Agenda 21

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Tags : agenda 21, sviluppo sostenibile, ambiente, società

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Agenda 21

Agenda 21 è un programma delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo sostenibile: consiste in una pianificazione completa delle azioni da intraprendere, a livello mondiale, nazionale e locale dalle organizzazioni delle Nazioni Unite, dai governi e dalle amministrazioni in ogni area in cui la presenza umana ha impatti sull'ambiente. La cifra 21 che fa da attributo alla parola Agenda si riferisce al XXI secolo, in quanto temi prioritari di questo programma sono le emergenze climatico-ambientali e socio-economiche che l'inizio del Terzo Millennio pone inderogabilmente dinnanzi all'intera Umanità. L’Agenda 21 è quindi un piano d’azione per lo sviluppo sostenibile, da realizzare su scala globale, nazionale e locale con il coinvolgimento più ampio possibile di tutti i portatori di interesse ( stakeholders ) che operano su un determinato territorio.

Le Nazioni Unite, nel 1987, tramite il rapporto Our Common Future hanno introdotto il concetto di "sviluppo sostenibile" ripreso successivamente al summit delle Nazioni Unite tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992. Nel 1997, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenne una sessione speciale per valutare i progressi dei primi cinque anni dall'approvazione dell'Agenda 21 (Rio+5). L'Assemblea riconobbe il carattere di disparità del progresso e ne identificò i tratti caratteristici, compresa la crescente globalizzazione, che ampliano le disparità di reddito e continuano il deterioramento dell'ambiente. Una nuova risoluzione (S-19/2) dell'Assemblea Generale promise nuove azioni.Ne consegue un eccessivo numero di disagi riguardanti le disparità.

Il Piano di Esecuzione, concordato nel Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (Earth Summit 2002) confermò l'impegno delle Nazioni Unite per il 'pieno adempimento' dell'Agenda 21, insieme al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e ad altri accordi internazionali.

La Commissione sullo Sviluppo Sostenibile ha il ruolo di supervisione e controllo sullo sviluppo sostenibile, ed ha avuto il ruolo di commissione preliminare per gli incontri e le sessioni sull'esecuzione dell'Agenda 21.

La Divisione per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ha il ruolo di segretariato per la Commissione, e lavora all'interno del contesto dell'Agenda 21.

L'esecuzione da parte degli stati membri è volontaria.

L'esecuzione dell'Agenda 21 è stata programmata per includere interventi a livello internazionale, nazionale, regionale e locale. In alcuni stati le autorità locali hanno preso iniziative per la realizzazione del piano localmente, come raccomandato nel capitolo 28 del documento. Questi programmi locali sono noti come 'Local Agenda 21'..

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Impronta ecologica

L'impronta ecologica è un indice statistico utilizzato per misurare la richiesta umana nei confronti della natura. Essa mette in relazione il consumo umano di risorse naturali con la capacità della Terra di rigenerarle.

In parole povere, essa misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti. Utilizzando l'impronta ecologica, è possibile stimare quanti pianeta Terra servirebbero per sostenere l'umanità, qualora tutti vivessero secondo un determinato stile di vita.

Confrontando l'impronta di un individuo (o regione, o stato) con la quantità di terra disponibile pro-capite (cioè il rapporto tra superficie totale e popolazione mondiale) si può capire se il livello di consumi del campione è sostenibile o meno.

Per calcolare l'impronta relativa ad un insieme di consumi si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (es. grano, riso, mais, cereali, carni, frutta, verdura, radici e tuberi, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in kg/ha (chilogrammi per ettaro). Il risultato è una superficie.

Per calcolare l'impatto dei consumi di energia, questa viene convertita in tonnellate equivalenti di anidride carbonica, ed il calcolo viene effettuato considerando la quantità di terra forestata necessaria per assorbire le suddette tonnellate di CO2.

Sebbene l'approccio sia ampiamente utilizzato, esso è anche al centro di critiche.

Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell'impronta ecologica nel suo Living Planet Report.

Nel 2003 Mathis Wackernagel e altri hanno fondato il Global Footprint Network, che si propone di migliorare la misura dell'impronta ecologica e di conferirle un'importanza analoga a quella del prodotto interno lordo. Il Global Footprint Network collabora attualmente con 22 paesi -- tra cui Australia, Brasile, Canada, Cina, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Sud Africa, Svizzera -- e con agenzie governative, autorità locali, università, istituti di ricerca, società di consulenza, associazioni. In Italia collaborano con il Global Footprint Network il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Chimiche e dei Biosistemi dell'Università di Siena, l'Istituto Ricerche Economico Sociali della Regione Piemonte, la società di ricerca e consulenza Ambiente Italia Srl, la Rete Lilliput.

In Italia l'impronta ecologica è stata e viene calcolata non solo per l'intera nazione, ma anche su scala regionale e locale. Il Cras (Centro ricerche applicate per lo sviluppo sostenibile) ha calcolato l'impronta per la Basilicata, la Calabria, la Campania, la Liguria, la Puglia, la Sardegna, la Sicilia e la Toscana; l'Istituto Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità , costituito dalle università di Torino e di Brescia, ha calcolato l'impronta ecologica per la province di Ancona, Ascoli Piceno, Cagliari, Forlì-Cesena, Pesaro Urbino, Siena e per il comune di Follonica. Anche la Provincia di Bologna ha recentemente pubblicato i calcoli relativi all'impronta del proprio territorio.

Le diverse superfici vengono ridotte ad una misura comune, attribuendo a ciascuna un peso proporzionale alla sua produttività media mondiale; si individua così l'"area equivalente" necessaria per produrre la quantità di biomassa usata da una data popolazione (mondiale, nazionale, regionale, locale), misurata in "ettari globali" (gha).

Da alcuni studi effettuati su scala mondiale e su alcuni paesi emerge che l'impronta mondiale è maggiore della capacità bioproduttiva mondiale. Secondo Mathis Wackernagel, nel 1961 l'umanità usava il 70% della capacità globale della biosfera, ma nel 1999 era arrivata al 120%.

Ciò significa che stiamo consumando più risorse rinnovabili di quanto potremmo, cioè che stiamo intaccando il capitale naturale e che nel futuro potremo disporre di meno materie prime per i nostri consumi.

Relativamente ad alcuni stati, i dati sono i seguenti. Per ogni paese è riportata l'impronta pro capite. Il dato va raffrontato con la biocapacità media mondiale che è di 1,78 ettari pro capite. (i dati sono tratti dall'edizione 2006 del Living Planet Report del WWF).

L'impronta ecologica ha parecchi limiti, riconosciuti dagli stessi autori. In primo luogo riduce tutti i valori ad un sola unità di misura, la terra. Ciò distorce la rappresentazione di problemi complessi e multidimensionali.

Relativamente all'energia, vi sono problemi di stima del rendimento; non si fa riferimento all'approvvigionamento da fonti non rinnovabili; non sono considerate altre emissioni oltre a quella di CO2; nel caso dell'energia nucleare le scorie radioattive sono semplicemente ignorate.

Poiché i consumi sono riferiti alle sole risorse rinnovabili, non viene misurata la dipendenza da risorse non rinnovabili (minerali, petrolio). Lo stesso si può dire per la produzione di rifiuti e di materiali non smaltibili.

L'inquinamento non è considerato, ad eccezione delle emissioni di CO2.

Un ecosistema è formato da tutti gli esseri viventi e dai fattori non viventi (aria, acqua, suolo) presenti in un certo ambiente: la sua "capacità di carico" indica la massima popolazione di una determinata specie animale o vegetale sopportabile senza che sia compromessa la produttività. Si esprime come numero di individui per ettaro e dipende dal modo in cui la specie in questione usa la capacità dell'ecosistema di produrre cibo, assorbire i rifiuti prodotti, offrire altre risorse come posti per nidificare o mettere le radici.

Nel caso dell'uomo tale concetto perde molta della sua significatività, sia perché i consumi umani non sono determinati esclusivamente dalla biologia, sia perché le forme d'uso delle risorse variano enormemente da luogo a luogo e nel tempo, con lo sviluppo della tecnologia ed il mutare dei bisogni; inoltre con il commercio l'uomo attinge alla produttività di ecosistemi lontani.

L'impronta ecologica è un buon indicatore di pressione ambientale: risponde infatti alla domanda “Quanto pesiamo sull'ambiente?”. Il Living Planet Index cerca invece di stimare la qualità dell'ambiente, contando gli ecosistemi non degradati a livello mondiale e risponde al quesito “Quanta natura ci rimane?”. La necessità di usare questi indicatori “alternativi” si trova già nell'Agenda 21 e nasce dalla volontà di affiancare le contabilità ambientali a quelle economiche.

Ricordiamo che gli indicatori rappresentano un modello empirico di realtà, non la realtà stessa.

Il concetto di Impronta Ecologica inverte i termini del problema e valuta la superficie di ecosistemi produttivi necessaria per sostenere i consumi di un individuo o di un gruppo di individui. I consumi umani comportano l'utilizzo di territori che vengono sottratti alla natura: aree edificate per insediamenti umani, impianti ed infrastrutture, territori per l'estrazione di materie prime e la produzione di energia, spazi necessari per lo smaltimento degli scarti generati durante i cicli di produzione e consumo. Sommando i territori richiesti da ogni tipo di consumo e di scarto di una popolazione definita, otteniamo una superficie che rappresenta l'Impronta Ecologica di quella popolazione, indipendentemente da dove tali territori sono situati. A fini esplicativi si immagini una città racchiusa da una cupola trasparente che lasci entrare la luce solare, ma che impedisca ogni scambio di materia con l'esterno: la sopravvivenza delle persone che vivono nella cupola dipende da ciò che è contenuto all'interno. Immaginiamo di poter allargare la cupola fino ad avere un territorio sufficiente per mantenere tutti gli abitanti della città sostenendone i consumi ed assorbendone i rifiuti. Quanto dovrà essere grande la cupola? La risposta a questa domanda si ha calcolando l'Impronta Ecologica.

È necessario specificare, a questo punto, la definizione e l'ambito di alcune delle categorie territoriali appena elencate. Per quantificare la “terra per l'energia”, è possibile utilizzare due diversi metodi che, comunque, danno lo stesso risultato. Un primo modo è quello di valutare la parte della biosfera necessaria ad assorbire la CO2 emessa bruciando i combustibili fossili. Questo ragionamento si basa sulla necessità di contrastare l'accumulo di CO2 in atmosfera per scongiurare mutamenti climatici. Con questo metodo si evidenzia il fatto che se si volessero piantate altre foreste per trattenere tutta la CO2 prodotta dalle attività umane, la terra disponibile sul pianeta non sarebbe sufficiente. La creazione di serbatoi di carbonio mediante azioni di riforestazione, proposta portata avanti da molti paesi che non vogliono ridurre le proprie emissioni, non sarebbe quindi una soluzione sufficiente, né in senso retroattivo né in senso preventivo. Un secondo metodo consiste nel calcolare l'area necessaria per ottenere vegetali (biomasse) da cui ricavare combustibile, in sostituzione di quello fossile. Con questo approccio si vuole soddisfare uno dei principali requisiti della sostenibilità: la sostituzione dei combustibili fossili con una fonte rinnovabile. Anche in questo caso la terra per l'energia non corrisponde a superfici reali ma semmai a "territori fantasma", come sono stati definiti da alcuni studiosi, vale a dire quei territori occupati, milioni di anni fa, da foreste e paludi che hanno dato origine ai combustibili fossili. Tutte queste considerazioni valgono per le fonti di energia da combustibili fossili che attualmente sono quelle più utilizzate; per altre fonti energetiche devono essere utilizzati approcci differenti. Per quanto riguarda per esempio l'energia idroelettrica, la terra per l'energia corrisponde al territorio allagato a monte delle dighe ed all'area occupata dagli elettrodotti ad alta tensione. Le “aree edificate” sono quelle che ospitano gli insediamenti umani e le strade, e si estendono approssimativamente nel mondo per 0.1 ettari pro capite. Poiché la maggior parte degli insediamenti umani sono situati nelle aree più fertili del mondo, i terreni edificati comportano spesso la perdita irrevocabile di quelle che prima erano zone agricole (per questo nel calcolo si utilizza lo stesso fattore di equivalenza delle aree agricole). Le “aree marine” ricoprono miliardi di ettari del pianeta, poco più di 6 ettari per persona. La disponibilità pro capite per la produzione ecologica marina è di circa 0.14 ettari globali. Si noti che è ragionevole misurare l'attività ecologica del mare in funzione della sua area e non del suo volume, come si potrebbe invece immaginare: è infatti la superficie che ne determina la produttività, poiché sia l'accumulo di energia solare che gli scambi di gas con l'atmosfera sono ad essa proporzionali.

Ritornando alla procedura di implementazione del calcolo, per poter essere confrontabili tra loro, le Impronte Ecologiche, provenienti da categorie diverse, vanno trasformate in “unità equivalenti” o “ettari globali” (global hectar), che rappresentano un ettaro di spazio produttivo con produttività pari a quella media mondiale: si tiene conto delle produttività di quel tipo di terreno moltiplicando il valore “grezzo dell'impronta” per un fattore di equivalenza. Ad esempio, un fattore pari a 1.5 per un determinato tipo di terreno indica che la proporzione tra la produttività locale di quel tipo di terreno e la produttività mondiale è 1.5:1, da cui si deduce che la produttività locale è più alta del 50%: per esempio un terreno per l'energia assorbe il 50% di anidride carbonica in più. L'utilizzo delle unità equivalenti, come unità di misura dell'impronta ecologica, è una recente introduzione perché inizialmente i calcoli venivano effettuati semplicemente in ettari: in alcuni testi sull'impronta vengono ancora riportati i dati in ettari.

Impronta Ecologica nazionale Secondo il Living Planet Report 2002, curato dal WWF Internazionale in base ai dati di Redefining Progress sull'impronta ecologica e dell'UNEP World Conservation Monitoring Centre sulla biodiversità, l'italiano medio ha un'impronta ecologica 3.84 unità equivalenti (3.57 unità equivalenti di ecosistemi produttivi terrestri e 0.27 unità equivalenti di ecosistemi produttivi marini). Un quadrato di 196 metri di lato, fatto per il 7.03% da mare, per il 7.81% da foreste, per il 21% da terreni agricoli, per il 4.68% da pascoli, per il 1.82% da superfici edificate (città, strade, infrastrutture), e per ben il 57.5% da aree per l'assorbimento dell'anidride carbonica. Il nostro paese possiede una capacità biologica di 1.18 unità di superficie a persona ed è quindi pesantemente in deficit di 2.66 unità di superficie: ci vorrebbero 3 Italie per soddisfare i nostri consumi. I dati del Living Planet Report 2002 sono diversi da quelli del precedente rapporto, che p.es. assegnava all'Italia un'impronta di 5.51 unità. Questo perché il metodo di calcolo è in continua evoluzione e sono stati rivisti, alla luce di recenti pubblicazioni della FAO, i dati sulla produttività media di pascoli e foreste, che è risultata più bassa di quanto supposto in precedenza. Il primo calcolo dell'impronta dell'Italia risale al 1996, in occasione della pubblicazione del libro di Wackernagel e Rees: risultava di 3.11 ettari, non essendo ancora utilizzato il metodo di conversione in ettari globali. Nel corso di questi anni la metodologia di calcolo è stata continuamente aggiornata per affinare sempre di più le capacità del sistema. Per questo molte pubblicazioni non aggiornate possono riportare ancora dati vecchi e, visto il trend nazionale degli ultimi anni, questi dati possono risultare meno deprimenti ed allarmanti di quanto non sia in realtà la situazione attuale del Paese.

Per il calcolo a livello locale spesso i dati relativi a commercio e consumi non sono facilmente reperibili. Tuttavia le impronte di una popolazione regionale o municipale possono essere estratte dall'impronta nazionale confrontando quanto i modelli di consumo nella regione o nel comune differiscano dalla media nazionale. Questa valutazione indiretta è più semplice e conduce a risultati più precisi che una stima basata su un insieme limitato di dati locali, perché le statistiche nazionali sono più facilmente disponibili e più complete. La maggior parte delle città raccoglie dati sufficienti sull'uso dell'automobile, sulle abitazioni, sul consumo energetico, le entrate o i costi della vita nella propria area, il che permette un confronto tra i modelli di consumo nazionale e locale. A livello comunale è possibile per le aree edificabili disporre direttamente di dati da trasformare in ettari pro capite di terreno. D'altra parte, disponendo di una stima dell'impronta nazionale, non risulta strettamente necessario eseguire un calcolo di tutti i fattori che intervengono nella definizione dell'impronta, ad esempio per i materiali utilizzati per la costruzione di abitazioni si può usare il dato nazionale. Inoltre la comparazione dei dati disponibili delle realtà urbane sul territorio nazionale presentano una sostanziale uniformità delle categorie funzionali al calcolo dell'Impronta Ecologica sulla base del numero di abitanti a prescindere, quindi dalla collocazione geografica (Settentrione, Centro, Meridione), ciò è dovuto al fatto che quasi sempre città con numero di abitanti che va dalle unità hanno caratteristiche di struttura economica e territoriale molto simili: dai dati ISTAT risulta comune, infatti, che due città entrambe di circa 70000 abitanti (ad es.) entrambe capoluogo di provincia abbiano lo stresso apparato terziario e di servizi e paragonabili risultino il volume dei commerci e le produzioni delle realtà agricole e/o industriali insistenti sul territorio comunale. Pertanto un esempio di calcolo dell'Impronta Ecologica locale abbastanza accurato, (sebbene non specifico di una particolare realtà cittadina), può essere condotto considerando un generico centro urbano italiano con una popolazione compresa impostato sui valori di categoria di consumo e territoriali paragonabili, (quando non coincidenti), in tutti i centri urbani con tale caratteristica.

Alimenti/Territorio per energia Il calcolo dell'impronta dovuta al consumo di alimenti si effettua a partire dal dato medio nazionale dell'impronta (ndr: ripreso da «L'impronta ecologica» di Wackernagel e Rees pubblicato da Edizioni Ambiente, 1996, op. cit.) aggiornato in funzione dei dati e dei parametri del Living Planet Report del 2000 incrociati, a loro volta, con i dati ISTAT sui “consumi alimentari delle famiglie divisi per categoria di consumo” su base regionale/ nazionale. Per avere un dato omogeneo si uniformano le unità di misura trasformando tutto in kcal/procapite/anno. Si calcola, quindi, l'impronta urbana locale a partire dall'impronta italiana in ha/procapite/anno moltiplicata per il rapporto fra le kcal/proc/anno consumate in ambito regionale e kcal totali consumate in Italia.

Il territorio energetico connesso al consumo di alimenti è comprensivo di tutti gli input energetici materiali, indipendentemente dalla natura vegetale o animale dell'alimento.

Alimenti/Territorio agricolo Il calcolo ha richiesto prima di tutto di stimare il totale di territorio agricolo. Allo scopo si applicata la stessa logica usata per l'energia. Il passo successivo è consistito nello scorporare il dato relativo agli alimenti vegetali ed animali.

Alimenti/Pascoli Il calcolo si effettua valutando, in kcal/procap/anno, il consumo di alimenti animali (in termini nazionali e regionali) ed eseguendo una proporzione rispetto all'impronta nazionale.

Alimenti/Foreste Il calcolo si effettua valutando, in kcal/procap/anno, il consumo di alimenti totali (in termini nazionali e regionali) ed eseguendo una proporzione rispetto all'impronta nazionale (ha/procap/anno).

Alimenti/Superficie marina Il calcolo è stato effettuato valutando, in kcal/procap/anno, il consumo di pesce ed eseguendo una proporzione in funzione della popolazione e del reddito procapite locale rispetto all'impronta nazionale (ha/procap/anno).

Abitazione e infrastrutture/Territorio per energia Si utilizza direttamente il dato medio nazionale che comprende i consumi connessi sia alla costruzione e manutenzione che all'uso delle abitazioni. È difficile di solito riuscire ad effettuare proporzionamenti del dato nazionale al dato locale per via della difficoltà di reperimento dei dati a livello comunale o regionale. Sarà possibile, però, affinare il calcolo con indagini sulle tipologie edilizie ed il patrimonio abitativo.

Abitazioni e infrastrutture/Foreste Si utilizza il dato nazionale in quanto si ipotizza che materiali e tecniche costruttive non presentino differenze significative.

Abitazioni e infrastrutture/Superficie edificata Il dato deriva direttamente dal calcolo della superficie edificata disponibile per il comune (catasto, dati sulla destinazione d'uso del territorio rapporto sullo stato ambientale del comune, osservatorio sull'abusivismo, dati di monitoraggio Protezione Civile, etc.).

Trasporti/Territorio per energia Il calcolo è stato effettuato utilizzando i dati sui consumi delle famiglie e facendo la proporzione fra dato nazionale e dato locale. Una ottimizzazione può essere effettuata considerando le statistiche ISTAT sugli spostamenti delle persone per motivi di studio e lavoro. Tali dati, disponibile anche a livello comunale, sono disaggregati per tipologia di mezzo utilizzato e per tempi di spostamento. Da essi è possibile dedurre il chilometraggio medio degli spostamenti con i diversi mezzi e, quindi, i consumi medi di carburante. Inoltre, avendo a disposizione una cartografia aggiornata, sarà possibile effettuare una stima diretta della superficie edificata impegnata per i trasporti.

Si effettua la proporzione rispetto ai consumi nazionali come prima visto per il calcolo dell'indicatore derivante dalla relazione tra la categoria di consumo “alimenti” e la categoria di territorio “territorio per energia”.

Risultati e considerazioni Una città di medie dimensioni con una popolazione compresa tra i 60000 e i 100000 abitanti e con un numero medio di famiglie che va dai 30000 ai 50000, presenta una Impronta Ecologica secondo il calcolo effettuato con il primo modello descritto risulta ben 6.0 - 6.5 unità equivalenti per abitante, che salgono in media a 7.0 se consideriamo un contributo del 12% per la tutela della biodiversità (parametro, questo, derivante dal calcolo globale - nazionale dell'Impronta Ecologica e non computabile in modo specifico nel contesto locale del quale però è necessario tener conto, ndr): l'impronta procapite urbana superava quella nazionale, come ci si può rendere conto confrontando i consumi come si evidenzia dalle tabelle ISTAT inserite precedentemente a titolo di esempio. Il valore ottenuto con il calcolo applicativo del secondo modello descritto oscilla tra 4.0 e 5.5 unità che salgono a 6.2 con il contributo per la biodiversità: la diminuzione del valore non deve far pensare ad un netto miglioramento, in quanto il nuovo dato va confrontato con quello più recente dell'impronta dell'Italia (3.84 unità). La realtà urbana considerata consuma il patrimonio naturale con ritmo decisamente superiore alla disponibilità media dei centri urbani con le stesse caratteristiche che, a livello nazionale, è rappresentato da soli 1.18 ettari globali per abitante ed a livello mondiale da 1.9 ettari globali. Il calcolo effettuato fornisce un valore che, anche se approssimato, è in linea con i risultati ottenuti per altre realtà italiane specifiche, in particolare con quelli della Provincia di Bologna e di realtà urbane quali quella Cosenza e Pavia: in tutti questi i casi i consumi sono maggiori dei consumi nazionali e l'impronta è, di conseguenza, maggiore. Se tutte le persone al mondo vivessero con gli stili di vita del cittadino urbano italiano medio, avremmo bisogno di almeno altri 3 pianeti e mezzo. Circa metà dell'impronta è da imputare al consumo di terra per l'energia cioè quella superficie che serve per assorbire l'anidride carbonica legata al ciclo di produzione e consumo dei singoli beni: questa parte dell'impronta è notevolmente aumentata con un fattore moltiplicativo di circa 1.7 nel giro di circa sei-sette anni a causa soprattutto dell'inquinamento veicolare e da riscaldamento. In questo stesso arco temporale, (anche se il tendenziale è ben più antico), i consumi energetici urbani sono in crescita nonostante le città italiane registrino una diminuzione della popolazione. Per quanto riguarda l'elettricità, il consumo globale medio per la tipologia di centri urbani considerati è stato, secondo i dati ENEL, di circa 300000 MWh quota questa sostanzialmente invariato nell'ultimo decennio con una variazione di consumo per abitante è passato da 3500 kWh a 3800 kWh con un tasso di crescita su base quinquennale dello 1.4% circa. Nello stesso periodo il consumo di gas metano ha avuto un aumento di circa 1.3 % annuo, con un consumo stimabile intorno a 80 – 82 milioni di sm3; per un disponibilità di circa 40 GJ per abitante. Se consideriamo la quantità di carbonio immessa nell'atmosfera da ogni cittadino in conseguenza di questi consumi energetici otteniamo un valore di carbonio equivalente (Ceq) per abitante di 580 - 600 kg all'anno per l'energia elettrica e di 650 - 690 per quella termica, un totale di ben 1.2 - 1.7 tonnellate di carbonio cioè 4.5 - 5.2 tonnellate di anidride carbonica.

Suddivisione dell'impronta urbana L'Impronta Ecologica calcolata nello studio esposto e relativo ad una area urbana con caratteristiche medie vicine a quelle della realtà urbana italiana presa in esame ha, come si è dimostrato, un peso sull'ambiente molto alto e di gran lunga superiore a quello medio nazionale e quindi difficilmente sostenibile se non a scapito di un radicale depauperamento di risorse energetiche interne ed esterne al contesto comunale e regionale con conseguente aumento del costo delle risorse immesse che provoca l'inevitabile aumento del costo della vita. È forse questo il più efficace indice di Impronta Ecologica immediatamente ponderabile soprattutto a livello individuale: all'inizio di questo articolo si è messo in relazione il PIL con l'Indice di Sviluppo Umano nella tentativo di dare una definizione della sostenibilità intendendo il fatto che non può essere più considerata la ricchezza come indice proporzionale dello sviluppo della società (come di una città) ma al contrario, ormai da tempo l'apporto energetico, in senso lato, non serve più a migliorarne la qualità di vita ma a mantenerne a stento gli standard consolidati non riuscendo quindi più ad assorbirne e a giustificarne gli effetti collaterali in termini di inquinamento e di degrado del territorio. È importante sottolineare, infatti, che la grande fetta dell'impronta legata ai consumi energetici riguarda non solo il consumo di energia “primaria”, ma in modo indiretto tutti i beni e servizi: ad esempio per avere un estratto conto bancario è necessaria energia per la carta, per le infrastrutture, per le utenze domestiche. Anche nei consumi alimentari è incorporata una quantità di energia che aumenta se scegliamo prodotti confezionati, con imballaggi spesso molto “energivori”.

Una parte del terreno energetico ed edificato serve ai trasporti: questo è uno dei settori chiave per la prevenzione dei cambiamenti climatici. Non solo perché questo terreno assorbe una notevolissima quota dell'energia complessivamente consumata, ma perché la domanda di trasporto e i relativi consumi appaiono ancora in forte crescita. In Italia i consumi energetici nel settore dei trasporti sono cresciuti tra il 1971 e il 2000 al tasso medio annuo del 4.1% contro un tasso medio annuo dei consumi finali (ndr: spesa sostenuta dalle unità istituzionali e famiglie residenti per beni e servizi utilizzati per il diretto soddisfacimento di desideri e bisogni individuali o collettivi dei membri della società), di energia dell'1.07%. Nel 1995 il settore dei trasporti assorbiva già circa il 30% dell'energia consumata negli usi finali e sopravanzava gli usi industriali. Anche in Europa i trasporti sono la principale fonte di emissione di CO2 (26% del totale), secondo i dati della “Commissione Europea sui trasporti e sulle emissioni di CO2 nel 1998 la quantità di anidride carbonica legata ai trasporti è stata di 127.33 milioni di tonnellate. Dal 1990 c'è stato un incremento del 15% dovuto all'aumento dei consumi di gasolio (+12%) e di benzina (+30%). L'ultimo piano italiano per i trasporti prevede un incremento per il 2010 tra il 16 e il 36% per la mobilità privata e tra il 16 e il 30 % per le merci. Le auto circolanti in media nel centro urbano italiano considerato nel 1998 erano 60 - 64 ogni 100 abitanti con un consumo di carburanti (benzina e diesel) di 580 - 660 Tep/ab/anno, (ndr sulle fonti: Auto circolanti nel comune (dati ACI/Anfia, ultimo anno disponibile 1998); Consumi elettrici domestici (dati Enel, 1999) su base provinciale; Consumi di carburanti (benzine, diesel) su base provinciale (Bollettino Petrolifero, dati 1998)).

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Geografia economica

Il tasso di sviluppo industriale a seguito della rivoluzione industriale

La geografia economica è una sottodisciplina della geografia, che analizza le connessioni economiche globali, occupandosi di fenomeni come la macroeconomia, la globalizzazione, o di entità sovranazionali come l'ASEAN, il MERCOSUR, l'Unione Europea, il NAFTA, l'APEC, l'EFTA, l'ALCA, l'OPEC.

Rispetto alla geografia classica, quella economica approfondisce questioni che dalla prima vengono soltanto sfiorate: l'economia, la geopolitica, le dinamiche socio-economiche, l'andamento dei settori primario, secondario, terziario e quaternario, i flussi di persone, capitali, beni ed informazioni, la differenza tra Nord e Sud e le più moderne tendenze in atto vedendo le trasfromazioni anche da un punto di vista storico.

Lo spazio geografico è un artificio mentale, se da esso isoliamo le relazioni spaziali che riguardano l'economia otteniamo "lo spazio economico". Queste relazioni geografico-spaziali vengono dette relazioni orizzontali o interazioni spaziali e hanno come funzione principale la comunicazione e lo scambio.. Tali relazioni vengono dette verticali (o ecologiche) e connettono i soggetti economici con le caratteristiche proprie dei diversi luoghi. Vengono invece detti rapporti orizzontali quando hanno ad oggetto lo scambio, movimenti di persone, informazioni e capitali.

Nelle società pre-mercantili e pre-industriali il valore del territorio dipendeva essenzialmente dalla sua attitudine a soddisfare i consumi locali e non aveva importanza se il terreno poteva produrre di più. Questo rapporto tra umani e territorio mutò quando si svilupparono i rapporti commerciali a vasto raggio. Il suolo, da semplice bene di uso comune di tutto il gruppo, divenne allora un bene di chi, possedendo il capitale, poteva acquisirne la proprietà per accrescere il capitale stesso. Questo processo diede inizio alla società capitalistica per cui il valore del suolo se prima era legato alla maggiore o minore fertilità del territorio, ora iniziava a dipendere sempre più dalla sua posizione. Anche la scelta del tipo di coltivazione non sarebbe più dipesa dai bisogni del consumo locale, ma dal valore commerciale. Ma il capitalismo agrario ha dei limiti dovuti all'impossibilità di produrre oltre una certa quota. Questi limiti furono superati quando il meccanismo di accumulazione capitalistica di mercato si applicò all'industria. Qui l'aumento della produttività del lavoro umano sembrava non trovare alcuna limitazione. Il modo di produrre capitalistico-industriale ebbe come principale conseguenza la concentrazione dello sviluppo economico in pochi paesi e in poche aree centrali, mentre il resto dello spazio economico restava più o meno arretrato. Le economie di scala infatti determinano un aumento degli investimenti laddove ce ne sono già stati, in un circolo virtuoso.

I vantaggi che l'imprenditore capitalista ottiene localizzando le sue attività economiche in determinati luoghi e condizioni ambientali vengono definiti economie esterne o esternalità in quanto sono effetti utili che si possono ricevere solo dall'esterno se si localizza laddove sono presenti certe condizioni (strada, ecc). L'esistenza di tali condizionamenti territoriali sulla produttività delle imprese venne riconosciuta già nel 1890 da Marshall. Le economie esterne possono essere naturali, derivanti dall'attività umana (infrastrutture), o possono anche derivare da un effetto collaterale del mercato (economie di agglomerazione). La vicinanza di più imprese infatti può generare economie di scala e risparmi di costi. È quanto si è verificato in Italia in aree industriali come Torino e Milano. Le economie di agglomerazione sono una parte delle esternalità delle economie di urbanizzazione, le quali derivano da: opere di urbanizzazione primaria; facilità di scambi di merci; formazione di un mercato sempre più vasto; presenza di servizi pubblici necessari; sviluppo parallelo dei servizi privati per le famiglie e per le imprese. L'amministrazione pubblica possiede un certo margine di potere nel favorire alcuni di questi fattori.

Le infrastrutture sono quelle condizioni artificiali realizzate sul territorio mediante la spesa pubblica. Esse si possono dividere in: Infrastrutture materiali o tecniche; infrastrutture sociali; infrastrutture economiche; infrastrutture dell'informazione e della ricerca. Inoltre esse presentano le seguenti caratteristiche: sono strutture territoriali; sono beni non escludibili; sono sovente indivisibili; non danno profitti diretti ma generano solo economie esterne. Nello spazio geografico dunque l'economia di mercato funziona per mezzo del suo contrario, cioè di "non merci". Tale forma di socializzazione collettiva, parrebbe opposta al principio capitalistico, ma di fatti si tratta di una socializzazione capitalistica in quanto non si oppone al sistema di mercato, anzi è conforme alle sue esigenze.

Il sistema capitalistico trova il modo di far pagare le economie esterne benché esse non siano merci. Infatti ogni porzione di suolo ha un valore diverso a seconda della sua posizione, ovvero delle economie esterne che offre a chi vi si localizza. Nelle aree rurali il valore di un terreno è valutato soprattutto in base alle sue caratteristiche naturali, nelle aree urbane, al contrario, un suolo è valutato soprattutto in base alla sua posizione. Inoltre la domanda dell'uso del suolo aumenta continuamente nel tempo e chi ne è proprietario si trova in una posizione tendenzialmente monopolistica.

Le economie esterne prodotte da una infrastruttura danno vantaggi a chi si localizza vicino ad essa. In altri casi si tratta di relazioni verticali che legano certe localizzazioni ai caratteri specifici di certi luoghi. Il termine globale, in geografia, indica quelle relazioni orizzontali che si estendono su tutta la superficie terrestre; sono invece locali le relazioni che interessano solo una porzione del globo. Un tempo i circuiti di produzione e dello scambio di beni si svolgevano prevalentemente su scale locali, mentre a livelli territoriali superiori circolavano pochi beni "rari". A partire dall'età moderna in seguito alla scoperta dell'intero globo, si fecero sempre più frequenti gli scambi su scala planetaria. Ad oggi infatti le relazioni si sono talmente intensificate da aver superato ormai ogni confine fisico, culturale o politico.

La globalizzazione si caratterizza soprattutto per la varietà e interdipendenza reciproca. La globalizzazione tecnologico-economica riguarda ormai tutte le fasi del circuito economico: dallo sfruttamento delle risorse alla trasformazione manifatturiera, alla distribuzione. Le dimensioni del fenomeno infatti sono tali che nessun operatore economico e nessuno stato è in grado di controllarli. Si sono formate cosi reti globali di imprese che cooperando su scala mondiale, connettono tra loro le migliaia di luoghi in cui sono insediate. Ci si trova quindi in una situazione di potenziale concorrenza tra tutti i luoghi della terra. Altri aspetti della globalizzazione riguardano il sapere tecnico-scientifico e ambientale, temi che riguardano contemporaneamente tutta l'umanità. Vi è anche un aspetto culturale da non trascurare, per cui si assiste a una mondializzazione della cultura a scapito delle realtà più piccole. Infine vi è anche una globalizzazione geopolitica e geostrategica che consiste nella crescente e immediata interdipendenza delle decisioni e degli avvenimenti politici di ogni parte del globo. Vi è invece un sostanziale ritardo nella globalizzazione delle istituzioni che appaiono ancora molto radicate su scala locale.

L'insieme di relazioni orizzontali e verticali copre tutta la superficie terrestre. Addensamenti, concentrazioni, rarefazioni, discontinuità, dividono e articolano lo spazio geo-economico in regioni. Per definire una regione occorrono tre requisiti: Insieme di luoghi contigui; caratteristiche comuni tra loro; in basi a tali caratteristiche si osserva una differenziazione dai luoghi circostanti. In base alla dimensione si distingue un livello microregionale (uno o pochi comuni); mesoregionale (insieme di regioni politiche, paesi); megaregionali (continentali o intercontinentali). In ogni caso lo spazio di una regione è un'astrazione mentale quindi muta in base ai fenomeni che si vogliono tenere in considerazione.

Le regioni si definiscono formali quando sono individuate in base ad attributi omogenei che le identificano e le differenziano dalle regioni circostanti. Sono invece regioni funzionali quelle individuate in base alle relazioni orizzontali che si estendono in uno spazio. Queste ultime si distinguono tra monocentriche o policentriche. Infine una regione formale che si collega a una funzionale forma una regione complessa. Un esempio tipico è la regione programma, che in base alle caratteristiche di un territorio, si propone di realizzare alcuni interventi su scala regionale.

La disposizione territoriale dei servizi non è casuale. Lo spazio infatti è gererchizzato, per cui i singoli centri (località centrali) servono ciascuno un'area a loro circostante. Nella teoria quindi lo spazio tra i centri urbani avrebbe distanze uguali, ma questo non si verifica nella realtà perché lo spazio geografico è differenziato dalla natura e dalla storia. I fenomeni di squilibrio sono determinati soprattutto dai processi di agglomerazione per cui le attività tendono a localizzarsi l'una vicina alle altre. Uno sviluppo regionale di questo tipo è detto polarizzato. La struttura polarizzata crea squilibrio territoriale tra la regione centrale polarizzante e le regioni periferiche. Un esempio di questo squilibrio è rappresentato dal pentagono Londra, Parigi, Milano, Monaco e Amburgo. Tuttavia la polarizzazione produce anche effetti nefasti al territorio naturale e culturale pertanto in alcuni casi si verificano processi di depolarizzazione.

Le strutture regionali polarizzate tipiche sono quelle sviluppatesi nella prima parte del 1900 con l'avvento dell'industria manifatturiera. Invece, nella seconda metà del 1900, i paesi di vecchia industrializzazione furono investiti da processi di frazionamento e decentramento delle aree produttive. In questa fase nasce un nuovo tipo di struttura regionale che prende il nome di struttura a rete e che distribuisce le varie attività in centri minori. Le strutture reticolari sembrano oggi le più adatte a favorire lo sviluppo delle aree forti.

Uno degli effetti della globalizzazione è la competizione tra i vari territori. Tale competizione riguarda soggetti privati, pubblici e misti che insieme formano una rete locale che si comporta come un attore collettivo. Si realizza qui il concetto di Milieu territoriale, che rappresenta una specie di patrimonio comune di un'area (quindi le potenzialità naturali, economiche e sociali) su cui una comunità può basarsi per creare sviluppo. L'esempio più tipico è il distretto industriale.

Il principale effetto territoriale della globalizzazione è la tendenza a ricostruire le unità territoriali esistenti a livelli diversi ad esempio dalla città alla metropoli, dal sistema locale alla macroregione. Quest'opera di costruzione non prescinde dall'esistenza di reti globali i cui flussi e i cui nodi sfuggono ad ogni controllo territoriale diretto. Tuttavia le regioni possono virtuosamente cogliere tali reti attraverso lo svolgimento di una funzione di intermediazione attiva tra le condizioni del milieu locale e le reti globali. In questo modo la regione non subirà passivamente gli effetti delle reti globali e potrà invece porre le basi per un ulteriore sviluppo. L'esempio più tipico sono i piani strategici.

Il passaggio da strutture territoriali gerarchizzate a strutture reticolari riguarda le aeree più sviluppate dei paesi industrializzati. Tuttavia alcune aree sono rimaste emarginate da questo sistema generando cosi periferie (Scozia, sud Italia, sud del mondo ecc). La posizione di dipendenza di tali aree si concretizza in primo luogo con l'emigrazione della popolazione.

Per ambiente si intende il sistema di relazioni che intercorrono tra esseri umani, altri esseri viventi e mondo inorganico. Queste relazioni fanno quindi capo a componenti biotici e abiotici. L'ecologia studia l'ecosistema terrestre che si può suddividere in diversi sotto-insiemi (ecosistemi regionali). L'intero pianeta funziona come un sistema ed è detto geosistema. Esso si comporta come un sistema aperto nel senso che esso riceve stimoli sia interni che esterni e si mantiene in equilibrio grazie ad una serie di cicli.

Gli esseri umani, in quanto organismi viventi, dipendono dagli ecosistemi entro cui si trovano ad operare. Allo stesso modo l'ambiente naturale non esercita un ruolo passivo, ma fornisce tutta una serie di servizi naturali che hanno una funzione determinante per la sopravvivenza della specie umana e delle alte. Tali servizi principali sono: L'energia solare; la decomposizione; la regolazione dei gas atmosferici; la regolazione del clima; il ciclo dell'acqua; il controllo biologico di malattie e parassiti. Anche il sistema economico è un sottosistema dell'ecosistema terrestre. Esso alimenta una circolazione di materia, energia, e informazione tendendo però alla modificazione del sistema naturale. Questo genera il cosiddetto problema ecologico che ha assunto dimensioni sempre più globali a partire dalla rivoluzione industriale. Inoltre va ricordato che gli equilibri del geosistema non sono mai completamente stabili, essi danno infatti luogo a continue oscillazioni che oggi assumono una pericolosità maggiore a causa di due motivi principali: con l'aumento della densità e della complessità territoriale per cui è aumentata la vulnerabilità delle persone; l'umanità modificando sempre di più il sistema terrestre, ha generato diverse alterazioni le cui alcune sono reversibili, ma altre irreversibili. Risulta quindi importante considerare la differenza dei tempi quali: geologici (miliardi di anni); biologici (milioni di anni); economici (pochi anni). È fondamentale quindi che gli scarti locali e temporali rimangano nei limiti compatibili con il mantenimento della vita e di quella umana in particolare. Oggi tale rischio è attuale in quanto oltre il 60% del pianeta è soggetto a sfruttamento non sostenibile.

In un sistema economico i risultati dipendono dalla produttività dei fattori, cioè dal rapporto tra quantità dei beni e servizi prodotti e le corrispondenti quantità di fattori impiegati. I fattori originari sono la terra (insieme di risorse) e il lavoro (umano). La storia dei rapporti tra uomo e ambiente è caratterizzato dal continuo aumento dello sfruttamento del fattore terra (minore lavoro umano e più energia naturale). Questa tendenza ebbe una accelerazione enorme dopo la rivoluzione industriale. Si spiega cosi il fatto che oggi ogni abitante della terra, pur lavorando mediamente meno dei nostri antenati in epoca pre-industriale, ha in media a sua disposizione una maggiore quantità di beni e servizi e una minore disponibilità di riserve naturali. Il sistema economico attuale non è normalmente in grado di registrare ne di riequilibrare efficacemente questa progressiva perdita di produttività del sistema terrestre. Teoricamente sarebbe quindi necessaria una diminuzione dei consumi da parte della fascia ricca della popolazione e al contrario un aumento da parte di quella povera attualmente sotto i livelli di povertà. Nella realtà avviene il contrario. Appare dunque necessario adottare dei correttivi razionali.

Ciò che produce un vantaggio economico nel breve periodo può produrre gravi danni ambientali nel lungo periodo. Gli squilibri locali possono inoltre facilmente ingigantirsi a livello globale. Per questo motivo il problema ecologico non è più competenza di politiche statali, ma di accordi internazionali. Con le prime concentrazioni urbane e poi con l'avvento delle industrie e della civiltà dei consumi si sono prodotti un numero elevatissimo di rifiuti molti dei quali non riciclabili naturalmente. Inoltre gli scarti umani possono generare una serie di reazioni a catena che poi si propagano su diversi territori, come le polveri sottili e le scorie radioattive. Tra le alterazioni dell'ecosistema che superano la soglia della reversibilità vi è inoltre la perdita di diversità biologica o biodiversità.

Per valutare il problema dei consumi si ricorre a vari metodi di calcolo tra cui l'impronta ecologica. Si tratta di calcolare l'area del fattore terra e di mare necessaria ad una comunità per produrre tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che produce. Il risultato diviso per il numero di abitanti fornisce l'impronta ecologica media di quella popolazione. (quella italiana è di 3,8 contro una disponibilità reale del 1,06; dunque consumiamo circa 3 volte quello che ci spetterebbe).

Il geosistema è un insieme di di oggetti e fenomeni legati tra loro da flussi di materia ed energia che funzionano come un unico sistema, nell'ambito del quale un'azione locale può avere ripercussioni sull'intero pianeta. Lo squilibrio ambientale che crea le maggiori preoccupazioni a livello globale e che attualmente viene più studiato è quello dell'effetto serra per cui l'aumento eccessivo di taluni gas tende a far aumentare la temperatura terrestre in maniera anomala con gravissime conseguenze.

Per sviluppo sostenibile si intende quel tipo di sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. Implica inoltre uno sviluppo che tenga conto non solo del reddito economico, ma anche della qualità dell'ambiente e quindi della vita. Esso si basa su tre principi fondamentali: L'integrità del sistema; l'efficienza economica; l'equità sociale (intragenerazionale e intergenerazionale). Vi sono due interpretazioni di sviluppo sostenibile nelle società attuali, una più debole che si propone di continuare l'attuale sfruttamento della natura ma con la compensazione di interventi mirati ad opera dell'uomo (come il rimboschimento). L'altra più decisa vorrebbe lasciare l'intero stock di risorse attualmente esistenti, alle generazioni future.

Il degrado ambientale ha dato luogo al nascere di un nuovo mercato. Le risorse naturali infatti sono diventate delle merci (come l'acqua). Si sono cosi diffuse le attività legate all'ecobusiness (smaltimento rifiuti, decontaminazione, protezione ambientale ecc). Tali attività si presentano ormai come indispensabili, ma esse generano anche un effetto perverso che tende a far perpetuare le distruzioni ambientali.

La prima conferenza mondiale dell'ONU sui problemi dell'ambiente si tenne a Stoccolma nel 1972. In quella occasione i paesi meno avanzati si vedevano chiedere sacrifici pur avendo contribuito in minima parte agli squilibri e senza averne avuto particolari vantaggi. In ogni caso prevalse il concetto di riparazione invece di quello della prevenzione. Nel 1992 la conferenza di Rio de Janeiro mise in evidenza la necessità di ripensare quale poteva essere un tipo di sviluppo che permettesse l'accesso alle risorse da parte di tutti i popoli e una riduzione degli squilibri ecologici ed economici a livello internazionale. L'Agenda 21 è nota perché stabilì un elenco dei principali problemi per i quali è necessaria un'azione comune a livello internazionale: consumi; distribuzione del reddito; sostenibilità dell'agricoltura; protezione delle foreste; conservazione del patrimonio genetico; aiuti ai paesi poveri; gestione delle acque; regolazione delle emissioni gassose. Il limite di tale provvedimento fu che non postulava nessun tipo di obbligo preciso ne alcuna sanzione per i paesi sottoscrittori. Nel 1997 a Kyoto vi fu la stesura del protocollo di Kyoto il quale impegnava i paesi firmatari a ridurre le emissioni dei principali gas serra.

Si definisce tasso di crescita in un dato periodo, la differenza tra il tasso di natalità e il tasso di mortalità. La popolazione del pianeta ha superato all'inizio del XXI secolo i 6 miliardi di abitanti, l'incremento maggiore si è avuto però solo a seguito della rivoluzione agraria e poi industriale. Tale momento storico viene definito esplosione demografica. Negli ultimi decenni il tasso di crescita della popolazione mondiale ha cominciato a ridursi dal 21% al 12%. Tuttavia la densità continua ancora a crescere e questo è un trionfo dell'umanità nei confronti della lotta alle malattie, ma è anche un fenomeno preoccupante in quanto la crescita non è uniforme su tutta la terra, e spesso laddove vi sono meno risorse vi è una più forte crescita demografica. L'Europa è l'unico continente in saldo naturale negativo.

Le differenze nella crescita si riflettono sulla distribuzione dell'umanità sulla superficie terrestre. Esistono infatti parti della terra che sono completamente disabitate. La restante parte della superficie terrestre, stabilmente abitata è detta ecumene e presenta densità fortemente varabili. Il continente più densamente popolato è l'Asia, seguita dall'Europa. Mentre i valori più bassi sono quelli dell'Oceania e America meridionale. In ogni caso, tre quarti dell'umanità vivono in Eurasia. Anche all'interno di ogni continente vi sono forti squilibri di densità. Vi sono due tipi di grandi concentrazioni umane, le prime derivano da una secolare colonizzazione agricola (regione asiatica, Messico), le seconde derivano dallo sviluppo industriale moderno (Inghilterra, Francia, Italia, Stati Uniti ecc).

La popolazione di un territorio varia anche per il movimento migratorio, ma il saldo migratorio è un dato meno certo di quello naturale a causa della difficile rilevazione dei movimenti clandestini. Dalla fine del 1900 si assiste a un notevole incremento dei fenomeni migratori, tanto che secondo l'ONU il 20% della popolazione mondiale ha lasciato per scelta o per forza il proprio paese di origine. Fattori principali di questi movimenti sono di tre tipi: La transizione migratoria, che segue la transizione demografica, spinge il surplus di popolazione verso zone più ricche; La differenza di reddito e della qualità della vita; La mondializzazione dei trasporti e delle comunicazioni. Vi sono poi anche fattori di carattere politico come l'apertura delle frontiere interne tra organismi internazionali come l'Unione Europea. Il nostro continente è stato storicamente un punto di emigrazione e solo negli ultimi decenni si è affermato come principale polo di attrazione mondiale. Anche la Russia ha vissuto una esperienza analoga. Inoltre oggi si sono sviluppate nuove direttrici che passano per il pacifico e si aggiungono a quelle storiche che passavano per l'atlantico. Tra gli immigrati le categorie più rappresentate sono quelle dei migranti per lavoro e dei rifugiati politici. La migrazione internazionale per lavoro è vista dai paesi in via di sviluppo come un rimedio contro la disoccupazione e sottoccupazione interna. Per i paesi industrializzati gli immigrati rappresentano una manodopera poco costosa, anche se il numero di immigrati e quasi sempre superiore al numero che i paesi ospitanti sono disposti ad accogliere.

La popolazione di un paese può essere considerata una risorsa economica di fondamentale importanza, indicata come capitale umano. Si definisce popolazione attiva l'insieme di persone in età lavorativa. La percentuale degli attivi varia di paese in paese e il suo valore è tendenzialmente abbassato dall'abbondanza dei bambini (nei paesi poveri) o dall'abbondanza dei pensionati (paesi ricchi). La disoccupazione è un fenomeno diffuso ovunque anche se nei paesi industrializzati si attesta tra il 4% e il 10%. Nei paesi poveri non si conosce il vero tasso di disoccupazione, ma si ricorre a stime dalle quali traspare quantomeno la differenza occupazionale tra uomini e donne oltre che l'inclusione nella popolazione attiva di fasce giovanissime di popolazione. Ma oltre al numero di occupati occorre tenere conto della diversa produttività (ore di lavoro per unità di prodotto).

Caratteristiche di notevole importanza anche dal punto di vista produttivo oltre che sociale sono sanità e istruzione. Per quanto riguarda la sanità esistono ancora forti differenze tra paesi ricchi e paesi poveri anche se questi ultimi, pur lentamente, stanno decisamente migliorando le proprie condizioni. L'istruzione è garantita a un livello di base in tutti gli stati, tuttavia non sempre l'accesso a questo servizio è possibile all'intera popolazione, pertanto l'analfabetismo è tutt'altro che scomparso.

La superficie terrestre adibita allo sfruttamento agricolo non è casuale, anzi segue dei fattori naturali, sociali, culturali e tecnologici ben precisi. Infatti a seconda di come questi fattori si combinano tra loro nelle diverse zone del globo, si realizzano diverse strutture territoriali basate su diversi tipi di produzione agricola.

Il settore minerario ed energetico è fondamentale nello studio della geografia economica. Infatti i giacimenti di ferro e di altri minerali hanno storicamente rappresentato la posizione ideale delle agglomerazioni industriali, soprattutto prima della rivoluzione dei trasporti. Allo stesso modo, la vicinanza a fonti naturali per la realizzazione di energia idroelettrica o termoelettrica è una costante per le zone maggiormente sviluppate del pianeta.

L'attività manifatturiera è rilevante dal punto di vista geografico-economico perché essa riguarda un insieme di aspetti spaziali ed economici quali: L'approvviggionamento delle risorse, la loro trasformazione (con conseguenze per l'ambiente), e la distribuzione del prodotto finito.

Il settore terziario è anch'esso di notevole interesse per lo studio geografico-economico perché i servizi riguardano la circolazione spaziale delle merce (mercato locale e globale), del denaro (finanza), delle persone (turismo) e dell'informazione (telematica). Inoltre anche la pubblica amministrazione attraverso determinati servizi, influsice sulla territorio amministrato.

Fenomeno fondamentale del settore terziario è il turismo. Esso assume una profonda valenza nello studio della geografia economica, in quanto artefice dello spostamento spaziale di persone e capitali con il risultato di cambiare anche radicalmente le prospettive economiche di una regione.

Inoltre è da sottolineare la crescita, nello scambio commerciale mondiale, dei servizi oltre che dei beni.

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Urbanistica partecipata

workshop di action planning

L'urbanistica partecipata mette in evidenza nei progetti il ruolo dei cittadini in forma libera o associata.

La complessità dei sistemi sociali ha accentuato l'interdipendenza degli attori del territorio e indebolito la rappresentatività di partiti e organizzazioni sindacali mentre si sono rafforzate le forme dirette di rappresentanza sociale come comitati di quartiere, movimenti ambientalisti, gruppi di consumatori, movimenti giovanili, organizzazioni non governative, produttori del terzo settore ed altri che perseguono obiettivi specifici e settoriali .

L'urbanistica partecipata implica che le istituzioni locali si orientino verso un nuovo concetto di governo del territorio che miri a coinvolgerne tutti gli attori (governance) seguendo un modello di sistema aperto, adattivo e reversibile. Alle sedi tradizionali degli eletti quali consigli comunali, regionali, circoscrizionali, si possono affiancare sedi formali ed informali di confronto e orientamento come tavoli sociali, laboratori di quartiere, cabine di regia, piani strategici, che hanno lo scopo di mettere a confronto interessi territoriali in forma diretta, delegando successivamente alla democrazia rappresentativa il compito di recepire o respingere le indicazioni assunte (metodo bottom up).

Un denominatore comune delle azioni di urbanistica partecipata è la sostenibilità ambientale degli interventi di pianificazione da promuovere tramite forum con gli attori del territorio per svolgere azioni condivise come indicato dall'Agenda del ventunesimo secolo (Agenda 21) ratificata in occasione della Conferenza di Rio de Janeiro su ambiente e sviluppo indetta dall'ONU nel 1992.

Le linee d'intervento sono state rivisitate successivamente nella conferenza di Johannesburg nel 2002 e in ambito europeo nelle conferenze di Aalborg (1994 e 2004) nel corso delle quali i governi locali partecipanti hanno sottoscritto gli Aalborg Committments.

Tali indicazioni sono in gran parte recepite nel TUEL (Testo Unico degli Enti locali) e nei numerosi regolamenti comunali della partecipazione approvati negli ultimi anni da numerose amministrazioni pubbliche.

L'urbanistica partecipata ha una sua ragion d'essere anche come risposta alla sindrome NIMBY (Nothing in My Back Yard), che si manifesta ogni volta che un gruppo di cittadini organizza proteste e gruppi di pressione contro delle trasformazioni territoriali che possono peggiorare le condizioni dell'ambiente nel quale vivono. Assume particolare rilievo quando i cittadini ritengono che sia compromessa o migliorabile la qualità dello spazio pubblico.

Il grado di coinvolgimento dei cittadini è determinato dagli obiettivi, dalla forza dei gruppi organizzati e dalla volontà dei decisori politici. S. Arnstein ha definito nel 1969 una scala della partecipazione che costituisce un punto di partenza per tutti i numerosi studi successivi.

In generale si individuano quattro gradi di coinvolgimento progressivo: informazione, consultazione, collaborazione, autogestione. Secondo gli obiettivi che si intendono raggiungere possono essere utilizzate diverse metodologie, tecniche e strumenti: fogli informativi, questionari, cataloghi di scelte, forum, anche telematici, sedi di informazione e dibattito come Urban Center o Case della città.

Nei casi più impegnativi e controversi si ricorre a forme di consultazione quali i referendum popolari, previsti dal TUEL (Testo Unico Enti Locali) e riportati nei Regolamenti comunali. Per la consultazione si stanno diffondendo sperimentazioni che fanno riferimento alle esperienze di democrazia diretta o deliberativa.

Nell'ambito della collaborazione progettuale, le tecniche tendono a costruire una comune consapevolezza degli scenari possibili che si profilano, in modo che ciascun partecipante possa decidere se orientarsi nella difesa dei propri interessi o proiettarsi nella comprensione delle ragioni dell'altro.

Una tecnica validata dalla Commissione Europea, è il metodo EASW (European Awereness Scenario Workshop). Altri metodi sono spesso mutuati da analoghe pratiche di tipo aziendale dedicate alla valorizzazione delle competenze professionali e all'efficacia dei processi decisionali in condizioni di complessità (brain storming, action planning, open space technology). I metodi orientati ad una visione territoriale di scenario assumono denominazioni come planning for real, future search, Oregon model, ecc..

Nel caso di vari programmi di pianificazione urbana quali i contratti di quartiere, i patti territoriali, i programmi di recupero urbano, i PRUSST( Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio) gli attori del territorio svolgono un ruolo attivo di promotori, investitori, gestori, fruitori attraverso una concertazione che prevede accordi privilegiati con gli investitori (stockholders) e talvolta estesi anche ad organizzazioni Sindacali e alla comunità locale (stakeholders).

Alcune imprese, nel definire la loro strategia industriale, coinvolgono anche la comunità locale per poter attribuire all'impresa i valori positivi che emergono con il consenso degli stakeholders.

Tali indicazioni sono contenute nel Libro Verde dell'Unione Europea che promuove la RSI (Responsabilità sociale d'impresa, luglio 2001) come un'opportunità d'innovazione gestionale, strumento di competitività e di attivazione di partnership locali.

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Source : Wikipedia