dei Sanniti. Secondo alcune fonti la Lega si sarebbe alleata con la Roma di Tarquinio il Superbo già nel 530 a.C.; gli Ernici entrano comunque a far parte del Foedus Cassianum nel 484 a.C., 8 anni dopo che questo viene promulgato.

I successivi tentativi di espansione di Roma provocano conflitti con la Lega Ernica nel 380 a.C. e nel 362 a.C. Nella successiva rivolta del 306 a.C. Alatri rimane fedele all'alleanza con Roma e ottiene di restare indipendente.

Da questo momento la pace tra Roma e Alatri dura ininterrotta, favorendo un benefico sviluppo culturale ed economico. Di fatto per la fedeltà sempre dimostrata ottiene il motto che è tutt'ora nello stemma: Vetustissima et Fidelissima Civitas Alatrina.

A questo periodo si data un piccolo tempio extraurbano di tipo etrusco-italico, i cui resti (terracotte architettoniche ed ex-voto fittili) vengono rinvenuti nel 1882 a circa un chilometro dall'abitato e sono attualmente conservati nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, mentre un modellino in scala 1:10 è stato ricostruito presso il Museo civico di Alatri.

Fatta finalmente pace con Roma, Alatri conosce un lungo periodo aureo, per nulla turbato dal minaccioso avvicinarsi dell'esercito di Annibale. Tale periodo ha un culmine nel primo quarantennio del II secolo a.C. in coincidenza con il doppio mandato di censore conferito a Lucio Betilieno Varo (viene nominato in un'iscrizione databile intorno al 90 a.C.), al quale si deve l'efficace riorganizzazione urbanistica e amministrativa della città.

Con la Lex Julia de civitate, nel 90 a.C. la città riceve un ordinamento pubblico ispirato alle istituzioni romane (SPQA), ottenendo la piena cittadinanza romana e grandi benefici. L'amministrazione viene affidata a un quadrunvirato eletto tra i membri del Senato cittadino.

La presenza di cristiani ad Alatri non è documentata prima del 380, ma si può supporre che il Cristianesimo sia arrivato già nell'età apostolica, per la conversione dei membri di un insediamento giudaico che risaliva al 63 a.C. e che fu ripopolato nel 49 dopo la cacciata degli Ebrei da Roma, per ordine di Claudio. La tomba del martire Quinziano nella zona di Chiappitto potrebbe provare la presenza cristiana in città prima del periodo delle persecuzioni, se venisse accertato che quel martire era un fedele del luogo.

Alatri può ritenersi una della più antiche diocesi del periodo subapostolico, creata assieme alle altre 48 del Latium adjectum in età costantiniana, anche se la prima notizia di un suo vescovo, Pascasio, si avrà solo più tardi.

Dopo la caduta di Roma la città di Alatri subisce un lento processo di decadenza, ed il vescovo diviene l'unica autorità. La città subisce le invasioni barbariche e la sanguinosa guerra tra Odoacre e Teodorico. Le sorti della città sono momentaneamente sollevate dal patrizio romano Liberio che, forte della profonda amicizia prima con Odoacre e poi con Teodorico cerca di tenere estranea la zona alle scorrerie dei barbari. Nel vicino territorio ad oriente di Alatri, Liberio promuove la costituzione, per opera del diacono Servando, del Protocenobio di San Sebastiano, una delle più antiche comunità monastiche d'Occidente, che nel 528 ospita san Benedetto da Norcia e i suoi discepoli Placido e Mauro per una breve sosta durante il loro viaggio da Subiaco a Montecassino. Ma nel 543 Alatri deve subire l'assedio e il saccheggio da parte di Totila e rimane completamente distrutta. L'anno seguente (544) viene inclusa nel Ducato romano, soggetto formalmente all'Impero Bizantino, ma di fatto controllato dal Pontefice.

A questa epoca risalgono i primi segni storici della presenza di un vescovo della città, Pascasio, che accompagna a Costantinopoli il papa Vigilio e con lui sottoscrive nel 551 la condanna di Teodoro, vescovo di Cesarea in Cappadocia.

La presenza del cardinale Ugone da Alatri dimostra l'importanza che assume questo centro intorno all'anno 1000. Fin dall'XI secolo Alatri diviene infatti un punto di riferimento per i pontefici costretti da varie traversie ad allontanarsi dalla sede apostolica. Sono le conseguenze delle dispute per la conquista del trono di Pietro e le prime avvisaglie della lotta tra papi e imperatori per stabilire la supremazia dei rispettivi poteri.

È così che Alatri ospita per due mesi Urbano II, cacciato da Roma dall'antipapa Clemente III. Lo stesso Urbano, ricordato per l'intervento a sostegno della prima crociata, ritornerà ad Alatri nel novembre 1093.

Nel 1132 si ha uno degli avvenimenti più sentiti della storia religiosa della città: l’arrivo delle reliquie di papa Sisto I da Roma. Secondo una Narrazione Historica del XIV secolo, le reliquie vengono concesse dal Papa agli abitanti di Alife (che sperano così di far cessare la peste che affligge la città) ma la mula che porta il carico, giunta presso Alatri, non vuole più ripartire e le sacre spoglie, per decisione del Vescovo, sono deposte nella Cattedrale. Di fatto da ciò trae origine la particolare usanza, rispettata ancor oggi, secondo cui il vescovo diocesano neo-eletto faccia il suo ingresso in città a cavallo di una mula.

Nel 1173 Alatri conquista l'autonomia comunale, in un periodo in cui la nuova forma istituzionale si va diffondendo nel Lazio: la magistratura dei consoli dura fino al 1241, quando viene eletto il primo podestà. I poteri militari e di polizia sono detenuti dai rappresentanti delle carcìe (i rioni in cui è suddivisa la città) che fungono da riferimento per il popolo; ma i problemi vengono affrontati dal governo locale, con la collaborazione del vescovo e con l'appoggio del papa.

Nel 1186 la città, durante le lotte del papato contro l'impero, deve subire l'assedio dell'esercito germanico guidato da Enrico VI (inviato dal Barbarossa per sottomettere le terre della Chiesa) al quale riesce a resistere. Nei successivi conflitti fra Federico II e il papato, Alatri si mantiene fedele al pontefice stipulando fra l'altro un trattato di mutua difesa con Roma.

Nel Duecento il comune alatrino mette in atto una politica di espansione territoriale a danno dei paesi limitrofi: nel 1232 tenta di sottrarre a Collepardo il possesso dei monti attorno a Trisulti; nel 1240, approfittando della politica aggressiva di Federico II, attacca Guarcino. L'anno dopo, Alatri sottomette Collepardo. I collepardesi sono obbligati ad un "ballo sacro" nel giorno della festa del santo patrono alatrino, San Sisto, il mercoledì dopo Pasqua: venticinque abitanti del paese sottomesso sono obbligati a raggiungere Alatri, armati ed accompagnati da un piffero. Dopo aver deposto le armi, ballano in omaggio ai magistrati cittadini e li accompagnano alla cappella del Santo.

L'ultimo paese ad essere aggredito è Ferentino, per il Castello di Tecchiena. Il conflitto per questo castello (non è certo se dipendente da Alatri o autonomo), risale al 1188, quando i ferentinati lo danno alle fiamme.

In questo periodo sarebbe avvenuto quello che è a tutt'oggi ricordato come il miracolo dell'Ostia incarnata: un'ostia trasformatasi in carne, evento attestato da una bolla di papa Gregorio IX nel 1228.

Il contrasto tra il papato e gli ultimi imperatori svevi provoca divisioni fra le famiglie nobiliari locali, che si schierano parte con gli svevi, parte con gli angioini. In tali divisioni emerge la figura del cardinale Gottifredo di Raynaldo, podestà dal 1286, che aiuta la città ad attuare un forte periodo di sviluppo economico, monumentale ed edilizio, di cui ci restano importanti testimonianze.

In seguito Alatri sottomette Trivigliano e durante la guerra dei Vespri aggredisce Vico nel Lazio. Ma violente discordie scoppiano tra le fazioni nobiliari della città. Nonostante l'intervento papale, le lotte civili durano fino al 1296, quando la situazione si risolve con un'azione giudiziaria.

All'inizio del XIV secolo, a seguito della cattura di papa Bonifacio VIII, Alatri, assieme a Ferentino e diversi baroni dei luoghi, si schiera contro la famiglia dei Caetani; ma nel corso del 1305 il partito nobiliare viene spodestato dagli artigiani e dai mercanti, che passano con i Caetani. Riesce il tentativo di assoggettare Vico, ed anche Frosinone è costretta ad un patto in forza del quale deve partecipare al Parlamento di Alatri e fornire truppe al comune ernico, pur con le proprie insegne.

La cattività avignonese del papato coincide con l'inizio di una fase discendente. Alatri nel 1334 subisce la baronia di Francesco De Ceccano, che occupa l'acropoli, venendo però cacciato due anni dopo: da questo momento sulla città alta, distrutte le fortificazioni e le abitazioni civili, resta la sola Cattedrale e la popolazione si concentra nella parte bassa.

Le successive Constitutiones Aegidianae promulgate da Egidio Albornoz nel 1357 obbligano la città a restituire la signoria su Trivigliano al papato, e quella su Torre ai Caetani. Durante la podestà del cardinale Albornoz l'autonomia comunale va incontro ad una notevole riduzione.

Durante lo scisma d'occidente la città, occupata dalle milizie papali, rimane forzatamente fedele a Urbano VI. La presenza delle milizie non impedisce però a Onorato Caetani di entrare in città e catturare quaranta nobili. Gli abitanti, per timore di altre scorrerie, nominano loro signori Adenolfo e Ildebrandino Conti, sottraendo per qualche tempo il potere all'autorità centrale.

Nel Quattrocento la cittadina si trova a dover sciogliere una serie di controversie territoriali con Veroli e Frosinone e a sedare il tentativo di Collepardo di tornare all'autonomia: a ciò si aggiunge il dominio durazzesco sulla città da parte di re Ladislao I di Napoli (1408-1414), che divide nuovamente la città in fazioni. Il nuovo papa, Martino V Colonna, approfitta della situazione di sottomissione per infeudare ai suoi familiari i castelli sottoposti ad Alatri.

In seguito, salvo la breve signoria di Filippo Maria Visconti nel 1434, la città deve ormai sottostare al diretto potere pontificio, che si fa più soffocante e contribuisce all'inizio di un nuovo periodo di decadenza.

Alatri condivide i difficili eventi dello Stato della Chiesa nel XVI secolo, in particolare il Sacco di Roma del 1527 e la successiva occupazione spagnola la lasciano impoverita e a dover fronteggiare la peste. La situazione economica si aggrava anche a causa di lunghe lotte con i comuni vicini, non sempre favorevoli: si vede infatti occupata da Cesare di Caietani di Filettino e costretta a pagare tremila scudi per riottenere la libertà. Durante la guerra scoppiata tra Paolo IV e Filippo II re di Napoli, nel 1556, è addirittura occupata militarmente dal duca d'Alba Fernando Álvarez de Toledo.

Per sopperire ai bisogni della comunità, interviene il vescovo Ignazio Danti con un riuscito programma di riorganizzazione sociale e religiosa secondo le disposizioni del Concilio di Trento, che culminerà nell'istituzione del Seminario Diocesano. Tuttavia l'evento di maggior rilievo che caratterizza il breve episcopato dell'illustre vescovo scienziato è il ritrovamento nel 1584 dell'urna contenente le reliquie del corpo di San Sisto, nascosta dagli alatrini molti anni prima per paura del saccheggio e della profanazione.

Il XVII secolo per Alatri è segnato da due terremoti, nel 1617 e nel 1654, e nuovamente dalla peste, che colpisce la città nel 1656.

Nel Settecento viene attuata una riforma delle istituzioni locali, sostituendo i parlamenti con organismi più snelli, sempre formati su base sociale. La città raggiunge nel frattempo gli ottomila abitanti, e nel 1729 viene istituito il Collegio delle Scuole Pie ad opera dei Padri Scolopi.

In questo periodo inizia ad affermarsi il concetto di Ciociaria, inteso come area rurale al sud di Roma dai confini non ben definiti. Tale nome inizierà a diventare per la popolazione alatrense un elemento fondamentale della propria identità culturale.

La proclamazione della Repubblica Romana nel 1798 suscita un grande fermento in città ed un discreto seguito per le idee giacobine francesi, ed emerge un ceto dirigente filofrancese, abbattuto però, nel luglio 1798, da una ribellione che sfocia in un massacro. Tuttavia, nel riordino politico-amministrativo della provincia pontificia di Campagna e Marittima (che cambia nome in Dipartimento del Circeo), Alatri è elevata a capo cantone di un vasto territorio comprendente Collepardo, Vico nel Lazio, Trivigliano e Fumone.

Dal 1809 al 1814 la città subisce il dominio accentratore e anticlericale dell'impero napoleonico, che porterà alla deportazione in Francia di molti dissidenti e del vescovo Giuseppe Della Casa.

Alatri, nonostante le lotte interne e contro i francesi, riesce a ripristinare l'autorità papale prima degli altri comuni pontifici, e viene inclusa nella Delegazione di Frosinone.

La Restaurazione produce un periodo di incertezza politica con lotte per il potere; a ciò si aggiunge il fenomeno del brigantaggio, nel quadro dell'arretratezza generale dello Stato pontificio. Vari i tentativi di migliorare la situazione, anche sotto il profilo culturale, quali l'istituzione di una cattedra di Diritto presso il collegio degli Scolopi e la fondazione di un'Accademia ernica; Gregorio XVI (la cui visita in città nel 1843 è l'occasione per lavori di recupero e valorizzazione dell'Acropoli) promuove riforme nell'istruzione ed opere pubbliche, Pio IX nel 1863 provvederà alla costruzione dell'[acquedotto di Trovalle (ancora funzionante). Ma non vengono avviati i provvedimenti più urgenti, di natura economica e sociale. Nel 1830 un tentativo di sommossa popolare finisce con l'arresto dei due popolani promotori.

A seguito dell'instaurazione della Seconda Repubblica romana da Alatri partono una decina di volontari, che si uniscono al battaglione Durando per la difesa della Repubblica: seguendo Garibaldi nel tentativo di raggiungere Venezia alcuni cadranno in combattimento, altri resisteranno fino alla fine.

Il patriota alatrense Sisto Vinciguerra, avvocato, viene eletto deputato alla Costituente romana. Con il ritorno dell'autorità pontificia deve recarsi in esilio a Genova dove rimane fino al 1871.

In seguito all'unificazione della penisola, la popolazione raggiunge i tredicimila abitanti e si attua un potenziamento dei servizi di assistenza.

Con l'inizio del XX secolo vi è un certo incremento dell'attività artigiana da cui ha inizio un vivace progresso che con poche interruzioni dura ancora ai nostri giorni. Nello stesso tempo aumenta con rapidità la popolazione e naturalmente si accresce l'area del centro abitato che supera assai presto l'antica cerchia muraria.

Fiorisce anche la vita letteraria e politica: si segnalano le figure di Luigi Ceci, socio della Regia Accademia dei Lincei e professore ordinario di storia comparata delle lingue classiche all'università di Roma, di padre Luigi Pietrobono, celebre dantista ed intimo amico di Giovanni Pascoli, nonché quello del canonico Luigi De Persiis, profondo e autorevole storico della città.

In questo periodo si assiste a profonde modificazioni socio-culturali che permettono il passaggio da una società pseudo-medioevale ad una moderna. Nel 1917 l'inaugurazione di una rete ferroviaria vicinale, che collega Alatri con Roma, fa cadere l’isolamento in cui si trova la città, fino ad allora lontana dalle principali vie di comunicazione. La stazione di Alatri rimarrà in funzione fino al 1978.

Le lotte politiche del primo dopoguerra vengono segnate anche da scontri fra il forte partito cattolico e l’emergente fascismo.

Seguendo le sorti della monarchia italiana, ormai tragicamente vincolata al regime fascista, la città subirà pesanti perdite umane durante la seconda guerra mondiale: un pesante bilancio di vittime, con la rovina di molti monumenti e abitazioni, si ha durante l'occupazione tedesca del 1944. Notevole è il movimento di resistenza.

Nel 1941 le autorità militari istituiscono nel territorio di Alatri il campo di concentramento delle Fraschette, dove vengono internati civili italiani e stranieri e prigionieri di guerra, in particolare jugoslavi e greci. Rimane in funzione fino al 19 aprile 1944.

Dopo la guerra, anche se l’industrializzazione non prende piede nel territorio, Alatri diviene una città florida economicamente. Sparisce il latifondo, ma anche il tradizionale artigianato, ormai poco produttivo, ma in compenso si potenziano le attività commerciali. La rapida estensione della città fa sì che vaste aree al di fuori del centro storico vengano urbanizzate: in particolare Civette, che diventa una delle zone più popolose della città e il suo decimo rione, e Colleprata, dove sorgono soprattutto ville e case a schiera.

Nel 1984 Alatri riceve la visita di papa Giovanni Paolo II, invitato in occasione del 400° anniversario del ritrovamento delle reliquie del patrono San Sisto. È presente l'allora Ministro degli Esteri, Giulio Andreotti. Le autorità cittadine conferiscono al Pontefice la cittadinanza onoraria.

Una notevole crisi delle istituzioni comunali, con frequenti cambiamenti di sindaco e giunta, porta a un grave dissesto finanziario nei primi anni novanta. Nel 1994 si ha per la prima volta l'elezione diretta del sindaco, che conferisce la necessaria stabilità alla vita amministrativa della città consentendo così un nuovo sviluppo. Nel frattempo si presenta il fenomeno dell'immigrazione, che pone la necessità di istituire servizi finalizzati all'integrazione dei nuovi arrivati.

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Stazione meteorologica di Alatri

Stazione meteorologica di Alatri (Italia)

Coordinate: 41°44′N 13°21′E / 41.74, 13.35 La stazione meteorologica di Alatri è la stazione meteorologica di riferimento relativa alla località di Alatri.

La stazione meteorologica è situata nell'Italia centrale, nel Lazio, in provincia di Frosinone, nel comune di Alatri, a 502 metri s.l.m. e alle coordinate geografiche 41°44′N 13°21′E / 41.733, 13.35Coordinate: 41°44′N 13°21′E / 41.733, 13.35.

Secondo i dati medi del trentennio 1961-1990, la temperatura media del mese più freddo, gennaio, si attesta a +5,6 °C, mentre quella del mese più caldo, agosto, è di +23,2 °C .

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Source : Wikipedia