Abbigliamento

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Inviato da amalia 12/03/2009 @ 10:11

Tags : abbigliamento, economia

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Abbigliamento

Un bambino con addosso alcuni capi tipicamente invernali.

L'abbigliamento protegge il corpo umano, nudo e vulnerabile, dai pericoli dell'ambiente: sia agenti atmosferici (freddo, pioggia, sole...), sia insetti, sostanze tossiche, armi e altri rischi alla sicurezza personale. Ciascun articolo d'abbigliamento ha anche un significato culturale e sociale. Gli esseri umani sono i soli tra i mammiferi noti per indossare vestiario, ad eccezione degli animali domestici, talvolta vestiti dai loro proprietari.

L'abbigliamento può essere studiato sia da un punto di vista antropologico-etnografico, dal momento che documenta l'evoluzione del costume, sia da un punto di vista socio-economico come prodotto dell'industria tessile, legato allo sviluppo tecnologico, della moda e del consumo.

Di solito per abbigliamento si intende esclusivamente quella serie di oggetti che l'essere umano indossa, e non pratiche che contribuiscono a cambiare l'aspetto di un individuo. Quindi i casi in cui si decora il proprio corpo (trucco, cosmetici...) o si modificano caratteristiche fisiche (taglio e colorazione dei capelli/barba/baffi, tatuaggi e piercing), non costituiscono abbigliamento per sé. Analogo discorso vale per gli articoli che si portano anziché indossarli (come borse, ombrelli, bastoni), detti accessori.

L'uomo ha dimostrato un'inventiva estrema nel trovare nuove soluzioni di abbigliamento ai bisogni pratici e la distinzione fra vestiario e gli altri articoli protettivi non è sempre netta. Vedi, ad esempio: abbigliamento con aria condizionata, corazza, costume da bagno, tuta da apicoltore, tuta da motociclista, vestiario ad alta visibilità.

L'esigenza estestica consiste nella protezione delle parti intime e non solo; valorizzando, nell'apparire, il concetto personale o collettivo del "bello".

I messaggi sociali inviati dall'abbigliamento, accessori, decorazioni può coinvolgere il ceto sociale, occupazione, convinzioni religiose ed etniche, stato civile ecc. Le persone devono conoscere il codice in modo da riconoscere il messaggio comunicato.

In molte società, le persone di alto ceto sociale indossano speciali capi d'abbigliamento o per decorazione per sé stessi come proprio status symbol. In tempi antichi, soltanto i senatori Romani potevano indossare vesti tinti con porpora di Tiria.; soltanto altolocati capi Hawaiani possono indossare mantelli di piume e palaoa o denti di balena intagliati. Sotto il regno Travancore di Kerala (India), le donne di basso ceto devono pagare una tassa per il diritto di coprire la parte superiore del corpo. In Cina prima della proclamazione della repubblica Cinese, solamente l'imperatore poteva vestirsi di giallo. In molti casi durante tutta la storia ci sono stati sistemi elaborati di leggi riassuntive per regolare chi poteva indossare determinati abiti. Nelle altre società (compreso quelle più moderne), nessuna legge proibisce alle persone di basso ceto d'indossare abiti di ceto alto, ma l'alto costo in effetti ne limita l'acquisto e l'esposizione. Nella moderna società occidentale, soltanto i ricchi possono permettersi l'alta moda. Il pericolo di ostracismo sociale può anche limitare la scelta degli abiti.

I militari, poliziotti, e vigli del fuoco di solito portano le uniformi, come pure i lavoratori in molte fabbriche. Gli scolari spesso indossano la divisa scolastica, mentre gli studenti alle scuole superiori e università possono indossare divise accademiche. Gli appartenenti a gruppi religiosi possono portare uniformi note come il saio e tonaca. Talvolta un singolo capo di vestiario o singolo accessorio può rivelare l'occupazione o mansione della persona che l'indossa; per esempio, l'alto cappello da chef indossato dai capocuochi.

In molte regioni del mondo, i costumi nazionali e gli stili dell'abbigliamento e ornamenti rivelano l'appartenenza ad un certo villaggio, casta, religione, ecc. Uno scozzese mostra il suo clan tramite il suo tartan. Le donne musulmane possono portare un hijab come espressione della loro religione. Un uomo Sikh può, indossando il turbante, rivelare la sua appartenenza religiosa. Una contadina francese può indicare il suo villaggio con il suo berretto o la cuffia.

Un abbigliamento può inoltre esprimere il dissenso dalle norme culturali e al conformismo, come pure indicare indipendenza. Nell'Europa del XIX secolo, artisti e scrittori vissero la vie de Bohème e si vestirono per stupire: George Sand in abiti maschili, femministe con bloomer, artisti in gilé di velluto e foulard appariscenti. Bohemian, beatnik, hippy, goth, punk e skinhead hanno continuato la tradizione nel XX secolo.

Le donne Hindu, una volta sposate, si mettono il ‘'sindoor'‘, una polvere rossa nella riga dei capelli; se vedove, abbandonano il sindoor e i gioielli e indossano un semplice abito bianco. Gli uomini e le donne occidentali possono portare anelli o fedi ad indicare lo stato maritàle.

L'abbigliamento può segnalare la disponibilità d'un individuo alle ‘'avances'‘. Alcuni abiti mostrano una perdita di interesse alle ‘'avances'‘; altri vestiti ed accessori indicano disponibilità al ‘'flirt'‘. Ciò che costituisce sobrietà e sensualità varia radicalmente da cultura a cultura, con differenti contesti nella stessa cultura. Spesso, l'esposizione della pelle e dei capelli è un segnale di disponibilità; coprire il corpo e i capelli indica indisponibilità. Comunque, piccoli cambiamenti dei segnali di decoro può sovvertire il messaggio superficiale e segnalare un messaggio complesso (sono sobria/o ma mi piace anche flirtare).

Il vocabolario dell'abbigliamento femminile è di solito più sviluppato di quello maschile al riguardo.

Facendo riferimento in particolare agli anni Sessanta l'abbigliamento assume una grande carica simbolica in relazione al nascente fenomeno del femminismo. Se la minigonna esprime la libertà femminile, il diritto di mostrare e gestire autonomamente il proprio corpo, il diritto di non essere discriminate da una società maschilista si manifesta nell'atteggimento e nell'abbigliamento (jeans, ma non solo), da parte di molte donne, specialmente giovani.

La storia dell'abbigliamento, ovvero degli indumenti e accessori che hanno vestito la persona umana nel corso dei secoli, riassume in sé le caratteristiche socio economiche di ogni periodo storico. Degli abiti si possono studiare le materie prime impiegate, le tecniche di realizzazione, gli aspetti estetici e quelli simbolici, i fattori economici e le gerarchie sociali.

Nell'abito, infatti, si condensano alcune funzioni: quella pratica legata alla vestibilità; quella estetica legata al gusto dell'epoca e a canoni specifici delle diverse comunità, per lo più tramandati di generazione in generazione; quella simbolica perché l'abito può definire l'appartenenza ad una particolare comunità, identificare lo status sociale, civile, religioso.

Tutti gli scavi finora effettuati che hanno portato al rinvenimento di oggetti e resti fossili risalenti al Paleolitico (da circa 2,5 milioni a 11-10.000 anni fa) non hanno portato alla luce elementi che possano dimostrare con sicurezza l'utilizzo di oggetti di abbigliamento da parte di ominidi in quel periodo. Il ritrovamento di rudimentali strumenti in pietra, realizzati con la tecnica della pietra scheggiata, atti con ogni probabilità alla trasformazione delle pelli in indumenti, ha però portato molti antropologi a sostenere che già 18.000 anni fa (periodo Magdalieniano), e forse anche prima, gli uomini utilizzassero pelli per coprirsi.

In questo contesto la ragione fondamentale per cui gli esseri umani cominciarono a lavorare le pelli, per poi indossarle, è da ricercarsi nella necessità di coprire il corpo, nudo e più fragile rispetto ad altri animali, dalle intemperie. Non sono comunque da sottovalutare altri fattori. Tra questi occorre citare la funzione simbolica dell'abbigliamento: indossare la pelle di un altro animale era equivalente a identificasi con esso, oltre a dimostrare la propria forza, con cui si era ucciso lo stesso. Con ogni probabilità l'introduzione delle pelli per coprire il corpo ha un legame anche con delle forme primitive di pudore. Questo contravviene alcune teorie secondo le quali il senso del pudore sia stata una condizione psicologica dettata dall'abbigliamento: essendo gli altri appartenenti alle comunità primitive coperti, l'uomo nudo percepiva la propria diversità dalla norma ed era portato ad equipararsi agli altri per non essere "escluso".

L'adozione di forme di abbigliamento agli albori della civiltà umana è quindi dovuta sia ad un fattore funzionale (protezione del corpo) sia a fattori di altra natura (simbolici, religiosi, psicologici, ecc.).

Si suppone che durante gli ultimi millenni dell'Età della pietra l'utilizzo di pelli di animali per coprirsi si sia diffuso tra gli uomini. Una vera e propria rivoluzione in questo costume avvenne nel momento in cui si diffuse tra le civiltà preistoriche la lavorazione dei tessuti, che spesso garantivano maggiore protezione dal freddo e una maggiore reperibilità. La nascita della tessitura, avvenuta intorno al VI-V millennio, portò ad una notevole crescita dell'uso delle vesti, che venivano tessute anche grazie ai primi telai, che apparvero proprio nel Neolitico, anche se erano assai rudimentali. La filatura e la tessitura furono introdotte nel mondo antico grazie agli strumenti di metallo, che gli uomini preistorici iniziarono ad utilizzare intorno al 4500 a.C., all'inizio della cosiddetta Età dei metalli, che si concluse con l'inizio dell' l'Età del ferro (1200 a.C.).

Nel Mondo antico l'abbigliamento era costituito esclusivamente da oggetti filati di tessuto, e l'utilizzo di pelli di animale fu ben presto superato nella maggior parte delle comunità già a partire dal I millennio a.C. I tessuti utilizzati variano a seconda del luogo: ad esempio in Cina era assia sviluppata la produzione della seta, in India la canapa ed il cotone ed in Egitto il lino. In Europa occorre ricordare come i Fenici furono i primi a praticare la tintura dei tessuti, grazie alla scoperta del pigmento della porpora, ricavato dall'essiccazione del murice. A questo punto dell'evoluzione umana l'abbigliamento non era più visto esclusivamente come metodo per proteggersi da intemperie o altri agenti esterni, ma costituiva soprattutto un simbolo di appartenenza ad un gruppo (economico, religioso, politico,ecc.). La porpora stessa consideravano la porpora un bene di lusso ed i Fenici ottennero grossi guadagni vendendola alle altre popolazioni. Tra gli altri tessuti utilizzati nel mondo antico ricordiamo il cotone, la lana e il bisso.

L'Impero Romano con la sua grande espansione venne in contatto con gli usi ed i costumi di molte popolazioni, dalle quali importò l'utilizzo di alcuni tessuti per il vestiario quotidiano o riservato ai più ricchi. Vengono così confezionati abiti come la toga, la tunica ed il pallio. Dopo Roma la filatura e la tessitura di seta, lino e lana diventano comuni a gran parte delle comunità europee, in particolare quella Bizantina, grazie ai suoi rapporti privilegiati (data la collocazione geografica) con l'Oriente. Di queste tre fibre tessili la più diffusa in questo periodo fu certamente la lana, sia per ragioni economiche (l'allevamento di ovini era abbastanza diffuso) che funzionali (alta capacità termica della stessa).

Lo sviluppo del settore tessile conosce un fermento, almeno per quanto riguarda l'Europa, a partire dai primi secoli del I millennio d.C., grazie soprattutto ad una rinascita degli scambi commerciali sia tra le nazioni sia tra Oriente ed Occidente. In Italia l'importazione di tessuti era uno dei fattori che produssero più ricchezza per le repubbliche marinare, anche se assunse un certo rilievo anche il commercio interno, soprattutto per rifornire le città più ricche (Firenze, Palermo, Lucca,ecc.). L'abbigliamento di lusso o comunque con materiali pregiati rimase appannaggio delle classi nobiliari, delle corti di re e imperatori e dei ceti più abbienti (grandi commercianti, banchieri,ecc.). La qualità generale delle vesti comunque aumenta anche per le fascie di popolazione meno agiate, anche grazie all'adozione di strumenti che permettono una maggiore precisione nella satoria: il ditale, gli ahi d'acciaio, le forbici a lame incrociate. Un altro importante fattore è l'inizio della diffusione, a partire dal XIV secolo, della biancheria.

Seguendo una tendenza già presente in paesi come Francia ed Italia nei secoli precedenti, dal Quattrocento le figure sociali legate all'abbigliamento (sarti, tessitori, venditori di vestiti) acquiscono sempre più potere economico (e quindi anche politico). Sul mercato dell'abbigliamento compaiono merletti, velluti pregiatissimi, calze, berretti, tessuti broccati, la cui produzione aumenta di pari passo con la crescita economica e tecnologica. Dal XVI secolo le corti di Francia e Spagna raggiungono e superano in splendore quelle italiane (Este, Medici): il fasto dell'abbigliamento diventa rappresentativo della ricchezza e del potere dei nobili. Il vestiario perde sempre di più, nei ceti medi e alti, la funzione pratica, diventando spesso puri ornamenti. Le corti seicentesche sono un esempio dell'evoluzione dell'abbigliamento: non solo i principi, ma anche i poeti, i ciambellani, le dame e le guardie vengono dotati di uniformi pregiatissime, colorate in modo variopinto e fatte con tessuti costosissimi.

Lo sviluppo dell'abbigliamento era andato di pari passo con quello della tecnologia tessile, in particolare con lo sviluppo dei telai: nel 1790, nell'ambito della Rivoluzione industriale, Joseph-Marie Jacquard inventa l'omonimo telaio, che permette di aumentare sia la precisione sia la velocità di produzione dei tessuti. L'evoluzione tecnologica si estende anche ai filatoi: tutto ciò attribuisce il primato nell'industria tessile ai paesi che per primi sono investiti dal fenomeno della rivoluzione industriale, tra tutti l'Inghilterra. Il mercato del vestiario conosce una crescita continua: la produzione tessile si meccanicizza e razionalizza assumendo notevoli dimensioni, rendendo l'industria dell'abbigliamento la più sviluppata del periodo.

Tra le fine del Settecento e l'Ottocento l'industria tessile è in grado si soddisfare le richieste, oltre che delle classi più abbienti, anche della media e bassa borghesia. Durante il XIX secolo cominciano ad apparire quelle tipologie di vestiti che sono utilizzate tutt'oggi: aderenti al corpo, con le maniche, leggeri o pesanti, con stoffe prevalentemente scure. Il miglioramente delle condizioni igieniche, assieme a quelle economiche, permette ad una buona parte della popolazione europea ed statunitense di indossare la biancheria. Il 1842 è un'altra data fondamentale: John J. Greenough brevetta la macchina per cucire, con la quale gli indumenti possono essereconfezionati con grande velocità, ed il risparmio di denaro che ne deriva fa sì che la produzione posso assumere dimensioni ancora più vaste. L'industria dell'abbigliamento può adesso realizzare la produzione in serie dei vestiti, favorendo la crezione di centri industriali tessili e di grandi magazzini per la vendita dei loro prodotti. Successivamente, sia nell'Ottocento che nel secolo successivo, il perfezionamento della macchina per cucire permetterà di meccanizzare anche altre operazioni (ricamo, soprafilo, rammendo, cucitura dei bottoni...).

L'abbigliamento conobbe, nel XX secolo, una evoluzione lunghissima, ed una espansione produttiva e tecnologica senza pari. I due conflittimondiali, ed i relativi dopoguerra, portano la crisi economica in molte nazioni: i materiali pregiati diventando appannaggio di pochissimi, mentre si diffondono quelli di recupero (lana riciclata, sughero per le scarpe). In seguito però si ha un sempre maggiore sviluppo dell'industria del vestiario, che introduce, oltre ad una grandissima scelta di nuovi prodotti (busti, tailleur, gonne, jeans, tute da sport tanto per citarne alcuni) anche la scelta di nuovi materiali (come le fibre sintetiche, meno costose e adattabili a situazioni diverse).

Mentre fino all'Ottocento solo le famiglie più ricche potevano permettersi un guardaroba, che comunque era in media ristretto a tre-quattro capi ciascuno, nel secolo successivo si ha un cambiamento totale. L'industria dell'abbigliamento produce capi per le più disparate situazioni: sport (tute da sci, da jogging, completi calcistici), altà società (pelliccie), lavoro (camici, tute da lavoro), relax e vita quotidiana (pigiami)...

La vendita di prodotti di abbigliamento con precisa destinazione per le classi privilegiate si realizza nella nascita, in Francia ed Italia, delle case di moda: il fenomeno si allrga sempre di più man mano che le fasce più ricche della popolazione si rendono disponibili a spendere cifre altissime per un capo "firmato". Nascono così i fenomeni dei grandi stilisti, per lo più nelle città di Milano, Firenze e Roma, i cui capi sono contesi a cifre altissime durante le sfilate di moda, veri e propri eventi mediatici che riscuotono anche l'attenzione degli strati medi della società.

Il capo alla moda assume quindi importanza non solo come espressione di prestigio di pochi privilegiati, ma anche come elemento di appartenenza ad una determinata classe sociale, ad un determinato gruppo, ad una certa fascia di età. Benché la maggior parte della popolazione mondiale non si possa permettere l'acquisto di capi non strettamente necessari (ed una grossa fetta abbia difficoltà, o imposibilità, anche in questo) il costo medio di un capo di abbigliamento cala di molto, e la richiesta aumenta sempre di più, permettendo ad una quantità sempre maggiore di persone di vestirsi con comodità e di poter spendere in abbigliamento.

Associata a questa grande diffusione del vestiario il Novecento vede la nascita del fenomeno del consumismo, e l'abbigliamento è sicuramente uno dei primi campi in cui si viene a manifestare questa tendenza. L'acquisto del bene materiale, in questo caso di un vestito, assume una importanza essenziale nella vita di molti individui, tanto più che i prezzi dei capi d'abbigliamento sono molto più accessibili di altri status symbol (automobili, case). La corsa all'acquisto di un bene materiale non per necessità, ma per seguire la sfrenata velocità con cui cambia la moda è pratica diffusa nella stragrande maggioranza della popolazione degli stati più ricchi del mondo. Il fenomeno consumistico trova nell'abbigliamento il suo culmine, perlomeno nel XX secolo, prima della diffusione delle nuove tecnologie (televisioni, console, cellulari, computers e altri accessori), avvenuta solo negli ultimi due decenni del secolo. Il vestiario è una delle voci primarie di spesa (escludendo quelle dei beni di prima necessità) di moltissime famiglie occidentali, soprattutto tra i giovani. Le grandi case di moda si adattano al fenomeno estendendo la loro produzione a capi meno esclusivi, anche se di costo al di sopra della media, che diventano capi "di tendenza".

Fenomeni di impoverimento etnografico, collegati alle mutate condizioni socio-economiche e all'affermazione di nuovi modelli culturali nell'Italia del '900 hanno fatto sì che l'uso corrente dell'abito tradizionale si affievolisse quasi a scomparire. Rimane ancora viva, in alcune comunità italiane, la consuetudine di vestire il costume tradizionale, indumento che si indossa in particolari occasioni, per affermare la propria identità culturale. Al giorno d'oggi la moda, attraverso le creazioni e le realizzazioni degli stilisti, condiziona e determina la maniera del vestire.

Per la parte superiore



Borsalino (abbigliamento)

Un cappello Borsalino

Il borsalino (conosciuto in alcuni Paesi anche come fedora) è un cappello di feltro soffice che è incavato nella sua lunghezza sotto la corona e pizzicottato nella parte anteriore da entrambe le parti. Prende il nome dall'azienda italiana di abbigliamento Borsalino.

È stato usato dalla fine dell'800 fino agli anni 1950. Era usato nello sport, e più tardi dagli uomini, perché andava di moda. Ha una fascia di stoffa più scura che lo circonda.

Anche i cappelli simili con una C-crown (una calotta per la testa in cima alla corona) vengono chiamati fedore. Il bordo lo circonda tutto e spesso è presente pure una fascia. Il cappello trilby è simile a un borsalino ma ha di solito un bordo più corto e il retro del bordo è più alzato.

Originariamente una moda femminile del XX secolo, il borsalino è stato usato intorno al 1920 come accessorio da uomini della classe agiata. La sua popolarità aumentò vertiginosamente fino a sostituire l'Homburg, cappello simile nella forma, negli anni '30. E' possibile trovare i borsalini in ogni colore ma il nero, il marrone e il rosso sono quelli più comuni.

Il termine fedora è stato usato a partire dal 1891. La parola proviene dal titolo di una sceneggiatura del 1882 di Victorien Sardou, scritta per Sarah Bernhardt. La commedia è stata messa in scena per la prima volta in America nel 1889. Sarah interpretò la principessa Fedora, l'eroina della commedia, indossando un cappello simile a un borsalino. La fedora diventò una moda femminile che durò findo alla prima parte del 20imo secolo. Quando il borsalino divenne una moda maschile, veniva spesso usato in città perché stiloso, consentiva di proteggere la testa al vento e le intemperie, e per il fatto che poteva essere arrotolato quando non serviva. A partire dalla prima metà del XX secolo, molti Haredi e altri ebrei ortodossi indossavano borsalini neri e continuano tuttora.

Come la bombetta, il borsalino ha perso popolarità alla fine degli anni '50 - inizio anni '60. Il cappello ha perso interesse anche prima nella West Coast degli Stati Uniti, famosa per il vestire casual delle persone. L'assottigliamento di colletti e cravatte risultò in cappelli con bordi più corti portando il borsalino ad essere considerato non essenziale. Inoltre la riduzione di dimensione delle auto della metà degli anni '50 rendeva difficile indossare un cappello durante la guida. Agli inizi degli anni '70 il borsalino era considerato una moda finita e adottata solo da uomini anziani e/o più tradizionali. Comunque il borsalino sta vivendo un revival nelle recenti stagioni. Anziché grigie, marroni e nere, le fedore ora hanno diversi colori e motivi. La più comune è quella a scacchi ma se ne vedono molte nere con strisce bianche.

Divenuto famoso soprattutto per essere stato usato abitualmente da personaggi celebri, quali Al Capone, Federico Fellini, fa parte della storia del cinema grazie ad attori del calibro di Humphrey Bogart, Harrison Ford (nella parte di Indiana Jones), Dan Aykroyd e John Belushi nel film Blues Brothers, e per il film Borsalino, girato nel 1970 con Alain Delon e Jean-Paul Belmondo.

Il cappello viene talvolta associato ai gangster dell'era del proibizionismo e ai detective che cercavano di portarli di fronte alla giustizia. Nei film di hollywood degli anni '40 a indossarlo erano solitamente i personaggi quali detective privati, gangster o personaggi che interpretavano la parte del duro. La giacca solitamente indossata era un trench, e il personaggio di Humphrey Bogart in Casablanca ne è un esempio palese. Nonostante il borsalino divenne popolare 30 anni dopo l'era dei cowboy (1865-1890), l'uso è comune nella maggior parte dei film western. Esso viene associato anche ai personaggi dei film noir. Nel caso di film di azione o avventura, come i vecchi B-movie, e della serie di Indiana Jones, il borsalino serviva a coprire sufficientemente il volto per consentire alle controfigure di effettuare le peripezie più pericolose con più facilità.

Per la parte superiore



Lupetto (abbigliamento)

Il lupetto è un capo di abbigliamento caratterizzato da un collo che arriva a metà altezza della gola dell'indossatore. A differenza del dolcevita, il collo non è risvoltato.

È un capo sia per uomini che per donne, e può essere sia invernale che primaverile, a seconda del materiale in cui è realizzato. Possono esistere infatti lupetti di lana per l'inverno, e lupetti di cotone o addirittura a maniche corte per le stagioni più calde. Di recente magliette lupetto sono state introdotte anche nella maglieria intima.

È un indumento versatile e può essere indossato anche sotto la maglietta o la camicia.

Fa parte di un guardaroba piuttosto casual, anche se in tempi più recenti lo si è visto spesso indossato sotto una giacca, in contesti più formali.

Per la parte superiore



Cilindro (abbigliamento)

Il cilindro è un tipo di cappello rialzato con la parte superiore uniformemente piatta, con una tesa larga, e con una fascia opaca, tipico dell'abbigliamento del XIX e della prima parte del XX secolo. La linea del cilindro è generalmente deformata, con la parte centrale più stretta rispetto alle estremità. Oggigiorno viene indossato soltanto con vestiti formali, come il tight, il frac o lo smoking, o come accessorio volutamente eccentrico o anacronistico.

I primi cilindri venivano fabbricati impiegando il feltro, specialmente con feltro ricavato dalla pelliccia di castoro. In seguito, è stata largamente utilizzata la seta. Una versione molto popolare del cilindro, specialmente negli Stati Uniti nel XIX secolo, è lo stovepipe hat, una variante più rialzata resa popolare da Abraham Lincoln durante la sua presidenza. Questo tipo di cilindro è completamente dritta, ovvero non c'è differenza nella circonferenza tra la parte centrale e le estremità.

Nella seconda metà del XIX secolo, il cilindro divenne gradualmente fuori moda, con il ceto medio che iniziò ad adottare le bombette e i cappelli di feltro morbido, come il modello fedora, più pratici per la vita cittadina e più semplici da produrre in massa. Un cilindro doveva invece essere fatto a mano da un cappellaio esperto, in un periodo in cui i lavori artigianali erano in declino. Il cilindro cominciò quindi ad essere associato al ceto alto e al dandysmo, diventando bersaglio di satira e critiche sociali. Con la fine della Prima Guerra Mondiale divenne una rarità nell'abbigliamento quotidiano. Il cilindro ha persistito per molti anni in alcune aree, come in politica e nella diplomazia internazionale; all'epoca della neo-nata Unione Sovietica ci fu un dibattito riguardo all'abbigliamento che avrebbero dovuto adottare i diplomatici, ovvero se utilizzare o meno il cilindro. Seguendo le convenzioni internazionali, venne deciso che l'avrebbero dovuto indossare. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale anche i rappresentanti dell'Impero del Giappone alla cerimonia della resa ufficiale dell'impero indossarono dei cilindri alla maniera occidentale.

Continua comunque tuttora ad essere usato come parte dell'abbigliamento formale con abiti come il tight, frac o smoking, anche se oggigiorno vengono soprattutto prodotte imitazioni a basso costo per eventi particolari. Hanno infatti la forma stovepipe, ovvero dritta, e con la tesa non piegata ai lati, dato che piegarla correttamente per un mercato di massa sarebbe troppo costoso. Sono popolari nella sottocultura gotica, e talvolta sono associati agli illusionisti.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia